FISICA/MENTE

 

14 luglio 2004
Znet Activism

L'influenza della destra cristiana sulla politica Usa in Medioriente

Stephen Zunes     

http://www.zmag.org/Italy/zunes-destracristiana.htm 

 

 

In anni recenti, un movimento fondamentalista protestante, politicizzato e di destra, è diventato uno dei maggiori sostenitori delle politiche del governo israeliano del Likud. Per capire questa influenza, è importante riconoscere che l'ascesa della destra religiosa quale forza politica negli Stati Uniti è un fenomeno relativamente recente, emerso in parte in conseguenza di una precisa strategia dei principali esponenti di destra del partito repubblicano che, sebbene non fondamentalisti cristiani essi stessi, hanno riconosciuto la necessità di ottenere l'appoggio di questo settore chiave della popolazione statunitense per il raggiungimento del potere politico.
 

Tradizionalmente, i protestanti fondamentalisti statunitensi non sono mai stati particolarmente attivi nello scenario politico nazionale, da loro considerato secolare e corrotto. Tale atteggiamento è mutato negli anni '70, in parte in conseguenza di un preciso impegno dei conservatori repubblicani, i quali si resero conto che fintanto che il partito repubblicano veniva identificato principalmente con le politiche estere militariste e le politiche economiche a favore dei più abbienti, sarebbe rimasto un partito di minoranza. Nei cinquant'anni precedenti, i repubblicani avevano vinto solo 4 elezioni presidenziali su 12 e avevano controllato il Congresso solo nel corso di 2 mandati su 24.

Mobilitando i leaader religiosi di destra e adottando posizioni conservatrici su temi sociali delicati quali i diritti delle donne, l'aborto, l'educazione sessuale e l'omosessualità, gli strateghi repubblicani riuscirono a portare milioni di cristiani fondamentalisti - che, per via del loro reddito inferiore alla media, non erano molto inclini a votare repubblicano - in seno al loro partito. Grazie a organizzazioni quali Moral Majority e Christian Coalition, i repubblicani promossero un programma politico di destra tanto dal pulpito quanto dalla radio e dalla televisione. Da quando hanno catturato questo gruppo elettorale chiave, i repubblicani hanno vinto 6 elezioni presidenziali, hanno dominato il Senato 7 sessioni su 12, e hanno controllato la Casa dei rappresentati per circa un decennio.

Essendo stato oggetto di attenzione politica, chi si identifica con la destra religiosa è più probabile che voti e sia politicamente attivo rispetto all'americano medio. La destra cristiana rappresenta circa un elettore statunitense su sette, e determina l'agenda repubblicana in circa la metà degli stati dell'Unione, particolarmente nel Sud e nel Midwest. Un alto funzionario repubblicano ha sottolineato: "I conservatori cristiani si sono rivelati la base politica per la maggior parte dei repubblicani. Molti di questi, e in particolar modo la leadership, sono veri credenti, e lo stesso dicasi dei loro elettori".

Il movimento al potere

Il rev. Barry Lean, di Americans United of the Separation of Church and State (Unione degli americani per la separazione di Stato e Chiesa, NdT), con fare ironico ha recentemente detto: "La buona notizia è che la coalizione cristiana è praticamente al collasso. La cattiva notizia è che tutti quelli che la dirigono sono al governo". Ha aggiunto, a mo' di esempio, che quando va al dipartimento della Giustizia, continua a incontrare avvocati un tempo al servizio del predicatore fondamentalista di destra Pat Robertson.

Come ha osservato il Washington Post, "per la prima volta da quando i conservatori sociali sono diventati un movimento politico moderno, il presidente degli Stati Uniti è diventato de facto il leader del movimento". L'ex leader di Christian Coalition, Ralph Reed, ha rimarcato il trionfo, ridacchiando: "non stiamo più tirando pietre al palazzo; siamo nel palazzo". Ha poi aggiunto che dio "sapeva che [il presidente] George [W.] Bush era in grado di svolgere il suo ruolo di leader in modo così convincente".

I liberal statunitensi appoggiano da tempo Israele in quanto rifugio per gli ebrei perseguitati e ne difendono le istituzioni democratiche (per i cittadini ebrei). Storicamente, questi liberal, incoraggiati dalla sproporzionata influenza politica degli ebrei sionisti all'interno del partito, hanno convinto i democratici ad adottare la "linea dura" nei confronti dei palestinesi e di altri arabi. Anche se più aggressivi in materia di politica estera, tradizionalmente i repubblicani hanno assunto un atteggiamento un po' più moderato, in parte per via dei legami del partito con l'industria petrolifera, in parte perché si preoccupavano che un appoggio smisurato a Israele avrebbe spinto i nazionalisti arabi nell'area di influenza dell'Unione sovietica o, in anni recenti, ad abbracciare un orientamento pro-islamista. Ma questo orientamento è ormai cambiato, proprio grazie all'influenza della destra cristiana. Sebbene i fondamentalisti cristiani appoggino Israele da anni, solo di recente tale supporto è diventato uno dei temi fondamentali del movimento.

In conseguenza del rinnovato interesse dei fondamentalisti nei confronti di Israele, e riconoscendo l'influenza politica del movimento, gli ebrei americani sono meno riluttanti ad allearsi con la destra cristiana. Il leader fondamentalista Gary Bauer, per esempio, riceve adesso un gran numero di inviti a tenere discorsi davanti alle principali organizzazioni ebraiche, che prima della presidenza Bush avevano avuto un atteggiamento più cauto verso il movimento. Si tratta, in parte, di un fenomeno demografico: gli ebrei rappresentano solo il 3 per cento della popolazione statunitense, e una metà scarsa di loro appoggia l'attuale governo israeliano.

Anche gli israeliani riconoscono il peso politico della destra cristiana. Dal 2001, Bauer ha incontrato diversi ministri israeliani e il primo ministro Ariel Sharon. L'ex primo ministro Benjamin Netanyahu ha sottolineato, "non abbiamo alleati e amici migliori" dei cristiani americani di destra.

Un tempo, le amministrazioni repubblicane erano in grado di resistere alle richieste dei gruppi di pressione sionisti, quando si pensava che fosse importante per gli interessi americani. Per esempio, l'amministrazione di Dwight Eisenhower fece pressioni a Israele durante la crisi di Suez del 1956; l'amministrazione di Ronald Reagan vendette aerei militari AWACS all'Arabia Saudita nel 1981; e l'amministrazione di George H. W. Bush posticipò l'emissione di una garanzia per Israele su un credito del valore di 10 miliardi dollari, preferendo aspettare gli esiti delle elezioni del 1992.

Con la crescente influenza della destra cristiana, tuttavia, non è più così facile avere un atteggiamento distaccato. Per la prima volta, il partito repubblicano ha una significativa base elettorale filo-isreliana che non può più ignorare. Alti funzionari della Casa bianca, incluso Elliott Abrams, direttore del National Security Council per gli affari del vicino Oriente e l'Africa settentrionale, incontrano regolarmente e spesso a lungo i rappresentanti della destra cristiana. Nelle parole di una figura di spicco del partito repubblicano: "Sanno farsi sentire e hanno spostato il centro di gravità verso Israele e contro le concessioni. Colorano l'ambiente in cui vengono prese le decisioni". Quel che è certo è che il supporto dell'amministrazione Bush per le politiche di Sharon ha colto di sorpresa persino gli ebrei sionisti più intransigenti.

L'ascesa dei sionisti cristiani

Sembra, dunque, che i sionisti cristiani di destra, siano un fattore più importante nella formulazione delle politiche Usa nei confronti di Israele, di quanto non lo siano i sionisti ebrei, come dimostrano tre eventi recenti.

Dopo che l'amministrazione Bush ebbe inizialmente condannato il tentato omicidio del militante palestinese islamico Abdel Aziz Rantisi nel giugno 2003, la destra cristiana mobilitò i suoi membri perché mandassero migliaia di email alla Casa bianca, protestando per le critiche. Un elemento chiave di queste email era la minaccia che, se l'amministrazione avesse continuato a fare pressione su Israele, la destra cristiana sarebbe rimasta a casa il giorno delle elezioni. Nel giro di ventiquattr'ore, il tono del presidente cambiò in maniera significativa. Anzi, quando Rantisi è rimasto vittima di un attentato israeliano nell'aprile di quest'anno, l'amministrazione - proprio come aveva fatto il mese prima con l'assassinio del leader di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin - ha difeso ampiamente l'operato israeliano.

Quando, nell'aprile 2002, l'amministrazione insistette affinché Israele cessasse l'offensiva militare in Cisgiordania, la Casa bianca ricevette più di 100 mila email di critica dai conservatori cristiani. Quasi immediatamente, Bush si schierò dalla parte di Israele. A fronte delle obiezioni del dipartimento di Stato, il Congresso, a maggioranza repubblicana, adottò delle risoluzioni appoggiando le azioni di Israele e facendo ricadere la colpa delle violenze esclusivamente sui palestinesi.

Quando Bush ha annunciato il suo appoggio alla roadmap per la pace in Medioriente, la Casa bianca ha ricevuto nel giro di due settimane più di 50 mila cartoline da conservatori cristiani, che si opponevano a qualunque piano per creare uno stato palestinese. L'amministrazione ha fatto velocemente marcia indietro, e la roadmap, un tempo acclamata, è rimasta di fatto lettera morta.

Il bene contro il male

La teologia messianica è incentrata sul credo in un Israele egemonico, visto come un necessario precursore della seconda venuta di Cristo. Sebbene questa dottrina costituisca sicuramente una ragione importante dietro il supporto della destra cristiana a uno stato israeliano militarista ed espansionista, i sionisti cristiani fondamentalisti negli Usa si rifanno un dogma ancora più pericoloso: il manicheismo, l'idea che la realtà è divisa tra il bene assoluto e il male assoluto.

Il giorno dopo gli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001, Bush ha dichiarato: "Sarà una lotta titanica del bene contro il male, ma il bene trionferà". Secondo Bush, gli Usa non erano stati presi di mira perché avessero appoggiato le dittature arabe, per via della loro presenza militare in Medioriente, perché sostenessero l'occupazione israeliana o per le conseguenze della loro politica estera nei confronti dell'Iraq, ma semplicemente perché "[i terroristi] odiano la nostra libertà". Nonostante il Vangelo insisti che il confine tra il bene e il male non attraversi le nazioni ma piuttosto ognuno di noi, Bush citò i testi cristologici a sostegno dei suoi obiettivi militari in Medioriente, dichiarando, "E la luce [gli Usa] ha brillato nel buio [i nemici degli Usa], e il buio non riuscirà a sconfiggerla [gli Usa vinceranno sui loro nemici]".

La cosa ancora più sconvolgente è che Bush abbia ripetuto parecchie volte di essere "stato chiamato" da dio a candidarsi alla presidenza. Il giornalista Bob Woodward ha scritto, "Il presidente ha collocato la sua missione e quella del paese nei grandi schemi di dio", quando ha promesso, nelle sue stesse parole, "di esportare la morte e la violenza ai quattro angoli della terra per difendere questo grande paese e liberare il mondo dal male". In breve, Bush crede di aver accettato la responsabilità di leader del mondo libero perché così avrebbe voluto dio. Ha persino detto all'allora primo ministro palestinese, Mahmoud Abbas, che "dio mi ha ordinato di colpire al-Qaeda e io l'ho fatto, poi mi ha ordinato di colpire Saddam [Hussein] e io l'ho fatto". Iraq è diventata la nuova Babilonia, e la "guerra al terrorismo" ha preso il posto della Guerra fredda con l'Unione sovietica come la quintessenza della battaglia tra il bene e il male.

