FISICA/MENTE

 

RELAZIONE DI MINORANZA DEL DEPUTATO FRANCO FRANCHI E DEL SENATORE MICHELE MARCHIO (Gruppo parlamentare del MSI-DN).

 

INDICE


PARTE I

1 - Premessa.
2 - Capire quel 16 marzo.
3 - Delitto "culturale".
4 - La svolta del 1960 e Aldo Moro.
5 - La DC da partito politico clericale a partito-Stato: regista Aldo Moro. L'Uso privato dei servizi segreti da parte dei gruppi egemoni della DC. L'operazione congresso di Ravenna del PRI (novembre 1961). Moro Difende Nenni dall'accusa di avere ricevuto, a favore del PSI, finanziamento dal SIFAR (Camera dei deputati, 31 gennaio 1968). Quando le BR attaccano, lo Stato è a pezzi. Le responsabilità di Aldo Moro nell'opera di destabilizzazione.Moro ucciso dalla "parola"
6 - Moro vale più di una "astrazione". Il tramonto delle ideologie e l'arte della mediazione di Aldo Moro. Il sessantotto come reazione rabbiosa dell'utopia rivoluzionaria contro i partiti che hanno ucciso tutte le certezze.
7 - I Servizi di sicurezza spuntano sempre e ovunque.
8 - 11 marzo 1977: Moro parla alla Camera sullo scandalo Lokheed.
9 - 28 febbraio 1978: Moro parla ai gruppi parlamentari congiunti della DC: una tregua in attesa di "qualche cosa di nuovo". Che influenza può avere questo "nuovo" sul 16 marzo?
10 - La pista economica: Loprete-Musselli-Freato.
11 - DC e PCI durante i giorni del sequestro

PARTE II

1 - L'atteggiamento dei Gruppi in Commissione e la Relazione dei Compromessi.
2 - Lo Stato: perché impreparato? La Commissione non denuncia le responsabilità. I colpevoli errori di Gradoli, del Lago della Duchessa, della tipografia Triaca.
3 - " Dialettizzatevi con Moro". Uno a uno: la salvezza? Ma almeno; un " gesto"!
4 - Le Lettere e il Memoriale di Aldo Moro. La condanna della DC. Il messaggio per il partito nuovo.
Il riscatto morale e politico dalla cella della morte. Chi lo ha lasciato morire?

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PARTE I

 

"Il conte duca è una vecchia volpe, parlando con il dovuto rispetto, e quando accenna a destra si può essere sicuri che batterà a sinistra; ond'è che nessuno può mai vantarsi di conoscere i suoi disegni; quelli stessi che scrivono i dispacci, non ne capiscono niente.
Il conte duca, viceversa, sa a puntino che cosa bolle in pentola di tutte le altre corti,
e tutti quei politiconi, che ve n'ha dritti assai, non si 'può negare, hanno appena
immaginato un disegno che il conte duca te lo ha già indovinato, con quella
sua testa, con quelle sue strade coperte, con quei suoi fili tesi dappertutto;".


(Alessandro Manzoni, "I promessi sposi")

1) Premessa

Solo nell'antica tragedia greca si può trovare riferimento al dolore della famiglia di Aldo Moro e delle famiglie di Oreste Leonardi, di Domenico Ricci, di Giulio Rivera, di Francesco Zizzi e di Raffaele Iozzino. E, naturalmente, al dramma immane del Protagonista che per 54 terribili giorni, è passato lucidamente dalla speranza alla delusione, dalla vita alla morte. Sempre combattendo contro gli amici-nemici, che non vollero ascoltarlo e mai chiedendo pietà alle BR.
A queste famiglie la nostra commossa e profonda solidarietà.
Alla memoria di Aldo Moro e degli Uomini della scorta il nostro tentativo di capire il perché.


2) Capire quel 16 marzo.

Sono stati gli americani, sono stati i russi, sono stati i servizi di sicurezza italiani; oppure: era giusta la "fermezza" o la "trattativa"?
Il delitto Moro, come vicenda umana e politica, può ridursi alla ricerca del complotto internazionale ed alla polemica tra i sostenitori dell'una o dell'altra "linea"? Sarebbe un'analisi riduttiva. Così come quella che vorrebbe far risalire l'inefficienza e la impreparazione dei Servizi segreti e delle Forze dell'Ordine, mai così evidenziate come nei 54 giorni del sequestro, alla sola vicenda P2.
Il 16 marzo 1978 non nasce all'improvviso. Viene da lontano. E'- stato preparato, anzi tessuto giorno per giorno dalle mani di un abilissimo artiere che si impossessa della politica italiana, la trasforma inventando strategie nuove e un apposito linguaggio sofisticato per costruire quel nuovo modello di Principe rinascimentale che è al centro di tutto e dal quale tutto discende e dipende. Il Principe, non lo Stato.
Partire da lontano, capire questa trasformazione, significa capire quel 16 marzo, e il significato che ha avuto la drammatica vicenda nella vita di tutti noi.
I dettagli, le interpretazioni degli avvenimenti nel corso dei 54 giorni sono troppo noti per suscitare ulteriore interesse. Noi ci accostiamo a questa moderna tragedia greca, le cui conseguenze sono ancora in movimento, con animo diverso, sgombro da preoccupazioni propagandistiche o demagogiche. Saranno i democristiani e i comunisti a perdersi in quella congerie di compromessi che è la relazione di maggioranza, tutta tesa - dopo mille rifacimenti - ad esaltare la "linea della fermezza" (stare fermi, immobili come torri) come la unica e doverosa, e a demolire la "linea della trattativa" ritenuta come una "Caporetto" tra l'altro non praticabile; e sarà il PSI a difendere quest'ultima con quello spirito "umanitario" che ricorda la tradizione socialista dell'"inutile strage" e del "non più un Natale in trincea".
Noi vogliamo tentare di capire, prima di tutto, perché è potuto accadere. I giudici hanno condannato chi ha assassinato Aldo Moro; nessuno condannerà mai, se non Dio e la storia, chi lo ha lasciato morire, anche se ne fossero evidenti le responsabilità. E, comunque, sarebbe difficile sottrarre la tesi e l'antitesi - fermezza o salvezza - all'accusa di parzialità e di interesse politico. Purtroppo è mancata quella fermezza che conduce alla salvezza. Fermezza e salvezza sarebbero coincise se fosse davvero esistito lo
 

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Stato. Se i termini del problema e dei ricatto fossero stati rovesciati: o restituite Moro entro 24 ore o ai terroristi, cominciando da Curcio e compagni che vantano di averlo preso, saranno applicate le leggi penali militari di guerra.
Si è preferito subire, non dichiarare - secondo legge - lo stato di emergenza per fronteggiare i terroristi e metterli con le spalle al muro; ci si è seduti su una "fermezza" passiva che è quanto di più miserevole si possa immaginare, al pari di una "linea umanitaria" priva di reali contenuti umani e capace solo di annullare i residui valori morali della società.
Aldo Moro non ha perdonato. "Nemini parco" è scritto significativamente sul cancello del cimitero di campagna dove Moro è sepolto: e questo ammonimento diventa l'anatema che colpisce, perseguita e sconvolge la DC: "non assolverò e non giustificherò nessuno... non creda la DC di avere chiuso il suo problema, liquidando Moro. Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa, per impedire che della DC si faccia quello che se ne fa oggi". (Lettera 24 aprile 1978 a Zaccagnini). 16 marzo 1978: fine di un'epoca.
Se si saprà capire la lezione della storia il sangue di Aldo Moro non sarà stato vano.


