FISICA/MENTE

VIII LEGISLATURA

RELAZIONE DELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA SULLA STRAGE DI VIA FANI SUL SEQUESTRO E L'ASSASSINIO DI ALDO MORO E SUL TERRORISMO IN ITALIA
(Legge 23 novembre 1979, n. 597)

 

LA STRAGE DI VIA FANI, IL SEQUESTRO E L'ASSASSINIO DI ALDO MORO NEL QUADRO DEL FENOMENO TERRORISTICO



CAPITOLO I

 

1) L'agguato di via Fani.

Alle 8,55 circa del 16 marzo 1978, la Fiat 130 targata Roma L59812, guidata dall'appuntato dei carabinieri Domenico Ricci e con a bordo l'onorevole Aldo Moro e il capo della sua scorta personale, maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, mentre percorreva via Mario Fani, seguita dall'Alfetta targata Roma S93393, guidata dalla guardia di P.S. Giulio Rivera e con a bordo la scorta (brigadiere di P.S. Francesco Zizzi, guardia di P.S. Raffaele Iozzino), veniva improvvisamente bloccata da una Fiat 128 bianca, di tipo familiare, targata CD 19707, che retrocedeva da via Stresa verso via Fani: arrestatasi per l'inopinato impedimento, l'auto dell'onorevole Moro veniva tamponata dall'autovettura di scorta.
Immediatamente dalla Fiat 128 scendevano gli occupanti che, dispostisi ai due lati dell'auto dell'onorevole Moro, aprivano il fuoco contro i due carabinieri, Nello stesso tempo quattro individui, che indossavano divise del personale di volo dell'Alitalia, armati di pistole mitragliatrici, che avevano estratto da una grossa borsa nera ed appostati sul lato sinistro della strada, aprivano a loro volta il fuoco contro i militari che occupavano le due autovetture. Prima che potessero reagire, venivano uccisi i due autisti e il maresciallo Leonardi. La guardia di P.S. Iozzino, lanciatasi fuori dall'autovettura impugnando la pistola d'ordinanza, riusciva ad esplodere qualche colpo, ma veniva subito raggiunta ed uccisa dai proiettili sparati da altri due individui che si trovavano appostati tra le vetture in sosta. Il brigadiere Zizzi veniva gravemente ferito e decedeva poco dopo al Policlinico Gemelli ove era stato trasportato morente. Almeno altri due terroristi sorvegliavano a strada, disposti uno lungo via Fani, dietro autovetture posteggiate, l'altro, una donna, all'incrocio con via Stresa.
L'onorevole Moro, rimasto leggermente ferito, veniva prelevato dalla sua autovettura e caricato su una Fiat 132 blu, sopraggiunta in quell'istante: essa si allontanava subito, con a bordo i quattro terroristi travestiti da
 

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dipendenti dell'Alitalia, in direzione di via Trionfale, seguita da altri due vetture Fiat 128, quella bianca che era retrocessa da via Stresa e un'altra blu, nonché da una moto Honda. Su tali mezzi avevano preso posto i complici degli aggressori che, durante l'aggressione, avevano dirottato il traffico servendosi di palette di segnalazione delle forze di polizia e seminato il panico sparando anche in direzione delle persone che avevano assistito alla scena. Le successive indagini avrebbero permesso di accertare che, poco dopo, l'onorevole Moro venne trasferito dalla 132 blu su un furgone Fiat 850 bianco munito di sirena che, dopo aver percorso via De Carolis, imbocco via Damiano Chiesa in direzione della Pineta Sacchetti.
Dalle varie testimonianze può ritenersi che l'itinerario probabilmente seguito dagli aggressori durante la fuga sia stato il seguente: via Stresa, piazza Monte Gaudio, via Trionfale, via Carlo Belli, via Casale de' Bustis, via Massimi. E' presumibile che essi abbiano poi utilizzato qualche base di appoggio nelle vicinanze di via Licinio Calvo per trasbordare il prigioniero, abbandonando le auto dell'agguato.
E' emerso dall'indagine giudiziaria che i membri del commando che indossavano divise da personale di volo erano giunti a piedi in via Fani, dove si erano appostati di fronte ad un bar, quel giorno chiuso, disponendosi a coppie brevemente distanziate tra loro. E' stato altresì accertato che era stato immobilizzato in via Brunetti, squarciandone le gomme, presumibilmente durante la notte precedente, l'autofurgone di un fioraio che usava sostare in via Fani.


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2) Il significato politico.

Il sequestro e l'assassinio di Aldo Moro, unico caso di sequestro e di omicidio di un uomo di Stato nell'Europa del dopoguerra, ha coinvolto, in un'unica, tragica vicenda, la sorte della vittima nonché valori, principi, processi politici interessanti l'intera società italiana.
Moro fu ucciso mentre era impegnato da protagonista in una difficile fase politica che vedeva il realizzarsi di una convergenza di forze democratiche diverse (DC, PCI, PSI, PSDI, PRI) diretta non soltanto ad assicurare al Paese un governo in grado di uscire dall'instabilità conseguente alla crisi degli equilibri politici sui quali si era fondata la lunga esperienza dei governi di centro-sinistra, ma soprattutto a superare radicate pregiudiziali tra forze politiche tradizionalmente antagoniste al fine di creare le condizioni per una democrazia compiuta.
L'Italia repubblicana, nell'interpretazione di Moro, aveva attraversato due distinte fasi politiche: la prima caratterizzata da una alleanza tra DC e partiti di centro; la seconda caratterizzata dalla collaborazione di governo tra DC e Partito socialista italiano e da profonde innovazioni rispetto al periodo precedente.
Questa seconda fase, iniziata nei primi anni sessanta, era giunta, sempre secondo Moro, al suo esaurimento negli anni 1974-1975, durante i quali si erano verificati grossi avvenimenti politici, come il referendum sul divorzio (1974), le seconde elezioni regionali (1975) e la crisi del governo Moro - La Malfa.
A giudizio di Aldo Moro stava quindi aprendosi una terza fase, nella quale andava posto "il problema del Partito comunista, del difficile accesso
 

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al potere delle masse popolari che in esso si riconoscono" (discorso al XIII congresso della DC).
Moro, come ebbe a dire nel suo discorso ai Gruppi parlamentari della DC del febbraio 1978, riteneva che dalle elezioni politiche del 1976 erano usciti "due vincitori" e che "due vincitori in una battaglia creano certamente dei problemi". Il Paese non avrebbe sopportato in quel momento "un grave scontro, una dissociazione radicale", quale si sarebbe avuta se il Partito comunista italiano e la Democrazia cristiana avessero assunto un atteggiamento di rottura.
Questo progetto non esprimeva una astratta e personale interpretazione della realtà italiana, ma rispondeva all'esigenza di tradurre in atti concreti quanto a livello di dibattito politico era andato maturando nei due partiti, in altre forze politiche e in larghi settori dell'opinione pubblica.
Non era la prima volta che Moro si assumeva il compito di gestire una fase nuova e difficile giacché, come segretario della DC, era già stato l'artefice dell'incontro con i socialisti. Grazie appunto alla sua incisiva azione politica egli era diventato il punto di equilibrio tra tutte le forze che si sentivano rappresentate dal suo partito: era perciò l'uomo della continua mediazione ma anche dell'attenzione a quanto di nuovo si manifestava nella società civile. Peraltro il suo ruolo e la preminenza della sua posizione lo avevano portato ad essere oggetto di critiche da parte di chi, all'interno o all'esterno, non condivideva le sue posizioni: e di ciò egli era ben consapevole.
Mentre la vicenda politica italiana andava cosi evolvendo, l'organizzazione delle "Brigate Rosse" sviluppava una linea di intervento nella vita del Paese diretta ad affermare il primato della lotta armata sul confronto democratico, la rottura del rapporto tra movimento operaio e democrazia politica, lo scatenamento della guerra civile.
Per conseguire questi obiettivi le BR si muovevano lungo varie direttrici: attaccare i quadri intermedie di base della DC, colpire quei magistrati e quei pubblici funzionari che si erano più impegnati ad assicurare l'efficienza e la credibilità dello Stato, ferire o uccidere gli uomini degli apparati di sicurezza per scompaginarli, attaccare e screditare le organizzazioni storiche, politiche e sindacali, del movimento operaio al fine di logorarne i rapporti con le masse.
Progetti di destabilizzazione eversiva erano peraltro maturati sia negli anni precedenti sia in tutto il decennio degli anni settanta, anche al di fuori delle BR con i tentativi di carattere golpista e con le stragi e gli attentati del terrorismo nero. Ma le BR e le organizzazioni ad esse affini avevano mantenuto come propria permanente caratteristica l'obiettivo di scatenare la guerra civile tentando di portare grandi masse popolari sul terreno della lotta armata.
A partire dal 1975, con la risoluzione della direzione strategica dell'aprile, le BR individuavano specificamente nella DC l'obiettivo dei loro attacchi armati. Secondo la loro interpretazione, in Italia si era costituito un blocco di potere, cinghia di trasmissione delle decisioni delle società multinazionali, comprendente partiti, sindacati e istituzioni. Asse di questo blocco, nello schematismo brigatista, era la Democrazia cristiana. Perciò le BR, mentre indicavano, in particolare nelle fabbriche, le tradizionali organizzazioni del movimento operaio come traditrici, attaccavano con le armi le sedi e gli uomini della Democrazia cristiana.


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3) Le dimensioni del terrorismo nel 1977.

Il sequestro di Aldo Moro venne preparato con un anticipo di molti mesi, già dall'autunno del '77, periodo di massima accentuazione dell'azione terroristica.
Si registrano in quell'anno ben 2.128 attentati ed atti di violenza contro persone e cose, contro i 1.198 del 1976.
Le sedi dei partiti interessati da attentati, soprattutto incendiari, furono 340 (154 DC, 103 MSI, 77 PCI, 4 PSDI, 2 PDUP); 124 le sedi di caserme di polizia e dei carabinieri, 140 le sedi di scuole, 50 le sedi di sindacati, 19 le carceri.
I terroristi non trascuravano gli assalti alle sedi di fabbriche e di giornali (se ne registrano 22) mentre nelle carceri si verificarono ben 51 sommosse e 559 evasioni. Vennero uccisi 42 appartenenti alle forze dell'ordine e 47 vennero feriti.
La maggioranza delle rivendicazioni venne effettuata dalle BR, seguite da P.L., NAP e U.C.C. Ma non tutti questi attentati vennero rivendicati.
I problemi dell'organizzazione e delle forme di manifestazione del terrorismo metropolitano dovranno essere affrontati nella relazione generale sul terrorismo. Ma ''già in questa sede la Commissione ha ritenuto di dover soffermare la propria attenzione sull'organizzazione delle BR a Roma e sulle sue connessioni con le altre organizzazioni terroristiche.
La colonna romana presumibilmente si organizzò verso la fine del '75 con l'arrivo a Roma di Mario Moretti. In precedenza, negli anni '71-'72, vi era stato un tentativo di costituzione della colonna ad opera di una persona denominata "il Turco" identificato con Roberto Gabriele. A differenza degli altri nuclei BR, la colonna romana non aveva collegamenti con le fabbriche, ma ebbe origine dai gruppi estremisti che operavano nei quartieri e nelle borgate romane. In questi gruppi erano confluiti personaggi provenienti da Potere Operaio e da organizzazioni estremiste. Savasta ha così ricostruito l'origine delle BR a Roma: "alcuni compagni che facevano parte di Potere Operaio del Tiburtino (i cosiddetti Tiburtaros) erano già entrati nelle BR: Teodoro Spadaccini, Barbara Balzerani, il marito ed altri personaggi. Si strinsero i rapporti tra Morucci e Moretti; questo portò all'entrata di Morucci e della Faranda nelle BR. Di conseguenza si spaccò ancora una volta quella struttura che era allora i Comitati Comunisti Rivoluzionari…. così si andò a rafforzare la colonna romana che in quel momento era composta principalmente da tre spezzoni: il vecchio spezzone dei Tiburtaros, un vecchio spezzone di 'Viva il Comunismo' in cui c'erano già stati rapporti con le BR prima, e la squadra armata che faceva capo a vari comitati (Cinecittà e Villa Gordiani). C'era poi l'intervento delle piccole fabbriche e soprattutto la grossa presenza a Torre Spaccata. Precedentemente, sempre all'interno dei CO.CO.RI, c'erano stati rapporti con Primavalle (col comitato autonomo) ed entrarono anche alcuni di quei compagni sempre della squadra armata dei CO.CO.RI., tutti questi entrarono a far parte delle BR". Morucci nella sua deposizione alla Commissione ha dichiarato che il nucleo romano delle BR costituiva "una anomalia riconosciuta dalle altre colonne tanto che, in alcuni momenti, si è configurato proprio un antagonismo; infatti la colonna romana delle BR era vista, dalle altre colonne che erano strutturalmente legate ad esperienze di fabbrica, quindi ad esperienze operaie, come un tipo di esperienza pericolosa, che determinava connubi
 

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con fasce sociali non classiche, non interni alla canalizzazione fabbrichista, propria delle BR, per cui era vista abbastanza come una colonna eretica. Da sempre all'interno della colonna romana è vissuta questa doppia anima, cioè un'anima legata alla tradizione dell'organizzazione ed una legata alle differenze specifiche della situazione romana e ai militanti che questa situazione aveva espresso."


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4) Le BR e l'area dell'eversione.

Il 1977 fu caratterizzato sia dal crescendo dei delitti delle BR sia dall'intensificarsi delle iniziative, dirette a dare vita ad un movimento eversivo di massa, che trovavano l'espressione politica ed organizzativa nei gruppi definitisi dell'Autonomia.
Momenti particolarmente significativi furono l'aggressione al segretario della CGIL Luciano Lama all'Università di Roma, il 17 febbraio, gli atti di violenza e gli episodi di vera e propria guerriglia urbana degli autonomi nel corso dei cortei da loro promossi, soprattutto nella capitale, e gli incidenti provocati un po' ovunque durante le manifestazioni sindacali che si facevano degenerare alterandone i caratteri tradizionalmente pacifici e democratici.
Le componenti del "movimento del 1977" furono tuttavia molteplici: al suo interno agivano anche spinte attraverso le quali si esprimeva il malessere di settori giovanili non trascurabili, soprattutto nelle grandi aree urbane. Tuttavia l'egemonia esercitata dai gruppi dell'Autonomia, ai quali si deve far risalire, ben prima del '77, la teoria e la pratica del partito armato, fece degenerare sempre più il "movimento" verso gravissime forme di violenza, di intimidazione e prevaricazione della convivenza democratica, di contrapposizione frontale al movimento operaio organizzato.
In tal modo si crearono le condizioni favorevoli per la scalata ai livelli più elevati dello scontro e per il passaggio di singoli e gruppi dell'Autonomia alla lotta armata. Ma ciò provoco il restringersi e l'isterilirsi del movimento perché, a fronte di coloro che l'abbandonavano per entrare nelle organizzazioni clandestine, c'erano molti altri che, rifiutando questa scelta, se ne allontanavano individualmente.
La riprova della debolezza del movimento si ebbe a Bologna, dove nel settembre '77 si tenne, per iniziativa delle organizzazioni di Autonomia e di altri gruppi, un convegno contro la "repressione". La manifestazione avrebbe dovuto rappresentare su scala nazionale il livello più elevato del movimento, ma, oltre a dimostrarne l'indubbia carica eversiva, finì per mettere a nudo, anche per la capacità di risposta dell'amministrazione comunale e di alcune forze politiche democratiche, le lacerazioni e i contrasti persino violenti esistenti al proprio interno.


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5) I due poli del terrorismo: BR e Autonomia organizzata.

Il mondo dell'eversione e del terrorismo rosso ruotò fin dalle sue prime manifestazioni attorno a due poli: quello della violenza diffusa, che si cercò di portare nell'interno della illegalità di massa per esaltarne la potenzialità e renderne più gravi gli effetti, e quello dell'organizzazione clandestina
 

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chiusa e rigidamente compartimentata, che portava l'attacco allo Stato cercando lo scontro diretto con i suoi apparati.
Le Brigate Rosse hanno tentato di dar vita ad una avanguardia politico-militare che in un primo tempo attuò azioni "esemplari" di propaganda della lotta armata e successivamente, con il rafforzamento e la crescita dell'organizzazione, ha puntato a disarticolare la macchina dello Stato.
I gruppi dell'Autonomia hanno tentato di suscitare la rivolta di massa attraverso le così dette appropriazioni, la guerriglia urbana, gli atti di violenza nei luoghi di lavoro e di studio, senza rinunciare alle azioni più gravi. I gruppi armati che si enuclearono da Autonomia, da Prima Linea ai Nuclei Proletari e alle Formazioni Comuniste Combattenti, attuavano la lotta armata colpendo magistrati, giornalisti, dirigenti di aziende e pretendendo di collegarsi ai "bisogni" delle masse.
I gruppi e i collettivi che si richiamavano all'area della cosiddetta Autonomia Operaia trassero origine da una molteplicità di esperienze e vicende consumatesi tra la fine degli anni sessanta ed il 1977. Indubbiamente contribuì ad ingrossare le fila di Autonomia Operaia lo scioglimento di alcune organizzazioni della cosiddetta "sinistra rivoluzionaria", in particolare Potere Operaio nel 1971 e Lotta Continua nel 1976: sono numerosi e noti i casi di militanti e dirigenti di queste organizzazioni in seguito confluiti nell'area dell'Autonomia Operaia, a volte assumendovi una posizione preminente.
Il gruppo di Sinistra Proletaria, sorto dalla trasformazione del Collettivo Politico Metropolitano, fondato da Curcio, Simioni e Troiano, si organizzò direttamente sul terreno della lotta armata e della clandestinità dando vita alle Brigate Rosse, negli anni 1969-70.
Ma la matrice delle BR e dell'Autonomia, così come i rapporti particolarmente intensi dei primi anni, non valgono ad individuare né le differenze né i tratti comuni, anzi rischiano di appiattire la loro complessa realtà su un orizzonte remoto che non può essere utilizzato se non si coglie l'evoluzione di quei rapporti e di ciascun gruppo ed organizzazione. Le stesse BR, all'origine, erano ben diverse da quelle della seconda metà degli anni '70 a partire dall'assassinio del Procuratore Generale di Genova Francesco Coco.
I procedimenti giudiziari in corso hanno potuto accertare l'esistenza, in tempi diversi, di canali di comunicazione attraverso incontri (Fioroni - Negri - Curcio - Franceschini a Bellagio, Curcio – Bellavita -Scalzone - Fioroni a Milano, ecc.), pubblicazione dei documenti delle BR nei giornali dell'area dell'Autonomia (Rosso), affinità dell'elaborazione ideologica (il concetto di Stato imperialista delle multinazionali elaborato da Antonio Negri, leader di Autonomia, fu ripreso, come è noto, dalle Brigate Rosse), ma non tali da comprovare un rapporto organizzativo permanente.
I numerosi procedimenti pendenti in diverse sedi giudiziarie contro imputati appartenenti all'area e alle organizzazioni dell'Autonomia, al di là dell'eventuale accertamento delle responsabilità penali, indicano lo sviluppo in Italia di almeno due poli della lotta armata, secondo logiche proprie e differenziate, sia pure con elementi di convergenza certamente non secondari.
Obiettivo comune all'Autonomia e alle BR era l'attacco allo Stato democratico e, dal 1976 in poi, alla politica di unità nazionale. Erano tuttavia differenti l'impostazione tattica ed i metodi di lotta.
Le divergenze tra Autonomia e BR non riguardavano né il ricorso alla
 

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lotta armata, né la sua importanza strategica, ma il significato politico attribuito ad essa. La lotta armata era per le BR strumento per la costruzione del "partito comunista combattente" e per la conquista del potere politico; per Autonomia fu pratica immediata di "contropotere" e di illegalità di massa.
Tra i due poli vi sono stati momenti di attrazione e di incontro, di "solidarietà militante", ma anche di scontro, di polemiche e di tentativi di reciproca egemonizzazione. Tra i due poli infine si è verificato un continuo passaggio di uomini, nel senso che l'area dell'Autonomia ha rappresentato per le Brigate Rosse la principale fonte di reclutamento.
I cinquantacinque giorni del sequestro di Aldo Moro hanno costituito una pagina importante di questo rapporto.


CAPITOLO II
LE POSSIBILI AVVISAGLIE E LE CAUTELE ADOTTATE


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1) Le apprensioni dell'onorevole Moro.

La Commissione ha specificamente indagato, al fine di ricostruire il clima in cui si trovò ad operare Aldo Moro, se egli avesse ricevuto, nei mesi precedenti il rapimento, minacce e avvertimenti di qualsiasi genere o fossero comunque avvenuti episodi suscettibili di essere interpretati in questo senso.
In materia sono stati acquisiti elementi notevolmente eterogenei, e registrata altresì una divergenza, talora sensibile, di valutazioni attribuite all'onorevole Moro da parte delle persone che lo frequentavano o che comunque entravano in contatto con lui.
Gli onorevoli Andreotti, Zaccagnini e Cossiga in particolare hanno riferito che l'onorevole Moro non ha mai fatto cenno a minacce ricevute o comunque a timori personali manifestati.
L'onorevole Andreotti ha precisato che, quando apprese che un vescovo amico della famiglia Moro, monsignor Michele Mincuzzi, aveva affermato che l'onorevole Moro gli aveva confidato di aver ricevuto inviti ad abbandonare la vita politica, rimase sorpreso e disse ai magistrati che era utile approfondire la cosa. Il prelato ha peraltro dichiarato al magistrato di essere stato richiesto dalla signora Moro di fare tali affermazioni.
L'onorevole Zaccagnini ha dichiarato che, nel continuo scambio di opinioni, per la elaborazione della loro linea politica, l'onorevole Moro non gli parlò mai di ostacoli di tipo non costituzionale.
Nell'ambito dei collaboratori più vicini, il dottor Rana, mentre ha escluso che da ambienti internazionali siano giunte segnalazioni perché abbandonasse una determinata linea politica, ha riferito di preoccupazioni insorte nell'onorevole Moro in occasione del rapimento del figlio dell'onorevole De Martino; tuttavia i timori non vennero manifestati per sé, ma per la sua famiglia. Infatti allorquando si adottarono misure a protezione di quest'ultima, il Presidente si mostrò più tranquillo.
Anche Giovanni Moro ha riferito che proprio dopo il sequestro De Martino, attraverso una inconsueta imposizione della sua volontà, il padre volle per i familiari una scorta; e questo era il segno di una sua reale preoccupazione. La circostanza e stata confermata anche dalla figlia Agnese, la quale
 

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ha altresì dichiarato che il maresciallo Leonardi, uno o due mesi prima dell'episodio di via Fani, le chiese di riferirgli se avesse qualche preoccupazione o se vi fosse comunque qualcosa che la colpiva. Questo è stato l'unico discorso che ricordasse un po' diverso da quelli abituali; ella lo prese in senso molto generico, mentre poteva darsi che avesse un senso più preciso. Anna Maria Moro rifiutò la scorta; ma ha dichiarato che il padre avvertiva il pericolo, teneva alla scorta e non usciva senza di essa.
Maria Fida Moro ha dichiarato che Leonardi avrebbe manifestato preoccupazioni moltissime volte. Del resto loro, come familiari, sapevano che l'onorevole Moro era in pericolo, e non solo negli ultimi anni. Ella stessa dal 1969 al 1977 aveva ricevuto in media una lettera alla settimana di minacce di morte rivolte al padre.
Di nessuna minaccia, invece, ha dichiarato di essere stato messo al corrente il fratello del Presidente della D.C., il giudice Carlo Alfredo Moro. Un altro stretto collaboratore dell'onorevole Moro, il dottor Freato, ha confermato che le preoccupazioni degli ultimi tempi erano soprattutto per i membri della famiglia. L'onorevole Moro era infatti, secondo lui, una persona apprensiva per natura, che prendeva sul serio tutti i segnali; aveva quindi interpretato l'episodio relativo al figlio dell'onorevole De Martino come un avvertimento, tanto più che si stava avviando la corsa al Quirinale. Del resto, Patrizio Peci, dopo aver dichiarato che il fine delle BR era quello di processare la DC e prendere Moro quale elemento di collegamento tra DC e PCI, ha aggiunto che non era estranea l'intenzione di colpire con Moro il possibile futuro Presidente della Repubblica.
Più specificamente il professor Tritto, assistente universitario dell'onorevole Moro, ha attribuito i suoi frequenti atteggiamenti di ansia alla fase particolarmente delicata che il Paese attraversava. Ed in tal senso si è espresso anche il dottor Rana. Sempre secondo Tritto abbastanza preoccupato appariva il maresciallo Leonardi, che negli ultimi tempi era molto più severo nella vigilanza.
Al di là di specifici episodi, l'onorevole Moro ha comunque più volte indicato alla moglie persone fidate alle quali la signora si sarebbe potuta rivolgere per le varie occorrenze. Queste puntualizzazioni parvero alla signora Moro sintomo della percezione di un pericolo grave da parte dell'onorevole Moro.
L'avvocato Manzari, suo ex capo di Gabinetto, ha dichiarato che pervenivano le solite lettere anonime di minacce, usualmente dirette a chi esercita la vita politica in posizione di grosso rilievo. L'onorevole Moro aveva coscienza di vivere momenti pericolosi, ma il timore era più per i familiari che per se stesso.
Secondo il dottor Guerzoni, l'onorevole Moro immaginava di poter essere oggetto di attentato (tanto è vero che fece mettere i vetri antiproiettili in via Savoia) o che potessero sequestrare il nipotino, ma non lui personalmente, non ritenendo che potessero mirare così in alto.
Sempre l'avvocato Manzari ha precisato che nel 1977 Moro gli chiese come poteva regolare problemi successori e, alla proposta del suo collaboratore di provvedere in via di donazione, rispose che in quel momento non aveva possibilità di fare compensazioni in danaro. Qualche giorno dopo, il 21 gennaio 1977, arrivò all'avvocato Manzari un biglietto dell'onorevole Moro con la scritta "personale e urgente" e con la bozza di due progetti di testamento, uno suo e l'altro di sua moglie: un problema quindi non impel-
 

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lente alla sua età era diventato una esigenza tanto improvvisa da prospettarla in quel modo.
Il dottor Rana ha invece dichiarato che l'onorevole Moro gli aveva fatto discorsi più generici per esempio sulla impossibilità di stare in città perfino da morti, e sull'intenzione di trasferire le ceneri della madre a Turrita Tiberina, dove egli stesso pensava di farsi seppellire. Ma in questa indicazione il dottor Rana non vide alcun collegamento con una sua preoccupazione, perché avvenuta in un contesto che non aveva nulla a che vedere con la paura di dover morire.
Per quanto riguarda la valutazione che del terrorismo dava l'onorevole Moro, il figlio Giovanni ha ricordato come all'inizio del 1978, in occasione di un attentato BR, il padre gli disse una cosa che lo sorprese, e cioè che il processo di unificazione delle forze politiche e delle aree popolari che a queste forze fanno riferimento era visto male dalle grandi potenze che si dividono il mondo e che potevano avere interesse ad arrestare questo processo della politica italiana. Giovanni Moro ha precisato che il padre gli disse questo come per collegare a questo interesse il terrorismo. La linea politica del padre era infatti già emersa in tre discorsi del 1975, nei quali sostanzialmente si affermava che si imponevano per la DC nuovi rapporti con l'opposizione.
Anche la figlia Agnese ha precisato che il padre considerava il terrorismo un problema serio e pensava che esistesse un progetto dietro il fenomeno.
Da parte sua il dottor Guerzoni ha riferito che Moro riteneva il terrorismo problema drammatico, di dimensione molto ampia, tanto è vero che quando, all'indomani dell'attentato a Casalegno, il direttore della "Stampa" Levi aveva scritto che questi erano gli ultimi gesti disperati del terrorismo, Moro commentò in privato che si trattava solo della punta di un iceberg.


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2) Gli avvertimenti ricevuti in America.

La signora Moro ha rivelato alla Commissione che, nonostante il suo estremo riserbo, l'onorevole Moro l'aveva resa partecipe di inviti minacciosi a desistere dalla sua linea politica che gli sarebbero stati esplicitamente rivolti nel corso di un ricevimento all'estero. Alla richiesta della Commissione se gli inviti a ritirarsi si fossero intensificati o avessero qualche relazione con l'ultimo viaggio in America, la signora Moro ha risposto "potrebbe darsi" , spiegando subito però che il luogo non significava molto.
Lo stesso professor Giuliano Vassalli ha ricordato come la signora Moro gli avesse parlato più volte, durante i cinquantacinque giorni, di gravi timori che il marito aveva avvertito, soprattutto negli ultimi tempi. Circa avvertimenti specifici ella disse che uomini politici, che non precisò, dopo un suo viaggio in America o in occasione di un suo viaggio in America, gli avevano fatto capire che avrebbe fatto bene a ritirarsi dalla vita politica.
Anche la figlia dell'onorevole Moro, Agnese, ha dichiarato risultarle che l'occasione nella quale il padre ricevette un avvertimento minaccioso fu un viaggio in America, forse l'ultimo dei due che vi fece. E il figlio Giovanni ha affermato che nell'ultimo viaggio fatto negli Stati Uniti come Presidente del Consiglio nel 1976 – in realtà l'ultimo viaggio negli Stati Uniti è stato fatto
 

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nel 1974 come ministro degli Esteri – il padre, ad un ricevimento ufficiale, avrebbe ricevuto l'avvertimento di desistere dal perseguimento della sua strategia politica, altrimenti poteva andare a finire male per lui.
Il dottor Guerzoni ha riferito alla Commissione che dopo il rientro dell'onorevole Moro dal suo viaggio negli Stati Uniti dal 24 al 28 settembre 1974, il maresciallo Leonardi gli disse che l'onorevole Moro aveva avuto degli scontri e dei contrasti, e che in particolare gli americani gli avevano fatto capire cosa pensassero della sua politica. In conseguenza di ciò l'onorevole Moro si sentì male nella Chiesa di St. Patrick a New York, e ritornò anticipatamente in Italia. Una volta rientrato aveva detto di volersi allontanare almeno per tre anni dall'attività politica.
Il dottor Guerzoni, per corroborare le sue affermazioni, ha ricordato anche la campagna, proveniente dai medesimi ambienti americani, per screditare di fronte all'opinione pubblica l'onorevole Moro come l'Antelope Cobbler del caso Lokheed, e l'intendimento dello stesso – specie dopo la dichiarazione del Dipartimento di Stato del 12 gennaio 1978 – di replicare con un articolo, in cui richiamava al rispetto dell'indipendenza nazionale, che non venne pubblicato perché, anche secondo il dottor Guerzoni, avrebbe ulteriormente deteriorato il clima politico. Lo stesso dottor Guerzoni, proprio la sera prima di via Fani, avvertì l'onorevole Moro che, se in occasione della presentazione del nuovo governo di solidarietà nazionale fossero stati ripresi gli attacchi, egli stesso si sarebbe fatto parte attiva per rintuzzarli; e per la prima volta il Presidente non gli chiese di non farlo. Il giorno dopo, presa visione di un attacco giornalistico, chiamò il Presidente che purtroppo era appena uscito.
Come ulteriore riscontro ha aggiunto di avere appreso nel luglio 1978, dal dottor Nino Valentino, allora capo dell'ufficio stampa del Presidente della Repubblica, che il Presidente Leone era preoccupato per la tensione esistente tra Moro e Kissinger e che perciò si era fatto promotore di un incontro chiarificatore. Tale incontro, che sarebbe avvenuto in occasione di un ricevimento, sarebbe stato invece assai teso. Tali affermazioni, tuttavia, sono state smentite nettamente dal dottor Valentino.
La signora Carla Lonigro, interprete ufficiale del Ministero degli esteri, che accompagnò l'onorevole Moro nel suo viaggio negli Stati Uniti e che aveva con lui consuetudine di lavoro, ha dichiarato di non avere mai avvertito in sua presenza una atmosfera tesa tra l'onorevole Moro e il segretario di Stato Kissinger, anche se ne ha sentito parlare da altri. Ha peraltro precisato di avere appreso dal maresciallo Leonardi che l'onorevole Moro non era soddisfatto per alcune cose e voleva ripartire prima. Le sembrò tuttavia che la causa fosse dovuta ad una insoddisfazione per come andavano le cose, che comunque ritenne di non attribuire né alla mancata partecipazione di Kissinger al pranzo offerto dalla moglie, né alla non eccessiva reciproca simpatia tra i due personaggi. A suo parere, anzi, l'onorevole Moro si era adontato probabilmente per il comportamento discutibile di qualche componente della delegazione italiana e perciò aveva diplomaticamente finto un malore per interrompere un viaggio.
Analogo atteggiamento l'onorevole Moro avrebbe del resto manifestato anche in altre occasioni; e la ragione poteva risiedere nel fatto che egli teneva a far rilevare che titolare della politica estera era lui e non altri.
Secondo il professor Mario Giacovazzo, medico personale dell'onorevole Moro e al suo seguito negli Stati Uniti, lo statista si sentì effettivamente
 

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male quel giorno nella chiesa di St. Patrick, si accasciò su una panca e venne portato al Wardolf Astoria, dove fu curato anche con l'assistenza dell'équipe medica al seguito del Presidente della Repubblica. A causa dello stato di prostrazione in cui si trovava, gli fu consigliato di anticipare il rientro con l'aereo del Presidente della Repubblica anziché trattenersi alcuni giorni in più come aveva preventivato.
Il professor Giacovazzo ha precisato alla Commissione di ritenere che il malore fosse dovuto a fatti di sofferenza personale, accentuati forse dall'ansia per taluni episodi verificatisi in quella circostanza che gli avevano creato una situazione di disagio. Altre volte tuttavia egli aveva avuto malori del genere, onde si sentiva di escludere che ciò derivasse dal colloquio con Kissinger, ma tutt'al più dalla preoccupazione della situazione generale, che in quel momento non vedeva rosea.
L'esaurirsi del centro-sinistra aveva posto il problema dell'individuazione di nuove forme ed equilibri attraverso cui sviluppare la vita democratica nel nostro Paese. Anche se, nel settembre 1974, Moro non aveva ancora maturato la linea che avrebbe poi dato luogo alle maggiori controversie, manifestando molta cautela nei confronti del partito comunista, che riconosceva come un "valido ed importante interlocutore" , ma nel suo ruolo di opposizione, considerava tuttavia che ad esso dovesse prestarsi, sia nell'azione di Governo che nella dialettica politica "una doverosa attenzione e conversazione" . E' evidente che questo atteggiamento, sia pure problematico, ma aperto, che Moro aveva assunto, non poteva essere apprezzato, e neppure capito a quell'epoca negli Stati Uniti. Basti ricordare alcuni dati: il giorno prima dell'arrivo di Moro in America, il presidente Ford a Detroit disegnava una immagine dell'occidente quasi strangolato dal ricatto petrolifero e chiamava i Paesi alleati a una stretta interdipendenza. Ed il premier israeliano Rabin, che era stato negli Stati Uniti dal 10 al 12 settembre 1974, rivelava al "Maariv" che in America si temeva appunto che la crisi del petrolio potesse portare al collasso i regimi democratici europei rendendoli maturi per il dominio comunista. "Personalità americane – aggiungeva Rabin – in molte conversazioni mi hanno sottolineato il serio pericolo di una dominazione comunista in Italia e forse in altri Paesi europei.".
Riferendo queste dichiarazioni di Rabin, il "New York Times" del 27 settembre, mentre Leone e Moro erano in America, aggiungeva che "l'allusione di Rabin all'Italia come un Paese particolarmente aperto alla conquista comunista, riflette, si dice, una precisa preoccupazione del Segretario di Stato."
Si aggiunga anche che l'ambasciatore in Italia John Volpe invitava negli stessi giorni l'Italia a non allontanarsi, nella ricerca delle sue forme di governo, dalla "tradizione" , ed a considerare anzi la sua accresciuta responsabilità verso la NATO a causa della defezione della Grecia (Epoca, 21 settembre).
Tutto questo aveva contribuito a rendere delicato quel viaggio di Moro negli Stati Uniti. Moro trovava in Kissinger un interlocutore particolarmente difficile, ma non solo in ordine alla questione comunista. Noi non sappiamo se, a quell'epoca, Kissinger avesse già formulato quel giudizio su Moro – che questi ha lamentato nel memoriale trovato in via Montenevoso come cioè "di persona protesa ad un'intesa indiscriminata con il PCI" . E' certo, comunque, che ne aveva manifestato uno severo fin dal primo viaggio di Nixon in Italia, nel febbraio del '69, come risulta dalle sue "Memorie" .
 

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Nel viaggio successivo, il 27 settembre 1970, quel suo giudizio era divenuto più propriamente politico. Kissinger imputava a Moro l'apertura a sinistra, cioè il centro-sinistra, che aveva portato il partito comunista ad avere "una influenza sempre maggiore, anche se indiretta, sull'operato del Governo, risultato questo, che era esattamente l'opposto di quanto i pionieri dell'apertura a sinistra avevano sperato.". Secondo Kissinger, anzi, "l'acuto Moro" sfruttava l'influenza dei comunisti per togliere potere ai socialisti. E grazie al suo appoggio l'influenza del PCI si era trasformata "nella possibilità di opporre un veto formale alle decisioni del Governo".
Proprio nei giorni del viaggio negli Stati Uniti, il 17 settembre 1974, il presidente Ford ammetteva che gli Stati Uniti erano intervenuti tra il '70 e il '73 per rovesciare il governo Allende, facendo ciò che "storicamente gli Stati fanno per difendere i loro interessi all'estero" . C'era stata una polemica su queste dichiarazioni nei giornali americani ed un intervento di Kissinger, pubblicato sul New York Times, il 27 settembre 1974, sempre quindi durante il viaggio di Moro negli Stati Uniti, nel quale il Segretario di Stato diceva: "Ci rimproverate per il Cile, non ci rimproverereste ancora più duramente se non facessimo nulla per impedire l'arrivo dei comunisti al potere in Italia o in altri Paesi dell'Occidente europeo?".
In conclusione, è comprensibile come anche un semplice colloquio che abbia registrato una divergenza – del resto nota – di posizioni (Moro, secondo Guerzoni, si lamentava dell'inadeguata comprensione della realtà italiana da parte del Segretario di Stato), possa aver determinato su Moro un turbamento. A ciò può aggiungersi lo scontento per i risultati della missione e magari anche il disagio derivante da atteggiamenti creatisi all'interno della delegazione italiana; infine l'insorgere di un malessere non impossibile in un soggetto ansioso: tutti elementi che possono spiegare l'episodio di St. Patrick.

 


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3) Gli episodi Di Bella e Moreno.

La Commissione si è soffermata tra l'altro su due episodi – avvenuti
entrambi in via Savoia, dove aveva sede lo studio dell'onorevole Moro – che sembrava potessero costituire avvisaglie di quanto poi accaduto il 16 marzo, l'uno relativo al dottor Franco Di Bella, all'epoca Direttore del Corriere della Sera, l'altro relativo al signor Franco Moreno.
Il 22 novembre 1977, un motociclista affiancava, in via Savoia, con un "oggetto luccicante" in mano, l'automobile del dottor Di Bella, che si stava recando dall'onorevole Moro. L'episodio fu oggetto di un rapporto della DIGOS alla Questura, nel quale si dette conto delle indagini svolte già dall'indomani. Il rapporto è datato 25 luglio 1978 ed e quindi successivo alla conclusione della vicenda Moro, ma ha costituito oggetto di valutazione da parte della Commissione anche in relazione ad affermazioni dei familiari e di collaboratori dell'onorevole Moro e del giudice istruttore incaricato dell'inchiesta sulla strage di via Fani.
Il dottor Di Bella ha dichiarato al giudice istruttore di non aver visto alcuna pistola in mano al motociclista da lui notato (in Corte d'Assise, tuttavia, dirà di aver visto il motociclista estrarre la pistola) mentre il suo autista ed uno degli uomini di servizio davanti all'ufficio di via Savoia, n. 78, hanno visto soltanto luccicare qualcosa in mano al motociclista, per 23

taluni un borsello, per altri un'arma. Venne annotato parzialmente il numero della targa della moto. Rintracciato, il proprietario negò di essere mai passato in quella via; tuttavia, poiché era stato invece più volte notato nella zona con fare sospetto e indicato come probabile scippatore (in effetti vennero riscontrati precedenti) si ritenne che l'episodio non avesse origine politica.
Il Questore dell'epoca, dottor Migliorini, ha confermato alla Commissione di essere stato informato dell'episodio in modo rassicurante, come di un fatto che interessava un borsaiolo.
La polizia, il 25 agosto 1978, eseguì una perquisizione domiciliare nell'abitazione del proprietario della moto, con esito negativo, senza rinvenire alcunché che potesse far pensare ad una militanza politica. Questo elemento tuttavia non sarebbe da solo rassicurante, considerato il lasso di tempo intercorso tra l'episodio e la perquisizione.
Secondo il giudice Cudillo, l'episodio non può essere ricollegato all'ipotesi di un attentato contro l'onorevole Moro da parte di brigatisti, perché ad essi non poteva sfuggire che Moro si trovava già nel suo studio dato che al portone stazionavano gli uomini della scorta.
Il magistrato, escludendo l'ipotesi di un semplice scippo, ha ritenuto probabile l'attentato ad altra persona sfornita di scorta, che si presumeva potesse recarsi in quel giorno e in quell'ora nello studio di via Savoia. Questa ipotesi tra l'altro sarebbe avvalorata dalla frase "eccolo, è lui" che un agente ritiene di avere udito.
Sull'episodio Di Bella la Commissione ha acquisito le valutazioni della signora Moro e della figlia Agnese, che hanno riferito che l'onorevole Moro rimase assai scossa dell'episodio e che lo considerò come "prova generale" del sequestro; e quelle dell'allora ministro dell'Interno Cossiga, cui l'onorevole Moro non avrebbe fatto neppure cenno dell'episodio.
Anche il dottor Rana, stretto collaboratore del defunto Presidente, ha riferito di non aver riscontrato particolare apprensione, né una valutazione preoccupata da parte dell'onorevole Moro. Lo stesso maresciallo Leonardi, secondo lui, non dette alla cosa importanza eccessiva, ed egli si fece premure di chiedergli di riferire l'episodio al dottor Spinella della DIGOS anche perché coinvolgeva il direttore del Corriere della Sera. Quest'ultimo, il 15 marzo, venne rassicurato da una telefonata dell'ufficio politico della Questura che interpretò il fatto come azione di malavita comune.
Quando apprese l'episodio dal dottor Rana, l'onorevole Moro avrebbe affermato: "effettivamente non c'è mai da stare tranquilli, accade di tutto.". Non appariva però preoccupato.
Il dottor Di Bella ha invece affermato in Corte d'Assise che Moro, dopo avere appreso da lui stesso il fatto, gli apparve molto preoccupato, tanto da interrompere ripetutamente il loro colloquio dicendo: "guarda un po' cosa succede... qui in Italia tra poco dovremo vivere tutti nelle catacombe."
Da quanto è risultato, in ogni modo, non può ritenersi alcun collegamento specifico tra il fatto di via Savoia e quello che sarebbe accaduto in via Fani, anche se l'episodio non può liquidarsi tra quelli che potevano lasciare indifferente una persona come l'onorevole Moro.
L'altro episodio, segnalato anche dalla segreteria dell'onorevole Moro, e quello relativo a Franco Moreno, un elemento che fin dal 4 febbraio 1978 fu visto guardare con insistenza nel giardino sul quale davano le finestre dello studio del Presidente della DC.
 

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Moreno nel 1973 è stato imputato per spionaggio politico per una non chiara vicenda. Una segretaria dell'ambasciata del Libano in Italia denunciò che nei giorni 8 e 9 maggio 1973 era stata seguita da un'auto con a bordo una persona, identificata poi per Franco Moreno. Il fatto aveva suscitato apprensioni nella signora poiché lo stesso 9 maggio l'usciere dell'addetto militare dell'ambasciata era stato avvicinato da uno sconosciuto che, promettendo soldi, aveva chiesto di conoscere gli spostamenti dell'ambasciatore.
E' risultato che Moreno frequentava pregiudicati ed aveva contatti con ambienti dell'estremismo. E' accertato altresì che una sirena, che doveva essere impiantata su un'auto di Moreno, era del tipo di quella usata da un'auto che partecipò al rapimento Moro. Tuttavia una delle due è risultata acquistata soltanto nella mattina del 16 marzo 1978.
Il dottor Rana ha riferito che il 15 marzo il capo della polizia, dottor - Parlato, gli comunicò di aver predisposto una accurata indagine su Moreno perché era venuto fuori qualcosa che meritava attenzione, ma non si arrivò ad alcun seguito particolare.
Subito dopo l'eccidio di via Fani venne predisposto il fermo di polizia giudiziaria del giovane; ma tre giorni dopo egli venne rilasciato. Il sostituto procuratore dottor Infelisi ha dichiarato alla Commissione di avere approfondito con sicurezza la posizione di Moreno prima di disporne il rilascio. La figura di Moreno ha, peraltro, alimentato perplessità. Egli è stato seguito per mesi, e nonostante non sia emerso nulla di specifico in relazione ai fatti di via Fani, nessuna spiegazione è stata fornita dagli inquirenti sul suo interessamento per le finestre de lo studio dell'onorevole Moro.


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4) La trasmissione di radio Città Futura.

Un altro inquietante episodio è stato conosciuto in seguito alla segnalazione della signora Clara Giannettino, la quale dichiarò di avere ascoltato, circa 45 minuti prima dell'evento di via Fani, da Radio Città Futura, condotta all'epoca da Renzo Rossellini, la notizia del rapimento dell'onorevole Moro. Gli accertamenti di polizia vennero svolti dal dottor Umberto Improta, che ascoltò la signora Giannettino alle ore 14 dello stesso 16 marzo, e si conclusero negativamente per la "palese poca attendibilità della notizia, data verosimilmente in buona fede dalla Giannettino" la quale, nell'emozione del momento, avrebbe attribuito al comunicato "un orario diverso da quello che in realtà andava dato."
Tuttavia il 17 marzo, alle 8.15, la stessa Radio Città Futura informò che era stata chiamata dai conduttori di Radio Onda Rossa, alcuni dei quali il giorno prima avevano seguito una trasmissione di Teleroma 56. A detta di costoro nel corso della trasmissione un'ascoltatrice aveva telefonato dicendo di aver sentito la notizia del rapimento di Moro alle 8 del mattino da Radio Città Futura. A commento di questo episodio, Radio Città Futura parlò di "supposizione metafisica".
Purtroppo la Commissione ha potuto acquisire di Radio Città Futura soltanto la registrazione di una trasmissione delle ore 8.20, durata un paio di minuti, e relativa ad una manifestazione in programma a sostegno del popolo palestinese, nonché di una trasmissione iniziata alle ore 9.33 che, citando le notizie date dal GR 2, commentava gli avvenimenti di via Fani. In
 

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effetti è stato riferito alla Commissione che né gli organi di polizia, né i servizi informativi provvedevano all'epoca alla registrazione sistematica delle radio libere, ma operavano semplicemente su campioni, percorrendo cioè le varie lunghezze d'onda e fermando l'attenzione sulle notizie interessanti sotto il profilo dell'ordine pubblico. Né la stessa radio effettuava registrazioni delle proprie trasmissioni.
Il 4 ottobre 1978 il quotidiano francese "Le Matin" pubblicava un'intervista a Renzo Rossellini. Secondo l'intervistatore Rossellini avrebbe, tra l'altro, dichiarato: " Io ero personalmente all'antenna il mattino del 16 marzo. Ho spiegato che le BR stavano, forse il giorno stesso, per tentare un'azione spettacolare. Fra le altre ipotesi annunciai la probabilità di un attentato contro Aldo Moro. 45 minuti dopo, Moro fu rapito" .
" Io non affermavo. Era un'ipotesi. Preciso che questa ipotesi circolava negli ambienti dell'estrema sinistra. Noi sapevamo che il 16 marzo doveva presentarsi alle Camere il primo governo sostenuto dal PCI. Era evidente per noi che questa era l'occasione sognata dai brigatisti."
"Bisognava rapidamente, immediatamente marcare il nostro disaccordo, perché io temevo e temo sempre che una escalation della violenza abbia il risultato di criminalizzare l'insieme del movimento."
La Commissione ha interrogato a lungo Renzo Rossellini, nel corso di tre diverse sedute.
Il teste ha ammesso di avere parlato dai microfoni di Radio Città Futura la mattina del 16 marzo, ma ha precisato di avere soltanto formulato l'ipotesi di un'imminente clamorosa azione delle BR sulla base di notizie che circolavano da tempo negli ambienti dell'Autonomia romana. Le "voci" collegavano tale possibile evento al verificarsi dell'ingresso del PCI nella maggioranza governativa. Attraverso l'analisi del clima che si era creato negli ambienti più estremisti e una serie di deduzioni logiche che avevano a base il rapporto tra l'aggravarsi della situazione internazionale e la recrudescenza del terrorismo, era possibile – sempre secondo Rossellini – ipotizzare che le BR scegliessero come obiettivo un rappresentante della tendenza favorevole al compromesso storico. Radio Città Futura si era resa interprete di tali preoccupazioni in molte trasmissioni precedenti a quella del 16 marzo che, pertanto, sempre secondo Rossellini, non rappresentò una novità clamorosa, ma lo sviluppo di un discorso da tempo avviato.
Rossellini ha poi aggiunto che proprio perché molto allarmato si era deciso a chiedere un colloquio all'onorevole De Michelis per informare, suo tramite, la direzione del PSI dell'imminente pericolo. Anche nell'intervista a "Le Matin" Rossellini aveva parlato di tale incontro e aveva lamentato che l'onorevole De Michelis non gli aveva prestato attenzione.
Lo stesso 16 marzo il signor Rossellini fu convocato alla direzione del PSI ove si incontrò con gli onorevoli Craxi, Signorile e De Michelis. Anche in questa occasione Rossellini avrebbe espresso i suoi giudizi sul rapporto esistente tra l'acutizzarsi della tensione internazionale e la recrudescenza del fenomeno terroristico nonché sui possibili legami tra i servizi sovietici e le BR.
Circa l'intervista a "Le Matin" , Rossellini ha precisato che essa sintetizza un lungo colloquio avuto con l'intervistatore sulla politica dell'URSS nel bacino del Mediterraneo, sugli appoggi dell'Unione Sovietica ad alcune forze politiche che hanno "bracci militari" , sui movimenti di liberazione e
 

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sui campi di addestramento palestinesi. Ha precisato di riconoscersi nel contenuto generale dei temi dell'intervista, ma non nel tono, né nelle affermazioni perentorie, tanto da avere smentito "Le Matin" con un comunicato e una conferenza stampa. Rossellini ha poi ribadito che le ipotesi da lui fatte dipendevano da una valutazione più generale sulla natura delle BR e sulla loro autonomia politica: se le BR erano una proiezione delle tensioni internazionali, dell'acuirsi della tendenza militare determinatasi alla ripresa della conflittualità tra i due blocchi, era possibile che servizi segreti di altri Paesi trovassero facilità di manovra in settori politici non controllati, anche con comportamenti criminali.
La Commissione ha potuto accertare che la smentita fu effettivamente diffusa a Roma, ma che il quotidiano francese non la pubblicò né replicò ad essa.
La Commissione si è anche chiesta se il fatto che il gruppo dirigente del PSI avesse ritenuto, in una giornata così drammatica e allo stesso tempo piena di impegni politici come il 16 marzo, di dedicare tempo prezioso al colloquio con Rossellini dovesse essere interpretato come la prova del convincimento che costui fosse depositario di notizie utili per la identificazione degli autori del sequestro e per la liberazione dell'onorevole Moro.
L'onorevole Gianni De Michelis ha dichiarato alla Commissione che il primo colloquio con Rossellini aveva avuto per oggetto l'utilizzazione di una catena di radio libere di sinistra e la possibilità di organici rapporti del PSI con tale rete. La conversazione, ad un dato momento, si spostò sul terrorismo e Rossellini espose le sue tesi sul rapporto tra situazione internazionale e attività terroristiche nonché le sue preoccupazioni per la possibile, conseguente repressione politica per una vasta area di sinistra contestatrice ma dissenziente dal terrorismo.
La mattina della strage di via Fani, De Michelis ricordò quella conversazione e ritenne utile l'incontro con Rossellini nella speranza di poterne ricavare utili elementi. Secondo De Michelis, in questo secondo colloquio, Rossellini fu molto più generico che nel primo, sicché l'incontro fu di breve durata e non ebbe alcun seguito durante i cinquantacinque giorni.
La Commissione ha anche ascoltato il dottor Improta in relazione alle dichiarazioni fatte da Rossellini, secondo le quali egli aveva avuto frequenti rapporti con l'Ufficio politico della Questura di Roma, e di avere addirittura partecipato a riunioni con lo stesso dottor Improta, il dottor Spinella e il dottor Fabrizio, nel corso delle quali era stato analizzato il fenomeno terroristico. Rossellini ha detto che gli sembrava moralmente giusto in quel momento cercare un contatto con l'apparato di polizia per analizzare e isolare il fenomeno terroristico, anche se coloro che operavano militarmente non erano noti neanche ai militanti politicamente più vicini.
Il dottor Improta ha dal canto suo dichiarato che i promotori delle varie manifestazioni venivano contattati per conoscere e capire il tenore delle manifestazioni stesse, e in questo quadro ha collocato alcuni colloqui con Rossellini, senza peraltro attribuire loro una particolare importanza. Si cercava, insomma, di capire da dove venisse la parte armata di Autonomia e le formazioni che operavano attacchi con bottiglie molotov; ma non si ottennero informazioni apprezzabili. La Commissione ha riascoltato Rossellini per verificare se egli avesse potuto ricavare le sue valutazioni dalle asserite attenzioni ai comunicati e ai documenti delle BR, ma egli ha mostrato di non ricordare neppure il
 

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contenuto della risoluzione della direzione strategia del novembre 1977 nella quale le BR indicano la DC come obiettivo fondamentale.
In ordine alla struttura e alle vicende di Radio Città Futura, la Commissione ha ascoltato anche l'altro conduttore della radio, Raffaele Striano.
Questi ha escluso che ci possa essere stata una trasmissione avente i contenuti sopra riportati ed ha anzi precisato di avere egli stesso comunicato per telefono alla Radio la notizia della strage, circa mezz'ora dopo il fatto, dalla redazione di Paese Sera.
La Commissione ha rilevato molte contraddizioni nella versione di Rossellini, il quale tra l'altro non ha chiarito perché, pur avendo continuato ad avere buoni rapporti con il dottor Improta, non abbia ritenuto poi di informarlo di quanto egli stesso poteva avere appreso circa un imminente attentato, secondo voci che circolavano nella sinistra, come da lui riferito all'onorevole Craxi. Né si può ritenere che egli avesse supplito a questo suo silenzio con l'iniziativa nei confronti del PSI che, come si è visto, fu casuale e, secondo quanto riferito dall'onorevole De Michelis, non avrebbe riguardato affatto la previsione di gravi ed imminenti fatti criminosi.
I verbali delle due prime deposizioni di Renzo Rossellini sono stati perciò trasmessi alla Magistratura per le valutazioni di sua competenza.


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5) Le misure di protezione dell'onorevole Moro.

L'accertamento di eventuali carenze nella tutela dell'onorevole Moro si è incentrato soprattutto sulla valutazione dell'adeguatezza della scorta, intesa come sufficienza di uomini e di mezzi. Sotto questo ultimo profilo la Commissione si è trovata a registrare tesi divergenti.
Secondo la signora Moro, infatti, il marito, sia pure aderendo a sue pressanti sollecitazioni, si sarebbe convinto a richiedere un'auto blindata. La richiesta sarebbe stata fatta oralmente (a persona imprecisata) e sarebbe stata rifiutata per ragioni di bilancio. Una richiesta del genere è stata confermata anche dalla vedova del maresciallo Leonardi.
La signora Ricci, moglie dell'autista dell'onorevole Moro, ucciso in via Fani, ha dichiarato che ai primi di dicembre del 1977 il marito le disse di non vedere l'ora che arrivasse la 130 blindata che finalmente era stata ordinata.
Quanto ai due capiscorta ed all'autista che non erano di turno il 16 marzo, essi hanno affermato dinanzi alla Commissione di aver sentito talvolta parlare del problema, ma nessuno dei tre è stato in grado di fornire indicazioni precise. L'onorevole Andreotti ha invece dichiarato che quando ricevette le consegne dall'onorevole Moro, questi non gli chiese di continuare ad usare la macchina blindata che aveva in qualità di Presidente del Consiglio; la richiesta, se ci fosse stata, sarebbe stata facilmente accolta.
La circostanza della possibilità di disporre di un'auto blindata è stata confermata dall'ex ministro dell'interno Cossiga il quale, nel precisare che agli atti non esiste alcuna richiesta, ha aggiunto che la signora Moro non accennò mai al problema, né prima né dopo i fatti di via Fani.
L'ipotesi, garbatamente affacciata dall'onorevole Cossiga, e che, alle sollecitazioni della moglie, l'onorevole Moro abbia risposto che non era possibile ottenere un'auto blindata; questa ipotesi però è stata esclusa dalla
 

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signora Moro, in quanto sarebbe stata in contrasto con l'abituale comportamento del marito nei suoi confronti.
Anche secondo Maria Fida Moro il Presidente avrebbe insistito per avere una macchina blindata, ma per motivi tecnici non l'avrebbe ottenuta.
Il dottor Freato ha dichiarato di non sapere se Moro avesse o no richiesto un'auto blindata né se questa gli fosse stata o meno rifiutata; a lui risultava, peraltro, che Moro avesse rifiutato auto blindate che gli erano state offerte da amici in quanto riteneva di non poter accettare offerte simili da privati.
Il dottor Rana ha escluso di aver mai inoltrato una richiesta del genere, precisando peraltro che, qualora si fosse deciso di chiedere una macchina blindata, il compito di richiederla sarebbe spettato a lui.
Il secondo aspetto riguardante la tutela dell'onorevole Moro concerne i servizi di vigilanza e il numero e la qualità degli uomini della scorta.
Scarsi e sommari sono risultati i servizi di vigilanza e di prevenzione nella zona in cui abitava l'onorevole Moro, e nella quale i terroristi hanno potuto pianificare il sequestro e la strage dopo ripetuti controlli e osservazioni delle abitudini dell'on. Moro e dei militari addetti alla sua protezione. I responsabili, sia politici, sia amministrativi, nonché gli stretti collaboratori dell'onorevole Moro hanno dichiarato alla Commissione che la scorta era adeguata. Il dottor Zecca, responsabile dei servizi di scorta, ha precisato che circa 30 uomini erano impegnati nella tutela del Presidente DC e dei suoi familiari.
Sono comunque emerse evidenti discrasie tra le rappresentazioni di ineccepibilità del servizio fatte dai responsabili e la situazione reale in cui si, trovavano ad operare gli interessati.
Quanto all'organizzazione e al funzionamento della scorta sia la signora Leonardi, sia la signora Moro hanno riportato le lamentele del maresciallo Leonardi: tra l'altro non funzionava né la radio per i collegamenti con la centrale, né i freni dell'auto di scorta che, per questo motivo, si sarebbe trovata più volte a tamponare l'auto del Presidente.
E' risultato chiaro alla Commissione che, nonostante l'esistenza di un opuscolo contenente le consegne e le istruzioni per la scorta, tali istruzioni non erano state "approfondite" dagli interessati: uno degli agenti ascoltati, Pallante, che durante il suo turno di servizio svolgeva le funzioni di capo scorta, ha ricordato l'esistenza di questo opuscolo solo quando un componente la Commissione ha fatto presente che ne aveva già parlato il dottor Zecca: ne ha ricordato l'esistenza, ma non ha saputo dire niente del contenuto. Assai carente anche il controllo dei responsabili del servizio scorte del Ministero dell'interno sull'attuazione e la congruità delle consegne e delle istruzioni impartite.
La Commissione ha esaminato i libretti personali dei componenti la scorta: per quanto riguarda le esercitazioni di tiro risulta che il personale non compiva affatto le esercitazioni settimanali affermate dal dottor Parlato e dal dottor Zecca; questi hanno anche escluso che le norme sulla tenuta delle armi non fossero rigorosamente rispettate, ed hanno sostenuto che non esistevano percorsi alternativi. Si è riscontrato che la scorta non si addestrava a reagire in caso di attacco alla vettura sulla quale viaggiava, né erano state impartite direttive per tale addestramento.
Quanto alle armi i due capiscorta ascoltati hanno escluso che il mitra, la mattina del 16 marzo, potesse essere nel portabagagli, come riportato
 

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all'epoca dalla stampa; ma è risultato comunque chiaramente che il mitra non è stato usato nel corso delle esercitazioni (nelle quali venivano usate altre armi), né controllato continuamente ai fini della sua efficienza, e neppure ne è stata effettuata un'adeguata manutenzione. L'arma ogni tanto veniva portata al magazziniere che provvedeva alla pulizia, ma non si sapeva se e come la manutenzione del mitra avvenisse. Ha riferito Pallante: "Tornavamo a mezzanotte e lo lasciavamo nell'armadio con i caricatori. La mattina lo riprendevamo. Però se c'era qualcuno che lo controllava non lo so." Ed è improbabile che qualcuno se ne sia occupato di notte. Non appare pertanto peregrino quanto affermato da Peci, e cioè che il mitra sia stato trovato inservibile.
La Commissione si è naturalmente chiesta come i brigatisti abbiano potuto trovarsi con tanta sicurezza sull'itinerario prescelto la mattina del 16 marzo.
I capiscorta Gentiluomo e Pallante e l'autista Riccioni hanno concordemente dichiarato che sia i percorsi sia gli orari erano sempre gli stessi. L'alternativa era tra via Trionfale e via Cortina d'Ampezzo, ma solo per motivi di traffico. Quanto agli orari, il Presidente usciva di casa sempre verso le 9 ed un eventuale ritardo era dell'ordine dei minuti.
Circa il ruolo dei capiscorta si era creata una anomalia: istituzionalmente il compito spettava, alternativamente, a Gentiluomo e a Pallante, ma di fatto si occupava di tutto il maresciallo Leonardi che decideva d'accordo con il Presidente. Non è apparso chiaro a quale autorità Leonardi rispondesse. La signora Leonardi ha parlato di frequenti colloqui col generale Ferrara, allora vice comandante generale dell'Arma, al quale avrebbe esternato le sue preoccupazioni; ma il generale Ferrara ha detto di averlo visto solo talvolta e senza che gli avesse mai posto particolari problemi. Neppure i vari comandi hanno ammesso di aver saputo di preoccupazioni del genere.
Savasta, che verso la fine del 1977 era stato incaricato dai brigatisti di seguire gli spostamenti dell'onorevole Moro nell'Università, ha detto di essere rimasto colpito dall'abilità del maresciallo Leonardi che, nonostante la gran ressa di studenti che seguivano le lezioni di Moro, riusciva a tenere sotto controllo la situazione; ha aggiunto che la scorta di Moro all'Università era una scorta "reale" e non proforma, molto preparata: un tipo di scorta che essi non erano abituati a vedere.
Sulla base di quanto ha potuto accertare, la Commissione ritiene che non esistesse una sufficiente consapevolezza delle cautele da adottare. La particolare consuetudine di rapporto tra il responsabile della scorta e lo scortato e la costanza di abitudini di quest'ultimo hanno finito per indebolire l'efficienza del servizio, anche se sul piano personale Leonardi si mostrava attentissimo e capace, come dimostrato non solo dalla testimonianza di Savasta, ma altresì dall'episodio Di Bella. E' evidente, tuttavia, che un medesimo percorso facilita un agguato, rendendone possibile una analitica predisposizione, anche se Savasta ha dichiarato che le BR avevano deciso di compiere l'attentato in via Fani e che fu del tutto casuale che Moro passasse di la proprio il 16 marzo, cioè il primo giorno in cui i terroristi avevano deciso di agire. Se Moro non fosse passato di la avrebbero ripetuto l'operazione finché non fosse riuscita. Analoga dichiarazione, che suona conferma, è stata resa da Valerio Morucci nella deposizione alla Commissione.
Altra esigenza è che la macchina di scorta non talloni quella scortata,
 

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anche se è vero – come ha osservato il responsabile del servizio – che il problema si pone in maniera peculiare in una città come Roma, e che una distanza tra le due auto consente l'inserimento di estranei. Ma tra i due rischi è certo maggiore quello di entrare in un unico raggio di azione di eventuali aggressori. Basti pensare alle maggiori difficoltà di un agguato che richieda sdoppiamento di organizzazione in due punti diversi, anche se non lontani, per aggredire due obiettivi.
Per quanto riguarda la tenuta delle armi, benché le acquisizioni si commentino da sole, occorre dire che una minore assuefazione, che comporta sempre – come rilevato dal capo della polizia – una certa disattenzione, avrebbe comunque scarsamente inciso sul risultato dell'operazione, e va anzi ammirata la capacità di uno degli uomini di tentare una reazione. In proposito anche il generale Corsini ha affermato che cautele di livello superiore si rivelerebbero comunque insufficienti di fronte all'azione di sorpresa di un commando bene addestrato.


CAPITOLO III
LE INDAGINI DI POLIZIA: RISULTATI E PROBLEMI

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1) L'atteggiamento del Governo.

La notizia della strage di via Fani venne per radiotelefono comunicata dal Ministro dell'Interno onorevole Cossiga al Presidente del Consiglio, per il tramite del Segretario particolare di quest'ultimo, mentre a Palazzo Chigi era in corso la cerimonia del giuramento dei Sottosegretari del nuovo Governo.
Il Presidente del Consiglio informò immediatamente le alte cariche dello Stato e coi segretari dei partiti della maggioranza, sopraggiunti nel frattempo a Palazzo Chigi, concordò la strategia da seguire.
Alle ore 11 il Presidente onorevole Andreotti convocò il Consiglio dei Ministri in seduta straordinaria: informò i colleghi di Gabinetto sui risultati degli incontri e dei contatti da lui avuti, sottolineò l'esigenza di comportamenti politici adeguati alla gravità della situazione e del massimo coordinamento dell'attività delle forze di Polizia e delle altre Forze Armate dello Stato. Il Consiglio dei Ministri approvò unanime. La riunione fu brevissima, in tutto 20 minuti.
Alla Camera dei deputati la seduta per la presentazione del nuovo Governo, iniziata alle ore 10 e immediatamente sospesa, su richiesta del Presidente del Consiglio, venne ripresa alle ore 12,40, dopo che i Gruppi nel frattempo avevano concordato sullo svolgimento di un dibattito concentrato. Già nella stessa serata del 16 marzo 1978 il Governo ottenne la fiducia dei due rami del Parlamento.
La linea di fermezza decisa dal Governo e fissata nella frase "comportamenti politici adeguati alla gravità della situazione" venne confermata il giorno 4 aprile alla Camera dei deputati dai rappresentanti dei Gruppi parlamentari, in occasione del dibattito riservato alla discussione di interrogazioni e interpellanze relative alla vicenda del sequestro dell'onorevole Moro.
Il Ministro dell'interno onorevole Cossiga ha chiarito in Commissione che con la espressione "comportamenti politici adeguati" il Governo s'interdiceva decisamente lo scambio dell'onorevole Moro con persone imprigionate per fatti di terrorismo e ogni altro atto che implicasse riconoscimento politico delle BR, intravedendo in questi comportamenti una capitolazione dello Stato.
 

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Durante il periodo tra il 16 marzo e il 9 maggio il Consiglio dei Ministri si occupò della vicenda Moro nelle riunioni del 30 marzo, del 14 e del 21 aprile, e del 9 maggio.
La gestione politica della "crisi" venne affidata dal Consiglio dei Ministri al Comitato interministeriale per la sicurezza (CIS) composto dal Presidente del Consiglio onorevole Andreotti, che lo presiedeva, dal Ministro dell'interno onorevole Cossiga, dal Ministro degli esteri onorevole Forlani, dal Ministro delle finanze onorevole Malfatti, dal Ministro della Difesa onorevole Ruffini e dal Ministro dell'industria onorevole Donat Cattin, dal Segretario generale del CESIS prefetto Napoletano, dal Capo del SISMI generale Santovito, dal Capo del SISDE generale Grassini, dal Comandante generale dei Carabinieri generale Corsini, dal Comandante generale della Guardia di Finanza generale Giudice, dal Capo della Polizia Prefetto Parlato, dal Capo di Gabinetto della Presidenza del Consiglio, dottor Milazzo.
Alle riunioni del CIS venne invitato a partecipare anche il senatore Morlino, all'epoca Ministro del Bilancio e della programmazione economica, in ragione dei suoi rapporti personali con la famiglia Moro, con la quale il Governo riteneva necessario mantenere continui contatti.
Il Comitato si riunì il 17 marzo, quindi il 19, il 29 e il 31 marzo, il 24 aprile, il 3 e il 5 maggio 1978.
Sulla base delle direttive formulate dal Consiglio dei Ministri, il Ministro dell'interno onorevole Cossiga decise la costituzione, sotto la sua presidenza e, in sua vece, del Sottosegretario onorevole Lettieri, di un Comitato tecnico-politico-operativo per il coordinamento dell'attività delle forze di polizia, di cui chiamò a far parte il Capo della Polizia, il Comandante generale dei Carabinieri, il Comandante generale della Guardia di Finanza, i responsabili dei servizi di informazione e di sicurezza SISMI e SISDE, il Questore di Roma ed altre autorità di Pubblica Sicurezza.
Al Comitato interministeriale per la sicurezza vennero assegnati compiti esclusivamente politici, ossia attinenti alla definizione degli indirizzi generali dell'azione dello Stato rispetto ai molteplici e complessi problemi nascenti dal sequestro dell'onorevole Moro. Il Comitato tecnico-politico-operativo ebbe il compito di realizzare il coordinamento dell'attività delle forze di polizia e una sede ravvicinata per lo scambio di informazioni tra le forze di Polizia e i Servizi di sicurezza.
Il suddetto Comitato tenne, fino alla data del 31 marzo, riunioni quotidiane e, successivamente, decise di riunirsi a giorni alterni, ma delle riunioni successive al 3 aprile la Commissione non ha potuto avere alcun verbale o nota: il Ministro dell'interno ha fatto sapere che non risultavano agli atti nemmeno appunti.
Il Ministro dell'interno mantenne inoltre personali contatti coi Ministri dell'Interno della Repubblica Federale Tedesca, della Repubblica d'Austria e con il Capo del dipartimento di Giustizia e Polizia della Confederazione Elvetica, ai fini della cooperazione internazionale per la lotta al terrorismo.
Nel quadro di questa collaborazione il Ministro dell'interno della Repubblica Federale Tedesca mise a disposizione del Ministero dell'interno italiano il computer del "Bundeskriminalamt" di Wisbaden.
Il Ministro dell'interno si. avvalse anche dell'opera di alcuni consulenti personali: il prof. Franco Ferracuti, ordinario di medicina criminologica e psichiatria forense presso l'università di Roma; il dottor Stefano Silvestri, esperto in problemi internazionali; il professor Vincenzo Cappelletti, Diret-
 

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tore dell'istituto per l'enciclopedia Treccani; il professor Augusto Ermentini, docente di antropologia criminale.
Il 21 marzo 1978 il Governo adottava il decreto-legge n. 59, che venne convertito nella legge 18 maggio 1978, n. 191, contenente "norme penali e processuali per la prevenzione e repressione di gravi reati."