Affinità culturali

La simpatia che molti americani provano per Israele ha le sue radici in una comune missione storica. Entrambi i paesi sono stati creati da vittime di persecuzioni religiose, che fuggendo hanno fondato una nuova nazione basata su nobili ideali con un sistema politico caratterizzato da istituzioni democratiche e relativamente progressiste. Ed entrambi i popoli hanno fondato le loro nazioni opprimendo, massacrando ed espellendo le popolazioni locali. Come molti israeliani, gli americani spesso confondono la genuina fede religiosa con l'ideologia nazionalista. John Winthorp, l'influente teologo puritano del XVII secolo, vedeva nell'America la "città sulla collina" (Zion) e una "luce per le nazioni". In realtà, esiste una sorta di sionismo americano che assume una eccezionalità d'ispirazione divina a scusa di quelli che sarebbero altrimenti considerati dei comportamenti inaccettabili. Come Winthorp difese il massacro della popolazione indigena del Pequot nella Massachusetts coloniale come parte di un piano divino, i teologi del XIX secolo difesero l'espansione a Ovest dell'America come parte di un "destino manifesto" e della volontà divina. Questa esaltazione teologica non si fermò all'oceano Pacifico: l'invasione delle Filippine negli anni '90 dell'800 fu giustificata dal presidente William McKinley e da altri come parte di un tentativo di "educare" e "cristianizzare" gli indigeni, ignorando il fatto che i filippini (che a quei tempi si erano quasi liberati dei colonizzatori spagnoli e si erano dati la prima costituzione democratica in Asia) erano già Cristiani per più del 90 per cento.

Similmente, oggi - agli occhi della destra cristiana - la dottrina di Bush e l'espansione del potere economico e militare degli Usa fanno parte di un piano divino. Per esempio, nella loro cartolina natalizia del 2003, il vice presidente Dick Cheney e sua moglie Lynn hanno incluso la frase, "Se un passerotto non può cadere al suolo senza che Lui se ne accorga, è probabile che un impero possa emergere senza il Suo aiuto?"

Ma, negli Usa, questa linea di pensiero è la norma? I sondaggi dimostrano che il gap ideologico tra i conservatori cristiani e altri americani, per quanto riguarda l'invasione dell'Iraq e la "guerra al terrorismo", è persino maggiore del gap ideologico tra i conservatori cristiani e altri americani relativamente a Israele e Palestina.

Per certi aspetti, è possibile che molta della destra cristiana si preoccupi di come Israele possa aiutare gli Usa, almeno altrettanto di come gli Usa possano aiutare Israele. A causa dell'antisemitismo che caratterizza molta della teologia cristiana sionista, è da tempo riconosciuto che il supporto dei fondamentalisti Usa per Israele non nasce da una preoccupazione per il popolo ebraico per sé, quanto dal desiderio di far leva sullo sciovinismo ebraico per accelerare la seconda venuta di Cristo. Questo opportunismo è proprio anche di coloro che, per ragioni teologiche e non solo, promuovono l'avanzata dell'impero americano in Medioriente. E sebbene sia possibile sostenere in maniera convincente che l'appoggio statunitense all'occupazione israeliana danneggi in ultima istanza gli interessi americani, esiste comunque una percezioni diffusa che Israele sia una leva importante per gli obiettivi strategici degli Usa in Medioriente e ben oltre.

I calcoli strategici battono la carta etnoreligiosa

Alla fin fine, l'appoggio di Washington a Israele, come l'approvazione verso altri governi repressivi, è il risultato di un calcolo strategico piuttosto che di semplici politiche etniche. Quando è ora di scegliere, le considerazioni geopolitiche prevalgono sulle lealtà etniche. Per esempio, per quasi un quarto di secolo, gli Usa hanno appoggiato l'occupazione brutale di Timor Est da parte dell'Indonesia, e ancora oggi sostengono l'occupazione del Sahara occidentale da parte del Marocco, nonostante l'assenza di potenti lobby indonesiano-americane o marocchino-americane. Gli Usa sono riusciti a farla franca con il loro appoggio per le occupazioni perpetrate da Indonesia e Marocco perché sono dei paesi relativamente sconosciuti. Non è certo questo il caso di Israele e Palestina. (La cosa interessante è che, sebbene nel caso di Timor Est fosse un paese musulmano a conquistare, occupare e terrorizzare una popolazione prevalentemente musulmanta, dalla destra cristiana non si è mai levata la benché minima protesta).

La destra cristiana è da tempo uno dei bersagli principali del partito democratico, specialmente della sua ala liberal, dal momento che la maggior parte degli americani si sentono profondamente a disagio quando qualunque tipo di fondamentalismo influenza un governo con una secolare tradizione di separazione tra Stato e Chiesa. Eppure la posizione di molti rappresentati democratici liberal sulla questione palestinese è molto più simile a quella della reazionaria Christian Coalition che a quella del moderato National Council of Churches, molto più vicina a quella del rev. Pat Robertson - di destra - che a quella del progressista rev. William Sloan Coffin, molto più vicina all'ultraconservatrice Moral Majority che a Churches for Middle East Peace (di posizioni liberal), e decisamente più vicina alla fondamentalista Southern Baptist Convention che alle altre chiese protestanti.

Anziché accusare questi ex liberal di essere sotto il dominio della lobby ebraica - una tesi che porta inevitabilmente ad essere accusati di antisemitismo - chi chiede giustizia per i palestinesi dovrebbe invece rimproverare i democratici del congresso di lasciarsi troppo influenzare dalla destra cristiana. Una tale accusa sarebbe altrettanto accurata e aiuterebbe sicuramente coloro che sono a favore della pace, della giustizia e dell'applicazione delle leggi a evidenziare la profonda immoralità del supporto dato dal congresso all'occupazione israeliana.

Chi chiede giustizia per i palestinesi - o anche solo l'applicazione delle leggi umanitarie internazionali fondamentali - non può limitarsi a creare consapevolezza attorno alla questione, ma deve affrontare coloro la cui complicità favorisce l'attuale atteggiamento repressivo. Non sarà possibile contrastare l'influenza della destra cristiana nel forgiare la politica statunitense in Medioriente fintanto che i legislatori cristiani, solitamente attenti alle questioni sociali, e altri deputati progressisti cederanno alle pressioni elettorali dei fondamentalisti. E' improbabile che questi democratici e repubblicani moderati cambino, però, fino a quando le chiese liberal e moderate non mobiliteranno le loro risorse chiedendo giustizia con la stessa veemenza con cui i fondamentalisti di destra hanno mobilitato le loro a sostegno della repressione.


    

15 ottobre 2001

 Le indulgenze di Hindutva

Vijay Prashad (*)

http://www.zmag.org/italy/prashad-indulgences.htm 

Qui si gioca a "opportunismo". Israele approfitta dell'attenzione mondiale sull'Afganistan per prendere a pugni i palestinesi, per condurre i carri armati in una Palestina in rovina, per dipingere l'opposizione come terrorismo e produrne di ulteriore. Tony Blair veste i panni del direttore di una scuola per soli maschi in declino e decide di fustigare gli Afgani per rimediare ad un Grande Gioco andato a male. E l'India, che non è mai distaccata di molto, guidata dal governo avido e privo di scrupoli della Destra hindu, implora per entrare nella coalizione, impaziente, supplica che le sia permesso di essere il Gunga Din del Nuovo Ordine Mondiale petrolifero, di spargere terrore tra la sua stessa popolazione come il suo piglio democratico mostra al mondo. In ventimila si sono riversati per le strade di Londra, cinquantamila nella Germania unita, un centinaio di migliaia in Italia (paese che ha prodotto il primo aereo da bombardamento), ed almeno cinquantamila, nonostante un forte acquazzone, a Calcutta. Il momento opportuno per essere nelle strade, per forzare i media globali a distinguere il dissenso della gente onesta dalla pazzia.

Da qualche parte, qualcuno raccoglie le cifre dei morti. Duecento morti in Nigeria durante una protesta contro la guerra che si è trasformata in rivolta; una dozzina circa in Sud Asia, primariamente in Pakistan dove il futuro del regime è tanto squallido quanto quello degli abitanti delle città afgane; e per ultimi, quelli che vivono in quelle valli afgane, alcune centinaia a causa di una bomba vagante, qualcuno in più a causa dei proiettili shrapnel provenienti dai depositi di munizioni ed infine molti di più a causa della fame e della desolazione prodotte dalla guerra. Anche se i numeri non corrispondono a quelli di Dresda o di Hiroshima (100 mila in entrambi i casi), tutto ciò che rimanga della capacità produttiva afgana sarà distrutto, ed una nuova generazione di bambini che hanno sofferto l'indegnità di una guerriglia porterà nelle orecchie l'acuto suono dei bombardamenti di precisione, negli occhi la vista di quei traccianti che, come petardi, si dirigono sulle loro abitazioni. Molti saranno morti, anche se i loro cuori continuano a battere senza saperne nulla.

A sud della guerra, in India, la Destra hindu gioisce.

Subito dopo l'11 settembre, il primo ministro Atal Bihari Vajpayee, consideraro un moderato all'interno del suo partito, ma non di meno all'estrema destra della ragione, inviò una lettera a George W. Bush per partecipare delle condoglianze del popolo indiano. In più sottolineò, come già il governo israeliano, che l'India convive con il terrore da un po' di tempo, e che questo terrore, ha lasciato intendere, ha un volto islamico.

Il messaggio era comunicato: l'India ha vissuto con il terrorismo per anni, ed il governo e le forze militari sarebbero pronte a mettere a disposizione del governo e delle forze militari USA qualunque mezzo per contrastarlo. Vajpayee ha inviato il suo ministro degli esteri e della difesa, Jaswant Singh, ad incontrarsi con l'amministrazione Bush nei giorni 1 e 2 ottobre, ma anche a consegnare al sindaco Giuliani due urne, una contenente le acque di nove fiumi indiami e l'altra il terreno dell'India, che devono essere collocate all'interno del memoriale ai caduti.

Singh ha sviluppato il messaggio di Vajpayee con una serie di parole banali: "la dedizione dell'India ai valori della democrazia, della libertà di parola, della libertà dei singoli di condurre un certo tipo di vita, che condividiamo con gli USA e di cui il terrorismo è l'esatta antitesi, e il nostro impegno a stare fianco a fianco con gli Stati Uniti per difendere questi valori nella lotta contro il terrorismo, non è in alcun modo inferiore a quella di nessun altro".