3) Delitto "culturale".

Queste note sull'assassinio di Aldo Moro sarebbero veramente vane, parole vuote se dimenticassimo, nel momento della consegna al Parlamento, che le due emergenze, quella morale e quella istituzionale così strettamente collegate fra loro, e che tanto hanno contribuito a destabilizzare la Nazione, restano in tutta la loro drammaticità (e la riforma delle Istituzioni resta quindi, per noi, la via della bonifica organica e risolutiva).
La prima non si risolve solamente - come qualcuno vorrebbe far ritenere - mettendo fuori legge Gelli e Ortolani e bruciando la carriera ad un migliaio di polli, che con la P2 pensavano di aggirare altre mafie e cricche di potere.
Il problema strutturale delle bande, che scorrazzano e depredano il Paese, è collegato alla partitocrazia, alle sue invadenze, alle sue lottizzazioni, alla inefficienza e alla dequalificazione a cui condanna l'Italia, fino a renderla spettatrice impotente, teatro di delitti e di stragi. Paese disfatto, preda di ogni violenza, terreno adatto, crocevia internazionale per ogni crimine.
Moro, prima di essere assassinato dalle BR (prodotto del sistema), è vittima del disfacimento morale e istituzionale della Nazione. Lui stesso ne è cosciente, fino a scriverlo ("se la scorta non fosse stata, per ragioni amministrative, del tutto al disotto delle esigenze della situazione, io forse non sarei qui", lettera a Zaccagnini, 5 aprile 1978), ma Lui stesso di questo sistema, che dovrà portarlo a morte, è, fatalmente, architetto.
Scrive Leonardo Sciascia (L'Affaire Moro, Sellerio Editore):
"Moro non era stato, fino al 16 marzo, un grande statista. Era stato e continuò ad esserlo anche nella prigione del popolo un grande politicante vigile, accorto, calcolatore: apparentemente duttile ma effettualmente irremovibile; paziente ma della pazienza che si accompagna alla tenacia; e con una visione delle forze e cioè delle debolezze che muovono la vita italiana,
 

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tra le più vaste e sicure che uomo politico abbia avuto. E proprio in ciò stava la sua peculiarità: nel conoscere le debolezze e nell'aver adottato una strategia che le alimentasse dando al tempo stesso a chi quelle debolezze portava, l'illusione che si fossero tramutate in forza. E in questa sua strategia convergevano due esperienze, ataviche e personali: il cattolicesimo italiano e quella versione, nella più cruda e feroce quotidianità, del cattolicesimo italiano che è la vita sociale (cioè asociale) del meridione d'Italia".
Non grande statista, ma grande politicante, scrive Leonardo Sciascia. Anche dalla prigione del popolo.
infatti che cosa rivendica per se stesso Aldo Moro? Lo Stato? La Nazione? Il Popolo? Le tradizioni? La memoria storica?
No. Il primato dell'individuo e del privilegio contro la fredda "ragion di Stato".
"Io conto e valgo, non questo straccio di Stato!" E' la sostanziale invocazione che farà uscire, per 54 giorni di seguito, dalla prigione delle BR.
Balza fuori, in questa circostanza, la natura tutta rinascimentale di Aldo Moro; la nazione, il popolo, lo Stato restano estranei, intrusi, non ci sono, non esistono. Così, come nel Rinascimento.
E che cosa è l'Italia 1978 se non un modello di popolo senza Stato, con le sue autonomie, le sue oligarchie guelfe o mafiose, con i suoi feudi in lotta mortale gli uni contro gli altri?
Ma come poteva questo Stato (senza memoria storica) salvare Aldo Moro? E non era di questo Stato il grande tessitore Aldo Moro? Che cosa, se non la mediazione di Moro, aveva generato questo modello di reggimento polverizzato e frantumato?
Come poteva Aldo Moro rimproverare alla scorta, assassinata a via Fani, scarsa efficienza nel difenderlo se proprio la quotidiana mediazione di Aldo Moro, spezzando le tradizioni dello Stato unitario e risorgimentale; aveva sfarinato tutto e tutti?
Sono interrogativi angosciosi che, con non celato dolore, sottoponiamo all'attenzione del Parlamento perché, a nostro avviso la campana non suona solo per Aldo Moro, ma per tutti noi, per l'intero popolo italiano: un popolo che può essere strappato dalla crisi profonda che lo scuote solo se ci si rende conto di ciò che ci accade e che ci uccide; e ad ucciderci è, prima di tutto, una malattia culturale.
Sembra proprio così: il delitto Moro è, innanzitutto, un delitto culturale.


4) La svolta del 1960 e Aldo Moro.

Moro prepara Genova dall'autunno 1959 quando viene eletto Segretario della DC. Resterà alla guida del partito fino al dicembre del 1963, ma sin dai primi giorni cova quella svolta a sinistra che dovrà cambiare volto alla DC e incidere tanto negativamente nella società italiana. Fino al 1960 non esiste terrorismo, non esiste camorra né drangheta, la mafia è un fenomeno della Sicilia occidentale, la disoccupazione è vinta. Con l'avvento del centro-sinistra, dopo i fatti di Genova e la caduta di Tambroni, inizia quel lento ma inesorabile logoramento del tessuto sociale che disperde i tradizionali valori morali per far posto alla marxistizzazione di ogni settore, dalla scuola alla famiglia, dalle Forze dell'Ordine alle Forze Armate,
 

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dalla Magistratura all'apparato pubblico centrale e periferico. Attraverso i varchi aperti dalla nuova strategia filtra il veleno del lassismo e del permissivismo che addormenta la società, che droga moralmente i giovani, in attesa di drogarli materialmente (e occorrerà ancora poco tempo), che distrugge l'identità degli individui e del popolo. Aldo Moro guarda al mutare del comunismo e comincia a tessere la nuova DC per prepararla alla lunga marcia dell'avvicinamento. Non gli sfugge ciò che si rimuove e si trasforma nella società. Gli sfugge quanto inquinerà la società l'avere abbassato la guardia contro il marxismo.



5) La DC da partito politico clericale a partito-Stato: regista Aldo Moro. L'uso privato dei servizi segreti da parte dei gruppi egemoni della DC. L'operazione congresso di Ravenna del PRI (novembre 1961). Moro difende Nenni dall'accusa di avere ricevuto, a favore del PSI, finanziamento dal SIFAR (Camera dei deputati, 31 gennaio 1968). Quando le BR attaccano, lo Stato è a pezzi. Le responsabilità di Aldo Moro nell'opera di destabilizzazione. Moro ucciso dalla "parola".

