Maxime Rodinson LE MONDE diplomatique - Maggio 2004 LE MONDE diplomatique - Maggio 2004 LE MONDE diplomatique - Giugno 2004 Pierre Conesa LE MONDE diplomatique - Giugno 2004 Meron Rapoport
Altri sono riusciti a trovare le possibilità tecniche che mancavano agli
antisemiti russi. Anche quello, in definitiva, non è servito loro più di
tanto. Forse, malgrado tutto, possiamo imparare qualcosa dalla rassegnazione
del nobile russo.
Lo stato sionista ha scelto di vivere in Palestina, cioè nel bel mezzo del
mondo arabo. Era una scelta pericolosa. Gli avvertimenti non gli sono mancati,
soprattutto da parte degli ebrei non sionisti, e non simpatizzanti del
sionismo, che per molto tempo sono stati la grande maggioranza. Ma alla fine
questo gruppo di ebrei che ha progettato e poi realizzato questo stato, ha
tenuto ferma la sua scelta. Scelta che adesso ha avuto tempo di esplicitare
tutte le sue conseguenze. Inutile ritornare sulla questione. Ma qualsiasi
albero si giudica dai frutti che dà.
La crisi attuale fa emergere un fatto nuovo (fatte le debite riserve sul
futuro corso degli eventi). Israele, fino a oggi, nei confronti del mondo
arabo parlava un linguaggio chiaro e semplice: «Siamo qui perché siamo i
più forti, ci resteremo finché saremo i più forti.
Che vi piaccia o no. E saremo sempre i più forti grazie ai nostri amici del
mondo industrializzato. Spetta a voi trarne le conclusioni, prendere atto
della vostra sconfitta e della vostra debolezza, accettarci così come siamo
sul territorio che vi abbiamo preso». Come rispondere a un discorso del
genere, se non con la rassegnazione o con la sfida?
La pace si può conquistare grazie alla rassegnazione araba. Ma questa
rassegnazione, auspicata o deplorata che sia, non sembra a portata di mano.
Gli arabi non vogliono «sentire ragioni», cioè non vogliono accettare la
sconfitta che è loro stata inflitta, senza contropartita, così come
l'Irlanda ha finito per accettare (ma è stata veramente senza contropartita?)
l'amputazione dell'Ulster sulla base di una colonizzazione inglese protestante
vecchia di trecento anni. Forse un giorno l'accetteranno. I politici
israeliani sono padroni di scommetterci sopra, se credono di poter resistere
sino allora.
La crisi attuale induce soltanto a pensare che gli uomini politici israeliani
cominciano a dubitare di poter attendere così a lungo, e a sospettare che gli
arabi non si rassegneranno in un futuro prevedibile.
Che cosa vediamo, infatti? Mentre i sionisti e i loro sostenitori avevano
sempre dichiarato che l'ostilità a Israele nei paesi arabi era un fenomeno
artificioso, abilmente fomentato dai loro dirigenti, vediamo che i capi arabi
che hanno più da temere da una mobilitazione popolare danno le armi ai loro
peggiori nemici, vediamo i rivali più feroci del presidente egiziano Nasser
venire in suo soccorso o porsi ai suoi ordini. E tuttavia è di notorietà
pubblica che il più caldo desiderio di questi rivali arabi sarebbe quello di
allearsi con Israele per strangolare quell'egiziano così ingombrante. Spesso
è vero anche il discorso inverso. Soltanto che questo atteggiamento è
impossibile agli uni e agli altri. Non possono far altro che seguire le loro
truppe. Come spiegare questo fatto se non in base alla forza del risentimento
popolare contro Israele? Che fare dunque? Israele certo può continuare a
dialogare da solo, come dice R. Misrahi. Può continuare a spiegare o a far
spiegare dai suoi amici agli arabi che sbagliano completamente a comportarsi
così, può appellarsi al loro senso di umanità, stigmatizzarli come popolo
arretrato, fanatico, antisemita, fascista, e via dicendo.
Non sembra che vent'anni di pratica di queste esortazioni e di queste denunce
incoraggino a sperare di ottenere molto con questo sistema.
Alcuni, come il marxista sionista arabo A. R. Abdel-Kader, caso più unico che
raro, possono ancora sperare in una rivoluzione politica o sociale che
porterebbe al potere nei paesi arabi elementi disposti ad accettare Israele.
Le rivoluzioni che hanno conosciuto questi paesi, invece, hanno piuttosto
portato al potere elementi la cui politica era sempre più decisamente
anti-israeliana. Oppure, se volevano una soluzione pacifica, la pressione
della rappresaglia resa possibile unicamente dalla sensibilità della loro
opinione pubblica al problema, li riportava in tutta fretta
all'anti-israelismo abituale. Ognuno è libero di sognare ancora una
rivoluzione inedita, che sarebbe il miracolo e la sorpresa divina per Israele.
Pochi realisti lo faranno.
Lo scorso anno, Abdel-Kader dedicava il suo ultimo libro a Mao Tse-tung.
Questi ha dimostrato un anti-israelismo più radicale di tutti i suoi
precursori. Ironia della storia! Con gli arabi che si ostinano a scegliere la
sfida, non rimane altra soluzione se non la forza. Ma, per la prima volta,
Israele sembra dubitare della propria forza. Almeno, è quanto ci fanno
intendere i suoi amici.
E poi, supponiamo che scoppi il conflitto e che Israele ne sia il vincitore.
Che fare degli arabi? Ritorniamo al conte de Witte. È possibile annegarli
tutti nel mar Rosso? Mantenerli sotto amministrazione diretta israeliana?
Ancora più impossibile. Insediare ovunque regimi filo israeliani? Nessuno,
gli israeliani meno che mai, dubita che sarebbero soltanto regimi fantoccio
scossi dalle rivolte, facili prede di una guerriglia incessante. Anche questa
soluzione è impraticabile.
È dunque necessario vivere con gli arabi, volenti e nolenti. E con gli arabi
non rassegnati. Allora, come fare?
C'è soltanto una probabilità forse, per quanto minima, per uscire da questo
vicolo cieco in cui si sono precipitati i sionisti come i mercenari di
Cartagine nella Gola dell'Ascia. Consiste nell'offrire agli arabi di
negoziare, non più come si fa da vent'anni a questa parte sulla base
dell'accettazione pura e semplice del fatto compiuto a loro danno, ma
piuttosto proclamando in linea di principio che si vuol rendere loro
giustizia, riparare il torto che si è loro fatto.
Penso che sia questo l'unico linguaggio che abbia qualche probabilità di
essere accettato dall'altra parte. L'unico discorso che forse potrebbe
provocare nell'altro quel riconoscimento tanto atteso del fatto nazionale
israeliano, ormai acquisito dai lavori e dalle sofferenze di questi ultimi
decenni, e non certo dal ricordo di un mito di venti secoli addietro.
Israele può rifiutare una simile concessione, dichiarata a gran voce.
Lo sciovinismo che ha attecchito, ahimè, in gran parte della sua popolazione,
può indignarsi per una simile «viltà» e non consentire ai suoi leader
questo gesto di saggezza. E poi, Israele può ancora vincere questa partita,
grazie soprattutto ai suoi potenti protettori.
Ma c'è ancora qualcuno che non vede che questa vittoria non potrà ripetersi
all'infinito? Non è forse un segno, l'emozione attuale?
Agli zeloti d'Israele e ai loro amici, si può ricordare che i sionisti hanno
cercato, e con accanimento, l'accordo delle potenze europee fin dai tempi di
Herzl? Hanno bussato alla corte dello zar, del sultano, del papa,
dell'Inghilterra. Il loro insediamento non sarebbe stato compiuto, checché ne
possano dire, senza la dichiarazione di Balfour, atto politico britannico,
senza la decisione di spartizione dell'Onu del 1947, atto politico
sovietico-americano.
Siamo nel 1967. Sarebbe ora di cercare l'accordo degli arabi, ai quali questa
terra è stata sottratta. Non gli arabi del mito, gli arabi del desiderio, gli
arabi che si vorrebbero miracolosamente convertiti alle tesi israeliane grazie
alle esortazioni dei filo-sionisti del mondo, le lezioni dei professori di
morale, la lettura dell'Antico Testamento o dei testi classici del
marxismo-leninismo. Ma semplicemente gli arabi così come sono, gli arabi che
rifiutano di accettare senza contropartita una conquista compiuta a loro
danno. Si può deplorare che le cose stiano così. Ma sarebbe soltanto un modo
di perder tempo.
Se esiste una tradizione nella storia ebraica, è quella del suicidio
collettivo. È consentito ai puri esteti di ammirarne la selvaggia bellezza.
Forse, come fece Geremia con coloro la cui politica aveva portato alla
distruzione del primo tempio, come fece Yohanan ben Zakkai con coloro che
provocarono la rovina del terzo tempio, si può ricordare che esiste un'altra
via, molto stretta perché così l'ha resa la politica del passato? Si può
sperare che coloro che si proclamano innanzitutto costruttori e coltivatori
sceglieranno questa via della vita.
(Traduzione di R.I.)
Violenze razziste,
omologazione strumentale
Antisemitismo, i pompieri
piromani
Dominique Vidal
Proche-orient.info non ha paura del grande balzo: questo sito, infatti,
auspica una laicità intransigente, pur difendendo iniziative di
comunitarismo.
Ma il 15 febbraio scorso, nel suo editoriale, la direttrice è caduta...
dalla parte a cui tendeva. Salutato con favore, senza nessuna distinzione,
l'annunzio (peraltro prematuro) della non diffusione in Francia del film La
Passione di Cristo di Mel Gibson, il rifiuto dell'Olympia di mettere in scena
lo spettacolo del comico Dieudonné e il divieto a Leila Shahid, delegata
generale della Palestina in Francia, di prendere la parola in un collegio di
Nizza la Schemla commentava: «Sono organizzazioni francesi ebraiche che hanno
ribattuto colpo su colpo e che, in nome della repubblica francese, hanno avuto
causa vinta, dopo aver riportato numerose altre vittorie lo scorso anno».
E proseguiva: «Personalità di prestigio e ritenute onnipotenti lasciano
posto a responsabili, associazioni ed istituzioni che sempre più sanno farsi
ascoltare dai pubblici poteri». Titolo di questa ardente perorazione e
illustrazione della censura: «In Francia, nascita di una lobby ebraica nel
senso pieno e rispettabile del termine»...
Pochi giorni prima, un collaboratore del sito in questione, Sylvain Attal,
pubblicava un libro (4) il cui
capitolo conclusivo si intitola: «Una lobby? Senti questa!» «Sinora,
scrive, i rappresentanti della comunità ebraica si sono mostrati reticenti o
decisamente ostili all'idea, temendo che potesse alimentare l'antisemitismo o
quanto meno l'accusa di comunitarismo. Oggi come oggi, pare che ci sia stata
un'evoluzione. [Il presidente del Consiglio rappresentativo delle istituzioni
ebraiche di Francia (Crif)] Roger Cukierman afferma che l'idea non
l'impressiona più che tanto: "Se c'è una lobby, è perché siamo
attaccati"». E Attal elenca i successi ottenuti da questa lobby in
Francia come a livello dell'Unione europea. Un esempio per tutti: la signora
D., «una lobbista rampante in ambiente industriale, filoisraeliana
convinta», avrebbe contribuito a impedire al Quai d'Orsay la nomina a Tel
Aviv di un ambasciatore ritenuto filoarabo. «Un'ulteriore aggravante ai suoi
occhi, il diplomatico ha sposato una musulmana di origine algerina (5)»...
