FISICA/MENTE

 

 

LE MONDE diplomatique - Luglio 2004

Vivere con gli arabi


Il sociologo e storico orientalista Maxime Rodinson ci ha lasciato il 23 maggio 2004. Autodidatta, è stato un linguista eccezionale (padroneggiava una trentina di lingue e dialetti) e uno scrittore prolifico: gli dobbiamo in particolare Maometto, Islam e capitalismo, Israele e il rifiuto arabo (Einaudi), Il fascino dell'Islam (Dedalo), Gli arabi (Sansoni). Si è battuto soprattutto perché fosse resa giustizia al popolo palestinese. Alla vigilia dello scoppio della guerra del 1967, su Le Monde del 4-5 giugno aveva pubblicato un articolo premonitore, che riportiamo qui di seguito.

Maxime Rodinson


Il 9 agosto 1903 il conte Serge de Witte, ministro delle finanze dello zar Nicola II, spiegava benevolmente al giornalista viennese Theodor Herzl, che gli aveva appena dimostrato come l'applicazione della dottrina del sionismo politico (di cui egli stesso era il fondatore) avrebbe dovuto essere sostenuta dall'imperatore ortodosso: «Ero solito dire al povero imperatore Alessandro III: "Se fosse possibile, Maestà, annegare nel mar Nero sei o sette milioni di ebrei, ne sarei pienamente soddisfatto. Ma non è possibile. Allora, dobbiamo lasciarli vivere!"».
Altri sono riusciti a trovare le possibilità tecniche che mancavano agli antisemiti russi. Anche quello, in definitiva, non è servito loro più di tanto. Forse, malgrado tutto, possiamo imparare qualcosa dalla rassegnazione del nobile russo.
Lo stato sionista ha scelto di vivere in Palestina, cioè nel bel mezzo del mondo arabo. Era una scelta pericolosa. Gli avvertimenti non gli sono mancati, soprattutto da parte degli ebrei non sionisti, e non simpatizzanti del sionismo, che per molto tempo sono stati la grande maggioranza. Ma alla fine questo gruppo di ebrei che ha progettato e poi realizzato questo stato, ha tenuto ferma la sua scelta. Scelta che adesso ha avuto tempo di esplicitare tutte le sue conseguenze. Inutile ritornare sulla questione. Ma qualsiasi albero si giudica dai frutti che dà.
La crisi attuale fa emergere un fatto nuovo (fatte le debite riserve sul futuro corso degli eventi). Israele, fino a oggi, nei confronti del mondo arabo parlava un linguaggio chiaro e semplice: «Siamo qui perché siamo i più forti, ci resteremo finché saremo i più forti.
Che vi piaccia o no. E saremo sempre i più forti grazie ai nostri amici del mondo industrializzato. Spetta a voi trarne le conclusioni, prendere atto della vostra sconfitta e della vostra debolezza, accettarci così come siamo sul territorio che vi abbiamo preso». Come rispondere a un discorso del genere, se non con la rassegnazione o con la sfida?
La pace si può conquistare grazie alla rassegnazione araba. Ma questa rassegnazione, auspicata o deplorata che sia, non sembra a portata di mano. Gli arabi non vogliono «sentire ragioni», cioè non vogliono accettare la sconfitta che è loro stata inflitta, senza contropartita, così come l'Irlanda ha finito per accettare (ma è stata veramente senza contropartita?) l'amputazione dell'Ulster sulla base di una colonizzazione inglese protestante vecchia di trecento anni. Forse un giorno l'accetteranno. I politici israeliani sono padroni di scommetterci sopra, se credono di poter resistere sino allora.
La crisi attuale induce soltanto a pensare che gli uomini politici israeliani cominciano a dubitare di poter attendere così a lungo, e a sospettare che gli arabi non si rassegneranno in un futuro prevedibile.
Che cosa vediamo, infatti? Mentre i sionisti e i loro sostenitori avevano sempre dichiarato che l'ostilità a Israele nei paesi arabi era un fenomeno artificioso, abilmente fomentato dai loro dirigenti, vediamo che i capi arabi che hanno più da temere da una mobilitazione popolare danno le armi ai loro peggiori nemici, vediamo i rivali più feroci del presidente egiziano Nasser venire in suo soccorso o porsi ai suoi ordini. E tuttavia è di notorietà pubblica che il più caldo desiderio di questi rivali arabi sarebbe quello di allearsi con Israele per strangolare quell'egiziano così ingombrante. Spesso è vero anche il discorso inverso. Soltanto che questo atteggiamento è impossibile agli uni e agli altri. Non possono far altro che seguire le loro truppe. Come spiegare questo fatto se non in base alla forza del risentimento popolare contro Israele? Che fare dunque? Israele certo può continuare a dialogare da solo, come dice R. Misrahi. Può continuare a spiegare o a far spiegare dai suoi amici agli arabi che sbagliano completamente a comportarsi così, può appellarsi al loro senso di umanità, stigmatizzarli come popolo arretrato, fanatico, antisemita, fascista, e via dicendo.
Non sembra che vent'anni di pratica di queste esortazioni e di queste denunce incoraggino a sperare di ottenere molto con questo sistema.
Alcuni, come il marxista sionista arabo A. R. Abdel-Kader, caso più unico che raro, possono ancora sperare in una rivoluzione politica o sociale che porterebbe al potere nei paesi arabi elementi disposti ad accettare Israele. Le rivoluzioni che hanno conosciuto questi paesi, invece, hanno piuttosto portato al potere elementi la cui politica era sempre più decisamente anti-israeliana. Oppure, se volevano una soluzione pacifica, la pressione della rappresaglia resa possibile unicamente dalla sensibilità della loro opinione pubblica al problema, li riportava in tutta fretta all'anti-israelismo abituale. Ognuno è libero di sognare ancora una rivoluzione inedita, che sarebbe il miracolo e la sorpresa divina per Israele. Pochi realisti lo faranno.
Lo scorso anno, Abdel-Kader dedicava il suo ultimo libro a Mao Tse-tung.
Questi ha dimostrato un anti-israelismo più radicale di tutti i suoi precursori. Ironia della storia! Con gli arabi che si ostinano a scegliere la sfida, non rimane altra soluzione se non la forza. Ma, per la prima volta, Israele sembra dubitare della propria forza. Almeno, è quanto ci fanno intendere i suoi amici.
E poi, supponiamo che scoppi il conflitto e che Israele ne sia il vincitore. Che fare degli arabi? Ritorniamo al conte de Witte. È possibile annegarli tutti nel mar Rosso? Mantenerli sotto amministrazione diretta israeliana? Ancora più impossibile. Insediare ovunque regimi filo israeliani? Nessuno, gli israeliani meno che mai, dubita che sarebbero soltanto regimi fantoccio scossi dalle rivolte, facili prede di una guerriglia incessante. Anche questa soluzione è impraticabile.
È dunque necessario vivere con gli arabi, volenti e nolenti. E con gli arabi non rassegnati. Allora, come fare?
C'è soltanto una probabilità forse, per quanto minima, per uscire da questo vicolo cieco in cui si sono precipitati i sionisti come i mercenari di Cartagine nella Gola dell'Ascia. Consiste nell'offrire agli arabi di negoziare, non più come si fa da vent'anni a questa parte sulla base dell'accettazione pura e semplice del fatto compiuto a loro danno, ma piuttosto proclamando in linea di principio che si vuol rendere loro giustizia, riparare il torto che si è loro fatto.
Penso che sia questo l'unico linguaggio che abbia qualche probabilità di essere accettato dall'altra parte. L'unico discorso che forse potrebbe provocare nell'altro quel riconoscimento tanto atteso del fatto nazionale israeliano, ormai acquisito dai lavori e dalle sofferenze di questi ultimi decenni, e non certo dal ricordo di un mito di venti secoli addietro.
Israele può rifiutare una simile concessione, dichiarata a gran voce.
Lo sciovinismo che ha attecchito, ahimè, in gran parte della sua popolazione, può indignarsi per una simile «viltà» e non consentire ai suoi leader questo gesto di saggezza. E poi, Israele può ancora vincere questa partita, grazie soprattutto ai suoi potenti protettori.
Ma c'è ancora qualcuno che non vede che questa vittoria non potrà ripetersi all'infinito? Non è forse un segno, l'emozione attuale?
Agli zeloti d'Israele e ai loro amici, si può ricordare che i sionisti hanno cercato, e con accanimento, l'accordo delle potenze europee fin dai tempi di Herzl? Hanno bussato alla corte dello zar, del sultano, del papa, dell'Inghilterra. Il loro insediamento non sarebbe stato compiuto, checché ne possano dire, senza la dichiarazione di Balfour, atto politico britannico, senza la decisione di spartizione dell'Onu del 1947, atto politico sovietico-americano.
Siamo nel 1967. Sarebbe ora di cercare l'accordo degli arabi, ai quali questa terra è stata sottratta. Non gli arabi del mito, gli arabi del desiderio, gli arabi che si vorrebbero miracolosamente convertiti alle tesi israeliane grazie alle esortazioni dei filo-sionisti del mondo, le lezioni dei professori di morale, la lettura dell'Antico Testamento o dei testi classici del marxismo-leninismo. Ma semplicemente gli arabi così come sono, gli arabi che rifiutano di accettare senza contropartita una conquista compiuta a loro danno. Si può deplorare che le cose stiano così. Ma sarebbe soltanto un modo di perder tempo.
Se esiste una tradizione nella storia ebraica, è quella del suicidio collettivo. È consentito ai puri esteti di ammirarne la selvaggia bellezza. Forse, come fece Geremia con coloro la cui politica aveva portato alla distruzione del primo tempio, come fece Yohanan ben Zakkai con coloro che provocarono la rovina del terzo tempio, si può ricordare che esiste un'altra via, molto stretta perché così l'ha resa la politica del passato? Si può sperare che coloro che si proclamano innanzitutto costruttori e coltivatori sceglieranno questa via della vita.
(Traduzione di R.I.)

 

LE MONDE diplomatique - Maggio 2004

Violenze razziste, omologazione strumentale
Antisemitismo, i pompieri piromani


A dar retta ai mass media, il grande problema del nostro tempo sarebbe l'antisemitismo. L'escalation del Medioriente ha comportato il moltiplicarsi di atti antiebraici, che devono essere combattuti - esattamente come il razzismo antiarabo o antirom. Il che suppone di evitare generalizzazioni e amalgami semplificatori: la difficoltà a insegnare la Shoah in alcuni licei è dovuta a fenomeni ben più complessi dei pregiudizi dei giovani beurs . Ma soprattutto, l'accusa di giudeofobia mossa contro chiunque critichi la politica del governo israeliano equivale non soltanto ad un ricatto inaccettabile, ma contribuisce anche ad alimentare quello stesso male che si sostiene di voler combattere. ....



