14 luglio 2004
Znet Activism
L'influenza della destra cristiana sulla politica Usa in Medioriente
Stephen Zunes
http://www.zmag.org/Italy/zunes-destracristiana.htm
Tradizionalmente, i protestanti fondamentalisti statunitensi non sono mai stati particolarmente attivi nello scenario politico nazionale, da loro considerato secolare e corrotto. Tale atteggiamento è mutato negli anni '70, in parte in conseguenza di un preciso impegno dei conservatori repubblicani, i quali si resero conto che fintanto che il partito repubblicano veniva identificato principalmente con le politiche estere militariste e le politiche economiche a favore dei più abbienti, sarebbe rimasto un partito di minoranza. Nei cinquant'anni precedenti, i repubblicani avevano vinto solo 4 elezioni presidenziali su 12 e avevano controllato il Congresso solo nel corso di 2 mandati su 24.
Mobilitando i leaader religiosi di destra e adottando posizioni conservatrici su temi sociali delicati quali i diritti delle donne, l'aborto, l'educazione sessuale e l'omosessualità, gli strateghi repubblicani riuscirono a portare milioni di cristiani fondamentalisti - che, per via del loro reddito inferiore alla media, non erano molto inclini a votare repubblicano - in seno al loro partito. Grazie a organizzazioni quali Moral Majority e Christian Coalition, i repubblicani promossero un programma politico di destra tanto dal pulpito quanto dalla radio e dalla televisione. Da quando hanno catturato questo gruppo elettorale chiave, i repubblicani hanno vinto 6 elezioni presidenziali, hanno dominato il Senato 7 sessioni su 12, e hanno controllato la Casa dei rappresentati per circa un decennio.
Essendo stato oggetto di attenzione politica, chi si identifica con la destra religiosa è più probabile che voti e sia politicamente attivo rispetto all'americano medio. La destra cristiana rappresenta circa un elettore statunitense su sette, e determina l'agenda repubblicana in circa la metà degli stati dell'Unione, particolarmente nel Sud e nel Midwest. Un alto funzionario repubblicano ha sottolineato: "I conservatori cristiani si sono rivelati la base politica per la maggior parte dei repubblicani. Molti di questi, e in particolar modo la leadership, sono veri credenti, e lo stesso dicasi dei loro elettori".
Il movimento al potere
Il rev. Barry Lean, di Americans United of the Separation of Church and State (Unione degli americani per la separazione di Stato e Chiesa, NdT), con fare ironico ha recentemente detto: "La buona notizia è che la coalizione cristiana è praticamente al collasso. La cattiva notizia è che tutti quelli che la dirigono sono al governo". Ha aggiunto, a mo' di esempio, che quando va al dipartimento della Giustizia, continua a incontrare avvocati un tempo al servizio del predicatore fondamentalista di destra Pat Robertson.
Come ha osservato il Washington Post, "per la prima volta da quando i conservatori sociali sono diventati un movimento politico moderno, il presidente degli Stati Uniti è diventato de facto il leader del movimento". L'ex leader di Christian Coalition, Ralph Reed, ha rimarcato il trionfo, ridacchiando: "non stiamo più tirando pietre al palazzo; siamo nel palazzo". Ha poi aggiunto che dio "sapeva che [il presidente] George [W.] Bush era in grado di svolgere il suo ruolo di leader in modo così convincente".
I liberal statunitensi appoggiano da tempo Israele in quanto rifugio per gli ebrei perseguitati e ne difendono le istituzioni democratiche (per i cittadini ebrei). Storicamente, questi liberal, incoraggiati dalla sproporzionata influenza politica degli ebrei sionisti all'interno del partito, hanno convinto i democratici ad adottare la "linea dura" nei confronti dei palestinesi e di altri arabi. Anche se più aggressivi in materia di politica estera, tradizionalmente i repubblicani hanno assunto un atteggiamento un po' più moderato, in parte per via dei legami del partito con l'industria petrolifera, in parte perché si preoccupavano che un appoggio smisurato a Israele avrebbe spinto i nazionalisti arabi nell'area di influenza dell'Unione sovietica o, in anni recenti, ad abbracciare un orientamento pro-islamista. Ma questo orientamento è ormai cambiato, proprio grazie all'influenza della destra cristiana. Sebbene i fondamentalisti cristiani appoggino Israele da anni, solo di recente tale supporto è diventato uno dei temi fondamentali del movimento.
In conseguenza del rinnovato interesse dei fondamentalisti nei confronti di Israele, e riconoscendo l'influenza politica del movimento, gli ebrei americani sono meno riluttanti ad allearsi con la destra cristiana. Il leader fondamentalista Gary Bauer, per esempio, riceve adesso un gran numero di inviti a tenere discorsi davanti alle principali organizzazioni ebraiche, che prima della presidenza Bush avevano avuto un atteggiamento più cauto verso il movimento. Si tratta, in parte, di un fenomeno demografico: gli ebrei rappresentano solo il 3 per cento della popolazione statunitense, e una metà scarsa di loro appoggia l'attuale governo israeliano.
Anche gli israeliani riconoscono il peso politico della destra cristiana. Dal 2001, Bauer ha incontrato diversi ministri israeliani e il primo ministro Ariel Sharon. L'ex primo ministro Benjamin Netanyahu ha sottolineato, "non abbiamo alleati e amici migliori" dei cristiani americani di destra.
Un tempo, le amministrazioni repubblicane erano in grado di resistere alle richieste dei gruppi di pressione sionisti, quando si pensava che fosse importante per gli interessi americani. Per esempio, l'amministrazione di Dwight Eisenhower fece pressioni a Israele durante la crisi di Suez del 1956; l'amministrazione di Ronald Reagan vendette aerei militari AWACS all'Arabia Saudita nel 1981; e l'amministrazione di George H. W. Bush posticipò l'emissione di una garanzia per Israele su un credito del valore di 10 miliardi dollari, preferendo aspettare gli esiti delle elezioni del 1992.
Con la crescente influenza della destra cristiana, tuttavia, non è più così facile avere un atteggiamento distaccato. Per la prima volta, il partito repubblicano ha una significativa base elettorale filo-isreliana che non può più ignorare. Alti funzionari della Casa bianca, incluso Elliott Abrams, direttore del National Security Council per gli affari del vicino Oriente e l'Africa settentrionale, incontrano regolarmente e spesso a lungo i rappresentanti della destra cristiana. Nelle parole di una figura di spicco del partito repubblicano: "Sanno farsi sentire e hanno spostato il centro di gravità verso Israele e contro le concessioni. Colorano l'ambiente in cui vengono prese le decisioni". Quel che è certo è che il supporto dell'amministrazione Bush per le politiche di Sharon ha colto di sorpresa persino gli ebrei sionisti più intransigenti.
L'ascesa dei sionisti cristiani
Sembra, dunque, che i sionisti cristiani di destra, siano un fattore più importante nella formulazione delle politiche Usa nei confronti di Israele, di quanto non lo siano i sionisti ebrei, come dimostrano tre eventi recenti.
Dopo che l'amministrazione Bush ebbe inizialmente condannato il tentato omicidio del militante palestinese islamico Abdel Aziz Rantisi nel giugno 2003, la destra cristiana mobilitò i suoi membri perché mandassero migliaia di email alla Casa bianca, protestando per le critiche. Un elemento chiave di queste email era la minaccia che, se l'amministrazione avesse continuato a fare pressione su Israele, la destra cristiana sarebbe rimasta a casa il giorno delle elezioni. Nel giro di ventiquattr'ore, il tono del presidente cambiò in maniera significativa. Anzi, quando Rantisi è rimasto vittima di un attentato israeliano nell'aprile di quest'anno, l'amministrazione - proprio come aveva fatto il mese prima con l'assassinio del leader di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin - ha difeso ampiamente l'operato israeliano.
