Sul
quotidiano Libero del 9 dicembre 2003 è riportata la traduzione di un articolo
dell'influente quotidiano israeliano di destra "Yediot Aharonot"
sulle leggi razziali in Italia, ne riporto uno stralcio:
Le leggi razziali in Italia
di
Yehoshua Porat
(dal quotidiano israeliano Yediot Aharonot)
.....
MANIFESTO DEGLI SCIENZIATI (ITALIANI n.d.r.) RAZZISTI
I
sedici anni di politica razzista del Regime illustrati
dal Segretario del Partito - "Con la creazione
dell'Impero la razza italiana è venuta in contatto con
altre razze; deve quindi guardarsi da ogni ibridismo e
contaminazione". - La posizione degli ebrei.
Il compito degli Istituti di Cultura Fascista
nell'Anno XVII.
Roma, 25 luglio 1938, notte.
Roma, 25 luglio 1938
DICHIARAZIONE SULLA RAZZA
(La ridicola, ma non per questo meno infame "Dichiarazione sulla razza" fu approvata da Gran consiglio del fascismo il 6 ottobre 1938, e venne pubblicata sul "Foglio d'ordine" del Partito nazionale fascista, il 26 ottobre 1938)
Il
Gran Consiglio del Fascismo, in seguito alla conquista dell'Impero, dichiara
l'attualità urgente dei problemi razziali e la necessità di una coscienza
razziale. Ricorda che il Fascismo ha svolto da sedici anni e svolge un'attività
positiva, diretta al miglioramento quantitativo e qualitativo della razza
italiana, miglioramento che potrebbe essere gravemente compromesso, con
conseguenze politiche incalcolabili, da incroci e imbastardimenti. Il problema
ebraico non è che l'aspetto metropolitano di un problema di carattere generale.
Il Gran Consiglio del Fascismo stabilisce:
Ebrei ed ebraismo
Ebrei di cittadinanza italiana
Il Gran Consiglio del Fascismo, circa l'appartenenza o meno alla razza ebraica,
stabilisce quanto segue:
Discriminazione fra gli ebrei di
cittadinanza italiana
Nessuna discriminazione sarà applicata - escluso in ogni caso l'insegnamento
nelle scuole di ogni ordine e grado - nei confronti di ebrei di cittadinanza
italiana - quando non abbiano per altri motivi demeritato - i quali appartengono
a:
Gli altri ebrei
I cittadini italiani di razza ebraica, non appartenenti alle suddette categorie,
nell'attesa di una nuova legge concernente l'acquisto della cittadinanza
italiana, non potranno:
a) essere iscritti al Partito Nazionale Fascista;
b) essere possessori o dirigenti di aziende di qualsiasi natura che impieghino cento o più persone;
c) essere possessori di oltre cinquanta ettari di terreno;
d) prestare servizio militare in pace e in guerra. L'esercizio delle professioni sarà oggetto di ulteriori provvedimenti.
Il Gran Consiglio del Fascismo decide inoltre:
Cattedre di razzismo
Il Gran Consiglio del Fascismo prende atto con soddisfazione che il Ministro
dell'Educazione Nazionale ha istituito cattedre di studi sulla razza nelle
principali Università del Regno.
Alle camicie nere
Il Gran Consiglio del Fascismo, mentre nota che il complesso dei problemi
razziali ha suscitato un interesse eccezionale nel popolo italiano, annuncia ai
Fascisti che le direttive del Partito in materia sono da considerarsi
fondamentali e impegnative per tutti e che alle direttive del Gran Consiglio
devono ispirarsi le leggi che saranno sollecitamente preparate dai singoli
Ministri
PROVVEDIMENTI
PER LA DIFESA DELLA RAZZA NELLA SCUOLA FASCISTA
(il 5 settembre del 1938 venne emanato questo decreto che con infamia
cacciava via i cittadini italiani di religione ebraica dalle Scuole Pubbliche e
dalle Università)
REGIO DECRETO XVI, n. 1390
Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista
VITTORIO EMANUELE III PER GRAZIA DI DIO E PER LA VOLONTÀ DELLA NAZIONE RE D'ITALIA IMPERATORE D'ETIOPIA
Visto l'art. 3, n.2, della legge 31
gennaio 1926-IV, n.100;
Ritenuta la necessità assoluta ed urgente di dettare disposizioni per la difesa
della razza nella scuola italiana;
Udito il Consiglio dei Ministri;
Sulla proposta del Nostro Ministro Segretario di Stato per l'educazione
nazionale, di concerto con quello per le finanze;
Abbiamo decretato e decretiamo;
Ordiniamo che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserto
nella raccolta delle leggi e dei decreti del Regno d'Italia, mandando a chiunque
spetti di osservarlo e di farlo osservare.
Dato a San Rossore, addì 5 settembre 1938 - Anno XVI Vittorio Emanuele
Mussolini, Bottai, Di Revel
PRIMO CENSIMENTO DI RAZZISTI
(Elenco di personalità italiane che pubblicamente si schierarono a favore dei provvedimenti razzisti del Regime)
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Cresce la protesta contro Sharon. I refusenik accusati di «intesa con il nemico in tempo di guerra» per aver detto no alle esecuzioni mirate nei Territori occupati
Israele, 200 professori si schierano con i piloti
Giancarlo Lannutti
Liberazione 2 ottobre 2003
Una rivolta morale
Appello agli studenti
«Il problema è l'occupazione»
La Rivista del Manifesto numero 28 maggio 2002
Dossier Palestina
LA DESTRA ISRAELIANA
Paolo Di Motoli
La Rivista del Manifesto
Nella storiografia israeliana
IL PARADIGMA SIONISTA
Vincenzo Pinto
http://digilander.libero.it/pitb/ttp.htm
http://digilander.libero.it/pitb/ttp1.htm
http://digilander.libero.it/pitb/ttp2.htm
LA
TERRA TROPPO PROMESSA
SIONISMO,
IMPERIALISMO
E NAZIONALISMO ARABO IN PALESTINA
MASSIMO MASSARA, 1979
.
A chi non è informato
parrai ragionar male
anche se dirai cose assennate.
EURIPIDE,
"Le baccanti"
Capitolo 2
IL
SIONISMO
1. I
precursori del sionismo
2. Moses Hess, il "rabbino comunista"
3. Jehudah Leib Pinsker e I'autoemancipazione
4. Theodor Herzl
5. II Programma di Basilea
6. I progetti di el-Arish e dell'Uganda
7. II sionismo territorialista
8. II sionismo spirituale: Ahad Ha-am, il "rabbino
agnostico"
9. La scelta binazionale: Magnes e Buber
10.Sionismo e socialismo
11.Ber Borochov e il sionismo socialista
12.II sionismo armato: Jabotinsky e il revisionismo
13.Un primo bilancio provvisorio
Capitolo 3
IL NAZIONALISMO ARABO
1. Gli
albori della rinascita
2. Interessi dinastici e riforma religiosa
3. ll problema nazionale nell'Impero Ottomano
4. Il patriottismo territoriale di al-Tahtawi
5. Il panislamismo antimperialista di al-Afghani
6. Il fondamentalismo islamico di Muhammad Abduh
7. L' illuminismo siriano: Butrus al-Bustani e Nasif
al-Yaziji
8. Nascita del movimento nazionale arabo
9. Abd al-Rahman al-Kawakibi
10.Nazionalismo arabo e antisionismo: Rashid Rida
11.Negib Azoury e il risveglio della nazione araba
Capitolo 4
SIONISMO E NAZIONALISMO PALESTINESE
1.
"Casa di Giacobbe, venite, camminiamo"
2. La prima aliyah e l' inizio della colonizzazione ebraica
3. La seconda aliyah
4. La resistenza palestinese alla colonizzazione ebraica
5. L'antisionismo palestinese
6. Una coesistenza difficile ma non impossibile
7. Giovani Turchi e nuovi arabi
Capitolo 5
LA PRIMA GUERRA MONDIALE
1.
L'entrata in guerra dell'Impero Ottomano
2. Le operazioni militari 1914-1916
3. La comunita ebraica palestinese e la guerra (1914-1916)
4. La repressione del nazionalismo arabo
5. La rivolta araba
6. L'evacuazione degli ebrei di Giaffa. Il Nili
7. La Commissione sionista. L'incontro FaisaI-Weizmann
8. La crociata di Allenby
9. La battaglia di Megiddo
10.Gli arabi, gli ebrei e la guerra: Miti e realtà
11.Le legioni ebraiche
12.Il contributo arabo
Capitolo 6
LA TERRA TROPPO PROMESSA
1. I
piani di spartizione imperialista dell'Impero Ottomano
2. L'accordo Hussein-McMahon
3. L'accordo Sykes-Picot
4. La Dichiarazione Balfour
5. La Germania, la Turchia e le aspirazioni sioniste
6. Il messaggio di Hogarth
7. La comunicazione dell'8 febbraio 1918
8. La dichiarazione ai Sette
9. La Dichiarazione anglo-francese del 7 novembre 1918
Capitolo 7
LA SPARTIZIONE IMPERIALISTICA E IL RIFIUTO ARABO
1. Le
posizioni francese, britannica, sionista, araba e
statunitense sulla Palestina
2. L'accordo Faisal-Weizmann
3. La conferenza della pace
4. La commissione King-Crane
5. La conferenza di San Remo
6. L' inizio della resistenza palestinese
1.Gli ebrei e la Palestina
Gruppi molto piccoli di ebrei avevano continuato a vivere in Palestina anche dopo che la maggioranza della popolazione ebraica aveva abbandonato il paese disperdendosi ai quattro angoli della Terra. Gaza, Hebron, Gerusalemme, Nablus, Haifa, Shafer Am, Tiberiade e, soprattutto Safed e la zona circostante sono località nelle quali è accertata la presenza di nuclei di ebrei ininterrottamente almeno dal XIII secolo, cioè dall'epoca immediatamente successiva alla fine delle crociate.
Dagli inizi del XIX secolo la popolazione ebraica della Palestina era più che raddoppiata, passando da circa 10.000 invidui nel 1800 a 24.000 nel 1880. Tuttavia, questi ebrei si accontentavano di vivere in sostanziale buona armonia con la popolazione araba e non pensavano affatto a creare nel paese un loro Stato, tutto ed esclusivamente ebraico. Per loro il vivere in Palestina era una scelta religiosa positiva e qualsiasi idea di restaurazione di uno Stato ebraico era considerata con estremo sospetto come una manifestazione di pseudo-messianismo sacrilego.
Nel generale quadro di arretratezza del paese, gli ebrei palestinesi non rappresentavano certo un elemento sociale economicamente e culturalmente attivo e avanzato. Negli anni precedenti il periodo delle riforme del Tanzimat, essi costituivano "la comunità più depressa in Siria e in Palestina". Gli ebrei palestinesi formavano un gruppo umano amorfo, miserabile ancor più che povero, nemico di ogni progresso, chiuso al nuovo, tutto teso a salvaguardare e perpetuare gelosamente la propria ebraicità, intesa in un senso molto angusto e limitato.
Si trattava di un gruppo umano vivente in un quadro sociologico ancora medievale, caratterizzato da un estremo sottosviluppo culturale e intellettuale oltre che economico. La principale risorsa economica di questi ebrei palestinesi erano le misere sovvenzioni inviate dai loro correligionari europei e da qualche ricco filantropo, che consideravano un pio dovere l'assistere materialmente i loro fratelli in Terra Santa. Questo aiuto non aveva solo carattere caritatevole ma simbolizzava anche un legame, esprimeva anche simpatia e autoidentificazíone con quanti avevano deciso di passare la loro vita in Palestina dedicandosi allo studio e alla devozione. Tuttavia, questa carità soffocava ogni spirito di iniziativa e favoriva un modo di vita improduttivo e parassitario. Ai nativi del luogo si aggiungevano di tanto in tanto ebrei provenienti da paesi diversi e lontani, attratti a Gerusalemme, come scriveva Marx nel 1854, "solo dal desiderio di abitare nella valle di Giosafat e di morire nel luogo dove è atteso il redentore".
Sulla condizione degli ebrei in Palestina prima dell'inizio dell'immigrazione degli anni 80, esiste una preziosa testimonianza di Charles Netter, sotto forma di un rapporto sulla situazione degli israeliti d'Oriente presentato al Comitato centrale dell'Alliance israélite universelle nella seduta dell'11 gennaio 1869. Secondo la valutazione del Netter, la popolazione ebraica della Palestina era allora (1868) di circa 13.000 persone. I nove decimi di questi ebrei vivevano concentrati a Gerusalemme, Hebron, Safed e Tiberiade. Piccolissimi gruppi risiedevano a Giaffa, Haifa, Acri, Nablus e Ramleh. Complessivamente meno di 400 persone (il 15 per cento dei circa 2500 maschi adulti) erano impegnate in attività produttive (commercio e artigianato), mentre considerevole era il numero di coloro che si dedicavano all'insegnamento o allo studio del Talmud (si trattava di gente, come notava Netter, che aveva risolto "il problema di passare la vita studiando e di morire senza aver nulla appreso").
Le attività artigiane esercitate erano quelle di sarto, ciabattino, lattoniere, intarsiatore, legatore, orefice e orologiaio. Il commercio consisteva nell'importazione e nella vendita di oggetti comuni di consumo locale. In tutta la Palestina, Netter aveva avuto notizia di due soli ebrei agricoltori che, del resto, nei loro appezzamenti di terra impiegavano manodopera araba. La maggior parte degli ebrei di Palestina erano nati nel paese. Tuttavia era in aumento il numero di quelli che venivano da fuori, sia per sottrarsi alle persecuzioni antíebraiche, sia per finire i loro giorni nella Terra Santa.
Come ricordato, la principale risorsa economica di questa gente miserabile erano le sovvenzioni mandate dai loro correligionari europei, soprattutto polacchi. Il livello culturale corrispondeva alla disastrosa realtà economico-sociale. Grazie ai sussidi europei, a Gerusalemme funzionavano tre scuole (due maschili, una femminile) in cui alcuni volonterosi maestri locali insegnavano l'ebraico e le quattro operazioni a circa centosessanta bambini (alcuni dei quali già sposati). Va sottolineato il fatto che questi scolari ricevevano dalla scuola il vestiario, e i loro genitori sussidi in denaro, per cui è lecito ritenere che questi stimoli materiali non fossero del tutto estranei alla decisione di mandare i bambini a scuola. Nelle altre città della Palestina non c'era nemmeno questa parodia di istruzione.
Il quadro sociologico in cui vivevano gli ebrei palestinesi (gente chiusa e ignorante che si rifiutava ostinatamente a ogni rapporto non superficiale con il mondo circostante) era, come già detto, ancora sostanzialmente medievale. "Ma -si chiedeva Netter- se l'insegnamento in queste scuole fosse meno esclusivamente ebraico; più complesso sotto il rapporto della religione e della morale, se le scienze profane vi trovassero uno spazio maggiore, se istituzioni di questo genere fossero diffuse nel paese, tutto ciò cambierebbe la situazione dal punto di vista materiale? Verrebbe sanata questa piaga del pauperismo favorito da duemíla anni da una carità più attiva che intelligente? Questi affamati vengono a chiederci pane, vestiti. Non il pane dell'elemosina ma quello del lavoro! ".
Netter rilevava la volontà di questi ebrei di dedicarsi a un lavoro, ma registrava anche il fallimento dei tentativi fatti negli anni precedenti da sir Moses Montefiore sia nel campo dell'industria sia in quello dell'agricoltura. Le cause di quei fallimenti andavano ricercate sia nelle condizioni economiche generali del paese, di cui non si era tenuto adeguato conto, sia nell'inettitudine di quanti si erano improvvisati agricoltori. Dal canto suo, Netter riteneva che il riscatto economico e sociale degli ebrei palestinesi passasse attraverso il lavoro della terra e che le associazioni come l'Alliance israélite universelle dovessero preparare il quadro generale di questa trasformazione degli ebrei di Palestina in agricoltori, creando un'istituzione nella quale la futura generazione avrebbe dovuto essere addestrata al lavoro della terra. Quanto alla generazione presente, le sue sofferenze avrebbero dovuto essere alleviate con opportune iniziative filantropiche.
Gli ebrei palestinesi vivevano chiusi nel loro anacronistico mondo di miseria e di ignoranza senza essere eccessivamente importunati dalla popolazione araba musulmana. Come è stato rilevato, "malgrado la decadenza generale dell'Impero Ottomano nel XIX secolo, la Turchia restava fedele al suo atteggiamento liberale nei confronti degli ebrei i quali non avevano di che lamentarsi né del governo, né della popolazione musulmana".
Una preziosa testimonianza in merito ci è stata lasciata nella sua corrispondenza diplomatica dal ministro degli Stati Uniti a Costantinopoli, Horace Maynard. Nel 1877, Maynard ordinava ai consoli statunitensi nell'Impero Ottomano di "osservare attentamente la condizione degli ebrei all'interno dei loro distretti consolari e di riferire senza ritardo alla legazione ogni caso di persecuzione o di altro maltrattamento, richiamando su di essi in forma non ufficiale l'attenzione dei governatori o di altre autorità ottomane".
In un dispaccio del 27 giugno 1877 al segretario di Stato William M. Evarts, Maynard faceva quella che è stata definita "un'accurata descrizione della situazione degli ebrei in Turchia, prima della (prima) guerra mondiale": "Giustizia nei confronti dei turchi vuole che io dica che essi hanno trattato gli ebrei molto meglio di quanto non li abbiano trattati alcune potenze occidentali dell’Europa. Quando furono espulsi dalla Spagna essi trovarono asilo in primo luogo in Turchia, dove i loro discendenti vivono tutt’ora, distinguendosi dai loro correligionari per l'uso della lingua spagnola. Prevale l'impressione che sotto il governo turco il trattamento degli ebrei sia migliore di quello dei cristiani. Essi sono riconosciuti come una comunita religiosa indipendente, con il privilegio di avere le loro proprie leggi ecclesiastiche, e il loro rabbino capo (Hakham bashi) gode, grazie alle sue funzioni, di grande influenza. " Ieri, durante il mio incontro settimanale con il ministro degli affari esteri [Mehmet Esat Saffet Pascià], ho introdotto questo argomento. Sua eccellenza ha protestato che dove prevale la legge turca gli israeliti hanno sempre goduto di tutti i privilegi e le immunità accordati dalle leggi ai sudditi ottomani". Come è stato osservato, "in Palestina i dominatori ottomani trattavano gli ebrei con tolleranza e benevolenza".
Prima dell’Hatti Sherif di Gulhane – il rescritto imperiale del 3 novembre 1839 con il quale il sultano Abdulmecit I inaugurava il periodo delle riforme nell’Impero Ottomano (Tanzimat) – gli ebrei (come del resto i cristiani, sia pure in misura minore perché protetti dalle potenze europee), pur godendo di una certa autonomia all’interno della loro comunità e pur non incontrando sostanzialmente ostacoli nella pratica della loro religione, erano considerati e trattati come sudditi di seconda categoria e non godevano della pienezza dei diritti riconosciuti ai musulmani. Nulla comunque di paragonabile alle discriminazioni e interdizioni che colpivano gli ebrei nei paesi europei. Innanzitutto dovevano pagare una speciale tassa (cizye o harac; in arabo: Jiziah o kharaj ra’asi) per la protezione (zimmet; in arabo: dhimmet) concessa loro dal potere ottomano e per l'esenzione dal servizio militare. In secondo luogo godevano di una tutela limitata rispetto ai musulmani da parte dei tribunali. Inoltre, non erano eleggibili alle più alte cariche amministrative, non potevano portare armi, andare a cavallo nei centri abitati, indossare abiti musulmani. Nella sfera religiosa non potevano fare opera di proselitismo fra i musulmani né edificare nuovi luoghi di culto.
Queste limitazioni erano state eliminate di fatto nel periodo in cui (1831-1841) la Palestina e la Siria erano state governate da Ibrahim Pascià, figlio del vali d’Egitto, Mohammed Ali. Con l'Hatti Sherif di Gulhane, che estendeva le riforme del Tanzimat senza eccezione a tutti i sudditi della Porta, "a qualsiasi religione o setta essi appartengano", gli ebrei ottomani avevano ottenuto l'uguaglianza giuridica con gli altri abitanti dell’impero. L'Hatti Humayun promulgato dal sultano Abdulmecit I nel febbraio 1856 (alla vigilia della conferenza di Parigi che avrebbe messo fine alla guerra di Crimea e avrebbe riconosciuto – articolo 7 del trattato sottoscritto a conclusione della conferenza – "la Sublime Porta ammessa a partecipare ai vantaggi del diritto pubblico e del concerto europeo"), pose su basi giuridiche ancor più salde l'emancipazione della popolazione non musulmana. L'Islahat Fermani (decreto di riforma) del febbraio 1856 concedeva per la prima volta e in modo espresso e categorico piena eguaglianza giuridica alle "comunità cristiane e agli altri sudditi non musulmani". Le norme del decreto garantivano una completa libertà religiosa e l'eguaglianza di fronte alla legge e al fisco. In particolare, venivano abrogate le due maggiori misure discriminatorie che per secoli avevano indicato l'inferiorità dei non musulmani: la tassa per la protezione e il divieto di portare armi. Queste importanti riforme incontrarono l'aspra reazione della popolazione musulmana che si scatenò con violenza inaudita contro i cristiani. L'agitazione anticristiana, caratterizzata da violenze d’ogni genere e da omicidi, culminò nei massacri di Aleppo (1850), Nablus (1856) e Damasco (1860). Va però rilevato che gli "umili e discreti ebrei", che avevano avuto la prudenza di non ostentare l'ottenuta eguaglianza in modo da provocare la suscettibilità dei musulmani, non vennero coinvolti nemmeno marginalmente in questi tragici disordini. Certo, non bisogna farsi un quadro troppo idilliaco dei rapporti tra arabi ed ebrei. Va rilevato, tuttavia, che le prime significative manifestazioni di ostilità antiebraica (o, più esattamente, antisionista) si avranno in Palestina solo a partire dagli anni 80 del XIX secolo, quando avra inizio l'immigrazione sionista nel paese.