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2) I primi accertamenti.

Alla centrale della Questura di Roma la notizia di quanto accaduto in via Fani giunse alle ore 9.03. La centrale operativa dispose l'immediato invio di volanti. Dopo l'eccidio della scorta e il sequestro dell'onorevole Moro giunsero in via Fani il Capo della Polizia Parlato, il Comandante generale dell'Arma dei Carabinieri Corsini, il Questore di Roma De Francesco, il Comandante della Legione dei Carabinieri Coppola e tutti i responsabili della Pubblica sicurezza di Roma, nonché i magistrati della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma, Procuratore Capo De Matteo e Sostituto Procuratore Infelisi. Gli stessi magistrati disposero le prime indagini, avviando la ricerca di possibili testimoni.
Sul posto giunse quasi immediatamente anche la signora Moro, la quale ha riferito alla Commissione che un funzionario di P.S. le avrebbe dichiarato che l'agguato doveva considerarsi o era delle BR.
Vennero individuate le persone che avevano assistito al fatto, ed attraverso le loro dichiarazioni si poté ricostruire la dinamica dell'agguato così come innanzi ricordata - e i successivi immediati sviluppi.
Si poté tra l'altro accertare che durante la fuga i terroristi furono inseguiti da Antonio Buttazzo, ex appuntato delle guardie di P.S. e allora autista della Società Italstat, il quale, alla guida di un'alfetta, tallonò la Fiat 132 blu e la Fiat 128 blu lungo via Stresa e via Trionfale, fino a piazza Monte Gaudio. Quivi, presa nota delle targhe, si fermò per telefonare alla Polizia. Una "volante" sopraggiunta in quel momento, e informata da Buttazzo, cercò inutilmente di inseguire la Fiat 132, la quale, però immessasi in via Carlo Belli prima e Casale de Bustis poi, si dileguò rapidamente.
Buttazzo notò a bordo della Fiat 132, sul sedile posteriore, un uomo che si dimenava in mezzo a due persone, una delle quali gli poggiava qualcosa di bianco, verosimilmente un tampone, sul viso.
Le indagini successive hanno permesso di stabilire che l'ingresso in via Casale de Bustis all'altezza con l'incrocio con via Gherzi era chiuso da uno sbarramento costituito da una catena di ferro, e che una giovane donna, facente parte del commando tranciò la catena, consentendo il passaggio delle tre macchine e risalendo quindi a bordo dell'ultima. Le tre auto furono poi notate da Anna Angelini De Luca, che si trovava alla finestra della propria abitazione, proseguire in direzione dell'incrocio con via Massimi, senza però svoltarvi.
Il sottufficiale del Corpo delle Guardie Forestali, Angelo Onofri, alle ore 9.30 circa, sul Grande Raccordo Anulare, a pochi metri dallo svincolo per la via Aurelia, vide due individui mentre si toglievano abiti di colore blu, indossandone altri, accanto ad un'autovettura bianca ferma al bordo della strada. Al riguardo la Questura di Roma effettuò un sopralluogo, nel corso del quale fu rinvenuto un talloncino autoadesivo dell'Alitalia.
Alle ore 23.30 del giorno stesso della strage, i militari di leva Luigi
 

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Botticelli e Lorenzo Ferragamo riferirono che verso le ore 17 di lunedì 13 marzo, transitando per via Fani all'altezza di via Stresa, avevano notato un'autovettura Fiat 128 con targa CD, che proseguiva a velocità ridotta, ed i cui occupanti si guardavano intorno come per orientarsi. Uno di costoro portava un berretto di foggia militare.
Il giorno della strage il fioraio Antonio Spiriticchio trovò squarciate le quattro gomme del furgone di sua proprietà: è verosimile che i terroristi abbiano voluto impedirgli di portarsi al suo abituale posto di lavoro, e cioè all'incrocio tra via Fani e via Stresa, luogo prescelto per l'agguato, al fine di evitare che la presenza di autovetture con persone a bordo e di uomini in divisa lo insospettisse.
Analogamente Mario D'Achille, conducente di ambulanza presso l'Ospedale S. Filippo Neri, notò il 12 ed il 14 marzo una Fiat 128 targata CD, in via Cortina d'Ampezzo, ad una cinquantina di metri dall'abitazione dell'onorevole Moro. A bordo c'erano un uomo ed una donna. D'Achille, presa visione delle foto dei brigatisti rossi ricercati, riconobbe in quella di Corrado Alunni l'effigie del conducente dell'autovettura. Le successive indagini di polizia giudiziaria hanno peraltro accertato che Alunni non ha partecipato all'agguato di via Fani.
Domenico Calia, altro testimone, riferì che, circa dieci giorni prima del fatto delittuoso, avrebbe visto in via Fani quattro individui in abito da netturbino, intenti a pulire la strada. La direzione della Nettezza Urbana di Roma ha assicurato di non aver mandato dipendenti nella zona in quei giorni.
All'angolo di via Fani con via Stresa agenti di PS e carabinieri rinvennero 84 bossoli calibro 9 e 4 calibro 7.65, 12 frammenti di proiettili, un caricatore con 25 colpi calibro 9 lungo, un paio di baffi posticci e la pistola della guardia lozzino, mentre non è stata ritrovata la pistola mitragliatrice Beretta M12 in dotazione al brigadiere Zizzi. Gli agenti rinvennero anche una borsa di pelle con marchio di fabbricazione tedesca e la scritta posticcia Alitalia ed un berretto da ufficiale pilota dell'Alitalia. Successivi accertamenti hanno consentito di stabilire che la borsa non era del tipo in dotazione o uso a compagnie aeree e che il berretto fu venduto, insieme ad altri due, il 10 marzo, in un negozio di Roma, ad una donna, riconosciuta su fotografia il pomeriggio del giorno 17 marzo in Adriana Faranda.
Sul luogo della strage fu abbandonata dai terroristi l'autovettura Fiat 128,-di color bianco, targata CD 19707, utilizzata per bloccare l'auto dell'onorevole Moro. La macchina era stata rubata l'8 marzo 1978: la targa invece è risultata sottratta già nell'aprile 1973 ad un addetto all'Ambasciata del Venezuela a Roma.
Poco dopo il compimento dell'agguato, alle 9.40, in via Licinio Calvo, agenti di polizia rinvennero una delle auto usate dai terroristi, e cioè la Fiat 132 blu, che è risultata poi essere stata rubata il 23 febbraio 1978 e provvista di targa falsa.
Alle 5.15, del giorno successivo, il 17 marzo, nella stessa via Licinio Calvo, agenti di polizia ritrovarono un'altra auto usata dagli assalitori e cioè la Fiat 128 bianca targata ROMA M53955. Le guardie di PS Pinna e Saba, che operarono il rinvenimento, hanno escluso che l'auto potesse essere stata abbandonata dai terroristi fin dalla mattina del 16, in quanto, dopo il ritrovamento della Fiat 132, essi avevano controllato tutte le auto in sosta sulla strada cercando proprio la 128, il cui numero di targa era stato loro
 

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fornito dalla sala operativa. L'autovettura 128 risultò essere stata rubata nello stesso giorno della Fiat 132, ed anch'essa era provvista di targa falsa.
Infine il 19 marzo alle ore 21, sempre in via Licinio Calvo, agenti di polizia ritrovarono anche la terza auto usata dal commando durante la fuga, e cioè la 128 blu targata ROMA L55850. Persona che abita nella zona ha escluso che prima di quel giorno l'auto potesse essere parcheggiata in quella strada. Anche la targa apposta a tale vettura, il cui furto era stato denunciato il 13 marzo 1978 al Commissariato di PS di Ponte Milvio, è risultata falsa.


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3) Operazioni di polizia.

Nell'immediatezza dell'agguato e durante il percorso per recarsi in via Fani, il Capo della polizia dispose a mezzo radiotelefono, su conforme indicazione del Ministro dell'interno, l'attuazione di speciali servizi di controllo nell'ambito della cinta urbana di Roma, con la costituzione di posti di blocco sul Grande Raccordo Anulare e di altri posti di blocco sulle strade all'esterno del Grande Raccordo Anulare e sulle autostrade da e per Roma.
Effettuato il sopralluogo in via Fani, il Capo della Polizia si recò subito dopo a Palazzo Chigi dove si trovava il Ministro dell'interno per ricevere disposizioni del caso.
Nella stessa mattinata del 1.6 marzo dal Viminale la direzione generale di Pubblica Sicurezza dispose i seguenti provvedimenti:
- attuazione di posti di blocco e di servizi di vigilanza su tutto il territorio nazionale con la mobilitazione di tutte le forze disponibili;
- intensificazione dei servizi di controllo negli ambiti aeroportuale, ferroviario e marittimo. Vennero altresì posti in allerta, tramite l'Interpol, i servizi di sicurezza negli aeroporti esteri per i voli della compagnia di bandiera;
- perquisizione e identificazione degli stabili, dei garages e dei box delle zone vicine al luogo del rapimento;
- predisposizione, su tutto il territorio nazionale, di servizi di vigilanza presso cabine telefoniche ed altri punti, allo scopo di individuare latori di messaggi e intercettare volantini di organizzazioni terroristiche.
Per tali servizi vennero assegnati alla Questura di Roma 1.030 militari di PS, 100 guardie di finanze e 900 carabinieri.
I carabinieri attuarono altresì, a partire dalla sera del 18 marzo, una cintura integrativa di 32 posti di blocco agli ingressi romani delle autostrade, lungo le maggiori arterie che si dipartono dal Grande Raccordo Anulare e lungo le rotabili di collegamento.
La Guardia di Finanza attivò nelle giornate successive altri 10 posti di blocco nella zona litoranea compresa tra il Lido di Fregene e la spiaggia di Tor San Lorenzo.
Due elicotteri delle forze di Polizia svolsero una continua vigilanza aerea a Nord e a Sud di Roma, per tutto l'arco delle ore di luce. Su richiesta dell'autorità giudiziaria anche l'esercito venne chiamato alla realizzazione della cintura di controllo con l'impiego di 1000 uomini.
Il pomeriggio stesso del 16 marzo, la Direzione generale di Pubblica Sicurezza --Criminalpol - diffondeva le fotografie di sospetti appartenenti alle Brigate Rosse.

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Ne i giorni successivi e per tutto l'arco dei cinquantacinque giorni della prigionia dell'onorevole Moro, vennero effettuati rastrellamenti a tappeto nelle zone urbane ed extraurbane di Roma, in zone costiere e in molti comuni del Lazio, e vennero intensificati i servizi di controllo. Speciali servizi con personale in abito civile vennero istituiti con compiti di osservazione e di identificazione delle persone sospette nelle stazioni ferroviarie sui convogli ferroviari e negli aeroporti.
I controlli e le perquisizioni erano diretti all'identificazione di "fiancheggiatori" delle BR, nonché ad eseguire perquisizioni nei confronti loro e dei loro familiari; al controllo delle radio private, promuovendo all'occorrenza provvedimenti dell'autorità giudiziaria (chiusura dei locali e sequestro delle apparecchiatura) in caso di diffusione di notizie false e tendenziose volte a turbare l'ordine pubblico; a disporre servizi di vigilanza nelle Università, per eventuali interventi in caso di riunioni o manifestazioni a carattere eversivo; a denunciare le persone identificate come partecipanti ad associazioni sovversive; ad effettuare il controllo telefonico di persone sospette (1).

 
ATTIVITA' SVOLTA DAGLI ORGANI DELLA PUBBLICA SICUREZZA DATI RIFERITI AL PERIODO DAL 16 MARZO AL 10 MAGGIO (56 giorni) SU TUTTO IL TERRITORIO NAZIONALE E DELLA CINTA URBANA DI ROMA (*)  (dati già compresi nella colonna 2)
ELEMENTI RILEVATI Su tutto il territorio nazionale Cinta urbana di Roma
  Media
giornaliera
Totale Media
giornaliera
Totale
l. Forze impiegate        
a) Personale 12.760 510.724 4.307 172.270
b) Mezzi        
- terrestri 2.610 104.417 535 21.399
- aerei 2 70 - -
- navali 14 570 - -
         
2. Attività svolte        
a) Posti di blocco 1.294 72.460 157 6.296
b)Pattugliamenti 1.001 75.251 444 17.756
c) Rastrellamenti 50 1.986 - -
d) Perquisizioni domiciliari 673 37.702 173 6.933
e) Ricognizioni aeree 3 106 - -
f) Ricognizioni navali 21 852 - -
3.Controlli attuati        
a) Persone 114.531 6.413.713 4.185 167.109
b) Automezzi 60.412 3.303.123 2.414 96.572
c) Mezzi navali 117 4.664 - -
 

La Direzione generale della PS ha comunicato che per l'attuazione dei servizi sopraindicati furono impiegati giornalmente circa 13.000 uomini di cui 4.300 nella cinta urbana di Roma, con l'ausilio di oltre 2.600 automezzi; che l'attività di prevenzione, vigilanza e controllo, svolta dalla pubblica sicurezza, nel periodo dal 16 marzo al 10 maggio, può essere sintetizzata nei seguenti dati:
- posti di blocco, 72.460 di cui 6.296 nella cinta urbana di Roma;
- perquisizioni domiciliari, 37.702 di cui 6.933 nella cinta urbana di Roma;
- persone controllate, 6.413.713 di cui 167.409 nella cinta urbana, di Roma;
- persone arrestate, 150;
- persone fermate, 400.

(*) dati riferiti dal I aprile

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La Commissione si è Soffermata a valutare la coerenza tra le misure ordinate e quelle effettivamente realizzate. Dagli interrogatori dei responsabili delle forze di Polizia ha appurato che per la città di Roma non fu adottato un vero e proprio blocco, nel senso di una cintura di sicurezza continua ed impenetrabile, ma furono attivati dei posti di blocco in punti cruciali, su itinerari scelti dalle stesse forze dell'ordine. Inoltre il controllo ai posti di blocco fu effettuato per campione, tanto che molte persone poterono entrare e uscire dalla città in quei giorni senza subire controlli. A parte la difficoltà, se non l'impossibilità, di bloccare una città la Commissione ha accertato comunque che non esistevano piani al riguardo.
A riprova della mancanza di preordinazione è significativo l'ordine emanato lo stesso 16 marzo dal dottor Fariello, dirigente dell'UCIGOS, a mezzo telegramma, diretto a tutte le Questure - di attuare il "piano zero". Questo, elaborato per la provincia di Sassari, di cui il dottor Fariello era stato Questore, per il caso di gravi reati che si verificassero in quella provincia, era sconosciuto alle altre Questure. Lo stesso giorno l'ordine venne revocato.

La Commissione ha accertato che all'epoca dell'eccidio di via Fani era in vigore un sistema di pianificazione per la tutela dell'ordine pubblico risalente agli anni cinquanta. Esso ipotizzava fatti di grave turbamento da parte di masse; non prevedeva invece azioni di tipo terroristico. Solo nell'aprile 1978 la Direzione Generale di PS ha disposto l'aggiornamento da parte dei Prefetti dei predetti piani di ordine pubblico e, nell'agosto dello stesso anno, la loro integrazione con le ipotesi di atti di criminalità eversiva e comune.
Le misure di blocco, tuttavia, entro tre quarti d'ora dall'eccidio furono poste in essere sulle autostrade e le strade nazionali.
La Commissione ritiene che gran parte delle misure disposte ed effettuate dalle forze di polizia, sia ai fini della cattura dei terroristi, sia ai fini della scoperta del covo in cui era tenuto sequestrato l'onorevole Moro, fossero necessarie: le perquisizioni, le ispezioni, i posti di blocco, le intercettazioni telefoniche, i controlli sulle persone. Costituiscono operazioni indispensabili per il controllo del territorio e, lungi dall'avere solo un significato spettacolare e di facciata - come qualcuno ha detto - rappresentano una componente essenziale dell'attività della polizia nei casi di sequestro di persona quando sia sconosciuto il luogo di detenzione del sequestrato e ignoti gli autori del crimine.
Certo, tali misure non bastano, come non sono bastate nel caso del sequestro dell'onorevole Moro, perché vanno accompagnate dall'indagine, sulle persone, il più possibile mirata e finalizzata. Sul punto si dirà in seguito. Quello che si può intanto rilevare è che le misure di controllo del territorio non sembra abbiano creato difficoltà particolari alle BR, che continuarono ad agire e muoversi con notevole disinvoltura e sicurezza, non solo a Roma ma nell'intero territorio nazionale.
Durante il periodo del sequestro dell'onorevole Moro, infatti, le BR diffusero ben nove comunicata, tutti preannunciati regolarmente per telefono a Roma, Torino, Genova e Milano; e inoltre compirono: 2 omicidi (I); 6 ferimenti; 5 incendi di auto, l'attentato ad una caserma dei carabinieri.
 

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Ma non soltanto le misure di controllo del territorio (perquisizioni, ispezioni, blocchi stradali) non disturbarono per niente le BR Le stesse misure furono carenti nell'esecuzione: e ne sono Prova le vicende del covo di via Gradoli, della "retata" degli autonomi dell'aprile 1978 e dell'operazione della tipografia Triaca, che la Commissione ritiene possano essere considerate come altrettante occasioni mancate.


 

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4) Il covo di via Gradoli.

Al numero 96 di via Gradoli agenti del Corpo di Polizia (brigadiere Domenico Merola, vice brigadiere Ferdinando Di Spirito, appuntato Vincenzo Colucci, appuntato Domenico Firmani e guardia Michele Di Muccio) si recarono per la prima volta ad appena due giorni dalla strage, il 18 marzo, per compiere una perquisizione in esecuzione della disposizione impartita dalla Direzione generale di PS. In quella strada si trovano due soli edifici, costituiti da mini-appartamenti normalmente affittati per non lungo periodo.
L'appartamento che si sarebbe poi rivelato un covo, non venne tuttavia perquisito in quanto, trovata chiusa la porta, il sottufficiale di P.S. incaricato dell'ispezione e gli altri agenti si fidarono dell'assicurazione dei vicini, secondo la quale gli inquilini erano persone tranquille.
Alla Commissione, invece, è stato riferito - e in sede di indagine giudiziaria e dibattimentale dinanzi alla Corte d'Assise di Roma la circostanza è stata confermata - che due giovani, Gianni Diana e Lucia Mokbel - che abitavano nell'appartamento posto sullo stesso pianerottolo dell'appartamento-covo - riferirono agli agenti di PS che la notte precedente alla strage avevano percepito rumori, simili a segnali "morse", provenienti però da direzione opposta a quella dell'appartamento in questione. Essi avrebbero fatto verbalizzare la circostanza, affidando agli stessi agenti l'incarico di riferirne al funzionario di Polizia dottor Cioppa. Il sottufficiale che diresse l'operazione di via Gradoli ha escluso, tuttavia, in modo categorico che sia stato dichiarato qualcosa di simile a lui o ad elementi della squadra e di avere ricevuto alcun messaggio da riferire ad alcuno. Sull'episodio non è stata compiuta alcun inchiesta da parte dei superiori degli agenti incaricati dell'ispezione, né alcun provvedimento è stato adottato per la grave inosservanza delle prescrizioni relative alle perquisizioni.
Le modalità di effettuazione dei controlli di via Gradoli hanno richiamato l'attenzione della Commissione, che non ha mancato di compiere i necessari approfondimenti circa le disposizioni impartite dalle autorità.
Il Ministro dell'Interno e i Capi delle forze di Polizia hanno rappresentato le difficoltà notevoli che sarebbero derivate dallo sfondamento di tutte le porte trovate chiuse, e non solo di quelle di appartamenti in ordine ai quali esistevano specifiche ragioni di sospetto.
Il dottor Infelisi ha dichiarato che a via Gradoli 96 si andò, e si andò non solo lì, si andò a cercare tutti i miniappartamenti e i residences della zona; fra questi 30 o 40 palazzi c'era anche via Gradoli n. 96. Non c'era stata nessuna indicazione per via Gradoli n. 96".
Il Questore di Roma aveva però fatto presente che se fossero stati aperti tutti gli appartamenti degli assenti, non si sarebbero avuti uomini sufficienti per poterli piantonare e difendere dai ladri. In conseguenza di questa
 

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obiezione l'ordine tassativo del magistrato fu limitato alla zona di competenza del Commissariato Monte Mario: se gli inquilini non rispondevano alla chiamata delle forze di polizia si doveva aprire con la forza; se nessuno degli inquilini veniva trovato all'interno gli agenti avrebbero dovuto piantonare lo stabile fino all'arrivo di qualcuno di essi.
Gli ordini furono impartiti oralmente nel corso di una riunione svoltasi nella sede della Procura della Repubblica. Ma essi non furono sempre eseguiti per la difficoltà di attendere gli inquilini, magari per tutta la notte; e diversi furono i comportamenti da parte delle forze di polizia: gli uomini della guardia di finanza lo rispettarono, in molti casi aspettando tutta la notte, facendo irruzione la mattina e poi rimettendo con i fabbri tutto a posto.
Tuttavia non si può dire che perquisizioni e sfondamenti siano stati limitati ai pochi casi in cui qualche segnalazione od altri elementi potevano averne suggerito l'opportunità.
Infatti sfondamenti di porte furono effettuati, non di rado in maniera massiccia ed indiscriminata, producendo ovviamente diffusi disagi e critiche.
Le abitazioni non verificate non sono state successivamente sottoposte a controlli; perciò è verosimile ritenere che i terroristi, saputo del primo infruttuoso controllo, abbiano continuato tranquillamente a frequentare ed utilizzare l'alloggio, sentendosi in un certo senso "coperti" dalla effettuata perquisizione.
Il nome Gradoli venne di nuovo in evidenza il 6 aprile, ma non come strada urbana di Roma, bensì come paese, allorché vennero controllate, ad opera della Questura di Viterbo, alcune case coloniche nel comune di Gradoli, vicino al lago di Bolsena.
L'operazione fu compiuta a seguito di una segnalazione pervenuta alla Direzione generale di PS per il tramite del Gabinetto del Ministro dell'Interno. Il biglietto autografo, trasmesso al Capo della polizia dal dottor Luigi Zanda Loi, capo ufficio stampa del Ministro Cossiga, conteneva due indicazioni: una relativa a "Casa Giovoni - Via Monreale, 11 - scala D int. 1 piano terreno - Milano"; la seconda diceva: "lungo la statale 74, nel piccolo tratto in provincia di Viterbo, in località Gradoli, casa isolata con cantina". L'appunto è del 5 aprile. Il 6 aprile personale della Questura di Viterbo compiva il sopralluogo, con esito negativo.
La segnalazione ebbe origine da una seduta parapsicologica tenutasi il 2 aprile in casa del professor Alberto Clò, nella campagna bolognese. Il professor Romano Prodi che, insieme ad altri docenti ed amici partecipò alla riunione, trasmise l'indicazione al capo dell'ufficio stampa dell'onorevole Zaccagnini, dottor Umberto Cavina.
Questi ha dichiarato al giudice istruttore Francesco Amato, innanzitutto "di aver ricevuto da varie fonti svariate notizie circa la prigione dell'onorevole Moro e di averne sempre informato il Ministero dell'interno, prescindendo da qualsiasi valutazione sulla loro attendibilità e provenienza"; di ,non ricordare chi gli segnalò la notizia relativa a "Casa Giovoni, via Monreale 11, Milano"; peraltro molte notizie gli pervenivano anche da anonimi a mezzo telefono. Per quanto riguarda la notizia concernente la località Gradoli, il dottor Cavina ha ricordato che gli fu data dal professor Prodi, che andò appositamente da lui e gli precisò, manifestando un certo imbarazzo, che essa era risultata da una seduta spiritica.
 

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Sempre al giudice Francesco Amato, il 22 dicembre 1978, il professor Prodi ha confermato la testimonianza del dottor Cavina, aggiungendo che precedentemente ne aveva parlato "ad un collega dell'Università di Bologna, il quale aveva avvertito la DIGOS di Bologna". Il collega è stato identificato nel professor Augusto Balloni. Ma la Questura di Bologna in data 28 dicembre 1978 ha smentito di aver mai ricevuto alcuna segnalazione in merito, ed ha aggiunto, ad ogni buon fine, che il professor Balloni, titolare della cattedra di criminologia all'Università di Bologna, aveva dichiarato che la notizia era stata riferita come fatto curioso negli ambienti giudiziari del capoluogo emiliano, riservandosi di comunicare il nominativo, che al momento non ricordava, del giudice con il quale parlò.
Il professor Prodi, con il professor Mario Baldassarri, l'ingegner Franco Bernardi, la professoressa Gabriella Bernardi, il professor Alberto Clò, il professor Carlo Clò, la dottoressa Emilia Fanciulli, la dottoressa Flavia Franzoni Prodi, il professor Fabio Gobbo, la dottoressa Adriana Grechi Clò, la dottoressa Gabriella Sagrati Baldassarri, la dottoressa Licia Stecca Clò, tutti amici e parenti tra loro, hanno prima scritto e successivamente ribadito formalmente alla Commissione che tutto venne fuori da un gioco. Un piattino fu fatto scorrere su un tavolo, sul quale erano state disposte a caso le lettere dell'alfabeto, per rispondere a svariate domande. Alcune domande furono appunto poste circa il luogo in cui l'onorevole Moro era tenuto prigioniero. Tra una serie di indicazioni prive di senso compiuto e altre rilevanti, anche se non logicamente connesse, venne fuori la parola "Gradoli": nome ignoto a tutti, ma che, riscontrato su una carta geografica, si rivelò corrispondente ad una località in provincia di Viterbo. Anche "Bolsena" risultò tra le parole di senso compiuto indicate dal gioco.
La Commissione si è posta il quesito se la seduta spiritica nella campagna di Bologna non sia stata il tramite, da parte di uno dei partecipanti, per far pervenire un messaggio. Per questo ha compiuto specifiche indagini, senza tuttavia trovare alcun elemento probante di questa ipotesi. Tuttavia sono rimasti gli interrogativi, se non altro per la ricchezza dei particolari indicati nell'appunto.
Ad ogni modo, pervenuta alla Direzione generale di PS la comunicazione e riscontrato l'esito negativo dell'accertamento effettuato in provincia di Viterbo, nessuno degli inquirenti pensò di collegare l'indicazione di Gradoli-paese a quella di Gradoli-strada di Roma, dove pure un'ispezione era stata compiuta il 18 marzo 1978.
La signora Moro, che fu informata del fatto dall'onorevole Tina Anselmi, che frequentava la sua casa, ha affermato di aver fatto presente ad un funzionario di polizia, del quale peraltro non è stata in grado di ricordare il nome, l'esistenza a Roma di una via Gradoli. Alla Commissione non è stato possibile identificare il funzionario, pur avendo posto il quesito ai vari dirigenti di PS via via ascoltati.
La signora Moro ha riferito altresì che lo stesso funzionario avrebbe detto che via Gradoli non esisteva nelle "pagine gialle" dell'elenco telefonico e che essa, verificata l'inesattezza della risposta, aveva insistito inutilmente presso la stessa persona.
Deponendo successivamente dinanzi alla Corte di Assise di Roma, la signora Moro ha affermato di averne parlato direttamente con il Ministro dell'Interno onorevole Cossiga, il quale peraltro, a sua volta, nella stessa sede ha smentito decisamente la circostanza.

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La scoperta del covo di via Gradoli 96 avvenne casualmente la mattina del 18 aprile ad opera dei vigili del fuoco, chiamati telefonicamente alle ore 9,47 da un inquilino dello stabile che aveva riscontrato una infiltrazione d'acqua.
Alcuni vigili del distaccamento del quartiere "Prati", agli ordini del Capo squadra Pietro Leonardi, constatata l'esistenza, nel soffitto della cucina dell'appartamento all'interno 7, di una vasta macchia, con stillicidio d'acqua proveniente dall'appartamento sovrastante ed accertato che nessuno si trovava in esso, vi entrarono attraverso un balcone, mediante scala a ganci, richiedendo contemporaneamente, secondo la prassi, l'intervento della Polizia. Una volta entrati constatarono che l'infiltrazione nel soffitto sottostante era stata provocata da una doccia, del tipo a telefono, lasciata aperta rivolta verso il muro, in corrispondenza di una sconnessione fra le mattonelle di rivestimento.
Gli stessi vigili del fuoco notarono nell'appartamento numerosi volantini delle BR. Della scoperta avvisarono subito per radio il loro Comando, perché provvedesse a far giungere sul posto la PS, già avvisata genericamente dell'intervento.
Dagli atti della Questura è risultato che la prima chiamata da parte dei vigili del fuoco pervenne alle ore 10.08 e che si provvide ad inviare subito sul posto "la Volante 5" e successivamente, a richiesta dell'equipaggio di questa ultima, le Volanti "Beta" 3 e 4.
Personale della DIGOS di Roma e del Gabinetto di Polizia Scientifica, prontamente accorso, procedette ad una minuziosa perquisizione dell'appartamento, composto di due piccoli vani, cucinino e bagno, nel quale venne rinvenuto copioso materiale: volantini delle BR, numerose armi, esplosivo ed altri documenti.
Vennero in particolare rinvenute patenti automobilistiche, carte di identità e tessere per concessioni ferroviarie per impiegati dello Stato in bianco, centinaia di volantini delle Brigate Rosse, rivendicanti attentati, tra cui quello al Procuratore Generale di Genova, dott. Francesco Coco, e quello al Maresciallo Rosario Berardi.
Inoltre, furono sequestrati, una divisa da Guardia di PS; una divisa da aviatore di linee aeree, una tuta da operaio della SIP, un camice da impiegato delle PP.TT., nonché numerosi manoscritti, una piantina di un carcere imprecisato, matrici di ciclostile ed altro.
Dalle prime sommarie indagini emerse che l'appartamento era stato locato, circa due anni prima, ad un sedicente Mario Borghi nato a Genova l'l febbraio 1945, ivi residente in corso Europa n. 37, che successivamente, fu identificato per il noto brigatista Mario Moretti, allora latitante.
La scoperta della vera identità di Borghi avvenne attraverso l'esame di alcuni manoscritti, trovati nel covo, contenenti appunti di carattere ideologico ed organizzativo, che sembravano provenienti da persona avente una posizione di preminenza nell'organizzazione terroristica. Posta a confronto la grafia con quella dei più importanti brigatisti rossi e con quella di altri scritti e documenti rinvenuti in altri covi, si accertò che la medesima grafia era comparsa nei carteggi di una base, fino ad allora ritenuta dei NAP, scoperta nel 1976 a Torvaianica e, soprattutto, era identificabile sicuramente con quella del latitante Mario Moretti, uno dei capi storici delle BR. La scoperta è stata confermata da parte dei periti, i quali hanno assicurato che
 

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è di Moretti la firma apposta da Borghi in calce al contratto di locazione dell'appartamento.
Dal materiale trovato in via Gradoli, e specialmente da un paio di lenti, si riuscì ad identificare anche la donna che viveva nell'appartamento insieme con Moretti, e che risultò essere la nota brigatista Barbara Balzerani.
L'importanza del materiale rinvenuto nel covo di via Gradoli è stata confermata dai successivi sviluppi delle indagine sulle BR.
Nel covo vennero rinvenuti, infatti, appunti con annotati dati anagrafici ed estremi di documenti di persona che è risultata aver prestato la sua attività professionale presso la scuola media statale Bruno Buozzi in località La Storta. L'attenzione della DIGOS e della Questura di Roma si è soffermata così su Marina Petrella, segretario di quell'istituto dal gennaio al settembre 1977, la quale era stata già denunciata, nel novembre del 1977, per partecipazione a banda armata. L'esame comparato di esemplari della grafia della Petrella con gli appunti trovati in via Gradoli hanno fatto emergere una rilevante omogeneità di scrittura, per cui il magistrato inquirente ha potuto emettere, il 3 gennaio 1979, mandato di cattura a carico della stessa Petrella.
Nel corso della perquisizione domiciliare furono rinvenute parti di una pistola di grosso calibro e, nella bottega del marito della Petrella, Luigi Novelli, punzoni e presse per timbri a secco, idonei alla falsificazione di documenti. Anche Novelli fu tratto in arresto e denunciato all'autorità giudiziaria per banda armata.
In ordine alle modalità con le quali fu condotta l'operazione di via Gradoli, la Commissione si è chiesta se con una maggiore accortezza e discrezione non sarebbe stato possibile arrivare anche alla cattura dei terroristi frequentanti il covo.
Il dottor Spinella ha affermato che la presenza in via Gradoli degli automezzi dei vigili del fuoco e delle autovetture della Polizia, peraltro giunte a sirene spiegate, aveva richiamato l'attenzione e la curiosità dei passanti e dei vicini. Quando arrivò sul posto il primo funzionario della DIGOS, davanti alla palazzina vi era già una vera e propria folla di curiosi, molti dei quali erano ormai a conoscenza che era stato trovato un "covo" delle BR. Pertanto un possibile servizio riservato, diretto ad arrestare gli inquilini dell'appartamento, al momento del loro ritorno a casa, non apparve più possibile.
In ordine all'importante materiale rinvenuto la Commissione si è preoccupata di accertare se l'esame di esso sia stato tempestivo o se, per avventura - come ha lamentato tra l'altro la signora Moro - non si sia perso del tempo prezioso. Il Questore pro tempore di Roma, dottor De Francesco, ha assicurato che le indagini sul materiale sono state svolte con la dovuta tempestività. Lo stesso Questore ha affermato che di esso fu data copia ai Servizi di Sicurezza e all'Arma dei carabinieri.
Quindi fu esaminato da più parti contemporaneamente, anche se il lavoro, che ha richiesto tempo e coordinamento, è stato svolto a livello delle disponibilità organizzativi esistenti nel 1978. A giudizio del Questore le cose sarebbero andate meglio se la Polizia avesse potuto disporre di un centro di elaborazione dei dati sul terrorismo. Si dovette invece utilizzare semplicemente la memoria di funzionari e ufficiali che portavano avanti le indagini.
Tra gli inconvenienti lamentati, peraltro, non è trascurabile quello del-
 

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la mancata identificazione delle impronte rinvenute nell'appartamento, nonché il fatto che non furono disposte dall'autorità giudiziaria perizie sui timbri sequestrati nello stesso covo.
In via Gradoli, tra l'altro, furono rinvenute numerose armi, alcune delle quali risultarono poi acquistate con una licenza di porto d'armi rubata ad un certo Lunerti, insieme ad altre due licenze di suoi amici, che si trovavano tutte e tre sull'auto dello stesso Lunerti. Una di queste ultime due licenze fu poi rinvenuta nella tipografia di via Foà.
A questo proposito la Commissione rileva che, all'epoca, esisteva presso il Ministero dell'interno solo uno schedario a mano per il controllo del commercio delle armi; la polizia quindi si trovava nella materiale impossibilità di accorgersi in tempo breve se qualcuno, munito di regolare porto d'armi, faceva incetta di armi comperandole in differenti negozi.
Da ultimo non può non rilevarsi che a Gradoli paese, dopo la segnalazione conseguente alla "seduta spiritica", l'ispezione fu compiuta da uomini della Questura di Viterbo il 6 aprile; la prima ispezione in via Gradoli era stata compiuta dal Commissariato Flaminio di Roma il 18 marzo. La prima operazione è rimasta isolata dalla successiva perché l'una e l'altra furono svolte da uffici diversi; sicché neppure il ricorrere dell'identica denominazione poté richiamare una maggiore attenzione. Non si vuole porre in discussione il criterio della competenza territoriale, ma è chiaro che la mancanza di un centro di direzione unitaria delle indagini ha impedito la circolazione delle informazioni e, di conseguenza, una proficua gestione delle stesse.
L'effettivo coordinamento operativo delle indagini, assicurato da una unica direzione, misura questa che ha dimostrato la sua reale efficacia nel prosieguo della lotta alle BR (es. sequestro Dozier), restò durante la vicenda di Moro una esigenza insoddisfatta, e la domanda della Commissione, su chi ebbe l'effettiva responsabilità delle indagini e del coordinamento delle operazioni di polizia, non ha trovato risposta.
Né questa esigenza poteva essere soddisfatta con la costituzione del Comitato politico-tecnico-operativo presieduto dal Ministro dell'interno e, per sua delega, dal sottosegretario Lettieri: esso si è rivelato ben presto inutile, tanto che non risulta sia stato più riunito dopo il 3 aprile.
A giudizio della Commissione, la lezione che si può ricavare da come ha lavorato il Comitato è che così non si può e non si deve fare il coordinamento dell'attività delle forze di polizia: in effetti il Comitato non ha coordinato niente, e si è piuttosto rivelato come la sede nella quale si riversarono le frustrazioni derivanti dagli insuccessi.


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5) La "retata" degli autonomi del 3 aprile 1978.

Nel quadro delle attività di Polizia, svolte nei cinquantacinque giorni del sequestro dell'onorevole Moro, furono prese in esame le posizioni di numerose persone, per lo più già note all'Ufficio Politico della Questura di Roma per la loro militanza in gruppi eversivi o in formazioni contigue. In modo particolare venne fermata l'attenzione su coloro che avevano costituito il quadro direttivo di "Potere Operaio", da cui, a giudizio della Questura stessa, proveniva il maggior numero di appartenenti alle BR.
La mattina del 3 aprile 1978, a cura della DIGOS, dei Distretti e dei Commissariati di PS di Roma vennero eseguite numerose perquisizioni do-
 

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miciliari, al termine delle quali trenta persone vennero arrestate e denunziate all'autorità giudiziaria per partecipazione ad associazione sovversiva. Altre sette persone vennero denunziate per lo stesso reato, in stato di libertà, in quanto non rintracciate. Con lo stesso rapporto furono messe in luce le figure di altre persone, per lo più già militanti di "Potere Operaio", molte delle quali all'epoca avevano fatto perdere le loro tracce.
Analoga operazione venne compiuta il 6 maggio 1978, allorché furono tratte in arresto, pure per partecipazione ad associazione sovversiva, altre ventitré persone. Gli arrestati, sia della prima che della seconda operazione, vennero tutti scarcerati dopo qualche giorno.
La Commissione ha chiesto al Questore del tempo dottor De Francesco di chiarire perché l'operazione di polizia, che peraltro suscitò all'epoca vivaci rilievi e proteste, non abbia avuto un seguito di indagini accurate da parte delle forze dell'ordine, visto che erano stati fermati o individuati brigatisti rossi e appartenenti ad altri gruppi eversivi con gli stessi collegati, che furono successivamente arrestati o ricercati per attività terroristica.
Tra questi possono essere ricordati Valerio Morucci, Adriana Faranda, Stefano Ceriani Sebregondi, Renata Bruschi, Lanfranco Pace, Daniele Pifano, Franco Piperno, Maria Fiora Pirri Ardizzone, Bruno Seghetti.
Il mancato seguito d'indagine sorprende per diversi motivi.
Innanzitutto era noto alla Questura di Roma, almeno dalla data del 30 marzo 1978, che Morucci e Faranda erano esponenti della colonna romana delle BR, per avere il dirigente della DIGOS inviato apposito rapporto all'autorità giudiziaria, su segnalazione di persona che non ritenne di potersi manifestare per ragioni di sicurezza.
Era altresì noto fin dal 17 marzo alla Questura di Roma che Adriana Faranda era stata riconosciuta come la persona che aveva provveduto all'acquisto del berretto da aviatore indossato da uno degli attentatori in via Fani.
Risulta dal rapporto della stessa Questura di Roma inviato all'autorità giudiziaria il 3 aprile 1978 che nel corso di una perquisizione effettuata il 23 marzo 1978 nella casa di Lanfranco Pace, era stato rinvenuto e sequestrato un opuscolo delle BR edito nel 1972, costituente uno dei testi basilari dell'organizzazione terroristica.
Erano infine noti i legami esistenti tra ex esponenti di Autonomia Operaia, ed in specie quelli tra Pace e Piperno, con Morucci e Faranda.
Un'accurata e accorta indagine avrebbe dato con ogni probabilità risultati importanti.
La Commissione non ha ricevuto al riguardo risposte convincenti.
E tuttavia può ritenersi che le due occasioni mancate, via Gradoli e "retata" degli autonomi, lungi dal dimostrare l'inutilità delle misure di controllo del territorio decise, provano anzi esattamente il contrario. Le ispezioni e le perquisizioni non erano inutili; semmai è da criticare il modo come l'operazione Gradoli o la "retata" degli autonomi sono state compiute. Sotto tale profilo dubbi e interrogativi sul comportamento degli operatori di pubblica sicurezza possono ritenersi fondati. Ma non può non rilevarsi che la mancanza o la scarsità delle attività investigative mirate è dipesa soprattutto dal fatto che gli apparati preposti alla pubblica sicurezza sapevano poco delle BR come organizzazione al di fuori di qualche nome, peraltro ricavato dai mandati di cattura emessi da autorità giudiziarie diverse dalla magistratura romana.
 

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Significativo a questo riguardo è l'episodio delle fotografie di appartenenti alle BR diffuse il pomeriggio dello stesso giorno dell'agguato. Alle 11 del 16 marzo l'ANSA aveva ricevuto il comunicato di rivendicazione della strage di via Fani e del sequestro dell'onorevole Moro, emesso dall'organizzazione terroristica. Qualche ora dopo la Direzione generale di Pubblica Sicurezza Criminalpol diffondeva un bollettino delle ricerche contenente il seguente "Avviso importante": "Pregasi intensificare le ricerche per l'arresto dei sottoscritti latitanti, ricercati per gravi reati e sospettati di appartenere all'organizzazione terroristica delle Brigate Rosse". Seguivano le foto di: Marco Pisetta, Enrico Bianco, Prospero Gallinari, Rocco Micaletto, Mario Moretti, Francesco Bonisoli, Brunilde Pertramer, Susanna Ronconi, Antonio Savino, Pietro Del Giudice, Paolo Sicca (sedicente), Innocente Salvoni, Lauro Azzolini, Giustino De Vuono, Antonio Maria Bellavita, Domenico Lombardo, Corrado Alunni, Patrizio Peci, e l'invito ad informare tempestivamente in caso positivo il Centro nazionale della Criminalpol.
La diffusione delle foto avvenne anche a mezzo della stampa e della televisione. Al fine di sollecitare la collaborazione dei cittadini fu installato presso la Questura di Roma un apposito apparecchio telefonico, il cui numero era stato comunicato attraverso le reti televisive e radiofoniche nonché attraverso la stampa (tel. 4756989).
Dal testo del Bollettino appariva evidente che esso conteneva le foto di latitanti ricercati per gravi reati e sospettati di appartenere all'organizzazione terroristica BR solo perché colpiti da precedenti mandati di cattura. Lo prova il fatto che nel Bollettino comparivano nomi e foto di persone che non appartenevano alle BR, ed anche nomi e foto di delinquenti comuni. Vi erano nomi e foto di alcuni che furono poi imputati e condannati come responsabili effettivi della strage di via Fani e del sequestro e dell'uccisione dell'onorevole Moro. Sennonché la circostanza non può indurre nessuno a ritenere che la polizia conoscesse fin dal pomeriggio del 16 marzo i nomi dei partecipanti ai fatti di via Fani. Per persuadersene basta considerare che le foto comprendevano anche quelle di due persone già in carcere, e che due di esse si riferivano alla stessa persona, sia pure indicata con due nomi diversi.
In buona sostanza si è trattato di un Bollettino compilato utilizzando gli schedari della Criminalpol nei quali i nomi dei latitanti erano stati inseriti a seguito dei loro precedenti. Sarebbe stato ben strano che la Criminalpol non conoscesse il nome di Gallinari, appena evaso dal carcere di Treviso.
Dalla pubblicazione di tali nomi non si può perciò ricavare un giudizio di conoscenza dell'organizzazione BR da parte delle forze di polizia, tale da consentire ad esse di muoversi sapendo dove indirizzare le indagini. Una felice intuizione, dunque, non fu adeguatamente approfondita e coordinata con altri dati di fatto di cui gli organi responsabili erano a conoscenza. Si può dire che l'attività degli apparati si affidò al caso.
Eppure i brigatisti giravano tranquillamente per Roma, tenevano le loro riunioni in luoghi pubblici (università, bar, trattorie, ecc.), diffondevano con disinvoltura i loro volantini, frequentavano regolarmente i loro "covi", si spostavano da una città all'altra d'Italia, senza incontrare ostacoli o controlli di alcun genere; compivano attentati, uccidendo e ferendo impunemente. Alla disinvoltura delle BR corrispondevano l'affanno e l'inconcludenza

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degli apparati delle forze di polizia. Basti considerare che nella rete gettata non è rimasto impigliato alcun terrorista, e tuttavia essa interessò nomi importanti: Morucci e Faranda, Pace e Piperno.
Morucci e Faranda, tra i protagonisti della strage di via Fani, esponenti di spicco della colonna romana, erano da tempo latitanti e clandestini. Ma Pace e Piperno, esponenti di punta di Autonomia Operaia romana, erano invece facilmente controllabili e, come poi è risultato, avrebbero potuto portare a Faranda e Morucci: invero essi procurarono ospitalità ai due presso la professoressa Giuliana Conforto, in viale Giulio Cesare n. 47, dal 24 marzo al 29 maggio 1979, giorno del loro arresto; ma ciò significa che i rapporti dei due con Piperno e Pace erano stati continui ed ininterrotti.
La retata degli autonomi suscitò, è vero, lo si è già ricordato, proteste e reazioni da parte della stampa e dell'opinione pubblica; ma è da augurarsi che non per questo non vi sia stato un seguito di indagini sulle persone sospettate.
La scarcerazione delle persone denunciate in stato di arresto e il mancato esercizio dell'azione penale nei confronti dei denunciati a piede libero non avrebbero dovuto impedire di proseguire le indagini e ricercare le prove delle relazioni esistenti tra i sospettati. Un accorto pedinamento, o quant'altro la tecnica delle investigazioni riservate suggerisce avrebbero probabilmente portato in tempi brevi a risultati positivi.
Ma l'operazione che prova con maggiore evidenza che le forze di polizia ben poco sapevano delle BR come organizzazione e dei brigatisti come singoli, è quella che condusse alla scoperta della tipografia Triaca.


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6) L'operazione della tipografia Triaca.

Il 28 marzo 1978, verso le ore 19,30, pervenne al Ministero dell'interno - Ufficio Centrale Investigazioni Generali ed Operazioni Speciali (UCIGOS) - una telefonata da parte di persona, che non volle rivelare la propria identità, la quale raccomandò di "controllare le seguenti persone che sono certamente collegate con le BR: 1) Teodoro Spadaccini, anni 30/35, pregiudicato; 2) certo Gianni, che lavora al Poligrafico ed ha un'auto 126 Fiat targata Roma S04929; 3) certo Vittorio, di anni 25/30, che ha un'auto "Ami 8" targata Roma F74048; 4) Proietti Rino, attacchino del Comune di Roma; 5) Pinsone Guglielmo, che circola con una Fiat 125 di colore celestino. Tutti e cinque abitano nella zona Prenestina e frequentano la Casa della Studentessa".
L'UCIGOS iniziò, con proprio personale, una accurata attività investigativa volta sia all'identificazione esatta delle persone, sia alla verifica della fondatezza delle informazioni.
La fase dell'identificazione, a giudizio dei dirigenti dell'UCIGOS, non comportò notevole sforzo investigativo; la seconda fase, diretta all'esatta individuazione dei soggetti in questione e alla precisa localizzazione delle rispettive abitazioni, si rivelò complessa, specie per Rino Proietti. Anche l'individuazione degli altri soggetti comportò servizi di osservazione, appostamento e pedinamento "ad intervalli" per far sì che le persone seguite non si accorgessero di essere controllate.
L'elemento che, alla luce dei risultati conseguiti, si rivelò più importante, e cioè la localizzazione della tipografia di. via Pio Foà, venne acquisito
 

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solamente il I maggio 1978, a seguito di un servizio di pedinamento nei confronti di Teodoro Spadaccini, che quel giorno si incontrò con un giovane che si trovava a bordo di un'autovettura risultata poi di proprietà di Triaca.
Ritenuta completata la fase investigativa preliminare, con un primo rapporto del I maggio, vennero richieste ed ottenute le autorizzazioni ad effettuare controlli telefonici, mentre un secondo rapporto, del 7 maggio, conteneva specifiche richieste di perquisizione. I relativi decreti vennero emessi il 9 maggio, data di rinvenimento del corpo dell'onorevole Moro.
L'evento ritardò l'esecuzione dei provvedimenti di perquisizione.
L'operazione, che portò all'arresto di numerosi appartenenti alla colonna romana delle BR, (Triaca, Spadaccini, Lugnini, Marini, Mariani) ed alla scoperta della tipografia dell'organizzazione, venne effettuata dalla polizia soltanto il 17 maggio 1978.
Triaca ammise quasi subito la sua appartenenza alle BR; riferì che le spese occorrenti per la tipografia erano state pagate da un esponente delle BR, da lui indicato come Maurizio (Giulio?), poi identificato in Mario Moretti, che lo aveva contattato fin dal 1976, e fornì elementi a carico di Spadaccini, Marini e Mariani. Quanto a Lugnini, certamente legato a Triaca e a Spadaccini, secondo quanto emerso dai servizi di osservazione, la sua qualità di impiegato addetto all'Ufficio cartevalori del Poligrafico dello Stato, indusse a collegare la sua posizione con i documenti in bianco rinvenuti nel covo di via Gradoli.
La scoperta della tipografia di via Foà consentì di riscontrare numerosi legami fra questa e il covo di via Gradoli.
Si è già ricordato che in via Gradoli erano state rinvenute, tra le altre, alcune armi acquistate con licenze rubate sulla macchina di Lunerti. Una di queste licenze venne rinvenuta nella tipografia di via Pio Foà.
Altro elemento di collegamento è stato il riconoscimento di tre dei cinque brigatisti del gruppo della tipografia - e precisamente di Spadaccini, Lugnini e Marini - da parte di due persone che li avevano notati in via Gradoli la sera precedente la scoperta del covo.
Un ulteriore nesso tra le due basi è costituito dal fatto che in entrambe sono state rinvenute tracce di Barbara Balzerani, moglie separata di Marini ed intima amica della convivente di questi, la Mariani, nonché a sua volta convivente con Moretti nell'appartamento di via Gradoli. Tanto in questo covo quanto nella tipografia sono stati trovati, infatti, manoscritti vergati dalla Balzerani; in via Foà, inoltre, è stata rinvenuta una cartolina illustrata a lei indirizzata presso il suo domicilio.
In ordine a questa operazione la Commissione, pur non sottovalutando la difficoltà e la delicatezza che tali attività hanno comportato per gli investigatori, ritiene incomprensibile come, a fronte di notizie precise e circostanziate come quelle indicate dall'anonimo informatore, sia occorso tanto tempo - dal 28 marzo al 7 maggio - per verificarne la fondatezza.
Tra la prima segnalazione, pervenuta il 28 marzo all'UCIGOS, e la trasmissione alla DIGOS di Roma, 29 aprile, c'è stato un intervallo di un mese. Il rapporto all'autorità giudiziaria con la richiesta di perquisizione è stato inviato addirittura il 7 maggio.
Circostanziata e precisa era l'informazione in ordine soprattutto a Teodoro Spadaccini, allora membro della brigata universitaria. Il suo pedinamento portò il 2 maggio alla localizzazione della tipografia Triaca di via Pio Foà, ma l'informazione su Spadaccini era pervenuta il 28 marzo. Si
 

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scelse di seguire invece prima Proietti. La Commissione sottolinea che la brigata universitaria, di cui Spadaccini faceva parte, gestì la custodia della Renault rossa, utilizzata per l'uccisione dell'onorevole Moro e il trasporto in via Caetani del suo cadavere, in collegamento e sotto la direzione di Bruno Seghetti, la cui abitazione era stata perquisita nel corso della "retata" disposta dalla Questura di Roma il 3 aprile 1978; e lo stesso Spadaccini fu visto sostare davanti al covo di via Gradoli.
Il dottor Fariello, dirigente dell'UCIGOS, ha affermato che il mese di tempo è stato necessario per la verifica della fondatezza della notizia e l'identificazione delle persone segnalate. Particolare difficoltà ha comportato la indagine relativa a Proietti, il quale non dimorava né presso la sua residenza anagrafica né all'indirizzo dichiarato all'ufficio presso cui era impiegato; lo stesso era per di più assente in quel periodo dal lavoro, per cui fu possibile raggiungerlo e seguirlo solo dopo molti giorni. Anche l'individuazione, l'appostamento e il pedinamento ad intervalli degli altri individui segnalati, per fare in modo che le persone seguite non si accorgessero di essere controllate, hanno richiesto del tempo.
D'altro canto, l'elemento più importante, cioè la localizzazione della tipografia di via Pio Foà, fu acquisito soltanto il I maggio. Quello stesso giorno la DIGOS chiese di poter effettuare controlli telefonici, subito autorizzati, per cui soltanto il 7 maggio fu in grado, col secondo rapporto giudiziario, di richiedere la perquisizione, che fu autorizzata dal magistrato il 9 maggio.
Richiesto anche del perché si sia atteso dal 9 al 17 maggio prima di effettuare l'operazione, il dottor Fariello ha dichiarato che sarebbe stato opportuno attendere ancora più a lungo per cercare di sorprendere anche Moretti, ma che la pressione dell'opinione pubblica era tale, dopo il ritrovamento del corpo dell'onorevole Moro in via Caetani, che si dovette intervenire, rinunciando a probabili maggiori risultati. La stessa tesi ha esposto anche il dottor De Francesco.
La Commissione al riguardo non può non rilevare che se si è avuta l'accortezza e la pazienza di attendere di passare all'azione in quei giorni drammatici, appare poco plausibile la fretta dimostrata quando ormai il crimine era stato consumato. Ammesso e non concesso poi che sarebbe stata veramente opportuna anche una più lunga attesa per sorprendere Moretti, resta grave il fatto che non si sia esercitata una conveniente sorveglianza attorno alla tipografia dopo l'operazione: infatti Moretti arrivò qualche tempo dopo e, trovata la saracinesca abbassata, si sentì dire da un commerciante vicino che il suo socio era stato prelevato dalla polizia: poté così allontanarsi indisturbato.
Nella tipografia vennero rinvenute una compositrice IBM a testina rotante, bozze di stampa di quattro opuscoli diffusi dall'aprile al dicembre 1977 in concomitanza con gravi attentati, la risoluzione della direzione strategica del novembre 1977, nonché la minuta dattiloscritta e i clichés fotografici di questa, esemplari di volantini rivendicanti attentati e denaro in contanti, parte del quale proveniente dal sequestro Costa: tutto materiale di enorme importanza. Furono pure rinvenute due macchine tipografiche; una stampatrice AB-DIK260T, già appartenente dal Raggruppamento Unità Speciali dell'Esercito, e una fotocopiatrice AB-DIK 675, già di proprietà del Ministero dei trasporti.
A proposito della stampatrice, il dottor Spinella ha dichiarato che il
 

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collega incaricato della perquisizione alla tipografia gli ha riferito che la macchina era stata ceduta dal Raggruppamento Unità Speciali (RUS) ad un intermediario, ma che, conoscendo la delicatezza della notizia - RUS significa "servizi segreti" - ha informato il consigliere istruttore Gallucci e l'indagine è stata condotta personalmente dallo stesso.
Il generale Santovito ha dichiarato che il RUS è il "sostegno del personale di leva in servizio: gli autisti, i marconisti, si chiamano unità speciali. Ha aggiunto che questa macchina è stata messa fuori uso e venduta come rottame assieme ad altro materiale fuori uso: sono stati individuati chi l'ha comprata, chi l'ha rimessa in ordine e chi l'ha venduta.
La Commissione ha acquisito i documenti relativi all'assunzione in carico, alla dichiarazione di fuori uso e al versamento della stampatrice, mentre nel processo in Corte d'Assise è stato anche chiarito come sia avvenuto in particolare il primo passaggio.
Anche per quanto riguarda la fotocopiatrice, acquistata nel dicembre 1969 da parte del Ministero dei trasporti, la Commissione, con una propria indagine istruttoria, ha ricostruito come essa sia finita nella tipografia di via Foà.
E' risultato infatti che nel dicembre 1973 detta macchina era stata versata, come materiale fuori uso, al magazzino approvvigionamenti delle Ferrovie dello Stato e venduta il 19 giugno 1974 ad un ex dipendente delle medesime Ferrovie, che la installò nella sua abitazione. Successivamente, avendo deciso di rivenderla, pubblicò un annuncio sul quotidiano "Il Messaggero" di Roma, chiedendo altresì ad un tecnico, già utilizzato per la messa a punto della macchina, di interessarsi alla vendita. A nome di questo tecnico si presentarono due persone, tra cui un certo Claudio Avvisati, che acquistarono la macchina. Dopo qualche tempo, presso la ditta ove il tecnico lavorava, si presentò Enrico Triaca, risultato poi la persona per conto della quale Claudio Avvisati aveva acquistato la macchina, e pregò il tecnico di recarsi presso il locale ove era stato installato l'apparecchio per una messa a punto. Il locale, secondo il tecnico si trovava nella zona di Valmelaina (si trattava, probabilmente, del covo delle BR di via Renato Fucini 2/4).Successivamente la macchina sarebbe stata trasportata nella tipografia di via Pio Foà. Il tecnico in questione era stato tra l'altro sentito dal giudice Amato in merito alla vendita dell'altra macchina, la stampatrice, da parte di un altro collega dipendente dalla medesima ditta ad un amico del citato Claudio Avvisati.


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7) L'episodio del Lago della Duchessa.

Di un altro strano episodio occorre infine far cenno.
Alle ore 9.30 del 18 aprile, in seguito ad una telefonata anonima, un redattore del quotidiano "Il Messaggero" rinveniva, in un cesto per rifiuti in piazza Belli, un comunicato delle BR (n. 7) nel quale si affermava che la salma di Aldo Moro giaceva "impantanata" nei fondali del lago della Duchessa, in località Cartore di Rieti.
Del riscontro dell'informazione fu subito incaricato il vice capo della polizia dottor Emilio Santillo, che si recò sul posto con il procuratore della Repubblica di Roma dottor De Matteo. Entrambi però tornarono a Roma nella stessa giornata del 18 aprile, dopo essersi resi conto che il corpo dell'onorevole Moro non poteva trovarsi sui fondali del lago, la cui superfi-
 

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cie era ricoperta da un robusto strato di ghiaccio. Le ricerche comunque proseguirono nei giorni successivi, coordinate dal questore di Rieti e dai comandanti della Legione dei carabinieri Lazio e della IX Legione della Guardia di finanza, con esiti negativi.
In tale episodio il problema principale è rimasto quello dell'autenticità del comunicato, ossia della sua provenienza o meno dalle BR, e delle ragioni per le quali fu concepito.
La polizia scientifica, lo stesso 18 aprile, dichiarò che la scrittura del comunicato presentava caratteristiche (tipo dei caratteri dattiloscriventi LIGHT ITALIC, passo di scrittura ed anomalie negli spazi di alcuni segni di interpunzione) del tutto analoghe a quelle riscontrate nei precedenti comunicati delle BR, sempre relativi al rapimento del Presidente della DC. Ma l'intestazione "brigate rosse" dello pseudo comunicato n. 7, redatta a mano, presentava accentuate anomalie (disomogeneità nella spaziatura tra le lettere, tenuta del rigo e irregolarità di tratti) mai riscontrate nei precedenti volantini: il che lascia ritenere che il comunicato n. 7 sia stato eseguito molto in fretta. In effetti le BR, nel loro comunicato n. 7 del 20 aprile, ne negarono l'autenticità, considerandola una "provocazione del potere".
Il dottor Spinella ha ritenuto il comunicato interamente falso, per la fraseologia estranea a quella normale delle BR, per gli errori di ortografia e di grammatica del tutto inconsueti negli scritti brigatisti, per essere stato diffuso in una sola città e in unico esemplare invece che simultaneamente in più luoghi.
Chi invece lo considerò autentico, ritenne che rispondesse ad una strategia più di intimidazione che di diversivo o di depistaggio. Le BR il 18 aprile continuavano ad usare il covo di via Gradoli; quindi non avevano necessità di distrarre forze dell'ordine da Roma. E' verosimile, perciò, che intendessero creare artificiosamente impressione per la morte di Aldo Moro, la cui smentita avrebbe poi determinato contraccolpi.
Anche la signora Moro l'ha interpretato come prova generale per vedere come avrebbe reagito l'opinione pubblica'
Altri, invece, ne ha individuato lo scopo nella ricerca di un diversivo cui le BR si sarebbero indotte, avendo evidentemente la sensazione che i controlli si avvicinassero alla prigione dell'onorevole Moro. Questa opinione è stata sostenuta da un esponente di Azione Rivoluzionaria, Enrico Paghera, il quale ha dichiarato di avere appreso da altro appartenente all'organizzazione, Guglielmo Paillacar, lo stesso che aveva telefonato per dar notizia del volantino, che quest'ultimo mirava appunto a stornare l'attenzione degli inquirenti per consentire ai brigatisti di uscire da Roma. Sarebbero state quindi le stesse BR a chiedere al gruppo un'azione di alleggerimento. Probabilmente il volantino fu scritto proprio da Azione Rivoluzionaria: Peci invero ha dichiarato alla Commissione che Paghera, suo compagno di cella, gli confidò di aver redatto egli stesso il comunicato. La conferma della provenienza del comunicato dal gruppo di Azione Rivoluzionaria, a base anarchica, potrebbe trovarsi nell'affermazione che l'onorevole Moro si è suicidato - probabile riferimento alla morte dell'anarchico Pinelli - e nel richiamo ai componenti del gruppo Baader Meinhof, che non sarebbero stati soli a... suicidarsi.
Il dottor Infelisi decise di non andare al Lago della Duchessa con il Procuratore Capo dottor De Matteo, perché - a suo parere - il volantino non corrispondeva in alcun modo ai precedenti: preferì, perciò, recarsi in

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via Gradoli. Anche l'avvocato Guiso ha giudicato il comunicato del tutto apocrifo, condividendo l'opinione di Curcio che sarebbe stato una "provocazione del potere".
Occorre in proposito ricordare che l'idea di diffondere comunicati da parte dei servizi di sicurezza per controllare le reazioni dei terroristi fu avanzata dal dottor Vitalone, Sostituto addetto alla Procura generale della Repubblica, e discussa con polizia e carabinieri. Lo ha riferito il dottor Infelisi, aggiungendo che egli appoggiò la proposta ritenendola brillante, purché legata a preventive garanzie. Si concluse, comunque, di non farne niente.


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8) Conclusioni sull'attività investigativa e operativa nei cinquantacinque giorni.

