FISICA/MENTE

 

 

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Israele & sionismo

DEFINIAMO LO STATO D'ISRAELE

(31/05/2004) Israel Shahak
Alla fine degli Anni Cinquanta, quel grande pettegolo e storico dilettante che era John F. Kennedy mi disse che nel 1948 Harry Truman, proprio quando si presentò candidato alle elezioni presidenziali, era stato praticamente abbandonato da tutti.. Fu allora che un sionista americano andò a trovarlo sul treno elettorale e gli consegnò una valigetta con due milioni di dollari in contanti. Ecco perché gli Stati Uniti riconobbero immediatamente lo Stato d’Israele...

VITTIME NEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE

(30/05/2004)
Il 26 maggio 2004 Amnesty International ha pubblicato il suo rapporto annuale. In una sezione dedicata al Medio Oriente, l’organizzazione accusa Israele di commettere «crimini di guerra» contro i palestinesi e definisce «crimini contro l’umanità» gli attentati palestinesi contro i civili israeliani...

L'ASSEMBLEA GENERALE DELLE NAZIONI UNITE RIAFFERMA IL DIRITTO ALLA SOVRANITA' DEL POPOLO PALESTINESE (8/05/2004)
Con 160 voti a favore, 6 contrari e 11 astensioni, l’assemblea ha anche riaffermato che il popolo Palestinese ha il diritto all’auto-determinazione e alla sovranità sull’intero territorio, e che Israele, come potenza occupante fin dal 1967, ha soltanto doveri e obblighi e non ha nessuna sovranità su qualsiasi parte di quel territorio. ..

CITAZIONI DI PERSONE CHE SI RITENGONO LE PIU' GRANDI INTELLIGENZE AL MONDO (4/05/2004)
”Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle terre e l’eliminazione di ogni servizo sociale per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba” -- David Ben-Gurion, Maggio 1948, agli ufficiali dello Stato Maggiore.  Da: Ben-Gurion, A Biography, by Michael Ben-Zohar, Delacorte, New York 1978.

EX MINISTRO BECCATO CON 25.000 DOSI DI ECSTASY (27/04/2004)
La corte di Tel Aviv ha deciso che l’ex-ministro dell’Energia Gonen Segev debba restare in prigione per il tentativo di contrabbandare 25.000 pillole di ecstasy dall’aeroporto olandese di Schiphol in Israele...

PALESTINA: SHARON ASSALTA LE BANCHE (1/03/2004)
I soldati israeliani fanno irruzione in quattro istituti di credito a Ramallah e rapinano milioni di dollari. Per il governo di Tel Aviv è un'operazione contro «i fondi che alimentano il terrorismo». Secondo il premier palestinese Abu Ala si tratta di un attacco «di stampo mafioso»...

SI RIACCENDE IL CASO DELLA USS LIBERTY (05/02/2004)
L’otto giugno 1967, in piena «Guerra dei Sei Giorni», la USS Liberty, nave per la ricognizione elettronica della marina degli Stati Uniti che navigava in acque internazionali del Mediterraneo meridionale al largo della coste di Gaza subì un serie di attacchi da parte della marina e dell’aviazione israeliana...

ISRAELE: REAZIONI SOSPETTE (1 dicembre 2003)
Incidente: ecco come viene definito adesso il sondaggio reso noto a inizio novembre, secondo sui Israele è agli occhi degli europei il pericolo più grave per la pace nel mondo...

DAGLI USA NUOVI CACCIA F-17 A ISRAELE (27 novembre 2003)
George Bush dà una strigliata, senza insistere troppo, al premier Ariel Sharon sulla questione del muro in Cisgiordania ma non dimentica di tenere alto il livello tecnologico della macchina bellica israeliana...

IL SONDAGGIO EUROPEO E ISRAELE (11 novembre 2003)
Erano prevedibili le reazioni ufficiali israeliane al sondaggio da cui è emerso che circa il 59 per cento dei cittadini di 15 paesi dell’Unione europea considera Israele come il principale pericolo per la pace mondiale...

LA SACRA ALLEANZA DEL KING DAVID (22 ottobre 2003)
«Israele è il ground zero della cruciale battaglia per la sopravvivenza della nostra civiltà». È con questi toni solenni che si è aperto domenica scorsa il primo Jerusalem summit, evento di fondazione di un nuovo think tank internazionale...

LA GRANDE ISRAELE SUL TIGRI (21 ottobre 2003)
Il sogno di «Heretz Israel», della «Grande Israele» dal Nilo all’Eufrate, caro all’ultradestra sionista potrebbe, almeno a livello economico, diventare realtà. La guerra e l’occupazione dell’Iraq, frutto di una totale identità di vedute tra il governo Sharon e l’Amministrazione USA...

USA E ISRAELE PREPARANO LA GUERRA ALLA SIRIA (18 ottobre 2003)
La Camera dei rappresentanti Usa vota a schiacciante maggioranza il Syria Accountability Act, che prevede diverse misure di rappresaglia contro Damasco per il suo «appoggio al terrorismo». Dura reazione del presidente Bashar...

CONFLITTO SULLE ACQUE IN ISRAELE (18 ottobre 2003)
Per molti israeliani, la Palestina è una selvaggia zona desertica che deve essere bonificata con metodi agricoli moderni e irrigazione intensiva. Ripetendo la parola d’ordine dei pionieri alla conquista del West americano, il leader israeliano David Ben-Gurion fece sua l’ambizione...

SEGRETI E MISTERI DEL B'NAI B'RITH
Emmanuel Ratier ci presenta uno studio molto interessante sul "B’nai B’rith". Su questo argomento non era stato scritto ancora nulla di cosi completo, dettagliato e nello stesso tempo ben documentato. Era infatti molto difficile poter parlare del "B’nai B’rith"...

RICONOSCERE IL TERRORISMO DELLO STATO D'ISRAELE
Si tratta di una cronologia che dimostra come il Terrorismo sia stato da sempre uno strumento proprio sia dei sionisti che dello Stato di Israele, e dunque non una prerogativa esclusivamente palestinese e/o islamica...