Fino a questa data, anche se non mancheranno episodi circoscritti di violenza individuale, gli ebrei subiranno quasi esclusivamente le molestie dei numerosissimi missionari delle varie confessioni cristiane (verso la fine del secolo a Gerusalemme la loro percentuale rispetto alla popolazione totale era incomparabilmente più elevata che in qualsiasi altra citta del mondo), che, essendo proibito per legge far opera di proselitismo tra i musulmani, avevano scelto come campo di evangelizzazione la comunità dei seguaci della religione mosaica e suscitavano con il loro comportamento invadente aspre e interminabili dispute religiose. Come scriveva Marx in un articolo del 1854, "per rendere ancora più infelici questi ebrei, nel 1840 [in realta nel 1841], Inghilterra e Prussia hanno nominato a Gerusalemme un vescovo anglicano, con il compito apertamente dichiarato di convertirli. Nel 1845 costui è stato bastonato di santa ragione e decisamente, in egual misura da ebrei, cristiani e turchi [cioe musulmani]. Si può ben dire che egli è divenuto nei fatti la prima e unica occasione di un accordo fra tutte le religioni a Gerusalemme".
Gli ebrei palestinesi, in prevalenza sefarditi, originari cioè del bacino del Mediterraneo, non costituivano un gruppo sociale omogeneo, ma erano frazionati sulla base della diversa origine nazionale, della lingua (se ne parlavano un vero mosaico: yiddish, arabo, ladino, tedesco, francese, inglese, persiano, georgiano) e delle congregazioni di carità di appartenenza. I vari gruppi conservavano la lingua e i costumi dei paesi d’origine, e poiché non comprendevano la lingua gli uni degli altri, per intendersi tra di loro erano costretti a parlare l'ebraico biblico, prima ancora che Eliezer Ben Yehuda resuscitasse la lingua ebraica dopo oltre duemila anni di letargo .
Gli ebrei palestinesi vivevano del tutto isolati da quelli della diaspora e questi ultimi non avevano nessun rapporto con la "terra dei padri". Secondo una leggenda saldamente consolidata e ampiamente accettata, e perciò tanto più dura a essere sfatata, gli ebrei, scacciati definitivamente dalla loro "patria storica" dalle legioni romane, per quasi duemila anni non avrebbero avuto altra aspirazione, altro scopo nella vita, che tornare in Palestina per rifondarvi il loro Stato nazionale. Nulla di più falso. Già dopo l'esilio babilonese, che coinvolse oltre al re di Giuda Ioiachin e al profeta Ezechiele circa 10.000 dei più importanti ebrei, nonostante l'autorizzazione concessa nel 538 a.C. dal re di Persia Ciro a tornare nella terra dalla quale erano stati deportati, solo una parte degli ebrei optarono per il rimpatrio in Palestina: 42.360 secondo Esdra. E' vero che in un salmo spesso citato per dimostrare "l'esistenza di un attaccamento di quasi 40 secoli dell'anima ebraica alla Palestina", è detto: "Sulle rive dei fiumi di Babilonia ci siamo seduti e abbiamo pianto al ricordo di Sion " (Salmo 137, 1-2), ma non è men vero che la maggior parte degli ebrei preferirono continuare a piangere e a sedere in Mesopotamia. "Solo una piccola minoranza approfittò della concessione del permesso di tornare (in Palestina) e di ricostruire il Tempio e la città di Gerusalemme. La maggior parte, certamente i più ricchi e le famiglie piu influenti, furono riluttanti ad abbandonare le loro case e istituzioni per partire verso nuove avventure. Durante l'intero periodo successivo ebrei vissero in gran numero in tutta la Babilonia, a sud come a nord, sotto i loro dominatori persiani".
La piu importante comunità ebraica rimase, dalla seconda metà del primo millennio a.C., quella della Mesopotamia con le sue Accademie che hanno prodotto il Talmud di Babilonia e con il suo esiliarcato (governo dell’esilio) che continuò a esistere, sia pure con alterna fortuna ma senza soluzione di continuita, a partire da Ioiachin, ultimo re di Giuda, fino al 1058 quando Yehizkiyyahu, 1’ultimo " Rashe Galuyyoth " (capo dell’esilio, esiliarca) morì sotto la tortura a Baghdad nel mezzo della scintillante civiltà del califfato abbasside.
A dispetto di tutte le costruzioni fantastiche che sono state fatte in merito dai suoi apologeti, il sionismo è un fenomeno moderno che non affonda affatto le sue radici nella millenaria storia ebraica: il sionismo, naturalmente, inteso come aspirazione politica al ritorno a Sion, nella "terra dei padri", dove solo avrebbe potuto realizzarsi il "destino" del popolo ebraico.
Dopo la prima dispersione (cattività babilonese), che era stata parziale e dalla quale, come si è visto, erano tornati solo una parte degli esiliati e dei loro discendenti, gli ebrei non furono più espulsi o deportati in massa dalla Palestina ma se ne andarono spontaneamente. Contrariamente a quanto è stato sostenuto e si continua a sostenere, la conquista romana di Gerusalemme nel 70 non ebbe come conseguenza l'esilio dalla Palestina degli ebrei, che continuarono a costituire la maggioranza della popolazione in Giudea e in Galilea. Nemmeno la rivolta antiromana di Bar Kokhba del 132-135 ebbe come conseguenza la cacciata dalla Palestina degli ebrei, che per tutto il II secolo continuarono a vivere in Galilea, in altre regioni della Palestina e nell’attuale Transgiordania. Ancora al tempo della conquista musulmana vivevano in Palestina consistenti gruppi di ebrei che ebbero una parte nel successo arabo contro i bizantini, così come, pochi anni prima, avevano favorito la conquista sassanide della Siria-Palestina.
Gli ebrei, quindi, non sono stati scacciati con la forza dalla Palestina, ma se ne sono andati spontaneamente per motivi economici o di altro tipo, finendo col fondersi con i popoli del bacino del Mediterraneo. "Non di rado l'emigrazione era il risultato di cause economiche come, ad esempio, i movimenti degli ebrei dalla Palestina verso l'Egitto a causa della carestia, o l'emigrazione moderna dall’Europa orientale verso l'America a causa delle difficili condizioni economiche [...]. La tendenza generale del movimento ebraico fino al secolo XIX fu pressappoco la seguente: nella prima metà di questo periodo gli ebrei si spostarono dai paesi di cultura economica inferiore verso paesi di alta cultura economica, come l'Egitto e la Babilonia, mentre nella seconda metà di questo periodo emigrarono da paesi di alta cultura economica verso quelli di cultura economica bassa, come l'Europa orientale " o l'Impero Ottomano, dove però erano al riparo dalle persecuzioni.
Dal canto loro, gli ebrei rimasti in Palestina si sono fusi con le altre popolazioni del paese finendo con l'arabizzarsi. Le ricerche etnologiche dimostrano, con buona pace dei sostenitori della "purezza" del popolo ebraico, che gli ebrei contemporanei discendono solo in minima parte dagli antichi ebrei e sono nella stragrande maggioranza elementi giudaizzati, spesso nemmeno di origine semitica, originari del bacino del Mediterraneo e delle regioni meridionali dell'attuale Unione Sovietica, per non parlare degli ebrei neri d'Etiopia, i falascià, solo di recente riconosciuti come ebrei a tutti gli effetti dalle autorità civili e religiose israeliane.
Per 18 secoli la storia della Palestina è rimasta estranea agli ebrei, non per una sorta di coatta cattività, ma per la sostanziale estraneità degli ebrei a questa terra. Una significativa riprova di ciò si trova nella cosiddetta "Corrispondenza Khazara", uno scambio di lettere avvenuto dopo il 954 e prima del 961 tra Hasdai Ibn Shaprut, probabilmente la più rappresentativa figura dell' "eta d'oro" degli ebrei spagnoli (900-1200), primo ministro del califfo di Cordova, e il re dei khazari, Giuseppe.
Al sovrano del regno ebraico dei khazari, Ibn Shaprut scriveva: "Sento il bisogno di conoscere la verità, se esiste realmente in questa terra un luogo in cui il tormentato Israele puo governare se stesso, in cui non è assoggettato a nessuno. Se venissi a sapere che le cose stanno davvero così, non esiterei a rinunciare a tutti gli onori, a dimettermi dal mio elevato incarico, ad abbandonare la mia famiglia, e a viaggiare per monti e pianure, per terra e per mare, finché non giungessi nel luogo dove regna il mio signore, il re [ebreo]. [...] Ho anche un’altra richiesta: essere informato se siete a conoscenza della [possibile data] del Miracolo Finale [la venuta del Messia] che, errando di paese in paese, stiamo aspettando. Disonorati e umiliati nella nostra dispersione, abbiamo ascoltato in silenzio coloro che dicono: Ogni nazione ha la propria terra; solo voi [ebrei] non possedete nemmeno un’ombra di un paese su questa terra".
Questa lettera, considerata come una delle più antiche manifestazioni del sionismo, è interessante sotto due aspetti. Da una parte perché testimonia quanto fosse sentita dagli ebrei la menomazione per il fatto che solo Israele, fra le nazioni, non avesse una terra, uno Stato propri, e quanto profonda fosse l'aspirazione alla restaurazione di uno Stato ebraico; dall’altra, però, perché mostra anche che la rinascita nazionale ebraica non era per nulla collegata alla "terra dei padri". Anche l'invocazione rituale "l'anno prossimo a Gerusalemme" che per secoli ha continuato a riecheggiare nelle preghiere degli ebrei per la Pasqua e per il giorno del Grande Perdono (Yom Kippur), è sempre stata rivolta a un'ideale città celeste, che ha un suo proprio posto solo nell'ufficio divino e nelle aspirazioni ultraterrene, piuttosto che alla concreta e reale citta di Gerusalemme.
Nemmeno la cronica e bestiale persecuzione a cui gli ebrei sono stati sottoposti nel corso dei secoli ha mai suscitato, fino ai giorni nostri, un moto politico di rimpatrio e di restaurazione della patria ebraica in Palestina. E' vero che falsi profeti, falsi messia e sedicenti illuminati -si pensi, per esempio, al "messia" di Smirne Sabbatai Zvi, che nella seconda metà del XVII secolo suscitò un'immensa speranza di redenzione nei ghetti dell'Europa orientale e occidentale- sfruttarono di tanto in tanto la nostalgia tenuta debolmente accesa da una rigida tradizione religiosa, e tentarono di realizzare il sogno del ritorno a Sion; ma tutti i loro tentativi mistico-religiosi, utopistici quando non semplicemente truffaldini, fallirono miseramente, spesso in un clima farsesco come, appunto, nel caso di Sabbatai Zvi che, messo dopo varie peripezie di fronte alla scelta tra il martirio e la conversione all’Islam, si affrettò a farsi musulmano.
Beniamino di Tudela, che visitò la Palestina nel 1170, stimò che la popolazione ebraica vi fosse di 1440 persone. Secondo un viaggiatore italiano di Livorno, nel 1523 erano circa 3700 divisi tra Gerusalemme (1500), Safed (1500) e altre località (700). Nel XIV secolo, quando vi fu un limitato movimento immigratorio di ebrei dalla Germania, gli ebrei palestinesi li accolsero con ostilità e distrussero la sede che i nuovi arrivati avevano creato per la loro comunità. Gli ebrei scacciati dalla Spagna e dal Portogallo alla fine del XV secolo non emigrarono in Palestina, ma preferirono riversarsi in Olanda, in Gran Bretagna, in Italia e in Germania. Anche quando, nel XVI secolo, dopo aver conquistato la Palestina, il sultano ottomano Selim I Yavuz (il Crudele) permise e favorì l'afflusso di ebrei nel paese, non più di 10.000 nel corso di una generazione vi si stabilirono. Ancora all’inizio del XIX secolo, in tutta la Palestina si contavano non più di 10.000 ebrei, 2-3000 dei quali vivevano, secondo Seetzen, a Gerusalemme, in buona armonia con gli arabi, anzi in gran parte arabizzati.
2. Gli arabi e la Palestina
Nel 1880 la Palestina era una regione dell'Impero Ottomano ed era generalmente considerata una parte della Grande Siria. Con la riforma provinciale del 1864, l'Impero Ottomano era stato diviso in vilayet (province) governati da vali. Ogni vilayet era diviso in sanjak (sangiaccati) amministrati da mutasarrif. Il sangiaccato era diviso in kaza (distretti) amministrati da kaymakam. Il kaza era infine suddiviso in nahiye (unione di villaggi adiacenti con una popo1azione complessiva da 5000 a 10.000 abitanti) affidati alla responsabilita di mudir.
La Palestina, che faceva parte del vilayet di Sham (Siria), era stata divisa nei tre sangiaccati di: Acri, con cinque kaza (Acri, Haifa, Safed, Nazareth, Tiberiade); Nablus -fino al 1888 chiamato Belqa- con tre kaza (Nablus, Jenin, Tulkarem); Gerusalemme con cinque kaza (Gerusalemme, Giaffa, Gaza, Hebron, Beersheba). Nel 1887 il sangiaccato di Gerusalemme, in quanto sede dei Luoghi Santi, divenne un mutasarriflik indipendente il cui mutasarrif era responsabile direttamente nei confronti del governo centrale di Costantinopoli, dei suoi ministeri e dipartimenti di Stato. Nel 1888, quando venne creato il vilayet di Beirut, gli altri due sangiaccati palestinesi vennero compresi nel suo territorio. Quindi, nel periodo che ci interessa, la Palestina meridionale e centrale era governata da Gerusalemme e quella settentrionale da Beirut.
Secondo il geografo francese Vital Cuinet, i tre quarti della popolazione palestinese erano concentrati nel mutasarriflik di Gerusalemme, dove c'era più terra arabile che nell'aspro e montagnoso nord del paese. La maggioranza della popolazione era costituita da musulmani sunniti. Circa il 16 per cento della popolazione totale era costituito da arabi cristiani, molti dei quali vivevano a Gerusalemme, Betlemme, Giaffa, Nazareth e Haifa. Nelle zone settentrionali del paese vivevano anche piccoli gruppi di drusi e di musulmani sciiti. In vari punti del paese vivevano gruppi di nomadi beduini.
La popolazione araba della Palestina non aveva allora un atteggiamento diverso da quello degli abitanti degli altri territori arabi dell’Asia turca. I palestinesi, come i siriani e come gli abitanti della Mesopotamia, aspiravano ancora solo a un'autonomia locale nel quadro dell’Impero Ottomano e non avevano specifiche aspirazioni e rivendicazioni nazionali. Il loro nascente nazionalismo si confondeva con il nascente nazionalismo arabo.
Va tuttavia rilevato il fatto che, al di là delle vicende storiche, politiche e amministrative che ne avevano caratterizzato la vita, la Palestina aveva mantenuto ininterrottamente, dai tempi dell’occupazione romana, una sostanziale unità e caratteri specifici che ne facevano un'entità per certi aspetti distinta dagli altri paesi arabi limitrofi. Anche quando era scomparsa la vecchia unita della Filastin come divisione amministrativa, il nome era rimasto a indicare non solo il territorio dello Jund Filastin, ma quello più ampio della Palestina moderna e della Transgiordania.
Dopo lo schiacciamento dell'ultima rivolta ebraica, quella capitanata da Bar Kokhba nel 132-135, i romani avevano ribattezzato la provincia di Giudea (che comprendeva la regione costiera da Cesarea a Rafa, 1’Idumea, la Giudea propriamente detta, la Samaria, la Perea in Transgiordania, la Galilea, e la Decapoli eccetto le città di Damasco e Canatha) con il nome di Syria Palaestina. Alla fine del IV secolo il territorio della Palestina venne diviso in Palaestina Prima, con capitale a Cesarea, comprendente la regione costiera, la Giudea, la Samaria, l'Idumea e la Perea (a est del Giordano); Palaestina Secunda, con capitale a Scythopolis (Bet-Shean), comprendente la Galilea centrale e orientale e la parte settentrionale dei territori a est del Giordano (Decapoli); Palaestina Tertia, con capitale a Petra, comprendente i territori meridionali dell'attuale Transgiordania, il Negev e il Sinai.
I conquistatori musu1mani mantennero questa divisione cambiando solo i nomi e le capitali: la Palaestina Prima divenne Jund Filastin, cioè distretto militare della Palestina, con capitale a Ramleh; e la Palaestina Secunda, alla quale venne annessa la Galilea occidentale, Jund al-Urdun, distretto militare del Giordano, con capitale a Tiberiade (Tabariyyah) ; la Palaestina Tertia venne assorbita parte nello Jund Dimashk (distretto militare di Damasco) e parte nello Jund Filastin. Nel X secolo lo Jund Filastin venne ampliato fino ad Amman a est e fino al golfo di Aqaba a sud. Nel XII-XIII secolo venne abbandonato il nome ufficiale di Filastin per quello di al-Quds-Sahil (cioè La Santa [nome arabo di Gerusalemme] - Territori costieri). Tuttavia, la vecchia divisione territoriale restò in vigore fino all'invasione mongola del XIII secolo. Sotto il dominio dei mamelucchi (1239-1516) il territorio della Palestina venne suddiviso in una serie di distretti inclusi nella grande provincia (Niaba) di Damasco. Scompariva così la vecchia unità della Filastin come divisione amministrativa. Tuttavia, il nome continuava a indicare il territorio del vecchio Jund Filastin. Gli ottomani non ristabilirono l'unità amministrativa della Filastin, che venne suddivisa nei tre sangiaccati di Gerusalemme, Gaza e Nablus che facevano capo al pascialik (provincia) di Damasco. Per molti aspetti, però, i tre sangiaccati continuarono a essere considerati come qualcosa di unitario, e a più riprese vennero anche fusi di nuovo insieme (così, nel periodo in cui fece parte dell’Egitto di Mohammed Ali, dal 1831 al 1841, l'intera Palestina tornò a costituire un unico distretto).
La giurisdizione del Qadi (giudice religioso e civile musulmano) di Gerusalemme si estendeva agli altri due sangiaccati. Sul piano militare, le truppe dei tre sangiaccati palestinesi avevano in comune, oltre agli ordinari compiti imperiali, quello specifico di proteggere i pellegrini che visitavano la Terra Santa. Sul piano religioso e specificamente palestinese la celebrazione musulmana di al-Nebi Musa (Mosé) che ogni anno faceva affluire pellegrini da tutta la Palestina alla moschea fatta edificare dal sultano mamelucco Baybars nei pressi di Gerico, sul luogo dove, secondo la tradizione musulmana palestinese, sorgerebbe la tomba di Mosé.
La giurisdizione del patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, capo della più venerabile e autorevole istituzione cristiana del paese, si è estesa ininterrottamente sul territorio della Palestina e della Transgiordania, anche se dal tempo delle crociate al 1867 il patriarca risiedette a Costantinopoli. Esercitavano la loro autorità su tutta la Palestina anche il vescovado anglicano di Gerusalemme, creato nel 1841, e il patriarcato latino di Gerusalemme, ristabilito nel 1847, dopo che, per un periodo di 556 anni (dal 1291, quando la fortezza di Acri era stata occupata dai musulmani), la dignità di patriarca latino di Gerusalemme era stata un titolo meramente onorifico.
Risulta chiaro da quanto precede una specificita della Palestina, all'interno della grande regione siriana, che si è mantenuta nel corso dei secoli. Questa specificità è confermata dalla persistenza nel tempo del concetto di Filastin come territorio a sé, non facente parte della Siria. Come ha rilevato il Rodinson, "la coscienza di una certa specificità del territorio meridionale dell'insieme siriano, come il ricordo del nome che lo aveva designato all’epoca greco-romana sono sopravvissuti durante tutto il periodo in cui esso non corrisponde più a un'unica circoscrizione amministrativa".
Il concetto di Filastin si è consolidato nella misura in cui si veniva precisando il pericolo sionista. L'ostilità nei confronti del sionismo, sviluppatasi in mezzo alla popolazione palestinese, "ha influito profondamente sullo sviluppo della coscienza della specifica identità della Filastin anche precedentemente, ma soprattutto dopo la prima guerra mondiale". Appaiono quindi del tutto infondate sul piano storico e inaccettabili su quello politico affermazioni come quella secondo cui "non era come se ci fosse stato in Palestina un popolo palestinese che si considerava esso stesso come un popolo palestinese, e come se noi [ebrei] fossimo venuti e lo avessimo buttato fuori e ci fossimo impadroniti del suo paese. [Questo popolo] non esisteva".
Affermazioni del genere, la cui inconsistenza storica appare a prima vista, non vogliono avere un carattere accademicamente sociologico o storico, ma sono le premesse (errate) di (errate e funeste) conclusioni immediatamente politiche. Come è stato osservato, il significato di affermazioni del genere vuol essere che "non c'è nazionalismo autentico senza autentica nazione; ciò che non esisteva ieri (almeno nella stessa forma) non può esistere oggi e non ha diritto di esistere domani; le persone che vi si riferiscono non costituiscono una forza o una struttura politica nei cui confronti sia possibile applicare le normali regole della guerra e della pace; non si tratta, né si fa una guerra normale con un'accozzaglia di individui disparati, un insieme di cricche, bande di terroristi, eccetera".
I palestinesi costituiscono, e non da ieri, un popolo con caratteri specifici, un territorio, una tradizione e una storia propri. Come è stato riconosciuto nel rapporto della Commissione reale per la Palestina presieduta da lord Peel, presentato al Parlamento britannico nel luglio 1937, "per quanto fossero poveri e trascurati, per gli arabi che vi vivevano la Palestina -o, più precisamente, la Siria di cui la Palestina ha fatto parte dai tempi di Nabucodonasor- era pacificamente il loro paese, la loro casa, la terra in cui il loro popolo era vissuto e aveva lasciato le sue tombe nei secoli passati".
