http://www.disinformazione.it/paginaisraele.htm
Israele & sionismo
DEFINIAMO
LO STATO D'ISRAELE VITTIME
NEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE La grande Israele sul Tigri IRAQ: la ricostruzione nelle mani di
avvocati del Likud e dei coloni
06.07.2004
In occasione della visita di un altro inviato dell’Onu, il presidente
dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica, Mohammed el Baradei, Sharon
ha lasciato intendere per la prima volta che Israele possiede armi nucleari. «Non
so cosa vuole vedere qui - ha detto Sharon riferendosi al capo dell'Aiea -.
Israele è obbligato a tenere nelle proprie mani tutte le componenti della forza
necessaria alla sua difesa». «La politica di ambiguità sul nucleare che
abbiamo adottato si è dimostrata valida e proseguirà», ha aggiunto il capo
del governo. In base a questa politica dell' “ambiguità”, appunto Israele
non ammette né nega di possedere armi nucleari, e si è rifiutata sempre di
firmare il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp). Ma secondo esperti
internazionali, che basano le loro stime sulla quantità di plutonio che le
centrali nucleari israeliane hanno prodotto, lo Stato ebraico ha fra 100 e 200
atomiche. El Baradei avrebbe voluto che Israele abbandonasse questa politica
dell'ambiguità, secondo fonti diplomatiche occidentali. In questa sua visita
tuttavia, secondo le fonti, il capo dell'Aiea non farà pressioni in questo
senso sul governo israeliano, limitandosi a perorare la visione di un Medio
Oriente libero da armi nucleari. È un risultato che illustra la fragilità della posizione del primo ministro
Sharon, dopo l'uscita dalla coalizione dei due parlamentari dei partiti
religiosi, per protestare contro il progetto di Sharon di disimpegnare Israele
dalla Cisgiordania. I rappresentanti del Quartetto per il Medio Oriente si incontreranno,
intanto, negli uffici dell'Onu a Gerusalemme per discutere del ruolo egiziano
nella Striscia di Gaza dopo il ritiro israeliano. A darne notizia, scrive il
quotidiano israeliano Hàaretz sul sito online è stata una portavoce
delle Nazioni Unite. Al termine dell'incontro, i partecipanti - rappresentanti
di Onu, Ue, Stati Uniti e Russia - terranno un conferenza stampa. Sul fronte della cronaca, quattro palestinesi ed un soldato sono rimasti
uccisi nel corso del raid sferrato dall'esercito israeliano contro un edificio
nella città cisgiordana di Nablus. L'operazione è scattata alle prime ore
della giornata: un'unità dell'esercito appoggiata da elicotteri e blindati ha
circondato l'edificio situato nella parte occidentale della città alla ricerca
di due estremisti. Presi di mira dai militanti, i soldati hanno aperto il fuoco
e poi hanno fatto irruzione. Un ufficiale israeliano è rimasto ucciso, altri
tre soldati sono stati feriti nel corso dell'operazione, che conta tra le sue
vittime un alto esponente dell'ala militare del Fronte popolare per la
liberazione della Palestina ed il suo assistente, ma anche un 52enne docente
universitario e suo figlio, 16 anni, residenti nell'edificio. Feriti altri due
abitanti del posto. Una violenta rivolta è infine scoppiata nel carcere di alta
sicurezza di Gilboa, in Galilea, dove sono detenuti circa 800 palestinesi. I
prigionieri hanno attaccato le guardie con olio bollente e - secondo le prime
informazioni - ci sarebbero due feriti. Unità anti-sommossa sono intervenute
per riportare l'ordine nel penitenziario.
La bomba atomica israeliana resta segreta
La sentenza dell'organo giudiziario dell'Onu stabilisce
GERUSALEMME - Il muro costruito da Israele in Cisgiordania è illegale.
