FISICA/MENTE

 

Sul quotidiano Libero del 9 dicembre 2003 è riportata la traduzione di un articolo dell'influente quotidiano  israeliano di destra "Yediot Aharonot" sulle leggi razziali in Italia, ne riporto uno stralcio:

Le leggi razziali in Italia

di

Yehoshua Porat

 

(dal quotidiano israeliano Yediot Aharonot)

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Nei primi sedici anni del regime fascista in Italia (1922 - 1938) gli ebrei italiani godevano di piena parità di diritti. Il cambiamento è avvenuto più tardi, in seguito dell'annessione dell'Austria, che ha suscitato nell'animo di Mussolini la paura di Hitler. Appena allora Mussolini ha provveduto ad una legislazione anti-ebraica, la cui applicazione, comunque, è avvenuta senza entusiasmo e soltanto in maniera parziale. E' molto importante il fatto che il regime fascista italiano abbia salvato migliaia di ebrei in due regioni conquistate dal suo esercito, nell'ambito dell'alleanza con la Germania nazista: il sud-est della Francia e la Croazia jugoslava.
Nella prima zona di occupazione, gli italiani si sono astenuti dal compiere qualsiasi passo anti-ebraico, e hanno anche impedito all'Amministrazione civile francese in questa regione di applicare le leggi anti-ebraiche del governo Petain. Di conseguenza quella regione divenne una terra d'asilo richiestissima quasi un paradiso, per gli ebrei francesi. Molti di loro affluirono in quella zona fino all'estate del 1943, quando l'Italia si ritirò dalla guerra e i nazisti presero il controllo della zona.
Anche in Croazia gli italiani hanno frenato gli antisemiti locali e hanno persino creato difficoltà per i tedeschi nel realizzare la loro "Soluzione Finale" in tutta la sua portata. Anzi, al suo ritiro dalla Croazia, avvenuto anch'esso nell'estate del 1943, l'esercito italiano fu accompagnato da migliaia di profughi ebrei italiani, che sono approdati prima a Corfù e poi in Italia, salvandosi dalle grinfie dei nazisti. Tutta questa attività si svolse su ordine dell'Amministrazione fascista italiana, impartito al comandante dell'esercito, in risposta alla sua domanda su come avesse dovuto comportarsi nei confronti degli ebrei, e con l'esplicita approvazione di Mussolini. Tutti i dettagli di questa vicenda si trovano nel libro dello storico Menachem Shelach "Un conto di sangue - il salvataggio degli ebrei in Croazia per mano degli italiani, 1941-1943".
.....

 

MANIFESTO DEGLI SCIENZIATI (ITALIANI n.d.r.) RAZZISTI


(L'infame "Manifesto degli scienziati razzisti" venne pubblicato sul "Giornale d'Italia" il 14 luglio 1938 e sottoscritto da 180 pseudo scienziati del Regime. Secondo i diari di Bottai e di Ciano esso fu redatto, quasi completamente, da Mussolini in persona)

Le razze umane esistono. La esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti. Esistono grandi razze e piccole razze. Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, la esistenza delle quali è una verità evidente. Il concetto di razza è concetto puramente biologico. Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza. Se gli Italiani sono differenti dai Francesi, dai Tedeschi, dai Turchi, dai Greci, ecc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti, che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine, che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze. La popolazione dell'Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana. Questa popolazione a civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra penisola; ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. L'origine degli Italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell'Europa.
È una leggenda l'apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici. Dopo l'invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l'Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: i quarantaquattro milioni d'Italiani di oggi rimontano quindi nella assoluta maggioranza a famiglie che abitano l'Italia da almeno un millennio.
Esiste ormai una pura "razza italiana". Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l'Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.
È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l'opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l'indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l'italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.
È necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d'Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall'altra. Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l'origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.
Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l'occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all'infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l'unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani.
I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani non devono essere alterati in nessun modo. L'unione è ammissibile solo nell'ambito delle razze europee, nel quale caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono ad un ceppo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi altri. Il carattere puramente europeo degli Italiani viene alterato dall'incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani.

 

La razza italiana

I sedici anni di politica razzista del Regime illustrati dal Segretario del Partito - "Con la creazione dell'Impero la razza italiana è venuta in contatto con altre razze; deve quindi guardarsi da ogni ibridismo e contaminazione". - La posizione degli ebrei. 
 Il compito degli Istituti di Cultura Fascista nell'Anno XVII.

Roma, 25 luglio 1938,  notte.

Il ministro Segretario del Partito ha ricevuto un gruppo di studiosi fascisti, docenti nelle Università italiane, che hanno sotto l'egida del Ministero della Cultura popolare redatto o aderito alle proposizioni che fissano la base del razzismo fascista.
Erano presenti i fascisti dott. Lino Businco, assistente di patologia generale nell'Università di Roma, prof. Lidio Cipriani, incaricato di antropologia nell'Università di Firenze direttore del Museo Nazionale di antropologia ed etnologia di Firenze, prof. Arturo Donaggio, direttore della clinica neuropsichiatrica dell'Università di Bologna, presidente della Società italiana di psichiatria, dott. Leone Franzí, assistente nella clinica pediatrica dell'Università di Milano, prof. Guido Landra, assistente di antropologia nell'Università di Roma, sen. Nicola Pende, direttore dell'Istituto di patologia speciale medica dell'Università di Roma, dott. Marcello Ricci, assistente di zoologia (SIC !) all'Università di Roma, prof. Franco Savorgnan, ordinario di demografia nell'Università di Roma, presidente dell'Istituto centrale di statistica, on. prof. Sabato Visco, direttore dell'Istituto di fisiologia generale dell'Università di Roma e direttore dell'Istituto nazionale di biologia presso il Consiglio nazionale delle ricerche, prof. Edoardo Zavattari, direttore dell'Istituto di zoologia (SIC !) dell'Università di Roma.

Alla riunione ha partecipato il ministro della Cultura Popolare.

Il Segretario del Partito, mentre ha elogiato la precisione e la concisione delle tesi ha ricordato che il Fascismo fa da sedici anni praticamente una politica razzista che consiste, attraverso l'azione delle istituzioni del Regime, nel realizzare un continuo miglioramento quantitativo e qualitativo della razza. Il Segretario del Partito ha soggiunto che il Duce parecchie volte, nei suoi scritti e discorsi, ha accennato alla razza italiana quale appartenente al gruppo cosiddetto degli indo-europei.

Anche in questo campo il Regime ha seguito il suo indirizzo fondamentale: prima l'azione, poi la formulazione dottrinaria la quale non deve essere considerata accademica cioè fine a se stessa, ma come determinante un'ulteriore precisazione politica. Con la creazione dell'Impero la razza italiana è venuta in contatto con altre razze, deve quindi guardarsi da ogni ibridismo e contaminazione. Leggi «razziste» in tale senso sono già state elaborate e applicate con fascistica energia nei territori dell'Impero.

Quanto agli ebrei, essi si considerano da millenni, dovunque e anche in Italia, come una «razza» diversa e superiore alle altre, ed è notorio che nonostante la politica tollerante del Regime gli ebrei hanno, in ogni Nazione, costituito  - coi loro uomini e coi loro mezzi - lo stato maggiore dell'antifascismo.

Il Segretario del Partito Starace ha infine annunciato che l'attività principale degli Istituti di cultura fascista nel prossimo anno XVII sarà l'elaborazione e diffusione dei principi fascisti in tema di razza, principi che hanno già sollevato tanto interesse in Italia e nel mondo.

Roma, 25 luglio 1938 


 

DICHIARAZIONE SULLA RAZZA

(La ridicola, ma non per questo meno infame "Dichiarazione sulla razza" fu approvata da Gran consiglio del fascismo il 6 ottobre 1938, e venne pubblicata sul "Foglio d'ordine" del Partito nazionale fascista, il 26 ottobre 1938)

Il Gran Consiglio del Fascismo, in seguito alla conquista dell'Impero, dichiara l'attualità urgente dei problemi razziali e la necessità di una coscienza razziale. Ricorda che il Fascismo ha svolto da sedici anni e svolge un'attività positiva, diretta al miglioramento quantitativo e qualitativo della razza italiana, miglioramento che potrebbe essere gravemente compromesso, con conseguenze politiche incalcolabili, da incroci e imbastardimenti. Il problema ebraico non è che l'aspetto metropolitano di un problema di carattere generale.
Il Gran Consiglio del Fascismo stabilisce:


a) il divieto di matrimoni di italiani e italiane con elementi appartenenti alle razze camita, semita e altre razze non ariane;

b) il divieto per i dipendenti dello Stato e da Enti pubblici - personale civile e militare - di contrarre matrimonio con donne straniere di qualsiasi razza;

c) il matrimonio di italiani e italiane con stranieri, anche di razze ariane, dovrà avere il preventivo consenso del Ministero dell'Interno;

d) dovranno essere rafforzate le misure contro chi attenta al prestigio della razza nei territori dell'Impero.

Ebrei ed ebraismo


Il Gran Consiglio del Fascismo ricorda che l'ebraismo mondiale - specie dopo l'abolizione della massoneria - è stato l'animatore dell'antifascismo in tutti i campi e che l'ebraismo estero o italiano fuoruscito è stato - in taluni periodi culminanti come nel 1924-25 e durante la guerra etiopica unanimemente ostile al Fascismo. L'immigrazione di elementi stranieri - accentuatasi fortemente dal 1933 in poi - ha peggiorato lo stato d'animo degli ebrei italiani, nei confronti del Regime, non accettato sinceramente, poiché antitetico a quella che è la psicologia, la politica, l'internazionalismo d'Israele. Tutte le forze antifasciste fanno capo ad elementi ebrei; l'ebraismo mondiale è, in Spagna, dalla parte dei bolscevichi di Barcellona.
Il divieto d'entrata e l'espulsione degli ebrei stranieri
Il Gran Consiglio del Fascismo ritiene che la legge concernente il divieto d'ingresso nel Regno, degli ebrei stranieri, non poteva più oltre essere ritardata, e che l'espulsione degli indesiderabili - secondo il termine messo in voga e applicato dalle grandi democrazie - è indispensabile. Il Gran Consiglio del Fascismo decide che oltre ai casi singolarmente controversi che saranno sottoposti all'esame dell'apposita commissione del Ministero dell'Interno, non sia applicata l'espulsione nei riguardi degli ebrei stranieri i quali: a) abbiano un'età superiore agli anni 65; b) abbiamo contratto un matrimonio misto italiano prima del 1° ottobre XVI.


Ebrei di cittadinanza italiana


Il Gran Consiglio del Fascismo, circa l'appartenenza o meno alla razza ebraica, stabilisce quanto segue:

a) è di razza ebraica colui che nasce da genitori entrambi ebrei;

b) è considerato di razza ebraica colui che nasce da padre ebreo e da madre di nazionalità straniera;

c) è considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da un matrimonio misto, professa la religione ebraica;

d) non è considerato di razza ebraica colui che è nato da un matrimonio misto, qualora professi altra religione all'infuori della ebraica, alla data del 1° ottobre XVI.

Discriminazione fra gli ebrei di cittadinanza italiana
Nessuna discriminazione sarà applicata - escluso in ogni caso l'insegnamento
nelle scuole di ogni ordine e grado - nei confronti di ebrei di cittadinanza
italiana - quando non abbiano per altri motivi demeritato - i quali appartengono
a:


1) famiglie di Caduti nelle quattro guerre sostenute dall'Italia in questo secolo; libica, mondiale, etiopica, spagnola;
2) famiglie dei volontari di guerra nelle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola;
3) famiglie di combattenti delle guerre libica, mondiale, etiopica, spagnola, insigniti della croce al merito di guerra;
4) famiglie dei Caduti per la Causa fascista;
5) famiglie dei mutilati, invalidi, feriti della Causa fascista;
6) famiglie di Fascisti iscritti al Partito negli anni 19- 20- 21- 22 e nel secondo semestre del 24 e famiglie di legionari fiumani.
7) famiglie aventi eccezionali benemerenze che saranno accertate da apposita commissione.

Gli altri ebrei
I cittadini italiani di razza ebraica, non appartenenti alle suddette categorie, nell'attesa di una nuova legge concernente l'acquisto della cittadinanza italiana, non potranno:

a) essere iscritti al Partito Nazionale Fascista;

b) essere possessori o dirigenti di aziende di qualsiasi natura che impieghino cento o più persone;

c) essere possessori di oltre cinquanta ettari di terreno;

d) prestare servizio militare in pace e in guerra. L'esercizio delle professioni sarà oggetto di ulteriori provvedimenti.


Il Gran Consiglio del Fascismo decide inoltre:


1) che agli ebrei allontanati dagli impieghi pubblici sia riconosciuto il normale diritto di pensione;
2) che ogni forma di pressione sugli ebrei, per ottenere abiure, sia rigorosamente repressa;
3) che nulla si innovi per quanto riguarda il libero esercizio del culto e l'attività delle comunità ebraiche secondo le leggi vigenti;
4) che, insieme alle scuole elementari, si consenta l'istituzione di scuole medie per ebrei.
Immigrazione di ebrei in Etiopia
Il Gran Consiglio del Fascismo non esclude la possibilità di concedere, anche per deviare la immigrazione ebraica dalla Palestina, una controllata immigrazione di ebrei europei in qualche zona dell'Etiopia. Questa eventuale e le altre condizioni fatte agli ebrei, potranno essere annullate o aggravate a seconda dell'atteggiamento che l'ebraismo assumerà nei riguardi dell'Italia fascista.


Cattedre di razzismo
Il Gran Consiglio del Fascismo prende atto con soddisfazione che il Ministro dell'Educazione Nazionale ha istituito cattedre di studi sulla razza nelle principali Università del Regno.


Alle camicie nere
Il Gran Consiglio del Fascismo, mentre nota che il complesso dei problemi razziali ha suscitato un interesse eccezionale nel popolo italiano, annuncia ai Fascisti che le direttive del Partito in materia sono da considerarsi fondamentali e impegnative per tutti e che alle direttive del Gran Consiglio devono ispirarsi le leggi che saranno sollecitamente preparate dai singoli Ministri


 

PROVVEDIMENTI PER LA DIFESA DELLA RAZZA NELLA SCUOLA FASCISTA

(il 5 settembre del 1938 venne emanato questo decreto che con infamia cacciava via i cittadini italiani di religione ebraica dalle Scuole Pubbliche e dalle Università)

REGIO DECRETO XVI, n. 1390

Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista

VITTORIO EMANUELE III PER GRAZIA DI DIO E PER LA VOLONTÀ DELLA NAZIONE RE D'ITALIA IMPERATORE D'ETIOPIA

Visto l'art. 3, n.2, della legge 31 gennaio 1926-IV, n.100;
Ritenuta la necessità assoluta ed urgente di dettare disposizioni per la difesa della razza nella scuola italiana;
Udito il Consiglio dei Ministri;
Sulla proposta del Nostro Ministro Segretario di Stato per l'educazione nazionale, di concerto con quello per le finanze;
Abbiamo decretato e decretiamo;

 

Art. 1. All'ufficio di insegnante nelle scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e nelle scuole non governative, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere ammesse persone di razza ebraica, anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormente al presente decreto; né potranno essere ammesse all'assistentato universitario, né al conseguimento dell'abilitazione alla libera docenza.

Art. 2. Alle scuole di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica.

Art. 3. A datare dal 16 ottobre 1938-XVI tutti gli insegnanti di razza ebraica che appartengano ai ruoli per le scuole di cui al precedente art. 1, saranno sospesi dal servizio; sono a tal fine equiparati al personale insegnante i presidi e direttori delle scuole anzidette, gli aiuti e assistenti universitari, il personale di vigilanza delle scuole elementari. Analogamente i liberi docenti di razza ebraica saranno sospesi dall'esercizio della libera docenza.


Art. 4. I membri di razza ebraica delle Accademie, degli Istituti e delle Associazioni di scienze, lettere ed arti, cesseranno di far parte delle dette istituzioni a datare dal 16 ottobre 1938-XVI.


Art. 5. In deroga al precedente art. 2 potranno in via transitoria essere ammessi a proseguire gli studi universitari studenti di razza ebraica, già iscritti a istituti di istruzione superiore nei passati anni accademici.

Art. 6. Agli effetti del presente decreto-legge è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se egli professi religione diversa da quella ebraica.

Art. 7. Il presente decreto-legge, che entrerà in vigore alla data della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del Regno, sarà presentato al Parlamento per la sua conversione in legge. Il Ministro per l'educazione nazionale è autorizzato a presentare il relativo disegno di legge.


Ordiniamo che il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sia inserto nella raccolta delle leggi e dei decreti del Regno d'Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.