 

Nasce, così, dalle abili mani del nuovo Principe rinascimentale il brodo di coltura nel quale maturerà il delitto del 16 marzo.
Ed ora bisogna capire che cosa è accaduto e che significato ha avuto e avrà, non solo l'amara drammatica vicenda dell'assassinio ma l'esistenza di Aldo Moro nella vita di tutti noi.
L'assassinio è il segno di una crisi tanto profonda da apparire insanabile; più che di un atto criminale e folle è il frutto malefico, ma naturale, di una predicazione che va molto al di là dei terroristi in galera.
La vita e l'opera politica di Aldo Moro sono gran parte della vita della società italiana destabilizzata e sconvolta.
Non è senza significato che la prima forma di destabilizzazione colpisca i servizi segreti dello Stato attraverso l'uso privato dei loro strumenti ed avvenga, in modo massiccio, proprio durante i primi governi di centro-sinistra, tenacemente voluti e gestiti da Aldo Moro, prima come Segretario nazionale della DC, poi come Presidente del Consiglio dei Ministri. Ne è una prova l'operazione di corruzione esercitata nel novembre 1961 nei riguardi dei partecipanti al Congresso del PRI di Ravenna la cui decisione era determinante perché Ugo La Malfa, battuto Pacciardi, fosse autorizzato a dare il via al governo di centro-sinistra.
L'operazione viene condotta dai servizi. I soldi per la sconfitta di Pacciardi ed il via libera a La Malfa li porta il Tenento Colonnello Agostino Buono dei Servizi.
Segue la costituzione e la gestione dell'Ufficio Rei, con la morte rimasta misteriosa del colonnello Renzo Rocca, ufficiale dei Servizi, che viene, in quei tempi morotei, indirizzata a fini partitici, se è vero come è vero, che denari e altri mezzi vengono adoperati per "finanziare" uomini e giornali del PSI.
E' il generale Egidio Viggiani, capo dei Servizi, che si incontra il 24 febbraio 1964 (ore 13.30) nell'ufficio del Ministro Corona (Ministero Turismo e Spettacolo, Via Ferratella, 5 1) con Pietro Nenni, allora Vice Presidente del Consiglio dei Ministri (I Governo Moro), per dare corso ad un finanziamento al giornale l'Avanti. Se ne troverà traccia nei documenti che nel gennaio 1968, quando infuria la polemica sul presunto golpe del SIFAR,

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verranno resi pubblici. Si tratta dell'operazione n. 42 del 21 febbraio 1964 firmata dal Capo Servizio Generale Egidio Viggiani, con relativo assegno del Banco di Napoli n. 1969, riscosso il 2 marzo 1964 dall'onorevole Aldo Venturini, allora Segretario Amministrativo nazionale del PSI. (Vedi allegati).
La vicenda avrà due sviluppi, uno in Parlamento, dove proprio Aldo Moro, nella sua veste di Presidente del Consiglio dei Ministri, difenderà oltre il dovuto e maldestramente Pietro Nenni, accusato in Parlamento e sulla stampa, di non querelare i suoi detrattori; l'altro in un'aula del Tribunale di Roma dove il 12 luglio 1971 il Giudice Istruttore, pur rilevando che quelle erogazioni dal SIFAR al PSI ci furono, deve assolvere gli imputati (fra i quali Aldo Venturini) perché la Presidenza del Consiglio dei Ministri (Presidente del Consiglio Emilio Colombo), interpellata in proposito, oppone sulla vicenda il segreto politico militare.
I fatti sono eloquenti di per sé. L'uso privato dei Servizi a fini di politica interna data da tempo, ma è proprio l'esasperazione di quell'uso delittuoso che porterà, successivamente, i Servizi alla completa paralisi morale e organizzativa.
Si argomenterà, così come si è fatto per i più recenti avvenimenti riguardanti la sua segreteria particolare diretta da Sereno Freato, che Aldo Moro non conosceva le vicende. Può anche essere, ma ci corre l'obbligo di ricordare che Aldo Moro aveva scelto un mestiere in cui "sapere" diventa un dovere morale.
Comunque un dato è certo: è di quei tempi l'immedesimarsi del "partito" di governo negli apparati dello Stato, i più delicati, i più gelosi. E non desta meraviglia in noi, constatare che saranno i Servizi a tentare, mettendo le mani perfino in vicende di sangue orribili, di normalizzare le situazioni politiche, tutte le volte che queste risulteranno non favorevoli al partito egemone, al partito delle istituzioni.
I 38 anni di governo della DC sono costellati da stragi, di cui nulla sappiamo se non verità partitiche. Fatto sta che quegli appuntamenti di sangue esplodono tutte le volte che c'è da raddrizzare una situazione non favorevole alla egemonia del partito di maggioranza.
Ed ora la domanda di fondo: come potevano i Servizi rispondere con efficacia al rapimento dell'onorevole Moro, se proprio i Governi dell'uomo di Stato pugliese, erano, e pesantemente, responsabili della loro destabilizzazione?
Come poteva lo Stato rispondere alla violenta sfida delle BR se era stato, nel suo tessuto più profondo, sfibrato proprio dalla politica mediatrice e corruttrice dello stesso onorevole Moro?
Affermazioni amare, d'accordo, ma è a queste affermazioni amare che occorre avvicinarsi se si vuole "capire" perché è accaduto.
La violenza terroristica non esplode all'improvviso. C'è tutto un periodo di gestazione, di preparazione a cui collaborano classe politica, intellettuali, stampa, radio-televisione, mass media dell'informazione. In quegli anni "a morte!" non lo gridano solo i terroristi. Prima di loro lo gridano e lo scrivono vertici politici, culturali, dell'informazione. In contemporanea lo Stato, identificandosi, attraverso la concreta azione del governo con i partiti, diventa violenza. La partitocrazia macina tutto: ideali, speranze, miti, bandiere. Dal vuoto e dal deserto creato non potevano non spuntare i mostri: i mostri del terrorismo.
 

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In questo contesto quale "posizione", quale "funzione" viene svolta dal grande mediatore Aldo Moro? E quale "effetto" produce? A quali reazioni dà vita e moto?
Ascoltiamo la descrizione che di Aldo Moro fa il sacerdote Baget Bozzo (Il partito cristiano e l'apertura a sinistra, la DC di Fanfani e di Moro 1954-1962, Vallecchi 1977): "Moro è stato scelto come un segretario che non governa, come colui che deve presiedere imparzialmente al governo dei notabili. Invece Moro è il tessitore di una nuova democrazia cristiana, una DC che perde lentamente le caratteristiche delle sue origini parrocchiali, delle sue radici clerico-popolari, e diventa un partito sofisticato, dal linguaggio chiuso, un partito per pochi, un partito di tecnici del partito.
Il partito, addomesticato al parlar politico, diviene il partito delle mediazioni: dalla predicazione di condanne ed esaltazioni si giunge alla modulazione della sfumatura. Con Moro penetra nella DC lo stile intellettuale e sofisticato delle aristocrazie letterarie e giornalistiche: "artes intulit arresti Latio". Moro impone a tutti uno stile.
E' una sorpresa per Fanfani e per Rumor, per Andreotti e per Scelba dover entrare in questo universo dell'allusione e della sfumatura, del pensiero modulato in modo che un'affermazione si possa sempre leggere in controluce, e a fianco del detto ci si possa sempre aprire, con sorpresa, speranza o rassegnazione, all'indeterminatezza dell'allusione.
Dopo la segreteria Moro, ogni democristiano è, gli piaccia o meno, un po' riformato sul modello del segretario del partito. Il linguaggio acquista in complessità, diminuisce in precisione: i silenzi divengono più importanti delle parole, le omissioni più importanti delle asserzioni".
E chi potrebbe negare, leggendo questo squarcio di prosa alla luce delle vicende terroristiche, che le parole abbiano avuto effetti determinanti nell'assassinio del Presidente della DC?
Quando il linguaggio, o meglio le parole si snaturano, non perde di significato solo il pensiero, ma degenera anche la realtà delle cose. Non si dimentichi che i fatti arrivano agli uomini attraverso la parola. E quando il linguaggio, per dirla con Baget Bozzo, acquista in complessità e perde in precisione, in breve, quando non ci si intende più è destino che le bocche si trasformino in bocche da fuoco.
Moro paga di persona, con la propria vita, il prezzo del disordine che, con l'uso degenerato della parola, si è lasciato crescere impunemente in tutti questi anni.
Non solo, ma la degenerazione del linguaggio è tale che fra Moro prigioniero e la cinica DC (che dalla sua vicenda ha capito che può rigenerarsi), ad un dato momento, non ci si intende più. E le parti si invertono. Non è più Moro che dalla prigione delle BR parla il consueto linguaggio involuto, complesso, difficile. Le parole di Moro sono chiare e limpide, Moro accusa: ma è la DC a rifugiarsi nell'allusione, nella sfumatura, nel doppio senso. Ed è rottura. Mentre Moro, mai così lucido, suggerisce modalità e strumenti per la sua liberazione, la DC risponde: "è pazzo".
A tre giorni dal barbaro assassinio (siamo sempre sul tema della "parola") Alberto Ronchey, sul Corriere della Sera (12 maggio 1978) scrive: "E poi riguardo ai protagonisti della società civile, dalla cultura all'economia, quando si dice che non c'è più spazio per scherzare col fuoco delle parole, l'avvertenza è vera alla lettera. Nell'inflazione verbale di un decennio, qualsiasi sciocchezza poteva ottenere udienza purché sembrasse conforme allo
 