Nemmeno due decenni or sono, nessun leader indiano di rilievo prometteva tale vassallaggio, invece la maggior parte dei leader indiani, finanche il filo-americano Rajiv Gandhi, cercavano di mantenere una certa distanza dal Dipartimento di Stato e dal Pentagono. Gli interessi statunitensi nell'Asia meridionale coincidevano raramente con quelli dello stato indiano, e per giunta, molti dei leader indiani riconoscevano che le veline della democrazia non facevano giustizia della politica estera americana. Gli USA, per quasi quaranta anni, avevano preferito stare al tavolo con i generali pakistani piuttosto che con l'incompleta democrazia indiana. Le cose sono cambiate ora, e anche se il capo esecutivo Musharraf siede in equilibrio sulla corda tesa dall'amministrazione Bush, la Destra hindu spera di ingraziarsi i poteri che contano.

La centralità militare del Pakistan per questo attacco ha significato per l'India essere relegata, ancora una volta, ai margini dei piani di guerra e diplomatici degli USA. Ma il governo dominato dalla Destra hindu non ne era convinto. Ha espulso quasi immediatamente il Movimento degli studenti islamici dell'India (SIMI), un gruppo formatosi nel 1977 per rappresentare le enormi opportunità di istruzione per i giovani musulmani in India, ma che, in un ambiente avvelenato dalla supremazia Hindutva o braminica, si è rivolto ad un difensivo ed offensivo settarismo suo proprio. Ha fatto arrestare sei studenti di un gruppo socialista nella parte orientale di Dehli mentre distribuivano dei volantini contro la guerra--l'accusa è di sedizione, non contro l'India, ma contro gli USA! Ha invocato lo spettro del terrorismo islamico all'interno dell'India per spaventare il popolo dell'Uttar Pradesh, lo stato più grande della repubblica, di modo che votino ad ogni costo per la supremazia braminica alle elezioni imminenti. E gran parte di quest'ultimo risultato è stato ottenuto brandendo una singola data: il 12 maggio del 1993.

Il 12 maggio del 1993 delle esplosioni scossero la città di Mumbai (una volta Bombay) e oltre duecento persone morirono. Questi scoppi di Mumbai sono ora il simbolo dell'11 settembre indiano, della pretesa indiana di essere vittima del terrorismo.

Ma cosa sono questi scoppi di Mumbai e sono forse speciali? Secondo tutte le indicazioni, il sottomondo dei criminali, dei produttori cinematografici e degli "uomini d'affari" di Dubai posero degli esposivi in diversi edifici di Mumbai come orrenda e insensata rappresaglia contro il massacro di musulmani ed altri organizzato da Hindutva durante le rivolte di Mumbai del dicembre 1992-gennaio 1993, un evento che scosse il cosmopolitismo di quella città.

Uno sguardo ai documenti della Commissione Srikrishna ed ai tre volumi di documentazione consegnati dal governo di Maharashtra alla Commissione di Giustizia Liberhan (e abilmente studiati da Praveen Swami e Anupama Katakam nella rivista Frontline) chiariscono che la Destra hindu organizzata porta la responsabilità per le rivolte e, in maniera cruciale, dovrebbe essere giudicata colpevole di violenza premeditata. Non ci fu nulla di spontaneo in questa rivolta, e la stessa parola "rivolta" fa un'ingiustizia alla violenza organizzata. Funzionari dei servizi segreti hanno raccolto dati sui briganti armati di Hindutva ("alcuni degli attivisti portano probabilmente pugnali e bastoni) e segnalarono come tutta l'attività anti-musulmani delle sette dovesse essere "stroncata sul nascere". Nulla fu fatto perché un funzionario anziano riteneva che queste fossero "attività puramente religiose".

"Per cinque giorni nel dicembre del 1992 (dal 6 al 10) e per quindici giorni nel gennaio del 1993 (dal 6 al 20), Bombay, prima urbs del paese, fu scossa da rivolte e violenza senza precedenti per intensità e ferocia, come se le forze di Satana fossero state sciolte, annientando i valori umani e il comportamento civile": così scrisse l'Alta Corte di Giustizia all'inizio del suo rapporto ufficiale sul massacro (trasmesso il 16 febbraio del 1998 e che già si riempie di polvere). Il rapporto, per tutti i suoi difetti, ci mostra che le rivolte giunsero come effetto della demolizione Hindutva della moschea storica di Ayodhya nel nord dell'India e come prodotto di una base di attivisti di Hindutva che volevano partecipare in qualche modo a quell'insulto ai musulmani indiani. "Dal 9 gennaio 1993, almeno", riferisce la Commissione Srikrishna, " non c'è dubbio che Shiva Sena [il braccio organizzato della militanza hindu in quella regione] e Shiva Sainiks assunsero la leadership nell'organizzazione degli attacchi ai musulmani e alle loro proprietà sotto la guida di diversi capi di Shiv Senal. Bal Thackery [il noto leader, oggetto della satira di Salman Rushdie in L’ultimo sospiro del Moro], che, come un generale veterano, comandava il suo leale Shiv Sainiks affinché reagisse con attacchi organizzati contro i musulmani". Se si hanno dubbi sul pogrom, il rapporto ci mostra che su 900 uccisi nelle rivolte, 575 erano musulmani, circa i due terzi. Negli ultimi quindici anni, almeno, la società civile indiana ha subito percosse da parte di queste organizzazioni molto teocratiche che ora sono al potere nel paese. La Destra hindu, così come il gerontocratico Partito del Congresso, hanno organizzato rivolte anti-musulmane e contro la casta degli oppressi, così come marginalizzato quelli che non si adattano al suo modello stretto di indianità.

Due giorni dopo gli scoppi scellerati di maggio, il ministro degli interni dell'ala destra, L. K. Advani, negò che gli scoppi avessero una qualunque relazione con i pogrom organizzati. La tragedia produce il proprio tipo di amnesia politica. Ed ora, la Destra hindu solleva il maggio del 1993 senza alcuna considerazione per il gennaio del 1993, semplicemente per mostrare la sua fedeltà agli USA in quella che considera una guerra contro il terrorismo islamico, che sia nel Kashmir o altrove.

Tutto questo sarebbe stato inconcepibile prima del 1991, quando il governo indiano (allora guidato dallo stanco Partito del Congresso) si orientò verso un programma pienamente neoliberale. Gli USA, sotto Clinton, avvertivano che la dimensione del mercato indiano (della stessa dimensione della Francia, disse con l'acquolina alla bocca il ministro del tesoro di Clinton, Lloyd Bentsen: "in India dimora una classe media della dimensione della Francia, e la sfida è di liberare quel potenziale e diffondere quella prosperità", ottobre 1993). Un impatto immediato del neoliberismo per l'India fu che sei milioni di lavoratori furono licenziati nel 1992-1993 ed altri otto milioni li raggiunsero l'anno dopo. Il "potenziale" è nei profitti, non nel benessere della popolazione. La visita di Clinton in India, i collegamenti tra gli eserciti statunitense e indiano, i legami con Israele, l'ulteriore "liberalizzazione" dell'economia, la creazione dell'asse virtuale Bill Gates (Seattle)-Chandrababu Naidu (Hyderabad), l'impegno del ministro degli esteri Jaswant Singh praticamente come portavoce del dipartimendo di stato USA (come il mio amico giornalista P. Sainath ha descritto chiaramente), la retorica anti-cinese della Destra hindu e i test nucleari per assicurare agli USA un secondo fronte contro la Cina--tutto ciò fa parte del catalogo delle relazioni USA-India, una cambiamento marcato rispetto alla Terza Via di Nehruvian.

Ma il tasso di ritorno sul servilismo è molto basso. L'economia indiana rimane depressa (con un aumento della disuguaglianza ad ogni nuova finanziaria), le sue forze militari non sono state invitate ad essere un partner minore in Afganistan (mentre sembra probabile che nel prossimo futuro il Pakistan ritornerà nei favori degli USA--se Musharraf sopravvive), la questione del Kashmir non sarà risolta secondo le richieste di Hindutva, e per di più il crollo del Nasdaq e del mondo tecnologizzato significa che una delle nuove esportazioni dell'India (lavoratori nelle tecnologie dell'informazione ed il software) difficilmente sfonderà.

L'indulgenza di Hindutva non sta in nessuna queste cose, perché la sua ragione, guidata dal suo oroscopo, è questa: rendere l'Islam il nemico globale ed aspettare il giorno in cui Dehli-Tel Aviv-Washington (e Londra da qualche parte nel mezzo) diventino le nuove città globali che contano. Queste città, spera la Destra Hindu, saranno il cuore delle Comunità della Democrazia concepita da Madeleine Albright, la messaggera delle politiche del libero mercato guidato dagli USA in tutto il mondo; e, come ogni buon uomo comune, Hindutva spera di ottenere qualche percento sui ricavi globali. L'indulgenza del complesso Hindutva-Sionismo è questa: i pazzi ed ingiustificabili attacchi perdonano i loro stessi atti di omissione e concedono loro mano libera nel produrre un mondo a loro immagine.

Io sono riverente nei confronti di coloro che sono rimasti sotto l'acquazzone di Calcutta per protestare per un mondo migliore.

(*) Vijay Prashad è Professore Associato e Direttore dell'International Studies Program, Trinity College, Hartford, CT.


Banca israeliana indagata per i conti delle vittime dell’Olocausto


di Rajeev Syal - http://www.telegraph.co.uk - 25 luglio 2004

 

La sussidiaria londinese della seconda maggior banca israeliana è sotto inchiesta per alcuni milioni di sterline appartenute a vittime dell’Olocausto.
Ispettori della Knesset, il parlamento israeliano, stanno esaminando la documentazione  sui conti della Banca Leumi tra il 1933 e il 1941.
Sembra di capire che il mese prossimo sarà trasmesso alla Knesset un rapporto che suggerisce come il denaro delle vittime dell’Olocausto sia stato trattenuto a Londra. La banca ha respinto queste accuse dichiarando di cooperare volontariamente con gli investigatori.
Il capo degli ispettori, Yehudah Barlev, ha dichiarato di aver identificato il mese scorso nella banca Leumi più di 180 conti dormienti e sospetta di un altro centinaio per un deposito di decine di milioni di sterline.
Ha riferito al comitato della Knesset come: “L’evidenza suggerisce che la banca era a conoscenza di questi fondi ma non li ha resi disponibili ai famigliari delle vittime.”

L’investigazione in corso a Londra è incentrata sui conti aperti alla Anglo-Palestine Bank, il precedente nome della Banca Leumi prima della Seconda Guerra mondiale. La banca venne creata nel 1902 da finanzieri ebrei per aiutare la colonizzazione della Palestina e fino agli anni ‘30 aveva attirato migliaia di investitori. Quando paesi come Germania, Austria, Cecoslovacchia, Polonia e Italia caddero sotto l’influenza nazista, gli ebrei di questi paesi vennero classificati dalla Gran Bretagna come “nemici” e i loro depositi vennero sequestrati. Il governo britannico ordinò alla banca di consegnare i conti di quegli ebrei ad un apposita custodia.
Gli ispettori della Knesset sostengono che questo non è sempre accaduto; invece, l’Anglo-Palestine Bank trasferì segretamente i “conti nemici” al suo ufficio londinese per nascondere il denaro.