HAMAS PSICHIATRICO
Joseph è convinto che i terroristi suicidi, sia i palestinesi che si fanno saltare in Israele, sia (se ci sono mai stati) quelli sugli aerei dell' 11 settembre, possano essere “fabbricati"...

ISRAELE, IL MURO DELLA DISCORDIA
La fine del governo di unità nazionale, con l'uscita dei laburisti, e le conseguenti elezioni previste per la fine del gennaio 2003 rendono più rigida la posizione di Israele di fronte alle richieste della comunità internazionale...

RAPPORTI TRA SIONISMO, USA E LOBBY MONDIALISTE
Lo Stato d'Israele fu costituito nel 1948. Lo volle e l'impose l'Onu per iniziativa congiunta degli Americani e dei Sovietici, i quali ultimi sostennero l'invasione israeliana assicurandole un ponte aereo dalla Cecoslovacchia...

EMMAUS: LA CITTA' INVISIBILE
Una delle città più antiche e importanti del mondo religioso: Emmaus, non esiste più! Rasa al suolo nel 1967 dalle ruspe israeliane, oggi è un luogo di svago e divertimento...

La grande Israele sul Tigri
Di Stefano Chiarini – «Il Manifesto» del 19 ottobre 2003

IRAQ: la ricostruzione nelle mani di avvocati del Likud e dei coloni

Il sogno di «Heretz Israel», della «Grande Israele» dal Nilo all’Eufrate, caro all’ultradestra sionista potrebbe, almeno a livello economico, diventare realtà. La guerra e l’occupazione dell’Iraq, frutto di una totale identità di vedute tra il governo Sharon e l’Amministrazione USA, costituiscono un’occasione forse irripetibile per la destra israeliana animatrice del movimento dei coloni e per il «Likudnik» neoconservatori che hanno gestito la guerra, il dopoguerra e la ricostruzione dell’Iraq. Un’occasione che Marc Zell, avvocato, colono con cittadinanza americana, non ha voluto perdere tanto da dar vita alla prima società di consulenza congiunta israelo-irachena con il compito di «promuovere» gli investimenti stranieri in Iraq insieme a «Sam» Chalabi, il quarant’enne nipote di Ahmed Chalabi, leader del Consiglio nazionale iracheno, già pupillo dei neocon del Pentagono, e attualmente una delle figure più influenti del Consiglio provvisorio.
La società di Marc Zell e «Sam» Chalabi, l’«Iraqi International Law Group (Iilg)» è stata fondata la scorsa estate ed è temporaneamente alloggiata all’Hotel Palesatine di Baghdad. Tra i suoi obiettivi troviamo il «fornire alle imprese estere quelle informazioni e quegli strumenti di cui hanno bisogno per entrare e per avere successo nel nuovo Iraq che sta nascendo». Secondo un’indagine del quotidiano britannico «The Guardian» in realtà gran parte delle operazioni e lo stesso aggiornamento del sito della società verrebbero in realtà gestite dagli uffici di Gerusalemme di Zell. Quest’ultimo non è un semplice avvocato o un comune colono ma anche un esponente dei «neoconservatori» USA vicino a Douglas Feith, sottosegretario alla Difesa, con il quale aveva uno studio legale a Washington.
Feith, capo dell’Ufficio di pianificazione del Pentagono, con vaste responsabilità nella ricostruzione (e prima nella distruzione) dell’Iraq (e sostenitore delle forniture ad Israele del petrolio iracheno), nel 1996 fu uno degli esponenti neoconservatori – insieme a Richard Perle e a David Wurmser – che prepararono un nuovo programma di politica estera per il premier israeliano Benyamin Netanyahu intitolato «For a Clean Break, a new strategy for securing the realm» che prevedeva «la rottura» del processo di pace di Oslo.
Israele avrebbe dovuto invece rivendicare senza esitazione il controllo della West Bank e di Gaza e avrebbe dovuto «plasmare il panorama strategico» del Medioriente rimovendo il regime iracheno e successivamente i governi della Siria, del Libano e dell’Arabia Saudita e dell’Iran. Un programma di guerra che l’amministrazione Bush-Sharon ha già cominciato a realizzare. L’avvocato Zell – simpatizzante del gruppo estremista dei coloni del «Gush Emunim», il blocco della fede, per quale sarebbe stato Dio a dare agli ebrei l’intera Palestina – nel 1988, all’inizio della prima Intifada, si trasferì con la sua famiglia nell’insediamento ebraico di Alon Shevut, nella West bank, e acquistò la nazionalità israeliana sulla base della «legge del ritorno». Successivamente Marc Zell fu tra i protagonisti della campagna elettorale di Netanyahu nel 1996, divenne membro dell’ufficio politico e del Comitato centrale del Likud ed uno dei più noti portavoce del movimento dei coloni più radicali. Il compito di Marc Zell, titolare della società «Zell Goldberg and Co.» con sede a Gerusalemme, è quello di aiutare le società israeliane a fare affari sui mercati esteri e ora, tramite la Iilg, ad assumere posizioni rilevanti nel mercato iracheno approfittando del programma di privatizzazioni gestito dalle stesse autorità di occupazione e dal Consiglio provvisorio. Alle prime penserà Zell al secondo «Sam» Chalabi. Quest’ultimo, da parte sua, non è solo il nipote del bancarottiere sciita, ma è anche uno degli autori del documento «Transition to Democracy», della ex opposizione irachena pro-USA, basato sulla necessità di «privatizzare» il paese, spezzarne l’unità con una esasperata «devolution», e de-arabizzarlo riallacciando i rapporti con lo stato ebraico. Sam Chalabi è ora «consigliere» del nuovo governo sugli investimenti e il commercio.
Sam e Marc: due volti del futuro Iraq, con uomini di questo tipo la colonizzazione israeliana della Mesopotamia è solo questione di tempo.  

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06.07.2004
Per la prima volta Sharon ammette: «Israele ha l'atomica»
di red.