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"spirito del tempo" e al "vento della storia". Ora molte di quelle sciocchezze benché semplificate, sono nei proclami dei terroristi. Spesso perfino i più privilegiati borghesi erano ansiosi di apparire così a sinistra, da rendere impossibile anche per il più esasperato addetto alle presse di Mirafiori, trovarsi più a sinistra di loro con le parole” senza pistole. E infine, quando da tanti anni tanti pubblici ammonitori, dotti e spigliati, non cessano di citare manuali sudamericani invocando la rivoluzione, non c'è da stupirsi se qualcuno intende la parola materialmente e vuole provare in qualche modo a farla, questa rivoluzione".
Malattia del pensiero, dunque. I mostri del terrorismo sono figli legittimi della crisi della parola. Ma i padri del terrorismo, dai vertici politici e dell'informazione, non sono stati rimossi. Sono rimasti. E pontificano. Come se nulla fosse accaduto.


6) Moro vale più di una "astrazione". Il tramonto delle ideologie e l'arte della mediazione di Aldo Moro. Il sessantotto come reazione rabbiosa dell'utopia rivoluzionaria contro i partiti che hanno ucciso tutte le certezze.

 

Ma c'è qualcosa di più e di peggio. La loro febbre intellettuale che generò il terrorismo ora la vedono tutta concentrata nelle gabbie che racchiudono i terroristi. Pagano solo questi ultimi. Anche per tutti coloro che nei folli anni settanta, o hanno lasciato fare, massacrando le Istituzioni (in testa i Servizi e la Polizia, allora sputacchiata e disprezzata), o hanno alimentato, con il malgoverno, dei pericolosi stati confusionali di indignazione popolare. 0 peggio hanno scritto e urlato: "a morte!".
La funzione di Moro è stata quella di portare sino alle estreme conseguenze logiche il teorema dello spappolamento dello Stato nazionale unitario (Moro chiedeva, per salvarsi, uno scambio di prigionieri tra lo Stato e le BR) con il risultato di dimostrarne l'assurdo e di morirci abbandonato dal partito, che pure di questa teorizzazione aveva largamente approfittato allargando il proprio potere per decenni.
La domanda di Moro: come è possibile accettare questo rigore, questa fermezza, in un paese scombinato come l'Italia? "Con quale senso di giustizia... lo Stato con la sua inerzia, il suo lassismo, con la sua mancanza di senso storico consente che per una libertà che si intenda negare si accetti e, si dia come scontata la più grave e irrecuperabile pena di morte?" (24 aprile 1978 a Zaccagnini). "Possibile che siate tutti d'accordo nel volere la mia morte per una presunta ragion di Stato che qualcuno lividamente vi suggerisce?" (I lettera a Zaccagnini): "Il sacrificio degli innocenti in nome di un astratto principio di legalità... è inammissibile" (lettera a Cossiga). In altri termini Moro chiede pressantemente di considerare che la sua vita non può essere sacrificata di fronte a una astrazione, lo Stato, che non ha alcun peso, che non ha neppure da salvare la faccia perché l'ha già perduta non avendo impedito il "rapimento di un'alta personalità che significa qualcosa nella vita dello Stato" (lettera a Cossiga). In definitiva: conta più Aldo Moro o questa astrazione che chiamate "ragion di Stato"?
Moro è lucido e coerente. IL l'uomo del Rinascimento che si colloca sopra ogni cosa e sopra ogni astrazione. Caso mai come la DC si identifica con Moro, lo Stato stesso è Moro. Ma ora, con Moro prigioniero, e con la DC legata al PCI senza Aldo Moro le parti si invertono e Moro cade nella ragnatela che ha pazientemente ideato e tessuto.
 

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Si è detto: Moro, l'uomo delle preziosità e tortuosità verbali. Vediamo ora da che cosa era dettata la sua "solitudine", il suo consapevole scetticismo. I compromessi degli altri, i suoi compromessi. In che cosa divergono?
I compromessi a cui gli altri si adattavano erano (e sono) dettati da semplici esigenze di potere. Vengono degradati ad intrallazzo e chi li realizza vi lascia brandelli della propria coscienza.
L'obiettivo dei dorotei, quando nel gennaio 1959 portano Moro alla Segreteria del partito, spezzando la prassi che voleva nelle stesse mani partito e Governo (De Gasperi e Fanfani), non è quello di contrapporsi e reagire allo spappolamento permissivo della società, e dello Stato, quanto piuttosto di galleggiarvi sopra, inventando nuovi modi di fare politica, diversi dalla tradizione dello Stato risorgimentale apparentemente destinata a perdersi.
I compromessi di Moro hanno diverso spessore, diversa lucidità, rappresentano l'abbandono di cose ormai finite, ormai indifendibili. Moro, lucidamente, capisce che siamo al tramonto di tutte le "fedi", e non solo di quella cristiana, ma anche di quelle laiche, in testa socialismo e comunismo.
Di qui la sua disinvoltura come manovratore di "aperture", prima verso i socialisti, ed in seguito verso i comunisti, quando cominciò a capire che anche questi ultimi, dietro un marxismo-leninismo di facciata e salottiero, si apprestavano a diventare un partito come gli altri.
La propensione a gettare ponti sulle macerie delle vecchie tensioni ideali gli è stata fatale, facendo proprio di lui la più illustre vittima dei colpi di coda del fanatismo ideologico.
Il tramonto delle ideologie, su cui Aldo Moro aveva fondato la sua abilità di mediatore politico, provoca, a partire dal 1968 delle reazioni rabbiose. Il sessantotto è stata la controffensiva dell'utopia rivoluzionaria contro il pragmatismo dei partiti divenuti scettici e cinici. Una controffensiva giocata sulla pelle dello Stato, che la reazione utopistico credeva ancora centro di potere, mentre questo si andava spostando in una serie di sedi extracostituzionali (le segreterie dei partiti, dei sindacati, i vertici delle banche, delle grandi industrie, degli enti) dalle quali si assisteva impassibili alla derisione della Polizia, alla smobilitazione dei servizi segreti, al caos delle carceri e della magistratura, allo sfacelo delle strutture scolastiche e universitarie.
La domanda è d'obbligo: Aldo Moro, insieme ad altri, non è forse l'apprendista stregone di una macchina che poi gli si volterà contro, fino a farlo morire?
La risposta è cruda, ce ne rendiamo conto, ma per noi è affermativa: Aldo Moro, non solo è vittima della ferocia delle BR, ma è anche vittima di tutta una situazione da lui stesso scientemente preparata assieme a tutta la classe politica di vertice dell'Italia repubblicana.
Quando la polemica scoppia, vivacissima, in seguito alle dichiarazioni di Tina Anselmi, Presidente della Commissione di inchiesta sulla P.2, per cui sarebbero stati i Servizi di informazione, nella loro inefficienza, "ad assassinare Moro", noi possiamo anche concordare, purché si precisino le responsabilità di tutti.
Che dire infatti, delle vicende del luglio-agosto 1974, quando ministro della Difesa Andreotti, quest'ultimo, per stornare da sé il dramma del crack Sindona, non esita a buttare allo sbaraglio i Servizi, già debilitati da precedenti vicende, gettando le premesse di quel "rinnovamento", o meglio "ri-
 