Dato a San Rossore, addì 5 settembre 1938 - Anno XVI Vittorio Emanuele
Mussolini, Bottai, Di Revel


 

http://www.cronologia.it/mondo23i.htm 

PRIMO CENSIMENTO DI RAZZISTI 

(Elenco di personalità italiane che pubblicamente si schierarono a favore dei provvedimenti razzisti del Regime)

  • ACERBO Prof. Giacomo
  • ACITO Alfredo
  • ALESSANDRI Pino
  • ALESSI Rino
  • ALFIERI Dino
  • ALMIRANTE Giorgio
  • AMICUCCI Ermanno
  • ANDALÒ Ugo Giorgio
  • ANDREUCCI Giuseppe
  • ANGELINI Franco
  • ANTONUCCI Antonio
  • APOLLONI Livio
  • APPELIUS Mario 
  • ARCHIDIACONO Nicola
  • ARFELLI Felice
  • AZZARITI Avv. Gaetano. 
  • BACCAGLINI Dott. Alessandro
  • BACCIGALUPPI Mario
  • BADOGLIO Pietro
  • BACCIOLI Vincenzo
  • BUFFARINI GUIDI Guido
  • BALBO Emilio 
  • BALLARATI Giancarlo
  • BANCHER Dante Cesare
  • BANISSONI Ferruccio 
  • BARBARA Mameli
  • BARDUZZI Carlo
  • BARGELLINI Piero
  • BAZZI Carlo
  • BELLINO Ugoberto
  • BENIGNI Umberto
  • BEONIO BROCCHIERI Vittorio
  • BERGAMASCHI Avv. Carlo
  • BERNUCCI Giorgio Luigi
  • BIAGI Bruno
  • BIAMONTI Dott. Ettore
  • BIANCOROSSO Dott. Rodolfo 
  • BIANCINI Bruno
  • BIASUTTI Renato
  • BIOLETTO Angelo Marco
  • BIONDOLILLO Francesco
  • BOCCA Giorgio
  • BOCCASILE Gino
  • BORGHESE Ing. Gian Giacomo
  • BORRETTI Mario
  • BORSANI Carlo
  • BOTTAI Giuseppe 
  • BOTTAZZI Prof. Filippo
  • BLASI Guglielmo
  • BRIGHENTI Roberto 
  • BUSINCO dr Lino
  • CABRINI Luigi
  • CALENDOLI Giovanni
  • CALLARI Francesco
  • CALOSSO Claudio
  • CALURI Bruno
  • CAMERINI Augusto 
  • CANEVARI Emilio
  • CANIGLIA Renato
  • CAPASSO Aldo
  • CAPPUCCIO Lino
  • CARBONELLI Riccardo
  • CARNEVALE Dott. Emanuele Filiberto 
  • CASINI Gherardo
  • CASNATI Francesco
  • CASSIANO Marco
  • CASTELLETTI Giuseppe
  • CAVALLUCCI Guido
  • CAZZANI Mons. Giovanni
  • CECCHELLI Carlo
  • CESETTI Giuseppe
  • CHELAZZI Gino
  • CHERSI Livio
  • CHIARELLI Riccardo
  • CHIARINI Luigi
  • CHIAUZZI Angelo
  • CHILLEMI Guglielmo 
  • CHIURCO Giorgio
  • CIANETTI Tullio
  • CIANO Galeazzo
  • CIMINO Alfio
  • CIPOLLA Arnaldo
  • CIPRIANI Prof. Lidio
  • CLAREMORIS Maurizio 
  • CLARICI ANDRO
  • COCCHIARA Giuseppe
  • COGNI Giulio
  • COLIZZI Gioacchino (Attalo)
  • COLLALTINO Dott. Collalto
  • CONSOLI Francesco 
  • COPPOLA Francesco
  • CORSO Prof. Raffaele
  • COSSIO Carlo
  • COSTAMAGNA Carlo
  • COTONE Oberdan
  • CUCCO Alfredo
  • CUTELLI Mario
  • DARQUANNO Ernesto
  • Dè BAGNI Mario
  • DE BLASI Prof. Vito
  • DEDEL Francesco 
  • DE DOMINICIS Adolfo
  • DE FRANCISCI Pietro
  • DELLE DONNE Dott. Michele
  • DELL'ISOLA Giuseppe
  • DE ROSA Gabriele
  • DE ROSA Ennio 
  • DE RUGGIERO Stefano
  • DE SETA Enrico
  • DE VITA Pier Lorenzo 
  • DI CAPORIACCO Lodovico
  • DI DONNO Alfredo
  • DI GIORGIO Guido 
  • DI MARZIO Prof. Cornelio
  • DOMENICI Carlo
  • DONAGGIO Arturo 
  • DONADIO Nicola
  • ELEFANTE Fernando
  • ELLERO Pietro
  • EVOLA Julius
  • ABIANO Giuseppe (Bepi)
  • FABBRI Vittorio Emanuele
  • FANFANI Amintore
  • FARINACCI Roberto
  • FERRI Carlo Emilio
  • FESTA CAMPANILE Dott. Raffaele
  • FICAI Giuseppe
  • FIORETTI Arnaldo
  • FLAVIO Quinto 
  • FLESCH Gislero
  • FONTANELLI Luigi
  • FORMOSA Dott. Raffaele 
  • FORTEGUERRI Giuseppe
  • FRANZI Leone
  • FRASETTO Fabio
  • FRUGONI Dott. Cesare
  • GABELLI Dott. Ottone
  • GAYDA Virginio
  • GARDINI Nino
  • GARDINI Walter
  • GARIBALDI Ferdinando
  • GASTEINER Elio 
  • GATTI Tancredi
  • GEDDA Luigi
  • GEMELLI Padre Agostino
  • GENNA Prof. Giuseppe E.
  • GENOVESI Cesare
  • GENTILE Giovanni
  • GHIGI Prof. Alessandro
  • GIANI Niccolò
  • GIANNETTI Berlindo
  • GIGI.I Lorenzo
  • GIOVENCO Giuseppe
  • GIULIOTTI Domenico
  • GIUSTI Paolo Emilio
  • GRAY Ezio Maria
  • GRAVELLI Asvero
  • GRAZIANI Felice 
  • GRAZIANI Rodolfo
  • GRAZIOLI Francesco Saverio
  • GUARESCHI Giovannino 
  • GUERRIERI Ottorino
  • GUIDOTTI Paolo
  • IMBASCIATI Bruno
  • INTERLANDI Telesio 
  • ISANI Giuseppe
  • LAMPIS Dott. Giuseppe
  • LANCELLOTTI Arturo
  • LANDRA Giovanni
  • LANDRA Guido
  • LANZA Ugo
  • LANZARA Dott. Giuseppe
  • LA VIA Lorenzo
  • LELJ Massimo
  • LEMMI Roberto
  • LEONI Enzo
  • LE PERA Dott. Antonio
  • LESSONA Alessandro
  • LIVI Prof. Livio
  • LODOLINI Armando
  • LOLLI Mario
  • LORENZINI Paolo 
  • LUCHINI Alberto
  • LUCIDI Giuseppe
  • LUPI Gino
  • MACRÌ Filippo 
  • MAGANI Michele
  • MAGGIORE Giuseppe
  • MANCA Avv. Antonio
  • MARCHITTO Nicola
  • MARINI Marco
  • MARRO Giovanni
  • MARZOTTO CAOTORTA C.te Antonio
  • MORANA Domenico
  • MARTINOLI Ettore
  • MASINI Carlo Alberto 
  • MASSA Mario
  • MASTROJANNI Alberto
  • MATARRESE Fortunato
  • MAZZEI Vincenzo
  • MAZZONI Gino
  • MEREGAZZI Dott. Renzo
  • MEZZASOMA Fernando
  • MILANESI Guido
  • MISCIATELLI Piero
  • MISSIROLI Mario (Spectator)
  • MITRANO SANI Gino
  • MODICA Aldo
  • MOLINARI Riccardo
  • MOLINO Walter
  • MONTECCHI Mario
  • MORMINO Giuseppe
  • MURRI Romolo
  • MUSSOLINI Benito
  • NAJ SAVINA Luigi
  • NATOLI Romualdo
  • NERI Italo
  • NICCO Carlo
  • NIEDDU Ubaldo 
  • NOTARI Umberto
  • OMARINI Giuseppe
  • ORANO Paolo
  • ORTOLANI Dott. Giovanni
  • PACE Prof. Biagio
  • PADELLARO Nazareno
  • PEDRAZZA Piero (Camicia Nera)
  • PAGLIARO Prof. Antonio
  • PALMIERI Nino 
  • PAOLELLA Domenico
  • PAPINI Giovanni
  • PARIBENI Roberto
  • PASCOLATO Dott. Michele
  • PAVESE Roberto
  • PAVOLINI Alessandro
  • PEDROCCHI Federico
  • PEILLICANO Piero
  • PELLIZZI Camillo
  • PENDE Prof. Nicola
  • PENNISI Pasquale
  • PETRACCONE Avv. Giovanni
  • PENSABENE Giuseppe
  • PERALI Pericle
  • PETAZZI Mons. Giuseppe Maria
  • PETTAZZONI Raffaele
  • PETRAGNANI Prof. Giovanni
  • PETRI Tommaso
  • PETRUCCI Antonio
  • PETTINATO Concetto
  • PIAZZA Giuseppe
  • PICENO Giorgio 
  • PICCIOLI Angelo
  • PIERAMONTI Prof. Umberto
  • PICHETTI Guido 
  • PINI Giorgio
  • POLI Dott. Athos
  • POMILIO Marco
  • PODALIRI Guido
  • PREZIOSI Giovanni
  • PUCCIONI Uberto
  • RAVA Maurizio
  • RAVASIO Carlo
  • REA Leo
  • RELLINI Prof. Ugo
  • RENDE Prof. Domenico 
  • RICCI Marcello
  • ROGNONI Gastone
  • ROMANINI Alfredo
  • ROMANO Raffaello
  • ROSSO Gustavo (Gustavino)
  • RUCCIONE Mario
  • RUFFILLI Weiss Erminio
  • RUSSO Giuseppe (Girus)
  • SABATINI Arturo
  • SALVI Prof. Giunio
  • SANGIORGI Giorgio Maria
  • SANTARELLI Enzo
  • SARRI Corrado
  • SAVARINO Santi (Altoparlante)
  • SAVELLI Giovanni
  • SAVORGNAN Prof. Francesco
  • SCALIGERO Massimo
  • SCARDAONI Francesco 
  • SCARPELLI Furio
  • SCUDELLARI Giorgio
  • SEMIZZI Renato
  • SEMPRINI Giovanni
  • SERGI Prof. Sergio
  • SERTOLIS SPAMPANATO Bruno
  • SGABELLONI Massimo Antonio (Massimo Scaligero)
  • SOFFICI Ardengo
  • SOLMI Arrigo
  • SORLINI Ferruccio
  • SOTTOCHIESA Gino
  • SPARDINI Giacomo 
  • STARACE Achille
  • TACCHI VENTURI Padre Pietro
  • TALLARICO Giuseppe
  • TASSINARI Renato
  • TEDESCO ZAMMARANO Vittorio
  • TIRELLI Mario
  • TOPPI Giove
  • TOSTI Armando
  • TRITONI Romolo
  • TRIPODI Nino
  • TRIZZINO Antonino
  • TUCCI Giuseppe
  • TURONE Mario
  • TURRINI Mario Felice
  • VALAGUSSA Prof. Francesco
  • VALENTE Rindo
  • VALLECCHI Attilio
  • VALORI Aldo
  • VERCELLESI Edmondo
  • VERDINI Raul
  • VIAN Cesco
  • VICHI Ferdinando
  • VILLA dott. Emilio
  • VILLA Rindo
  • VILLARI Luigi
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Cresce la protesta contro Sharon. I refusenik accusati di «intesa con il nemico in tempo di guerra» per aver detto no alle esecuzioni mirate nei Territori occupati

Israele, 200 professori si schierano con i piloti

Giancarlo Lannutti

Liberazione 2 ottobre 2003

Cresce all'interno di Israele la protesta contro la politica bellicistica di Sharon, protesta innescata a suo tempo dai riservisti "refusnik" e che ha avuto una impennata clamorosa con il recente rifiuto di 27 piloti da combattimento di compiere incursioni sulle città di Gaza e della Cisgiordania; un appello in loro sostegno è stato firmato adesso da 200 professori universitari, alcuni dei quali molto noti, proprio nel momento in cui il governo reagiva rabbiosamente preannunciando l'incriminazione dei piloti, già sospesi dal servizio, per «intesa con il nemico in tempo di guerra».

Una rivolta morale

Si tratta di sviluppi di grande importanza per le prospettive della ripresa di un negoziato di pace e, nell'immediato, per lo sblocco della "road map", che pur con tutti i suoi limiti e le sue ambiguità rappresenta comunque un primo passo in quella direzione. E' difficile infatti pensare che il governo Sharon possa cambiare il suo atteggiamento senza una forte pressione dall'interno, senza cioè che nella società civile israeliana si allarghi la presa di coscienza che la politica del "pugno di ferro" sta portando lo Stato di Israele verso il suicidio. Il coraggioso gesto dei piloti ha aperto in questo senso una breccia importante, creando le premesse per una ripresa di iniziativa di quel movimento per la pace che ebbe un ruolo determinante ai tempi dell'invasione del Libano e poi della prima Intifada e che invece negli ultimi anni aveva vistosamente segnato il passo.

Appello agli studenti

Le motivazioni dei piloti e dei professori universitari che si sono mossi in loro sostegno, facendo anche appello agli studenti perché aderiscano allo loro protesta, si basano infatti non solo su principi di carattere etico - come il rifiuto di infierire sulla popolazione civile - ma anche su argomenti di carattere chiaramente politico, che contestano apertamente la logica aggressiva del governo Sharon. Logica del resto confermata dalla decisione di incriminare i piloti per «intesa con il nemico»: una motivazione che conferma come per Sharon i palestinesi siano appunto «il nemico» e come dunque tutte le affermazioni sulla disponibilità a riprendere il negoziato e ad accettare la prospettiva di uno stato palestinese siano in realtà nient'altro che menzogne.

Già la dichiarazione con cui i piloti rifiutavano di compiere i cosiddetti «omicidi mirati» nel cuore delle città palestinesi definiva «illegali e immorali» azioni che colpiscono sistematicamente la popolazione civile; e un comandante pluridecorato che fa parte del loro gruppo aggiungeva l'affermazione, chiaramente politica, secondo cui «il permanere dell'occupazione militare mette in pericolo la sicurezza dello Stato di Israele così come la sua fibra morale». Adesso il manifesto dei professori universitari, pubblicato dal giornale Yediot Aharonot con le firme di docenti quali Sami Michael, Amos Keinan e Sameh Yizhar, fa un ulteriore passo avanti dichiarando esplicitamente che i piloti ribelli «hanno avuto il coraggio di rifiutare di partecipare alla repressione e all'uccisione di un altro popolo. Noi partecipiamo - prosegue il manifesto - ai loro sentimenti a proposito della perdita di valori morali e pensiamo che non abbia senso alimentare il ciclo di violenze invece di lottare contro la vera causa del terrorismo che è il permanere dell'occupazione dei territori palestinesi».

«Il problema è l'occupazione»

Un lucido giudizio politico, come si vede, che mette in evidenza - forse per la prima volta in modo così chiaro da parte israeliana - che proprio l'occupazione è alle radici di tutto il ciclo di violenza che insanguina la Palestina e che non è possibile parlare di pace e sicurezza senza che cessi quella occupazione. Come si vede, siamo le mille miglia lontani dalla logica di chi considera i palestinesi «il nemico». Ieri inoltre lo storico gruppo pacifista Yesh Gvoul ha presentato un ricorso alla Corte suprema per far definire «crimine di guerra» il bombardamento effettuato su Gaza nel luglio dell'anno scorso per uccidere un dirigente di Hamas e che provocò la morte di 16 civili, inclusi 9 bambini. Il portavoce del movimento Ram Rahal, oltre a stigmatizzare le parole del comandante dell'aviazione Dan Holoutz che definì quel bombardamento «una operazione riuscita», ha annunciato che se la Corte suprema respingerà il ricorso si farà appello dinanzi alla Corte internazionale di giustizia.  E' un aiuto importante ai piloti "refusnik", ai professori pacifisti e al numero crescente di israeliani che si ribellano con i fatti alla guerra di Sharon e chiedono un deciso cambiamento di rotta.

La Rivista del Manifesto numero  28  maggio 2002

Dossier Palestina

LA DESTRA ISRAELIANA
Paolo Di Motoli  

 

 