Gli irriducibili di Israele A dir la verità, questa nuova radicalizzazione da
parte degli irriducibili di Israele più che la loro forza riflette la loro
debolezza: la campagna che hanno iniziato oltre tre anni fa è sostanzialmente
fallita. Quali scopi si prefiggevano ricorrendo all'arma, pericolosa
quant'altre mai, del ricatto dell'antisemitismo? Far tacere le voci dissidenti
fra gli ebrei di Francia, avere un maggior peso sui media e, in tal modo,
influire sull'opinione pubblica, e addirittura influenzare la politica della
Francia (6). Non sono stati
certo a lesinare i mezzi: diffamazione di giornalisti e di ricercatori
insensibili al fascino del primo ministro Ariel Sharon, manifestazioni
aggressive davanti alla sede dei media dichiarati «ostili», violenze in
serie (7) degli estremisti di
destra del Betar e della Lega di difesa ebraica (Ldj) per non dimenticare poi
il moltiplicarsi dei processi intentati agli intellettuali presentati come
«antisemiti»...
Questa offensiva a tutto campo prosegue, purtroppo, più rancorosa che mai.
E così, il braccio violento dell'estrema destra ebraica non ha rinunziato
alle sue pratiche fascistizzanti. Il 30 dicembre 2003 un commando mascherato,
armato di spranghe di ferro e di tirapugni, ha ferito numerosi membri
dell'Associazione generale degli studenti di Nanterre (Agen) nel bel mezzo del
tribunale amministrativo. I facinorosi ci proveranno ancora, il 21 gennaio
2004, all'uscita dopo una convocazione presso la polizia giudiziaria...
In materia di insulti, non c'è da annoiarsi. Ancora su proche-orient.info (8),
Alexandre Adler, interrogato a proposito di Tariq Ramadan, si dichiara «molto
più colpito dai traditori ebrei come i Brauman ed altri». A una radio
comunitaria (9), Alain
Finkielkraut taccia di «antisemitismo ebraico» il cineasta isaraeliano Eyal
Sivan, che sospetta di voler «uccidere», «liquidare» e «far scomparire»
i suoi correligionari (10).
Per quanto riguarda Pascal Boniface, direttore dell'Iris (Istituto di
relazioni internazionali e strategiche), «ha compiuto ancora un altro grande
passo avanti, secondo il mensile L'Arche (11),
nella direzione che porta dalla critica ragionata di Israele all'odio
irragionevole per gli ebrei» ...
Stessa escalation sul piano giuridico. L'avvocato Gilles-William Goldnadel
certamente è stato sconfitto in tutte le azioni intentate contro Raymonda
Tawil, Témoignage chrétien, Daniel Mermet, Michèle Manceaux e, più di
recente, la rivista Ras l'Front. La colpa di quest'ultima?
Aver fatto luce sulla biografia dell'ideologo Alexandre Del Valle, passato
improvvisamente dall'estrema destra antiamericana e antisionista alla
destra... della comunità ebraica.
Ma l'avvocato non si è perso d'animo per questi contrattempi: eccolo partire
all'attacco del sociologo Edgar Morin, della scrittrice Danièle Sallenave e
del deputato europeo Sami Nair, accusati di «diffamazione razziale» per aver
scritto, il 4 giugno 2002, su Le Monde: «Si stenta a immaginare che una
nazione di fuggitivi, nata dal popolo più a lungo perseguitato nella storia
dell'umanità, che ha subito le peggiori umiliazioni ed il più grande
disprezzo, sia in grado di trasformarsi nell'arco di due generazioni in
«popolo dominatore e sicuro di sé"».
Per fortuna, l'avvocato non esercitava nel 1967: avrebbe di sicuro trascinato
il generale de Gaulle in tribunale (12)!
Ma fermiamoci qui nell'elenco delle epiche gesta dei nostri inquisitori,
perché hanno prodigato i loro sforzi invano. Mettere in riga gli ebrei di
Francia? Mai le «altre voci ebraiche» - parafrasando il titolo di una
petizione di successo (13) -
sono state così numerose.
Perfino all'interno del Crif, laddove personalità di chiara fama, da Théo
Klein à Alain Jacubowicz, passando per Michel Zaoui e Patrick Klugman,
contestano, in misura diversa, l'attuale presidente e, soprattutto, la
confisca del Consiglio da parte di estremisti che hanno fatto leva sul
sentimento di paura che accomuna numerosi ebrei. Far pesare la propria
presenza sui media? Se questi ultimi tendono a ridurre il conflitto
israelo-palestinese agli attentati kamikaze, nulla sta a indicare che, nel
merito, abbiano modificato il loro orientamento, nel complesso piuttosto
equilibrato. Spostare l'opinione pubblica?
Se c'è un movimento in atto dopo lo scoppio della seconda intifada, va nel
senso opposto, come l'attestano - dopo quelli di numerosi sondaggi francesi -
i risultati dell'inchiesta europea pubblicata nel novembre 2003. Ci si
ricorderà, fu un vero e proprio scandalo: il 59% dei cittadini interrogati
dal sondaggio negli stati membri dell'Unione consideravano Israele «il paese
che rappresenta la maggiore minaccia per la pace nel mondo». Alcuni giornali
israeliani gridarono all'antisemitismo, e il loro grido fu immediatamente
ripreso in Francia. Qualificare di antisemita un sondaggio può sorprendere
non poco. Chi sarebbe antisemita? Gli autori del sondaggio, o le persone
contattate? Le domande o le risposte? Un quotidiano di Tel Aviv in ogni caso
ha il coraggio d'informare i suoi lettori sui risultati di un'altra inchiesta
d'opinione, in cui l'85% dei francesi (vale a dire dieci punti in più
rispetto al 1998) esprimevano la loro «simpatia» per gli ebrei (14).
Più che il dettaglio delle cifre, palesemente aleatorie, quello che conta è
questa dimostrazione implacabile: una maggioranza può respingere la politica
dello stato di Israele senza essere peraltro ostile agli ebrei, tutt'altro.
Se il fallimento di queste campagne ha di che rallegrare i paladini della pace
in Medioriente così come gli avversari del comunitarismo, ebreo o musulmano
che sia, non possiamo sentirci comunque rassicurati.
Perché il ricatto all'antisemitismo banalizza evidentemente...
l'antisemitismo stesso, le cui forme nuove devono preoccuparci. Come quando
prende fuoco la foresta, e alcuni pompieri si rivelano piromani.
Certo, l'antisemitismo come corrente politica è stato emarginato in Francia,
come confermato dal rapporto della Commissione nazionale consultiva e dei
diritti dell'uomo (Cncdh) per il 2002 (15).
Perfino la tendenza ad una certa qual «liberazione della parola» antisemita,
riscontrata dalla ricercatrice Nonna Mayer fino al 2000 - «come se la
situazione esplosiva in Medioriente e la riprovazione suscitata dalla politica
d'Israele nei territori avessero ripercussioni negative sulle immagini di
tutti gli ebrei» - si è ribaltata fra il 2000 e il 2002, «come se le
violenze ripetute contro la comunità ebraica, ben lungi dal riaccendere o
banalizzare l'antisemitismo, avessero fatto prendere coscienza del pericolo
che esso rappresenta». Un anno prima, nel Libro bianco (16)
pubblicato nel 2002 dall'Unione degli studenti ebrei di Francia (Uejf) e
Sos-Racisme, il direttore degli studi politici della Sofres, Philippe Méchet,
segnalava «soprattutto l'assenza di antisemitismo di massa fra i giovani di
origine magrebina».
Le cifre del ministero degli Interni sono comunque spaventose: dal 2001 al
2002, il numero di «atti razzisti» è più che quadruplicato, e quello degli
«atti antisemiti» è aumentato di sei volte. Questa onda di piena - secondo
la Cncdh - fortunatamente nel 2003 (17)
è stata seguita da un calo, rispettivamente -40% e -35,9%. Ma la percentuale
delle aggressioni antisemite all'interno della categoria degli atti razzisti
è salita in un anno dal 60 al 72%. Deriva da ciò questa sottolineatura del
rapporto: «La violenza contro la comunità ebraica prende radici e si
aggrava». Siamo comunque lontani dalle affermazioni diffamatorie del ministro
israeliano responsabile delle relazioni con la diaspora, Nathan Chtcharansky,
che aveva parlato di un raddoppio degli atti antisemiti nello scorso anno (18)!
Tanto più che i mass media a volte classificano certe aggressioni sotto
questa voce unica, senza averne la minima certezza. Ad esempio, l'inchiesta
ufficiale non ha ancora accertato la natura dell'incendio scoppiato il 15
novembre 2003 presso la scuola ebraica di Gagny, inizialmente presentato come
atto antisemita. Analogamente, una commissione della Lega dei diritti umani ha
rimesso in discussione la versione iniziale del caso del liceo Montaigne,
giudicato emblematico da Le Nouvel Observateur.
Al liceo Turgot, alcuni professori e alunni sono entrati in sciopero contro la
diffusione, il 27 marzo, di un servizio di Cyril Denvers che presentava con
toni caricaturali i rapporti tra scolari ebrei e musulmani. Per quanto
riguarda il caso di Elie Chouraqui su Montreuil, il 15 aprile, le direzioni
del liceo ebraico privato e del liceo pubblico chiamati in causa gli
rimproverano il fatto di aver privilegiato le tensioni e «fatto passare sotto
silenzio il lavoro di riavvicinamento fra le due istituzioni» (19).
Chi commette queste aggressioni contro i luoghi di culto e d'insegnamento
degli ebrei, ma anche contro le persone? Il rapporto 2002 della Cncdh - come
quello dell'anno successivo - riprende le informazioni fornite a livello
generale. La seconda intifada e la sua repressione hanno «spinto numerosi
giovani a ostentare una identificazione con i combattenti palestinesi,
ritenuti il simbolo delle esclusioni di cui essi stessi si ritengono
vittime».
Gli «adolescenti o giovani adulti» arrestati, prosegue il rapporto,
«provengono in gran parte da quartieri difficili in cui vivono i loro
genitori, molto spesso immigrati del Nord Africa». Le loro violenze hanno
«suscitato vibranti condanne da parte dei responsabili delle comunità
musulmane in Francia, ad eccezione di una minoranza di radicali islamisti, il
cui messaggio rimane peraltro poco ascoltato da delinquenti solitamente
impenetrabili alle ideologie, e che sfruttano abilmente il pretesto della
situazione mediorientale per dare libero sfogo alla propria violenza».
I radicalismi islamici Poco ascoltato, il discorso dei radicali islamisti non
è peraltro meno pericoloso, nella misura in cui taluni potrebbero trovarvi
una legittimazione. Infatti alcuni imam, siti internet, giornali, libri
seminano l'odio, qua e là. A tal punto che, fin dalla fine del 2001, il
filosofo Tariq Ramadan aveva invitato i suoi correligionari a «essere onesti
e portare fino in fondo l'analisi del fenomeno: come si vede attraverso il
mondo musulmano (si veda l'articolo a pagina 6), esiste oggi in Francia un
discorso antisemita che cerca di derivare la sua legittimità da alcuni testi
della tradizione musulmana, e che si sente rafforzato dalla situazione in
Palestina». «Questo discorso, proseguiva, è veicolato anche da quegli
intellettuali o imam che dietro ogni difficoltà, dopo ogni insuccesso
politico, vedono la mano manipolatrice della "lobby ebraica". La
situazione è troppo grave perché ci si accontenti di discorsi di
circostanza. In nome della loro coscienza e della loro fede, i musulmani sono
tenuti ad assumere una posizione chiara (...). Quello che occorre dire con
forza e decisione, è che l'antisemitismo è inaccettabile e indifendibile (20).»