Nessun risultato di rilievo è stato conseguito, durante i cinquantacinque giorni del sequestro, al fine di assicurare alla giustizia i responsabili della strage, come nessun risultato di rilievo, è stato conseguito ai fini della scoperta della prigione dell'onorevole Moro e della liberazione dell'ostaggio, nonostante l'impegno e l'abnegazione dimostrati dagli appartenenti alle forze dell'ordine e lo sforzo imponente di uomini e di mezzi messi in campo. I primi arresti di terroristi collegati in qualche modo con la strage di via Fani e col sequestro e l'uccisione dell'onorevole Moro sono stati compiuti il 17 maggio 1978 (Triaca, Spadaccini, Marini, ecc.).
L'arresto del brigatista Piancone - risultato poi componente del commando BR in via Fani - avvenuto a Torino, in occasione dell'attentato che costò la vita all'agente di custodia Lorenzo Cotugno l'11 aprile 1978, è rimasto per lungo tempo, almeno fino alle confessioni di Patrizio Peci, senza rilievo nelle indagini relative al caso Moro.
La Commissione, conformemente alle linee di indirizzo e agli obiettivi indicati nella legge istitutiva, ha particolarmente insistito nella ricerca delle cause e delle ragioni che hanno comportato gli sconfortanti risultati.
Le conclusioni al riguardo sono avvalorate dalle dichiarazioni rese alla Commissione dal Ministro dell'interno del tempo onorevole Cossiga: "Le forze di Polizia potevano fronteggiare episodi sporadici di terrorismo, ma lo Stato nel suo complesso non era preparato ad affrontare fenomeni terroristici tipo caso Moro da un punto di vista ordinamentale e organizzativo. Mancava una politica della sicurezza relativa al terrorismo, cioè una dottrina della sicurezza basata su un'analisi del fenomeno, non esistevano nel nostro apparato statuale adeguati ausili di carattere moderno anche se tutti quanti hanno dato tutto quello che potevano dare."
Il generale Corsini, Comandante dell'Arma dei carabinieri, ha dichiarato che "il terrorismo è passato da obiettivi fino ad allora considerati normali ad obiettivi impensabili senza immaginare le profonde ramificazioni, prendendoci in contropiede dopo un lungo periodo di incubazione"; e, commentando l'arrivo a via Fani, ha dato giudizi molto severi sul metodo e l'efficienza: "Ho trovato una grossa confusione, che abbiamo creato noi. Infatti eravamo tutti accorsi e purtroppo accade che qualche volta si va in troppi ed è sbagliato, mentre qualche volta non si va. Io mi sono infatti ingorgato con due macchine della polizia ed ho fatto una grande fatica per salire a Monte Mario perché c'era chi a sirene spiegate saliva e chi discen-
 

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deva. Tutto questo accorrere sul posto non è stato in un certo senso positivo anche se avevo dato quegli ordini per quei posti di blocco per certe strade, cosa che non è stata sufficiente. Difatti arrivati lì lo abbiamo constatato ed abbiamo cominciato a fare le prime indagini su questo cadavere, sulla dinamica del fatto, sulle varie vie che in ipotesi avevano potuto seguire per arrivare e per andarsene. Sono poi arrivate le notizie più strane come: ho visto un camioncino o altro. I telefoni bollivano e così anche tutte le linee di comunicazione. Arrivavano notizie utili e notizie non utili, notizie che si capivano e che non si capivano. Abbiamo quindi cercato di dipanare tutta questa difficile matassa. C'era chi diceva che erano nei dintorni di Rieti, c'era chi diceva che erano sulla Cassia e su tutte queste zone mandammo pattuglie e chiamammo aiuti."
Anche il dottor Parlato, Capo della Polizia, ha ammesso: "All'epoca della tragedia di via Fani ci siamo trovati in una condizione di vacanza dei servizi di sicurezza. Anche l'attuale SISMI era in fase di ristrutturazione"... "In quell'occasione ci trovavamo nella situazione di due grossissimi organismi - polizia e carabinieri - che erano "senza occhi e senza orecchie": non avevamo servizi di sicurezza. La polizia si prodigò al massimo, ma non avevamo né un confidente né un infiltrato. Vi è stata una miriade di cose che abbiamo cercato di fare con il concorso dell'esercito immediatamente il giorno dopo, con uno sforzo molto consistente dell'autorità militare."
Il generale Giudice, Comandante generale della Guardia di Finanza, ha riferito: "Non vi sono dubbi che se ci fosse stato un unico ente coordinatore, uno solo, ripeto, e non più di uno, tutto sarebbe andato meglio...'Tutti hanno lavorato con il massimo impegno. Può essersi verificata qualche disfunzione per lo scarso peso che in quel momento avevano gli organi informativi dello Stato. Mi riferisco particolarmente al SISMI e al SISDE"... "Un'organizzazione non si improvvisa, ha bisogno di struttura, di personale e di personale particolarmente addestrato, e di programma. Nel caso in esame io posso dire che c'era uno squilibrio tra operazioni ed informazioni."
Il dottor Infelisi, Sostituto procuratore della Repubblica a Roma, ha dichiarato: "Mi sono sempre occupato di terrorismo e mi sono quindi trovato di fronte ad una realtà che già conoscevo: "l'anno zero" dal punto di vista dell'organizzazione repressiva della polizia e dei carabinieri. Ho constatato un impegno ed un sacrificio di uomini - carabinieri e polizia veramente notevole, ma nello stesso tempo ho constatato che i settori più specializzati - carabinieri e DIGOS - mancavano totalmente di strumenti: mancavano gli schedari, mancavano i funzionari che si intendessero di estremismo di sinistra, che sapessero chi erano i soggetti e dove gravitavano. L'aspetto investigativo mancava totalmente tanto che fui io, come magistrato, a stabilire che alcune informazioni che esistevano presso gli organi di polizia venissero trasmesse anche ai carabinieri che ne erano totalmente privi". "Durante i cinquantacinque giorni non abbiamo mai avuto un contributo documentale, anche a livello informativo, da parte dei servizi di sicurezza." "I carabinieri avrebbero dovuto conoscere i nominativi (esempio Faranda e Morucci) dei soggetti gravitanti in una certa orbita, invece c'era una assenza totale, completa, di conoscenza di questi soggetti. Anche gli uomini che hanno agito successivamente e che agiscono oggi - mi riferisco al sequestro D'Urso e all'ultimo fatto di Prima Linea - non conoscono le persone che devono andare a cercare. Alla DIGOS di Roma vi è un
 

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solo funzionario che si intende di terrorismo, gli altri cambiano ogni 6 mesi. Il quadro della magistratura non è migliore. Manca completamente un reparto investigativo."
In effetti a quell'epoca gli apparati preposti alla sicurezza pubblica non conoscevano o conoscevano molto poco il terrorismo e le organizzazioni terroristiche, e non erano perciò in grado di valutarne i disegni e di prevenirne, al limite del possibile, le azioni delittuose. Mancava anche la necessaria organizzazione.
In effetti le organizzazioni terroristiche, i materiali a stampa, le risoluzioni strategiche e i comunicati che le BR in particolare, puntualmente e anticipatamente rispetto alle azioni terroristiche, erano andate via via pubblicando non avevano costituito sufficiente oggetto di analisi e di studio da parte dei responsabili della pubblica sicurezza.
Alla data del 16 marzo 1978 erano stati pubblicati vari numeri della rivista "Controinformazione" sui quali le tesi e i progetti eversivi delle BR e delle altre organizzazioni propugnanti la lotta armata trovarono larga ospitalità. Numerose anche le pubblicazioni di libri e riviste varie.
Sempre alla data del 16 marzo 1978 le BR avevano compiuto numerosi delitti ed attentati, di cui 7 a Roma.
Per le BR si trattava - come è apparso poi - di una vasta e ramificata organizzazione, certo di una organizzazione segreta, che agiva tra l'altro immergendosi nel vasto mare dei movimenti estremistici, dai quali tuttavia ha sempre tenuto a differenziarsi e distinguersi.
Una organizzazione che comunque a Roma ha creato una struttura tra le più capaci ed efficienti, come è dimostrato dal fatto che in quella città le BR hanno realizzato l'impresa delittuosa più importante e più spettacolare: la strage di via Fani, il sequestro durato cinquantacinque giorni, l'uccisione dell'onorevole Moro: quello che essi hanno definito l'attacco al cuore dello Stato.
Sorprendentemente, invece, nelle stesse carte delle forze di sicurezza, si trovavano indicati come semplici estremisti molti di coloro che successivamente si sarebbero rivelati come pericolosi brigatisti: Seghetti, Riccardi, Piccioni, Morucci, Faranda, Petrella, etc.
Esaminando la copia dei rapporti e delle denunce della polizia e dei carabinieri a carico degli appartenenti a gruppi eversivi che operano a Roma negli anni precedenti al 1978 si rimane sorpresi nel leggere i nomi di molti dei protagonisti delle vicende terroristiche. Questi rapporti erano il frutto di un complesso e faticoso lavoro che ha senza alcun dubbio impegnato decine e decine di persone appartenenti alle forze di polizia.
Ma le informazioni contenute in questi rapporti non sono state utilizzate successivamente. E' vero che essi potevano non contenere elementi sufficienti a provare i reati ipotizzati; ma è anche vero che l'attività dei soggetti individuati aveva richiamato l'attenzione degli organi preposti alla pubblica sicurezza, tanto da riferirne all'autorità giudiziaria. Purtroppo all'archiviazione o alla dichiarazione di non luogo a procedere da parte dell'autorità giudiziaria corrispose generalmente l'archiviazione dei fascicoli anche da parte della polizia e dei carabinieri. Le informazioni preziose raccolte nei fascicoli precedenti venivano così sommerse dai fascicoli successivi e finivano col non poter essere più utilizzate.
Il mancato trattamento automatico delle informazioni ha giocato un ruolo decisamente negativo nella lotta al terrorismo. La mancanza di uno
 

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strumento idoneo a fornire tempestive informazioni, correttamente classificate e immediatamente coordinate, è un'ulteriore prova dell'assenza di una politica della sicurezza, che ha caratterizzato i nostri apparati.
L'indagine dell'autorità giudiziaria per la strage di via Fani e il sequestro e l'uccisione dell'onorevole Moro ha potuto stabilire che l'organizzazione della colonna romana delle BR risaliva (vedi ordinanza di rinvio a giudizio Imposimato) a molti anni addietro: un primo tentativo venne compiuto addirittura nel 1971; ma è dal 1974-1975 che la colonna romana ha acquistato lineamenti organizzativi precisi con la venuta a Roma di Moretti prima e di Gallinari poi.
L'attenzione delle forze di polizia veniva invece attratta dalle manifestazioni e dall'attività di altri gruppi eversivi (Potere Operaio, Autonomia) operanti in quegli anni nella capitale: manifestazioni ed attività particolarmente intense specie negli anni 1976 e 1977, che vanno dalle assemblee tumultuose all'interno e all'esterno dell'Università di Roma, ai cosiddetti "sabati di fuoco" nelle vie della capitale, che impegnavano totalmente le forze di polizia. A queste manifestazioni partecipavano, ben mimetizzati, anche esponenti della colonna romana delle BR.
La sostanziale sottovalutazione del complesso fenomeno terroristico che emerge dalla sua mancata conoscenza - è significativa la confusione tra estremismo e terrorismo - ha avuto come effetto la mancata predisposizione di misure organizzativi e di strumenti idonei a fronteggiare con efficacia l'attività terroristica, specie quella più lucida e determinata delle BR, che agiva sotto la copertura della clandestinità.
Non si tratta, come appare evidente, di incapacità soggettiva dei funzionari, degli ufficiali e degli agenti delle forze dell'ordine, nei quali la Commissione ha potuto constatare, con l'eccezione di singoli casi, un elevato grado di professionalità congiunto ad un grande senso del dovere ed un marcato spirito di sacrificio. Si tratta del resto degli stessi uomini che hanno realizzato la distruzione dell'organizzazione dei NAP.
Quello che ha reso debole ed impari la risposta dello Stato all'attività delle BR, a giudizio della Commissione, è stata la mancanza di una strategia dell'antiterrorismo, e di una politica della sicurezza elaborata in relazione alle peculiarità dell'organizzazione eversiva, al carattere clandestino della medesima, ai moduli organizzativi segmentati e compartimentati, alla pericolosità dei singoli componenti, all'ambizione degli obiettivi dichiarati, al grado di accoglienza che in una parte della società, sia pure modesta, quei programmi avevano, ai collegamenti che essi erano riusciti a stabilire. Naturalmente per attuare una politica della sicurezza e una strategia antiterroristica occorreva predisporre strutture e servizi adeguati.
La Commissione non ha potuto avere risposte convincenti sul perché l'Ispettorato antiterrorismo, costituito sotto la direzione del questore Santillo il I giugno 1974, sia stato, nel pieno "boom" del terrorismo, disciolto, e perché non ne sia stata utilizzata l'esperienza organizzativa ed il personale addetto. L'Ispettorato - poi divenuto Servizio di Sicurezza (S. d. S.) - aveva agito, nel corso della sua breve vita, con una struttura agile e snella e soprattutto con una direzione unitaria alle dirette dipendenze del capo della Polizia: ad esso era affidato il coordinamento operativo dell'informazione e dell'intervento ai fini della sicurezza interna. L'Ispettorato si articolava al centro su quattro divisioni, una delle quali operativa che, forte di un numeroso gruppo di investigatori, specializzati in pedinamenti ed altre at-
 

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tività di polizia giudiziaria, offriva un valido apporto ai Nuclei Regionali spostandosi, con uomini e mezzi, laddove se ne appalesava l'esigenza.
Le altre tre divisioni, ognuna secondo i settori di specifica competenza (terrorismo di destra, di sinistra ed internazionale) svolge ano funzioni di coordinamento dell'attività informativa dei Nuclei Regionali e degli Uffici Politici della Questura.
L'Ispettorato antiterrorismo aveva cominciato a costruire una mappa dei movimenti eversivi e a raccogliere informazioni sui singoli presunti terroristi, in una visione unitaria del fenomeno, la sola capace di consentire un corretto apprezzamento e una lotta efficace. L'asserito contrasto formale con la legge istitutiva dei servizi di informazione e di sicurezza del 24 ottobre 1977, n. 801, ha dato origine allo scioglimento dell'ispettorato. Ma la contemporanea creazione dell'UCIGOS - Ufficio Centrale Investigazioni Generali e Operazioni Speciali - in seno alla Direzione generale di P.S., e delle DIGOS - Divisioni Investigazioni Generali e Operazioni Speciali - presso le Questure dei capoluoghi di regione e di analoghi uffici presso le altre Questure, incastonando i nuovi servizi nelle strutture esistenti ha fatto venire meno l'agilità e la flessibilità che l'ispettorato aveva assunto e la visione unitaria del fenomeno del terrorismo.
Gli stessi interrogativi la Commissione si è posta in ordine alle esperienze accumulate dal Nucleo antiterrorismo costituito nel maggio 1974 presso il Comando Carabinieri di Torino, che svolse un importante lavoro investigativo ai tempi del sequestro Sossi. La successiva generalizzazione dell'esperienza, con la costituzione di "Sezioni speciali anticrimine" presso tutti i comandi di gruppo (o di divisione) dell'Arma, non ha comportato risultati di rilievo (o almeno non sono noti) poiché l'attività delle Sezioni speciali ha finito con l'identificarsi con quella dei comandi territoriali, perdendo di vista la visione unitaria del fenomeno terroristico.
La carenza dei servizi informativi ha giocato un ruolo di rilievo nella mancata conoscenza del fenomeno terroristico e quindi nella predisposizione di misure idonee a fronteggiarlo. Così ad esempio la sera stessa del 16 marzo il SISMI acquisiva, attraverso un organo fiduciario, l'informazione secondo cui un tal Salvatore Senatore, detenuto a Matera fino al 16 febbraio, avrebbe nel corso della sua detenzione parlato di un possibile sequestro dell'onorevole Moro. La notizia fu passata al SISDE che la smistò immediatamente agli organi operativi, ma non ebbe ulteriori sviluppi. In realtà anche la Commissione ha avuto modo di accertarne l'infondatezza ascoltando direttamente Senatore.
Dello stesso valore il messaggio intercettato dal SISMI "il mandarino è marcio", trasmesso per telefono da un brigatista ad un parroco del Piemonte, il quale peraltro avrebbe informato subito i carabinieri: espresso in anagramma e non in codice, esso annunciava purtroppo che l'onorevole Moro sarebbe morto l'indomani, il testo vero essendo: "il cane morirà domani."
La Commissione sente di poter affermare che la punta più alta dell'attacco terroristico ha coinciso con la punta più bassa del funzionamento dei servizi informativi e di sicurezza.
Eppure i servizi di sicurezza avevano, agli inizi degli anni settanta, stabilito un contatto con le organizzazioni eversive e con le stesse BR per il tramite di Pisetta. Questi compilò, in data 29 settembre 1972, un memoria-

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le nel quale indicava i nomi di importanti esponenti delle BR allora operanti, che sono stati protagonisti delle azioni terroristiche compiute negli anni successivi, come Moretti, e il modello organizzativo per colonne che le stesse BR avevano già fin da allora assunto.
Alla Commissione non è stato chiarito perché i servizi non abbiano dato seguito d'indagine alle indicazioni contenute nel memoriale, che lo sviluppo degli eventi ha confermato veritiere.
Le ambiguità, le reticenze o quanto meno la non limpida posizione in cui sono apparsi i servizi di informazione e di sicurezza in alcuni clamorosi episodi di terrorismo accompagnati da strage (1), hanno talvolta accreditato nella pubblica opinione la sensazione di una compromissione diretta degli apparati dello Stato nei fatti di terrorismo. In verità, già investiti dalla crisi di credibilità conseguente agli eventi del giugno-luglio 1964 oggetto di apposita Commissione parlamentare di inchiesta, istituita con legge 31 marzo 1969, n. 93 - gli apparati informativi e di sicurezza sono apparsi in pratica latenti per tutti gli anni in cui le organizzazioni eversive si sono sviluppate ed estese, mentre hanno dimostrato un insolito attivismo in relazione ad altre vicende su cui sono in corso indagini giudiziarie e parlamentari (v. vicenda MI-FO-BIALI).
Al momento della strage di via Fani e del sequestro dell'onorevole Moro, i servizi erano nella fase iniziale di riorganizzazione in conseguenza della legge 801 emanata nell'ottobre '77. Ma non può essere sottaciuto il fatto che i nomi dei capi dei servizi di informazione e di sicurezza - SISDE, SISMI e CESIS - siano stati trovati nell'elenco degli iscritti alla Loggia massonica P2.
La sottovalutazione del fenomeno terroristico non appartiene solo agli apparati preposti alla sicurezza pubblica. Identica sottovalutazione è dato riscontrare nelle decisioni via via assunte dalla magistratura romana rispetto alle ripetute denunce effettuate dalla polizia e dai carabinieri prima della strage di via Fani, magari per reati da taluni ritenuti "di opinione", ma tutte connotate da una matrice comune di evasione e riferite spesso alle medesime persone.
Il ruolo di garanzia assicurato dalla magistratura anche nelle circostanze considerate è fuori discussione, e la Commissione lo apprezza; e tuttavia non si può non rilevare che i responsabili della magistratura romana, proprio per la persistenza e continuità delle denunce avrebbero ben potuto trarne occasione per ordinare indagini più approfondite, magari sotto la direzione di un apposito nucleo di magistrati. Invece la occasionalità della trattazione dei rapporti di polizia da parte dell'uno o dell'altro magistrato, e il conseguente spezzettamento dello stesso fenomeno in tanti episodi criminosi trattati ognuno per proprio conto, hanno impedito, con ogni probabilità, di cogliere il filo che legava i vari episodi denunciati e di valutare conseguentemente il reale significato e peso degli stessi, come manifestazioni di un vasto disegno eversivo nascosto spesso sotto fattispecie di assai minore gravità.
Infine l'utilizzazione politica del terrorismo, cioè in funzione di lotta tra i partiti politici - come prima lo era stata l'utilizzazione dell'estremi-

(1)  Piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969), strage di Peteano (31 maggio 1972), strage di Brescia (28 maggio 1974), attentato al treno Italicus (4 agosto 1974), strage alla stazione di Bologna (2 agosto 1980).
 

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smo con la teoria degli opposti estremismi - conferma che anche tra le forze politiche ha tardato a farsi strada la reale comprensione del fenomeno terroristico. Solo la vicenda Moro ha fatto loro compiere un salto di qualità nella consapevolezza della pericolosità del fenomeno e finalmente tutte le forze politiche hanno riconosciuto il terrorismo come nemico del sistema e dell'ordinamento democratico e costituzionale del Paese.


9 - Il nucleo operativo del generale Dalla Chiesa

 


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10) Lo sviluppo delle indagini.

Con una serie di operazioni di notevole rilievo compiute l'1 e il 2 ottobre 1978 dai carabinieri di Milano, furono scoperte le basi BR di via Montenevoso, di via Olivari e di via Pallanza. In tali occasioni furono arrestati Lauro Azzolini, Franco Bonisoli, Domenico Gioia ed altri sospetti brigatisti, e fermato Flavio Amico, titolare di una tipografia in via Bruschi, nella quale venne rinvenuto un residuo combusto di una carta di identità dello stesso tipo di quelle trovate nel covo di via Montenevoso. Nei confronti di Bonisoli e Azzolini - su cui già gravavano indizi di responsabilità fondati su riconoscimenti fotografici - il Consigliere Istruttore del Tribunale di Roma emetteva il 10 ottobre 1978 mandato di cattura per i reati relativi alla strage di via Fani ed al sequestro e all'omicidio di Aldo Moro.
Particolare rilevanza ha avuto la scoperta della base di via Montenevoso, ove furono rinvenuti, oltre al materiale consueto dei covi terroristici (armi, esplosivi, moduli per carte di identità in bianco, volantini rivendicanti attentati, ecc.) copie dattiloscritte di alcune lettere inedite e del così detto memoriale dell'onorevole Aldo Moro, nonché dell'interrogatorio subito dallo stesso durante la prigionia.
Ulteriori progressi nelle indagini si registravano nel corso del 1979. La prima operazione di rilievo compiuta fu l'arresto, effettuato il 17 marzo 1979 dalla Questura di Torino, del ricercato Vincenzo Acella e di Raffaele Fiore, sin allora ignoto capo della colonna torinese delle BR. Sulla base del materiale trovato in loro possesso, la DIGOS di Roma segnalava i due all'Ufficio istruzione quali corresponsabili dell'eccidio di via Fani e del sequestro Moro: l'indicazione, per quanto riguarda Fiore, ha poi trovato riscontro nelle dichiarazioni del brigatista pentito Patrizio Peci. Altra operazione di notevole importanza fu effettuata il 29 maggio 1979 dalla DIGOS e dalla squadra mobile della Questura di Roma, che in un appartamento di viale Giulio Cesare arrestavano Adriana Faranda e Valerio Morucci. Insieme ai due noti esponenti della colonna romana delle BR veniva arrestata anche la proprietaria dell'appartamento, la signora Giuliana Conforto, docente universitaria di fisica, che aveva fornito ospitalità ai due - secondo quanto la stessa ha dichiarato al magistrato - dietro richiesta degli esponenti di Autonomia Operaia Lanfranco Pace e Franco Piperno. La Conforto è stata assolta il 4 luglio 1979 per insufficienza di prove dal reato di concorso in detenzione di armi, e successivamente, nel settembre 1982, sempre per insufficienza di prove, dal reato di favoreggiamento.
Tra il materiale rinvenuto nell'appartamento particolare importanza ha la mitraglietta Skorpion, che i periti balistici hanno stabilito inequivocabilmente essere stata l'arma usata per uccidere l'onorevole Aldo Moro.
L'arresto di Morucci e Faranda, che pone tra l'altro in luce l'esistenza di una profonda spaccatura, all'interno dell'organizzazione terroristica, tra un'ala definitasi "movimentista", alla quale appartenevano appunto i due brigatisti arrestati, ed una frazione più rigida e militarista, rappresentata, tra gli altri, da Gallinari e Moretti, conferiva nuovo impulso allo sviluppo delle indagini.
L'acquisizione della prova della presentazione di Morucci e Faranda alla signora Conforto da parte di Pace e di Piperno indirizzava su di essi l'indagine giudiziaria, e finiva per coinvolgerli nelle stesse gravi imputazioni di concorso nei fatti di via Fani e nell'organizzazione ed attività terroristiche contestate agli altri brigatisti.
 

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Le stesse accuse venivano rivolte al professor Antonio Negri, arrestato il 7 aprile 1979, dopo che alcuni avevano ritenuto di riconoscere nella sua voce quella della persona che, il 30 aprile 1978, aveva telefonato alla signora Moro. Con ordinanza del giudice istruttore Cudillo del 23 aprile 1980 il professor Antonio Negri veniva scagionato dall'accusa mentre è ancora in corso il processo così detto "7 aprile" presso la Corte di Assise di Roma.
Sempre a Roma, il 24 settembre 1979, dopo un conflitto a fuoco, veniva arrestato, da parte di personale della Questura, Prospero Gallinari, che si trovava in compagnia di Mara Nanni, già nota come appartenente ad altra formazione terroristica e successivamente transitata nelle Brigate Rosse. Tra i documenti sequestrati a Gallinari c'era un piano particolareggiato per una incursione di brigatisti sull'isola dell'Asinara, allo scopo di provocare una evasione in massa dei detenuti politici.
Nel corso di una operazione avvenuta il 15 dicembre 1979 a Torino, concretatasi nella scoperta di due covi e di una base delle BR e nell'arresto di quattro persone, tra le quali Giuseppe Mattioli, i carabinieri trovavano una delle armi usate dal commando di via Fani. Si tratta della pistola mitragliatrice MAB che - secondo quanto si apprendeva successivamente da Peci - era stata usata nel corso della strage di via Fani da Mario Moretti.
Lo sviluppo delle indagini subiva un'ulteriore accelerazione a seguito dell'operazione compiuta dai carabinieri di Torino, il 19 febbraio 1980, che portò all'arresto dei brigatisti Patrizio Peci e Rocco Micaletto.
A seguito di un accorto condizionamento Peci forniva ampi ragguagli sulla struttura organizzativa e sull'attività delle BR, illustrava la preparazione e la dinamica dell'agguato di via Fani e dava notizie copiose sulla detenzione di Aldo Moro, sul comportamento dello statista, ed infine sul tragico epilogo della vicenda.
Peci, dichiaratosi peraltro del tutto estraneo all'eccidio di via Fani ed al sequestro e all'uccisione di Aldo Moro, vicende i cui particolari ha asserito di avere appreso da Fiore indicava come partecipanti alla strage del 16 marzo Raffaele Fiore, Lauro Azzolini, Franco Bonisoli, Adriana Faranda, Prospero Gallinari, Mario Moretti, che avrebbe diretto l'operazione, nonché altri due elementi da lui non conosciuti, aggiungendo però di non potere escludere la partecipazione di altre persone. Informava inoltre che il sequestro era stato preceduto, sei mesi prima, da una sorta di dibattito interno all'organizzazione terroristica, cui parteciparono tutte le colonne delle BR e che si concluse con la decisione di sequestrare Moro, adottata congiuntamente dai fronti di massa e logistico e dal comitato esecutivo. All'epoca facevano parte del fronte di massa Micaletto, Piancone, Bonisoli, Nicolotti, Gallinari, Faranda e forse Balzerani; mentre il comitato esecutivo era composto da Moretti, Micaletto, Azzolini e Bonisoli.
Peci riferiva altresì che il progetto iniziale delle BR era di eseguire contemporaneamente il sequestro di un uomo politico e quello di un industriale ad alto livello per costringere lo Stato a trattare; tale progetto sarebbe stato però ridimensionato, nel senso che il progetto di sequestro di un esponente del mondo industriale fu abbandonato a seguito dell'approvazione, avvenuta subito dopo i fatti di via Fani, della legge che impone ai proprietari l'obbligo di denunciare alla Questura i nominativi degli inquilini affittuari.
La preparazione vera e propria di via Fani, a detta di Peci, sarebbe
 

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durata tre mesi, ed avrebbe comportato, tra l'altro, esercitazioni di tiro effettuate sul litorale laziale e lo studio accurato delle abitudini della vittima. Morucci e Faranda avrebbero provveduto ad eseguire un sopralluogo del percorso prescelto.
Sempre Peci riferiva che la sera del 15 marzo erano state squarciate le ruote del motofurgone del fioraio di via Fani per evitare che questi fosse coinvolto nell'agguato; che poco prima delle ore 9 del 16 marzo alcuni elementi della SIP, legati alle BR, avevano attuato un intervento sui telefoni per interrompere alcune linee; che nell'azione erano state impiegate nove autovetture, tra cui uno o due autofurgoni; che uno dei terroristi era rimasto leggermente ferito nell'operazione; che l'onorevole Moro era stato fatto salire prima su un'auto e poi su un furgone, dove era stato rinchiuso in un baule; che le tre autovetture ritrovate in via Licinio Calvo, in giorni diversi, erano state lasciate in quella via contemporaneamente, e che pure nella zona erano state abbandonate altre due auto poi non ritrovate.
Gli interrogatori dell'onorevole Moro sarebbero stati condotti da Moretti, e ad essi Moro avrebbe risposto, con coraggio e dignità, in termini generali, rivendicando la funzione popolare della DC e senza rivelare nulla.
La telefonata del 30 aprile alla signora Moro veniva da Peci, sulla base dell'ascolto della registrazione, attribuita a Moretti.
L'esecuzione dell'onorevole Moro sarebbe stata decisa nel momento in cui fu compilato il comunicato n. 9. Se le BR lasciarono passare qualche giorno, lo fecero perché, pur non credendovi, speravano tuttavia in qualche novità di natura politica.
La decisione sarebbe stata presa dall'esecutivo, che nei giorni del sequestro avrebbe elaborato i comunicati e sarebbe rimasto riunito in permanenza, dopo aver interpellato le colonne. Qualche dissidenza dalla decisione sarebbe emersa in particolare nella colonna romana.
Peci forniva altresì notizie sulla dissidenza di Morucci e Faranda, rivelando che questi si erano addirittura posti fuori dell'organizzazione terroristica, dopo avere manifestato divergenze in ordine alla linea politica, quattro-cinque mesi prima del loro arresto. Secondo Peci, le BR si erano convinte a posteriori che i due avevano intrattenuto, anche durante i cinquantacinque giorni, rapporti con i "grandi capi" di Autonomia, Scalzone, Piperno e Pace, delle cui tesi Morucci e Faranda erano stati appunto i portavoce all'interno dell'organizzazione. Anche le notizie, indubbiamente provenienti da militanti, riportate negli articoli del giornalista Scialoja sull'Espresso dal 26 marzo al 23 aprile 1978, dovevano essere state, ad avviso belle BR, fornite a Scialoja da Morucci o da Faranda, probabilmente per il tramite di uno dei tre "grandi capi" dell'Autonomia. Lo stesso Morucci veniva indicato da Peci come probabile fonte del fumetto della rivista "Metropoli", nel quale è stata ricostruita la vicenda Moro in modo giudicato da Peci corrispondente a quanto era a sua conoscenza sull'argomento.
Nel corso della sua audizione dinanzi alla Commissione Peci ha confermato le circostanze rese note agli inquirenti, aggiungendo che la sorte dell'onorevole Moro sarebbe stata diversa se egli avesse inteso collaborare con i suoi rapitori.
I primi frutti concreti delle rivelazioni di Peci venivano colti con la scoperta della base di via Fracchia a Genova, avvenuta il 28 marzo 1980 ad opera dei carabinieri. In uno scontro a fuoco con i carabinieri che stavano per fare irruzione nel covo rimasero uccisi i brigatisti che si trovavano
 

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nell'appartamento: Riccardo Dura, Lorenzo Betassa Anna Maria Ludrnann e Pietro Panciarelli. Nel corso del conflitto riportò ferite anche uno dei militari.
L'episodio ha una qualche connessione con la strage di via Fani, in quanto il brigatista Riccardo Dura faceva parte, all'epoca del sequestro di Aldo Moro, del fronte di massa che partecipò - secondo quanto dichiarato da Peci - alla decisione di rapire il Presidente della DC.
Nella medesima giornata del 28 marzo 1980 un'altra operazione condotta dai carabinieri in località Occhieppo Inferiore di Vercelli portava al sequestro dell'arma usata da Fiore in via Fani.
L'immediato arresto, da parte della DIGOS di Napoli il 20 maggio 1980, dei responsabili dell'omicidio dell'assessore della Regione Campania Giuseppe Amato consentiva di assicurare alla giustizia anche il brigatista latitante Luca Nicolotti, incriminato dall'Ufficio istruzione del Tribunale di Roma per la strage di via Fani e per il sequestro e l'omicidio di Aldo Moro, in seguito alle dichiarazioni di Patrizio Peci.
Successivamente una serie di operazioni condotte dai carabinieri di Roma tra il 20 maggio e il 10 giugno 1980 conduceva alla scoperta di una base operativa in via Ugo Pesci e di un covo in via Silvani, nel quale ultimo veniva tra l'altro rinvenuta la pistola WPPK, che gli accertamenti balistici hanno stabilito essere stata usata, insieme con la Skorpion, nell'omicidio di Moro. Nel covo di via Silvani, che deve ritenersi la base logistica della colonna romana, venivano trovati altresì documenti di identità, timbri e contrassegni.
Nella medesima base veniva catturato il brigatista Francesco Piccioni, la cui posizione processuale in ordine alle vicende oggetto dell'inchiesta è stata definita nel processo cosiddetto Moro-bis.
Infine il 5 aprile 1981, la DIGOS di Milano catturava Mario Moretti, latitante da lunghi anni e più volte sfuggito all'arresto. Insieme con Moretti venivano tratti in arresto il professor Enrico Fenzi ed altri due militanti delle BR.
Va sottolineato che dodici componenti del "commando" che ha operato in via Fani sono stati individuati e tutti, con la sola eccezione di Barbara Balzerani, sono stati assicurati alla giustizia e già condannati dalla Corte d'Assise di Roma con sentenza pronunciata il 24 gennaio 1983.


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11) La "prigione" dell'onorevole Moro.

La Commissione - come del resto finora l'autorità giudiziaria - non è riuscita a individuare con certezza il luogo dove l'onorevole Moro è stato tenuto prigioniero durante i cinquantacinque giorni del sequestro.
Dopo il ritrovamento del corpo dello statista sono state effettuate dalle forze di polizia indagini a tappeto su tutto il litorale laziale a nord di Fiumicino, ritenendo che la sabbia rinvenuta nel risvolto dei pantaloni del Presidente della DC ed avente caratteristiche tipiche di quella zona, potesse significare che egli aveva camminato in quei paraggi. Successivamente si è ritenuto che la sabbia rinvenuta sugli abiti risalisse a tracce rimaste nel portabagagli della autovettura Renault, su cui è stato rinvenuto il corpo dell'onorevole Moro, di un piccolo imprenditore edile, il quale,
 

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in epoca precedente al furto dell'automezzo, aveva trasportato alcuni sacchi di sabbia. -Patrizio Peci, peraltro, ha dichiarato che la sabbia trovata fu messa artatamente dai terroristi nei pantaloni dell'onorevole Moro allo scopo di sviare le indagini.
Lo stesso Peci, nella sua deposizione, non è stato in grado o non ha voluto dare, elementi utili alla localizzazione della "prigione", limitandosi a fornire generiche indicazioni non rivelatesi idonee alla esatta individuazione. Egli ha parlato di un negozio con parete mobile, gestito da una coppia di coniugi prestanome e sito fuori Roma, ma nei pressi della città.
Anche il "fumetto" pubblicato su "Metropoli", pur significativamente esatto per molta parte della vicenda, è del tutto generico ed irrilevante per ciò che riguarda la "prigione" dell'onorevole Moro.
Più recentemente Antonio Savasta - la cui fonte di informazioni è stata soprattutto Bruno Seghetti, il quale sembra che abbia guidato la macchina su cui venne caricato l'onorevole Moro - ha riferito che il prigioniero venne tenuto segregato nella casa in cui vivevano Prospero Gallinari e Anna Laura Braghetti, casa che egli credeva sita in via Laurentina ma che poi è risultata essere quella di via Montalcini 8, alla Magliana.
Peci, nell'interrogatorio reso alla Corte d'Assise di Roma il 15 giugno 1982, ha spiegato che quanto riferitogli da Fiore poteva essere stato da lui frainteso; ma Savasta ha voluto precisare che "in realtà a Roma c'era un negozio del tipo di cui parla Peci, cioè con un retrobottega e tenuto da gente pulita. Ed io, a proposito della prigione di Moro ho sentito parlare proprio di pannelli scorrevoli. Quindi senz'altro questo negozio faceva parte delle possibili prigioni. Si trovava fra piazza San Giovanni di Dio e l'ospedale San Camillo... era un negozio di caccia e pesca".
Salvo ulteriori acquisizioni, le dichiarazioni dei pentiti non sono necessariamente contraddittorie. E' invero possibile che in un primo tempo il sequestrato sia stato tenuto prigioniero nel locale descritto da Peci e quindi trasferito successivamente nel locale di via Montalcini, 8.
Circa quest'ultimo, notizie giornalistiche hanno affermato che sin dal marzo 1978 esso era stato segnalato alla polizia. La Commissione non ha potuto tuttavia accertare la fondatezza delle notizie. In ogni caso l'appartamento di via Montalcini non venne interessato dalla grande ondata di perquisizioni a settore, compiute nel corso del sequestro. Neppure dopo il rinvenimento del corpo dello statista si procedette alla perquisizione, il che lascia presumere che, le forze di polizia non ne sapessero niente.
Il Ministero dell'Interno - Direzione Generale della P.S. - UCIGOS ha comunicato alla Commissione che solo nel luglio 1978 giunse dal Gabinetto del Ministro una segnalazione verbale secondo cui davanti all'abitazione di tale Laura Braghetti in via Montalcini 8, sarebbe stata notata, in precedenza, una "Renault R4" di colore rosso, uguale a quella su cui era stato rinvenuto, circa due mesi prima, il corpo dell'onorevole Moro. In conseguenza vennero disposti riservati accertamenti sul conto della Braghetti e del suo convivente, tale Maurizio Altobelli, che non fu possibile identificare in quanto scomparso, essendosi trasferito, pare, in Turchia. Allo scopo di stabilire la vera identità del convivente furono mostrate a persone che avevano conosciuto il sedicente Altobelli le fotografie di elementi ritenuti facenti parte di organizzazioni eversive. L'esito fu negativo. Nulla risultò anche in ordine alla Renault rossa oggetto principale della segnalazione.
Nessuna ispezione venne compiuta nell'appartamento segnalato. Solo

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nell'ottobre 1978 fu decisa dalla Polizia una irruzione nell'abitazione della Braghetti: ma proprio pochi giorni prima esattamente il 4 ottobre - la giovane aveva traslocato.
Ad ogni modo l'indagine accertò che l'appartamento di via Montalcini venne acquistato dalla Braghetti nel giugno 1977 per il tramite dell'agenzia immobiliare "Urbana insieme - via Cavour 147" per la somma di 45 milioni, pagata in contanti al venditore dottor Giorgio Roggi; che la Braghetti convisse nell'appartamento in via Montalcini fino al mese di giugno 1978 con tale Altobelli che si sarebbe trasferito per motivi di lavoro in Turchia; che dopo la partenza di Altobelli la Braghetti si recò solo saltuariamente in via Montalcini e che in data 4 ottobre lasciò definitivarnente l'appartamento traslocando i mobili parte in via Laurentina n. 501, ove abita il fratello Alessandro, e parte in via Rosa Raimondi Garibaldi n. 119, ove abita la zia materna, Gabriella Combi.
Al giudice istruttore Imposimato, l'ingegner Manfredo Manfredi, altro inquilino di via Montalcini, n. 8, ha dichiarato, il 5 luglio 1980, che "qualche giorno prima del trasloco della Braghetti, la moglie fu avvicinata da due uomini che, dopo essersi qualificati per funzionari dell'UCIGOS, chiesero informazioni sul conto della coppia che abitava al piano terra... Chiesero anche di poter incontrare altri inquilini dello stabile... Dopo qualche giorno, a casa sua, uno dei due funzionari dell'UCIGOS che aveva parlato con la moglie ed una donna, anche essa dell'UCIGOS, incontrarono i coniugi Piazza e Signore, oltre a lui stesso e alla moglie... I funzionari diedero i loro nomi e dissero che avrebbero eseguito una perquisizione nell'appartarnento della Braghetti a breve scadenza. Senonché dopo qualche giorno la Braghetti traslocò senza che fosse stata eseguita la perquisizione".
Gli accertamenti della Commissione hanno consentito di appurare che il sedicente Altobelli, come hanno affermato gli inquilini, scomparve alcuni mesi prima del trasloco della Braghetti. Il trasloco, come ha riferito l'UCIGOS nella sua nota 16/10/1978, avvenne il 4 ottobre 1978. La signora Piazza, in proposito, ha precisato di non avere più visto Altobelli dall'inizio dell'estate (1978). E il signor Manfredi, nella deposizione resa al giudice Imposimato, ha affermato di averlo visto nei primi mesi del 1978.
Il sedicente Altobelli, convivente della Braghetti nell'appartamento di via Montalcini, è stato individuato pressoché concordemente dagli inquilini dello stabile, in base alle riprese televisive degli imputata nel processo Moro e alle loro fotografie - con tutte le riserve su tale riconoscimento - nel terrorista Antonio Marini; questi fu appunto arrestato il 18 maggio 1978, data che coinciderebbe abbastanza con quella dell'allontanamento del sedicente Altobelli da via Montalcini.
Una perizia grafica compiuta su scritti autografi di Marini ha accertato tuttavia che non è sua la firma "Altobelli Maurizio" Con cui furono sottoscritti i contratti per la fornitura della luce e dell'acqua all'appartamento di via Montalcini.
Le suddette risultanze sono state riferite all'autorità giudiziaria tempestivamente.
Il 2 febbraio 1982 il Ministro dell'interno ha affermato alla Camera dei deputati che le dichiarazioni rese da Savasta circa la "prigione" di Aldo Moro e l'identificazione di Altobelli con il brigatista Prospero Gallinari, indicato come esecutore materiale dell'uccisione del prigioniero, erano con ogni probabilità attendibili.
 

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Alla Commissione il Ministro Rognoni ha confermato la dichiarazione resa alla Camera, senza tuttavia sostenerne l'assoluta fondatezza.


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12) Episodi sconcertanti.

Prima e durante il sequestro dell'onorevole Moro si verificarono taluni episodi sconcertanti che sembra utile ricordare.
Il primo, rimasto abbastanza misterioso nei suoi contorni, si trova descritto in un rapporto del commissario di PS presso l'università di Roma, dottor Parasole, al quale fu riferito che il professor Eusepi, docente presso l'ateneo romano, nel pomeriggio del 10 marzo 1978, avrebbe udito un dialogo tra due persone svoltosi in questi termini: "Hai messo tu la bomba all'università?" "lo queste cose non le faccio, tanto rapiremo Moro." Il professor Eusepi è cieco e dalla voce avrebbe riconosciuto nel secondo interlocutore Gianmarco Ariata, noto appartenente alla sinistra extraparlamentare.
Il dottor Spinella, allora dirigente della DIGOS di Roma, ha dichiarato in proposito che non si limitò ad informare l'autorità giudiziaria, perché l'extraparlamentare interessato - resosi tra l'altro colpevole di reati nei confronti di militari di PS - fu sottoposto a perquisizione e denunciato all'autorità giudiziaria come sospetto fiancheggiatone del partito armato. Ciò non toglie che si sia trattato di un intervento isolato ed evidentemente tardivo anche perché il rapporto giunse dopo l'episodio di via Fani. Comunque non sembra aver avuto sufficienti approfondimenti.
Un altro strano episodio si è verificato a Siena proprio la sera precedente il sequestro dell'onorevole Moro. Verso le 19-19,30 il signor Giuseppe Marchi che, essendo cieco rincasava con l'ausilio di un bastone e di un cane, nell'urtare contro una vettura in sosta avrebbe udito alcune persone, a bordo dell'auto, parlare in lingua straniera e una, in lingua italiana, diceva: "Hanno rapito Moro e le guardie del corpo". Poco dopo, in un bar trattoria che era solito frequentare, e dove era soprannominato "Beppe il bugiardo", riferì quello che aveva udito ma suscitò solo l'ilarità dei presenti.
Il pomeriggio del 16 marzo, però, tale De Vivo informò telefonicamente la Questura di Siena di quanto Marchi aveva raccontato la sera precedente. Immediatamente convocato, Marchi confermò l'episodio alla DIGOS di Siena e coloro che avevano udito il racconto di Marchi confermarono il fatto, precisando che il cieco avrebbe attribuito agli sconosciuti la frase "hanno rapito l'onorevole Aldo Moro e ammazzato le guardie di scorta".
La DIGOS rilevava nel rapporto che, pur essendo Marchi conosciuto con il soprannome citato, bisognava ammettere che diversi testimoni avevano concordemente riferito su un fatto del quale aveva parlato la sera precedente e anche senza essere apparentemente ubriaco. Venivano effettuate le indagini del caso, setacciando la zona interessata, controllando tutti gli affittacamere per accertare la presenza di stranieri, ma con esito negativo.
Anche il giudice Cudillo ha definito l'episodio "sconcertante" rilevando che o Marchi ha raccontato una fandonia che il giorno successivo è diventata una tragica realtà, oppure egli, anche in dipendenza dell'accento straniero, non ha afferrato bene il significato della frase, che si riferiva non ad un fatto accaduto ma che doveva accadere, raccontato imprudentemente da persone inserite nell'organizzazione criminosa.
 

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Non risulta comunque esaminato tra i testimoni che avevano udito il racconto quel tale De Vivo che aveva fatto la telefonata al 113, e nemmeno si è cercato di sapere se costui era conosciuto dagli altri come frequentatore del locale e comunque chi fosse in realtà. Non si è sospettato, insomma, che qualcuno potesse aver voluto far sapere al cieco una notizia che doveva essere diffusa.
Un ulteriore episodio è costituito dalla scomparsa di alcune fotografie del luogo dell'agguato scattate il 16 marzo, poco dopo il fatto, e che una giornalista dell'agenzia ASCA consegnò il 18 marzo al magistrato inquirente; per questo ella avrebbe ricevuto minacce da ignoti.
Il dottor Infelisi ha chiarito alla Commissione che le fotografie, per quello che era dato constatare, erano state scattate allorché sul posto erano già arrivati polizia e inquirenti, tra i quali egli stesso, onde apparivano completamente inutili. La stessa giornalista aveva del resto chiarito che il marito, constatato il drammatico episodio, era salito in casa ed aveva scattato le foto, in un momento quindi abbastanza successivo all'azione. Resta tuttavia il fatto che le foto sono scomparse, non si sa se per negligenza o azione dolosa, e di esse non si è più trovata traccia. Non può escludersi che avrebbero potuto essere utili per raffronti, controlli ed altre ricerche.
Un ultimo episodio, riguarda la targa automobilistica CD 19707, cioè quella della 128 familiare che si fece tamponare dall'auto su cui viaggiava l'onorevole Moro in via Fani, il 16 marzo, allo scopo di bloccarla. La targa suddetta fu rubata l'11 aprile 1973 dalla macchina dell'allora addetto militare venezuelano, Aquimedez Guevara Alcalà. Una targa in plastica con lo stesso numero CD 19707 fu rilasciata successivamente ad un altro addetto all'ambasciata venezuelana, il dottor Heliodoro Claverie Rodriguez il quale, nel gennaio del 1978, l'ha restituita al Ministero dei trasporti, che l'ha assegnata ad una Fiat 124.
Ha lasciato perplessità il fatto che non è stato accertato quando la targa in plastica, con lo stesso numero di quella rubata, sia stata assegnata al secondo diplomatico venezuelano e perché sia stata ristampata in plastica una targa rubata e assegnata di nuovo alla stessa ambasciata.
La questione della Fiat 128 con targa diplomatica è stata associata all'età di colui che la guidava in via Fani e che, secondo varie testimonianze, doveva avere 40-45 anni, carnagione bruna e capelli ondulati, tanto da far pensare ad un sudamericano. Lo stesso uomo maturo sarebbe stato visto in altri attentati, quale quello al giudice Palma, ma ad esso non si è riusciti a dare né un nome né un volto.


CAPITOLO IV
L'OPERA DELLA MAGISTRATURA INQUIRENTE

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1 - Le difficoltà dell'azione giudiziaria

1) Le difficoltà dell'azione giudiziaria,

Anche l'attività della magistratura inquirente si è rivelata impari alla gravità e complessità degli eventi.
Le indagini preliminari e gli atti di istruzione sommaria per una vicenda giudiziaria che lasciava intravedere tutta la sua complessità sia per la presenza di reati gravissimi, sia per la valenza politico-istituzionale ad essa collegata, furono affidati ad un solo magistrato, il sostituto procuratore di turno al momento dell'agguato in via Fani, che ha proceduto in solitudine, senza l'ausilio di altri magistrati.
Lungi dal sentirsi completamente coinvolta, assumendone la direzione e esercitando un ruolo propulsivo, la magistratura inquirente romana è sembrata quasi come estraniata dalle indagini e comunque portata a rimorchio.
Quanto questa situazione fosse dovuta alla inadeguata e non perfetta conoscenza del fenomeno terroristico e segnatamente dell'organizzazione delle BR, condizione comune a tutte le strutture dello Stato e alla quale non sfuggiva certo la magistratura romana, o quanto questa situazione fosse dovuta al desiderio di non ostacolare, con alcun atto o decisione, sia pure in sé legittimo, la liberazione dell'onorevole Moro, alla Commissione non è stato possibile accertare convenientemente.
Quello che è sicuro è che l'attività della magistratura inquirente romana non è apparsa, nel caso in questione, compiutamente espressiva degli ampi poteri che le spettavano.
La Commissione, conformemente ai quesiti contenuti nella legge istitutiva, si è fatta carico di cercare le ragioni che hanno determinato l'anomala situazione ed ha interrogato il Sostituto procuratore della Repubblica, che ha avuto la responsabilità dell'inchiesta fino al 29 aprile, dottor Luciano Infelisi, il Procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Roma dell'epoca, dottor Giovanni De Matteo ed il Procuratore generale presso la Corte d'Appello di Roma, dottor Pietro Pascalino.
Il dottor Infelisi ha tra l'altro dichiarato: "Non sono stato esentato da nessuna udienza dibattimentale, né dal turno degli arrestati per furto. In questa maniera si possono fare anche molti errori. lo non potevo controlla-
 

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re i giornali perché il tempo non c'era. Mi sono lamentato di questo stato di cose a tutti i livelli e in ogni giorno dell'inchiesta. La risposta è stata che bisognava arrangiarsi".
"Manifestai più volte l'opinione che questo processo che aveva già cinque morti e un sequestrato andava sviluppato con una efficienza nuova, con nuovi mezzi. Ribadivo una autonomia concettuale, di iniziativa e di attività che forse non era stata considerata opportuna in relazione al tipo di processo".
"Circa le condizioni deficitarie dell'ufficio non ho fatto richieste scritte perché avrei radicalizzato la situazione. Una richiesta scritta l'avevo fatta per i telefoni. Nel periodo in cui dirigevo le indagini il mio ufficio non disponeva di alcun ufficiale di polizia giudiziaria, conducevo le indagini con una dattilografa, senza neanche un telefono nella stanza".
"Sul corso delle indagini riferivo al dottor De Matteo. Per gli ordini di cattura ho dovuto riferire anche al dottor Pascalino perché il Procuratore generale si interessava molto di questo; essendo Moro vivo, temeva un contraccolpo. Lasciai gli atti al Procuratore della Repubblica e al Procuratore generale per 4-5 giorni, poi mi sono stati restituiti ed io ho emesso gli ordini di cattura. Il dottor Pascalino aveva delle perplessità sull'opportunità di emettere gli ordini di cattura".
Il Procuratore capo della Repubblica, dottor De Matteo, a sua volta ha ammesso che nella fase delle indagini preliminari si brancolava nel buio. Si andava alla ricerca dei probabili autori del grave fatto esaminando la posizione delle persone che erano ritenute appartenenti all'area extraparlamentare e i cui nominativi erano stati trovati nei "covi" fino ad allora scoperti.
Il Procuratore generale, dottor Pascalino, ha affermato che, in conseguenza di queste incertezze, gli ordini di cattura del 24 aprile vennero emessi senza prove, e che in quei giorni si fecero operazioni di parata più che ricerche.
La Commissione ha tratto la convinzione che tra il Sostituto dottor Infelisi e gli altri due Procuratori non c'era, se non altro, molta comunicativa. Il dottor De Matteo ha dichiarato che doveva a volte informarsi direttamente dalla polizia giudiziaria; il Procuratore generale sapeva ovviamente solo quello che gli riferiva il Procuratore capo, il quale però ha dichiarato che lo informava quasi quotidianamente.
I magistrati interrogati hanno lamentato poi che né il Ministro dell'Interno né uomini politici che hanno avuto parte nella vicenda hanno dato loro notizia di contatti avuti ed altre informazioni e riferimenti utili ai fini delle indagini. Una inchiesta come quella del sequestro dell'onorevole Moro avrebbe potuto avere - hanno affermato gli stessi magistrati - concreti sviluppi solo con seri contributi informativi. Al contrario alcuni uomini politici non li avrebbero affatto informati delle loro attività né preventivamente, né contestualmente, né successivamente.
Le stesse lettere di Moro sarebbero talvolta pervenute al Sostituto procuratore solo dopo che erano state consegnate direttamente dal destinatario al Procuratore generale o addirittura dopo la pubblicazione sui giornali.
Anche il dottor Pascalino ha affermato davanti alla Commissione: "Le indagini di polizia giudiziaria le svolgevano soprattutto le forze di pubblica sicurezza, senza avere quasi il tempo di riferire all'autorità giudiziaria. Parlai varie volte col Ministro dell'Interno il quale mi dette tutte le informazioni possibili, ma esse si riferivano a programmi".
 

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La polizia, infine, avrebbe privilegiato il vincolo gerarchico che la lega alla Questura e al Ministro degli Interni, ignorando talvolta la dipendenza funzionale dal magistrato inquirente. Il dottor Infelisi ha ad esempio affermato di avere saputo della scoperta del covo di via Gradoli soltanto a due ore di distanza e attraverso i carabinieri che intercettarono una comunicazione della polizia.
Tenuto conto della enorme quantità di uomini impiegati nelle indagini e della diversità dei reparti e dei corpi impegnati, a giudizio del sostituto Infelisi, era agevole dedurre che sarebbe stata indispensabile una istanza di coordinamento, che informasse poi a sua volta il magistrato inquirente. Se tutti avessero dovuto fare capo direttamente a lui, egli non si sarebbe potuto occupare di altro. Ma questa istanza di coordinamento non è stata realizzata.
Il Procuratore generale, a sua volta, ha tenuto a ricordare che, accanto alle indagini di polizia giudiziaria, le forze dell'ordine compivano anche investigazioni generali di sicurezza. Appunto per evitare incomprensioni e conflitti, frequenti sono stati i collegamenti tra i Ministri dell'Interno e della Giustizia con lo stesso Procuratore generale della Repubblica.
Un segno dell'esistenza di questi conflitti è l'affermazione del dottor Infelisi, fatta in Commissione, che egli, per rendere possibile anche ai carabinieri di esaminare i documenti trovati nel covo di via Gradoli, che il Questore di Roma, dottor De Francesco, aveva ordinato non fossero mostrati ad alcuno, fu costretto a ordinarne il sequestro. Questa affermazione è stata decisamente contestata dal dottor De Francesco, che ha inviato alla Commissione una precisa smentita scritta, dichiarando di non aver mai dato una disposizione del genere, peraltro sicuramente illegittima. Il dottor De Francesco inoltre ha precisato che non è stato mai notificato ad alcuno il preteso atto di sequestro, né alcuno ne ha comunque avuto notizia.
L'allora dirigente della DIGOS di Roma, dottor Spinella, a sua volta, ha precisato che, appunto per consentire agli ufficiali dei carabinieri presenti alla perquisizione del covo di via Gradoli la possibilità di concorrere tempestivamente nelle indagini, egli ordinò che il materiale documentale venisse posto a disposizione dei carabinieri la sera stessa del rinvenimento, mediante riproduzione fotostatica. A sera inoltrata, prima di lasciare i locali della DIGOS, egli accertò che il lavoro era in pieno svolgimento.
La Commissione non può fare a meno di rilevare che la singolare condizione in cui l'inchiesta veniva compiuta ha comportato omissioni o ritardi di atti, cui pure gli inquirenti erano tenuti, e che certo hanno avuto la loro influenza sul seguito delle indagini. Significativi sono, per esempio, la mancata ispezione dell'automobile dell'onorevole Moro, la mancata rilevazione delle impronte nel covo di via Gradoli, il mancato accertamento della provenienza delle macchine tipografiche trovate nella tipografia Triaca in via Pio Foà.
A proposito della mancata tempestiva ispezione dell'auto dell'onorevole Moro va detto che in essa furono scoperte - ben cinque giorni dopo il fatto - due borse, più precisamente una borsa ed una valigetta ventiquattrore. Non si è mai potuto stabilire con certezza quali oggetti avessero portato via i brigatisti; ma, anche ad ammettere che si trattasse di oggetti di rilievo secondario, resta pur sempre il fatto, decisamente inammissibile, di aver trascurato per alcuni giorni un controllo scrupoloso dell'auto dell'onorevole Moro: questa infatti venne portata nel cortile della Questura e solo

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dopo cinque giorni qualcuno si accorse che una borsa piena di libri era nel bagagliaio e il portamonete del sequestrato era tra i braccioli dell'auto.
Il dottor Rana - segretario particolare dell'onorevole Moro - ha precisato alla Commissione che il Presidente Moro viaggiava sempre con cinque borse: due contenenti libri, erano normalmente nel portabagagli; due le aveva sempre vicine (una contenente medicinali e l'altra atti urgenti della giornata). E' naturale che queste due borse fossero notate subito. La quinta sfuggì probabilmente perché, contenendo - come di solito - notiziari su questioni estere, non era tenuta a portata di mano. Essa fu successivamente restituita alla famiglia dal Procuratore Guido Guasco.
Le prime due, invece, che sono quelle di cui si occupò il sequestrato in una lettera, quando chiese se erano state recuperate, furono prese dalle BR. La preoccupazione manifestata nella lettera dall'onorevole Moro era dovuta al fatto che egli evidentemente non sapeva che le borse erano in possesso dei suoi rapitori.
Secondo quanto affermato dalla signora Moro nessuno dei presenti in via Fani vide prendere le due borse, piene, grandi, e perciò ben visibili, sebbene molti avessero assistito al fatto. A suo dire, quando ella arrivò sul posto, pochi minuti dopo, le due borse non c'erano, e il sangue degli uccisi aveva lasciato sul tappetino dell'auto un contorno netto attorno al posto in cui si trovavano.
Si è avuta la sicurezza che erano stati i brigatisti, o altri per loro, a prenderle solo quando sono stati restituiti gli oggetti in esse contenuti, dopo l'assassinio dello statista.


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2) L'avocazione del processo.

La prima fase dell'indagine giudiziaria si concluse il 29 aprile 1978.
La Procura della Repubblica di Roma emise il 24 aprile ordine di cattura nei confronti di Corrado Alunni, Prospero Gallinari, Patrizio Peci, Enrico Bianco, Franco Pinna, Oriana Marchionni, Susanna Ronconi, già colpiti da provvedimenti restrittivi della libertà, al momento tutti latitanti, nonché di Adriana Faranda e Valerio Morucci, irreperibili, per i reati relativi alla strage di via Fani e al sequestro dell'onorevole Moro.
Senza indicare alcun nominativo di testimoni, per motivi di sicurezza e di segretezza, il magistrato, nella motivazione del provvedimento, rilevò che Alunni e Gallinari erano stati riconosciuti ciascuno da tre testimoni, sia nei giorni precedenti il sequestro, sia mentre usavano le armi contro la scorta dell'onorevole Moro, e che la Faranda era stata riconosciuta con sicurezza da un teste nella fase di preparazione dell'eccidio. Secondo il Sostituto procuratore, le concordanti indagini di polizia giudiziaria effettuate dal nucleo investigativo dei carabinieri e dalla DIGOS di Roma avevano evidenziato i legami che univano tutti gli imputati alla colonna romana delle BR, anche con riferimento a precedenti attentati effettuati a Roma.
L'emissione degli ordini di cattura non fu pienamente condivisa dai dirigenti della Procura della Repubblica e della Procura Generale.
Il Procuratore capo della Repubblica dottor De Matteo ha dichiarato alla Commissione che quando il Sostituto procuratore Infelisi gli presentò gli ordini di cattura per il visto, prima di apporlo, come poi fece, volle fare una pausa di riflessione. "Allora la vita dell'onorevole Moro era appesa ad un filo ed ogni passo poteva avere una influenza contraria".
 

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Il Procuratore generale dottor Pascalino ha affermato in Commissione, diversamente da quanto sostenuto dagli altri magistrati, che dell'emissione degli ordini di cattura egli non fu assolutamente informato, e che furono emessi sulla base del semplice sospetto di appartenenza degli interessati alle BR. "Siccome si trattava di un delitto delle BR e vi era gente in predicato di appartenere alle BR, che la pubblica sicurezza conosceva appartenere alle BR, venne ordinata la cattura di quelli; ma non con riferimento al fatto specifico, bensì con riferimento soggettivo, direi, alla personalità di questi imputati". Pochi giorni dopo, con provvedimento del 29 aprile, egli avocò il procedimento "per ragioni di opportunità".
L'avocazione provocò vivaci polemiche.
Il dottor Infelisi ha dichiarato in Commissione che la mancata comunicazione delle risultanze dello "staff" che lavorava al Ministero dell'Intorno aveva provocato una certa sua reazione, che poteva anche essere stata la ragione dell'avocazione. Peraltro, sempre secondo Infelisi, si trattava di una supposizione sua, dato che vi potevano essere altre ragioni.
Ad ogni modo, un'avocazione dopo l'emissione degli ordini di cattura, a poche ore dalla richiesta di istruzione formale già scritta e pronta, a suo giudizio non si giustificava.
Il dottor Pascalino ha invece dichiarato alla Commissione di avere avocato il processo per disporre l'istruzione formale quanto prima possibile: "queste sono le ragioni che in genere giustificano l'evocazione".
Le indagini erano fluttuanti, nel senso che "si andava alla cieca". Fino a quel momento nessun risultato utile era stato conseguito e gli ordini di cattura emanati il 24 aprile erano stati emessi - e in ciò ha concordato il Procuratore capo De Matteo - sulla base di meri elementi di sospetto.
Il giorno 13 giugno gli atti vennero trasmessi al giudice istruttore per la formalizzazione dell'inchiesta.
La Commissione ritiene di doversi astenere da ogni valutazione circa il comportamento dei magistrati inquirenti. La rilevanza eccezionale dell'impresa compiuta dalle BR in relazione alla personalità del sequestrato e all'interesse preminente della ricerca della prigione dell'onorevole Moro, al fine di conseguirne la liberazione, ha certo complicato e travolto i moduli e le linee operative tipiche delle ordinarie operazioni giudiziario rivolte all'accertamento dei reati e alla definizione delle connesse responsabilità penali.
E tuttavia non può non rilevarsi l'anomalia della situazione di un procedimento giudiziario di tanta straordinaria grandezza e così incisivo per le sorti dello stesso sistema democratico italiano, che viene gestito come un fatto giudiziario qualsiasi, affidato alle cure di un solo Sostituto procuratore.
E' certo sorprendente la mobilitazione di uomini e di mezzi messi in campo dagli apparati preposti alla pubblica sicurezza nel tentativo, risultato vano, di scoprire la "prigione" dell'onorevole Moro e di liberarlo, rispetto alla povertà di uomini e di mezzi offerta dalla magistratura inquirente romana che ha schierato un solo Sostituto, privo financo dell'apparecchio telefonico in ufficio e neppure liberato dal carico degli affari correnti.
Non che questa scarsa mobilitazione sia di per sé significativa ai fini del risultato finale. E tuttavia la complessità dell'indagine, il numero e la qualità dei soggetti attivi e passivi coinvolti, il numero delle organizzazioni eversive fiancheggiatrici operanti a Roma, i rapporti con l'autorità di PS e
 

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con l'autorità politica, il particolare tipo di gestione del sequestro dell'onorevole Moro operato dalle BR, la quantità e qualità di messaggi e comunicati diffusi dall'organizzazione terroristica avrebbero richiesto l'impegno di un gruppo ben numeroso e nutrito di magistrati di particolare attitudine e specializzazione.
La asserita supervisione del titolare della Procura della Repubblica e del Procuratore generale sulla conduzione delle indagini da parte del Sostituto procuratore non poteva ovviare alla deficienza di uomini e di mezzi: tra l'altro non è neppure servita a fare assumere alla magistratura inquirente l'effettiva direzione dell'indagine, né la conseguente necessaria disponibilità, piena e totale, della polizia giudiziaria.
Non che siano mancati i rapporti tra magistratura e apparato preposto alla pubblica sicurezza; anzi, questi rapporti furono frequentissimi. Ma si verificò una sorta di inversione delle parti, con la magistratura in posizione di attesa rispetto ai risultati dell'azione degli apparati di polizia e quindi con la rinuncia di fatto al ruolo di propulsione, direzione e guida delle indagini di polizia giudiziaria che alla magistratura compete.
L'avocazione dell'inchiesta da parte del Procuratore generale, ai fini della successiva formalizzazione, sancisce certo l'esigenza di una svolta nella conduzione dell'indagine, svolta peraltro non realizzata; ma il rimedio, se può essere definita tale l'evocazione, giunse tardi, quando il destino dell'onorevole Moro stava per compiersi. La formalizzazione fu disposta addirittura dopo il ritrovamento del corpo senza vita dello statista sequestrato.


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3) Il seguito delle indagini.

Il 23 dicembre 1979, il Sostituto Procuratore generale, dottor Guido Guasco - cui erano state affidate le funzioni di Pubblico Ministero nel processo, dopo la formalizzazione decisa il 17 maggio - depositò una prima requisitoria con richiesta di rinvio a giudizio di Corrado Alunni, Prospero Gallinari Franco Bonisoli, Lauro Azzolini, Teodoro Spadaccini, Giovanni Lugnini, Adriana Faranda, Valerio Morucci, Mario Moretti, Enrico Triaca, Gabriella Mariani, Antonio Marini, Barbara Balzerani, Antonio Negri, Franco Piperno e Lanfranco Pace.
In ordine agli ultimi tre imputati, lo stesso magistrato chiedeva la separazione del procedimento per accertare ulteriormente gli elementi emersi. Chiedeva altresì la separazione dei procedimenti contro Peci, Bianco, Pinna, Marchionni, Ronconi, De Vuono e Negri, e il proscioglimento per insufficienza di prove di Pirri Ardizzone e Gioia.
In seguito allo sviluppo delle indagini ed alle dichiarazioni di Patrizio Peci, il Sostituto Procuratore Nicolò Amato, depositava il 19 novembre 1980 una seconda requisitoria e chiedeva il proscioglimento, per non aver commesso il fatto, di Peci, Bianco, Pinna, Marchionni, Ronconi, De Vuono e Negri; il proscioglimento per insufficienza di prove di Pirri Ardizzone e Gioia ed il rinvio al giudizio della Corte d'Assise di Roma di tutti i rimanenti imputati.
Il giudice istruttore Ernesto Cudillo, con provvedimento del 15 gennaio 1981, concludendo l'istruttoria ordinava il rinvio a giudizio di Gallinari, Faranda, Morucci, Moretti, Triaca, Spadaccini, Mariani, Marini, Balzerani,
 

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Bonisoli, Azzolini, Micaletto, Fiore, Nicolotti e Piancone, il proscioglimento, per non aver commesso il fatto, di Pirri, Ardizzone, Peci, Bianco, Pinna, Marchionni, Ronconi, Lugnini, De Vuono e Negri, e, con formula dubitativa, di Alunni e Gioia.
Per quanto attiene alla posizione di Piperno e Pace, il giudice istruttore proscioglieva entrambi per insufficienza di prove in ordine all'imputazione di sequestro e di omicidio dell'onorevole Moro, e perché l'azione penale non poteva essere proseguita per difetto di estradizione in relazione alle altre imputazioni.
Successivamente il giudice istruttore Ferdinando Imposimato, (P.M. dottor Nicolò Amato) ha svolto una nuova istruttoria riguardante tutti i processi relativi ai delitti commessi dalla colonna romana delle BR, "il così detto processo Moro-bis", estendendo ad altre persone le imputazioni per i fatti di via Fani e con ordinanza depositata in data 11 gennaio 1982 ha chiesto il rinvio a giudizio di cinquantuno persone. La relativa sentenza di condanna è stata emessa dalla Corte d'Assise di Roma il 24 gennaio 1983 con riguardo alle imprese criminose compiute dalla colonna romana delle Brigate Rosse dal dicembre 1976 al maggio 1980. Il processo denominato Moro ter riguarda invece tutti gli episodi delittuosi commessi da appartenenti alle Brigate Rosse dopo il maggio 1980, e riprende anche taluni episodi accaduti prima del maggio 1980, in quanto ascritti a imputati diversi da quelli già giudicati.


CAPITOLO V
LE INIZIATIVE COLLATERALI PER LA SALVEZZA DI ALDO MORO

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1) L'intervento dell'avvocato Payot.

Le iniziative poste in essere per tentare di salvare la vita dell'onorevole Moro costituiscono parte rilevante della vicenda, anche perché sono rapportabili alla mancanza di risultati dell'opera degli organi inquirenti e di polizia e comunque alla scarsa fiducia nelle loro possibilità.
Una delle prime iniziative attuate per conto della famiglia Moro fu quella del contatto con l'avvocato ginevrino Denis Payot, che aveva trattato per il governo tedesco con i terroristi della RAF in occasione del sequestro Schleyer. Il dottor Sereno Freato, che ha tenuto i rapporti, ha parlato ampiamente della vicenda.
Fatto venire a Roma Payot, Freato ricevette l'impressione che i contatti dell'avvocato ginevrino con certi ambienti terroristici fossero effettivi. Già durante il percorso dall'aeroporto all'albergo, l'avvocato Payot mostrò di conoscere molte cose sul rapimento: disse subito che erano implicati BR, GRAPO e RAF, e parlò di un medico tedesco e di altri tedeschi che erano in Italia e che avrebbe contattato.
Affermò quindi che era abituato a trattare ufficialmente e che pertanto desiderava incontrare un rappresentante del Governo italiano. L'incontro si tenne, nello studio privato del dottor Freato, con l'onorevole Lettieri, sottosegretario all'Interno, presenti l'avvocato Manzari e il dottor Rana nonché un fratello dello stesso Payot. Questi appariva molto sicuro, e diede al dottor Freato un numero telefonico riservato al quale, secondo lui, ricorrevano i terroristi. Al termine dell'incontro non gli venne conferito esplicitamente un incarico formale; gli si disse solo che da parte degli amici dell'onorevole Moro e del Governo vi era la disponibilità a seguire gli sviluppi.
L'onorevole Lettieri aveva informato preventivamente della iniziativa il Presidente Andreotti, il quale rispose che non aveva obiezioni da opporre a rapporti privati. Pertanto nella riunione egli assicurava la disponibilità del Governo a seguire la vicenda.
A richiesta dell'avvocato Payot su cosa il sottosegretario potesse fare ove si fosse stabilito il contatto con i rapitori, l'onorevole Lettieri rispose che, sulla base delle informazioni acquisite, chi di competenza avrebbe giudicato la percorribilità della strada.
 

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Le informazioni ricevute dal Governo, tuttavia, fecero subito intendere che Payot non poteva costituire un canale valido. Il ministro della Giustizia e della polizia cantonale, Fontanet, fece riservatamente sapere che era difficile definire l'avvocato Payot: uomo buono e intelligente, ma anche un po' confusionario, "interessato" e desideroso di mettersi in vista. Il capo della polizia federale Amstein riferiva che nell'attività di mediazione nel caso Schleyer l'avvocato Payot non si era comportato in modo scorretto, anche se non aveva trascurato nulla per farsi pubblicità. Invece il BKA (Bundeskcriminalamt) della Repubblica Federale Tedesca affermò che il legale svizzero non era da ritenersi in diretto collegamento con i terroristi attivi, anche se aveva avuto contatti con l'avvocato Croissant e con i familiari dei guerriglieri della Rote Armee Fraktion. Nella vicenda Schleyer si era mostrato estremamente lento e avido. Negli ambienti qualificati di Ginevra era preso poco sul serio, anche per la sua presunzione confinante con l'esibizionismo. Il fatto che i rapitori di Schleyer lo avessero indicato come possibile tramite era da attribuirsi a un errore. I terroristi cioè potevano aver creduto che egli fosse presidente della Commissione per i diritti dell'uomo dell'ONU, con sede in Ginevra, mentre egli era soltanto presidente della Lega svizzera per i diritti dell'uomo, un semplice sodalizio privato.
L'avvocato Payot uscì di scena affermando che le autorità svizzere lo avevano ostacolato; ma di questo non si ha il minimo riscontro obiettivo. Proprio in quei giorni, anzi, le autorità svizzere avevano confermato tutto il loro appoggio alle indagini italiane.
L'impressione della scarsa consistenza del tramite tentato è stata d'altro canto riportata alla Commissione e dall'avvocato Manzari e dall'onorevole Lettieri. Il primo ha parlato di "discorso molto generico, molto approssimativo e molto poco concreto". L'onorevole Lettieri, che pure si era mostrato assai interessato in considerazione dell'azione svolta da Payot nel caso Schleyer, finì per dubitare che lo stesso potesse fare qualcosa nella vicenda Moro, tanto da uscire dall'incontro non convinto che si fosse trovata la strada per avviare a soluzione il problema.
In effetti, quando il dottor Freato ricercò Payot a Ginevra presso il numero privato che gli aveva fornito e finalmente poté parlargli, si trovò come interlocutore un uomo spaventato, che gli disse subito di non potersi più occupare della vicenda perché il ministro della Giustizia glielo aveva proibito. Successivamente, negli ambienti forensi di Ginevra, lo stesso dottor Freato raccolse su Payot un giudizio non positivo a causa della sua venalità.
Pochi giorni dopo, la stampa riportava la notizia che l'associazione di cui Payot era presidente lo aveva dimesso dalla carica.
La signora Moro è rimasta con la sensazione che il Governo abbia provocato una interruzione della trattativa senza una motivazione sufficiente: tuttavia gli elementi acquisiti sembrano chiarire a sufficienza il reale andamento dei fatti. Lo stesso dottor Freato ha comunque dichiarato di escludere, a quanto gli risulta, atti espliciti del Governo diretti ad intralciare l'iniziativa.


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2) Il ricorso alla Croce Rossa Internazionale.

Altro tentativo che si ritenne utile fu quello di un appello alla Croce Rossa Internazionale.
 