Per comprendere le idee che ispirano il Likud, maggiore partito di destra in Israele, bisogna analizzare le divisioni sorte in seno al movimento sionista negli anni del Mandato inglese. Nel settembre 1922 il governo britannico divise in due la Palestina, creando dal niente una nuova entità territoriale ad Est del fiume Giordano, la Transgiordania. La neo-costituita Società delle Nazioni il 24 luglio 1922 ratificò, di fatto, la nuova mappa geopolitica del Vicino Oriente, approvando l’istituzione Mandataria. Francia e Gran Bretagna avrebbero amministrato i territori assegnati dal Mandato, dovendo favorirne l’autogoverno per il futuro.
Alcuni esponenti del movimento sionista rimasero profondamente delusi. La Palestina ‘storica’ rimaneva, secondo alcuni di loro, quella precedente la divisione ‘artificialmente’ operata da Churchill e corrispondente oggi ad un territorio che comprenderebbe Israele, Cisgiordania occupata e regno di Giordania.
La politica dell’esecutivo sionista dell’epoca, guidata dal liberale Chaim Weizmann, moderato e pragmatico, era volta ad ottenere dai britannici la costituzione del «focolare ebraico», come promesso dalla Dichiarazione Balfour del 1917. I metodi per arrivare a questo obiettivo erano la pressione diplomatica e la colonizzazione della Palestina, operata con «piccoli passi».
L’ascesa di Jabotinsky In contrasto radicale con il moderatismo di Weizmann e dell’esecutivo sionista un giovane ucraino di Odessa, di nome Vladimir Zeev Jabotinsky, fondò a Parigi nel 1925 un movimento politico denominato Unione dei sionisti revisionisti. Il manifesto del partito parlava di «revisione» della politica sionista dell’epoca, per un ritorno alla vera matrice herzliana del sionismo. La revisione quindi intendeva ritornare allo spirito del fondatore stesso del sionismo, Theodor Herzl, il cui spirito, secondo Jabotinsky, era tradito da Weizmann.
Quello che la maggioranza dei sionisti dell’epoca si ostinava a non rivendicare era la costituzione di uno Stato ebraico, proprio come prescritto dal famoso libro di Herzl, Der Judenstaat. Le ragioni della mancata richiesta di uno Stato ebraico, che avverrà ufficialmente solo nel 1942, erano probabilmente tattiche. I sionisti non intendevano mettere in difficoltà i britannici e inasprire i rapporti con gli arabi di Palestina, già protagonisti di aggressioni violente ai danni della comunità ebraica palestinese.
I capisaldi del pensiero del giovane letterato e giornalista Jabotinsky erano sostanzialmente quattro: a. la costituzione di una maggioranza ebraica in Palestina, necessaria a garantire uno Stato ebraico su ambedue le rive del fiume Giordano; b. il primato dell’idea nazionale su qualsiasi altro principio, con il rigetto delle divisioni di classe operate dai socialisti; c. il primato della politica sul metodo pratico inventato da Weizmann, che voleva comprare la Palestina «dunam per dunam». Primato della politica significava ottenere dagli inglesi un «regime di colonizzazione» tale da permettere di costituire sulla Palestina storica lo Stato di Israele; d. la necessità per gli ebrei di provvedere autonomamente alla loro autodifesa con la costituzione di legioni militari ebraiche.
Nazionalismo risorgimentale e nazionalismo organicista Il pensiero di Jabotinsky era un intreccio di nazionalismo risorgimentale, ispirato dal razionalismo della Rivoluzione francese, e nazionalismo organicista, che vedeva la nazione come un organismo vivente, un fine morale presente in ogni individuo centrato sulla razza. Il laboratorio della nazione in fieri era il movimento giovanile Betar, che educava i giovani ebrei al rispetto della tradizione, alla disciplina, all’ordine, con una totale abnegazione verso l’ideale nazionale. Il Betar, fondato a Riga da giovani simpatizzanti di Jabotinsky nel 1923, era la metafora della nazione ebraica: e l’adesione ad esso era puramente volontaristica. Il Betar doveva essere secondo il leader ucraino come una macchina dotata di movimenti sincronizzati, un’orchestra con i suoi molteplici elementi, o la scacchiera, dove ogni pedina svolgeva il proprio compito in armonia con le altre.
Nel pensiero nazionalista jabotinskiano convivevano due aspetti classici del nazionalismo, uno ‘scandaloso’, basato sul determinismo razziale tipico del nazionalismo organicista del Novecento, e l’altro di tipo volontaristico, affine a quello mazziniano. Questo pensiero oscillante ha spesso contribuito ad un dibattito storiografico sulla sua figura, che di volta in volta ne ha messo in luce gli aspetti liberali o autoritari ed estremi, avvicinandolo al fascismo.
Il partito dei sionisti revisionisti è stato protagonista in Palestina di durissimi scontri con il filone maggioritario del sionismo, ispirato ad un socialismo nazionale e volontaristico. Gli scioperi del potente sindacato Histadruth venivano boicottati dagli uomini di Jabotinsky, che sostituivano gli scioperanti provocando violente reazioni.
Il rifiuto della lotta di classe e il primato della nazione portarono Jabotinsky a postulare uno Stato di Israele, in cui i conflitti sociali fossero regolati dallo Stato tramite un Arbitrato nazionale. Lo Stato di Jabotinsky era ‘liberale’, poiché rispettava entro certi limiti la proprietà privata; ma era anche corporativo, con una Camera delle professioni, che si affiancasse al Parlamento politico, separando così la sfera economica da quella politica.
Questa concezione dello Stato, insieme alla partecipazione di giovani simpatizzanti di Jabotinsky alla scuola marittima di Civitavecchia nell’Italia di Mussolini, indussero esponenti del sionismo socialista a vedere in lui un leader di tipo fascista. Il pessimismo antropologico e il realismo politico, di cui era dotato, resero le sue analisi sulla situazione palestinese molto più lucide di quelle di molti esponenti del sionismo laburista e spirituale. Jabotinsky aveva visto con chiarezza il nazionalismo arabo.
Vi erano due diritti contrapposti in Palestina e l’unica soluzione per il leader revisionista non era nemmeno troppo implicita: la guerra. Era inutile lo scambio culturale, il rapporto reciproco con l’altra etnia, lo studio dell’arabo nel circoscritto contesto palestinese. Gli arabi non si sarebbero mai accontentati di diventare una minoranza o di dividere la terra, che consideravano di loro proprietà, con un popolo diverso.
La sue giovanili infatuazioni per il nazionalismo ucraino, ferocemente anticomunista e antisemita, e per quello polacco di Pilsudsky, lo resero odioso agli esponenti dell’ebraismo progressista. Jabotinsky non apprezzò mai le accuse di fascismo che Ben Gurion e altri militanti sionisti di sinistra gli mossero, preferendo definirsi un liberale rispettoso della democrazia e dei valori borghesi del XIX secolo.
L’abbandono nel 1931 del Congresso sionista per il rigetto di una mozione che definiva lo scopo del sionismo come la costituzione di uno stato di Israele sulle due rive del Giordano, creò una spaccatura che avrebbe pesato a lungo nei rapporti tra la sinistra sionista e la destra rappresentata dai revisionisti.
Jabotinsky ebbe l’idea di fondare nel 1935 una Nuova organizzazione sionista in concorrenza con quella storica, ormai guidata dal partito di ispirazione socialista Mapai di Ben Gurion.
Le istituzioni dunque raddoppiarono, con la costituzione di due eserciti clandestini, l’Irgun di Jabotinsky e l’Haganà egemonizzata dai socialisti, e di due sindacati, l’Histadruth per i socialisti e l’Histadruth nazionale per i revisionisti.
Per quanto riguarda l’attività militare bisogna segnalare gli atti di violenza terroristica sui civili arabi operati dall’Irgun, che inasprirono ancora di più i rapporti con la maggioranza dei sionisti guidata ormai saldamente dal futuro primo ministro di Israele Ben Gurion.
Il filo-fascismo delle minoranze massimaliste Le ali estreme del sionismo revisionista erano intrise di nichilismo rivoluzionario, ispirato dal terrorismo russo di Volontà del popolo, nato dalla spaccatura del Partito socialista rivoluzionario di Russia, che organizzò l’uccisione dello zar Alessandro II. Questi sionisti massimalisti organizzarono una scissione dall’Irgun, dando origine nel 1940 al Gruppo Stern o Lehi, acronimo di Loamei Herut Israel (Combattenti per la libertà di Israele).
Il Lehi era un movimento militare, intriso di idee rivoluzionarie antiborghesi e di simpatie fasciste. Il capo del movimento, Avraham Stern, propugnava alleanze ‘pericolose’. In nome della guerra contro gli inglesi per liberare la Palestina dal dominio coloniale, il piccolo ma agguerrito movimento tentò addirittura una improbabile alleanza con i nazisti. Il ‘contatto’ venne preso per il Lehi da Naftali Lubentchik, che nel 1941 ebbe un colloquio con due uomini del Terzo Reich, Rudolf Rozer e Otto Von Hentig, responsabile del dipartimento per l’Oriente del ministero per gli Affari esteri. Venne stilato anche un documento, che esponeva la «comunità di interessi tra il movimento e le potenze totalitarie europee per la creazione di un nuovo ordine europeo», e che annunciava «la fondazione di uno Stato storico ebraico su una base nazionale e totalitaria, legato con un trattato al Reich tedesco», volto a rafforzare la posizione della Germania nel Vicino Oriente. Le trattative con i nazisti si interruppero quando gli alleati catturarono, nel giugno del 1941, Lubentchik nell’ufficio dei servizi segreti a Damasco. La morte di Stern, ucciso dalla polizia britannica nel febbraio del 1942, segnò il tramonto della fase ‘messianica’ del movimento, che avrebbe elaborato in seguito una linea politica influenzata dal mito dell’Unione Sovietica, vincitrice della guerra e potenza anticoloniale e antiborghese.
Ma il gruppo Lehi viene ricordato anche per l’assassinio di lord Moyne, ministro residente britannico al Cairo, avvenuto il 6 novembre del 1944, e per quello del conte Folke von Bernadotte, mediatore delle Nazioni Unite in Palestina, ‘colpevole’, secondo il Lehi, di aver proposto una spartizione della Palestina sfavorevole agli ebrei. Il gruppo di comando era in questi anni nelle mani di una specie di triumvirato composto da Yitzak Yzernitzky, detto Shamir, Israel Sheib e Yellin Mor, poi diventato pacifista.
La morte di Vladimir Zeev Jabotinsky nel 1940 liberò in qualche modo tutti gli istinti più militaristici dei suoi uomini. Si inaugurava l’epoca del Sionismo militare, rivolto contro gli inglesi e i nemici arabi. Il ceto politico dei sionisti revisionisti venne in qualche modo scavalcato da quello militare, proveniente dall’Irgun, il cui comandate fu Menahem Begin dal 1944, e dal Lehi.
La Polonia fu il grande serbatoio di militanti per l’Irgun e per i revisionisti in generale, forse perché l’ebraismo proveniente da quelle zone era stato maggiormente vessato. Si sbaglierebbe però nel proiettare su tutto il sionismo le infatuazioni del revisionismo jabotinskiano – o peggio del radicalismo del gruppetto militare del Lehi –, data la natura essenzialmente socialista della maggioranza dei consessi sionisti.
Il migliore risultato elettorale ottenuto dalla Destra sionista furono i 52 deputati su 254 del 17° Congresso sionista del luglio 1931. Dopo quella data i risultati peggiorarono anche a causa di scissioni, nate da contrasti relativi alla costituzione della Nuova organizzazione sionista voluta da Jabotinsky.
Begin fonda Herut il maggiore partito della destra israeliana L’eredità politica del revisionismo di Jabotinsky venne raccolta dopo la fondazione dello Stato di Israele da Menahem Begin, il vecchio comandante dell’Irgun, che nell’ottobre del 1948 fondò il partito Herut (in ebraico «libertà»).
In Herut erano confluite tutte le anime del revisionismo, comprese le più radicali. Tra i protagonisti del massimalismo bisogna segnalare i due ucraini Abba Ahimeir e il poeta Uri Zvi Greenberg, che dopo la prima guerra mondiale erano stati i creatori di un piccolo gruppo massimalista, chiamato Birionim (briganti), di orientamento chiaramente fascista, in cui militò anche Ben Zion Netanyahu, padre del futuro primo ministro. Ahimeir stesso era un grande ammiratore di Mussolini e nel 1928 aveva pubblicato sul giornale «Doar Hayom» le Cronache di un fascista.
Tutte queste infatuazioni gettano una luce inquietante sull’ala destra del sionismo, ma vanno lette e inserite nello spirito del tempo, in cui i fascismi avevano esercitato una considerevole influenza.
Herut aveva notevoli svantaggi rispetto ai laburisti. Questi, infatti, avevano diretto e dirigevano ancora tutte le principali istituzioni sioniste, come l’Agenzia ebraica, che si occupava degli immigrati ebrei nel nuovo paese; il sindacato Histadruth, che, nonostante la scissione, raccoglieva l’85% dei lavoratori ebrei di Israele; e Tsahal, l’esercito in cui erano confluiti l’Haganà, che era il principale gruppo egemonizzato dalla sinistra, l’Irgun di Begin e il Lehi di Shamir.
Il 25 gennaio del 1949 si tennero le elezioni e la percentuale di voti ottenuta da Herut fu dell’11,5%. Il risultato deluse molto le aspettative di Begin, che pensava di contare su un elettorato molto più consistente. I voti presi consentirono al partito di ottenere solo 14 dei 120 seggi della Knesset, il parlamento israeliano. Il Mapai di Ben Gurion prese 46 seggi, la sinistra radicale del Mapam espressione dei Kibbutzim 19, il blocco dei Sionisti religiosi 16.
Il maggiore partito di governo della sinistra era all’epoca il Mapai di Ben Gurion, diventato primo ministro. Le accuse di Begin al suo avversario erano quelle di aver instaurato un regime di partito unico, che egemonizzava tutte le istituzioni e la società. La formula dei governi di sinistra che governarono Israele, inventata da Ben Gurion, era : «Senza Maki (il Partito comunista israeliano) e senza Herut». Il disprezzo tra i due leader era tale che Ben Gurion si rifiutava di chiamare per nome il fondatore di Herut rivolgendosi sempre «al vicino del deputato Bader».
Herut era un blocco nazionalista e liberale, che chiedeva la nazionalizzazione delle industrie di base, un sistema di sicurezza sociale non legato al sindacato socialista Histadrut e una tassazione progressiva, che garantisse però la libertà di impresa. Nei suoi programmi si notavano riferimenti alla tradizione religiosa e l’attenzione al rispetto dello Shabbath, in aperto contrasto con il laicismo di Jabotinsky. Herut si dichiarava contemporaneamente anticomunista e antifascista. L’intento di Begin era quello di rappresentare l’elettorato delle classi medie non legate agli ideali del socialismo sionista, sicuramente più numeroso dei 50.000 che avevano votato per Herut.
In Parlamento Begin accuserà il governo di essersi piegato servilmente agli inglesi e ai giordani, firmando accordi che riconoscevano la sovranità araba su una parte della patria ebraica. Questa visione territoriale dello Stato di Israele era figlia della vecchia idea jabotinskiana di Stato ebraico. Esisteva una clausola dello statuto di Herut, che continuava a vedere Israele come uno Stato, che avrebbe dovuto estendersi su «ambedue le rive del Giordano».
In questo periodo Begin scrisse la sua versione della ribellione ebraica contro gli inglesi degli anni ‘40, dal titolo La rivolta. Il libro era in sostanza una glorificazione dell’operato dell’Irgun, di cui veniva evidenziato il carattere di esercito di liberazione nazionale, in contrasto con l’immagine di gruppo terrorista fornita dai media internazionali, dagli inglesi e dalla sinistra israeliana. Visitò anche piccoli gruppi che avevano sostenuto i Sionisti revisionisti in Europa, negli Stati Uniti e in America latina, dove ebbe un curioso incontro con Juan Perón.
Le elezioni del 1951 segnarono una netta flessione elettorale per il partito di Begin, che prese il 6,6% dei voti. La protesta e lo scontento per il regime di austerità imposto dalla difficile situazione economica venne intercettato dai Sionisti generali, di orientamento liberale, che erano il partito di Weizmann, vecchio presidente dell’Organizzazione sionistica e primo presidente dello Stato di Israele. I Sionisti generali avevano preso 20 seggi, contro i 7 delle elezioni precedenti, diventando il primo partito della destra e superando largamente Herut.
Migliaia di profughi ebrei, provenienti dai poco accoglienti paesi arabi e dall’Europa, vennero accolti negli anni ‘50 in Israele. I campi di raccolta erano poveri e tutto veniva razionato. Ben Gurion pensò che fosse venuto il momento di ottenere riparazioni dalla Repubblica federale tedesca del cancelliere Adenauer. Il dibattito in Parlamento e nel paese fu a dir poco infuocato e l’opposizione alle riparazioni, con cui non si poteva ripagare il sangue ebraico era trasversale. Gli oppositori erano il Mapam e alcuni esponenti del Mapai ma il partito più intransigente fu proprio Herut. Begin dichiarò alla Knesset: «Non c’è un tedesco che non abbia ucciso uno dei nostri padri! Ogni tedesco è un nazista! […] Adenauer è un assassino!». Mentre gli scontri imperversavano fuori del Parlamento, Begin dichiarò che la sinistra voleva far tornare tutti nei campi di concentramento e per la sua virulenza venne sospeso dall’aula. I voti favorevoli alla trattativa sulle «riparazioni di guerra» tedesche furono 61 contro 50.
Le riparazioni, così violentemente osteggiate da Herut, consentirono allo Stato di Israele di dotarsi di infrastrutture fondamentali per la sua crescita futura. Herut rimase isolato dalla politica israeliana e Begin utilizzò questo periodo per scrivere le memorie della sua prigionia nelle carceri di Stalin, intitolate Notti bianche. Il leader di Herut, inoltre, fece nuovi viaggi non solo in Europa e in America, ma anche in Africa, dove incontrò il primo ministro sudafricano Daniel Malal, che pure si era rifiutato di aiutare i rifugiati ebrei durante la Shoà.
Le elezioni del 26 luglio 1955 segnarono un miglioramento elettorale del partito di Begin, che passò da 8 seggi a 15, recuperando i voti persi a favore dei Sionisti generali, che videro la loro rappresentanza ridotta a 13 seggi.
La lotta di questi anni per rappresentare gli ebrei sefarditi provenienti dal Marocco, che venivano fatti entrare in Israele in maniera selettiva, non sembrava dare i frutti sperati. Herut voleva aiutare i sefarditi ad entrare in massa in Israele, senza distinzione di età e sesso. Questi ebrei provenienti da Libia, Tunisia, Marocco e Algeria, assiepati in miseri campi di passaggio, in attesa di una sistemazione definitiva, rappresentavano l’83% dei nuovi entrati in Israele. I sefarditi, considerati da molti cittadini di serie B, in contrasto con la leadership rappresentata dagli ashkenaziti europei, erano vero e proprio materiale ‘infiammabile’, che gli esperti del governo vicini a Ben Gurion temevano potesse essere strumentalizzato dai comunisti o da Herut.
Le elezioni del 3 novembre 1959 segnarono un nuovo miglioramento elettorale, portando Herut a 17 seggi e consolidando l’immagine di primo partito dell’opposizione.
Begin si diede da fare per migliorare la propria immagine, evitando plateali comizi dai balconi e campagne elettorali condotte a bordo di Cadillac, seguite da cortei di biciclette, che davano un’immagine forse un po’ sudamericana e populista della sua persona. Le elezioni anticipate del 1961 confermarono a Herut i 17 seggi che, paragonati ai 59 ottenuti dal blocco delle sinistre, rimanevano esigui.
Senza cambiamenti significativi la destra non avrebbe mai governato Israele; per ovviare a questa difficoltà elettorale del suo partito, Begin aveva iniziato difficili trattative con i Sionisti generali per la presentazione di liste comuni già nel 1955. L’obiettivo era quello di unire la destra radicale e quella moderata in una coalizione, dove Herut avrebbe ceduto la politica estera e la difesa agli esponenti moderati della coalizione. Le concezioni economiche e sociali dei due partiti erano vicine. Gli interessi dei piccoli artigiani, dei commercianti e delle classi medie erano difesi sia dai Sionisti generali sia da Herut e comune era stata l’opposizione all’indicizzazione dei prezzi e dei salari voluta dalla sinistra.
Il problema di Herut restava quello dei confini di Israele e, per venire incontro alla moderazione dei Sionisti generali sulla questione, Begin modificò nel 1955 la piattaforma geopolitica del partito. L’unità di Eretz Israel sulle due rive del Giordano era diventata un principio e non più un obiettivo da raggiungere. Questo era il massimo delle concessioni che Begin era disposto a fare ai suoi interlocutori liberali.
Il primo ministro laburista Levi Eshkol accolse, infine, la richiesta di Herut di accogliere in Israele le spoglie di Jabotinsky. Ben Gurion, infatti, aveva sempre rifiutato il simbolico gesto di riconciliazione nei confronti del fondatore del revisionismo.
Nell’aprile del 1965 ci fu l’importante svolta politica. I Sionisti generali, diventati nel frattempo Partito liberale, si allearono con Herut dando origine alla coalizione denominata Gahal. Gli elementi più moderati dei liberali diedero vita a una scissione, rifiutando l’alleanza con il poco presentabile partito di Begin. I deputati del Gahal – dopo le elezioni del novembre 1965 – erano 26, meno dei 36 ottenuti dalle due formazioni separate nel 1961. La via era ormai aperta per la ‘nuova destra israeliana’. I liberali contribuirono a stemperare la tradizionale rabbia antisindacale dei seguaci di Begin, placando così l’ostilità dell’Histadrut. L’aumentare della tensione, che sfociò nella Guerra dei Sei giorni, favorì l’entrata di Begin e di un esponente liberale in un governo di unità nazionale con la sinistra, come ministri senza portafoglio. Begin stesso durante la crisi che precedette la guerra propose la conquista delle alture del Golan e della Città vecchia di Gerusalemme. Le elezioni del 1969 confermarono i 26 seggi per un partito, che con rigore ideologico vedeva i territori conquistati come terra liberata facente parte di Eretz Israel.
Nasce il Likud Su iniziativa del generale Ariel Sharon, che tentò invano di farsi nominare capo di Stato maggiore, venne inaugurato per le elezioni del 1973 il nuovo polo di destra: il Likud, che comprendeva i liberali, in cui era entrato Sharon, Herut, seguaci di Ben Gurion decisi a spostarsi a destra, un gruppo di intellettuali che aveva dato vita al Movimento per il grande Israele, e altri dissidenti della destra decisi ad entrare nella coalizione. Il risultato delle elezioni portò al Likud 39 seggi contro i 51 del blocco laburista. La febbre nazionalista aveva ormai coinvolto anche la sinistra, che nelle sue frange più centriste coltivava disegni di aperta colonizzazione dei territori occupati con la guerra del 1967. La guerra dello Yom Kippur stava per esplodere.
Il 1977 è l’anno della svolta per la politica israeliana. Il Likud guidato da Menahem Begin, diventato «un patriota amante della pace», vince le elezioni di maggio e il vecchio comandante dell’Irgun diventa primo ministro. Il voto degli ebrei sefarditi elegge il polacco Begin come legittimo rappresentante del settore di società ebraica più discriminato e più povero. Il paradosso è dato dal fatto che il partito di Begin è in maggioranza composto da polacchi, molto distanti per tradizioni e cultura dai fratelli provenienti dai paesi arabi. I seggi guadagnati dagli uomini di Begin sono 43 contro i 32 della sinistra. Il Likud venne votato dal 33,4% degli israeliani. Altri due seggi per lo schieramento di destra vennero dal nuovo partito di Ariel Sharon, Shlomzion: il generale, infatti, aveva rotto con il Partito liberale creandosi una sorta di partito personale. La campagna elettorale del Likud venne impostata sulla riconosciuta onestà di Begin, in contrapposizione alla corruzione della sinistra al governo da 29 anni. Artefice della campagna lo stratega Ezer Weizmann, futuro presidente di Israele, responsabile della propaganda per la destra. L’immagine di moderazione era stata favorita dal silenzio sul progetto di costituzione del Grande Israele, principio mai abbandonato da Begin e dai suoi uomini. Il partito di centro Dash, che aveva impostato una campagna sulle riforme istituzionali, guadagnò 15 seggi sottraendoli alla sinistra, che ne perse ben 19.
Il discorso di investitura di Begin parlava di svolta per Israele, paragonabile a quella che ci fu quando Jabotinsky chiese la proclamazione dello Stato ebraico come obiettivo del sionismo. Due giorni dopo Begin inaugurava la sinagoga di Kaddoum, costruita in un campo militare in Cisgiordania dai coloni del Gush emunim (Blocco della fede). Il ministero degli Affari esteri venne affidato a Moshe Dayan, per segnare una sorta di continuità con il potere del passato, mentre al generale Sharon venne affidato il ministero dell’Agricoltura. I territori occupati per volontà di Begin sarebbero stati chiamati da quel momento «territori liberati» o Giudea e Samaria, il nome biblico della Cisgiordania. Iniziava così la grande colonizzazione ‘ideologica’ dei territori occupati nel 1967, principale problema per ogni trattativa di pace con gli arabi. La mentalità del primo ministro, la cui elezione era per il «Time» un chiaro esempio di come «il terrorismo paga e Arafat ne sarà incoraggiato», era quella della vittima. La vittima agisce sempre per difendersi e mai per opprimere. Il timore di un secondo Olocausto, perpetrato ai danni degli ebrei dal ‘nuovo Hitler’ Arafat, guiderà ossessivamente la condotta politica del vecchio capo dell’Irgun.
Tra i risultati positivi del governo Begin si segnala la pace con l’Egitto e il ritiro totale dal Sinai occupato, che si contrapponeva ad un parallelo non-dialogo con i palestinesi e l’Olp. La colonizzazione e l’influenza dei partiti religiosi sul governo crebbe a dismisura. Tra il 1977 e il 1981, su impulso del ministro Sharon, vennero impiantate 64 nuove colonie agricole in Cisgiordania.
I risultati economici furono disastrosi, con l’incremento spaventoso dell’inflazione e l’abbassamento delle tasse «senza copertura», che peserà notevolmente sul bilancio dello Stato. La città di Gerusalemme venne proclamata da una sorta di legge costituzionale «Capitale eterna» dello Stato ebraico, mentre le alture del Golan prese ai siriani vennero annesse al territorio israeliano con il via libera alla colonizzazione intensa.
Alle elezioni del giugno 1981 Begin venne rieletto e il Likud prese 48 seggi contro i 47 dei laburisti. Begin venne proclamato dai sefarditi «re di Israele», e il suo seguito nei quartieri popolari era enorme, tanto che i candidati laburisti – espressione del potere ashkenazita – vennero presi a sassate. L’esiguo vantaggio sui laburisti rendeva necessario per il Likud l’appoggio di Tehiya, partito ultranazionalista guidato da Geulla Cohen, una fanatica sostenitrice della colonizzazione. Iniziava la guerra al Libano e l’inflazione superava il 400%! Begin lasciò il governo in seguito ai drammatici avvenimenti libanesi e alle imponenti manifestazioni pacifiste. La strada per la destra era ormai aperta, sarebbero seguiti negli anni governi di unità nazionale guidati a turno dalla sinistra e dal Likud, con il ritorno sulla scena di un personaggio oscuro e contestato come Shamir. A lui sarebbe succeduto ‘l’americano’ Benyamin (Bibi) Netanyahu, il modernizzatore del Likud.
Il voto degli immigrati russi degli anni ‘90 premierà il dinamismo liberista di Netanyahu, modificando ancora una volta il serbatoio elettorale della destra israeliana. Il governo del Likud del 1996-1999 si segnalerà per l’ondata di privatizzazioni, volte a realizzare una ‘rivoluzione thatcheriana’ in Israele, scatenando le resistenze del sindacato e dei lavoratori del settore pubblico, che portarono circa 700.000 persone al memorabile sciopero del 28 settembre 1997.
Bibliografia Shlomo Avineri, Histoire de la pensée sioniste, Paris, Lattes, 1982 Furio Biagini, Mussolini e il sionismo, M & B Publishing, 1998 David Bidussa, Il sionismo politico. Unicopli, 1993 Raphaela Bilsky Ben-Hur, Every Individual, A King. The Social and Political Thought of Ze’ev Vladimir Jabotinsky, Washington D.C., B’nai B’rith Books, 1993 Lenny Brenner, The Iron Wall. Zionist revisionism from Jabotinsky to Shamir, London, Zed, 1988 Mitchel Cohen, Du rêve sioniste à la réalité israélienne, Paris, La Découverte, 1990 Alain Dieckoff, L’invention d’une nation. Isräel et la modernité politique, Paris, Gallimard, 1993 Paolo Di Motoli, La destra sionista. Biografia di Vladimir Jabotinsky, M & B Publishing, 2001 David J. Goldberg, Verso la Terra promessa. Storia del pensiero sionista, Il Mulino, 1998 Renzo Guolo, Terra e redenzione. Il fondamentalismo nazionalreligioso in Israele, Guerini e Associati, 1997 Vladimir Jabotinsky, The political and social philosophy of Ze’ev Jabotinsky. selected writings. edited by Mordechai Sarig. Translated by Shimshon Feder. Foreword by Daniel Carpi. Preface by Ze’ev Binyamin Begin, London, Vallentine Mitchell, 1998 Vladimir Jabotinsky, Verso lo Stato. Scritti e discorsi di politica sionista scelti e annotati da Leone Carpi, DAC (Istituto superiore di studi ebraici), 1983 Shmuel Katz, Lone Wolf. A Biography of Vladimir Zeev Jabotinsky, New York, Barricade Books, 1996, 2 voll.
Israel Kleiner, From Nationalism to Universalism. Vladimir (Ze’ev) Jabotinsky and the Ukrainian question, Edmonton, Canadian Institute of Ukrainian Studies Press, 2000 Nachum Orland, Israels Revisionisten. Die geistigen Väter Menachem Begins, München, tuduv Buch, 1978 Carlo Leopoldo Ottino, Jabotinsky e l’Italia, in Gli Ebrei in Italia durante il Fascismo. Quaderni di Documentazione Ebraica Contemporanea, «Quaderni Cdec», III, 1963, pp. 51-81 Vincenzo Pinto, I sionisti. Storia del sionismo attraverso i suoi protagonisti, M & B Publishing, 2001 Joseph B. Schechtman, The Life and Times of Vladimir Jabotinsky, New York-London, Thomas Yoseloff, 1961, 2 voll.
Marius Schattner, Histoire de la droite israélienne de Jabotinsky à Shamir, Bruxelles, Editions Complexe, 1991 Yaacov Shavit, Jabotinsky and the Revisionist movement 1925-1948, London, Frank Cass, 1988 Colin Shindler, Israel, Likud and Zionist Dream, London-New York, I. B. Tauris, 1995 Ehud Sprinzak, Brother against brother. violence and extremism in Israeli politics from Altalena to the Rabin assassination, New York, Free Press, 1999 Ehud Sprinzak, The ascendance of Israel’s radical right, Oxford, University Press, 1991 Paolo Di Motoli, autore di «La destra sionista.Biografia di V.Z. Jabotinsky», insegna Storia dei movimenti e dei partiti politici presso la facoltà di Lingue dell’Università di Torino.