All'origine del popolo palestinese troviamo le tribù autoctone, in particolare quelle dei filistei, dei cananei, dei moabiti, degli edomiti e degli ammoniti. La penetrazione in Palestina degli ebrei guidati da Giosuè non ebbe come conseguenza l'eliminazione delle tribu indigene. Contrariamente a quanto sostenuto in alcuni libri biblici (Numeri, Deutoronomio e Giosuè) non vi fu conquista totale e rapida della Palestina da parte delle tribù ebraiche con sterminio sacro (Hérem) delle popolazioni esistenti (a eccezione degli abitanti di Gabaon e di tre altre piccole citta che si sarebbero sottratti a questa orribile sorte con un sotterfugio) in conformità all’ordine di Mose (Deutoronomio, 7, 1-6), e susseguente spartizione del paese tra le tribù degli invasori. La sostituzione brusca e violenta della nuova popolazione a quella preesistente, soste- nuta in alcuni libri biblici, è solo un "pio desiderio", l'espressione, cioè, presentata come un fatto storico realmente avvenuto, del rimpianto per come si sarebbe voluto che fossero andate le cose per preservare il popolo di Israele dalla contaminazione con gli altri popoli.
L’insediamento degli ebrei in Palestina fu un processo lungo, lento e progressivo che lasciò sopravvivere accanto alle tribù israelite le vecchie popolazioni che non furono né sterminate né scacciate: "E avvenne che Israele, divenuto piu forte, rese tributari i cananei ma non riuscì a scacciarli" (Giudici, 1, 28). Tra le due popolazioni si ebbe, al contrario, un processo di fusione: "I figli di Israele abitavano dunque in mezzo ai cananei, agli etei, agli amorrei, ai ferezei, agli evei e ai gebusei. Presero anche per mogli le loro figlie e diedero ai loro figli le proprie figlie, servendo i loro dei" (Giudici, 3, 5-6).
Gli scavi archeologici "mostrano che non ci fu sostituzione di una nuova civiltà alla civiltà cananea che sarebbe stata annientata. Non ci sono state due civiltà, ce n'è stata solo una [...]. Gli israeliti hanno dunque adottato le tecniche dei cananei, le loro arti, le loro industrie: cosa che ha potuto realizzarsi solo nel corso di una lunga coesistenza pacifica". Se dopo l'insediamento delle tribù di Israele in Palestina vi fu ebraizzazione si tratta di un fenomeno superficiale che lasciò sostanzialmente sopravvivere le popolazioni locali accanto alle tribù degli ebrei.
Maggior influenza etnica ebbero invece la conquista assira e quella babilonese, che portarono nel paese nuovi gruppi umani che si mescolarono con quelli preesistenti. Ulteriori fusioni si ebbero con l'occupazione della Palestina da parte dei persiani, dei regni ellenistici e, soprattutto, dei romani. Come è stato rilevato, "nel corso del millennio che va dalla conquista da parte dei babilonesi dell'ultimo Stato ebraico, il piccolo regno di Giuda, nel 587 a.C., alla conquista araba del 634-640, la regione palestinese perse la forte specificità in precedenza assicurata dall'egemonia dell'etnia ebraica e dalla limitazione delle relazioni economiche e di altro genere".
Va tuttavia notato che, attraverso le successive fusioni, le vecchie popolazioni della Palestina continuavano a perpetuarsi senza soluzione di continuità sia pure dando vita a una nuova etnia, sostanzialmente identica a quella che si era venuta formando attraverso tanti apporti disparati in tutta la regione della Grande Siria. Il segno linguistico di questa unificazione etnica, economica e culturale è rappresentato dalla scomparsa delle varie lingue tribali (ebraico, fenicio e altre lingue semitiche della regione) come lingue parlate e dall'adozione di una sola di esse, l'aramaico. La specificità della popolazione palestinese era rappresentata dal maggior apporto dell'elemento ebraico e arabo.
Dopo la conquista musulmana ebbe inizio un doppio processo di arabizzazione (relativamente rapido) e di islamizzazione (mai compiuto del tutto, per la permanenza di un consistente elemento cristiano) che si è protratto per secoli. Agli elementi etnici della popolazione palestinese arabizzata si sono successivamente uniti altri elementi apportati da nuove migrazioni o invasioni (turchi, armeni, circassi, eccetera, e anche europei venuti con le crociate e in parte assimilatisi alla popolazione locale). A conclusione si può affermare che i palestinesi, come la maggior parte degli altri "arabi", sono soprattutto degli arabizzati, autoctoni che hanno adottato la lingua e i costumi arabi e, col tempo, hanno acquisito la convinzione di avere anche una comune origine araba.
3. La situazione economica
Sul piano economico, nella seconda metà del XIX secolo 1a Palestina era un paese prevalentemente agricolo, con una formazione economico-sociale di tipo ancora precapitalistico dominata dal latifondo, molto simile a quella esistente nei circostanti territori arabi. Simile a quella delle altre province arabe dell’Impero Ottomano era anche la struttura sociale della Palestina. La maggioranza della popolazione era formata da contadini poveri (fellahin) che vivevano nei villaggi e lavoravano la terra dei latifondisti e degli altri proprietari fondiari. La massa della popolazione era analfabeta, povera, ignorante e inerte sia socialmente sia politicamente.
Prima dell'inizio delle riforme del Tanzimat godevano di notevole potere e indipendenza gli sceicchi dei villaggi, soprattutto perché esercitavano la funzione di esattori delle tasse per conto delle autorità, in genere a titolo ereditario. Con il varo delle riforme fiscali e amministrative che modificavano il sistema di esazione delle tasse, questi sceicchi persero i tradizionali privilegi e la maggior parte, se non la totalità, del loro potere politico.
La decadenza dell'autorità degli sceicchi di villaggio portò al consolidamento delle già forti posizioni dell’élite urbana e al concentramento di tutto il potere politico e religioso nelle mani delle grandi famiglie musulmane che vivevano nelle maggiori citta. Le più influenti di queste famiglie di ricchi latifondisti erano quelle di Gerusalemme, non solo perché venivano dalla Città Santa, ma per il fatto che la loro città era il centro amministrativo di un mutasarriflik indipendente, che competeva con Damasco, mentre Nablus e Acri dipendevano da Beirut.
Le grandi famiglie di Gerusalemme e delle altre città palestinesi erano fortemente interessate al mantenimento dello stato di cose esistente e perciò erano particolarmente fedeli all’Impero Ottomano. Queste famiglie monopolizzavano le funzioni di esattori delle tasse, dominavano i consigli amministrativi e controllavano le cariche religiose più importanti. Inoltre costituivano l'élite intellettuale e condizionavano l'ideologia religiosa e laica e il livello di coscienza della popolazione. In breve dominavano tutti gli aspetti della vita politica, economica, religiosa e sociale della Palestina.
Il commercio rivestiva un carattere essenzialmente locale (le esportazioni non superavano il volume annuo di 10 milioni di franchi dell’epoca) e le prime timide forme di industria erano ancora di tipo artigianale. Il modo di produzione dominante nelle campagne era caratterizzato da un’articolazione dei modi tributario, comunitario a tendenza patriarcale e piccolo mercantile semplice. A differenza di altri territori dell’Impero Ottomano, in Palestina (come in Siria e nel Libano) una notevole parte delle terre era rimasta nelle mani dei latifondisti locali che si erano prontamente adattati al regime ottomano, accettando l'autorità del sultano e il versamento annuale delle tasse, in cambio del riconoscimento del diritto di continuare a sfruttare i contadini. Comunque, una parte importante delle terre non coltivate, già di proprietà delle tribù, era divenuta proprietà demaniale, mentre i grandi latifondisti avevano usurpato terre statali e comunitarie. La maggior parte delle terre appartenevano ai grandi proprietari fondiari (effendi), al demanio statale, alle istituzioni religiose islamiche e anche cristiane. Parte delle terre erano di proprietà comunitaria a base tribale e infine una parte era proprietà privata di piccoli e medi agricoltori. La grande proprietà fondiaria era di tipo assenteista. Gli effendi vivevano nelle città dove spendevano le rendite della terra che un ferreo sistema repressivo di sfruttamento costringeva i contadini a produrre.
Come ricordato, al vertice della piramide sociale c’era un ristretto numero di grandi famiglie, che monopolizzavano oltre alla terra anche le principali cariche nell’amministrazione civile e religiosa. Tra le più importanti famiglie c'erano quelle degli al-Husayni, degli al-Khalidi, dei Daganis, dei Tukan, degli Abd el-Hadis, dei Nashashibi e dei Sursuq. Queste famiglie, oltre ai latifondi, monopolizzavano anche l'amministrazione dei beni religiosi. Così, gli al-Husayni, che dalla metà del XIX secolo detenevano la carica di mufti di Gerusalemme, erano anche i tradizionali amministratori delle terre waqf della moschea di al-Nebi Musa (Mosé) nei pressi di Gerico. Molto estese erano le terre waqf, appartenenti alle istituzioni religiose e di beneficienza. Poiché queste terre erano esenti dalle imposte e dalla confisca, molti piccoli proprietari cedevano le loro terre alle istituzioni religiose conservandone l'uso a vita (il più delle volte a titolo ereditario per i loro discendenti): all'istituzione religiosa erano dovute da questi ex proprietari prestazioni in denaro e in natura. Le terre demaniali erano affittate a fittavoli che erano tenuti a versare annualmente una determinata somma di imposte in denaro o servizi e prestazioni in natura a profitto dell'amministrazione demaniale.
Diffusa era la forma arcaica di proprietà fondiaria con i suoi tre stadi: proprietà tribale, comunitaria e familiare indivisa. La proprietà tribale si era venuta modificando in seguito al graduale frazionamento delle tribù in piu rami ed era stata progressivamente sostituita dalla proprietà di vicinato, cioe comunitaria. La famiglia indivisa patriarcale (unione di persone e di beni), basata sui legami di sangue e sui principi che ne derivavano: l'indivisibilita e l'inalienabilità della proprieta fondiaria, rappresentava il terzo stadio della forma arcaica di proprietà fondiaria – risultato della disgregazione della proprieta tribale e di quella comunitaria (di villaggio) – che già si avviava a trasformarsi in proprieta privata commerciabile, all’epoca ancora un’eccezione anche se in passato era sempre limitatamente esistita come sopravvivenza del diritto romano. Oltre che dalla disgregazione della proprietà tribale, comunitaria e familiare, la formazione della proprietà privata fondiaria era favorita dalla vendita sul mercato pubblico delle terre confiscate.
Il latifondo era stato potentemente favorito dalla riforma fondiaria del 1858 (Arazi Kanunnamesi). La nuova legislazione, adottata nel quadro delle riforme del Tanzimat per consolidare in tutto l'Impero Ottomano i suoi successi sui vecchi detentori del potere, era stata concepita originariamente per riaffermare il diritto dello Stato sui possedimenti imperiali che, nel corso dei secoli, in un modo o nell'altro erano stati usurpati e sottratti al controllo governativo. La legislazione interessava non solo le terre demaniali sfruttate privatamente ma anche le terre che erano state esentate dalla tassazione in cambio di speciali prestazioni locali allo Stato e le aree divenute pascoli pubblici.
Tutte le imposte fondiarie vennero sostituite da un'unica tassa del 10 per cento di tutta la produzione. Le vecchie categorie islamiche di proprietà vennero sostituite da cinque nuove categorie che riflettevano i principali tipi più comuni di proprietà: 1. Proprietà privata (mulk), 2. proprietà statale (miri), 3. terre delle fondazioni religiose (waqf), 4. terre comunali o pubbliche (metruk), 5. terre aride o desertiche (mevat).
Per favorire l'applicazione della nuova legge fondiaria venne introdotto un nuovo regolamento catastale (Tapu Nizamnamesi), in base al quale tutte le terre e proprietà di ogni provincia dovevano essere esaminate per verificare che corrispondessero ai principi della riforma. Ogni persona o istituzione che rivendicava una determinata proprietà doveva essere in grado di esibire un titolo legale da registrare nei nuovi registri catastali. Praticamente non esistevano limiti all'estensione della proprietà e non venne creata un'organizzazione statale in grado di controllare e di assicurare che i proprietari, una volta affermato legalmente il loro titolo di proprietà, assolvessero gli obblighi ai quali erano tenuti.
La riforma del 1858 ebbe conseguenze profondamente negative in quanto da un lato favorì l'ulteriore sviluppo del latifondo e, dall'altro, ruppe il tradizionale equilibrio nelle campagne a danno esclusivo dei contadini (col pretesto che le loro terre erano incolte vennero letteralmente spogliati i nomadi beduini). I grandi proprietari accrebbero i loro possedimenti esibendo false documentazioni per provare i loro "diritti" sulle terre senza incontrare ostacoli, ma anzi trovando compiacenti complicità nel corrotto apparato amministrativo ottomano. Nello stesso tempo riuscirono a eludere l'obbligo, imposto dalla legge, di coltivare una data estensione della terra in proprietà. L’ingrandimento dei latifondi venne anche favorito, da una parte dal fatto che molti piccoli e medi proprietari e numerose collettività che detenevano la terra da tempo immemorabile non erano in grado di esibire la prescritta documentazione legale e quindi venivano privati dei loro diritti che passavano ai latifondisti grazie al diffuso impiego delle false documentazioni; dall'altra, dal fatto che "numerosi contadini, non volendo registrare la loro terra per timore che ciò avrebbe comportato una maggiore tassazione o coscrizione, la registravano a nome dei loro capi o potenti notabili urbani. Di conseguenza questi acquisirono l'assoluta proprietà delle terre con pieno diritto di cessione e successione confermato dal governo, mentre i contadini – i veri coltivatori – persero i loro reali diritti e divennero mezzadri o fittavoli alla mercé dei loro nuovi padroni".
Così, solo una piccola parte delle terre era nelle mani dei contadini: circa il 20 per cento in Galilea e circa il 50 per cento in Giudea. La piccola proprietà contadina superava raramente i 50 dunam . Di contro, 240 famiglie concentravano nelle loro mani proprietà per un'estensione di 4 milioni 143 mila dunam – all'incirca l'equivalente dell'intera area posseduta da tutti i contadini in Palestina – con una media di 16.572 dunam per famiglia. La proprieta piu vasta era quella della famiglia Sursuq che nella sola valle di Jezreel possedeva 230.000 dunam. Le terre demaniali (senza contare le dune, i terreni desertici, le riserve forestali, le paludi, eccetera) avevano un'estensione molto vicina al milione di dunam.
Secondo le varie stime, le terre delle istituzioni religiose musulmane (terre waqf) andavano da un minimo di 650.000 dunam a un massimo di un milione di dunam. Molto estese erano anche le proprietà delle diverse Chiese cristiane, in particolare di quella ortodossa, che l'Hatti Humayun (Rescritto imperiale) del 1856 aveva assimilato a tutti gli effetti alle proprietà waqf. A partire dal 1871 avevano cominciato a estendersi alcune colonie formate da immigrati europei, soprattutto tedeschi.
Quanto agli ebrei, il filantropo britannico sir Moses Montefiore aveva acquistato nel 1855 delle terre a Giaffa, Gerusalemme, Tiberiade e Safed, ma i tentativi di crearvi insediamenti agricoli ebraici erano falliti. Per iniziativa dell’Alliance Israélite Universelle, nel 1876 era stata creata, senza prospettive politiche, la scuola agricola sperimentale di Mikveh Israel, su un terreno concesso dal governo ottomano nei pressi di Giaffa. Nel 1878 un gruppo di ebrei di Gerusalemme aveva tentato di fondare una colonia agricola su un appezzamento di terra acquitrinosa acquistato nel luogo dove sarebbe sorta Petah Tiqvah, ma ben presto questi coloni avevano dovuto rinunciare all'impresa a causa di una devastatrice epidemia di malaria.
Come il resto dell'Impero Ottomano, anche la Palestina era scarsamente coltivata. Secondo una valutazione fatta nel 1895 da Vital Cuinet e confermata da Negib Azoury, non più del 10 per cento dell’intero territorio. L’estensione delle terre coltivate variava da distretto a distretto. Era massima in quelli di Gerusalemme (900 km su 2200, pari al 41 per cento) e Giaffa (900 km su 2600, pari al 35 per cento); minima in quelli di Hebron (200 km su 5800, pari al 3,5 per cento) e di Gaza (200 km su 11.400, pari all'1,8 per cento). Va inoltre rilevato che la coltivazione era di tipo estensivo e non intensivo.
A tutto ciò va aggiunta la sopravvivenza dell'antiquato sistema di conduzione detto della musha, secondo il quale le terre di proprietà collettiva dei villaggi ripartite tra i singoli coltivatori venivano ridistribuite ogni due anni. Questa precarietà della permanenza sui lotti di terra rappresentava un grave ostacolo a qualsiasi miglioria (la proporzione dei villaggi dove vigeva il sistema della masha era superiore al 50 per cento). La precarietà era il carattere dominante anche sulle terre dei latifondisti che venivano concesse in locazioni annuali revocabili ad arbitrio del proprietario. Altra causa di permanente crisi dell’agricoltura era la mancanza di capitali che non consentiva investimenti per la miglioria dei fondi, né, soprattutto, opere di irrigazione indispensabili in un paese dove le precipitazioni sono limitate a una stagione di breve durata. Conseguenza della mancanza di capitali era l'estrema diffusione della piaga dell'usura.
Nel 1868 venne adottata una legge che concedeva agli stranieri il diritto alla proprietà immobiliare nell'impero. Aggiungendosi alle immunità e privilegi che risultavano dalle Capitolazioni, questa legge segnava una nuova tappa nel processo di colonizzazione economica dell’Impero Ottomano: esso aveva salvato per il momento la sua indipendenza, ma la penetrazione europea continuava. E la protezione delle popolazioni cristiane era ormai solo un pretesto per una politica d'intervento centrata sulla sola ricerca del profitto e di influenza negli affari interni dell’impero.
Nonostante la sua arretratezza, la Palestina non era un territorio desertico e abbandonato, "una terra senza popolo" secondo la formula sionista. Come scriveva Negib Azoury nel 1905, "grazie alla loro superiorità incontestabile, i prodotti della Palestina sono ricercati dovunque. Gli orzi di Bir-Sabeh, della piana di Saaron e della vallata del Giordano, sono molto apprezzati in Inghilterra per la fabbricazione della birra; le spedizioni da Gaza, che hanno luogo tutti gli anni nel mese di maggio, arrivano per prime a Londra e spuntano i prezzi più alti. I grani, teneri e duri, del Hauran e della Transgiordania sono molto apprezzati in Europa per la fabhricazione dell'amido e delle paste alimentari. Lo stesso è per gli altri prodotti palestinesi: arance e miele dal gusto dei fiori d'arancio di Giaffa, olio e sapone di Nablus, uve di Hebron, balsamo di Gerico e di Engaddi, celebri nell'antichita, eccetera eccetera".
L'industria, ancora di tipo artigianale, produceva sapone (a Nablus, Lydda, Gaza, Ramleh) che veniva esportato per un valore di 3 milioni di franchi francesi dell’epoca all'anno, oggetti di vetro (a Hebron) esportati soprattutto in Siria e in Egitto, corde e vasi di terracotta (a Gaza e Mejdel). Il paese era anche ricco di sorgenti di acque minerali e termali, e possedeva ricchezze minerali (pietre preziose, carbon fossile, sale, rame, ferro, marmo giallo e rosso, bitume, cloro, zolfo, fosforo, petrolio, sabbia per la fabbricazione del vetro, eccetera).
Come ha scritto il Rodinson, "malgrado l'imperizia e la corruzione dell'amministrazione ottomana, malgrado le turbolenze beduine, la Palestina araba era una regione sufficientemente vitale dal punto di vista economico. Nazareth, Betlemme e Gerusalemme beneficiavano dell’attività dovuta ai pellegrinaggi europei. Nablus era un importante centro in mezzo ai frutteti. Attivi erano soprattutto i porti di Haifa e di Giaffa. A Giaffa erano prosperi i giardini di alberi da frutto, soprattutto quelli di agrumi. Nel 1880, quando [la Palestina] era ancora totalmente in mani arabe, vi si raccoglievano trenta milioni di arance in parte esportate in Europa. Si esportavano anche sapone, sesamo, grano, eccetera. In Galilea e in Samaria venivano coltivati su vasta scala il grano, l'orzo, il granturco, i ceci, le fave. Agricoltura modesta del tipo mediorientale dell'epoca, industria o manifattura nascenti, ma niente affatto un deserto".
Il malgoverno e le esazioni dell'amministrazione ottomana rappresentavano però un grosso ostacolo allo sviluppo economico del paese. Annualmente il governo di Costantinopoli rastrellava in Palestina 30 milioni di franchi francesi. Di questa somma non più di 3 milioni venivano spesi nel paese, il resto prendeva la via della capitale dell'impero. A causa dell'oppressivo sistema ottomano, fattosi intollerabile soprattutto dopo l'avvento al trono di Abdulhamid II nel 1876, e del sistema agricolo dominato dal latifondo, in Palestina e Transgiordania si verificava il paradosso che le zone economicamente più sviluppate erano quelle montuose dell'interno, che godevano di un regime di semi-indipendenza e nelle quali gli esattori del sultano non osavano avventurarsi. Così, la Palestina, che ai tempi biblici "nutriva abbondantemente 15 milioni di persone governate da re e principi attorniati da corti brillanti e che vivevano in modo sontuoso, in grandi capitali come Gerusalemme, Tiro, Petra, Gerash, ora era appena in grado di provvedere a 300.000 disgraziati che vegetavano nella miseria, abitando in capanne infette, non cambiandosi quasi mai d’abito e consumando un solo miserabile pasto al giorno".