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generazione" dei Servizi stessi, per cui si vedranno i senatori Pecchioli e Boldrini, concordare, con i vertici più chiacchierati, e perfino condannati per la strage di Piazza Fontana, le nomine militari; "nomine" che puntualmente poi abbiamo trovato negli elenchi della P2?
(Panorama, 14 settembre 1981, sotto il titolo "Boldrini: tutto alla luce del sole"):
"Durante la guerra è stato un leggendario capo partigiano con il nome di Bulow. Da 33 anni, come parlamentare del PCI, fa parte della commissione Difesa. Nel 1974 è stato l'artefice del nuovo corso comunista nei riguardi delle Forze armate. Arrigo Boldrini viene anche definito il "ministro della Difesa" del PCI. A lui Panorama ha chiesto di parlare della svolta del '74 e dei rapporti con i servizi segreti.
Domanda. Come si arrivò alla svolta?
Risposta. Bisognava rispondere ad anni di immobilismo dei governi di centro-sinistra nella politica militare. Nelle Forze armate c'erano già elementi di rinnovamento. Era urgente isolare i gruppi più reazionari.,
D.Come risposero i militari?
R.Basta guardare i risultati: oggi il Parlamento ha una funzione di controllo della politica militare.
D.Dopo la svolta, lei incontrò ufficiali dei servizi segreti?
R. Si.
D.Chi prese l'iniziativa?
R.Alcuni elementi dei servizi. Si rendevano conto che una riforma era necessaria. Presero la stessa iniziativa con altri parlamentari della commissione Difesa.
D.Ma chi in particolare chiese di incontrarla?
R.Non ricordo. E' passato tanto tempo.
D.Perché alcuni di questi colloqui avvennero in uffici coperti del Sid
R.Non è vero. Non si svolsero in luoghi segreti.
D.Fino a quando durarono gli incontri?
R.lo ne ho avuti fino alla riforma dei servizi, nella primavera del 1978".


7) I Servizi di sicurezza spuntano sempre e ovunque.

Certo è che i Servizi compaiono in tutte le vicende più scabrose e drammatiche. Ogni volta che c'è da passare da un equilibrio politico ad un altro, da impedire o favorire nuovi equilibri, si ricorre al sangue e, dietro al sangue, spuntano sempre i Servizi. Piazza Fontana per ripristinare il centrismo, Piazza della Loggia e Italicus, post-referendum, contro la destra per "catturare" il PCI, Bologna per spostare tutto a sinistra il Paese: sempre a vantaggio della DC che fa uso privato dei servizi. "Non piace che di DC si parli per i giorni oscuri della strage di Brescia"; "Non piace che a proposito della strategia della tensione, si parli... di connivenza o indulgenza delle autorità e di democratici cristiani", dirà Aldo Moro nel Memoriale; e oggi tutti riconoscono e denunciano il ruolo determinante dei Servizi in questi spaventosi fatti della vita nazionale. Ma bisogna andare oltre e capire che tutto si muove per dare maggiore stabilità al partito egemone che è la DC, garanzia e simbolo del moderatismo italiano, di quel "perbenismo" ipocrita che lega gli interessi e attrae le cosiddette persone di buon senso. Ma

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l'inventore, il teorizzatore dell'uso dei mezzi dello Stato, degli istituti dello Stato, a favore del partito che si identifica con lo Stato essendosi sostituito ad esso, è Aldo Moro.


8) Il marzo 1977: Moro parla alla Camera sullo scandalo Lockheed.

Di questa identificazione se ne ha la prova più evidente nel notissimo discorso pronunciato da Moro alla Camera sullo scandalo Lockheed in difesa dell'onorevole Gui. Moro non è il segretario della DC, è il presidente del Consiglio nazionale: ma è lui la DC, è lui la volontà della DC, e la DC è il partito delle istituzioni, il partito-Stato che non si lascia processare né in piazza né in Parlamento (vedi allegati)..


9) 28 febbraio 1978: Moro parla ai gruppi parlamentari congiunti della DC: una tregua in attesa di "qualche cosa di nuovo". Che influenza può avere questo "nuovo" sul 16 marzo?

E' stato definito il "testamento spirituale" di Aldo Moro, questo secondo fondamentale discorso che noi vogliamo allegare alla relazione perché siano meglio intesi il ruolo e la strategia del personaggio prima del 16 marzo (vedi allegati). Si tratta davvero di un punto di riferimento attraverso il quale bisogna passare. Moro chiede ai gruppi parlamentari della DC sono molti i recalcitranti - di accettare l'astensione comunista e vince. Il discorso è di estremo interesse non solo perché precede di sole due settimane quel terribile 16 marzo, ma perché contiene un messaggio ancora da scoprire. O forse chiaro ai destinatari? E può, questo messaggio tipicamente moroteo, avere determinato il 16 marzo o averne influenzato le tragiche conseguenze? Sembra che Moro chieda ai gruppi di accettare quel voto come una tregua, per dare un "certo respiro" alla DC in attesa del verificarsi - di li ad un anno - di un evento eccezionale: l'elezione del Presidente della Repubblica (Aldo Moro). Poi le cose cambieranno. "Non mi sento di dire che dopo questo anno non vi siano novità politiche". "Se mi chiedete tra qualche tempo che cosa accadrà io dico: può esservi qualche cosa di nuovo ". "... lo voglio guardare un momento quest'anno che sta davanti a noi, quest'anno che comincia con questa crisi, che prosegue con le elezioni amministrative, certo difficili, ma che nel caos sarebbero ancora più difficili, prosegue con alcuni referendum, e taluni certamente laceranti, termina con una pausa per una emergenza costituzionale, termina con un evento costituzionale. Io non so se sia saggio dire se non c'è certezza per il domani non vale la pena di avere un'intesa per questo tempo. Anche questo è problematico, ma onestamente mi pare che un certo respiro di fronte a scadenze di questo genere non sarebbe male averlo".
Cos'è il "nuovo" che Moro promette o lascia intravedere? Cosa cambierà con Moro Presidente della Repubblica? Moro, infatti, padrino della "grande alleanza", trova già aperte le porte del Quirinale! E la stessa previsione dell'ascesa di Moro al Quirinale, unita alla conseguenza del "nuovo" che accadrà, quale peso possono avere avuto nel 16 marzo o nelle sue tragiche conclusioni?
La Commissione tutta presa a correre dietro a particolari inutili perché mille volte resi noti dalla stampa e accertati dalla magistratura, non si è
 