Dominique Vidal


«Lobby ebraica». Fino a oggi, in Francia (1) solo l'estrema destra utilizzava questa espressione che, in due parole, riassume tutti i fantasmi antisemiti: la finanza ebraica, i media ebraici, il potere ebraico, insomma una versione in chiave moderna dei Procolli dei saggi di Sion (2). E adesso ecco che, per la prima volta, la ritroviamo sotto la penna di una personalità ebraica: Elisabeth Schemla, fondatrice del sito proche-orient.info, dopo essere stata capo redattrice del Nouvel Observateur, poi collaboratrice di Edith Cresson a Bruxelles, infine autrice di un libro assai poco critico - lieve eufemismo - nei confronti del generale Ariel Sharon (3).
Proche-orient.info non ha paura del grande balzo: questo sito, infatti, auspica una laicità intransigente, pur difendendo iniziative di comunitarismo.
Ma il 15 febbraio scorso, nel suo editoriale, la direttrice è caduta...
dalla parte a cui tendeva. Salutato con favore, senza nessuna distinzione, l'annunzio (peraltro prematuro) della non diffusione in Francia del film La Passione di Cristo di Mel Gibson, il rifiuto dell'Olympia di mettere in scena lo spettacolo del comico Dieudonné e il divieto a Leila Shahid, delegata generale della Palestina in Francia, di prendere la parola in un collegio di Nizza la Schemla commentava: «Sono organizzazioni francesi ebraiche che hanno ribattuto colpo su colpo e che, in nome della repubblica francese, hanno avuto causa vinta, dopo aver riportato numerose altre vittorie lo scorso anno».
E proseguiva: «Personalità di prestigio e ritenute onnipotenti lasciano posto a responsabili, associazioni ed istituzioni che sempre più sanno farsi ascoltare dai pubblici poteri». Titolo di questa ardente perorazione e illustrazione della censura: «In Francia, nascita di una lobby ebraica nel senso pieno e rispettabile del termine»...
Pochi giorni prima, un collaboratore del sito in questione, Sylvain Attal, pubblicava un libro (4) il cui capitolo conclusivo si intitola: «Una lobby? Senti questa!» «Sinora, scrive, i rappresentanti della comunità ebraica si sono mostrati reticenti o decisamente ostili all'idea, temendo che potesse alimentare l'antisemitismo o quanto meno l'accusa di comunitarismo. Oggi come oggi, pare che ci sia stata un'evoluzione. [Il presidente del Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia (Crif)] Roger Cukierman afferma che l'idea non l'impressiona più che tanto: "Se c'è una lobby, è perché siamo attaccati"». E Attal elenca i successi ottenuti da questa lobby in Francia come a livello dell'Unione europea. Un esempio per tutti: la signora D., «una lobbista rampante in ambiente industriale, filoisraeliana convinta», avrebbe contribuito a impedire al Quai d'Orsay la nomina a Tel Aviv di un ambasciatore ritenuto filoarabo. «Un'ulteriore aggravante ai suoi occhi, il diplomatico ha sposato una musulmana di origine algerina (5)»...
Gli irriducibili di Israele A dir la verità, questa nuova radicalizzazione da parte degli irriducibili di Israele più che la loro forza riflette la loro debolezza: la campagna che hanno iniziato oltre tre anni fa è sostanzialmente fallita. Quali scopi si prefiggevano ricorrendo all'arma, pericolosa quant'altre mai, del ricatto dell'antisemitismo? Far tacere le voci dissidenti fra gli ebrei di Francia, avere un maggior peso sui media e, in tal modo, influire sull'opinione pubblica, e addirittura influenzare la politica della Francia (6). Non sono stati certo a lesinare i mezzi: diffamazione di giornalisti e di ricercatori insensibili al fascino del primo ministro Ariel Sharon, manifestazioni aggressive davanti alla sede dei media dichiarati «ostili», violenze in serie (7) degli estremisti di destra del Betar e della Lega di difesa ebraica (Ldj) per non dimenticare poi il moltiplicarsi dei processi intentati agli intellettuali presentati come «antisemiti»...
Questa offensiva a tutto campo prosegue, purtroppo, più rancorosa che mai.
E così, il braccio violento dell'estrema destra ebraica non ha rinunziato alle sue pratiche fascistizzanti. Il 30 dicembre 2003 un commando mascherato, armato di spranghe di ferro e di tirapugni, ha ferito numerosi membri dell'Associazione generale degli studenti di Nanterre (Agen) nel bel mezzo del tribunale amministrativo. I facinorosi ci proveranno ancora, il 21 gennaio 2004, all'uscita dopo una convocazione presso la polizia giudiziaria...
In materia di insulti, non c'è da annoiarsi. Ancora su proche-orient.info (8), Alexandre Adler, interrogato a proposito di Tariq Ramadan, si dichiara «molto più colpito dai traditori ebrei come i Brauman ed altri». A una radio comunitaria (9), Alain Finkielkraut taccia di «antisemitismo ebraico» il cineasta isaraeliano Eyal Sivan, che sospetta di voler «uccidere», «liquidare» e «far scomparire» i suoi correligionari (10). Per quanto riguarda Pascal Boniface, direttore dell'Iris (Istituto di relazioni internazionali e strategiche), «ha compiuto ancora un altro grande passo avanti, secondo il mensile L'Arche (11), nella direzione che porta dalla critica ragionata di Israele all'odio irragionevole per gli ebrei» ...
Stessa escalation sul piano giuridico. L'avvocato Gilles-William Goldnadel certamente è stato sconfitto in tutte le azioni intentate contro Raymonda Tawil, Témoignage chrétien, Daniel Mermet, Michèle Manceaux e, più di recente, la rivista Ras l'Front. La colpa di quest'ultima?
Aver fatto luce sulla biografia dell'ideologo Alexandre Del Valle, passato improvvisamente dall'estrema destra antiamericana e antisionista alla destra... della comunità ebraica.
Ma l'avvocato non si è perso d'animo per questi contrattempi: eccolo partire all'attacco del sociologo Edgar Morin, della scrittrice Danièle Sallenave e del deputato europeo Sami Nair, accusati di «diffamazione razziale» per aver scritto, il 4 giugno 2002, su Le Monde: «Si stenta a immaginare che una nazione di fuggitivi, nata dal popolo più a lungo perseguitato nella storia dell'umanità, che ha subito le peggiori umiliazioni ed il più grande disprezzo, sia in grado di trasformarsi nell'arco di due generazioni in «popolo dominatore e sicuro di sé"».
Per fortuna, l'avvocato non esercitava nel 1967: avrebbe di sicuro trascinato il generale de Gaulle in tribunale (12)! Ma fermiamoci qui nell'elenco delle epiche gesta dei nostri inquisitori, perché hanno prodigato i loro sforzi invano. Mettere in riga gli ebrei di Francia? Mai le «altre voci ebraiche» - parafrasando il titolo di una petizione di successo (13) - sono state così numerose.
Perfino all'interno del Crif, laddove personalità di chiara fama, da Théo Klein à Alain Jacubowicz, passando per Michel Zaoui e Patrick Klugman, contestano, in misura diversa, l'attuale presidente e, soprattutto, la confisca del Consiglio da parte di estremisti che hanno fatto leva sul sentimento di paura che accomuna numerosi ebrei. Far pesare la propria presenza sui media? Se questi ultimi tendono a ridurre il conflitto israelo-palestinese agli attentati kamikaze, nulla sta a indicare che, nel merito, abbiano modificato il loro orientamento, nel complesso piuttosto equilibrato. Spostare l'opinione pubblica?
Se c'è un movimento in atto dopo lo scoppio della seconda intifada, va nel senso opposto, come l'attestano - dopo quelli di numerosi sondaggi francesi - i risultati dell'inchiesta europea pubblicata nel novembre 2003. Ci si ricorderà, fu un vero e proprio scandalo: il 59% dei cittadini interrogati dal sondaggio negli stati membri dell'Unione consideravano Israele «il paese che rappresenta la maggiore minaccia per la pace nel mondo». Alcuni giornali israeliani gridarono all'antisemitismo, e il loro grido fu immediatamente ripreso in Francia. Qualificare di antisemita un sondaggio può sorprendere non poco. Chi sarebbe antisemita? Gli autori del sondaggio, o le persone contattate? Le domande o le risposte? Un quotidiano di Tel Aviv in ogni caso ha il coraggio d'informare i suoi lettori sui risultati di un'altra inchiesta d'opinione, in cui l'85% dei francesi (vale a dire dieci punti in più rispetto al 1998) esprimevano la loro «simpatia» per gli ebrei (14). Più che il dettaglio delle cifre, palesemente aleatorie, quello che conta è questa dimostrazione implacabile: una maggioranza può respingere la politica dello stato di Israele senza essere peraltro ostile agli ebrei, tutt'altro.
Se il fallimento di queste campagne ha di che rallegrare i paladini della pace in Medioriente così come gli avversari del comunitarismo, ebreo o musulmano che sia, non possiamo sentirci comunque rassicurati.
Perché il ricatto all'antisemitismo banalizza evidentemente... l'antisemitismo stesso, le cui forme nuove devono preoccuparci. Come quando prende fuoco la foresta, e alcuni pompieri si rivelano piromani.
Certo, l'antisemitismo come corrente politica è stato emarginato in Francia, come confermato dal rapporto della Commissione nazionale consultiva e dei diritti dell'uomo (Cncdh) per il 2002 (15). Perfino la tendenza ad una certa qual «liberazione della parola» antisemita, riscontrata dalla ricercatrice Nonna Mayer fino al 2000 - «come se la situazione esplosiva in Medioriente e la riprovazione suscitata dalla politica d'Israele nei territori avessero ripercussioni negative sulle immagini di tutti gli ebrei» - si è ribaltata fra il 2000 e il 2002, «come se le violenze ripetute contro la comunità ebraica, ben lungi dal riaccendere o banalizzare l'antisemitismo, avessero fatto prendere coscienza del pericolo che esso rappresenta». Un anno prima, nel Libro bianco (16) pubblicato nel 2002 dall'Unione degli studenti ebrei di Francia (Uejf) e Sos-Racisme, il direttore degli studi politici della Sofres, Philippe Méchet, segnalava «soprattutto l'assenza di antisemitismo di massa fra i giovani di origine magrebina».
Le cifre del ministero degli Interni sono comunque spaventose: dal 2001 al 2002, il numero di «atti razzisti» è più che quadruplicato, e quello degli «atti antisemiti» è aumentato di sei volte. Questa onda di piena - secondo la Cncdh - fortunatamente nel 2003 (17) è stata seguita da un calo, rispettivamente -40% e -35,9%. Ma la percentuale delle aggressioni antisemite all'interno della categoria degli atti razzisti è salita in un anno dal 60 al 72%. Deriva da ciò questa sottolineatura del rapporto: «La violenza contro la comunità ebraica prende radici e si aggrava». Siamo comunque lontani dalle affermazioni diffamatorie del ministro israeliano responsabile delle relazioni con la diaspora, Nathan Chtcharansky, che aveva parlato di un raddoppio degli atti antisemiti nello scorso anno (18)! Tanto più che i mass media a volte classificano certe aggressioni sotto questa voce unica, senza averne la minima certezza. Ad esempio, l'inchiesta ufficiale non ha ancora accertato la natura dell'incendio scoppiato il 15 novembre 2003 presso la scuola ebraica di Gagny, inizialmente presentato come atto antisemita. Analogamente, una commissione della Lega dei diritti umani ha rimesso in discussione la versione iniziale del caso del liceo Montaigne, giudicato emblematico da Le Nouvel Observateur.
Al liceo Turgot, alcuni professori e alunni sono entrati in sciopero contro la diffusione, il 27 marzo, di un servizio di Cyril Denvers che presentava con toni caricaturali i rapporti tra scolari ebrei e musulmani. Per quanto riguarda il caso di Elie Chouraqui su Montreuil, il 15 aprile, le direzioni del liceo ebraico privato e del liceo pubblico chiamati in causa gli rimproverano il fatto di aver privilegiato le tensioni e «fatto passare sotto silenzio il lavoro di riavvicinamento fra le due istituzioni» (19).
Chi commette queste aggressioni contro i luoghi di culto e d'insegnamento degli ebrei, ma anche contro le persone? Il rapporto 2002 della Cncdh - come quello dell'anno successivo - riprende le informazioni fornite a livello generale. La seconda intifada e la sua repressione hanno «spinto numerosi giovani a ostentare una identificazione con i combattenti palestinesi, ritenuti il simbolo delle esclusioni di cui essi stessi si ritengono vittime».
Gli «adolescenti o giovani adulti» arrestati, prosegue il rapporto, «provengono in gran parte da quartieri difficili in cui vivono i loro genitori, molto spesso immigrati del Nord Africa». Le loro violenze hanno «suscitato vibranti condanne da parte dei responsabili delle comunità musulmane in Francia, ad eccezione di una minoranza di radicali islamisti, il cui messaggio rimane peraltro poco ascoltato da delinquenti solitamente impenetrabili alle ideologie, e che sfruttano abilmente il pretesto della situazione mediorientale per dare libero sfogo alla propria violenza».
I radicalismi islamici Poco ascoltato, il discorso dei radicali islamisti non è peraltro meno pericoloso, nella misura in cui taluni potrebbero trovarvi una legittimazione. Infatti alcuni imam, siti internet, giornali, libri seminano l'odio, qua e là. A tal punto che, fin dalla fine del 2001, il filosofo Tariq Ramadan aveva invitato i suoi correligionari a «essere onesti e portare fino in fondo l'analisi del fenomeno: come si vede attraverso il mondo musulmano (si veda l'articolo a pagina 6), esiste oggi in Francia un discorso antisemita che cerca di derivare la sua legittimità da alcuni testi della tradizione musulmana, e che si sente rafforzato dalla situazione in Palestina». «Questo discorso, proseguiva, è veicolato anche da quegli intellettuali o imam che dietro ogni difficoltà, dopo ogni insuccesso politico, vedono la mano manipolatrice della "lobby ebraica". La situazione è troppo grave perché ci si accontenti di discorsi di circostanza. In nome della loro coscienza e della loro fede, i musulmani sono tenuti ad assumere una posizione chiara (...). Quello che occorre dire con forza e decisione, è che l'antisemitismo è inaccettabile e indifendibile (20).» In totale, come si vede, la Francia non si trova di fronte né all'«anno di cristallo», di Alain Filkielkraut né alla «nuova giudeofobia» di Pierre-André Taguieff (21), ma piuttosto a quell' «aumento della violenza sociale» diagnosticato senza esitazioni dall'ex presidente del Crif Théo Klein. E come suo terreno principale di crescita vi sono quei ghetti di disoccupazione e di miseria in cui vegeta, senza speranza per il futuro, una parte della gioventù popolare, in primo luogo i discendenti dell'immigrazione. Se è doveroso combattervi, come nel resto della società, qualsiasi forma - a fortiori qualsiasi forma violenta - di razzismo e di antisemitismo, è opportuno anche, in una prospettiva più vasta, attaccare il male alle radici. Il che sottolinea l'importanza di una convergenza tra le forze democratiche tradizionali, gli alteromondialisti e i movimenti autonomi dei giovani dei quartieri.
Decisiva per gli uni come per gli altri, questa nuova alleanza si alimenta non di ambiguità, ma di chiarezza. Ben lungi dall'opporsi alla battaglia contro il razzismo antiebraico e antiarabo, è opportuno portarla avanti in uno stesso movimento. Perché i mutamenti in Francia e la pace in Medioriente richiedono uno schieramento quanto più ampio possibile. E, all'interno del movimento stesso, occorre una estrema vigilanza contro i pregiudizi sia degli uni che degli altri.
Per quanto tempo è ancora possibile tollerare, per esempio, che alcuni ebrei con la kippa vengano aggrediti lungo il percorso di una manifestazione contro la guerra in Iraq? Che un intervento maldestro basti a far denunciare come «antisemita» e a demonizzare un uomo come Tariq Ramadan, ben noto a tutti per le sue denunzie del veleno giudeofobo - come possono testimoniarle migliaia di ascoltatori? Che si pubblichino i testi antiebraici di un Israel Shamir, con il pretesto che il loro autore, israeliano, critica radicalmente il proprio paese?
Analogamente, è possibile accettare che i mass media, fingendo di parlare del velo, stigmatizzino un'intera religione con tutti i suoi fedeli, equiparandoli al terrorismo, all'intolleranza e all'oppressione della donna? Che la stella di Davide sia abbinata a una croce uncinata - come se l'insopportabile repressione dei palestinesi potesse essere paragonata allo sterminio mostruoso di milioni di ebrei, di zingari, di malati mentali e di «bocche inutili» slave? Che un eletto a suffragio universale, la cui lista ha ottenuto il miglior risultato della sinistra popolare e cittadina alle elezioni regionali, si veda negare una vice presidenza, per il semplice fatto di aver criticato la politica del generale Sharon e di aver formulato le sue riserve in merito alla legge che vieta di indossare segni religiosi a scuola?
Il razzismo è indivisibile, così come è indivisibile la lotta antirazzista.
Se la società civile l'ignorasse, si darebbe la zappa sui piedi.
Con un colpo solo, non potrebbe né dare scacco al terrorismo intellettuale, né svolgere appieno la propria funzione.