4. Le Potenze e la Palestina
Come si è già ricordato, la Palestina faceva parte integrante dell’Impero Ottomano. Tuttavia, nel 1880 anche in questo territorio ottomano l'influenza politica e la penetrazione economica e culturale delle potenze europee e degli Stati Uniti d’America avevano raggiunto dimensioni rilevanti e inquietanti. La Francia godeva tradizionalmente nel paese di una posizione di privilegio da quando, nel XVI secolo, il sultano Suleyman I Muhteshem (il Magnifico) aveva riconosciuto al governo di Parigi la funzione di protettore dei cattolici e dei Luoghi Santi cristiani. Questa posizione speciale era stata confermata e garantita formalmente dalle Capitolazioni del 28 maggio 1740 che agli articoli 33-36 e 82 facevano specifico ed esplicito accenno ai Luoghi Santi palestinesi e al ruolo che vi aveva la Francia.
Tuttavia, questa posizione era stata scalzata da quando, nella seconda metà del XVIII secolo, l'India era venuta assumendo un peso decisivo per la potenza britannica. Soprattutto al tempo della campagna napoleonica in Oriente, la Gran Bretagna aveva acquistato la coscienza acuta dell’importanza strategica decisiva che aveva per la sicurezza delle comunicazioni con l'India il controllo del Mediterraneo orientale e di paesi come l'Egitto e la Palestina. Dal canto suo, la Francia, come aveva mostrato la spedizione di Napoleone in Oriente, vedeva nel controllo del Mediterraneo orientale e della Palestina un mezzo per indebolire la potenza britannica e minacciare l'India. Quanto alla Russia, essa era interessata alla Palestina per indebolire l'Impero Ottomano e raggiungere quindi più facilmente l'obiettivo di assicurarsi l'accesso ai mari caldi attraverso il controllo degli Stretti.
Con l'acuirsi della rivalità tra le potenze europee, la Palestina divenne sempre più un punto focale della "Questione d’Oriente". Come scriveva nel 1841 il futuro maresciallo Helmuth von Moltke, che fu il primo tedesco a sostenere l'importanza della Palestina per gli interessi germanici, la Palestina era la porta dell’Oriente. Situata sulla principale via di comunicazione tra l'India e l'Europa, "i suoi porti e le sue strade sarebbero stati riempiti dei tesori dei due continenti", mentre, dal punto di vista strategico, la Palestina sarebbe stata "un bastione per la protezione della Siria contro l'Egitto [...] se quest’ultimo paese fosse stato governato da una dinastia ereditaria diversa da quella ottomana".
Non nutrendo eccessiva fiducia nella vitalità e nelle possibilità di sopravvivenza dell’Impero Ottomano, il von Moltke sosteneva che fosse indispensabile per gli interessi tedeschi che la Germania assumesse il controllo diretto della Palestina. Tuttavia, la politica suggerita dal von Moltke non trovò grande ascolto a Berlino. Bismarck riteneva che la Germania non avesse particolari interessi nello scacchiere mediorientale. Egli era convinto che la regione "non valesse le ossa di un solo granatiere di Pomerania". Cardine della sua politica era la ricerca di relazioni amichevoli sia con la Russia sia con l'Austria, entrambe estremamente interessate al Medio Oriente. Per evitare qualsiasi sospetto a Pietroburgo e a Vienna e inutili complicazioni con i due imperi amici egli dichiarò perciò che la Germania non nutriva interesse alcuno per questa regione.
Dal canto loro, gli inglesi, convinti che fosse essenziale per i loro interessi e per l'equilibrio tra le potenze mantenere in vita l'Impero Ottomano, ritenevano che fosse possibile assicurarsi la difesa delle vie di comunicazione con l'India, attraverso il controllo indiretto della Palestina da raggiungere promuovendo l'insediamento in Terra Santa degli ebrei sotto la sovranità formale e la protezione del sultano. Venuta meno la possibilità di un controllo diretto sulla Palestina, a causa dell'elevato numero di pretendenti che si neutralizzavano a vicenda, il pretesto religioso fu la leva usata dalle varie potenze per riuscire a penetrare e a insediarsi stabilmente nel paese.
Negli anni precedenti l'occupazione della Palestina da parte di Ibrahim Pascià, missionari protestanti britannici e statunitensi avevano cercato invano di ottenere l'autorizzazione a creare loro istituzioni regolari a Gerusalemme e in altri centri del paese. Desiderando mantenere buone relazioni con le Potenze, Ibrahim Pascià, una volta occupata la Palestina, concesse che venissero istituite non solo missioni ma anche scuole. Gli americani misero piede nel paese anche con il pretesto della ricerca geografica e archeologica biblica.
Nel 1838 la Gran Bretagna ottenne l'autorizzazione ad aprire a Gerusalemme il primo consolato straniero (nel 1699-1700 e 1713-1715 erano stati aperti e poi chiusi effimeri consolati francesi). Negli anni successivi, tutti gli Stati europei di una certa importanza aprirono loro consolati nella Città Santa. L’importanza di questa svolta può essere valutata pienamente se si tiene conto che le varie potenze si autoproclamarono protettrici di questa o quella minoranza religiosa, arrogandosi così un diritto di ingerenza nella vita interna della Palestina, tanto più aperto e invadente quanto maggiore diveniva la dipendenza politica ed economica del governo di Costantinopoli da quelli delle Potenze.
Come si è visto, la Francia era tradizionale protettrice dei cattolici. Dopo la conclusione del trattato di Kucuk Kaynarca del 1774, l'Impero Russo pretese il diritto di proteggere i fedeli greco-ortodossi e mise sotto la sua ala protettrice il patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme. Non essendo ancora riconosciuto il protestantesimo come comunità religiosa separata (Millet) la Gran Bretagna approfittò della guerra turco-egiziana del 1839-1841 per proclamarsi protettrice degli ebrei e dei drusi. All’origine di questa tutela sugli ebrei troviamo il suggerimento avanzato nel dispaccio del 14 marzo 1839 al ministro degli esteri lord Palmerston dal console britannico a Gerusalemme, William Young: "Signore, ci sono qui, da tener presenti, due partiti che senza dubbio riterranno di aver diritto a dire la loro sulla futura sistemazione degli affari locali: il primo è quello degli ebrei ai quali originariamente Dio ha dato il possesso di questo paese; e l'altro quello dei cristiani protestanti, loro legittimi eredi. Vorrei umilmente suggerire che la Gran Bretagna appare il naturale tutore di entrambi. Costoro hanno cominciato a prendere qui la loro posizione tra gli altri pretendenti".
Quando nel 1850 i protestanti vennero riconosciuti ufficialmente come membri di un millet separato, la loro protezione venne assunta dagli Stati Uniti. Estranea ai giochi fu invece la creazione di colonie tedesche in Palestina da parte di un gruppo di templari avvenuta a partire dal 1868, nonostante l'opposizione del governo di Berlino che fino alla svolta dell’ultimo scorcio del XIX secolo ostenterà disinteresse per la Palestina.
Nei disegni di penetrazione colonialista in Palestina, un ruolo di grande importanza viene riservato agli ebrei. Appare estremamente ricco di significati e di conseguenze il fatto che molto prima che il movimento sionista cominciasse a perseguire le stesse idee come possibilità pratiche, politiche, vi siano stati numerosi progetti cristiani di insediare nuovamente gli ebrei in Palestina e di restaurare la loro sovranità sul paese. "In questo senso si può dire che i primi sionisti siano stati i cristiani sionisti. [...] Nel secolo o due precedenti la nascita del sionismo, gli storici del "protosionismo" registrano una considerevolmente maggior proporzione di cristiani che di ebrei tra i promotori e i sostenitori di tali progetti e fantasie millenaristici".
Va tuttavia rilevato che, mentre il sionismo è il movimento teorico e pratico che persegue la soluzione della questione ebraica nei suoi molteplici aspetti attraverso la restaurazione della sovranità ebraica in Palestina, il sionismo cristiano perseguiva obiettivi tutt’affatto differenti: in primo luogo il controllo della Palestina per i fini politici, economici, militari delle diverse potenze europee; in secondo luogo il desiderio, non sempre confessato, di deviare in Palestina il flusso della migrazione ebraica che altrimenti si sarebbe diretto dall'Europa orientale verso la Francia, la Germania, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti. "L’idea politica di liberazione nazionale e, soprattutto, calcoli politici relativi all’importanza strategica della Palestina, furono un altro complesso di motivi [oltre a quelli religiosi] che guidarono i progetti e le idee cristiano-sionisti, prima che sorgesse il sionismo ebraico".
Per le principali potenze interessate alla "Questione d’Oriente", gli ebrei erano nient’altro che utili pedine nei piani per estromettere i turchi dalla Palestina. Durante la guerra russo-ottomana del 1768-74, la Russia appoggiò la rivolta di Ali Bey contro i turchi, e per sostenere il suo alleato fece ricorso agli ebrei. Ufficiali della marina zarista mediarono un tentativo di accordo tra lo shayk al-balad d’Egitto e gli ebrei di Livorno, dove era basata la flotta russa, per l'acquisto di Gerusalemme da parte di questi ultimi
Nel corso della sua campagna d’Oriente, il 20 aprile 1799 Napoleone rivolse agli ebrei d’Asia e d’Africa un proclama nel quale prometteva di "dar loro la Terra Santa" se si fossero schierati dalla sua parte contro il sultano. Un ebreo francese, Joseph Salvador, chiese pubblicamente la convocazione di un congresso europeo con l'obiettivo di reinsediare il popolo ebraico nella sua antica patria.
Nel suo romanzo The Wondrous Tale of Alroy, Disraeli mette in bocca al suo eroe queste battute: "Mi chiedete cosa voglio; la mia risposta è: la Terra Promessa. Mi chiedete cosa voglio; la mia risposta è: Gerusalemme. Mi chiedete cosa voglio; la mia risposta è: il Tempio, tutto ciò che abbiamo perso, tutto ciò che abbiamo bramato, tutto ciò per cui abbiamo combattuto, il nostro bel paese, il nostro santo credo, le nostre semplici maniere, le nostre antiche usanze".
Nel 1839 il "Globe" di Londra, portavoce del Foreign Office, pubblicò una serie di articoli, ispirati da Palmerston, nei quali si preconizzava la creazione di uno Stato tampone indipendente tra l'Egitto e la Turchia in Siria e in Palestina e una colonizzazione massiccia della regione da parte degli ebrei. Il 17 agosto 1840 il "Times", pur riconoscendo che la maggioranza degli ebrei europei non sarebbero emigrati in tempi brevi in Palestina, sosteneva che un afflusso di ebrei orientali nel paese non era un’illusione. Gli ebrei europei erano abbastanza ricchi per comprare il paese dal sultano e il nuovo Stato avrebbe dovuto essere garantito dalle grandi potenze.
Le finalità strategiche dell’interesse britannico per la Palestina erano ammesse apertamente nel 1852 nell’opuscolo di un certo Hollingsworth il quale sosteneva che la creazione di uno Stato ebraico in Palestina avrebbe consentito alla Gran Bretagna di difendere e tenere aperta la via dell’India. Va però rilevato che nel periodo 1840-1880 durante il quale esercitò un’influenza preponderante se non esclusiva sul governo di Costantinopoli e sugli affari interni dell’Impero Ottomano, la Gran Bretagna non sostenne apertamente l'idea di una sovranità ebraica sulla Palestina ma si limitò, per non irritare i turchi, a sostenere l'insediamento di colonie ebraiche in Terra Santa. Successivamente, a mano a mano che si veniva precisando la minaccia di una crescente penetrazione e influenza della Germania nell’Impero Ottomano, il governo di Londra, per non offrire pretesti ai circoli antibritannici di Costantinopoli, mise la sordina anche al suo appoggio agli ebrei e ai programmi sionisti. E proprio tenendo conto della preoccupazione di non irritare la suscettibilità della Porta che si spiega l'iniziativa britannica, di cui si parlerà piu avanti, di favorire la creazione di una sede nazionale ebraica, nella regione di el-Arish e, fallito questo progetto, in Uganda.
L’occasione favorevole per realizzare l'idea di uno Stato ebraico sembrò presentarsi con il Congresso di Berlino del 1878. Al principe Bismarck, presidente del congresso, venne presentato un memorandum che suggeriva la creazione di uno Stato ebraico in Palestina. Ma la proposta venne scartata dal cancelliere tedesco come "un’idea folle". Anche se fosse stata posta all’ordine del giorno del congresso, la proposta non avrebbe avuto nessuna possibilita di successo in quanto, ancor prima dell’apertura del congresso, con la convenzione anglo-ottomana del 4 giugno 1878, la Gran Bretagna si era impegnata, in cambio dell’isola di Cipro e del diritto di interferire negli affari interni della Turchia, a difendere "con la forza delle armi" i territori asiatici dell’Impero Ottomano.
Le nascenti rivalità imperialistiche tra le potenze europee servono quindi, per il momento, a mantenere in vita "l'uomo malato", in quanto le ambizioni degli Stati che miravano a spartirsi la "carcassa del turco" si elidevano a vicenda e nessuno voleva o poteva assumersi la responsabilita di turbare un equilibrio già tanto fragile la cui rottura rischiava di scatenare un conflitto di incalcolabili proporzioni. Di questo rinvio beneficieranno i territori asiatici dell'Impero Ottomano, primo fra tutti la Palestina.
CAPITOLO 2 - IL SIONISMO
"Due fenomeni importanti – scriveva nel suo Réveil de la Nation Arabe Negib Azoury –, della stessa natura, e tuttavia opposti, che non hanno ancora attirato 1’attenzione di nessuno, si manifestano in questo momento nella Turchia asiatica: sono il risveglio della nazione araba e lo sforzo latente degli ebrei di ricostituire su larghissima scala 1’antica monarchia di Israele. Questi due movimenti sono destinati a combattersi continuamente, finché uno di essi non prevarrà sull’altro. Dal risultato finale della lotta tra questi due popoli, che rappresentano due principi contrari, dipenderà la sorte del mondo intero".
Il nazionalismo arabo e quello ebraico (sionismo) si sono venuti formando e si sono manifestati praticamente nello stesso periodo e, benché siano nati a migliaia di chilometri l’uno dall’altro e in contesti totalmente diversi, erano destinati a incontrarsi e a scontrarsi tra di loro perché avevano in comune la terra sulla quale ritenevano che solo avrebbero potuto affermarsi e svilupparsi. Esiste la tendenza diffusa a far risalire molto indietro nel tempo l’origine dello spirito nazionale arabo ed ebraico. II sionismo affonderebbe le sue radici nientemeno che nell’età dei Profeti di Israele, mentre il nazionalismo arabo le affonderebbe nel califfato arabo-musulmano che si formò subito dopo la morte di Maometto nel VII secolo.
In realtà, sia il sionismo sia il nazionalismo arabo sono fenomeni recenti sorti e sviluppatisi nel quadro del risveglio delle nazionalità che ha caratterizzato la storia dei popoli a partire dal XIX secolo.
1. I " precursori " del sionismo
La nascita del sionismo, cioè del progetto o, più correttamente, dei progetti elaborati nell'ambito ebraico di costruire in Palestina (o anche altrove) prima un rifugio e poi una patria per gli ebrei, per porre fine a secoli di dispersione e di persecuzione, può essere collocata intorno alla metà del XIX secolo. Il termine sionismo è stato coniato da Nathan Birnbaum che lo ha usato per la prima volta nel numero del 1° aprile 1890 del suo giornale "Selbstemanzipation" ("Autoemancipazione"). Lo stesso Birnbaum, in una lettera del 6 novembre 1891, ha spiegato il termine come la "creazione di un’organizzazione del partito sionista nazionale-politico in aggiunta al partito orientato praticamente che è esistito finora".
Sionismo è termine generico e ambiguo che non indica un solo progetto politico e un’unica ideologia, ma una pluralità di progetti e di ideologie spesso contrastanti e in lotta tra di loro. Questi progetti e ideologie hanno in comune una generica aspirazione a ricostruire un centro nazionale ebraico in Palestina ma anche altrove. Quali poi dovessero essere la natura e gIi obiettivi di questo centro nazionale ebraico era un problema che ogni gruppo e ogni scuola sionista si riprometteva di risolvere con mezzi e con forze diversi.
E' sotto l'ispirazione delle lotte di liberazione nazionale del popolo italiano e di quelli di altri paesi europei e della recrudescenza della persecuzione anti-ebraica nell’Europa orientale, che alcuni ebrei cominciano a vagheggiare la rinascita nazionale del loro popolo indicando la "Terra di Israele", cioè la Palestina, come sede di questa rinascita.
Primo "sionista" è in genere considerato Rabbi Yehudah Alkalai (1798-1878), un ebreo di Sarajevo che, dopo aver passato la gioventù a Gerusalemme, dove segui l'insegnamento dei cabbalisti, che rappresentavano un elemento significativo nella vita spirituale della comunità ebraica gerosolimitana, rientrò in patria nel 1825, per servire come rabbino a Semlin, all’epoca capitale della Serbia. Influenzato dal movimento di liberazione nazionale greco e delle altre nazionalità balcaniche, fin dal 1834 cominciò a interessarsi della redenzione degli ebrei, il cui presupposto pratico era per lui la creazione di colonie ebraiche nella Terra Santa. Dopo i tragici fatti di Damasco del 1840, egli scrisse una serie di libri e opuscoli per illustrare il suo programma di "auto-redenzione" degli ebrei che avrebbe dovuto realizzarsi con il ritorno del popolo d’Israele nella "sua terra", e si rivolse a notabili ebrei dei paesi occidentali come Sir Moses Montefiore e Adolph Crémieux, per ottenere il loro appoggio politico e finanziario al suo progetto.
Da rilevare che, secondo Rabbi Alkalai, non si trattava di creare uno Stato ebraico indipendente in Palestina, ma di creare una vasta comunità ebraica palestinese nel quadro dell’Impero Ottomano.
"Per noi -scriveva nel 1843- non è impossibile reaIizzare il comandamento di tornare alla Terra Santa. Il sultano non farà obiezioni, perché Sua Maestà sa che gli ebrei sono suoi leali sudditi. La diversità di religione non dovrebbe costituire un ostacolo, dato che ogni nazione adorerà il proprio Dio, e noi obbediremo per sempre al Signore nostro Dio"
Il progetto "sionista" di Rabbi Alkalai venne ripreso da Rabbi Zvi Hirsch Kalischer (1795-1874), nativo della Poznania, che nel 1862 pubblicò il libro Derishat Zion (Alla ricerca di Sion) in cui sosteneva che la redenzione degli ebrei non sarebbe avvenuta miracolosamente all’improvviso ma nel corso di un lungo e lento processo di cui avrebbero dovuto essere protagonisti gli stessi ebrei.
Molto più di Alkalai, Kalischer era influenzato dalla consapevolezza della grande miseria degli ebrei dell’Europa orientale e predicava il suo "sionismo" come soluzione dei loro problemi. Degno di rilievo è l'accenno di Kalischer alla minaccia rappresentata dalla popolazione araba alla quale gli ebrei avrebbero dovuto far fronte addestrando "guardie nell’esercizio delle armi, per allontanare i predoni beduini dal saccheggio delle vigne e dei campi seminati e per costituire un corpo di polizia capace di sterminarli".
2. Moses Hess, il " rabbino comunista "
Lo stesso anno in cui Rabbi Kalischer pubblicava il suo Alla ricerca di Sion, a Lipsia veniva pubblicato in tedesco un libro di Moses Hess, Rom und Jerusalem (Roma e Gerusalemme), che viene di solito considerato come il primo documento del sionismo politico.
Moses Hess (1812-1875) era stato una figura di rilievo della sinistra hegeliana e, come scrisse Engels, era stato "il primo comunista" tra i giovani hegeliani. Esponente negli anni 40 del "vero socialismo" fu poi lassalliano negli anni 60. Sia pure in posizione isolata e marginale, fino alla morte continuò a militare nelle file del movimento operaio e socialista. Secondo recenti interpreti il "rabbino comunista" si sarebbe avvicinato al sionismo fin dall'inizio degli anni 40 in coincidenza con i "fatti di Damasco". Questa interpretazione, basata su un'affermazíone fatta molti anni dopo dallo stesso Hess, sembra azzardata ed è contraddetta da quanto egli scrisse sulla questione degli ebrei in quel periodo. "Gli ebrei - scriveva ancora nel 1845 -, che nella storia naturale del mondo sociale hanno avuto la vocazione storica mondiale di sviluppare la bestia da preda partendo dall'uomo, hanno finalmente compiuto l'opera alla quale erano stati destinati. Il mistero del giudaismo e del cristianesimo è stato rivelato nel moderno mondo dei bottegai giudeo-cristiani".
Il passaggio di Hess dall'"universalismo emancipatore al particolarismo nazionalista" (Poliakov) è maturato di pari passo con il suo isolamento politico e intellettuale, solo in parte temperato dalla sua partecipazione al movimento lassalliano. Roma e Gerusalemme (scritto sotto forma di dodici lettere indirizzate a un'immaginaria amica) rappresenta un'eccezione nella produzione letteraria di Hess in quanto è la sua sola opera "sionista". Il "rabbino comunista" è vissuto ancora tredici anni dopo la sua pubblicazione, ma non sembra che la "questione ebraica" abbia assunto in questo periodo una qualche centralità ed esclusività né nella sua vita né nella sua opera, anche se egli collaborò a riviste ebraiche. Appare quindi quanto meno inesatto e discutibile il giudizio che Hess divenne "politicamente un sionista, quando scoprì l'identità dei principi mosaici e socialisti".
La tanto vantata Roma e Gerusalemme è un'opera minore, mediocre e farraginosa, nella quale non traspare nulla del vigore del brillante pubblicista che Hess è stato. A metà tra lo sfogo personale troppo a lungo represso e la fantasticheria del sognatore, che già Marx ed Engels avevano denunciato nel Manifesto, scritto in un fumoso linguaggio filosofico che spesso sconfina nel mistico, Roma e Gerusalemme si propone l'obiettivo di risolvere "l'ultima questione nazionale", quella ebraica.