Lo ha stabilito la Corte Internazionale di giustizia dell'Aia, emanazione
giudiziaria dell'Onu, in una sentenza che verrà resa pubblica oggi. Il
pronunciamento della Corte, atteso da quattro mesi, è stato anticipato
stamane dal quotidiano 'Haaretz' nel suo sito web. https://www.inventati.org/mailman/public/coordintifada-napoli/2003-September/000035.html I NEOCONSERVATORI EBREI
NEL GOVERNO USA Dopo lunga ricerca sono riuscito a stendere una lista, credo, completa dei
neoconservatori sionisti che la lobby ebraica e israele è riuscità a mettere
nell'amministrazione Bush. Non sono sicuro che la lista sia completa,
soprattutto per quanto riguarda gli ambasciatori. Un ultimo nome l'ho aggiunto
ieri dopo ulteriori ricerche. Gli elettori ebrei americani hanno votato per l'80
per cento per i democratici e solo il 20 percento hanno votato Bush. Eppure il
peso dei sionisti nel governo attuale Usa è enorme. La lobby ebraica e Israele
hanno uomini nei due partiti (pensate che Liberman il vice di Gore è un
importante senatore filosionista) e finanziano entrambi i partiti. E' il sistema
delle lobby e del bipartitismo che fa sì che, comunque votino gli elettori, i
governi fanno sempre gli interessi dei loro finanziatori. Pannella e i radicali,
il partito filoisraeliano italiano, si sono battuti per 30 anni per far passare
questo sistema che in america fa miracoli per loro. Dopo la vittoria di Bush il
Jewish Chronicle del 15,dic., 2000 pubblicato negli USA, così commentava il
risultato delle elezioni: "E' ancora un altro paradosso dei tanti accaduti
in quest'anno di campagna elettorale che ne è stato ricco di per sé. Il
governatore del Texas, il governatore G.W. Bush ha ottenuto meno del 20% dei
voti della comunità ebraica americana, e di gran lunga più voti della comunità
araba americana del suo oppositore, il vice-presidente Al Gore. E tuttavia, alla
fine, Bush potrebbe essere circondato da un più gran numero di consiglieri
proisraeliani di quanto non lo sarebbe stato Gore". quelli che hanno paura
di parlare di lobby ebraica sono serviti !! Nel fare la ricerca sono passato da
sorpresa in sorpresa, forse proverete la stessa sensazione. Se le mie E-mail non
ti interessano più, comunicamelo e non ne riceverai più. Se invece ti
interessano ti prego di spedirle anche ai tuoi amici. Grazie. Ebrei
sionisti-neoconservatori nell'amministrazione americana di George Walker Bush
(anche detti Likudniki per il loro stretto legame con il partito del Likud al
potere in Israele) Paul Dundes Wolfowitz - Vice-Segretario del Ministero della Difesa Richard Perle - Assistente-Segretario del ministero della Difesa per la
Politica di Sicurezza Nazionale Ari Fleisher - Portavoce della Casa Bianca (dimessosi alla fine di Luglio
2003 per motivi famigliari) Josh Bolten - Vice-capo del personale Ken Melman - Direttore Politico della Casa Bianca Jay Lefkowitz - Vice-assistente del presidente e Direttore del Consiglio di
Politica Interna David Frum - Speechwriter (estensore dei discorsi del presidente o dei
ministri !!!!!!!!!) Brad Blakeman - Direttore della Programmazione alla Casa Bianca Dov Zakheim - Sotto-Segretario alla Difesa (Controllo) I. Lewis Libby - Capo
del Personale del Vice-Presidente Adam Goldman - Responsabile del Collegamento tra la Casa Bianca e la Comunità
Ebraica americana Chris Gersten - Principale Vice-assistente Segretario, Responsabile
dell'Amministrazione Per l'Infanzia e la Famiglia (Ministero della Sanità) Elliot Abrams - Direttore dell'Ufficio per la Democrazia ( ! ), i Diritti
Umani ( !!! ), e le Operazioni Internazionali del Consiglio per la Sicurezza
Nazionale. Mark D. Weinberg - Assistente-Segretario per l'Edilizia Abitativa e lo
Sviluppo Urbano Douglas Feith - Sotto-Segretario alla Difesa (Politica di
Difesa) Michael Chertoff - Capo della Divisione Criminale del Ministero della
Giustizia Marc Grossman - Sotto-Segretario di Stato Daniel Kurtzer - Ambasciatore in
Israele ( !!! ) Mel Sembler - Ambasciatore in Italia Cliff Sobel - Ambasciatore nei Paesi
Bassi Stuart Bernstein - Ambasciatore in Danimarca Nancy Brinker - Ambasciatrice
in Ungheria Frank Lavin - Ambasciatore a Singapore Ron Weiser - Ambasciatrice in Slovacchia Martin Silverstein - Ambasciatore in Uruguay Alcune note sui più influenti
neoconservatori sionisti dell'Amministrazione Bush Paul Wolfowitz: già sottosegretario alla difesa nell'amministrazione di Bush
padre, già ambasciatore americano in Indonesia, tutt'ora membro del Consiglio
per le Relazioni Estere (CFR) organismo del Pentagono che consiglia il
presidente sulla politica estera, membro del Gruppo di Strategia dell'Aspen
Institute, Wolfowitz è, assieme a Richard Perle, il principale teorico della
guerra preventiva unilaterale e della strategia del 'regime change' (riservato
esclusivamente a tutti quelli stati arabi che potrebbero costituire un
avversario strategico di Israele nel Medioriente). Richard Perle: già Assistente-Segretario alla Difesa nel governo Reagan,
soprannominato 'il principe nero', fino a poco tempo fa presidente del Consiglio
per la Politica Estera (CFR) americana, poi dimessosi per interessi privati in
pubblico ufficio (è stato per questo chiamato anche 'il falco imprenditore'),
arricchitosi col traffico di armi verso Israele, è il gran sostenitore e
finanziatore di Ahmed Chalabi che gli americani (e gli israeliani) hanno voluto