note:


(1) Così non è negli Stati uniti, laddove la lobby ebraica - il nome se lo è dato da sola - è soltanto uno degli innumerevoli gruppi d'influenza che intervengono ufficialmente presso le varie istituzioni.

(2) Inventato di sana pianta dai servizi parigini della polizia zarista e pubblicato in Russia nel 1905, questo testo, che descrive un sedicente complotto degli ebrei per impadronirsi del pianeta, è servito e serve tuttora da pretesto per ogni sorta di propaganda antisemita.

(3) Ton rêve est mon cauchemar, Flammarion, Parigi2001.

(4) La Plaie. Inchiesta sul nuovo antisemitismo, Denoël, Parigi, 2004. Osserviamo che a fianco di alcune analisi interessanti, l'autore moltiplica le accuse grottesche contro gli intellettuali, colpevoli...
di non condividere le sue opinioni.

(5) La Plaie, op. cit.
(6) Leggere «Au nom de l'antisémitisme...», Le Monde diplomatique/il manifesto, dicembre 2002.
(7) L'impunità di cui apparentemente beneficia la maggior parte degli autori di queste violenze pone un duplice problema: giudiziario e di polizia, perché gli autori sono raramente arrestati e a fortori ancor più raramente condannati; politico, perché questi due gruppi, la cui attività consiste essenzialmente proprio in queste aggressioni, ai sensi delle leggi francesi dovrebbero essere sciolti, senza ulteriori indugi.

(8) 13 ottobre 2003.

(9) RCJ, 30 novembre 2003.

(10) Questo terrorismo intellettuale ha fatto sentire i suoi effetti: una proiezione di Road 181, di Eyal Sivan e Michel Khleifi, prevista per il 14 marzo al Centro Georges-Pompidou è stata annullata, così come un'altra di Ecrivains des frontières, di Samir Abdallah e José Reynes, prevista al cinema Utopia a Tolosa il 25 marzo scorso.

(11) Settembre 2003.

(12) L'avvocato Goldnadel accusa anche Eric Hazan, direttore delle edizioni La Fabrique, per la pubblicazione di L'Industria dell'olocausto, di Norman Finkelstein, un libro per certi aspetti discutibile, ma che non ha nulla a che vedere con la «diffamazione razziale» o con «l'incitamento all'odio razziale» (cfr. «Ambiguità», Le Monde diplomatique/il manifesto, aprile 2001).

(13) Il testo e i firmatari sono riportati su Le Monde, 17 dicembre 2003.

(14) Yediot Aharonot, 4 novembre 2003.

(15) La lotta contro il razzismo e la xenofobia, 2003. Rapporto d'attività, La documentation française, Parigi 2003.

(16) Les Antifjuifs, Calmann-Lévy, Parigi.

(17) La lotta contro il razzismo e la xenofobia, 2002. Rapporto d'attività, La documentation française, Parigi 2004.

(18) Questa dichiarazione si spiega verosimilmente in base ai risultati deludenti della campagna a favore della aliya: soltanto 2.000 dei 600-700.000 ebrei francesi sono emigrati nel 2003, contro i 2.400 emigrati nel 2002.

(19) Per Gagny, vedere Le Figaro, 10 dicembre 2003. Per il liceo Montaigne : www.ldh-france.org/actu_nationale.cfm?idactu=813. Per Montreuil, leggere Le Monde, 15 aprile 2004.

(20) Le Monde, 20 dicembre 2001.

(21) Che però è stato incaricato da Luc Ferry e da Jean-Louis Borloo, il 18 marzo scorso, di effettuare uno studio sull'antisemitismo fra i bambini delle elementari (chez jeunes enfants).
(Traduzione di R. I.)

 

LE MONDE diplomatique - Maggio 2004

Una regressione pericolosa


D.V


Per molto tempo la propaganda antisemita nel mondo arabo ha rappresentato un elemento marginale. Purtroppo, da tre anni ha risollevato la testa in numerosi paesi. Questa evoluzione inquietante chiaramente non è estranea al degrado della situazione in Palestina: è evidente che il fallimento del vertice di Camp David nel luglio 2000, lo scoppio della seconda intifada e l'escalation della repressione dell'esercito israeliano hanno colpito l'opinione pubblica di vari paesi. Su questo terreno fertile puntano, allora, le correnti ultranazionaliste o religiose per distillare il loro veleno, non senza complicità all'interno dei poteri vigenti.
Nel 2002 si era molto parlato del feuilleton egiziano «Cavaliere senza cavalcatura», quel cavaliere virtuale che, uccidendo a sciabolate il drago sionista, denunciava il «complotto ebraico contro la Palestina» in nome dei «Protocolli dei saggi di Sion».
Quel falso zarista decisamente è duro a morire. Alla fine del 2003, il giornalista Robert Fisk, di cui è ben noto l'impegno, si sdegnava, su The Independent (1) per averne trovato una nuova edizione in un chiosco di Beirut. «Sono sempre prudente, scriveva, prima di accusare gli arabi di antisemitismo. Anche loro sono semiti ». Ma come è possibile che quell'opuscoletto malvagio ricompaia in un paese sofisticato come il Libano? E Fisk contesta «la decisione della televisione di Hezbollah di trasmettere nel mese sacro del Ramadan un serial intitolato Al Shatat (la Diaspora), che vorrebbe essere una storia del sionismo dal 1812 al 1948 e parla di un "complotto ebraico" per impadronirsi del mondo». Si mostrava perfino uno pseudo assassinio rituale! Sempre i Protocolli. Ma questa volta a Tunisi, dove il settimanale Tunis Hebdo sosteneva di aver visto nel recente Congresso sionista mondiale la prova che essi «conservano intatta tutta la loro "freschezza" e la loro attualità. Neanche una ruga. Nessun segno di corrosione.
Nessuna traccia di ruggine (2)». Quattro mesi prima il giornale saudita Al-Watan precipitava nel ridicolo, assicurando: «I rabbini ebrei hanno recentemente lanciato una fatwa (sic) che stabilisce che l'Iraq fa parte del Grande Israele (3)».
In Marocco, l'ncitazione all'odio antisemita, peraltro denunciata dai nostri colleghi del Journal, è accompagnata da aggressioni, alcune delle quali hanno provocato morti e feriti. Tanto che, alla fine del 2003, a nove persone sono state inflitte pesanti condanne per l'assassinio di Albert Rebibo, un ebreo di Casablanca (4).
Ma non è solo la giustizia a reagire. Sempre in Marocco, era stata lanciata una petizione contro quelle violenze così contrarie alla tradizione del paese. Anche altrove, si mobilitano gli intellettuali.
Ci si ricorda dell'appello contro lo svolgimento di una conferenza negazionista a Beirut nel 2001 (5). Ricordiamo cosa scriveva allora Edward Said sulle colonne di Le Monde diplomatique: «La tesi secondo cui l'Olocausto sarebbe soltanto una invenzione dei sionisti circola qua e là in maniera inaccettabile. Perché ci aspettiamo che tutto il mondo prenda coscienza delle nostre sofferenze in quanto arabi, se poi non siamo in grado di prendere coscienza di quelle degli altri, quand'anche si tratti dei nostri oppressori, e ci riveliamo incapaci di affrontare i fatti, dal momento in cui turbano la visione semplicista di intellettuali "benpensanti" che si rifiutano di riconoscere il legame esistente tra l'Olocausto e Israele? (...) Riconoscere la storia dell'Olocausto e la follia del genocidio contro il popolo ebraico ci rende credibili per quanto attiene alla nostra stessa storia; ci permette di chiedere agli israeliani e agli ebrei di stabilire un legame tra l'Olocausto e le ingiustizie inflitte ai palestinesi (6)». Il coraggio dell'intellettuale americano-palestinese ha fatto proseliti.
In Egitto, il feuilleton citato all'inizio ha suscito nel 2002 numerose critiche da parte di giornalisti, ma anche di associazioni e di personalità, al punto di costringere la televisione a modificare la presentazione del serial per porre in dubbio la veridicità dei Protocolli. Ma il fatto più significativo èstato indubbiamente la pubblicazione, da parte di Usama Al-Baz, consigliere del presidente Hosni Mubarak, di una serie di articoli su Al-Ahram (7): tornava sulla realtà della Storia, dai Protocolli alla natura dello scontro in Medioriente, passando attraverso il genocidio hitleriano. «Ognuno di noi, scriveva, deve comprendere che, allorché attacca gli ebrei in quanto razza o popolo - facendosi così paladino di una visione inumana e razzista - , nuoce all'interesse della nazione». E proseguiva: «Coloro che criticano Israele non hanno bisogno di ricorrere a discorsi antisemiti per denunziare la sua politica».
Dopo l'espulsione degli ebrei dalla Spagna, a partire dal 1492, il mondo arabo accolse una parte di loro. Se diede loro - come ai cristiani - lo status di dimmi, inferiore a quello dei musulmani, ma nettamente più favorevole di quello dei loro correligionari in Europa, li protesse dalle persecuzioni ricorrenti che gli altri subirono in Europa. E Auschwitz, com'è noto, non è esattamente un nome arabo. Ad eccezione dell'Iraq, scena di una sorta di pogrom nel 1941 sotto il regno di Ali Rashid, è soltanto dopo la seconda guerra mondiale e la nascita dello stato di Israele (ma non dello stato palestinese previsto dalle Nazioni unite nella loro spartizione della Palestina) che verranno commesse violenze, a volte su larga scala, contro le comunità ebraiche di cui, da parte loro, le autorità israeliane organizzavano l'emigrazione verso il giovane stato ebraico. Lo stesso avverrà all'epoca delle dichiarazioni di indipendenza nei paesi del Maghreb.
L'attuale propaganda antisemita rappresenta quindi, per il mondo arabo, una vera e propria regressione, che avrà conseguenze funeste.