 Che Israele avesse la tecnologia per preparare la bomba atomica lo sapevano tutti, che avesse già prodotto testate nucleari lo sospettavano tutti, ma nessun esponente del governo lo aveva finora ammesso. Sharon, continuando a seguire la politica dell' "ambiguità" (Israele non ammette né nega di possedere armi nucleari), si è spinto dove nessun altro premier israeliano si era spinto. L'esponente del Likud ha praticamente ammesso che il suo paese possiede la bomba atomica.

In occasione della visita di un altro inviato dell’Onu, il presidente dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica, Mohammed el Baradei, Sharon ha lasciato intendere per la prima volta che Israele possiede armi nucleari. «Non so cosa vuole vedere qui - ha detto Sharon riferendosi al capo dell'Aiea -. Israele è obbligato a tenere nelle proprie mani tutte le componenti della forza necessaria alla sua difesa». «La politica di ambiguità sul nucleare che abbiamo adottato si è dimostrata valida e proseguirà», ha aggiunto il capo del governo. In base a questa politica dell' “ambiguità”, appunto Israele non ammette né nega di possedere armi nucleari, e si è rifiutata sempre di firmare il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp). Ma secondo esperti internazionali, che basano le loro stime sulla quantità di plutonio che le centrali nucleari israeliane hanno prodotto, lo Stato ebraico ha fra 100 e 200 atomiche.

El Baradei avrebbe voluto che Israele abbandonasse questa politica dell'ambiguità, secondo fonti diplomatiche occidentali. In questa sua visita tuttavia, secondo le fonti, il capo dell'Aiea non farà pressioni in questo senso sul governo israeliano, limitandosi a perorare la visione di un Medio Oriente libero da armi nucleari.


Ariel Sharon è scampato ancora una volta a una mozione di sfiducia presentata contro il suo governo al parlamento israeliano. Questa volta, però, l'esito della votazione è stato umiliante per lui, perché ha visto l'equivalenza dei voti a favore e contro: 56 sì e 56 no alla mozione di sfiducia al primo ministro. Il governo non è caduto nella notte solo in virtù della legge che impone la maggioranza assoluta in parlamento (vale a dire almeno 61 voti), per la mozione di sfiducia e anche per il nome del nuovo primo ministro in sostituzione di quello bocciato.

È un risultato che illustra la fragilità della posizione del primo ministro Sharon, dopo l'uscita dalla coalizione dei due parlamentari dei partiti religiosi, per protestare contro il progetto di Sharon di disimpegnare Israele dalla Cisgiordania.

I rappresentanti del Quartetto per il Medio Oriente si incontreranno, intanto, negli uffici dell'Onu a Gerusalemme per discutere del ruolo egiziano nella Striscia di Gaza dopo il ritiro israeliano. A darne notizia, scrive il quotidiano israeliano Hàaretz sul sito online è stata una portavoce delle Nazioni Unite. Al termine dell'incontro, i partecipanti - rappresentanti di Onu, Ue, Stati Uniti e Russia - terranno un conferenza stampa.

Sul fronte della cronaca, quattro palestinesi ed un soldato sono rimasti uccisi nel corso del raid sferrato dall'esercito israeliano contro un edificio nella città cisgiordana di Nablus. L'operazione è scattata alle prime ore della giornata: un'unità dell'esercito appoggiata da elicotteri e blindati ha circondato l'edificio situato nella parte occidentale della città alla ricerca di due estremisti. Presi di mira dai militanti, i soldati hanno aperto il fuoco e poi hanno fatto irruzione. Un ufficiale israeliano è rimasto ucciso, altri tre soldati sono stati feriti nel corso dell'operazione, che conta tra le sue vittime un alto esponente dell'ala militare del Fronte popolare per la liberazione della Palestina ed il suo assistente, ma anche un 52enne docente universitario e suo figlio, 16 anni, residenti nell'edificio. Feriti altri due abitanti del posto. Una violenta rivolta è infine scoppiata nel carcere di alta sicurezza di Gilboa, in Galilea, dove sono detenuti circa 800 palestinesi. I prigionieri hanno attaccato le guardie con olio bollente e - secondo le prime informazioni - ci sarebbero due feriti. Unità anti-sommossa sono intervenute per riportare l'ordine nel penitenziario.


 

La bomba atomica israeliana resta segreta
Missione fallita del responsabile dell'Aiea El Baradei a Tel Aviv. Sharon non fa aperture sul nucleare
Turista a Dimona El Baradei ha potuto visionare l'impianto nucleare dello stato ebraico solo dall'alto. Il governo israeliano si difende attaccando Tehran

MANLIO DINUCCI


Nella sua visita in Israele - titola la Associated Press (8 luglio) - il direttore dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), Mohamed ElBaradei, «ha visionato il reattore nucleare di Dimona». Nel testo si chiarisce però che non l'ha ispezionato e neppure osservato da vicino, ma solo «visto durante un volo sul paese». E' scritto proprio così. La notizia è emblematica: la massima autorità dell'agenzia delle Nazioni unite che ha setacciato l'Iraq alla ricerca di inesistenti armi nucleari, che tiene sotto stretta osservazione l'Iran e altri paesi per accertarsi che non le costruiscano, quando entra in Israele non ha più alcuna autorità. E' ridotto alla stregua di un semplice turista che per caso, dall'alto, vede in lontananza uno strano edificio. Eppure il capo della Aiea sa bene, come lo sanno tutti i governi membri delle Nazioni unite, che in quell'edificio vi è il cuore del programma nucleare militare israeliano.

Come riporta la stessa Associated Press , «gli esperti affermano che Israele può avere anche 300 testate nucleari e la capacità di costruirne altre in modo ancora più rapido». Secondo l'autorevole rivista Jane's infatti, il suo arsenale ne comprende circa 400 per una potenza complessiva di 50 megaton, equivalente a 3.850 bombe di Hiroshima. Si tratta di armi sia termonucleari di grande potenza, sia «tattiche» di minore potenza, tra cui bombe al neutrone.