a capo del governo fantoccio da loro istaurato in Irak. Elliot Abrahams:
direttore dell'Ufficio per gli Affari Mediorientali a Washington, coinvolto,
durante l'amministrazione Reagan, nella scellerata operazione Iran-Contras negli
anni Ottanta (operazione congiunta Usa-Israele per fornire armi agli iraniani
allora impegnati nella guerra all'Irak e contemporaneamente, con i soldi della
vendita, acquistare armi e fornire sostegno ai Contras del Nicaragua in lotta
contro il governo di sinistra nicaraguegno; Lewis Libby: già Vice-Sotto-Segretario alla Difesa, e ancora importante
membro del Consiglio per le Relazioni Estere presso il Pentagono. Laureato in
Legge è stato difensore di Mark Rich, ebreo americano, finanziatore di Clinton
ma ricercato dalla giustizia per frode fiscale. Perdonato da Clinton nell'ultimo
giorno della sua presidenza, oggi Mark Rich vive in Lituania e dirige la società
di trasporti marittimi internazionali a cui apparteneva la nave Erica affondata,
piena di greggio, vicino alle coste francesi. Dov S. Zackheim: altro influente membro del Consiglio per le Relazioni Estere
(CFR), già Sotto-Segretario alla difesa nell'amministrazione Reagan, CEO della
società System Planning Corporation International, consigliere di Condoleeza
Rice, assieme a un altro ebreo americano, Richard Hass, direttore degli studi di
politica estera e sicurezza presso la Brookings Institution di Washington. Michael Chertoff: già dirigente del famoso studio legale Latham e Watkins,
già Avvocato generale per lo stato di del New Jersey dal 1990 al 1994. A curato
gli interessi del Sen. Alfonse D'Amato, grande rappresentante nelle istituzioni
dell'Aipac, principale organizzazione della Lobby ebraica in America. Chiamato
recentemente da Bush alla testa del dipartimento antiterrorismo sta modificando
la Costituzione per adeguarla alla politica repressiva e liberticida del dopo 11
settembre. La prima cosa che salta agli occhi è che per mezzo di questo
consistente gruppo di Likudniki la politica estera, di difesa e l'antiterrorismo
americani sono saldamene in mano agli amici ebrei-americani di Sharon. Si tratta
decisamente di una politica di guerra. I neoconservatori sionisti americani
costituiscono il gruppo che dirige la lotta al terrorismo nel senso geopolitico
in cui la intende Sharon, tutta a vantaggio dello stato di Israele e tutta
contro i popoli arabi. Le prime vittime sono i palestinesi che devono smetterla,
secondo Sharon, di rivendicare i territori occupati e devono accontentarsi,
nella migliore delle ipotesi, di qualche bantustan circondato da colonie
ebraiche, cinto dal muro dell'apartheid, isolato dal mondo arabo e dagli stessi
palestinesi presenti nello stato d'Israele. La seconda vittima è il popolo e lo
stato Iracheno. L'occupazione dell'Irak mette a disposizione delle grandi
compagnie americane le ricchezze irachene, abbandona il popolo iracheno
esclusivamente ai prodotti di consumo americani, protrae volutamente (e punta a
istituzionalizzare al più presto) uno stato di divisione etnico e politico del
popolo dell'Irak. La divisione dell'Irak è ad esclusivo vantaggio di Israele
che vede così eliminato un potenziale nemico. Le altre vittime sono i popoli
arabi vicini. Minacciati dalla presenza americana nella regione, devono
accettare la supremazia politica, militare ed economica dello stato sionista in
Medioriente e assicurare all'America costanti e tranquille forniture petrolifere
da usare per la propria economia e con cui possibilmente ricattare l'Europa, la
Cina e il resto del Mondo.
L'appello al termine di una serie di proteste
GERUSALEMME - Fermamente convinto che per un ebreo, quale che sia il
suo paese d'origine, non vi si posto migliore per vivere che Israele, ma al
tempo stesso preoccupato dalle manifestazioni di antisemitismo cui è stata
fatta oggetto di recente la comunità ebraica francese, Ariel Sharon ha
lanciato ieri un appello agli ebrei di Francia invitandoli ad emigrare
"immediatamente" in Israele. Per la verità, più che un invito,
quello rivolto dal primo ministro israeliano è sembrato, almeno nei toni, un
ordine: "Se devo difendere i nostri fratelli francesi dirò loro una
cosa: venite in Israele prima possibile". E la tempesta diplomatica non
s'è fatta attendere. La comunicazione del'Eliseo dopo l'invito del premier
israeliano
GERUSALEMME - Francia e Israele sarebbero ormai alla crisi diplomatica,
dopo che il premier Ariel Sharon aveva invitato gli ebrei francesi a
rifugiarsi subito in Israele visti i frequenti episodi di antisemitismo. Il
presidente francese Jacques Chirac attraverso i suoi diplomatici ha informato
Sharon che non è il benvenuto a Parigi. La notizia, anticipata dalla
televisione israeliana e del sito internet del quotidiano Jerusalem Post,
è stata confermata da un comunicato ufficiale dell'Eliseo. Sulla
dichiarazione di Sharon ci sono state molte proteste da parte di politici e
intellettuali francesi, mentre lo stesso premier israeliano aveva fatto sapere
di "essere
stato frainteso". l'Unità
18.07.2004 Sotto il vento della rivolta traballa nei Territori l’autorità finora
indiscussa di Yasser Arafat. Il fallimento del processo di pace. Una corruzione
dilagante. Il peggioramento delle condizioni di vita, in particolare nella
Striscia. Riforme promesse e mai realizzate. Nei confronti dell’anziano raìs
un tabù sembra essere stato infranto. «Ora non ci sono più vacche sacre. La