"Ai popoli creduti morti che, nella coscienza del loro compito storico, debbono far valere i loro diritti nazionali, appartiene íncontestabilmente anche il popolo ebraico che non invano ha sfidato, da duemila anni a questa parte, le tempeste della storia universale e che, dovunque l'abbiano portato le onde degli eventi, ha rivolto e tuttora rivolge lo sguardo da tutte le estremità della terra verso Gerusalemme. Col sicuro istinto etnico della sua vocazione storico-culturale, di ricomporre cioè in unità mondo e uomini e di affratellarli nel nome del loro eterno Creatore, dell'Uno assoluto, questo popolo ha conservato la sua religione e la sua nazionalità e le ha ambedue indissolubilmente congiunte nella indimenticabile Terra dei padri. Nessun popolo moderno che aspiri a una patria, può negare il diritto del popolo ebraico alla sua antica terra, senza cadere in una contraddizione mortale, senza finire col dover dubitare di se stesso e commettere un suicidio morale ".
Particolarmente significativo appare il fatto che Hess ponesse le sorti della rinascita del popolo ebraico tanto nelle mani degli stessi ebrei, quanto, soprattutto, nelle mani delle potenze occidentali, in particolare della Francia, che avrebbero dovuto promuovere e favorire l'insediamento degli ebrei in Palestina vincendo le resistenze dei sultano. Scriveva Hess: "Deve stare a cuore alla Francía che le vie verso l'India e la Cina siano tenute da un popolo che le sia fedele fino alla morte, affinché essa possa adempiere alla missione storica che le è toccata dopo la sua grande rivoluzione. E quale popolo è adatto a questa collaborazione più del popolo ebraico, che fu destinato alla medesima missione fin dall'alba della storia?".
E' questo un tipo di argomentazione che troveremo ricorrente in un certo discorso sionista fino ai giorni nostri.
Il compito fondamentale, compito che Hess intendeva assolvere con la sua opera, era "innanzitutto di ridestare il sentimento patriottico nel cuore degli ebrei colti e di liberare le masse popolari ebraiche appunto mediante questo risuscitato patriottismo da un formalismo che uccide lo spirito. Se questo primo passo ci riesce, noi potremo, grazie alla stessa azione pratica, superare le difficoltà che sorgeranno in gran copia nel corso dell'esecuzione".
Anche se oggi è divenuto il più celebre, Roma e Gerusalemme non è certo il miglior libro di Hess come mostra di credere, per esempio, lsaiah Berlin. Né, a suo tempo, il libro "fece sugli ebrei istruiti di Germania l'effetto di una bomba", come con eccessivo ottimismo e benevolenza sostiene lo stesso autore, il quale è costretto ad ammettere d'altra parte che esso "restò al di fuori delle grandi correnti della sua epoca" e che Hess rimase "un profeta senza molto onore nel suo tempo, certamente non nel suo stesso paese".
In effetti, in un anno vennero vendute solo 160 copie del libro e l'editore si affrettò a offrire all'autore le altre copie a un prezzo di occasione. Quando, oltre trent'anni dopo, Herzl scrisse Lo Stato degli ebrei non ne aveva nemmeno sentito parlare. Lo lesse solo successivamente restandone entusiasta al punto da notare: "Tutto ciò che abbiamo tentato di fare si trova già in questo libro".
3. Jehudab Leib Pinsker e l'autoemancipazione
Il sionismo, nonostante tutti i tentativi di cercarne precursori in questo o quel pensatore del passato, non è nato dalle fantasticherie di qualche visionario alla Hess, ma dalla e nella realtà concreta degli shtetl della "Zona di residenza". Il suo vero fondatore è, a nostro parere, Jehudah Leib Pinsker (1821-1891) che per primo ha saputo dar voce alle aspirazioni concrete degli ebrei russo-polacchi sforzandosi di dare corpo e gambe a queste aspirazioni e al suo progetto politico: la creazione di uno Stato ebraico indipendente che Pinsker è stato il primo a rivendicare.
Convinto assertore della russificazione degli ebrei (era presidente della Società per la diffusione della cultura tra gli ebrei della Russia), dopo gli spaventosi pogrom antiebraici del 1881 egli modifícò radicalmente le proprie posizioni, sostenendo che bisognava trovare "nuovi rimedi, nuove vie" diversi dall'assimilazione, e divenendo convinto sostenitore della necessità di creare uno Stato ebraico nel quale gli ebrei avrebbero potuto vivere al riparo delle persecuzioni, sottraendosi all'alternativa, ugualmente umiliante, di "essere saccheggiati perché si è ebrei o dover esser protetti come ebrei".
A differenza di altri che sognavano la restaurazione di una patria ebraica per realizzare un sogno messianico, Pinsker si è battuto per una soluzione concreta della questione ebraica comunque e dovunque fosse effettivamente possibile. Il suo progetto politico non era nutrito di astratte reminiscenze bibliche, ma di una concreta sollecitudine per le masse ebraicbe oppresse e perseguitate.
Nel 1882 egli pubblicò in tedesco a Berlino un opuscolo anonimo in cui affrontava in termini realistici, politici, il problema della condizione degli ebrei e delle vie da seguire per emanciparli. "Se vogliamo avere una sede sicura -scriveva- per cessare l'eterna vita di vagabondaggio, per risollevare la nostra dignità nazionale agli occhi nostri e a quelli del mondo, non sogniamo la restaurazione dell'antica Giudea. Non torniamo ad attaccarci a quei luoghi da cui la nostra vita politica fu una volta violentemente interrotta e distrutta. Per arrivare entro un certo tempo alla soluzione del nostro problema, dobbiamo cercare di non abbracciar troppo. La cosa è già per sé abbastanza difficile. La meta delle nostre aspirazioni attuali non deve essere la "Terra Santa", ma una terra nostra. Non abbiamo bisogno di altro che di una vasta estensione di terreno per i nostri poveri fratelli, una terra che sia sempre nostra e da cui nessun dominatore straniero possa cacciarci. Là porteremo con noi le nostre cose più sacre che abbiamo salvato dal naufragio della nostra patria antica, l'idea di Dio e la Bibbia. Perché son queste cose che fecero sacra la nostra patria antica, non Gerusalemme o il Giordano. Forse la Terra Santa potrà ridiventare anche la nostra terra. Se sarà così, tanto meglio! Ma prima di tutto dobbiamo decidere -e questo è il punto essenziale- quale è il paese che possiamo ottenere e che al tempo stesso sia capace d'offrire agli ebrei di tutti i paesi, che saran costretti ad abbandonare le loro case, un rifugio sicuro e incontrastato, un luogo in cui possano trovare un lavoro produttivo".
Non considerando pregiudizialmente la Palestina come la sede della "patria ebraica", Pinsker dava prova di spirito pratico e di realismo e poneva la questione degli ebrei, degli ebrei reali e non dell'ebreo astratto, in termini concreti, che rivelavano la formazione scientifica dell'autore (Pinsker, figlio di un noto studioso e archeologo ebreo di Odessa, si era laureato in medicina all'università di Mosca e aveva esercitato con successo la professione. Per i servizi resi durante la guerra di Crímea era stato ricompensato dal governo russo). La sua principale preoccupazione non era la nostalgia nazionale e religiosa della Palestina, ma il problema politico immediato che si poneva agli ebrei dell'Impero Russo. Tuttavia, e questo era un gravissimo limite, Pinsker non si poneva il problema della popolazione vivente nel territorio che avrebbe dovuto divenire lo Stato ebraico e si poneva nella prospettiva del colonialismo europeo quando parlava di "una collettività coloniale prettamente ebraica che divenga un giorno la nostra casa inalienabile, la nostra patria".
L'opuscolo di Pinsker venne accolto con indignazione negli ambienti ebraici, tanto ortodossi quanto liberali. I primi lo accusarono di essere privo di spirito religioso, i secondi, soprattutto quelli dell'Europa occidentale, lo considerarono un traditore della fede nella definitiva vittoria dell'umanità sul pregiudizio e sull'odio. Da più parti gli venne rimproverato di aver abbandonato il sogno del ritorno a Sion, perché aveva indicato la Palestina solo come uno degli sbocchi possibili e non come lo sbocco esclusivo.
Egli ebbe però un influsso incalcolabile sullo sviluppo del sionismo dato che, se è vero che la sua opera convertì solo un piccolo gruppo di ebrei russi, è altrettanto vero che i suoi seguaci.formarono il nucleo dei movimenti sionisti dell'Europa orientale degli anni 90, senza l'apporto dei quali il progetto sionista avrebbe finito con l'inaridirsi, molto prima che altre cause esterne finissero col farlo trionfare.
Così, per uno di quei paradossi di cui è tanto ricca la storia, in particolare quella del sionismo, saranno proprio gli ebrei russi, seguaci del "territorialista" Pinsker, che al VI congresso sionista del 1903 insorgeranno violentemente contro la proposta del "sionista" Herzl di accettare l'Uganda, offerta dalla Gran Bretagna, come sede dello Stato ebraico.
Sul piano pratico Pinsker si impegnerà nell'opera di promozione di una colonizzazione ebraica su piccola scala in Palestina e sarà il primo presidente della società Hovevei Zion (la federazione dei gruppi degli "amanti di Sion"). Questa attività ha fatto sostenere da alcuni studiosi che negli ultimi anni della sua vita Pinsker si sarebbe convertito dal "territorialismo" al "sionismo". Tuttavia, la mancanza di una qualsiasi relazione tra il vasto disegno politico dell'Autoemancipazione, in cui aveva caldeggiato la creazione di uno Stato ebraico, e i limitati sforzi della società da lui presieduta per promuovere la colonizzazione ebraica della Palestina, sta a confermare che egli ha considerato fino all'ultimo questa colonizzazione non come il nucleo dello Stato ebraico, ma come il presupposto della creazione in Palestina di un "centro spirituale nazionale".
Come ha testimoniato Ahad Ha-am, che del sionismo spirituale sarebbe stato il massimo esponente, "negli ultimi giorni della sua vita egli (Pinsker) giunse, è vero, alla convinzione, e lo disse chiaramente ad alcuni dei suoi conoscenti (e fra gli altri allo scrittore di queste note), che la Palestina non era "il paese adatto per divenire il nostro asilo sicuro", che la sua situazione politica e i rapporti dei popoli verso quella terra sarebbero stati per noi un continuo ostacolo. Ciò nonostante, non invano eran passati i suoi otto anni di attività nella colonizzazione palestinese; e perfino allorquando affermava che quella terra non era la terra ideale per un asilo sicuro, non consigliò più, come aveva fatto prima, di abbandonarla completamente e di trasportare le nostre "cose più sacre" in qualunque altro paese su cui fosse caduta la scelta. La colonizzazione in Palestina -soggiunse-, dobbiamo, malgrado tutto, sostenerla e allargarla con tutte le forze. In Palestina possiamo, dobbiamo crearci un centro nazionale spirituale. La colonizzazione della Palestina non nel nome dell' "Autoemancipazione" ma nel nome di un centro nazionale spirituale".
4. Theodor Herzl
Come aveva previsto e auspicato Pinsker, il maggior contributo al risveglio nazionale ebraico non venne dagli shtetl della "zona di residenza", ma proprio dagli ambienti di quell'ebraismo dell'Europa occidentale che con tanta ostilità avevano inizialmente accolto il suo appello. Il maggior artefice della rinascita ebraica e il maggior esponente del sionismo è stato infatti un giornalista e scrittore nativo di Budapest, totalmente assimilato quando aveva cominciato a occuparsi della questione degli ebrei: Theodor Herzl (1860-1904).
Solo dieci anni della sua breve vita furono dedicati alla causa sionista, ma in questi dieci anni egli seppe dispiegare un'attività così intensa e appassionata da dar corpo, da trasformare in un organismo politico moderno, con un preciso indirizzo teorico e pratico, quello che fino al suo irrompere sulla scena era stato piuttosto uno stato d'animo diffuso ma indistinto e un pullulare di gruppuscoli atomizzati e privi di un punto di riferimento preciso che non fosse una vaga attesa messianica.
Quali possano essere stati i suoi limiti personali, per esempio l'ambizione, la vanità e la megalomania, e quale che sia il giudizio storico e politico sulla sua opera e sul sionismo è innegabile che, come ha scritto David Ben Gurion, Herzl è stato I'"architetto" che ha saputo trasformare "il popolo ebraico, per la prima volta dal tempo del suo esilio, in una forza politica" portandolo "a svolgere un ruolo come fattore nazionale attivo nella politica internazionale"
Più di chiunque altro, egli ha saputo dare ai ristretti gruppi militanti di ebrei la coscienza di essere un popolo, una nazione; ha saputo porre i presupposti della creazione in Palestina di una "sede nazionale" per gli ebrei e, quindi, di uno Stato ebraico. Anche se in ultima analisi la creazione dello Stato di Israele è essenzialmente il frutto dell'immane tragedia che si è consumata in Europa dal 1933 al 1945, senza l'azione svolta da Herzl e dai suoi successori sarebbe mancato il presupposto della soluzione che si rivelò come l'unica praticabile nel 1946-48.
L'incontro di Herzl con il sionismo avvenne casualmente nel 1894. Fino a quel momento il brillante giornalista e scrittore ungherese era perfettamente assimilato e non nutriva alcun interesse per i problemi degli ebrei. Egli era uno dei redattori in capo dell'autorevole "Neue Freie Presse", uno dei maggiori giornali europei del tempo, e si trovava a Parigi come corrispondente del suo giornale quando esplose I'"affaire Dreyfus" che assunse rapidamente un carattere violentemente antisemita. Profondamente scosso dalla constatazione che l'ostilità antiebraica fosse tanto profondamente diffusa in Europa, Herzl maturò la convinzione che l'assimilazione degli ebrei fosse impossibile e che, quindi, l'unica soluzione concreta della questione che li riguardava fosse la creazione di uno Stato ebraico indipendente.
Convertitosi agli ideali sionisti, il 14 febbraio 1896 Herzl faceva uscire a Vienna, in tedesco, 3000 copie di un libretto intitolato Der judenstaat. Versuch einer moderner Losung der judenfrage (Lo Stato degli Ebrei. Saggio di una soluzione moderna della questione degli ebrei).
Anche il libretto di Herzl è stato oggetto,come tante opere sioniste, di una sopravvalutazione postuma. Quando uscì ebbe una diffusione limitata e venne accolto con scetticismo e diffidenza quando non addirittura con ostilità negli ambienti ebraici. Il suo successo non ha nessuna relazione con il libro in sé, ma è stato dovuto esclusivamente all'azione pratica, soprattutto diplomatica, del suo autore e agli sforzi da lui spesi per creare un'organizzazione ebraica centralizzata ma diffusa in tutti i paesi.
Lo Stato degli ebrei, nonostante la sua esiguità non è un'opera che inviti alla lettura. La parte veramente sostanziale si riduce a poche pagine, il resto è una prolissa divagazione sugli aspetti tecnici del suo progetto. Con insopportabile pedanteria, Herzl scende nei più minuti e inutili dettagli, fino a dilungarsi su come avrebbero dovuto essere le case degli operai (tutte uniformi per motivi di economia) e dei borghesi (di un centinaio di tipi diversi per soddisfare le esigenze della classe media), e la bandiera (sette stelle d'oro su un drappo bianco).
Né Herzl risparmia al lettore le sue elucubrazioni sulla natura dello Stato, liquidando sommariamente tutte le altre dottrine. Memore dei suoi studi universitari di diritto romano, egli considera il rapporto tra governati e governanti come una "negotiorum gestio" in cui l'insieme dei cittadini sarebbe il "dominus negotiorum" e il governo il "gestor".
L'ideale politico di Herzl quale emerge dal suo scritto è l'ideale classista e antidemocratico di un piccolo-borghese mitteleuropeo amante dell'ordine (la polizia dello Stato degli ebrei avrebbe dovuto esser formata dal 10 per cento della popolazione maschile). E' estremamente indicativo il fatto che Herzl si rivolgerà alle masse dei diseredati ebrei dell'Europa orientale, per assicurare un seguito di massa al suo progetto, solo dopo che sarà fallito il tentativo di interessare al progetto sionista gli ebrei ricchi dell'Europa occidentale, con i quali egli si identificava profondamente.
Lo Stato degli ebrei avrebbe dovuto essere uno Stato borghese fondato sulla proprietà e sull'illimitata iniziativa privata in cui i lavoratori dipendenti sarebbero stati inquadrati militarmente. Sostenitore convinto delle istituzioni monarchiche, Herzl propendeva per una repubblica aristocratica e oligarchica del tipo di quella di Venezia. Ma questa scelta "repubblicana" era dovuta solo al fatto che gli appariva irreale restaurare dopo tanti secoli di vacanza una monarchia ebraica. Nemico del parlamentarismo e dei politici di professione, Herzl considerava assurdo l'istituto del referendum e disprezzava profondamento le masse che, come scriveva, "sono ancora peggiori dei Parlamenti, accessibili a tutte le credenze irrazionali e sempre ben disposte nei confronti di tutti quelli che sbraitano. Davanti a un popolo riunito, non è possibile fare politica estera né interna. La politica deve essere fatta dall'alto [...]. Il nostro popolo, al quale la Società (la "Society of Jews", che Herzl aveva ideato come governo degli ebrei prima della creazione dello Stato) avrà apportato il nuovo paese, accetterà anche con riconoscenza la Costituzione che essa gli darà. Ma li dove si produrranno resistenze, la Società le spezzerà. Essa non può lasciarsi distrarre dalla sua opera da individui limitati o mal intenzionati".
Non sorprende che un'opera del genere non abbia mai incontrato fortuna presso gli studiosi di scienze politiche. Essa sarebbe stata giustamente consegnata al meritato e pietoso oblio al quale sono condannate le opere di tanti autori di nuove fantasiose quanto innocue teorie sull'organizzazione perfetta dello Stato e della società o sull'origine dell'universo, se non fosse stato per le poche pagine in cui Herzl affronta la questione ebraica indicandone precisa soluzione.
Per Herzl la questione degli ebrei non era né sociale né religiosa, ma era una questione nazionale, perché gli ebrei, nonostante tutti gli sforzi di assimilarsi non vi riuscivano sia perché avevano perso l'assimilabilità sia perché continuavano a essere considerati stranieri da tutti i popoli in mezzo ai quali vivevano. L'unica soluzione possibile della questione ebraica era dunque la creazione di uno Stato degli ebrei. Per la realizzazione di questo progetto Herzl contava suIl'appoggio delle potenze europee, in particolare di quelle dove più diffuso era l'antisemitismo, alle quali faceva intravvedere i vantaggi economici e sociali che avrebbero tratto dall'esodo massiccio degli ebrei.
Come territori dove creare lo Stato degli ebrei, Herzl prendeva in considerazione l'Argentina e la Palestina. L'Argentina era uno dei paesi naturalmente più ricchi della terra, molto esteso, scarsamente popolato e con un clima temperato.
Quanto alla Palestina, scriveva Herzl, "è la nostra indimenticabile patria storica. Questo solo nome sarebbe un grido di raccolta potentemente avvincente per il nostro popolo. Se Sua Maestà il sultano ci desse la Palestina, noi potremmo incaricarci di mettere completamente a posto le finanze della Turchia. Per l'Europa noi costituiremmo laggiù un pezzo del bastione contro l'Asia, noi saremmo la sentinella avanzata della civiltà contro la barbarie. Noi resteremmo, in quanto Stato neutrale, in rapporti costanti con tutta l'Europa, che dovrebbe garantire la nostra esistenza. Per quanto concerne i Luoghi Santi della cristianità, si potrebbe trovare una forma di extraterritorialità in armonia con il diritto internazionale".
Dopo aver così definito gli obiettivi del sionismo, nella sua opera Herzl si addentrava nei particolari del suo progetto ai quali si è accennato sopra. A parte i dettagli, il libretto di Herzl non era per nulla originale (e del resto egli non aveva preteso di scrivere un'opera originale). Quando in seguito conobbe i libri di Hess e di Pinsker dichiarò che se li avesse conosciuti prima non avrebbe scritto il suo. In particolare, Lo Stato degli ebrei e Autoemancipazione convergono sostanzialmente in modo sorprendente nelle loro linee essenziali. Pinsker ed Herzl, muovendo da un punto di partenza molto simile, erano giunti a conclusioni praticamente identiche: identica l'analisi delle cause dell'antisemitismo e la concezione del sionismo come unica possibile risposta alla persecuzione degli ebrei; identica la scelta del territorio sul quale creare lo Stato ebraico: un vasto territorio americano o la Palestina; identica la convinzione che il progetto di creare uno Stato ebraico lontano dall'Europa avrebbe incontrato la comprensione e l'appoggio dei governi europei, felici di sbarazzarsi dei loro ebrei, e dei circoli antisemiti; identica la prospettiva colonialista; e, soprattutto, identica la sottovalutazione del fatto che la Palestina non era un paese vuoto ma era già abitata da un altro popolo.
Come già Pinsker, Herzl non si poneva nemmeno il problema dell'esistenza di altri abitanti nei territori scelti per crearvi lo Stato degli ebrei. Come gli altri sionisti, a parte alcune rare e perciò tanto più lodevoli eccezioni, Herzl condivideva in pieno il pregiudizio eurocentrico secondo cui al di fuori dell'Europa ogni territorio poteva essere occupato dagli europei senza tenere alcun conto dei diritti e delle aspirazioni degli abitanti. E' questo il peccato d'origine del sionismo che, sorto come movimento di liberazione nazionale del popolo ebraico, era costretto a cercarsi, in una prospettiva colonialistica, un territorio fuori d'Europa perché nel Vecchio continente non c'era un territorio che potesse essere rivendicato come proprio dagli ebrei. La realizzazione degli obiettivi del sionismo era quindi condannata a compiersi a danno dei diritti nazionali di un altro popolo senza che, peraltro, la creazione di uno Stato degli ebrei portasse alla soluzione sionista della questione ebraica. Di ciò si resero pienamente conto i teorici e i sostenitori del "sionismo spirituale", primo fra tutti Asher Ginzberg (Ahad Ha-am), il più lucido e profondo pensatore ebraico dei tempi moderni.