Quando, nell'aprile 2002, l'amministrazione insistette affinché Israele cessasse l'offensiva militare in Cisgiordania, la Casa bianca ricevette più di 100 mila email di critica dai conservatori cristiani. Quasi immediatamente, Bush si schierò dalla parte di Israele. A fronte delle obiezioni del dipartimento di Stato, il Congresso, a maggioranza repubblicana, adottò delle risoluzioni appoggiando le azioni di Israele e facendo ricadere la colpa delle violenze esclusivamente sui palestinesi.
Quando Bush ha annunciato il suo appoggio alla roadmap per la pace in Medioriente, la Casa bianca ha ricevuto nel giro di due settimane più di 50 mila cartoline da conservatori cristiani, che si opponevano a qualunque piano per creare uno stato palestinese. L'amministrazione ha fatto velocemente marcia indietro, e la roadmap, un tempo acclamata, è rimasta di fatto lettera morta.
Il bene contro il male
La teologia messianica è incentrata sul credo in un Israele egemonico, visto come un necessario precursore della seconda venuta di Cristo. Sebbene questa dottrina costituisca sicuramente una ragione importante dietro il supporto della destra cristiana a uno stato israeliano militarista ed espansionista, i sionisti cristiani fondamentalisti negli Usa si rifanno un dogma ancora più pericoloso: il manicheismo, l'idea che la realtà è divisa tra il bene assoluto e il male assoluto.
Il giorno dopo gli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001, Bush ha dichiarato: "Sarà una lotta titanica del bene contro il male, ma il bene trionferà". Secondo Bush, gli Usa non erano stati presi di mira perché avessero appoggiato le dittature arabe, per via della loro presenza militare in Medioriente, perché sostenessero l'occupazione israeliana o per le conseguenze della loro politica estera nei confronti dell'Iraq, ma semplicemente perché "[i terroristi] odiano la nostra libertà". Nonostante il Vangelo insisti che il confine tra il bene e il male non attraversi le nazioni ma piuttosto ognuno di noi, Bush citò i testi cristologici a sostegno dei suoi obiettivi militari in Medioriente, dichiarando, "E la luce [gli Usa] ha brillato nel buio [i nemici degli Usa], e il buio non riuscirà a sconfiggerla [gli Usa vinceranno sui loro nemici]".
La cosa ancora più sconvolgente è che Bush abbia ripetuto parecchie volte di essere "stato chiamato" da dio a candidarsi alla presidenza. Il giornalista Bob Woodward ha scritto, "Il presidente ha collocato la sua missione e quella del paese nei grandi schemi di dio", quando ha promesso, nelle sue stesse parole, "di esportare la morte e la violenza ai quattro angoli della terra per difendere questo grande paese e liberare il mondo dal male". In breve, Bush crede di aver accettato la responsabilità di leader del mondo libero perché così avrebbe voluto dio. Ha persino detto all'allora primo ministro palestinese, Mahmoud Abbas, che "dio mi ha ordinato di colpire al-Qaeda e io l'ho fatto, poi mi ha ordinato di colpire Saddam [Hussein] e io l'ho fatto". Iraq è diventata la nuova Babilonia, e la "guerra al terrorismo" ha preso il posto della Guerra fredda con l'Unione sovietica come la quintessenza della battaglia tra il bene e il male.
Affinità culturali
La simpatia che molti americani provano per Israele ha le sue radici in una comune missione storica. Entrambi i paesi sono stati creati da vittime di persecuzioni religiose, che fuggendo hanno fondato una nuova nazione basata su nobili ideali con un sistema politico caratterizzato da istituzioni democratiche e relativamente progressiste. Ed entrambi i popoli hanno fondato le loro nazioni opprimendo, massacrando ed espellendo le popolazioni locali. Come molti israeliani, gli americani spesso confondono la genuina fede religiosa con l'ideologia nazionalista. John Winthorp, l'influente teologo puritano del XVII secolo, vedeva nell'America la "città sulla collina" (Zion) e una "luce per le nazioni". In realtà, esiste una sorta di sionismo americano che assume una eccezionalità d'ispirazione divina a scusa di quelli che sarebbero altrimenti considerati dei comportamenti inaccettabili. Come Winthorp difese il massacro della popolazione indigena del Pequot nella Massachusetts coloniale come parte di un piano divino, i teologi del XIX secolo difesero l'espansione a Ovest dell'America come parte di un "destino manifesto" e della volontà divina. Questa esaltazione teologica non si fermò all'oceano Pacifico: l'invasione delle Filippine negli anni '90 dell'800 fu giustificata dal presidente William McKinley e da altri come parte di un tentativo di "educare" e "cristianizzare" gli indigeni, ignorando il fatto che i filippini (che a quei tempi si erano quasi liberati dei colonizzatori spagnoli e si erano dati la prima costituzione democratica in Asia) erano già Cristiani per più del 90 per cento.
Similmente, oggi - agli occhi della destra cristiana - la dottrina di Bush e l'espansione del potere economico e militare degli Usa fanno parte di un piano divino. Per esempio, nella loro cartolina natalizia del 2003, il vice presidente Dick Cheney e sua moglie Lynn hanno incluso la frase, "Se un passerotto non può cadere al suolo senza che Lui se ne accorga, è probabile che un impero possa emergere senza il Suo aiuto?"
Ma, negli Usa, questa linea di pensiero è la norma? I sondaggi dimostrano che il gap ideologico tra i conservatori cristiani e altri americani, per quanto riguarda l'invasione dell'Iraq e la "guerra al terrorismo", è persino maggiore del gap ideologico tra i conservatori cristiani e altri americani relativamente a Israele e Palestina.
Per certi aspetti, è possibile che molta della destra cristiana si preoccupi di come Israele possa aiutare gli Usa, almeno altrettanto di come gli Usa possano aiutare Israele. A causa dell'antisemitismo che caratterizza molta della teologia cristiana sionista, è da tempo riconosciuto che il supporto dei fondamentalisti Usa per Israele non nasce da una preoccupazione per il popolo ebraico per sé, quanto dal desiderio di far leva sullo sciovinismo ebraico per accelerare la seconda venuta di Cristo. Questo opportunismo è proprio anche di coloro che, per ragioni teologiche e non solo, promuovono l'avanzata dell'impero americano in Medioriente. E sebbene sia possibile sostenere in maniera convincente che l'appoggio statunitense all'occupazione israeliana danneggi in ultima istanza gli interessi americani, esiste comunque una percezioni diffusa che Israele sia una leva importante per gli obiettivi strategici degli Usa in Medioriente e ben oltre.
I calcoli strategici battono la carta etnoreligiosa
Alla fin fine, l'appoggio di Washington a Israele, come l'approvazione verso altri governi repressivi, è il risultato di un calcolo strategico piuttosto che di semplici politiche etniche. Quando è ora di scegliere, le considerazioni geopolitiche prevalgono sulle lealtà etniche. Per esempio, per quasi un quarto di secolo, gli Usa hanno appoggiato l'occupazione brutale di Timor Est da parte dell'Indonesia, e ancora oggi sostengono l'occupazione del Sahara occidentale da parte del Marocco, nonostante l'assenza di potenti lobby indonesiano-americane o marocchino-americane. Gli Usa sono riusciti a farla franca con il loro appoggio per le occupazioni perpetrate da Indonesia e Marocco perché sono dei paesi relativamente sconosciuti. Non è certo questo il caso di Israele e Palestina. (La cosa interessante è che, sebbene nel caso di Timor Est fosse un paese musulmano a conquistare, occupare e terrorizzare una popolazione prevalentemente musulmanta, dalla destra cristiana non si è mai levata la benché minima protesta).