note:


(1) The Independent, Londra, 8 novembre 2003.

(2)Tunis hebdo, Tunisi, 17 novembre 2003.

(3) Al-Watan, Riad, 19 luglio 2003.

(4) Le Monde, Parigi, 25 novembre 2003.

(5) Le Monde, 16 marzo 2001.

(6) Edward Said, «Israele-Palestina: per una terza via», Le Monde diplomatique/il manifesto, agosto 1998. ***
(7) Al-Ahram, Il Cairo, 23, 24 e 25 dicembre 2002.
(Traduzione di R. I.)  
 
 

LE MONDE diplomatique - Giugno 2004

SRI LANKA, IRAQ, CECENIA, ISRAELE
Le controverse origini degli attentati suicidi


Un recente rapporto del dipartimento di stato americano indica che il numero degli attentati terroristici nel 2003 ha raggiunto il livello più basso dal 1969: 190, ossia otto meno del 2002 e 45 % in meno rispetto al 2001; il numero di morti è sceso a 307, a fronte dei 752 del 2002. Segno del fallimento delle altre forme di terrorismo, gli attentati suicidi sono anche l'espressione di situazioni locali di guerra e di oppressione.

Pierre Conesa


«Abbiamo solo questa opzione. Non abbiamo bombe, carri armati, missili, aerei, elicotteri», dichiarava lo sceicco Abdallah Sahmi, leader della Jihad islamica nella striscia di Gaza, spiegando gli attentati suicidi al telegiornale della rete Abc il 21 agosto 2001. Una tale dichiarazione di guerra asimmetrica può spiegare la crescita allarmante e quasi esponenziale degli attentati suicidi? Forse no. In pochi anni il kamikaze è diventato la bomba intelligente e a buon mercato del terrorismo di nuova generazione, il prodotto di un'ideologia e di una tecnica preparatoria facilmente trasportabile ed esportabile.
L'attentato suicida costituisce un atto pratico violento che è indifferente alle vittime civili e la cui riuscita è largamente condizionata dalla morte del o dei terroristi. Per tentare di comprendere la novità del fenomeno bisogna escludere il costante riferimento ai kamikaze giapponesi, che si reputavano combattenti e che miravano a obiettivi militari. L'originalità del fenomeno attuale riguarda più che altro l'inasprimento del attitudine sacrificale in contesti sempre più mitizzati.
A oggi, almeno trentaquattro paesi o zone di crisi (1) hanno subìto attentati suicidi. Quarantadue sono stati bersagliati da attentati contro i propri interessi all'estero (2). Con un ritmo medio di sedici attentati all'anno tra il 1982, data della comparsa di questo tipo di azione, e l'aprile del 2000, ora si è passati a trentanove l'anno.
L'attentato suicida era originariamente concepito come metodo di guerra contro l'occupante israeliano e poi sotto mandato Onu in Libano nel 1982 (3), in Sri Lanka nel 1987, in Palestina nel 1994 dopo il massacro della moschea di Hebron, in Turchia nel 1995, in Kashmir nel luglio 1999, in Cecenia nel 2000, per poi estendersi in Russia nel 2002 e in Iraq nel 2003. Diventa metodo terrorista «indiretto» contro gli Stati uniti in Kenya e Tanzania nel 2001, contro la Francia in Pakistan, contro l'Australia in Indonesia nel 2002, e in Maghreb nell'aprile e maggio 2002. Costituisce un metodo di guerra civile o interreligiosa in Arabia saudita e in Pakistan da molti anni e in Iraq dal 2003. Può anche essere usato per compiere «esecuzioni» come è accaduto con l'assassinio del comandante Massud. L'attacco suicida si è anche globalizzato: l'attentato al World Trade Center ha riunito kamikaze di sei nazionalità (più di una quindicina, se si conta la logistica) e le 3.052 vittime sono di un centinaio di nazionalità diverse.
I bersagli a cui si mira sono diventati incredibilmente eterogenei: uffici dell'Onu, turisti in albergo (Mombasa in Kenya) o locali notturni (Bali), sinagoghe (Buenos Aires o Gerba), un compound popolato da mediorientali (Arabia saudita), una banca (Istanbul), una nave da guerra (Uss Cole), una petroliera (Limbourg)... E soprattutto un numero enorme di vittime «collaterali».
Il luogo geografico dell'attentato si è esteso dal territorio del nemico militare (Israele o Sri Lanka) a quello di un regime disprezzato (Stati uniti) o di paesi musulmani (Tunisia, Marocco) se non addirittura islamisti (come l'attuale governo turco o l'Arabia saudita).
Il fenomeno è di origine musulmana, ma non solo. Dal 9 luglio 1987, con un attentato che uccise quaranta soldati dello Sri Lanka, le Tigri tamil (4) induiste perfezionarono la tecnica copiata dagli Hezbollah sciiti libanesi. Le Tigri tamil hanno rivendicato quasi duecento attentati suicidi, cioè molti di più dei palestinesi. Il Partito dei lavoratori kurdi (Pkk), sebbene laico e leninista, vi è ricorso nei periodi di indebolimento militare per richiamare alle armi le proprie truppe. Il processo è tanto imitativo quanto religioso.
Più di dieci anni sono passati tra gli attacchi suicidi degli Hezbollah libanesi (1982) e i primi kamikaze palestinesi (1994), dopo la deviazione in Sri Lanka.
Per quanto riguarda la personalità del candidato al suicidio, non è sempre quella del giovane esaltato, influenzabile, o addirittura drogato proveniente da un ambiente svantaggiato. Gli autori degli attacchi dell'11 settembre 2001 erano laureati, appartenenti alla classe media e senza storia né passato da militanti. Alcuni casi si possono spiegare con la motivazione personale, come quello di Hanadi Tayssir Jaradat, giovane avvocatessa palestinese che volle vendicare il fratello e il fidanzato nell'ottobre 2003 a Jenin; ma tale motivazione non esiste nel profilo dei kamikaze provenienti dalle madrasa pakistane che compiono attentati suicidi in Kashmir (5). Ed è ancora meno presente tra gli islamisti indonesiani che scelgono di uccidere turisti australiani a Bali.
La moltiplicazione di questo tipo di attentati trova innanzitutto spiegazione nel fallimento delle altre forme terroristiche. Pur rappresentando l'1% degli attentati palestinesi, gli attacchi suicidi hanno provocato, tra il 2000 e il 2002, il 44% delle vittime. Israele ne ha subiti cinquantanove nel 2002, quasi quanto nel corso degli otto anni precedenti (sessantadue). Benché il kamikaze rappresenti la forma più «efficace» della bomba terrorista, adatta a scegliere il momento migliore e il luogo migliore, il suo valore militare non è però sempre evidente.
L'attentato suicida costituisce più che altro un'opzione facile, perché non ha bisogno di piani di fuga, e in caso di fallimento il terrorista a volte è pronto a suicidarsi come fanno i Tamil, che portano con sé una capsula di cianuro. Secondo uno studio della Rand Corporation (6) l'attentato suicida provoca quattro volte più vittime degli attacchi terroristici classici. Infine permette di colpire direttamente i luoghi più sensibili del territorio avversario - New York, Washington, Tel Aviv, Mosca - mirando a personalità inaccessibili come primi ministri o presidenti.
Il costo dell'organizzazione è minimo, circa 150 dollari, secondo calcoli israeliani. Il rapporto costo organizzativo/danni degli attentati dell'11 settembre 2001, è impressionante poiché per una spesa inferiore a un milione di dollari, per gli Stati uniti le perdite economiche complessive sono state stimate a 40 miliardi di dollari.
In pochi anni si è passati dall'azione condotta da un solo terrorista ad attentati di gruppo: undici persone in Marocco, diciannove negli attacchi dell'11 settembre 2001 e quattordici kamikaze tamil contro la base aerea militare di Colombo il 24 luglio 2001.
Progressivamente l'attacco suicida è diventato una tecnica terroristica di una banalità spaventosa. Se ne possono distinguere due tipi: quelli legati a crisi di lunga durata e quelli legati a un nemico proclamato unilateralmente e globalizzato (l'Occidente, l'ebreo...) Il primo si è diffuso in zone di crisi, in risposta a contesti politici e culturali simili, frutto di un passato che è stato doloroso per più generazioni, come in Palestina, Sri Lanka, Kashmir e Cecenia: i ceceni deportati da Stalin per collaborazionismo, i palestinesi vittime del «disastro» (7) o i tamil in parte deportati dai britannici nelle piantagioni, naturalizzati cingalesi poi parzialmente «rinazionalizzati» indiani. Il kamikaze è figlio della seconda o terza generazione dopo il dramma originale, ovvero delle generazioni che non capiscono perché non ci sia ancora una speranza.
La cultura della violenza e della morte è molto marcata. La costruzione della figura del martire che soppianta progressivamente quella del combattente è essenziale per preparare il terreno. L'atmosfera pregna di morte prodotta dalla violenza delle truppe occupanti e dalla glorificazione di coloro che resistono, prepara al sacrificio supremo, che si suppone sia preferibile alla vita terrena. Lo studio fatto da Eyad Sarraj, psichiatra palestinese fondatore del Gaza Community Mental Health Programme (8), è sconvolgente. Un quarto dei giovani di Gaza aspira a immolarsi come martire, alcuni rifiutano di andare a scuola, temendo di ritrovare i genitori arrestati e la casa distrutta. «Nella prima Intifada, il pericolo era limitato ai luoghi in cui si affrontavano i soldati e i lanciatori di pietre - spiega (9). Oggi la morte viene dal cielo. Chiunque può essere colpito in qualsiasi momento e questo crea uno stato di panico cronico». Quelli che hanno visto umiliato il padre o il fratello preferiscono comportarsi alla stregua del soldato israeliano.
«Razionalità delirante». dice Jacques Semelin a proposito dei processi di genocidio (10), ma pur sempre razionalità. Il suicidio per vendetta appare altruista secondo la classificazione di Emile Durkheim. Il kamikaze fa dono della sua vita per una collettività identificata, strutturata politicamente secondo un ordine etno-nazionalista che rivendica un territorio. Il reclutamento risulta facilitato dal senso di tradimento delle giovani élite istruite che stanno per «farcela» a lasciare il territorio di violenza e di sofferenza ma che brutalmente tornano a sacrificarsi (11). L'obiettivo finale della lotta appartiene al campo politico, anche se racchiude una giustificazione religiosa.
Anche se il kamikaze si isola nella fase di preparazione dell'attentato, egli si rivolge alla propria famiglia, cosa che non fecero gli autori dell'11 settembre. «Voglio vendicare il sangue dei palestinesi, in particolare il sangue delle donne, dei vecchi e dei bambini. E ancora più in particolare quello del piccolo Himam Hejjo la cui morte mi ha colpito fino in fondo al cuore... Dedico il mio atto di umiltà ai fedeli dell'islam che ammirano i martiri e operano per la loro causa...», ha spiegato Mahmoud Ahmed Marmash (attentato suicida di Netanya maggio 2001).
Il senso di totale impasse nasce dopo numerose fasi di una negoziazione che non ha vie d'uscita o che viene considerata fuorviante. In Israele i primi attentati di Hamas compaiono dopo il processo di pace di Oslo, che il movimento islamico intendeva mandare a monte dopo la ripresa della colonizzazione israeliana su terre che dovevano invece tornare ai palestinesi, e la causa scatenante fu il massacro da parte del colono Baruch Goldstein di una trentina di fedeli alla moschea di Hebron nel febbraio 1994. Frequente è la crisi delle tradizionali rappresentazioni politiche, siano esse relative al clan (Cecenia), o partigiane (l'Organizzazione per la liberazione della Palestina, Olp o il Fronte di liberazione del Kashmir, Jklf) (12). Più in generale l'incapacità delle élite al potere di cambiare l'ordine del dissoluto mondo terreno spinge a scegliere una soluzione purificata dal martirio.