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Il 25 aprile 1978 gli amici di Giovanni Moro, figlio dello statista sequestrato, che erano raccolti nel movimento "Febbraio '74", richiesero l'intervento della Croce Rossa Internazionale.
In ordine a questa iniziativa, il Governo e i partiti della maggioranza espressero il timore che l'intervento della C.R.I. facesse presupporre l'ipotesi di un conflitto armato, di uno stato di belligeranza, e che quindi comportasse un riconoscimento dei brigatisti come parte di un conflitto. Ma l'avvocato Manzari aveva prospettato una interpretazione della Convenzione di Ginevra del '49 sui prigionieri di guerra che, a suo avviso, non avrebbe comportato il riconoscimento dei brigatisti. L'articolo 3 di tale Convenzione contempla l'ipotesi di un conflitto armato all'interno del paese e stabilisce alcune condizioni da osservare: il divieto di presa di ostaggi e la condizione che nessuna parte possa procedere ad un giudizio né dare esecuzione ad una condanna senza avere assicurato quel minimo di garanzia che i popoli civili danno ad un sistema di valutazione giudiziaria delle responsabilità. Per ottenere il rispetto di queste condizioni un organo di carattere umanitario come la Croce Rossa Internazionale poteva offrire i suoi servizi alle parti; l'accettazione dei servizi non cambiava lo stato giuridico delle parti, cioè non implicava il riconoscimento. La norma era nata per l'ipotesi di fatti insurrezionali, di conflitti armati scoperti, ma - secondo l'avvocato Manzari - forse si rendeva applicabile, quanto meno per analogia, a questa nuova forma di conflitto in cui la parte in guerra è un gruppo armato clandestino e non combattente allo scoperto. La vocazione umanitaria della Croce Rossa Internazionale poteva indurla ad offrire i suoi servizi. Questo poteva porre l'altra parte, ove avesse avuto intenzione di trattare con serietà, nella condizione di non mantenere la presa di ostaggio o per lo meno di non dare esecuzione al giudizio, mancando l'osservanza di una regolare difesa con le dovute garanzie.
Rendendosi conto, tuttavia, che difficilmente il Governo avrebbe potuto rappresentare tale tesi, lo stesso avvocato Manzari chiese al professore Vassalli se il PSI avrebbe potuto fare arrivare alla Croce Rossa questa sollecitazione per una applicazione analogica dell'articolo 3 della Convenzione, se non altro per tentare di arrestare l'evolversi di una situazione che oramai destava fortissime tensioni e preoccupazioni. Ma non risulta che l'ipotesi abbia avuto seguito.
Il Governo, peraltro, aveva subito interpellato la Croce Rossa Internazionale e già il 26 aprile il rappresentante italiano a Ginevra presso le organizzazioni internazionali, ambasciatore Di Bernardo, riferiva che il presidente della Croce Rossa Internazionale Alexander Hay aveva fatto presente che in materia di cattura di ostaggi il CICR (Comitato Internazionale Croce Rossa) si atteneva rigidamente alla regola di astenersi da ogni intervento, salvo in casi eccezionali nei quali esso veniva richiesto da una parte interessata con l'accordo delle altre (essendo inteso che per parte si intende il Governo). Iniziative invece potevano essere prese dallo stesso CICR in base all'articolo 3 della Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949 sulla protezione dei civili in tempo di guerra come offerte dei suoi servizi alle parti in conflitto, ma "solo in caso di conflitto armato di carattere non internazionale".
Secondo il presidente Hay,, non ricorrendo nel caso del sequestro Moro le condizioni indicate, era stata esaminata l'eventualità di rivolgere un appello umanitario alle BR qualora ciò fosse stato richiesto dal Governo
 

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italiano perché ritenuto utile e conforme alle sue posizioni di principio. Hay aveva aggiunto, tuttavia, che dopo i pressanti e ben più autorevoli appelli rivolti alle BR dal Sommo Pontefice e dal Segretario generale dell'ONU, non gli sembrava che aggiungere la voce del Comitato potesse esercitare alcuna particolare influenza su una organizzazione criminale che si era fino ad allora mostrata del tutto insensibile ad ogni richiamo ai principi di umanità e del rispetto della vita.
Su questa ipotesi di possibile appello, tuttavia, egli lasciò intendere - sempre secondo l'ambasciatore Di Bernardo - che spettava al Governo italiano di esprimere il suo giudizio e prendere le sue determinazioni tenendo conto degli aspetti, anche politici, di un intervento del genere.
Il 30 aprile due portavoce del CICR, nel negare che sussistessero contatti privati in relazione al sequestro dell'onorevole Moro, confermavano quanto dichiarato dal presidente Hay in merito alle possibilità di intervento del CICR in quelle circostanze, e sottolineavano che l'applicabilità dell'articolo 3 della Convenzione di Ginevra del 1949 era subordinata alla riconosciuta esistenza di un conflitto armato di carattere non internazionale sul territorio di una delle parti contraenti, atta a legittimare un intervento, anche non richiesto, del CICR, sotto forma di offerta dei suoi servizi alle parti in conflitto.
Il 2 maggio l'ambasciatore Di Bernardo riferiva che il presidente Hay, dopo un approfondito esame compiuto assieme ai suoi esperti giuridici, aveva concluso che l'ipotesi dell'appello del CICR era da scartare. Una iniziativa del genere non era stata mai presa dal CICR, ad eccezione di un recente intervento a favore di alcuni ostaggi catturati nel Ciad dal FROLINAT. La situazione presentava aspetti diversi dalla drammatica vicenda dell'onorevole Moro, per la nazionalità straniera degli ostaggi e per la esistenza in quel paese di uno stato di guerra civile che forniva al CICR un minimo di base giuridica per l'intervento. La creazione di un precedente avrebbe posto il CICR in grave difficoltà esponendolo, in un mondo agitato come il nostro, ad una presumibile pioggia di richieste di iniziative non rientranti nei compiti affidatigli dalla comunità internazionale. Il presidente Hay aggiungeva, comunque, che se la situazione dell'onorevole Moro "volgesse all'ultima estremità" e non ci fosse altra risorsa, avrebbe studiato la possibilità di risollevare la questione in seno al CICR, anche se restavano in tutto il loro peso le obiezioni affacciate.
Il 6 maggio il Presidente del Consiglio Andreotti telegrafava all'ambasciatore Di Bernardo che le ulteriori minacce di un tragico epilogo del sequestro dell'onorevole Moro rappresentavano motivo idoneo per l'ipotizzato appello umanitario del presidente del CICR, sollecitando un passo in tal senso.
A seguito del passo effettuato il direttivo del CICR si era riunito d'urgenza il, 6 pomeriggio e, dopo una prolungata discussione, aveva ritenuto di dover confermare la linea di astensione da ogni intervento per le ragioni sostanziali già esposte e in mancanza delle condizioni per l'applicabilità della Convenzione di Ginevra e delle direttive del 1972.


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3) L'intervento del Papa.

La preoccupazione sempre più viva che le BR attuassero la minaccia di "eseguire la condanna a morte" dell'onorevole Moro, indusse lo stesso Som-

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mo Pontefice Paolo VI ad intervenire più di una volta con accorati appelli ai brigatisti. In un nobilissimo messaggio "agli uomini delle brigate rosse", diramato il 21 aprile, poche ore prima che scadesse il loro ultimatum, Egli li pregò "in ginocchio" e chiese la liberazione del prigioniero senza alcuna condizione. Essendo rimasto inascoltato, non esitò il 24 aprile a qualificarli " carnefici " e a condannarli per il loro " criminale misfatto ", pur rinnovando l'appello a un gesto di umanità, quale sarebbe stato finalmente il rilascio dell'onorevole Moro.
Lo stesso 21 aprile la Santa Sede comunicava al Governo italiano la sua disponibilità ad ogni collaborazione che si ritenesse utile per ottenere la liberazione dell'onorevole Moro.
In una lettera - consegnata in copia alla Commissione - il Presidente del Consiglio onorevole Andreotti, ringraziando dell'offerta, puntualizzava la posizione del Governo in ordine allo scambio dei prigionieri. Tale posizione - su cui apparivano concordi tutti i partiti - era di denuncia dell'assurda equiparazione tra un rapito e quanti debbono rispondere alla giustizia per reati per i quali si ipotizza uno stato, di guerra. Ribadiva, poi, l'impossibilità giuridica di proscioglimenti di comodo, anche per non offendere le forze dell'ordine, così duramente provate. Perfino la grazia, oltre ad urtare contro quest'ultima esigenza morale, sarebbe stata ingiusta senza il perdono degli offesi o dei loro congiunti.
Del resto lo stesso Pontefice aveva chiesto semplicemente la liberazione di Aldo Moro senza condizioni.


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4) L'attivazione della Caritas Internationalis.

Su questa stessa posizione si attestava la Caritas Internationalis, che era stata attivata al fine di accertare quale effettiva contropartita fosse richiesta dai brigatisti per la liberazione dell'onorevole Moro.
Allo scopo di rendere possibili contatti con i brigatisti, l'organizzazione predisponeva un servizio telefonico permanente nella sede romana in Piazza S. Calisto. Appunto a questo telefono una persona che affermava di parlare a nome delle BR chiese la presenza dell'onorevole Guido Bodrato per le ore 16 del 22 aprile, in qualità di "portavoce della DC". L'onorevole Bodrato attese per circa due ore senza esito. Tra le numerose telefonate ricevute, due sembrarono autentiche, ed entrambe, giunte tra le 16 e le 16,30 di quel giorno, invitavano ad attendere ulteriori immediate comunicazioni, con l'intimazione di attenersi rigorosamente alle indicazioni che sarebbero state date. In entrambi i casi non fu possibile ottenere alcuna specificazione, né le telefonate ebbero alcun seguito; né - a quanto risulta all'onorevole Bodrato - la Caritas ricevette altre comunicazioni in qualche modo riferibili all'invito a lui rivolto.
La Caritas ricevette qualche giorno dopo altra telefonata attribuibile alle BR, con la quale si fissava per la sera alle ore 20 un contatto allo stesso telefono tra la signora Moro e il marito. Il dottor Guerzoni accompagnò la signora Moro all'appuntamento e la comunicazione pervenne, tuttavia fu subito interrotta in quanto all'interlocutore la voce non sembrò quella della signora. La stessa ebbe la sensazione che gli interlocutori fossero volgari imbroglioni, anche se ammise che l'interruzione della comunicazione poteva essere stata causata da un equivoco: ella, invero, si era rivolta al marito con l'appellativo di "papà", abitualmente usato in famiglia.
 

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Veniva intanto diffuso il comunicato n. 8 delle BR, nel quale tra l'altro si affermava che, se la DC e il Governo intendevano designare la Caritas Internationalis come loro rappresentante e la autorizzavano a trattare la questione dei prigionieri politici, dovevano farlo esplicitamente e pubblicamente. In una dichiarazione all'ANSA, il presidente della Caritas Internalionalis George Hússler rispondeva che la posizione della Caritas era in sintonia con quella del Pontefice (liberazione dell'onorevole Moro senza condizioni), e affermava che l'organizzazione non poteva accettare di svolgere un ruolo politico nella mediazione per la liberazione dell'ostaggio perché ciò era fuori dai suoi compiti istituzionali, di natura esclusivamente umanitaria. D'altronde, i brigatisti avevano scritto che le autorità religiose e spirituali, piuttosto che limitarsi ad appelli umanitari, avevano un solo modo per dimostrare che le loro iniziative non erano mistificanti: "appellarsi alla DC e al suo Governo, per liberare i tredici detenuti, definiti condannati a morte".


5 - L'appello del Segretario generale delle Nazioni Unite

 


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6) L'interessamento del Maresciallo Tito.

Sempre il 25 aprile, su sollecitazione del dottor Freato, interprete della convinzione dei familiari di Aldo Moro che una richiesta da parte di una personalità internazionale potesse essere utile, fu interessato il Presidente jugoslavo Maresciallo Tito.
Questi si rivolse ad alcuni Governi, sollecitando interventi; ma non si ebbe alcun risultato positivo.


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7) La missione di sollecitazione ad Amnesty International.

Sembrò utile sollecitare l'intervento di Amnesty International; e a tal fine si inviò a Londra, accompagnato dall'ambasciatore Roberto Gaja, il professor Giuseppe Lazzati, rettore dell'Università Cattolica.
In appoggio a questa iniziativa, il 17 aprile, il Presidente del Senato Fanfani dichiarava che la condanna pronunciata per Aldo Moro, iniqua sotto ogni profilo, non esonerava alcuno dal rispetto della Costituzione e delle leggi che da essa derivano. Ma in quell'estremo momento non poteva sfuggire e non sfuggiva agli eletti del popolo l'ispirazione umanitaria dell'ardita speranza che uomini saggi avessero tempo e modo di prospettare appropriati consigli a quanti si erano attribuiti il potere di decidere della vita di un uomo. Anche così - aggiungeva il presidente Fanfani - si confermava la solidarietà del Senato della Repubblica con la famiglia e con il partito di Aldo Moro.
Fu l'ambasciatore Gaja a suggerire di rivolgersi ad Amnesty International; quindi, in una riunione privata che si svolse il 16 aprile in casa dell'onorevole Zaccagnini, si convenne che questo tentativo potesse essere fatto, per conto della famiglia Moro, dal professor Lazzati e dallo stesso ambasciatore Gaja. La sera stessa entrambi partirono per Londra dove, l'indomani, si incontrarono con il segretario generale di Amnesty International Ennals e con alcuni funzionari dell'organizzazione. Ad essi chiesero di rivolgere un appello attraverso la stampa per la salvezza del presidente Moro e, nello stesso tempo, di cercare di stabilire un contatto con i rapitori.
Venne fatto presente che, per prassi, Amnesty agisce soltanto su iniziativa di privati, che non poteva esercitare alcuna forma di mediazione o di negoziato con i rapitori, e che non intendeva essere coinvolta in azioni in cui fossero interessate altre organizzazioni.
Pur avendo assicurato che essi non rappresentavano in alcun modo il Governo italiano e che non avevano preso contatto con altre associazioni, riuscirono ad ottenere soltanto - data la affermata impossibilità istituzionale di Amnesty di esercitare forme di mediazione o negoziato con i rapitori la diramazione di un appello, fondato su motivi di ordine umanitario, ed esprimente la disponibilità di Amnesty a discutere con coloro che detenevano l'onorevole Moro i fatti che avevano suscitato la preoccupazione dell'organizzazione. Nel comunicato si precisava che Amnesty era stata contattata da persone vicine all'onorevole Moro e alla famiglia, in quanto l'organizzazione non operava a favore dei Governi, dei partiti politici e di altri gruppi di interesse, ma unicamente per il bene delle persone singole tenute prigioniere o incarcerate.
Nessuna risposta, tuttavia, fu data dai rapitori.
Successivamente, forse anche per sollecitare un cenno di disponibilità dei brigatisti, rappresentanti di Amnesty International chiesero di poter visitare le carceri italiane, anche quelle di massima sicurezza. Il Governo manifestò disponibilità, ed il Sottosegretario alla Presidenza onorevole Franco Evangelisti ricevette a Palazzo Chigi alcuni dirigenti della divisione europea di quel Segretariato internazionale.
Ma - come ha dichiarato l'onorevole Craxi - un trattamento più umanitario nelle carceri costituiva per i brigatisti, secondo l'avvocato Guiso, solo un elemento integrativo e non principale di trattativa per la liberazione di Moro.


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8) I contatti dell'onorevole Cazora.

Tra i tentativi per stabilire un contatto con i rapitori dell'onorevole Moro anche attraverso criminali comuni ed esponenti della malavita, va ricordato quello che ha visto impegnato l'onorevole Cazora. Questi, sollecitato alcuni giorni dopo il sequestro dalla telefonata di uno sconosciuto che gli prometteva notizie utili alle indagini sul sequestro dell'onorevole Moro, si incontrava con l'autore della telefonata, che lo assicurava di voler collaborare per fini umanitari; a questo scopo gli avrebbe presentato un calabrese che aveva la possibilità di adoperarsi concretamente per salvare la vita di Moro. Lo stesso giorno l'onorevole Benito Cazora si incontrava con il calabrese, il quale si presentava come "Rocco" ed asseriva di poter contattare elementi della malavita milanese attraverso i quali si potevano attingere notizie utili sul sequestro e sulla prigione di Moro. Per fare questo il calabrese - che era venuto meno agli obblighi del confino - aveva bisogno di circolare liberamente senza il rischio di essere arrestato. Come contropartita, in caso di esito positivo, chiedeva solo che venisse regolata la sua posizione con la giustizia.
L'onorevole Cazora consultava alcuni funzionari del Ministero dell'interno, che però davano risposta negativa. Il calabrese si dichiarava disposto a collaborare lo stesso, ed indicava il nome di un detenuto di Rebibbia tale Barone - che era stato in contatto con Sante Notarnicola.
L'onorevole Cazora incontrava Barone a Rebibbia, e questi gli indicava una serie di persone alle quali rivolgersi. Cazora si rendeva allora conto della inutilità delle notizie ricevute in quanto, a suo avviso, le persone indicate non sarebbero state disposte a collaborare. Si rifiutò quindi di rispondere a successive telefonate del calabrese.
Gli rispose tuttavia il 6 maggio, e prese appuntamento per il giorno successivo. Nel luogo dell'appuntamento trovava altra persona sconosciuta, che gli espresse il rammarico per non aver potuto far niente per salvare la vita di Moro. Alla domanda di Cazora, tuttavia, lo sconosciuto indicò una serie di luoghi nei quali poteva trovarsi la prigione di Moro. La mattina dell'8 maggio, alla presenza del sottosegretario Lettieri, l'onorevole Cazora portò le indicazioni al Questore di Roma; ma non venne trovato nulla di consistente in quelle località.
Negli ultimi contatti con il calabrese, questi affermò, tra l'altro, che alcuni rappresentanti del PSI si erano messi in contatto con elementi di sua conoscenza per ottenerne la collaborazione per la liberazione del sequestrato.
Anche il dottor Freato ha fatto riferimento all'iniziativa dell'onorevole Cazora. Egli gli fece incontrare una persona la quale affermava che si sarebbero potute acquisire informazioni da alcuni detenuti, che però dovevano essere trasferiti. Furono interessati al provvedimento il Ministro Bonifacio e il sottosegretario Dell'Andro; ma sopravvenne il tragico epilogo, e non se ne fece più niente.
Tenuto conto che l'interessamento dell'onorevole Cazora si riferisce a circostanze tutte vagliate dagli inquirenti, e che le iniziative di esponenti del partito socialista sono state approfondite con la diretta collaborazione degli interessati, la Commissione non ha ritenuto necessario ascoltare l'onorevole Cazora.


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9) L'episodio Viglione - Frezza.

Proprio negli ultimi giorni immediatamente precedenti l'assassinio dell'onorevole Moro si colloca un preteso tentativo di ottenere un'intervista sulle condizioni di Moro.
Il giornalista Ernesto Viglione sarebbe stato informato, il 5 maggio, da un certo Luigi Salvadori, che uno sconosciuto lo aveva avvicinato e gli aveva chiesto di trovare un giornalista che facesse pubblicare una intervista con Moro su un giornale straniero. Viglione avrebbe accettato di incontrare il "postino", e questi avrebbe precisato che l'intervista era voluta per ristabilire la verità circa le condizioni di Moro. L'incontro con Moro sarebbe stato deciso per lunedì 8 maggio. Ad un incontro successivo si sarebbe presentata anche un'altra persona che doveva fare da tramite con i brigatisti che tenevano prigioniero Moro. Ma ci sarebbe stato un nuovo rinvio dell'appuntamento. Il martedì 9 maggio veniva trovato il corpo di Aldo Moro.
Successivamente, essendo continuati i contatti con il secondo uomo, questi avrebbe dichiarato che i brigatisti non avevano alcuna intenzione di uccidere Moro, e che il presidente della DC era stato assassinato perché vittima di una congiura ordita da uomini politici, con la complicità di carabinieri e agenti di PS. In sostanza tutti costoro si sarebbero serviti delle BR come copertura.
Viglione informò a questo punto gli onorevoli Flaminio Piccoli e Oscar Luigi Scalfaro: entrambi gli suggerirono di parlare con il generale Dalla Chiesa. Dopo la notizia che l'onorevole Vittorio Cervone aveva sollecitato una inchiesta parlamentare, Viglione avrebbe ricevuto una telefonata dallo sconosciuto che affermava di voler collaborare con l'onorevole Cervone, anzi gli avrebbe fatto registrare un messaggio per lui, nel quale l'uomo ribadiva che l'uccisione di Moro era stata decisa da alcuni uomini politici e da una personalità del Vaticano.
L'onorevole Cervone accettò allora di parlare con lo sconosciuto, e questi gli promise informazioni per fare arrestare i capi delle Brigate Rosse. Vennero avanzate da parte dello sconosciuto (tale Pasquale Frezza) una serie di richieste di denaro per portare avanti l'azione. Viglione stesso chiese al generale Dalla Chiesa la somma di 2 milioni da passare al "brigatista pentito", senza però ottenerla.
Viglione consegnò a Frezza somme in franchi francesi e in lire italiane ottenute dall'onorevole Egidio Carenini. In seguito avrebbe scoperto che Frezza aveva precedenti manicomiali; ma non ritenne di doverne parlare col generale Dalla Chiesa per non screditare quanto in precedenza affermato.
Essendosi proceduto penalmente, i personaggi coinvolti nella vicenda e riconosciuti in Pasquale Frezza, Carlo Pelliccioli, Luigi Salvadori e lo stesso Ernesto Viglione, il 30 giugno 1980 sono stati condannati per reati vari, oltre che per truffa.
L'eloquente vicenda giudiziaria - i cui atti sono stati acquisiti dalla Commissione - ha suggerito la inopportunità di ulteriori approfondimenti.


CAPITOLO VI
LA STRATEGIA E GLI OBIETTIVI DELLE BRIGATE ROSSE

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1) Documentazione e testimonianze.

La Commissione ha acquisito direttamente e tramite l'autorità giudiziaria una vasta documentazione non solo sulla gestione del sequestro da parte delle BR ma altresì sugli obiettivi politici che esse si erano proposte di conseguire.
Si tratta innanzitutto degli interrogatori di ex terroristi che hanno deciso di abbandonare la lotta armata e che hanno collaborato con la Magistratura e con la Commissione riferendo quanto a loro conoscenza e fornendo un contributo di analisi e di interpretazione sulla strategia generale dell'organizzazione terroristica e su suoi specifici comportamenti.
Nessuno di costoro, per quanto è sino ad ora noto, o perlomeno da loro ammesso, ha direttamente partecipato ai fatti oggetto dell'inchiesta e manca perciò una ricostruzione completa di quei cinquantacinque giorni da parte dei terroristi. Tuttavia i contributi acquisiti non sono di secondaria importanza perché gli interrogati hanno potuto riferire su quanto fu loro detto dai diretti protagonisti, nonché su quanto appreso all'interno dell'organizzazione terroristica e nel corso di riunioni di organismi dirigenti dei quali qualcuno di essi faceva parte.
Le deposizioni di maggiore interesse sono state quelle di Antonio Savasta, di Patrizio Peci e Valerio Morucci. Il primo entrò a far parte nel settembre '78 della direzione della colonna romana e qualche tempo dopo entrò addirittura nell'esecutivo, organismo di vertice con il compito di eseguire le decisioni della direzione strategica. Savasta compì inoltre nell'autunno 1977, insieme ad Emilia Libera, una indagine per accertare se Moro potesse essere attaccato nell'Università. Ma Moro nell'Università era attorniato da troppe persone e il servizio di scorta, in particolare il maresciallo Leonardi, era particolarmente attento; le BR decisero perciò di attaccare il Presidente della Dc mentre era, con la sua scorta, in macchina. La scorta, infatti, all'interno dell'auto reagisce con minore prontezza e costituisce per chi attacca un obiettivo unico, indipendentemente dal numero di coloro che ne fanno parte. Dopo la strage ed il sequestro, Savasta venne incaricato da
 

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Bruno Seghetti, insieme ad Emilia Libera e Teodoro Spadaccini, di custodire la Renault rossa nella quale fu successivamente rinvenuto, il 9 maggio, il corpo dello statista democristiano. Le mansioni svolte e le funzioni rivestite hanno consentito a Savasta di riferire su aspetti particolarmente rilevanti della vicenda.
Patrizio Peci era invece estraneo agli ambienti del terrorismo romano, ma venne informato dal suo capo colonna, Raffaele Fiore, che partecipò alla strage, prelevando con le sue mani il Presidente della DC e conducendolo sull'auto delle BR. Egli inoltre apprese successivamente particolari della vicenda perché succedette al Fiore nella direzione della colonna torinese, dopo l'arresto di quest'ultimo avvenuto in Torino il 17 marzo 1979.
Valerio Morucci è l'unico degli imputati per la strage di via Fani e per il sequestro e l'assassinio di Aldo Moro che ha accettato una forma di collaborazione con la Commissione. Le sue dichiarazioni, pur mantenendosi pressoché costantemente sul terreno delle spiegazioni "teoriche" della vicenda sono state in più di un punto rilevanti, in particolare sui motivi che indussero le BR ad assassinare il loro prigioniero proprio quando sembrava aprirsi qualche smagliatura nell'alleanza politica che aveva deciso di non cedere al ricatto brigatista.
Su aspetti specifici sono risultate di notevole interesse le dichiarazioni rese, tra gli altri, dagli ex terroristi Alfredo Buonavita, Marco Barbone, Marco Donat-Cattin, Michele Galati, Ave Maria Patricola.
Tra i documenti giudiziari la Commissione ha attinto, in particolare, alle requisitorie e alle ordinanze di rinvio a giudizio emesse dagli uffici giudiziari di Bergamo, Genova, Milano, Roma e Torino e alle conseguenti sentenze delle Corti di Assise, ove già pronunciate; sono stati acquisiti gli atti relativi alle tre istruttorie e al dibattimento per la strage di via Fani, il sequestro e l'omicidio di Aldo Moro.
La Commissione ha altresì interrogato tutti i familiari dell'onorevole Moro e coloro che facendo parte del suo entourage politico, o essendo suoi amici, erano in qualche modo intervenuti durante i cinquantacinque giorni.
Sono stati interrogati inoltre il Presidente del Consiglio dell'epoca, onorevole Giulio Andreotti, i ministri dell'interno e della giustizia, onorevole Francesco Cossiga e senatore Francesco Paolo Bonifacio, i segretari dei partiti democratici, ai quali la Commissione ha tra l'altro chiesto la loro interpretazione e valutazione dei fatti, tutti coloro che intervennero nella vicenda o perché investiti di specifiche responsabilità istituzionali o per propria personale iniziativa.
La Commissione ha acquisito tutte le risoluzioni strategiche delle Brigate Rosse, i documenti generali della stessa organizzazione, i documenti emessi durante il sequestro, quelli emessi in occasione degli altri attentati, le lettere di Aldo Moro recapitate ai destinatari e quelle rinvenute a Milano il I ottobre 1978 nella base di via Montenevoso, oltre al così detto memoriale, anche esso rinvenuto in via Montenevoso.


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2) Le carenze nelle indagini.

Un'accurata valutazione di tutti gli elementi acquisiti rivela che mentre è sufficientemente completa la conoscenza degli obiettivi politici che le BR intesero perseguire con la strage, il sequestro e l'omicidio, restano in parte sconosciute importanti circostanze di fatto relative alla gestione del sequestro. Non v'è a tutt'oggi certezza sul luogo (o sui luoghi) della prigionia; non sono stati identificati tutti i terroristi che intervennero nella preparazione e nell'esecuzione dell'attentato, nella gestione del sequestro e nella decisione dell'omicidio; non sono stati ben definiti i ruoli rivestiti dalla direzione strategica, dall'esecutivo e soprattutto dalla colonna romana, che sostenne il peso maggiore dell'attentato e all'interno della quale si manifestarono forti divergenze sull'esito del sequestro, che poi sfociarono nella fuoriuscita dall'organizzazione, per formare un altro gruppo armato, di Morucci, Faranda e di altri cinque terroristi. Inoltre non si sa chi prese i documenti contenuti nelle borse del sequestrato; non è noto se vennero effettuate, come in altri casi, registrazioni degli interrogatori, né dove tali registrazioni siano custodite.
La stessa Magistratura ordinaria ha dovuto svolgere - come si è accennato - tre successive istruttorie proprio per effetto del succedersi di acquisizioni che hanno progressivamente modificato ed integrato il quadro probatorio originario.
Questa situazione è stata determinata soprattutto dalla inefficienza delle indagini giudiziarie e di polizia nel corso dei cinquantacinque giorni, che ha impedito di acquisire immediatamente elementi decisivi ai fini delle prove dei reati che avrebbero anche potuto condurre alla liberazione di Aldo Moro.
Furono effettuati migliaia di controlli, di perquisizioni, di accertamenti; ma si trattò di attività del tutto generiche, affidate al caso piuttosto che ad una intelligente e sistematica ricognizione delle possibilità di intercettare gli autori della strage e del sequestro e di individuare il luogo ove era custodito il prigioniero. Lo stesso Savasta ha confermato che le BR non corsero alcun pericolo per effetto dei posti di blocco, delle perquisizioni di persone e di edifici, mentre cominciarono a temere quando vennero effettuati interventi intelligenti e mirati nei confronti delle aree dei fiancheggiatori, all'interno delle quali potevano essere fermate persone che erano al corrente di qualche aspetto dell'attività brigatista e che avrebbero perciò potuto far correre gravi rischi all'organizzazione.
Come si è già osservato, mancò sia nelle forze dell'ordine, sia nella magistratura una strategia di intervento specifico, diretta a liberare Moro e ad arrestare i suoi rapitori, che erano anche gli assassini di via Fani. Molti si comportarono come se la vicenda potesse sbloccarsi da sola o con modalità extraistituzionali o come se il suo tragico epilogo fosse già segnato sin dall'inizio.
La Commissione si è chiesta se queste lacune siano dipese dal fatto che ai vertici di molti apparati preventivi e repressivi vi erano uomini che sarebbero poi apparsi tra gli appartenenti alla società segreta P2. Questa
 

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organizzazione rappresentava infatti tendenze politiche ed interessi materiali che sarebbero stati fortemente colpiti se si fosse pienamente attuato il programma politico che iniziava a delinearsi in quei mesi, specialmente ad opera di Aldo Moro. Il superamento di tradizionali pregiudiziali avrebbe comportato una diversa distribuzione del potere in Italia e avrebbe perciò colpito chi del vecchio sistema di potere era non solo l'espressione ma anche il più intransigente difensore. E la loggia P2, sulla base di quanto sinora si è appreso, costituiva appunto uno dei centri nevralgici di questo vecchio sistema di potere che sarebbe stato colpito da nuovi equilibri politici.
Questa constatazione non deve essere trascurata ma, sulla base delle prove sicure raccolte dalla Commissione, neppure essere sopravvalutata. Né esiste, allo stato, prova della intenzionalità delle omissioni verificatesi in quel periodo, anche se sono state documentate gravissime negligenze, apparentemente inspiegabili se non motivate da un interesse a non veder risolto positivamente il dramma che era in corso o un sostanziale disinteresse per ciò che stava accadendo.
Non vi fu soltanto scarsa diligenza dei responsabili dell'azione di polizia. Molti vennero direttamente o indirettamente in possesso di informazioni che, se convenientemente sfruttate, avrebbero potuto forse condurre all'individuazione ed all'arresto di alcuni dei maggiori responsabili della strage e del sequestro. Non vi fu certo da parte di chi venne in possesso di queste informazioni un intenzionale occultamento di indizi ma, almeno per alcuni, ci fu la convinzione di non avere acquisito alcun dato rilevante per le indagini. Si tratta evidentemente di decisioni che vanno valutate tenendo presente la tensione di quei giorni e non in base alle prove successivamente acquisite: ognuno in quei frangenti si comportò secondo la propria sensibilità. Ma molti tennero ed invitarono a tenere un atteggiamento di piena e totale collaborazione con le forze dell'ordine e con la magistratura anche per fatti apparentemente marginali o irrilevanti. E la "Voce Repubblicana" del 3 maggio, proprio con riferimento alle numerose voci di contatti segreti scriveva: "Tutte le persone che si sono occupate della dolorosa vicenda sono proprio sicure di non poter fare o dire nulla che faciliti o dia addirittura successo alle indagini della magistratura e delle forze dell'ordine?".
Si verificò quindi, per cause molto diverse tra loro, alcune delle quali a tutt'oggi non sono state chiarite, un complesso di incapacità, inadeguatezze e silenzi che condizionò profondamente l'azione degli organi giudiziari e di polizia, tanto che, durante i cinquantacinque giorni, nonostante l'ingente numero delle forze in campo, si raggiunsero ben pochi risultati di rilievo.
Successivamente le indagini sono decollate soltanto quando nella lotta contro i terroristi si è concretamente scelta la strada dell'assoluta intransigenza. Questa strategia ha rassicurato le forze dell'ordine e la magistratura, ha conferito loro dignità e capacità di intervento e ha condotto alla crisi politica del terrorismo, dalla quale sono scaturite le dissociazioni dalla lotta armata e le numerosissime dichiarazioni dei così detti terroristi pentiti.
 

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Se a questa scelta si fosse arrivati con maggiore rapidità e maggiore compattezza, la ricostruzione delle vicende di quei cinquantacinque giorni sarebbe stata certamente più completa e su di essa non perdurerebbero le numerose e non secondarie zone d'ombra che la Commissione ha purtroppo dovuto rilevare.


3 - L'analisi dei documenti BR

 


4 - L'attacco alla DC e al governo di solidarietà nazionale



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5) Le Prospettive Relazione delle BR.

La particolare determinazione dei brigatisti nell'attaccare il progetto politico che andava maturando in quei mesi emerge anche dalla cura dedicata all'analisi della situazione italiana.
Nella risoluzione "campagna di primavera" essi esaminano gli effetti che l'omicidio di Moro avrebbe avuto su ciascuno dei tre maggiori partiti della coalizione e giustificano l'assassinio rilevando che esso avrebbe inciso sulla DC, sul PCI e sul PSI in modo funzionale alle strategie terroriste. La DC si sarebbe spaccata perché "il coacervo di forze che costituisce il suo sistema di potere avrebbe subito un inevitabile sconquasso... le divisioni interne che gli intrallazzi di Moro avevano appena sanato, si sarebbero riaperte indebolendo... la forza della DC nell'attuazione del progetto imperialista al quale è stata designata".
"Di fronte ad una conclusione dura ma coerente, di un processo contro il nemico di sempre - scrivevano le BR con riferimento al PCI - vasti strati proletari avrebbero ricevuto un'iniezione di fiducia, avrebbero avvicinato la loro pratica rnilitante a quella delle avanguardie armate, accelerando l'isolamento politico al quale il partito di Berlinguer è ormai votato".
Il PSI, invece, "avrebbe rappresentato un ulteriore elemento di contraddizione interna" alla maggioranza perché avendo assunto, unico tra i
 

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partiti di governo "una posizione vagamente possibilista" si sarebbe trovato "pericolosamente scoperto senza avere guadagnato alcunché".
Non è l'esattezza dell'analisi che qui interessa, ma l'averla condotta è il segno della determinazione con la quale le BR si erano accinte all'operazione.


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6) Il significato della data della strage e del sequestro.

Un'ulteriore conferma delle finalità del sequestro è stata da molti tratta in base alla data. Il 16 marzo infatti si presentava alla Camera dei deputati il IV Governo Andreotti, che per la prima volta, dopo i governi di unità immediatamente successivi alla liberazione dal nazifascismo, avrebbe avuto anche la fiducia del PCI.
Sia Peci che Savasta e Morucci hanno escluso che l'attentato fosse stato programmato in coincidenza con quella scadenza politica ed hanno affermato che fu realizzato quel giorno senza una ragione particolare (1).
La tesi della coincidenza voluta potrebbe tuttavia sembrare avvalorata da alcune circostanze di non secondario rilievo. Innanzitutto le stesse BR nella risoluzione "campagna di primavera" hanno indicato esplicitamente la data del 16 marzo come significativa del tipo di obiettivo che intendevano perseguire.
Nella notte tra il 15 e il 16 marzo, come già ricordato, alcuni sconosciuti squarciarono le ruote dell'autofurgone del fioraio che ogni giorno con quel furgone si recava all'angolo tra via Fani e via Stresa per vendere fiori. Non risulta che nei giorni precedenti vi siano state altre azioni dirette ad impedire al fioraio di recarsi sul suo posto di lavoro; quella mattina grazie al danneggiamento del furgone, l'angolo tra le due strade sarebbe rimasto, sgombro e le BR avrebbero avuto un testimone ed un ostacolo di meno.
Il 16 marzo, in coincidenza con la strage, non funzionarono i telefoni della zona interessata dall'attentato. L'interruzione aveva in particolare riguardato via Fani, via Stresa ed una terza via, dipendenti per il traffico telefonico da una stessa centralina. L'ingegner Francesco Aragona, dirigente della SIP, interrogato dalla Commissione, ha escluso che l'interruzione sia dipesa da una manomissione: si sarebbe invece trattato di un sovraccarico delle linee dovuto al fatto che tutti gli abitanti della zona cercarono di avvertire polizia e carabinieri per informarli di ciò che stava accadendo o che era appena accaduto. Il tecnico Alvaro Mancini ha dichiarato che il guasto era da attribuirsi ad una causa esterna alla centrale. Invero Patrizio Peci, interrogato il 5 aprile 1980 dal giudice istruttore di Roma, ha dichiarato "Mi pare di aver saputo che all'atto dell'operazione sia stato fatto anche un intervento sui telefoni per interrompere qualche linea". Egli peraltro sapeva con certezza che presso la SIP operava una brigata BR, tanto che i terroristi ai quali serviva conoscere un numero di telefono "si rivolgevano direttamente al compagno della brigata SIP di Roma".
Risulta infine che i terroristi erano stati presenti in via Fani nei giorni precedenti all'attentato, ma non anche che essi abbiano tentato l'attacco

(1) In effetti la presentazione del Governo alle Camere per il 16 marzo fu annunciata soltanto alcuni giorni prima, mentre gli atti preparatori del sequestro erano già in corso da tempo.
 

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prima di quel giorno. Un testimone ha dichiarato all'autorità giudiziaria di aver visto nei giorni 14, 15, 16 marzo, poco prima delle otto, all'incrocio tra via Fani e via Stresa, dove c'è il segnale di stop, due giovani in atteggiamento affettuoso, uno dei quali fu poi riconosciuto su fotografie per Lauro Azzolini. Secondo l'ordinanza di rinvio a giudizio del giudice Ernesto Cudillo, numerosi testimoni hanno riferito che nei giorni precedenti la strage erano state viste alcune auto che effettuavano manovre rischiose ad alta velocità; in qualche caso vennero informate le autorità competenti, ma senza esito.
In base a questi elementi è da ritenere possibile che il giorno 16 marzo sia stato scelto proprio per la coincidenza con la presentazione del IV Governo Andreotti. D'altronde, valutando la situazione dalla parte dei terroristi, il significato politico dell'attentato non sarebbe mutato anche se l'onorevole Moro fosse stato sequestrato qualche giorno prima o qualche giorno dopo. La semplice esecuzione del progetto di attaccare il presidente della DC in quella fase politica, anche indipendentemente dall'esito, sarebbe stata sufficiente per esprimere il senso dell'attacco che le BR intendevano sferrare contro il disegno politico che si andava attuandole che vedeva tra i maggiori protagonisti il presidente della DC.


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7) Il tentativo di estorcere rivelazioni all'onorevole Moro.

La gestione del sequestro da parte delle BR conferma quanto sinora sostenuto. E' difficile dire se la morte di Moro era stata decisa sin dall'inizio. Certo è che le BR del 1978 non erano più quelle del 1974, quando avevano liberato il giudice Sossi, ed è certo che nei documenti immediatamente precedenti al sequestro i terroristi avevano escluso azioni meramente dimostrative. Nell'ambito di questa logica, Moro avrebbe potuto salvarsi soltanto se le BR avessero potuto conseguire un risultato destabilizzante del suo progetto politico, analogo a quello che poteva venire dalla sua morte. Le strade che i brigatisti avevano, alternative all'omicidio, erano l'acquisizione di gravissime rivelazioni da parte di Moro sul ruolo eventualmente rivestito dalla DC in alcune grandi tragedie nazionali (ed essi tentarono in particolare di avere notizie sul coinvolgimento della Democrazia cristiana nella strage di piazza Fontana) oppure la liberazione di alcuni detenuti per terrorismo, liberazione che, per il numero degli interessati e per il ruolo da essi rivestito nelle organizzazioni terroristiche, potesse segnare una lacerazione irrimediabile sul terreno della lotta al terrorismo e della riforma dello Stato, obiettivi essenziali del governo che sarebbe nato il 16 marzo, ferocemente osteggiati, come s'è visto, dai terroristi.
Moro non rivelò nulla di ciò che da lui si attendevano le BR, e i terroristi dovettero accorgersi quasi subito di aver sbagliato anche nelle loro analisi. "Ritengo che l'onorevole Moro non abbia detto nulla" ha dichiarato Morucci alla Commissione, aggiungendo che se il prigioniero avesse avuto qualche cedimento lo si sarebbe saputo.
Nella risoluzione "campagna di primavera" le BR hanno scritto che Moro è stato "coerente fino all'ultimo (fino a restarne vittima) con la perfezionatissima 'politica del non dire' " (pag. 18). La lettura comparativa
 

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dei nove comunicati mette in luce la crescente delusione dei terroristi. Nel primo comunicato, dopo avere avvertito che era in corso una campagna di "controguerriglia psicologica" i terroristi informavano che "tutto ciò che riguarda il processo di Aldo Moro" sarebbe stato trattato pubblicamente. L'interrogatorio del prigioniero, avvertiva il secondo comunicato, aveva ad oggetto "le politiche imperialiste ed antiproletarie di cui la DC è portatrice"; e tende "ad individuare con precisione le strutture internazionali e le filiazioni nazionali della controrivoluzione imperialista; a svelare il personale politico-economico-militare sulle cui gambe cammina il progetto delle multinazionali; ad accertare le dirette responsabilità di Aldo Moro per le quali, con i criteri della GIUSTIZIA PROLETARIA verrà giudicato".
Nel comunicato n. 3 i brigatisti informavano che l'interrogatorio proseguiva "con la completa collaborazione del prigioniero" il quale aveva "cominciato a fornire le sue 'illuminanti risposte' "; dopo ben tredici giorni (il comunicato n. 3 è datato 29 marzo) le BR dovevano ammettere che il loro prigioniero non aveva "detto tutto", ma aveva solo "incominciato". Pienamente consequenziale è l'affermazione successiva: "le informazioni che abbiamo così modo di recepire, una volta verificate verranno rese note al movimento rivoluzionario". In questo passaggio sono due le affermazioni che colpiscono; le informazioni prima di essere divulgate avrebbero dovuto essere verificate, come se non potessero essere divulgate immediatamente; inoltre il destinatario di queste informazioni non è più "il popolo", come nel primo comunicato, ma solo "il movimento rivoluzionario".
In realtà le BR cominciavano a veder vacillare il loro primo obiettivo (acquisire da Moro informazioni che avessero effetto destabilizzante nei confronti della nuova alleanza politica) ed erano nella situazione di dover scegliere un'altra strada; perciò da un lato prendevano tempo, ponendo condizioni alla divulgazione delle pretese rivelazioni, e dall'altro cominciavano a manifestare la decisione di uccidere il prigioniero ("il tribunale del popolo saprà tenere in debito conto le responsabilità di Moro", minacciava il terzo comunicato), cosa che rese più stringente la proposta di liberazione di alcuni detenuti per terrorismo. Nei successivi comunicati, infatti, diventò costante la minaccia di morte di Moro, mentre diminuì il rilievo che i terroristi conferivano all'interrogatorio del sequestrato. Ma fu Peci a rivelare l'importanza che avrebbero avuto per le BR eventuali gravi rivelazioni, quando dichiarò alla Commissione che Moro avrebbe avuto salva la vita se avesse parlato.
Nel quarto comunicato le BR annunciavano "la prevedibile durezza" del "giudizio popolare", ma non facevano cenno al contenuto dell'interrogatorio. Si ritornava invece alle risposte di Moro nel quinto comunicato: "L'interrogatorio del prigioniero prosegue e, come abbiamo già detto, ci aiuta validamente a chiarire le linee antiproletarie, le trame sanguinose e terroristiche che si sono dipanate nel nostro paese ... " E si confermava, forse in replica ad alcune obiezioni interne, che "tutto verrà reso noto al popolo e al movimento rivoluzionario". Nella seconda parte dello stesso comunicato però le BR ribadivano la minaccia di morte, invitando i militanti del terrorismo a "concentrare l'attacco sulle strutture e gli uomini che ne sono (del SIM, n.d.C.) i fondamentali portatori".
Il sesto comunicato (del 15 aprile) annuncia la fine dell'interrogatorio e la condanna a morte del prigioniero; ma le BR erano costrette a riconoscere il fallimento del primo obiettivo che si erano proposte di raggiungere,
 

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quando scrivevano nella parte centrale del comunicato: "Non ci sono 'clamorose rivelazioni da fare' ".
Il 18 aprile, lo stesso giorno in cui si scoprì la base di via Gradoli, venne rinvenuto - come già detto in altra parte - un volantino apparentemente proveniente dalle BR, contrassegnato con il numero 7 (quello precedente aveva il n. 6). Il comunicato annunciava che Aldo Moro era stato ucciso e che il suo corpo era immerso "nei fondali limacciosi del Lago Duchessa".
Il comunicato - come riferito nel capitolo terzo - venne da molti ritenuto apocrifo per la forma approssimata con la quale era redatto e la discontinuità del contenuto rispetto ai volantini precedenti. Nonostante questi dubbi suscitò un grave allarme anche perché quello precedente (n. 6) aveva annunciato la condanna a morte del prigioniero e perché ricorreva il 18 aprile (anniversario del vistoso successo elettorale della DC nel 1948, al quale il comunicato si richiamava).
Le BR nel comunicato successivo, contrassegnato con il n. 7, ne denunciarono il carattere apocrifo addossandone anzi la paternità agli organi dello Stato


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8) Lo scambio con terroristi detenuti.

A partire dal successivo comunicato n. 7 del 20 aprile cominciò a svolgersi la seconda linea di azione delle BR: attaccare il progetto politico di cui si era fatto portatore Moro, proponendo uno scambio tra lo stesso Moro e terroristi detenuti.
Il problema della liberazione dei terroristi detenuti è particolarmente delicato per l'organizzazione terroristica. Liberare detenuti è un momento di forza per qualsiasi organizzazione eversiva, perché dimostra la debolezza della repressione legale, apre contraddizioni nel sistema politico, recupera uomini spesso preziosi per la lotta armata. La questione però presenta molti aspetti negativi. I terroristi detenuti hanno maggior prestigio di quelli liberi, ma spesso sono da troppo tempo fuori della vita dell'organizzazione e pertanto un loro rientro in libertà può comportare una non opportuna (per i terroristi) revisione dei quadri dirigenti o della linea politica, anche aprendo scontri di non secondaria importanza. L'evasione inoltre richiede una adeguata predisposizione di basi che accolgano gli evasi, di documenti e mezzi di sostentamento, espone l'intera organizzazione ad una pressione particolare delle forze di polizia e al pericolo di fughe di informazioni.
Dal punto di vista più specificamente politico, una organizzazione terroristica che ambisce ad incidere profondamente sugli equilibri politici del paese in cui agisce non può esaurire la propria attività nella liberazione di detenuti. Si rinchiuderebbe così in una sorta di spirale che esaurirebbe tutta la sua iniziativa. Invece la progressione che le BR intendevano conferire alla loro iniziativa per passare da organizzazione per la lotta armata a "partito" comportava necessariamente l'assunzione di obiettivi sempre più generali e diversificati.
D'altra parte i terroristi liberi non possono assolutamente prescindere dalla liberazione di quelli detenuti, sia per le ragioni di prestigio innanzi chiarite, sia perché i detenuti premono, avendo una visione del problema che, per forza di cose, è meno oggettiva. Ed è significativo che due anni dopo il sequestro Moro, nel dicembre 1980, Senzani per rafforzare il pro-

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prio peso nell'organizzazione si sia collegato direttamente ai capi che sono in carcere e con la "campagna D'Urso" e si sia preoccupato di rilanciare il tema delle carceri e della liberazione dei detenuti.
In definitiva la liberazione dei terroristi detenuti è un problema di grande complessità organizzativa e politica. Perciò pur essendo presente nei programmi delle organizzazioni terroristiche, e in particolare delle BR, e pur essendo ad esso dedicate alcune specifiche "campagne" non costituisce un obiettivo prioritario delle BR.
Ciò è confermato da una deposizione di Alfredo Buonavita, appartenente al così detto nucleo storico delle BR, arrestato il 16 novembre 1974 e condannato con varie sentenze delle Corti di Assise di Torino, di Bologna, di Firenze alla reclusione per complessivi 19 anni.
Buonavita in carcere si è dissociato dalla lotta armata, dopo la definitività delle sue condanne e ha ricostruito la prima fase dell'organizzazione terrorista, quella che lo vide tra i maggiori protagonisti. Egli ha raccontato tra l'altro che nell'autunno 1977 chiese all'organizzazione esterna un aiuto per evadere. Gli fu risposto negativamente perché l'organizzazione era impegnata in una grande operazione mediante la quale, forse, si sarebbe potuto ottenere anche la liberazione di detenuti. Il periodo coincide con le prime indagini di Savasta e Libera all'Università di Roma e con la consultazione di tutte le colonne per un importante attacco contro la DC, effettuata, secondo la deposizione di Patrizio Peci ai giudici istruttori di Torino, sei o sette mesi prima dell'attentato di via Fani.
Nei comunicati emessi durante il sequestro dell'onorevole Moro, le BR non scrissero alcuno slogan per la liberazione dei detenuti. Si preoccuparono invece di esplicitare la propria posizione sul punto quando, dopo la proposta di scambio contenuta nella prima lettera di Moro a Cossiga, molti commentatori avevano riferito quella proposta alle BR. Nel quarto comunicato, emesso dopo la lettera, chiarirono che la proposta esprimeva una posizione esclusiva di Moro, mentre l'organizzazione continuava a dare priorità assoluta al "processo" alle domande, cioè, e soprattutto alle risposte del prigioniero. I terroristi temevano l'accusa interna di aver "svenduto" il fortemente propagandato significato politico dell'intera operazione in cambio della liberazione di qualche detenuto e temevano inoltre di farsi, coinvolgere in oscure contrattazioni proprio da quegli antagonisti che avevano tanto insistentemente e ferocemente avversato.
Perciò in quel comunicato si preoccupavano di ribadire insistentemente la propria linea.
La lettera di Moro a Cossiga rivela il punto di vista del prigioniero "e non il nostro"; Moro invita a "considerare la sua posizione di prigioniero politico in relazione a quella dei combattenti comunisti prigionieri nelle carceri di regime. Questa è la sua posizione - continuavano i brigatisti che, se non manca di realismo politico nel vedere le contraddizioni di classe oggi in Italia, è utile chiarire che non è la nostra".
"Uno dei punti fondamentali del programma della nostra organizzazione - affermavano più avanti - è la liberazione di tutti i prigionieri comu-
 

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nisti e la distruzione dei campi di concentramento e dei lager di regime... Certo perseguiremo ogni strada che porti alla liberazione dei comunisti tenuti in ostaggio dallo Stato imperialista, ma denunciamo come manovre propagandistiche e strumentali i tentativi del regime di far credere nostro ciò che invece cerca di imporre: trattative segrete, misteriosi intermediari, mascheramento dei fatti". L'imbarazzo dei terroristi era evidente.
La lettera di Moro, pubblicizzata a sua insaputa per aprire contraddizioni nel sistema politico democratico, rischiava di trasformarsi in un boomerang. L'interrogativo politico che si poneva loro a questo punto riguardava il rapporto tra le affermazioni lasciate scrivere a Moro (trattativa per la libertà) e quelle scritte nei comunicati (processo al regime). Il problema non fu certo risolto nella risposta del comunicato n. 4. La liberazione di "tutti" i detenuti e la distruzione del sistema penitenziario non era una speranza a breve e medio termine e d'altra parte riaffermare che "per quel che ci riguarda il processo di Aldo Moro andrà regolarmente avanti, e non saranno le mistificazioni degli specialisti della controguerriglia psicologica che potranno modificare il giudizio che verrà emesso" significava lasciare irrisolto il dubbio che essi stessi avevano aperto innanzitutto tra le proprie fila con la prima lettera di Moro.
"L'Onorevole Aldo Moro - ha riposto Morucci alla Commissione - è stato catturato per processare la DC tramite lui, per un processo politico. E' chiaro che quello era l'obiettivo principale dell'azione e quindi doveva svilupparsi, non poteva essere racchiuso da subito in un braccio di ferro con lo Stato, perché si sarebbe posto in secondo piano l'aspetto politico del processo. Questo secondo me è il motivo per cui, pur permettendo ad Aldo Moro di cominciare a perseguire un progetto di quel tipo, ossia a porsi sul terreno dello scambio, le BR non ci si sono poste".
La questione si avviò comunque ad un chiarimento con il settimo comunicato, fatto trovare in varie città il 20 aprile, quando le BR, dopo il fallimento del "processo", proposero per la prima volta la liberazione di "prigionieri comunisti" in cambio di Moro (Nota: L'idea di chiedere la liberazione di detenuti nasce nelle BR solo in un secondo momento, dopo il fallimento del "processo", "Se Moro fosse stato preso per chiedere in cambio tredici prigionieri, questi sarebbero stato chiesti subito e non dopo" sostiene Morucci in Commissione). Nel documento i terroristi esposero con chiarezza quelli che sarebbero stati i capisaldi della loro proposta anche nei giorni successivi. Respingevano ogni possibilità di soluzione umanitaria perché il problema ribadivano, era soltanto politico. Moro era un prigioniero politico condannato a morte. "Nei campi di concentramento dello Stato imperialista ci sono centinaia di prigionieri comunisti, condannati alla "morte lenta" di secoli di prigionia. Noi lottiamo per la libertà del proletariato e parte essenziale - non "fondamentale", come era scritto nel comunicato n. 4 - del nostro programma politico è la libertà per tutti i prigionieri comunisti".
La proposta, infine, era rivolta alla DC e al "suo governo", al quale venivano concesse quarantotto ore di tempo a partire dalle ore 15 del 20 aprile.
Nella stessa giornata un nucleo brigatista uccideva a Milano il maresciallo maggiore degli agenti di custodia Francesco De Cataldo.
 

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Il fatto è in apparente contrasto con l'apertura trattativistica. Potrebbe essersi trattato di un'autonoma iniziativa della colonna milanese, o era un attentato che serviva a "riequilibrare" per fini interni il possibile impatto negativo della proposta di trattativa o, infine, era opera del settore più deciso che intendeva in tal modo bloccare lo sviluppo di un'eventuale trattativa. D'altra parte, anche in seguito le BR avrebbero ucciso mentre proponevano una trattativa: durante il sequestro D'Urso, ad esempio, le BR chiesero, ottenendo soddisfazione, alcuni interventi sul sistema penitenziario, ma contemporaneamente uccisero a Roma il generale Enrico Galvaligi.
Quattro giorni dopo, quando l'ultimatum era largamente scaduto, e pur non avendo ricevuto dagli interpellati alcun segnale di incoraggiamento sul loro terreno, i terroristi, con il comunicato n. 8, ribadivano che l'unico terreno possibile era lo scambio tra "prigionieri politici condannati a morte" e facevano l'elenco di tredici detenuti per terrorismo dei quali chiedevano la liberazione in cambio di Moro. Si trattava di Sante Notarnicola, Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Domenico Delli Veneri, Pasquale Abatangelo, Giorgio Panizzari, Maurizio Ferrari, Alberto Franceschini, Renato Curcio, Roberto Ognibene, Paola Besuschio, Cristoforo Piancone: erano brigatisti della prima ora e altresì persone arrestate per reati comuni e poi entrate nella lotta armata durante la reclusione, come Panizzari, appartenenti ai NAP, come Abatangelo, o alla XXII Ottobre, come Rossi e Viel. Mancavano del tutto appartenenti a Prima Linea, segno delle divisioni esistenti tra questa organizzazione e le BR. Nessuno dei tredici era in grado di godere della libertà provvisoria. La liberazione, anche di uno solo dei tredici, avrebbe imposto un gravissimo strappo alla legalità, incrinato profondamente le ragioni stesse della resistenza del Paese contro il terrorismo e offeso i valori di fondo di giustizia e di uguaglianza del nostro ordinamento costituzionale.
Manifestamente provocatorio era l'inserimento nella lista del brigatista Cristoforo Piancone, che aveva assassinato a Torino, pochi giorni prima, l'11 aprile, l'agente di custodia Lorenzo Cotugno. La vittima, prima di morire, lo aveva ferito e i suoi complici l'avevano lasciato dinanzi ad un ospedale cittadino. L'inclusione nella lista era motivata principalmente dalla "sua militanza di combattente" alla quale si aggiungeva la "considerazione del suo stato fisico" collegata "alle ferite riportate in battaglia". Anche l'onorevole Craxi, che era tra i meno disponibili ad una linea rigida, affermò che su queste basi nessuna trattativa era praticabile.
Si rivela con chiarezza l'equivalenza politica tra l'assassinio dell'ostaggio e lo scambio. Se le BR avessero effettivamente voluto perseguire la liberazione di alcuni detenuti, la proposta sarebbe stata meno dirompente. Ma il loro progetto era un altro, perciò avanzavano una proposta inaccoglibile a lume di legalità e di ragione politica perché dovevano conseguire la rottura del progetto politico.
"Le brigate rosse - sarà scritto nella risoluzione 'campagna di primavera' -perseguivano un obiettivo politico assai più generale della liberazione dei prigionieri. L'obiettivo principale della 'campagna di primavera'
 

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era quello di dare un duro colpo all'intesa di programma e cioè approfondire la crisi politica del regime e dello Stato. Dunque le BR potevano rinunciare ad ottenere la liberazione di combattenti comunisti senza per questo dover rilasciare Moro".
L'effetto della liberazione - ha confermato Savasta alla Commissione- avrebbe comunque dovuto essere quello di "aver bloccato il progetto politico".


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9) La lacerazione nelle BR.

Esaurito l' "interrogatorio" del prigioniero le BR consultarono, nella seconda metà di aprile, tutte le colonne e tutte si pronunciarono per l'assassinio del prigioniero se non ci fosse stata una trattativa pagante per le BR.
La Commissione ha indagato per accertare se un qualche ruolo nella decisione finale abbiano avuto anche i detenuti appartenenti al cosiddetto nucleo storico, quei brigatisti che fondarono l'organizzazione o che vi appartennero fin dall'inizio e che all'epoca dei fatti erano processati dinanzi alla Corte d'Assise di Torino per il sequestro del giudice Mario Sossi e per altri reati terroristici.
Sui rapporti che in quel periodo intercorsero tra terroristi detenuti ed organizzazione esterna la Commissione si è trovata dinanzi a due versioni non perfettamente coincidenti tra loro. La prima è quella dell'avvocato Giannino Guiso - che per conto del PSI prese contatti con il "nucleo storico" - il quale ha insistito sulla mai interrotta continuità di una comunicazione tra i brigatisti detenuti e quelli liberi, attraverso i familiari dei primi. Dovunque ci sono uomini circola l'informazione - ha spiegato il legale - e neanche il carcere più chiuso può impedire che notizie filtrino dall'esterno verso l'interno e viceversa. Inoltre in quel periodo si celebrava il processo in Corte d'Assise e poiché si trattava del primo processo mai celebrato ad un settore così consistente del terrorismo, grandissima era l'attenzione dei mezzi di informazione, c'era un vasto pubblico che seguiva il dibattimento: i brigatisti esprimevano perciò attraverso comunicati collettivi, o anche singolarmente, giudizi, opinioni. valutazioni che giungevano certamente ai sequestratosi di Aldo Moro, o mediante i mass-media o mediante singoli "corrieri". L'avvocato Guiso non ha invece spiegato se i terroristi detenuti avessero ricevuto concrete informazioni dall'esterno.
L'altra versione è di Alfredo Buonavita, processato a Torino in quel periodo e dissociatosi attivamente dal terrorismo mentre scontava in carcere la pena definitivamente inflittagli per vari reati. Anche secondo Buonavita i contatti c'erano ed erano tenuti dai familiari, ma in quel periodo, proprio perché gli esterni avevano sequestrato Moro, si era deciso di ridurre al minimo i contatti per il timore che i prevedibili pedinamenti dei familiari conducessero la polizia sulle orme dei ricercati. Qualche rapporto comunque c'era stato, ma non continuativo. I detenuti discutevano e poi qualcuno, forse Curcio, attraverso i suoi canali, faceva giungere all'esterno il messaggio.
Buonavita ha escluso che i detenuti fossero stati consultati, come lo erano state le colonne BR, sulla sorte di Moro: essi infatti non erano una

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colonna né una struttura organizzata. Erano un gruppo casualmente insieme perché avrebbero dovuto sottostare ad un identico processo, ma che dopo il processo sarebbero stati di nuovo sparpagliati in diversi istituti penitenziari.
La loro possibilità di influire sulle azioni specifiche dei terroristi esterni era minima: "rispetto a questo problema (sequestro Moro) noi non siamo in grado di condizionare l'organizzazione, come non l'abbiamo mai condizionata rispetto ad un'azione specifica". In ordine al sequestro Moro "l'unica cosa che potevamo fare noi era questa: da una parte cercare di recepire che taglio danno, che interpretazione danno a questa azione in corso e gestirla anche noi, fiancheggiando l'organizzazione rispetto al processo, visto che noi siamo in un'aula del palazzo di giustizia; d'altra parte, quello che può esserci... di fatto delegato è il problema dei prigionieri per cui noi ci siamo attivati rispetto a loro unicamente... in termini di comunicazione... dettare secondo noi, quali erano i termini precisi e possibili per affrontare il problema dei prigionieri"
Per i detenuti la cosa importante era il riconoscimento della qualificazione di prigionieri politici, e perciò avevano invitato gli esterni a non fare nomi e a porre il problema in modo politico: "parlate genericamente di prigionieri perché sicuramente questo vi lascia aperto più spazio per trattare". Questa informazione era uscita dal carcere, secondo Buonavita, perché qualcuno si era incaricato di farla uscire, ma non aveva avuto alcun esito. L'avvocato Guiso dette loro l'impressione che qualche spazio stesse aprendosi, ma poi si accorsero, quando venne proposto l'ultimatum con i tredici nomi, che non c'era alcuna volontà di trattare.
Può ritenersi, sulla scorta di questi elementi, che vi furono rapporti sporadici tra i due gruppi di terroristi ma che non si manifestò una compartecipazione del nucleo storico né alla gestione del sequestro né al suo tragico epilogo. La versione data da Buonavita appare più ragionevole e più argomentata e perciò, sulla base di quanto è sinora noto, più vicina al vero.
E' d'altra parte spiegabile che l'avvocato Guiso abbia insistito sull'esistenza di rapporti pieni e continui tra i due gruppi di terroristi. In tal modo egli ha cercato di valorizzare il ruolo di mediatore affidatogli dal segretario del PSI che non produsse alcun risultato e che forse indusse in errore qualche interlocutore del legale il quale credette davvero che la questione potesse risolversi - anche in base ad informazioni non attendibili - sul piano della trattativa piuttosto che su quello della piena e generale azione degli organi istituzionali.


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10) I differenti obiettivi all'interno delle BR.

Il consenso unanime delle colonne e la copertura del nucleo storico sulla sorte del prigioniero non risolsero i problemi delle BR. Nella colonna romana, che dal punto di vista operativo gestiva il sequestro, erano infatti presenti acute contraddizioni.
L'area del terrorismo era da tempo divisa tra chi riteneva le BR la formazione che per esperienza, rapporti internazionali, struttura, mezzi,
 

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doveva costituire il punto di riferimento e il modello della lotta armata e chi, invece, pur considerando questa organizzazione la più importante tra quelle operanti in Italia, ne criticava la struttura troppo militarizzata, le regole eccessivamente rigide, la esasperata clandestinità, e proponeva invece che la lotta armata si svolgesse secondo linee progressive capaci di sviluppare un consenso ed una mobilitazione di massa. Non quindi azioni di altissimo livello, ma un moltiplicarsi di interventi la cui pericolosità derivasse non tanto dalla gravità di ciascuno di essi ma dalla sua capacità di diffondersi, di ripetersi, di essere imitato, conferendo così una dimensione di massa all'attacco terroristico. Questo secondo orientamento faceva capo politicamente ad un gruppo di intellettuali già distintisi per essere i capi del disciolto Potere Operaio i quali, con alcune distinzioni interne, da un lato propagandavano il terrorismo di massa e dall'altro candidavano se stessi ad un ruolo-guida delle varie formazioni terroristiche, in un progetto che tendeva a saldare la capacità di attacco dimostrata dalle BR con la capacità di mobilitazione delle organizzazioni dell'Autonomia. Era questo il senso della nota espressione "coniugare la terribile bellezza del 12 marzo a Roma con la geometrica potenza di via Fani diventa la porta stretta attraverso cui può crescere o perire il processo di sovversione in Italia", scritta da Franco Piperno su "Pre-print", supplemento al n. 0 di "Metropoli" nel dicembre 1978.
Scalzone a Milano, Negri a Padova, Piperno a Roma, erano coloro che invitavano alla diffusione dell'antagonismo armato da un lato e ad una saldatura tra la lotta armata praticata dalle BR e quella del cosiddetto movimento terrorista dall'altra. Ciascuno di costoro, aveva i suoi circoli, le sue prerogative, le sue aree di influenza, le tecniche con le quali da un lato offrire coperture ideologiche, e dall'altro istigare concretamente a specifici fatti di aggressione armata.
Negli ambienti del terrorismo romano erano Piperno e il così detto progetto Metropoli a svolgere questo ruolo. Piperno era fiancheggiato da Lanfranco Pace - che era uscito dall'organizzazione delle BR poco prima del sequestro Moro, ma era ancora in contatto con i brigatisti - ed aveva una sua longa manus nelle BR costituita dai terroristi Valerio Morucci e Adriana Faranda. Questi rivestivano funzioni elevate all'epoca della preparazione e dell'esecuzione della strage e del sequestro e parteciparono entrambi agli omicidi di via Fani.
Essi non contestavano la finalità di destabilizzazione del progetto politico di cui era portatore Aldo Moro, ma dissentivano dalle BR in ordine alla soluzione della vicenda. Sostenevano che il sistema politico sarebbe stato assai più destabilizzato dalla restituzione di Moro che dal suo omicidio. Un Moro che dalla prigionia avesse duramente criticato il proprio partito ed i suoi dirigenti, avesse contestato le scelte di quella alleanza politica che egli stesso aveva contribuito a far nascere, avrebbe potuto destabilizzare il sistema politico più da vivo che da morto. La linea da loro sostenuta non aveva nulla di umanitario: non si trattava di salvare una vita umana, ma di scegliere ciò che più giovava al loro programma. Temevano di non riuscire a reggere lo scontro che si sarebbe aperto tra paese civile e organizzazioni eversive se Moro fosse stato ucciso. I loro progetti di destabilizzazione progressiva e avvolgente sarebbero stati bloccati dall'esplosione di un dramma che avrebbe svegliato le coscienze di tutti e tutti reso consapevoli dei pericoli che stavano correndo.
 

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Poiché il futuro della lotta armata è nella sua massima diffusione, occorreva evitare che si sviluppasse da parte degli organi dello Stato un massiccio e diffuso programma di intervento antiterroristico, che colpisse innanzitutto le organizzazioni di Autonomia alle quali attingeva il reclutamento brigatista e che erano i canali di diffusione della violenza. Era in gioco non solo il futuro della lotta armata, ma la destabilizzazione del sistema democratico e l'egemonia della lotta armata. Piperno, con Lanfranco Pace, con Morucci e con gli altri coinvolti nel così detto progetto Metropoli cercavano di trarre il massimo personale vantaggio per acquisire la direzione politica del progetto eversivo. Se le BR rilasciavano Moro, vinceva la loro tesi, e la loro posizione si sarebbe rafforzata: essi giocavano senza scrupolo tutte le loro carte in questa direzione avvalendosi sostanzialmente di due strade, quella interna alle BR, costituita da Morucci e Faranda, e quella esterna fondata sui propri rapporti con taluni esponenti socialisti. Il PSI cercò appunto attraverso Piperno e Pace di capire cosa si poteva fare per ottenere la liberazione di Moro, anche al di fuori degli sforzi istituzionali. Piperno e Pace cercarono di rafforzare il tentativo del PSI per conseguire le proprie finalità.
Per un complesso di motivi, assai diversi tra loro, in parte meritevoli di rispettosa considerazione, in parte addirittura coincidenti con gli interessi del terrorismo, si svilupparono così iniziative dirette allo scambio tra Moro e alcuni terroristi detenuti, che non furono comunicate alle autorità dello Stato e che perciò in qualche modo garantirono una sorta di impermeabilità delle BR.


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11) La linea militarista e quella movimentista.

Le iniziative non portarono a nulla di concreto anche perché non avevano colto il nodo della questione: le BR, pur se profondamente divise, erano sostanzialmente indifferenti ad una liberazione di detenuti che non producesse gli effetti politici da loro voluti, e questo tipo di liberazione non era voluta neanche dai dirigenti socialisti più impegnati nella ricerca dello scambio.
Peraltro l'esistenza della possibilità della liberazione anche di un solo detenuto per fatti di terrorismo o convertitosi al terrorismo durante la reclusione, avrebbe certamente creato difficoltà alle BR perché rafforzava la tesi sostenuta dai terroristi così detti movimentisti. Le BR si sarebbero trovate di fronte alla crescita della richiesta interna di liberare Moro senza aver conseguito l'obiettivo che si erano proposte.
Dai comunicati emerge che la leadership brigatista era oggetto di una serie di critiche interne dalle quali era costretta a difendersi volta per volta. Quasi in ogni comunicato c'è una sorta di non richiesta giustificazione. Nel comunicato n. 2, datato 25 marzo, i terroristi spiegavano di aver condotto "nella più completa autonomia la battaglia per la cattura ed il processo ad Aldo Moro", replicando evidentemente a dubbi interni, ma sollevati anche all'esterno, su equivoci appoggi ricevuti per l'esecuzione dell'attentato. Nel comunicato n. 3 replicavano, a chi sosteneva che l'agguato di via Fani aveva militarizzato eccessivamente lo scontro con lo Stato esponendo le organizzazioni terroristiche ad una inattesa repressione, affermando che la controrivoluzione è la "sostanza dell'imperialismo" e che "non siamo noi a
 

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creare la controrivoluzione"; e a chi sosteneva che vi era stato un salto di qualità eccessivo che aveva trovato impreparato il complesso delle forze disposte ad impegnarsi nella lotta armata, replicavano che "è fondamentale realizzare quei salti politici ed organizzativi che la guerra di classe impone". Definivano poi coloro che capeggiavano l'opposizione interna all'area della lotta armata come "intrappolati nella visione legalistica e piccolo borghese della lotta di classe" e "grottesco reggicoda di ogni manovra reazionaria".
Il quarto comunicato - come si è detto - cercava di chiarire il problema della liberazione dei detenuti nella strategia brigatista. Nel quinto comunicato le BR ribadivano che "non bisogna spaventarsi della ferocia repressiva dello Stato e tanto meno fermarsi a contemplare i successi dell'iniziativa rivoluzionaria". Il sesto era interamente dedicato a spiegare che non c'erano "clamorose rivelazioni" nelle risposte di Aldo Moro. Gli ultimi tre comunicati sono tutti incentrati attorno allo scambio con i tredici terroristi.
I tentativi operati da esponenti del PSI di giungere ad uno scambio che non costituisse uno "strappo grave alla legalità", per usare una espressione corsa in quei giorni, colsero quindi le BR in una situazione abbastanza complessa sul fronte interno: c'era il pericolo che le critiche si irrobustissero e che diventasse più duro lo scontro con la linea "movimentista"


CAPITOLO VII
LE LETTERE DI ALDO MORO

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1) Premessa.

Le Brigate Rosse consentirono al loro prigioniero di scrivere numerose lettere alla famiglia, ai collaboratori, ai leaders della DC, e di altri partiti, ad uomini di governo. Complessivamente sono ventiquattro le lettere pervenute dalla prigione; in un covo delle BR, scoperto a Milano in via Montenevoso il I ottobre 1978, sono state rinvenute le minute di quindici lettere, ma alcuni dei destinatari non le hanno mai ricevute, segno questo di una censura successiva dei brigatisti sulle comunicazioni del prigioniero.
Le tecniche di diffusione seguite dai brigatisti per far pervenire le lettere ai destinatari furono diverse. Alcune furono inviate direttamente ai giornali, altre furono allegate a comunicati, altre ancora furono fatte pervenire avvertendo persone dell'entourage della famiglia dell'onorevole Moro.
Non esiste un nesso tra i contenuto di ciascuna lettera e il mezzo usato per l'invio al destinatario o per la diffusione. La diversificazione dei mezzi di comunicazione non è da vedere quindi in funzione di specifici obiettivi che le BR intendevano perseguire con ciascuna lettera; essa servì invece a tenere vigile la tensione e ad impedire una lettura "lineare" delle comunicazioni del prigioniero. Infatti non si è stati e non si è tuttora in grado di stabilire se tra due lettere note ce ne siano state altre ignote.
Questo modo di procedere lasciò l'ambiente esterno in condizioni di grande incertezza ed aprì contraddizioni, dubbi e interrogativi che hanno diviso la società civile ed il mondo politico.
La propensione a leggere in ciascuna lettera un autenticò ed originale messaggio del prigioniero si contrappose ad un atteggiamento più prudente, per il quale quelle lettere servivano piuttosto alle BR per utilizzare le informazioni che provenivano dal prigioniero al fine di indebolire e lacerare il sistema politico.
Le BR ebbero la possibilità di giocare su più piani, l'informazione pubblica, gli affetti privati, i rapporti politici, senza seguire alcuna regola oggettiva, lasciando sempre aperta ed imprevedibile la mossa successiva e mantenendo saldamente in pugno il flusso delle informazioni tra il prigioniero e il mondo esterno e viceversa.