nomina di Mussa Arafat da parte del presidente dimostra disprezzo per la gente e
per le sue opinioni. E questo è intollerabile», dice un leader del Fatah, il
vice ministro Sofian Abu Zaida. «O Arafat riesce a fare una rivoluzione
all’interno della sua amministrazione o il popolo palestinese farà la
rivoluzione contro di lui», gli fa eco Nabil, studente all’università
islamica di Gaza City. Venerdì un’ondata di rapimenti di alti responsabili
della sicurezza e di cittadini stranieri a Gaza da parte di gruppi armati vicini
ad Al Fatah, il movimento presieduto da Arafat, ha dato un primo scossone al
sistema di potere costruito attorno al capo dell’Anp. I rapitori hanno chiesto
riforme interne e lotta alla corruzione, insieme all’assunzione nei servizi di
sicurezza dei miliziani dell’Intifada. Richieste vicine a quelle che avanzano,
con Dahlan, i riformisti in seno al Fatah che nelle ultime settimane hanno vinto
le elezioni locali interne al movimento, prima che Arafat le sospendesse. I
rapimenti di Gaza innescano una reazione di dimissioni a catena in polemica con
la politica seguita finora da Arafat, che controlla personalmente tutto
l’apparato della sicurezza, di lasciare agire indisturbati i gruppi armati che
ormai dettano legge nei Territori. I primi a dimettersi sono stati il generale
Amin Hindi, capo dei servizi di intelligence civili, e Rachid Abu Chbek, capo
della sicurezza preventiva palestinese, con una lettera polemica a Arafat in cui
denunciavano «una situazione di anarchia divenuta intollerabile». Sabato si è
dimesso il premier Abu Ala. Arafat ne ha respinto le dimissioni, ma il premier
intende insistere se non otterrà dal presidente l’impegno ad avviare vere
riforme. «Il presidente Arafat respinge categoricamente le dimissioni, che
secondo la legge non possono essere effettive. Ma nella sostanza le distanze tra
i due restano invariate», spiega Saeb Erekat, ministro per gli affari
negoziali, al termine di un incontro alla Muqata, il quartier generale
dell’anziano raìs a Ramallah, tra Arafat e Abu Ala. Il drammatico faccia a
faccia si protrae per oltre quattro ore. Erekat non nasconde la sua
preoccupazione: «Il tessuto sociale della nostra società - ammonisce - rischia
di essere distrutto». Fonti vicine al premier affermano che Abu Ala insiste per
dimettersi se entro oggi, quando tornerà a riunirsi il governo dell’Anp,
Arafat non avrà annunciato vere riforme interne dell’amministrazione
palestinese, nel campo della sicurezza e contro la corruzione.
Alla
fine degli Anni Cinquanta, quel grande pettegolo e storico dilettante che era
John F. Kennedy mi disse che nel 1948 Harry Truman, proprio quando si presentò
candidato alle elezioni presidenziali, era stato praticamente abbandonato da
tutti.. Fu allora che un sionista americano andò a trovarlo sul treno
elettorale e gli consegnò una valigetta con due milioni di dollari in contanti.
Ecco perché gli Stati Uniti riconobbero immediatamente lo Stato d’Israele...
Il 26 maggio 2004 Amnesty
International ha pubblicato il suo rapporto annuale. In una sezione dedicata al
Medio Oriente, l’organizzazione accusa Israele di commettere «crimini di
guerra» contro i palestinesi e definisce «crimini contro l’umanità» gli
attentati palestinesi contro i civili israeliani...
Con 160 voti a favore, 6 contrari e 11 astensioni, l’assemblea ha anche
riaffermato che il popolo Palestinese ha il diritto all’auto-determinazione e
alla sovranità sull’intero territorio, e che Israele, come potenza occupante
fin dal 1967, ha soltanto doveri e obblighi e non ha nessuna sovranità su
qualsiasi parte di quel territorio.
”Dobbiamo
usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle terre e
l’eliminazione di ogni servizo sociale per liberare la Galilea dalla sua
popolazione araba”
-- David
Ben-Gurion, Maggio 1948, agli ufficiali dello Stato Maggiore. Da:
Ben-Gurion, A Biography, by Michael Ben-Zohar, Delacorte, New York 1978.
La corte di Tel Aviv ha deciso che l’ex-ministro dell’Energia Gonen
Segev debba restare in prigione per il tentativo di contrabbandare 25.000
pillole di ecstasy dall’aeroporto olandese di Schiphol in Israele...
I
soldati israeliani fanno irruzione in quattro istituti di credito a Ramallah e
rapinano milioni di dollari. Per il governo di Tel Aviv è un'operazione contro
«i fondi che alimentano il terrorismo». Secondo il premier palestinese Abu Ala
si tratta di un attacco «di stampo mafioso»...
L’otto giugno 1967, in piena «Guerra
dei Sei Giorni», la USS Liberty, nave per la ricognizione elettronica della
marina degli Stati Uniti che navigava in acque internazionali del Mediterraneo
meridionale al largo della coste di Gaza subì un serie di attacchi da parte
della marina e dell’aviazione israeliana...
Incidente: ecco come viene definito adesso il sondaggio reso noto a inizio
novembre, secondo sui Israele è agli occhi degli europei il pericolo più grave
per la pace nel mondo...
George Bush dà una strigliata, senza insistere troppo,
al premier Ariel Sharon sulla questione del muro in Cisgiordania ma non
dimentica di tenere alto il livello tecnologico della macchina bellica
israeliana...
Erano prevedibili le reazioni ufficiali israeliane al sondaggio da cui è
emerso che circa il 59 per cento dei cittadini di 15 paesi dell’Unione europea
considera Israele come il principale pericolo per la pace mondiale...