In totale, come si vede, la Francia non si trova di fronte né all'«anno di
cristallo», di Alain Filkielkraut né alla «nuova giudeofobia» di
Pierre-André Taguieff (21),
ma piuttosto a quell' «aumento della violenza sociale» diagnosticato senza
esitazioni dall'ex presidente del Crif Théo Klein. E come suo terreno
principale di crescita vi sono quei ghetti di disoccupazione e di miseria in
cui vegeta, senza speranza per il futuro, una parte della gioventù popolare,
in primo luogo i discendenti dell'immigrazione. Se è doveroso combattervi,
come nel resto della società, qualsiasi forma - a fortiori qualsiasi forma
violenta - di razzismo e di antisemitismo, è opportuno anche, in una
prospettiva più vasta, attaccare il male alle radici. Il che sottolinea
l'importanza di una convergenza tra le forze democratiche tradizionali, gli
alteromondialisti e i movimenti autonomi dei giovani dei quartieri.
Decisiva per gli uni come per gli altri, questa nuova alleanza si alimenta non
di ambiguità, ma di chiarezza. Ben lungi dall'opporsi alla battaglia contro
il razzismo antiebraico e antiarabo, è opportuno portarla avanti in uno
stesso movimento. Perché i mutamenti in Francia e la pace in Medioriente
richiedono uno schieramento quanto più ampio possibile. E, all'interno del
movimento stesso, occorre una estrema vigilanza contro i pregiudizi sia degli
uni che degli altri.
Per quanto tempo è ancora possibile tollerare, per esempio, che alcuni ebrei
con la kippa vengano aggrediti lungo il percorso di una manifestazione contro
la guerra in Iraq? Che un intervento maldestro basti a far denunciare come
«antisemita» e a demonizzare un uomo come Tariq Ramadan, ben noto a tutti
per le sue denunzie del veleno giudeofobo - come possono testimoniarle
migliaia di ascoltatori? Che si pubblichino i testi antiebraici di un Israel
Shamir, con il pretesto che il loro autore, israeliano, critica radicalmente
il proprio paese?
Analogamente, è possibile accettare che i mass media, fingendo di parlare del
velo, stigmatizzino un'intera religione con tutti i suoi fedeli, equiparandoli
al terrorismo, all'intolleranza e all'oppressione della donna? Che la stella
di Davide sia abbinata a una croce uncinata - come se l'insopportabile
repressione dei palestinesi potesse essere paragonata allo sterminio mostruoso
di milioni di ebrei, di zingari, di malati mentali e di «bocche inutili»
slave? Che un eletto a suffragio universale, la cui lista ha ottenuto il
miglior risultato della sinistra popolare e cittadina alle elezioni regionali,
si veda negare una vice presidenza, per il semplice fatto di aver criticato la
politica del generale Sharon e di aver formulato le sue riserve in merito alla
legge che vieta di indossare segni religiosi a scuola?
Il razzismo è indivisibile, così come è indivisibile la lotta antirazzista.
Se la società civile l'ignorasse, si darebbe la zappa sui piedi.
Con un colpo solo, non potrebbe né dare scacco al terrorismo intellettuale,
né svolgere appieno la propria funzione.
note:
(1) Così non è negli Stati uniti,
laddove la lobby ebraica - il nome se lo è dato da sola - è soltanto uno degli
innumerevoli gruppi d'influenza che intervengono ufficialmente presso le varie
istituzioni.
(2) Inventato di sana pianta dai
servizi parigini della polizia zarista e pubblicato in Russia nel 1905, questo
testo, che descrive un sedicente complotto degli ebrei per impadronirsi del
pianeta, è servito e serve tuttora da pretesto per ogni sorta di propaganda
antisemita.
(3) Ton rêve est mon cauchemar,
Flammarion, Parigi2001.
(4) La Plaie. Inchiesta sul nuovo
antisemitismo, Denoël, Parigi, 2004. Osserviamo che a fianco di alcune analisi
interessanti, l'autore moltiplica le accuse grottesche contro gli intellettuali,
colpevoli...
di non condividere le sue opinioni.
(5) La Plaie, op. cit.
(6) Leggere «Au nom de
l'antisémitisme...», Le Monde diplomatique/il manifesto, dicembre 2002.
(7) L'impunità di cui apparentemente
beneficia la maggior parte degli autori di queste violenze pone un duplice
problema: giudiziario e di polizia, perché gli autori sono raramente arrestati
e a fortori ancor più raramente condannati; politico, perché questi due
gruppi, la cui attività consiste essenzialmente proprio in queste aggressioni,
ai sensi delle leggi francesi dovrebbero essere sciolti, senza ulteriori indugi.
(8) 13 ottobre 2003.
(9) RCJ, 30 novembre 2003.
(10) Questo terrorismo intellettuale
ha fatto sentire i suoi effetti: una proiezione di Road 181, di Eyal Sivan e
Michel Khleifi, prevista per il 14 marzo al Centro Georges-Pompidou è stata
annullata, così come un'altra di Ecrivains des frontières, di Samir Abdallah e
José Reynes, prevista al cinema Utopia a Tolosa il 25 marzo scorso.
(11) Settembre 2003.
(12) L'avvocato Goldnadel accusa
anche Eric Hazan, direttore delle edizioni La Fabrique, per la pubblicazione di
L'Industria dell'olocausto, di Norman Finkelstein, un libro per certi aspetti
discutibile, ma che non ha nulla a che vedere con la «diffamazione razziale» o
con «l'incitamento all'odio razziale» (cfr. «Ambiguità», Le Monde
diplomatique/il manifesto, aprile 2001).
(13) Il testo e i firmatari sono
riportati su Le Monde, 17 dicembre 2003.
(14) Yediot Aharonot, 4 novembre
2003.
(15) La lotta contro il razzismo e la
xenofobia, 2003. Rapporto d'attività, La documentation française, Parigi 2003.
(16) Les Antifjuifs, Calmann-Lévy,
Parigi.
(17) La lotta contro il razzismo e la
xenofobia, 2002. Rapporto d'attività, La documentation française, Parigi 2004.
(18) Questa dichiarazione si spiega
verosimilmente in base ai risultati deludenti della campagna a favore della
aliya: soltanto 2.000 dei 600-700.000 ebrei francesi sono emigrati nel 2003,
contro i 2.400 emigrati nel 2002.
(19) Per Gagny, vedere Le Figaro, 10
dicembre 2003. Per il liceo Montaigne :
www.ldh-france.org/actu_nationale.cfm?idactu=813. Per Montreuil, leggere Le
Monde, 15 aprile 2004.
(20) Le Monde, 20 dicembre 2001.
(21) Che però è stato incaricato da
Luc Ferry e da Jean-Louis Borloo, il 18 marzo scorso, di effettuare uno studio
sull'antisemitismo fra i bambini delle elementari (chez jeunes enfants).
(Traduzione di R. I.)
Una
regressione pericolosa
D.V
Nel 2002 si era molto parlato del feuilleton egiziano «Cavaliere senza
cavalcatura», quel cavaliere virtuale che, uccidendo a sciabolate il drago
sionista, denunciava il «complotto ebraico contro la Palestina» in nome dei
«Protocolli dei saggi di Sion».
Quel falso zarista decisamente è duro a morire. Alla fine del 2003, il
giornalista Robert Fisk, di cui è ben noto l'impegno, si sdegnava, su The
Independent (1) per averne
trovato una nuova edizione in un chiosco di Beirut. «Sono sempre prudente,
scriveva, prima di accusare gli arabi di antisemitismo. Anche loro sono semiti
». Ma come è possibile che quell'opuscoletto malvagio ricompaia in un paese
sofisticato come il Libano? E Fisk contesta «la decisione della televisione
di Hezbollah di trasmettere nel mese sacro del Ramadan un serial intitolato Al
Shatat (la Diaspora), che vorrebbe essere una storia del sionismo dal 1812 al
1948 e parla di un "complotto ebraico" per impadronirsi del mondo».
Si mostrava perfino uno pseudo assassinio rituale! Sempre i Protocolli. Ma
questa volta a Tunisi, dove il settimanale Tunis Hebdo sosteneva di aver visto
nel recente Congresso sionista mondiale la prova che essi «conservano intatta
tutta la loro "freschezza" e la loro attualità. Neanche una ruga.
Nessun segno di corrosione.
Nessuna traccia di ruggine (2)».
Quattro mesi prima il giornale saudita Al-Watan precipitava nel ridicolo,
assicurando: «I rabbini ebrei hanno recentemente lanciato una fatwa (sic) che
stabilisce che l'Iraq fa parte del Grande Israele (3)».
In Marocco, l'ncitazione all'odio antisemita, peraltro denunciata dai nostri
colleghi del Journal, è accompagnata da aggressioni, alcune delle quali hanno
provocato morti e feriti. Tanto che, alla fine del 2003, a nove persone sono
state inflitte pesanti condanne per l'assassinio di Albert Rebibo, un ebreo di
Casablanca (4).
Ma non è solo la giustizia a reagire. Sempre in Marocco, era stata lanciata
una petizione contro quelle violenze così contrarie alla tradizione del
paese. Anche altrove, si mobilitano gli intellettuali.
Ci si ricorda dell'appello contro lo svolgimento di una conferenza
negazionista a Beirut nel 2001 (5).
Ricordiamo cosa scriveva allora Edward Said sulle colonne di Le Monde
diplomatique: «La tesi secondo cui l'Olocausto sarebbe soltanto una
invenzione dei sionisti circola qua e là in maniera inaccettabile. Perché ci
aspettiamo che tutto il mondo prenda coscienza delle nostre sofferenze in
quanto arabi, se poi non siamo in grado di prendere coscienza di quelle degli
altri, quand'anche si tratti dei nostri oppressori, e ci riveliamo incapaci di
affrontare i fatti, dal momento in cui turbano la visione semplicista di
intellettuali "benpensanti" che si rifiutano di riconoscere il
legame esistente tra l'Olocausto e Israele? (...) Riconoscere la storia
dell'Olocausto e la follia del genocidio contro il popolo ebraico ci rende
credibili per quanto attiene alla nostra stessa storia; ci permette di
chiedere agli israeliani e agli ebrei di stabilire un legame tra l'Olocausto e
le ingiustizie inflitte ai palestinesi (6)».
Il coraggio dell'intellettuale americano-palestinese ha fatto proseliti.
In Egitto, il feuilleton citato all'inizio ha suscito nel 2002 numerose
critiche da parte di giornalisti, ma anche di associazioni e di personalità,
al punto di costringere la televisione a modificare la presentazione del
serial per porre in dubbio la veridicità dei Protocolli. Ma il fatto più
significativo èstato indubbiamente la pubblicazione, da parte di Usama
Al-Baz, consigliere del presidente Hosni Mubarak, di una serie di articoli su
Al-Ahram (7): tornava sulla
realtà della Storia, dai Protocolli alla natura dello scontro in Medioriente,
passando attraverso il genocidio hitleriano. «Ognuno di noi, scriveva, deve
comprendere che, allorché attacca gli ebrei in quanto razza o popolo -
facendosi così paladino di una visione inumana e razzista - , nuoce
all'interesse della nazione». E proseguiva: «Coloro che criticano Israele
non hanno bisogno di ricorrere a discorsi antisemiti per denunziare la sua
politica».
Dopo l'espulsione degli ebrei dalla Spagna, a partire dal 1492, il mondo arabo
accolse una parte di loro. Se diede loro - come ai cristiani - lo status di
dimmi, inferiore a quello dei musulmani, ma nettamente più favorevole di
quello dei loro correligionari in Europa, li protesse dalle persecuzioni
ricorrenti che gli altri subirono in Europa. E Auschwitz, com'è noto, non è
esattamente un nome arabo. Ad eccezione dell'Iraq, scena di una sorta di
pogrom nel 1941 sotto il regno di Ali Rashid, è soltanto dopo la seconda
guerra mondiale e la nascita dello stato di Israele (ma non dello stato
palestinese previsto dalle Nazioni unite nella loro spartizione della
Palestina) che verranno commesse violenze, a volte su larga scala, contro le
comunità ebraiche di cui, da parte loro, le autorità israeliane
organizzavano l'emigrazione verso il giovane stato ebraico. Lo stesso avverrà
all'epoca delle dichiarazioni di indipendenza nei paesi del Maghreb.