5. Il "Programma di Basilea"
Lo Stato degli ebrei venne accolto con aspre critiche e ostilità negli ambienti ebraici. Alcuni critici lo considerarono un chimerico ritorno al messianismo medievale. Altri, come il gran rabbino di Vienna Moritz Gudemann, contestarono "l'elucubrazione del nazionalismo ebraico", sostenendo che gli ebrei non costituivano una nazione e che in comune avevano solo la fede nello stesso Dio, e che il sionismo era incompatibile con l'insegnamento del giudaismo.
L'accoglienza fu fredda anche negli ambienti sionisti, in particolare in quelli dell'Europa orientale per i quali era essenziale la rinascita culturale degli ebrei.
La critica più severa e più pertinente fu quella di Ahad Ha-am, il maggior esponente del sionismo spirituale, il quale giudicò Lo Stato degli ebrei uno scritto di carattere giornalistico superficiale che non reggeva il confronto con Autoemancipazione di Pinsker. Secondo Ahad Ha-am nello Stato progettato da Herzl non era dato riscontrare nessuno di quei caratteri specificamente ebraici, di quei grandi principi morali per i quali gli ebrei avevano vissuto e sofferto e per i quali ritenevano valesse la pena di operare per divenire di nuovo un popolo.
Nonostante il poco incoraggiante esito del suo esordio sulla scena sionista nelle vesti di re-messia venuto a salvare e redimere il popolo ebraico, Herzl si dedicò totalmente alla causa sionista facendosi instancabile ambasciatore del progetto di creazione di uno Stato degli ebrei presso il sultano, l'imperatore tedesco, il re d'Italia, il papa, i governanti britannici, e Plehve e Witte, i potentissimi ministri che nell'impero zarista guidavano il movimento antisemita. Egli diede anche vita alla "Jewish Society" che aveva progettato nel suo libro, creando l'organizzazione sionista mondiale che guidò con mano ferma fino alla morte, e fondò il giornale "Die Welt" (4 giugno 1897) che fino allo scoppio della prima guerra mondiale fu l'organo centrale del movimento sionista.
Nel 1897 (29-31 agosto) egli organizzò a Basilea il primo congresso sionista mondiale, storicamente importante perché formulò il Programma di Basilea e diede vita all'Organizzazione sionista mondiale, nella quale avveniva l'unificazione organizzativa e programmatica del sionismo orientale e di quello occidentale.
Il Programma di Basilea affermava che "il sionismo si sforza di ottenere per il popolo ebraico un focolare garantito dal diritto pubblico in Palestina". I metodi da adottare per il raggiungimento di questo obiettivo erano: 1) l'incoraggiamento della colonizzazione ebraica in Palestina; 2) l'unificazione e l'organizzazione di tutte le comunità ebraiche; 3) il rafforzamento della coscienza ebraica individuale e nazionale; 4) iniziative per assicurarsi l'appoggio dei diversi governi per realizzare gli obiettivi del sionismo.
All'indomani del congresso Herzl scriveva nel suo diario: "Se dovessi riassumere il congresso in una parola -che mi guarderei bene dal rendere pubblica- sarebbe questa: a Basilea ho fondato lo Stato ebraico. Se lo dicessi a voce alta sarei accolto da un universale scoppio di risa. Forse fra cinque, certamente tra cinquant'anni se ne accorgeranno tutti".
In realtà, il risultato del congresso di Basilea fu molto meno importante di quanto fantasticasse Herzl. Nel programma adottato dai 197 delegati presenti al congresso, il problema della creazione dello Stato ebraico non era nemmeno adombrato. In sostanza ci si limitava a chiedere la concessione "di un focolare garantito dal diritto pubblico" ottomano in Palestina ("einer offentlich-rechtlich gesicherten Heimstatte").
Secondo il Feinberg, benché Herzl abbia respinto l'espressione "garantito dal diritto internazionale" ("volker-rechtlich gesicherten") proposta da uno dei delegati, la formulazione adottata era ambigua e flessibile in modo da poter essere interpretata estensivamente anche nel senso che il compito di garantire il focolare ebraico toccasse alle potenze europee.
Quali possano essere stati gli accorgimenti lessicali e le riserve mentali degli autori del programma, non c'è dubbio, comunque, che nella migliore delle ipotesi essi pensavano a un rifugio per gli ebrei che godesse di una certa autonomia e garanzia legale all'interno dell'Impero Ottomano e non a uno Stato ebraico autonomo e indipendente.
L'aspetto più interessante e rilevante del congresso e del programma adottato non consisteva nell'"atto di nascita" dello Stato ebraico, quanto, piuttosto, come è stato rilevato, nel passaggio dal sionismo pratico (cioè azione "selvaggia", spontanea, non garantita legalmente) al sionismo politico (cioè a un sionísmo basato sulle trattative e gli accordi nel "nuovo approccio, da allora elevato a principio dottrinario, secondo il quale la negoziazione di uno statuto politico in Palestina -l'obiettívo della sovranità- era la strada maestra per il trionfo del sionismo, e quindi per la soluzione della questione ebraica. Il riconoscimento concesso al lavoro pratico di colonizzazione -l'obiettivo della terra- era una concessione agli interessi acquisiti e ai consigli di cautela che allora non suscitavano entusiasmo; quindi non aveva la forza di un principio".
6. I progetti di el-Arish e dell'Uganda
Gli sforzi principali per realizzare gli scopi del sionismo vennero fatti in direzione dell'Impero Ottomano. Herzl propose al sultano Abdulhamid di risanare il debito pubblico ottomano in cambio della Palestina. Ma la proposta venne respinta: "L'impero turco -fece sapere il sultano a Herzl- non appartiene a me, ma al popolo turco. Non posso darne via alcuna parte. Gli ebrei risparmino i loro miliardi. Quando il mio impero sarà smembrato, potranno avere la Palestina per niente. Ma quello che sarà diviso sarà solo il nostro cadavere. Io non accetterò una vivisezione". Tuttavia, nel 1902 il governo ottomano offrì a Herzl una sede per gli ebrei non in Palestina ma in Anatolia, in Mesopotamia o in Siria. L'offerta venne respinta.
Herzl si risolse a cercare altrove il territorio sul quale creare il focolare ebraico. Il 1° luglio 1898 notava nel suo diario: "Le masse povere hanno bisogno di un aiuto immediato e la Turchia non è in una situazione tanto disperata da dover accedere ai nostri desideri. Ciò che dovremo fare prima di tutto sarà di definire uno scopo immediatamente accessibile, senza abbandonare nessuno dei nostri diritti storici. Potremmo, per esempio, chiedere Cipro all'Inghilterra, potremmo anche prendere in considerazione l'Africa del Sud o l'America, fino al giorno della dissoluzione dell'Impero Ottomano".
Si è già visto come, fin dagli anni della guerra turco-egiziana del 1839-41, la Gran Bretagna, in mancanza di meglio, si fosse assunta la protezione degli ebrei viventi nell'Impero Ottomano. Ed è proprio in Gran Bretagna che il movimento sionista trovò non solo i maggiori incoraggiamenti ma anche concreti aiuti per la realizzazione del progetto di creareun focolare per il popolo ebraico. In occasione delle elezioni del 1900, sessanta candidati al Parlamento di Londra si dichiararono pubblicamente a favore del sionismo e dei suoi fini, inaugurando così un andazzo che avrebbe raggiunto punte parossistiche soprattutto negli Stati Uniti in occasione delle elezioni presidenziali e legislative.
Due anni dopo (1902), Herzl propose al governo di Londra come focolare per gli ebrei la penisola del Sinai, la Palestina egiziana, o Cipro. Il governo britannico, scarsamente entusiasta della prospettiva di un massiccio afflusso nel Regno Unito di ebrei dall'Europa orientale, soprattutto dalla Romania, decise di contribuire alla creazione della sede ebraica in un territorio del Mediterraneo orientale. Scartata per ragioni strategiche l'isola di Cipro, la scelta cadde sulla zona di el-Arish, nella costa mediterranea della penisola del Sinai. La proposta venne fatta a Herzl nell'ottobre del 1902 dal segretario al Colonial Office (ministro delle colonie), Joseph Chamberlain. Unica condizione l'accettazione da parte di lord Cromer, il potentissimo console generale inglese in Egitto, di fatto vero e proprio padrone di quel paese. Dopo che una commissione di esperti ebbe studiato le possibilità pratiche di realizzazione del progetto di el-Arish, il 12 marzo 1903 questo progetto venne respinto perché, per approvvigionarlo dell'acqua necessaria per l'irrigazione, si sarebbe dovuto sottrarne in misura eccessiva da altre zone.
Venne allora proposto l'insediamento ebraico nell'Africa orientale, in Uganda. Secondo la proposta britannica, una commissione di studio siodiia vr 56"dovuto recarsi sul posto per rendersi conto se esisteva un territorio conveniente. In caso affermativo sarebbe stato possibile fondarvi, sotto l'autorità di un funzionario ebreo che sarebbe stato il capo dell'amministrazione locale, una colonia ebraica nella quale i coloni avrebbero potuto vivere a modo loro.
La proposta, anche a causa dell'emozione provocata dal feroce pogrom di Kiscinev, venne accolta da Herzl che la presentò al sesto congresso sionista (Basilea, 23-28 agosto 1903). In questa sede il "Progetto dell'Uganda" incontrò la decisa opposizione dei delegati dell'Europa orientale, soprattutto di quelli russi.
Alla fine, con 295 voti a favore, 178 contrari e 132 astensioni venne deciso di nominare una commissione da inviare in Uganda per esaminare le possibilità di attuazione del progetto.
Herzl morì il 3 luglio 1904 all'età di 44 anni senza aver potuto vedere la realizzazione del grande ideale della sua vita. Nell'agosto del 1949 le sue ceneri saranno trasportate nello Stato di Israele alla cui creazione egli aveva dedicato tutto se stesso.
Il progetto dell'Uganda venne infine respinto defínitivamente nel corso del settimo congresso sionista che si tenne a Basilea dal 27 luglio al 2 agosto 1905, un anno dopo la morte di Herzl. In attesa che si creassero le condizioni di un massiccio insediamento ebraico in Palestina, i successori di Herzl decisero di continuare la sua azione diplomatica e nello stesso tempo di promuovere e favorire nei limiti del possibile l'immigrazione ebraica in Palestina in modo da rafforzare le posizioni degli ebrei palestinesi sia nel campo dell'industria sia in quello dell'agricoltura, "nello spirito più democratico possibile". Privato della direzione carismatica di Herzl il movimento sionista vide crearsi le due correnti fondamentali dei seguaci ortodossi di Herzl, favorevoli all'iniziativa diplomatica, e dei sionisti "pratici", favorevoli maggiormente a iniziative concrete che consentissero il consolidamento delle posizioni ebraiche in Palestina e un rafforzamento del sionismo tra gli ebrei della diaspora.
Parlando dell'evoluzione del sionismo sotto la direzione di Herzl, il Roth ha rilevato come "solo qualche migliaio di persone erano direttamente toccate da questa rinascita. Inoltre, con la morte del suo fondatore, il sionismo perdette di vitalità e, nel decennio seguente, una gran parte della sua forza andò perduta in questioni intestine. Nel mondo rigorosamente pratico che ebbe fine nel 1914, il movimento [sionista] era considerato il passatempo di alcuni visionari, e nello stesso mondo ebraico le sue effettive realizzazioni erano generalmente ignorate". Dopo la morte di Herzl e fino alla prima guerra mondiale l’idea stessa di uno stato ebraico viene praticamente messa da parte mentre l'accento viene posto sul lavoro pratico e sull’immigrazione anche su piccola scala. Come ha riconosciuto Chaim Weizmann, è stato proprio questo lavoro pratico che ha posto le premesse per la creazione prima del focolare e poi dello Stato ebraico in Palestina: "Gli anni dell’anteguerra, fra il 1906 ed il 1914, furono in un certo senso decisivi; 1'impronta dell’opera allora compiuta è ancora oggi visibile in Palestina. Accumulammo infatti allora un complesso di esperienze che ci fu di grande utilità negli anni che seguirono la prima guerra mondiale. Noi prevedemmo molti dei problemi che dovemmo poi fronteggiare nei giorni delle maggiori. imprese, e ponemmo le fondamenta di istituzioni che formano parte del rinato focolare nazionale ebraico. E soprattutto acquistammo il senso delle cose, cosicché non iniziammo l'esecuzione del nostro compito dopo la Dichiarazione Balfour comportandoci come dei principianti ".
7. Il sionismo territorialista
La discussione sul progetto dell’Uganda provocò una profonda crisi e quindi una spaccatura nel movimento sionista. Al settimo congresso, infatti, una parte dei sostenitori del progetto dell’Uganda, guidati dallo scrittore Israel Zangwill, che era stato uno dei primissimi sostenitori di Herzl, si staccarono dall’organizzazione sionista e diedero vita alla Jewish Territorial Organization (JTO) e al cosiddetto sionismo territorialista. Il principio fondamentale del territorialismo si riassume nell'affermazione: "Noi non attribuiamo nessun vero valore ai nostri pretesi diritti storici su questo paese [la Palestina] ", e nel rifiuto di ammettere un qualsiasi legame organico tra il sionismo e la Palestina. Dopo la sua costituzione, la Jewish Tenitorial Organization si mise alla ricerca di un territorio adeguato nel quale stanziare gli ebrei e studiò la possibilità di colonizzazione in Angola, Tripolitania, Texas, Messico, Australia e Canada, ma senza riuscire mai ad andare oltre la fase dello studio. Nel 1925 la JTO venne sciolta.
La stessa sorte toccò al neo-terrítorialismo della "Freeland League", creata dieci anni dopo e sciolta dopo la nascita dello Stato di Israele.
Da rilevare che la "Freeland League", pur accogliendo con favore la creazione dello Stato di Israele, sostenne che a causa della limitatezza del suo territorio lo Stato ebraico non poteva risolvere il problema della patria degli ebrei in quanto in nessun caso avrebbe potuto accogliere tutti o anche solo la maggioranza degli ebrei del mondo.
8. Il sionismo spirituale: Ahad Ha-am, il "rabbino agnostico"
Ben altro respiro e influenza del sionismo territorialista ebbe il sionismo spirituale o culturale la cui caratteristica fondamentale è stata quella di presentarsi come un fenomeno positivo, di affermazione dei grandi valori della tradizione umanistica ebraica, e non già come una risposta di carattere sivo all'antisemitismo.
Fondatore di questa corrente sionista è stato Asher Hirsch Ginzberg (1856-19?7) un ebreo ucraino nativo di Kivna nella proFncia i klev. Dopo aver ricevuto nella casa paterna un'educazione ebraica tradizionale egli si dedicò, sotto la guida di un insegnante privato, allo studio del Talmud e della filosofia medievale. Per conto suo lesse la letteratura dell'Haskalah (l'illuminismo ebraico) e imparò il russo (di nascosto, all'età di 20 anni), il tedesco, il francese, l'inglese e il latino, soggiornando per motivi di studio a Berlino, Vienna e Bruxelles.
Pur avendo dedicato tutta la sua esistenza agli ideali del nazionalismo ebraico e a un'imponente e molto intensa attività giornalistica (per sei anni diresse " Hashiloah ", il grande periodico culturale ebraico dell'epoca) e saggistica, rifiutò sempre di diventare scrittore di professione e per mantenere la piena indipendenza non abbandonò mai la sua attività commerciale (lavorava per Visotsky, il grande mercante russo di tè).
La conoscenza della moderna cultura nazionalistica lo portò prima al distacco dallo hassidismo, e quindi all'abbandono di qualsiasi credenza religiosa.
Trasferitosi nel 1884 a Odessa, allora centro della vita culturale ebraica nell'Impero Russo, dove visse fino al 1907, egli entrò in contatto con il movimento degli Hovevei Zion (Amanti di Sion) divenendo membro del Comitato per la colonizzazione della Palestina, presieduto da Pinsker.
Nel 188 con lo pseudonimo di Ahad Ha-am (Uno del Popolo) Che avrebbe servato per tutta la vita, scrisse un articolo ("La via sbagliata") nel quale criticava vigorosamente il programma degli Hovevei Zion di colonizzazione della Palestina, per il suo carattere illusorio e per la sua inadeguatezza spirituale e culturale. L'immigrazione in Palestina e la colonizzazione organizzate dagli Hovevei Zion erano votate al fallimento perché quelli che se ne occupavano erano stati mal preparati alla loro missione sul piano professionale e su quello più generale. Il compito principale del movimento nazionale ebraico era di ispirare ai suoi partigiani un più profondo attaccamento alla vita nazionale e un più ardente desiderio del benessere nazionale. In seguito, Ahad Ha-am avrebbe precisato sempre meglio la sua critica del sionismo tanto politico quanto pratico ai quali avrebbe contrapposto la sua concezione del sionismo spirituale.
Il sionismo era destinato al fallimento in quanto incapace di garantire la completa e assoluta soluzione del problema ebraico in tutti i suoi aspetti, soprattutto di porre fine all'esilio del popolo ebraico. In nessun caso, infatti, la creazione di una sede nazionale o di uno Stato degli ebrei avrebbero avuto, anche nelle condizioni più favorevoli, il risultato di concentrare in Palestina la maggioranza o anche solo una parte sostanziale degli ebrei sparsi nel mondo, riducendo in misura significativa la comunità ebraica della diaspora.
"La speranza del rimpatrio di tutti gli ebrei del mondo non ha base nella realtà -scriveva nel 1907-, e perfino nell'auspicato avvenire lontano, quando la popolazione ebraica di Erez Israel [cioè della Palestina] avesse raggiunto l'apice e gli ebrei fossero talmente aumentati da saturare il paese e conquistarlo col loro lavoro, anche allora, la maggioranza degli ebrei rimarrebbe dispersa in terre straniere. Insomma l'esilio nel suo significato fisico noti ha fatto un passo, non se n'è liberata che una parte del popolo, una parte relativamente piccola, che ha avuto la fortuna di restaurare le rovine del paese e di ottenervi la libertà nazionale, mentre tutte le altre parti, sparse in terre estranee, sono rimaste nella loro primitiva situazione esteriore".
L'impossibilità materiale di riunire tutti o anche solo la maggioranza, degli ebrei sparsi nel mondo in Palestina rendeva quindi insolubile la questione ebraica con mezzi puramente sionisti. Non meno grave e denso di conseguenze negative dell'esilio fisico degli ebrei era, secondo Ahad Ha-am, l'esilio spirituale che premeva sulla collettività ebraica nella sua vita spirituale, togliendole la capacità di preservare e sviluppare il suo specifico carattere nazionale, secondo il suo spirito, con piena libertà, come ali altri popoli. Questa pressione spirituale che rischiava di far perdere, con l'assimilazione, i caratteri specifici del popolo ebraico provocando la rapida e radicale disgregazione della cultura e quindi dell'identità ebraica - si era accentuata soprattutto da quando, con l'emancipazione degli ebrei in quasi tutti i paesi, era stata demolita la "muraglia" artificiale dietro la quale lo spirito del popolo ebraico si era trincerato in passato per poter vivere la sua vita specifica.
"Noi e la nostra vita nazionale -scriveva Ahad Ha-am- siamo perciò sottomessi allo spirito dei popoli che ci circondano, e non possiamo più preservare il nostro carattere nazionale essenziale dalla disgregazione prodotta dalla necessità imprescindibile di adattarci allo spirito della vita estranea che fa breccia su di noi. E' stato appunto il problema dell'esilio spirituale che ha in realtà trovato la stia risposta nella creazione d'un "rifugio" nazionale in Erez Israel, non rifugio per tutti i membri del popolo che cercano tranquillità e pace, specifica forma culturale, frutto di un processo storico millenario, che ha ancora in sé la forza di vivere e di svilupparsi secondo la sua natura anche in avvenire, purché sia liberato dalle catene della dispersione".
Quello che mancava alla rinascita culturale e spirituale, ancor prima della "decisione nazionale" era "un luogo preciso che sia centro nazionale spirituale, che sia "asilo sicuro" non agli ebrei ma all'ebraismo, al nostro spirito nazionale; alla cui costruzione ed elaborazione partecipino tutti gli ebrei di tutti i paesi della diaspora; e che questa partecipazione avvicini spiritualmente coloro che son oggi lontani geograficamente e ideologicamente, e poi - per l'azione del centro su tutti i punti della periferia -, rinnovi lo spirito nazionale in tutti i cuori e rinvigorisca anche il senso dell'unità nazionale ".
Il "centro nazionale spirituale" in Palestina per l'ebraismo avrebbe dovuto essere un "centro caro a tutto il popolo", capace di unire e legare tutto il popolo, " un centro della Torah e della scienza, della lingua e della letteratura, del lavoro fisico e della purezza spirituale; una vera miniatura del popolo ebraico " quale esso avrebbe dovuto essere. Ogni ebreo della dispersione si sarebbe ritenuto felice se avesse potuto vedere una volta nella sua vita il "centro dell'ebraismo" e, tornato al paese natio, avrebbe detto ai suoi amici: "Se volete vedere il vero tipo dell'ebreo, nella sua fisionomia originale, - sia rabbino, scienziato o scrittore, sia contadino, artigiano o negoziante -andate in Palestina, e lo vedrete".
A differenza del sionismo alla Herzl - che considerava negativamente il popolo ebraico cotte prodotto, risultato, del rifiuto e dell'ostilità dei non ebrei, in una parola dell'antigiudaismo e dell'antísemitismo, e che quindi prendendo atto di questa situazione, si poneva l'obiettivo di concentrare tutti gli ebrei in una loro sede nazionale dove fossero al riparo dall'ostilità dei gentili - il sionismo spirituale poneva l'accento sui tradizionali valori etici, religiosi e culturali nei secoli erano stati il grande e glorioso patrimonio dell'ebraisrno e avevano consentito agli ebrei che se ne erano nutriti e avevano colvati di perpetuarsi in quanto ebrei con un loro specifico " spirito nazionale ".
La sede nazionale ebraica, più che un rifugio per gli ebrei perseguitati, era quindi concepita come il della rinascita nazionale degli ebrei, come un centro culturale e spirituale, non tutto il mondo i principi e valori del giudaismo e dell'ebraismo.