Il Telegraph ha ritrovato documenti che dimostrano come allora i funzionari britannici in Palestina abbiano sospettato che mancasse qualcosa.
Nel Rapporto sulla Custodia delle Proprietà Nemiche, compilato dal governo britannico nel dicembre 1941, un ufficiale superiore scrisse: “Nel corso di queste investigazioni è stato accertato come la banca (Anglo-Palestine) intenda trasferire i conti dei correntisti stranieri in “territorio nemico” al loro ufficio di Londra. La custodia ha chiesto e ottenuto la restituzione dei conti di questi corrispondenti. Queste restituzioni, comunque, non sono accurate.”
Il procuratore legale israeliano Gil Raveh, del cui bisnonno la famiglia venne sterminata nell’Olocausto, ha chiesto un’azione al governo israeliano sostenendo come sia stato cinico il fatto che i ministri abbiano accusato soltanto le banche svizzere per non aver restituito i soldi dell’Olocausto. “E’ un oltraggio morale che le organizzazioni ebraiche abbiano promosso la campagna contro le istituzioni europee mentre succedeva una cosa del genere,” ha sottolineato.

Yona Fogel, vicepresidente esecutivo del Gruppo Banca Leumi ha dichiarato che a Londra non ci sono conti nascosti appartenenti a vittime dell’Olocausto. “Gli investigatori sono venuti in febbraio nei nostri uffici di Londra. - ha precisato - La banca aveva trasferito tutti i conti alla custodia nel periodo tra il 1933 e il 1940. Da allora, noi abbiamo sostenuto i progetti per distribuire il denaro delle vittime dell’Olocausto.”
Ha dichiarato come la banca dal 1933 al 1944 abbia trasferito i nomi e i conti alle autorità britanniche. Ogni acconto residuo venne trasferito nel 1948, sottolineando come:  “C’erano meno di 10.000 conti dormienti dal periodo 1902-1955 e il 99 percento di questi avevano meno di una sterlina.”
Ha sostenuto come le accuse siano particolarmente dolorose perché molti impiegati della banca sono discendenti di vittime dell’Olocausto. “Questo è insultante e non vero, - ha aggiunto - sono sicuro che la banca verrà assolta dalla Knesset.”

www.disinformazione.it


 

il manifesto 17 agosto 2004

Israele, barbecue in cella, razzi su Gaza


Tortura psicologica contro lo sciopero della fame dei detenuti palestinesi. Raid nei Territori
MICHELANGELO COCCO


Il profumo della carne alla brace e l'aroma del pane appena sfornato per cercare di stroncare sul nascere lo sciopero della fame dei detenuti palestinesi, iniziato domenica, al quale ha preso parte anche il prigioniero dei prigionieri, quel Marwan Barghouti indicato come il successore naturale del presidente Arafat. I responsabili delle strutture penitenziarie israeliane ieri hanno confermato che lo Stato ebraico sta ricorrendo a forme di tortura psicologica già sperimentate dalla Gran Bretagna sui prigionieri nord-irlandesi negli anni `70-`80. Via libera dunque all'odore delle pietanze diffuso nelle celle, mentre i secondini sono invitati a mostrarsi ai palestinesi nell'atto di mangiare. «Non è la nostra politica ufficiale, ma è possibile che in alcune prigioni le guardie lo facciano, come iniziativa personale», ha dichiarato alla France presse (Afp) Sharon Gutman, portavoce del servizio penitenziario. Ofer Lefler, un altro portavoce, ha confermato all'Associated press che «vogliamo che i prigionieri riprendano a mangiare il più presto possibile».

Da domenica sono in sciopero della fame oltre 1.500 detenuti, ma la protesta dovrebbe estendersi a tutte le carceri e i campi di detenzione, coinvolgendo entro la fine della settimana tutti i 7.000 palestinesi che - secondo i dati dell'organizzazione umanitaria B'Tselem - sono prigionieri nei centri di detenzione israeliani. E se il ministro della sicurezza interna, Tzahi Hanegbi, ha dichiarato che i detenuti «possono protestare fino alla morte», il presidente Arafat ha dato il suo imprimatur allo sciopero, una «protesta contro l'occupante e i suoi metodi razzisti e disumani». Tutte le organizzazioni palestinesi, dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) ad Hamas, appoggiano i prigionieri ed hanno organizzato una serie di manifestazioni per sostenerli man mano che lo sciopero andrà avanti.

Mahmoud Ziadi, a capo del comitato delle famiglie dei prigionieri della Cisgiordania, ha spiegato al manifesto che questa volta lo sciopero potrebbe assumere forme estreme, simili a quelle dei parenti dei prigionieri politici turchi che si lasciano morire di fame per lottare contro le condizioni di detenzione imposte ai loro cari.

Ziadi ci tiene a sottolineare che «il carattere di questa protesta non è politico, ma umanitario». Le richieste dei prigionieri includono: telefoni pubblici nei blocchi carcerari, la rimozione del vetro di separazione durante i colloqui con i parenti, la fine di perquisizioni personali definite «umilianti». Al direttore delle carceri, Yaakov Ganot, che afferma che lo sciopero è pilotato dalle organizzazioni Hamas e Jihad, che vorrebbero organizzare nuovi attentati dall'interno delle prigioni, Ziadi risponde che «questa è solo propaganda», perché «gli israeliani sarebbero perfettamente in grado di controllare le conversazioni, telefoniche e non, reprimendo eventuali violazioni delle regole». La novità del barbecue, secondo il rappresentante delle famiglie, «dimostra l'ignoranza israeliana della determinazione dei prigionieri, che andranno avanti fino a quando avranno ottenuto questi diritti umanitari minimi».

La notizia che Marwan Barghouti s'è unito allo sciopero è stata data all'Afp da Issa Qaraqea, presidente dell'Associazione dei prigionieri palestinesi, e confermata dalla figlia di Barghouti, Aruba. Il leader di Al Fatah, condannato a cinque ergastoli perché considerato da Israele mandante di numerosi omicidi, è prigioniero da due anni a Beersheva, nel sud d'Israele. Le Brigate dei martiri di Al Aqsa, hanno fatto sapere la loro ricetta per svuotare un po' le carceri del nemico dalle centinaia di prigionieri catturati dopo la seconda intifada: rapire soldati israeliani e scambiarli con i detenuti palestinesi.

Due palestinesi sono rimasti uccisi all'alba di ieri in un raid compiuto da un elicottero israeliano sul campo profughi di Jabaliya, nel nord della striscia di Gaza. L'Apache ha sparato quattro missili all'interno del campo. Le due vittime sono state identificate come Mussa Abu Mashi, 20 anni, e Mohamad Salmane Abu Hashish, 21; lavoravano come vigilantes nella tenuta. Un giovane è stato ammazzato dall'esercito a Nablus, in Cisgiordania.



il manifesto 18 agosto 2004

Via libera di Sharon, colonie come funghi


Il premier israeliano approva la costruzione di mille nuove case negli insediamenti ebraici nei Territori occupati. L'Anp: «Così seppellisce la road map». Tre palestinesi uccisi. Anche le mogli dei prigionieri in sciopero della fame
MI. CO.


Il primo ministro israeliano, Ariel Sharon, ha dato ieri via libera alla costruzione di mille nuove case in quattro insediamenti ebraici della Cisgiordania. La mossa, che a Tel Aviv viene interpretata come un tentativo di placare i deputati «ribelli» del Likud il giorno prima della riunione del comitato centrale del partito del premier, è stata giudicata dal caponegoziatore palestinese, Saeb Erekat, espressione della volontà di «seppellire definitivamente» la road map, il piano di pace che prevede il «congelamento» delle colonie come primo passo per raggiungere un accordo di pace. «Israele - ha dichiarato l'esponente dell'Autorità nazionale palestinese - si sbaglia di grosso se crede di poter mantenere la Cisgiordania dopo il ritiro da Gaza». Beitar Elite, Ariel, Maale Adumim e Karnei Shomron sono i quattro insediamenti che si aggiudicheranno le nuove abitazioni, in violazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu che impongono invece di smantellare le colonie. Timide le reazioni americane. «Israele ha accettato la road map in tutti i suoi punti e noi ci aspettiamo che li rispetti», ha dichiarato Paul Patin, portavoce dell'ambasciata Usa in Israele. Patin ha anche annunciato l'arrivo per il mese prossimo di una delegazione statunitense «per verificare se Israele, per quanto riguarda gli insediamenti, rispetta la road map». Più netto il gruppo pacifista israeliano Peace Now, che ha dichiarato con un comunicato che «invece del disimpegno, Sharon sta portando avanti un'occupazione massiccia della Cisgiordania». Il tutto facilitato dalla clamorosa virata impressa da Bush alla tradizionale linea di politica estera americana quando, nell'aprile scorso, Sharon ha visitato la Casa bianca. «È irrealistico», dichiarò il presidente Usa, che in un futuro accordo di pace Israele abbandoni tutte le colonie all'interno dei Territori occupati nel 1967. In questo modo «informale» l'amministrazione repubblicana ha aperto la strada un'espansione senza limiti delle colonie della Cisgiordania. Un'espansione di cui ora Sharon ha un disperato bisogno per far digerire all'opposizione interna del Likud sia il ritiro da Gaza entro il 2005 che l'alleanza con i laburisti per allargare la coalizione di governo. Il tutto a spese dei palestinesi che con l'ingrossarsi degli insediamenti vedono allontanarsi sempre più il traguardo di uno stato sovrano che abbia una qualche forma di continuità territoriale. Intanto nelle carceri israeliane contiunua lo sciopero della fame dei prigionieri palestinesi che chiedono condizioni di detenzione più umane. Ieri un gruppo di mogli e madri dei detenuti ha annunciato che aderirà anch'esso alla protesta, mentre la Lega araba ha chiesto alle Nazioni unite un'inchiesta sulle condizioni carcerarie nelle celle d'Israele. Il segretario generale della Lega, Amr Mussa, ha chiesto «la creazione di commissioni internazionale, sotto l'egida dell'Onu, per investigare il trattamento dei prigionieri palestinesi nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani».

Nei territori occupati non si fermano le incursioni dell'esercito che provocano morte e distruzioni tra i civili palestinesi. Ieri un bimbo di nove anni è stato ucciso a Nablus, nel nord della Cisgiordania. Khaled al Osta, secondo la versione dei genitori, era uscito di casa per andare a comprare del cibo quando è stato colpito al petto dalle pallottole sparate dai militari che stavano affrontando così un gruppo di ragazzini che tiravano pietre e bottiglie incendiarie. Due combattenti delle Brigate dei martiri al Aqsa sono stati uccisi nella Striscia di Gaza mentre, secondo la versione dell'esercito, si stavano avvicinando all'insediamento di Atzoma.