«Israele
è il ground zero della cruciale battaglia per la sopravvivenza della nostra
civiltà». È con questi toni solenni che si è aperto domenica scorsa il primo
Jerusalem summit, evento di fondazione di un nuovo think
tank internazionale...
Il sogno di «Heretz Israel»,
della «Grande Israele» dal Nilo all’Eufrate, caro all’ultradestra sionista
potrebbe, almeno a livello economico, diventare realtà. La guerra e
l’occupazione dell’Iraq, frutto di una totale identità di vedute tra il
governo Sharon e l’Amministrazione USA...
La
Camera dei rappresentanti Usa vota a schiacciante maggioranza il Syria
Accountability Act, che prevede diverse misure di rappresaglia contro Damasco
per il suo «appoggio al terrorismo». Dura reazione del presidente Bashar...
Per molti israeliani, la Palestina è una selvaggia zona desertica che deve
essere bonificata con metodi agricoli moderni e irrigazione intensiva. Ripetendo
la parola d’ordine dei pionieri alla conquista del West americano, il leader
israeliano David Ben-Gurion fece sua l’ambizione...
Emmanuel Ratier ci presenta uno studio molto interessante sul "B’nai
B’rith". Su questo argomento non era stato scritto ancora nulla di cosi
completo, dettagliato e nello stesso tempo ben documentato. Era infatti molto
difficile poter parlare del "B’nai B’rith"...
Si tratta di una cronologia che dimostra come il Terrorismo sia stato da
sempre uno strumento proprio sia dei sionisti che dello Stato di Israele, e
dunque non una prerogativa esclusivamente palestinese e/o islamica...
Joseph
è convinto che i terroristi suicidi, sia i palestinesi che si fanno saltare in
Israele, sia (se ci sono mai stati) quelli sugli aerei dell' 11 settembre,
possano essere “fabbricati"...
La fine del governo di unità nazionale, con l'uscita dei laburisti, e le
conseguenti elezioni previste per la fine del gennaio 2003 rendono più rigida
la posizione di Israele di fronte alle richieste della comunità
internazionale...
Lo Stato d'Israele fu costituito nel
1948. Lo volle e l'impose l'Onu per iniziativa congiunta degli Americani e dei
Sovietici, i quali ultimi sostennero l'invasione israeliana assicurandole un
ponte aereo dalla Cecoslovacchia...
Una delle città più antiche e importanti del mondo religioso: Emmaus, non
esiste più! Rasa al suolo nel 1967 dalle ruspe israeliane, oggi è un luogo di
svago e divertimento...
Di
Stefano Chiarini – «Il Manifesto» del 19 ottobre 2003
La società di Marc Zell e «Sam» Chalabi, l’«Iraqi International Law
Group (Iilg)» è stata fondata la scorsa estate ed è temporaneamente
alloggiata all’Hotel Palesatine di Baghdad. Tra i suoi obiettivi troviamo il
«fornire alle imprese estere quelle informazioni e quegli strumenti di cui
hanno bisogno per entrare e per avere successo nel nuovo Iraq che sta nascendo».
Secondo un’indagine del quotidiano britannico «The Guardian» in realtà
gran parte delle operazioni e lo stesso aggiornamento del sito della società
verrebbero in realtà gestite dagli uffici di Gerusalemme di Zell.
Quest’ultimo non è un semplice avvocato o un comune colono ma anche un
esponente dei «neoconservatori» USA vicino a Douglas Feith, sottosegretario
alla Difesa, con il quale aveva uno studio legale a Washington.
Feith, capo dell’Ufficio di pianificazione del Pentagono, con vaste
responsabilità nella ricostruzione (e prima nella distruzione) dell’Iraq (e
sostenitore delle forniture ad Israele del petrolio iracheno), nel 1996 fu uno
degli esponenti neoconservatori – insieme a Richard Perle e a David Wurmser
– che prepararono un nuovo programma di politica estera per il premier
israeliano Benyamin Netanyahu intitolato «For a Clean Break, a new strategy
for securing the realm» che prevedeva «la rottura» del processo di pace
di Oslo.
Israele avrebbe dovuto invece rivendicare senza esitazione il controllo della
West Bank e di Gaza e avrebbe dovuto «plasmare il panorama strategico» del
Medioriente rimovendo il regime iracheno e successivamente i governi della
Siria, del Libano e dell’Arabia Saudita e dell’Iran. Un programma di guerra
che l’amministrazione Bush-Sharon ha già cominciato a realizzare.
L’avvocato Zell – simpatizzante del gruppo estremista dei coloni del «Gush
Emunim», il blocco della fede, per quale sarebbe stato Dio a dare agli ebrei
l’intera Palestina – nel 1988, all’inizio della prima Intifada, si trasferì
con la sua famiglia nell’insediamento ebraico di Alon Shevut, nella West bank,
e acquistò la nazionalità israeliana sulla base della «legge del ritorno».
Successivamente Marc Zell fu tra i protagonisti della campagna elettorale di
Netanyahu nel 1996, divenne membro dell’ufficio politico e del Comitato
centrale del Likud ed uno dei più noti portavoce del movimento dei coloni più
radicali. Il compito di Marc Zell, titolare della società «Zell Goldberg
and Co.» con sede a Gerusalemme, è quello di aiutare le società
israeliane a fare affari sui mercati esteri e ora, tramite la Iilg, ad assumere
posizioni rilevanti nel mercato iracheno approfittando del programma di
privatizzazioni gestito dalle stesse autorità di occupazione e dal Consiglio
provvisorio. Alle prime penserà Zell al secondo «Sam» Chalabi.