L'attuale propaganda antisemita rappresenta quindi, per il mondo arabo, una
vera e propria regressione, che avrà conseguenze funeste.
note:
(1) The Independent, Londra, 8 novembre
2003.
(2)Tunis hebdo, Tunisi, 17 novembre
2003.
(3) Al-Watan, Riad, 19 luglio 2003.
(4) Le Monde, Parigi, 25 novembre 2003.
(5) Le Monde, 16 marzo 2001.
(6) Edward Said, «Israele-Palestina:
per una terza via», Le Monde diplomatique/il manifesto, agosto 1998. ***
(7) Al-Ahram, Il Cairo, 23, 24 e 25
dicembre 2002.
(Traduzione di R. I.)
SRI LANKA, IRAQ,
CECENIA, ISRAELE
Le controverse origini
degli attentati suicidi
Un recente rapporto del dipartimento di
stato americano indica che il numero degli attentati terroristici nel 2003 ha
raggiunto il livello più basso dal 1969: 190, ossia otto meno del 2002 e 45 %
in meno rispetto al 2001; il numero di morti è sceso a 307, a fronte dei 752
del 2002. Segno del fallimento delle altre forme di terrorismo, gli attentati
suicidi sono anche l'espressione di situazioni locali di guerra e di
oppressione.
«Abbiamo solo questa opzione. Non
abbiamo bombe, carri armati, missili, aerei, elicotteri», dichiarava lo
sceicco Abdallah Sahmi, leader della Jihad islamica nella striscia di Gaza,
spiegando gli attentati suicidi al telegiornale della rete Abc il 21 agosto
2001. Una tale dichiarazione di guerra asimmetrica può spiegare la crescita
allarmante e quasi esponenziale degli attentati suicidi? Forse no. In pochi
anni il kamikaze è diventato la bomba intelligente e a buon mercato del
terrorismo di nuova generazione, il prodotto di un'ideologia e di una tecnica
preparatoria facilmente trasportabile ed esportabile.
L'attentato suicida costituisce un atto pratico violento che è indifferente
alle vittime civili e la cui riuscita è largamente condizionata dalla morte
del o dei terroristi. Per tentare di comprendere la novità del fenomeno
bisogna escludere il costante riferimento ai kamikaze giapponesi, che si
reputavano combattenti e che miravano a obiettivi militari. L'originalità del
fenomeno attuale riguarda più che altro l'inasprimento del attitudine
sacrificale in contesti sempre più mitizzati.
A oggi, almeno trentaquattro paesi o zone di crisi (1)
hanno subìto attentati suicidi. Quarantadue sono stati bersagliati da
attentati contro i propri interessi all'estero (2).
Con un ritmo medio di sedici attentati all'anno tra il 1982, data della
comparsa di questo tipo di azione, e l'aprile del 2000, ora si è passati a
trentanove l'anno.
L'attentato suicida era originariamente concepito come metodo di guerra contro
l'occupante israeliano e poi sotto mandato Onu in Libano nel 1982 (3),
in Sri Lanka nel 1987, in Palestina nel 1994 dopo il massacro della moschea di
Hebron, in Turchia nel 1995, in Kashmir nel luglio 1999, in Cecenia nel 2000,
per poi estendersi in Russia nel 2002 e in Iraq nel 2003. Diventa metodo
terrorista «indiretto» contro gli Stati uniti in Kenya e Tanzania nel 2001,
contro la Francia in Pakistan, contro l'Australia in Indonesia nel 2002, e in
Maghreb nell'aprile e maggio 2002. Costituisce un metodo di guerra civile o
interreligiosa in Arabia saudita e in Pakistan da molti anni e in Iraq dal
2003. Può anche essere usato per compiere «esecuzioni» come è accaduto con
l'assassinio del comandante Massud. L'attacco suicida si è anche
globalizzato: l'attentato al World Trade Center ha riunito kamikaze di sei
nazionalità (più di una quindicina, se si conta la logistica) e le 3.052
vittime sono di un centinaio di nazionalità diverse.
I bersagli a cui si mira sono diventati incredibilmente eterogenei: uffici
dell'Onu, turisti in albergo (Mombasa in Kenya) o locali notturni (Bali),
sinagoghe (Buenos Aires o Gerba), un compound popolato da mediorientali
(Arabia saudita), una banca (Istanbul), una nave da guerra (Uss Cole), una
petroliera (Limbourg)... E soprattutto un numero enorme di vittime
«collaterali».
Il luogo geografico dell'attentato si è esteso dal territorio del nemico
militare (Israele o Sri Lanka) a quello di un regime disprezzato (Stati uniti)
o di paesi musulmani (Tunisia, Marocco) se non addirittura islamisti (come
l'attuale governo turco o l'Arabia saudita).
Il fenomeno è di origine musulmana, ma non solo. Dal 9 luglio 1987, con un
attentato che uccise quaranta soldati dello Sri Lanka, le Tigri tamil (4)
induiste perfezionarono la tecnica copiata dagli Hezbollah sciiti libanesi. Le
Tigri tamil hanno rivendicato quasi duecento attentati suicidi, cioè molti di
più dei palestinesi. Il Partito dei lavoratori kurdi (Pkk), sebbene laico e
leninista, vi è ricorso nei periodi di indebolimento militare per richiamare
alle armi le proprie truppe. Il processo è tanto imitativo quanto religioso.
Più di dieci anni sono passati tra gli attacchi suicidi degli Hezbollah
libanesi (1982) e i primi kamikaze palestinesi (1994), dopo la deviazione in
Sri Lanka.
Per quanto riguarda la personalità del candidato al suicidio, non è sempre
quella del giovane esaltato, influenzabile, o addirittura drogato proveniente
da un ambiente svantaggiato. Gli autori degli attacchi dell'11 settembre 2001
erano laureati, appartenenti alla classe media e senza storia né passato da
militanti. Alcuni casi si possono spiegare con la motivazione personale, come
quello di Hanadi Tayssir Jaradat, giovane avvocatessa palestinese che volle
vendicare il fratello e il fidanzato nell'ottobre 2003 a Jenin; ma tale
motivazione non esiste nel profilo dei kamikaze provenienti dalle madrasa
pakistane che compiono attentati suicidi in Kashmir (5).
Ed è ancora meno presente tra gli islamisti indonesiani che scelgono di
uccidere turisti australiani a Bali.
La moltiplicazione di questo tipo di attentati trova innanzitutto spiegazione
nel fallimento delle altre forme terroristiche. Pur rappresentando l'1% degli
attentati palestinesi, gli attacchi suicidi hanno provocato, tra il 2000 e il
2002, il 44% delle vittime. Israele ne ha subiti cinquantanove nel 2002, quasi
quanto nel corso degli otto anni precedenti (sessantadue). Benché il kamikaze
rappresenti la forma più «efficace» della bomba terrorista, adatta a
scegliere il momento migliore e il luogo migliore, il suo valore militare non
è però sempre evidente.
L'attentato suicida costituisce più che altro un'opzione facile, perché non
ha bisogno di piani di fuga, e in caso di fallimento il terrorista a volte è
pronto a suicidarsi come fanno i Tamil, che portano con sé una capsula di
cianuro. Secondo uno studio della Rand Corporation (6)
l'attentato suicida provoca quattro volte più vittime degli attacchi
terroristici classici. Infine permette di colpire direttamente i luoghi più
sensibili del territorio avversario - New York, Washington, Tel Aviv, Mosca -
mirando a personalità inaccessibili come primi ministri o presidenti.
Il costo dell'organizzazione è minimo, circa 150 dollari, secondo calcoli
israeliani. Il rapporto costo organizzativo/danni degli attentati dell'11
settembre 2001, è impressionante poiché per una spesa inferiore a un milione
di dollari, per gli Stati uniti le perdite economiche complessive sono state
stimate a 40 miliardi di dollari.
In pochi anni si è passati dall'azione condotta da un solo terrorista ad
attentati di gruppo: undici persone in Marocco, diciannove negli attacchi
dell'11 settembre 2001 e quattordici kamikaze tamil contro la base aerea
militare di Colombo il 24 luglio 2001.
Progressivamente l'attacco suicida è diventato una tecnica terroristica di
una banalità spaventosa. Se ne possono distinguere due tipi: quelli legati a
crisi di lunga durata e quelli legati a un nemico proclamato unilateralmente e
globalizzato (l'Occidente, l'ebreo...) Il primo si è diffuso in zone di
crisi, in risposta a contesti politici e culturali simili, frutto di un
passato che è stato doloroso per più generazioni, come in Palestina, Sri
Lanka, Kashmir e Cecenia: i ceceni deportati da Stalin per collaborazionismo,
i palestinesi vittime del «disastro» (7)
o i tamil in parte deportati dai britannici nelle piantagioni, naturalizzati
cingalesi poi parzialmente «rinazionalizzati» indiani. Il kamikaze è figlio
della seconda o terza generazione dopo il dramma originale, ovvero delle
generazioni che non capiscono perché non ci sia ancora una speranza.
La cultura della violenza e della morte è molto marcata. La costruzione della
figura del martire che soppianta progressivamente quella del combattente è
essenziale per preparare il terreno. L'atmosfera pregna di morte prodotta
dalla violenza delle truppe occupanti e dalla glorificazione di coloro che
resistono, prepara al sacrificio supremo, che si suppone sia preferibile alla
vita terrena. Lo studio fatto da Eyad Sarraj, psichiatra palestinese fondatore
del Gaza Community Mental Health Programme (8),
è sconvolgente. Un quarto dei giovani di Gaza aspira a immolarsi come
martire, alcuni rifiutano di andare a scuola, temendo di ritrovare i genitori
arrestati e la casa distrutta. «Nella prima Intifada, il pericolo era
limitato ai luoghi in cui si affrontavano i soldati e i lanciatori di pietre -
spiega (9). Oggi la morte
viene dal cielo. Chiunque può essere colpito in qualsiasi momento e questo
crea uno stato di panico cronico». Quelli che hanno visto umiliato il padre o
il fratello preferiscono comportarsi alla stregua del soldato israeliano.
«Razionalità delirante». dice Jacques Semelin a proposito dei processi di
genocidio (10), ma pur
sempre razionalità. Il suicidio per vendetta appare altruista secondo la
classificazione di Emile Durkheim. Il kamikaze fa dono della sua vita per una
collettività identificata, strutturata politicamente secondo un ordine
etno-nazionalista che rivendica un territorio. Il reclutamento risulta
facilitato dal senso di tradimento delle giovani élite istruite che stanno
per «farcela» a lasciare il territorio di violenza e di sofferenza ma che
brutalmente tornano a sacrificarsi (11).
L'obiettivo finale della lotta appartiene al campo politico, anche se
racchiude una giustificazione religiosa.
Anche se il kamikaze si isola nella fase di preparazione dell'attentato, egli
si rivolge alla propria famiglia, cosa che non fecero gli autori dell'11
settembre. «Voglio vendicare il sangue dei palestinesi, in particolare il
sangue delle donne, dei vecchi e dei bambini. E ancora più in particolare
quello del piccolo Himam Hejjo la cui morte mi ha colpito fino in fondo al
cuore... Dedico il mio atto di umiltà ai fedeli dell'islam che ammirano i
martiri e operano per la loro causa...», ha spiegato Mahmoud Ahmed Marmash
(attentato suicida di Netanya maggio 2001).
Il senso di totale impasse nasce dopo numerose fasi di una negoziazione che
non ha vie d'uscita o che viene considerata fuorviante. In Israele i primi
attentati di Hamas compaiono dopo il processo di pace di Oslo, che il
movimento islamico intendeva mandare a monte dopo la ripresa della
colonizzazione israeliana su terre che dovevano invece tornare ai palestinesi,
e la causa scatenante fu il massacro da parte del colono Baruch Goldstein di
una trentina di fedeli alla moschea di Hebron nel febbraio 1994. Frequente è
la crisi delle tradizionali rappresentazioni politiche, siano esse relative al
clan (Cecenia), o partigiane (l'Organizzazione per la liberazione della
Palestina, Olp o il Fronte di liberazione del Kashmir, Jklf) (12).