Il manifesto 24 Agosto 2004

 
Ebrei europei con i palestinesi


Dal 15 agosto quasi 3 mila dei 7 mila detenuti palestinesi nelle carceri israeliane sono in sciopero della fame per ottenere un alleviamento delle condizioni bestiali in cui sono tenuti. Per gli israeliani la protesta è solo un complotto per garantirsi migliori comunicazioni con i gruppi «terroristi» di fuori. Il ministro per la sicurezza israeliano ha detto che per lui i palestinesi possono digiunare fino alla morte. Il premier dell'Anp Abu Ala chiederà una seduta speciale dell'Onu e un religioso palestinese, Sheikh Tayseer al-Tamimi, ha detto che lo sciopero della fame è una forma di jihad e chi morirà sarà un martire. Sullo sciopero palestinese ha preso posizione anche il comitato esecutivo dell'Ejjp, la rete di «Ebrei Europei per una Pace Giusta». Noi, si legge in un comunicato, «sosteniamo le richieste e la protesta dei prigionieri palestinesi per un reale cambiamento delle loro condizioni di detenzione.Nel farlo, vogliamo sottolineare la nostra condanna dell'uso che le autorità israeliane fanno della cosiddetta «detenzione amministrativa» imprigionando persone per lunghi periodi senza processo, così come del fatto che minorenni vengono detenuti insieme con adulti e di altre pratiche umilianti e/o arbitrarie imposte ai prigionieri stessi ed ai loro parenti. Chiediamo all'Unione Europea di esigere ancora una volta il rispetto della legalità internazionale e che, insieme ad organizzazioni per i diritti umani, vigili sulle condizioni dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane per garantire che venga messa fine a simili trattamenti illegali».

Nel frattempo gli israeliani se ne fregano di OGNI trattato internazionale che riguardi la difesa dei diritti umani. Davvero non capisco perché questo Paese criminale, Israele, non sia messo al bando dalla comunità internazionale. La cosa la si può solo spiegare con la strettissima unità politica e d'intenti con l'altro compare criminale, gli USA (n.d.r.).


 

Territori:«Peggio che l'apartheid sudafricana»


Coincide il giudizio di Arun Gandhi, nipote del Mahatma, e del professore di diritto J. Dugard, inviato dell' Onu
MICHELE GIORGIO
GERUSALEMME

«La liberazione è possibile, l'occupazione militare israeliana può avere fine grazie ad una lotta non violenta in grado di ridare ai palestinesi il sostegno internazionale che oggi non hanno più. Le volontà, la determinazione, le manifestazioni popolari possono più di tante armi». Così ha detto ieri al manifesto Arun Gandhi, nipote dell'alfiere della lotta non violenta che portò alla liberazione dell'India dal dominio coloniale inglese, il Mahatma Gandhi, giunto nei giorni scorsi nei Territori occupati.

Parole che ha ripetuto anche alla folla di circa tremila palestinesi e pacifisti israeliani che ieri hanno manifestato ad Abu Dis, davanti agli alti lastroni di cemento armato che formano il muro dell'apartheid che Israele sta costruendo in Cisgiordania e intorno a Gerusalemme.

Gandhi giovedì scorso, dopo un incontro con il presidente dell'Autorità nazionale palestinese Yasser Arafat, aveva definito la situazione in Cisgiordania e Gaza più grave di quella del Sudafrica dell'apartheid.

Ieri è stato il culmine delle ultime iniziative contro la costruzione dell'enorme barriera che il governo Sharon intende portare a compimento nonostante le condanne ricevute lo scorso luglio dalla Corte di giustizia dell'Aja e dall'Assemblea generale dell'Onu. Proteste pacifiche che hanno rilanciato una dimensione popolare dell'Intifada e riportato in strada migliaia di palestinesi. «L'arrivo di Gandhi è molto importante ¡ ha sottolineato l'europarlamentare Luisa Morgantini presente ieri nei Territori occupati ¡ perché aiuta a ridare spazio a quella componente pacifista, sostenitrice della lotta popolare e non violenta, che esiste da sempre nella società palestinese, sin dai tempi della prima Intifada».

La manifestazione di Abu Dis è stata inoltre l'occasione per una nuova espressione di solidarietà, anche da parte di tanti pacifisti israeliani, con la protesta dei detenuti politici palestinesi che da 13 giorni attuano uno sciopero della fame per chiedere migliori condizioni di vita nelle carceri israeliane. Oggi Arun Gandhi osserverà assieme a migliaia di palestinesi e di attivisti israeliani e internazionali una giornata di digiuno in sostegno con i detenuti ai quali ha già espresso più volte solidarietà e comprensione. Nuove iniziative di lotta sono attese nei prossimi giorni ed il 4 settembre è prevista una giornata di «sostegno nazionale» ai prigionieri politici non solo nei Territori occupati ma anche all'estero.

La situazione intanto rimane critica, soprattutto nella Striscia di Gaza dove giovedì notte un palestinese è stato ucciso dall'esercito israeliano ed un altro è stato dilaniato dall'esplosione di un ordigno che, secondo fonti locali, stava trasportando. A Nablus continuano i raid notturni delle unità speciali israeliane, soprattutto nella zona della casbah. Volontari italiani presenti della città, dove operano con il Medical Relief, riferiscono che dalla metà di agosto non passa giorno senza che le truppe dello Stato ebraico entrino nel centro di Nablus scontrandosi spesso con giovani palestinesi.

Il pesante giudizio di Arun Gandhi sulle condizioni dei palestinesi sotto occupazione israeliana coincide perfettamente con quello di John Dugard, sudafricano e professore di diritto ma soprattuto inviato speciale delle Nazioni unite. Il professor Dugard, che di apartheid se ne intende per averla vissuta in carne propria, il 24 agosto scorso ha scritto un rapporto per l'assemblea generale sulla situazione dei diritti umani nei territori occupati. Dugard afferma che nei territori esiste «un regime di apartheid peggiore di quello che esisteva in Sudafrica». E fa l'esempio delle strade aperte solo per i coloni israeliani, proibite per i palestinesi.


http://www.zmag.org/Italy/wisesemitism_it.htm 

Tim Wise
Antisemitismo, Reale e Immaginato
29 aprile 2002
Antisemitism, Real and Imagined
Traduzione di Natascia Berlincioni


Guardando l'ex primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu parlare al Congresso alcune settimane fa, devo ammettere, sono stato quasi risucchiato. No, non dalla sua versione distorta della realtà nei Territori Occupati, né dai suoi paragoni opportunistici e trasparentemente non sinceri tra Yasir Arafat e Osama bin Laden. Neppure dalla sua insistenza sul fatto che non vi sia alcuna soluzione politica al terrorismo, ma solo una militare: un'affermazione, l'assurdità della quale è provata dal fatto che dopo decenni di tentativi di portare la pace attraverso i carri armati e le pistole, la maggior parte degli israeliani si sente meno sicura che mai. (La sua affermazione è stata smentita anche dal fatto che tali azioni militari sono uguali al terrorismo, ma questa è un'altra storia per un'altra colonna).


Tuttavia, dopo solo alcuni minuti del suo discorso da imbonitore-un appello agli USA di dare il nullaosta a qualsiasi massacro sia considerato necessario da Israele nella West Bank-sono stato travolto da un'emozione che era allo stesso tempo non sana e profondamente disturbante. E quel sentimento era una profonda vergogna e disgusto del fatto che quest'uomo e io condividiamo la stessa tradizione di fede; un'eredità religiosa comune; un legame tra persone vicine. E mentre parlavo-non solo per Israele, ma a sentire la maggioranza dei leader americani israeliani dirlo, per gli ebrei ovunque- ho sentito gli attacchi della colpa collettiva crescere in me in un modo che non avevo provato prima.

E ciò era decisamente tragico. Chi era , dopotutto, questo folle a parlare per me? Chi ha nominato lui, o per quella ragione qualsiasi leader israeliano, "il portavoce degli ebrei"?Chi ha considerato il sionismo come sinonimo del giudaismo, e ha deciso che essere ebrei significa appoggiare l'eviscerazione dei diritti palestinesi, il massacro di bambini innocenti sotto la rubrica del sopprimere il terrorismo, o le sparatorie dell'IDF sulle ambulanze per assicurare che quelli feriti dalle loro azioni muoiano lentamente, piuttosto che ricevere l'assistenza d'emergenza alla quale hanno diritto sotto la legge internazionale e secondo tutte le nozioni della decenza umana di base? Chi era Netanyahu per farmi sentire colpevole come ebreo?

Sfortunatamente, la risposta a tutte queste domande è che un'ironica combinazione di espliciti odiatori degli ebrei e di ebrei pro-israeliani sono i soli che hanno inculcato le credenze sopra menzionate in molte persone. I neonazisti, per esempio, insistono nel dire che tutti gli ebrei sono sionisti e appoggiano le azioni di Israele: un'affermazione che permette loro di tessere le loro storie piene di odio del male ispirato da Giuda, indisturbati dal pensiero critico. Ma d'altra parte, l'assottigliamento delle linee che dividono il giudaismo (una tradizione religiosa e culturale che risale a oltre cinque millenni e mezzo) e il sionismo (un movimento politico ed ideologico vecchio meno di un secolo e un quarto) è stata anche perpetrata da molta parte della stessa comunità ebraica organizzata.

E' questa comunità che ha cercato di zittire la critica ebraica di Israele e dell'impresa sionista che grida l'"antisemitismo" o "l'odio di sé". Fu il capo della Federazione Ebraica di New Orleans che, ai primi degli anni 90, suggerì che fossi rimosso dal mio incarico nella più importante organizzazione anti-David Duke perché avevo scritto un commento criticando Israele per il suo appoggio ai governi di apartheid in Sudafrica.
Secondo la persona in questione, un criticismo di Israele mi ha reso un po' migliore di Duke stesso: un uomo che ha detto che gli ebrei dovrebbero "andare nel posacenere della storia", che organizzò feste di compleanno per Hitler a casa sua, e chiamò l'olocausto una "stronzata".

Per i Sionisti come per i nazisti, vale la regola dell'uno per tutti e tutti per uno per quanto riguarda la comunità ebraica.
Cercare di separare i concetti del sionismo e del giudaismo, o dell'antisionismo e dell'antisemitismo, è visto come causa persa o ignobile da tutti e due i gruppi. Come ha recentemente spiegato uno scrittore nel Commentary: "Diffamare Israele vuol dire diffamare gli ebrei".

Ma è invece necessario separare questi concetti: per dimostrare che uno può opporre il sionismo senza alcun pregiudizio contro gli ebrei come ebrei, e anche per dimostrare che l'appoggio di qualcuno per Israele non necessariamente salvaguarda dall'accusa di antisemitismo. Infatti, tale appoggio spesso va mano nella mano con una profonda antipatia per gli ebrei. Consideriamo le parole di Billy Graham, che è stato scoperto in una conversazione registrata con Richard Nixon proclamando il suo amore per Israele mentre allo stesso tempo si lamentava dei media controllati dagli ebrei e delle loro perniciose macchinazioni politiche dietro le scene.

Infatti, la maggior parte dei cristiani fondamentalisti professano il loro amore per Israele, mentre propagano la credenza che gli ebrei siano destinati ad un lago di fuoco a meno che non accettino Gesù come loro salvatore personale: in altre parole, a meno che non cessino di essere ebrei. Il loro scopo di conversione è esso stesso intrinsicamente ostile al giudaismo, irrispettoso del loro "amore" per la Terra Santa: dopo tutto, convertire gli ebrei alla cristianità vorrebbe dire completare un atto di genocidio spirituale; porre fine al giudaismo completamente. Il fatto che questi bravi ragazzi possano piantare alberi in Israele o dire le preghiere per la loro sopravvivenza difficilmente compensa il loro desiderio di sradicare il giudaismo tanto sicuramente quanto Hitler aveva cercato di fare. E poi, pochi nell'organizzata comunità ebraica hanno condannato Billy Graham, né parlano affatto molto dell'antisemitismo incorporato nella cristianità evangelica, come menzionato sopra. Forse sono troppo occupati a cercare di ottenere l'accettazione della maggioranza, o a essere grati per il loro appoggio di Israele per notarlo.