La rivalità tra partiti o gruppi tradizionali (come tra palestinesi o tra tamil), discredita ancora di più i partiti tradizionali. L'Ltte hanno così eliminato fisicamente i membri di due formazioni rivali: quelli dell'Organizzazione di liberazione dell'Eelam tamil (Telo) nel 1985, poi quelli del Fronte di liberazione rivoluzionaria popolare dell'Eelam (Eplrf) nel 1986-87.
L'uso dell'attentato suicida è anche emblematico di una vita senza via d'uscita. La legittimità religiosa o sacrificale è quindi vissuta come superiore alla legittimità patriarcale. «Il Corano contro il padre», il wahhabismo contro le confraternite sufi, fa notare la specialista Penelope Larzillière. La religione lo favorisce, ma può bastare anche un'atmosfera sacrificale di morte.
Le donne occupano un ruolo crescente tra i palestinesi, nel Pps siriano - che fece partecipare cinque donne a dodici attacchi suicidi - o nelle Ltte, che hanno costituito la propria brigata di donne volontarie, le Tigri nere. La decisione può a volte essere scatenata da uno stupro da parte dei soldati occupanti, poiché la giovane donna viene disonorata allo stesso tempo dall'occupante e di fronte alla propria società.
La motivazione personale sembra uno strano miscuglio di resistenza all'occupazione ma anche di reazione contro il machismo della società locale (13). Wafa Idriss, la prima donna kamikaze palestinese, ripudiata da suo marito per sterilità e costretta a tornare disonorata nella propria famiglia, non trovò che il sacrificio supremo, atto a rovesciare l'ordine sociale, come mezzo per lavare l'infamia. Caso non isolato, come dimostrano gli esempi di Ahlam Araf Tamimi, autrice di un attentato il 9 agosto 2001, e della tamil Dhanui che assassinò Rajiv Gandhi, entrambe avevano «peccato» e generato figli illegittimi. «Era un atto contro l'occupazione, ma anche un mezzo per provare alla mia famiglia che valevo quanto i miei fratelli, i quali avevano la possibilità di andare all'università mentre a me era proibito», dichiarò Fatma Al Said, arrestata dopo l'assassinio di due soldati israeliani (14).
La volontà di non colpire vittime innocenti dà almeno adito a un dibattito. Il presidente ceceno Aslan Maskhadov ha condannato gli attentati contro vittime civili, come il Gran mufti dell'Arabia saudita sheikh Abdelaziz al-Cheikh, o il mufti Mohammed Sayyid Al Tantawi, cheikh dell'università Al Azhar del Cairo.
Nonostante l'abito religioso, questi attentati entrano in generale in una logica fondamentalmente politica e solo un serio processo di negoziati può inaridirli. La violenza contro-terrorista fondata sulla punizione collettiva si rivela un fallimento. «Gli porteremo la guerra in casa. Così la guerra la devono fare nelle loro case e non nelle nostre. Se combattiamo sulle loro terre siamo avvantaggiati», assicura un ufficiale dell'esercito israeliano (15). A partire dalla seconda intifada le vittime palestinesi sono sì tre volte di più di quelle israeliane, ma la politica di forza di Ariel Sharon non protegge Israele poiché le vittime israeliane sono tre volte di più di quelle di venticinque anni fa.
Questi metodi nutrono l'humus su cui germoglia il candidato al suicidio.
È significativo che in Algeria non si abbiano attentati suicidi (16); la relativa giovane età del conflitto, nonostante la violenza della guerra civile iniziata nel 1991, non basta a spiegare questa assenza.
Ben più inquietante è la seconda categoria di attentati suicidi, quella che trova la propria consacrazione nell'attacco al World Trade Center. Il nemico è diventato una costruzione globalizzante e immaginaria «reificata»: «Gli ebrei, i crociati e gli ipocriti» citando Osama bin Laden, il quale riunisce così alla rinfusa tutti i bersagli eterocliti senza preoccuparsi in alcun modo della religione delle vittime indirette.
Il 21 maggio, il canale televisivo al Jazeera diffonde una registrazione in cui il numero due di al Qaeda, Ayman al-Zawahiri, chiama i musulmani a «combattere contro gli americani...», li esorta a «cacciare gli occidentali dalla penisola arabica "terra dell'islam"»: «I crociati e gli ebrei capiscono solo la lingua della morte, del sangue e delle torri che bruciano». E aggiunge, «o musulmani, prendete la vostra decisione e colpite le ambasciate degli Stati uniti, della Gran Bretagna, dell'Australia e della Norvegia (sic), le loro ditte e i loro impiegati».
Le reti a cui tradizionalmente si imputano questi attentati suicidi sono composte di tre strati generazionali: quello dei veterani, gli «afghani», che hanno lottato contro i russi come bin Laden, Adnan Ersoz il turco, o Abu Qatada di Londra; quello dei più giovani, i «bosno-ceceni», come Azad Ekings, il turco degli attentati di Istanbul, i fratelli David e Jérôme Courtailler o Menad Benchellali, il giovane lionese che preparava un attentato chimico contro l'ambasciata russa a Parigi. Affascinata dai vecchi combattenti si aggrega una terza generazione intorno ai vent'anni, come Richard Reid, l'uomo con le scarpe-minate, che accetta il sacrificio per una causa mitica: il trionfo dell'islam, il ristabilimento del califfato e una ritrovata unione dei musulmani. Questi giovani costituiscono «gruppuscoli senza nome», afferma Rusen Cakin, specialista turco dei movimenti islamisti, e sono uniti da una deriva sacrale che poggia su un'ideologia settaria e di sacrificio. Il tempo viene abolito da un riferimento mitologico legato all'età d'oro dell'islam (salafisti).
L'ideologia guerriera presenta il vantaggio di poter scegliere un nemico reificato a cui negare qualsiasi valore, una concentrazione di tutti i mali e di tutte le preoccupazione (americani, israeliani, francesi per i magrebini...) . Non c'è più la rivendicazione di una identità nazionale, ma una sorta di identità planetaria, la «umma» (comunità dei credenti). Come la moschea, l'internet café diventa il vero luogo di incontro. I candidati al suicidio, spesso provenienti da famiglie multiculturali o sradicate, a volte titolari di varie nazionalità, vivono una geografia simbolica: la terra d'islam è lì dove loro si trovano e dove possono «legittimamente» avvenire attentati.
La mitologia dell'islam martirizzato Si tratta di uno dei sorprendenti effetti della «glocalizzazione»: la solidarietà è locale e spesso è costituita a partire dallo stesso quartiere o dalla stessa città, come una banda, e gli agenti di collegamento «i connettori» come Jamel Beghal, sono planetari e mettono il massimo di frontiere tra i gruppi. Il gruppo islamista marocchino Assirat al Moustaqim (la retta via) da cui provenivano otto dei quattordici terroristi è un miscuglio tra una setta e una banda di quartiere del sobborgo popolare di Sidi Moumen, mentre l'imam veniva dalla Francia.
Gli occidentali convertiti o i reborn in Islam (17) possono diventare scopritori di futuri bersagli e fornitori di passaporti falsi dichiarati perduti e rinnovati all'infinito, come fece Zacarias Moussaoui. I pellegrinaggi in Pakistan, in Kashmir o in Afghanistan sono frequenti.
Il denaro si trova facilmente. Secondo Scotland Yard, la rete di 4.000 associazioni islamiche e di 50 banche permette ogni anno di ridistribuire i 3 milioni di lire della zakat al fitr (18). Questi spostamenti frequenti partecipano alla deterritorializzazione della lotta, così come i contatti via internet.
Il caso dei mujaheddin del popolo iraniani che si immolarono nel fuoco dopo la cattura di Maryam Radjavi da parte della Direzione della sorveglianza del territorio (Dst) francese costituisce un esempio interessante di queste atmosfere mitizzate che predispongono i militanti al sacrificio anche per un motivo futile. Fenomeni analoghi si ritrovano nei suicidi collettivi sia tra i prigionieri del Pkk che nelle sette apocalittiche, che si presentano come assediate da un mondo che non le comprende e le aggredisce (suicidio della Guyana con David Koresh o il Culto del Tempio solare in Francia).
Il posto centrale del Guru/Leader/ Emiro è essenziale per dar corpo alla promessa di un «dopo» migliore, che sia esso sulla terra grazie al trionfo della causa o in cielo. Spesso egli si autoproclama, come Richard Robert «l'imam dagli occhi blu» degli attentati in Marocco, originario di Saint Etienne. Il culto della personalità sviluppa l'attaccamento quasi religioso al capo a cui il sacrificio è dovuto, che sia per Maryam Radjavi, per bin Laden o per Abdullah Ocalan, il leader del Pkk, o Riduan Isamuddin, alias Hambali, il leader operativo della Jamaah islamiyah indonesiana. I bersagli sono universali (Nazioni unite, Croce Rossa, World Trade Center, banche...); i metodi sempre più ciechi; gli effetti collaterali indifferenti: la guerra contro altri musulmani non è proibita. La legittimazione viene dall'invettiva lanciata contro gli «ipocriti» che essi siano sciiti qualificati come «mezzi ebrei» o cattivi credenti accusati di vivere «all'occidentale», nella depravazione.
L'attentato contro il complesso residenziale Al Mohaya di Riyadh l'8 novembre 2003 ha provocato vittime di diciannove nazionalità principalmente mediorientali, nessun occidentale. L'attentato contro la sinagoga di Istanbul ha ucciso cinque ebrei turchi su diciannove vittime. Al Qaeda, di cui Washington vede la mano dappertutto, è diventata un «nemico mitologico», come fa notare giustamente Richard Labevière.
Gli attentati di Istanbul sono emblematici della rottura con l'islam politico tradizionale: il fondatore degli Hezbollah turchi è un «afghano», Adnan Ersoz. La seconda generazione, quella dei bosno-ceceni, si riunisce intorno ad Azad Ekings, che ha reclutato e formato i giovani kamikaze di vent'anni che frequentano assiduamente l'Internet cafè di Bingol. Gli attentati suicidi hanno colpito un paese che ha rifiutato di prestare aiuto all'America durante la guerra in Iraq e che è governato da un partito politico che si rivendica come appartenente all'islam politico, il Partito della Giustizia e dello sviluppo, il cui capo, primo ministro, ha dichiarato: «È un attacco alla Turchia e ai suoi cittadini ebrei!». Questi attentati segnano una frattura tra islamisti politici «costituzionalisti», coloro che hanno scelto la via elettorale come li abbiamo conosciuti negli anni '80, e piccoli gruppi sparsi in cui vengono reclutati i kamikaze di nuova generazione.
È evidente che i due tipi di kamikaze non sono indipendenti. I primi fanno da riferimento ai secondi in una mitologia dell'islam martirizzato.
Derivano però da elaborazioni diverse. Il concetto di «guerra globale contro il terrorismo» è un errore politico poiché assimila gruppi e azioni diversi. Un processo politico di negoziato è l'unica soluzione nei casi di comportamento suicida etno-nazionalista a sfondo religioso della Cecenia e della Palestina. In tal modo, il ritiro delle truppe israeliane dal Libano ha incoraggiato gli Hezbollah nella decisione presa a partire dagli ultimi anni dell'occupazione, di fermare gli attentati suicidi, che tra l'altro miravano a bersagli militari e non ai civili.
In generale la brutalità delle forze di occupazione indiane, russe, srilankesi o israeliane fa più vittime degli attentati. Essa legittima l'atto terroristico come arma asimmetrica e il rifiuto dello status di vittime innocenti alle popolazioni civili: sia perché esse sono armate (coloni israeliani) sia perché fingono di ignorare i massacri commessi (popolazione russa). Infine essa assicura il sostegno della popolazione e alimenta il vivaio in cui si reclutano i futuri kamikaze.
La seconda categoria di attentati kamikaze ha colpito il più grande numero di paesi e continua a estendersi. E nessun paese europeo può ritenersi al riparo da simili atti.