Più in generale l'incapacità delle élite al potere di cambiare l'ordine del
dissoluto mondo terreno spinge a scegliere una soluzione purificata dal
martirio.
La rivalità tra partiti o gruppi tradizionali (come tra palestinesi o tra
tamil), discredita ancora di più i partiti tradizionali. L'Ltte hanno così
eliminato fisicamente i membri di due formazioni rivali: quelli
dell'Organizzazione di liberazione dell'Eelam tamil (Telo) nel 1985, poi
quelli del Fronte di liberazione rivoluzionaria popolare dell'Eelam (Eplrf)
nel 1986-87.
L'uso dell'attentato suicida è anche emblematico di una vita senza via
d'uscita. La legittimità religiosa o sacrificale è quindi vissuta come
superiore alla legittimità patriarcale. «Il Corano contro il padre», il
wahhabismo contro le confraternite sufi, fa notare la specialista Penelope
Larzillière. La religione lo favorisce, ma può bastare anche un'atmosfera
sacrificale di morte.
Le donne occupano un ruolo crescente tra i palestinesi, nel Pps siriano - che
fece partecipare cinque donne a dodici attacchi suicidi - o nelle Ltte, che
hanno costituito la propria brigata di donne volontarie, le Tigri nere. La
decisione può a volte essere scatenata da uno stupro da parte dei soldati
occupanti, poiché la giovane donna viene disonorata allo stesso tempo
dall'occupante e di fronte alla propria società.
La motivazione personale sembra uno strano miscuglio di resistenza
all'occupazione ma anche di reazione contro il machismo della società locale (13).
Wafa Idriss, la prima donna kamikaze palestinese, ripudiata da suo marito per
sterilità e costretta a tornare disonorata nella propria famiglia, non trovò
che il sacrificio supremo, atto a rovesciare l'ordine sociale, come mezzo per
lavare l'infamia. Caso non isolato, come dimostrano gli esempi di Ahlam Araf
Tamimi, autrice di un attentato il 9 agosto 2001, e della tamil Dhanui che
assassinò Rajiv Gandhi, entrambe avevano «peccato» e generato figli
illegittimi. «Era un atto contro l'occupazione, ma anche un mezzo per provare
alla mia famiglia che valevo quanto i miei fratelli, i quali avevano la
possibilità di andare all'università mentre a me era proibito», dichiarò
Fatma Al Said, arrestata dopo l'assassinio di due soldati israeliani (14).
La volontà di non colpire vittime innocenti dà almeno adito a un dibattito.
Il presidente ceceno Aslan Maskhadov ha condannato gli attentati contro
vittime civili, come il Gran mufti dell'Arabia saudita sheikh Abdelaziz
al-Cheikh, o il mufti Mohammed Sayyid Al Tantawi, cheikh dell'università Al
Azhar del Cairo.
Nonostante l'abito religioso, questi attentati entrano in generale in una
logica fondamentalmente politica e solo un serio processo di negoziati può
inaridirli. La violenza contro-terrorista fondata sulla punizione collettiva
si rivela un fallimento. «Gli porteremo la guerra in casa. Così la guerra la
devono fare nelle loro case e non nelle nostre. Se combattiamo sulle loro
terre siamo avvantaggiati», assicura un ufficiale dell'esercito israeliano (15).
A partire dalla seconda intifada le vittime palestinesi sono sì tre volte di
più di quelle israeliane, ma la politica di forza di Ariel Sharon non
protegge Israele poiché le vittime israeliane sono tre volte di più di
quelle di venticinque anni fa.
Questi metodi nutrono l'humus su cui germoglia il candidato al suicidio.
È significativo che in Algeria non si abbiano attentati suicidi (16);
la relativa giovane età del conflitto, nonostante la violenza della guerra
civile iniziata nel 1991, non basta a spiegare questa assenza.
Ben più inquietante è la seconda categoria di attentati suicidi, quella che
trova la propria consacrazione nell'attacco al World Trade Center. Il nemico
è diventato una costruzione globalizzante e immaginaria «reificata»: «Gli
ebrei, i crociati e gli ipocriti» citando Osama bin Laden, il quale riunisce
così alla rinfusa tutti i bersagli eterocliti senza preoccuparsi in alcun
modo della religione delle vittime indirette.
Il 21 maggio, il canale televisivo al Jazeera diffonde una registrazione in
cui il numero due di al Qaeda, Ayman al-Zawahiri, chiama i musulmani a
«combattere contro gli americani...», li esorta a «cacciare gli occidentali
dalla penisola arabica "terra dell'islam"»: «I crociati e gli
ebrei capiscono solo la lingua della morte, del sangue e delle torri che
bruciano». E aggiunge, «o musulmani, prendete la vostra decisione e colpite
le ambasciate degli Stati uniti, della Gran Bretagna, dell'Australia e della
Norvegia (sic), le loro ditte e i loro impiegati».
Le reti a cui tradizionalmente si imputano questi attentati suicidi sono
composte di tre strati generazionali: quello dei veterani, gli «afghani»,
che hanno lottato contro i russi come bin Laden, Adnan Ersoz il turco, o Abu
Qatada di Londra; quello dei più giovani, i «bosno-ceceni», come Azad
Ekings, il turco degli attentati di Istanbul, i fratelli David e Jérôme
Courtailler o Menad Benchellali, il giovane lionese che preparava un attentato
chimico contro l'ambasciata russa a Parigi. Affascinata dai vecchi combattenti
si aggrega una terza generazione intorno ai vent'anni, come Richard Reid,
l'uomo con le scarpe-minate, che accetta il sacrificio per una causa mitica:
il trionfo dell'islam, il ristabilimento del califfato e una ritrovata unione
dei musulmani. Questi giovani costituiscono «gruppuscoli senza nome»,
afferma Rusen Cakin, specialista turco dei movimenti islamisti, e sono uniti
da una deriva sacrale che poggia su un'ideologia settaria e di sacrificio. Il
tempo viene abolito da un riferimento mitologico legato all'età d'oro
dell'islam (salafisti).
L'ideologia guerriera presenta il vantaggio di poter scegliere un nemico
reificato a cui negare qualsiasi valore, una concentrazione di tutti i mali e
di tutte le preoccupazione (americani, israeliani, francesi per i
magrebini...) . Non c'è più la rivendicazione di una identità nazionale, ma
una sorta di identità planetaria, la «umma» (comunità dei credenti). Come
la moschea, l'internet café diventa il vero luogo di incontro. I candidati al
suicidio, spesso provenienti da famiglie multiculturali o sradicate, a volte
titolari di varie nazionalità, vivono una geografia simbolica: la terra
d'islam è lì dove loro si trovano e dove possono «legittimamente» avvenire
attentati.
La mitologia dell'islam martirizzato Si tratta di uno dei sorprendenti effetti
della «glocalizzazione»: la solidarietà è locale e spesso è costituita a
partire dallo stesso quartiere o dalla stessa città, come una banda, e gli
agenti di collegamento «i connettori» come Jamel Beghal, sono planetari e
mettono il massimo di frontiere tra i gruppi. Il gruppo islamista marocchino
Assirat al Moustaqim (la retta via) da cui provenivano otto dei quattordici
terroristi è un miscuglio tra una setta e una banda di quartiere del sobborgo
popolare di Sidi Moumen, mentre l'imam veniva dalla Francia.
Gli occidentali convertiti o i reborn in Islam (17)
possono diventare scopritori di futuri bersagli e fornitori di passaporti
falsi dichiarati perduti e rinnovati all'infinito, come fece Zacarias
Moussaoui. I pellegrinaggi in Pakistan, in Kashmir o in Afghanistan sono
frequenti.
Il denaro si trova facilmente. Secondo Scotland Yard, la rete di 4.000
associazioni islamiche e di 50 banche permette ogni anno di ridistribuire i 3
milioni di lire della zakat al fitr (18).
Questi spostamenti frequenti partecipano alla deterritorializzazione della
lotta, così come i contatti via internet.
Il caso dei mujaheddin del popolo iraniani che si immolarono nel fuoco dopo la
cattura di Maryam Radjavi da parte della Direzione della sorveglianza del
territorio (Dst) francese costituisce un esempio interessante di queste
atmosfere mitizzate che predispongono i militanti al sacrificio anche per un
motivo futile. Fenomeni analoghi si ritrovano nei suicidi collettivi sia tra i
prigionieri del Pkk che nelle sette apocalittiche, che si presentano come
assediate da un mondo che non le comprende e le aggredisce (suicidio della
Guyana con David Koresh o il Culto del Tempio solare in Francia).
Il posto centrale del Guru/Leader/ Emiro è essenziale per dar corpo alla
promessa di un «dopo» migliore, che sia esso sulla terra grazie al trionfo
della causa o in cielo. Spesso egli si autoproclama, come Richard Robert
«l'imam dagli occhi blu» degli attentati in Marocco, originario di Saint
Etienne. Il culto della personalità sviluppa l'attaccamento quasi religioso
al capo a cui il sacrificio è dovuto, che sia per Maryam Radjavi, per bin
Laden o per Abdullah Ocalan, il leader del Pkk, o Riduan Isamuddin, alias
Hambali, il leader operativo della Jamaah islamiyah indonesiana. I bersagli
sono universali (Nazioni unite, Croce Rossa, World Trade Center, banche...); i
metodi sempre più ciechi; gli effetti collaterali indifferenti: la guerra
contro altri musulmani non è proibita. La legittimazione viene dall'invettiva
lanciata contro gli «ipocriti» che essi siano sciiti qualificati come
«mezzi ebrei» o cattivi credenti accusati di vivere «all'occidentale»,
nella depravazione.
L'attentato contro il complesso residenziale Al Mohaya di Riyadh l'8 novembre
2003 ha provocato vittime di diciannove nazionalità principalmente
mediorientali, nessun occidentale. L'attentato contro la sinagoga di Istanbul
ha ucciso cinque ebrei turchi su diciannove vittime. Al Qaeda, di cui
Washington vede la mano dappertutto, è diventata un «nemico mitologico»,
come fa notare giustamente Richard Labevière.
Gli attentati di Istanbul sono emblematici della rottura con l'islam politico
tradizionale: il fondatore degli Hezbollah turchi è un «afghano», Adnan
Ersoz. La seconda generazione, quella dei bosno-ceceni, si riunisce intorno ad
Azad Ekings, che ha reclutato e formato i giovani kamikaze di vent'anni che
frequentano assiduamente l'Internet cafè di Bingol. Gli attentati suicidi
hanno colpito un paese che ha rifiutato di prestare aiuto all'America durante
la guerra in Iraq e che è governato da un partito politico che si rivendica
come appartenente all'islam politico, il Partito della Giustizia e dello
sviluppo, il cui capo, primo ministro, ha dichiarato: «È un attacco alla
Turchia e ai suoi cittadini ebrei!». Questi attentati segnano una frattura
tra islamisti politici «costituzionalisti», coloro che hanno scelto la via
elettorale come li abbiamo conosciuti negli anni '80, e piccoli gruppi sparsi
in cui vengono reclutati i kamikaze di nuova generazione.
È evidente che i due tipi di kamikaze non sono indipendenti. I primi fanno da
riferimento ai secondi in una mitologia dell'islam martirizzato.
Derivano però da elaborazioni diverse. Il concetto di «guerra globale contro
il terrorismo» è un errore politico poiché assimila gruppi e azioni
diversi. Un processo politico di negoziato è l'unica soluzione nei casi di
comportamento suicida etno-nazionalista a sfondo religioso della Cecenia e
della Palestina. In tal modo, il ritiro delle truppe israeliane dal Libano ha
incoraggiato gli Hezbollah nella decisione presa a partire dagli ultimi anni
dell'occupazione, di fermare gli attentati suicidi, che tra l'altro miravano a
bersagli militari e non ai civili.