Alla conferenza appena terminata dell'American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), le stesse persone che criticano l'antisionismo come l'antisemitismo hanno fatto una vigorosa ovazione al membro di destra del Congresso Tom Delay. E perché? Perché ha detto che Israele aveva diritto alla West Bank, che lui ha chiamato con i nomi biblici di Giudea e Samaria. Che ha anche detto precedentemente in questo mese che la Cristianità è " la sola possibile, ragionevole, definitiva risposta" alla questioni chiave della vita -un'affermazione che apparentemente conta meno per alcuni del suo appoggio messianico a "Eretz Yisrael".

Di certo, tutto questo ha una certa logica. Dopo tutto, i primi sionisti s'interessavano solo di acquisire terra, e non avevano problemi con l'antisemitismo, per se-e nel caso di Theodore Herzl e Chaim Weizmann in realtà affermavano di capire e perfino simpatizzare con esso. Come ho già avuto modo di notare, fu Herzl (il padre del sionismo) che pubblicò l'ultimatum dell'odio di sé, il nutrimento intellettuale antisemita quando notò che l'antisemitismo era " una comprensibile reazione ai difetti ebrei".

Il continuo assottigliamento delle linee che dividono il sionismo ed il giudaismo è certamente pericolosa in realtà per la comunità ebraica. Fintanto che i sionisti insistono sul legame intrinseco tra i due, diventerà solo sempre più probabile che alcuni critici di Israeassottiglieranno anch'essi le linee, trasformando una moralmente giusta condanna del colonialismo, del razzismo, e dell'imperialismo in una condanna che include anche il bigottismo anti-ebraico.

Nelle ultime settimane ci sono state dissacrazioni di sinagoghe e di cimiteri ebraici, apparentemente perpetrati in protesta alle ultime incursioni e danneggiamenti di Israele, e questi sono accaduti in luoghi tanto lontani quanto la Tunisia, la Francia, e Berkeley, California. La propaganda antisemita, come la bugia zarista, i Protocolli degli Anziani Sionisti - che professano di "provare" un piano ebreo per il dominio del mondo-sta venendo fuori in tutto il mondo arabo, con pezzetti del suo veleno che trovano spazio anche sui siti altrimenti di sinistra-progressista come Indymedia. Nella comprensibile corsa alla condanna delle azioni israeliane, almeno un listserv pro-palestinese gestito da apparenti radicali di sinistra/ progressisti, ha distribuito le opinioni di David Duke sul conflitto: una colonna piena di invettiva anti-ebrea, che certo mina la credibilità del mittente e la giustezza morale delle loro intuizioni sulla lotta per la Palestina.

Per essere sicuri, noi che critichiamo Israele dobbiamo inequivocabilmente condannare tutte queste azioni antisemite: non solo perché sono piene di odio nei loro stessi termini, ma perché aiutano a perpetrare la bugia raccontata dal governo di Israele e dai suoi sostenitori: che loro sono gli ebrei e gli ebrei sono loro. E questa è un'idea che indebolisce la lotta contro l'Occupazione - rendendo tutti i criticismi di esso sospetti di pregiudizio antiebraico-e mette la comunità ebraica a grave rischio, dato che essi (noi) siamo sempre più visti come sostenitori acritici di Israele, invece di gente dedicata a principi di pace, giustizia, e correttezza: quei concetti che io ho imparato alla scuola ebraica erano di fondamentale importanza per la mia gente.

Inoltre tollerare l'antisemitismo all'interno del movimento per la giustizia nel Medio Oriente è particolarmente rischioso per la stessa gente palestinese che cerchiamo di difendere. Più la retorica e l'immaginario antiebraico animano la lotta contro l'occupazione israeliana e la loro brutalità, più Ariel Sharon può trasformare il suo impulso maniacale per il potere e il territorio in uno scontro per la sopravvivenza degli ebrei. E più successo avrà nel gettare il dibattito in questi termini, più gli ebrei israeliani e i loro sostenitori statunitensi accederanno a livelli sempre più intensi di violenza, ancora più morte e distruzione perpetrati sulle vittime del colonialismo israeliano.

Chiariamo che il problema del sionismo non è il nazionalismo ebraico, per se, ma piuttosto una forma di supremazia etnica nel pensiero e nell'azione. E più di ciò: anche una forma di supremazia europea.
Dopo tutto, ci sono ebrei che erano rimasti in e vicino alla Palestina per millenni, senza un conflitto sostanziale con i loro vicini arabi e musulmani. Allo stesso modo, molti ebrei vivevano sotto la legge mussulmana nell'impero ottomano, dove ricevevano un'accoglienza generalmente calorosa-migliore rispetto al trattamento ricevuto dall'Europa cristiana, che li ha espulsi da un posto dopo l'altro.

Questi ebrei, diversamente dagli ebrei europei che hanno cercato di sfollare gli arabi dalla loro terra, vivevano lì in pace e non avevano alcun disegno grandioso della "Grande Israele". Essi non crearono il sionismo, né guidarono la pretesa per lo sviluppo di uno stato ebraico. Per ciò, ci volle una comunità ebraica decisamente occidentale, europea e francamente bianca. Gli ebrei che erano i più indigeni nella terra di Israele, o quelli dell'Africa, o del resto dell'Asia minore-in breve quelli che erano più direttamente popolazioni semitiche-non sono mai stati il problema. Né lo fu la loro fede. Una mentalità decisamente coloniale, essa stessa prodotto del pensiero europeo e della cultura dagli ultimi anni 80 in avanti, fu il carburante per il fuoco sionista. Il problema del sionismo è che è una forma di supremazia bianca e di dominio occidentale.

E come tutte le derivazioni della supremazia bianca, essa ignora una delle più ovvie ironie di tutte: ovvero, la vicina relazione genetica tra colui che domina e colui che è dominato; la realtà che l'oppressore sta opprimendo la famiglia. Come ha dimostrato uno studio recente, non c'è nessuna significativa differenza biologica tra i palestinesi e gli ebrei nel Medio Oriente. Ogni ebreo con radici semitiche è , in effetti, arabo-per ciò che vale. Tutto questo per dire che il sionismo ed i suoi effetti, per virtù dell'impoverimento dei palestinesi, è forse la forma più profonda ed istituzionalizzata di antisemitismo oggi sul pianeta.

Tim Wise è un saggista antirazzista, professore e attivista. Può essere contattato al tjwise@mindspring.com

http://www.evangelici.net/notizie/1072210643.html 

Un predicatore cristiano difende Israele
Inserita il 23/12/2003 alle 21:17 nella categoria: Israele

Il predicatore americano Pat Robertson (il fascista sostenitore di Bush, ndr), i cui discorsi sono diffusi in tutto il mondo, ha partecipato giovedì [18 dicembre] al Congresso di Herzliyya. Si tratta di un evangelista molto conosciuto, le cui trasmissioni sono seguite da milioni di persone e ritramesse da duecento catene di televisioni in sessanta Stati del mondo. In passato aveva posto la sua candidatura contro quella di Georg Bush padre alla testa del partito repubblicano.
Robertson sostiene che non bisogna creare uno Stato palestinese. Ha anche proposto che i palestinesi diventino cittadini della Giordania. Si oppone fermamente allo smantellamento delle località ebraiche, che ammira, e afferma che il presidente Bush è circondato da cattivi consiglieri del Dipartimento di Stato.
Intervistato dal sito Ynet, ha dichiarato di aver sorvolato in elicottero la Giudea-Samaria in compagnia del ministro Uzi Landau e di aver visitato la città di Ariel, dove ha incontrato delle vittime del terrorismo. Ha detto che la barriera di separazione è indispensabile per la sicurezza d‘Israele, e che in nessun caso si deve permettere la creazione di uno Stato palestinese.
Evocando la Road Map, ha detto che questo progetto finirà in un fiasco. Ha aggiunto che in nessun caso si devono evacuare "quelle meravigliose località soprannominate insediamenti". Ha ricordato, tra l‘altro, che la Road Map è opera soprattutto dei francesi, "che non sono mai stati grandi difensori di Israele".
Robertson ha ricordato inoltre che Yasser Arafat non è palestinese, ma è nato in Egitto. Ha sottolineato che è cresciuto in Arabia Saudita e ha passato gran parte della sua vita in Egitto. Ha precisato che Arafat e i suoi uomini hanno imposto una dittatura sugli arabi che vivono nel paese e desiderano la pace.
Robertson ha dichiarato: "Sono una persona credente e sono convinto che Dio arresterà la Road Map".
Ha ripetuto che George Bush è stato mal consigliato e che è tuttora circondato, nel Dipartimento di Stato, da persone che si preoccupano più di soddisfare gli arabi che di difendere gli interessi d‘Israele.
Parlando del conflitto tra Israele e i palestinesi, Robertson ha sottolineato che il problema non è né territoriale, né finanzirio, ma che si tratta d‘una questione teologica. E ha concluso: "E‘ per questo che ogni tentativo di fare la pace con persone animate da una fede fanatica è destinata all‘insuccesso".

(Arouts 7, 20.12.2003 - trad. www.ilvangelo.org)


 

Alcuni  razzisti israeliani credono che gli altri siano scemi. Guardate come riescono a fare brutte figure ed a mostrare che mentono! Propongono un questionario su Israele per vedere ciò che uno sa su quel Paese. Le risposte che danno sono tutte SBAGLIATO! Per loro è evidente che uno abbia sbagliato, sciocchini. Diceva Mao che tutti i reazionari sono stupidi, sollevano grossi massi per farseli ricadere sui piedi. Credo che a questi beceri facciano molto male i piedi, se non glieli hanno già amputati!

RR

Mi è arrivata una lettera dei presunti (vedi il seguito) autori del seguente questionario che riporto integralmente:

----- Original Message -----
Sent: Monday, June 18, 2007 11:57 AM
Subject: questionario su Israele

Signor Roberto Renzetti.

In riferimento al questionario da noi pubblicato, leggiamo sul suo sito:

"Alcuni razzisti israeliani credono che gli altri siano scemi. Guardate come riescono a fare brutte figure ed a mostrare che mentono! Propongono un questionario su Israele per vedere ciò che uno sa su quel Paese. Le risposte che danno sono tutte SBAGLIATO! Per loro è evidente che uno abbia sbagliato, sciocchini. Diceva Mao che tutti i reazionari sono stupidi, sollevano grossi massi per farseli ricadere sui piedi. Credo che a questi beceri facciano molto male i piedi, se non glieli hanno già amputati!
RR"

Non siamo né razzisti, né israeliani. Inoltre, le risposte del questionario non sono tutte "sbagliato" come da lei asserito.

Non abbiamo idea da dove abbia preso il nostro questionario nella forma inserita nel suo sito.