La destra cristiana è da tempo uno dei bersagli principali del partito democratico, specialmente della sua ala liberal, dal momento che la maggior parte degli americani si sentono profondamente a disagio quando qualunque tipo di fondamentalismo influenza un governo con una secolare tradizione di separazione tra Stato e Chiesa. Eppure la posizione di molti rappresentati democratici liberal sulla questione palestinese è molto più simile a quella della reazionaria Christian Coalition che a quella del moderato National Council of Churches, molto più vicina a quella del rev. Pat Robertson - di destra - che a quella del progressista rev. William Sloan Coffin, molto più vicina all'ultraconservatrice Moral Majority che a Churches for Middle East Peace (di posizioni liberal), e decisamente più vicina alla fondamentalista Southern Baptist Convention che alle altre chiese protestanti.
Anziché accusare questi ex liberal di essere sotto il dominio della lobby ebraica - una tesi che porta inevitabilmente ad essere accusati di antisemitismo - chi chiede giustizia per i palestinesi dovrebbe invece rimproverare i democratici del congresso di lasciarsi troppo influenzare dalla destra cristiana. Una tale accusa sarebbe altrettanto accurata e aiuterebbe sicuramente coloro che sono a favore della pace, della giustizia e dell'applicazione delle leggi a evidenziare la profonda immoralità del supporto dato dal congresso all'occupazione israeliana.
Chi chiede giustizia per i palestinesi - o anche solo l'applicazione delle leggi umanitarie internazionali fondamentali - non può limitarsi a creare consapevolezza attorno alla questione, ma deve affrontare coloro la cui complicità favorisce l'attuale atteggiamento repressivo. Non sarà possibile contrastare l'influenza della destra cristiana nel forgiare la politica statunitense in Medioriente fintanto che i legislatori cristiani, solitamente attenti alle questioni sociali, e altri deputati progressisti cederanno alle pressioni elettorali dei fondamentalisti. E' improbabile che questi democratici e repubblicani moderati cambino, però, fino a quando le chiese liberal e moderate non mobiliteranno le loro risorse chiedendo giustizia con la stessa veemenza con cui i fondamentalisti di destra hanno mobilitato le loro a sostegno della repressione.
15 ottobre 2001
Le indulgenze di Hindutva
Vijay Prashad (*)
http://www.zmag.org/italy/prashad-indulgences.htm
Qui si gioca a "opportunismo". Israele
approfitta dell'attenzione mondiale sull'Afganistan per prendere a pugni i
palestinesi, per condurre i carri armati in una Palestina in rovina, per
dipingere l'opposizione come terrorismo e produrne di ulteriore. Tony
Blair veste i panni del direttore di una scuola per soli maschi in declino
e decide di fustigare gli Afgani per rimediare ad un Grande Gioco andato a
male. E l'India, che non è mai distaccata di molto, guidata dal governo
avido e privo di scrupoli della Destra hindu, implora per entrare nella
coalizione, impaziente, supplica che le sia permesso di essere il Gunga
Din del Nuovo Ordine Mondiale petrolifero, di spargere terrore tra la sua
stessa popolazione come il suo piglio democratico mostra al mondo. In
ventimila si sono riversati per le strade di Londra, cinquantamila nella
Germania unita, un centinaio di migliaia in Italia (paese che ha prodotto
il primo aereo da bombardamento), ed almeno cinquantamila, nonostante un
forte acquazzone, a Calcutta. Il momento opportuno per essere nelle
strade, per forzare i media globali a distinguere il dissenso della gente
onesta dalla pazzia.
Da qualche parte, qualcuno raccoglie le cifre dei morti. Duecento morti in
Nigeria durante una protesta contro la guerra che si è trasformata in
rivolta; una dozzina circa in Sud Asia, primariamente in Pakistan dove il
futuro del regime è tanto squallido quanto quello degli abitanti delle
città afgane; e per ultimi, quelli che vivono in quelle valli afgane,
alcune centinaia a causa di una bomba vagante, qualcuno in più a causa
dei proiettili shrapnel provenienti dai depositi di munizioni ed infine
molti di più a causa della fame e della desolazione prodotte dalla
guerra. Anche se i numeri non corrispondono a quelli di Dresda o di
Hiroshima (100 mila in entrambi i casi), tutto ciò che rimanga della
capacità produttiva afgana sarà distrutto, ed una nuova generazione di
bambini che hanno sofferto l'indegnità di una guerriglia porterà nelle
orecchie l'acuto suono dei bombardamenti di precisione, negli occhi la
vista di quei traccianti che, come petardi, si dirigono sulle loro
abitazioni. Molti saranno morti, anche se i loro cuori continuano a
battere senza saperne nulla.
A sud della guerra, in India, la Destra hindu gioisce.
Subito dopo l'11 settembre, il primo ministro Atal Bihari Vajpayee,
consideraro un moderato all'interno del suo partito, ma non di meno
all'estrema destra della ragione, inviò una lettera a George W. Bush per
partecipare delle condoglianze del popolo indiano. In più sottolineò,
come già il governo israeliano, che l'India convive con il terrore da un
po' di tempo, e che questo terrore, ha lasciato intendere, ha un volto
islamico.
Il messaggio era comunicato: l'India ha vissuto con il terrorismo per
anni, ed il governo e le forze militari sarebbero pronte a mettere a
disposizione del governo e delle forze militari USA qualunque mezzo per
contrastarlo. Vajpayee ha inviato il suo ministro degli esteri e della
difesa, Jaswant Singh, ad incontrarsi con l'amministrazione Bush nei
giorni 1 e 2 ottobre, ma anche a consegnare al sindaco Giuliani due urne,
una contenente le acque di nove fiumi indiami e l'altra il terreno
dell'India, che devono essere collocate all'interno del memoriale ai
caduti.
Singh ha sviluppato il messaggio di Vajpayee con una serie di parole
banali: "la dedizione dell'India ai valori della democrazia, della
libertà di parola, della libertà dei singoli di condurre un certo tipo
di vita, che condividiamo con gli USA e di cui il terrorismo è l'esatta
antitesi, e il nostro impegno a stare fianco a fianco con gli Stati Uniti
per difendere questi valori nella lotta contro il terrorismo, non è in
alcun modo inferiore a quella di nessun altro".
Nemmeno due decenni or sono, nessun leader indiano di rilievo prometteva
tale vassallaggio, invece la maggior parte dei leader indiani, finanche il
filo-americano Rajiv Gandhi, cercavano di mantenere una certa distanza dal
Dipartimento di Stato e dal Pentagono. Gli interessi statunitensi
nell'Asia meridionale coincidevano raramente con quelli dello stato
indiano, e per giunta, molti dei leader indiani riconoscevano che le
veline della democrazia non facevano giustizia della politica estera
americana. Gli USA, per quasi quaranta anni, avevano preferito stare al
tavolo con i generali pakistani piuttosto che con l'incompleta democrazia
indiana. Le cose sono cambiate ora, e anche se il capo esecutivo Musharraf
siede in equilibrio sulla corda tesa dall'amministrazione Bush, la Destra
hindu spera di ingraziarsi i poteri che contano.
La centralità militare del Pakistan per questo attacco ha significato per
l'India essere relegata, ancora una volta, ai margini dei piani di guerra
e diplomatici degli USA. Ma il governo dominato dalla Destra hindu non ne
era convinto. Ha espulso quasi immediatamente il Movimento degli studenti
islamici dell'India (SIMI), un gruppo formatosi nel 1977 per rappresentare
le enormi opportunità di istruzione per i giovani musulmani in India, ma
che, in un ambiente avvelenato dalla supremazia Hindutva o braminica, si
è rivolto ad un difensivo ed offensivo settarismo suo proprio. Ha fatto
arrestare sei studenti di un gruppo socialista nella parte orientale di
Dehli mentre distribuivano dei volantini contro la guerra--l'accusa è di
sedizione, non contro l'India, ma contro gli USA! Ha invocato lo spettro
del terrorismo islamico all'interno dell'India per spaventare il popolo
dell'Uttar Pradesh, lo stato più grande della repubblica, di modo che
votino ad ogni costo per la supremazia braminica alle elezioni imminenti.