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2) I rapporti tra le BR e il loro prigioniero.

Per una equilibrata valutazione delle lettere dell'onorevole Moro occorre considerare che le BR facevano uscire all'esterno solo ciò che giovava o per 1o meno non contrastava con i propri interessi censurando invece ciò che poteva danneggiarle. Questa linea di condotta fu determinata non solo dalle intuibili esigenze che ha qualsiasi gruppo di sequestratori, ma anche dalle specifiche finalità politiche che quel gruppo di sequestratori perseguiva.
La "gestione" di quel sequestro era un fatto politico ed ogni atto del prigioniero dotato di rilevanza esterna doveva collocarsi necessariamente nell'ambito del tipo di gestione scelta.
A questo proposito va notato che non sempre nell'analisi della situazione si è tenuto conto della specificità del rapporto che intercorre tra sequestrato e sequestratori. Frequentemente, anzi, si sono usati termini come "carcere", "detenzione" e simili che evocano un modello legale di privazione della libertà, mentre il sequestro è un fatto illegale. La distinzione non è formale. Il rapporto tra chi detiene e chi è detenuto, il rapporto tra i detentori, il detenuto ed il mondo esterno sono profondamente diversi nei due casi. Nel sequestro di persona il sequestratore è permeabile al mondo esterno e la vicenda del sequestro non è quasi mai assolutamente predeterminata. Nell'arresto e nella cattura da parte di un potere legale in genere accade il contrario: la conduzione della vicenda è legata a regole oggettive, che prescindono dalle reazioni del mondo esterno. Il sequestrato ha, inoltre, nella logica del sequestro, una funzione diversa dal detenuto nella logica dell'arresto. Il sequestrato è sempre parte e protagonista del sequestro. In ogni sequestro il sequestrato ha un ruolo decisivo: spesso a lui spetta comunicare con l'esterno ed egli ha il compito, nelle vicende più drammatiche, di sollecitare l'adempimento delle condizioni poste dai sequestratori, facendo apparire coloro che dovrebbero aderire a tali condizioni come i veri arbitri della sua libertà. E spesso accade che il sequestrato non si renda conto che egli è prigioniero non perché altri all'esterno non adempie, ma perché qualcuno lo ha privato della libertà (1). Infine, nel rapporto col mondo esterno, sequestratori e sequestrato agiscono spesso come una parte unica.
Mentre gli interessi del detenuto sono diversi ed autonomi rispetto agli interessi dei detentori, gli interessi dei sequestratori coincidono invece con gli interessi del sequestrato; in fin dei conti agli uni e all'altro sta a cuore che i destinatari della proposta di riscatto adempiano, perché i primi conseguono l'obiettivo e il secondo guadagna la libertà.
Perciò non si possono considerare le lettere di Aldo Moro come messaggi da un carcere, come testi interamente e globalmente riconducibili alla volontà di chi scrive. E' certamente malposta la questione dell'attribuibilità degli scritti ad Aldo Moro, problema che angosciò gli italiani durante i cinquantacinque giorni. Ci si chiese allora, e ci si chiede tuttora, se quelle lettere riportavano il suo pensiero o il pensiero delle BR; se Moro fosse strumento nelle mani dei terroristi o mantenesse la sua lucidità e la sua autonomia.

(1)in un passo della seconda lettera a Zaccagnini, Moro scrive: "Ecco nell'Italia democratica del 1978, nell'Italia del Beccaria, come nei secoli passati, io sono condannato a morte. Che la condanna sia eseguita dipende da voi".
 

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A scrivere era certamente Moro: suo era lo stile, suoi erano passaggi facilmente riconoscibili degli scritti. Ma uno scritto è totalmente riferibile alla volontà di una persona quando perviene al suo naturale destinatario senza censure o mediazioni da parte di terzi. Il significato di uno scritto, inoltre, è determinato anche dalla quantità di informazioni che possiede chi scrive e dalla omogeneità di informazioni di base tra chi scrive e chi riceve. E evidente poi che quando chi scrive pensa che chi riceve sia al corrente di cose che invece non sono state rese note, l'interpretazione del messaggio è completamente travisata.
D'altra parte non conosciamo ancora la procedura attraverso la quale si giungeva alla determinazione del contenuto delle singole lettere.
Da alcuni cenni di Savasta e da allusioni di Morucci si desume che Moro fu un prigioniero coraggioso, tutt'altro che disposto a cedere passivamente alle richieste dei sequestratori. Moro continuò a comportarsi come uomo politico anche da prigioniero e ciò rese certamente più difficile il compito dei brigatisti, che non riuscirono certo ad utilizzarlo come un puro strumento del loro progetto. Ma questo non vuol dire che all'esterno poté arrivare tutto ciò che Moro scrisse, né che Moro scrisse tutto ciò che aveva in animo di scrivere.
Savasta ha spiegato che le BR, per prassi, facevano "passare" delle lettere dei sequestrati solo quelle che rispondevano ai loro interessi: le lettere - ha precisato l'ex componente dell'esecutivo brigatista - sono veri e propri comunicati dell'organizzazione.
Il riscontro è negli atti.
Della lettera al partito esistono tre testi, indicati nel fascicolo della Commissione con i numeri 24, 24-bis e 25: nel testo della lettera 24-bis, ad un certo punto, c'è la seguente frase: "le righe che seguono sono da rivedere a seconda dell'utilità che possono avere per sua espressa opinione", ed è chiaro che il prigioniero si rivolge al brigatista che aveva il controllo del contenuto delle lettere e all'inizio della lettera 25 c'è la precisazione: "Seconda lettera al partito, in sostituzione della prima con toni meno accesi, mandare l'una o l'altra a seconda dello svilupparsi della situazione".
Su altre lettere sono evidenti i segni della manipolazione brigatista. Ad esempio nella terza lettera a Zaccagnini, che inizia "Ancora una volta come qualche giorno fa" la sesta pagina (penultima) non è scritta fino in fondo; è lasciato in bianco un terzo circa del foglio. L'ultima lettera alla famiglia non è firmata e sembra incompleta: parrebbe che i brigatisti abbiano soppresso i fogli successivi al secondo forse perché contenenti notizie o informazioni che contrastavano con i loro intendimenti.
Da altre lettere si desume la parzialità delle informazioni in possesso del prigioniero.
Così, è probabile che Aldo Moro, almeno in una certa fase; ritenesse di non essere l'unico in mano alle BR. Nella prima lettera a Cossiga scriveva: "Benché non sappia nulla né del modo né di quanto avvenuto dopo il mio prelevamento"; e ancora nella stessa lettera al ministro degli Interni parla di "sacrificio degli innocenti mentre un indiscutibile stato di necessità indurrebbe à salvarli", dove il plurale "innocenti" potrebbe far pensare che Moro ritenesse che fossero state sequestrate altre persone.
 

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Sul concetto del "sacrificio di vite innocenti" Moro ritornava nella lettera al vice direttore dell'Osservatore Romano.
Le BR avevano in animo, nel marzo 1978, di sequestrare anche un personaggio del mondo imprenditoriale e forse Moro, informato del progetto, intendeva riferirsi a questa eventualità che poi non si verificò.
Dopo, però, parrebbe che il prigioniero sia stato messo al corrente che il problema della liberazione riguarda soltanto lui perché insiste molto nelle lettere successive su se stesso, sul proprio ruolo nella DC e sulla propria famiglia. Ma in una lettera successiva "Al Partito della Democrazia cristiana" ritorna sul tema scrivendo: "Su questa posizione, che condanna a morte tutti i prigionieri delle Brigate Rosse (ed è pensabile ce ne siano) è arroccato il Governo ... ".
Ignoriamo cosa gli abbiano detto i brigatisti; ma se essi intendevano come sembra - avvalersi del prigioniero per aprire lacerazioni e contrasti nel suo partito e nel sistema democratico, è presumibile, sulla base di quanto si può dedurre da ciò che sino ad oggi si sa, che gli abbiano lasciato credere che gli altri prigionieri fossero già stati liberati. Ciò forse può contribuire a spiegare l'incomprensione che nutriva Moro per la decisione di non accedere allo scambio.
Nella lettera relativa alla vicenda Taviani, l'onorevole Moro iniziava a scrivere "Filtra fin qui la notizia", lasciando ben intendere la eccezionalità della ricezione di una informazione relativa al mondo esterno.
Nella lettera alla DC Moro scriveva a proposito di una lettera della moglie "... la pietà di chi mi recava la lettera ha escluso i contorni che dicevano la mia condanna ... ".
Le BR quindi esercitavano il proprio controllo assoluto sulle informazioni del prigioniero ("Mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato" aveva scritto Moro nella prima lettera a Cossiga) privandolo dei dati necessari per avere un esatto quadro di riferimento, dandogli comunicazioni parziali e forse anche inesatte, come potrebbe trasparire dalla questione relativa alla presenza di altri prigionieri nelle mani delle BR. Alcune stranezze nelle lettere surriportate fanno ritenere che esse fossero a volte frutto di un collage di vari pezzi; e questa impressione appare confermata da alcune illogicità, che sono state messe in rilievo anche dal fratello dello statista in un'analisi delle lettere che costituisce forse uno dei più utili contributi a chiarire quale fosse la condizione del prigioniero delle BR.
Ad esempio, nella lettera alla moglie, pubblicata nel volume "L'intelligenza e gli avvenimenti" (Garzanti, 1979), a pagina 405, è aggiunta prima del testo la frase "Sono intatto e in perfetta 7/4/1978 lucidità. Non è giusto dire che non so più capace", che contiene l'incomprensibile inserimento della data della lettera, e l'unico errore ("so" al posto di "sono") che sia rinvenibile nelle pur numerose lettere scritte durante la prigionia.
Deve anche considerarsi che probabilmente, come ogni prigioniero, Moro cercasse di inviare dei messaggi, di far capire lo stato effettivo in cui si trovava, di comunicare qualche informazione sui suoi carcerieri e sul luogo ove era detenuto. La formulazione di questi eventuali messaggi può aver inserito nelle lettere elementi di distorsione o di minore chiarezza qui non distinguibili dagli altri contenuti.
In definitiva, l'unico dato che può considerarsi certo è che le BR, attraverso il dosaggio delle informazioni attraverso la probabile comunicazione di informazioni inesatte, non trasmettendo alcune lettere che il prigioniero
 

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riteneva fossero state trasmesse, dando pubblicità a lettere che invece Moro riteneva potessero restare segrete, attuavano una sorta di doppia gestione del sequestro. Attraverso i comunicati informavano delle proprie intenzioni, attraverso Moro cercavano di introdurre elementi di incertezza, di confusione e disorientamento nella DC, nel mondo politico e nella società civile.
Il problema della riconducibilità a Moro delle sue lettere non è però risolvibile in base ad una presunta minor capacità di reazione del prigioniero determinata da violenze, dall'uso di farmaci o da altro, ma in base alla ignoranza da parte del prigioniero di fondamentali dati della situazione.
Le valutazioni, i giudizi, sono suoi, ma sono espressi in una situazione del tutto straordinaria, come egli stesso più volte avverte (1) e nella ignoranza di essenziali circostanze di fatto.


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3) Il contenuto delle lettere.

Nelle lettere inviate dalla prigione delle BR, Moro svolge due tipi di argomenti. Il primo attiene ai suoi rapporti con la famiglia, la moglie, i figli, e questo carattere privato esula dalle analisi e dalle valutazioni che spettano alla Commissione. Il secondo riguarda la sua liberazione.
Sin dalla prima lettera al ministro dell'Interno Cossiga, il Presidente del Consiglio nazionale della DC avvertiva che il sequestro era stato determinato da ragioni che coinvolgevano tutta la DC e non lui soltanto: "In verità siamo tutti noi del gruppo dirigente che siamo chiamati in causa ed è il nostro operato collettivo che è sotto accusa e di cui devo rispondere". E nella seconda lettera al segretario del suo partito, onorevole Zaccagnini, precisava che la sua prigionia ed i pericoli che correva erano determinati dall'aver accettato di "essere partecipe e corresponsabile della fase nuova che si apriva (l'unità nazionale, n.d.C.) e che si profilava difficilissima"; nella prima lettera allo stesso aveva insistito sulla ragione politica specifica del suo rapimento, che era avvenuto "mentre si andava alla Camera per la consacrazione del Governo che m'ero impegnato tanto a costruire". I motivi, quindi, sono politici, relativi al ruolo della DC nel Paese e alla specifica fase politica della quale era stato protagonista, e quindi era il partito della DC che doveva intervenire per la sua liberazione.
La soluzione - suggeriva Moro fin dalla prima lettera al ministro dell'Interno - era necessaria per evitare danni che potevano ricadere sulla stessa DC. "lo mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato, sottoposto ad un processo popolare che può essere opportunamente graduato... sono in questo stato avendo tutte le conoscenze e sensibilità che derivano dalla lunga esperienza, con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni". E più avanti aveva invitato il ministro dell'Interno ad accedere alla sua proposta, "per evitare guai peggiori".
Questa motivazione non venne più ripresa nelle lettere successive e l'onorevole Moro - come hanno confermato numerose deposizioni, da Peci a Morucci - tenne un comportamento rigoroso nei confronti delle BR. Egli non poteva non aver colto che sue dichiarazioni con effetti destabilizzanti,

(1)Vedi lettere a Cossiga e a Zaccagnini.

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fondate o meno che fossero, gli avrebbero potuto garantire la libertà certo con maggiori probabilità di qualsiasi altra alternativa praticabile. Ma non scelse questa strada; e quindi il senso delle frasi contenute nella prima lettera all'onorevole Cossiga non era certo una sorta di minaccia, bensì un avvertimento all'esterno sul contenuto delle domande dei terroristi che lo avevano sequestrato: da un lato quella frase aveva un aspetto rassicurante ("Sono in questo stato avendo tutte le conoscenze e sensibilità che derivano dalla lunga esperienza"), e dall'altro segnalava quale era l'obiettivo dei terroristi. E il "dominio pieno e incontrollato" che essi avevano su di lui lo spingeva ad avvertire del pericolo.
Nelle lettere successive questo tipo di pericolo delle sue dichiarazioni con effetto destabilizzante non era più menzionato; la situazione era stata forse superata o il prigioniero aveva notato un mutamento di orientamento nei terroristi. Resta la segnalazione di un pericolo per la DC, non più connesso a sue eventuali dichiarazioni, ma al suo omicidio e in termini sempre più drammatici. "Se questo crimine fosse perpetrato - scriveva nella seconda lettera all'onorevole Zaccagnini - si aprirebbe una spirale terribile che voi non potreste fronteggiare. Ne sareste travolti". E nella lettera al Presidente del Consiglio, onorevole Andreotti, accennava ad una "lacerazione insanabile" che sarebbe derivata dal suo assassinio. Nella prima lettera all'onorevole Zaccagnini aveva scritto " ... le inevitabili conseguenze ricadranno sul partito e sulle persone ... ".
In relazione a questi pericoli l'onorevole Moro proponeva lo scambio di detenuti per terrorismo con la sua persona: si trattava di un fatto politico e non umanitario: "Non si tratta scrisse all'onorevole Craxi - di inviti rivolti ad altri a compiere atti di umanità, inviti del tutto inutili, ma di dar luogo, con la dovuta urgenza, ad una seria ed equilibrata trattativa per lo scambio di detenuti politici"; e nella lettera all'onorevole Misasi fu ancora più drastico: "Non illudetevi di invocazioni umanitarie".
Durante i cinquantacinque giorni ciascuna di queste lettere sollecitò apprensioni, speranze e angosce; e fu oggetto di interpretazioni non sempre oggettive e, d'altra parte, la drammaticità della situazione impediva valutazioni distaccate.
Ma fu lo stesso Moro che, nella prima lettera all'onorevole Zaccagnini, dopo aver scritto che la sua proposta era espressa "in piena lucidità e senza aver subito alcuna coercizione della persona", aggiunse: "Tanta lucidità, almeno quanta può averne chi è da quindici giorni in una situazione eccezionale, che non può avere nessuno che lo consoli; che sa che cosa lo aspetti". E il senso complessivo della sua posizione è forse da individuare in un passaggio successivo della stessa lettera, dove avvertiva che aveva svolto il suo dovere "d'informare e richiamare", e aggiungeva, forse intuendo i limiti politici della sua proposta: "Se non avessi una famiglia così bisognosa di me, sarebbe un po' diverso". Nella prima lettera a Zaccagnini aveva segnalato: "Tener duro può apparire più appropriato".
Non si possono esprimere giudizi conclusivi sul contenuto di queste lettere, proprio perché non si sa quanto abbia inciso su di esse il filtro e la manipolazione delle BR mentre è certo che quelle arrivate all'esterno non sono tutte quelle scritte dal prigioniero. Sarebbe del resto incredibile che Aldo Moro non si sia posto almeno una volta il problema della sorte degli uomini di scorta, visto che .più volte è ritornato sul tema della inadeguatezza della Vigilanza sulla sua persona.


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4) L'ipotesi di un canale riservato tra BR e mondo esterno.

Strettamente connessa alla vicenda delle lettere di Moro è la questione relativa all'esistenza di un canale riservato tra le BR e l'esterno, in particolare la famiglia o ambienti ad essa vicini.
Non esiste alcuna prova diretta dell'esistenza di tale canale, ed anzi esso è stato escluso da tutti. Purtuttavia, per l'adempimento delle sue funzioni istituzionali, la Commissione non può non dar atto degli elementi che potrebbero far propendere per la tesi positiva.
L'onorevole Zaccagnini, interrogato dalla Commissione, ha dichiarato che a suo avviso Moro sembrava a conoscenza di decisioni prese all'interno della Direzione della Democrazia cristiana, ma non comunicate all'esterno. Nella lettera n. 35 (1), il prigioniero invitava la moglie a non sentire i "consigli di prudenza di chicchessia e dello stesso Guerzoni", come se fosse al corrente della posizione tiepida di Guerzoni in ordine alla trattativa. "Non dovevo contribuire a spaccare l'immagine di un partito e a danneggiare l'immagine del Presidente", ha dichiarato l'ex collaboratore di. Moro alla Commissione; ma la sua posizione all'epoca non era nota. Eppure il presidente della DC doveva ben conoscerla se in una successiva lettera a Rana (lettera n. 36) gli raccomandava la famiglia e aggiungeva che la stessa cosa avrebbe fatto con Freato (lettera n. 37); ma non aggiungeva il nome di Guerzoni, a conferma che non riteneva di potersene avvalere in questa circostanza. Chi informò le BR degli orientamenti di Guerzoni?
E che Moro sapesse della non disponibilità di Guerzoni sembrerebbe emergere da quanto gli scrisse in una lettera che ha ad oggetto una dichiarazione della moglie in TV o alla radio: "Quanto dell'opportunità - scrive il prigioniero - lascia me giudicare".
Nella lettera n. 18, inviata a don Antonello Mennini, Moro esordiva: "Scusa se profitto così spesso di te", anche se non si hanno tracce di precedenti contatti; e poi domandava, riferendosi ai suoi familiari: "Mi potrebbero scrivere qualche rigo? Tramite te?" Come se il sacerdote potesse poi, fargli recapitare il messaggio. Don Mennini, interrogato dalla Commissione, ha dichiarato di non aver ricevuto la lettera il cui testo è stato trovato nel covo di via Montenevoso. Il fatto che le BR non abbiano inoltrato la lettera può far ritenere che essa non sia mai giunta al destinatario proprio perché conteneva una informazione che avrebbe dovuto invece restare segreta e che avrebbe potuto danneggiare il canale ove fosse pervenuta in mano alla polizia. Lo stesso don Mennini in una conversazione telefonica registrata avvisava la signora Moro di avere ricevuto un messaggio, ma annunciava che avrebbe dato un nome falso (Rosati) alla polizia che vigilava all'ingresso dell'abitazione dello statista, per evitare di essere riconosciuto.
Nella lettera n. 17, la prima che risulta essere stata inviata allo stesso sacerdote, Moro auspicava che "le cose vadano nel modo desiderato da noi", come se fosse già al corrente degli orientamenti del destinatario della lettera o avesse avuto con lui altri scambi.
Il 29 aprile il dottor Freato fu chiamato dalla signora Moro, che lo pregò di far pervenire due lettere in busta agli onorevoli Craxi e Piccoli e di consegnare al dottor Rana un altro gruppo di lettere. Freato chiese alla

(1) La numerazione è quella del fascicolo della Commissione, pubblicato negli Allegati.
 

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signora come le lettere fossero arrivate: "Ella mi rispose che mi dispensava dal saperlo, ciò per evitare che mi potessi trovare in imbarazzo in seguito" (1). Ed il dottor Rana, a sua volta, ha dichiarato alla Commissione: "La signora Moro immaginava che non sapendolo non avremmo scoperto nessuno mentre sapendolo saremmo stati tenuti a dirlo. E se quel canale ancora non era stato intercettato dalla polizia quando noi lo avremmo dovuto indicare, a quel momento sarebbe divenuto un canale intercettato e noi ci saremmo preclusi un ulteriore canale di contatto con il Presidente. La sua preoccupazione aveva solo questa finalità. Questa è la mia interpretazione". Della risposta del dottor Rana sono particolarmente significativi due aspetti: sembra esistere un canale riservato non intercettato allora dalla polizia; la famiglia e il suo entourage, inoltre, avevano fiducia che un contatto diretto e riservato con le BR potesse portare alla liberazione del prigioniero.
D'altra parte lo stesso dottor Guerzoni, pur ignorando se il canale esistesse, ha ammesso che il "Presidente era ampiamente informato dell'andamento delle cose".
Nella lettera n. 31 l'onorevole Moro, chiedendo all'avvocato Manzari che il suo caso fosse portato al Consiglio di sicurezza dell'ONU, aggiungeva: "La risposta tienla per te, che ti sarà domandata al momento opportuno".
In definitiva appare legittimo ipotizzare che, almeno in alcune fasi, le Brigate Rosse si siano avvalse, per far pervenire le lettere del prigioniero, di un "canale" riservato, alla cui riservatezza tenevano gli stessi familiari dell'onorevole Moro, non è possibile dire se perché minacciati dalle BR o perché confidassero in una soluzione della vicenda da raggiungere riservatamente. Più dubbio è, invece, se le BR ricevessero informazioni riservate tramite questo o altro canale.
Per ragioni di completezza occorre aggiungere che dalle intercettazioni telefoniche è risultato che un esponente DC informava la famiglia delle decisioni della Direzione; non si sa invece se il "canale" della famiglia riportasse poi le informazioni alle BR.


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5) L'atteggiamento dei familiari e dei collaboratori dell'onorevole Moro.

Nel corso dei cinquantacinque giorni, la collaborazione con l'azione istituzionale delle forze dell'ordine e della magistratura non fu sempre piena da parte di taluni ambienti e segnatamente da parte della famiglia e degli stretti collaboratori dello statista. E' indubbio che questi atteggiamenti, frutto di una non immotivata sfiducia nella efficienza degli apparati, erano rivolti a non chiudere possibili contatti utili per acquisire notizie sul prigioniero ed avviare eventuali iniziative di liberazione. E' da ritenersi, tuttavia, che una tempestiva informazione avrebbe potuto rivelarsi utile ai fini dell'indagine.
Sintomatici in tal senso gli accenni del dottor Rana e del dottor Guerzoni cui si è fatto cenno in precedenza.
Sintomatico, anche, è l'episodio in cui fu coinvolto il giornalista Fabio Isman del "Messaggero". Isman nella notte del 28 aprile venne invitato dal dottor Guerzoni a recarsi in piazza Cavour, in Roma, per ricevere una

(1)Vedi deposizione Freato in Commissione il 30 settembre 1980.
 

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comunicazione. Lo stesso Guerzoni, con il dottor Rana, aveva ricevuto dalla signora Moro una lettera per la DC che avrebbe dovuto essere pubblicata al più presto. Isman andò all'appuntamento, ritirò la lettera, la pubblicò sul "Messaggero" avvertendo che l'aveva trovata nella sua macchina dopo essere stato preavvertito da una telefonata.
Il giorno 29 aprile il senatore Pecchioli, avendo letto sul "Messaggero" il testo della lettera, chiese ad Isman una copia del documento. Isman gliela inviò con un biglietto nel quale spiegava che in realtà il documento gli era stato fornito da "un canale certamente legato alla famiglia Moro". Il senatore invitò il giornalista a riferire immediatamente la verità alle autorità competenti e, per suo conto, inviò copia del biglietto di Isman al ministro dell'Interno e al Procuratore generale della Repubblica di Roma, dottor Pascalino, affinché tutte le autorità di polizia e giudiziarie potessero compiere i necessari accertamenti. E' risultato poi che il dottor Pascalino non trasmise alcunché al Sostituto procuratore competente per l'indagine; lo stesso magistrato ha riferito di aver trasmesso il documento all'Ufficio istruzione solo quando aveva appreso che nella Commissione parlamentare era stato posto il problema del modo in cui questa lettera era arrivata al "Messaggero", e cioè a più di un anno di distanza dalla ricezione. Ne derivò che il Sostituto procuratore, dottor Infelisi, quando interrogò Isman sulle modalità di acquisizione della lettera, non poté contestargli quanto lo stesso Isman aveva scritto al senatore Pecchioli. E inoltre Rana e Guerzoni dichiararono la verità al giudice soltanto in un secondo momento, mentre tacquero al giudice, nell'immediatezza del fatto, di aver dato loro la lettera ad Isman.
In definitiva, per sfiducia nell'azione della polizia e della magistratura, qualcuno mentì, qualcuno omise, qualche altro tacque, e si persero preziose possibilità di accertare il vero e di giungere, forse, vicino alla prigione di Aldo Moro.


CAPITOLO VIII
BR, AUTONOMIA E ALTRE ORGANIZZAZIONI EVERSIVE

1) Le reazioni nell'ambito di Autonomia Operaia all' "operazione Moro".

L'agguato di via Fani e il sequestro dell'onorevole Moro provocarono reazioni contrastanti nell'ambito dell'Autonomia Operaia.
Vale la pena di riportare i giudizi di alcuni personaggi dell'Autonomia che, pur espressi in momenti e situazioni diverse, sono rappresentativi del ventaglio delle posizioni assunte all'indomani dell'episodio.
Oreste Scalzone, parlando all'Università di Roma il 5 aprile, espresse una valutazione politica positiva dell'azione così riportata da un quotidiano del 6 aprile 1982: "Dobbiamo smetterla di discutere delle Brigate Rosse, dobbiamo riflettere sulle conseguenze delle loro azioni; sembra chiaro che lo Stato dopo il rapimento Moro non è uscito rafforzato, ma anzi indebolito, il che apre nuove possibilità; dobbiamo decidere come sfruttare queste possibilità, come accelerare questo processo di destabilizzazione". Toni Negri, molti mesi più tardi, quando era in corso l'inchiesta giudiziaria sull'Autonomia, espresse un giudizio opposto: "l'autonomia è chiusa, con lo sviluppo dell'affare Moro, nella morsa tra terrorismo e repressione; i suoi spazi sociali sono bloccati dalla criminalizzazione crescente dei comportamenti autonomi che il governo dell'emergenza teorizza come risposta al terrorismo".
Marco Barbone ha riferito alla Commissione la sorpresa ed anche la preoccupazione dei gruppi armati milanesi gravitanti nell'area dell'Autonomia per il prevedibile accentuarsi della repressione. Tuttavia a questo atteggiamento critico si accompagnava la comprensione dell'obiettivo delle BR. "La scelta di Aldo Moro ha detto Barbone - si spiegava da sola... Era la scelta di quel personaggio, di quell'uomo politico che stava operando un raccordo, stava portando avanti un'operazione politica di avvicinamento del Partito comunista italiano all'area di governo. In lui si voleva colpire questo assetto dello Stato imperialista delle multinazionali, l'asse portante della ristrutturazione capitalistica in Italia, si intravedeva in lui, si leggeva appunto il suo lavoro politico- nel volere avvicinare il Partito comunista e quindi strati di classe, strati di masse lavoratrici all'interno del progetto della Democrazia cristiana".
Entusiasta fu il consenso di Franco Piperno all'impresa, pubblicamente
 

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espresso nell'articolo "Dal terrorismo alla guerriglia", apparso su Pre-print (supplemento a Metropoli n. 0). Egli non si fermò ad un'esaltazione acritica, ma prospettando l'esigenza di "coniugare la terribile bellezza del 12 marzo a Roma con la geometrica potenza di via Fani", avanzò la proposta di saldare in un unico progetto le azioni delle "avanguardie" militari e la violenza diffusa del "movimento".
Nei confronti della "campagna di primavera" condotta dalle Brigate Rosse, dalla strage di via Fani fino ed oltre l'assassinio di Aldo Moro, si possono dunque delineare, nell'ambito dell'arca di Autonomia Operaia, almeno tre posizioni principali tra loro divergenti:
a) da un lato ci fu chi colse nell'azione delle BR un "salto di qualità" della lotta armata, un esempio di efficienza ed organizzazione tale da mostrare la reale debolezza dello Stato e la concreta possibilità di "colpirlo al cuore ";
b) un altro punto di vista fu espresso da chi rilevò soprattutto la prevaricazione compiuta dalle BR nei confronti del "movimento", imponendogli d'autorità tempi e scadenze e contribuendo ad accentuare l'azione dei corpi repressivi dello Stato proprio nei confronti dell'Autonomia Operaia che raccoglieva elementi non clandestini;
c) ci fu infine chi - riscontrando la disomogeneità esistente sul piano ideologico, strategico e militare tra il "partito armato" delle BR e la pratica di massa del "movimento" - sottolineò la necessità di un'azione diretta a "coniugare" i due poli, ad accentuarne la complementarità politica ed organizzativa.


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2) I contrasti nella colonna romana.

Nel corso del sequestro Moro nella colonna romana delle BR si manifestarono acute contraddizioni. Un gruppo di brigatisti facenti capo a Valerio Morucci e Adriana Faranda, che già avevano avanzato riserve sull'opportunità dell'operazione Moro per la sua separazione dalla "dinamica della conflittualità sociale" (1) si adoperò per correggere l'impostazione iniziale. Costoro si fecero sempre più esplicitamente portatori di una linea che avrebbe dovuto saldare la capacità di mobilitazione delle organizzazioni dell'Autonomia. Sostennero conseguentemente una gestione del sequestro che aprisse spazi al terrorismo diffuso e per ottenere questo risultato si schierarono a favore della trattativa diretta al riconoscimento del partito armato come soggetto politico e interlocutore dello Stato.
I termini del contrasto divennero poi sempre più aspri fino alla uscita dalle BR del gruppo, le cui posizioni divennero note con la pubblicazione, su Lotta Continua del 25 luglio 1979, del documento che ne spiegava le motivazioni.
"La cosa certa - sostenevano i "dissenzienti" - è che il MPRO (Movimento popolare di resistenza offensivo, n.d.C.) deve sempre più abbandonare il terreno degli attentati dinamitardi notturni e conquistare un terreno di pratica guerrigliera su cui far crescere la sua ricchezza, la sua creatività e le sue possibilità di aggregazione ricomposizione"... "ma l'O. (l'organizzazione n.d.C.) pratica in continuazione esorcismi, affermando che senza partito

(1) Vedi deposizione Morucci in Commissione il 3 febbraio 1983.
 

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il MPRO è frammentario e ambiguo, ma non facendo nulla per dargli questo partito"... "quando l'avanguardia del proletariato, per incapacità di adattamento alle mutate condizioni dello scontro di classe, spinge la sua linea e la sua pratica su una tangente che, allontanandosi dalle esigenze del movimento proletario, gli si rivolge addirittura contro, bene, a questo punto è compito di ogni rivoluzionario adoperasi per una riconversione della linea e della forma organizzativa che attuano una tale distorsione".
Le tesi del documento e le posizioni sostenute per una diversa gestione del sequestro coincidevano con quelle di un gruppo di dirigenti del disciolto Potere Operaio, il professor Franco Piperno e l'ingegner Lanfranco Pace in particolare. Tale circostanza e il comportamento complessivo di Morucci e Faranda convinsero più tardi i dirigenti della colonna romana delle BR dell'esistenza, da lungo tempo, di un canale di comunicazione tra i dissenzienti da una parte e Piperno e Pace dall'altra.
Dopo la pubblicazione su Pre-Print dell'articolo di Piperno sulla "geometrica potenza" venne convocata la direzione della colonna romana delle BR nel corso della quale si contestò a Morucci che la linea esposta da Piperno fosse quella che egli "portava avanti dentro l'organizzazione". L'articolo costituiva la prova che le posizioni di Morucci non erano posizioni maturate nell'organizzazione ma provenivano dall'esterno.
I brigatisti che hanno riferito sui rapporti tra Piperno-Pace e Morucci-Faranda hanno indicato una serie di circostanze specifiche. Peci ha ricordato che durante il sequestro Moro il settimanale l' "Espresso" pubblicò una serie di notizie che, per la loro esattezza e veridicità, provenivano certamente dall'interno delle BR: nel numero del 26 marzo 1978 si dava notizia dell'uscita, da tempo, dalle BR di Corrado Alunni e Susanna Ronconi, dell'entità dello stipendio dei regolari e del fatto che ogni spesa doveva essere accuratamente documentata.
Nel numero del 2 aprile il giornalista Mario Scialoja firmava un articolo nel quale si affermava che Moro non aveva confessato nulla di ciò che le BR avrebbero voluto fargli dire, soprattutto sul ruolo dello Stato e della DC nella strategia della tensione, e in particolare nella strage di Piazza Fontana.
Nel numero del 9 aprile lo stesso giornalista faceva riferimento ad un documento interno alle BR dal titolo "bozza di discussione del Fronte della controrivoluzione". Nel numero del 23 aprile lo Scialoja parlava di un contrasto all'interno delle BR, tra esponenti della colonna romana e di quella genovese. "Faccio notare - ha precisato Peci - che, all'epoca, capo della colonna genovese era Rocco Micaletto il quale aveva manifestato chiaramente la necessità della linea più intransigente... cioè, aveva sempre detto chiaramente che era per l'esecuzione di Moro".
Di fronte a notizie così precise i brigatisti si posero il problema di quali fossero le fonti informative di Scialoja e pervennero, secondo le dichiarazioni di Peci, al "convincimento che tali fonti si identificassero in Morucci e Faranda con la probabile intermediazione di Piperno ... ".
Dopo l'uscita del gruppo Morucci, all'interno delle BR venne promossa una campagna di orientamento - della quale hanno parlato Savasta e Galati - diretta ad esprimere riprovazione nel confronti di Pace e Piperno, perché avevano tentato di egemonizzare le BR e contro i brigatisti dissenzienti in quanto erano stati gli strumenti della manovra. Da parte dei brigatisti si cercò di riportare il rapporto Piperno-Morucci ad un periodo ben
 

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precedente il sequestro Moro. Galati riferisce che Moretti gli confidò di essere stato consapevole, fin dal momento dell'ingresso di Morucci e Faranda nelle BR, che i due erano portatori di una linea politica diversa ispirata da Piperno: la loro richiesta di adesione venne accolta perché essi rappresentavano l'ala più forte di Potere Operaio e dell'Autonomia a Roma (1).
Lo stesso Morucci ha diffusamente esposto alla Commissione l' "anomalia- della colonna romana delle BR nel cui interno "è vissuta questa doppia anima, cioè un'anima legata alla tradizione dell'organizzazione e una legata alle differenze specifiche della situazione romana e ai militanti che questa situazione aveva espresso".
L'accusa rivolta da diversi brigatisti a Lanfranco Pace di aver fatto parte dal '77 al '78 - "Pace c'era prima del sequestro Moro, forse all'inizio, durante non lo so", ha dichiarato Savasta alla Commissione - della brigata servizi della colonna romana dovrà essere vagliata dall'Autorità giudiziaria: peraltro è assai indicativa della continuità tra l'entourage di Piperno e una parte dell'organizzazione brigatista della capitale.
Sempre dopo l'uscita del gruppo Morucci i dirigenti della colonna romana promossero un incontro, che ebbe luogo in un bar, con Piperno e Pace. Nei loro confronti i brigatisti mossero la contestazione di aver gestito dall'esterno una linea che si voleva imporre all'organizzazione, e accusarono Morucci e Faranda di aver portato con sé le armi, tra le quali la Skorpion usata negli assassini di Coco e di Moro, e che costituiva "patrimonio della rivoluzione".


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3) I rifugi di Morucci e Faranda.

Nonostante il tono minaccioso dell'incontro e le esplicite diffide dei brigatisti - di cui hanno parlato diversi terroristi - Piperno e Pace si adoperarono per trovare rifugi sicuri a Morucci e Faranda.
Com'è noto i due trovarono ospitalità nell'abitazione della professoressa Giuliana Conforto in Viale Giulio Cesare a Roma dal 24 marzo 1979 fino al 29 maggio quando vennero arrestati dalla DIGOS.
La Conforto ha dichiarato di avere ignorato la reale identità dei due terroristi, che accolse sulla base della presentazione e delle calorose insistenze del professor Franco Piperno, del quale era amica e collega nell'insegnamento.
La Commissione ha accertato che in precedenza Morucci e Faranda erano stati ospitati dal signor Aurelio Candido, grafico del "Messaggero" e responsabile di "Notizie Radicali", amico di Stefania Rossini, all'epoca collaboratrice del quotidiano romano e convivente di Lanfranco Pace. Fu proprio Pace che andò a trovarlo al giornale per chiedergli di ospitare due suoi amici con scarse disponibilità finanziarie alla ricerca di un alloggio. Anche Candido ha dichiarato alla Commissione di aver ospitato i due ignorandone la reale identità.
Dopo la cattura dei due ebbe per le mani e scelse, come grafico, le fotografie da pubblicare sul "Messaggero". Venne allora assalito da qualche dubbio sull'identità di coloro con i quali aveva condiviso l'abitazione ma -

(1) Vedi deposizione Galati al G.I. Imposimato del 16 aprile 1982.
 

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a suo dire - non si rivolse al magistrato perché venne sconsigliato dal senatore Spadaccia al quale aveva chiesto un parere in proposito.
Il senatore Spadaccia ha fornito chiarimenti sulla versione di Candido: sta di fatto che quest'ultimo si recò dal magistrato soltanto quando un cronista giudiziario del "Messaggero" gli riferì delle indagini sul suo conto ed anche della possibilità che nei suoi confronti venisse emesso un mandato di cattura.
L'alloggio procurato da Piperno e Pace a Morucci e Faranda costituisce un ulteriore elemento a dimostrazione dell'intensità di un rapporto che non si può circoscrivere al periodo successivo alla rottura con le BR.
Ma l'episodio del quale è stato protagonista Candido si segnala anche perché è esemplare della mancata collaborazione con la Magistratura e dell'ambiguità, che sconfina con l'aperta connivenza nei confronti del terrorismo, da parte di ambienti e personalità dai quali era lecito attendersi un chiaro atteggiamento di lealtà democratica.


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4) I contatti tra brigatisti romani e leaders autonomi.

Un elemento che fa supporre l'esistenza di stabili canali di comunicazione tra alcuni esponenti dell'Autonomia Operaia ed un settore delle BR è dato dalla disponibilità, da loro manifestata in colloqui con autorevoli dirigenti politici, a saggiare la praticabilità della trattativa per salvare la vita dell'onorevole Moro: per questa - come si è detto - "premeva" anche una componente interna alle BR.
Gli episodi più rilevanti - oltre il già ricordato incontro di Rossellini con l'onorevole De Michelis nelle convulse ore del 16 marzo - furono l'assunzione da parte di Lanfranco Pace e di Franco Piperno del ruolo di possibili intermediari tra le BR e i dirigenti del PSI al fine di stabilire un contatto per una trattativa, e l'incontro tra il leader dei "Volsci" Daniele Pifano e il Sostituto procuratore della Repubblica Claudio Vitalone per contattare le BR e favorire la liberazione di Aldo Moro.
Il primo episodio è assai significativo. Ha riferito l'onorevole Signorile che Piperno - contattato da esponenti del PSI per eventuali informazioni sul significato dell'agguato di via Fani e sulle possibilità di liberare Aldo Moro - fece presente l'insufficienza di un "mero atto di clemenza da parte dello Stato per sbloccare il problema Moro, e la necessità di un intervento che consentisse un riconoscimento di fatto delle BR come interlocutore politico". Tale impostazione fu ribadita nel colloquio tra gli stessi personaggi alla fine di aprile. Identica fu la posizione emersa nell'incontro tra l'ingegner Lanfranco Pace e il senatore Landolfi il 6 maggio, cioè all'indomani della pubblicazione del comunicato BR n. 9, contenente l'ammonimento "concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato".
Secondo quanto ha riferito alla Commissione il senatore Landolfi, egli incontrò casualmente Pace mentre portava a spasso il cane e lo invitò a incontrarsi immediatamente con l'onorevole Craxi. Su tale colloquio ci si soffermerà più ampiamente nel capitolo X.
In questa sede conta rilevare che tanto il senatore Landolfi nel presentare Lanfranco Pace all'onorevole Craxi, quanto il direttore dell' "Espresso" nel promuovere l'incontro tra l'onorevole Signorile e Franco Piperno mostrarono di ritenerli un canale del tutto valido.
 

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Da parte loro Piperno e Pace chiesero risposte estremamente significative come quelle richiamate e certamente si attivarono per far prevalere all'interno delle BR una diversa linea di gestione del sequestro. Se questo risultato non si realizzò ciò dipese dal fatto che le posizioni del gruppo Morucci erano minoritarie nella colonna romana delle BR.
Naturalmente di questa situazione non avevano consapevolezza, al momento, l'onorevole Craxi e l'onorevole Signorile. Anche su questa parte dell'inchiesta rimangono aperti molti interrogativi, peraltro accresciuti dalle vicende "Metropoli" e CERPET.


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5) Il progetto Metropoli.

Di "Metropoli" come portavoce autorevole dell'Autonomia, con l'esplicito richiamo nel sottotitolo del giornale all' "autonomia possibile" si è già parlato.
Tuttavia, dalle confessioni rese da un gran numero di terroristi, sono emerse responsabilità ben più gravi di quelle di semplice natura "ideologica".
Molti terroristi, tra gli altri Marco Barbone, Paolo Morandini e Antonio Savasta, hanno dettagliatamente riferito sui traffici di armi del gruppo di "Metropoli", su come venivano introdotte in Italia, sulle diverse proposte di cessione e sui passaggi delle armi ai diversi gruppi armati.
Gli stessi Barbone, Morandini, Savasta e ancora altri tra i quali Maurizio Lombino, Carlo Brogi, Massimo Cianfanelli hanno parlato di un "progetto Metropoli" articolato su tre livelli: il primo, legale, costituito dall'attività editoriale, dalla pubblicazione della rivista; il secondo rappresentato dalle iniziative di movimento dirette a creare una base di massa all'eversione; il terzo consistente nella direzione politica delle organizzazioni militari già esistenti. Scopo del gruppo che faceva capo a "Metropoli" era quindi quello di dirigere i gruppi armati esistenti, comprese le BR, coinvolgendoli in una strategia unitaria, e non già di crearne nuovi.
I procedimenti giudiziari in corso accerteranno il livello di attuazione del progetto "Metropoli", la sua effettiva consistenza e pericolosità.
Si può peraltro affermare che il progetto Metropoli ripeteva i tentativi di creare organizzazioni di cerniera per recuperare in un unico disegno politico la violenza di massa e le azioni dei gruppi armati clandestini. A metà degli anni '70 a Roma e Milano vennero costituiti i Comitati Comunisti Rivoluzionari - CO.CO.RI - che perseguivano questo obiettivo di unificazione. Tra i promotori dell'operazione Scalzone, Pace, Rosati, Del Giudice e un gruppo formato da Morucci, Gastaldi, Napecchia, Maccari proveniente dal "servizio d'ordine" di Potere Operaio: non è casuale che su questa linea si trovino, anche in collocazioni e situazioni diverse, gli stessi personaggi.
Secondo la deposizione di Sergio Martinelli la nascita del progetto Metropoli risale al '77. Ed è interessante l'affermazione di Barbone nella deposizione al G.I. di Milano, Spataro, secondo il quale durante il caso Moro "loro di Metropoli si erano attivati come intermediari tra Morucci e il suo gruppo da un lato e le BR dall'altro".
In questa versione il ruolo di Morucci è diverso da quello di longa manus di Piperno e di Pace. In ogni caso il- gruppo Morucci era il punto di
 

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riferimento all'interno delle BR, di "Metropoli" e di quanti si muovevano sulla stessa linea: i rapporti divennero sempre più intensi durante e dopo il sequestro Moro.
E' un fatto che nel filmetto contenuto in "Metropoli" il disegnatore abbia fatto riferimento a particolari che potevano essere conosciuti soltanto dall'interno dell'ambiente dei terroristi.


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6) Il CERPET.

Uno degli aspetti più inquietanti del progetto Metropoli è rappresentato dalla larghezza di mezzi di cui disponeva. In questo ambito va collocato il capitolo del CERPET (Centro ricerche di programmazione e pianificazione economica e territoriale). Il centro era sorto ad iniziativa di Stefania Rossini e Luigi Sticco. Nonostante le dichiarazioni rese alla Commissione non è chiaro il ruolo che il senatore Landolfi svolse nella fase costitutiva del CERPET, quando si attivò per favorire l'iniziativa e per convincere Luigi Sticco a fungere da prestanome negli adempimenti formali.
Al CERPET vennero commissionate importanti ricerche dalla Montedison ("Gli intellettuali e l'industria nella società italiana dal dopoguerra ad oggi" e "Modificazione del ruolo e della struttura della grande impresa di fronte al conflitto sociale: il caso italiano 1969-1975"), dal FORMEZ ("Cassino: struttura e modificazione del mercato del lavoro dopo l'insediamento Fiat"), dalla Regione Abruzzo ("Domanda e offerta di lavoro intellettuale in Abruzzo"). Data la scarsa notorietà sul piano scientifico del CERPET e l'estrema genericità dei temi delle ricerche rimangono irrisolti gli interrogativi sollevati dalla facilità con la quale i ricercatori del Centro hanno ottenuto gli incarichi di lavoro da società delle dimensioni della Montedison e da organismi pubblici come il FORMEZ e la Regione Abruzzo.
I locali del CERPET di Piazza Cesarini Sforza furono occupati in seguito dalla redazione di Metropoli. I ricercatori del Centro hanno smentito qualsiasi rapporto tra le due iniziative, ma resta il fatto della successione nei locali e dell'identità tra la maggior parte degli animatori del CERPET e i redattori di Metropoli: Lanfranco Pace, Paolo Virno, Madaudo, Lucio Castellano.
Il Giudice Istruttore di Milano ha rinviato a giudizio 148 persone a conclusione dell'inchiesta sulla struttura e natura eversiva dell'organizzazione denominata "Progetto Metropoli". La Magistratura romana ha promosso dal canto suo un'autonoma indagine al centro della quale sono le attività e i finanziamento del CERPET. L'ipotesi accusatoria è che il CERPET, nella pluralità dei livelli del Progetto Metropoli, costituiva una fonte legale di finanziamento, alla quale naturalmente si aggiungevano, secondo le confessioni di numerosi terroristi, proventi da attività illecite, principalmente dalle rapine consumate da diversi gruppi armati: Unità Comuniste Combattenti, Prima Linea, XXVIII marzo, Proletari Armati per il Comunismo.
Le vicende giudiziarie aperte non permettono di formulare conclusioni definitive: emerge in ogni caso un quadro allarmante degli spazi concessi, quantomeno per leggerezza o calcolo politico, a organizzazioni e personaggi, la cui avversione, non solo teorica, all'ordinamento democratico, era nota.


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7) Continuità di "Metropoli".

Un sostegno ad operazioni politiche interne ed esterne al partito armato è venuto d'altronde direttamente da "Metropoli" con l'articolo pubblicato sul n. 3 da Piperno e Virno, con l'eloquente titolo di "Terrorismo e riformismo". La proposta avanzata in quella sede è quella di un "riformismo moderno (che) può farsi le ossa nel nostro paese solo accettando di convivere col fenomeno terroristico, operando mentre perdura, confrontandosi a viso aperto con i problemi da esso imposti". Come si è visto le BR polemizzarono aspramente con questa ipotesi, che comunque finiva per riaffermare l'esigenza di un riconoscimento del terrorismo come interlocutore politico.
La posizione diretta a favorire una "trattativa" manifestata dai leaders autonomi nel corso dei cinquantacinque giorni può essere spiegata nell'ambito di questa ipotesi politica. La validità e la praticabilità della stessa ipotesi è stata confermata, a commento dei lavori della Commissione parlamentare d'inchiesta, dal n. 7 di Metropoli ("Lapalisse in parlamento"): "che Moro potesse essere salvato attraverso la trattativa è una cosa ovvia e banale su cui nessuno che non sia in politica non ha mai avuto il minimo dubbio".
Una nuova conferma della "continuità" politica tra il settore delle BR che si è riconosciuto nelle posizioni di Valerio Morucci e la strategia politica delineata dagli ex dirigenti di Potere Operaio sulle pagine di Metropoli è venuta negli ultimi tempi da due nuove vicende, di cui occorre comunque tener conto: il documento diffuso in carcere da Valerio Morucci, in cui il terrorista - che pur dichiara di non "dissociarsi" - ha sviluppato la propria critica verso la strategia egemone nelle BR, e le dichiarazioni rese dinanzi alla Corte d'Assise di Roma dal professor Enrico Fenzi. Questi fatti, che meritano un approfondito esame, sembrano confermare quanto aveva già testimoniato Savasta, e cioè l'esistenza, più che di un "canale di comunicazione", di una strategia comune tra un'ala interna alle BR e chi in sedi "legali" ne sosteneva la linea politica. Soprattutto nel documento di Morucci non può sfuggire la coerenza ideologica e strategica con le posizioni assunte negli anni '78-'80 dai cosiddetti "brigatisti dissenzienti" e dal gruppo di "Metropoli".


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8) L'intervento di Daniele Pifano.

Uno dei leaders più noti dell'Autonomia romana, Daniele Pifano, esponente del "collettivo Policlinico" e del "Circolo dei Volsci" (dal nome della via del quartiere San Lorenzo in Roma nella quale si trovava la sede), incontrò la mattina di venerdì 5 maggio il dottor Claudio Vitalone, all'epoca applicato in qualità di Sostituto alla Procura Generale della Repubblica di Roma. Pifano, dopo aver espresso un giudizio critico sulle BR ma anche sul comportamento intransigente del Governo, manifestò l'opinione che la liberazione anche di uno solo dei tredici detenuti indicati dalle BR potesse consentire la soluzione della vicenda. Precisò che si trattava di una sua "intuizione" non avendo contatti con le BR. Aggiunse che se il dottor Vitalone fosse stato in grado di perorare la tesi dello scambio avrebbe potuto cercare di verificarne l'inaccettabilità da parte dei rapitori.
 

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Nella stessa giornata Pifano telefonò per due volte al dottor Vitalone fissando infine per le 18 un nuovo incontro, nel corso del quale disse di aver saputo, attraverso l'interposizione di varie persone, che le BR ritenevano praticabile la sua "intuizione" e cioè che erano disposte ad accettare la liberazione anche di uno solo della lista dei tredici, in cambio della liberazione dell'onorevole Moro. Occorreva pertanto attivarsi.
Il dottor Vitalone informò il Procuratore Generale perché venisse verificata coi magistrati torinesi la possibilità di un provvedimento di libertà personale, e si mise in contatto col ministro di Grazia e Giustizia, Bonifacio; ma questi ribadì l'impossibilità di qualsiasi cedimento al ricatto brigatista.
Alle 22.30 Pifano chiamò nuovamente al telefono il dottor Vitalone, e questi gli riferì l'impossibilità di liberare alcuno dei tredici. Avendo il dottor Vitalone cercato di indurlo a porre l'autorità giudiziaria in condizione di arrivare a quelle persone con le quali egli mostrava di poter dialogare, Pifano ribadì di non aver contatti diretti con le BR e di essere solo impegnato ad evitare un grave errore politico quale l'uccisione dell'onorevole Moro.
L'indomani, 7 maggio, vi fu un nuovo incontro e Pifano propose un gesto di buona volontà da parte dello Stato: l'abolizione dei vetri divisori per i colloqui nelle sezioni di massima sicurezza delle carceri. Questo gesto avrebbe incoraggiato e rafforzato la minoranza brigatista che - secondo un'altra " intuizione" di Pifano - era contraria all'esecuzione dell'ostaggio. Il dottor Vitalone si impegnò a riferire la richiesta e aggiunse che una lettera dell'onorevole Moro indirizzata al Procuratore Generale avrebbe rafforzato la sua richiesta. Pifano promise di adoperarsi in tal senso e disse che la decisione sulla sorte dell'onorevole Moro era stata rinviata a mercoledì 10 maggio.
I rapporti tra il magistrato e il leader autonomo non ebbero altro seguito.
Va segnalato che Pifano ha affermato in un intervista che fu il dottor Vitalone a sollecitare il primo incontro, mentre quest'ultimo ha dichiarato alla Commissione di essere stato contattato da Pifano la mattina di venerdì 5 maggio. Va sottolineato anche che Pifano - che peraltro si è rifiutato di rispondere alla Commissione - si muoveva in un contesto politico e ambientale singolarmente coincidente con quello di Pace e Piperno e del gruppo minoritario della colonna romana. Sulla base di quanto reso noto dal dottor Vitalone si può ipotizzare che un gruppo consistente dell'Autonomia romana avrebbe compiuto un atto politico assai significativo muovendosi di propria iniziativa per sollecitare l'avvio della trattativa facendo balenare la possibilità di salvare l'ostaggio.
Occorre ricordare che il dottor Vitalone ha dichiarato di non aver fatto deporre Pifano per evitare conseguenze negative sulla sorte dell'ostaggio. Ha dichiarato, altresì, di non aver disposto il pedinamento sia per la difficoltà di seguire un personaggio come Pifano, sia per le insufficienze degli organi di polizia nei compiti investigativi, sia, infine, per il rischio che una mossa falsa potesse far precipitare la situazione. Gli apparve tuttavia chiaro che Pifano non aveva poteri da far valere.


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9) I rapporti con Prima Linea e le altre organizzazioni terroristiche.

La notizia della strage di via Fani, secondo le deposizioni rese da Marco Barbone e Marco Donat-Cattin, trovò Prima Linea e le altre formazioni terroristiche minori, diffuse soprattutto nell'Italia settentrionale, assoluta-

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mente ignare e soprattutto impreparato a sostenere l'accentuata militarizzazione dello scontro che provocava la spettacolare azione delle Brigate Rosse. La loro sorpresa fu tanto più grande in quanto ritenevano addirittura che le Brigate Rosse vivessero un momento di crisi di prospettive, e ne consideravano prova la campagna di invalidamente di piccoli e medi esponenti della Democrazia cristiana, che aveva dato loro la sensazione di uno scadimento dell' "intelligenza politica" dei brigatisti, e comunque della loro capacità: "come se non sapessero tirar fuori nulla di meglio".
Pare che a quell'epoca Prima Linea non avesse contatti con le Brigate Rosse già da un anno. Andava invece avviando un processo di unificazione con le Formazioni Combattenti Comuniste. Il sequestro Moro era un fatto nuovo che costringeva tutte queste organizzazioni alla riconsiderazione del ruolo "trainante" che le BR dimostravano di voler giocare sulla scena della lotta armata, e all'adeguamento conseguente delle loro ipotesi politiche e militari.
Fu perciò cercato un contatto con le Brigate Rosse e a Milano si incontrarono alcuni esponenti delle BR e due rappresentanti del "comando unificato" di PL e delle FCC; al primo incontro ne seguirono altri, senza però che si definisse un vero e proprio rapporto di collaborazione.
In un primo tempo le BR si dimostrarono molto sicure, non chiesero nessun aiuto, non aderirono a dibattiti ad alcun livello, non spiegarono quello che stava succedendo, e neppure intendevano parlare - nonostante le promesse fatte nei primi comunicati - degli sviluppi del cosiddetto "processo popolare". Bonisoli e Azzolini accennarono alla possibilità di protrarre il sequestro anche per parecchi mesi e di abbinarlo ad altro sequestro da compiere a Milano nell'ambiente confindustriale (si fece l'esempio del presidente della Confindustria Guido Carli: la notizia del progetto è stata confermata anche da Patrizio Peci).
Peci e Savasta sono stati univoci nel negare che la richiesta di azioni militari avanzata dalle BR alle altre organizzazioni mirasse ad "alleggerire" la pressione degli investigatori; secondo Peci alle BR interessava invece che "durante il caso Moro, si esprimesse al massimo il livello politico militare" ma soprattutto affermare l'egemonia delle stesse BR sul complesso del "partito armato"; per Savasta, occorreva sfruttare "la possibilità di ampliare il fronte di combattimento e la possibilità di un'unità di campagna nella campagna di primavera".


CAPITOLO IX
I COLLEGAMENTI INTERNAZIONALI

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1) Premessa.

La Commissione ha svolto ogni possibile indagine al fine di accertare se nell'organizzazione e nell'esecuzione della strage di via Fani, nella gestione del sequestro e nell'assassinio dell'onorevole Moro abbiano concorso, direttamente o indirettamente, organizzazioni terroristiche straniere o servizi segreti di altri paesi.
L'indagine non ha, naturalmente, riguardato soltanto i fatti sopra menzionati ma ha cercato di fare luce su ogni possibile influenza straniera nelle ,vicende del terrorismo rosso in Italia anche nei periodi precedenti e successivi a quello in esame.
La Commissione si riserva, nella seconda fase della sua attività, di approfondire ulteriormente l'indagine in relazione a fatti che, pur non essendo collegabili all'impresa criminosa di via Fani ed ai suoi successivi sviluppi, hanno notevole rilevanza nella valutazione del fenomeno del terrorismo in generale: tra questi l'organizzazione e l'esecuzione dell'attentato al Sommo Pontefice, trattandosi di questione da affrontare nella seconda fase dei lavori.
Esponendo le sue prime conclusioni in materia, la Commissione avverte di avere ritenuto suo preciso dovere riferirsi soltanto a fatti accertati, nonché ad informazioni e giudizi dei quali è stato possibile individuare la fonte e ciò dopo avere vagliato una miriade di "voci" diffusesi in Italia ed all'estero ma che non sono risultate suffragate da adeguate prove o riscontri oggettivi.


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2) L'origine dei primi sospetti.

L'ipotesi che il criminale agguato di via Fani fosse il frutto di una azione combinata dei brigatisti rossi italiani e di terroristi stranieri fu subito avanzata da più parti.
Apparivano tra l'altro evidenti talune analogie tra il sequestro e l'uccisione dell'onorevole Moro e la tragica vicenda del Presidente degli industriali tedeschi Hans Martin Schleyer, sequestrato ed ucciso sei mesi prima ad opera della RAF, sia per le modalità dell'agguato, sia per il macabro
 

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sistema usato per la riconsegna del corpo della vittima. Era certo cioè che le Brigate Rosse avevano almeno adottato taluni moduli operativi sperimentati dalla Rote Armee Fraktion.
Inoltre, a far nascere il sospetto di un concorso di elementi stranieri, più che il rinvenimento sul luogo della strage di una borsa di fabbricazione tedesca, da cui alcuni aggressori avevano estratto pistole mitragliatrici, era stata l'affermazione secondo cui, nel corso dell'operazione sarebbero stati impartiti ordini in tedesco, mentre un uomo notato in un bar di via Stresa un'ora prima dell'agguato, si sarebbe espresso in italiano, ma con forte accento tedesco (1). L'ipotesi sembrava ulteriormente avvalorata dalla spettacolare organizzazione dell'agguato, dal perfetto disimpegno di tutti i protagonisti, dalla spietata freddezza degli assassini, tutti elementi che inducevano a ritenere che l'operazione fosse opera di individui di mentalità ed esperienza diverse da quelle nostrane.
Lo stesso giorno la televisione austriaca dava quasi per certa la partecipazione all'agguato di via Fani di terroristi tedesco-occidentali, tra cui due donne ricercate ed un certo Christian Klar. Tuttavia si trattava, come avveniva frequentemente in quei giorni, di notizia destinata a non avere alcun seguito.
Anche i nostri servizi di sicurezza, alla riunione del Comitato tecnico-operativo presso il Ministero dell'Interno, fecero riferimento alla presenza di stranieri in via Fani come ad un fatto quasi certo. Forse inconsciamente si dava così all'opinione pubblica una spiegazione dell'inopinato avvenimento e una giustificazione per gli organismi che non erano riusciti a prevenire un così grave delitto.
Il 18 aprile il Ministro dell'interno austriaco, in una conferenza stampa sul terrorismo, indicò la Svizzera come sede di una centrale di collegamento dei gruppi eversivi europei.
Fu anche accertato che il materiale bellico proveniente da una serie di furti operati dall'Anarchistiche Kampforganization (A.K.O.) ai danni dell'esercito elvetico, dal 1972 al 1974, era stato trasportato in Italia ed in Germania ed, in effetti, fu poi rinvenuto in covi rispettivamente delle Brigate Rosse e della banda Baader Meinhoff.
Sempre il 18 aprile nel covo di via Gradoli furono rinvenute due targhe automobilistiche tedesche nonché documenti di identità provenienti da uno stock sottratto al Comune di Sala Comacina, lo stesso da cui provenivano le carte di identità trovate in Germania in possesso della terrorista Elisabeth Von Dick, implicata nel sequestro Schleyer, e dell'altro appartenente alla banda Baader Meinhoff, Rolf Meissler.


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3) L'episodio di Viterbo.

L'episodio più inquietante è quello avvenuto a Viterbo il 21 marzo.
Nel pomeriggio di quel giorno, un ragazzo di quindici anni, Roberto Lauricella, riferì, telefonando al 113, di avere notato un pulmino giallo e bianco con targa tedesca e due persone a bordo, seguito da una berlina Mercedes color caffellatte anch'essa con targa tedesca e cinque passeggeri. Di questa seconda vettura era stata aperta per un attimo la portiera poste-

(1)Testimonianza di Ettore Tacco alla DIGOS del 31 marzo 1978.

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riore sinistra e Lauricella aveva ritenuto di intravedere, tra le gambe di uno dei passeggeri, una "machine pistol".
Il ragazzo fu in grado di indicare la targa del pulmino: PANY 521.
La questura di Viterbo dispose una battuta lungo la strada in direzione di Roma imboccata dai due autoveicoli, ma senza successo.
La questura di Roma, informata, interessò, tramite l'Interpol la polizia tedesca.
Il 24 marzo l'Interpol forniva due interessanti notizie: la targa segnalata non apparteneva ad un pulmino ma ad una autovettura Volvo; detta autovettura apparteneva a tale Norman Ehehalt, noto per avere prestato assistenza ad una associazione criminale e per la sua appartenenza ad un gruppo anarchico.
Successivamente, il 28 marzo, l'Interpol riferiva che la Volvo, alla quale la targa apparteneva, era stata gravemente danneggiata in un incidente stradale avvenuto a fine dicembre 1977. Sempre tramite l'Interpol, la polizia tedesca chiedeva di conoscere i motivi che avevano indotto la polizia italiana a richiedere le informazioni.
Purtroppo nessuno provvide a dare disposizioni ai posti di frontiera perché fossero effettuati controlli al momento in cui i due automezzi avessero effettuato il rientro in patria.
Il 6 aprile il ragazzo fu finalmente convocato dalla questura di Viterbo per mettere a verbale la sua deposizione.
Il 18 maggio la polizia tedesca rinvenne, nel corso di una perquisizione in una tipografia, le targhe PANY 521 bruciacchiate e piegate. Nessuna traccia fu invece trovata dell'autovettura Volvo.
Norman Ehehalt rifiutò di rispondere alle domande della polizia tedesca e successivamente all'interrogatorio per rogatoria del giudice istruttore di Roma.
La circostanza - successivamente riferita da Peci - che il terrorista tedesco Willy Peter Stoll sarebbe stato in contatto con Moretti almeno fino alla scoperta della base di via Montenevoso, richiamò di nuovo l'attenzione sull'episodio di Viterbo. L'Interpol aveva infatti accertato - secondo quanto riferisce il giudice istruttore Imposimato nell'ordinanza di rinvio a giudizio dell'1 1 gennaio 1982 - l'esistenza di un rapporto tra Stoll e Ehehalt (1).
Il rifiuto di quest'ultimo di fornire spiegazioni può, quindi, essere interpretato - sempre secondo il giudice Imposimato - come un atto tendente a coprire Stoll nel caso questi fosse stato uno degli occupanti delle macchine di Viterbo.
A conferma dei collegamenti di Stoll con i terroristi italiani, va sottolineato che, quando egli fu poi ucciso a Dusseldorf in un ristorante cinese, aveva con sé documenti concernenti tali rapporti.


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4) L'ipotesi di connivenza di organismi esteri.

Ben presto dall'ipotesi di collaborazione di singoli terroristi stranieri si passò al ben più grave sospetto di vere e proprie connivenza di organismi e perfino di servizi segreti di Paesi esteri, nell'agguato di via Fani.

(1) Secondo il rapporto dell'Interpol, Norman Ehehalt aveva posseduto, alcuni anni prima, una vettura Opel Kadett. Peter Stoll era stato visto incontrarsi con persone che si erano recate all'appuntamento a bordo di detta vettura.
 

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Il quotidiano "l'avvenire" del 29 marzo 1978 attribuiva al senatore Andreatta una dichiarazione secondo la quale l'onorevole Moro si sarebbe detto preoccupato per le attività destabilizzatrici dei servizi dei paesi dell'Est ed, in particolare, della Cecoslovacchia.
Il senatore Andreatta ha precisato alla Commissione di non avere ricevuto alcuna confidenza dall'onorevole Moro in proposito ed ha aggiunto di avere a suo tempo protestato e chiesto una rettifica al giornale.
Probabilmente la falsa notizia fu originata da una conversazione tra amici, nel corso della quale il senatore Andreatta fece riferimento alle voci che, in quei giorni, circolavano a Roma.
L'ipotesi di un rapporto delle BR con la Cecoslovacchia era effettivamente circolata subito dopo l'agguato e la stampa l'aveva riportata. Lo stesso sostituto procuratore dottor Infelisi aveva avuto indicazioni da alcune fonti, più o meno confidenziali, ma sempre provenienti dalla polizia, su un possibile ruolo nel sequestro dell'onorevole Moro dell'ambasciata cecoslovacca, sicché furono disposti controlli nella zona in cui quella rappresentanza diplomatica ha sede.
La stampa riportava l'opinione di Joseph Frolik, ex agente segreto cecoslovacco, secondo la quale i servizi segreti del suo paese si erano da tempo specializzati in faccende italiane avendo organizzato attentati in Alto Adige.
Anche Walter Laquer, direttore del Centro studi strategici internazionali di Washington, dichiarava che le BR beneficiavano nell'impresa Moro di aiuti stranieri in denaro ed armi, in particolare da parte della Cecoslovacchia e che era facile intuire chi ci fosse dietro i cecoslovacchi.
Veniva così chiamato in causa il KGB, cui si attribuiva il ruolo di fomentatore del terrorismo internazionale. Ad esso si riferivano ripetutamente fonti americane, anche se era evidente una divergenza di posizioni tra la CIA, che negava di avere riscontri attendibili, e il Dipartimento di Stato che assicurava di averli.
Al KGB, e comunque a un "ideologo" del Partito comunista sovietico, un esperto della lingua russa, il diplomatico Renzo Rota, già primo consigliere dell'ambasciata a Mosca dal 1965 al 1972, faceva risalire la parte ideologica del primo messaggio delle Brigate Rosse nonché tutto il secondo, relativi al sequestro Moro.
In uno studio fatto pervenire alla Commissione, il dottor Rota aveva raffrontato alcune espressioni contenute nei suddetti messaggi e le corrispondenti parole o frasi russe, deducendo che - per l'uso di stereotipi della propaganda sovietica nonché di espressioni caratteristiche del linguaggio ufficiale di quel partito comunista - tali messaggi dovevano essere considerati redatti da una persona che aveva "la preparazione politica, l'orecchio politico, il gusto politico" propri dei comunisti sovietici.
Per la verità molte delle "espressioni russe" individuate dal dottor Rota erano da tempo entrate nel lessico della sinistra extraparlamentare italiana.
I sovietici, all'opposto, accusavano la CIA di essere l'elemento di sostegno del terrorismo e citavano, a conferma delle loro accuse, l'attività svolta in Italia da Ronald Stark.
Il 27 aprile 1978, in una conferenza stampa, il procuratore generale de Il Cairo dichiarava che una corrente palestinese dissidente di Al-Fatah avrebbe tenuto contatti con le BR per eseguire operazione terroristiche in
 

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Svizzera. Detti contatti sarebbero stati confermati anche da un palestinese, già studente in medicina all'Università di Roma. Le autorità federali elvetiche smentirono tuttavia la esistenza a Zurigo di una organizzazione terroristica filoaraba legata alle BR.
Il 29 aprile, da Beirut, veniva comunicato che Farouk Kaddumi, la sera precedente, aveva chiesto di far pervenire al ministro Cossiga la rinnovata assicurazione che la Resistenza palestinese avrebbe ricercato notizie tramite qualsiasi militante dell'organizzazione in grado di avere contatti con le BR o con altri gruppi a conoscenza dell'operazione Moro.
Le accuse ad organismi stranieri continuavano anche dopo l'assassinio dell'onorevole Moro. Così, a fine maggio, i servizi israeliani facevano recapitare copia di un volantino trovato nel Libano e redatto in lingua araba in data 15 maggio 1978 da sedicenti Brigate Rosse - sezione Libano, nel quale si accennava alla lotta armata in vari Paesi: tra questi l'Italia, dove era stato sequestrato il "falso leader Aldo Moro".


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5) Gli uomini di via Fani.