 

La Rivista del Manifesto numero  23  dicembre 2001

Nella storiografia israeliana

IL PARADIGMA SIONISTA
Vincenzo Pinto 

 

 

L'articolo intende narrare la storia del paradigma sionista ricostruendone la genesi, lo sviluppo e la crisi. Il sionismo non è solo l'ideologia fondante lo Stato d'Israele. È anche una visione del mondo, un discorso dotato di un nucleo `forte' che, come tutte le fedi razionalizzate del `secolo breve', possiede una logica interna difficilmente confutabile. Al centro di questo nucleo, circondato da una `atmosfera' con un'euristica composta di ipotesi di lavoro, è collocato un postulato ben preciso: l'esistenza di una questione ebraica universale e sempiterna che definisce la condizione ebraica.
Da qualunque parte si affronti lo studio del sionismo ci s'imbatterà presto o tardi in questa verità assiomatizzata, che è capace di assorbire, senza particolari rischi per il nucleo, le critiche interne ed esterne. La sua conferma più evidente è la Shoah: solo uno Stato avrebbe potuto (e può) evitare l'omicidio storico dell'ebraismo. Per decenni il paradigma sionista è stato difeso dall'intellighenzia israeliana, ed ebraica più in generale, per la ragione che la sua legittimità era sovrapposta a quella storico-morale dello Stato d'Israele.
Questa sovrapposizione ha fatto sì che scomparissero i distinguo tra un'ideologia, una visione del mondo e un'entità statuale. In secondo luogo, la contingenza storica (lo stato di guerra perenne) e determinate rimozioni presenti nel paradigma sionista (l'inesistenza di una questione palestinese e `l'uovo di Colombo' dello Stato) hanno fatto sì che il sionismo, colorito dopo la guerra dei Sei Giorni di tinte messianico-religiose, fosse strumentalizzato a giustificazione di azioni militari accampate sul dilemma della sicurezza.
La critica alla ragione sionista non è affatto inattuale, né il suo esempio così ozioso per noi europei, giacché comune al panorama storiografico occidentale è il tentativo, operato da una schiera di studiosi, più o meno in buona fede, di decostruire il nucleo della `religione civile' che legittima la cittadinanza politica condivisa. Quest'operazione impone un esame di coscienza intorno all'utilità e validità di fare storia etico-politica in un'epoca caratterizzata dal tentativo di strumentalizzare e di confondere le interpretazioni degli avvenimenti storici sulla base del motto postmoderno (volgare) «tutto va bene».
La storia della storiografia israeliana degli ultimi anni è anche una lotta tra un revisionismo `sano' e uno `malato': da un lato, la documentazione declassificata ha permesso di (ri)esaminare le interpretazioni degli avvenimenti storici agli albori dello Stato d'Israele; dall'altro, tale documentazione, variamente interpretata, ha permesso di trarre conclusioni spesso agli antipodi l'una dell'altra. Non poche sono state le accuse di strumentalizzazioni, di `negazionismo' e le reciproche scomuniche tra gli `storici dell'establishment' (coloro che dichiarano di essere sionisti) e i `nuovi storici' (coloro che cercano di distinguere sionismo e Stato d'Israele, mostrando i `vizi' e l'esaurimento storico del primo). La polemica è anche etico-politica, incentrata sull'uso pubblico della storia. Dietro questa disputa storiografica si cela una delicata questione della colpa che non tutti sono disposti ad affrontare.


Genesi del paradigma sionista

Il sionismo politico nacque in Russia a fine Ottocento, dove un gruppo di intellettuali secolarizzati decise di propagandare il ristabilimento degli ebrei eccedenti in «Eretz Israel» (Terra di Israele). Il progetto nazionalista si diffuse contemporaneamente nella Mitteleuropa tedesca, dove emerse il giornalista-letterato ungherese Herzl, che convocò a Basilea il primo Congresso mondiale sionista (1897). Per comprendere i successivi sviluppi ideologici è necessario partire dai contesti storico-culturali in cui si generò il paradigma sionista: da un lato, le correnti anarco-socialiste, populiste, nichiliste e marxiste della Russia di metà Ottocento; dall'altro, l'intellighenzia formatasi nel clima di reazione spiritualista al positivismo, nutrita di ideali vitalistici e irrazionalistici.
Dall'incontro di queste correnti nacque il sionismo, che non va inteso solo come l'aspirazione a uno Stato nella patria atavica, ma anche come una visione del mondo e un'ideologia capace di spiegare e giustificare l'insorgenza del nazionalismo ebraico. La necessità di definire una visione del mondo alternativa a quelle ortodossa, liberale e bundista fu subito avvertita dagli ideologi intenti a diffondere il progetto di rinascita tra le masse. Si trattava di coniugare un modo nuovo di percepire la propria condizione ebraica con una filosofia della storia capace di spiegare il passato per poterlo utilizzare e ritorcere a giustificazione dell'ideale nazionalista. La Palestina ottomana dell'epoca era poco attraente per le masse, non solo perché preferivano altri lidi (vedi il continente americano), ma anche perché mancava la ragione alla base della scelta personale che motivasse esistenzialmente la `salita' in Eretz Israel.
Se si dovesse valutare dai numeri, si potrebbe affermare che il sionismo fallì nei suoi intenti esplicativi, giacché, eccetto alcuni intellettuali, rabbini e rivoluzionari, poche migliaia di ebrei scelsero l'opzione palestinese prima della Grande Guerra. Ciononostante, l'evento che diede inizio al `secolo breve' non trovò impreparato il movimento sionista. La sua forza sarebbe stata nella capacità di spiegare all'interno del proprio paradigma gli eventi susseguenti la conflagrazione bellica: la fine degli imperi centrali; l'ottenimento della `carta' auspicata da Herzl (la Dichiarazione Balfour); la nascita delle questioni nazionali; la legislazione antiebraica diffusa nell'Europa degli anni Trenta; l'inesistenza di altre mete migratorie; e l'olocausto.


I fondamenti del paradigma sionista

Il `regime di verità' del paradigma sionista può essere esaminato in due modi: attraverso le ipotesi di lavoro che spiegano la necessità storica dello Stato; e attraverso le parole d'ordine che codificano, dirigono, ordinano e prescrivono i limiti del discorso sionista.
Le principali ipotesi di lavoro sono le seguenti:
a. una visione della storia teleologica e lineare: gli eventi del passato dimostrano la necessità storica della fine della Diaspora e la creazione di uno Stato degli ebrei; b. l'antisemitismo come ipostasi sempiterna: l'antisemitismo è la peculiarità caratterizzante l'esserci dell'ebreo. L'umanità è suddivisa in (manifesti o latenti) antisemiti e filosionisti.
c. l'unità del popolo ebraico: il popolo ebraico rappresenta storicamente un corpo unico e ben identificato in mezzo alle nazioni `gentili'; d. l'esistenza di una nazione ebraica su basi territoriali: la nazione ebraica ha diritto a un proprio Stato che salvaguardi tutto l'ebraismo e che funga da `centro spirituale' per le minoranze disperse nel mondo; e. il diritto storico sulla Palestina: il popolo ebraico ha un diritto storico sulla propria patria atavica; diritto corroborato dal fallimento della simbiosi con gli arabi e dal diritto morale ad autoemanciparsi dal e del passato, contribuendo al bene proprio e a quello dell'umanità; f. negazione dell'esilio: la Diaspora e il suo prodotto umano (l'ebreo diasporico) sono condannati in quanto rispecchiano e giustificano l'antisemitismo; g. la necessità della Terra: lo Stato deve essere ricreato nel proprio paesaggio natio, l'unico in grado di rigenerare il popolo ebraico dai malanni e dalla degenerazione dell'esilio.
h. l'eccezionalità della storia ebraica: la storia dell'ebraismo non può essere paragonata alle altre, poiché esso ha subito l'olocausto, ha vinto una guerra in cui enorme era la differenza tra le forze in campo, e ha visto realizzarsi nella storia la propria utopia (il sionismo).
Queste ipotesi di lavoro costituiscono gli a priori storiografici del paradigma sionista. Passando da un approccio ontologico, incentrato sull'eziologia del paradigma, a uno decostruzionista, più interessato al come che al perché, possiamo individuare nel lessico sionista una serie di significati che prescrivono particolari serie di pratiche e di relazioni. Da un lato abbiamo alcune espressioni che definiscono il sionismo opponendolo a una dimensione `inautentica' della condizione ebraica: Galuth (esilio punitivo) al posto di dispersione, Aliyah (salita) al posto di emigrazione, Kibbush Haaretz (conquista della terra) al posto di acquisizione dei terreni. Dall'altro lato abbiamo una serie di gerarchie binarie che delimitano il discorso sionista: ebreo/giudeo, ebrei/ebraismo, nazione/comunità religiosa, cultura secolare/religione, sentimento nazionale/sentimento religioso, collettivo/individuale, continuità/discontinuità, evoluzione/rottura, creatività/stagnazione, esilio/redenzione, ordine/caos e, nel caso del sionismo socialista, lavoratori/borghesi.
La domanda che sorge spontanea è come l'alterità abbia partecipato alla rappresentazione dell'identità. In altri termini, qual è lo spazio che il discorso sionista ha concesso ai palestinesi? Abbiamo visto come l'ebreo sionista si contrapponga e rifiuti l'ebreo della Diaspora come passivo, degenerato, malato e sterile, ergendosi come `trasvalutatore' e riscopritore di una condizione ebraica `autentica'. Abbiamo anche visto il diritto insieme storico e morale che il sionismo reclama per l'ebraismo sulla Terra di Israele.
La sottovalutazione dell'alterità è stata una grave deficienza morale, psicologica e politica, connessa con una visione teleologica ed eurocentrica della storia. Qui non si tratta solo di valutare quanto i sionisti non percepirono l'esistenza di altri diritti, bensì di valutare come questi diritti fossero ritenuti conciliabili con i propri. La risposta non può che essere negativa. Se ci fermiamo a valutare le singole prese di posizione, è facile individuare non poche persone che capirono il prezzo che bisognava pagare per la realizzazione del proprio sogno nazionalista. Tuttavia, rimanendo all'interno di un discorso che, a partire dalla sua pratica microfisica, elimina l'altro e feticizza o reifica lo Stato su basi etniche, resta difficile presagire una pace che non sia semplicemente pragmatica, ma che aspiri ad essere ideologica.


La pratica del paradigma sionista

La storiografia sionista non nasce nel 1948, giacché il movimento sionista ha attirato nelle sue fila schiere di storici dell'Europa centro-orientale già dall'inizio del secolo. Ma è solo dopo la nascita dello Stato che l'ideologia diventa paradigma applicato. Il processo di costruzione dell'identità israeliana si presenta da subito problematico per ragioni di ordine politico, sociale e culturale. L'unità nazionale richiedeva una recita unica, una memoria che esaltasse, valorizzasse e inculcasse le gesta dei `padri fondatori'. La scelta sionista non solo doveva essere ammantata di un'aura di moralità, ma doveva anche apparire come il logico risultato della storia. Negli anni cinquanta e sessanta storici-pedagoghi come Ben Zion Dinur e Shalman Shazar dimostrarono che il sionismo era l'esito di una tradizione, non di una rivolta moderna.
La storiografia militante sionista fondava le proprie narrazioni sugli a priori storiografici che dipingevano il sionismo come l'inevitabile conseguenza della storia universale degli ebrei. In secondo luogo, esaltava l'icona del pioniere (il chaluz), su cui si sarebbe innestata quella del sabra, il nuovo ebreo israeliano `autentico'. In terzo luogo, cercava di evidenziare la continuità con l'epoca del Secondo Tempio in mezzo alla discontinuità della Diaspora (vedi il mito di Masada). In quarto luogo, non solo periodizzava la storia degli ebrei sulla base delle `torce' nazionaliste nella caverna dell'`età di mezzo' diasporica, ma si concentrava anche sulla ricerca delle radici ebraiche in Eretz Israel. In quinto luogo, sosteneva che la forza del sionismo stava nella capacità di sintetizzare particolare e universale, nazionalismo e socialismo. Infine, cercava di evidenziare l'eccezionalità della vittoria del 1948: l'esercito ebraico era il `Davide' che aveva sconfitto il `Golia' arabo.
Due sono i problemi su cui è bene soffermarsi: la percezione della questione palestinese e quella dell'olocausto. Come detto, i palestinesi erano stati esclusi dalla narrazione sionista in quanto considerati privi di coscienza nazionale, parti del paesaggio, fruitori dalla civiltà importata dai semiti europei, membri di una medesima nazionalità araba, contrari per principio allo Stato ebraico ecc. Se a tutto ciò aggiungiamo la politica dei paesi arabi durante la guerra dal 1948, l'esodo di massa dei palestinesi e lo scarso sostegno delle potenze vincitrici addebitabile alla Shoah e alle collusioni di alcuni leader arabi col nazismo, è facile presagire la scarsa predisposizione ad ammettere i limiti morali del diritto degli ebrei al proprio Stato.
La storia aveva decretato che lo Stato degli ebrei era potuto nascere solo dopo che gli ebrei interessati alla sua erezione erano stati sterminati. Questo paradosso doveva fare i conti sia con l'atteggiamento politico del sionismo palestinese durante la guerra, sia con la posizione che l'ebreo diasporico rivestiva nel paradigma sionista. Da un lato, nonostante alcuni gesti eroici, per una serie di ragioni la dirigenza sionista non contribuì al salvataggio degli ebrei in fuga dall'`ordine nuovo' nazista. Dall'altro lato, gli ebrei sopravvissuti ai lager o quelli insorti nei ghetti e attivi nella resistenza erano percepiti come portatori di altre memorie e di altre ideologie in conflitto con quella sionista laburista palestinese, giacché essi dimostravano che anche i non-sionisti o sionisti non-laburisti potevano reagire con la forza alle persecuzioni. Fu solo dalla fine degli anni cinquanta che si assistette al recupero dell'olocausto nella memoria pubblica israeliana con l'introduzione del Giorno commemorativo, con la creazione del memoriale Yad Vashem e con il processo Eichmann.