Quest’ultimo, da parte sua, non è solo il nipote del bancarottiere sciita, ma
è anche uno degli autori del documento «Transition to Democracy»,
della ex opposizione irachena pro-USA, basato sulla necessità di «privatizzare»
il paese, spezzarne l’unità con una esasperata «devolution», e
de-arabizzarlo riallacciando i rapporti con lo stato ebraico. Sam Chalabi è ora
«consigliere» del nuovo governo sugli investimenti e il commercio.
Sam e Marc: due volti del futuro Iraq, con uomini di questo tipo la
colonizzazione israeliana della Mesopotamia è solo questione di tempo.
Per la prima volta Sharon ammette: «Israele ha l'atomica»
di red.
Che Israele avesse la tecnologia per preparare la bomba atomica lo sapevano
tutti, che avesse già prodotto testate nucleari lo sospettavano tutti, ma
nessun esponente del governo lo aveva finora ammesso. Sharon, continuando a
seguire la politica dell' "ambiguità" (Israele non ammette né nega
di possedere armi nucleari), si è spinto dove nessun altro premier israeliano
si era spinto. L'esponente del Likud ha praticamente ammesso che il suo paese
possiede la bomba atomica.
Ariel Sharon è scampato ancora una volta a una mozione di sfiducia presentata
contro il suo governo al parlamento israeliano. Questa volta, però, l'esito
della votazione è stato umiliante per lui, perché ha visto l'equivalenza dei
voti a favore e contro: 56 sì e 56 no alla mozione di sfiducia al primo
ministro. Il governo non è caduto nella notte solo in virtù della legge che
impone la maggioranza assoluta in parlamento (vale a dire almeno 61 voti), per
la mozione di sfiducia e anche per il nome del nuovo primo ministro in
sostituzione di quello bocciato.
Missione fallita del responsabile dell'Aiea El
Baradei a Tel Aviv. Sharon non fa aperture sul nucleare
Turista a Dimona El Baradei ha potuto visionare l'impianto nucleare
dello stato ebraico solo dall'alto. Il governo israeliano si difende
attaccando Tehran
Come riporta la stessa
Il direttore della Aiea non solo non ha potuto avvicinarsi al centro
nucleare di Dimona, ma neppure a Mordechai Vanunu, il tecnico israeliano
che nel 1986 portò le prove che a Dimona si stavano costruendo armi
nucleari e, per aver rivelato ciò che già tutti i governi sapevano, è
stato condannato a 18 anni di carcere. Vanunu, ora di nuovo «libero»
(in realtà ancora sequestrato in Israele dopo tutti gli anni passati in
carcere), ha chiesto di essere ascoltato dalla delegazione dell'Agenzia
internazionale per l'energia atomica, ma il suo portavoce, Mark
Gwozdesky, ha risposto: «Siamo qui come ospiti della controparte
israeliana e non abbiamo intenzione di interferire su Dimona o su
persone che non abbiamo in programma di incontrare» (
Al termine della visita, nel disperato tentativo di mostrare qualche
risultato, il direttore della Aiea ha riferito che il primo ministro
israeliano Sharon si è detto «pronto a discutere sulla costituzione di
una zona libera da armi nucleare in Medio Oriente» (AP, 8 luglio),
collegando però tale possibilità al «progresso della road map»,
ossia del «piano di pace sostenuto internazionalmente», che lo stesso
Sharon ha fatto fallire.
Il governo israeliano ha così dimostrato ancora una volta di potersi
sottrarre, soprattutto grazie al sostegno statunitense, a quelle norme
del diritto internazionale che vengono invece fatte valere per altri.
Mantiene così la sua «ambiguità strategica»: ufficialmente non
ammette né nega di possedere armi nucleari, nei fatti continua a
costruirle e potenziarle.
Se fosse realmente disponibile a una trattativa per creare in Medio
Oriente una zona libera da armi nucleari, dovrebbe ammettere di essere
l'unico, in Medio Oriente, a possedere realmente tali armi - dopo tante
campagne menzognere sulle armi di distruzione di massa altrui - che
tiene puntate sugli altri paesi della regione; dovrebbe firmare il
Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, che gli altri
governi hanno sottoscritto; dovrebbe aprire i propri impianti nucleari,
come hanno fatto gli altri, alle ispezioni della Iaea; dovrebbe infine
smantellare il proprio arsenale nucleare.
In una intervista al quotidiano israeliano
Davvero singolare questo ruolo delle Nazioni unite su un tema così
drammatico e decisivo. Non si capisce a questo punto infatti perché lo
si dovrebbe definire un «compromesso», e non una resa incondizionata.
che la barriera viola il diritto internazionale: "Smantellatelo"
La corte dell'Aia condanna Israele
"Illegale il muro in Cisgiordania"
Il parere dei giudici è consultivo e non vincolante
Governo Sharon: "Non considerato il pericolo terrorismo"
Secondo i giudici dell'Aia, chiamati a pronunciarsi con una risoluzione
approvata lo scorso dicembre dall'Assemblea Generale dell'Onu, la costruzione
del muro viola il diritto internazionale e dunque l'esecutivo israeliano deve
smantellare quella che chiama "barriera difensiva".