Il direttore della Aiea non solo non ha potuto avvicinarsi al centro nucleare di Dimona, ma neppure a Mordechai Vanunu, il tecnico israeliano che nel 1986 portò le prove che a Dimona si stavano costruendo armi nucleari e, per aver rivelato ciò che già tutti i governi sapevano, è stato condannato a 18 anni di carcere. Vanunu, ora di nuovo «libero» (in realtà ancora sequestrato in Israele dopo tutti gli anni passati in carcere), ha chiesto di essere ascoltato dalla delegazione dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica, ma il suo portavoce, Mark Gwozdesky, ha risposto: «Siamo qui come ospiti della controparte israeliana e non abbiamo intenzione di interferire su Dimona o su persone che non abbiamo in programma di incontrare» ( The Washington Times , 8 luglio). E' come se, nel campo del diritto penale, una persona a conoscenza dei fatti si offrisse di testimoniare e il magistrato inquirente al quel punto rifiutasse di ascoltarla.

Al termine della visita, nel disperato tentativo di mostrare qualche risultato, il direttore della Aiea ha riferito che il primo ministro israeliano Sharon si è detto «pronto a discutere sulla costituzione di una zona libera da armi nucleare in Medio Oriente» (AP, 8 luglio), collegando però tale possibilità al «progresso della road map», ossia del «piano di pace sostenuto internazionalmente», che lo stesso Sharon ha fatto fallire.

Il governo israeliano ha così dimostrato ancora una volta di potersi sottrarre, soprattutto grazie al sostegno statunitense, a quelle norme del diritto internazionale che vengono invece fatte valere per altri. Mantiene così la sua «ambiguità strategica»: ufficialmente non ammette né nega di possedere armi nucleari, nei fatti continua a costruirle e potenziarle.

Se fosse realmente disponibile a una trattativa per creare in Medio Oriente una zona libera da armi nucleari, dovrebbe ammettere di essere l'unico, in Medio Oriente, a possedere realmente tali armi - dopo tante campagne menzognere sulle armi di distruzione di massa altrui - che tiene puntate sugli altri paesi della regione; dovrebbe firmare il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, che gli altri governi hanno sottoscritto; dovrebbe aprire i propri impianti nucleari, come hanno fatto gli altri, alle ispezioni della Iaea; dovrebbe infine smantellare il proprio arsenale nucleare.

In una intervista al quotidiano israeliano Haaretz (8 luglio), il direttore della Aiea ha detto che sta lavorando per un «compromesso», sulla cui base Israele e i paesi arabi e musulmani potrebbero concludere «un realistico accordo per la sicurezza che non includa la bomba (ossia l'arsenale nucleare israeliano, n.d.t.) quale parte di qualsiasi processo di pace». L'Iran e gli altri paesi della regione dovrebbero quindi accettare «un accordo per la sicurezza», che lascerebbe puntati su di loro i missili nucleari israeliani, impegnandosi allo stesso tempo a non costruire armi nucleari mentre Israele continua a potenziare le proprie.

Davvero singolare questo ruolo delle Nazioni unite su un tema così drammatico e decisivo. Non si capisce a questo punto infatti perché lo si dovrebbe definire un «compromesso», e non una resa incondizionata.


La sentenza dell'organo giudiziario dell'Onu stabilisce
che la barriera viola il diritto internazionale: "Smantellatelo"
La corte dell'Aia condanna Israele
"Illegale il muro in Cisgiordania"

Il parere dei giudici è consultivo e non vincolante
Governo Sharon: "Non considerato il pericolo terrorismo"

 

GERUSALEMME - Il muro costruito da Israele in Cisgiordania è illegale. Lo ha stabilito la Corte Internazionale di giustizia dell'Aia, emanazione giudiziaria dell'Onu, in una sentenza che verrà resa pubblica oggi. Il pronunciamento della Corte, atteso da quattro mesi, è stato anticipato stamane dal quotidiano 'Haaretz' nel suo sito web.

Secondo i giudici dell'Aia, chiamati a pronunciarsi con una risoluzione approvata lo scorso dicembre dall'Assemblea Generale dell'Onu, la costruzione del muro viola il diritto internazionale e dunque l'esecutivo israeliano deve smantellare quella che chiama "barriera difensiva".

Secondo i documenti ottenuti dal quotidiano israeliano, l'organismo internazionale - la cui giurisdizione sulla questione era stata contestata dal governo di Airel Sharon - ritiene che si dovranno pagare dei risarcimenti ai palestinesi le cui proprietà sono state confiscate per permettere la costruzione del muro. Israele dovrà inoltre "garantiere il libero accesso ai luoghi santi che sono sotto il suo controllo".

Nel documento la Corte contesta la tesi difensiva di Israele, cioè che il muro viene costruito per ragioni di autodifesa dagli attacchi terroristici. La corte si dice "non convinta che la direzione che Israele ha scelto per il muro necessariamente porti alla realizzazione dei suoi obiettivi nel campo della sicurezza". Secondo 'Haaretz', la decisione è stata approvata con 14 voti favorevoli e solo uno contrario, quello del giudice americano Thomas Buerghenthal.

"Il muro - si legge ancora nel documento - insieme con il percorso scelto viola in modo grave una serie di diritti dei palestinesi che vivono nei territori occupati dagli israeliani. Violazioni che non possono essere giustificate da esigenze militari o richieste per la sicurezza nazionale e l'ordine pubblico". E si conclude parlando di "violazioni da parte di Israele di diversi obblighi di applicazione delle leggi umanitarie e dei diritti umani".

La Corte ha anche difeso la sua autorità e ha affermato di avere giurisdizione sulla questione, attraverso una lunga analisi storica e legale della situazione a Gaza e in Cisgiordania. Mentre non è stata contestata la costruzione di barriere difensive all'interno della "linea verde", cioè il confine israeliano prima del 1967.