L'avvento della `nuova storiografia'

L'erosione del paradigma storiografico sionista inizia alla fine degli anni settanta, quando il trauma della Guerra del Kippur e l'intransigenza del Likud verso la questione dei territori occupati impongono a una nuova generazione di studiosi nati nel dopoguerra una serie di riflessioni anche morali intorno all'utilità politica e culturale del paradigma sionista. Questo processo di revisione è scandito dalla guerra del Libano e dallo scoppio della prima intifada, che ha il merito di far emergere tra l'opinione pubblica il problema dei territori occupati, fino allora ignorato o rimosso politicamente, culturalmente e psicologicamente.
Sarebbe tuttavia riduttivo non riscontrare nella rivalutazione della `nuova storiografia' l'influsso culturale delle correnti strutturaliste e poststrutturaliste importate sul finire degli anni settanta, che, lungi dall'affrontare una lotta `macrofisica' e `strutturale' contro il discorso sionista, hanno opposto un confronto critico sui modi in cui questo stesso apparato ha fabbricato un sistema di potere e un discorso che escludono a monte determinati attori. Il fenomeno della `nuova storiografia' può essere considerato compiutamente solo all'interno di feconde ibridazioni provenienti dal metodo comparativo delle scienze sociali e degli studi culturali. Solo in questo modo la `revisione' ha saputo trasformarsi in `rivalutazione' e in esame critico della memoria storica.
Le critiche dei nuovi storici alla `storiografia dell'establishment', sia di principio (concernenti gli a priori storiografici), sia di merito (concernenti le singole interpretazioni di dati avvenimenti), sono le seguenti.
a. Il paradigma sionista ha alimentato una visione selettiva della storia ebraica che sottende non solo una teleologia e una linearità indimostrabili, ma anche un'interpretazione `illuministica' della Diaspora, bollata come oscuro `Medioevo' ebraico.
b. Il popolo ebraico è un `popolo inventato': il sionismo ha costruito le tradizioni e la memoria storica dell'ebraismo ad libitum, recuperando le forme e svuotandole del contenuto originario (religioso).
c. Il sionismo è stato un mix riuscito tra un movimento colonizzatore simile a quello dei `bianchi' e il nazionalismo ebraico. Ha agito all'interno di una forma mentis tipicamente eurocentrica e `civilizzatrice'.
d. Il sionismo non incarna l'ethos ebraico dell'azione, del coraggio, ecc. in opposizione radicale alla storia della Diaspora caratterizzata dall'ethos della rinuncia e della passività, poiché non poche comunità ebraiche della `età di mezzo' hanno impugnato le armi per difendere i propri diritti, non necessariamente per motivazioni nazionalistiche.
e. La sintesi tra nazionalismo e socialismo propagandata dai `padri fondatori' è rimasta un'operazione virtuale, poiché, accanto a motivazioni intrinseche (nazionalismo organicista), nei decenni del Mandato i laburisti non hanno compiuto nessun reale sforzo per creare una società differente dal modello borghese.
f. Il canone storiografico sionista ha `inventato' i miti nazionalistici al fine di puntellare le radici ebraiche in Eretz Israel, ovvero il cosiddetto `diritto storico'.
g. L'etica militare, pur respinta a parole, è immanente il sionismo (anche laburista), ovvero non giustificabile sulla base della contingenza.
h. La memoria della Shoah è stata `sionistizzata', utilizzata non solo per giustificare e fondare moralmente lo Stato intorno alla parola d'ordine never again, ma anche per delegittimare le altre ideologie ebraiche che non hanno negato la Diaspora, e per giustificare azioni belliche edulcorandole con un'aura di moralità.
i. Nella guerra del 1948 l'esercito israeliano non è stato il `Davide' contro il `Golia' arabo, ma ha potuto usufruire di notevoli vantaggi strategici, sociali e organizzativi.
l. Nel 1948 i palestinesi non hanno lasciato volontariamente le proprie case a seguito di un appello radiofonico dei propri leader, ma se ne sono andati per una serie di ragioni che vanno da una `Grande Paura' di tipo lefebvreiana, alle divisioni della dirigenza araba e alle azioni `dimostrative' dell'esercito israeliano.
m. Nel 1947-48 la dirigenza sionista e la monarchia giordana hanno cercato di raggiungere un accordo volto a frustrare la nascita dello Stato palestinese sancito dalle Nazioni Unite.
n. Nei decenni successivi è mancata la volontà di intavolare negoziati diplomatici con i vicini per la presenza di pesanti tare ideologiche e di derive espansionistiche non giustificabili sulla base del principio della sicurezza o dell'intransigenza araba.
L'operazione di demistificazione avviata a cavallo della prima intifada ha avuto notevoli riscontri mediatici grazie anche a speciali televisivi e a documentari curati da storici-giornalisti come Tom Segev. La reazione della `vecchia' storiografia non si è fatta attendere, giacché l'accusa di faziosità, di servitù del `regime', ecc. è stata avvertita come un'offesa alla propria dignità di studioso e come un tentativo di delegittimare moralmente lo Stato d'Israele. Queste le principali obiezioni contrapposte alle critiche dei nuovi storici.
a. I nuovi storici ignorano il contesto storico in cui gli studiosi-soldati hanno operato, che ha richiesto l'elaborazione di una memoria storica alternativa a quelle diasporiche.
b. La denigrazione della personalità di Ben Gurion non è adeguatamente sostenuta dai documenti e si basa su illazioni o su speculazioni non dimostrabili.
c. Le tesi dei nuovi storici non sono così `nuove': la novità non è nell'approccio, ma nel concetto alla base del mestiere dello storico.
d. La documentazione è stata manipolata tramite l'eliminazione di frasi scomode, la decontestualizzazione di affermazioni o la manipolazione delle carte al fine ideologico di sostenere le tesi `revisionistiche'.
e. La pluralità di `recite' non è di per sé una garanzia dell'emersione della `verità' storica, giacché la deriva relativistica può indurre a interpretazioni altrettanto dogmatiche degli eventi.
f. I `padri fondatori' sono stati sinceramente animati da ideali socialisti, e i compromessi morali per la creazione dello Stato non possono inficiare le loro buone intenzioni originarie.
g. Il sionismo non è stato un movimento di tipo coloniale, poiché i pionieri hanno agito spinti da un richiamo sentimentale e non hanno trattato gli indigeni come hanno fatto gli europei.
h. Esiste una notevole differenza tra l'ethos difensivo dei `padri fondatori' e quello `offensivo' dei loro figli, tra la `purezza delle armi' dei socialisti e il militarismo dei revisionisti.
i. È impossibile dimostrare la volontà dei dirigenti sionisti a non aiutare gli ebrei in fuga dall'Europa, giacché tutto quello che avrebbero potuto fare erano atti utopistici o disperati ad personam.
Il dibattito degli ultimi anni si è allargato ai conflitti arabo-israeliani più recenti. La discussione non è solo storiografica, ma riguarda la costruzione dell'identità nazionale, la cittadinanza politica e la `emancipazione israeliana dal sionismo'. L'attacco al paradigma sionista si è allargato ad altre discipline come la sociologia, la scienza della politica, la letteratura, la filosofia, il diritto e l'economia. Gli eventi attuali non inducono a pensare che il paradigma sionista sia `morto e sepolto', né che la politica del fatto compiuto abbia fatto il suo tempo. Di fronte al prevalere degli estremisti, qual è il compito dello storico? La `nuova storiografia' rappresenta il passaggio definitivo dal `moderno' alla `condizione postmoderna'?


La `fine delle ideologie'?

L'erosione del paradigma sionista non significa di per sé pluralità di recite o di memorie. Né è pensabile una fase di transizione caratterizzata dall'assenza di miti coesivi. Il `post-sionismo' si trova a dover affrontare una concorrenza affatto disposta a rinunciare alla lotta egemonica; concorrenza sia interna sia esterna: da una parte il `neo-sionismo', dall'altro il `palestinismo'. Il `neo-sionismo' comprende quel movimento culturale e politico composto di ebrei ortodossi animati da ideali messianici e ultranazionalistici emerso dopo il 1967 che ritengono che tutta la `Terra di Israele' biblica debba essere ebraica. Questo movimento ha compiuto un'operazione analoga a quella dei sionisti originari: ha recuperato le forme dei padri fondatori svuotandole del loro contenuto (laico) per puntellare un'identità religiosa. Il `neo-sionismo' conduce una lotta per la `purezza' ebraica, per il recupero della tradizione della Legge e per la Terra.
Con tutti i limiti degli a priori storiografici, la storiografia sionista ha prodotto lavori di interesse documentario. Il discorso in campo palestinese (e, più in generale, arabo) è stato diverso. Innanzi tutto, gli archivi sono meno numerosi e in condizioni assai peggiori di quelli israeliani e occidentali. In secondo luogo, l'assenza di istituzioni democratiche e la censura vigente non hanno favorito l'operato di studiosi animati da sinceri sentimenti di analisi storica. Il problema, però, è ideologico. Manca in campo avverso l'operazione di ricostruzione-decostruzione del proprio passato che ne evidenzi i lati oscuri, gli errori politici e che si affranchi da ogni forma di vittimismo consolatorio e giustificatore non costruttivo ai fini dell'elaborazione di una nuova memoria. La politica ha ragioni che la scienza non conosce, si potrebbe obiettare. Parlare di `post-palestinismo' adesso parrebbe inattuale, anche per la semplice ragione che la battaglia egemonica dei post-sionisti non è vinta. È tuttavia un passaggio che, in un altro contesto, si renderà necessario.
La lezione della `nuova storiografia' israeliana non vuole essere di moralità storiografica. Non è nemmeno la revisione di singole interpretazioni degli avvenimenti. L'opera di demistificazione va compiuta nella consapevolezza che nel fardello del passato non vanno ricercate le ragioni della propria ragione, la giustificazione dei propri atti, la redenzione dalle proprie malefatte, una fondazione morale del proprio ego nazionale. Il passato deve insegnare che si può sbagliare, si può cambiare, si deve agire e nondimeno essere responsabili dei propri errori. La `nuova storiografia' è storiografia etico-politica. Non è `a-ideologica', né pensa di offrire sul piatto d'argento della storia la interpretazione degli eventi passati. È consapevole che `la fine delle ideologie' impone l'abbandono di a priori storiografici e nondimeno l'impegno civile. È revisionistica, ma non vuole piegare le ragioni della scienza a quelle della politica. È una prospettiva aperta alle sfide lanciate dalla `postmodernità', che, facendo tesoro del suo antilogocentrismo, non animi derive relativistiche, consolatorie e assolutorie del proprio passato.


Rassegna bibliografica (in ordine cronologico)

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http://digilander.libero.it/pitb/ttp.htm

http://digilander.libero.it/pitb/ttp1.htm

http://digilander.libero.it/pitb/ttp2.htm

 

LA TERRA TROPPO PROMESSA
SIONISMO, IMPERIALISMO
E NAZIONALISMO ARABO IN PALESTINA

MASSIMO MASSARA, 1979

.
A chi non è informato
parrai ragionar male
anche se dirai cose assennate.
EURIPIDE, "Le baccanti"

Capitolo 1
ARABI ED EBREI NELLA STORIA. PASSATO E PRESENTE
1. Gli ebrei e la Palestina
2. Gli arabi e la Palestina
3. La situazione economica
4. Le Potenze e la Palestina

Capitolo 2
IL SIONISMO
1. I precursori del sionismo
2. Moses Hess, il "rabbino comunista"
3. Jehudah Leib Pinsker e I'autoemancipazione
4. Theodor Herzl
5. II Programma di Basilea
6. I progetti di el-Arish e dell'Uganda
7. II sionismo territorialista
8. II sionismo spirituale: Ahad Ha-am, il "rabbino agnostico"
9. La scelta binazionale: Magnes e Buber
10.Sionismo e socialismo
11.Ber Borochov e il sionismo socialista
12.II sionismo armato: Jabotinsky e il revisionismo
13.Un primo bilancio provvisorio

Capitolo 3
IL NAZIONALISMO ARABO
1. Gli albori della rinascita
2. Interessi dinastici e riforma religiosa
3. ll problema nazionale nell'Impero Ottomano
4. Il patriottismo territoriale di al-Tahtawi
5. Il panislamismo antimperialista di al-Afghani
6. Il fondamentalismo islamico di Muhammad Abduh
7. L' illuminismo siriano: Butrus al-Bustani e Nasif al-Yaziji
8. Nascita del movimento nazionale arabo
9. Abd al-Rahman al-Kawakibi
10.Nazionalismo arabo e antisionismo: Rashid Rida
11.Negib Azoury e il risveglio della nazione araba

Capitolo 4
SIONISMO E NAZIONALISMO PALESTINESE
1. "Casa di Giacobbe, venite, camminiamo"
2. La prima aliyah e l' inizio della colonizzazione ebraica
3. La seconda aliyah
4. La resistenza palestinese alla colonizzazione ebraica
5. L'antisionismo palestinese
6. Una coesistenza difficile ma non impossibile
7. Giovani Turchi e nuovi arabi

Capitolo 5
LA PRIMA GUERRA MONDIALE
1. L'entrata in guerra dell'Impero Ottomano
2. Le operazioni militari 1914-1916
3. La comunita ebraica palestinese e la guerra (1914-1916)
4. La repressione del nazionalismo arabo
5. La rivolta araba
6. L'evacuazione degli ebrei di Giaffa. Il Nili
7. La Commissione sionista. L'incontro FaisaI-Weizmann
8. La crociata di Allenby
9. La battaglia di Megiddo
10.Gli arabi, gli ebrei e la guerra: Miti e realtà
11.Le legioni ebraiche
12.Il contributo arabo

Capitolo 6
LA TERRA TROPPO PROMESSA
1. I piani di spartizione imperialista dell'Impero Ottomano
2. L'accordo Hussein-McMahon
3. L'accordo Sykes-Picot
4. La Dichiarazione Balfour
5. La Germania, la Turchia e le aspirazioni sioniste
6. Il messaggio di Hogarth
7. La comunicazione dell'8 febbraio 1918
8. La dichiarazione ai Sette
9. La Dichiarazione anglo-francese del 7 novembre 1918

Capitolo 7
LA SPARTIZIONE IMPERIALISTICA E IL RIFIUTO ARABO
1. Le posizioni francese, britannica, sionista, araba e statunitense sulla Palestina
2. L'accordo Faisal-Weizmann
3. La conferenza della pace
4. La commissione King-Crane
5. La conferenza di San Remo
6. L' inizio della resistenza palestinese

CAPITOLO 1 - ARABI ED EBREI NELLA STORIA. PASSATO E PRESENTE

 

Intorno al 1880, data alla quale può essere fissato l'inizio del conflitto tra arabi ed ebrei, che ha dominato e continua a dominare tuttora la storia e la vita del Vicino Oriente, la Palestina era ormai da secoli un territorio esclusivamente arabo. Su una popolazione di circa mezzo milione di abitanti, gli ebrei erano circa 24.000, cioè appena il 4,8 per cento. Benché non esistessero ancora limitazioni al loro insediamento in Palestina, la stragrande maggioranza degli ebrei residenti nell'Impero Ottomano preferivano vivere al di fuori della Terra Santa, nelle altre regioni dell'impero, in particolare nella capitale Costantinopoli, dove, già nel 1844, il numero degli ebrei era superiore a quello che sarebbe stato raggiunto in tutta la Palestina quarant'anni dopo. La maggioranza degli ebrei residenti in Palestina vivevano a Gerusalemme che, dopo la guerra di Crimea, era divenuta la più grande città della Palestina con una popolazione di circa 25.000 abitanti, almeno la metà dei quali ebrei. Poiché la Città Vecchia, stretta nelle sue mura, non era più in grado di accogliere nuovi venuti, a partire dal 1861 gli ebrei costruirono fuori delle mura nuovi quartieri, tra i quali quelli di Nahalat Shiva (1869) e Me'ah She'arim (1872) che, sarebbero divenuti il nucleo della Città Nuova.

1.Gli ebrei e la Palestina

Gruppi molto piccoli di ebrei avevano continuato a vivere in Palestina anche dopo che la maggioranza della popolazione ebraica aveva abbandonato il paese disperdendosi ai quattro angoli della Terra. Gaza, Hebron, Gerusalemme, Nablus, Haifa, Shafer Am, Tiberiade e, soprattutto Safed e la zona circostante sono località nelle quali è accertata la presenza di nuclei di ebrei ininterrottamente almeno dal XIII secolo, cioè dall'epoca immediatamente successiva alla fine delle crociate.

Dagli inizi del XIX secolo la popolazione ebraica della Palestina era più che raddoppiata, passando da circa 10.000 invidui nel 1800 a 24.000 nel 1880. Tuttavia, questi ebrei si accontentavano di vivere in sostanziale buona armonia con la popolazione araba e non pensavano affatto a creare nel paese un loro Stato, tutto ed esclusivamente ebraico. Per loro il vivere in Palestina era una scelta religiosa positiva e qualsiasi idea di restaurazione di uno Stato ebraico era considerata con estremo sospetto come una manifestazione di pseudo-messianismo sacrilego.

Nel generale quadro di arretratezza del paese, gli ebrei palestinesi non rappresentavano certo un elemento sociale economicamente e culturalmente attivo e avanzato. Negli anni precedenti il periodo delle riforme del Tanzimat, essi costituivano "la comunità più depressa in Siria e in Palestina". Gli ebrei palestinesi formavano un gruppo umano amorfo, miserabile ancor più che povero, nemico di ogni progresso, chiuso al nuovo, tutto teso a salvaguardare e perpetuare gelosamente la propria ebraicità, intesa in un senso molto angusto e limitato.