Secondo i documenti ottenuti dal quotidiano israeliano, l'organismo
internazionale - la cui giurisdizione sulla questione era stata contestata dal
governo di Airel Sharon - ritiene che si dovranno pagare dei risarcimenti ai
palestinesi le cui proprietà sono state confiscate per permettere la
costruzione del muro. Israele dovrà inoltre "garantiere il libero
accesso ai luoghi santi che sono sotto il suo controllo".
Nel documento la Corte contesta la tesi difensiva di Israele, cioè che il
muro viene costruito per ragioni di autodifesa dagli attacchi terroristici. La
corte si dice "non convinta che la direzione che Israele ha scelto per il
muro necessariamente porti alla realizzazione dei suoi obiettivi nel campo
della sicurezza". Secondo 'Haaretz', la decisione è stata approvata con
14 voti favorevoli e solo uno contrario, quello del giudice americano Thomas
Buerghenthal.
"Il muro - si legge ancora nel documento - insieme con il percorso scelto
viola in modo grave una serie di diritti dei palestinesi che vivono nei
territori occupati dagli israeliani. Violazioni che non possono essere
giustificate da esigenze militari o richieste per la sicurezza nazionale e
l'ordine pubblico". E si conclude parlando di "violazioni da parte
di Israele di diversi obblighi di applicazione delle leggi umanitarie e dei
diritti umani".
La Corte ha anche difeso la sua autorità e ha affermato di avere
giurisdizione sulla questione, attraverso una lunga analisi storica e legale
della situazione a Gaza e in Cisgiordania. Mentre non è stata contestata la
costruzione di barriere difensive all'interno della "linea verde",
cioè il confine israeliano prima del 1967.
Anche se la sentenza non è ancora ufficiale, c'è già la replica del
ministero degli Esteri israeliano: "Non si è assolutamente tenuto conto
del terrorismo palestinese, si parla solo degli effetti ma non della
causa" ha detto il portavoce Yonatan Peled all'agenzia Dpa. "Non ci
aspettavamo una sentenza positiva per noi e quindi non siamo sorpresi - ha
aggiunto - ma non bisogna dimenticare che si tratta di un parere consultivo e
non di un verdetto". La sentenza della Corte dell'Aia infatti non è
vincolante, e ora i giudici consegneranno il loro parere all'Assemblea dell'Onu
che l'ha richiesto.
Ma intanto anche la Commissione Europea ha rivolto un appello a Israele
affinché rimuova il muro dai Territori, "compreso il tratto dentro e
attorno Gerusalemme Est". Lo ha reso noto il portavoce Jean-Christophe
Filori. Per l'Unione europea "l'allontanamento del tracciato del muro
dalla linea verde rappresenta un serio motivo di scontro e rende praticamente
impossibile la soluzione di due stati indipendenti".
contro le manifestazioni di antisemitismo nel paese
Sharon: "Ebrei lasciate la Francia
Troppo razzismo, venite da noi"
La nazione ospita 600mila persone, la comuntà più estesa
DAL nostro corrispondente ALBERTO STABILE
Quello dell'antisemitismo è un tema che a Sharon sta particolarmente a cuore.
Ne ha fatto un cardine della sue relazioni sia con i paesi amici che nei
riguardi dei paesi avversari. Sua è l'equazione in base alla quale anche
criticare l'operato del governo israeliano costituisce manifestazione
d'antisemitismo.
Nel caso della Francia c'è un dato di fatto rappresentato dal moltiplicarsi
di episodi di violenza contro appartenenti alla comunità ebraica transalpina,
quello che Sharon ha definito, "il propagarsi di un antisemitismo
scatenato". Ma c'è anche un presidente, come Chirac che il premier
israeliano nel contesto dello stesso discorso, ha sentito il dovere di
elogiare per il forte impegno manifestato contro gli "atti di
antisemitismo e la propaganda anti ebraica".
Eppure l'impegno del governo francese non sembra sufficiente. "In
Francia, oggi, - ha detto Sharon, che si rivolgeva ai rappresentanti di
organizzazioni ebraiche americane - circa il dieci percento della popolazione
francese è rappresentata da musulmani, il che crea un diverso tipo di
antisemitismo basato su sentimenti anti-israeliani e sulla propaganda
anti-isreeliana". In breve, sembra di capire, è la presenza musulmana
che fornisce il brodo di coltura del virus antisemita.
Tuttavia, è nella visione sionista di un'Israele patria e rifugio sicuro di
tutti gli ebrei del mondo che il discorso di Sharon trova il suo riferimento
più forte. Una visione che il primo ministro ha ribadito appena pochi giorni
fa ricevendo all'aeroporto Ben Gurion un gruppo di 400 ebrei americani che
avevano scelto di fare alyah, la salita, letteralmente, ovvero il ritorno
Tella terra dei Padri. "Qui - aveva detto Sharon - sarete al sicuro, qui
sarete nella vostra casa".
A ricevere quel gruppo di nuovi immigrati (immigrati di "qualità"
ha notato un giornale riferendosi all'alto livello di istruzione dei nuovi
arrivati) c'era anche il ministro delle Finanze, Benjamin Netanyahu, quello
dell'Educazione, Limor Livnat, quello dell'assorbimento, Tzippi Livni, oltre,
naturalmente, al Presidente dell'Agenzia ebraica, Salai Meridor. Segno, ha
notato un osservatore israeliano, che "i pozzi dell'immigrazione si
stanno esaurendo".