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neppure accorta della mina posata dall'abile artificiere nel discorso ai Gruppi. E se proprio questa mina gli fosse costata la vita? Perché lasciare inesplorata questa pagina fondamentale per Moro, per la DC, per la società italiana? Ma fondamentale anche per il PCI.
Il "nuovo" riguardava forse il PCI, secondo un corso diverso della politica italiana con la DC fuori dalle secche dell'anno difficilissimo e con Moro capo dello Stato? Se Moro chiedeva una tregua, cosa pensava di fare dopo, a risultati tutti acquisiti? Ma fondamentale anche per certi notabili della DC. Che fine avrebbero fatto con Moro artefice-padrino-padrone della DC, Presidente della Repubblica? Qualcuno lavorerà su questi interrogativi come su altri, neppure sollevati dalla Commissione per paura di offendere la memoria di Moro. Moro si offende se non si cerca la verità, se non si scopre perché è stato sequestrato ed ucciso. Chi ne aveva interesse al di là della ferocia delle BR. Chi, magari per gretto e cinico egoismo, potendo salvarlo, lo ha lasciato morire.


10) La pista economica: Loprete-Musselli-Freato.

Con questo spirito noi abbiamo tentato di aprire in Commissione la cosiddetta "pista economica". Volevamo indagare per conoscere la vastità di quel mondo di "affarismo spinto" che attorno ad Aldo Moro si muoveva e prosperava. Le nostre domande al dottor Sereno Freato, segretario di Aldo Moro, divenuto dal nulla una potenza economica, tendevano a questo. Musselli nominato dal Presidente democristiano Frey - su richiesta di Moro-Freato - console onorario del Cile in Milano apre la sede consolare al grande traffico illecito dei petroli. Quella sede è il punto di riferimento, la base di appoggio, della gigantesca manovra truffaldina che frutta ai protagonisti un'incredibile quantità di miliardi. Da quella sede partono le direttive per decine di società fasulle con sede nel Liektenstein. La Commissione rifiutò sdegnata persino le domande dei commissari del MSI-DN su questi argomenti! Ma oggi Musselli e Freato sono, per il traffico dei petroli, in carcere e Musselli ha già dichiarato al giudice - la stampa è stata ricca di notizie - che i soldi arrivavano alla segreteria dell'onorevole Moro. Sapeva o non sapeva di questi traffici Aldo Moro? Che importanza ha la risposta? Importante è sapere che tutto ciò era possibile ai Freato ed ai Musselli perché agivano all'ombra di Aldo Moro. E dove se non nello studio di Montecitorio riservato al Presidente del Consiglio e alla presenza del Presidente Moro il generale Loprete incontra e conosce Musselli? Moro non ha bisogno di fare raccomandazioni: nel mondo moroteo delle allusioni, dei "messaggi di fumo", dei gesti che contano più delle parole, basta una presentazione in quelle circostanze per stabilire il legame tra il generale Loprete e Musselli. Moro sapeva? Non ha rilevenza, anche se abbiamo detto che per un personaggio del calibro di Moro e per le funzioni che svolgeva "sapere" era un obbligo; ciò che conta è che "attorno" a Moro queste cose accadevano, che la corrente morotea non mancava di nulla e che a provvedervi erano i proventi dei loschi traffici che - oggi sappiamo - giungevano fino alla segreteria di Aldo Moro.
E allora perché la Commissione ha rifiutato - facendo non certo bella figura - la benché minima indagine in argomento? E' proprio peregrina l'idea che un padrino o un gruppo di padrini democristiani invidiosi e
 

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danneggiati dalla mole di affari che attorno a Moro si sviluppava con una capacità monopolizzatrice, non abbia, anche per questo, mosso un dito per salvare il prigioniero delle BR?
Quante situazioni, quanti pensieri reconditi hanno concorso a determinare nella DC e nel governo Andreotti la volontà di non muovere un dito, ("fermezza"!) al di là dei condizionamenti esterni (PCI) o di improvvise manifestazioni di fede nello Stato?


11) DC e PCI durante i giorni del sequestro.

Il PCI è di fatto nella maggioranza di governo. La svolta storica del 16 marzo, determinata per il momento con l'astensione comunista ad un governo DC, è avvenuta ed i legami tra i due partiti diventano strettissimi. Il triangolo Governo-DC-PCI conduce la manovra politica e sostanzialmente le indagini durante i 54 giorni del sequestro.
La parola d'ordine è "fermezza": lo Stato non tratta con le BR. Moro ne resta sbigottito. Conosce troppo bene la DC per non capire che la stessa è condizionata pesantemente dal PCI. E conosce Andreotti, Presidente del Consiglio. Allora partono le reiterate invocazioni di Moro (lettere) ai vari esponenti democristiani: "siate indipendenti", "ci vuole un atto di coraggio senza condizionamenti di alcuno", "... presunta ragione di Stato che qualcuno lividamente vi suggerisce", "un così tremendo problema di coscienza riguarda innanzitutto la DC, la quale deve muoversi qualunque cosa dicano nell'immediato gli altri. Parlo innanzitutto del partito comunista ... ", "la competenza è certo del governo, ma esso ha il suo fondamento insostituibile nella DC... è dunque nella DC che bisogna guardare"; "... ma se si guardano le cose che stanno accadendo e la durezza senza compromessi... della posizione di Berlinguer... nell'odierna vicenda delle BR, è difficile scacciare il sospetto che tanto rigore serva al nuovo inquilino del potere in Italia per dire che esso ha tutte le carte in regola, che non c'è da temere defezioni, che la linea sarà inflessibile e che l'Italia ed i paesi europei nel loro complesso hanno più da guadagnare che da perdere da una presenza comunista al potere. E la DC, consacrando il governo in modo così rigoroso senza un attimo di ripensamento, dice che con il PCI sta bene e che esso è il suo alleato degli anni '80" (Memoriale).
Moro, dunque, avverte il condizionamento della DC da parte del PCI e lo denuncia richiamando la DC alla propria indipendenza. Naturalmente invano. Tanto la DC è dipendente dal nuovo alleato, che gli sottopone preventivamente tutti i propri comunicati stampa e le proprie decisioni nel corso dei 54 giorni.
DC e PCI smentiscono sdegnati, e ciò è uno dei maggiori "risultati" politici raggiunto dalla Commissione d'inchiesta: ma la verità è quella capita da Aldo Moro. La DC si sottopone al PCI. La testimonianza di Donat Cattin nella originaria, spontanea uscita quando denuncia che il comunicato della direzione DC (!) era stato sottoposto all'esame del PCI e che l'onorevole Chiaromonte lo aveva restituito addirittura corretto (vedi allegati), resta una pietra miliare - al di là delle interessate smentite d'obbligo - per comprendere l'indissolubilità dei rapporti DC-PCI-Governo in quei tragici giorni: forza egemone il PCI.