In generale la brutalità delle forze di occupazione indiane, russe,
srilankesi o israeliane fa più vittime degli attentati. Essa legittima l'atto
terroristico come arma asimmetrica e il rifiuto dello status di vittime
innocenti alle popolazioni civili: sia perché esse sono armate (coloni
israeliani) sia perché fingono di ignorare i massacri commessi (popolazione
russa). Infine essa assicura il sostegno della popolazione e alimenta il
vivaio in cui si reclutano i futuri kamikaze.
La seconda categoria di attentati kamikaze ha colpito il più grande numero di
paesi e continua a estendersi. E nessun paese europeo può ritenersi al riparo
da simili atti.
note:
*Alto funzionario, Parigi.
(1) Libano, Israele-Palestina,
Argentina, Cecenia-Inguscezia-Ossezia e Russia, Kashmir, India, Sri Lanka,
Tagikistan, Indonesia, Arabia saudita, Siria, Marocco, Afghanistan, Stati
uniti, Turchia, Iraq nel sud sciita, nel triangolo sunnita e nel Kurdistan
(iracheno), Yemen, India, Pakistan, Filippine, Tunisia, Egitto, Kenya,
Tanzania, Kuwait, Croazia, Spagna, Uzbekistan e due progetti che miravano a
Singapore e alla Malaysia.
(2) Oltre ai paesi già citati, ci
sono la Gran Betragna, la Giordania, la Spagna, la Francia, la Germania,
l'Italia, l'Australia e la Svizzera (attraverso la Croce rossa a Baghdad).
(3) Il primo attentato suicida, nel
1981, prende di mira l'ambasciata irachena a Beirut ed è condotto da un
gruppo islamista, Al Da'wa, attualmente membro del consiglio di transizione.
(4) Tigri di liberazione dell'Eelam
tamil - Ltte.
(5) Amélie Blom, «Les kamikazes du
Cachemire: "martyrs" d'une cause perdue», Critique internationale,
n° 20, luglio 2003.
(6) An alternative strategy for the
war on terrorism,11 dicembre 2002.
(7) Il 1948 è stato segnato
dall'esodo di circa 750.000-850 000 palestinesi.
La storiografia palestinese chiama questa diaspora «al Nakba», «la
catastrofe».
(8) Gaza Community Mental Health
Programme.Indirizzo Internet: http:/www.gcmhp.net.
(9) Dichiarazioni in occasione della
6a biennale del cinema arabo all'Institut du monde arabe, Parigi, 2002.
(10) « Les rationalités de la
violence extrême », Critique internationale, n° 6, luglio 2000, pp 143-158.
(11) Cfr. sul Kashmir, Amélie
Blom, op. cit.; sul martirio palestinese Penelope Larzillière in Diechkoff et
Leveau, Israéliens et palestiniens ; la guerre en partage, Balland, Parigi
2003, p 105.
(12) Amélie Blom, «Les kamikazes
du Cachemire, "martyrs" d'une cause perdue», Critique
internationale, op. cit.
(13) Si veda Barbara Victor, Femmes
kamikaze, Flammarion, Parigi, 2003.
(14) Citato da Barbara Victor, op.
cit.
(15) Bruce Hoffman, The Logic of
suicide terrorism, The Atlantic monthly, Boston, giugno 2003.
(16) Luis Martinez, «Le
cheminement singulier de la violence islamiste en Algérie», Critique
internationale, n° 20, op. cit.
(17) Olivier Roy, Global muslim,
Feltrinelli, 2003.
(18) Elemosina rituale.
(Traduzione di P. B.)
Verso l'annessione
di una parte della cisgiordania
All'ombra del muro,
Israele costruisce aree industriali
Dalla metà di maggio, l'esercito
israeliano si accanisce sui campi profughi di Rafah, uccidendo decine di
persone e distruggendo centinaia di abitazioni. Di fronte a questo massacro,
battezzato operazione «arcobaleno» nessuno osa protestare. Un silenzio tanto
più scioccante se si pensa che, dall'inizio della primavera, l'ecatombe non
si è mai interrotta: 60 morti in aprile, 100 nei primi venti giorni di
maggio. Nulla di tutto ciò è dovuto al caso: Israele intende blindare la
striscia di Gaza prima di lasciarla, per concentrare la sua politica di
annessione sulla Cisgiordania. Il generale Sharon spera di raggiungere così
il suo obiettivo: il «politicidio» del popolo palestinese, distrutto in
quanto entità politica. Il muro, all'ombra del quale si costruiscono aree
industriali, rinchiuderà uno pseudo-stato palestinese, diviso in quattro
parti e privo di ogni funzione.
Dalle case sulla collina i contadini di
Irtha, un villaggio nei pressi di Tulkarem, vedono ancora i loro campi; ma
ormai da un anno non possono più raggiungerli per via dei fossati e delle
transenne di filo spinato della cosiddetta «barriera di separazione». E per
di più, ora l'esercito israeliano minaccia di confiscare quelle terre, per
un'estensione di circa 500 dunam (1).
In ogni caso la loro sorte sembra ormai segnata: quei terreni saranno occupati
da una zona industriale, che si prevede di insediare sui due versanti della
barriera, con il contributo delle autorità israeliane da un lato e di alcuni
imprenditori palestinesi dall'altro. E i contadini palestinesi, privati delle
loro terre, non avranno altra scelta che andare a lavorare in quelle
fabbriche, pagati un terzo del salario minimo di un operaio in Israele.
Il caso di Tulkarem non rappresenta un'eccezione. Certo, siamo ancora lontani
dal completamento della «barriera»: dei 700 km previsti ne sono stati
costruiti finora solo 200; ma Israele sta già progettando la prossima mossa.
Ehud Olmert, ministro dell'industria, del commercio e del lavoro, persegue il
piano di una serie di aree industriali lungo il muro. In alcuni settori
dell'esercito, e in particolare in quelli addetti alla sorveglianza dei
territori palestinesi, questo progetto è visto come la prosecuzione del muro.
«Vedrete: sarà bellissimo», assicura il comandante del coordinamento
militare di Tulkarem, mentre ispeziona il varco della barriera (che penetra
per tre chilometri circa in territorio palestinese). «Quando avremo costruito
la zona industriale tutto andrà per il meglio. Uno sviluppo di questo tipo
risponde a un vero bisogno, sia della popolazione che dell'Autorità
palestinese», sostiene Gabi Bar, direttore generale per i rapporti con il
Medioriente presso il ministero dell'industria. E dato che per motivi di
sicurezza un investimento del genere non si può fare, ad esempio, a Nablus,
il sito migliore è lungo la «barriera».
L'idea di per sé non è nuova. Dopo gli accordi di Oslo del 1993, funzionari
israeliani e palestinesi avevano raggiunto un accordo per la creazione di nove
aree industriali lungo la linea verde (2),
in Cisgiordania e a Gaza, da Jenin a nord fino a Rafah a sud. E si sperava che
quelle fabbriche avrebbero dato lavoro a 100.000 palestinesi.
Ma il progetto ha dovuto essere accantonato a causa dell'Intifada.
Fin dai primi giorni delle sollevazione, una folla furibonda di palestinesi ha
dato fuoco al primo embrione di un complesso industriale israeliano sorto nei
pressi di Tulkarem col nome promettente di «germoglio di pace». Anche l'area
industriale di Erez, situata a ridosso dell'omonimo posto di blocco sul
confine tra la striscia di Gaza e Israele, è stata ripetutamente attaccata
dai palestinesi. Eppure, anche se con alterne vicende, queste due aree
industriali continuano a funzionare.
Circa 4.500 palestinesi lavorano a Erez e altri 500 a Tulkarem; ma finora
nessuno aveva pensato di far sorgere nuove aree industriali sulla linea verde.
È stata la costruzione del muro a far risuscitare quella vecchia idea.
La «barriera» ha ulteriormente aggravato la disoccupazione palestinese, già
molto elevata (il 45% in Cisgiordania, il 60% nella striscia di Gaza). I
120.000 palestinesi che prima del 2000 lavoravano, legalmente o in nero, in
territorio israeliano, oggi non possono più raggiungere quei posti di lavoro.
E per di più varie migliaia, o forse decine di migliaia di contadini sono
tagliati fuori dai loro campi situati sul versante «israeliano» del muro, e
sono quindi di fatto senza lavoro. A voler essere cinici, si potrebbe dire che
il muro incarna due elementi necessari al successo delle aree industriali
israelo- palestinesi: la sicurezza (per gli investitori israeliani) e
l'occupazione (per gli operai palestinesi).
Ehud Olmert lo ha detto chiaramente: «Le zone industriali risolveranno
contemporaneamente due problemi: la disoccupazione per i palestinesi e l'alto
costo della manodopera per gli industriali israeliani (che attualmente stanno
delocalizzando la produzione in Estremo Oriente).
E non si correrà alcun rischio, dato che i palestinesi non dovranno
attraversare la linea verde» (3).
Nel dicembre 2003, in occasione di una conferenza tenuta a Gerusalemme con la
partecipazione di Saeb Bamya, alto funzionario del ministero palestinese
dell'economia nazionale, il ministro Olmert aveva esposto una visione del
«nuovo Medioriente» molto vicina a quella di Shimon Peres: «Non permetterò
alla politica - ha detto - di interferire nello sviluppo delle relazioni
economiche con i nostri vicini palestinesi». Ma dimenticava che a metà del
2001 era stato il governo israeliano a interrompere ogni rapporto ufficiale
con l'autorità palestinese (4).
Nel gennaio 2004, Ehud Olmert è invitato a una conferenza organizzata da un
notissimo industriale israeliano, Stef Wertheimer, che lancia un programma per
la costruzione di ben 100 aree industriali in Medioriente.
La sua concezione si riassume in una battuta: «Meglio metterli al lavoro che
abbandonarli al terrorismo». Altruismo? Desiderio di pace? «Perché, secondo
voi - chiede Gabi Bar, del ministero dell'industria - l'area industriale di
Erez è tuttora attraente per circa 200 stabilimenti industriali, rimasti lì
nonostante gli attacchi terroristici?» Il motivo principale è il basso
livello delle remunerazioni: circa 1500 shekel (270 euro) a confronto con il
salario minimo israeliano, che è di 4500 shekel (810 euro). Inoltre, gli
imprenditori non sono soggetti alle norme sui diritti dei lavoratori in vigore
in Israele. Gabi Bar spiega inoltre che esiste un piano per creare in
territorio israeliano «enclavi palestinesi», esenti dalla normativa
israeliana sul lavoro. Anche se Histadrut, il grande sindacato israeliano,
respinge qualsiasi forma di apartheid tra operai israeliani e palestinesi.
Gli israeliani potrebbero avere però anche un altro motivo per investire nei
siti a ridosso della «barriera». Gli impianti della Geshuri, la più
importante azienda della zona industriale vicina a Tulkarem, specializzata in
pesticidi e altre sostanze chimiche, si trovavano fino al 1985 nei pressi
della città costiera di Netanya. Ma la popolazione locale aveva protestato
per le emanazioni maleodoranti dello stabilimento.
Da qui la decisione di spostarlo... in Cisgiordania. A sua volta, l'autorità
palestinese ha chiesto che gli impianti della Geshuri fossero allontanati
dall'abitato di Tulkarem, ma inutilmente. Il titolare dell'azienda, Raanan
Geshuri, invita tutti a visitare lo stabilimento per constatare di persona la
sua sicurezza. Ma dato che non ha convinto i cittadini di Netanya, non si vede
perché quelli di Tulkarem dovrebbero credergli sulla parola. In base a questi
precedenti, c'è da credere che altri industriali israeliani siano tentati di
spostare i loro impianti più inquinanti in luoghi non soggetti alle rigorose
norme ambientali israeliane. Ma secondo Gabi Bar, nonostante tutto i
palestinesi non potranno che trarre benefici da queste aree industriali. «In
ogni caso, a Erez sono pagati meglio che a Gaza». E ha indubbiamente ragione.