Non è un caso che, sola corrente sionista, quella del sionismo spirituale, sia posta fin dall'inizio con lucidità il ro arabi palestinesi e abbia sempre ricercato una soluzione che non sacrificasse sull'altare della rinascita ebraica i diritti nazionali, civili e politici dei palestinesi.
Già nel 1891, al suo ritorno dal primo viaggio in Palestina, in un articolo ("La Verità da Erez Israel") che sollevò una tempesta di indignazione e di proteste, Ahad Ha-am scriveva:
" Molti abitanti della Palestina, la cui coscienza nazionale ha cominciato a svilupparsi dopo la rivoluzione turca, guardano di traverso, del tutto naturalmente, alla vendita di terra agli stranieri e fanno il possibile per eliminare questo male. Noi siamo abituati a credere che Erez Israel sia attualmente quasi completamente desolato e che gli arabi siano selvaggi del deserto, simili a muli, i quali né vedono né capiscono ciò che accade intorno a loro, ma questo è un errore fatale. Gli arabi, specialmente quelli delle città, vedono e capiscono quel che facciamo e quel che vogliamo nel paese, ma restano tranquilli e si comportano come se non comprendessero, e questo perché non scorgono alcun pericolo per il loro futuro in ciò che facciamo attualmente, e cercano anche di sfruttarci e di profittare dei nuovi ospiti mentre ridono di noi in cuor loro. Ma se verrà un giorno in cui il nostro popolo compirà in Palestina progressi tali da mettere alle corde la popolazione del paese, allora non cederanno tanto facilmente il loro posto. L'arabo come tutti i semiti ha una mente acuta ed è molto intelligente ".
Nell'autunno del 1922, dopo l'uccisione di un ragazzo arabo da parte di alcuni giovani ebrei, Ahad Ha-am scriverà in una famosa lettera al giornale Ha-aretz": "Ebrei e sangue: esistono due termini più antitetici di questi?"
Oggi si sta diffondendo nel popolo ebraico una tendenza a sacrificare, sull'altare del "ritorno", i suoi profeti, i grandi principi morali per i quali il nostro popolo ha vissuto e sofferto e per i quali solamente ha ritenuto valesse la pena di operare per divenire di nuovo un popolo nella terra dei suoi padri Perché, senza ciò -Dio del cielo-, cosa siamo e qual è il futuro della nostra vita in questo paese ? solo per aggiungere in un angolo dell'Oriente un altro piccolo popolo levantino che competa con i levantini che già vi si trovano in quei corrotti costumi morali a cui si riduce il contenuto della loro vita: la sete di sangue, la vendetta e la faida? Se questo è il Messia, che venga! Ma io non voglio vederlo ".
Dopo la Dichiarazione Balfour, al cui varo egli collaborò attivamente, Ahad Ha-am divenne sostenitore della soluzione di uno Stato Palestinese binazio altri abitanti del paese, i quali hanno un diritto reale al paese dovuto a generazioni di residenza e di lavoro in esso. Anche per loro questo paese è una sede nazionale ed essi hanno il diritto di sviluppare quanto possibile le loro potenzialità nazionali. La sede nazionale del popolo ebraico deve costruirsi senza distruggere con ciò la sede nazionale degli altri abitanti ".
9. La scelta binazionale: Magnes e Buber
Gli ideali di Ahad Ha-am furono ripresi e sviluppati soprattutto dall'americano Judah Leon Magnes (1877-1948), creatore e presidente (dal 1935) dell'Universita' Ebraica di Gerusalemme, e da Martin Buber.
Secondo Magnes la vera essenza del sionismo consisteva non nella creazione di uno Stato ebraico né nell'azione politica degli ebrei, ma negli ideali spirituali e culturali di Ahad Ha-am da realizzare attraverso una accurata colonizzazione della Palestina che non ledesse gli interessi e i diritti degli e nella rinascita spirituale del popolo ebraico. Anche il grande filosofo austriaco di orioine galiziana, Martin Buber (1878-1960) si riallaccia direttamente all'insegnamento di Ahad Ha-am per sostenere che la comunità ebraica di Palestina poteva e doveva essere una potenza spirituale capace di realizzare nella società lo spirito che vive nel popolo e di consentire il superamento del dualismo esistente tra verità e realtà, tra idea e fatto, tra morale e politica. Ma Buber si è spinto ancora più avanti di Ahad Ha-am sostenendo che il centro spirituale creato in Palestina non avrebbe dovuto irradiare la sua lezione solo al mondo ebraico ma a tutte le nazioni. "Il sionismo - diceva dalla tribuna del XVI congresso sionista il 10 agosto 1929 - è qualche cosa di diverso dal nazionalismo ebraico. Giustamente ci chiamiamo sionisti e non nazionalisti ebrei; poiché Sion è più di "nazione". Sionismo è coscienza di una peculiarità. "Sion" non è una nozione generica come "nazione" o come "Stato" ma è un nome, è la designazione di qualche cosa di unico e di incomparabile. E non è neppure un'espressione geografica come Canaan o Palestina, ma da tempo immemorabile è il nome di una certa cosa che deve nascere in un determinato luogo geografico del nostro pianeta. Ciò che un giorno doveva avverarsi e ciò che deve tuttora avverarsi; cioè, per dirlo nello stile della Bibbia, il principio del regno di Dio su tutta l'umanità ".
Il sionismo avrebbe dovuto essere in grado di "diventare una potenza dello spirito, la quale plasmi nuove forme di vita nazionale, nuovi rapporti tra le nazioni, che contribuisca a preparare una vera alleanza fra oriente e occidente e che poi, grazie a questo lavoro e sulla sua base, si unisca agli elementi d'avvenire di tutti i popoli".
La missione del centro spirituale ebraico era concepita da Buber come una missione umanistica, di carattere essenzialmente sovranazionale. Coerentemente con questi principi, il filosofo di Vienna assunse un atteggiamento di estrema apertura e comprensione nei confronti dei diritti e degli interessi degli arabi palestinesi sostenendo con fermezza la soluzione binazionale.
Ricordiamoci -ammoniva al XVI congresso sionista- in che modo i popoli ci hanno trattato e come ci trattano ancora dappertutto, come stranieri, come inferiori. Guardiamoci dal considerare e dal trattare quale cosa inferiore ciò che ci è estraneo e non abbastanza noto! Guardiamoci dal far noi ciò che ci è stato fatto. […] E' stato per me spaventoso notare in Palestina, quanto poco noi conosciamo gli uomini arabi. Io non mi illudo né mi dò a intendere che oggi esista fra noi e gli arabi una concordia d'interessi, oppure che essa possa facilmente crearsi. Con tutto ciò in ogni divergenza d'interessi la più seria, che non derivi solo dall'illusione e non derivi solo dalla politica, è possibile una politica locale comune, poiché ambedue si ama questa terra; quindi insieme essa è amata ed insieme essa è desiderata: per cui è possibile lavorare insieme per questa terra.
"Molti di noi dicono: noi non vogliamo che altri padroneggino su di noi; ed io lo ripeto con loro. Ma io non debbo dover leggere continuamente fra le righe di queste parole che non vogliamo essere padroneggiati da altri, le parole: ma noi vogliamo essere padroni. Si deve dire: Noi non vogliamo che altri padroneggino su noi e non vogliamo padroneggiare sugli altri".
Emigrato in Palestina nel 1938, Buber contribuì attivamente alle iniziative del gruppo Ihud (in ebraico: Unione), creato da Magnes, volto a favorire la creazione di uno Stato binazionale arabo-ebraico in Palestina. Dopo la creazione dello Stato di Israele nel 1948, Buber si oppose alla politica governativa sui problemi delle relazioni israelo-arabe e del trattamento riservato alla minoranza araba in Israele ma la sua voce è rimasta inascoltata.
Come è stato osservato, il sionismo politico non ha tenuto alcun conto delle posizioni e degli ammonimenti dei sostenitori del sionismo spirituale, e se ne felicita. Tuttavia, il bilancio finale non è stato ancora fatto.
10. Sionismo e socialismo
Nelle sue varie correnti, il sionismo è sempre stato un fenomeno ristretto a una cerchia limitata di intellettuali borghesi astratti e staccati dalla realtà, che si ponevano come guida di masse con le quali non avevano nessun collegamento organico e tra le quali non avevano alcun seguito effettivo. Inoltre, le varie correnti sioniste si presentavano con caratteri indifferenziati e interclassisti che non tenevano alcun conto della stratificazione sociale delle masse ebraiche.
L'unico che in un certo senso si fosse posto il problema sociale era stato nella prima fase del sionismo Herzl, il quale, però, come si è visto, aveva proposto una soluzione di tipo sostanzialmente antidemocratico e conservatore.
L'incapacità degli ideologi sionisti di affrontare anche l'aspetto sociale della questione ebraica è in buona parte all'origine dell'estraneità, mai venuta del tutto meno, delle masse popolari ebraiche al movimento sionista. Se si considera la storia dello sviluppo del movimento operaio ebraico, si rileva l'estrema marginalità del sionismo come ideologia delle masse ebraiche che alla fine del XIX secolo erano concentrate soprattutto nell'Europa orientale e nella "zona di residenza" dell'Impero Russo.
Eppure, gli ebrei hanno dato un contributo di eccezionale importanza allo sviluppo del movimento rivoluzionario e socialista. Come ha rilevato Lenin, "la proporzione degli ebrei nei movimenti democratici e proletari è dovunque superiorea quella degli ebrei nella popolazione in generale".
Nel suo studio sociologico sui partiti politici, Roberto Michels ha dedicato un intero paragrafo ("L'elemento ebraico come campo di reclutamento") al problema della presenza particolarmente numerosa di ebrei nella leadership dei partiti socialdemocratici e rivoluzionari. "Le qualità caratteristiche dell'elemento ebraico -ha scritto questo studioso- fra cui spiccano anche il fanatismo settario, che è così frequente e che si comunica anche alle masse, la fede salda e suggestiva in sé stessi -il profetismo che è loro proprio- una grande abilità oratoria e dialettica, una ambizione e una tendenza a mettere in luce e a far risaltare le proprie qualità, e soprattutto una quasi illimitata capacità di adattamento: tutte queste qualità fanno degli ebrei uomini nati per essere condottieri delle masse, organizzatori e agitatori. […] Ma il fenomeno generale dell'adattabilità e della duttilità intellettuale degli israeliti non è sufficiente a spiegare la loro presenza e soprattutto la loro forza quantitativa e qualitativa nel partito dei lavoratori. […] L'origine di questo fenomeno […] si spiega, almeno per la Germania e per i paesi orientali, con la posizione speciale dell'elemento ebraico di ieri e di oggi. Qui, all'emancipazione giuridica degli ebrei non è ancora seguita quella sociale e morale. […] Per questo sorge di nuovo in lui (nell'ebreo) l'atavico sentimento di ribellione morale contro le ingiustizie compiute ai danni della sua razza, sentimento che, dato il sostrato idealistico che anima questa razza, dominata dalle più profonde passioni, più facilmente che non presso la razza germanica si muta in un puro orrore per tutte le ingiustizie e si eleva fino a divenire una tensione rivoluzionaria verso una palingenesi universale".
Al di là delle esagerazioni sull'"ebreo tipico", sull'"ebreo in generale", in quanto scritto dal Michels c'è un indubbio elemento di verità.
Anche il semplice elenco degli ebrei che hanno dato un contributo decisivo allo sviluppo del movimento operaio dei diversi paesi e internazionale riempirebbe numerose pagine. A parte Marx, basti qui ricordare Ferdinand Lassalle, uno dei principali organizzatori del partito della classe operaia tedesca; gli esponenti della socialdemocrazia tedesca Paul Singer, Eduard Bernstein, Parvus (Alexander Israel Helphand), Rosa Luxemburg e Leo Jogiches (questi ultimi due attivi sia nel movimento operaio polacco sia in quello tedesco), Hugo Haase e Otto Landsberg, che furono due dei sei commissari del popolo del primo governo socialista in Germania (1918), il presidente dell'effimera Repubblica dei Consigli in Baviera, Kurt Eisner, e i suoi collaboratori Gustav Landauer, Eugen Leviné ed Ernst Toller; gli austriaci Victor e Friedrich Adler e Otto Bauer; gli ungheresi Bela Kuhn, presidente della Repubblica Sovietica Ungherese del 1919, e Gyorgyi Lukacs, uno dei maggiori teorici marxisti del nostro secolo; i bolscevichi russi Jakov Sverdlov, primo presidente dell'Unione Sovietica, Lev Trotski, Lev Kamenev, Grigorii Zinoviev, Karl Radek, Adolf Joffe, David Ryazanov, Mikhail Uritsky, Maksim Litvinov, V.Volodarski (Moiseij Markovic Goldstein), Solomon Lozovsky, Shimon Dimanshtein; i menscevichi russi Paul Axelrod, Lev Deutsch, Julius Martov, Theodor Dan, Mark Liber, Raphael Abramovich; il francese Léon Blum; gli italiani Umberto Terracini, Emilio Sereni, Claudio Treves, Giuseppe Emanuele Modigliani.
Oltre a partecipare come protagonisti di primissimo piano alla storia del movimento operaio internazionale in generale, gli ebrei hanno dato vita, nelle zone di maggior concentrazione ebraica, a specifici partiti e organizzazioni della classe lavoratrice ebraica. Il più importante di questi partiti operai ebraici è stato il Bund (Algemeyner Yidisher Arbeter Bund in Lite, Poyln un Rusland = Unione generale dei lavoratori ebrei in Lituania, Polonia e Russia), fondato clandestinamente a Vilna il 7-9 ottobre 1897. Un anno dopo, il Bund partecipava al congresso di fondazione del Partito operaio socialdemocratico di Russia, del quale entrava a far parte come "organizzazione autonoma; indipendente solo nelle questioni che interessassero specificamente il proletariato ebraico". Concepito dai suoi promotori e aderenti come il Partito del Proletariato ebraico, il Bund si prefiggeva di tutelarne gli interessi politici ed economici lì dove questo proletariato era concentrato.
Lo sviluppo del sionismo provocò di riflesso la progressiva accentuazione degli elementi nazionalistici presenti fin dalle origini nel bundismo e la rottura politica e organizzativa con il Partito operaio socialdemocratico di Russia che avvenne al secondo congresso del Posdr (Bruxelles - Londra, luglio - agosto 1903).
Come ha testimoniato Shimon Dimanshtein, che nei primi anni del potere sovietico è stato direttore del Commissariato centrale per gli affari ebraici del commissariato del popolo alle nazionalità, "la tattica del Bund tendeva a dividere il proletariato della Russia in tante sezioni nazionali quante erano le nazionalità dei paese, cosa che avrebbe condotto il partito sulla stessa via della socialdemocrazia austriaca, con tutti i suoi aspetti negativi, e avrebbe rafforzato il nazionalismo piccolo-borghese".
Nonostante il prevalere nelle sue file delle tendenze "autonomistiche" e "nazionalistiche ebraiche secolari" e benché Plekhanov ne considerasse i membri "sionisti con la paura del mal di mare", il Bund restò sempre violentemente avverso al sionismo e a qualsiasi concezione di una identità nazionale ebraica abbracciante gli ebrei di tutto il mondo indifferentemente dalla loro collocazione di classe, ai quali opponeva la propria ideologia di un nazionalismo antiterritoriale della diaspora.
Le condizioni di miseria e di oppressione degli ebrei russi favorirono, accanto e in concorrenza con il bundismo, la nascita del sionismo socialista. Il primo teorico di questa tendenza fu Nahman Syrkin (1867-1924) un giovane ebreo di Moghilev che nel 1898 illustrò le sue tesi nell'opuscolo Die judenfrage und der sozialistische Judenstaat (La questione degli ebrei e lo Stato socialista degli ebrei). Secondo questo primo profeta e dirigente del sionismo socialista, solo le masse povere avrebbero potuto realizzare l'ideale herzliano di uno Stato degli ebrei, Le masse erano le sole vere portatrici del nazionalismo ebraico e il solo vero socialismo era quello che avesse incluso nel suo programma la soluzione sionista della questione ebraica.
"La società senza classi e la sovranità nazionale -scriveva Syrkin nel suo opuscolo- sono i soli mezzi per risolvere completamente il problema ebraico. La rivoluzione sociale e la fine della lotta di classe normalizzeranno anche le relazioni degli ebrei e del loro ambiente circostante. L'ebreo deve, quindi, raggiungere i ranghi del proletariato, il solo elemento che si sforza di mettere una fine alla lotta di classe e di redistribuire il potere sulle basi della giustizia. L'ebreo è stato l'alfiere del liberalismo che lo ha emancipato come parte della sua guerra contro, la vecchia società; oggi, dopo che la borghesia liberale ha tradito i suoi stessi principi e si è compromessa con quelle classi il cui potere si basa sulla forza, l'ebreo deve diventare l'avanguardia del socialismo".
Vivamente ostile al sionismo spirituale di Ahad Ha-am, Syrkin preconizzava l'immigrazione in massa di lavoratori ebrei in Palestina per ricolonizzarla. Senza di ciò il sionismo era un'impostura o un tradimento. Lo Stato socialista degli ebrei caldeggiato da Syrkin risentiva fortemente l'influenza di Cernicevskij e del Falansterio di Fourier. La terra e gli altri mezzi di produzione dovevano essere proprietà dello Stato. Comuni gigantesche di diecimila membri ciascuna avrebbero dovuto dedicarsi ai lavori agricoli e industriali. Syrkin considerava la lotta di classe come uno dei grandi temi della storia ebraica e interpretava la storia del giudaismo antico in termini di lotta di classe, come la lotta delle masse lavoratrici ebraiche per un modo di vita socialista.
Il suo è però fondamentalmente un socialismo etico e utopistico senza nessuna seria connessione con il marxismo. Come in Hess, il suo socialismo affonda le radici nell'amore per l'umanità e negli ideali della profezia biblica, piuttosto che in una concezione scientifica, classista e rivoluzionaria, della società.
11. Ber Borochov e il sionismo socialista
Ispirato maggiormente al socialismo scientifico e al materialismo storico di Marx ed Engels, è invece il sionismo socialista di Dov Ber Borochov (1881-1917), autore del più consistente e significativo tentativo di conciliare il sionismo e il marxismo. Borochov ha fondato il partito " Poalé Zion " (Operai di Sion), i cui aderenti, a differenza dei bundisti, non "avevano paura del mal di mare", e sostenevano la necessità per gli ebrei di emigrare in Palestina per crearvi uno Stato socialista ebraico.
Nella sua opera, Borochov si propone di analizzare la storia degli ebrei e la loro posizione nella società da un punto di vista marxista. In realtà, però, il suo sforzo si esaurisce nel tentativo di applicare meccanicamente, in astratto, alcune tesi marxiste alla questione ebraica. Egli non considera gli ebrei all'interno della società, ma li isola, assumendoli come un'entità a sé stante. Di questa entità egli analizza la struttura sociale che gli appare anormale, come una piramide rovesciata la cui ristrettíssima base è costituita da un insignificante numero di operai e contadini, e che, a mano a mano che si procede verso l'alto, presenta strati sempre più larghi di commercianti, di intermediari, di imprenditori e di finanzieri. In altri termini, per Borochov la struttura della società ebraica è caratterizzata da una massiccia prevalenza numerica della borghesia sul proletariato. Dato che, però, secondo Marx, l'avvento del socialismo è possibile solo a partire da un diffuso proletariato che costituisca la schiacciante maggioranza della popolazione, per realizzare il socialismo tra gli ebrei Borochov sostiene la necessità di provvedere a una ristrutturazione della società ebraica che sia in grado di rimettere sulla sua base naturale la piramide, restituendo agli ebrei un assetto economico-sociale più conforme alla normalità. Questa ristrutturazione della società ebraica poteva essere conseguita, secondo Borocbov, solo mediante la concentrazione territoriale degli ebrei in Palestina.
"La liberazione del popolo ebraico -scriveva nel 1906- avverrà per mezzo del movimento operaio o non avverrà affatto. Però al movimento operaio non rimane che una strada: quella della lotta di classe; e la lotta di classe non è di nessun beneficio e non conduce ad un miglior avvenire altro che quando rivesta un carattere politico. Il territorialismo può costituire per il popolo ebraico un intenso bisogno, che esige imperiosamente di essere soddisfatto, e con tutto ciò non sarà che un'utopia, se il proletariato ebraico organizzato, rivoluzionario non si unirà al movimento territorialistico e non lo realizzerà col metodo proprio a lui solo: cioè mediante la lotta di classe. Non c'è posto nella vita per il sionismo proletario altro che quando il sionismo sia realizzabile per mezzo della lotta di classe; non c'è posto nella vita per il sionismo se non quando esista un sionismo proletario. Ma se il proletariato ebraico non ha una sua strada, tutta sua, per attuare il sionismo, tutto quanto il sionismo non è che un sogno vacuo e nient'altro".
Così, anche Borochov, sia pure con motivazioni diverse da quelle tradizionali di ordine storico e religioso, finisce coll'indicare la Palestina come sede dell'insediamento nazionale ebraico.
"Il bisogno che hanno gli ebrei di emigrare -scriveva ancora- non può essere soddisfatto né avviandosi a paesi di grande capitalismo, come hanno fatto nella precedente emigrazione, né dirigendosi verso paesi a vasta ruralità. L'emigrazione ebraica deve rivolgersi verso un paese a carattere semirurale, verso la Palestina. La Palestina è l'unico paese in cui gli ebrei non hanno da temere né d'incontrare un'opposizione organizzata né di essere respinti. In tutti gli altri paesi le inferiorità civili e il divieto di immigrazione non sono che espressioni della miseria della popolazione locale che non vuole concorrenti stranieri".