In effetti, il flusso potente che in pochi anni ha portato quasi un milione di
russi a trasferirsi in Israele ha perso forza. Dagli Stati Uniti, nei primi
sei mesi dell'anno, sono arrivate soltanto 530 persone, anche se gli
specialisti dell'assorbimento si aspettano che alla fine del 2004 saranno
tremila.
Dalla Francia, che ospita la più estesa comunità ebraica d'Europa (600 mila
persone) s'è notato un aumento negli arrivi in coincidenza con gli anni
peggiori della nuova intifada. Nel 2001 sono venuti in Israele 1139 nuovi
immigrati. Nel 2002, ne sono arrivati 2481 e l'hanno scorso 2083. La curva
sembra decrescere quest'anno con 685 trasferimenti nei primi sei mesi del
2004.
Di contro, le previsioni demografiche vedono la maggioranza ebriaca fortemente
in difficoltà nei prossimi anni. Anche se il suo portavoce, Raanan Gissin ha
voluto precisare che l'invito di Sharon "non riguardava soltanto gli
ebrei francesi ma tutti gli ebrei del mondo".
agli ebrei d'oltralpe vittime degli episodi di antisemitismo
Tensioni tra Francia e Israele
"Sharon non è benvenuto"
"Così almeno fino a quando non chiarirà le sue dichiarazioni"
Annullata visita in programma: "Nessuna ragione per l'incontro"
"La Francia ha chiesto spiegazioni in seguito alle dichiarazioni del
signor Sharon", si legge nella nota diramata dall'ufficio di Jacques
Chirac. "A partire da oggi un'eventuale visita del premier israeliano a
Parigi, per cui non era stata fissata una data, non sarà presa in
considerazione fino a quando non saranno arrivate spiegazioni".
Maurice Gourdault Montagne, consigliere diplomatico del presidente francese,
aveva informato oggi il diplomatico israeliano Jacques Revah che il premier
israeliano per il momento non è benvenuto in Francia.
Il diplomatico francese avrebbe precisato al suo omologo israeliano che
"non c'è alcuna ragione di incontrare Sharon". E poi avrebbe
elencato tutti i passi fatti dal paese d'oltralpe nella lotta contro
l'antisemitismo, ricordando anche le aperture della Francia verso Israele,
inclusa l'accoglienza calorosa riservata al presidente Moshe Katsav durante
una recente visita all'Eliseo.
Ieri in un incontro con i leader delle comunità ebraiche, Sharon aveva
consigliato ai 600 mila ebrei francesi di emigrare in Israele "al più
presto", a causa della crescita dell'antisemitismo in Francia.
Dichiarazione poi rettificata oggi dalla diplomazia israeliana: si trattava di
uno dei "soliti" inviti a tutti gli ebrei sparsi nel mondo. Le
dichiarazioni di Sharon hanno provocato in Francia reazioni di profonda
irritazione del governo, ma anche dichiarazioni critiche della comunità
ebraica.
Gaza si rivolta contro la corruzione. Ed Arafat è sempre
più solo
di Umberto De
Giovannangeli
La nomina da parte del raìs di suo cugino Mussa Arafat quale nuovo capo della
sicurezza generale palestinese ha suscitato una nuova ondata di rivolta, e nuove
dimissioni. L’ultima, ieri, è stata quella del capo della polizia navale
palestinese Jomaa Ghali, che avrebbe dovuto passare sotto il comando di Mussa.
«La situazione attuale ci conduce verso la sedizione: in queste condizioni non
posso continuare a assumere le mie funzioni», ha scritto a Yasser Arafat. Mussa
Arafat, senza curarsi delle critiche, ha invece preso le sue nuove funzioni ieri
a Gaza incurante delle minacce e delle manifestazioni di protesta: «Prendo
ordini solo da sua eccellenza il presidente Arafat: è lui che mi ha nominato,
ed è il solo che può chiedermi di lasciare»., dichiara ai cronisti,
aggiungendo di essere pronto a combattere tutti i «potenziali nemici». E i
combattimenti esplodono in serata a Rafah, nel sud della Striscia, quando un
gruppo di diverse decine di miliziani delle Brigate Al Aqsa, si avvicinano al
comando dell’intelligence militare di Mussa Arafat. Fra i miliziani di Al Aqsa
e gli uomini dei servizi segreti militari presenti nell’edificio inizia una
intensa sparatoria. Negli scontri, stando a fonti locali, resta ferito un
passante.
Il «caos di Gaza» irrompe nei negoziati tra il premier israeliano Ariel Sharon
e il Labour di Shimon Peres per la formazione di un governo di unione nazionale.
Le trattative, iniziate ieri sera Tel Aviv, avvengono in un clima già segnato
da sospetti e polemiche. Che il negoziato fosse in salita è risultato chiaro già
in mattinata, nell’incontro riservato tra Peres e Sharon. Il premier, stando a
fonti informate, avrebbe opposto un netto rifiuto alla richiesta del leader
laburista di ridiscutere il programma politico ed economico del governo, ma
avrebbe riconosciuto al Labour la facoltà di avanzare ogni richiesta che
riterranno opportuna nel corso dei negoziati. Peres avrebbe inoltre chiesto di
accelerare i tempi del ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza, che Sharon
vorrebbe completare prima della fine dell’anno prossimo.