Anche se la sentenza non è ancora ufficiale, c'è già la replica del ministero degli Esteri israeliano: "Non si è assolutamente tenuto conto del terrorismo palestinese, si parla solo degli effetti ma non della causa" ha detto il portavoce Yonatan Peled all'agenzia Dpa. "Non ci aspettavamo una sentenza positiva per noi e quindi non siamo sorpresi - ha aggiunto - ma non bisogna dimenticare che si tratta di un parere consultivo e non di un verdetto". La sentenza della Corte dell'Aia infatti non è vincolante, e ora i giudici consegneranno il loro parere all'Assemblea dell'Onu che l'ha richiesto.

Ma intanto anche la Commissione Europea ha rivolto un appello a Israele affinché rimuova il muro dai Territori, "compreso il tratto dentro e attorno Gerusalemme Est". Lo ha reso noto il portavoce Jean-Christophe Filori. Per l'Unione europea "l'allontanamento del tracciato del muro dalla linea verde rappresenta un serio motivo di scontro e rende praticamente impossibile la soluzione di due stati indipendenti".

( 9 luglio 2004 )

 

https://www.inventati.org/mailman/public/coordintifada-napoli/2003-September/000035.html 

I NEOCONSERVATORI EBREI NEL GOVERNO USA

 

Dopo lunga ricerca sono riuscito a stendere una lista, credo, completa dei neoconservatori sionisti che la lobby ebraica e israele è riuscità a mettere nell'amministrazione Bush. Non sono sicuro che la lista sia completa, soprattutto per quanto riguarda gli ambasciatori. Un ultimo nome l'ho aggiunto ieri dopo ulteriori ricerche. Gli elettori ebrei americani hanno votato per l'80 per cento per i democratici e solo il 20 percento hanno votato Bush. Eppure il peso dei sionisti nel governo attuale Usa è enorme. La lobby ebraica e Israele hanno uomini nei due partiti (pensate che Liberman il vice di Gore è un importante senatore filosionista) e finanziano entrambi i partiti. E' il sistema delle lobby e del bipartitismo che fa sì che, comunque votino gli elettori, i governi fanno sempre gli interessi dei loro finanziatori. Pannella e i radicali, il partito filoisraeliano italiano, si sono battuti per 30 anni per far passare questo sistema che in america fa miracoli per loro. Dopo la vittoria di Bush il Jewish Chronicle del 15,dic., 2000 pubblicato negli USA, così commentava il risultato delle elezioni: "E' ancora un altro paradosso dei tanti accaduti in quest'anno di campagna elettorale che ne è stato ricco di per sé. Il governatore del Texas, il governatore G.W. Bush ha ottenuto meno del 20% dei voti della comunità ebraica americana, e di gran lunga più voti della comunità araba americana del suo oppositore, il vice-presidente Al Gore. E tuttavia, alla fine, Bush potrebbe essere circondato da un più gran numero di consiglieri proisraeliani di quanto non lo sarebbe stato Gore". quelli che hanno paura di parlare di lobby ebraica sono serviti !! Nel fare la ricerca sono passato da sorpresa in sorpresa, forse proverete la stessa sensazione. Se le mie E-mail non ti interessano più, comunicamelo e non ne riceverai più. Se invece ti interessano ti prego di spedirle anche ai tuoi amici. Grazie. Ebrei sionisti-neoconservatori nell'amministrazione americana di George Walker Bush (anche detti Likudniki per il loro stretto legame con il partito del Likud al potere in Israele)

Paul Dundes Wolfowitz - Vice-Segretario del Ministero della Difesa

Richard Perle - Assistente-Segretario del ministero della Difesa per la Politica di Sicurezza Nazionale

Ari Fleisher - Portavoce della Casa Bianca (dimessosi alla fine di Luglio 2003 per motivi famigliari)

Josh Bolten - Vice-capo del personale

Ken Melman - Direttore Politico della Casa Bianca

Jay Lefkowitz - Vice-assistente del presidente e Direttore del Consiglio di Politica Interna

David Frum - Speechwriter (estensore dei discorsi del presidente o dei ministri !!!!!!!!!)

Brad Blakeman - Direttore della Programmazione alla Casa Bianca

Dov Zakheim - Sotto-Segretario alla Difesa (Controllo) I. Lewis Libby - Capo del Personale del Vice-Presidente

Adam Goldman - Responsabile del Collegamento tra la Casa Bianca e la Comunità Ebraica americana

Chris Gersten - Principale Vice-assistente Segretario, Responsabile dell'Amministrazione Per l'Infanzia e la Famiglia (Ministero della Sanità)

Elliot Abrams - Direttore dell'Ufficio per la Democrazia ( ! ), i Diritti Umani ( !!! ), e le Operazioni Internazionali del Consiglio per la Sicurezza Nazionale.

Mark D. Weinberg - Assistente-Segretario per l'Edilizia Abitativa e lo Sviluppo Urbano Douglas Feith - Sotto-Segretario alla Difesa (Politica di Difesa)

Michael Chertoff - Capo della Divisione Criminale del Ministero della Giustizia

Marc Grossman - Sotto-Segretario di Stato Daniel Kurtzer - Ambasciatore in Israele ( !!! )

Mel Sembler - Ambasciatore in Italia Cliff Sobel - Ambasciatore nei Paesi Bassi Stuart Bernstein - Ambasciatore in Danimarca Nancy Brinker - Ambasciatrice in Ungheria

Frank Lavin - Ambasciatore a Singapore

Ron Weiser - Ambasciatrice in Slovacchia

Martin Silverstein - Ambasciatore in Uruguay Alcune note sui più influenti neoconservatori sionisti dell'Amministrazione Bush

Paul Wolfowitz: già sottosegretario alla difesa nell'amministrazione di Bush padre, già ambasciatore americano in Indonesia, tutt'ora membro del Consiglio per le Relazioni Estere (CFR) organismo del Pentagono che consiglia il presidente sulla politica estera, membro del Gruppo di Strategia dell'Aspen Institute, Wolfowitz è, assieme a Richard Perle, il principale teorico della guerra preventiva unilaterale e della strategia del 'regime change' (riservato esclusivamente a tutti quelli stati arabi che potrebbero costituire un avversario strategico di Israele nel Medioriente).