Riprovi da qui: http://digilander.libero.it/thatsthequestion/questionario.htm

Dopo di che, inserisca una correzione nel suo sito e le dovute scuse.

L.I.V.U.S.O.

Ora tocca a me dire che l'origine dell'informazione seguente è nel link che si trova sotto il titolo (lo avevo saltato ed ora lo riporto. Solo di questo mi scuso).

Se vi sono problemi ci si rivolga all'orifgine della notizia, origine che fornisce anche il link Club Livuso del test originale che conclude come i lettori potranno leggere nel medesimo link. Per quel che riguarda l'aver definito israeliani coloro che hanno pensato questo test, si vada alla home di tale sito:   http://digilander.libero.it/livuso/ . Cosa si deve dire ? Israeliani ? ebrei ? ebrei ed israeliani ? italiani ? ebrei italiani ? Ciò che si vuole ma la sostanza non cambia. Invece resta tutto il razzismo e, anche qui, si vada a leggere ciò che c'è scritto nel sito. Si tratta delle solite carognate contro la Palestina, carognate che si misurano con il numero di morti (prima che i palestinesi si ammazzassero tra loro): 1 a 4. Inoltre, (al 2004):
- Case palestinesi abbattute dall'esercito: 1.365
- Palestinesi senza casa: 18.500.

E se ne potevan dire, fino ad arrivare alla geniale invenzione delle elezioni in Palestina, elezioni fatte sotto il più micidiale attacco dell'Occidente all'intero Islam e che, grazie ad USA ed Israele, hanno visto un altro partito integralista andare al potere. E poi dite che non è Israele la causa numero 1 delle preoccupazioni dei cittadini del mondo ? O proprio siete ciechi o in malafede.

Pertanto scusatevi voi e non con me (sono poco interessato al dialogo con voi) ma con i palestinesi e con l'intera umanità che non ne può più!

R.R. (18 giugno 2007)


 

Questionario su Israele

http://www.ilvangelo.org/news/questionario.html
Dai risultati di un recente sondaggio è emerso che il 59% degli Europei e il 48% degli Italiani considera Israele il maggior pericolo per la pace nel mondo. Il fatto che i timori trovino origine nel piccolo stato ebraico deve far riflettere: spesso si ha paura di qualcosa semplicemente perché risulta estranea e sconosciuta. Il questionario che segue può servire a verificare qual è la nostra reale conoscenza dei fatti che riguardano Israele.




Cliccare sul bottone della risposta che si ritiene giusta.

1. Quando è nato l'attuale Stato di Israele?
a) nel 1948
b) con la pace di Yalta
c) il 12 febbraio 1925
d) con la prima intifada
e) con gli accordi di Oslo


2. Qual è stato l'atteggiamento dell'O.N.U. rispetto alla nascita dello Stato di Israele?
a) si è opposta fermamente con la risoluzione n. 181
b) ha ignorato il problema
c) ne ha raccomandato la nascita, al fianco di uno Stato arabo, con la risoluzione n. 181
d) non si è pronunciata
e) si è divisa al 50% fra sostenitori e oppositori


3. Con quali Stati confina Israele?
a) Egitto e Arabia Saudita
b) Egitto, Giordania e Libano
c) Territori Palesinesi, Libano, Egitto e Giordania
d) Siria, Territori Palestinesi, Libano, Egitto e Giordania
e) Iraq, Siria, Libano, Egitto Territori Palesinesi, Giordania


4. Quanto è grande lo Stato di Israele?
a) quasi quanto l'Italia
b) il doppio dell'Italia
c) metà della Francia
d) circa il doppio della Germania
e) più o meno quanto una regione italiana


5. Qual è la capitale di Israele?
a) Jaffa
b) Haifa
c) Tel Aviv
e) Gerusalemme
f) Nazaret


6. Quanti abitanti conta lo Stato di Israele?
a) circa 6 milioni
b) 14 milioni
c) mezzo milione
d) quasi 10 milioni
e) un po' meno di 2 milioni


7. Com' è il reddito medio procapite degli Israeliani?
a) un po' più basso del nostro
b) un po' più alto del nostro
c) identico al nostro
d) molto più alto del nostro
e) molto più basso del nostro


8. Qual è la lingua, o quali sono le lingue ufficiali in Israele?
a) Israeliano
b) Inglese
c) Ebraico e Arabo
d) Inglese ed Ebraico
e) Inglese, Ebraico e Yiddish


9. Quanti sono gli Israeliani non ebrei?
a) la metà della popolazione
b) più del 20%
c) zero: sono stati scacciati tutti nei Territori Occupati
d) circa il 2%
e) il 5%


10. Nel caso esistano Israeliani non ebrei, di che religione sono?
(non rispondere se si ritiene che non esistano)
a) atei
b) cristiani
c) musulmani
d) musulmani, cristiani ed altro
e) buddisti


11. Nella Storia, "Israele" e "Palestina" hanno indicato:
a) sono stati sempre due territori confinanti distinti e separati
b) il Regno d'Israele, risalente circa al 1200 a.C., si estendeva su di un'area leggermente più ampia dell'attuale Stato, ma non comprendeva la fascia costiera mediterranea meridionale, territorio dei Filistei; nel 922 a.C. si divise in "Israele" a nord e "Giudea" a sud. Il nome "Palestina" (=terra dei Filistei) fu imposto a tutta la regione dai Romani nel 132 d.C. con l'intenzione di cancellare ogni traccia ebraica da quella terra. In seguito, fino alla nascita dello Stato d'Israele, con "Palestina" si è indicata genericamente l'intera regione, includendo anche l'attuale Giordania.
c) lo stesso identico territorio, ma Palestina è il nome di gran lunga più antico, risalente alla nascita di Gesù, arabo palestinese di Galilea
d) il nome "Israele" è stato rispolverato dalla lobby ebraica allo scopo di conquistare quella terra da secoli abitata da soli arabi
e) non lo so


12. Com'era un tempo la Palestina?
a) era una terra fertile e felice in cui viveva solo una minoranza esigua di ebrei trattati con tolleranza e benevolenza dalla maggioranza musulmana; l'agricoltura era florida e i palestinesi avevano un loro governo nazionale
b) era una provincia arida e abbandonata dell'impero turco in cui popolazioni nomadi praticavano la pastorizia; la presenza ebraica nel corso dei secoli non è mai mancata, e nella città di Gerusalemme ha rappresentato sempre la maggioranza della popolazione
c) era una terra già contesa fra i vari colonizzatori europei, a causa delle sue ricchezze minerarie
d) era una terra povera e felice, governata da un regnante palestinese
e) era un deserto in cui gli ebrei già pensavano di costruire il proprio Stato, allo scopo di sfruttare le risorse del sottosuolo, sottomettendo le popolazioni indigene


13. Gerusalemme è città nominata più volte nei Testi Sacri. In quali?
a) nel Corano e nel Nuovo Testamento
b) solo nei Vangeli
c) solo nell'Antico Testamento
d) nel Nuovo e nell'Antico Testamento
e) nella Bibbia e nel Corano


14. Qual era la situazione riguardo i luoghi santi di Gerusalemme, quando quest'ultima è stata in mano araba?
a) c'era completa libertà di culto per tutte le religioni
b) ai cristiani era vietato il riposo domenicale
c) gli ebrei non potevano accedere ai luoghi di preghiera
d) ai musulmani era vietato pregare di venerdì
e) agli ebrei era consentito pregare al Kotel, a patto che portassero la stella gialla sul bavero


15. Il termine "palestinese", nei secoli, che cosa ha indicato?
a) ha sempre identificato la popolazione araba di Palestina
b) un tempo identificava gli abitanti di Terrasanta di qualunque religione o nazionalità
c) ha sempre identificato la popolazione cristiana di Palestina
d) ha sempre identificato solo gli ebrei di Palestina
e) un tempo identificava i musulmani di Palestina


16. Chi erano i primi sionisti?
a) avventurieri che si spingevano in Palestina alla scoperta di terre da sfruttare, alla maniera dei conquistadores
b) ebrei sopravvissuti alle persecuzioni naziste
c) ebrei, ispirati per lo più da ideali socialisti, che acquistavano terreni in Palestina per andarvi a vivere, con la speranza di farvi rinascere un giorno la propria patria
d) militanti dell'ala ebraica più estremista che aspiravano alla conquista del monte Sion, sacro anche ai musulmani
e) artefici di un pericoloso complotto internazionale


17. Quando è scoppiata la prima guerra fra stati arabi e Israele?
a) alla nascita dello Stato di Israele
b) con lo sbarco degli Alleati
c) prima della nascita dello Stato di Israele
d) col rifiuto di Israele di firmare gli accordi di pace
e) con l'intifada


18. Perché una delle tante guerre fra Arabi e Israeliani viene chiamata "Guerra del Kippur"?
a) perché interessò la regione del Kippur
b) perché gli Arabi attaccarono Israele, approfittando del Giorno del Kippur che per gli ebrei è giorno di riflessione e digiuno, nel quale ci si astiene da qualunque attività
c) perché scoppiò nel giorno della Memoria dell'Olocausto
e) perché gli Israeliani attaccarono gli Arabi, approfittando del Giorno del Kippur che per i musulmani è giorno di riflessione e digiuno, nel quale ci si astiene da qualunque attività
f) dal nome di Isac Kippur, allora Primo Ministro d'Israele


19. Prima che gli Israeliani occupassero i Territori Palestinesi, com'era la situazione in quella terra?
a) i palestinesi avevano uno Stato indipendente e sovrano
b) la vita palestinese era in gran fermento per la costruzione di un vero apparato statale
c) c'era la pace
d) la Palestina era una provincia della Siria
e) I Territori Palestinesi erano stati annessi dalla Giordania e dall'Egitto, ma nessun leader palestinese pensava di reclamarli, concentrando piuttosto l'attenzione su Israele, bersaglio di attacchi militari e terroristici quotidiani


20. Negli accordi di pace, in quale territorio è previsto che nasca lo Stato di Palestina?
a) in Cisgiordania e Gaza
b) dove Israele riterrà giusto che nasca
c) al posto degli insediamenti dei coloni ebraici
d) al posto di Israele
e) dove l'Autorità Palestinese riterrà giusto che nasca

La forma originale del questionario è consultabile sul sito Club Livuso, da dove è possibile anche scaricare una versione in formato Word da diffondere tra i propri amici.


 

Cliccando su risultato, senza aver risposto, viene fuori:

RISPOSTE

Domanda :1 Sbagliato! La risposta corretta è a)
Lo Stato d'Israele è stato proclamato il 14 maggio 1948.

Domanda :2 Sbagliato! La risposta corretta è c)
Il 29 novembre 1947 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite votò la divisione della Palestina in uno Stato ebraico e in uno Stato arabo.

Domanda :3 Sbagliato! La risposta corretta è d)
Israele confina con Siria, Territori Palestinesi, Libano, Egitto e Giordania.

Domanda :4 Sbagliato! La risposta corretta è e)
Israele è grande più o meno come la Lombardia.

Domanda :5 Sbagliato! La risposta corretta è d)
La capitale di Israele è Gerusalemme.

Domanda :6 Sbagliato! La risposta corretta è a)
Israele ha circa 6 milioni di abitanti.