E gran parte di quest'ultimo risultato è stato ottenuto brandendo una
singola data: il 12 maggio del 1993.
Il 12 maggio del 1993 delle esplosioni scossero la città di Mumbai (una
volta Bombay) e oltre duecento persone morirono. Questi scoppi di Mumbai
sono ora il simbolo dell'11 settembre indiano, della pretesa indiana di
essere vittima del terrorismo.
Ma cosa sono questi scoppi di Mumbai e sono forse speciali? Secondo tutte
le indicazioni, il sottomondo dei criminali, dei produttori
cinematografici e degli "uomini d'affari" di Dubai posero degli
esposivi in diversi edifici di Mumbai come orrenda e insensata
rappresaglia contro il massacro di musulmani ed altri organizzato da
Hindutva durante le rivolte di Mumbai del dicembre 1992-gennaio 1993, un
evento che scosse il cosmopolitismo di quella città.
Uno sguardo ai documenti della Commissione Srikrishna ed ai tre volumi di
documentazione consegnati dal governo di Maharashtra alla Commissione di
Giustizia Liberhan (e abilmente studiati da Praveen Swami e Anupama
Katakam nella rivista Frontline) chiariscono che la Destra hindu
organizzata porta la responsabilità per le rivolte e, in maniera
cruciale, dovrebbe essere giudicata colpevole di violenza premeditata. Non
ci fu nulla di spontaneo in questa rivolta, e la stessa parola
"rivolta" fa un'ingiustizia alla violenza organizzata.
Funzionari dei servizi segreti hanno raccolto dati sui briganti armati di
Hindutva ("alcuni degli attivisti portano probabilmente pugnali e
bastoni) e segnalarono come tutta l'attività anti-musulmani delle sette
dovesse essere "stroncata sul nascere". Nulla fu fatto perché
un funzionario anziano riteneva che queste fossero "attività
puramente religiose".
"Per cinque giorni nel dicembre del 1992 (dal 6 al 10) e per quindici
giorni nel gennaio del 1993 (dal 6 al 20), Bombay, prima urbs del paese,
fu scossa da rivolte e violenza senza precedenti per intensità e ferocia,
come se le forze di Satana fossero state sciolte, annientando i valori
umani e il comportamento civile": così scrisse l'Alta Corte di
Giustizia all'inizio del suo rapporto ufficiale sul massacro (trasmesso il
16 febbraio del 1998 e che già si riempie di polvere). Il rapporto, per
tutti i suoi difetti, ci mostra che le rivolte giunsero come effetto della
demolizione Hindutva della moschea storica di Ayodhya nel nord dell'India
e come prodotto di una base di attivisti di Hindutva che volevano
partecipare in qualche modo a quell'insulto ai musulmani indiani.
"Dal 9 gennaio 1993, almeno", riferisce la Commissione
Srikrishna, " non c'è dubbio che Shiva Sena [il braccio organizzato
della militanza hindu in quella regione] e Shiva Sainiks assunsero la
leadership nell'organizzazione degli attacchi ai musulmani e alle loro
proprietà sotto la guida di diversi capi di Shiv Senal. Bal Thackery [il
noto leader, oggetto della satira di Salman Rushdie in L’ultimo sospiro
del Moro], che, come un generale veterano, comandava il suo leale Shiv
Sainiks affinché reagisse con attacchi organizzati contro i
musulmani". Se si hanno dubbi sul pogrom, il rapporto ci mostra che
su 900 uccisi nelle rivolte, 575 erano musulmani, circa i due terzi. Negli
ultimi quindici anni, almeno, la società civile indiana ha subito
percosse da parte di queste organizzazioni molto teocratiche che ora sono
al potere nel paese. La Destra hindu, così come il gerontocratico Partito
del Congresso, hanno organizzato rivolte anti-musulmane e contro la casta
degli oppressi, così come marginalizzato quelli che non si adattano al
suo modello stretto di indianità.
Due giorni dopo gli scoppi scellerati di maggio, il ministro degli interni
dell'ala destra, L. K. Advani, negò che gli scoppi avessero una qualunque
relazione con i pogrom organizzati. La tragedia produce il proprio tipo di
amnesia politica. Ed ora, la Destra hindu solleva il maggio del 1993 senza
alcuna considerazione per il gennaio del 1993, semplicemente per mostrare
la sua fedeltà agli USA in quella che considera una guerra contro il
terrorismo islamico, che sia nel Kashmir o altrove.
Tutto questo sarebbe stato inconcepibile prima del 1991, quando il governo
indiano (allora guidato dallo stanco Partito del Congresso) si orientò
verso un programma pienamente neoliberale. Gli USA, sotto Clinton,
avvertivano che la dimensione del mercato indiano (della stessa dimensione
della Francia, disse con l'acquolina alla bocca il ministro del tesoro di
Clinton, Lloyd Bentsen: "in India dimora una classe media della
dimensione della Francia, e la sfida è di liberare quel potenziale e
diffondere quella prosperità", ottobre 1993). Un impatto immediato
del neoliberismo per l'India fu che sei milioni di lavoratori furono
licenziati nel 1992-1993 ed altri otto milioni li raggiunsero l'anno dopo.
Il "potenziale" è nei profitti, non nel benessere della
popolazione. La visita di Clinton in India, i collegamenti tra gli
eserciti statunitense e indiano, i legami con Israele, l'ulteriore
"liberalizzazione" dell'economia, la creazione dell'asse
virtuale Bill Gates (Seattle)-Chandrababu Naidu (Hyderabad), l'impegno del
ministro degli esteri Jaswant Singh praticamente come portavoce del
dipartimendo di stato USA (come il mio amico giornalista P. Sainath ha
descritto chiaramente), la retorica anti-cinese della Destra hindu e i
test nucleari per assicurare agli USA un secondo fronte contro la
Cina--tutto ciò fa parte del catalogo delle relazioni USA-India, una
cambiamento marcato rispetto alla Terza Via di Nehruvian.
Ma il tasso di ritorno sul servilismo è molto basso. L'economia indiana
rimane depressa (con un aumento della disuguaglianza ad ogni nuova
finanziaria), le sue forze militari non sono state invitate ad essere un
partner minore in Afganistan (mentre sembra probabile che nel prossimo
futuro il Pakistan ritornerà nei favori degli USA--se Musharraf
sopravvive), la questione del Kashmir non sarà risolta secondo le
richieste di Hindutva, e per di più il crollo del Nasdaq e del mondo
tecnologizzato significa che una delle nuove esportazioni dell'India
(lavoratori nelle tecnologie dell'informazione ed il software)
difficilmente sfonderà.
L'indulgenza di Hindutva non sta in nessuna queste cose, perché la sua
ragione, guidata dal suo oroscopo, è questa: rendere l'Islam il nemico
globale ed aspettare il giorno in cui Dehli-Tel Aviv-Washington (e Londra
da qualche parte nel mezzo) diventino le nuove città globali che contano.
Queste città, spera la Destra Hindu, saranno il cuore delle Comunità
della Democrazia concepita da Madeleine Albright, la messaggera delle
politiche del libero mercato guidato dagli USA in tutto il mondo; e, come
ogni buon uomo comune, Hindutva spera di ottenere qualche percento sui
ricavi globali. L'indulgenza del complesso Hindutva-Sionismo è questa: i
pazzi ed ingiustificabili attacchi perdonano i loro stessi atti di
omissione e concedono loro mano libera nel produrre un mondo a loro
immagine.
Io sono riverente nei confronti di coloro che sono rimasti sotto
l'acquazzone di Calcutta per protestare per un mondo migliore.
(*) Vijay Prashad è Professore Associato e Direttore dell'International Studies Program, Trinity College, Hartford, CT.