Richard Perle: già Assistente-Segretario alla Difesa nel governo Reagan, soprannominato 'il principe nero', fino a poco tempo fa presidente del Consiglio per la Politica Estera (CFR) americana, poi dimessosi per interessi privati in pubblico ufficio (è stato per questo chiamato anche 'il falco imprenditore'), arricchitosi col traffico di armi verso Israele, è il gran sostenitore e finanziatore di Ahmed Chalabi che gli americani (e gli israeliani) hanno voluto a capo del governo fantoccio da loro istaurato in Irak. Elliot Abrahams: direttore dell'Ufficio per gli Affari Mediorientali a Washington, coinvolto, durante l'amministrazione Reagan, nella scellerata operazione Iran-Contras negli anni Ottanta (operazione congiunta Usa-Israele per fornire armi agli iraniani allora impegnati nella guerra all'Irak e contemporaneamente, con i soldi della vendita, acquistare armi e fornire sostegno ai Contras del Nicaragua in lotta contro il governo di sinistra nicaraguegno;

Lewis Libby: già Vice-Sotto-Segretario alla Difesa, e ancora importante membro del Consiglio per le Relazioni Estere presso il Pentagono. Laureato in Legge è stato difensore di Mark Rich, ebreo americano, finanziatore di Clinton ma ricercato dalla giustizia per frode fiscale. Perdonato da Clinton nell'ultimo giorno della sua presidenza, oggi Mark Rich vive in Lituania e dirige la società di trasporti marittimi internazionali a cui apparteneva la nave Erica affondata, piena di greggio, vicino alle coste francesi.

Dov S. Zackheim: altro influente membro del Consiglio per le Relazioni Estere (CFR), già Sotto-Segretario alla difesa nell'amministrazione Reagan, CEO della società System Planning Corporation International, consigliere di Condoleeza Rice, assieme a un altro ebreo americano, Richard Hass, direttore degli studi di politica estera e sicurezza presso la Brookings Institution di Washington.

Michael Chertoff: già dirigente del famoso studio legale Latham e Watkins, già Avvocato generale per lo stato di del New Jersey dal 1990 al 1994. A curato gli interessi del Sen. Alfonse D'Amato, grande rappresentante nelle istituzioni dell'Aipac, principale organizzazione della Lobby ebraica in America. Chiamato recentemente da Bush alla testa del dipartimento antiterrorismo sta modificando la Costituzione per adeguarla alla politica repressiva e liberticida del dopo 11 settembre. La prima cosa che salta agli occhi è che per mezzo di questo consistente gruppo di Likudniki la politica estera, di difesa e l'antiterrorismo americani sono saldamene in mano agli amici ebrei-americani di Sharon. Si tratta decisamente di una politica di guerra. I neoconservatori sionisti americani costituiscono il gruppo che dirige la lotta al terrorismo nel senso geopolitico in cui la intende Sharon, tutta a vantaggio dello stato di Israele e tutta contro i popoli arabi. Le prime vittime sono i palestinesi che devono smetterla, secondo Sharon, di rivendicare i territori occupati e devono accontentarsi, nella migliore delle ipotesi, di qualche bantustan circondato da colonie ebraiche, cinto dal muro dell'apartheid, isolato dal mondo arabo e dagli stessi palestinesi presenti nello stato d'Israele. La seconda vittima è il popolo e lo stato Iracheno. L'occupazione dell'Irak mette a disposizione delle grandi compagnie americane le ricchezze irachene, abbandona il popolo iracheno esclusivamente ai prodotti di consumo americani, protrae volutamente (e punta a istituzionalizzare al più presto) uno stato di divisione etnico e politico del popolo dell'Irak. La divisione dell'Irak è ad esclusivo vantaggio di Israele che vede così eliminato un potenziale nemico. Le altre vittime sono i popoli arabi vicini. Minacciati dalla presenza americana nella regione, devono accettare la supremazia politica, militare ed economica dello stato sionista in Medioriente e assicurare all'America costanti e tranquille forniture petrolifere da usare per la propria economia e con cui possibilmente ricattare l'Europa, la Cina e il resto del Mondo.


 

L'appello al termine di una serie di proteste
contro le manifestazioni di antisemitismo nel paese
Sharon: "Ebrei lasciate la Francia
Troppo razzismo, venite da noi"

La nazione ospita 600mila persone, la comuntà più estesa
DAL nostro corrispondente ALBERTO STABILE

 

GERUSALEMME - Fermamente convinto che per un ebreo, quale che sia il suo paese d'origine, non vi si posto migliore per vivere che Israele, ma al tempo stesso preoccupato dalle manifestazioni di antisemitismo cui è stata fatta oggetto di recente la comunità ebraica francese, Ariel Sharon ha lanciato ieri un appello agli ebrei di Francia invitandoli ad emigrare "immediatamente" in Israele. Per la verità, più che un invito, quello rivolto dal primo ministro israeliano è sembrato, almeno nei toni, un ordine: "Se devo difendere i nostri fratelli francesi dirò loro una cosa: venite in Israele prima possibile". E la tempesta diplomatica non s'è fatta attendere.

Quello dell'antisemitismo è un tema che a Sharon sta particolarmente a cuore. Ne ha fatto un cardine della sue relazioni sia con i paesi amici che nei riguardi dei paesi avversari. Sua è l'equazione in base alla quale anche criticare l'operato del governo israeliano costituisce manifestazione d'antisemitismo.

Nel caso della Francia c'è un dato di fatto rappresentato dal moltiplicarsi di episodi di violenza contro appartenenti alla comunità ebraica transalpina, quello che Sharon ha definito, "il propagarsi di un antisemitismo scatenato". Ma c'è anche un presidente, come Chirac che il premier israeliano nel contesto dello stesso discorso, ha sentito il dovere di elogiare per il forte impegno manifestato contro gli "atti di antisemitismo e la propaganda anti ebraica".