In base ai dati del rapporto dell'organizzazione delle Nazioni unite per
l'alimentazione e l'agricoltura (Fao) del marzo 2004, i palestinesi in
condizioni di «insicurezza alimentare» (un altro modo per dire che soffrono
la fame) sono il 40%, mentre il 60% vive al disotto della soglia di povertà,
cioè con meno di 2,1 dollari al giorno secondo il criterio adottato dalle
organizzazioni internazionali. Perciò i palestinesi dovrebbero essere ben
lieti di poter lavorare per mantenere le loro famiglie. Ma in quali
condizioni?
Ne parliamo con Abdel-Malek Jaber, un imprenditore molto vicino, a quanto lui
stesso afferma, al ministro palestinese dell'industria Maher al-Masri. È il
responsabile della Piedco (Palestinian Development Management Company) (5),
che riveste un ruolo di primo piano nella creazione delle aree industriali.
Attualmente, Jaber sta raccogliendo i fondi d'investimento per la costruzione
delle due prime aree industriali.
Per lui questa è l'unica soluzione per salvare l'economia palestinese, utile
però anche a rilanciare quella israeliana, dato che entrambe sono
inestricabilmente legate tra loro: nel 2001 - a un anno dall'inizio
dell'Intifada - Israele era la fonte dell'86% delle importazioni dei territori
palestinesi, e la destinazione del 64% delle loro esportazioni.
L'Autorità nazionale palestinese è il suo terzo partner commerciale, dopo
l'Unione europea e gli Stati uniti.
«Per evitare che il tasso di disoccupazione in Palestina salga oltre il
livello attuale, già molto elevato - spiega Abdel-Malek Jaber - l'economia
dei territori dovrebbe svilupparsi a un ritmo annuo del 7%- 8%, cosa
evidentemente impossibile. Dunque dobbiamo fare un balzo in avanti. Da qui
l'idea delle aree industriali a ridosso del confine. Israele è un paese
sviluppato, integrato nell'economia globalizzata; perciò per noi
quest'iniziativa può essere solo vantaggiosa.
Al punto in cui siamo oggi, stiamo correndo a gran velocità verso l'inferno.
Quello che vorrei è dare una speranza alla popolazione».
Le due prime aree industriali previste dal suo progetto saranno costruite a
Jalama, a nord di Jenin, di fronte al villaggio di Irtah. Abdel-Malek Jaber
spiega di aver «acquistato terreni da privati palestinesi», e di averne già
identificati altri nei pressi di Betlemme. Ha in programma la costruzione di
due nuove aree industriali: una a Rafah, a sud della striscia di Gaza, e
l'altra a Tarkumia, in prossimità di Hebron (Al-Khalil), al sud della
Cisgiordania. Ciascuna di queste aree darà circa 15.000 posti di lavoro, e il
progetto complessivo potrebbe crearne 100.000 (su una popolazione attiva che
in Cisgiordania è valutata a 560.000 unità).
Gli investitori stanno già manifestando il loro interesse. Abdel-Malek Jaber
fa notare: «Non spenderei 40 milioni di dollari se non avessi qualche
cliente». Secondo i suoi calcoli, i costi di produzione sarebbero inferiori
del 70% a quelli di Israele, grazie ai bassi salari e ai prezzi contenuti
degli alloggi. Spera che il primo dei complessi industriali possa entrare in
funzione entro 18 mesi, e si impegna al massimo per tranquillizzare gli
israeliani. «Non sono un ingenuo.
Se vogliamo che queste aree industriali possano funzionare, dobbiamo
concludere nuovi accordi diversi in materia di sicurezza».
Quanto alla natura di questi «accordi di sicurezza», una spiegazione più
esplicita ci viene data da Gabi Bar. «La condizione fondamentale è che la
sicurezza di queste aree sia affidata esclusivamente agli israeliani. Anche
perché se uno stabilimento è posto sotto la nostra diretta sorveglianza,
possiamo dire che si trova in Israele; e quindi i suoi prodotti non saranno
soggetti agli stessi controlli di sicurezza di quelli provenienti da Nablus».
La responsabilità in materia di sicurezza costituisce di fatto uno dei
principali cambiamenti rispetto ai piani esistenti prima dell'Intifada. Come
spiega il professor Reuven Horesh, già direttore generale del ministero
dell'industria durante il governo di Ehud Barak, all'epoca si prevedeva di
trasferire la tecnologia da Israele in Palestina, e di affidare ai palestinesi
l'intera responsabilità di quelle zone. A questo punto invece saranno gli
israeliani i soli responsabili della sicurezza, anche se la proprietà del
suolo e la gestione resteranno in mani palestinesi. «Ma fare dichiarazioni di
questo tipo non facilita certo le cose», commenta a denti stretti Abdel-Malek
Jaber, ben consapevole della «sensibilità» palestinese. Proprio qui sta il
nocciolo del problema. Delle due l'una: o queste aree industriali saranno il
frutto da una vera cooperazione, oppure la loro costruzione sarà assimilata
alle innumerevoli decisioni unilaterali - tra cui la costruzione del muro -
che i palestinesi sono stati costretti a subire. E purtroppo, a giudicare da
una serie di segnali inequivocabili, quest'ultima ipotesi è la più
probabile. Il 29 febbraio 2004, dalle colonne di un giornale arabo, il
ministero dell'interno israeliano ha annunciato ai contadini di alcuni
villaggi a nord-ovest di Jenin che entro quindici giorni, circa 6.000 dunam di
terre di loro proprietà sarebbero stati confiscati «ai fini di una rettifica
della pianificazione regionale della zona industriale di Shahak».
In altri termini, per ampliare quelle strutture, situate sul versante
«israeliano» del muro (ma all'interno dei territori occupati nel 1967),
altre terre dovevano essere sottratte ai loro proprietari.
Gabi Bar non è al corrente di questi ordini di confisca, ma ammette che per
Israele l'ampliamento della zona industriale presenta un «grande interesse»,
e che in proposito c'è stato «un primo contatto» con i palestinesi. Dal
canto loro, i contadini dei villaggi di Silat Al-Harithia e di Tura A-Sharkia
giurano che nessuno li ha informati della faccenda, e che i funzionari
palestinesi hanno dichiarato di non saperne nulla. Stessa situazione nella
zona di Tulkarem. Faiz A-Tanib, dell'Unione dei Coltivatori, riferisce che
alcuni contadini di Irtah e di Farun hanno appreso da una lettera delle
autorità militari la confisca di 500 dunam di terreni di loro proprietà,
situati sul versante «israeliano» del muro. Quei campi, che davano da vivere
a una cinquantina di famiglie, dal giorno della costruzione del muro sono
abbandonati e incolti.
Sembra ormai evidente che il piano preveda la costruzione del complesso
industriale di Tulkarem proprio su quei 500 dunam, ai piedi della collina su
cui sorge il villaggio di Irtah: è questo che hanno dichiarato i responsabili
dell'esercito, è questo che i contadini si sono sentiti dire. Sempre secondo
A-Tanib, alcuni uomini d'affari palestinesi hanno proposto di acquistare o di
prendere in affitto parte di quelle terre. Si è fatto il nome della Piedco,
la società di Abdel-Malek Jaber. «Ma a che ci serve questa zona industriale?
- si chiede A-Tanib.
Si toglie la terra a cinquanta famiglie per farne lavorare altre cinquanta in
fabbrica. Dov'è il vantaggio?» Le aree industriali sembrano dunque
costituire un nuovo episodio di unilateralità nei rapporti
israelo-palestinesi. Anche se Gabi Bar lo smentisce, sostenendo che se anche
una sola di queste aree fosse costruita per decisione unilaterale, sarebbe
immediatamente attaccata. Ma subito dopo aggiunge che gli accordi in proposito
si potrebbero concludere a livello locale, senza coinvolgere l'Autorità
nazionale palestinese (Anp). Anche per Abdel-Malek Jaber, l'insediamento delle
aree industriali non dev'essere necessariamente oggetto di un'intesa politica
tra Israele e l'Autorità; ma si augura che un accordo del genere possa essere
raggiunto al più presto. E ricorda un precedente: l'Anp non ha forse
modificato la legge sugli investimenti esteri, nell'intento di rimuovere ogni
limitazione al loro afflusso nelle aree industriali? Altri però si mostrano
molto più scettici, come il dr. Mustafa Barghouti, leader del nuovo movimento
di sinistra Iniziativa nazionale palestinese: «Questi progetti non hanno
funzionato dopo gli accordi di Oslo, e non funzioneranno neppure adesso. Sono
solo operazioni di facciata per nascondere un'orrenda realtà. Gli affaristi
palestinesi si preoccupano dei propri affari, e non della disoccupazione che
colpisce i loro connazionali. Questo progetto ha un senso soltanto dal punto
di vista israeliano, dato che consoliderà un sistema di apartheid, facendo
dei palestinesi un popolo di schiavi. Ma non andrà in porto».
note:
* Giornalista, Gerusalemme.
(1) Un dunam equivale a un decimo di
ettaro.
(2) Così è stata chiamata la linea
d'armistizio tra Israele e la Giordania prima della guerra del 1967.
(3) Maariv, Tel Aviv, 22 settembre
2003.
(4) The Jerusalem Post, Gerusalemme,
16 dicembre 2003.
(5) Società di sviluppo della zona
industriale palestinese.
(Traduzione di E. H.)
LE MONDE diplomatique - Giugno 2004
Il
«politicidio» dei palestinesi
Baruch Kimmerling
I coloni e la maggior parte degli israeliani della destra più rigorosa vi
si opposero per tutta una serie di motivi: il muro rischiava di creare una
frontiera implicita tra Israele e la Palestina, e di lasciare numerose
colonie al suo esterno; poteva anche significare la fine della ideologia del
«Grande Israele».
Per questo motivo la maggioranza del Parlamento, del comitato centrale del
Likud e dello stesso governo di Sharon si è opposta al progetto.
I difensori del muro - in costruzione fin dalla primavera del 2002 - invece,
prendevano le mosse non da motivazioni ideologiche, bensì dalla
constatazione che l'esercito non riusciva a impedire gli attentati suicidi.
Ma il primo ministro comprese ben presto i vantaggi che avrebbe potuto
trarre dalla separazione e dal disimpegno, che pertanto inserì nel suo
programma per distruggere i palestinesi. Per aggirare l'opposizione, è
stato indetto un referendum all'interno del Likud, procedura senza
precedenti nella cultura politica del paese. Sharon era convinto che la sua
popolarità sarebbe basta a convincere gli elettori. La sua manovra è
fallita: il 2 maggio scorso, quasi il 60% dei militanti andati a votare ha
bocciato il suo progetto.
Questo abisso che si è creato tra Sharon e i suoi non ha nulla di
sorprendente. Il generale è figlio del «sionismo laburista», e non del
«sionismo romantico revisionista», antenato storico del Likud.
I sionisti revisionisti volevano uno stato ebraico nelle frontiere della
grande Israele (ivi compresa l'attuale Giordania). Ma lasciavano nel vago
sia il modo di realizzarlo, sia quello che sarebbe stato opportuno fare
degli arabi del paese e della regione. Il loro postulato era il seguente:
gli ebrei hanno un diritto storico e morale incontestabile sulla loro terra
ereditaria, diritto che deve essere applicato individualmente.
Dopo tre decenni, questo movimento messianico secolare, sino allora avulso
dalla realtà politica e sociale, ha trovato alleati nei movimenti
messianici nazionali e, successivamente, negli ambienti dell'ortodossia
religiosa.