Banca israeliana indagata per i conti delle vittime dell’Olocausto
di
Rajeev Syal - http://www.telegraph.co.uk - 25 luglio 2004
L’investigazione in corso a
Londra è incentrata sui conti aperti alla Anglo-Palestine Bank, il precedente
nome della Banca Leumi prima della Seconda Guerra mondiale. La banca venne
creata nel 1902 da finanzieri ebrei per aiutare la colonizzazione della
Palestina e fino agli anni ‘30 aveva attirato migliaia di investitori. Quando
paesi come Germania, Austria, Cecoslovacchia, Polonia e Italia caddero sotto
l’influenza nazista, gli ebrei di questi paesi vennero classificati dalla Gran
Bretagna come “nemici” e i loro depositi vennero sequestrati. Il governo
britannico ordinò alla banca di consegnare i conti di quegli ebrei ad un
apposita custodia.
Gli ispettori della Knesset sostengono che questo non è sempre accaduto;
invece, l’Anglo-Palestine Bank trasferì segretamente i “conti nemici” al
suo ufficio londinese per nascondere il denaro.
Il Telegraph ha ritrovato
documenti che dimostrano come allora i funzionari britannici in Palestina
abbiano sospettato che mancasse qualcosa.
Nel Rapporto sulla Custodia delle Proprietà Nemiche, compilato dal governo
britannico nel dicembre 1941, un ufficiale superiore scrisse: “Nel corso di
queste investigazioni è stato accertato come la banca (Anglo-Palestine) intenda
trasferire i conti dei correntisti stranieri in “territorio nemico” al loro
ufficio di Londra. La custodia ha chiesto e ottenuto la restituzione dei conti
di questi corrispondenti. Queste restituzioni, comunque, non sono accurate.”
Il procuratore legale israeliano Gil Raveh, del cui bisnonno la famiglia venne
sterminata nell’Olocausto, ha chiesto un’azione al governo israeliano
sostenendo come sia stato cinico il fatto che i ministri abbiano accusato
soltanto le banche svizzere per non aver restituito i soldi dell’Olocausto.
“E’ un oltraggio morale che le organizzazioni ebraiche abbiano promosso la
campagna contro le istituzioni europee mentre succedeva una cosa del genere,”
ha sottolineato.
Yona Fogel, vicepresidente
esecutivo del Gruppo Banca Leumi ha dichiarato che a Londra non ci sono conti
nascosti appartenenti a vittime dell’Olocausto. “Gli investigatori sono
venuti in febbraio nei nostri uffici di Londra. - ha precisato - La banca aveva
trasferito tutti i conti alla custodia nel periodo tra il 1933 e il 1940. Da
allora, noi abbiamo sostenuto i progetti per distribuire il denaro delle vittime
dell’Olocausto.”
Ha dichiarato come la banca dal 1933 al 1944 abbia trasferito i nomi e i conti
alle autorità britanniche. Ogni acconto residuo venne trasferito nel 1948,
sottolineando come: “C’erano
meno di 10.000 conti dormienti dal periodo 1902-1955 e il 99 percento di questi
avevano meno di una sterlina.”
Ha sostenuto come le accuse siano particolarmente dolorose perché molti
impiegati della banca sono discendenti di vittime dell’Olocausto. “Questo è
insultante e non vero, - ha aggiunto - sono sicuro che la banca verrà assolta
dalla Knesset.”
il manifesto 17 agosto 2004
Israele, barbecue in cella, razzi su Gaza
Tortura psicologica contro lo sciopero della fame dei
detenuti palestinesi. Raid nei Territori
MICHELANGELO COCCO
Via
libera di Sharon, colonie come funghi
Nel
frattempo gli israeliani se ne fregano di OGNI trattato internazionale che riguardi la
difesa dei diritti umani. Davvero non capisco perché questo Paese criminale,
Israele, non sia messo al bando dalla comunità internazionale. La cosa la si
può solo spiegare con la strettissima unità politica e d'intenti con l'altro
compare criminale, gli USA (n.d.r.). Territori:«Peggio
che l'apartheid sudafricana» «La liberazione è possibile,
l'occupazione militare israeliana può avere fine grazie ad una lotta non
violenta in grado di ridare ai palestinesi il sostegno internazionale che oggi
non hanno più. Le volontà, la determinazione, le manifestazioni popolari
possono più di tante armi». Così ha detto ieri al manifesto Arun
Gandhi, nipote dell'alfiere della lotta non violenta che portò alla liberazione
dell'India dal dominio coloniale inglese, il Mahatma Gandhi, giunto nei giorni
scorsi nei Territori occupati. http://www.zmag.org/Italy/wisesemitism_it.htm Tim Wise
http://www.evangelici.net/notizie/1072210643.html Un predicatore
cristiano difende Israele Il predicatore americano Pat Robertson (il fascista sostenitore di Bush, ndr),
i cui discorsi sono diffusi in tutto il mondo, ha partecipato giovedì [18
dicembre] al Congresso di Herzliyya. Si tratta di un evangelista molto
conosciuto, le cui trasmissioni sono seguite da milioni di persone e ritramesse
da duecento catene di televisioni in sessanta Stati del mondo. In passato aveva
posto la sua candidatura contro quella di Georg Bush padre alla testa del
partito repubblicano. Alcuni razzisti israeliani credono che gli
altri siano scemi. Guardate come riescono a fare brutte figure ed a mostrare che
mentono! Propongono un questionario su Israele per vedere ciò che uno sa su
quel Paese. Le risposte che danno sono tutte SBAGLIATO! Per loro è evidente che
uno abbia sbagliato, sciocchini. Diceva Mao che tutti i reazionari sono stupidi,
sollevano grossi massi per farseli ricadere sui piedi. Credo che a questi beceri
facciano molto male i piedi, se non glieli hanno già amputati! RR Mi è arrivata
una lettera dei presunti (vedi il seguito) autori del seguente
questionario che riporto integralmente: Signor Roberto Renzetti. In riferimento al questionario da noi pubblicato,
leggiamo sul suo sito: Non abbiamo idea da dove abbia preso il nostro questionario nella
forma inserita nel suo sito. Riprovi da qui:
http://digilander.libero.it/thatsthequestion/questionario.htm
Dopo di che, inserisca una correzione nel suo sito e
le dovute scuse. L.I.V.U.S.O. Ora tocca a me
dire che l'origine dell'informazione seguente è nel link che si trova
sotto il titolo (lo avevo saltato ed ora lo riporto. Solo di questo mi
scuso). Se vi sono
problemi ci si rivolga all'orifgine della notizia, origine che fornisce
anche il link Club Livuso
del test originale che conclude come i lettori
potranno leggere nel medesimo link. Per quel che riguarda l'aver
definito israeliani coloro che hanno pensato questo test, si vada alla
home di tale sito:
http://digilander.libero.it/livuso/ . Cosa si
deve dire ? Israeliani ? ebrei ? ebrei ed israeliani ? italiani ? ebrei
italiani ? Ciò che si vuole ma la sostanza non cambia. Invece resta
tutto il razzismo e, anche qui, si vada a leggere ciò che c'è scritto
nel sito. Si tratta delle solite carognate contro la Palestina,
carognate che si misurano con il numero di morti (prima che i
palestinesi si ammazzassero tra loro): 1 a 4.