Eppure l'impegno del governo francese non sembra sufficiente. "In Francia, oggi, - ha detto Sharon, che si rivolgeva ai rappresentanti di organizzazioni ebraiche americane - circa il dieci percento della popolazione francese è rappresentata da musulmani, il che crea un diverso tipo di antisemitismo basato su sentimenti anti-israeliani e sulla propaganda anti-isreeliana". In breve, sembra di capire, è la presenza musulmana che fornisce il brodo di coltura del virus antisemita.

Tuttavia, è nella visione sionista di un'Israele patria e rifugio sicuro di tutti gli ebrei del mondo che il discorso di Sharon trova il suo riferimento più forte. Una visione che il primo ministro ha ribadito appena pochi giorni fa ricevendo all'aeroporto Ben Gurion un gruppo di 400 ebrei americani che avevano scelto di fare alyah, la salita, letteralmente, ovvero il ritorno Tella terra dei Padri. "Qui - aveva detto Sharon - sarete al sicuro, qui sarete nella vostra casa".

A ricevere quel gruppo di nuovi immigrati (immigrati di "qualità" ha notato un giornale riferendosi all'alto livello di istruzione dei nuovi arrivati) c'era anche il ministro delle Finanze, Benjamin Netanyahu, quello dell'Educazione, Limor Livnat, quello dell'assorbimento, Tzippi Livni, oltre, naturalmente, al Presidente dell'Agenzia ebraica, Salai Meridor. Segno, ha notato un osservatore israeliano, che "i pozzi dell'immigrazione si stanno esaurendo".

In effetti, il flusso potente che in pochi anni ha portato quasi un milione di russi a trasferirsi in Israele ha perso forza. Dagli Stati Uniti, nei primi sei mesi dell'anno, sono arrivate soltanto 530 persone, anche se gli specialisti dell'assorbimento si aspettano che alla fine del 2004 saranno tremila.

Dalla Francia, che ospita la più estesa comunità ebraica d'Europa (600 mila persone) s'è notato un aumento negli arrivi in coincidenza con gli anni peggiori della nuova intifada. Nel 2001 sono venuti in Israele 1139 nuovi immigrati. Nel 2002, ne sono arrivati 2481 e l'hanno scorso 2083. La curva sembra decrescere quest'anno con 685 trasferimenti nei primi sei mesi del 2004.

Di contro, le previsioni demografiche vedono la maggioranza ebriaca fortemente in difficoltà nei prossimi anni. Anche se il suo portavoce, Raanan Gissin ha voluto precisare che l'invito di Sharon "non riguardava soltanto gli ebrei francesi ma tutti gli ebrei del mondo".

( 19 luglio 2004 )

La comunicazione del'Eliseo dopo l'invito del premier israeliano
agli ebrei d'oltralpe vittime degli episodi di antisemitismo

Tensioni tra Francia e Israele
"Sharon non è benvenuto"

"Così almeno fino a quando non chiarirà le sue dichiarazioni"
Annullata visita in programma: "Nessuna ragione per l'incontro"

 

GERUSALEMME - Francia e Israele sarebbero ormai alla crisi diplomatica, dopo che il premier Ariel Sharon aveva invitato gli ebrei francesi a rifugiarsi subito in Israele visti i frequenti episodi di antisemitismo. Il presidente francese Jacques Chirac attraverso i suoi diplomatici ha informato Sharon che non è il benvenuto a Parigi. La notizia, anticipata dalla televisione israeliana e del sito internet del quotidiano Jerusalem Post, è stata confermata da un comunicato ufficiale dell'Eliseo. Sulla dichiarazione di Sharon ci sono state molte proteste da parte di politici e intellettuali francesi, mentre lo stesso premier israeliano aveva fatto sapere di "essere stato frainteso".

"La Francia ha chiesto spiegazioni in seguito alle dichiarazioni del signor Sharon", si legge nella nota diramata dall'ufficio di Jacques Chirac. "A partire da oggi un'eventuale visita del premier israeliano a Parigi, per cui non era stata fissata una data, non sarà presa in considerazione fino a quando non saranno arrivate spiegazioni".

Maurice Gourdault Montagne, consigliere diplomatico del presidente francese, aveva informato oggi il diplomatico israeliano Jacques Revah che il premier israeliano per il momento non è benvenuto in Francia.
Il diplomatico francese avrebbe precisato al suo omologo israeliano che "non c'è alcuna ragione di incontrare Sharon". E poi avrebbe elencato tutti i passi fatti dal paese d'oltralpe nella lotta contro l'antisemitismo, ricordando anche le aperture della Francia verso Israele, inclusa l'accoglienza calorosa riservata al presidente Moshe Katsav durante una recente visita all'Eliseo.

Ieri in un incontro con i leader delle comunità ebraiche, Sharon aveva consigliato ai 600 mila ebrei francesi di emigrare in Israele "al più presto", a causa della crescita dell'antisemitismo in Francia. Dichiarazione poi rettificata oggi dalla diplomazia israeliana: si trattava di uno dei "soliti" inviti a tutti gli ebrei sparsi nel mondo. Le dichiarazioni di Sharon hanno provocato in Francia reazioni di profonda irritazione del governo, ma anche dichiarazioni critiche della comunità ebraica.