Si trattava di un gruppo umano vivente in un quadro sociologico ancora medievale, caratterizzato da un estremo sottosviluppo culturale e intellettuale oltre che economico. La principale risorsa economica di questi ebrei palestinesi erano le misere sovvenzioni inviate dai loro correligionari europei e da qualche ricco filantropo, che consideravano un pio dovere l'assistere materialmente i loro fratelli in Terra Santa. Questo aiuto non aveva solo carattere caritatevole ma simbolizzava anche un legame, esprimeva anche simpatia e autoidentificazíone con quanti avevano deciso di passare la loro vita in Palestina dedicandosi allo studio e alla devozione. Tuttavia, questa carità soffocava ogni spirito di iniziativa e favoriva un modo di vita improduttivo e parassitario. Ai nativi del luogo si aggiungevano di tanto in tanto ebrei provenienti da paesi diversi e lontani, attratti a Gerusalemme, come scriveva Marx nel 1854, "solo dal desiderio di abitare nella valle di Giosafat e di morire nel luogo dove è atteso il redentore".

Sulla condizione degli ebrei in Palestina prima dell'inizio dell'immigrazione degli anni 80, esiste una preziosa testimonianza di Charles Netter, sotto forma di un rapporto sulla situazione degli israeliti d'Oriente presentato al Comitato centrale dell'Alliance israélite universelle nella seduta dell'11 gennaio 1869. Secondo la valutazione del Netter, la popolazione ebraica della Palestina era allora (1868) di circa 13.000 persone. I nove decimi di questi ebrei vivevano concentrati a Gerusalemme, Hebron, Safed e Tiberiade. Piccolissimi gruppi risiedevano a Giaffa, Haifa, Acri, Nablus e Ramleh. Complessivamente meno di 400 persone (il 15 per cento dei circa 2500 maschi adulti) erano impegnate in attività produttive (commercio e artigianato), mentre considerevole era il numero di coloro che si dedicavano all'insegnamento o allo studio del Talmud (si trattava di gente, come notava Netter, che aveva risolto "il problema di passare la vita studiando e di morire senza aver nulla appreso").

Le attività artigiane esercitate erano quelle di sarto, ciabattino, lattoniere, intarsiatore, legatore, orefice e orologiaio. Il commercio consisteva nell'importazione e nella vendita di oggetti comuni di consumo locale. In tutta la Palestina, Netter aveva avuto notizia di due soli ebrei agricoltori che, del resto, nei loro appezzamenti di terra impiegavano manodopera araba. La maggior parte degli ebrei di Palestina erano nati nel paese. Tuttavia era in aumento il numero di quelli che venivano da fuori, sia per sottrarsi alle persecuzioni antíebraiche, sia per finire i loro giorni nella Terra Santa.

Come ricordato, la principale risorsa economica di questa gente miserabile erano le sovvenzioni mandate dai loro correligionari europei, soprattutto polacchi. Il livello culturale corrispondeva alla disastrosa realtà economico-sociale. Grazie ai sussidi europei, a Gerusalemme funzionavano tre scuole (due maschili, una femminile) in cui alcuni volonterosi maestri locali insegnavano l'ebraico e le quattro operazioni a circa centosessanta bambini (alcuni dei quali già sposati). Va sottolineato il fatto che questi scolari ricevevano dalla scuola il vestiario, e i loro genitori sussidi in denaro, per cui è lecito ritenere che questi stimoli materiali non fossero del tutto estranei alla decisione di mandare i bambini a scuola. Nelle altre città della Palestina non c'era nemmeno questa parodia di istruzione.

Il quadro sociologico in cui vivevano gli ebrei palestinesi (gente chiusa e ignorante che si rifiutava ostinatamente a ogni rapporto non superficiale con il mondo circostante) era, come già detto, ancora sostanzialmente medievale. "Ma -si chiedeva Netter- se l'insegnamento in queste scuole fosse meno esclusivamente ebraico; più complesso sotto il rapporto della religione e della morale, se le scienze profane vi trovassero uno spazio maggiore, se istituzioni di questo genere fossero diffuse nel paese, tutto ciò cambierebbe la situazione dal punto di vista materiale? Verrebbe sanata questa piaga del pauperismo favorito da duemíla anni da una carità più attiva che intelligente? Questi affamati vengono a chiederci pane, vestiti. Non il pane dell'elemosina ma quello del lavoro! ".

Netter rilevava la volontà di questi ebrei di dedicarsi a un lavoro, ma registrava anche il fallimento dei tentativi fatti negli anni precedenti da sir Moses Montefiore sia nel campo dell'industria sia in quello dell'agricoltura. Le cause di quei fallimenti andavano ricercate sia nelle condizioni economiche generali del paese, di cui non si era tenuto adeguato conto, sia nell'inettitudine di quanti si erano improvvisati agricoltori. Dal canto suo, Netter riteneva che il riscatto economico e sociale degli ebrei palestinesi passasse attraverso il lavoro della terra e che le associazioni come l'Alliance israélite universelle dovessero preparare il quadro generale di questa trasformazione degli ebrei di Palestina in agricoltori, creando un'istituzione nella quale la futura generazione avrebbe dovuto essere addestrata al lavoro della terra. Quanto alla generazione presente, le sue sofferenze avrebbero dovuto essere alleviate con opportune iniziative filantropiche.

Gli ebrei palestinesi vivevano chiusi nel loro anacronistico mondo di miseria e di ignoranza senza essere eccessivamente importunati dalla popolazione araba musulmana. Come è stato rilevato, "malgrado la decadenza generale dell'Impero Ottomano nel XIX secolo, la Turchia restava fedele al suo atteggiamento liberale nei confronti degli ebrei i quali non avevano di che lamentarsi né del governo, né della popolazione musulmana".

Una preziosa testimonianza in merito ci è stata lasciata nella sua corrispondenza diplomatica dal ministro degli Stati Uniti a Costantinopoli, Horace Maynard. Nel 1877, Maynard ordinava ai consoli statunitensi nell'Impero Ottomano di "osservare attentamente la condizione degli ebrei all'interno dei loro distretti consolari e di riferire senza ritardo alla legazione ogni caso di persecuzione o di altro maltrattamento, richiamando su di essi in forma non ufficiale l'attenzione dei governatori o di altre autorità ottomane".

In un dispaccio del 27 giugno 1877 al segretario di Stato William M. Evarts, Maynard faceva quella che è stata definita "un'accurata descrizione della situazione degli ebrei in Turchia, prima della (prima) guerra mondiale": "Giustizia nei confronti dei turchi vuole che io dica che essi hanno trattato gli ebrei molto meglio di quanto non li abbiano trattati alcune potenze occidentali dell’Europa. Quando furono espulsi dalla Spagna essi trovarono asilo in primo luogo in Turchia, dove i loro discendenti vivono tutt’ora, distinguendosi dai loro correligionari per l'uso della lingua spagnola. Prevale l'impressione che sotto il governo turco il trattamento degli ebrei sia migliore di quello dei cristiani. Essi sono riconosciuti come una comunita religiosa indipendente, con il privilegio di avere le loro proprie leggi ecclesiastiche, e il loro rabbino capo (Hakham bashi) gode, grazie alle sue funzioni, di grande influenza. " Ieri, durante il mio incontro settimanale con il ministro degli affari esteri [Mehmet Esat Saffet Pascià], ho introdotto questo argomento. Sua eccellenza ha protestato che dove prevale la legge turca gli israeliti hanno sempre goduto di tutti i privilegi e le immunità accordati dalle leggi ai sudditi ottomani". Come è stato osservato, "in Palestina i dominatori ottomani trattavano gli ebrei con tolleranza e benevolenza".

Prima dell’Hatti Sherif di Gulhane – il rescritto imperiale del 3 novembre 1839 con il quale il sultano Abdulmecit I inaugurava il periodo delle riforme nell’Impero Ottomano (Tanzimat) – gli ebrei (come del resto i cristiani, sia pure in misura minore perché protetti dalle potenze europee), pur godendo di una certa autonomia all’interno della loro comunità e pur non incontrando sostanzialmente ostacoli nella pratica della loro religione, erano considerati e trattati come sudditi di seconda categoria e non godevano della pienezza dei diritti riconosciuti ai musulmani. Nulla comunque di paragonabile alle discriminazioni e interdizioni che colpivano gli ebrei nei paesi europei. Innanzitutto dovevano pagare una speciale tassa (cizye o harac; in arabo: Jiziah o kharaj ra’asi) per la protezione (zimmet; in arabo: dhimmet) concessa loro dal potere ottomano e per l'esenzione dal servizio militare. In secondo luogo godevano di una tutela limitata rispetto ai musulmani da parte dei tribunali. Inoltre, non erano eleggibili alle più alte cariche amministrative, non potevano portare armi, andare a cavallo nei centri abitati, indossare abiti musulmani. Nella sfera religiosa non potevano fare opera di proselitismo fra i musulmani né edificare nuovi luoghi di culto.

Queste limitazioni erano state eliminate di fatto nel periodo in cui (1831-1841) la Palestina e la Siria erano state governate da Ibrahim Pascià, figlio del vali d’Egitto, Mohammed Ali. Con l'Hatti Sherif di Gulhane, che estendeva le riforme del Tanzimat senza eccezione a tutti i sudditi della Porta, "a qualsiasi religione o setta essi appartengano", gli ebrei ottomani avevano ottenuto l'uguaglianza giuridica con gli altri abitanti dell’impero. L'Hatti Humayun promulgato dal sultano Abdulmecit I nel febbraio 1856 (alla vigilia della conferenza di Parigi che avrebbe messo fine alla guerra di Crimea e avrebbe riconosciuto – articolo 7 del trattato sottoscritto a conclusione della conferenza – "la Sublime Porta ammessa a partecipare ai vantaggi del diritto pubblico e del concerto europeo"), pose su basi giuridiche ancor più salde l'emancipazione della popolazione non musulmana. L'Islahat Fermani (decreto di riforma) del febbraio 1856 concedeva per la prima volta e in modo espresso e categorico piena eguaglianza giuridica alle "comunità cristiane e agli altri sudditi non musulmani". Le norme del decreto garantivano una completa libertà religiosa e l'eguaglianza di fronte alla legge e al fisco. In particolare, venivano abrogate le due maggiori misure discriminatorie che per secoli avevano indicato l'inferiorità dei non musulmani: la tassa per la protezione e il divieto di portare armi. Queste importanti riforme incontrarono l'aspra reazione della popolazione musulmana che si scatenò con violenza inaudita contro i cristiani. L'agitazione anticristiana, caratterizzata da violenze d’ogni genere e da omicidi, culminò nei massacri di Aleppo (1850), Nablus (1856) e Damasco (1860). Va però rilevato che gli "umili e discreti ebrei", che avevano avuto la prudenza di non ostentare l'ottenuta eguaglianza in modo da provocare la suscettibilità dei musulmani, non vennero coinvolti nemmeno marginalmente in questi tragici disordini. Certo, non bisogna farsi un quadro troppo idilliaco dei rapporti tra arabi ed ebrei. Va rilevato, tuttavia, che le prime significative manifestazioni di ostilità antiebraica (o, più esattamente, antisionista) si avranno in Palestina solo a partire dagli anni 80 del XIX secolo, quando avra inizio l'immigrazione sionista nel paese.

Fino a questa data, anche se non mancheranno episodi circoscritti di violenza individuale, gli ebrei subiranno quasi esclusivamente le molestie dei numerosissimi missionari delle varie confessioni cristiane (verso la fine del secolo a Gerusalemme la loro percentuale rispetto alla popolazione totale era incomparabilmente più elevata che in qualsiasi altra citta del mondo), che, essendo proibito per legge far opera di proselitismo tra i musulmani, avevano scelto come campo di evangelizzazione la comunità dei seguaci della religione mosaica e suscitavano con il loro comportamento invadente aspre e interminabili dispute religiose. Come scriveva Marx in un articolo del 1854, "per rendere ancora più infelici questi ebrei, nel 1840 [in realta nel 1841], Inghilterra e Prussia hanno nominato a Gerusalemme un vescovo anglicano, con il compito apertamente dichiarato di convertirli. Nel 1845 costui è stato bastonato di santa ragione e decisamente, in egual misura da ebrei, cristiani e turchi [cioe musulmani]. Si può ben dire che egli è divenuto nei fatti la prima e unica occasione di un accordo fra tutte le religioni a Gerusalemme".

Gli ebrei palestinesi, in prevalenza sefarditi, originari cioè del bacino del Mediterraneo, non costituivano un gruppo sociale omogeneo, ma erano frazionati sulla base della diversa origine nazionale, della lingua (se ne parlavano un vero mosaico: yiddish, arabo, ladino, tedesco, francese, inglese, persiano, georgiano) e delle congregazioni di carità di appartenenza. I vari gruppi conservavano la lingua e i costumi dei paesi d’origine, e poiché non comprendevano la lingua gli uni degli altri, per intendersi tra di loro erano costretti a parlare l'ebraico biblico, prima ancora che Eliezer Ben Yehuda resuscitasse la lingua ebraica dopo oltre duemila anni di letargo .

Gli ebrei palestinesi vivevano del tutto isolati da quelli della diaspora e questi ultimi non avevano nessun rapporto con la "terra dei padri". Secondo una leggenda saldamente consolidata e ampiamente accettata, e perciò tanto più dura a essere sfatata, gli ebrei, scacciati definitivamente dalla loro "patria storica" dalle legioni romane, per quasi duemila anni non avrebbero avuto altra aspirazione, altro scopo nella vita, che tornare in Palestina per rifondarvi il loro Stato nazionale. Nulla di più falso. Già dopo l'esilio babilonese, che coinvolse oltre al re di Giuda Ioiachin e al profeta Ezechiele circa 10.000 dei più importanti ebrei, nonostante l'autorizzazione concessa nel 538 a.C. dal re di Persia Ciro a tornare nella terra dalla quale erano stati deportati, solo una parte degli ebrei optarono per il rimpatrio in Palestina: 42.360 secondo Esdra. E' vero che in un salmo spesso citato per dimostrare "l'esistenza di un attaccamento di quasi 40 secoli dell'anima ebraica alla Palestina", è detto: "Sulle rive dei fiumi di Babilonia ci siamo seduti e abbiamo pianto al ricordo di Sion " (Salmo 137, 1-2), ma non è men vero che la maggior parte degli ebrei preferirono continuare a piangere e a sedere in Mesopotamia. "Solo una piccola minoranza approfittò della concessione del permesso di tornare (in Palestina) e di ricostruire il Tempio e la città di Gerusalemme. La maggior parte, certamente i più ricchi e le famiglie piu influenti, furono riluttanti ad abbandonare le loro case e istituzioni per partire verso nuove avventure. Durante l'intero periodo successivo ebrei vissero in gran numero in tutta la Babilonia, a sud come a nord, sotto i loro dominatori persiani".

La piu importante comunità ebraica rimase, dalla seconda metà del primo millennio a.C., quella della Mesopotamia con le sue Accademie che hanno prodotto il Talmud di Babilonia e con il suo esiliarcato (governo dell’esilio) che continuò a esistere, sia pure con alterna fortuna ma senza soluzione di continuita, a partire da Ioiachin, ultimo re di Giuda, fino al 1058 quando Yehizkiyyahu, 1’ultimo " Rashe Galuyyoth " (capo dell’esilio, esiliarca) morì sotto la tortura a Baghdad nel mezzo della scintillante civiltà del califfato abbasside.

A dispetto di tutte le costruzioni fantastiche che sono state fatte in merito dai suoi apologeti, il sionismo è un fenomeno moderno che non affonda affatto le sue radici nella millenaria storia ebraica: il sionismo, naturalmente, inteso come aspirazione politica al ritorno a Sion, nella "terra dei padri", dove solo avrebbe potuto realizzarsi il "destino" del popolo ebraico.

Dopo la prima dispersione (cattività babilonese), che era stata parziale e dalla quale, come si è visto, erano tornati solo una parte degli esiliati e dei loro discendenti, gli ebrei non furono più espulsi o deportati in massa dalla Palestina ma se ne andarono spontaneamente. Contrariamente a quanto è stato sostenuto e si continua a sostenere, la conquista romana di Gerusalemme nel 70 non ebbe come conseguenza l'esilio dalla Palestina degli ebrei, che continuarono a costituire la maggioranza della popolazione in Giudea e in Galilea. Nemmeno la rivolta antiromana di Bar Kokhba del 132-135 ebbe come conseguenza la cacciata dalla Palestina degli ebrei, che per tutto il II secolo continuarono a vivere in Galilea, in altre regioni della Palestina e nell’attuale Transgiordania. Ancora al tempo della conquista musulmana vivevano in Palestina consistenti gruppi di ebrei che ebbero una parte nel successo arabo contro i bizantini, così come, pochi anni prima, avevano favorito la conquista sassanide della Siria-Palestina.

Gli ebrei, quindi, non sono stati scacciati con la forza dalla Palestina, ma se ne sono andati spontaneamente per motivi economici o di altro tipo, finendo col fondersi con i popoli del bacino del Mediterraneo. "Non di rado l'emigrazione era il risultato di cause economiche come, ad esempio, i movimenti degli ebrei dalla Palestina verso l'Egitto a causa della carestia, o l'emigrazione moderna dall’Europa orientale verso l'America a causa delle difficili condizioni economiche [...]. La tendenza generale del movimento ebraico fino al secolo XIX fu pressappoco la seguente: nella prima metà di questo periodo gli ebrei si spostarono dai paesi di cultura economica inferiore verso paesi di alta cultura economica, come l'Egitto e la Babilonia, mentre nella seconda metà di questo periodo emigrarono da paesi di alta cultura economica verso quelli di cultura economica bassa, come l'Europa orientale " o l'Impero Ottomano, dove però erano al riparo dalle persecuzioni.

Dal canto loro, gli ebrei rimasti in Palestina si sono fusi con le altre popolazioni del paese finendo con l'arabizzarsi. Le ricerche etnologiche dimostrano, con buona pace dei sostenitori della "purezza" del popolo ebraico, che gli ebrei contemporanei discendono solo in minima parte dagli antichi ebrei e sono nella stragrande maggioranza elementi giudaizzati, spesso nemmeno di origine semitica, originari del bacino del Mediterraneo e delle regioni meridionali dell'attuale Unione Sovietica, per non parlare degli ebrei neri d'Etiopia, i falascià, solo di recente riconosciuti come ebrei a tutti gli effetti dalle autorità civili e religiose israeliane.

Per 18 secoli la storia della Palestina è rimasta estranea agli ebrei, non per una sorta di coatta cattività, ma per la sostanziale estraneità degli ebrei a questa terra. Una significativa riprova di ciò si trova nella cosiddetta "Corrispondenza Khazara", uno scambio di lettere avvenuto dopo il 954 e prima del 961 tra Hasdai Ibn Shaprut, probabilmente la più rappresentativa figura dell' "eta d'oro" degli ebrei spagnoli (900-1200), primo ministro del califfo di Cordova, e il re dei khazari, Giuseppe.

Al sovrano del regno ebraico dei khazari, Ibn Shaprut scriveva: "Sento il bisogno di conoscere la verità, se esiste realmente in questa terra un luogo in cui il tormentato Israele puo governare se stesso, in cui non è assoggettato a nessuno. Se venissi a sapere che le cose stanno davvero così, non esiterei a rinunciare a tutti gli onori, a dimettermi dal mio elevato incarico, ad abbandonare la mia famiglia, e a viaggiare per monti e pianure, per terra e per mare, finché non giungessi nel luogo dove regna il mio signore, il re [ebreo]. [...] Ho anche un’altra richiesta: essere informato se siete a conoscenza della [possibile data] del Miracolo Finale [la venuta del Messia] che, errando di paese in paese, stiamo aspettando. Disonorati e umiliati nella nostra dispersione, abbiamo ascoltato in silenzio coloro che dicono: Ogni nazione ha la propria terra; solo voi [ebrei] non possedete nemmeno un’ombra di un paese su questa terra".