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PARTE II

1) L'atteggiamento dei Gruppi in Commissione e la Relazione dei compromessi.


Questa indissolubilità si ritroverà puntuale nel corso dei lavori della Commissione, anche con il quadro politico mutato e con il PCI all'opposizione, perché è ritenuto fondamentale che venga consacrato alla Storia che la vita di Aldo Moro fu da queste forze sacrificata in nome della ragion di Stato.  Ma anche l'egemonia del PCI si è ripetuta durante i lavori.  Ne è prova l'estenuante opera di rifacimento del testo della maggioranza, nell'insieme della relazione ed in particolare nei più scabrosi capitoli.  E' la tattica comunista già sperimentata con la riforma della Polizia.  Si scrive, si conclude, si contesta, si riscrive si conclude, si riapre si riscrive, e così via, fino a che per logoramento, per viltà, per superficialità degli interlocutori non esce il testo gradito - e puntigliosamente perseguito - dal Partito comunista.  E così è stato anche questa volta.  Basterebbe mettere insieme il primo testo Schietroma, il successivo testo Valiante, i capitoli singoli più volte rifatti, il fondamentale capitolo "L'atteggiamento delle forze politiche" nelle svariate edizioni fino a quella definitiva, per comprendere che l'evoluzione dei documenti è tutta tesa a garantire le tesi del PCI, che nel corso dei 54 giorni furono anche le tesi della DC alla quale va - nella Relazione di maggioranza - questo penoso riconoscimento: "La posizione della DC fu sempre assunta in piena autonomia ed in nessuna occasione fu influenzata da altre forze politiche.  L'ipotesi di un condizionamento esterno è stata fermamente smentita dall'onorevole Zaccagnini e nulla di diverso è emerso nelle deposizioni di tutti i leaders politici ascoltati".
Ma cosa si aspettava la Commissione, che Zaccagnini, segretario della DC, venisse a dire che si faceva fare i comunicati da Berlinguer, o che Berlinguer dichiarasse di essere stato il tutore di Zaccagnini?
Zaccagnini! "La pallida ombra di Zac, indolente senza dolore, preoccupato senza preoccupazioni, appassionato senza passioni, il peggior segretario che abbia avuto la DC" (Moro - Memoriale).  E chi pensa di convincere la Commissione che disattende in proposito (e questo basta per screditare tutta la sua opera) le Lettere e il Memoriale di Aldo Moro ritenuti ormai da tutti, anche dallo stesso Zaccagnini il quale rettifica, in Commissione, l'originaria posizione DC, attendibili e fonti genuine? "C'è tutto il pensiero di Aldo Moro" nel Memoriale, dirà la signora Noretta Moro, anche per quanto riguarda i giudizi sugli uomini della DC; e lo stesso Zaccagnini sarà costretto a riconoscere in Commissione l'attendibilità di tali giudizi.  Quali altre prove contro le nostre tesi cita, dunque, la Commissione?
 

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Anche l'atteggiamento socialista non è lineare e passa, durante il lungo iter dei lavori, da momenti di interessata distrazione a momenti di attacco e di piena rivendicazione della praticabilità della "'trattativa", a momenti più generosi - verso la DC e il PCI - di incertezza, in conformità alle vicende politiche contingenti ed alle necessità della dialettica politica.
Noi abbiamo sempre perseguito una via: indagare su tutti i fronti per giungere alla verità, al di là delle posizioni politiche precostituite, cioè al di là della preoccupazione di dimostrare, con i risultati pilotati dell'inchiesta, che era giusta e valida la posizione tenuta durante i 54 giorni.  Purtroppo quest'ultima preoccupazione ha dominato i lavori.  Ne è uscita una Relazione di maggioranza "bipolare" frutto del compromesso di origine tra DC e PCI, che, a parte la ripetitività di dettagli arcinoti, è servita per gli aggiustamenti necessari alla linea della "fermezza".
Una linea intesa non come rigetto della "trattativa" e adozione simultanea del contrattacco dello Stato contro i due fronti del terrorismo, interno ed esterno, fino alla liberazione di Moro, ma come sostanziale immobilismo camuffato da un "nobile" e "sofferto" rigore formale.  Nota: più tardi quella "trattativa" negata dal PCI a Moro (e dalla DC) sarà dallo stesso PCI (e dalla DC) concessa a Peci.  Anzi il "rigore" del PCI e della DC cadranno a tal punto da infrangere e sconvolgere lo Stato e l'ordinamento giuridico con la legge sui "pentiti"!

 

2) Lo Stato: perché impreparato?  La Commissione non denuncia le responsabilità.  I colpevoli errori di Gradoli, del Lago della Duchessa, della tipografia Triaca.


Abbiamo cercato di dimostrare che lo Stato, più che impreparato di fronte all'attacco delle BR, non c'era.  Tutto era stato sbriciolato dalla politica nuova dell'Uomo del Rinascimento: Polizia sbeffeggiata, Servizi squalificati e sconvolti, Magistratura partitizzata, informazione distorta, manipolazione della parola; persino la SIP non collabora nei 54 giorni e la Magistratura resta inerte.  Ma se questo è vero è anche vero che la Commissione non accetta questa tesi e parla in nome dello Stato limitandosi a prendere atto dell'impreparazione dei suoi apparati.  Impreparazione?  Ma se da un decennio è esplosa la violenza e il terrorismo uccide!  Non conta il sangue delle vittime assassinate dai terroristi, e in particolare dalle BR, prima del 16 marzo?  Si rileggano le cronache sanguinose del decennio che precede il 16 marzo.  E perché nessuno ha pensato di "preparare" gli apparati a difendere la società e le istituzioni dal terrorismo, che ha già dato numerose prove di micidiale efficienza?  Le dichiarazioni unanimi - su questa impreparazione - fornite alla Commissione dai "più alti leaders politici" ascoltati, e l'amara constatazione della realtà, sono il più eloquente atto d accusa contro tutto il sistema che non reagisce al terrorismo, che non prepara gli strumenti per difendere la sicurezza e la vita della gente, che ignora l'elementare dovere di adeguarsi all'emergenza che incombe, non per convivere con essa ma per respingerla e superarla.
Anche qui la Commissione ha sbagliato tutto e finisce in una contraddizione. 0 condanna gli uomini di potere che di fronte a dieci anni di violenza e di sangue, di terrorismo sempre più spavaldo e aggressivo, di stragi spaventose, non hanno sentito il bisogno di "preparare" gli apparati dello Sta-
 

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to, o ammette, con noi, che lo Stato non esiste più, annullato dal nuovo corso iniziato nel 1959: ma allora attenta, davanti al sacrificio di Aldo Moro, a parlare di "ragion di Stato"!
La verità è che lo Stato si è dissolto e che l'impreparazione degli apparati ne è la prima catastrofica conseguenza.
Ne fanno fede gli incredibili, colpevoli errori del Lago della Duchessa, di via Gradoli, della tipografia Triaca, nel corso delle indagini di quei 54 giorni.
Stupidità, superficialità, ritardi delittuosi, spiegabili solo con la mancanza di volontà di scoprire la prigione di Aldo Moro e di salvare il prigioniero.  Se la Duchessa è un errore tragicomico, con quello spiegamento irrazionale di forze per dare fumo di potenza negli occhi dell'opinione pubblica, su una falsa segnalazione, Gradoli è il colmo della stupidità e dell'imperizia, con quella seduta spiritica, con quel primo bussare e andare via, con quelle sirene spiegate e le colonne di autocarri quasi ad avvertire i brigatisti, con quel pietoso rubinetto aperto; e Triaca, tipografia delle BR: quell'incredibile ritardo dell'intervento farà perdere la più grossa occasione per colpire le BR, stanare Mario Moretti, scoprire la prigione e salvare Aldo Moro.