note:

*Alto funzionario, Parigi.

(1) Libano, Israele-Palestina, Argentina, Cecenia-Inguscezia-Ossezia e Russia, Kashmir, India, Sri Lanka, Tagikistan, Indonesia, Arabia saudita, Siria, Marocco, Afghanistan, Stati uniti, Turchia, Iraq nel sud sciita, nel triangolo sunnita e nel Kurdistan (iracheno), Yemen, India, Pakistan, Filippine, Tunisia, Egitto, Kenya, Tanzania, Kuwait, Croazia, Spagna, Uzbekistan e due progetti che miravano a Singapore e alla Malaysia.

(2) Oltre ai paesi già citati, ci sono la Gran Betragna, la Giordania, la Spagna, la Francia, la Germania, l'Italia, l'Australia e la Svizzera (attraverso la Croce rossa a Baghdad).

(3) Il primo attentato suicida, nel 1981, prende di mira l'ambasciata irachena a Beirut ed è condotto da un gruppo islamista, Al Da'wa, attualmente membro del consiglio di transizione.

(4) Tigri di liberazione dell'Eelam tamil - Ltte.

(5) Amélie Blom, «Les kamikazes du Cachemire: "martyrs" d'une cause perdue», Critique internationale, n° 20, luglio 2003.
(6) An alternative strategy for the war on terrorism,11 dicembre 2002.
(7) Il 1948 è stato segnato dall'esodo di circa 750.000-850 000 palestinesi.
La storiografia palestinese chiama questa diaspora «al Nakba», «la catastrofe».
(8) Gaza Community Mental Health Programme.Indirizzo Internet: http:/www.gcmhp.net.

(9) Dichiarazioni in occasione della 6a biennale del cinema arabo all'Institut du monde arabe, Parigi, 2002.

(10) « Les rationalités de la violence extrême », Critique internationale, n° 6, luglio 2000, pp 143-158.
(11) Cfr. sul Kashmir, Amélie Blom, op. cit.; sul martirio palestinese Penelope Larzillière in Diechkoff et Leveau, Israéliens et palestiniens ; la guerre en partage, Balland, Parigi 2003, p 105.

(12) Amélie Blom, «Les kamikazes du Cachemire, "martyrs" d'une cause perdue», Critique internationale, op. cit.

(13) Si veda Barbara Victor, Femmes kamikaze, Flammarion, Parigi, 2003.
(14) Citato da Barbara Victor, op. cit.

(15) Bruce Hoffman, The Logic of suicide terrorism, The Atlantic monthly, Boston, giugno 2003.
(16) Luis Martinez, «Le cheminement singulier de la violence islamiste en Algérie», Critique internationale, n° 20, op. cit.
(17) Olivier Roy, Global muslim, Feltrinelli, 2003.
(18) Elemosina rituale.
(Traduzione di P. B.)

 

LE MONDE diplomatique - Giugno 2004

Verso l'annessione di una parte della cisgiordania
All'ombra del muro, Israele costruisce aree industriali


Dalla metà di maggio, l'esercito israeliano si accanisce sui campi profughi di Rafah, uccidendo decine di persone e distruggendo centinaia di abitazioni. Di fronte a questo massacro, battezzato operazione «arcobaleno» nessuno osa protestare. Un silenzio tanto più scioccante se si pensa che, dall'inizio della primavera, l'ecatombe non si è mai interrotta: 60 morti in aprile, 100 nei primi venti giorni di maggio. Nulla di tutto ciò è dovuto al caso: Israele intende blindare la striscia di Gaza prima di lasciarla, per concentrare la sua politica di annessione sulla Cisgiordania. Il generale Sharon spera di raggiungere così il suo obiettivo: il «politicidio» del popolo palestinese, distrutto in quanto entità politica. Il muro, all'ombra del quale si costruiscono aree industriali, rinchiuderà uno pseudo-stato palestinese, diviso in quattro parti e privo di ogni funzione.