Per quanto riguarda la strage di via Fani, il sequestro e l'assassinio dell'onorevole Moro, la Commissione, al pari dell'autorità giudiziaria, non ha potuto finora avvalersi della collaborazione di nessuno che abbia ammesso di aver partecipato all'impresa criminale, sicché deve basare le sue conclusioni su quanto appreso dagli inquirenti o da terroristi che nella vicenda hanno svolto un ruolo marginale o che hanno riferito notizie apprese, durante la loro militanza nell'organizzazione, o direttamente dai partecipanti o da interposte persone. Non per questo le informazioni da costoro fornite possono essere considerate scarsamente attendibili, giacché, negli anni successivi, alcuni di essi giunsero ad occupare posti di responsabilità ai vertici dell'organizzazione ed ebbero quindi modo di acquisire notizie od elementi di giudizio anche in relazione al precedente periodo.
E' risultato intanto chiaro che la diffusa convinzione secondo la quale l'impresa criminale di via Fani abbisognasse, per la sua realizzazione, dell'apporto di esperti professionisti e di un particolare addestramento che solo speciali scuole potrebbero fornire non trova riscontro nell'esperienza dei molti terroristi interrogati. Uomini come Peci e Savasta (organizzatore e gestore del clamoroso sequestro Dozier) non hanno frequentato alcuno speciale corso di addestramento e per quanto riguarda l'uso delle armi si sono artigianalmente addestrati in località isolate di montagna o su spiagge deserte.
L'accuratezza delle così dette "inchieste" sulle vittime prescelte (che nel caso Moro durarono mesi), lo studio attento dell'operazione, la massima disciplina nell'esecuzione dei compiti a ciascuno affidati e, infine, il determinante elemento della sorpresa hanno rappresentato per i criminali i veri "segreti" del successo.
Per quanto risulta alla Commissione, concorde in ciò con le conclusioni alle quali è pervenuta l'autorità giudiziaria, è da escludere la presenza di elementi stranieri a via Fani e nella detenzione dell'onorevole Moro.
Non si può tuttavia escludere che, intendendo realizzare un'operazione del tutto simile sul piano operativo a quella condotta a termine in Germania dalla RAF, i massimi responsabili delle BR si siano avvalsi, nella fase di

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elaborazione del piano, della consulenza di esponenti dell'organizzazione tedesca. Tutti i brigatisti interrogati sono stati concordi nell'escludere tassativamente ogni presenza straniera in via Fani e nella gestione del sequestro ed hanno riferito che le voci circolate in proposito erano state oggetto, all'interno dell'organizzazione, di divertiti commenti.
Anche gli esponenti di Prima Linea, l'organizzazione terroristica che i vertici delle BR vollero incontrare durante il sequestro, hanno dichiarato di poter escludere presenze straniere.
Va considerato inoltre che le BR, realizzando l'impresa di via Fani, perseguivano anche lo scopo di affermare la propria egemonia su tutto lo schieramento eversivo ed erano quindi interessate a costruire per la propria organizzazione un'immagine di altissima ed autonoma efficienza, immagine che una presenza straniera avrebbe invece offuscato. Se ne trova conferma nella risoluzione strategica n. 6, laddove orgogliosamente si afferma che "in via Fani non c'erano misteriosi 007 venuti da chissà dove, ma avanguardie politiche tempratesi nella lotta della classe operaia e addestrate nei cortili di casa".
Niente è risultato anche in ordine all'eventuale concorso di stranieri nella lunga detenzione dell'onorevole Moro e nel suo barbaro assassinio.
Robert Katz, nel suo libro " Days of Wrath " del 1980, ha dato per certa la presenza della terrorista tedesca Brigitte Mohnhaupt a un "vertice brigatista avvenuto a Milano, nel corso del quale sarebbe stata decisa la condanna a morte dell'onorevole Moro". In effetti la Mohnhaupt, arrestata in Iugoslavia nel 1979, ha ammesso, nelle deposizioni rese a quelle autorità, di avere effettuato viaggi a Milano. Tuttavia, nessun altro elemento, specificatamente riferibile all'uccisione dell'onorevole Moro, è stato acquisito, tanto che la terrorista non è stata né denunziata, né imputata.
D'altra parte nei noti contrasti sulla sorte dell'onorevole Moro che all'epoca divisero la colonna romana delle BR non sono mai emersi riferimenti a stranieri che parteggiassero per l'una o per l'altra posizione.
L'onorevole Cossiga, ministro dell'interno all'epoca e poi Presidente del Consiglio, ha escluso l'esistenza di una organizzazione terroristica internazionale della quale le BR potessero essere considerate una diramazione di carattere nazionale. Sempre secondo Cossiga, in ogni Paese il terrorismo ha motivazioni, scopi, ispirazioni ben differenti. In ogni caso, a suo giudizio, non sono mai risultati elementi che consentano di attribuire ad organismi stranieri una diretta partecipazione all'impresa criminale di via Fani.


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6) Organizzazioni terroristiche straniere.

Dalle deposizioni di terroristi detenuti è emerso che le BR, oltre che con la RAF, hanno in passato stabilito rapporti anche con un'altra organizzazione tedesca denominata "2 giugno" nonché con i baschi dell'ETA, con i francesi del NAPAP e con gli irlandesi dell'IRA.
Inizialmente l'interesse per i rapporti internazionali era notevole, tanto che in una certa fase fu dato l'incarico di occuparsene a Moretti, a tal fine liberato da altre incombenze. Successivamente però la considerazione per tali rapporti era notevolmente calata.
Per quanto riguarda l'IRA e l'ETA, Peci ha rilevato che i rapporti con
 

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tali organizzazioni non erano passibili di sviluppo "in quanto questi sono movimenti a livello di autonomia nazionale e non di liberazione, per cui non è stato possibile trovare spazi politici ampi a sufficienza per sviluppare un discorso comune".
Con il NAPAP i contatti si erano limitati ad uno scambio di armi.
Sostanzialmente coincidenti con le notizie date da Peci quelle fornite da Savasta.
Più intensi sono stati invece i rapporti con la RAF, soprattutto prima della scoperta a Milano della base BR di via Montenevoso (1 ottobre 1978) in quanto sono consistiti, oltre che nello scambio di armi, di esperienze e di rifugi, anche in un serrato confronto sugli obiettivi strategici da perseguire. Essi furono tenuti in un primo tempo da Azzolini, che si valeva della Kitzler in qualità di interprete, e successivamente da Moretti.
Secondo quanto fu rivelato a Peci dal brigatista Fiore, Moretti avrebbe avuto, come già accennato, contatti con l'esponente della RAF Willy Peter stoll.
Dal punto di vista politico i rapporti risultarono - a detta di Peci insoddisfacenti soprattutto per la mancanza da parte della RAF di un "minimo di inserimento a livello di massa, a livello operaio".
Anche Savasta ha confermato il giudizio negativo delle BR sull'attività della RAF, troppo impegnata nella lotta contro l'imperialismo americano e la NATO e portata a solidarizzare con tutti i movimenti di liberazione di altri Paesi, ma, al contempo, assolutamente avulsa dalla problematico interna tedesca.
Inoltre le BR rimproveravano ai tedeschi un allineamento sulle posizioni di politica estera dell'URSS che si manifestava nella rinuncia a denunciare, contrariamente a quanto facevano i brigatisti italiani, il "socialimperialismo sovietico". La RAF fu poi tacciata di servilismo nei confronti dell'URSS quando, anziché reagire duramente all'arresto di suoi militanti in territorio sovietico ed alla successiva estradizione dei medesimi nella RFT, giustificò la decisione del governo sovietico definendola una conseguenza delle pressioni dell'imperialismo americano.
I rapporti tra Prima Linea e NAPAP sono stati illustrati alla Commissione da Roberto Sandalo che entrò in contatto, grazie a Peter Freeman (un ex militante di Lotta Continua che era dovuto espatriare in Francia), con due giovani militanti dell'organizzazione francese.
Costoro, Serge e Pascal (1), giunsero a Torino nella primavera del 1979 a bordo di una Renault TX a iniezione 2600, da loro stessi rubata in Francia, che fu poi l'autovettura della quale Prima Linea si servì, il 18 luglio dello stesso anno, per l'assassinio del barista Carmine Civitate.
Da quel momento iniziò tra le due organizzazioni un intenso scambio di armi: i francesi ebbero da Prima Linea dei revolvers calibro 38 e una Magnum 44 e, a loro volta, portarono in Italia delle speciali pistole francesi nelle quali il caricatore si inserisce dall'alto. Sempre da costoro Prima Linea ottenne più di 70 chilogrammi di gelatina che dovevano servire per

(1) La Commissione ha accertato trattarsi di Serge Fassi e di Pascal Trillat, arrestati a Parigi il 28 marzo 1980 insieme alla italiana Olga Girotto e ad altri dodici cittadini francesi. Il gruppo fu trovato in possesso di tre chili di esplosivo, due mitra, sette pistole e numerose bombe a mano.
 

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un grosso attentato. Questo micidiale esplosivo, pericolosissimo da usare, è stato fatto ritrovare da Sandalo dopo il suo arresto in località Rivalta dove era rinchiuso in un frigorifero. Nel settembre 1979 Serge e Pascal informarono Prima Linea che era possibile acquistare in Francia una partita di fucili d'assalto FAL rubata in una base NATO. Inoltre era possibile acquistare 200 mitra israeliani calibro 9 lungo capaci di sparare 650 colpi al minuto.
Per questa ragione Sandalo e Freeman si recarono a Parigi, ma la trattativa per l'acquisto fallì, sia perché i venditori pretendevano che si comprassero almeno 200 pezzi, sia per la difficoltà di attraversamento della frontiera.
Maurice Bignami tentò di utilizzare i francesi del NAPAP anche per mettersi in contatto con l'ETA. L'incontro, fissato a Parigi, dove, per conto di Prima Linea, si recò Maria Teresa Conti, fallì per un disguido.


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7) Rapporti con i palestinesi.

Da numerose testimonianze di "pentiti" risulta che sia le BR, sia Prima Linea, hanno stabilito rapporti non occasionali con gruppi minoritari ed estremisti della resistenza palestinese dai quali, o tramite i quali, hanno ricevuto forniture di armi, di cui due particolarmente consistenti.
Le armi cominciarono ad arrivare subito dopo l'assassinio dell'onorevole Aldo Moro e determinarono un salto qualitativo e quantitativo nell'armamento delle maggiori organizzazioni terroristiche.
Di questo improvviso flusso di armi si rese conto anche Barbone, che pure militava in un gruppo minore, il quale ha dichiarato: "avemmo la certezza che fossero stati aperti dei rubinetti che fino a qualche tempo prima, invece, erano chiusi".
Un primo carico fu trasportato dal Libano in Italia, nell'estate nel 1978, dai CO.CO.RI. di Oreste Scalzone che si avvalevano, per questo traffico, dell'opera di Maurizio Folini (Armando).
Numerosi indizi portano a ritenere che ad aiutare Folini a procacciarsi le armi possano essere stati il FPLP di George Habbash o, come ha riferito Sandalo, "gruppi minori che sfuggono alle trattative e agli impegni che l'OLP prende e decide a livello europeo e mondiale".
L'imbarcazione fu fornita da Folini e sembra accertato che lo sbarco, diversamente da quanto affermato da Sandalo, che ha indicato Brindisi, sia avvenuto a Fiumicino. Le armi, di fabbricazione russa e cinese, furono distribuite a Prima Linea, alle BR e ad un gruppo minore denominato PAC.
Va però notato a questo proposito che mentre le armi trasportate da Moretti, e sulle quali si riferirà tra poco, furono ottenute e distribuite gratuitamente, quelle di Folini furono acquistate e rivendute, sia pure a prezzi considerati "politici". Prima Linea, ad esempio, sborsò 16 milioni per ottenere 4 o 5 AK47 e un certo quantitativo di bombe a mano anticarro e antiuomo. Anche a Marco Barbone furono richiesti 5 milioni, da versare anticipatamente, per una fornitura di armi che i CO.CO.RI. si ripromettevano di poter fare organizzando un secondo trasporto che poi non ebbe luogo. Si è quindi portati a ritenere che, per quanto riguarda le armi trasportate da Folini, i palestinesi abbiano in realtà fatto da tramite con veri e propri mercanti d'armi libanesi.
 

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Lo stesso Donat-Cattin ha dichiarato al giudice istruttore di essere certo che il FPLP di George Habbash si limitò a mettere in contatto Folini con un mercante d'armi.
Attraverso le forniture di armi Scalzone tentò di realizzare l'ambizioso progetto di spingere verso l'unificazione le diverse organizzazioni terroristiche e di affermare su di esse la sua leadership politica. La recisa opposizione delle BR fece però subito naufragare tale tentativo.
Secondo Barbone i dirigenti di "Rosso" intrattennero rapporti con tutti i gruppi terroristici europei e svolsero un ruolo nelle iniziative tendenti a creare un rapporto tra terrorismo italiano e palestinesi. In particolare Strano si sarebbe recato in Medio Oriente, dove fu fotografato in un campo di addestramento palestinese. Col FPLP ebbe certamente rapporti Pifano, essendo nota la dichiarazione rilasciata da George Habbash al momento in cui l'esponente di Autonomia fu sorpreso ed arrestato mentre trasportava alcuni missili.
Anche i rapporti diretti delle BR con i palestinesi iniziarono dopo l'assassinio dell'onorevole Moro con un incontro avvenuto a Parigi tra Moretti e "un rappresentante non ufficiale dell'OLP".
Secondo Savasta, i palestinesi, colpiti dall'efficienza dimostrata dalle BR, avrebbero offerto il loro appoggio in cambio di un impegno delle BR ad attaccare in Italia obiettivi israeliani e la NATO. Le BR avrebbero accettato tale condizione, tanto che fra il novembre e il dicembre 1979 condussero, in vista di un attentato, una inchiesta sull'addetto militare israeliano a Roma.
Secondo Peci, invece, le armi sarebbero state donate come compenso per il contemporaneo trasporto di altre armi destinate all'IRA e le BR avrebbero chiarito subito di non essere interessate a divenire "il braccio armato dell'OLP in Italia" essendo il loro obiettivo la guerra di classe. Analogo, come vedremo, il racconto di Sandro Galletta.
A far ritenere più esatta, per quanto riguarda la contropartita, la versione di Savasta, oltre ai successivi sviluppi sui quali si riferirà tra breve, sta il fatto che, in occasione dell'arresto di Bruno Seghetti e Luca Nicolotti, avvenuto a Napoli il 19 maggio 1980, fu trovato in loro possesso un appunto scritto in lingua inglese nel quale erano indicati i nomi, le qualifiche e gli indirizzi dell'ambasciatore e dell'addetto militare israeliani a Roma.
Galati, d'altra parte, ha riferito che Moretti, allorché esercitò pressioni sulla colonna veneta perché fosse condotta un'azione contro un alto ufficiale della NATO, fece riferimento alla necessità "di impiegare le armi nell'uso per il quale ci sono state consegnate".
Una prima offerta di aiuto consistette nell'invito ad inviare militanti BR ad addestrarsi in campi nel Libano, ma tale offerta fu rifiutata per le difficoltà ed i pericoli che un così lungo viaggio comportava. Fu accettata, invece, la fornitura di armi.
Savasta ha parlato di un primo carico di armi trasportato via terra, dalla Francia alla Liguria, nell'estate 1978 da Moretti, Lo Bianco, Dura e Miglietta.
In considerazione del fatto che Savasta ha dimostrato di essere poco informato su questa prima spedizione, e tenendo conto che egli ha ripetutamente affermato che i carichi furono soltanto due, è possibile che, in effetti, si sia trattato dello stesso carico trasportato da Folini via mare. Coincide, del resto, anche la descrizione del materiale trasportato. E' certo, invece, che un secondo carico fu trasportato, nell'estate del
 

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1979, dall'imbarcazione "Papago" a bordo della quale erano Moretti, Dura, Galletta ed il medico Massimo Gidoni, proprietario dell'imbarcazione.
Per quanto riguarda le modalità del trasporto conviene riferirsi al racconto che del viaggio ha fatto Galletta il quale, pur essendo un gregario politicamente non qualificato e quindi non in grado di dare giudizi autorevoli sugli aspetti politici della vicenda, è certamente più informato di altri sui fatti ai quali ha personalmente partecipato.
Galletta ha raccontato che il "Papago" partì dal porto di Numana, nei pressi di Ancona, e fece tappa a Brindisi e a Cipro. A Brindisi la Capitaneria di porto non controllò i documenti, mentre a Cipro fu necessario esibire i passaporti, autentici per Galletta e Gidoni, falsi per Moretti e Dura.
L'imbarcazione sostò un giorno nel porto di Cipro e quattro giorni in una rada adiacente.
Durante la sosta Moretti scese a terra per incontrare una persona e, al suo ritorno, informò gli altri che erano arrivati in anticipo.
Ripartita da Cipro, l'imbarcazione giunse in vista della costa libanese e si ancorò quattro miglia al largo di una città dominata da una fortezza (1). Qui essa fu raggiunta da un'altra imbarcazione a bordo della quale erano -uomini armati e si procedette al trasbordo delle armi: circa 150 mitra Sterling con due caricatori ciascuno; una decina di FAL di produzione belga; due mitragliatrici leggere rispettivamente di fabbricazione russa e cinese; sei granate a razzo; due tubi lanciarazzi; due cassette di bombe a mano tipo ananas; cinque o sei quintali di esplosivo plastico; venti granate "Energa"; detonatori elettrici e a miccia; munizioni calibro 9 lungo; 25 involucri contenenti missili.
La maggior parte del quantitativo di armi era destinata all'IRA e, probabilmente, anche all'ETA.
Galletta ha dichiarato: "le armi furono consegnate senza pretendere corrispettivi in denaro: in definitiva chi ce le consegnò pretese solo in controprestazione che una parte delle stesse fosse custodita dall'organizzazione e fatta successivamente pervenire ad altri gruppi terroristici europei. Per evitare confusione le armi non destinate alle BR furono, all'atto della consegna, contrassegnate con segni di colore azzurro".
Durante il viaggio di ritorno, il "Papago" sostò a Cipro e a Tricase. Le armi furono trasbordate, nei pressi di Venezia, su un'imbarcazione condotta da Andrea Varisco e da Vincenzo Guagliardo e da questa sbarcate a Quarto d'Altino. Da qui le armi furono trasportate a Mestre ove avvenne la distribuzione alle varie colonne BR.
Circa l'identità dei fornitori, Galletta ha potuto soltanto dire di aver saputo da Dura "che si trattava di una frazione dell'OLP, dissidente ovvero minoritaria".
Le armi non destinate alle BR furono immagazzinate in due depositi costituiti a Montello (Treviso) e in una località della Sardegna.

(1) Anche Peci ha parlato della costa libanese come punto d'imbarco. Savasta ha invece affermato che le armi furono caricate nelle acque di Cipro, ma tale suo convincimento pare frutto di un equivoco. Moretti, infatti, allorché Peci fece le prime rivelazioni sull'episodio, confidò a Savasta la sua soddisfazione per il fatto che Peci non avesse parlato di Cipro, dato che sarebbe stato possibile, attraverso le autorità cipriote, identificare Galletta e Gidoni che erano stati registrati dalle autorità portuali dell'isola con le loro generalità, avendo esibito passaporti autentici. Questa confidenza di Moretti ha portato Savasta a ritenere che le armi fossero state caricate a Cipro.

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Resta poi il fatto che, una volta ottenute le armi, le BR cancellarono dai loro programmi le azioni promesse ai palestinesi, secondo Savasta per la difficoltà politica di conciliarle con la strategia dell'organizzazione, tutta incentrata sulla vicenda italiana.
Tale disimpegno ebbe la conseguenza di raffreddare i rapporti con i palestinesi, che giunsero ad interrompersi anche a causa di nuove difficoltà insorte.
Al momento dell'entrata di Savasta nell'esecutivo (gennaio 1981) i rapporti erano già interrotti.
Risulta da numerose testimonianze che i contatti con i palestinesi sono stati sempre mantenuti a Parigi, laddove operava (e forse opera tuttora) una "rete di compagni".
Del loro mantenimento si curò sempre Moretti, che si avvaleva della collaborazione della Braghetti, mentre, dopo l'arresto di costoro, l'incarico passò a Miglietta ed a Guagliardo che erano i soli ai quali Moretti aveva trasmesso un numero telefonico segreto di Parigi, necessario allo scopo. Poiché la "rete parigina" assicurava i collegamenti delle BR con i palestinesi e con altri gruppi armati stranieri, l'arresto di Miglietta e di Guagliardo mise praticamente in crisi tutti i collegamenti internazionali.
Tale era la situazione al momento dell'arresto di Savasta.
Certo, a prima vista, può apparire assurdo il fatto che sia i gruppi palestinesi, sia i servizi israeliani, impegnati in una dura guerra tra loro, possano essersi trovati d'accordo nell'offrire aiuti al terrorismo italiano.
Come si vedrà più avanti, gli israeliani potevano avere interesse, in un certo momento, alla destabilizzazione del quadro politico italiano, sia perché convinti che il governo americano sarebbe stato costretto ad offrire il massimo appoggio ad Israele, una volta constatata la fragilità dell'alleato italiano, sia perché preoccupati di una possibile evoluzione in senso filoarabo della politica estera italiana in caso di partecipazione comunista alla maggioranza di governo.
Ci si chiederà allora come è possibile che gruppi che militano nella resistenza palestinese non abbiano avvertito l'esigenza opposta.
Una spiegazione convincente può essere trovata considerando che esiste all'interno dell'OLP una grave divergenza su questo problema. 1 settori maggioritari della resistenza palestinese, pur seriamente impegnati nella guerra contro Israele, puntano in effetti ad una soluzione politica del conflitto e manifestano grande interesse al problema delle alleanze internazionali ed all'atteggiamento dei governi europei nei confronti della causa palestinese: da qui l'appello di Yasser Arafat per la salvezza di Moro ed il rifiuto di ogni appoggio al terrorismo europeo. Di contro, settori minoritari, ma presenti all'interno dell'OLP, non nutrono alcuna fiducia nella possibilità di soluzione politica della questione palestinese e sono conseguentemente orientati a favorire ogni forma di attacco militare ad Israele ed alla NATO nel territorio europeo e manifestano interesse per gli effetti destabilizzanti dell'attività terroristica in paesi che pure non possono essere considerati nemici della causa palestinese.
Va infine ricordato, a conferma delle divergenze sopra riferite, che i massimi dirigenti dell'OLP hanno sempre respinto con fermezza le accuse di connivenza con il terrorismo italiano.
Dopo l'appello di Arafat per la liberazione di Moro, Nemer Hammad, rappresentante dell'OLP in Italia, dichiarava che la sua organizzazione non
 

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solo era completamente estranea alle attività terroristiche delle BR, ma considerava ogni compromissione con il terrorismo italiano dannosa per la causa del popolo palestinese. Aggiungeva però di non potere escludere in assoluto contatti delle BR con elementi palestinesi, stante l'esistenza all'interno della resistenza palestinese di frange estremiste interessate ad imporre la strategia della violenza. Non convincente appare, invece, la dichiarazione rilasciata dal Presidente del Dipartimento della Magistratura rivoluzionaria dell'OLP Abu Al Hakam dopo l'incontro di Arafat con il giudice Domenico Sica, secondo la quale nessun appartenente all'OLP, nessuno dei membri delle organizzazioni che di essa fanno parte ha mai fornito alcun appoggio ed aiuto ad organizzazioni e gruppi terroristici italiani.


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8) L'Hyperion.

L'attiva solidarietà di "amici" francesi, la presenza di una vera e propria rete di complici italiani e la tradizionale propensione dei governi transalpini al riconoscimento del diritto di asilo hanno indotto le organizzazioni terroristiche italiane ad utilizzare ampiamente la Francia come rifugio per i militanti ricercati e come luogo di incontro con organizzazioni straniere.
Il ministro dell'interno Rognoni ha dichiarato alla Commissione di avere "ripetutamente, fino a rischiare di essere noioso e ripetitivo" posto questo problema ai ministri degli interni francesi. E in effetti, nei tempi più recenti, è stato possibile riscontrare una maggiore disponibilità delle autorità francesi a cooperare con le autorità italiane impegnate nella lotta al terrorismo.
Con le confessioni di Michele Galati e di Marina Bono sono stati raccolti elementi sulle attività di copertura e di appoggio al terrorismo italiano che si ha ragione di ritenere siano state svolte dall'istituto Hyperion di Parigi, una scuola di lingue tra i cui soci fondatori figurano Corrado Simioni, Vanni Mulinaris e Duccio Berio.
Costoro sono ben noti per aver svolto un ruolo rilevante nel periodo in cui il terrorismo rosso italiano cominciò a prendere forma organizzata ed a condurre le prime clamorose azioni.
Negli anni 1967-1970 le biografie di Simioni e Mulinaris, in particolare, coincidono con quelle di Curcio, Moretti, Saugo, Mara Cagol e Franceschini giacché tutti insieme cospirarono, organizzarono nuclei armati ed operarono attentati.
Nel memoriale che Marco Pisetta scrisse nel lontano 1972, si legge: "Al termine della riunione di Rocchetta Ligure, che si rivelò un fallimento rispetto all'obiettivo di unificazione dei gruppi clandestini, Curcio, Saugo e Simioni rientrarono a Milano continuando nella loro attività nell'ambito del Collettivo Politico Metropolitano che successivamente si trasformò in Sinistra Proletaria. Verso il settembre-ottobre 1970, Curcio e Simioni dettero vita ad un gruppo clandestino che doveva fiancheggiare, con metodologia tipica dei "tupamaros", la lotta politica "legalitaria" della "Sinistra Proletaria".
A questa frangia occulta venne dato il nome di Brigate Rosse. In nome di "Giustizia Popolare", secondo quanto venne a dirmi Mulinaris Giovanni, furono compiute dalle Brigate Rosse un certo numero di azioni".
 

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Subito dopo si determinò però - sempre secondo il racconto di Pisetta "un conflitto di fondo tra Simioni e Curcio che sfociò nella defezione di Simioni dalle Brigate Rosse. Quest'ultimo, nel distaccarsi, si appropriò di quasi tutto l'armamento disponibile e dei mezzi finanziari".
E' poi noto che Simioni e Mulinaris fondarono il "Superclan", del quale fece parte per un breve periodo anche Mario Moretti che, ben presto, però, rientrò nelle Brigate Rosse. Secondo le concordi rivelazioni di molti pentiti, il Superclan nacque con la velleitaria pretesa di egemonizzare e coordinare le varie organizzazioni terroristiche. Recentemente anche Galati ha riferito di una grave frattura che, nel 1970, intervenne nei rapporti tra Curcio e Simioni e, a differenza di Pisetta, che dichiarò di non conoscerne la causa, ha raccontato un episodio che, a suo avviso, sarebbe stato la causa del grave contrasto.
Secondo Galati, Simioni aveva progettato un attentato dinamitardo contro la sede dell'ambasciata statunitense di Atene. Poiché il piano prevedeva l'utilizzazione di una donna, Simioni si era rivolto a Mara Cagol, alla quale aveva però richiesto di non parlarne con Curcio. La Cagol pensò invece bene di confidarsi col suo compagno il quale manifestò un totale disaccordo ed indusse la donna a ritirarsi.
Simioni fu quindi costretto ad utilizzare Maria Elena Angeloni, la quale perì nell'attentato per un difetto dell'ordigno esplosivo (1). La tragica conclusione della vicenda avrebbe provocato la definitiva rottura dei rapporti tra Simioni e Curcio.
Alfredo Buonavita ha confermato alla Commissione l'episodio di Atene e la conseguente frattura tra Simioni e Curcio.
Sull'attività dell'Hyperion la Commissione ha, sin dall'inizio della sua attività, fissato la sua attenzione, a ciò stimolata anche dalle dichiarazioni dell'onorevole Craxi (2) che aveva ammonito a non cercare lontano il "grande vecchio" ma a concentrare la ricerca su personaggi che, dopo aver svolto' attività politica in Italia, si erano ritrovati in Francia.
La stampa aveva fatto perciò il nome di Corrado Simioni, ricordando la sua giovanile milizia nel PSI e la sua successiva attività eversiva (3).
Inoltre era emerso, da indagini svolte dall'autorità giudiziaria, che l'Hyperion aveva ottenuto, tramite Simioni, una fidejussione dall'ingegner Cesare Rancilio, cittadino italiano residente a Parigi, fratello di Augusto Rancílio che subì un sequestro di persona a Cesano Boscone, il 2 ottobre 1978. Era stato pertanto affacciato il sospetto che l'avallo fosse stato con-

(1) L'attentato fu compiuto alle ore 15.55 del 2 settembre 1970. In esso trovò la morte, insieme all'Angeloni, lo studente cipriota Giorgio Christou Tsikouris iscritto al quarto anno della facoltà di matematica prezzo l'università Statale di Milano.
(2) Secondo quanto riportato dal quotidiano "Il Tempo" l'onorevole Craxi avrebbe fatto riferimento a persone "che hanno cominciato a far politica con noi e che poi abbiamo perso di vista... non erano dirigenti politici ma avevano qualità politiche... poi si sono ritrovati a Parigi".
(3) L'onorevole Craxi ha dichiarato alla Commissione di non possedere alcuna notizia su attività illegali di Simioni e che i giornalisti che avevano riferito la sua descrizione del "grande vecchio" fatta "a braccio, seduto su un divano di Montecitorio" avevano "ricucito arbitrariamente" la conversazione. Ha tuttavia ammesso: "lo ho pensato anche a Simioni; questi era scomparso e mi sono detto: dov'è? Poi ho saputo che era all'Hyperion, lui ha saputo che io avevo pensato, ecc. e ha pensato che io lo perseguitassi, tant'è che mi mandò l'abbè Pierre". (Audizione dell'onorevole Craxi del 6 novembre 1980).
 

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cesso per favorire il buon esito della trattativa per il rilascio, sempre nell'ipotesi che il sequestro avesse una matrice politica.
Purtroppo le insistenti richieste rivolte dalla Commissione alle autorità di polizia ed ai servizi perché svolgessero serie indagini sull'istituto parigino sono state in pratica disattese.
Tale riluttanza è stata giustificata con la mancata collaborazione dei servizi francesi, che non spiega, però, la rinuncia dei servizi italiani ad acquisire direttamente ogni possibile notizia.
Va ricordato anche che una irruzione della polizia francese nei locali dell'istituto, operata nel 1978 a seguito di una specifica richiesta della magistratura padovana, non portò ad alcun apprezzabile risultato, probabilmente perché una notizia, inopportunamente pubblicata dal "Corriere della Sera", in pratica preannunciò l'evento. Notizie più dettagliate sull'attività dell'Hyperion sono state fornite da Galati, il quale ricevette numerose confidenze da Moretti che, a differenza di Curcio, continuò a mantenere rapporti frequenti con i vecchi amici del Collettivo Metropolitano Simioni, Berio e Mulinaris. A proposito di quest'ultimo, Galati ha riferito che Moretti gli proibì di utilizzarlo nel Veneto perché "non era assolutamente il caso di fargli correre rischi, giacché Mulinaris serviva per contatti a livello internazionale e per le armi".
Galati ha pure dichiarato che l'Hyperion fu creato allo scopo di dare protezione a vari latitanti e tale funzione avrebbe permesso ai suoi dirigenti di stabilire collegamenti con organizzazioni quali l'IRA, l'ETA e l'OLP. In tal modo l'Hyperion sarebbe poi diventato un canale di collegamento tra le BR e alcuni settori minoritari dell'OLP per la fornitura di armi.
Le notizie fornite da Galati inducono a ritenere ancora più grave la sottovalutazione dell'attività dell'Hyperion da parte dei nostri servizi, essendo evidente che un serio controllo dei movimenti di Simioni avrebbe potuto portare a significativi risultati, anche in considerazione dei frequenti contatti con Moretti.
Savasta, pur dichiarando di non conoscere l'istituto Hyperion ed i nomi dei "compagni" operanti a Parigi, ha confermato l'esistenza in Francia di una rete avente le stesse caratteristiche elencate da Galati. Ha inoltre precisato che di tale rete si sono serviti numerosi brigatisti costretti ad espatriare per trovare sicuro rifugio. Come si è già detto, Savasta ha dato per certo che i rapporti con i fornitori di armi palestinesi venivano tenuti a Parigi e che il tramite era la suddetta "rete di compagni".
Anche secondo Savasta i contatti con la rete parigina erano curati da Moretti che, a questo scopo, si recava frequentemente a Parigi accompagnato da Anna Laura Braghetti. I due si servivano di passaporti intestati rispettivamente a Maurizio lannelli e Roberta Cappelli.
All'esistenza di una organizzazione operante in Francia per assicurare ai brigatisti costretti a fuggire dall'Italia rifugi ed assistenza ha fatto pure riferimento Carlo Fioroni.


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9) Campi di addestramento.

Come si è già detto, nessuno dei molti terroristi che hanno deciso di collaborare è risultato aver frequentato campi di addestramento all'estero,
 

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né ha riferito, salvo l'eccezione di cui si dirà, che altri lo abbiano fatto. Pare quindi assodato che il problema dell'addestramento sia stato risolto dalle organizzazioni terroristiche con metodi piuttosto casalinghi e senza far ricorso a mezzi o tecniche sofisticati.
Dalle deposizioni di Marco Barbone, Roberto Sandalo e Antonio Savasta, si è appreso di un campo di addestramento militare organizzato nell'estate del 1978 al confine tra la Francia e la Spagna al quale parteciparono alcuni aderenti a Prima Linea e alle Formazioni Combattenti Comuniste.
Il campo fu organizzato dall'ETA, che fornì gli istruttori ed il materiale. Secondo Sandalo, che fu dettagliatamente informato da uno dei partecipanti, Maurice Bignami, il campo era collocato certamente in territorio francese, forse in Provenza. Si deve a questo proposito tener presente che le autorità spagnole hanno in più occasioni lamentato la presenza tollerata di campi baschi in territorio francese.
Nel covo di via Negroli a Milano furono rinvenuti appunti sull'impiego di armi e di esplosivi che sembrano essere stati redatti dallo stesso Bignami.
Oltre che nell'uso di armi, i partecipanti furono istruiti sulle tecniche di falsificazione di documenti. Parteciparono certamente al campo dell'ETA, oltre a Bignami, Sergio Segio e Francesca Bellerè. Per quanto riguarda le numerose voci che sono circolate a proposito di altri campi di addestramento, la Commissione ha ritenuto di dover sottoporre a verifica le varie segnalazioni.
E' notorio che in tutti i continenti esistono campi che hanno la funzione di addestrare alla guerriglia combattenti di movimenti di liberazione nazionale o gruppi che si ripromettono la restaurazione, di regimi precedentemente rovesciati o, infine, mercenari disposti a tutte le avventure.
Quel che si è voluto accertare non è quindi l'esistenza dei campi, ma la loro eventuale utilizzazione da parte di terroristi italiani.
Circa la segnalata esistenza di campi nello Yemen del Sud sono state effettuate specifiche ricerche. Queste, pur confermando l'esistenza dei citati campi a Bir Fuqum, Zinebar, Dhala, Suhakir, non hanno consentito di raccogliere indicazioni sulla presenza in essi di italiani. Dette risultanze concordano del resto anche con le dichiarazioni rese al riguardo da terroristi baschi dell'ETA, frequentatori di corsi di addestramento in campi dello Yemen del Sud e arrestati nel giugno del 1980 in Spagna, che hanno escluso di aver colà incontrato cittadini italiani. Per quanto riguarda i numerosi campi di addestramento per elementi di opposte tendenze ideologiche segnalati nel Libano, sono state raccolte indicazioni circa la presenza in alcuni di essi, gestiti da cristiano-maroniti, di elementi italiani appartenenti alla destra extraparlamentare In Sudafrica sono stati arrestati cittadini italiani ivi coinvolti in attività terroristiche in seno al gruppo neofascista Wit Commando. Non sono emersi collegamenti operativi tra il detto gruppo ed altre organizzazioni eversive italiane o estere, ma solo contatti di tal Fabio Miriello con estremisti di destra italiani e stranieri, alcuni dei quali detenuti per gravi reati di terrorismo. Tali fatti risalgono ai primi mesi del 1981.
Sull'organizzazione di campi di addestramento in Libia si hanno notizie che ne avvalorano l'esistenza, pur se allo stato non si è potuto definirne le specifiche finalità, né confermare la presenza in essi di italiani.
Alcune persone arrestate in Tunisia per avere partecipato ai noti fatti

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di Gafsa hanno escluso la presenza di nostri connazionali alle aree addestrative libiche da loro frequentate. E' stato poi riferito che nell'area di Seba, dove era in funzione un campo, non vi erano italiani in addestramento, ma tecnici e maestranze recatisi colà per esclusive ragioni di lavoro. Anche nell'oasi di Cufra, dove esiste un campo addestrativo finalizzato ad operazioni nel Ciad, è stato possibile escludere la presenza di italiani


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10) L'armamento di provenienza estera.

Si è tentato di trarre prove di eventuali collegamenti internazionali dall'esame delle armi rinvenute nei covi scoperti.
Non è risultato possibile - come hanno riconosciuto i responsabili dei nostri servizi di sicurezza - considerare significativa la provenienza di un'arma da uno Stato come indice della responsabilità di quello Stato o dei suoi servizi, giacché bisogna tener conto degli strani giri che queste armi finiscono per fare.
Ad esempio il carico di armi trasportato in Italia dal Papago comprendeva mitra Sterling, bombe a mano MK2, FAL di produzione belga, razzi controcarro americani, razzi aria-terra francesi, missili anticarro Energa di produzione belga.
Il carico pervenuto via terra era composto da armi di produzione russa e cinese e da pistole Browing HP.
In Italia è stato rinvenuto in un covo un mitra di produzione italiana venduto all'esercito saudita. Altre armi sequestrate risultano in dotazione alle forze armate tunisine. Si è già detto di armi sottratte ai depositi militari svizzeri. Nessuna seria conclusione è stata quindi possibile trarre da questo esame.


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11) I sospetti sulla Cecoslovacchia.

La Commissione ha dedicato grande attenzione al possibile ruolo che, secondo voci correnti, avrebbe svolto la Cecoslovacchia.
Secondo notizie raccolte dai servizi di sicurezza italiani i gruppi dell'Autonomia organizzata avrebbero ricevuto nel 1978 un contributo di lire 70 milioni dall'industria cecoslovacca Skoda. Pare, però, probabile che tale finanziamento sia stato effettuato da un concessionario italiano della ditta cecoslovacca. Non si è riusciti però ad avere dai servizi, che tale notizia avevano raccolto, notizie più precise al riguardo.
Per quanto riguarda la presenza in Cecoslovacchia di un rilevante numero di italiani che avrebbero partecipato, secondo i servizi, a corsi di imprecisata natura, va tenuto conto che in quegli anni, stanti i buoni rapporti allora esistenti tra i partiti comunisti italiano e cecoslovacco ' molti militanti del PCI parteciparono presso scuole di partito a corsi sulla storia del movimento operaio, di economia politica etc. Pure in Cecoslovacchia si rifugiarono in quegli anni cittadini italiani perseguiti per reati commessi durante la Resistenza. Conseguentemente i dati forniti dai nostri servizi al riguardo appaiono privi di interesse ai fini perseguiti dalla Commissione.
Preoccupazione destano invece le visite effettuate in Cecoslovacchia da Giangiacomo Feltrinelli, che nel 1971 si recò a Praga tre volte: dal 14 al 16
 

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febbraio, dal 30 maggio al I' giugno, dal 30 luglio al 4 agosto. Nel secondo e nel terzo viaggio egli utilizzò un passaporto falso. Scopo del primo viaggio fu, invece, quello di accompagnare Augusto Viel, allora ricercato per omicidio, il quale ha dichiarato ai giudici di aver soggiornato in un villino dove erano altri ospiti. Viel fu poi riaccompagnato da Feltrinelli a Milano, da dove avrebbe dovuto successivamente essere trasferito in Africa.
Anche Alberto Franceschini e Fabrizio Pelli hanno soggiornato in Cecoslovacchia, ma prima della loro adesione alle BR.
Savasta ha escluso categoricamente ogni partecipazione di brigatisti italiani a campi di addestramento in Cecoslovacchia, ma ha aggiunto che alcuni brigatisti, prima di militare nell'organizzazione terroristica, collaboravano con Radio Praga per le trasmissioni in lingua italiana e, a tal fine, avevano soggiornato in Cecoslovacchia.
Quanto al campo di Karlovy Vary in Cecoslovacchia, non sono stati acquisiti riscontri apprezzabili.
E' emerso soltanto che giovani libici che frequenterebbero corsi di addestramento di tipo militare nelle città di Brno e Gottwaldow durante i fine settimana sarebbero stati notati in compagnia anche di qualche giovane non identificato che si sarebbe espresso in lingua italiana.
La notizia recentemente riportata dalla stampa, secondo la quale nel 1978 sarebbe stata rinvenuta in un covo BR la chiave di un appartamento di Praga, è stata smentita dal SISDE. Concludendo, è tutto al più ipotizzabile che il gruppo Feltrinelli abbia goduto di qualche aiuto da parte delle autorità cecoslovacche. Poiché invece nessun rapporto è emerso per quanto riguarda le BR e Prima Linea, non trova riscontro l'ipotesi secondo la quale la Cecoslovacchia abbia, successivamente allo scioglimento dei gruppo Feltrinelli, mantenuto rapporti con elementi del terrorismo italiano.
L'onorevole Andreotti, Presidente del Consiglio all'epoca dei fatti di via Fani, ha ricordato come negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra i servizi informativi riferirono frequentemente di centri di addestramento in territori dell'Est europeo ma che successivamente tali preoccupazioni cessarono.
A tal proposito va però rilevato che per quanto riguarda gli anni dell'immediato dopoguerra si è probabilmente trattato dei corsi di preparazione politica ai quali si è in precedenza accennato.


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12) I servizi segreti stranieri.

Mentre nessun governo straniero ha mai manifestato solidarietà o simpatia alle attività terroristiche italiane e si è potuto registrare un coro di condanne di fronte ai più efferati crimini del terrorismo, è indubbio che, a livello dei servizi segreti, il panorama internazionale appare molto meno confortante.
In tempi diversi e con fini diversi più di un servizio ha manifestato interesse per le attività dei terroristi ed ha tentato di strumentalizzarle offrendo contropartite in armi e denaro. Anche se è vero che a volte le azioni più spregiudicate (che sono una caratteristica universale delle centrali spionistiche) vengono condotte dai servizi all'insaputa dei loro stessi governi, è difficile supporre che i tentativi operati in Italia non abbiano almeno avuto il tacito consenso delle autorità politiche.
 

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Va anche detto che, per quanto è emerso dalle indagini della Commissione, tali tentativi non sono stati coronati dal successo per l'indisponibilità delle BR che, non certo per patriottismo o per scrupoli morali, ma per comprensibile diffidenza, hanno finora rifiutato rapporti organici con i servizi.
In questo tutti i pentiti sono stati d'accordo: prestarsi ai giochi delle agenzie spionistiche sarebbe risultato molto pericoloso, dovendosi ritenere probabile, se non addirittura certo, che, una volta raggiunto il loro scopo, queste non avrebbero esitato a "scaricare" gli ingombranti "amici".


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13) Il tentativo israeliano.

Dalle deposizioni di numerosi pentiti risulta che un po' tutti i dirigenti delle BR, erano a conoscenza di un tentativo operato dai servizi segreti israeliani di entrare in contatto con l'organizzazione terroristica attraverso un'offerta di aiuti in armi e denaro.
E' certo, quindi, che l'episodio era nella memoria dell'organizzazione. Più difficile è risultato, invece, collocarlo esattamente nel tempo e definirne i particolari giacché, spesso tramandato oralmente da una generazione all'altra dei brigatisti giunti alla guida dell'organizzazione, ha finito per arricchirsi di particolari diversi.
Il primo a fornire notizie su questo episodio fu Patrizio Peci, che ne fu informato da Nadia Ponti. Secondo il racconto fatto da questi alla Commissione i servizi israeliani, manifestando la preoccupazione che il coinvolgimento del PCI nella maggioranza di governo potesse determinare un'evoluzione in senso filo-arabo della politica estera italiana, erano interessati ad incoraggiare l'attività destabilizzatrice delle BR.
Al fine di accattivarsi la fiducia dei brigatisti gli israeliani avrebbero fornito i nominativi di due persone che stavano per essere arruolate nelle BR definendoli "infiltrati". Gli accertamenti svolti dalle BR avrebbero confermato trattarsi di persone pericolose per l'organizzazione, sicché ogni rapporto con esse fu immediatamente interrotto.
Secondo Peci la proposta israeliana fu respinta in considerazione dei pericoli che qualsiasi tipo di rapporto con i servizi segreti inevitabilmente comporta.
Dalla deposizione di Peci l'episodio sembrava collocarsi attorno al 1975.
Buonavita l'ha invece fatto risalire agli anni 1972-1973, pur avendolo appreso nell'ottobre 1974 allorché, entrato a far parte dell'esecutivo, fu messo al corrente dei "segreti" dell'organizzazione da Mara Cagol.
Secondo Buonavita i servizi israeliani contattarono le BR attraverso un professionista di Milano. Obiettivi dell'iniziativa israeliana erano quelli di favorire la destabilizzazione dell'Italia al fine di far apparire insostituibile, agli occhi degli americani, la funzione di Israele e di ottenere, di conseguenza, un più deciso appoggio politico, economico e militare.
In quella occasione alle BR, a testimonianza della loro buona fede, gli israeliani avrebbero segnalato il rifugio a Friburgo di Marco Pisetta, che le BR ricercavano in quanto transfuga e delatore.
Nell'estate 1973 Buonavita e Ognibene erano stati infatti inviati da Curcio a Friburgo (RFT) con l'incarico di giustiziare Pisetta.
 

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Curcio aveva però detto a Buonavita che l'indicazione del rifugio di Pisetta era stata fornita alle BR da militanti di Lotta Continua di Trento.
Un gruppo di militanti BR, tra i quali la Cagol e Fabrizio Pelli, era stato inviato a Friburgo per controllare l'autenticità dell'informazione. Solo dopo il ritorno di questo primo commando, che confermò la presenza a Friburgo di Pisetta, intravisto nei pressi dell'abitazione che allora occupava, fu deciso di dare a Buonavita e ad Ognibene l'incarico di giustiziare il delatore.
I due killer non riuscirono però nel loro intento perché, nel frattempo, la vittima designata si era resa uccel di bosco. Pisetta ha infatti raccontato alla Commissione di essersi, ad un dato momento, avveduto della continua presenza di due persone nei pressi della sua abitazione e di avere, di conseguenza, fatto perdere le sue tracce facendo uso di una uscita posteriore della quale l'abitazione disponeva.
Nel 1974 anche Galati ebbe notizia del tentativo israeliano nel corso di una riunione alla quale parteciparono, tra gli altri, la Ronconi e Semeria. Fu quest'ultimo ad informare gli altri della offerta ricevuta e della posizione negativa assunta dall'organizzazione.
Secondo Galati, Semeria fece anche esso riferimento all'intermediazione del professionista che precisò essere persona gravitante nell'area socialista, ed al fatto che gli israeliani avevano indicato il rifugio di Pisetta.
Alla Commissione risulta, dall'esame dei documenti rinvenuti nel covo di Robbiano di Mediglia, che le BR condussero una lunga inchiesta al fine di individuare il rifugio di Pisetta. Fu una ragazza di Trento, Rosanna Pegoretti, alla quale Pisetta era solito scrivere e telefonare, sentendosi ad essa sentimentalmente legato, a fornire alle BR ogni notizia in suo possesso.
La certezza che Pisetta era a Friburgo fu così acquisita dalle BR nel giugno 1973. La Commissione ha così acclarato che la prima fonte di notizie fu quella trentina indicata da Curcio. Per l'esattezza a far da tramite tra Pegoretti e le BR furono Antonio Bellavita ed Aldo Bonomi (Filippo).
Ma nel covo di Robbiano di Mediglia è stato anche ritrovato un documento che porta la data del I marzo 1974.
Esso riproduce, sotto forma di dialogo, che induce a pensare all'uso di un registratore, un colloquio avvenuto a Friburgo nella suddetta data tra Pisetta e un anonimo interlocutore. In calce al documento è riportato il nome sotto il quale Pisetta si celava a Friburgo (Alfredo Maritz) e l'indirizzo.
Da altro documento si desume che a fornire alle BR prima una fotografia di Pisetta e poi la registrazione del dialogo, il falso nome e l'indirizzo del transfuga, fu un non meglio identificato "avvocaticchio" il quale, a sua volta, indicò come interlocutore di Pisetta tale Corrado Maroso, che a Milano era membro di un collettivo di quartiere in zona Sempione collegato con "Il Manifesto" e che aveva lavorato presso la ditta Crouzet (1). Risulta quindi evidente che, dopo l'infruttuoso tentativo operato da Buonavita, le BR continuarono a cercare e ad acquisire ogni possibile notizia su Pisetta.

(1) Anche tale Paolo Assente che, per un certo periodo, coabitò a Friburgo con Maritz-Pisetta, fornì all'avvocato Giuseppe Melzi di Sesto San Giovanni una foto di Maritz per avere conferma che si trattasse di Pisetta. Ai giudici Guido Viola, Ciro De Vincenzo di Milano e Giancarlo Caselli di Torino, l'avvocato Melzi ha dichiarato di non aver fornito ad altri la foto e di non conoscere Maroso.
 

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Il Prefetto Sparano, segretario generale del CESIS, ha dichiarato del tutto inattendibili le notizie relative ad un tentativo dei servizi segreti' israeliani di entrare in contatto con le BR, ma ciò ha fatto sulla base di un argomento assolutamente inconsistente e cioè che Pisetta non sarebbe mai stato a Friburgo.
Anche il ministro Lagorio ha riferito alla Commissione in questo senso, evidentemente sulla base di informazioni non esatte fornitegli dai servizi. Parlando alla Camera, il ministro ha addirittura indicato Buonavita e Pisetta come pedine di un complicato gioco di depistaggio tendente a distogliere l'attenzione dalla cosiddetta pista bulgara (1).
La presenza di Pisetta a Friburgo è invece certa ed è provata sia dal racconto fatto da Pisetta, sia dai documenti trovati nel covo di Robbiano di Mediglia.
Pisetta si rifugiò a Friburgo per circa due anni (1973-1974) occupando diverse abitazioni e lavorando presso diverse aziende.
Certo si potrebbero avere oggi maggiori certezze se, a suo tempo, fossero state condotte serie indagini da parte dei nostri servizi. Purtroppo, invece, ci si è limitati a dichiarare "incredibili" le dichiarazioni dei brigatisti in considerazione dei buoni rapporti esistenti tra servizi italiani e israeliani e a tacciare di provocazione Buonavita, la cui attendibilità è risultata invece del tutto evidente.
Eppure si sarebbe dovuto non dimenticare che la motivazione che i servizi israeliani avrebbero dato alla loro iniziativa trova riscontro nella posizione del governo israeliano che, proprio nel 1974, mentre si svolgeva il viaggio del Presidente Leone e dell'onorevole Moro a Washington, per bocca del suo Primo Ministro Rabin prospettò i rischi che il sistema occidentale correva a causa dell'inaffidabilità politica dell'Italia (2).
Concludendo, la Commissione ritiene credibile che i servizi israeliani abbiano cercato di stabilire un rapporto con le BR nel 1974.
Sbaglia Buonavita allorché colloca l'episodio nel 1972-1973. Egli, infatti, quando nell'ottobre 1974 venne informato dalla Cagol, erroneamente collegò tale notizia con la missione da lui svolta a Friburgo nel 1973 e trasse la conclusione che Curcio gli aveva mentito indicando come fonte Lotta Continua di Trento. Partendo da questo errato presupposto, Buonavita fu di conseguenza portato a collocare il contatto con gli israeliani in data anteriore all'estate 1973, durante la quale egli si recò a Friburgo.
L'aggancio di Pisetta a Friburgo da parte del secondo informatore delle BR avvenne, invece, come si è detto, il I marzo 1974.
Si spiega così la riunione di cui parla Galati, che avvenne appunto nel 1974, mentre non avrebbero senso l'informazione data in quella sede da Semeria e il dibattito che ne seguì ove si fosse trattato di fatti avvenuti ben due anni prima.
La Commissione ritiene che esistano oggi le condizioni per identificare l'"avvocaticchio", utilizzando le notizie di cui essa è venuta in possesso attraverso l'accurato studio dei documenti rinvenuti a Robbiano di Mediglia. Dovrebbe trattarsi di un avvocato originario di Trento o che ha studiato a Trento, ma residente a Milano, la cui identità è certamente nota a Corrado Maroso.

(1) Vedi Resoconti della Camera dei deputati, seduta del 20 dicembre 1982.
(2) Intervista al giornale "Maariv" del 26 settembre 1974, riportata nella prima pagina del "New York Times" del 27 settembre 1974.

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L' "avvocaticchio" è stato certamente un informatore delle BR. Probabilmente è anche il professionista che propose alle BR un contatto con i servizi israeliani.


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14) Il caso di Ronald Stark.

Diverso è il caso del cittadino americano Ronald Stark, presunto agente di un servizio segreto americano, il quale tentò con successo di stabilire rapporti con Renato Curcio, Maurice Bignami, Vincenzo Bertolazzi, Enrico Paghera; ma tale tentativo operò presentandosi come palestinese. In tal caso, quindi, si sarebbe trattato di un tentativo di infiltrazione, peraltro rapidamente naufragato, operato da un servizio americano.
Insieme a Stark furono arrestati a Bologna, nel corso di un'operazione antidroga, l'ingegner Roberto Adolfo Fiorenzi e Franco Buda.
Quest'ultimo, evidentemente temendo di trovarsi coinvolto in un gioco troppo grosso, al quale si riteneva estraneo, fece pervenire al giudice istruttore un suo memoriale. In esso Buda rivela di essere stato informato da Stark che uno degli organizzatori della strage di Fiumicino era stato ospitato da Fiorenzi in una casa sul mare che lo stesso aveva locato in contrada Isola di Siracusa.
In stretti rapporti con ambienti palestinesi era poi - sempre secondo Buda - Emanuela Orso, proprietaria di un albergo a Sanremo, allora sentimentalmente legata a Fiorenzi.
Fiorenzi risultava inoltre in contatto epistolare con Sante Notarnicola, detenuto nel carcere di Favignana, al quale si recò anche a far visita.
Anche il rapporto con Notarnicola era stato iniziato da Emanuela Orso che si dichiarava innamorata del noto criminale politicizzatosi in carcere.
Il memoriale Buda fu trasmesso, per competenza, al giudice Priore di Roma, che allora indagava sulla strage di Fiumicino. Il magistrato romano provvide ad interrogare Buda il quale, confermando il memoriale, aggiunse che Fiorenzi aveva ospitato l'uomo implicato nella strage di Fiumicino aderendo all'invito rivoltogli da un italiano, di origine siciliana, che ricopriva un alto incarico nelle forze armate.
Il dottor Rosario Priore ne dedusse potesse trattarsi del generale Vito Miceli, sicché, recatosi a Ferrara per interrogare in carcere Fiorenzi, gli rivolse domande su eventuali rapporti stabiliti col generale e, quindi, con i servizi.
Fiorenzi negò però ogni addebito e l'indagine non ebbe quindi alcun seguito.
Non risulta che sia mai stata interrogata Emanuela Orso che oggi, dopo l'avvenuto decesso di Fiorenzi, risulta essere l'unica persona che potrebbe contribuire a far luce su questi oscuri episodi.
Recentemente è emerso un altro elemento sul quale sarà necessario indagare più approfonditamente.
Nel corso del processo sulla strage dell'Italicus un teste ha fatto riferimento ad una riunione svoltasi, alla vigilia della strage, nei locali dell'hotel Locarno di Roma e che potrebbe risultare collegata al criminale attentato. Nel corso degli accertamenti ordinati dalla Corte è stato appurato che, in quell periodo, alloggiava all'hotel Locarno anche l'ingegner Fiorenzi.
La circostanza potrebbe certo essere del tutto casuale, ma potrebbe
 

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anche risultare come conferma dell'appartenenza di Fiorenzi ad unservizio segreto.
Tornando a Stark, questi, mentre stava per finire di scontare la pena inflittagli per traffico di droga, fu raggiunto da un nuovo mandato di cattura per appartenenza a banda armata.
Infatti Enrico Paghera, che durante un suo precedente soggiorno in carcere aveva conosciuto Stark, fu nuovamente arrestato a Roma e trovato in possesso di una cartina relativa ad un campo palestinese in Libano di cui era indicato il nome del responsabile e che risultò fornitagli dall'americano.
Paghera risultò anche in possesso delle istruzioni necessarie per mettersi in contatto, a Roma, con un presunto funzionario libico che avrebbe potuto aiutarlo a raggiungere il Libano.
In effetti Paghera riuscì ad incontrarsi con il presunto libico dopo avergli telefonato di sera (come da istruzioni ricevute) ad un numero fornitogli da Stark e che Paghera scoprì corrispondente ad una scuola di Roma sita nel quartiene Alessandrino o Centocelle.
E' incomprensibile che malgrado le ripetute richieste di notizie avanzate dalla Commissione e le interrogazioni presentate in Parlamento, il governo ed il SISMI non abbiano chiarito se l'individuo col quale Paghera si incontrò a Roma, su indicazione di Stark, e del quale si ha una minuziosa descrizione, fosse effettivamente un funzionario dell'ambasciata libica.
Tale carenza non permette di stabilire se Stark era uno di quegli agenti della CIA che furono successivamente accusati dal presidente Carter di aver svolto, all'insaputa del governo americano, attività eversive in Europa in collaborazione con i servizi libici o, piuttosto, un agente incaricato di seminare false tracce "libiche" al fine di screditare il governo di Tripoli.
Stark spiegò che aveva inteso semplicemente indicare un rifugio per il caso di necessità. Tuttavia è presumibile che egli volesse creare un diretto collegamento, al tempo inesistente, tra terroristi italiani e guerriglieri palestinesi, secondo una richiesta che egli stesso ha detto di aver ricevuto da Curcio e Bertolazzi con i quali aveva collaborato in carcere all'elaborazione di documenti brigatisti e perfino ad un sistema crittografico di comunicazioni.
Va sottolineato che Paghera era esponente di Azione Rivoluzionaria, un'organizzazione caratterizzata dalla partecipazione di elementi di diverse nazionalità fra questi Piroch e Hartwig e il cileno Paillacar - che sosteneva l'esigenza di internazionalizzare la guerriglia.
Stark fu messo in libertà provvisoria dal giudice Giorgio Floridia di Bologna che, sulla base di convincenti elementi scrupolosamente elencati nell'ordinanza, ritenne provata la sua appartenenza ad un servizio segreto americano.
Non appena scarcerato, Stark, contravvenendo all'ordine del giudice di non lasciare l'Italia, scomparve definitivamente, sicché il nuovo ordine di cattura emesso dalla magistratura bolognese insieme alla revoca dell'ordinanza Floridia, non ha avuto seguito. Il nome di Stark è stato collegato indirettamente al rapimento Moro in due volantini anonimi trovati a Firenze il 15 maggio 1979, una decina di giorni dopo la scomparsa dello stesso. I volantini attribuivano alla agenzia americana un ruolo non secondario nella strage di via Fani: "Il vero uomo che organizzò la strage di via Fani e il rapimento di Aldo Moro è un italo-americano molto intimo di Ronald Stark... il nome è David... ex marine in
 

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Vietnam col grado di capitano. Ultimamente era consigliere militare della Central Intelligence Defence della Germania Ovest... David comunque non ha partecipato alla eliminazione di Moro ... ".
Il documento fu acquisito al procedimento penale per i fatti di via Fani e l'omicidio dell'onorevole Moro, ma non ha dato luogo ad alcun concreto seguito.
Va notato, però, che nei giorni del sequestro Moro Stark era in carcere a Bologna.
Nell'interrogatorio reso ai giudici, Stark negò di essere in rapporto con i servizi americani o di qualsiasi altro Paese, ma non tralasciò di ricordare al giudice una legge americana che punisce con pene severe l'agente segreto che sveli la sua qualifica.
Le autorità statunitensi hanno sempre fermamente smentito che Stark fosse un agente americano ed hanno anche affermato che lo stesso era anzi ricercato dalla giustizia americana. Nessuna richiesta di estradizione fu però mai avanzata, mentre risultano documentati i cordiali rapporti intrattenuti da Stark con alti funzionari americani sia durante la sua carcerazione, sia in epoca precedente al suo arresto.
Recentemente Stark è stato di nuovo arrestato in Olanda per traffico di droga e per uso illegale di una radio trasmittente.


p. 146

15) Il milanese "Armando".

Qualche riferimento al servizio segreto sovietico (KGB) è stato fatto da
alcuni esponenti di Prima Linea. Roberto Sandalo ha dichiarato alla Commissione di aver appreso da Marco Donat-Cattin dell'esistenza di un certo "Armando" di Milano che aveva procurato armi a Prima Linea, alle BR, ai PAC e ai CO.CO.RI. e della probabile appartenenza del medesimo al KGB. Sandalo ha anche precisato che quando Donat-Cattin parlava di KGB intendeva genericamente riferirsi al servizio segreto di un qualsiasi paese dell'Est.
Donat-Cattin, dopo aver precisato di non aver conosciuto personalmente "Armando", ha confermato tale convincimento, che ha tuttavia definito frutto di sue deduzioni. Non è pensabile - ha detto in sostanza Donat Cattin - che i palestinesi possano aver fatto pervenire alle organizzazioni terroristiche italiane armi di produzione russa senza il consenso del governo sovietico che ad essi le ha fornite. Da qui il convincimento che "Armando", che era stato l'organizzatore di una di queste importazioni, fosse persona legata ad un servizio dell'Est.
Analoghe considerazioni ha fatto ai giudici Fabrizio Giai che tale ipotesi discusse con Marco Donat-Cattin.
La palese contraddizione tra queste dichiarazioni e l'altra, fatta sempre da Donat-Cattin, secondo la quale il FPLP si limitò a mettere in contatto "Armando" con un mercante d'armi, è stata risolta da Donat-Cattin con l'affermazione che il FPLP è l'organizzazione palestinese maggiormente influenzata dai sovietici.
Il milanese "Armando" è stato identificato come Maurizio Folini, nato a Milano il 17 agosto 1953, uomo di fiducia di Oreste Scalzone che di esso si serviva per i lavori più sporchi e pericolosi nell'ambito delle attività illegali dei CO.CO.RI. e di Metropoli. Si è già parlato del carico di armi che Folini
 

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importò in Italia dal Libano e della successiva distribuzione delle stesse alle varie organizzazioni.
Dalle testimonianze di coloro che l'hanno conosciuto, Folini risulta essere un avventuriero estremamente loquace che, dopo aver militato nei CO.CO.RI., divenne ad un dato momento uno spregiudicato trafficante in ogni genere di loschi affari. Consigliato da Scalzone ad Alfredo Azzaroni e ad Anna Maria Granata come l'uomo adatto per smerciare un quadro rubato raffigurante un soggetto sacro, egli, dopo aver declinato l'offerta con la giustificazione che in Medio Oriente "non interessano santi e madonne" chiese se "i compagni napoletani erano capaci di rubare altre cose più facilmente smerciabili o di piazzare a Napoli dollari falsi".
Alla Granata e ad Azzaroni, che non a caso gli aveva affibbiato il soprannome di "Corto Maltese", Folini confidò che suo padre era un imprenditore edile molto introdotto in Medio Oriente e che, grazie a ciò, egli aveva potuto crearsi una rete di amicizie nella zona ed entrare in contatto anche col colonnello Gheddafi. Ai due Folini chiese se potevano trovare persone disposte a gestire una radio o una libreria a Napoli, attività per le quali egli si disse in grado di procurare finanziamento libici. In cambio egli pretendeva un appoggio logistico per un secondo carico di armi che aveva intenzione di introdurre in Italia.
Questi progetti non ebbero però alcun seguito.
Secondo Enrico Pasini-Gatti la stessa sera in cui lo conobbe, ad una cena alla quale partecipavano Azzaroni e la Granata, Folini avrebbe dichiarato di poter importare armi dalla Libia, a condizione però che fossero destinate a movimenti insurrezionali o di massa e non ad organizzazioni di tipo BR o Prima Linea. Sempre a dire di Pasini-Gatti, Folini si sarebbe anche vantato di incontrarsi periodicamente col colonnello Gheddafi.
Nel novembre del 1978 Folini intraprese un viaggio in automobile in compagnia di una ragazza conosciuta a Roma: Rosanna Mangiameli. Costei ha raccontato che, giunti dalla Jugoslavia alla frontiera bulgara, furono trattenuti per molte ore e ripetutamente ed attentamente perquisiti. Alla ragazza, allarmatissima, Folini assicurò che non era il caso di preoccuparsi, dato che la polizia bulgara era stata così severa perché aveva trovato sull'auto un timbro che permetteva di fabbricare passaporti falsi per gli appartenenti alla resistenza palestinese.
Alla Mangiameli, Folini confidò infine di essere un agente del KGB. t da notare che la relazione con la ragazza era piuttosto superficiale, tant'è che solo in quell'occasione la Mangiameli apprese, dalla lettura del passaporto, la vera identità di Folini, fino ad allora a lei noto come Armando. Sempre secondo la ragazza Folini, giunto a Damasco, incontrò due giovani palestinesi, uno dei quali aveva studiato in Italia, a Perugia.
Folini è oggi imputato, in stato di latitanza, per diversi reati: davanti alla magistratura milanese per aver organizzato insieme ad Oreste Scalzone ed altri la banda armata CO.CO.RI. - Metropoli e per aver partecipato il 27 agosto 1976 alla rapina in danno del quotidiano "Il Giorno"; davanti a quella romana per aver importato clandestinamente in Italia un ingente quantitativo di armi nonché per detenzione delle medesime. Attualmente risulta risiedere, dal marzo 1981, in Arabia Saudita. Concordi, invece, nell'escludere ogni rapporto della loro organizzazione con i servizi sovietici sono stati tutti i pentiti di provenienza BR. In particolare Antonio Savasta, che tra essi è certamente quello che ha occupato 148

all'interno dell'organizzazione la posizione gerarchicamente più avanzata, in quanto membro dell'esecutivo dal gennaio 1981, ha dato alla Commissione informazioni ampie su questo tema. A suo avviso, non soltanto le BR non hanno mai avuto rapporti con i servizi sovietici, ma hanno sempre marcato la loro autonomia bollando, nei documenti, la politica dell'URSS come socialimperialista.
Come si è già riferito, le BR, secondo Savasta, erano preoccupate per la linea politica tenuta dalla RAF, giudicata filosovietica.
La posizione di diffidenza e di ripulsa di ogni rapporto con i sovietici è stata per lungo tempo unanime all'interno dell'organizzazione. Solo recentemente alcuni militanti - e Savasta tra questi - avevano cominciato a dubitare della giustezza di questa linea e a sostenere che si dovesse modificarla.
Le analisi politiche delle BR avevano portato alla conclusione che, per l'acutizzarsi della situazione internazionale, caratterizzata dallo scontro sull'installazione di missili nucleari, l'URSS sarebbe stata ben presto "costretta" ad appoggiare un'organizzazione come le BR.
Savasta ed altri chiedevano che, conseguentemente, si attenuasse la posizione di diffidenza verso l'URSS e si cercasse di stabilire un rapporto.
Esso non avrebbe però dovuto consistere in uno scambio di informazioni o in forniture di armi a livello dei servizi segreti, ma in "un vero e proprio rapporto politico, sempre stando attentissimi a che tipo di rapporto politico".
Questa tesi risultò però minoritaria, all'interno dell'esecutivo, mentre riscosse un certo successo all'interno delle carceri.
La posizione della maggioranza dell'esecutivo è stata così sintetizzato da Savasta: "Mi si opponeva che erano giochi troppo grossi in cui le BR sarebbero state veramente la pedina più piccola e non sarebbe stato facile stabilire scientificamente il passaggio da una fase all'altra e questo poteva determinare, se non la distruzione, certo dei colpi per l'organizzazione".


p. 148

16) I bulgari e il sequestro Dozier.

A Savasta sono anche dovute le rivelazioni che hanno portato a scoprire un tentativo operato dai servizi bulgari di stabilire un rapporto con le BR durante il sequestro Dozier.
La Commissione dispone soltanto delle dichiarazioni che a tale proposito Savasta ha fatto prima ai magistrati inquirenti, poi alla Commissione stessa e, infine, davanti alla Corte d'Assise di Roma nonché della confessione di Galati per quanto attiene alla preparazione del sequestro Dozier.
Pur non potendo, al momento, cercare altri riscontri, la Commissione, interessata non già all'accertamento delle responsabilità penali dei vari protagonisti dell'episodio, che compete alla magistratura, ma a stabilire se e in che misura i rapporti con centrali spionistiche straniere abbiano influito sull'attività delle organizzazioni terroristiche italiane, ritiene ugualmente opportuno esporre in questa sede quanto finora è emerso dalle deposizioni dei due pentiti.
E ciò sia per dare di esse una ordinata, seppure sintetica lettura, sia perché sull'episodio in questione possono già fondarsi talune interessanti considerazioni.
 