Domanda :7 Sbagliato! La risposta corretta è a)
Il reddito medio procapite degli Israeliani è un po' più basso del nostro.

Domanda :8 Sbagliato! La risposta corretta è c)
Le lingue ufficiali in Israele sono l'ebraico e l'arabo.

Domanda :9 Sbagliato! La risposta corretta è b)
I non ebrei in Israele sono più del 20%.

Domanda :10 Sbagliato! La risposta corretta è d)
In Israele ci sono musulmani, cristiani e persone di altre religioni.

Domanda :11 Sbagliato! La risposta corretta è b)
Israele è il nome di gran lunga più antico. Compare moltissime volte nella Bibbia.

Domanda :12 Sbagliato! La risposta corretta è b)
La Palestina era una provincia arida e abbandonata dell'impero turco.

Domanda :13 Sbagliato! La risposta corretta è d)
Israele viene citata moltissime volte in tutta la Bibbia, ma mai nel Corano.

Domanda :14 Sbagliato! La risposta corretta è c)
Agli ebrei era vietato accedere ai loro luoghi di preghiera.

Domanda :15 Sbagliato! La risposta corretta è b)
Fino alla seconda guerra mondiale tutti gli abitanti della Terra Santa erano chiamati Palestinesi.

Domanda :16 Sbagliato! La risposta corretta è c)
I sionisti erano animati dall'ideale di far rinascere lo Stato di Israele in Palestina.

Domanda :17 Sbagliato! La risposta corretta è a)
La prima guerra arabo-israeliana è scoppiata il giorno dopo la proclamazione dello Stato di Israele.

Domanda :18 Sbagliato! La risposta corretta è b)
Gli Arabi hanno attaccato di sorpresa Israele nel giorno del Kippur del 1973.

Domanda :19 Sbagliato! La risposta corretta è e)
I Territori Palestinesi erano stati annessi dalla Giordania e dall'Egitto.

Domanda :20 Sbagliato! La risposta corretta è a)
Il territorio previsto dagli accordi di pace per lo Stato di Palestina è la Cisgiordania e la striscia di Gaza.

RISULTATO: Hai risposto in modo giusto a 0 domande su 20.

COMMENTO: Non sai proprio niente sul conflitto israelo-palestinese! Non è strano allora se poi credi a tutte le menzogne che ti raccontano su Israele!

CHE BUFFONI!


 

http://www.ilvangelo.org/news/isr_180.html

«LA ROAD MAP E' L'INIZIO DELLA FINE PER ISRAELE»



Pat Robertson, ll noto americano religioso, politico e mediatico, ha recentemente criticato il Presidente Bush a causa della Road Map: "Il progetto di creare uno Stato palestinese sarà l'inizio della fine dello Stato d'Israele così come ora lo conosciamo."
   Attraverso la sua emittente televisiva "Christian Broadcasting Network" (CBS), Robertson ha inoltre dichiarato: "Credo che il Presidente degli Stati Uniti metta in pericolo la nazione israeliana. Non solo egli si mette contro il chiaro mandato della Bibbia, il che è molto grave, ma crea anche una situazione in cui Israele non avrà più confini sicuri."
   Ha indicato la concessione di terra ai palestinesi come "pazzia" e ha citato il profeta Giole che "molto duramente condanna coloro che dividono il mio paese". Con questo il profeta si riferisce alla terra d'Israele promessa da Dio agli ebrei.
   Robertson ha aggiunto che Israele non potrà difendersi dal flusso di palestinesi che arriveranno nel paese come conseguenza del piano di pace, e che inoltre non ci sarà nessuna garanzia di un arresto del terrorismo dei palestinesi contro lo stato ebraico.
   Come fondatore della "Coalizione Cristiana" e ex candidato repubblicano alla presidenza, Robertson è considerato uno dei più influenti cristiani negli Stati Uniti.

(JCEJ Nachrichten, 04.06.2003)

 

http://www.ilvangelo.org/news/isr_241.html

Israele non esiste!

di Michael D. Evans



Perché il governo degli Stati Uniti non riconosce Gerusalemme come capitale d'Israele, quando in realtà è stata capitale d'Israele per 3.300 anni, dall'epoca del Re David? Il 104° Congresso ha votato la legge pubblica 104-45 - il Decreto dell'Ambasciata di Gerusalemme - nel 1995. Questo documento riconosce ufficialmente Gerusalemme come capitale d'Israele. La legge pubblica 104-45 stanzia 25 milioni di dollari per il trasferimento dell'Ambasciata degli Stati Uniti [da Tel Aviv] a Gerusalemme.
    Perché è stata rinviata, per disposizione presidenziale rinnovata ogni sei mesi, l'esecuzione di questo decreto approvato dal Congresso? Il timore è che l'esecuzione del trasferimento dell'Ambasciata a Gerusalemme, e il riconoscimento di una delle più antiche capitali del mondo, provocherebbe una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
    Nel 1988 ho tenuto testa a Yasser Arafat nel corso della quarantatreesima Assemblea Generale a Ginevra, sulla questione di Gerusalemme come capitale d'Israele. Arafat s'è messo a gridare: "Basta! Basta!" A Camp David Arafat si è rifiutato di firmare dei documenti che avrebbero soddisfatto la maggior parte delle sue richieste (ivi compresa la metà di Gerusalemme). Perché? Avrebbe dovuto riconoscere il diritto all'esistenza d'Israele.
    La vera ragione è chiara e semplice: gli arabi fanatici non volevano che gli Stati Uniti riconoscessero Gerusalemme come capitale d'Israele. Se l'avessero fatto, avrebbero riconosciuto il diritto d'Israele ad esistere. Gli stessi fanatici hanno attaccato la Spagna per spingere il governo spagnolo a ritirarsi dalla coalizione in Iraq, e ad accettare una dottrina di appeasement. Sembra che questo abbia funzionato in Spagna.
    Perché i presidenti degli Stati Uniti continuano a firmare una disposizione che rinvia a più tardi l'esecuzione del decreto di trasferimento dell'Ambasciata a Gerusalemme? La risposta è semplice: il ricatto degli arabi fanatici che rifiutano di riconoscere il diritto d'Israele ad esistere.
    Il 5 settembre 1972 il mondo intero è rimasto scioccato quando uno dei più ignobili attentati terroristici della storia è stato perpetrato ai giochi olimpici di Monaco. Terroristi arabi (in seguito identificati come palestinesi) hanno preso in ostaggio e assassinato 11 atleti israeliani con l'obiettivo di esercitare un ricatto sul governo israeliano per ottenere la liberazione di 200 prigionieri arabi. I terroristi palestinesi che avevano organizzato l'attacco erano, in effetti, membri di una fazione dell'OLP, "Settembre nero". Le loro azioni omicide sono state approvate, finanziate e celebrate da Yasser Arafat.
    Stupefacente è il fatto che nel sito web ufficiale dei giochi olimpici di Atene del 2004, iniziati il 29 febbraio 2004, alla voce "Palestina" si dice che la capitale è Gerusalemme. Com'è possibile che una nazione che non esiste abbia una capitale? Dopo aver ricevuto un mucchio di proteste, il sito web ha apportato la seguente modifica: "Lo Stato d'Israele fa parte del continente europeo".
    Ecco una cosa che non mancherà di sorprendere chi s'intende di geografia. Il Dipartimento di Stato americano chiama questa regione "Vicino Oriente". Forse dipende dal fatto che gli arabi fanatici rifiutano di riconoscere il diritto d'Israele ad esistere, e il Comitato olimpico ratifica? Perché sorprendersi allora se il presidente degli Stati Uniti e altri rifiutano di riconoscere che Israele abbia perfino una capitale? E' il teatro dell'assurdo e un festival di ipocrisia.
    L'egiziano di nascita Arafat non ha mai dichiarato, in nessun documento, che voleva Gerusalemme Ovest, ma sempre Gerusalemme Est (Al-Quds). D'altra parte, ha spesso affermato che la bandiera palestinese sventolerà su tutte le chiese e le moschee di Gerusalemme, riferendosi alla città intera. In realtà, nel corso dei 1.400 anni trascorsi dalla redazione del Corano, la città di Gerusalemme non è mai stata la capitale di uno Stato arabo, e non è mai menzionata nel Corano.
    Sono indignato dal fatto che il Comitato olimpico riconosca la capitale di Cuba (La Havane), quella della Corea del Nord (Pyong Yang), quella dell'Iran (Teheran), ma rifiuti di riconoscere Gerusalemme come capitale del nostro alleato più fedele in Medio Oriente.
    Il presidente Bush è un uomo di carattere e di chiarezza morale. A metà giugno il decreto sull'Ambasciata [americana] a Gerusalemme sarà di nuovo presentato a George Bush. Lui ha la possibilità di scegliere tra firmare una disposizione di rinvio per motivi di sicurezza nazionale o permettere la trasformazione in legge del decreto. E' ora che si decida a resistere agli arabi fanatici e si rifiuti di firmare un altro rinvio dell'esecuzione del trasferimento dell'Ambasciata a Gerusalemme. Non c'è niente in questo decreto che attenti alla politica degli Stati Uniti o a quella delle Nazioni Unite.
    Ogni volta che la disposizione di rinvio viene firmata per motivi di sicurezza nazionale, noi diciamo ai terroristi e ai fanatici: "Siete voi a vincere". L'America ha più bisogno della benedizione di Dio che del favore degli arabi fanatici. Bush deve inviare a tutti i potenziali Osama un segnale per dire che le cose sono cambiate. L'America non permetterà più a dei terroristi di minacciare la nostra nazione obbligandola a scegliere tra la convenienza politica e la chiarezza morale.
    Se Rudolph Giuliani ha avuto il coraggio di dire "No, grazie!" a uno sceicco arabo che voleva stabilire una relazione tra l'11 settembre e Israele, il presidente Bush deve avere la chiarezza morale di fare la stessa cosa. L'America è in uno stato di decadenza morale. E' tempo che il nostro presidente faccia sapere al padrino del terrorismo mondiale, all'architetto del massacro di Monaco, che il gioco è finito. E' tempo di congelare la somma di 1,25 miliardi di dollari che Arafat ha rubato al popolo palestiese, e di utilizzarla per costruire scuole, ospedali, alloggi e una rete di diffusione delle informazioni che non glorifichi e immortali le bombe umane.

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Michael D. Evans è giornalista e pastore evangelico. Negli ultimi trent'anni ha seguito tutti i principali avvenimeti relativi a Israele e al Medio Oriente. Ha partecipato a trasmissioni delle catene FOX, CNN, MSNBC e ad altre catene di televisioni e stazioni radio. E' il fondatore del "Jerusalem Prayer Team", il più grande gruppo di cristiani pro-israeliani in America che pregano per la pace di Gerusalemme, tra cui si trovano Joseph Farah, Jerry Falwell, Tim LaHaye, Pat Robertson, Kay Arthur, John Maxwell. Michal D. Evans è anche il presidente del consiglio d'amministrazione della Fondazione "Corrie ten Boom", a Haarlem, in Olanda. La maggior parte dei membri della famiglia Boom sono morti nell'Olocausto combattendo l'antisemitismo.

(WorldNetDaily.com, 19 marzo 2004)





                

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