Inoltre, (al 2004): E se ne potevan
dire, fino ad arrivare alla geniale invenzione delle elezioni in
Palestina, elezioni fatte sotto il più micidiale attacco dell'Occidente
all'intero Islam e che, grazie ad USA ed Israele, hanno visto un altro
partito integralista andare al potere. E poi dite che non è Israele la
causa numero 1 delle preoccupazioni dei cittadini del mondo ? O proprio
siete ciechi o in malafede. Pertanto
scusatevi voi e non con me (sono poco interessato al dialogo con voi) ma
con i palestinesi e con l'intera umanità che non ne può più! R.R. (18 giugno
2007)
Questionario
su Israele
http://www.ilvangelo.org/news/questionario.html
Da domenica sono in sciopero della fame oltre 1.500 detenuti, ma la protesta
dovrebbe estendersi a tutte le carceri e i campi di detenzione, coinvolgendo
entro la fine della settimana tutti i 7.000 palestinesi che - secondo i dati
dell'organizzazione umanitaria B'Tselem - sono prigionieri nei centri di
detenzione israeliani. E se il ministro della sicurezza interna, Tzahi Hanegbi,
ha dichiarato che i detenuti «possono protestare fino alla morte», il
presidente Arafat ha dato il suo imprimatur allo sciopero, una «protesta contro
l'occupante e i suoi metodi razzisti e disumani». Tutte le organizzazioni
palestinesi, dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) ad
Hamas, appoggiano i prigionieri ed hanno organizzato una serie di manifestazioni
per sostenerli man mano che lo sciopero andrà avanti.
Mahmoud Ziadi, a capo del comitato delle famiglie dei prigionieri della
Cisgiordania, ha spiegato al manifesto che questa volta lo sciopero
potrebbe assumere forme estreme, simili a quelle dei parenti dei prigionieri
politici turchi che si lasciano morire di fame per lottare contro le condizioni
di detenzione imposte ai loro cari.
Ziadi ci tiene a sottolineare che «il carattere di questa protesta non è
politico, ma umanitario». Le richieste dei prigionieri includono: telefoni
pubblici nei blocchi carcerari, la rimozione del vetro di separazione durante i
colloqui con i parenti, la fine di perquisizioni personali definite «umilianti».
Al direttore delle carceri, Yaakov Ganot, che afferma che lo sciopero è
pilotato dalle organizzazioni Hamas e Jihad, che vorrebbero organizzare nuovi
attentati dall'interno delle prigioni, Ziadi risponde che «questa è solo
propaganda», perché «gli israeliani sarebbero perfettamente in grado di
controllare le conversazioni, telefoniche e non, reprimendo eventuali violazioni
delle regole». La novità del barbecue, secondo il rappresentante delle
famiglie, «dimostra l'ignoranza israeliana della determinazione dei
prigionieri, che andranno avanti fino a quando avranno ottenuto questi diritti
umanitari minimi».
La notizia che Marwan Barghouti s'è unito allo sciopero è stata data all'Afp
da Issa Qaraqea, presidente dell'Associazione dei prigionieri palestinesi, e
confermata dalla figlia di Barghouti, Aruba. Il leader di Al Fatah, condannato a
cinque ergastoli perché considerato da Israele mandante di numerosi omicidi, è
prigioniero da due anni a Beersheva, nel sud d'Israele. Le Brigate dei martiri
di Al Aqsa, hanno fatto sapere la loro ricetta per svuotare un po' le carceri
del nemico dalle centinaia di prigionieri catturati dopo la seconda intifada:
rapire soldati israeliani e scambiarli con i detenuti palestinesi.
Due palestinesi sono rimasti uccisi all'alba di ieri in un raid compiuto da un
elicottero israeliano sul campo profughi di Jabaliya, nel nord della striscia di
Gaza. L'Apache ha sparato quattro missili all'interno del campo. Le due vittime
sono state identificate come Mussa Abu Mashi, 20 anni, e Mohamad Salmane Abu
Hashish, 21; lavoravano come vigilantes nella tenuta. Un giovane è stato
ammazzato dall'esercito a Nablus, in Cisgiordania.
il manifesto 18 agosto 2004
Il premier israeliano approva la
costruzione di mille nuove case negli insediamenti ebraici nei Territori
occupati. L'Anp: «Così seppellisce la road map». Tre palestinesi uccisi.
Anche le mogli dei prigionieri in sciopero della fame
MI. CO.
Nei territori occupati non si fermano le incursioni dell'esercito che provocano
morte e distruzioni tra i civili palestinesi. Ieri un bimbo di nove anni è
stato ucciso a Nablus, nel nord della Cisgiordania. Khaled al Osta, secondo la
versione dei genitori, era uscito di casa per andare a comprare del cibo quando
è stato colpito al petto dalle pallottole sparate dai militari che stavano
affrontando così un gruppo di ragazzini che tiravano pietre e bottiglie
incendiarie. Due combattenti delle Brigate dei martiri al Aqsa sono stati uccisi
nella Striscia di Gaza mentre, secondo la versione dell'esercito, si stavano
avvicinando all'insediamento di Atzoma.
Il manifesto 24 Agosto 2004
Ebrei europei con i
palestinesi
Coincide il giudizio di Arun Gandhi, nipote del
Mahatma, e del professore di diritto J. Dugard, inviato dell' Onu
MICHELE GIORGIO
GERUSALEMME
Parole che ha ripetuto anche alla folla di circa tremila palestinesi e pacifisti
israeliani che ieri hanno manifestato ad Abu Dis, davanti agli alti lastroni di
cemento armato che formano il muro dell'apartheid che Israele sta costruendo in
Cisgiordania e intorno a Gerusalemme.
Gandhi giovedì scorso, dopo un incontro con il presidente dell'Autorità
nazionale palestinese Yasser Arafat, aveva definito la situazione in
Cisgiordania e Gaza più grave di quella del Sudafrica dell'apartheid.
Ieri è stato il culmine delle ultime iniziative contro la costruzione
dell'enorme barriera che il governo Sharon intende portare a compimento
nonostante le condanne ricevute lo scorso luglio dalla Corte di giustizia dell'Aja
e dall'Assemblea generale dell'Onu. Proteste pacifiche che hanno rilanciato una
dimensione popolare dell'Intifada e riportato in strada migliaia di palestinesi.
«L'arrivo di Gandhi è molto importante ¡ ha sottolineato l'europarlamentare
Luisa Morgantini presente ieri nei Territori occupati ¡ perché aiuta a ridare
spazio a quella componente pacifista, sostenitrice della lotta popolare e non
violenta, che esiste da sempre nella società palestinese, sin dai tempi della
prima Intifada».
La manifestazione di Abu Dis è stata inoltre l'occasione per una nuova
espressione di solidarietà, anche da parte di tanti pacifisti israeliani, con
la protesta dei detenuti politici palestinesi che da 13 giorni attuano uno
sciopero della fame per chiedere migliori condizioni di vita nelle carceri
israeliane. Oggi Arun Gandhi osserverà assieme a migliaia di palestinesi e di
attivisti israeliani e internazionali una giornata di digiuno in sostegno con i
detenuti ai quali ha già espresso più volte solidarietà e comprensione. Nuove
iniziative di lotta sono attese nei prossimi giorni ed il 4 settembre è
prevista una giornata di «sostegno nazionale» ai prigionieri politici non solo
nei Territori occupati ma anche all'estero.
La situazione intanto rimane critica, soprattutto nella Striscia di Gaza dove
giovedì notte un palestinese è stato ucciso dall'esercito israeliano ed un
altro è stato dilaniato dall'esplosione di un ordigno che, secondo fonti
locali, stava trasportando. A Nablus continuano i raid notturni delle unità
speciali israeliane, soprattutto nella zona della casbah. Volontari italiani
presenti della città, dove operano con il Medical Relief, riferiscono che dalla
metà di agosto non passa giorno senza che le truppe dello Stato ebraico entrino
nel centro di Nablus scontrandosi spesso con giovani palestinesi.
Il pesante giudizio di Arun Gandhi sulle condizioni dei palestinesi sotto
occupazione israeliana coincide perfettamente con quello di John Dugard,
sudafricano e professore di diritto ma soprattuto inviato speciale delle Nazioni
unite. Il professor Dugard, che di apartheid se ne intende per averla vissuta in
carne propria, il 24 agosto scorso ha scritto un rapporto per l'assemblea
generale sulla situazione dei diritti umani nei territori occupati. Dugard
afferma che nei territori esiste «un regime di apartheid peggiore di quello che
esisteva in Sudafrica». E fa l'esempio delle strade aperte solo per i coloni
israeliani, proibite per i palestinesi.