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Va detto subito che le BR ignoravano totalmente che Luigi Scricciolo avesse rapporti con i servizi bulgari: sapevano soltanto che Loris Scricciolo, un militante irregolare che godeva di molta fiducia, aveva due cugini che curavano i rapporti internazionali della UIL.
Abbiamo già descritto la precaria situazione in cui l'organizzazione era venuta a trovarsi. Incalzate dall'azione repressiva dello Stato, isolate internazionalmente per il loro "provincialismo" e per l'essere venute meno agli impegni assunti con i palestinesi, le BR cercavano una via di uscita da questa infelice situazione e si decidevano al gran passo: l'attacco alla NATO con il sequestro Dozier.
Nelle loro intenzioni la clamorosa operazione doveva permettere di raccogliere molti frutti: rialzare il prestigio dell'organizzazione compromesso dall'arresto di numerosi e prestigiosi militanti, recuperare il rapporto con i palestinesi e con la RAF, annodare nuovi rapporti con movimenti di liberazione schierati su posizioni antiamericane.
Ma il contatto con la rete di Parigi si era interrotto e la polemica asprissima col "fronte delle carceri" rendeva estremamente difficile riannodarlo.
Fu così che si pensò di dare incarico a Loris Scricciolo di parlare con i cugini e di saggiare la loro disponibilità a favorire nuovi rapporti con i movimenti di liberazione nonché a promuovere la pubblicazione all'estero di documenti BR. Sarebbe spettato a lui, militante esperto, valutare l'opportunità o meno di rivelarsi apertamente come rappresentante delle BR. Si faceva comunque molto affidamento sulla parentela come garanzia di riservatezza in caso di rifiuto. I colloqui tra i cugini, o meglio, il dibattito politico preventivo, venne giudicato positivo sicché Loris mise ben presto le carte in tavola e manifestò la sua qualità di militante BR.
Poco prima del sequestro Dozier i coniugi Scricciolo (1), che avevano accettato di collaborare pur mantenendosi estranei all'organizzazione, diedero alle BR una prima prova della loro buona volontà: passarono la notizia che operava in Italia un agente 'americano di nome Mike Leeden al quale sarebbe stato affidato l'incarico di costituire un corpo di repressione del tipo "teste di cuoio".
In effetti, il nome di Mike Leeden come agente americano circolava da tempo e fu ben presto pubblicato dai giornali italiani in relazione alla sua frequentazione degli ambienti socialisti, mentre il tipo di incarico che si pretendeva fosse ad esso affidato, avrebbe dovuto suscitare almeno qualche perplessità, ove si considerino le caratteristiche del personaggio: un intellettuale certamente digiuno di tecniche da commando. Savasta ha comunque candidamente ammesso che lui e i suoi colleghi dell'esecutivo ignoravano del tutto l'esistenza di Mike Leeden e furono piuttosto impressionati per la capacità degli Scricciolo di fornire notizie di tanta rilevanza e segretezza.
Dopo la cattura del generale Dozier, alle Brigate Rosse pervenne una
 

(1) Riferendo il racconto di Savasta la Commissione non intende manifestare una sua propensione a ritenere i due coniugi responsabili in eguale misura. Sono note le diverse versioni fornite dei fatti dai due imputati, ma è compire del magistrato pronunciarsi sulle responsabilità dei singoli e sulle accuse che i due si sono lanciate reciprocamente. Per i fini perseguiti dalla Commissione il fatto che a far da tramite tra le BR e i servizi bulgari siano stati entrambi i coniugi o uno soltanto di loro è del tutto irrilevante.
 

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nuova e del tutto inattesa notizia: esisteva la possibilità di incontrare un funzionario dell'ambasciata bulgara, essendo i bulgari interessati a sapere qualcosa dall'alto ufficiale americano. In cambio della disponibilità BR a cogestire il sequestro, gli Scricciolo garantirono la possibilità di ottenere finanziamenti ed armi.
Secondo quanto ha riferito Savasta, l'offerta bulgara fu giudicata dall'esecutivo BR come "una indebita ingerenza" per quanto riguardava la pretesa di interferire nel sequestro e, invece, interessante per quanto atteneva all'offerta di armi e denaro.
Davanti alla Corte d'Assise di Roma Savasta ha tenuto a precisare che, nelle intenzioni dell'esecutivo BR "non ci sarebbe stato scambio di nulla, assolutamente di nulla, ma ci sarebbe stata soltanto la possibilità per le BR di avere un rafforzamento di tipo logistico, e niente altro, perciò non un rapporto politico né, tanto meno, fra servizi segreti".
Certo è che fu fissato un appuntamento in un cinema romano al quale si recarono Novelli e Loris Scricciolo, mentre l'atteso funzionario bulgaro non si presentò.
Nulla si è potuto apprendere su eventuali successivi contatti, essendo stato Savasta arrestato in concomitanza con la liberazione di Dozier, subito dopo il fallito appuntamento al cinema.
La Commissione ritiene sostanzialmente credibile il racconto fatto da Savasta giacché è pacifico l'interesse dei servizi del Patto di Varsavia a conoscere i segreti NATO e non essendo l'occasione di ottenere informazioni riservate da un generale tra quelle che i servizi del campo avverso si lasciano scappare.
La mancata presentazione del funzionario bulgaro fu giustificata dagli intermediari con un'improvvisa ed imprevista partenza per Sofia.
Tale giustificazione indusse l'esecutivo BR a ritenere che il funzionario dell'ambasciata romana fosse andato a Sofia a "saggiare la situazione".
Se ne potrebbe desumere che l'iniziativa era stata presa a Roma ma che si fosse ritenuto successivamente, data la delicatezza dell'operazione, di doverne discutere con una più alta autorità politica.
Ma c'è anche un'altra ipotesi non meno probabile: che, informati della indisponibilità delle BR ad offrire la contropartita Dozier, i bulgari avessero deciso di lasciar cadere la cosa o di attendere che le BR scendessero a più miti consigli.
La pretesa delle BR di ottenere aiuti senza pagare contropartite può apparire assurda in quanto addirittura travalica il concetto, già velleitario, di rapporto da potenza a potenza, per approdare a quello di una potenza dominante (le BR) che vuole imporre le sue condizioni ad una potenza subalterna.
Ma bisogna considerare la deformazione psicologica dei brigatisti che li porta ad avere una fiducia cieca nelle loro capacità di analisi e a scambiare le loro conclusioni con la realtà. E non va quindi dimenticato che la loro analisi aveva portato alla "verità" che l'URSS e il Patto di Varsavia sarebbero ben presto stati "costretti" ad aiutare le BR.
Da qui il rifiuto (contrariamente a quanto suggeriva Savasta) al rapporto politico e la pretesa di ottenere finanziamento e forniture di armi senza contropartita.


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17) Conclusioni

Pur convinta che si debba ulteriormente approfondire la materia, la Commissione ritiene di avere acquisito sufficienti elementi per potere esprimere un primo ragionato giudizio sui rapporti internazionali delle organizzazioni terroristiche italiane.
Esso coincide largamente con le opinioni espresse alla Commissione dall'onorevole Cossiga, dall'onorevole Rognoni, dal generale Dalla Chiesa, dai capi dei servizi.
Il terrorismo è indubbiamente un fenomeno autoctono, nato ed organizzatosi in Italia ed è stato costantemente diretto da menti italiane, innanzitutto dal così detto "nucleo storico" delle BR che ha continuato ancora per lungo tempo ad esercitare dal carcere un suo ruolo egemonico.
Esso si è avvalso dell'aiuto di simpatizzanti italiani e stranieri in altri paesi europei, grazie ai quali i suoi militanti hanno potuto trovare ospitalità e protezione nei momenti di maggiore pericolo.
Sotto questo profilo particolarmente utili alle organizzazioni terroristiche sono risultate le reti logistiche costituite in Francia.
Ci sono stati contatti e scambi di esperienze, di armi e di rifugi con altre organizzazioni terroristiche, ma soltanto quelli con la tedesca RAF hanno avuto una certa continuità.
Di grande utilità per i terroristi sono state le forniture di armi fatte nel secondo semestre del 1978 e nell'estate 1979 da gruppi palestinesi particolarmente interessati ad impegnare le BR in operazioni contro obiettivi israeliani e contro la NATO.
Da parte di servizi segreti stranieri sono stati operati tentativi di entrare in contatti con le BR, attraverso offerte di armi e di denaro, al fine di strumentalizzarle. Tali profferte non hanno avuto seguito per la estrema diffidenza delle BR verso tutti i servizi segreti.
Nei tempi più recenti si è manifestato un interesse dei servizi bulgari a stabilire contatti con le BR in coincidenza con il sequestro Dozier, prima operazione anti NATO condotta dall'organizzazione terroristica. In questa occasione le BR, modificando la loro linea tradizionale, hanno mostrato una notevole disponibilità a stabilire il rapporto.
Le due maggiori organizzazioni terroristiche (BR e PL) hanno sempre mantenuto una piena autonomia da organizzazioni straniere nella scelta dei loro obiettivi, ma il sequestro Dozier rappresenta una prima grave eccezione a questa linea.
I più recenti sviluppi del fenomeno terroristico, caratterizzati da una evidente crisi delle organizzazioni eversive e da un affievolito rigore ideologico delle loro ultime leve, coincidendo con il deterioramento della situazione internazionale, potrebbero anche determinare in futuro inquietanti aperture ad influenze straniere


CAPITOLO X
L'ATTEGGIAMENTO DELLE FORZE POLITICHE NEI CINQUANTACINQUE GIORNI

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1) La reazione dei partiti di fronte alla strage di via Fani.

Con l'agguato di via Fani e il sequestro dell'onorevole Moro si avvertì immediatamente che il terrorismo aveva inteso elevare il livello dell'attacco alle istituzioni, colpendone uno degli uomini più rappresentativi.
L'onorevole Moro non era soltanto il leader della Democrazia cristiana, ma altresì un politico che, per le sue elevate qualità e per la sua attenta sensibilità alle nuove esigenze della società e al dialogo tra i partiti, costitutiva un punto di riferimento al vertice della vita nazionale. Con lui perciò le Brigate Rosse avevano attinto un obiettivo altissimo ed ambizioso al fine di determinare nello Stato democratico una crisi gravissima e distruttiva.
A questo attacco le forze democratiche risposero appunto con l'impegno di difendere lo Stato, escludendo ogni cedimento.
Già nella stessa mattina del 16 marzo, immediatamente dopo la tragica aggressione, i segretari dei partiti di maggioranza (DC, PCI, PSI, PSDI, PRI) e del Partito liberale concordarono con il Presidente del Consiglio un atteggiamento di deciso rigetto di un eventuale tentativo di ricatto da parte delle BR, che il precedente del sequestro Sossi lasciava facilmente prevedere, e che in effetti si delineò di lì a qualche tempo. La decisione presa veniva ribadita nel dibattito parlamentare sulla fiducia, svoltosi e conclusosi nella stessa giornata del 16 marzo, con una procedura rapidissima, concordata proprio al fine di dare immediatamente al Governo la pienezza dei suoi poteri costituzionali e l'autorità necessaria per affrontare la grave situazione.
Questo orientamento veniva confermato l'indomani, in un nuovo vertice tra il Presidente del Consiglio e i segretari dei partiti della maggioranza e, successivamente, il 3 aprile, in un analogo incontro tra rappresentanti del Governo e dei partiti della maggioranza, in vista del dibattito del giorno seguente alla Camera dei deputati, in seguito alla presentazione di interrogazioni e interpellanze. In quel dibattito, come in quello analogo avvenuto al Senato della Repubblica il 19 aprile, risultò che la linea di condotta annunciata dal Governo trovava nel Parlamento un consenso ancora più largo di quello già assicurato dai gruppi della maggioranza, in quanto anche il PDUP e i liberali, pur con motivazioni diverse, confermarono l'adesione alla linea della fermezza.


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2) L'origine del contrasto.

Il primo sintomo di quella che doveva poi diventare una notevole divergenza tra le forze politiche circa l'atteggiamento da tenere, dando poi vita ad una polemica ancora non sopita, si manifestò due settimane dopo la strage di via Fani, durante il congresso nazionale del PSI tenutosi a Torino dal 29 marzo al 3 aprile.
Come era naturale, i tragici avvenimenti che in quei giorni scuotevano il Paese ebbero un posto di rilievo nel dibattito congressuale, nel quale trovò anche eco una iniziativa destinata, nei suoi sviluppi, a rompere l'unità di quel che fino a quel momento era apparso un fronte sostanzialmente unito.
L'avvocato Giannino Guiso, militante socialista e difensore di alcuni brigatisti detenuti, aveva infatti dichiarato di essere pronto a far da mediatore tentando di creare, tramite i suoi difesi, che in quei giorni venivano processati proprio a Torino, un canale con le BR al fine di accertare le condizioni alle quali sarebbe stato possibile ottenere la liberazione dell'onorevole Moro.
Il professor Giuliano Vassalli, vecchio amico dell'onorevole Moro, chiedeva perciò all'onorevole Craxi di valutare l'opportunità di incoraggiare un'iniziativa come quella ipotizzata dall'avvocato Guiso. Il segretario del PSI rispondeva favorevolmente ed il congresso, mentre confermava la necessità di un'intransigente lotta al terrorismo, manifestava nello stesso tempo viva sensibilità ad ogni possibile iniziativa atta a salvare l'onorevole Moro.
Nei giorni successivi l'onorevole Craxi, presenti gli onorevoli Maria Magnani Noya e Giuseppe Di Vagno, incontrava l'avvocato Guiso, che confermava di avere la possibilità di conoscere le intenzioni dei sequestratosi dell'onorevole Moro attraverso i suoi assistiti. Con costoro e con Curcio, in effetti, parlò più volte nei giorni successivi in alcuni incontri favoriti dalle autorità carcerarie anche per intervento del generale Dalla Chiesa.
L'avvocato Guiso riferì che i brigatisti detenuti erano pronti ad affrontare le conseguenze di una eventuale uccisione dell'onorevole Moro (ed il riferimento era a quanto avvenuto nella RFT nel carcere di Stemmheim) ma tuttavia ritenevano che si potesse evitare una conclusione cruenta della vicenda. Il caso Moro non si sarebbe però risolto come il caso Sossi, la cui soluzione era stata largamente criticata all'interno dell'organizzazione: era necessaria quindi una contropartita. Si doveva perciò trattare e prendere in considerazione la liberazione di terroristi detenuti. L'avvocato Guiso aggiunse che il principale interlocutore nella trattativa avrebbe potuto essere lo stesso onorevole Moro. "Dialettizzatevi con Moro" gli sarebbe stato raccomandato dai brigatisti interpellati: essi ritenevano, evidentemente, che lo stesso prigioniero si sarebbe potuto rendere, con i suoi messaggi, portatore di indicazioni per la trattativa. L'onorevole Craxi riferiva le valutazioni di Guiso al Governo e alla DC.
Da parte sua l'avvocato Guiso espresse l'opinione che eventuali interventi umanitari, come quello che Amnesty International intendeva svolgere nei confronti dei detenuti nelle carceri di sicurezza, potessero costituire semplicemente una misura integrativa: il problema centrale restava la trattativa con le BR per la scarcerazione di terroristi detenuti. E doveva trattarsi di detenuti di rilievo, tanto che, esaminando con i dirigenti socialisti i
 

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nominativi da proporre per eventuali atti di clemenza, Guiso suggerì di prendere in considerazione membri effettivi di gruppi terroristici piuttosto che detenuti meritevoli soltanto sotto il profilo umanitario.
Guiso aggiungeva di essere convinto che il processo all'onorevole Moro si sarebbe concluso rapidamente, perché "i tempi dell'organizzazione non sono gli stessi del mondo politico".
Il 21 aprile l' "Avanti" pubblicava un articolo di fondo nel quale si affermava che vi era l'imperativo di salvare la vita di Moro ma che, nello stesso tempo, lo Stato non poteva rinunciare a far rispettare le leggi della Repubblica. L'articolo continuava affermando: "Non si può porre perciò un problema di scambio di prigionieri che si scontrerebbe, oltre che contro ragioni di principio, anche contro ostacoli insuperabili di carattere tecnico e giuridico. Non si può neppure porre un problema di trattativa formale tra lo Stato ed i rapitori dell'onorevole Moro". Dopo aver affermato che potevano tuttavia esistere margini, sia pure esigui, capaci di consentire, fuori da questi ostacoli insuperabili, di ottenere la liberazione di Moro, l' "Avanti" concludeva affermando che in una società democratica "i principi devono essere al servizio degli uomini, non gli uomini al servizio di principi astratti ".
Lo stesso giorno la Direzione del PSI emetteva un comunicato nel quale si ribadivano i concetti già espressi dall' "Avanti" e si aggiungeva: "Non è il momento delle polemiche che potrebbero investire le responsabilità delle condizioni in cui lo Stato e la società si trovano ad affrontare un rischio sconvolgente, una minaccia eversiva, responsabilità di ordine diverso di forze politiche e di governo, ma non è neppure il momento di dichiarazioni demagogiche. La giustizia per le vittime di ieri e la difesa di chi può essere vittima oggi non sono in contraddizione. Ciò che si può fare o agevolare ai fini della liberazione di Aldo Moro deve essere fatto o agevolato. Non è questione di uno scambio di prigionieri, per il quale non esiste un presupposto di principio e nessuna oggettiva possibilità pratica, ma ora non è neppure accettabile - e per parte nostra non è accettato - una sorta di immobilismo pregiudiziale e assoluto genericamente motivato che porta ad escludere persino la ricerca di ogni ragionevole e legittima possibilità. Tra gli estremi del cedimento al ricatto e del rifiuto pregiudiziale possono esistere altre vie, che in diverse forme, diversi Stati democratico non hanno esitato ad esplorare. Che ciò si faccia nelle drammatiche circostanze che si sono determinate è la ferma richiesta del Partito socialista".
La polemica cominciava così a prendere corpo e andavano delineandosi, via via sempre più nettamente, due diverse posizioni: quella definita della fermezza e quella favorevole alla trattativa.


3 - La linea della fermezza

 


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4 ) La linea della trattativa.

Come si è detto, la proposta che prese corpo al congresso del PSI fu quella di saggiare le reali intenzioni delle BR circa la sorte dell'onorevole Moro. Di fronte all'avvocato Guiso che si dichiarava in grado di accertare gli intendimenti delle BR e di esplorare le possibili vie per la liberazione dell'onorevole Moro, il PSI non poteva che manifestare il suo interesse e la sua- disponibilità a favorire questo tentativo, senza che ciò provocasse di 157

per sé reazioni negative. Infatti, l'azione dell'avvocato Guiso non fu in alcun modo intralciata ma, come già riferito, favorita con la concessione di numerosi colloqui anche con detenuti che, come Curcio, non erano suoi difesi.
Peraltro i risultati dell'iniziativa di Guiso furono del tutto deludenti, anche se il professionista cercò in ogni modo di accreditarsi come autorevole intermediario. In realtà, egli non godeva affatto di personale prestigio nei confronti dei capi BR, peraltro Curcio ed i suoi compagni non erano assolutamente interessati ad una trattativa che non avesse come base lo scambio dell'onorevole Moro con i brigatisti detenuti. Da tempo i brigatisti in carcere rimproveravano ai nuovi capi delle BR di non fare nulla di concreto per la loro liberazione. Dopo il fallimento dei progetti di evasione appoggiati dall'esterno le critiche si erano fatte sempre più aspre e, proprio al fine di placarle, era stato assicurato ai detenuti che presto sarebbe stata compiuta un'azione clamorosa diretta a tal fine.
I brigatisti in carcere avevano vissuto, fino al 16 marzo, nell'attesa, venata di scetticismo, per un evento che avrebbe potuto finalmente dischiudere loro le porte del carcere.
Né, d'altra parte, i contatti con l'esterno erano possibili, giacché proprio in quei giorni i brigatisti ritennero di non avvalersi dei canali tradizionali, costituiti dai familiari, per il timore che le forze dell'ordine fossero impegnate a seguire i movimenti di chi accedeva al carcere in visita ai brigatisti prigionieri. Tanto che si giunse perfino al rifiuto dei "colloqui".
Buonavita, che agli incontri con Guiso partecipò, ha raccontato di essere stato, alcuni mesi prima di via Fani, dissuaso da Curcio dal mettere in atto un tentativo di evasione proprio perché l'organizzazione avrebbe presto fatto qualcosa di grosso per porre la questione dei prigionieri.
Buonavita ha detto che i reclusi erano dell'opinione che il problema andasse posto in modo generico, parlando di prigionieri politici senza fare nomi, sia per evitare ripercussioni negative tra gli eventuali esclusi, sia perché lo stesso riconoscimento dell'esistenza in Italia di prigionieri politici avrebbe costituito un successo rilevantissimo. Durante i colloqui con Guiso essi non potevano che allinearsi sulla posizione ufficiale delle BR con le quali, peraltro, in quel periodo non potevano avere contatti per le ragioni suesposte. Inoltre essi non si ritenevano abilitati a condurre alcuna trattativa che competeva agli autori del sequestro. Gli obiettivi che, comunque, essi ritenevano dovessero raggiungersi erano la disarticolazione dello Stato e la liberazione dei prigionieri.
A suo avviso, poi, dal momento in cui avessero reso pubblico l'elenco dei brigatisti da liberare, non vi era più possibilità di trattativa per condizioni meno onerose. Raffrontando il gruppo dirigente delle BR nel 1978 con il vecchio gruppo storico, Buonavita ha detto che "la sensibilità politica dei dirigenti (del 1978) era diversa e si dava molto più peso al carattere militare dello scontro e molto meno peso alla politica, alle contraddizioni che si potevano aprire".
Infine, Buonavita ha escluso che sia Curcio, sia gli altri brigatisti reclusi fossero contrari all'uccisione di Moro, essendo convinti tutti che la sorte del prigioniero dovesse dipendere dalle possibilità che si fossero aperte di disarticolazione dello Stato e di liberazione dei prigionieri.
Il gruppo dirigente del PSI, che certamente si sentiva impegnato a fare il possibile per salvare la vita di Moro, ma che ugualmente riconosceva l'impercorribilità della via dello scambio cosi come veniva concepito dai
 

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brigatisti prigionieri, si rese ben presto conto dell'inidoneità di Guiso a trovare una via d'uscita concreta.
L'onorevole Signorile ha dichiarato alla Commissione: "Sulla base di quanto diceva Guiso ci formammo l'opinione che Curcio ci dava - uso questo termine improprio - una indiretta consulenza nel senso di interpretare o capire le cose che venivano fuori, senza però che fosse in grado di darci alcun segnale concreto con cui farci orientare. Questa era la nostra convinzione".
Si pensò quindi alla possibilità di avvalersi di altri intermediari capaci di giungere, direttamente o indirettamente, ai detentori dell'onorevole Moro senza più utilizzare i detenuti.
La tesi del PSI era che uno Stato democratico ha, innanzitutto, il dovere di salvaguardare la vita di ogni cittadino e che, quindi, ogni strada andasse esplorata ed ogni tentativo messo in atto, anche a costo di operare qualche modesto "strappo" alla legalità pur di giungere allo scopo.
Ha detto l'onorevole Craxi alla Commissione: "Gli Stati forti trattano; gli Stati deboli si arroccano". Ed ancora: "La nostra posizione, almeno la mia, è sempre stata quella che scontava una non grave lacerazione del tessuto giuridico, escludeva una grave lacerazione". Ma l'onorevole Craxi ha anche riconosciuto di essere stato nel suo intimo convinto che per raggiungere lo scopo che egli si proponeva sarebbe stato necessario andare oltre: "Di fronte ad un'opinione pubblica e ad uno schieramento di partiti tutto contrario - egli ha detto - non è che noi potevamo dire: occorre una grave lacerazione nel tessuto giuridico per poter arrivare ad un compromesso e ad una concessione. No; bisognava dire: occorre che non si facciano gravi lacerazioni nel tessuto giuridico. Perché, diversamente, non si poteva raggiungere lo scopo".
La posizione socialista faceva riferimento ai precedenti che in Italia si erano registrati con la liberazione di guerriglieri palestinesi, rilasciati benché responsabili di gravissimi reati, nonché ai precedenti verificatisi in altri paesi, anche se l'accostamento risultava improprio, giacché in nessuno dei casi citati l'attacco era stato proprio rivolto alle istituzioni democratiche allo scopo di sovvertirle.
I dirigenti socialisti, peraltro, non negavano il pericolo che si potesse così diffondere la pratica dei sequestri di persona, ma ritenevano che tra un pericolo potenziale e lontano e quello concreto ed immediato, si dovesse intanto fronteggiare il secondo ' prima che fosse troppo tardi.
L'azione del PSI trovava naturalmente il consenso e l'incoraggiamento dei familiari dell'onorevole Moro e dei loro più intimi amici, i quali - ed è del tutto comprensibile - ponevano la sorte del loro caro al centro di ogni valutazione. Consenso alla posizione socialista fu espresso anche da gruppi di intellettuali e da un movimento di cui si fece portatore, in particolare, il quotidiano "Lotta Continua". Per contro, anche all'interno del PSI si levavano voci, tra le quali quella autorevolissima dell'onorevole Sandro Pertini, preoccupato per gli sbocchi, ai quali avrebbe potuto portare, se realizzata, una trattativa con le BR o, comunque, l'abbandono di una posizione di fermezza.
La Commissione ha chiesto all'onorevole Signorile se esistessero anche interessi di carattere partitico, anche in relazione ad un'intervista da lui concessa ad un settimanale (1) secondo la quale la posizione assunta dal

(1)Vedi "L'Europeo" del 28 ottobre 1980.
 

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PSI "fu al tempo stesso istintiva e meditata; andando contro corrente nel caso Moro, non solo compivamo una azione sacrosanta, ma potevamo costruire in tempi brevissimi una immagine autonoma del partito come era nelle nostre intenzioni. Speravamo anche nella conquista di un certo spazio politico".
L'onorevole Signorile ha chiarito di avere inteso dire che i dirigenti del PSI, pur essendosi posti il problema del proprio isolamento rispetto alle altre forze della maggioranza, convennero di non doversene preoccupare non considerandolo dannoso.
Ad incoraggiare i dirigenti del PSI nella insistente ricerca di una contropartita accettabile per le BR e non eccessivamente onerosa per lo Stato, furono certamente i colloqui che essi intrattennero con Lanfranco Pace e Franco Piperno. Attraverso tali personaggi, i dirigenti del PSI ritenevano di poter fare pervenire i loro messaggi ai detentori dell'onorevole Moro. Lo dice la segretezza che avvolse tali iniziative, delle quali la magistratura fu informata molto tempo dopo e solo al momento dell'incriminazione di Pace e Piperno; lo dice, soprattutto ed inequivocabilmente, il fatto che a Pace fosse affidata la ricordata frase in codice ("misura per misura") che avrebbe dovuto essere inserita in una lettera autografa di Moro per ricavarne la prova della sua esistenza in vita.
E che Piperno e Pace abbiano incoraggiato i socialisti nel loro convincimento che fosse possibile trovare un'intesa con le BR per la salvezza di Moro, è ugualmente incontrovertibile, anche se entrambi precisarono che solo un'iniziativa della DC, che significasse un riconoscimento delle BR da parte dello Stato, avrebbe potuto aver successo.
Non si può certo far carico ai dirigenti del PSI della distorta visione della realtà loro offerta da Piperno e Pace. I socialisti non potevano infatti sapere che i due erano si in contatto con le BR, ma soltanto con quella parte della colonna romana, risultata minoritaria, che stava conducendo una battaglia politica tendente a dimostrare che per la lotta armata era più conveniente il rilascio che l'assassinio dell'onorevole Moro. Pace e Piperno mantennero, infatti, come è naturale, un atteggiamento estremamente ambiguo, negando, nei loro colloqui con i dirigenti del PSI, ogni loro rapporto diretto con le BR, facendo discendere le loro opinioni sui possibili sbocchi non da una "conoscenza" della situazione, ma da loro "analisi".
E tuttavia, se la frase in codice doveva uscire dalla prigione dell'onorevole Moro, doveva necessariamente prima arrivarci. E Pace, anche se ritenne la cosa difficile, non rifiutò l'incarico, affidatogli dall'onorevole Craxi, di far pervenire il messaggio ai brigatisti.
La cautela e l'evasività di Pace giunsero persino a far dubitare l'onorevole Craxi di avere trovato l'uomo giusto, tant'è che egli se ne lamentò con il senatore Landolfi, il quale però, di fronte alla delusione espressagli dal segretario del suo partito riconfermò l'utilità del colloquio.
Né i dirigenti socialisti potevano avere notizia dell'avvenuto pronunciamento di tutte le colonne BR in favore dell'esecuzione dell'onorevole Moro; soprattutto non potevano immaginare l'inconsistenza politica dei massimi dirigenti delle BR.
Invero non erano soltanto i socialisti a ritenere che un'intelligente gestione politica del sequestro avrebbe potuto portare ad una soluzione incruenta. Ma, dopo la caduta dei capi storici delle BR, i nuovi dirigenti si
 

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sarebbero rivelati tanto capaci sul piano organizzativo e militare, quanto rozzi su quello politico ed ideologico. Lo testimonia, oltre che il giudizio di Buonavita già ricordato, il fatto che quando si trattò di dare dignità politica alla barbara decisione di sopprimere l'onorevole Moro, non furono coloro che avevano detenuto e assassinato lo statista a stendere il documento, ma gli uomini del carcere, essendosi i primi rivelati incapaci di farlo.
Gli argomenti che furono opposti a Morucci, che invano cercava di convincere gli altri brigatisti della convenienza per la lotta armata di rilasciare Moro, risultano illuminanti. Lo stesso Morucci li ha così riferiti alla Commissione:
"andava imposto un salto qualitativo e organizzativo al movimento nel suo complesso, cioè bisognava imporre al movimento come unica scelta possibile la scelta della lotta armata, la scelta delle armi.
Questa era la motivazione principale oltre al fatto che, ovviamente, non avendo né la DC, né lo Stato riconosciuto la realtà delle BR non dal punto di vista diplomatico, ma dal punto di vista politico, si dovesse necessariamente determinare questa forzatura, questo salto. Infatti il movimento, in quel periodo, era ancora soggetto ad infatuazioni insurrezionaliste, ad infatuazioni movimentiste, spontaneiste che erano contrarie alla scelta delle BR, che sempre e comunque hanno ribadito in tutti i documenti ufficiali un durissimo attacco nei confronti dell'Autonomia e nei confronti di chiunque sosteneva che fosse possibile, in quelle condizioni, far politica senza le armi ".


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5) La difficile posizione della DC. L'atteggiamento degli altri partiti.

Particolarmente delicata e difficile era la posizione della Democrazia cristiana. Colpita in uno dei suoi leader più prestigiosi, che era anche presidente del partito, allora direttamente e più di altri impegnato nella gestione della politica di solidarietà nazionale, la DC, come partito di maggioranza relativa, aveva le principali responsabilità nel Governo e nelle istituzioni, la cui tenuta doveva garantire.
Riunita in permanenza da subito dopo l'agguato del 16 marzo, la sua Direzione centrale operò per tutti i cinquantacinque giorni del sequestro preoccupandosi che fossero salvaguardati "lo Stato democratico e le sue istituzioni, le sue leggi e le sue esigenze", e tuttavia nel convincimento che, nel rispetto dei principi costituzionali e nella piena salvaguardia delle prerogative dello Stato repubblicano, fosse necessario non lasciare inesplorata nessuna strada né disattesa alcuna possibilità di restituire Aldo Moro alla famiglia, al Paese, al partito. A tale fine essa ricercò iniziative esterne che, per autorevolezza o anche solo per efficacia, potessero essere risolutive del grave problema.
Ma essa non deviò mai dalla linea concordata con gli altri partiti e con il Governo, e mai interruppe i contatti con gli altri partiti, la cui solidarietà anzi fu continuamente ed esplicitamente sollecitata. La posizione della DC fu sempre assunta in piena autonomia ed in nessuna occasione fu influenzata da altre forze politiche. L'ipotesi di un condizionamento esterno è stata fermamente smentita dall'onorevole Zaccagnini e nulla di diverso è emerso dalle deposizioni di tutti i leaders politici ascoltati.
Era evidente che i terroristi, insistendo sull'equiparazione DC-Governo
 

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e sollecitando la trattativa soprattutto con la DC, tentavano di rompere l'unità interna di quel partito, e soprattutto la coesione delle forze che si erano espresse a favore della linea di solidarietà nazionale: e tale disegno andava decisamente sventato.
La Direzione della DC, ancora il 13 aprile, approvava all'unanimità un documento di conferma della linea della fermezza fino ad allora seguita; ma ribadiva altresì il convincimento che, nel rispetto dei principi costituzionali e nello piena salvaguardia delle prerogative dello Stato repubblicano, fosse necessario non lasciare inesplorata nessuna strada, né disattesa alcuna possibilità di liberare l'onorevole Moro. Anche di fronte al comunicato n. 6 delle Br, che ne annunciava la condanna a morte, sul "Popolo" del 16 aprile si esprimeva la comune disponibilità delle forze democratiche a fare tutto il possibile, a non lasciare nulla di intentato per salvare la vita dell'onorevole Moro, nel rispetto dell'ordinamento.
Si giunse così ad aprire ai brigatisti la prospettiva di atti di clemenza. "In ogni caso la Repubblica - disse testualmente l'onorevole Zaccagnini attraverso le forze che la esprimono, dinanzi alla restituzione in libertà di Aldo Moro ed a comportamenti che indicassero una svolta nell'uso della violenza avrebbe saputo certamente trovare forme di generosità e di clemenza coerenti con gli ideali e le norme della Costituzione".
L'onorevole Zaccagnini ha dichiarato alla Commissione che la Democrazia cristiana ritenne di dover agire secondo la sua ispirazione ideale di partito garante della libertà e della democrazia, a sostegno dello Stato inteso come comunità di cittadini e delle istituzioni come strumento di servizio e di crescita degli stessi.
Questa linea fu assunta in serena coscienza, pur divisi tra il tenacissimo legame di affetto e di convinzioni ideali con Aldo Moro e il sentimento di responsabilità nazionale che implica il dovere di rispondere, per l'oggi e per l'avvenire, della libertà e della sicurezza dei cittadini, tutti ugualmente esposti al pericolo della violenza e del terrorismo.
E tuttavia furono perciò esplorate con impegno tutte le soluzioni che non comportassero una violazione della Costituzione.
Anche il PCI sosteneva che si dovesse tentare ogni strada per salvare a vita del Presidente democristiano, a condizione che ciò non comportasse violazione delle leggi fondamentali dello Stato o il riconoscimento politico delle BR. Cedere al ricatto liberando uno o più detenuti in violazione delle leggi avrebbe infatti incoraggiato le organizzazioni terroristiche a nuovi e sempre più gravi ricatti e inferto un durissimo colpo alla tenuta dei corpi dello Stato e delle forze dell'ordine impegnate nella lotta al terrorismo. Così, il 23 aprile, chiudendo a Firenze il congresso dei giovani comunisti, l'onorevole Berlinguer affermò di "condividere non solo l'ansia accorata per la vita dell'onorevole Aldo Moro ma ogni altro appello, ogni altra iniziativa umanitaria volta a restituirlo ai suoi affetti".
I comunisti non mossero obiezioni all'appello rivolto dal Papa, né ai contatti con la Caritas e con Amnesty, mentre concordarono sull'impraticabilità della iniziativa sollecitata alla Croce Rossa, peraltro dichiaratasi indisponibile per l'assenza di un indispensabile presupposto: il riconoscimento della qualità di belligerante delle BR.
A giudizio dell'onorevole Berlinguer la condotta del PSI si rivelò dannosa proprio in quanto ruppe il fronte delle forze democratiche, lasciando in travedere possibilità di cedimento.

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Dell'eventuale liberazione di detenuti appartenenti ad organizzazioni terroristiche, oltre a quello che si sapeva dai giornali, l'onorevole Berlinguer ha detto di avere avuto notizia in un colloquio del 2 maggio con l'onorevole Craxi, presenti l'onorevole Vincenzo Balzamo e il senatore Edoardo Perna.
La disponibilità del PSDI a intraprendere tutte le iniziative e a percorrere le strade che potessero portare alla liberazione dell'onorevole Moro, con il preciso limite che esse non implicassero il riconoscimento, sotto qualsiasi forma, del terrorismo e il cedimento dello Stato in una trattativa su un piano di parità con i terroristi, è stata riferita dall'allora segretario, onorevole Romita.
Egli ha pure informato la Commissione di un colloquio da lui avuto, all'incirca a metà di aprile, con l'avvocato genovese Giovanni Battista Gramatica, con il quale avviò un discorso di possibili contatti con difensori di detenuti terroristi al fine di conseguire la liberazione dell'onorevole Moro in cambio di alcune contropartite.
L'onorevole Romita chiarì l'esigenza che non si scendesse ad una trattativa su un piano di parità, e suggerì che vi fosse da parte dei terroristi una dichiarazione di rinunzia, di resa allo Stato democratico. Il discorso quindi si sarebbe potuto avviare solo con la certezza che un'eventuale trattativa rappresentasse il punto conclusivo dell'attività terroristica contro lo Stato.
Di questo tentativo l'onorevole Romita informò il Presidente del Consiglio.
L'avvocato Gramatica ha riferito che egli telefonò all'avvocato Arnaldi, che difendeva alcuni brigatisti al processo di Torino. Tali contatti non furono concludenti, in quanto Arnaldi tendeva a sottolineare di essere soltanto un avvocato e non risultava in grado di dare tempestive risposte. D'altro canto, l'onorevole Romita proponeva di pensare alla liberazione all'estero di un uomo politico vicino alle BR o simpatizzante, con una operazione tipo Corvalan, oppure allo scioglimento delle Brigate Rosse, o alla loro rinuncia alla banda armata. La proposta, riferita all'avvocato Arnaldi, venne respinta e non se ne fece più nulla.
Dal canto suo, l'onorevole Biasini, all'epoca segretario del Partito repubblicano, ha fatto presente che, per i repubblicani, l'assunzione della posizione della fermezza non era giustificata tanto dal timore delle ripercussioni negative che la linea della trattativa avrebbe potuto avere sulle forze dell'ordine, ma soprattutto dalla scelta prioritaria della tutela della dignità dello Stato. Infatti, quando si ventilarono ipotesi di trattativa con i terroristi, non ad opera dello Stato ma di altre istituzioni, come Amnesty International o la Croce Rossa, il Partito repubblicano restò molto diffidente e addirittura inviò un telegramma, abbastanza risentito, allo stesso Kurt Waldheim quando questi, con il suo intervento, sembrò quasi mettere sullo stesso piano le Brigate Rosse e lo Stato italiano.
Secondo il segretario del Partito liberale, onorevole Zanone, occorreva fare tutto il possibile per liberare il sequestrato, e tuttavia era necessario mantenersi entro limiti di legalità: non già per una parossistica statolatria, ma per rispetto dei diritti umani di tutti i cittadini che sono vittime potenziali del terrorismo.
Uscire dalla legalità avrebbe infatti creato una serie di pericoli maggio-
 

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ri di quelli in atto in quel momento: la successione dei comunicati confermò che proprio questo i terroristi volevano ottenere. Quindi per la via del cedimento non si sarebbe raggiunto un risultato utile.


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6) Il drammatico svolgersi degli avvenimenti.

Il 17 aprile le due prestigiose organizzazioni internazionali della Caritas e di Amnesty lanciavano appelli per la vita dell'illustre prigioniero.
Ma l'avvocato Guiso era in grado di far presente che le Brigate Rosse non intendevano accogliere richieste meramente umanitarie e che la stessa posizione del PSI, nei termini in cui veniva condotta, non appariva convincente.
Il 18 aprile veniva rinvenuto il comunicato del Lago della Duchessa e il 20 successivo il già ricordato comunicato n. 7.
Incaricato dall'onorevole Craxi, il professor Vassalli cercò - tra gli altri possibili interventi - di individuare quei detenuti affiliati alle BR o ai NAP o ad altre formazioni consimili, nei cui confronti potessero essere prospettati interventi liberatori nel rispetto della legge. Dopo aver interpellato avvocati difensori e vagliato materiale offertogli dalla direzione del suo partito e da altri, il professor Vassalli riassunse l'indagine in alcuni appunti riguardanti la posizione delle nappiste Franca Salerno e Maria Pia Vianale, dell'anarchico Pasquale Valitutti, della brigatista Paola Besuschio e di altri.
Quella del 21 aprile fu una giornata importante nella ricerca di una soluzione positiva della vicenda.
La delegazione della Democrazia cristiana, in risposta ad un pressante appello della famiglia Moro, rivolto al partito e al governo, per salvare la vita dello statista prigioniero, indicava, con un comunicato ufficiale, la Caritas Internationalis - che aveva già manifestato piena ed incondizionata disponibilità - come uno strumento rispondente alla necessità di individuare possibili vie per indurre i rapitori dell'onorevole Moro a restituirlo in libertà.
Sempre il 21 aprile interveniva l'alto messaggio del Pontefice, che sottolineava una particolare ed impegnata disponibilità della Chiesa cattolica ad adoperarsi come tramite di iniziative umanitarie. L'appello sollecitava un segnale in questa direzione da parte dell'organizzazione terroristica.
Nello stesso giorno la direzione del PSI emanava il comunicato già citato.
Il 24 aprile il comitato di esperti del PSI era riunito nello studio dell'onorevole Craxi quando si ebbe notizia del comunicato n. 8 delle BR che avanzava la richiesta della liberazione di tredici detenuti, indicati nominativamente. Tranne che per la Besuschio, nessuno dei nominativi indicati coincideva con quelli sui quali i giuristi socialisti avevano portato l'attenzione. Il comunicato fu considerato dai socialisti chiaramente provocatorio.
Anche a seguito di ciò, il PSI ipotizzò un'iniziativa autonoma dello Stato, fondata su ragioni umanitarie, da praticarsi nell'ambito delle leggi repubblicane. L'onorevole Di Vagno, uno dei componenti il comitato di giuristi socialisti, accennò ad un intervento diverso dalla liberazione di prigionieri: grazia, liberazione condizionale, sospensione della pena, eliminazione delle carceri speciali e di misure contrastanti con lo spirito della riforma carceraria. Il dottor Buondonno, che era in servizio presso il Mini-
 

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stero di grazia e giustizia, fu richiesto dal PSI di reperire precise notizie sulla posizione dei terroristi detenuti. L'attenzione si concentrò su Paola Besuschio e, in un secondo tempo, su Alberto Buonoconto.


7 - L'ipotesi di un'autonoma iniziativa dello Stato

 


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8) Lo scambio "uno contro uno".

Il 29 aprile, nel corso di una riunione di giuristi socialisti, l'avvocato Vincenzo Siniscalchi insistette particolarmente sulla posizione di Alberto Buonoconto, suo assistito, che era in condizioni di salute particolarmente critiche, tali da giustificare la libertà provvisoria. A Buonoconto, secondo il professor Vassalli, tale beneficio poteva essere concesso legittimamente.
Il 30 aprile, il dottor Sereno Freato consegnava all'onorevole Craxi una lettera autografa dell'onorevole Moro nella quale lo statista rivolgeva al segretario del PSI una esortazione: "Sono qui a scongiurarti di continuare, anzi, di accentuare la tua importante missione". L'onorevole Moro chiedeva anche: "Da che cosa si può dedurre che lo Stato va in rovina se una volta tanto un innocente sopravvive e, a compenso, un'altra persona va, invece che in prigione, in, esilio?".
Ricollegandosi alla frase attribuita a Curcio "dialettizzatevi con Moro", il gruppo di lavoro del Partito socialista interpretò la lettera nel senso che Moro invitava a fare ogni sforzo per liberare uno solo dei tredici detenuti già indicati dai brigatisti.
Il prigioniero evidentemente sapeva qualcosa a proposito dell'iniziativa socialista apparsa sulla stampa il 27 aprile. Certo, non poteva riferirsi alla proposta delle BR contenuta nel comunicato n. 8 giacché il PSI l'aveva respinta; era quindi chiaro che l'invito era non già ad aderire all'ultimatum del comunicato n. 8, bensì a fare ogni sforzo per liberare anche una sola persona; ovviamente una persona che i brigatisti potessero considerare qualificata. La lettera di Moro fu così valutata alla stregua di un comunica-
 

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to delle BR, senza considerare che i terroristi, trasmettendo il messaggio del prigioniero, non assumevano alcun impegno, mentre si garantivano il vantaggio del suo effetto dirompente.
Lo stesso 30 aprile, su invito dell'onorevole Craxi, il professor Vassalli si recava al Quirinale per informare il Presidente Leone e il dottor Franco Bezzi, segretario generale della Presidenza della Repubblica.
Il 2 maggio, nella sede della Democrazia cristiana, si incontravano la delegazione della DC, che seguiva quotidianamente la drammatica vicenda, ed una delegazione del Partito socialista guidata dall'onorevole Craxi. Quest'ultimo, sulla scorta dei lavori del suo comitato di giuristi, riferiva su alcune ipotesi di un gesto autonomo dello Stato.
Secondo l'onorevole Craxi al termine della riunione le posizioni sembravano convergere. Poi la delegazione DC, a seguito di una breve consultazione interna, comunicò che, restando acquisiti i risultati positivi cui era pervenuto l'incontro, preferiva redigere un proprio comunicato.
In effetti la delegazione della Democrazia cristiana, dopo aver consultato tutti i partiti della maggioranza, affidava l'iniziativa socialista al governo, affinché esaminasse le concrete possibilità nel rispetto dell'ordinamento ed escludendo ogni trattativa con gli autori della strage di via Fani e del sequestro dell'onorevole Moro.
Poche ore dopo la Presidenza del Consiglio affermava in un comunicato che l'invito al governo di approfondire la soluzione umanitaria adombrata dal PSI avrebbe avuto un seguito nella riunione del Comitato interministeriale per la sicurezza convocato per i giorni successivi. Osservava peraltro che era "nota la linea del Governo di non ipotizzare la benché minima deroga alle leggi dello Stato e di non dimenticare il dovere morale di rispetto del dolore delle famiglie che piangono le tragiche conseguenze dell'operato criminoso degli eversori".
Nel frattempo era stata resa pubblica una lettera dell'onorevole Moro alla Democrazia cristiana contenente la richiesta di convocare il consiglio nazionale e la ribadita proposta di uno scambio di prigionieri. Secondo il dottor Rana, l'onorevole Moro si era reso conto che le BR erano divise, e perciò riteneva che un fatto come la convocazione del consiglio nazionale desse la possibilità di procrastinare la decisione e di aumentare il numero degli incerti. Perciò il 5 maggio lo stesso dottor Rana chiedeva in modo esplicito all'onorevole Zaccagnini un incontro. L'onorevole Zaccagnini ha precisato che si discusse spesso sull'opportunità di convocare il consiglio nazionale della DC, ma unanime fu l'opinione che esso potesse essere controproducente per la liberazione dell'onorevole Moro; in effetti, le sue deliberazioni avrebbero potuto irrigidire le posizioni e rendere più ristretto il margine di manovra. Il 4 maggio veniva comunque annunciata la convocazione della direzione centrale della DC per il 9 maggio, per discutere i problemi in generale e per ribadire la volontà di ricercare tutte le possibili vie che, nell'ambito della legalità costituzionale, risultassero possibili. In quell'occasione si sarebbe anche deciso sull'eventuale convocazione del consiglio nazionale. Il 5 maggio arrivava il comunicato n. 9, che qualificava le proposte umanitarie come manovre per gettare fumo negli occhi e confermava che i brigatisti avrebbero proseguito sulla loro strada "eseguendo la sentenza".
Intanto, un più approfondito esame della posizione della Besuschio portò alla conclusione che non era possibile proporre la sua liberazione per 167

l'esistenza di un secondo mandato di cattura derivante da una nuova e diversa imputazione.
Assumeva così rilievo l'ipotesi Buonoconto. Nel frattempo la richiesta di un atto di clemenza da parte dello Stato era stata sollecitata dalla famiglia Moro e dall'arcivescovo di Firenze.
In quei giorni l'avvocato Manzari, già stretto collaboratore dell'onorevole Moro, aveva incontrato il professor Vassalli per esporgli una sua interpretazione della Convenzione di Ginevra ai fini di un possibile intervento della Croce Rossa, e, in quell'occasione, era stato informato dal professor Vassalli della possibilità di liberare Buonoconto.
Nel pomeriggio del 6 maggio Manzari richiese ulteriori informazioni, che trasmise telefonicamente ad un funzionario del Ministero di grazia e giustizia perché ne informasse il ministro Bonifacio.
Come primo segno di buona volontà, e sempre nella speranza che la cosa potesse positivamente influire sulle decisioni delle BR, fu intanto disposto il trasferimento di Buonoconto dal carcere di Trani a quello di Napoli, città ove risiedeva il suo medico di fiducia.


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9) La ricerca di possibili intermediari.

L'onorevole Signorile, vice segretario del PSI, che, come ricordato nel capitolo VIII, già a metà aprile si era incontrato con Franco Piperno, in casa del direttore dell'Espresso Livio Zanetti, presente il giornalista Mario Scialoja, tornò ad incontrare l'esponente di Autonomia il 5 maggio.
L'onorevole Signorile ha spiegato quegli incontri con la necessità di approfondire lo studio dei messaggi e della condotta delle BR con una persona che, per il particolare tipo di cultura e per la dimestichezza con gli ambienti estremisti e con il loro linguaggio, potesse meglio capire le reali intenzioni delle BR.
Piperno - ha dichiarato alla Commissione l'onorevole Signorile - con la logica tipica della sinistra extraparlamentare, tendeva ad identificare la DC con lo Stato e con il Governo e, partendo da questa premessa, riteneva che fosse necessario l'intervento di un autorevole esponente della DC che significasse, di fatto, una trattativa con le BR e, quindi, un riconoscimento delle BR stesse. Appariva perciò chiaro che non poteva essere il PSI l'interlocutore di una qualsiasi trattativa.
Il PSI doveva intervenire nei confronti della DC per ottenere che essa si impegnasse in questo senso. Nell'incontro del 5 maggio, Piperno espresse anche l'avviso che si era ormai ai tempi stretti e che si dovesse quindi intervenire con la massima urgenza. Così, il giorno successivo, l'onorevole Signorile chiese ed ottenne un incontro con il senatore Fanfani.
L'onorevole Signorile ha sottolineato come, all'epoca, nessuna imputazione e nessun sospetto gravavano su Pipemo ed ha affermato che neppure la successiva pubblicazione su "Metropoli" del famoso fumetto che raffigurava anche il colloquio Signorile-Fanfani, fino ad allora rimasto segreto, lo indusse a sospettare il vero ruolo di Piperno.
Come si è accennato, il 6 maggio l'onorevole Craxi incontrava, per iniziativa del senatore Landolfi, Lanfranco Pace, di cui il parlamentare
 

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socialista era da tempo amico. Sembra poco credibile che l'incontro tra il senatore Landolfi e l'ingegner Pace, che fu all'origine del successivo incontro tra quest'ultimo e l'onorevole Craxi, sia stato del tutto casuale, come il senatore Landolfi ha affermato. Né il parlamentare socialista ha dato una spiegazione convincente del motivo che lo indusse a provocare l'incontro con il segretario del suo partito e che non sarebbe stato - nella versione dei fatti da lui fornita - quello di utilizzare Pace per contattare le BR.
Anche Pace insistette con l'onorevole Craxi sulla necessità di esercitare maggiori pressioni per ottenere un'iniziativa della DC; spiegò che il gerundio "eseguendo" contenuto nel comunicato delle BR non significava "avendo eseguito"; dichiarò che i tempi erano tuttavia ristrettissimi. Chiese all'onorevole Craxi quale fosse l'orientamento del senatore Fanfani e se questi fosse quindi disponibile per un'iniziativa. Il segretario del PSI, come già ricordato, affidò al suo interlocutore il messaggio in codice "misura per misura".


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10) Gli ultimi tentativi.

Il 6 maggio l'onorevole Signorile si recò dal senatore Fanfani, Presidente del Senato ed altresì autorevole esponente della DC. Secondo Signorile, questi, in colloqui privati, aveva palesato nei confronti della posizione socialista un atteggiamento di comprensione che, senza discostarsi dalle posizioni ufficiali della DC, poteva tuttavia determinare all'interno di essa effetti utili ai fini dell'iniziativa che i socialisti sollecitavano. Signorile, gli riferì perciò che, a quanto gli risultava da contatti avuti - egli non fece il nome di Piperno, né Fanfani pose domande in proposito - esisteva una possibilità di effettuare uno scambio tra l'onorevole Moro ed un "prigioniero comunista".
Il senatore Fanfani fece presente che il problema riguardava le autorità competenti dello Stato, ma a queste egli non avrebbe mancato di riferire quanto era stato portato a sua conoscenza. L'onorevole Signorile ribadì che poteva essere di immediata utilità una pubblica dichiarazione di Fanfani che facesse intendere come la DC riduceva la propria opposizione ad una ipotesi di "scambio". Il senatore Fanfani replicò di non poter pregiudicare la libertà di decisione sia del Governo sia della DC, e l'onorevole Signorile non insistette, raccomandando comunque di fare qualcosa. Il senatore Fanfani pensò allora di sentire qualcuno dei membri del partito disponibili a fare una dichiarazione che potesse ottenere l'effetto di non far precipitare la situazione, ed a tal fine telefonò al Presidente del gruppo dei senatori DC, senatore Bartolomei, in quel giorno ad Arezzo.
La sera stessa, ed il giorno dopo, agenzie di stampa e giornali pubblicarono la dichiarazione del senatore Bartolomei. Questi dichiarò in un discorso a Montevarchi (1) che, per l'efficace difesa dell'ordinamento democratico, restava dovere indeclinabile rispettare in ogni caso la Costituzione e le leggi. Naturalmente, questo dovere non impediva la ricerca delle cose ancora possibili che risultassero utili a ridare la libertà all'onorevole Moro. In questo quadro la DC aveva sollecitato il Governo ad esaminare la praticabilità delle varie iniziative prospettate per la liberazione di Moro.

(1)Vedi "Il Popolo" dell'8 maggio 1978.
 

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Una presa di posizione del genere fu giudicata utile anche se, probabilmente, non sufficiente per ottenere l'auspicata dilazione dell'esecuzione dell'onorevole Moro.
Il Presidente Fanfani avvertì quindi la Presidenza della Repubblica della conversazione avuta con l'onorevole Signorile, dato che questi lo aveva informato che il professor Vassalli sarebbe stato in condizione di indicare qualche persona che poteva, nel rispetto della legge, essere eventualmente "scambiata" con l'onorevole Moro.
Domenica 7 maggio il professor Vassalli incontrò ancora il Presidente Leone per esaminare la posizione della Besuschio, e nella mattinata dell'8 maggio veniva presentata l'istanza di libertà provvisoria per Buonoconto.
La sera dell'8 maggio, l'onorevole Craxi manifestava al senatore Fanfani la sua viva preoccupazione che la situazione potesse precipitare. Ribadiva che, mentre auspicava l'approfondimento del problema giuridico dello scambio, fosse quanto mai utile, per non dire indifferibile, qualche manifestazione, pubblica di attenuato rigore da parte della DC. Il Presidente Fanfani gli fece presente che il giorno successivo si sarebbe riunita la direzione della DC e gli assicurò che, in quella sede, avrebbe invitato ad un approfondimento di una così grave questione. Pertanto chiedeva all'onorevole Craxi se gli risultava che l'onorevole Moro fosse ancora in vita e quegli convenne sull'opportunità di tale accertamento, pur senza fornire indicazioni sulle possibili fonti di informazione.
Il 9 maggio, mentre era in corso la seduta della Direzione DC, l'annuncio del ritrovamento del corpo senza vita dell'onorevole Moro troncava brutalmente ogni speranza e concludeva nella maniera più dolorosa la tragedia iniziata cinquantacinque giorni prima.


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11) Conclusioni.

Dall'esame di tutti gli elementi acquisiti nel corso dell'indagine, la Commissione ritiene che, al di là delle forzature polemiche che da una parte e dall'altra sono state operate, sia oggi possibile trarre alcune serene conclusioni sulla contrapposizione che si determinò, durante i cinquantacinque giorni, tra le forze politiche, in ordine alla linea da tenere.
Vanno ricordate le preoccupazioni, certo non infondate, che condizionarono pesantemente l'iniziativa del Governo e dei partiti che con esso solidarizzarono, perché tacendole non sarebbe possibile descrivere il clima di quei giorni e le roventi polemiche che si svilupparono proprio per affermare o negare la loro validità: gli avvenimenti risulterebbero incomprensibili. Va peraltro riconosciuto che le ipotesi su quel che sarebbe potuto accadere nei mesi e negli anni successivi ove lo Stato avesse tenuto, nel corso della vicenda Moro, un diverso atteggiamento, sono tutte legittime.
Alla Commissione non spetta dire una parola definitiva su quale sarebbe stato il futuro del Paese nel caso fosse prevalsa la tesi della trattativa con le BR.
Ma sugli avvenimenti e sui comportamenti delle forze politiche la Commissione ritiene di poter formulare le seguenti osservazioni:
1) Il pieno accordo tra DC, PCI, PRI, PSDI, PLI e PDUP, mantenuto durante i cinquantacinque giorni sul principio del non cedimento al ricatto dei terroristi orientò la società civile ad isolare politicamente i terroristi,
 

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dette forza e fiducia a coloro che nelle istituzioni si battevano coraggiosamente contro l'offensiva terrorista e creò le premesse per la sconfitta del progetto eversivo e per la condanna dei responsabili.
2) Gli unici elementi sui quali si fondò la speranza dei dirigenti del PSI di giungere ad un risultato positivo furono l'interpretazione della lettera dell'onorevole Moro nella quale si ipotizzava uno scambio di uno contro uno come un messaggio proveniente dalle BR e il fatto che, dopo l'ultimatum delle quarantotto ore, le BR non avessero proceduto all'esecuzione.
3) Gli stessi dirigenti socialisti erano convinti che proposte capaci di aprire realmente un varco alla trattativa avrebbero potuto essere realizzate solo a costo di gravi violazioni della legalità, improponibili all'opinione pubblica e non accettate dal governo e dagli altri partiti.
4) Le BR erano interessate a disarticolare lo Stato, a colpire nell'onorevole Moro sia la DC che il progetto politico portato avanti dallo stesso Moro, ad elevare il livello dello scontro ed a soddisfare la pressante richiesta di liberazione che loro proveniva dagli autorevoli compagni incarcerati. Non dimostrarono quindi alcun interesse per le proposte formulate dal PSI, né fecero pervenire ad esso alcun segnale della loro disponibilità.
5) Il timore che piccole concessioni potessero predisporre la opinione pubblica ad attendersi la liberazione dell'onorevole Moro, e forse anche la prospettiva che la frattura verificatasi all'interno della colonna romana potesse allargarsi, per una crescente pressione dell'arca dell'Autonomia, della quale Morucci e Faranda sostenevano le tesi, finirono per accelerare l'esecuzione non appena si profilò la concreta possibilità di un atto di clemenza da parte dello Stato.
6) L'ipotesi di una trattativa non determinò alcun mutamento di fondo nell'orientamento prevalente delle BR, che fu sempre rivolto a concludere la vicenda con l'esecuzione, mentre sembra aver influito sulla durata del sequestro, che era stato inizialmente previsto molto lungo al fine di sfruttarne tutta l'efficacia destabilizzatrice.


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Osservazioni dell'onorevole Stefano Rodotà alla Relazione di maggioranza (Gruppo Misto - Indipendente di Sinistra)
 
 

A proposito del giudizio espresso nel capitolo primo sulla esperienza di governo del periodo 1976-78 si dichiara di non condividere la valutazione positiva di quella esperienza e si osserva che quel giudizio politico non rientra strettamente tra le competenze proprie della Commissione ed appare irrilevante ai fini della ricostruzione delle motivazioni del rapimento e dell'assassinio dell'onorevole Aldo Moro.  Quel che rileva ai fini dell'inchiesta, infatti, è la rappresentazione soggettiva di quella esperienza che si può ritenere propria delle Brigate Rosse, non l'opinione della maggioranza dei membri della Commissione.
A proposito della ricostruzione complessiva del fenomeno terroristico, e più in particolare del tipo di rapporti esistenti tra Brigate Rosse e Autonomia, si osserva che:
a) tale ricostruzione appartiene alla seconda parte dell'inchiesta, che la Commissione ha correttamente inteso tener distinta dalle risposte ai quesiti proposti dalla legge istitutiva in relazione al rapimento e all'assassinio dell'onorevole Moro ed alla strage della sua scorta;
b) proprio in considerazione del dato formale appena richiamato, la Commissione aveva rinviato lo svolgimento di una serie di autonomi accertamenti tendenti ad acquisire elementi di giudizio su aspetti anche fondamentali del fenomeno del terrorismo di destra e di sinistra in Italia;
c) accade, di conseguenza, che ricostruzioni e giudizi sono in alcuni casi formulati in maniera eccessivamente sintetica e sommaria, talora in forma assertiva non adeguatamente sorretta da accurate analisi dei fatti (si vedano, ad esempio, le pagine relative al fenomeno del terrorismo e dell'eversione nel citato capitolo primo);
d) più specificatamente, la presentazione dei rapporti tra le Brigate Rosse e Autonomia organizzata (a parte i riferimenti ad elementi di fatto che attendono ancora una verifica in sede processuale e che, quindi, avrebbero dovuto essere riferiti e adoperati con maggiore cautela) viene fatta in maniera tale da farli apparire come rapporti tra entità entrambe omogenee.  Ora, se l'unicità del progetto e dell'organizzazione è certamente sostenibile a proposito delle Brigate Rosse, elementi raccolti da questa Commissione mostrano variazioni notevoli dei moduli organizzativi e operativi delle diverse entità indicate sinteticamente con la formula "Autonomia organizzata".  In questa direzione, ad esempio, vanno indicazioni molteplici, raccolte
 

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soprattutto in relazione al gruppo romano di Autonomia, alle cui caratteristiche, per ragioni inerenti all'oggetto della prima parte dell'inchiesta, la Commissione ha rivolto in maniera più approfondita la sua attenzione.  In questa prospettiva, per esemplificare ulteriormente, non appaiono sostenute da adeguati elementi di fatto, le affermazioni che pongono sullo stesso piano le posizioni di Scalzone, Negri e Piperno, mentre solo la posizione di quest'ultimo è stata adeguatamente approfondita dalla Commissione.
A proposito del capitolo decimo, si osserva che le conclusioni sono espresse in forma eccessivamente schematica e sommaria e che una maggiore prudenza deduttiva sarebbe stata opportuna nella utilizzazione delle indicazioni fornite da alcuni "pentiti" a proposito dell'istituto Hyperion di Parigi.

Osservazioni relative ai capitoli III e IV.

1. Poiché più volte, nel corso delle audizioni e in passi della stessa Relazione, si accenna a ritardi culturali , che avrebbero impedito agli apparati dello Stato di giungere con strumenti adeguati alla fase in cui più duro si manifestò l'attacco terroristico, si ritiene opportuno formulare le osservazioni seguenti, che s'intendono riferite ai capitoli III (Le indagini di polizia: risultati e problemi) e IV (L'attività della magistratura inquirente), peraltro condivisi nella loro ricostruzione dei fatti, di cui tuttavia si vuol qui indicare una ulteriore e più netta linea interpretativa.
Basta consultare le tre relazioni presentate al Parlamento dal ministro dell'Interno "sull'attuazione delle misure finanziarie straordinarie per il potenziamento e l'ammodernamento tecnologico dei servizi per la tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica", per rendersi conto dell'inadeguatezza drammatica dei mezzi materiali a disposizione delle forze di polizia.  A tale inadeguatezza si comincia a far fronte con provvedimenti legislativi parziali solo nel luglio del 1977: ma si deve arrivare al 1979 per trovare stanziamenti e avvii di piani d'intervento in grado di adeguare le capacità operative delle forze di polizia alla realtà individuata dai fenomeni terroristici.
Su queste indicazioni cronologiche conviene riflettere.

2. La giustificazione corrente di impreparazioni e disattenzioni viene ricercata in una sorta di ritardo culturale, che fece sottovalutare caratteri e ampiezza del terrorismo. La perentorietà di questa affermazione è contraddetta dal fatto che, proprio con la giustificazione della crescita del terrorismo e della criminalità comune, già nel periodo tra il 1974 e il 1977 si succedono provvedimenti legislativi tendenti appunto ad adeguare lo strumentario normativo ad una realtà i cui caratteri nuovi erano nettamente percepiti, anzi fortemente enfatizzati, come si può ricavare da una analisi delle relazioni che accompagnano quei provvedimenti legislativi e delle discussioni parlamentari.
Sembra, allora, possibile indicare una diversa - e assai più plausibile - linea di ricerca.  Non si fu tanto in presenza di una sottovalutazione del fenomeno terroristico e di una conseguente assenza di una qualsiasi risposta da parte dello Stato.  La risposta fu avviata, ma esclusivamente sul terreno "ordinamentale" (per usare il termine del ministro Cossiga), confor-
 

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memente ad una cultura che ritrovava nella carenza di norme, piuttosto che nell'inadeguatezza degli apparati, la debolezza dello Stato nei confronti del terrorismo.  Lo sforzo maggiore venne quindi rivolto alla messa a punto della "legislazione dell'emergenza", per la quale si contano otto provvedimenti assai significativi (a cominciare dalla cosiddetta "legge Reale") già nella fase della presunta "disattenzione" (1974-1977).  Nulla, o quasi, viene fatto nel medesimo periodo per l'adeguamento degli apparati, malgrado esplicite segnalazioni in questo senso da parte di chi criticava la linea dell'inasprimento del sistema penale non solo dal punto di vista del restringimento degli spazi di libertà, ma pure da quello dell'efficienza.
Né si può sostenere che questo fosse soltanto un abbaglio dei legislatori, visto che da parte degli alti quadri della polizia, nello stesso periodo, vengono formulate richieste sostanzialmente analoghe.
Le condizioni reali in cui operavano i corpi di polizia, invece, venivano messe in evidenza soprattutto da persone e gruppi che cercavano di mostrare come una strategia antiterroristica richiedesse una logica di riforme capaci di investire e rinnovare gli stessi apparati. Il da questi ambienti, in primo luogo dai gruppi che danno vita al movimento per la riforma della polizia, che vengono ripetutamente segnalate le condizioni in cui realmente opera il corpo degli agenti di pubblica sicurezza: nel 1978 la forza effettiva ammonta a 68.927 persone su un organico di 84.450 unità (14.523 posti vacanti); inoltre, solo il 16% del personale effettivamente in servizio (quindi poco più di 1 1.000 uomini) è impiegato nella lotta contro la criminalità e il terrorismo; più della metà degli appartenenti al corpo di pubblica sicurezza possiede solo la licenza elementare e la loro preparazione professionale è del tutto insufficiente.
Un diverso, ma altrettanto significativo, esempio delle distorsioni determinate da un'ottica che privilegiava in modo ossessivo il momento dell'inasprimento legislativo, può essere ritrovato nella vicenda della carcerazione preventiva.  Giustificato con la necessità di impedire la scarcerazione di persone pericolose per effetto della durata eccessiva di istruttorie e processi, l'allungamento dei termini della custodia preventiva finisce con il distogliere l'attenzione dall'urgenza delle riforme processuali e dell'adeguamento delle relative strutture, aggravando anche la situazione carceraria.  Anche in questi settori, quindi, l'inasprimento della legislazione surroga una politica degli apparati.
D'altra parte, i più lunghi termini di custodia preventiva peggiorano ulteriormente la situazione carceraria, accrescendo l'affollamento dei diversi penitenziari.  Anche qui l'intervento si snoda unicamente lungo la linea repressiva: incarico al generale Dalla Chiesa per la sicurezza esterna delle carceri, dopo le polemiche seguite ad un periodo di evasioni e di mancati rientri dai permessi concessi in base alla legge di riforma penitenziaria del 1975 (le relative cifre provocano una messa a punto polemica del Consiglio superiore della magistratura nei confronti del Presidente del consiglio dell'epoca, Giulio Andreotti); creazione delle carceri speciali; generalizzazione del regime "differenziato" previsto dall'articolo 90 dell'ordinamento penitenziario.  Viene, invece, trascurata la riforma del corpo degli agenti di custodia, e il piano di edilizia penitenziaria risulta in gravissimo ritardo.
Si può concludere che una seria politica degli apparati è stata gravemente ritardata da una "cultura" che ha privilegiato l'inasprimento delle risposte legislative e amministrative.
 

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3. Una distorsione dell'analisi può essere determinata pure da una accettazione della tesi, già ricordata, secondo cui gli apparati dello Stato si ritrovarono "senza occhi e senza orecchie" proprio nel momento più delicato, quello della strage di via Fani.  Il riferimento, evidentemente, è alla situazione dei servizi di sicurezza e, almeno nelle intenzioni di alcuni, si carica di significato negativo verso la riforma del 1977, che avrebbe smantellato uno degli apparati più importanti per l'azione antiterroristica.
Ora, a parte gli intenti polemici che possono spiegare l'enunciazione di quella tesi, il problema reale è rappresentato da una esatta ricognizione del ruolo dei servizi di sicurezza lungo l'intera vicenda del terrorismo italiano, dal 1969 in poi, senza isolare momenti particolari o riferimenti di comodo. Tra l'altro, questo è pure l'unico modo serio per individuare le ragioni vere della situazione in cui i servizi di sicurezza vennero a trovarsi nel 1978, le cui responsabilità non possono certo essere occultate con polemiche pretestuose su smantellamenti dei servizi coscientemente perseguiti da "riformatori-distruttori".
Nella direzione di una riforma muovevano già le conclusioni della Commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Sifar; e la spinta verso un radicale riordinamento dei servizi veniva da ciò che alcuni avevano definito "deviazioni", altri individuavano come un vero e proprio ruolo eversivo.  La riforma, però, non può essere assunta come uno spartiacque tra i comportamenti tenuti da questi particolarissimi apparati.  Ci sono vicende che scavalcano quell'evento e sono rivelatrici di alcune costanti nella linea tenuta dai servizi di sicurezza.
Senza inseguire i mille rivoli delle ipotesi affacciate a proposito dei ruoli dei servizi in molteplici vicende di terrorismo nero e rosso, è sufficiente richiamare il dato rappresentato dal puntuale emergere della loro presenza in circostanze chiave della storia del terrorismo (in particolare di quello di destra).Tracce più o meno rilevanti di azioni dirette o di coinvolgimenti dei servizi si ritrovano in pratica in tutte le decisioni giudiziarie che riguardano fatti di terrorismo (nero soprattutto) dalla strage di piazza Fontana fino a quella della stazione di Bologna. A questo si deve aggiungere, dopo la riforma, il coinvolgimento di un alto dirigente dei servizi in una fuga di documenti che riguardava Marco Donat-Cattin, allora latitante; il ruolo a dir poco determinante giocato da uomini dei servizi in occasione del sequestro dell'assessore Ciro Cirillo; l'episodio delle inesatte informazioni fornite a questa Commissione dal ministro della Difesa Lagorio, a proposito dei contatti intervenuti tra servizi segreti israeliani e Brigate Rosse, inesatte informazioni evidentemente fornite al ministro dai servizi. E - ultima, ma davvero non minore considerazione - non può essere certo trascurato il fatto che l'intero vertice dei servizi di sicurezza riformati risultava iscritto alla loggia massonica P2, insieme ad altri quadri elevati degli stessi servizi, dell'esercito, delle forze di polizia.
Dall'insieme di questi elementi (e qui sono stati ricordati soltanto quelli più vistosi) risulta evidente la necessità di rivolgere l'attenzione ai servizi di sicurezza partendo dalla realistica considerazione che si tratta di apparati che, almeno in alcuni uomini o settori, hanno offerto coperture al terrorismo, quando non sono stati addirittura implicati direttamente in attività di tipo terroristico.  E' qui, dunque, che va ricercata la radice della "impreparazione" o della indisponibilità dei servizi in momenti determinanti per la lotta al terrorismo.
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4. Per valutare il grado di preparazione e le dinamiche interne agli apparati di polizia, è opportuno ricordare qui alcuni episodi diversamente rivelatori delle modalità operative e organizzativi di tali apparati. I due episodi più significativi, ampiamente analizzati nella relazione, riguardano le perquisizioni effettuate in via Gradoli e gli accertamenti in via Montalcini. In entrambi i casi può essere certamente proposta la spiegazione della ridotta capacità professionale di coloro i quali diressero le operazioni di polizia.  In entrambi i casi, però, il grado di "approssimazione" appare così alto da giustificare interpretazioni che mettono in evidenza come l'impreparazione o sia stata deliberatamente al servizio di un interesse a non spingere le indagini fino in fondo; o rappresenti soltanto la copertura di una utilizzazione distorta di capacità professionali peraltro esistenti.  Affiora così un altro dei possibili criteri di lettura della inadeguatezza o impreparazione degli apparati: quello, cioè, di una utilizzazione "pilotata" delle carenze della organizzazione di polizia (problema che si propone anche per la perquisizione nella tipografia Triaca).
E' innegabile, infatti, che tali carenze vi fossero.  Basta qui ricordare come dai libretti personali degli agenti di scorta di Aldo Moro, assassinati in via Fani, non risulta che venissero effettuate le esercitazioni settimanali di tiro, contrariamente a quanto hanno riferito alla Commissione il dottor Parlato e il dottor Zecca; e come i dati raccolti dalla Commissione confermino che il mitra in dotazione agli stessi agenti fosse assai probabilmente inservibile.  D'altra parte, proprio da una delle relazioni del Ministro dell'Interno sul potenziamento e l'ammodernamento delle forze di polizia (quella presentata alle Camere il 9 maggio 1980) risulta che solo nel 1980 venne messo a punto un piano per la costruzione di 43 nuovi poligoni di tiro (intanto, le forze della polizia di Stato utilizzarono parzialmente le disponibilità in questo settore dell'Arma dei carabinieri, che aveva avviato assai più tempestivamente un piano di ammodernamento, come risulta dalle informazioni fornite alla Commissione).
Più analitica attenzione merita un'altra vicenda, che si colloca in una zona anch'essa non decifrabile in maniera univoca.  Già nel pomeriggio del 16 marzo 1978 viene diffuso un bollettino delle ricerche della Direzione generale di pubblica sicurezza-Criminalpol, contenente l'invito a ricercare un certo numero di persone, di cui sono allegate le fotografie.  La diffusione dì queste foto anche attraverso la stampa e la televisione provocò all'epoca più di una polemica, soprattutto perché nell'elenco erano comprese due persone già in carcere e due fotografie si riferivano alla stessa persona, sia pure con nomi diversi.  Da questo si trasse immediatamente spunto per ironizzare pesantemente sul "cervellone" del Viminale, accreditando ulteriormente la tesi dell'impreparazione.
Riflettendo più analiticamente su questo episodio, si può però disporre di qualche elemento di giudizio meno sommario.  L'esistenza nell'elenco di foto di persone già in carcere e la duplicazione della foto di una stessa persona indicano con chiarezza la mancanza di coordinamento tra le diverse forze di polizia, che sicuramente costituisce una delle chiavi fondamentali per la spiegazione di molta parte delle questioni riguardanti gli apparati.  Ma l'attenzione deve essere portata sulle altre foto, poiché oggi siamo in grado di renderci conto del fatto che esse indicavano uomini delle Brigate Rosse effettivamente implicati nell'assalto di via Fani (basta qui ricordare i nomi di Mario Moretti e di Prospero Gallinari).
 