Questa lettera, considerata come una delle più antiche manifestazioni del sionismo, è interessante sotto due aspetti. Da una parte perché testimonia quanto fosse sentita dagli ebrei la menomazione per il fatto che solo Israele, fra le nazioni, non avesse una terra, uno Stato propri, e quanto profonda fosse l'aspirazione alla restaurazione di uno Stato ebraico; dall’altra, però, perché mostra anche che la rinascita nazionale ebraica non era per nulla collegata alla "terra dei padri". Anche l'invocazione rituale "l'anno prossimo a Gerusalemme" che per secoli ha continuato a riecheggiare nelle preghiere degli ebrei per la Pasqua e per il giorno del Grande Perdono (Yom Kippur), è sempre stata rivolta a un'ideale città celeste, che ha un suo proprio posto solo nell'ufficio divino e nelle aspirazioni ultraterrene, piuttosto che alla concreta e reale citta di Gerusalemme.

Nemmeno la cronica e bestiale persecuzione a cui gli ebrei sono stati sottoposti nel corso dei secoli ha mai suscitato, fino ai giorni nostri, un moto politico di rimpatrio e di restaurazione della patria ebraica in Palestina. E' vero che falsi profeti, falsi messia e sedicenti illuminati -si pensi, per esempio, al "messia" di Smirne Sabbatai Zvi, che nella seconda metà del XVII secolo suscitò un'immensa speranza di redenzione nei ghetti dell'Europa orientale e occidentale- sfruttarono di tanto in tanto la nostalgia tenuta debolmente accesa da una rigida tradizione religiosa, e tentarono di realizzare il sogno del ritorno a Sion; ma tutti i loro tentativi mistico-religiosi, utopistici quando non semplicemente truffaldini, fallirono miseramente, spesso in un clima farsesco come, appunto, nel caso di Sabbatai Zvi che, messo dopo varie peripezie di fronte alla scelta tra il martirio e la conversione all’Islam, si affrettò a farsi musulmano.

Beniamino di Tudela, che visitò la Palestina nel 1170, stimò che la popolazione ebraica vi fosse di 1440 persone. Secondo un viaggiatore italiano di Livorno, nel 1523 erano circa 3700 divisi tra Gerusalemme (1500), Safed (1500) e altre località (700). Nel XIV secolo, quando vi fu un limitato movimento immigratorio di ebrei dalla Germania, gli ebrei palestinesi li accolsero con ostilità e distrussero la sede che i nuovi arrivati avevano creato per la loro comunità. Gli ebrei scacciati dalla Spagna e dal Portogallo alla fine del XV secolo non emigrarono in Palestina, ma preferirono riversarsi in Olanda, in Gran Bretagna, in Italia e in Germania. Anche quando, nel XVI secolo, dopo aver conquistato la Palestina, il sultano ottomano Selim I Yavuz (il Crudele) permise e favorì l'afflusso di ebrei nel paese, non più di 10.000 nel corso di una generazione vi si stabilirono. Ancora all’inizio del XIX secolo, in tutta la Palestina si contavano non più di 10.000 ebrei, 2-3000 dei quali vivevano, secondo Seetzen, a Gerusalemme, in buona armonia con gli arabi, anzi in gran parte arabizzati.

2. Gli arabi e la Palestina

Nel 1880 la Palestina era una regione dell'Impero Ottomano ed era generalmente considerata una parte della Grande Siria. Con la riforma provinciale del 1864, l'Impero Ottomano era stato diviso in vilayet (province) governati da vali. Ogni vilayet era diviso in sanjak (sangiaccati) amministrati da mutasarrif. Il sangiaccato era diviso in kaza (distretti) amministrati da kaymakam. Il kaza era infine suddiviso in nahiye (unione di villaggi adiacenti con una popo1azione complessiva da 5000 a 10.000 abitanti) affidati alla responsabilita di mudir.

La Palestina, che faceva parte del vilayet di Sham (Siria), era stata divisa nei tre sangiaccati di: Acri, con cinque kaza (Acri, Haifa, Safed, Nazareth, Tiberiade); Nablus -fino al 1888 chiamato Belqa- con tre kaza (Nablus, Jenin, Tulkarem); Gerusalemme con cinque kaza (Gerusalemme, Giaffa, Gaza, Hebron, Beersheba). Nel 1887 il sangiaccato di Gerusalemme, in quanto sede dei Luoghi Santi, divenne un mutasarriflik indipendente il cui mutasarrif era responsabile direttamente nei confronti del governo centrale di Costantinopoli, dei suoi ministeri e dipartimenti di Stato. Nel 1888, quando venne creato il vilayet di Beirut, gli altri due sangiaccati palestinesi vennero compresi nel suo territorio. Quindi, nel periodo che ci interessa, la Palestina meridionale e centrale era governata da Gerusalemme e quella settentrionale da Beirut.

Secondo il geografo francese Vital Cuinet, i tre quarti della popolazione palestinese erano concentrati nel mutasarriflik di Gerusalemme, dove c'era più terra arabile che nell'aspro e montagnoso nord del paese. La maggioranza della popolazione era costituita da musulmani sunniti. Circa il 16 per cento della popolazione totale era costituito da arabi cristiani, molti dei quali vivevano a Gerusalemme, Betlemme, Giaffa, Nazareth e Haifa. Nelle zone settentrionali del paese vivevano anche piccoli gruppi di drusi e di musulmani sciiti. In vari punti del paese vivevano gruppi di nomadi beduini.

La popolazione araba della Palestina non aveva allora un atteggiamento diverso da quello degli abitanti degli altri territori arabi dell’Asia turca. I palestinesi, come i siriani e come gli abitanti della Mesopotamia, aspiravano ancora solo a un'autonomia locale nel quadro dell’Impero Ottomano e non avevano specifiche aspirazioni e rivendicazioni nazionali. Il loro nascente nazionalismo si confondeva con il nascente nazionalismo arabo.

Va tuttavia rilevato il fatto che, al di là delle vicende storiche, politiche e amministrative che ne avevano caratterizzato la vita, la Palestina aveva mantenuto ininterrottamente, dai tempi dell’occupazione romana, una sostanziale unità e caratteri specifici che ne facevano un'entità per certi aspetti distinta dagli altri paesi arabi limitrofi. Anche quando era scomparsa la vecchia unita della Filastin come divisione amministrativa, il nome era rimasto a indicare non solo il territorio dello Jund Filastin, ma quello più ampio della Palestina moderna e della Transgiordania.

Dopo lo schiacciamento dell'ultima rivolta ebraica, quella capitanata da Bar Kokhba nel 132-135, i romani avevano ribattezzato la provincia di Giudea (che comprendeva la regione costiera da Cesarea a Rafa, 1’Idumea, la Giudea propriamente detta, la Samaria, la Perea in Transgiordania, la Galilea, e la Decapoli eccetto le città di Damasco e Canatha) con il nome di Syria Palaestina. Alla fine del IV secolo il territorio della Palestina venne diviso in Palaestina Prima, con capitale a Cesarea, comprendente la regione costiera, la Giudea, la Samaria, l'Idumea e la Perea (a est del Giordano); Palaestina Secunda, con capitale a Scythopolis (Bet-Shean), comprendente la Galilea centrale e orientale e la parte settentrionale dei territori a est del Giordano (Decapoli); Palaestina Tertia, con capitale a Petra, comprendente i territori meridionali dell'attuale Transgiordania, il Negev e il Sinai.

I conquistatori musu1mani mantennero questa divisione cambiando solo i nomi e le capitali: la Palaestina Prima divenne Jund Filastin, cioè distretto militare della Palestina, con capitale a Ramleh; e la Palaestina Secunda, alla quale venne annessa la Galilea occidentale, Jund al-Urdun, distretto militare del Giordano, con capitale a Tiberiade (Tabariyyah) ; la Palaestina Tertia venne assorbita parte nello Jund Dimashk (distretto militare di Damasco) e parte nello Jund Filastin. Nel X secolo lo Jund Filastin venne ampliato fino ad Amman a est e fino al golfo di Aqaba a sud. Nel XII-XIII secolo venne abbandonato il nome ufficiale di Filastin per quello di al-Quds-Sahil (cioè La Santa [nome arabo di Gerusalemme] - Territori costieri). Tuttavia, la vecchia divisione territoriale restò in vigore fino all'invasione mongola del XIII secolo. Sotto il dominio dei mamelucchi (1239-1516) il territorio della Palestina venne suddiviso in una serie di distretti inclusi nella grande provincia (Niaba) di Damasco. Scompariva così la vecchia unità della Filastin come divisione amministrativa. Tuttavia, il nome continuava a indicare il territorio del vecchio Jund Filastin. Gli ottomani non ristabilirono l'unità amministrativa della Filastin, che venne suddivisa nei tre sangiaccati di Gerusalemme, Gaza e Nablus che facevano capo al pascialik (provincia) di Damasco. Per molti aspetti, però, i tre sangiaccati continuarono a essere considerati come qualcosa di unitario, e a più riprese vennero anche fusi di nuovo insieme (così, nel periodo in cui fece parte dell’Egitto di Mohammed Ali, dal 1831 al 1841, l'intera Palestina tornò a costituire un unico distretto).

La giurisdizione del Qadi (giudice religioso e civile musulmano) di Gerusalemme si estendeva agli altri due sangiaccati. Sul piano militare, le truppe dei tre sangiaccati palestinesi avevano in comune, oltre agli ordinari compiti imperiali, quello specifico di proteggere i pellegrini che visitavano la Terra Santa. Sul piano religioso e specificamente palestinese la celebrazione musulmana di al-Nebi Musa (Mosé) che ogni anno faceva affluire pellegrini da tutta la Palestina alla moschea fatta edificare dal sultano mamelucco Baybars nei pressi di Gerico, sul luogo dove, secondo la tradizione musulmana palestinese, sorgerebbe la tomba di Mosé.

La giurisdizione del patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, capo della più venerabile e autorevole istituzione cristiana del paese, si è estesa ininterrottamente sul territorio della Palestina e della Transgiordania, anche se dal tempo delle crociate al 1867 il patriarca risiedette a Costantinopoli. Esercitavano la loro autorità su tutta la Palestina anche il vescovado anglicano di Gerusalemme, creato nel 1841, e il patriarcato latino di Gerusalemme, ristabilito nel 1847, dopo che, per un periodo di 556 anni (dal 1291, quando la fortezza di Acri era stata occupata dai musulmani), la dignità di patriarca latino di Gerusalemme era stata un titolo meramente onorifico.

Risulta chiaro da quanto precede una specificita della Palestina, all'interno della grande regione siriana, che si è mantenuta nel corso dei secoli. Questa specificità è confermata dalla persistenza nel tempo del concetto di Filastin come territorio a sé, non facente parte della Siria. Come ha rilevato il Rodinson, "la coscienza di una certa specificità del territorio meridionale dell'insieme siriano, come il ricordo del nome che lo aveva designato all’epoca greco-romana sono sopravvissuti durante tutto il periodo in cui esso non corrisponde più a un'unica circoscrizione amministrativa".

Il concetto di Filastin si è consolidato nella misura in cui si veniva precisando il pericolo sionista. L'ostilità nei confronti del sionismo, sviluppatasi in mezzo alla popolazione palestinese, "ha influito profondamente sullo sviluppo della coscienza della specifica identità della Filastin anche precedentemente, ma soprattutto dopo la prima guerra mondiale". Appaiono quindi del tutto infondate sul piano storico e inaccettabili su quello politico affermazioni come quella secondo cui "non era come se ci fosse stato in Palestina un popolo palestinese che si considerava esso stesso come un popolo palestinese, e come se noi [ebrei] fossimo venuti e lo avessimo buttato fuori e ci fossimo impadroniti del suo paese. [Questo popolo] non esisteva".

Affermazioni del genere, la cui inconsistenza storica appare a prima vista, non vogliono avere un carattere accademicamente sociologico o storico, ma sono le premesse (errate) di (errate e funeste) conclusioni immediatamente politiche. Come è stato osservato, il significato di affermazioni del genere vuol essere che "non c'è nazionalismo autentico senza autentica nazione; ciò che non esisteva ieri (almeno nella stessa forma) non può esistere oggi e non ha diritto di esistere domani; le persone che vi si riferiscono non costituiscono una forza o una struttura politica nei cui confronti sia possibile applicare le normali regole della guerra e della pace; non si tratta, né si fa una guerra normale con un'accozzaglia di individui disparati, un insieme di cricche, bande di terroristi, eccetera".

I palestinesi costituiscono, e non da ieri, un popolo con caratteri specifici, un territorio, una tradizione e una storia propri. Come è stato riconosciuto nel rapporto della Commissione reale per la Palestina presieduta da lord Peel, presentato al Parlamento britannico nel luglio 1937, "per quanto fossero poveri e trascurati, per gli arabi che vi vivevano la Palestina -o, più precisamente, la Siria di cui la Palestina ha fatto parte dai tempi di Nabucodonasor- era pacificamente il loro paese, la loro casa, la terra in cui il loro popolo era vissuto e aveva lasciato le sue tombe nei secoli passati".

All'origine del popolo palestinese troviamo le tribù autoctone, in particolare quelle dei filistei, dei cananei, dei moabiti, degli edomiti e degli ammoniti. La penetrazione in Palestina degli ebrei guidati da Giosuè non ebbe come conseguenza l'eliminazione delle tribu indigene. Contrariamente a quanto sostenuto in alcuni libri biblici (Numeri, Deutoronomio e Giosuè) non vi fu conquista totale e rapida della Palestina da parte delle tribù ebraiche con sterminio sacro (Hérem) delle popolazioni esistenti (a eccezione degli abitanti di Gabaon e di tre altre piccole citta che si sarebbero sottratti a questa orribile sorte con un sotterfugio) in conformità all’ordine di Mose (Deutoronomio, 7, 1-6), e susseguente spartizione del paese tra le tribù degli invasori. La sostituzione brusca e violenta della nuova popolazione a quella preesistente, soste- nuta in alcuni libri biblici, è solo un "pio desiderio", l'espressione, cioè, presentata come un fatto storico realmente avvenuto, del rimpianto per come si sarebbe voluto che fossero andate le cose per preservare il popolo di Israele dalla contaminazione con gli altri popoli.

L’insediamento degli ebrei in Palestina fu un processo lungo, lento e progressivo che lasciò sopravvivere accanto alle tribù israelite le vecchie popolazioni che non furono né sterminate né scacciate: "E avvenne che Israele, divenuto piu forte, rese tributari i cananei ma non riuscì a scacciarli" (Giudici, 1, 28). Tra le due popolazioni si ebbe, al contrario, un processo di fusione: "I figli di Israele abitavano dunque in mezzo ai cananei, agli etei, agli amorrei, ai ferezei, agli evei e ai gebusei. Presero anche per mogli le loro figlie e diedero ai loro figli le proprie figlie, servendo i loro dei" (Giudici, 3, 5-6).

Gli scavi archeologici "mostrano che non ci fu sostituzione di una nuova civiltà alla civiltà cananea che sarebbe stata annientata. Non ci sono state due civiltà, ce n'è stata solo una [...]. Gli israeliti hanno dunque adottato le tecniche dei cananei, le loro arti, le loro industrie: cosa che ha potuto realizzarsi solo nel corso di una lunga coesistenza pacifica". Se dopo l'insediamento delle tribù di Israele in Palestina vi fu ebraizzazione si tratta di un fenomeno superficiale che lasciò sostanzialmente sopravvivere le popolazioni locali accanto alle tribù degli ebrei.

Maggior influenza etnica ebbero invece la conquista assira e quella babilonese, che portarono nel paese nuovi gruppi umani che si mescolarono con quelli preesistenti. Ulteriori fusioni si ebbero con l'occupazione della Palestina da parte dei persiani, dei regni ellenistici e, soprattutto, dei romani. Come è stato rilevato, "nel corso del millennio che va dalla conquista da parte dei babilonesi dell'ultimo Stato ebraico, il piccolo regno di Giuda, nel 587 a.C., alla conquista araba del 634-640, la regione palestinese perse la forte specificità in precedenza assicurata dall'egemonia dell'etnia ebraica e dalla limitazione delle relazioni economiche e di altro genere".

Va tuttavia notato che, attraverso le successive fusioni, le vecchie popolazioni della Palestina continuavano a perpetuarsi senza soluzione di continuità sia pure dando vita a una nuova etnia, sostanzialmente identica a quella che si era venuta formando attraverso tanti apporti disparati in tutta la regione della Grande Siria. Il segno linguistico di questa unificazione etnica, economica e culturale è rappresentato dalla scomparsa delle varie lingue tribali (ebraico, fenicio e altre lingue semitiche della regione) come lingue parlate e dall'adozione di una sola di esse, l'aramaico. La specificità della popolazione palestinese era rappresentata dal maggior apporto dell'elemento ebraico e arabo.

Dopo la conquista musulmana ebbe inizio un doppio processo di arabizzazione (relativamente rapido) e di islamizzazione (mai compiuto del tutto, per la permanenza di un consistente elemento cristiano) che si è protratto per secoli. Agli elementi etnici della popolazione palestinese arabizzata si sono successivamente uniti altri elementi apportati da nuove migrazioni o invasioni (turchi, armeni, circassi, eccetera, e anche europei venuti con le crociate e in parte assimilatisi alla popolazione locale). A conclusione si può affermare che i palestinesi, come la maggior parte degli altri "arabi", sono soprattutto degli arabizzati, autoctoni che hanno adottato la lingua e i costumi arabi e, col tempo, hanno acquisito la convinzione di avere anche una comune origine araba.

3. La situazione economica

Sul piano economico, nella seconda metà del XIX secolo 1a Palestina era un paese prevalentemente agricolo, con una formazione economico-sociale di tipo ancora precapitalistico dominata dal latifondo, molto simile a quella esistente nei circostanti territori arabi. Simile a quella delle altre province arabe dell’Impero Ottomano era anche la struttura sociale della Palestina. La maggioranza della popolazione era formata da contadini poveri (fellahin) che vivevano nei villaggi e lavoravano la terra dei latifondisti e degli altri proprietari fondiari. La massa della popolazione era analfabeta, povera, ignorante e inerte sia socialmente sia politicamente.

Prima dell'inizio delle riforme del Tanzimat godevano di notevole potere e indipendenza gli sceicchi dei villaggi, soprattutto perché esercitavano la funzione di esattori delle tasse per conto delle autorità, in genere a titolo ereditario. Con il varo delle riforme fiscali e amministrative che modificavano il sistema di esazione delle tasse, questi sceicchi persero i tradizionali privilegi e la maggior parte, se non la totalità, del loro potere politico.

La decadenza dell'autorità degli sceicchi di villaggio portò al consolidamento delle già forti posizioni dell’élite urbana e al concentramento di tutto il potere politico e religioso nelle mani delle grandi famiglie musulmane che vivevano nelle maggiori citta. Le più influenti di queste famiglie di ricchi latifondisti erano quelle di Gerusalemme, non solo perché venivano dalla Città Santa, ma per il fatto che la loro città era il centro amministrativo di un mutasarriflik indipendente, che competeva con Damasco, mentre Nablus e Acri dipendevano da Beirut.