Antisemitismo, Reale e Immaginato
29 aprile 2002
Antisemitism,
Real and Imagined
Traduzione di Natascia Berlincioni
Tuttavia, dopo solo alcuni minuti del suo discorso da imbonitore-un
appello agli USA di dare il nullaosta a qualsiasi massacro sia
considerato necessario da Israele nella West Bank-sono stato travolto da
un'emozione che era allo stesso tempo non sana e profondamente
disturbante. E quel sentimento era una profonda vergogna e disgusto del
fatto che quest'uomo e io condividiamo la stessa tradizione di fede;
un'eredità religiosa comune; un legame tra persone vicine. E mentre
parlavo-non solo per Israele, ma a sentire la maggioranza dei leader
americani israeliani dirlo, per gli ebrei ovunque- ho sentito gli
attacchi della colpa collettiva crescere in me in un modo che non avevo
provato prima.
E ciò era decisamente tragico. Chi era , dopotutto, questo folle a
parlare per me? Chi ha nominato lui, o per quella ragione qualsiasi
leader israeliano, "il portavoce degli ebrei"?Chi ha
considerato il sionismo come sinonimo del giudaismo, e ha deciso che
essere ebrei significa appoggiare l'eviscerazione dei diritti
palestinesi, il massacro di bambini innocenti sotto la rubrica del
sopprimere il terrorismo, o le sparatorie dell'IDF sulle ambulanze per
assicurare che quelli feriti dalle loro azioni muoiano lentamente,
piuttosto che ricevere l'assistenza d'emergenza alla quale hanno diritto
sotto la legge internazionale e secondo tutte le nozioni della decenza
umana di base? Chi era Netanyahu per farmi sentire colpevole come ebreo?
Sfortunatamente, la risposta a tutte queste domande è che un'ironica
combinazione di espliciti odiatori degli ebrei e di ebrei pro-israeliani
sono i soli che hanno inculcato le credenze sopra menzionate in molte
persone. I neonazisti, per esempio, insistono nel dire che tutti gli
ebrei sono sionisti e appoggiano le azioni di Israele: un'affermazione
che permette loro di tessere le loro storie piene di odio del male
ispirato da Giuda, indisturbati dal pensiero critico. Ma d'altra parte,
l'assottigliamento delle linee che dividono il giudaismo (una tradizione
religiosa e culturale che risale a oltre cinque millenni e mezzo) e il
sionismo (un movimento politico ed ideologico vecchio meno di un secolo
e un quarto) è stata anche perpetrata da molta parte della stessa
comunità ebraica organizzata.
E' questa comunità che ha cercato di zittire la critica ebraica di
Israele e dell'impresa sionista che grida l'"antisemitismo" o
"l'odio di sé". Fu il capo della Federazione Ebraica di New
Orleans che, ai primi degli anni 90, suggerì che fossi rimosso dal mio
incarico nella più importante organizzazione anti-David Duke perché
avevo scritto un commento criticando Israele per il suo appoggio ai
governi di apartheid in Sudafrica.
Secondo la persona in questione, un criticismo di Israele mi ha reso un
po' migliore di Duke stesso: un uomo che ha detto che gli ebrei
dovrebbero "andare nel posacenere della storia", che organizzò
feste di compleanno per Hitler a casa sua, e chiamò l'olocausto una
"stronzata".
Per i Sionisti come per i nazisti, vale la regola dell'uno per tutti e
tutti per uno per quanto riguarda la comunità ebraica.
Cercare di separare i concetti del sionismo e del giudaismo, o
dell'antisionismo e dell'antisemitismo, è visto come causa persa o
ignobile da tutti e due i gruppi. Come ha recentemente spiegato uno
scrittore nel Commentary: "Diffamare Israele vuol dire diffamare
gli ebrei".
Ma è invece necessario separare questi concetti: per dimostrare che uno
può opporre il sionismo senza alcun pregiudizio contro gli ebrei come
ebrei, e anche per dimostrare che l'appoggio di qualcuno per Israele non
necessariamente salvaguarda dall'accusa di antisemitismo. Infatti, tale
appoggio spesso va mano nella mano con una profonda antipatia per gli
ebrei. Consideriamo le parole di Billy Graham, che è stato scoperto in
una conversazione registrata con Richard Nixon proclamando il suo amore
per Israele mentre allo stesso tempo si lamentava dei media controllati
dagli ebrei e delle loro perniciose macchinazioni politiche dietro le
scene.
Infatti, la maggior parte dei cristiani fondamentalisti professano il
loro amore per Israele, mentre propagano la credenza che gli ebrei siano
destinati ad un lago di fuoco a meno che non accettino Gesù come loro
salvatore personale: in altre parole, a meno che non cessino di essere
ebrei. Il loro scopo di conversione è esso stesso intrinsicamente
ostile al giudaismo, irrispettoso del loro "amore" per la
Terra Santa: dopo tutto, convertire gli ebrei alla cristianità vorrebbe
dire completare un atto di genocidio spirituale; porre fine al giudaismo
completamente. Il fatto che questi bravi ragazzi possano piantare alberi
in Israele o dire le preghiere per la loro sopravvivenza difficilmente
compensa il loro desiderio di sradicare il giudaismo tanto sicuramente
quanto Hitler aveva cercato di fare. E poi, pochi nell'organizzata
comunità ebraica hanno condannato Billy Graham, né parlano affatto
molto dell'antisemitismo incorporato nella cristianità evangelica, come
menzionato sopra. Forse sono troppo occupati a cercare di ottenere
l'accettazione della maggioranza, o a essere grati per il loro appoggio
di Israele per notarlo.
Alla conferenza appena terminata dell'American Israel Public Affairs
Committee (AIPAC), le stesse persone che criticano l'antisionismo come
l'antisemitismo hanno fatto una vigorosa ovazione al membro di destra
del Congresso Tom Delay. E perché? Perché ha detto che Israele aveva
diritto alla West Bank, che lui ha chiamato con i nomi biblici di Giudea
e Samaria. Che ha anche detto precedentemente in questo mese che la
Cristianità è " la sola possibile, ragionevole, definitiva
risposta" alla questioni chiave della vita -un'affermazione che
apparentemente conta meno per alcuni del suo appoggio messianico a
"Eretz Yisrael".
Di certo, tutto questo ha una certa logica. Dopo tutto, i primi sionisti
s'interessavano solo di acquisire terra, e non avevano problemi con
l'antisemitismo, per se-e nel caso di Theodore Herzl e Chaim Weizmann in
realtà affermavano di capire e perfino simpatizzare con esso. Come ho
già avuto modo di notare, fu Herzl (il padre del sionismo) che pubblicò
l'ultimatum dell'odio di sé, il nutrimento intellettuale antisemita
quando notò che l'antisemitismo era " una comprensibile reazione
ai difetti ebrei".
Il continuo assottigliamento delle linee che dividono il sionismo ed il
giudaismo è certamente pericolosa in realtà per la comunità ebraica.
Fintanto che i sionisti insistono sul legame intrinseco tra i due,
diventerà solo sempre più probabile che alcuni critici di
Israeassottiglieranno anch'essi le linee, trasformando una moralmente
giusta condanna del colonialismo, del razzismo, e dell'imperialismo in
una condanna che include anche il bigottismo anti-ebraico.