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Da questa constatazione possono essere tratte due conclusioni, tra loro divergenti.  Si può concludere che quei nomi e quelle foto, tratti dagli schedari della Criminalpol, fossero stati indicati in modo abbastanza casuale, trattandosi di persone schedate a causa dei loro precedenti, ricercate per gravi reati e sospettate di appartenere alle Brigate Rosse.  Se si muove da questo punto di vista, si può parlare di pura coincidenza, che non dimostra una reale conoscenza da parte delle forze di polizia dell'organizzazione delle Brigate Rosse.
Se, invece, non ci si ferma alla sbrigativa constatazione di una casuale coincidenza, si può concludere almeno che l'immagine di apparati "senza occhi e senza orecchie" non corrispondeva ad una realtà in cui materiali conoscitivi erano già stati accumulati.  Rimane così aperto l'interrogativo intorno al modo in cui veniva utilizzato quell'insieme di materiali, e intorno alla esistenza di adeguati strumenti per la loro gestione.
Questo interrogativo rimanda ai problemi aperti dallo smantellamento di due strutture che, proprio sul piano operativo, avevano dato prova di elevata professionalità e preparazione nella lotta al terrorismo in momenti che precedono la fase di sua massima espansione, quella degli anni 1976-80.  Si tratta dell'Ispettorato generale per l'azione contro il terrorismo, affidato al dottor Emilio Santillo; e del Nucleo speciale di polizia giudiziaria creato a Torino dall'Arma dei carabinieri e affidato al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Entrambe queste strutture vengono create nella primavera del 1974, stagione in cui si verificano due gravissimi fatti di terrorismo, la strage di piazza della Loggia a Brescia ed il rapimento del giudice genovese Mario Sossi.  Ed entrambe hanno un destino comune, quello di uno scioglimento non facilmente spiegabile.  Dopo aver condotto importanti operazioni (si pensi soltanto all'arresto di Curcio), il Nucleo di Torino viene, infatti, smobilitato,, disperdendosene l'esperienza.
Per l'Ispettorato contro il terrorismo, lo scioglimento viene spiegato con un argomento formale: l'entrata in vigore, nel 1977, della legge di riforma dei servizi, che escludeva appunto l'esistenza di organismi con compiti informativi fuori dagli schemi organizzativi e dalle responsabilità previste dalla riforma. Ma la ragione formale e la plausibilità stessa dell'argomento vengono contraddetti dalla costituzione, con decreto del ministro dell'Interno del 31 gennaio 1978, dell'Ufficio centrale per le investigazioni generali e le operazioni speciali (Ucigos).  I compiti di tale ufficio - "trattazione degli affari relativi all'espletamento delle funzioni di polizia di sicurezza e di polizia giudiziaria per la tutela della sicurezza dello Stato e per la lotta al terrorismo e alla sovversione, anche coordinando l'attività degli organi territoriali" - appaiono in evidente contrasto con quanto dispone già l'articolo 1 della legge 24 ottobre 1977, n. 801, dove si afferma che "al Presidente del consiglio dei ministri sono attribuiti l'alta direzione, la responsabilità politica generale e il coordinamento della politica informativa e di sicurezza nell'interesse e per la tutela dello Stato democratico e delle istituzioni poste dalla Costituzione a suo fondamento".  Sia per i suoi fini, sia per la sua collocazione nell'ambito della Direzione generale per la pubblica sicurezza del ministero dell'Interno, dunque, l'Ucigos non appare in linea con la logica della riforma, e la sua costituzione rende non più spiegabile lo scioglimento dell'Ispettorato contro il terrorismo e la dispersione del patrimonio di conoscenze e di professionalità dei suoi cento investigatori.
 

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La logica delle gestioni fuori dagli stessi schemi legislativi è destinata a proliferare.  E' del 1978 la creazione di un nucleo speciale diretto dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa: per più di un anno non si riesce neppure a conoscere il testo del decreto istitutivo di tale nucleo, peraltro mai reso noto ufficialmente (il ministro dell'Interno non ha ancora risposto ad una interrogazione parlamentare in materia dell'estate del 1979).  Anzi, è risultato alla Commissione che il testo del decreto non era stato neppure comunicato ai prefetti.  Non si può, tuttavia, condividere il giudizio espresso dalla Relazione, nel capitolo terzo, secondo cui a quel decreto non sarebbe possibile "muovere alcun rilievo o censura", trattandosi di "decisione politica", poiché un fatto del genere non è certo idoneo a far venir meno il contrasto tra quell'atto e la disciplina vigente in materia.
In conclusione, si ritiene di dover richiamare l'attenzione sui fatti seguenti:
a)lo scarto tra insistenza sugli aspetti 'ordinamentali' (legislazione dell'emergenza) e sottovalutazione degli aspetti organizzativi, privilegiandosi i primi anche là dove era evidente la loro scarsa efficacia nella lotta al terrorismo (è il caso, tra gli altri, del fermo di polizia);
b)l'esistenza di logiche interne agli apparati di polizia e di sicurezza visibilmente contrastanti con la volontà proclamata di lotta al terrorismo;
c)la possibile gestione politica delle inefficienza esistenti (o 'procurate') all'interno di quegli apparati.

5. Un accenno dev'esser fatto anche al ruolo di un altro apparato, quello giudiziario, il cui modo d'operare lungo l'intera vicenda Moro è efficacemente ricostruito nel capitolo quarto.  Qui si vuol soltanto mettere in evidenza come la somma delle disattenzioni sia tale da legittimare l'impressione che un più incisivo intervento dell'apparato giudiziario sia stato considerato piuttosto come un fattore di disturbo in una vicenda che si preferiva gestire attraverso canali diversi.  Si tratta, comunque, di fatti di tale gravità che avrebbero meritato lo svolgimento di un'inchiesta da parte del ministero competente e dell'organo di autogoverno della magistratura.

6. Nel paragrafo 10 del capitolo terzo si sottolinea che Patrizio Peci non è stato in grado o non ha voluto dare elementi utili alla localizzazione. della "prigione" dell'onorevole Moro.  Qui si ipotizza una reticenza da parte di Peci: ed è bene che sia stato fatto, poiché uno degli elementi più sconcertanti dell'inchiesta condotta dalla Commissione si ritrova sicuramente nel fatto che più di un "pentito" (Peci, Savasta), dopo essersi mostrato a conoscenza di infiniti dettagli di vicende e azioni a cui pure non aveva partecipato personalmente, diveniva improvvisamente sprovvisto di minimi ricordi o informazioni via via che ci si avvicinava al cuore del caso Moro.


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Considerazioni sulla relazione di maggioranza presentate dall'onorevole Eliseo Milani (Gruppo parlamentare del PDUP)
 

La relazione redatta a conclusione di questa prima fase dei lavori della Commissione doveva rispondere e risponde ad uno solo dei compiti assegnati dalla legge istitutiva.  Non si è infatti voluto tracciare un quadro esauriente e sufficientemente documentato del fenomeno terroristico in Italia, ma solo indagare su questioni e avvenimenti direttamente connessi con la strage di via Fani, il sequestro e l'assassinio di Aldo Moro.  Ciò ha naturalmente comportato un'analisi dei movimenti e delle organizzazioni operanti sul terreno della lotta armata, sempre però con la duplice attenzione di non anticipare giudizi e sentenze della magistratura e di non affrettare conclusioni di ordine generale che avrebbero richiesto una più approfondita indagine, che sarà appunto oggetto della seconda parte dell'inchiesta parlamentare.
Il ruolo assegnato alla Commissione parlamentare era comunque un ruolo politico: l'accertamento di fatti e circostanze è sempre stato funzionale all'individuazione di responsabilità politiche, ovvero ad analizzare i comportamenti dei diversi soggetti - formazioni terroristiche, organizzazioni o personaggi comunque operanti sul terreno della violenza politica, apparati dello Stato, forze politiche - coinvolti a qualsiasi titolo nella vicenda.
A nostro giudizio la mole di lavoro svolta dalla Commissione, la serietà dell'impegno investigativo, e la collaborazione della maggior parte delle persone e degli uffici interrogati hanno consentito di presentare una relazione che - per la parte espositiva - si può definire senz'altro valida e sufficientemente esaustiva (sempre però ricordando i precisi limiti di questa prima parte dell'indagine); d'altra parte la Commissione non è riuscita (né forse ciò era pienamente possibile) a sciogliere tutti gli inquietanti interrogativi che circondano il più grave delitto politico compiuto dalle Brigate Rosse (e quindi restano aperte e senza risposta le domande sugli eventuali mandanti, sulle complicità negli apparati dello Stato, sui possibili "santuari" internazionali).  Invece - come era ampiamente prevedibile durante tutto il corso dei lavori sono emerse le differenti valutazioni politiche espresse dalle diverse parti circa gli avvenimenti esaminati e le responsabilità politiche connesse.  Queste differenti valutazioni non potevano naturalmente trovare un approdo unanime nella relazione finale, anche in ragione dei comportamenti concretamente assunti dalle diverse forze politiche durante il sequestro, dell'atteggiamento assunto anche in precedenza nei confronti del terrorismo e dell'eversione armata, e delle scelte successivamente fatte, in occasione di altre offensive terroristiche.  E' soprattutto a
 

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questo proposito che anche il PDUP ritiene di dover esprimere autonomamente alcune considerazioni conclusive.
Il serrato confronto che si è svolto in Commissione sul testo della relazione conclusiva non ha dunque chiarito a sufficienza tutti gli aspetti di cui in precedenza avevamo rilevato l'inadeguatezza.  Si può in particolare rilevare uno "scarto" tra le parti descrittive e quelle in cui sono maggiormente condensate le valutazioni politiche di ordine più generale, ed è in questo quadro che il nostro apprezzamento per il lavoro svolto dalla Commissione non ci impedisce di sottolineare con forza gli elementi di perplessità o di dissenso che la relazione può ancora suscitare.

1) Il clima in cui è maturato l'eccidio di via Fani ed il rapimento Moro.

Certamente i tragici avvenimenti della primavera 1978 non possono essere compresi e spiegati senza un riferimento sia pure a grandi linee circa i processi che si erano aperti da tempo in quello, che - con locuzione abbreviata e approssimativa - si usa definire il "partito armato".Si tratta evidentemente di uno dei punti locali dell'intera indagine: l'indiscutibile realtà del forte sviluppo che il terrorismo politico assunse nella seconda metà degli anni settanta ha infatti aperto inquietanti interrogativi circa la possibile esistenza di una "mente" capace di guidare e coordinare tutti i momenti di lotta armata, e ha animato i più gravi sospetti circa le possibili coperture internazionali del terrorismo italiano e circa le possibili connivenze all'interno degli stessi apparati repressivi dello Stato.  Molte domande sono rimaste però senza risposta.
Quanto al primo interrogativo, la Commissione non poteva e non doveva anticipare i risultati delle indagini giudiziarie.  Peraltro non appare convincente una lettura, che pure traspare in alcune pagine della relazione, secondo cui tutti i movimenti, le associazioni e le forze più o meno organizzate operanti sul terreno della lotta armata avrebbero risposto, se non ad un comando unificato, almeno ad un unico ed organico progetto di attacco alle istituzioni democratiche, svolgendo quindi compiti complementari per la realizzazione del medesimo disegno eversivo.  Questa tesi è sembrata a volte avvalorata dalle deposizioni rese dai brigatisti rossi (pentiti e non), ma non è difficile ipotizzare a questo proposito che, secondo una logica tipica del dogmatismo minoritario, i terroristi abbiano spesso nei loro scritti deformato la realtà per "adeguarla" ai loro progetti e desideri.
Un'impostazione deformata, che voglia a tutti i costi ricercare una coerenza politica ed organizzativa delle diverse aree e culture della lotta armata (che a nostro avviso non c'è mai stata, ovvero si è fermata al livello di intenzione e di progetto), può condurre a due gravi errori.  In primo luogo quello di sottovalutare le radici di effettivo malessere sociale che determinarono - soprattutto nell'inverno 1977 - imponenti movimenti di frange giovanili o - come allora si usava dire - di "emarginati": certamente gli esiti del "movimento del '77" furono assai gravi, e condussero migliaia e migliaia di giovani su un terreno di violenza politica e di contrapposizione frontale alle forze ed alle istituzioni democratiche che non è lecito sottovalutare, ma sarebbe assai superficiale negare le cause remote e vicine che determinarono, o concorsero a determinare, quell'eccezionale esplosione di carica eversiva, e ridurre tutto ad un ipotetico progetto del "partito armato".Il secondo errore che può discendere da una lettura forzatamente sem-
 

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plificata di quegli anni è paradossalmente una sottovalutazione della pericolosità di alcuni fenomeni eversivi non direttamente legati alla strategia delle Brigate Rosse. t infatti sempre bene diffidare dei "teoremi" onnicomprensivi, anche perché, quando la loro fragilità sia risultata evidente nelle sedi giudiziarie appropriata, può derivarne la conseguenza di una patente di liceità, o comunque di irrilevanza politica e penale per fenomeni, vicende ed organizzazioni che meritano invece una seria ed approfondita analisi.  Se, ad esempio, contraddice con il principio costituzionale e di civiltà giuridica della responsabilità personale ogni impostazione che voglia attribuire la diretta paternità degli "anni di piombo" a chi si limitò a teorizzare la necessità di una fuoriuscita violenta dal sistema, non si può negare che alcune di queste teorizzazioni, diventate pratica politica organizzata, indussero migliaia di giovani a scelte irresponsabili, che oggi pesano tragicamente sul corpo della società italiana, sia per le vittime innocenti che produssero, sia per il prezzo che questi giovani, magari marginalmente coinvolti nei più gravi episodi di violenza, debbono oggi pagare, costretti in carcere colpiti da gravi imputazioni, o confinati in una precaria ed angosciata libertà.
Alcuni tratti della relazione della Commissione possono poi, a nostro avviso, condurre ad un altro errore di prospettiva.  Ci riferiamo in particolare ad una lettura estremamente semplificata degli avvenimenti del '78, secondo cui il terrorismo delle Brigate Rosse avrebbe trovato ragione e paradossalmente - giustificazione in chiave di "unica opposizione organizzata" alla politica di solidarietà nazionale, quasi che contro quell'assetto politico ed istituzionale non si fossero mosse in quegli anni anche altre forze che nulla avevano a che fare con il terrorismo e la violenza politica (e ciò non fosse pienamente legittimo).  Ci fu infatti in quel periodo chi (e non parliamo solo dei brigatisti!) sostenne la tesi aberrante per cui di fronte al "regime" non sarebbe rimasto alcuno spazio per una forte opposizione politica e sociale democratica, ma ci fu anche chi - in esplicita contrapposizione con questa tesi - ritenne che l'eccezionale ampiezza della maggioranza di Governo non avrebbe comunque avuto uno stabile futuro, perché alla prova dei fatti non sarebbe riuscita a fornire risposte concrete e coerenti alla grave crisi del paese, e perché ben presto gli irriducibili contrasti tra le diverse forze politiche che formavano la coalizione ne avrebbero comunque paralizzato ogni possibilità di azione.  Di conseguenza vi furono senz'altro forze (sia pure di modesta consistenza: ma ci interessa comunque ricordare che il ruolo svolto dal PDUP e da altre formazioni minori della sinistra) che scelsero con chiarezza e nettezza di collocarsi in opposizione alla politica di solidarietà nazionale, senza per questo esitare nella fermissima condanna di ogni violenza politica e nella difesa intransigente della democrazia costruita in trent'anni di lotte dei lavoratori e delle forze più coerentemente progressiste e democratiche.  Sarebbe assai grave che una lettura "a posteriori" dei nostri "anni di piombo" portasse all'aberrante conclusione per cui ogni progetto di radicale alternativa e di trasformazione della società e dello Stato sia destinato a scendere sul terreno della lotta armata: è forse proprio questo l'elemento che può far dire - senza nessuna esagerazione "dietrologica" - che la pratica e l'ideologia del terrorismo hanno finito per colludere con gli interessi della conservazione, con la logica di chi vuol dipingere l'attuale stato di cose come immutabile, salvo l'ipotesi di una rottura degli equilibri politici attraverso la pratica armata.
 

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2) Insufficienze, limiti e responsabilità degli apparati dello Stato.

A conclusione dei lavori della Commissione sono giunte le autorevoli segnalazioni circa un possibile coinvolgimento di personaggi legati alla Loggia P2 nei tragici avvenimenti della primavera del 1978.  La Commissione d'inchiesta non ha naturalmente avuto modo di verificare il fondamento di questa ipotesi, ma non può comunque prescindere da una riflessione, pur provvisoria. t infatti noto che ai vertici dei servizi di sicurezza, delle forze di polizia, dell'Arma dei carabinieri e di numerose amministrazioni pubbliche erano collocati - proprio nel periodo di tempo abbracciato dalla nostra indagine - numerosi personaggi poi risultati negli elenchi di Licio Gelli.  Non si può quindi certamente escludere che almeno alcune delle clamorose inadempienze o delle scandalose omissioni da parte degli apparati dello Stato abbiano una loro spiegazione proprio nell'ambito dei processi di corruzione e di gestione privatistica ed occulta dei poteri pubblici determinati dall'azione della loggia P2.  Quanto poi ad un diretto e soggettivo coinvolgimento della P2 nella criminale attività delle Brigate Rosse, in questa sede potremo solo ribadire l'opinione già espressa circa la coincidenza di obiettivi tra chi mira a realizzare una svolta autoritaria e chi, con irresponsabile e cieca violenza, gli prepara il terreno: ma l'assenza di una seria indagine in materia ci impedisce di affrettare conclusioni gravi, se non a livello di semplice ragionamento politico.
Non si può d'altra parte tacere il fatto che la Commissione ha avuto limitate e tardive possibilità di far luce sul ruolo svolto dagli uomini della P2 nel caso Moro anche a causa delle resistenze che determinati ambienti politici ed economici hanno offerto ad ogni tentativo di chiarire completamente scopi, organizzazione e coperture della loggia di Licio Gelli.
La relazione della Commissione elenca in maniera dettagliata e impietosa le più incredibili vicende che danno la misura dell'impreparazione degli apparati repressivi ed investigativi, e della loro incapacità di far fronte ad un attacco terroristico di dimensioni certamente nuove, ma non per questo imprevedibili.  Così sono ricordati i gravi interrogativi ancora aperti a proposito del covo di via Gradoli, della vicenda della tipografia di Triaca, delle diverse e contraddittorie segnalazioni sulla presenza di terroristi stranieri, delle fonti di alcune "strane" segnalazioni, come quella suggerita dal professor Prodi o quella del cieco di Siena.  Assume inoltre un particolare significato la descrizione del metodo confuso e contraddittorio con cui furono avviate le ricerche ed organizzati i posti di blocco nelle ore immediatamente successive all'agguato di via Fani, pur con lo spiegamento di forze ingenti da parte dei carabinieri, della polizia e della guardia di finanza, con il coinvolgimento addirittura dei militari di leva dell'esercito.
Da questo quadro emerge con chiarezza che, prima ancora delle carenze organizzativi ed operative, è quindi il caso di sottolineare i limiti della "cultura" delle forze dell'ordine e degli apparati investigativi che - per fare solo l'esempio più clamoroso - non avevano ritenuto utile un approfondito esame dei documenti delle BR che avrebbe forse potuto aiutarli a prevedere gli sviluppi della strategia brigatista.
D'altra parte non si può non tener conto del fatto che almeno dal '74 (sequestro Sossi) le Brigate Rosse avevano dimostrato di aver scelto la strada del delitto come pratica politica, ed era almeno un decennio che il terrorismo nero insanguinava il paese senza che si registrasse negli apparati dello Stato un adeguamento di organizzazione e di strategia.
 

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Se le cose stanno così, non è possibile però fermarsi all'elencazione delle inadempienze, senza domandarsi il perché di questa incredibile deficienza.  Occorre dunque andare parecchi anni indietro per delineare la logica con cui un apparato di polizia strutturato sulle esigenze di una società arretrata, prevalentemente rurale, non è stato razionalmente rinnovato, ma è stato adattato alle necessità di controllo della conflittualità sociale ad esso demandate dal potere esecutivo.  Non si può insomma negare il legame che c'è tra l'impiego massiccio e prevalente delle forze dell'ordine per il controllo e la repressione delle lotte operaie e - a partire dal '68 - delle lotte studentesche, e l'impreparazione con cui le stesse forze si trovarono ad affrontare un terrorismo "moderno" ed efficientissimo.  Di ciò portano la responsabilità le forze politiche di Governo che - a partire dagli anni '50 (ma anche nella successiva fase del centro-sinistra) - preferirono con somma miopia concentrare l'impegno degli apparati repressivi in quella direzione, o comunque non fecero nulla per modificare la situazione.
Esistono dunque responsabilità remote, che però non possono far dimenticare le vicende più recenti quando, di fronte ad un mutamento qualitativo e quantitativo ormai evidente della criminalità politica e comune, non si volle intervenire efficacemente per elevare la professionalità investigativa delle forze dell'ordine e per dotarle di adeguate strutture materiali, e si preferì invece la strada di "leggi speciali" che introducevano strumenti - come la "licenza di sparare", implicitamente concessa dalla "legge Reale" del '75 - tanto inutili per la prevenzione e la repressione del terrorismo quanto pericolosi per i processi di deterioramento del quadro di garanzie costituzionali che potevano innescare.  Sono chiari infine i guasti che ha prodotto sulle capacità investigative della stessa magistratura una logica che ha privilegiato il ricorso a norme repressivi di chiara derivazione fascista rispetto ad una tempestiva riforma del codice di procedura penale, che avrebbe potuto snellire le procedure, abbreviare il tempo dei processi e consentire una più efficace "presenza" della magistratura nell'azione preventiva-repressiva.
In conclusione quindi, se la assenza di una "cultura del terrorismo" ha radici nel mancato processo di trasformazione degli apparati, secondo una logica che li vedeva prevalentemente destinati a finalità di controllo sociale, questa "incultura" ha favorito a sua volta la scelta di strumenti repressivi, tecnici e normativi, assolutamente inadeguati alla complessa realtà della criminalità politica degli anni settanta ed ottanta.
Una vicenda che è rimasta ancora priva di convincenti spiegazioni riguarda l'improvvido scioglimento dei primi nuclei specializzati antiterrorismo del prefetto Santillo e del generale Dalla Chiesa.  Certamente anch'esse non erano strutture del tutto all'altezza della situazione, ma resta il fatto che ad un certo punto si determinò una battuta d'arresto del primo serio tentativo di dar vita ad organismi ad alta professionalità, liberati da incombenze esulanti i compiti investigativi e diretti al conseguimento di competenze specifiche per la lotta al terrorismo politico.
Gli interrogativi più gravi riguardano peraltro il ruolo svolto dai servizi di sicurezza.  Non è infatti per niente convincente l'interpretazione che viene offerta nella relazione a proposito della loro assoluta inefficienza e dell'oggettiva non-collaborazione da essi fornita prima e durante i cinquantacinque giorni del sequestro Moro. I motivi principali sono due.
In primo luogo non ci pare dimostrabile che il SISMI ed il SISDE
 

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fossero allora inefficienti a causa della recente riforma (legge n. 801 del 1977), posto che i servizi stessi, tanto nelle precedenti "versioni" (SIFAR, SID), quanto nella successiva attività, non hanno mai smesso di trovarsi coinvolti con numerosi loro esponenti in vicende politiche tutt'altro che chiare, spesso criminose.  Se nel '78 i servizi erano "inefficienti", certo non era preferibile il SIFAR di De Lorenzo, quando schedava gli uomini politici e tramava per il colpo di Stato, né ci sembra che negli anni successivi al '78 i servizi abbiano acquistato, con l'esperienza, maggiore credibilità, se anche oggi scopriamo indizi di una probabile connivenza di settori dei servizi stessi in un vasto traffico di armi e di droga, e da pochi mesi abbiamo scoperto che gli interi vertici di questi delicati apparati erano legati alla loggia P2 e alle oscure trame di Licio Gelli.  Proprio in ragione di queste considerazioni noi non abbiamo mai condiviso la tesi delle "deviazioni" dei servizi di sicurezza, non fosse altro perché questa locuzione lascia presumere uno stato di "normalità" non deviante che non ha finora trovato riscontro nella realtà.
L'altro motivo per cui non condividiamo la spiegazione avanzata circa le carenze dei servizi di sicurezza è assai grave, ed attiene direttamente alla vicenda Moro.  Il lavoro della Commissione non è infatti riuscito a sciogliere i gravi interrogativi sulla posizione del terrorista Pisetta, collaboratore (almeno per un periodo, per esplicita ammissione dei servizi) degli stessi servizi segreti.  La triplice costituzione di Pisetta alle autorità di polizia, l'attività da lui svolta dopo la prima costituzione, in rapporto con i GAP di Feltrinelli e - forse - con le prime Brigate Rosse, l'oscura vicenda del memoriale e del contro-memoriale, l'ancor più intricata storia della sua presenza a Friburgo, della missione omicida di Buonavita, della segnalazione israeliana (pare raccolta da Mara Cagol, che non potrà più fornire chiarimenti) e delle contraddittorie smentite dei servizi italiani, e infine la presenza di Pisetta nell'elenco dei presunti componenti del comando di Via Fani, diramato dalla polizia poche ore dopo la strage, sono tutti elementi che rendono lecito ogni sospetto.  Tanto più che la vicenda di Pisetta si compie solo pochi anni dopo quella - per molti versi analoga - di Guido Giannettini, l'agente del SID coinvolto nelle più gravi pagine di sangue del terrorismo fascista.  Dalle due vicende, infatti, sorgono i medesimi interrogativi: innanzitutto sul livello di cooperazione, o al contrario di ostacolo, che i servizi di sicurezza hanno svolto nei confronti delle forze dell'ordine e della magistratura per l'accertamento della verità e la difesa delle istituzioni democratiche; in secondo luogo sull'efficacia tecnico-investigativa e sulla liceità politica e penale del largo e disinvolto ricorso all'"agente provocatore", o all'"infiltrato" come strumento principale per controllare l'attività dei gruppi terroristici; infine - ed è ovviamente l'aspetto più grave - sul nesso che può legare la presenza di uomini più o meno direttamente alle dipendenze dei servizi segreti nelle più oscure vicende della criminalità politica in Italia con l'attitudine golpista ed eversiva più volte dimostrata proprio dai vertici dei servizi di sicurezza.
La "storia" dei servizi segreti nell'Italia repubblicana deve essere in gran parte ancora scritta -. il lavoro della Commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro in verità aggiunge interrogativi inquietanti su cui non è lecito sorvolare, ma non riesce ancora a dire una parola definitiva sui metodi, sugli scopi, sulle logiche che hanno guidato per oltre un trentennio questi delicati apparati attraverso le più oscure vicende politiche del paese.
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Al nuovo Parlamento spetterà senza dubbio il compito di proseguire l'indagine in questa direzione.
Non si può infine sorvolare sul sospetto che qualcuno, investito di alte responsabilità politiche e negli apparati dello Stato, abbia in modo miope e irresponsabile sottovalutato la pericolosità del terrorismo "rosso" (come già aveva fatto con lo squadrismo e il terrorismo fascista nel periodo 1966 - 1974), magari con il cinico calcolo di utilizzarlo per fermare l'avanzata delle sinistra nel nostro paese.
Come infatti la teoria degli "opposti estremismi" servì a minimizzare la pericolosità del terrorismo di destra e della strategia della tensione, una generica iniziativa contro i "movimenti eversivi" di sinistra ebbe la conseguenza di non far cogliere la "novità" rappresentata dal terrorismo "rosso".  Come nell'un caso così nell'altro può affacciarsi il sospetto che qualcuno si sia comportato come l'"apprendista stregone", lasciando crescere indisturbati gruppi ed organizzazioni impegnati sul terreno della lotta armata e finendo col perderne ogni possibilità di controllo, accorgendosi troppo tardi dei pericoli che si stavano creando per la vita democratica e per la stessa convivenza civile.

3) I comportamenti delle forze politiche.

Giustamente la relazione ha sottolineato posizioni e atteggiamenti delle diverse forze politiche nel corso del sequestro Moro.  Ci sembra però che con troppa leggerezza si sia sorvolato su alcune questioni, eludendo di conseguenza gli interrogativi di fondo.
La semplice registrazione dei comportamenti e delle prese di posizione ufficiali è certamente indispensabile, ma è senz'altro insufficiente se porta semplicemente a catalogare partiti ed esponenti politici nel "fronte della fermezza" o in quello della possibile trattativa, senza cercare di offrire una spiegazione al perché delle differenti scelte.  Così, l'atteggiamento di ferma opposizione a qualsiasi cedimento nei confronti del terrorismo può essere diversamente interpretato nei confronti di forze o partiti che hanno coerentemente difeso le istituzioni democratiche anche contro i tentativi di involuzione autoritaria ovvero nei confronti di chi porta per intero la responsabilità di una politica dell'ordine pubblico dalle caratteristiche prima descritte: non è un caso che settori della Democrazia cristiana, che pure avevano subito con l'assassinio del loro presidente una gravissima perdita, non mantennero in altre circostanze un atteggiamento altrettanto intransigente, adattandosi persino - nel caso Cirillo - a favorire l'intermediazione di ambienti criminali.  Come pure, sempre nell'ambito di quelle forze politiche che ritennero indispensabile un atteggiamento di ferma intransigenza nei confronti delle richieste delle BR, c'è un'evidente differenza tra chi anche in quegli anni difficili - ricordò che "la democrazia si difende con la democrazia" (e tra questi vi è il PDUP) e chi invece, persistendo nella politica fallimentare degli anni precedenti, si illuse di poter difendere le istituzioni repubblicane e la convivenza civile con il ricorso a strumenti eccezionali, la "militarizzazione" dello scontro (come era d'altronde nelle intenzioni delle BR), l'imposizione al paese di una forte stretta autoritaria.
Come dunque è necessario distinguere e sottolineare le differenze anche tra quelle forze politiche che pure si richiamarono tutte ad una scelta di
 

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"fermezza", non è possibile far di ogni erba un fascio a proposito dei tentativi e delle proposte per avviare una trattativa con i sequestratosi di Aldo Moro per giungere alla liberazione dell'ostaggio.  Se infatti non si ha ragione di dubitare delle alte ragioni morali che indussero numerose personalità di livello internazionale a lanciare appelli ai terroristi per salvare la vita di un uomo prigioniero di un commando criminale, assai maggiori perplessità suscitano le posizioni "umanitarie" di chi esplicitamente affermò di muoversi anche per tagliarsi uno spazio di iniziativa autonoma nell'ambito della maggioranza di solidarietà nazionale, ovvero di chi cinicamente tentò di costruirsi un'immagine contrapposta al "regime dei partiti".
D'altra parte le testimonianze rese da Valerio Morucci alla Commissione (e il comportamento assunto dalle BR anche in altre occasioni: ad esempio quando, nel corso del rapimento D'Urso, fu barbaramente assassinato il generale Galvaligi) hanno confermato che l'esito del sequestro di Aldo Moro era per i terroristi già scontato, e solo una gravissima lacerazione della legalità avrebbe potuto offrire una contropartita sufficiente per la vita dell'ostaggio.  Lo spazio per una trattativa si sarebbe dunque ridotto per l'assoluta necessità da parte delle BR di vedere riconosciuto un proprio ruolo nella dialettica politica del paese (e questa tesi è stata lucidamente espressa in numerosi articoli della rivista Metropoli) e la convivenza democratica avrebbe ricevuto un colpo esiziale dalla forte legittimazione della violenza politica che ne sarebbe derivata.
Sarebbe d'altronde grave eludere un secondo nodo problematico, relativo alla collocazione degli atteggiamenti assunti dalle diverse forze politiche nel corso della vicenda Moro in un quadro di riferimento che tenga conto delle posizioni precedentemente adottate nei confronti dell'area del terrorismo (e delle sue molteplici "varianti") nonché degli esiti cui determinate posizioni sono giunte. Era così necessario ripercorrere - sia pure sommariamente - gli anni in cui molti pensarono di utilizzare la violenza estremista in chiave anticomunista, per dividere e disorientare vaste aree di lavoratori o di studenti impegnati nelle battaglie democratiche di quel periodo, o invece per giustificare un pesante attacco contro le conquiste del biennio '68-'69.Così pure sarebbe stato indispensabile accennare alle gravi conseguenze che furono prodotte negli anni immediatamente successivi alla vicenda Moro a causa di comportamenti incerti o ambigui nei confronti dell'offensiva terroristica: ci riferiamo in particolare al sequestro D'Urso quando, nel tentativo di ri-legittimare politicamente un gruppo dirigente ormai sconfitto, le Brigate Rosse "gestirono" una trattativa (favorita tra l'altro dal non rispetto della riforma carceraria in molti istituti di detenzione), giungendo peraltro all'assassinio di Galvaligi quando lo "Stato" tentò di forzare il gioco con il blitz nel carcere di Trani.  Tutto ciò sembra infatti confermare che solo con un completo cedimento nei confronti della strategia del partito armato, solo con una sua piena legittimazione nella dialettica politica del paese si sarebbe potuto sperare di conseguire qualche risultato concreto.  Il giudizio sulla non praticabilità della trattativa per salvare la vita di Aldo Moro nasce proprio da questi ragionamenti, e non può che confermare questa convinzione l'altra vicenda - per molti versi ancora oscura - del rapimento di Ciro Cirillo, quando la liberazione dell'ostaggio fu raggiunta attraverso l'intermediazione di ambienti criminali e dei servizi di sicurezza.
Al di là delle scelte adottate da ogni forza politica nei drammatici e
 

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convulsi giorni del sequestro Moro, si sarebbe dunque dovuta e potuta cogliere la linea da ciascuno perseguita nei confronti del terrorismo e per sconfiggere la grave minaccia per la convivenza democratica che esso generava: resta vero peraltro che anche questo aspetto sarà oggetto della seconda parte dell'inchiesta affidata alla Commissione.
Si deve infine sottolineare, per le ragioni già ricordate, la posizione assunta dal PDUP nel corso del rapimento Moro.  Fin dal 16 marzo la direzione del PDUP assunse una linea di fermissima condanna della criminale impresa delle BR, rifiutando in particolare la posizione - pur presente nell'ambito della "nuova sinistra" - secondo cui ci si sarebbe potuti schierare "né con lo Stato né con le Br".  Questo Stato - sottolineava il PDUP è certamente uno Stato percorso da gravi fenomeni degenerativi, minato nella sua stessa struttura democratica dall'occupazione trentennale del potere da parte dei medesimi partiti e personaggi: non si può però dimenticare che la Repubblica italiana è anche un quadro di regole pattuite che hanno sinora assicurato il libero dispiegarsi della dialettica politica e sociale, è anche lo Stato costruito con dure lotte dalle forze più autenticamente progressite e democratiche, difeso dalle continue minacce di involuzione autoritaria, ricco dell'esperienza di grandi movimenti che hanno dato senso all'orgoglio del "caso italiano".Nei confronti di questo Stato non può evidentemente esserci neutralità, né peraltro si può restare neutrali dinanzi alla minaccia costituita dal terrorismo "rosso", criminale per la ferocia cieca con cui affronta lo scontro politico, e avversario irriducibile soprattutto delle forze operaie e di sinistra, delle cui parole d'ordine pretende di appropriarsi e alla cui possibile sconfitta cerca concretamente di contribuire. Per il PDUP dunque, alla chiara e netta condanna del terrorismo, si doveva legare un'altrettanto intransigente difesa della democrazia, nel suo più alto significato, come metodo per la convivenza sociale e come limite invalicabile per "governare" qualsiasi situazione, fosse anche la più drammatica ed "eccezionale".

4)  Le complicità internazionali del terrorismo.

Un aspetto su cui è doveroso riconoscere gli scarsi risultati raggiunti dall'inchiesta parlamentare è proprio quello dei legami internazionali del terrorismo.  Se infatti è risultata chiara la reale matrice italiana del terrorismo "rosso" - e delle BR in particolare - escludendo quindi ogni lettura semplicisticamente "complottista" di questa drammatica pagina della storia italiana, sono certamente rimasti insoluti alcuni nodi di ambiguità, che non hanno cessato di sollevare polemiche politiche spesso strumentali (da ultimo in occasione della "questione bulgara").
Così, mentre la relazione lascia aperti gli interrogativi circa le forniture di armi dal Medio Oriente o la presenza di campi di addestramento in determinati paesi arabi o dell'Est europeo, non si dà alcuna risposta circa la scarsa collaborazione fornita dai servizi di sicurezza dei paesi alleati nella lotta contro il terrorismo, non si spiega il viavai di personaggi sospetti con la Germania o i frequenti soggiorni di terroristi in Francia; non si chiarisce il nodo assai preoccupante sul ruolo svolto in Italia da determinati servizi di sicurezza (in particolare quello israeliano) né si analizzano con il necessario approfondimento le minacce ricevute da Aldo Moro negli Stati Uniti.
 

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Ci sono in particolare due questioni che meritano un approfondimento critico.  La prima riguarda il rapporto con frange palestinesi: qui troppo spesso ci si è accontentati di espressioni ambigue, che non tengono conto né della complessa e articolata realtà palestinese (si tratta di un popolo, non di una fazione!), né dei consistenti interessi che hanno indotto in questi anni le grandi potenze a giocare spregiudicatamente tutte le proprie carte in quella tormentata parte del globo.
Non si può invece tacere il dato più grave che sembra emergere da tutta l'inchiesta e riguarda l'intrecciarsi sul nostro territorio nazionale di trame e oscure attività dei servizi segreti di mezzo mondo. Senza nulla togliere alla matrice italiana del terrorismo "rosso", e in particolare delle Brigate Rosse, non c'è dubbio che in un'operazione delittuosa della portata storica e della complessità del rapimento e dell'assassinio di Aldo Moro avrebbero probabilmente tentato di inserirsi tentativi di destabilizzazione legati a trame internazionali. Numerosi oscuri episodi sembrano confermare questo sospetto. Non c'è nulla però che dimostri un concreto impegno dei servizi italiani per far luce su questi aspetti della vicenda, e tanto meno appaiono tracce di una fattiva collaborazione dei Governi alleati per chiarire episodi, fugare sospetti, accertare particolari significativi.
Su tutto ciò la Commissione dovrà lavorare ancora molto nella seconda parte dell'indagine.
 

5) Conclusione

Il rapimento di Aldo Moro ed il suo assassinio dopo una prigionia durata cinquantacinque giorni hanno rappresentato il culmine di una organica offensiva contro lo Stato democratico, contro le conquiste dei lavoratori, contro il movimento operaio.  Come già si era verificato durante la "strategia della tensione" e in occasione dei ripetuti tentativi di involuzione autoritaria del quadro istituzionale, ciò che ha consentito al paese di reggere ad un attacco feroce e concentrico è stata la capacità di mobilitazione di larghe masse, la saldezza con cui le organizzazioni democratiche dei lavoratori hanno saputo chiamare alla vigilanza senza cedere a tentazioni in contrasto con lo spirito della Costituzione, la consapevolezza diffusa nella stragrande maggioranza dei cittadini del valore della democrazia, così come era stata raggiunta, difesa ed arricchita in trent'anni di esperienza repubblicana.  Altrettanto non si può dire per larga parte degli apparati repressivi e investigativi dello Stato: senza nulla togliere al coraggioso impegno di magistrati, agenti ed ufficiali delle forze dell'ordine, è purtroppo un fatto di drammatica evidenza che questi apparati non furono minimamente all'altezza della situazione.  Né però ci si può limitare a questa amara constatazione, perché ben precise sono le responsabilità politiche di chi nulla ha fatto per rendere lo Stato democratico più saldo e coerente nella difesa delle libere istituzioni.
La Commissione parlamentare ha voluto illustrare impietosamente le macroscopiche carenze dell'azione repressiva e investigativa in quei tragici giorni, ma ha potuto solo accennare alle responsabilità politiche di ordine più generale.  Non ha dimenticato peraltro di rilevare le incoerenze e le ambiguità che hanno contrassegnato il comportamento di alcune forze politiche nei confronti del "partito armato" e della sua pretesa di inserirsi a pieno titolo nella dialettica politica del paese.
 

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Non tutto è stato chiarito; anzi, permangono ancora molte zone d'ombra, molti interrogativi senza risposta, molti sospetti che non è stato possibile verificare.  Sarebbe grave se la volontà investigatrice del Parlamento si fermasse a questo punto, alla semplice descrizione di una pagina drammatica della storia della Repubblica, e non procedesse oltre nella consapevolezza che la democrazia si difende innanzitutto squarciando il velo di omertà, coperture e connivenza che hanno consentito alle trame del terrorismo "rosso" e "nero" di crescere e di operare con la loro sanguinosa catena di delitti.


AUDIZIONI

Deposizione di Eleonora Moro resa il 11 agosto 1980 dinanzi alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul "caso Moro". (stralci)

Presidente.
Ho già spiegato alla signora Moro che cosa significa questa audizione e che cosa comporta. La signora preferisce rispondere ad alcune domande. Se la commissione consente, comincerò io. Lei sa, signora Moro, che la legge istitutiva della commissione ci impone di rispondere a determinati quesiti, alcuni dei quali piuttosto dettagliati. Il primo riguarderebbe quali minacce, avvertimenti o pressioni sono stati ricevuti dal compianto presidente, tendenti allo scopo di fargli abbandonare l'attività politica. Vorremmo sapere se il presidente le ha mai parlato di questo genere di minacce.

Eleonora Moro.
Si.

Presidente.
Vorremmo sapere quale fosse il suo stato d'animo, se dimostrava preoccupazione e in quale misura.

Eleonora Moro.
Questa è una cosa che rimonta parecchio addietro, direi al 1975. Con precisione non saprei dire quando è cominciato; è una cosa che è venuta via via crescendo, diventando sempre più intensa e sempre più drammatica, direi.

Presidente.
Il presidente se ne dimostrava preoccupato, oppure non vi dava peso?

Eleonora Moro.
Da principio credo non avesse preso la cosa in grande considerazione; ma, piano piano, si è dovuto rendere conto che non era la solita cosa, una minaccia generica come quelle di cui spessissimo tutte le persone che hanno un filo di spazio di responsabilità si vedono far oggetto, e che questa cosa era seria. Ho sentito dire che anche a livello internazionale e nei suoi incontri come ministro degli Esteri, apertis verbis varie volte alcuni gli avessero detto che, se non smetteva questa sua idea, se non poneva fine a questo suo tentativo di portare (come si può dire?) non l'attività politica in senso stretto, ma proprio la sua linea politica, cioè l'idea che tutte le forze politiche dovessero collaborare e partecipare direttamente alla vita del paese, avere responsabilità sempre più dirette, ecc.; insomma, che questa era una cosa che doveva smettere, altrimenti l'avrebbe pagata cara. Questo gli avevano detto.

Presidente.
Sempre in ordine a questo genere di problemi ha mostrato di nutrire apprensione per possibili attentati alla sua persona o ai suoi familiari? Vi è stato un episodio?

Eleonora Moro.
Per quello che riguardava lui, quando aveva idea che una cosa andasse fatta, non c'era nessuna potenza al mondo che lo fermasse. Io ho fatto tutto quello che potevo; credo di avergli fatto passare, l'estate del 1975, come una delle più terribili della sua vita, creandogli l'inferno perché egli si ritirasse e la smettesse. E mi sono anche illusa di essere riuscita a scalfire un poco questa sua cocciutaggine; poi mi son dovuta rendere conto che non c'era niente da fare e che la nascita del suo primo piccolo nipote era stata determinante nel senso della responsabilità che un uomo, che aveva la possibilità di fare e operare quello che riteneva il bene, dovesse farlo e non potesse tirarsi indietro.

Presidente.
Vi è stato un episodio, per esempio quello dei motociclisti; lei lo sa?

Eleonora Moro.
Ma da questo momento in avanti è stato tutto un crescendo di avvertimenti, di lettere anonime, di telefonate, di segnali vari che in una certa misura, vista la mia penso naturale apprensione, mio marito cercava di non farmi conoscere, di non farmi pervenire; ma sui quali spesso l'intrattenevamo anche con Leonardi, anche per vedere che cosa si potesse fare in una situazione cosi difficile dato che quella che era la scorta, l'assistenza, la protezione erano cosi inadeguate.
Quindi lui diceva quello che succedeva, che lui stesso continuamente riferiva ai suoi superiori e che lo preoccupava, perché era una bravissima persona e faceva il suo servizio con molta dedizione e intelligenza.

Presidente.
Relativamente alla scorta, lei sa se il presidente avesse in animo di chiedere o se chiese un rafforzamento della scorta?

Eleonora Moro.
Lo fece lui moltissime volte e lo fece Leonardi continuamente con i suoi superiori, ma questa cosa non fu mai presa in considerazione.

Presidente.
Io avrei introdotto in un certo senso l'audizione della signora Moro; vediamo ora se i colleghi vogliono fare qualche domanda.

Pecchioli.
Mi consenta, signora, di cercare di approfondire un po' la prima parte della domanda, cioè quella relativa alle minacce che l'onorevole Moro ricevette prima. Lei le ha rapportate fondamentalmente alla linea politica dell'onorevole Moro.

Eleonora Moro.
Questa è la mia sensazione.

Pecchioli.
Lei non ha la sensazione anche sul tipo di provenienza di queste minacce? Da chi potevano giungere?

Eleonora Moro.
Ho l'impressione che venissero da varie parti, che non venissero da una parte sola.

Pecchioli.
Sempre da ambienti politici?

Eleonora Moro.
Si, politici.

Pecchioli.
E lei non è in grado ad aiutarci a definire un po' meglio la provenienza?

Eleonora Moro.
Mio marito era estremamente riservato, aveva il senso del "sacro" di quello che passava nella sua esperienza, nell'ascoltare la gente, nel sentire le cose; e sentiva il rispetto massimo che doveva alle persone che con lui si erano confidate, che andavano a parlargli un po' di tutto: del loro caso privato, personale e di tutte le altre cose che potevano aver sentito. Erano tante e lui aveva questo senso di profondo rispetto per queste persone; per quello che era il suo lavoro doveva fare tesoro di quello che gli era stato detto, leggere come segnali gli stati d'animo e le situazioni.
Questo soprattutto con il mondo giovanile, che lui seguiva particolarmente; che questi segnali andavano presi molto seriamente e che bisognava fare qualcosa al più presto possibile. Ma quello di andare a dire: "Il tale mi ha detto" era quasi impossibile che capitasse. Chi lo conosceva bene poteva rendersi conto da quale parte provenisse un discorso ma non era mai lui a dirlo.
Del resto, chi ha vissuto da vicino la vita del nostro paese, è raro che abbia sentito affermare da una persona, che pure ha scritto e parlato tanto, che le informazioni o i dati che aveva in mano, che elaborava nel suo dire, venissero da una parte o dall'altra.

Pecchioli.
Lei ha fatto un cenno anche ad ambienti - se ho ben capito, in caso contrario me ne scuso - internazionali.

Eleonora Moro.
Lui era ministro degli Esteri a quel tempo.

Pecchioli.
Quindi lei non esclude che queste pressioni potessero ,venire anche da ambienti fuori dal nostro paese.

Lombardo.
Signor presidente, vorrei tornare - mi scusi la signora Moro della mia insistenza - sui particolari delle minacce che, come ha detto la signora, datano fin dal 1975 e che sono collegate con la linea politica che il presidente Moro andava perseguendo con lucidità in tempi anche lunghi, ma con molta coerenza e continuità.
Lei, signora Moro, ha risposto a qualche domanda dell'onorevole Pecchioli. lo credo che sia importante tornare su questi particolari e la mia domanda è specifica in questo senso.
A livello internazionale, si trattava di minacce o di consigli? Ebbene, vorrei che la signora Moro potesse ricordare questo aspetto; cioè erano politici a livello internazionale che consigliavano all'onorevole Moro di abbandonare quella linea politica, oppure si trattava di elementi di minaccia: "abbandona questa linea politica altrimenti puoi correre dei rischi! "?
In realtà, poteva anche trattarsi di consigli che riferivano minacce che vi potevano essere a livello internazionale nella discussione che questo tema aveva oramai acquistato anche in campo internazionale: cioè, dove andava il nostro paese, la nostra politica interna, le alleanze con gli altri partiti e, in modo particolare, il rapporto con la sinistra in generale e con il Pci in particolare.
Ecco, la signora, facendo uno sforzo - anche se ha detto che il presidente Moro era piuttosto evasivo e molto riservato - può aiutarci nella ricerca della verità su questo punto molto importante.

Eleonora Moro.
Posso provare a ripetere la sua domanda per vedere se l'ho centrata perché non sono una persona molto capace di capire. Lei mi chiede se mio marito abbia avuto dei consigli, diciamo affettuosi, a desistere da questa cosa che poteva essere pericolosa per lui, o se gli è stato detto apertis verbis: "Guardi, che se lei insiste in questa cosa, questa cosa le porterà dei guai". E', una delle pochissime volte in cui mio marito mi ha riferito con precisione che cosa gli avevano detto, senza dirmi il nome della persona. Adesso, provo a ripeterla come la ricordo: "Onorevole (detto in altra lingua, naturalmente) lei deve smettere di perseguire il suo piano politico di portare tutte le forze del suo paese a collaborare direttamente. Qui o lei smette di fare questa cosa o lei la pagherà cara". Veda lei come la vuole intendere. La frase era cosi. E' una cosa che a me ha fatto molta impressione. Sono rimasta a meditarci a lungo da allora in poi. Certo, via via, con gli avvenimenti come si sono svolti...

La Valle.
La data approssimativa?

Eleonora Moro.
Questo veramente è difficile dirlo perché io non sono una persona che ha molta memoria e poi mi fanno più impressione le cose che non le circostanze. Non so come spiegarlo. Le cose mi colpiscono profondamente; poi, tutto quello che è l'esterno, il giorno, l'ora, la situazione, mi sfugge perché sono una persona estremamente distratta. Ma non deve essere una cosa, se me la ricordo con tanta precisione, tanto in là.
Covatta. Signora, le è già stato chiesto circa gli avvertimenti o, comunque, le minacce che il presidente Moro ebbe a ricevere per la sua attività politica e per la sua vita politica. lo vorrei chiederle con maggior precisione se, nei giorni immediatamente precedenti il sequestro, il presidente ebbe a ricevere qualche minaccia o l'avvertimento di qualche minaccia: o direttamente o tramite suoi amici di partito o suoi colleghi di governo.

Eleonora Moro.
Allora cercherò di rispondere indirettamente, perché direttamente non ho una risposta chiara.
Durante i mesi precedenti, sempre su mie insistenze - veramente pesanti, devo dire - mio marito si era deciso a chiedere una più seria protezione nel complesso; e, secondo me, se si era deciso nonostante la sua riluttanza, perché tutto quello che riguardava lui non aveva importanza, quindi chiedere una cosa per sé gli dava veramente fastidio; credo che solo per farmi stare zitta abbia fatto questa richiesta. Se non avesse avuto dei dati ben precisi avrebbe calmato me, non avrebbe fatto questa richiesta.

Covatta.
A proposito di questa sua risposta, signora, altre personalità che hanno reso la loro interpretazione dei fatti a questa commissione hanno avuto modo di sostenere che per l'appunto di questo si sia trattato e cioè che il presidente non chiese misure particolari di sicurezza, ma disse a lei di averle chieste, per calmarla, per l'appunto.

Eleonora Moro.
A me non risulta mai che mio marito, in tutta la sua vita, abbia detto una bugia e tanto meno a me. Quindi se lui mi ha detto questa cosa, sono pronta a giurare davanti a un tribunale che mio marito l'ha detta.

Covatta.
Mi perdoni se insisto sul punto precedente. Non mi riferivo tanto ai mesi, quanto ai giorni precedenti immediatamente l'attentato. Nei giorni immediatamente precedenti non ebbe modo di parlare col presidente di tali questioni?

Eleonora Moro.
Nei giorni immediatamente precedenti, diciamo una quindicina di giorni prima che fosse preso, dei conoscenti di mio marito, milanesi, che possedevano un'automobile blindata per loro conto, perché preoccupati per se stessi e per la loro famiglia, hanno
insistito con lui, venendo a Roma e pregandolo vivamente di accettare questa macchina, gli uni e gli altri, perché era evidente a loro che stavano a Milano che queste cose finivano in questo modo: che lui avrebbe avuto necessità di una cosa di questo genere.

Covatta.
L'onorevole Cossiga e l'onorevole Andreotti hanno avuto modo di far rilevare che le abitudini dei presidente Moro, per esempio di fare lunghe passeggiate da solo, con il solo accompagnamento del maresciallo Leonardi, o anche la sua abitudine di andare spesso al cinema, in sale pubbliche, erano tali da indicare che il presidente non temeva per la sua sicurezza, perché indubbiamente una sala pubblica cinematografica non è il luogo più adatto per garantire questa sicurezza. Vorrei conoscere la sua opinione su ciò, se per esempio queste abitudini che si conoscevano sulla vita del presidente non avevano negli ultimi tempi subito delle modifiche, insomma che cosa pensa di questa obiezione che ci è stata rivolta.

Eleonora Moro.
Ci sono varie cose da dire a questo proposito. Adesso cerco di collegarle. Prima di tutto la cosa di cui mio marito aveva veramente paura era che prendessero qualcuno dei suoi familiari, cioè facessero quello che era successo all'onorevole De Martino. Da quando è successa questa cosa lui, per quelli di casa sua, non ha vissuto più un momento in pace e quindi, conoscendolo, dico che lui abbia giocato questa carta: io faccio la mia vita di sempre, vado a spasso come sempre, faccio quello che ho sempre fatto, prendete me e lasciate stare la gente cui io voglio bene. E questo è un pezzetto della risposta. Poi c'è un altro fatto. Io me lo sono chiesto infinite volte; perché questa gente che poteva prelevarlo con tutta facilità, perché bastava telefonargli e dirgli: guardi onorevole, che o lei viene via con noi o noi le uccidiamo la scorta, lui sarebbe uscito pacifico e tranquillo e sarebbe andato con tutta calma dove questa gente gli avrebbe detto di andare, perché era molto affezionato a queste persone e se ne sentiva responsabile. Questo era uno dei pochissimi argomenti che io avevo quando gli chiedevo di farsi proteggere meglio, perché lui rischiava la vita di queste creature che, come loro stessi dicevano, da molti mesi, "noi stiamo qua a fare da tiro a segno", era questa, credo, la ragione per cui aveva chiesto un'organizzazione più seria della sua protezione, un'organizzazione più seria per queste creature perché fossero protette in maniera più umana, ragionevole, aveva chiesto un servizio in cui non fossero veramente un tirassegno. Poi c'era un'altra cosa...

Covatta.
Si è chiesta infinite volte...

Eleonora Moro.
Mi son chiesta infinite volte perché mai li abbiano uccisi tutti quando se lo potevano portare via tranquillamente, e forse con più scena. Se si preleva uno tranquillamente senza colpo ferire, si è più abili. Questa è una di quelle cose che se la commissione la scopre, secondo me, scoprirà una grossa parte della verità.

Covatta.
Vorrei fare un'ultima domanda su questa prima parte degli avvenimenti. Chiedo scusa se la costringo ad andare con la memoria al momento, immagino, più doloroso per lei. La mattina del 16 marzo è stato detto e scritto che il percorso dell'automobile dei presidente, l'itinerario dell'automobile cambiò all'ultimo momento, che il maresciallo Leonardi fece una telefonata prima di uscire, e altre cose di questo genere. A lei risultano preoccupazioni particolari, motivi particolari per giustificare queste cose?

Eleonora Moro. Era tanto tempo che si angosciavano enormemente su queste cose e, quindi, cercavano nei limiti del possibile di cambiare i percorsi tutti i giorni o ogni due giorni, di vedere di sistemare in qualche modo cambiamenti degli orari se era possibile. La situazione di mio marito era che, pure essendo forse ordinato mentalmente, esternamente non era molto ordinato, non è che uno potesse contare che tutti i giorni o ogni due giorni di seguito sarebbe uscito a quell'ora, perché magari una telefonata o qualche altra cosa lo obbligava a trattenersi ancora in casa a sbrigare qualche cosa, a fare qualche cosa di diverso da quello che aveva messo in conto di fare nella giornata. Questo è un altro problema: come potevano essere le Brigate rosse così sicure che quel giorno, a quell'ora in quel punto, l'onorevole Moro sarebbe passato? L'onorevole Moro lo potevano prendere nell'altro verso, nell'altro tipo di incrocio. Se si potesse chiarire come mai questa gente avesse questa sicurezza, un'altra grossa parte della verità sarebbe evidente.


Audizione del Gen. dalla Chiesa resa il 23 febbraio 1982 dinanzi alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul "caso Moro".

Sciascia.
lo avevo delle curiosità; poiché abbiamo la fortuna di riavere qui il generale, vorrei chiedergli se è ancora convinto, come ci ha detto l'altra volta, che Moretti rappresenti il cervello delle Brigate rosse.

dalla Chiesa.
In questi giorni mi è sorto un dubbio; che lo rappresentasse e che sia ancora ritenuto oggi l'uomo più capace non ci sono dubbi, sia perché la commistione della sua preparazione politica e militare lo ha portato ad avere un ascendente sugli altri, ed anche per quella sua disinvoltura a partire, ad avere contatti con l'estero, con l'oriente ... ; effettivamente l'ha sempre fatto senza preoccupazioni. Poi con l'aiuto di quel Francescutti che lui andava sempre a consultare nel Veneto, con Mulinaris che sta nel Hyperion a Parigi insieme a tutti gli altri che io ho citato l'altra volta.
Mi dispiace che l'onorevole Milani l'altra volta abbia avuto un'uscita perché forse non conosceva il problema molto a fondo quando disse, mentre io suggerivo che c'era del lusso in quell'istituto, che il lusso c'era anche alla Fiat; ma il lusso che c'è là dentro, io risposi, non viene dai sequestri di persona e dalle rapine. lo sostengo che il Moretti è ancora oggi ritenuto un uomo che alle Brigate rosse ha dato un contributo di prestigio, di qualità militari e politiche, molto più preparato di quanto non sembri la sua preparazione culturale documentata.
Mi chiedo oggi - perché sono ormai fuori dalla mischia da un po' di tempo e faccio in qualche modo l'osservatore che ha alle spalle un po' di esperienza - dove sono le borse, dove è la prima copia (perché noi abbiamo trovato la battitura soltanto), l'unica copia che è stata trovata nei documenti Moro non è in prima battuta! Questo è il mio dubbio. Tra decine di covi non c'è stata una traccia di qualcosa che possa aver ripetuto le battiture di quella famosa raccolta di documenti che si riferivano all'interrogatorio. Non c'è stato nulla che potesse condurre alle borse, non c'è stato un brigatista pentito o dissociato che abbia nominato una cosa di quel tipo, né lamentato la sparizione di qualcosa, come è accaduto al processo di Torino che, per un solo documento, stava per succedere l'ira di Dio (contestato dai brigatisti perché non c'era questo documento che invece prima c'era). Semmai un documento importante o cose importanti come queste, fossero state trovate e sottratte penso che un qualsiasi brigatista lo avrebbe raccontato.

Sciascia.
Lei pensa che siano in qualche covo?

dalla Chiesa.
lo penso che ci sia qualcuno che possa aver recepito tutto questo.

Sciascia.
Sono contento che le sia venuto questo dubbio.

dalla Chiesa.
Dobbiamo pensare anche ai viaggi all'estero che faceva questa gente. Moretti andava e veniva.

Sciascia.
Una domanda che attiene alla sua professionalità: lei si è posto il problema del perché Metropoli abbia pubblicato quel fumetto?

dalla Chiesa.
Me lo sono posto per un contrasto interno che è sorto fra coloro che volevano e non erano riusciti a gestire il problema. Secondo me è stato un tentativo, come quello di Senzani ora, di volere gestire il fatto del generale Dozier; anche in quella occasione ci deve essere stato qualcuno, che non le so indicare, che aveva avuto l'intenzione di gestire, nel senso di dire, cioè: "Io so, state attenti".

Bosco.
Sui viaggi di Moretti lei ha notizie?

dalla Chiesa.
lo so quello che mi è stato detto del viaggio attraverso l'Adriatico e di una parola d'ordine che gli era stata data da un tedesco - come si disse allora - per potersi presentare in questi viaggi in Medio Oriente ed ottenere quello che doveva ottenere. Sono dei personaggi che hanno chiesto di parlare con me quelli che mi hanno confidato queste cose nei tempi più recenti; che Moretti, cioè, partiva tranquillamente per la Francia in aereo senza che nessuno se ne accorgesse.

Bosco.
Come potremo fare per accertare questi dati?

dalla Chiesa.
Dissi l'altra volta che anche i nomi sull'aereo non sono più controllabili, non per un miglioramento della tecnica, ma perché ci fu un magistrato che disse che significava invadere la personalità del nostro prossimo.

Rodotà.
Generale, le voglio sottoporre ancora per un momento questa questione. A parte le fonti giornalistiche, noi abbiamo avuto, proprio in questa aula, una messa in guardia del prefetto De Francesco il quale ci ha detto, come suo dubbio, che era un dubbio che ha ritenuto di esternare alla commissione, e sul quale voglio sentire la sua opinione, ci ha detto che aveva la sensazione che a Peci si fosse creduto un po' troppo, proprio nel senso che si è prestato del tutto fede a ciò che lui ha detto relativamente alla sua estraneità della vicenda Moro.

dalla Chiesa.
E' stato scritto.

Rodotà.
La fonte è un po' diversa.

dalla Chiesa.
Io avrei voluto che il dottor Imposimato avesse contestato la fonte. Questa è l'unica notizia che è uscita.

Rodotà.
L'articolo della Repubblica. Il punto è proprio questo: vorrei conoscere la sua opinione perché mi sembrava di capire - io esprimo un dubbio che non abbiamo avuto modo di approfondire - quasi che Peci volesse per ragioni, non voglio dire di immagine, ma forse anche per questo, rimanere estraneo a questa che riteneva la vicenda più drammatica, sicché poteva in qualche misura ritenersi giustificata una sua presenza a Roma da lui negata.

dalla Chiesa.
Io posso anche aggiungere - su questa sua ulteriore perplessità, che deriva da una versione dell'amico De Francesco -(siamo vecchi amici e ci stimiamo reciprocamente), che il Peci ha sempre costituito un po' un motivo di contendere; perché il Peci ha veramente dato una svolta a tutto un sistema di conduzione della lotta.
Se penso che al Peci noi dobbiamo 85 arresti nelle Brigate rosse e indirettamente, ma direttamente, un centinaio di Prima linea - perché se Sandalo ha parlato è perché Peci lo ha indicato -, io penso che a questo punto credere o non credere non sia rilevante; guardiamo la quantità,. Che poi questa quantità possa essere considerata come un tornaconto per escludere la sua presenza nella vicenda Moro, io posso a mia volta escludere che un tentativo del genere possa essere stato, messo in essere; debbo solo pensare che, conoscendo lui determinate cose, le abbia apprese o direttamente, o da chi aveva fatto parte della direzione strategica, dove lui non c'era. Cioè l'esecutivo era composto allora da Micaletto, da Moretti, da Azzolini e da Bonisoli al momento della esecuzione della strage e lui non ne faceva parte. Quindi, Micaletto, tornando, gli avrà riferito quello che la direzione strategica, intesa come Comitato esecutivo, aveva deciso, cioè che ogni colonna - lo dissi anche l'altra volta - doveva scegliere un personaggio da indicare (Torino aveva proposto l'onorevole Costamagna) - ed ogni colonna doveva contribuire all'esecuzione del fatto con un suo uomo; era, cioè, un fatto talmente "grosso", talmente eclatante che ci doveva essere la partecipazione di tutta l'organizzazione. E andò il capo colonna; andò Fiore. Peci, effettivamente, può avere avuto notizie solo da Fiore o da Micaletto perché ambedue facevano parte della Ds (direzione strategica delle Br n. d. r.) o dell'esecutivo e questa compartimentazione era talmente rigida allora (quanto oggi non lo è più) che effettivamente, se lui non ha partecipato, non poteva sapere tanto se non quanto gli è stato riferito; direttamente no; né lo avrebbe chiamato perché lui faceva parte del "logistico", tra l'altro; non era il capo della colonna, egli aveva il fronte logistico di "quella" colonna, né faceva parte del logistico nazionale. Di questo faceva parte un altro; mi pare che fosse ancora Micaletto.
Quindi, io sono portato a considerare la battuta di De Francesco per una battuta! Perché effettivamente gli arrestati ci sono stati, i covi ritrovati ci sono stati, gli arresti ed i conflitti pure ed anche Prima linea è stata depennata a lungo dalla geografia del terrorismo nazionale proprio attraverso le indicazioni che dette Peci.

Caruso.
Sulla prigione di Moro che cosa ci può dire?

dalla Chiesa.
Io sono fermo a quanto ho già detto. Indubbiamente ho pensato molto a quanto è venuto fuori dopo gli accertamenti che feci fare a suo tempo. Fra le altre notizie chiesi anche se le grate che figuravano esserci in quel momento erano state apposte di recente, ma dallo stato dei lavori non si poteva desumere se gli stessi erano stati fatti di recente oppure no. Quindi con la presenza delle grate allora io esclusi tranquillamente - forse molto tranquillamente - che potesse essere stata la prigione. Posso aver pensato, dopo, che di lì fosse passata la Renault rossa (perché tale macchina era in consegna a uno di questi. Sarebbe stata tenuta in giro per Roma per alcuni giorni) e che, avendo a disposizione questo garage, qualcuno, certamente d'accordo con la Braghetti, abbia tenuto nascosta la macchina anche lì dentro e che sia uscita proprio quel mattino per andare a caricare la salma dell'onorevole Moro e portarla sul luogo dei rinvenimento. Sono tutte deduzioni, però, queste.


Presidente: VALIANTE Mario, senatore
Commissari: ARMELLA Angelo, deputato; BARSACCI Paolo, senatore; BATTAGLIA Adolfo, deputato; BAUSI Luciano, senatore; BENEDETTI Gianfilippo, senatore; BERTONE Flavio, senatore; BORRI Andrea, deputato; BOSCO Manfredi, deputato; CABRAS Paolo, deputato; CARTA Gianuario, deputato; CARUSO Antonio, deputato; CATTANEI Francesco, deputato; COCO Giovanni, senatore; COLOMBO Vittorino (V.), senatore; CORALLO Sa1vatore, senatore; COVATTA Luigi, deputato; D'AGOSTINI Giulio, senatore; DELLA BRIOTTA Libero, senatore; FLAMIGNI Sergio, senatore; FORNI Luciano, senatore; FOSSON Pietro, senatore; FRANCHI Franco, deputato; LAPENTA Nicola, senatore; LA VALLE Raniero, senatore; LOMBARDO Antonino, deputato; LUGNANO Francesco, senatore; MACIS Francesco, deputato; MARCHIO Michele, senatore; MARTELLI Claudio, deputato; MARTONI Anselmo, senatore; MILANI Eliseo, deputato; PECCHIOLI Ugo, senatore; POSTAL Giorgio, deputato; RODOTA' Stefano, deputato; SCIASCIA Leonardo, deputato; SERRI Rino, deputato; STERPA Egidio, deputato; TONUTTI Giuseppe, senatore; VERNASCHI Vincenzo, senatore; VIOLANTE Luciano, deputato.
(Comunicata alle Presidenze delle Camere il 29 giugno 1983)


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