 

3) "Dialettizzatevi con Moro".  Uno a uno: la salvezza?  Ma almeno un "gesto"!


La Relazione di maggioranza esclude la "trattativa" e nega che la "trattativa" fosse una via praticabile per condurre alla salvezza di Aldo Moro.  In ciò la DC e il PCI vengono favoriti da alcuni ripensamenti tardivi di esponenti socialisti, prima fermamente convinti della validità della "trattativa".
A noi interessa rilevare che una cosa è scegliere la "fermezza" e respingere l'idea della trattativa, altra è dichiarare che la trattativa non avrebbe comunque dato risultato.  Il "dialettizzatevi con Moro" trasmesso dal "fronte interno" delle BR, e riferito da Giannino Guiso è contro quest'ultima ipotesi, e risponde in pieno allo sforzo di Aldo Moro di "dialettizzarsi" con la DC.  Nessuno può dire, almeno per ora, che lo scambio uno a uno era un obbiettivo concreto e realizzabile, ma nessuno può escluderlo visto che non è stato seriamente perseguito.
Una cosa sembra certa: che se fosse esistita la certezza della non praticabilità di tale via, la DC avrebbe dato all'opinione pubblica almeno un segnale di pietà anche in questo senso.  Ma Moro non invocava pietà.  Insegnava alla DC, freddamente, il modo "tecnico" della propria liberazione.  Ecco il significato di quel "dialettizzarsi".  Moro parla dell'uso internazionale dello scambio di prigionieri ("questa - dirà - è una guerra o guerriglia"), cita precedenti di altri Stati, cita precedenti del nostro Stato (Fiumicino, e la libertà concessa ai terroristi catturati, portati addirittura in salvo a Beirut dai nostri Servizi).  E' rimasta confusa la vicenda dell'uno a uno, ma se è vero - come sembra certo - che le BR, a quel punto, chiedevano solo un "gesto" da parte del Governo (qualcuno parlò - ad esempio - della rimozione dei vetri nelle sale di colloquio delle carceri di massima sicurezza), a quel punto, non il Governo direttamente, ma magari i suoi Servizi tuttofare un "gesto" dovevano compierlo.  Un "gesto" che non prevedesse scambi, ma che servisse a sondare in concreto la volontà dei terroristi.
 

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Questa immobilità assoluta, questa voluta carenza di iniziative, resta sospetta.  E non si può giustificare con la linea della "fermezza"!  Come non trova giustificazione il non avere capito, da parte del Governo e di chi lo sosteneva, che i tempi delle BR erano molto più ristretti dei tempi del fronte della "fermezza".
I conciliaboli dei partiti, le estenuanti riunioni politiche, le riunioni governative, mal si conciliavano con l'urgenza di decidere in concreto per passare dalla passività all'iniziativa.  Le BR hanno giocato come il gatto con il topo, in un primo momento: basti pensare alla graduale ricollocazione delle auto nei luoghi del delitto sotto gli occhi della Polizia, mentre Roma e l'Italia assistevano al più spettacolare schieramento di forze di questi ultimi decenni.  Poi hanno lasciato l'iniziativa a Moro che l'ha condotta con disperata lucidità, sentendosi dare del "pazzo" dalla sua gente.  Ma il drammatico gioco non poteva durare più a lungo; del resto 54 giorni non sono pochi per un Governo bene intenzionato a piombare sui terroristi, o a compiere un "gesto" non compromettente.  Naturalmente per un Governo disposto a non bruciare occasioni decisive come Gradoli e Triaca!

4) Le Lettere e il Memoriale di Aldo Moro.  La condanna della DC.  Il messaggio per il partito nuovo.  Il riscatto morale e politico dalla cella della morte.  Chi lo ha lasciato morire?


Le Lettere e il Memoriale di Aldo Moro (vedi allegati) sono documenti certi, di grande valore umano, e di eccezionale importanza perché contengono quasi vent'anni della triste storia d'Italia.
Ogni Italiano dovrebbe conoscerli e leggerne una pagina al giorno.
Moro non è preparato al martirio.  Abbiamo visto che il nuovo modello di "Principe" non può rassegnarsi ad essere immolato sull'altare di un qualcosa che per lui non esiste o non conta.  E, coerentemente, chiede di essere salvato indicandone la via.  Quando la DC gli risponde che è impazzito, comprende che nel rapporto DC-PCI, senza Moro, il PCI determina e conduce il gioco.  E allora sente che questa alleanza è "impossibile".  Sente che l'epoca dell'egemonia democristiana è finita.  E condanna duramente la DC; ne denuncia la malafede; scaglia invettive dantesche contro i suoi dirigenti, che definisce inesorabilmente per quelli che sono: "Nemini parco".  Non risparmio nessuno.  Non perdono a nessuno.
Per Moro la funzione stessa della DC guida della politica italiana è  finita.  Moro ripudia la DC e la sua classe dirigente, perché la DC è diventata un'altra Cosa: "... se non avverrà il miracolo del ritorno della DC a se stessa ... "; "... questo bagno di sangue non andrà bene né per Zaccagnini, né per Andreotti né per la DC né per il Paese ... " (lettera al Partito).
Moro resta "come un punto irriducibile di contestazione e di alterativa" (3 a lettera a Zaccagnini), cioè si pone idealmente alla testa di un partito nuovo che rompe l'alleanza col PCI, divenuta impraticabile alla luce dei fatti.  Ed è quello il suo "messaggio" per chi vuole intendere le sue parole.  Dice di aver sbagliato nella vita "ma per fini di bene", e c'è da credergli per le idee che predicava e che, a poco a poco, lo hanno condotto nelle mani dei brigatisti.  Vittima di se stesso, vittima del cinismo di una coalizione da lui stesso ideata e realizzata e della ferocia delle BR.  Aldo Moro si riscatta con la lunga via crucis.  Il suo dolore più grande, dopo quello per la "adorata"
 

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famiglia perduta, è di non essere creduto dai suoi vecchi amici, beneficiari della sua politica e della sua azione.
Non accetta il ruolo dell'eroe, ma nelle Lettere che si chiudono alla speranza, c'è un tipo di anti-eroe che impone grande rispetto.  Fino all'ultimo istante si sarà chiesto perché il "Principe" debba essere distrutto da una cosa che non esiste o che non vale.
Andreotti, Zaccagnini, Berlinguer lo hanno lasciato morire: se almeno avessero creduto ed operato per difendere, al di sopra di tutto, i valori eterni dello Stato, il sangue di Aldo Moro non sarebbe stato vano.
Ma in che cosa credevano Andreotti, Zaccagnini, Berlinguer?


 

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