Da quanto precede risulta con chiarezza come nella costruzione teorica di Borochov (al di là della sincerità e della coscienza che ne aveva l'autore) il marxismo rappresenta solo una facciata, un pretesto, mentre la sostanza, la realtà è rappresentata da un sionismo spinto all'estremo. Particolarmente significativo appare quanto egli scrive sui rapporti, di aperto carattere coloniale, da instaurare in Palestina tra ebrei e arabi: "Gli abitanti della Palestina non sono un tipo economico autonomo. Sono sparsi e senza legame, non solo a causa della costituzione geografica del paese e per la molteplice varietà delle religioni, ma anche perché il paese è come un ospizio internazionale. Gli abitanti della Palestina non sono una nazione e non lo saranno per molto tempo. Facilmente e presto ricevono qualunque tipo culturale più alto, che sia importato di fuori. Non posseggono forza sufficiente per unirsi allo scopo di fare opposizione organizzata alle influenze straniere. Non sono capaci di una concorrenza nazionale; la loro emulazione è individuale, parziale. Una parte degli abitanti della Galilea si è russificata nel corso di alcune decine d'anni per influsso di qualche decina di scuole e seminari russi. I fellah vicini alle colonie ebraiche mandano volentieri i loro bambini alle scuole ebraiche. Gli abitanti della Palestina riceveranno qualsiasi tipo economico e culturale che conservi la posizione economica predominante nel paese. Gli abitanti della Palestina si assimileranno economicamente e culturalmente a quelli che porteranno ordine nel paese e che assumeranno il compito di sviluppare le energie produttive della Palestina, e gli abitanti del luogo si assimileranno in corso di tempo, economicamente e culturalmente, agli ebrei".
In definitiva, come si vede, l'opera di Borochov, che pure è stato il teorico più profondo del sionismo socialista, dimostra l'impossibilità di una sintesi tra l'ideologia sionista e il marxismo, tra il movimento sionista e la rivoluzione socialista.
12. Il sionismo armato: Jabotinsky e il revisionismo
Nel panorama complesso ed estremamente vario delle ideologie e dei movimenti sionisti, una posizione di eccezionale importanza è occupata dal sionismo revisionista, la tendenza di estrema destra, sciovinista e aggressiva, con venature non superficiali di fascismo, che ha avuto il suo massimo teorico e organizzatore nell'ebreo russo di Odessa Vladimir Ze'ev Jabotinskv (1880-1940). E questo non solo per la notevole personalità del suo fondatore, ma anche perché, al di là di tutte le apparenze e le dichiarazioni contrarie, quella estremista di Jabotinskv ha finito con l'essere la linea vincente, e perché l'ideologia revisionista ha permeato più profondamente di qualsiasi altra la realtà dello Stato di Israele, fino a divenire l'ideologia ufficiale con la conquista del potere in Israele, nel maggio del 1977, da parte di Menahem Begin che di Jabotinsky è il maggior erede.
Ragazzo prodigio e terribile del sionismo, del quale è stato senza dubbio la figura più controversa, Vladimir Jabotinsky si dedicò con successo, giovanissimo, al giornalismo. Al sionismo si avvicinò nel 1903 quando collaborò nella nativa Odessa alla creazione di un corpo di autodifesa ebraica contro le violenze antisemite. Fino alla prima guerra mondiale visitò numerosi paesi europei (dal 1898 al 1901 visse in Italia dove seguì i corsi dell'Università di Roma) e si trattenne per qualche tempo in Turchia al tempo della rivoluzione giovane turca.
Nonostante il suo ardore sionista, fino allo scoppio della guerra egli non riuscì a emergere dai ranghi del movimento. Seguace di Herzl, egli era convinto che il sionismo aveva un senso solo se avesse posto al centro della sua ideologia e della sua azione pratica la lotta politica decisa per la creazione di uno Stato ebraico. Era quindi contrario al sionismo pratico e a quello sintetico di Weizmann, che dopo la morte di Herzl divenne la tendenza principale. Convinto che né i turchi né gli arabi avrebbero mai accettato gli obiettivi del sionismo, egli considerava inutile la cautela con cui i maggiori esponenti del sionismo parlavano dei fini ultimi del movimento per non inimicarsi il governo di Costantinopoli e gli arabi. La colonizzazione della Palestina dipendeva, secondo lui, dalle realizzazioni politiche e, in definitiva, dai rapporti di forza.
Dopo l'entrata dell'Impero Ottomano nella prima guerra mondiale, egli acquistò la convinzione che le prospettive delle aspirazioni sioniste dipendevano dal successo degli Alleati nella guerra e dalla loro volontà politica. Per ottenere l'appoggio della Gran Bretagna e dei suoi alleati al progetto di creare una sede nazionale ebraica in Palestina, Jabotinsky, insieme ad altri esponenti sionisti che condividevano le sue posizioni massimaliste (in particolare Joseph Trumpeldor e Pinhas Rutember), suggerì la creazione di unità militari volontarie composte da ebrei da inquadrare negli eserciti alleati (la Legione ebraica). Egli stesso si arruolò come soldato semplice e finì la guerra col grado di tenente.
Nel 1920 egli diresse a Gerusalemme la difesa ebraica contro gli arabi. Arrestato dalle autorità britanniche venne condannato a 15 anni di lavori forzati. Dopo pochi mesi di carcere venne amnistiato dall'Alto Commissario britannico in Palestina, Herbert Samuel. Successivamente la condanna venne del tutto cassata dal comandante in capo britannico in Egitto.
Nel marzo del 1921 entrò nell'esecutivo sionista dal quale si dimise due anni dopo per protestare contro la politica di Weizmann. Alla decisione di dimettersi non dovette comunque essere estraneo il discredito che lo aveva colpito dopo le rivelazioni sui suoi tentativi di allearsi con il regime nazionalista e antisemita ucraino in esilio di Petliura per invadere l'Ucraina sovietica partendo dalla Polonia.
Nel 1925 Jabotinsky creò un partito massimalista di estrema destra, l'Unione mondiale dei sionisti revisionisti (Zohar) di cui fu l'deologo e capo assoluto fino alla morte avvenuta nel 1940 negli Stati Uniti (a partire dal 1929, quando egli uscì dalla Palestina per partecipare al XVI congresso sionista a Zurigo, le autorità britanniche gli impedirono di rientrare nel paese). Nel 1935 provocò una scissione nell'Organizzazione Sionista mondiale e creò la concorrente Nuova Organizzazione Sionista.
Filiazioni del partito di Jabotinsky furono il movimento giovanile revisionista Betar e le organizzazioni terroristiche Irgun Zevai Leumi (Organizzazione militare nazionale) creata nel 1931 come braccio armato clandestino del partito revisionista, e Lehi (Lohamei Herut Israel = Combattenti per la libertà di Israele) più nota come "banda Stern", fondata nel 1940 da dissidenti dell'Irgun.
Il credo politico e ideologico di Jabotinsky può essere riassunto nei seguenti punti: cessazione del Mandato britannico sulla Palestina; creazione immediata di uno Stato ebraico sulle due rive del Giordano (quindi anche in Transgiordania); educazione nazionalistica e militarista della gioventù; antimarxismo, anticomunismo e antisovietismo di principio; conservatorismo economico; rifiuto della lotta di classe; mistica dello Stato; creazione di uno Stato autoritario e corporativo.
"Al principio della formazione della società -scriveva nel 1933-, le classi non sono classi, i proletari non sono proletari e la borghesia non è borghesia. Essi sono solo "pionieri", solo "halutzim" [... ] l'idea della lotta di classi in Erez Israel costituisce niente più che una menzogna", essendo impensabile la solidarietà tra proletari ebrei e arabi. E poiché, nonostante tutto, bisognava riconoscere che "gli interessi privati degli operai non sono gli stessi degli interessi privati del loro datore di lavoro", egli indicava la soluzione di questo conflitto di interessi nell'intervento autoritario e corporativo dello Stato: "Arbitrato nazionale obbligatorio in tutte le controversie sociali nell'economia ebraica e anatema contro i due delitti nazionali, che si chiamano sciopero e serrata".
Si è a lungo discusso se il sionismo revisionista sia stato una "variante ebraica del fascismo" e se il partito di Jabotinsky abbia avuto "carattere nettamente fascista".
Secondo Carlo Leopoldo Ottino, "le coincidenze ed affinità non condussero Jabotinsky e buona parte dei suoi seguaci ad una vera e propria adesione al fascismo. Ne furono ostacolo, più che una sensibilità per i principi democratici talvolta anche affermata, ma su cui è lecito nutrire vari dubbi, l'esclusivismo ideologico [... ], la necessità assoluta di non rompere i ponti o screditarsi completamente con i vasti settori mondiali più o meno avversi al totalitarismo fascista e -ultima ma non secondaria ragione- il deterioramento e poi il rapido precipitare dei rapporti col fascismo man mano che questo andò imboccando la strada filonazista. Verso il III Reich infatti la preclusione di Jabotinsky era stata tempestiva: non si trattava tanto di una questione di sistema, ma pregiudiziale e vitale era l'opposizione a quel regime che aveva sin dal principio sistematicamente teorizzato e adottato la discriminazione razziale, la persecuzione antisemita", che è quanto dire che, se non fosse stato per l'antisemitismo, per il resto revisionismo, fascismo e nazismo avrebbero potuto trovare solide basi di convergenza e di collaborazione.
Il problema del "fascismo" del revisionismo non può però essere correttamente esaminato e liquidato guardando solo ai rapporti del revisionismo con il fascismo italiano e tedesco. Questo problema va affrontato esaminando in sé e per sé i principi teorici e la pratica politica del movimento di Jabotinsky. Ora, collocandoci in questa prospettiva, non c'è dubbio che il revisionismo abbia presentato caratteri fascisti non secondari né superficiali: dal nazionalismo esasperato e sciovinista al militarismo più aggressivo, dal razzismo antiarabo all'odio mortale per il marxismo, il comunismo e l'Unione Sovietica, dal corporativismo alla mistica dello Stato, dalla volontà di sopprimere la lotta di classe a tutta la generale ispirazione reazionaria, totalitaria e antidemocratica.
Quel che qui maggiormente interessa, comunque, è il posto del revisionismo nel quadro del sionismo. E' indubbio che le idee di Jabotinsky hanno finito col permeare tutta l'ideologia sionista e le strutture dello Stato di Israele, molto prima dell'accesso dell'erede di Jabotinsky, Menahem Begin, al potere.
Come scriveva nel 1947 il presidente dell'Università ebraica di Gerusalemme, Judah L. Magnes, "uno Stato ebraico può essere ottenuto, se mai lo sarà, solo con la guerra […]. Potete parlare a un arabo di qualsiasi cosa, ma non gli potete parlare dello Stato ebraico, E questo perché uno Stato ebraico significa, per definizione, che gli ebrei governano altre persone, altre persone che vivono in questo Stato ebraico […]. Jabotinsky lo ha saputo da sempre. Egli è stato il profeta dello Stato ebraico. Jabotinsky ha ricevuto l'ostracismo, è stato condannato, scomunicato. Ma vediamo attualmente che quasi tutto il movimento sionista ha adottato il suo punto di vista […]. Nei suoi primi scritti egli ha detto: "Si è mai visto un popolo dare il proprio territorio di spontanea volontà? Del pari, gli arabi di Palestina non rinunceranno alla loro sovranità senza violenza" [ …]. Tutte queste cose sono ora adottate da coloro che lo hanno scomunicato".
13. Un primo bilancio provvisorio
A questo punto val la pena di presentare e commentare brevemente alcuni dati demografíci di rilevante significato storico e politico utili per valutare l'estensione e l'influenza effettive del sionismo.
Come già detto, nel 1800 gli ebrei di Palestina erano valutabili in circa 10.000. Divennero via via: 12.000 nel 1850; 24.000 nel 1880; 35.000 nel 1890; 55.000 nel 1900; 80.000 nel 1910; 85.000 nel 1914. Degli 85.000 ebrei viventi in Palestina allo scoppio della prima guerra mondiale, 35-40.000 erano immigrati che possiamo definire sionisti. Poiché tra il 1882, data d'inizio della prima Aliah, e il 1914 erano entrati in Palestina oltre 100.000 ebrei, risulta che oltre il 60 per cento di questi olim, dopo un periodo per lo più breve passato nella "Terra dei padri", avevano preferito andarsene altrove, per lo più negli Stati Uniti (tra questi lo stesso autore dell'Ha-Tikva, l'inno nazionale sionista). A conti fatti l'accrescimento naturale annuo della popolazione araba palestínese corrispondeva quasi al numero totale di ebrei installatisi in Palestina in un periodo di circa 40 anni.
Durante la prima guerra mondiale la popolazione ebraica della Palestina diminuì di circa 30.000 unità. Secondo il censimento fatto nel 1919 dal Palestine Zionist Office, alla fine della guerra gli ebrei palestinesi erano circa 56.000.
Con l'istituzione del Mandato e della "sede nazionale ebraica" dopo la prima guerra mondiale, la popolazione ebraica riprende a crescere, soprattutto grazie alle misure favorevoli all'immigrazione adottate dalla potenza mandataria.
Nel periodo tra il 1881 e il 1930 il totale degli ebrei emigrati in vari paesi da quelli di origine fu di circa 4 milioni di persone (per la precisione 3 milioni 975). Di questi. solo 210.000 andarono nella cosiddetta "Terra dei padri", e quelli che vi rimasero furono meno di 120.000, cioè appena il 3 per cento. Se limitiamo l'indagine al decennio 1921-1930, in corrispondenza con la creazione della sede nazionale ebraica, abbiamo che gli ebrei emigrati complessivamente furono 683.812. Di questi, 110.006, pari al 16,1 per cento, emigrarono in Palestina. L'afflusso maggiore si ebbe nei primi anni, fino al 1926, con una punta massima di 33.801 immigrati nel 1925 in coincidenza con lo scatenamento di un'ondata di antisemitismo in Polonia (aliah di Grabski, dal nome di Wladyslaw Grabski, capo del governo polacco che aveva varato una legislazione antiebraica).
Le cifre parlano chiaro: la creazione della "sede nazionale ebraica" è servita ad attirare in Palestina un numero maggiore di ebrei rispetto ai decenni precedenti. Tuttavia, l'84 per cento degli ebrei emigrati negli anni Venti, cioè la schiacciante maggioranza, preferirono altri paesi alla loro "patria storica".
Per essere interpretati correttamente, questi dati hanno però bisogno di essere integrati con un'altra voce e, quindi, di un ulteriore e più approfondito esame. Infatti, anche se meno documentato del flusso immigratorio, è sempre esistito un flusso emigratorio di ebrei dalla Palestina. Dato che nel decennio 1921-1930 il saldo attivo tra immigrazione ed emigrazione è stato di circa 73.000 unità, risulta che nel primo decennio della "sede nazionale" hanno abbandonato la Palestina ben 37.000 ebrei, pari al 33,6 per cento degli immigrati. Addirittura, nel 1927, per 2713 immigrati vi furono 5071 emigrati con un saldo passivo di 2358 unità. Nel 1928 il saldo attivo fu di 10 unità (2178 immigrati e 2168 emigrati). Da rilevare il fatto che il 75 per cento di questi emigrati erano venuti in Palestina dopo la fine della prima guerra mondiale, a conferma della tendenza secondo cui la passione sionista si attenua o si smorza una volta approdati nella "Terra promessa" .
La conclusione generale che questi dati ci consentono di trarre, al di là di qualsiasi elucubrazione e manipolazione, è che il sionismo è rimasto praticamente estraneo alle grandi masse ebraiche ed è stato un fenomeno del tutto marginale nella storia ebraica, un fenomeno quanto meno sopravvalutato.
Nel 1931, che possiamo considerare come ultimo anno normale per la vita ebraica, in Palestina, su una popolazione complessiva di 1.035.154 abitanti, gli ebrei erano 175.006, pari al 16,9 per cento. Gli arabi Palestinesi rappresentavano l'83,1 per cento della popolazione del paese. A quella data la popolazione ebraica mondiale ammontava a 15.152.512 persone. Gli ebrei di Palestina erano quindi una minuscola frazione, appena l'1,5 per cento della popolazione ebraica mondiale.
Le cose cambieranno dopo l'avvento del nazismo al potere in Germania. Nei 7 anni dal 1933 al 1939, in Palestina affluiranno oltre 200.000 ebrei raddoppiando la popolazione israelitica del paese. Ma non si tratterà di gente andata a costruirsi uno Stato, bensì di disperati alla ricerca di un rifugio, che non riuscivano a trovare altrove.
Dal 1933 al 1939 crolla verticalmente il numero degli immigrati "puri", "sionisti". Il senso tragico di questa realtà è dato dalla domanda agghiacciante che gli ebrei di Palestina erano soliti porre ai nuovi arrivati: "Perché siete venuto in Palestina? Per idealismo o dalla Germania?".
Anche dopo la seconda guerra mondiale e lo sterminio di sei milioni di ebrei nei campi della morte nazisti, l'immigrazione in Palestina è più una drammatica necessità che una scelta libera e precisamente motivata. I sopravvissuti alla "soluzione finale della questione ebraica" volevano tornare alle loro case d'origine o emigrare in altri paesi, ma solo una parte avevano la Palestina come meta al loro viaggio.
Nel suo "Rapporto preliminare al presidente Truman sui profughi in Germania e Austria", dell'agosto 1945, il rappresentante americano nel Comitato intergovernativo per i rifugiati, Earl G. Harrison, scriveva: "Per ragioni ovvie e che non è necessario discutere, la maggior parte degli ebrei vogliono abbandonare appena possibile la Germania e l'Austria. [...] Una parte desiderano tornare nei loro paesi d'origine, ma tra questi esistono diverse varianti nazionali. Pochissimi ebrei polacchi o baltici desiderano tornare nei loro paesi; la maggior percentuale dei gruppi ungherese e romeno vuole rimpatriare [...]. Con riferimento ai possibili luoghi di nuova installazione per coloro che sono apolidi o che non desiderano rientrare nelle loro sedi, la scelta principale cade definitivamente e prevalentemente sulla Palestina. Molti adesso hanno i loro parenti in questo paese, mentre altri, che hanno sperimentato per anni l'intolleranza e la persecuzione nelle loro patrie, ritengono che solo in Palestina possono essere i benvenuti, trovare pace e quiete e avere un'opportunità di vivere e lavorare. Nel caso degli ebrei polacchi e baltici, il desiderio di andare in Palestina è basato nella grande maggioranza dei casi sull'amore per il paese e sulla devozione per l'ideale sionista. E' anche vero, d'altra parte, che ci sono molti che vogliono andare in Palestina perché si rendono conto che le loro possibilità di essere ammessi negli Stati Uniti o in altri paesi dell'emisfero occidentale sono limitate, se non inesistenti. Qualunque sia il motivo che li spinga a volgersi verso la Palestina, è indubbiamente vero che la grande maggioranza degli ebrei attualmente in Germania non intendono tornare nei paesi dai quali sono venuti. La Palestina, anche se chiaramente la scelta della maggior parte, non è il solo luogo indicato di possibile immigrazione. Alcuni, ma il numero non è eccessivo, desiderano immigrare negli Stati Uniti dove hanno i loro parenti, altri in Gran Bretagna, nei Dominions britannici o in Sud America".
Per convogliare in Palestina i sopravvissuti del grande olocausto fu necessario sguinzagliare in Europa gli emissari dell'Aliah Beth (l'organizzazione incaricata di promuovere l'immigrazione clandestina in Palestina) che svolsero un'ampia opera di convinzione e di organizzazione. Al grosso del lavoro provvidero, però, gli Stati Uniti che, decisi a non assorbire i superstiti ebrei d'Europa, fecero di tutto per dirottarli in Palestina, contro la volontà della Gran Bretagna e spesso contro la volontà degli stessi ebrei che furono costretti a scegliere la "terra promessa" per mancanza di un altro luogo disposto ad accoglierli.
Una prima conclusione che possiamo trarre da quanto precede è che vicende che hanno portato alla creazione dello Stato ebraico in Palestina, più che un trionfo degli ideali del sionísmo, sono il risultato dell'antisemitismo: non solo di quello nazista, ma anche di quello delle "democrazie" occidentali che, dopo la seconda guerra mondiale, chiusero brutalmente la porta in faccia all'immigrazione ebraica costringendola a orientarsi verso la Palestina.
Questo fallimento del sionismo era stato sottolineato, nel senso di cui sopra, dal grande storico ebreo, nazionalista e antisionista, Simon Dubnov che nella sua Storia moderna del popolo ebraico (edizione tedesca del 1920-1923) ha scritto: "Lilienblum, Pinsker, Lewanda, delusi nella loro speranza nell'emancipazione civile, hanno lanciato la parola d'ordine: "Siamo stranieri dovunque, dobbiamo tornare a casa nostra!". Questa risposta semplice, elementare alla complessa questione nazionale è stata per molti una teoria seducente, ma nella pratica ha fatto maturare solo conseguenze limitate. Le grandi masse di emigranti non potevano trovare posto sufficiente sullo stretto sentiero della colonizzazione palestinese che intravvedevano i pionieri e gli entusiasti dell'idea. L'emigrazione annuale di alcune centinaia di uomini in Palestina, mentre decine di migliaia partivano contemporaneamente per l'America, faceva apparire senza fondamento le speranze di trapianto del centro del popolo ebraico dalla Diaspora alla patria storica".
Dal canto suo, lo storico Walter Laqueur ha scritto: "Lo Stato ebraico vide la luce proprio nel momento in cui il sionismo aveva perso la sua ragion d'essere, che era di apportare una soluzione alla dura condizione degli ebrei dell'Europa orientale. [... ] Senza il massacro di milioni di ebrei e l'eccezionale congiuntura che si presentò alla fine della guerra, lo Stato ebraico non avrebbe mai visto la luce".
Ed è questa una pietra tombale impietosa ma giusta, posta da mano non sospetta, sul sionismo e sulla sua pretesa di risolvere totalmente e per sempre la questione degli ebrei.
Due pesi
due misure:
riconoscere il terrorismo dello Stato d'Israele
di Paolo Barnard (giornalista di Report, Rai3), tratto da www.peacelink.it