La visione del sionismo laburista sulla fondazione di una nazione ebraica in
Palestina era completamente diversa. Essa non invocava tanto i diritti in
quanto diritti che erano stati compiuti progressivamente nella regione, ed
era più consapevole dei mutamenti tra i rapporti di forza locali ed
internazionali che si manifestavano tra ebrei e arabi. La tattica di base
consisteva nell'acquisire prima col denaro, e poi con le armi, la massima
quantità di territori con una minima presenza di arabi. Il sionismo
laburista non si prefigge limiti sacri o inviolabili, la quantità di
territori sotto controllo ebraico è sempre stata flessibile, in base ad
un'articolazione complessa che univa e contemperava considerazioni di
carattere territoriale, demografico, politico e sociale. Questo
atteggiamento pragmatico e sofisticato ha dato un contributo non
indifferente all'incredibile successo del progetto sionista, che invece
inizialmente sembrava destinato al fallimento. Anche se la distinzione tra
queste due visioni si è appannata gradualmente negli ultimi quarant'anni,
conserva il suo valore fondamentale.
Dalla guerra del 1967 in poi, lo stato d'Israele e tutta la società
israeliana vivono una crisi che si aggrava incessantemente, crisi che deriva
dalle contraddizioni interne provocate dall'assorbimento graduale dei
territori occupati e della loro popolazione. Ciò ha prodotto un boom
economico senza precedenti ed ha aumentato la mobilità sociale, mascherando
contemporaneamente la crisi che tuttavia continuava ad alimentare.
L'apertura delle frontiere della Cisgiordania e della striscia di Gaza
infatti ha inondato il mercato del lavoro israeliano con una manodopera poco
costosa e ha aperto il mercato palestinese - e, indirettamente, quello arabo
- ai prodotti israeliani, per non parlare poi della colonizzazione.
Questa prosperità era legata tuttavia alla cooperazione dei palestinesi dei
territori occupati, e soprattutto alla loro disponibilità ad accettare che
Israele procedesse alla loro integrazione economica, pur continuando ad
escluderli completamente dalle altre sfere. Di fatto, tutta una generazione
di palestinesi ha accettato queste regole coloniali, beneficiando di una
relativa prosperità economica, ma subendo una privazione completa dei
diritti umani e civili fondamentali - contro cui hanno cominciato a
ribellarsi, soprattutto a partire dal 1973. Evidentemente, non avevano
diritto né all'autodeterminazione né all'uso di simboli collettivi, né a
far valere una identità etnica o nazionale. Vittime di questa situazione
asimmetrica, le due società si sono sviluppate in un rapporto di
interdipendenza. E la maggior parte degli israeliani e dei palestinesi,
cresciuti in questa situazione anomala, la considerano ormai normale, e
faticano a immaginarsi un tipo di rapporto diverso.
C'è voluta la prima intifada palestinese, iniziata il 9 dicembre 1987, per
dare una scossa a questo sistema, che è poi completamente crollato con la
seconda intifada. Tuttavia, gli accordi di Oslo hanno perpetuato questa
situazione economica, pur pacificando la popolazione palestinese, a cui
davano una promessa di autodeterminazione. Fin dalla prima rivolta, Israele
aveva adattato la propria politica economica, facendo ricorso a lavoratori
immigrati.
A prescindere dal suo interesse economico per i territori palestinesi,
Israele si è trovato di fronte, dopo la guerra del 1967, a un'ulteriore
difficoltà: il desiderio della società, sia a sinistra che a destra, di
annettersi il centro storico dell'ebraismo in Cisgiordania, ma non i suoi
residenti arabi. Orbene, in caso di annessione formale, non ci sarebbe più
una maggioranza ebraica. Anche se i palestinesi non ottenessero una piena
cittadinanza, basterebbe lo sviluppo demografico a distruggere l'identità
ebraica dello stato. Di fronte a questa sfida così radicale, gli israeliani
non sono riusciti a prendere le decisioni politiche necessarie per risolvere
il conflitto, ma anche per la ricostruzione economica, per l'istruzione, la
qualità della vita, i rapporti tra la sinagoga e lo stato, la
democratizzazione e la demilitarizzazione della società. Col passare del
tempo, la crisi è diventata più esplicita, gli interessi contraddittori
sono concisi sempre più con quelli dei partiti politici, integrandosi con
le identità individuali e collettive.
Nel 1977, quando salì al potere il blocco nazionalista di destra guidato
dal Likud, ci si aspettava da parte sua l'annessione immediata della
Cisgiordania e della striscia di Gaza, considerate parte integrante della
terra di Israele, conformemente al suo programma di sempre.
D'altra parte, proprio per questo motivo, il generale Sharon, dopo aver dato
le dimissioni dall'esercito nel 1973, aveva spinto alcuni partiti di centro
e di destra a unirsi a fianco del capo dell'erede del sionismo revisionista,
Menahem Begin. Ma a quel punto, se si escludono le alture del Golan in Siria
(dicembre 1981), l'annessione dei territori non ci fu.
Questo mutamento di rotta è legato alla crescita demografica
particolarmente rapida della popolazione araba dei territori occupati.
Aggiunta ai cittadini arabi di Israele, trasformerebbe immediatamente lo
stato ebraico in un'entità binazionale, anche se la popolazione annessa non
godesse della piena cittadinanza, del diritto di voto e dell'accesso ai
programmi dell'assistenza sociale. Malgrado l'ondata di immigrazione senza
precedenti conosciuta da Israele in questi ultimi anni - con oltre un
milione di abitanti, ebrei e non ebrei, provenienti dall'ex Unione sovietica
- l'equilibrio demografico è tuttora molto precario: circa 5 milioni di
ebrei (e non-arabi) e 4,5 milioni di palestinesi (cittadini e non-cittadini
dello stato). Stando alle proiezioni demografiche presentate, nel 2020
vivranno su questa terra 15,1 milioni di persone e gli ebrei saranno una
minoranza di appena 6,5 milioni.
Sono due le angosce esistenziali più profondamente radicate all'interno
della cultura politica israeliana: l'annientamento fisico dello stato, che
serve da strumento di manipolazione emotiva a molte personalità
intellettuali e politiche, e la perdita della fragile maggioranza
demografica ebraica, percepita come preludio dell'eliminazione fisica dello
stato ebraico. Israele si trova così a dover fronteggiare due imperativi
contraddittori: il possesso della «terra santa» impedirebbe la
possibilità di conservare una forte maggioranza ebraica su quella stessa
terra. Una grande parte dell'elettorato, proveniente dalle due scuole
sioniste, ha votato a due riprese per Sharon, proprio perché egli trovi una
soluzione adeguata a queste contraddizioni esistenziali interne - e la
faccia finita con la seconda intifada.
E Sharon, in realtà aveva una sua «soluzione» per il problema
palestinese: il «politicidio», un concetto che risale alla guerra del
1948. Si tratta di una strategia politico-militare, diplomatica e
psicologica che si prefigge la scomparsa del popolo palestinese inteso come
entità economica, sociale e politica legittima e indipendente. Potrà
includere - ma non necessariamente - una progressiva pulizia etnica,
parziale o totale, del territorio che va sotto il nome di Israele, o di
Palestina storica. Il «fronte pacifista» e lo stesso Itzhak Rabin - negli
ultimi anni della sua vita - intendevano risolvere il problema restituendo
alcuni territori e conservando l'unità spaziale e demografica della
nazione. Per questo Rabin è stato assassinato. Nelle elezioni
immediatamente successive alla sua scomparsa, la maggioranza degli elettori
ebrei respinse la sua soluzione, considerata una deviazione rispetto alla
visione del sionismo laburista. E il governo guidato da Sharon ha optato per
un'inversione di marcia rispetto agli accordi di Oslo.
La fase militare, la prima fase del politicidio, è iniziata il 29 marzo
2002 con l'Operazione «muro di difesa», che mirava a smembrare qualsiasi
forza organizzata della sicurezza palestinese, ma anche e soprattutto a
distruggere le basi principali del regime di Yasser Arafat. Per questi
stessi motivi, l'esercito israeliano ha proceduto sistematicamente alla
distruzione della maggior parte delle infrastrutture, dei servizi pubblici e
dei ministeri, ivi comprese banche dati importanti, come l'Ufficio
palestinese di statistica.
Le incursioni aeree e i frequenti assedi delle città, dei villaggi e dei
campi profughi palestinesi - e le esecuzioni extra-giudiziarie di militari e
leader politici di ogni tendenza - seguono un'altra logica: dimostrare la
forza dell'esercito israeliano e la sua capacità di utilizzarla. Era
necessario far sentire con mano ai palestinesi quanto fossero vulnerabili e
privi di difesa, nel caso in cui tentassero di commettere un'aggressione
contro una qualunque entità israeliana.
Tanto più che gli stati arabi e la comunità internazionale manifestavano
solo a mezza bocca il loro interesse per i palestinesi. Israele non passa
forse, sotto l'egida di un'amministrazione Bush impregnata di
fondamentalismo cristiano, per un prolungamento morale degli Stati uniti?
Comunque sia, gode del sostegno politico e militare pressoché
incondizionato dell'unica superpotenza esistente.
Durante questa prima fase del politicidio, Sharon ha visto aumentare
enormemente la sua popolarità fra gli ebrei d'Israele. Dopo aver distrutto
praticamente ogni possibilità di resistenza organizzata dei palestinesi, è
passato alla fase politica del suo progetto, cioè il piano di disimpegno.
Il vecchio generale è un uomo pragmatico.
Sa bene che le norme internazionali non gli permetteranno di far accettare
né una pulizia etnica su grande scala, né la trasformazione della
Giordania in stato palestinese, come era suo obiettivo iniziale.
Per questo motivo si è impegnato nella costruzione del muro e, ultimamente,
ha annunciato lo smantellamento di tutte le colonie ebraiche nella striscia
di Gaza, come pure di altre quattro piccole colonie, isolate, in
Cisgiordania. Come contropartite del ritiro di 7.500 coloni dalla striscia
di Gaza, ha chiesto al presidente George W. Bush - e al Likud - di sostenere
il mantenimento dei principali insediamenti in Cisgiordania, che contano
circa 95.000 coloni - oltre a Gerusalemme est. Il primo ministro non fa
mistero delle sue intenzioni. L'applicazione della road map del Quartetto
deve permettergli di creare in Cisgiordania un settore contiguo, separato da
Israele e dalle colonie ebraiche dal muro in costruzione. Lo «stato
palestinese» comprenderebbe quattro o cinque enclaves attorno alle città
di Gaza, Jenin, Nablus e Hebron.
Il piano destinato a collegarle con ponti e gallerie - per evitare ai
palestinesi di dover passare ai check points - richiede una forte presenza
israeliana nella maggior parte degli altri settori della Cisgiordania.
Analogamente alla striscia di Gaza, dove Israele, dopo il suo disimpegno,
continuerebbe a controllare le frontiere terrestri e marittime, come pure lo
spazio aereo. In confronto, i bantustan brillano come simboli di libertà,
di sovranità e di autodeterminazione! Tutte queste misure, Sharon le ha
concepite per spegnere completamente la speranza dei palestinesi, stroncare
la loro resistenza, isolarli, sottometterli alle condizioni israeliane, e
per spingerli successivamente all'esodo in massa dalla Palestina.
Compatibile con la visione pragmatica del sionismo laburista, il piano del
primo ministro si scontra con la visione revisionista e il sogno messianico
religioso del grande Israele. Si spiega così l'insuccesso del referendum
all'interno del Likud. Ma la maggioranza dei cittadini israeliani sostiene
il piano, e molti, all'estero, vi vedono uno spiraglio per una soluzione del
conflitto. Il politicidio continua.
note:
* Sociologo israeliano, autore di Politicidio. Sharon e i palestinesi, Fazi,
2003.
(Traduzione di R.I.)