Meron Rapoport


Dalle case sulla collina i contadini di Irtha, un villaggio nei pressi di Tulkarem, vedono ancora i loro campi; ma ormai da un anno non possono più raggiungerli per via dei fossati e delle transenne di filo spinato della cosiddetta «barriera di separazione». E per di più, ora l'esercito israeliano minaccia di confiscare quelle terre, per un'estensione di circa 500 dunam (1). In ogni caso la loro sorte sembra ormai segnata: quei terreni saranno occupati da una zona industriale, che si prevede di insediare sui due versanti della barriera, con il contributo delle autorità israeliane da un lato e di alcuni imprenditori palestinesi dall'altro. E i contadini palestinesi, privati delle loro terre, non avranno altra scelta che andare a lavorare in quelle fabbriche, pagati un terzo del salario minimo di un operaio in Israele.
Il caso di Tulkarem non rappresenta un'eccezione. Certo, siamo ancora lontani dal completamento della «barriera»: dei 700 km previsti ne sono stati costruiti finora solo 200; ma Israele sta già progettando la prossima mossa. Ehud Olmert, ministro dell'industria, del commercio e del lavoro, persegue il piano di una serie di aree industriali lungo il muro. In alcuni settori dell'esercito, e in particolare in quelli addetti alla sorveglianza dei territori palestinesi, questo progetto è visto come la prosecuzione del muro. «Vedrete: sarà bellissimo», assicura il comandante del coordinamento militare di Tulkarem, mentre ispeziona il varco della barriera (che penetra per tre chilometri circa in territorio palestinese). «Quando avremo costruito la zona industriale tutto andrà per il meglio. Uno sviluppo di questo tipo risponde a un vero bisogno, sia della popolazione che dell'Autorità palestinese», sostiene Gabi Bar, direttore generale per i rapporti con il Medioriente presso il ministero dell'industria. E dato che per motivi di sicurezza un investimento del genere non si può fare, ad esempio, a Nablus, il sito migliore è lungo la «barriera».
L'idea di per sé non è nuova. Dopo gli accordi di Oslo del 1993, funzionari israeliani e palestinesi avevano raggiunto un accordo per la creazione di nove aree industriali lungo la linea verde (2), in Cisgiordania e a Gaza, da Jenin a nord fino a Rafah a sud. E si sperava che quelle fabbriche avrebbero dato lavoro a 100.000 palestinesi.
Ma il progetto ha dovuto essere accantonato a causa dell'Intifada.
Fin dai primi giorni delle sollevazione, una folla furibonda di palestinesi ha dato fuoco al primo embrione di un complesso industriale israeliano sorto nei pressi di Tulkarem col nome promettente di «germoglio di pace». Anche l'area industriale di Erez, situata a ridosso dell'omonimo posto di blocco sul confine tra la striscia di Gaza e Israele, è stata ripetutamente attaccata dai palestinesi. Eppure, anche se con alterne vicende, queste due aree industriali continuano a funzionare.
Circa 4.500 palestinesi lavorano a Erez e altri 500 a Tulkarem; ma finora nessuno aveva pensato di far sorgere nuove aree industriali sulla linea verde. È stata la costruzione del muro a far risuscitare quella vecchia idea.
La «barriera» ha ulteriormente aggravato la disoccupazione palestinese, già molto elevata (il 45% in Cisgiordania, il 60% nella striscia di Gaza). I 120.000 palestinesi che prima del 2000 lavoravano, legalmente o in nero, in territorio israeliano, oggi non possono più raggiungere quei posti di lavoro. E per di più varie migliaia, o forse decine di migliaia di contadini sono tagliati fuori dai loro campi situati sul versante «israeliano» del muro, e sono quindi di fatto senza lavoro. A voler essere cinici, si potrebbe dire che il muro incarna due elementi necessari al successo delle aree industriali israelo- palestinesi: la sicurezza (per gli investitori israeliani) e l'occupazione (per gli operai palestinesi).
Ehud Olmert lo ha detto chiaramente: «Le zone industriali risolveranno contemporaneamente due problemi: la disoccupazione per i palestinesi e l'alto costo della manodopera per gli industriali israeliani (che attualmente stanno delocalizzando la produzione in Estremo Oriente).
E non si correrà alcun rischio, dato che i palestinesi non dovranno attraversare la linea verde» (3). Nel dicembre 2003, in occasione di una conferenza tenuta a Gerusalemme con la partecipazione di Saeb Bamya, alto funzionario del ministero palestinese dell'economia nazionale, il ministro Olmert aveva esposto una visione del «nuovo Medioriente» molto vicina a quella di Shimon Peres: «Non permetterò alla politica - ha detto - di interferire nello sviluppo delle relazioni economiche con i nostri vicini palestinesi». Ma dimenticava che a metà del 2001 era stato il governo israeliano a interrompere ogni rapporto ufficiale con l'autorità palestinese (4).
Nel gennaio 2004, Ehud Olmert è invitato a una conferenza organizzata da un notissimo industriale israeliano, Stef Wertheimer, che lancia un programma per la costruzione di ben 100 aree industriali in Medioriente.
La sua concezione si riassume in una battuta: «Meglio metterli al lavoro che abbandonarli al terrorismo». Altruismo? Desiderio di pace? «Perché, secondo voi - chiede Gabi Bar, del ministero dell'industria - l'area industriale di Erez è tuttora attraente per circa 200 stabilimenti industriali, rimasti lì nonostante gli attacchi terroristici?» Il motivo principale è il basso livello delle remunerazioni: circa 1500 shekel (270 euro) a confronto con il salario minimo israeliano, che è di 4500 shekel (810 euro). Inoltre, gli imprenditori non sono soggetti alle norme sui diritti dei lavoratori in vigore in Israele. Gabi Bar spiega inoltre che esiste un piano per creare in territorio israeliano «enclavi palestinesi», esenti dalla normativa israeliana sul lavoro. Anche se Histadrut, il grande sindacato israeliano, respinge qualsiasi forma di apartheid tra operai israeliani e palestinesi.
Gli israeliani potrebbero avere però anche un altro motivo per investire nei siti a ridosso della «barriera». Gli impianti della Geshuri, la più importante azienda della zona industriale vicina a Tulkarem, specializzata in pesticidi e altre sostanze chimiche, si trovavano fino al 1985 nei pressi della città costiera di Netanya. Ma la popolazione locale aveva protestato per le emanazioni maleodoranti dello stabilimento.
Da qui la decisione di spostarlo... in Cisgiordania. A sua volta, l'autorità palestinese ha chiesto che gli impianti della Geshuri fossero allontanati dall'abitato di Tulkarem, ma inutilmente. Il titolare dell'azienda, Raanan Geshuri, invita tutti a visitare lo stabilimento per constatare di persona la sua sicurezza. Ma dato che non ha convinto i cittadini di Netanya, non si vede perché quelli di Tulkarem dovrebbero credergli sulla parola. In base a questi precedenti, c'è da credere che altri industriali israeliani siano tentati di spostare i loro impianti più inquinanti in luoghi non soggetti alle rigorose norme ambientali israeliane. Ma secondo Gabi Bar, nonostante tutto i palestinesi non potranno che trarre benefici da queste aree industriali. «In ogni caso, a Erez sono pagati meglio che a Gaza». E ha indubbiamente ragione.
In base ai dati del rapporto dell'organizzazione delle Nazioni unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao) del marzo 2004, i palestinesi in condizioni di «insicurezza alimentare» (un altro modo per dire che soffrono la fame) sono il 40%, mentre il 60% vive al disotto della soglia di povertà, cioè con meno di 2,1 dollari al giorno secondo il criterio adottato dalle organizzazioni internazionali. Perciò i palestinesi dovrebbero essere ben lieti di poter lavorare per mantenere le loro famiglie. Ma in quali condizioni?
Ne parliamo con Abdel-Malek Jaber, un imprenditore molto vicino, a quanto lui stesso afferma, al ministro palestinese dell'industria Maher al-Masri. È il responsabile della Piedco (Palestinian Development Management Company) (5), che riveste un ruolo di primo piano nella creazione delle aree industriali. Attualmente, Jaber sta raccogliendo i fondi d'investimento per la costruzione delle due prime aree industriali.
Per lui questa è l'unica soluzione per salvare l'economia palestinese, utile però anche a rilanciare quella israeliana, dato che entrambe sono inestricabilmente legate tra loro: nel 2001 - a un anno dall'inizio dell'Intifada - Israele era la fonte dell'86% delle importazioni dei territori palestinesi, e la destinazione del 64% delle loro esportazioni.
L'Autorità nazionale palestinese è il suo terzo partner commerciale, dopo l'Unione europea e gli Stati uniti.
«Per evitare che il tasso di disoccupazione in Palestina salga oltre il livello attuale, già molto elevato - spiega Abdel-Malek Jaber - l'economia dei territori dovrebbe svilupparsi a un ritmo annuo del 7%- 8%, cosa evidentemente impossibile. Dunque dobbiamo fare un balzo in avanti. Da qui l'idea delle aree industriali a ridosso del confine. Israele è un paese sviluppato, integrato nell'economia globalizzata; perciò per noi quest'iniziativa può essere solo vantaggiosa.
Al punto in cui siamo oggi, stiamo correndo a gran velocità verso l'inferno. Quello che vorrei è dare una speranza alla popolazione».
Le due prime aree industriali previste dal suo progetto saranno costruite a Jalama, a nord di Jenin, di fronte al villaggio di Irtah. Abdel-Malek Jaber spiega di aver «acquistato terreni da privati palestinesi», e di averne già identificati altri nei pressi di Betlemme. Ha in programma la costruzione di due nuove aree industriali: una a Rafah, a sud della striscia di Gaza, e l'altra a Tarkumia, in prossimità di Hebron (Al-Khalil), al sud della Cisgiordania. Ciascuna di queste aree darà circa 15.000 posti di lavoro, e il progetto complessivo potrebbe crearne 100.000 (su una popolazione attiva che in Cisgiordania è valutata a 560.000 unità).
Gli investitori stanno già manifestando il loro interesse. Abdel-Malek Jaber fa notare: «Non spenderei 40 milioni di dollari se non avessi qualche cliente». Secondo i suoi calcoli, i costi di produzione sarebbero inferiori del 70% a quelli di Israele, grazie ai bassi salari e ai prezzi contenuti degli alloggi. Spera che il primo dei complessi industriali possa entrare in funzione entro 18 mesi, e si impegna al massimo per tranquillizzare gli israeliani. «Non sono un ingenuo.
Se vogliamo che queste aree industriali possano funzionare, dobbiamo concludere nuovi accordi diversi in materia di sicurezza».
Quanto alla natura di questi «accordi di sicurezza», una spiegazione più esplicita ci viene data da Gabi Bar. «La condizione fondamentale è che la sicurezza di queste aree sia affidata esclusivamente agli israeliani. Anche perché se uno stabilimento è posto sotto la nostra diretta sorveglianza, possiamo dire che si trova in Israele; e quindi i suoi prodotti non saranno soggetti agli stessi controlli di sicurezza di quelli provenienti da Nablus». La responsabilità in materia di sicurezza costituisce di fatto uno dei principali cambiamenti rispetto ai piani esistenti prima dell'Intifada. Come spiega il professor Reuven Horesh, già direttore generale del ministero dell'industria durante il governo di Ehud Barak, all'epoca si prevedeva di trasferire la tecnologia da Israele in Palestina, e di affidare ai palestinesi l'intera responsabilità di quelle zone. A questo punto invece saranno gli israeliani i soli responsabili della sicurezza, anche se la proprietà del suolo e la gestione resteranno in mani palestinesi. «Ma fare dichiarazioni di questo tipo non facilita certo le cose», commenta a denti stretti Abdel-Malek Jaber, ben consapevole della «sensibilità» palestinese. Proprio qui sta il nocciolo del problema. Delle due l'una: o queste aree industriali saranno il frutto da una vera cooperazione, oppure la loro costruzione sarà assimilata alle innumerevoli decisioni unilaterali - tra cui la costruzione del muro - che i palestinesi sono stati costretti a subire. E purtroppo, a giudicare da una serie di segnali inequivocabili, quest'ultima ipotesi è la più probabile. Il 29 febbraio 2004, dalle colonne di un giornale arabo, il ministero dell'interno israeliano ha annunciato ai contadini di alcuni villaggi a nord-ovest di Jenin che entro quindici giorni, circa 6.000 dunam di terre di loro proprietà sarebbero stati confiscati «ai fini di una rettifica della pianificazione regionale della zona industriale di Shahak».
In altri termini, per ampliare quelle strutture, situate sul versante «israeliano» del muro (ma all'interno dei territori occupati nel 1967), altre terre dovevano essere sottratte ai loro proprietari.
Gabi Bar non è al corrente di questi ordini di confisca, ma ammette che per Israele l'ampliamento della zona industriale presenta un «grande interesse», e che in proposito c'è stato «un primo contatto» con i palestinesi. Dal canto loro, i contadini dei villaggi di Silat Al-Harithia e di Tura A-Sharkia giurano che nessuno li ha informati della faccenda, e che i funzionari palestinesi hanno dichiarato di non saperne nulla. Stessa situazione nella zona di Tulkarem. Faiz A-Tanib, dell'Unione dei Coltivatori, riferisce che alcuni contadini di Irtah e di Farun hanno appreso da una lettera delle autorità militari la confisca di 500 dunam di terreni di loro proprietà, situati sul versante «israeliano» del muro. Quei campi, che davano da vivere a una cinquantina di famiglie, dal giorno della costruzione del muro sono abbandonati e incolti.
Sembra ormai evidente che il piano preveda la costruzione del complesso industriale di Tulkarem proprio su quei 500 dunam, ai piedi della collina su cui sorge il villaggio di Irtah: è questo che hanno dichiarato i responsabili dell'esercito, è questo che i contadini si sono sentiti dire. Sempre secondo A-Tanib, alcuni uomini d'affari palestinesi hanno proposto di acquistare o di prendere in affitto parte di quelle terre. Si è fatto il nome della Piedco, la società di Abdel-Malek Jaber. «Ma a che ci serve questa zona industriale? - si chiede A-Tanib.
Si toglie la terra a cinquanta famiglie per farne lavorare altre cinquanta in fabbrica. Dov'è il vantaggio?» Le aree industriali sembrano dunque costituire un nuovo episodio di unilateralità nei rapporti israelo-palestinesi. Anche se Gabi Bar lo smentisce, sostenendo che se anche una sola di queste aree fosse costruita per decisione unilaterale, sarebbe immediatamente attaccata. Ma subito dopo aggiunge che gli accordi in proposito si potrebbero concludere a livello locale, senza coinvolgere l'Autorità nazionale palestinese (Anp). Anche per Abdel-Malek Jaber, l'insediamento delle aree industriali non dev'essere necessariamente oggetto di un'intesa politica tra Israele e l'Autorità; ma si augura che un accordo del genere possa essere raggiunto al più presto. E ricorda un precedente: l'Anp non ha forse modificato la legge sugli investimenti esteri, nell'intento di rimuovere ogni limitazione al loro afflusso nelle aree industriali? Altri però si mostrano molto più scettici, come il dr. Mustafa Barghouti, leader del nuovo movimento di sinistra Iniziativa nazionale palestinese: «Questi progetti non hanno funzionato dopo gli accordi di Oslo, e non funzioneranno neppure adesso. Sono solo operazioni di facciata per nascondere un'orrenda realtà. Gli affaristi palestinesi si preoccupano dei propri affari, e non della disoccupazione che colpisce i loro connazionali. Questo progetto ha un senso soltanto dal punto di vista israeliano, dato che consoliderà un sistema di apartheid, facendo dei palestinesi un popolo di schiavi. Ma non andrà in porto».



note:

* Giornalista, Gerusalemme.

(1) Un dunam equivale a un decimo di ettaro.

(2) Così è stata chiamata la linea d'armistizio tra Israele e la Giordania prima della guerra del 1967.

(3) Maariv, Tel Aviv, 22 settembre 2003.
(4) The Jerusalem Post, Gerusalemme, 16 dicembre 2003.

(5) Società di sviluppo della zona industriale palestinese.
(Traduzione di E. H.) 

 

 