Nelle ultime settimane ci sono state dissacrazioni di sinagoghe e di
cimiteri ebraici, apparentemente perpetrati in protesta alle ultime
incursioni e danneggiamenti di Israele, e questi sono accaduti in luoghi
tanto lontani quanto la Tunisia, la Francia, e Berkeley, California. La
propaganda antisemita, come la bugia zarista, i Protocolli degli Anziani
Sionisti - che professano di "provare" un piano ebreo per il
dominio del mondo-sta venendo fuori in tutto il mondo arabo, con
pezzetti del suo veleno che trovano spazio anche sui siti altrimenti di
sinistra-progressista come Indymedia. Nella comprensibile corsa alla
condanna delle azioni israeliane, almeno un listserv pro-palestinese
gestito da apparenti radicali di sinistra/ progressisti, ha distribuito
le opinioni di David Duke sul conflitto: una colonna piena di invettiva
anti-ebrea, che certo mina la credibilità del mittente e la giustezza
morale delle loro intuizioni sulla lotta per la Palestina.
Per essere sicuri, noi che critichiamo Israele dobbiamo
inequivocabilmente condannare tutte queste azioni antisemite: non solo
perché sono piene di odio nei loro stessi termini, ma perché aiutano a
perpetrare la bugia raccontata dal governo di Israele e dai suoi
sostenitori: che loro sono gli ebrei e gli ebrei sono loro. E questa è
un'idea che indebolisce la lotta contro l'Occupazione - rendendo tutti i
criticismi di esso sospetti di pregiudizio antiebraico-e mette la
comunità ebraica a grave rischio, dato che essi (noi) siamo sempre più
visti come sostenitori acritici di Israele, invece di gente dedicata a
principi di pace, giustizia, e correttezza: quei concetti che io ho
imparato alla scuola ebraica erano di fondamentale importanza per la mia
gente.
Inoltre tollerare l'antisemitismo all'interno del movimento per la
giustizia nel Medio Oriente è particolarmente rischioso per la stessa
gente palestinese che cerchiamo di difendere. Più la retorica e
l'immaginario antiebraico animano la lotta contro l'occupazione
israeliana e la loro brutalità, più Ariel Sharon può trasformare il
suo impulso maniacale per il potere e il territorio in uno scontro per
la sopravvivenza degli ebrei. E più successo avrà nel gettare il
dibattito in questi termini, più gli ebrei israeliani e i loro
sostenitori statunitensi accederanno a livelli sempre più intensi di
violenza, ancora più morte e distruzione perpetrati sulle vittime del
colonialismo israeliano.
Chiariamo che il problema del sionismo non è il nazionalismo ebraico,
per se, ma piuttosto una forma di supremazia etnica nel pensiero e
nell'azione. E più di ciò: anche una forma di supremazia europea.
Dopo tutto, ci sono ebrei che erano rimasti in e vicino alla Palestina
per millenni, senza un conflitto sostanziale con i loro vicini arabi e
musulmani. Allo stesso modo, molti ebrei vivevano sotto la legge
mussulmana nell'impero ottomano, dove ricevevano un'accoglienza
generalmente calorosa-migliore rispetto al trattamento ricevuto
dall'Europa cristiana, che li ha espulsi da un posto dopo l'altro.
Questi ebrei, diversamente dagli ebrei europei che hanno cercato di
sfollare gli arabi dalla loro terra, vivevano lì in pace e non avevano
alcun disegno grandioso della "Grande Israele". Essi non
crearono il sionismo, né guidarono la pretesa per lo sviluppo di uno
stato ebraico. Per ciò, ci volle una comunità ebraica decisamente
occidentale, europea e francamente bianca. Gli ebrei che erano i più
indigeni nella terra di Israele, o quelli dell'Africa, o del resto
dell'Asia minore-in breve quelli che erano più direttamente popolazioni
semitiche-non sono mai stati il problema. Né lo fu la loro fede. Una
mentalità decisamente coloniale, essa stessa prodotto del pensiero
europeo e della cultura dagli ultimi anni 80 in avanti, fu il carburante
per il fuoco sionista. Il problema del sionismo è che è una forma di
supremazia bianca e di dominio occidentale.
E come tutte le derivazioni della supremazia bianca, essa ignora una
delle più ovvie ironie di tutte: ovvero, la vicina relazione genetica
tra colui che domina e colui che è dominato; la realtà che
l'oppressore sta opprimendo la famiglia. Come ha dimostrato uno studio
recente, non c'è nessuna significativa differenza biologica tra i
palestinesi e gli ebrei nel Medio Oriente. Ogni ebreo con radici
semitiche è , in effetti, arabo-per ciò che vale. Tutto questo per
dire che il sionismo ed i suoi effetti, per virtù dell'impoverimento
dei palestinesi, è forse la forma più profonda ed istituzionalizzata
di antisemitismo oggi sul pianeta.
Inserita il 23/12/2003 alle 21:17 nella categoria: Israele
Robertson sostiene che non bisogna creare uno Stato palestinese. Ha anche
proposto che i palestinesi diventino cittadini della Giordania. Si oppone
fermamente allo smantellamento delle località ebraiche, che ammira, e afferma
che il presidente Bush è circondato da cattivi consiglieri del Dipartimento di
Stato.
Intervistato dal sito Ynet, ha dichiarato di aver sorvolato in elicottero la
Giudea-Samaria in compagnia del ministro Uzi Landau e di aver visitato la città
di Ariel, dove ha incontrato delle vittime del terrorismo. Ha detto che la
barriera di separazione è indispensabile per la sicurezza d‘Israele, e che in
nessun caso si deve permettere la creazione di uno Stato palestinese.
Evocando la Road Map, ha detto che questo progetto finirà in un fiasco. Ha
aggiunto che in nessun caso si devono evacuare "quelle meravigliose località
soprannominate insediamenti". Ha ricordato, tra l‘altro, che la Road Map
è opera soprattutto dei francesi, "che non sono mai stati grandi difensori
di Israele".
Robertson ha ricordato inoltre che Yasser Arafat non è palestinese, ma è nato
in Egitto. Ha sottolineato che è cresciuto in Arabia Saudita e ha passato gran
parte della sua vita in Egitto. Ha precisato che Arafat e i suoi uomini hanno
imposto una dittatura sugli arabi che vivono nel paese e desiderano la pace.
Robertson ha dichiarato: "Sono una persona credente e sono convinto che Dio
arresterà la Road Map".
Ha ripetuto che George Bush è stato mal consigliato e che è tuttora
circondato, nel Dipartimento di Stato, da persone che si preoccupano più di
soddisfare gli arabi che di difendere gli interessi d‘Israele.
Parlando del conflitto tra Israele e i palestinesi, Robertson ha sottolineato
che il problema non è né territoriale, né finanzirio, ma che si tratta
d‘una questione teologica. E ha concluso: "E‘ per questo che ogni
tentativo di fare la pace con persone animate da una fede fanatica è destinata
all‘insuccesso".
(Arouts 7, 20.12.2003 - trad. www.ilvangelo.org)
"Alcuni razzisti israeliani credono che gli altri siano scemi. Guardate
come riescono a fare brutte figure ed a mostrare che mentono! Propongono
un questionario su Israele per vedere ciò che uno sa su quel Paese. Le
risposte che danno sono tutte SBAGLIATO! Per loro è evidente che uno
abbia sbagliato, sciocchini. Diceva Mao che tutti i reazionari sono
stupidi, sollevano grossi massi per farseli ricadere sui piedi. Credo
che a questi beceri facciano molto male i piedi, se non glieli hanno già
amputati!
RR"
Non siamo né razzisti, né israeliani. Inoltre, le risposte del
questionario non sono tutte "sbagliato" come da lei asserito.
- Case palestinesi abbattute dall'esercito: 1.365
- Palestinesi senza casa: 18.500.
Dai risultati di un recente sondaggio è
emerso che il 59% degli Europei e il 48% degli Italiani considera Israele
il maggior pericolo per la pace nel mondo. Il fatto che i timori trovino
origine nel piccolo stato ebraico deve far riflettere: spesso si ha paura
di qualcosa semplicemente perché risulta estranea e sconosciuta. Il
questionario che segue può servire a verificare qual è la nostra reale
conoscenza dei fatti che riguardano Israele.
Cliccare sul bottone della risposta che si ritiene giusta.