( 19 luglio 2004 )

 

l'Unità

18.07.2004
Gaza si rivolta contro la corruzione. Ed Arafat è sempre più solo
di Umberto De Giovannangeli



 Il vento della rivolta soffia impetuoso per le strade di Gaza. E quel vento rischia di spazzar via anche l’uomo che da sempre incarna la causa palestinese: Yasser Arafat. Un leader sempre più solo e sempre più contestato. Tremila persone hanno manifestato già l’altra sera a Gaza City contro le decisioni di Arafat e contro la nomina del cugino del raìs, «Mussa il corrotto», a capo della sicurezza generale palestinese. La rabbia esplode nella notte tra sabato e domenica. Numerosi uomini armati prendono d’assalto, conquistano e incendiano, dopo aver liberato i detenuti, il comando dei servizi segreti militari, alle dipendenze di Mussa Arafat, a Khan Younis, nel sud della Striscia. L’attacco è rivendicato dalle Brigate Al Aqsa: «Annunciamo che abbiamo sciolto i servizi di informazione a Khan Younis e che i nostri combattenti ne controllano i locali», affermano in un comunicato, sottolineando che «questo è un messaggio chiaro a Mussa Arafat, il corrotto: non accettiamo la sua nomina, deve dimettersi». Dietro la rivolta dei gruppi armati di Gaza c’è anche lo scontro sotterraneo per il controllo della Striscia dopo l’annunciato ritiro israeliano del 2005 fra l’uomo forte di Gaza, Mohamed Dahlan, e gli uomini vicini a Arafat.

Sotto il vento della rivolta traballa nei Territori l’autorità finora indiscussa di Yasser Arafat. Il fallimento del processo di pace. Una corruzione dilagante. Il peggioramento delle condizioni di vita, in particolare nella Striscia. Riforme promesse e mai realizzate. Nei confronti dell’anziano raìs un tabù sembra essere stato infranto. «Ora non ci sono più vacche sacre. La nomina di Mussa Arafat da parte del presidente dimostra disprezzo per la gente e per le sue opinioni. E questo è intollerabile», dice un leader del Fatah, il vice ministro Sofian Abu Zaida. «O Arafat riesce a fare una rivoluzione all’interno della sua amministrazione o il popolo palestinese farà la rivoluzione contro di lui», gli fa eco Nabil, studente all’università islamica di Gaza City. Venerdì un’ondata di rapimenti di alti responsabili della sicurezza e di cittadini stranieri a Gaza da parte di gruppi armati vicini ad Al Fatah, il movimento presieduto da Arafat, ha dato un primo scossone al sistema di potere costruito attorno al capo dell’Anp. I rapitori hanno chiesto riforme interne e lotta alla corruzione, insieme all’assunzione nei servizi di sicurezza dei miliziani dell’Intifada. Richieste vicine a quelle che avanzano, con Dahlan, i riformisti in seno al Fatah che nelle ultime settimane hanno vinto le elezioni locali interne al movimento, prima che Arafat le sospendesse. I rapimenti di Gaza innescano una reazione di dimissioni a catena in polemica con la politica seguita finora da Arafat, che controlla personalmente tutto l’apparato della sicurezza, di lasciare agire indisturbati i gruppi armati che ormai dettano legge nei Territori. I primi a dimettersi sono stati il generale Amin Hindi, capo dei servizi di intelligence civili, e Rachid Abu Chbek, capo della sicurezza preventiva palestinese, con una lettera polemica a Arafat in cui denunciavano «una situazione di anarchia divenuta intollerabile». Sabato si è dimesso il premier Abu Ala. Arafat ne ha respinto le dimissioni, ma il premier intende insistere se non otterrà dal presidente l’impegno ad avviare vere riforme. «Il presidente Arafat respinge categoricamente le dimissioni, che secondo la legge non possono essere effettive. Ma nella sostanza le distanze tra i due restano invariate», spiega Saeb Erekat, ministro per gli affari negoziali, al termine di un incontro alla Muqata, il quartier generale dell’anziano raìs a Ramallah, tra Arafat e Abu Ala. Il drammatico faccia a faccia si protrae per oltre quattro ore. Erekat non nasconde la sua preoccupazione: «Il tessuto sociale della nostra società - ammonisce - rischia di essere distrutto». Fonti vicine al premier affermano che Abu Ala insiste per dimettersi se entro oggi, quando tornerà a riunirsi il governo dell’Anp, Arafat non avrà annunciato vere riforme interne dell’amministrazione palestinese, nel campo della sicurezza e contro la corruzione.
La nomina da parte del raìs di suo cugino Mussa Arafat quale nuovo capo della sicurezza generale palestinese ha suscitato una nuova ondata di rivolta, e nuove dimissioni. L’ultima, ieri, è stata quella del capo della polizia navale palestinese Jomaa Ghali, che avrebbe dovuto passare sotto il comando di Mussa. «La situazione attuale ci conduce verso la sedizione: in queste condizioni non posso continuare a assumere le mie funzioni», ha scritto a Yasser Arafat. Mussa Arafat, senza curarsi delle critiche, ha invece preso le sue nuove funzioni ieri a Gaza incurante delle minacce e delle manifestazioni di protesta: «Prendo ordini solo da sua eccellenza il presidente Arafat: è lui che mi ha nominato, ed è il solo che può chiedermi di lasciare»., dichiara ai cronisti, aggiungendo di essere pronto a combattere tutti i «potenziali nemici». E i combattimenti esplodono in serata a Rafah, nel sud della Striscia, quando un gruppo di diverse decine di miliziani delle Brigate Al Aqsa, si avvicinano al comando dell’intelligence militare di Mussa Arafat. Fra i miliziani di Al Aqsa e gli uomini dei servizi segreti militari presenti nell’edificio inizia una intensa sparatoria. Negli scontri, stando a fonti locali, resta ferito un passante.
Il «caos di Gaza» irrompe nei negoziati tra il premier israeliano Ariel Sharon e il Labour di Shimon Peres per la formazione di un governo di unione nazionale. Le trattative, iniziate ieri sera Tel Aviv, avvengono in un clima già segnato da sospetti e polemiche. Che il negoziato fosse in salita è risultato chiaro già in mattinata, nell’incontro riservato tra Peres e Sharon. Il premier, stando a fonti informate, avrebbe opposto un netto rifiuto alla richiesta del leader laburista di ridiscutere il programma politico ed economico del governo, ma avrebbe riconosciuto al Labour la facoltà di avanzare ogni richiesta che riterranno opportuna nel corso dei negoziati. Peres avrebbe inoltre chiesto di accelerare i tempi del ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza, che Sharon vorrebbe completare prima della fine dell’anno prossimo.


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