LE MONDE diplomatique - Giugno 2004

Il «politicidio» dei palestinesi

Baruch Kimmerling


I problemi politici del primo ministro israeliano Ariel Sharon sono iniziati, anni addietro, allorché in Israele è sorto un movimento popolare che chiedeva a gran voce la costruzione di un muro di separazione attorno ai principali centri urbani del paese. I fautori del muro speravano che avrebbe impedito ai kamikaze di penetrare in Israele.
I coloni e la maggior parte degli israeliani della destra più rigorosa vi si opposero per tutta una serie di motivi: il muro rischiava di creare una frontiera implicita tra Israele e la Palestina, e di lasciare numerose colonie al suo esterno; poteva anche significare la fine della ideologia del «Grande Israele».
Per questo motivo la maggioranza del Parlamento, del comitato centrale del Likud e dello stesso governo di Sharon si è opposta al progetto.
I difensori del muro - in costruzione fin dalla primavera del 2002 - invece, prendevano le mosse non da motivazioni ideologiche, bensì dalla constatazione che l'esercito non riusciva a impedire gli attentati suicidi. Ma il primo ministro comprese ben presto i vantaggi che avrebbe potuto trarre dalla separazione e dal disimpegno, che pertanto inserì nel suo programma per distruggere i palestinesi. Per aggirare l'opposizione, è stato indetto un referendum all'interno del Likud, procedura senza precedenti nella cultura politica del paese. Sharon era convinto che la sua popolarità sarebbe basta a convincere gli elettori. La sua manovra è fallita: il 2 maggio scorso, quasi il 60% dei militanti andati a votare ha bocciato il suo progetto.
Questo abisso che si è creato tra Sharon e i suoi non ha nulla di sorprendente. Il generale è figlio del «sionismo laburista», e non del «sionismo romantico revisionista», antenato storico del Likud.
I sionisti revisionisti volevano uno stato ebraico nelle frontiere della grande Israele (ivi compresa l'attuale Giordania). Ma lasciavano nel vago sia il modo di realizzarlo, sia quello che sarebbe stato opportuno fare degli arabi del paese e della regione. Il loro postulato era il seguente: gli ebrei hanno un diritto storico e morale incontestabile sulla loro terra ereditaria, diritto che deve essere applicato individualmente.
Dopo tre decenni, questo movimento messianico secolare, sino allora avulso dalla realtà politica e sociale, ha trovato alleati nei movimenti messianici nazionali e, successivamente, negli ambienti dell'ortodossia religiosa.
La visione del sionismo laburista sulla fondazione di una nazione ebraica in Palestina era completamente diversa. Essa non invocava tanto i diritti in quanto diritti che erano stati compiuti progressivamente nella regione, ed era più consapevole dei mutamenti tra i rapporti di forza locali ed internazionali che si manifestavano tra ebrei e arabi. La tattica di base consisteva nell'acquisire prima col denaro, e poi con le armi, la massima quantità di territori con una minima presenza di arabi. Il sionismo laburista non si prefigge limiti sacri o inviolabili, la quantità di territori sotto controllo ebraico è sempre stata flessibile, in base ad un'articolazione complessa che univa e contemperava considerazioni di carattere territoriale, demografico, politico e sociale. Questo atteggiamento pragmatico e sofisticato ha dato un contributo non indifferente all'incredibile successo del progetto sionista, che invece inizialmente sembrava destinato al fallimento. Anche se la distinzione tra queste due visioni si è appannata gradualmente negli ultimi quarant'anni, conserva il suo valore fondamentale.
Dalla guerra del 1967 in poi, lo stato d'Israele e tutta la società israeliana vivono una crisi che si aggrava incessantemente, crisi che deriva dalle contraddizioni interne provocate dall'assorbimento graduale dei territori occupati e della loro popolazione. Ciò ha prodotto un boom economico senza precedenti ed ha aumentato la mobilità sociale, mascherando contemporaneamente la crisi che tuttavia continuava ad alimentare. L'apertura delle frontiere della Cisgiordania e della striscia di Gaza infatti ha inondato il mercato del lavoro israeliano con una manodopera poco costosa e ha aperto il mercato palestinese - e, indirettamente, quello arabo - ai prodotti israeliani, per non parlare poi della colonizzazione.
Questa prosperità era legata tuttavia alla cooperazione dei palestinesi dei territori occupati, e soprattutto alla loro disponibilità ad accettare che Israele procedesse alla loro integrazione economica, pur continuando ad escluderli completamente dalle altre sfere. Di fatto, tutta una generazione di palestinesi ha accettato queste regole coloniali, beneficiando di una relativa prosperità economica, ma subendo una privazione completa dei diritti umani e civili fondamentali - contro cui hanno cominciato a ribellarsi, soprattutto a partire dal 1973. Evidentemente, non avevano diritto né all'autodeterminazione né all'uso di simboli collettivi, né a far valere una identità etnica o nazionale. Vittime di questa situazione asimmetrica, le due società si sono sviluppate in un rapporto di interdipendenza. E la maggior parte degli israeliani e dei palestinesi, cresciuti in questa situazione anomala, la considerano ormai normale, e faticano a immaginarsi un tipo di rapporto diverso.
C'è voluta la prima intifada palestinese, iniziata il 9 dicembre 1987, per dare una scossa a questo sistema, che è poi completamente crollato con la seconda intifada. Tuttavia, gli accordi di Oslo hanno perpetuato questa situazione economica, pur pacificando la popolazione palestinese, a cui davano una promessa di autodeterminazione. Fin dalla prima rivolta, Israele aveva adattato la propria politica economica, facendo ricorso a lavoratori immigrati.
A prescindere dal suo interesse economico per i territori palestinesi, Israele si è trovato di fronte, dopo la guerra del 1967, a un'ulteriore difficoltà: il desiderio della società, sia a sinistra che a destra, di annettersi il centro storico dell'ebraismo in Cisgiordania, ma non i suoi residenti arabi. Orbene, in caso di annessione formale, non ci sarebbe più una maggioranza ebraica. Anche se i palestinesi non ottenessero una piena cittadinanza, basterebbe lo sviluppo demografico a distruggere l'identità ebraica dello stato. Di fronte a questa sfida così radicale, gli israeliani non sono riusciti a prendere le decisioni politiche necessarie per risolvere il conflitto, ma anche per la ricostruzione economica, per l'istruzione, la qualità della vita, i rapporti tra la sinagoga e lo stato, la democratizzazione e la demilitarizzazione della società. Col passare del tempo, la crisi è diventata più esplicita, gli interessi contraddittori sono concisi sempre più con quelli dei partiti politici, integrandosi con le identità individuali e collettive.
Nel 1977, quando salì al potere il blocco nazionalista di destra guidato dal Likud, ci si aspettava da parte sua l'annessione immediata della Cisgiordania e della striscia di Gaza, considerate parte integrante della terra di Israele, conformemente al suo programma di sempre.
D'altra parte, proprio per questo motivo, il generale Sharon, dopo aver dato le dimissioni dall'esercito nel 1973, aveva spinto alcuni partiti di centro e di destra a unirsi a fianco del capo dell'erede del sionismo revisionista, Menahem Begin. Ma a quel punto, se si escludono le alture del Golan in Siria (dicembre 1981), l'annessione dei territori non ci fu.
Questo mutamento di rotta è legato alla crescita demografica particolarmente rapida della popolazione araba dei territori occupati. Aggiunta ai cittadini arabi di Israele, trasformerebbe immediatamente lo stato ebraico in un'entità binazionale, anche se la popolazione annessa non godesse della piena cittadinanza, del diritto di voto e dell'accesso ai programmi dell'assistenza sociale. Malgrado l'ondata di immigrazione senza precedenti conosciuta da Israele in questi ultimi anni - con oltre un milione di abitanti, ebrei e non ebrei, provenienti dall'ex Unione sovietica - l'equilibrio demografico è tuttora molto precario: circa 5 milioni di ebrei (e non-arabi) e 4,5 milioni di palestinesi (cittadini e non-cittadini dello stato). Stando alle proiezioni demografiche presentate, nel 2020 vivranno su questa terra 15,1 milioni di persone e gli ebrei saranno una minoranza di appena 6,5 milioni.
Sono due le angosce esistenziali più profondamente radicate all'interno della cultura politica israeliana: l'annientamento fisico dello stato, che serve da strumento di manipolazione emotiva a molte personalità intellettuali e politiche, e la perdita della fragile maggioranza demografica ebraica, percepita come preludio dell'eliminazione fisica dello stato ebraico. Israele si trova così a dover fronteggiare due imperativi contraddittori: il possesso della «terra santa» impedirebbe la possibilità di conservare una forte maggioranza ebraica su quella stessa terra. Una grande parte dell'elettorato, proveniente dalle due scuole sioniste, ha votato a due riprese per Sharon, proprio perché egli trovi una soluzione adeguata a queste contraddizioni esistenziali interne - e la faccia finita con la seconda intifada.
E Sharon, in realtà aveva una sua «soluzione» per il problema palestinese: il «politicidio», un concetto che risale alla guerra del 1948. Si tratta di una strategia politico-militare, diplomatica e psicologica che si prefigge la scomparsa del popolo palestinese inteso come entità economica, sociale e politica legittima e indipendente. Potrà includere - ma non necessariamente - una progressiva pulizia etnica, parziale o totale, del territorio che va sotto il nome di Israele, o di Palestina storica. Il «fronte pacifista» e lo stesso Itzhak Rabin - negli ultimi anni della sua vita - intendevano risolvere il problema restituendo alcuni territori e conservando l'unità spaziale e demografica della nazione. Per questo Rabin è stato assassinato. Nelle elezioni immediatamente successive alla sua scomparsa, la maggioranza degli elettori ebrei respinse la sua soluzione, considerata una deviazione rispetto alla visione del sionismo laburista. E il governo guidato da Sharon ha optato per un'inversione di marcia rispetto agli accordi di Oslo.
La fase militare, la prima fase del politicidio, è iniziata il 29 marzo 2002 con l'Operazione «muro di difesa», che mirava a smembrare qualsiasi forza organizzata della sicurezza palestinese, ma anche e soprattutto a distruggere le basi principali del regime di Yasser Arafat. Per questi stessi motivi, l'esercito israeliano ha proceduto sistematicamente alla distruzione della maggior parte delle infrastrutture, dei servizi pubblici e dei ministeri, ivi comprese banche dati importanti, come l'Ufficio palestinese di statistica.
Le incursioni aeree e i frequenti assedi delle città, dei villaggi e dei campi profughi palestinesi - e le esecuzioni extra-giudiziarie di militari e leader politici di ogni tendenza - seguono un'altra logica: dimostrare la forza dell'esercito israeliano e la sua capacità di utilizzarla. Era necessario far sentire con mano ai palestinesi quanto fossero vulnerabili e privi di difesa, nel caso in cui tentassero di commettere un'aggressione contro una qualunque entità israeliana.
Tanto più che gli stati arabi e la comunità internazionale manifestavano solo a mezza bocca il loro interesse per i palestinesi. Israele non passa forse, sotto l'egida di un'amministrazione Bush impregnata di fondamentalismo cristiano, per un prolungamento morale degli Stati uniti? Comunque sia, gode del sostegno politico e militare pressoché incondizionato dell'unica superpotenza esistente.
Durante questa prima fase del politicidio, Sharon ha visto aumentare enormemente la sua popolarità fra gli ebrei d'Israele. Dopo aver distrutto praticamente ogni possibilità di resistenza organizzata dei palestinesi, è passato alla fase politica del suo progetto, cioè il piano di disimpegno. Il vecchio generale è un uomo pragmatico.
Sa bene che le norme internazionali non gli permetteranno di far accettare né una pulizia etnica su grande scala, né la trasformazione della Giordania in stato palestinese, come era suo obiettivo iniziale.
Per questo motivo si è impegnato nella costruzione del muro e, ultimamente, ha annunciato lo smantellamento di tutte le colonie ebraiche nella striscia di Gaza, come pure di altre quattro piccole colonie, isolate, in Cisgiordania. Come contropartite del ritiro di 7.500 coloni dalla striscia di Gaza, ha chiesto al presidente George W. Bush - e al Likud - di sostenere il mantenimento dei principali insediamenti in Cisgiordania, che contano circa 95.000 coloni - oltre a Gerusalemme est. Il primo ministro non fa mistero delle sue intenzioni. L'applicazione della road map del Quartetto deve permettergli di creare in Cisgiordania un settore contiguo, separato da Israele e dalle colonie ebraiche dal muro in costruzione. Lo «stato palestinese» comprenderebbe quattro o cinque enclaves attorno alle città di Gaza, Jenin, Nablus e Hebron.
Il piano destinato a collegarle con ponti e gallerie - per evitare ai palestinesi di dover passare ai check points - richiede una forte presenza israeliana nella maggior parte degli altri settori della Cisgiordania. Analogamente alla striscia di Gaza, dove Israele, dopo il suo disimpegno, continuerebbe a controllare le frontiere terrestri e marittime, come pure lo spazio aereo. In confronto, i bantustan brillano come simboli di libertà, di sovranità e di autodeterminazione! Tutte queste misure, Sharon le ha concepite per spegnere completamente la speranza dei palestinesi, stroncare la loro resistenza, isolarli, sottometterli alle condizioni israeliane, e per spingerli successivamente all'esodo in massa dalla Palestina. Compatibile con la visione pragmatica del sionismo laburista, il piano del primo ministro si scontra con la visione revisionista e il sogno messianico religioso del grande Israele. Si spiega così l'insuccesso del referendum all'interno del Likud. Ma la maggioranza dei cittadini israeliani sostiene il piano, e molti, all'estero, vi vedono uno spiraglio per una soluzione del conflitto. Il politicidio continua.



note:

* Sociologo israeliano, autore di Politicidio. Sharon e i palestinesi, Fazi, 2003.
(Traduzione di R.I.)

 

Torna alla pagina principale