Le grandi famiglie di Gerusalemme e delle altre città palestinesi erano fortemente interessate al mantenimento dello stato di cose esistente e perciò erano particolarmente fedeli all’Impero Ottomano. Queste famiglie monopolizzavano le funzioni di esattori delle tasse, dominavano i consigli amministrativi e controllavano le cariche religiose più importanti. Inoltre costituivano l'élite intellettuale e condizionavano l'ideologia religiosa e laica e il livello di coscienza della popolazione. In breve dominavano tutti gli aspetti della vita politica, economica, religiosa e sociale della Palestina.

Il commercio rivestiva un carattere essenzialmente locale (le esportazioni non superavano il volume annuo di 10 milioni di franchi dell’epoca) e le prime timide forme di industria erano ancora di tipo artigianale. Il modo di produzione dominante nelle campagne era caratterizzato da un’articolazione dei modi tributario, comunitario a tendenza patriarcale e piccolo mercantile semplice. A differenza di altri territori dell’Impero Ottomano, in Palestina (come in Siria e nel Libano) una notevole parte delle terre era rimasta nelle mani dei latifondisti locali che si erano prontamente adattati al regime ottomano, accettando l'autorità del sultano e il versamento annuale delle tasse, in cambio del riconoscimento del diritto di continuare a sfruttare i contadini. Comunque, una parte importante delle terre non coltivate, già di proprietà delle tribù, era divenuta proprietà demaniale, mentre i grandi latifondisti avevano usurpato terre statali e comunitarie. La maggior parte delle terre appartenevano ai grandi proprietari fondiari (effendi), al demanio statale, alle istituzioni religiose islamiche e anche cristiane. Parte delle terre erano di proprietà comunitaria a base tribale e infine una parte era proprietà privata di piccoli e medi agricoltori. La grande proprietà fondiaria era di tipo assenteista. Gli effendi vivevano nelle città dove spendevano le rendite della terra che un ferreo sistema repressivo di sfruttamento costringeva i contadini a produrre.

Come ricordato, al vertice della piramide sociale c’era un ristretto numero di grandi famiglie, che monopolizzavano oltre alla terra anche le principali cariche nell’amministrazione civile e religiosa. Tra le più importanti famiglie c'erano quelle degli al-Husayni, degli al-Khalidi, dei Daganis, dei Tukan, degli Abd el-Hadis, dei Nashashibi e dei Sursuq. Queste famiglie, oltre ai latifondi, monopolizzavano anche l'amministrazione dei beni religiosi. Così, gli al-Husayni, che dalla metà del XIX secolo detenevano la carica di mufti di Gerusalemme, erano anche i tradizionali amministratori delle terre waqf della moschea di al-Nebi Musa (Mosé) nei pressi di Gerico. Molto estese erano le terre waqf, appartenenti alle istituzioni religiose e di beneficienza. Poiché queste terre erano esenti dalle imposte e dalla confisca, molti piccoli proprietari cedevano le loro terre alle istituzioni religiose conservandone l'uso a vita (il più delle volte a titolo ereditario per i loro discendenti): all'istituzione religiosa erano dovute da questi ex proprietari prestazioni in denaro e in natura. Le terre demaniali erano affittate a fittavoli che erano tenuti a versare annualmente una determinata somma di imposte in denaro o servizi e prestazioni in natura a profitto dell'amministrazione demaniale.

Diffusa era la forma arcaica di proprietà fondiaria con i suoi tre stadi: proprietà tribale, comunitaria e familiare indivisa. La proprietà tribale si era venuta modificando in seguito al graduale frazionamento delle tribù in piu rami ed era stata progressivamente sostituita dalla proprietà di vicinato, cioe comunitaria. La famiglia indivisa patriarcale (unione di persone e di beni), basata sui legami di sangue e sui principi che ne derivavano: l'indivisibilita e l'inalienabilità della proprieta fondiaria, rappresentava il terzo stadio della forma arcaica di proprietà fondiaria – risultato della disgregazione della proprieta tribale e di quella comunitaria (di villaggio) – che già si avviava a trasformarsi in proprieta privata commerciabile, all’epoca ancora un’eccezione anche se in passato era sempre limitatamente esistita come sopravvivenza del diritto romano. Oltre che dalla disgregazione della proprietà tribale, comunitaria e familiare, la formazione della proprietà privata fondiaria era favorita dalla vendita sul mercato pubblico delle terre confiscate.

Il latifondo era stato potentemente favorito dalla riforma fondiaria del 1858 (Arazi Kanunnamesi). La nuova legislazione, adottata nel quadro delle riforme del Tanzimat per consolidare in tutto l'Impero Ottomano i suoi successi sui vecchi detentori del potere, era stata concepita originariamente per riaffermare il diritto dello Stato sui possedimenti imperiali che, nel corso dei secoli, in un modo o nell'altro erano stati usurpati e sottratti al controllo governativo. La legislazione interessava non solo le terre demaniali sfruttate privatamente ma anche le terre che erano state esentate dalla tassazione in cambio di speciali prestazioni locali allo Stato e le aree divenute pascoli pubblici.

Tutte le imposte fondiarie vennero sostituite da un'unica tassa del 10 per cento di tutta la produzione. Le vecchie categorie islamiche di proprietà vennero sostituite da cinque nuove categorie che riflettevano i principali tipi più comuni di proprietà: 1. Proprietà privata (mulk), 2. proprietà statale (miri), 3. terre delle fondazioni religiose (waqf), 4. terre comunali o pubbliche (metruk), 5. terre aride o desertiche (mevat).

Per favorire l'applicazione della nuova legge fondiaria venne introdotto un nuovo regolamento catastale (Tapu Nizamnamesi), in base al quale tutte le terre e proprietà di ogni provincia dovevano essere esaminate per verificare che corrispondessero ai principi della riforma. Ogni persona o istituzione che rivendicava una determinata proprietà doveva essere in grado di esibire un titolo legale da registrare nei nuovi registri catastali. Praticamente non esistevano limiti all'estensione della proprietà e non venne creata un'organizzazione statale in grado di controllare e di assicurare che i proprietari, una volta affermato legalmente il loro titolo di proprietà, assolvessero gli obblighi ai quali erano tenuti.

La riforma del 1858 ebbe conseguenze profondamente negative in quanto da un lato favorì l'ulteriore sviluppo del latifondo e, dall'altro, ruppe il tradizionale equilibrio nelle campagne a danno esclusivo dei contadini (col pretesto che le loro terre erano incolte vennero letteralmente spogliati i nomadi beduini). I grandi proprietari accrebbero i loro possedimenti esibendo false documentazioni per provare i loro "diritti" sulle terre senza incontrare ostacoli, ma anzi trovando compiacenti complicità nel corrotto apparato amministrativo ottomano. Nello stesso tempo riuscirono a eludere l'obbligo, imposto dalla legge, di coltivare una data estensione della terra in proprietà. L’ingrandimento dei latifondi venne anche favorito, da una parte dal fatto che molti piccoli e medi proprietari e numerose collettività che detenevano la terra da tempo immemorabile non erano in grado di esibire la prescritta documentazione legale e quindi venivano privati dei loro diritti che passavano ai latifondisti grazie al diffuso impiego delle false documentazioni; dall'altra, dal fatto che "numerosi contadini, non volendo registrare la loro terra per timore che ciò avrebbe comportato una maggiore tassazione o coscrizione, la registravano a nome dei loro capi o potenti notabili urbani. Di conseguenza questi acquisirono l'assoluta proprietà delle terre con pieno diritto di cessione e successione confermato dal governo, mentre i contadini – i veri coltivatori – persero i loro reali diritti e divennero mezzadri o fittavoli alla mercé dei loro nuovi padroni".

Così, solo una piccola parte delle terre era nelle mani dei contadini: circa il 20 per cento in Galilea e circa il 50 per cento in Giudea. La piccola proprietà contadina superava raramente i 50 dunam . Di contro, 240 famiglie concentravano nelle loro mani proprietà per un'estensione di 4 milioni 143 mila dunam – all'incirca l'equivalente dell'intera area posseduta da tutti i contadini in Palestina – con una media di 16.572 dunam per famiglia. La proprieta piu vasta era quella della famiglia Sursuq che nella sola valle di Jezreel possedeva 230.000 dunam. Le terre demaniali (senza contare le dune, i terreni desertici, le riserve forestali, le paludi, eccetera) avevano un'estensione molto vicina al milione di dunam.

Secondo le varie stime, le terre delle istituzioni religiose musulmane (terre waqf) andavano da un minimo di 650.000 dunam a un massimo di un milione di dunam. Molto estese erano anche le proprietà delle diverse Chiese cristiane, in particolare di quella ortodossa, che l'Hatti Humayun (Rescritto imperiale) del 1856 aveva assimilato a tutti gli effetti alle proprietà waqf. A partire dal 1871 avevano cominciato a estendersi alcune colonie formate da immigrati europei, soprattutto tedeschi.

Quanto agli ebrei, il filantropo britannico sir Moses Montefiore aveva acquistato nel 1855 delle terre a Giaffa, Gerusalemme, Tiberiade e Safed, ma i tentativi di crearvi insediamenti agricoli ebraici erano falliti. Per iniziativa dell’Alliance Israélite Universelle, nel 1876 era stata creata, senza prospettive politiche, la scuola agricola sperimentale di Mikveh Israel, su un terreno concesso dal governo ottomano nei pressi di Giaffa. Nel 1878 un gruppo di ebrei di Gerusalemme aveva tentato di fondare una colonia agricola su un appezzamento di terra acquitrinosa acquistato nel luogo dove sarebbe sorta Petah Tiqvah, ma ben presto questi coloni avevano dovuto rinunciare all'impresa a causa di una devastatrice epidemia di malaria.

Come il resto dell'Impero Ottomano, anche la Palestina era scarsamente coltivata. Secondo una valutazione fatta nel 1895 da Vital Cuinet e confermata da Negib Azoury, non più del 10 per cento dell’intero territorio. L’estensione delle terre coltivate variava da distretto a distretto. Era massima in quelli di Gerusalemme (900 km su 2200, pari al 41 per cento) e Giaffa (900 km su 2600, pari al 35 per cento); minima in quelli di Hebron (200 km su 5800, pari al 3,5 per cento) e di Gaza (200 km su 11.400, pari all'1,8 per cento). Va inoltre rilevato che la coltivazione era di tipo estensivo e non intensivo.

A tutto ciò va aggiunta la sopravvivenza dell'antiquato sistema di conduzione detto della musha, secondo il quale le terre di proprietà collettiva dei villaggi ripartite tra i singoli coltivatori venivano ridistribuite ogni due anni. Questa precarietà della permanenza sui lotti di terra rappresentava un grave ostacolo a qualsiasi miglioria (la proporzione dei villaggi dove vigeva il sistema della masha era superiore al 50 per cento). La precarietà era il carattere dominante anche sulle terre dei latifondisti che venivano concesse in locazioni annuali revocabili ad arbitrio del proprietario. Altra causa di permanente crisi dell’agricoltura era la mancanza di capitali che non consentiva investimenti per la miglioria dei fondi, né, soprattutto, opere di irrigazione indispensabili in un paese dove le precipitazioni sono limitate a una stagione di breve durata. Conseguenza della mancanza di capitali era l'estrema diffusione della piaga dell'usura.

Nel 1868 venne adottata una legge che concedeva agli stranieri il diritto alla proprietà immobiliare nell'impero. Aggiungendosi alle immunità e privilegi che risultavano dalle Capitolazioni, questa legge segnava una nuova tappa nel processo di colonizzazione economica dell’Impero Ottomano: esso aveva salvato per il momento la sua indipendenza, ma la penetrazione europea continuava. E la protezione delle popolazioni cristiane era ormai solo un pretesto per una politica d'intervento centrata sulla sola ricerca del profitto e di influenza negli affari interni dell’impero.

Nonostante la sua arretratezza, la Palestina non era un territorio desertico e abbandonato, "una terra senza popolo" secondo la formula sionista. Come scriveva Negib Azoury nel 1905, "grazie alla loro superiorità incontestabile, i prodotti della Palestina sono ricercati dovunque. Gli orzi di Bir-Sabeh, della piana di Saaron e della vallata del Giordano, sono molto apprezzati in Inghilterra per la fabbricazione della birra; le spedizioni da Gaza, che hanno luogo tutti gli anni nel mese di maggio, arrivano per prime a Londra e spuntano i prezzi più alti. I grani, teneri e duri, del Hauran e della Transgiordania sono molto apprezzati in Europa per la fabhricazione dell'amido e delle paste alimentari. Lo stesso è per gli altri prodotti palestinesi: arance e miele dal gusto dei fiori d'arancio di Giaffa, olio e sapone di Nablus, uve di Hebron, balsamo di Gerico e di Engaddi, celebri nell'antichita, eccetera eccetera".

L'industria, ancora di tipo artigianale, produceva sapone (a Nablus, Lydda, Gaza, Ramleh) che veniva esportato per un valore di 3 milioni di franchi francesi dell’epoca all'anno, oggetti di vetro (a Hebron) esportati soprattutto in Siria e in Egitto, corde e vasi di terracotta (a Gaza e Mejdel). Il paese era anche ricco di sorgenti di acque minerali e termali, e possedeva ricchezze minerali (pietre preziose, carbon fossile, sale, rame, ferro, marmo giallo e rosso, bitume, cloro, zolfo, fosforo, petrolio, sabbia per la fabbricazione del vetro, eccetera).

Come ha scritto il Rodinson, "malgrado l'imperizia e la corruzione dell'amministrazione ottomana, malgrado le turbolenze beduine, la Palestina araba era una regione sufficientemente vitale dal punto di vista economico. Nazareth, Betlemme e Gerusalemme beneficiavano dell’attività dovuta ai pellegrinaggi europei. Nablus era un importante centro in mezzo ai frutteti. Attivi erano soprattutto i porti di Haifa e di Giaffa. A Giaffa erano prosperi i giardini di alberi da frutto, soprattutto quelli di agrumi. Nel 1880, quando [la Palestina] era ancora totalmente in mani arabe, vi si raccoglievano trenta milioni di arance in parte esportate in Europa. Si esportavano anche sapone, sesamo, grano, eccetera. In Galilea e in Samaria venivano coltivati su vasta scala il grano, l'orzo, il granturco, i ceci, le fave. Agricoltura modesta del tipo mediorientale dell'epoca, industria o manifattura nascenti, ma niente affatto un deserto".

Il malgoverno e le esazioni dell'amministrazione ottomana rappresentavano però un grosso ostacolo allo sviluppo economico del paese. Annualmente il governo di Costantinopoli rastrellava in Palestina 30 milioni di franchi francesi. Di questa somma non più di 3 milioni venivano spesi nel paese, il resto prendeva la via della capitale dell'impero. A causa dell'oppressivo sistema ottomano, fattosi intollerabile soprattutto dopo l'avvento al trono di Abdulhamid II nel 1876, e del sistema agricolo dominato dal latifondo, in Palestina e Transgiordania si verificava il paradosso che le zone economicamente più sviluppate erano quelle montuose dell'interno, che godevano di un regime di semi-indipendenza e nelle quali gli esattori del sultano non osavano avventurarsi. Così, la Palestina, che ai tempi biblici "nutriva abbondantemente 15 milioni di persone governate da re e principi attorniati da corti brillanti e che vivevano in modo sontuoso, in grandi capitali come Gerusalemme, Tiro, Petra, Gerash, ora era appena in grado di provvedere a 300.000 disgraziati che vegetavano nella miseria, abitando in capanne infette, non cambiandosi quasi mai d’abito e consumando un solo miserabile pasto al giorno".

4. Le Potenze e la Palestina

Come si è già ricordato, la Palestina faceva parte integrante dell’Impero Ottomano. Tuttavia, nel 1880 anche in questo territorio ottomano l'influenza politica e la penetrazione economica e culturale delle potenze europee e degli Stati Uniti d’America avevano raggiunto dimensioni rilevanti e inquietanti. La Francia godeva tradizionalmente nel paese di una posizione di privilegio da quando, nel XVI secolo, il sultano Suleyman I Muhteshem (il Magnifico) aveva riconosciuto al governo di Parigi la funzione di protettore dei cattolici e dei Luoghi Santi cristiani. Questa posizione speciale era stata confermata e garantita formalmente dalle Capitolazioni del 28 maggio 1740 che agli articoli 33-36 e 82 facevano specifico ed esplicito accenno ai Luoghi Santi palestinesi e al ruolo che vi aveva la Francia.

Tuttavia, questa posizione era stata scalzata da quando, nella seconda metà del XVIII secolo, l'India era venuta assumendo un peso decisivo per la potenza britannica. Soprattutto al tempo della campagna napoleonica in Oriente, la Gran Bretagna aveva acquistato la coscienza acuta dell’importanza strategica decisiva che aveva per la sicurezza delle comunicazioni con l'India il controllo del Mediterraneo orientale e di paesi come l'Egitto e la Palestina. Dal canto suo, la Francia, come aveva mostrato la spedizione di Napoleone in Oriente, vedeva nel controllo del Mediterraneo orientale e della Palestina un mezzo per indebolire la potenza britannica e minacciare l'India. Quanto alla Russia, essa era interessata alla Palestina per indebolire l'Impero Ottomano e raggiungere quindi più facilmente l'obiettivo di assicurarsi l'accesso ai mari caldi attraverso il controllo degli Stretti.

Con l'acuirsi della rivalità tra le potenze europee, la Palestina divenne sempre più un punto focale della "Questione d’Oriente". Come scriveva nel 1841 il futuro maresciallo Helmuth von Moltke, che fu il primo tedesco a sostenere l'importanza della Palestina per gli interessi germanici, la Palestina era la porta dell’Oriente. Situata sulla principale via di comunicazione tra l'India e l'Europa, "i suoi porti e le sue strade sarebbero stati riempiti dei tesori dei due continenti", mentre, dal punto di vista strategico, la Palestina sarebbe stata "un bastione per la protezione della Siria contro l'Egitto [...] se quest’ultimo paese fosse stato governato da una dinastia ereditaria diversa da quella ottomana".

Non nutrendo eccessiva fiducia nella vitalità e nelle possibilità di sopravvivenza dell’Impero Ottomano, il von Moltke sosteneva che fosse indispensabile per gli interessi tedeschi che la Germania assumesse il controllo diretto della Palestina. Tuttavia, la politica suggerita dal von Moltke non trovò grande ascolto a Berlino. Bismarck riteneva che la Germania non avesse particolari interessi nello scacchiere mediorientale. Egli era convinto che la regione "non valesse le ossa di un solo granatiere di Pomerania". Cardine della sua politica era la ricerca di relazioni amichevoli sia con la Russia sia con l'Austria, entrambe estremamente interessate al Medio Oriente. Per evitare qualsiasi sospetto a Pietroburgo e a Vienna e inutili complicazioni con i due imperi amici egli dichiarò perciò che la Germania non nutriva interesse alcuno per questa regione.

Dal canto loro, gli inglesi, convinti che fosse essenziale per i loro interessi e per l'equilibrio tra le potenze mantenere in vita l'Impero Ottomano, ritenevano che fosse possibile assicurarsi la difesa delle vie di comunicazione con l'India, attraverso il controllo indiretto della Palestina da raggiungere promuovendo l'insediamento in Terra Santa degli ebrei sotto la sovranità formale e la protezione del sultano. Venuta meno la possibilità di un controllo diretto sulla Palestina, a causa dell'elevato numero di pretendenti che si neutralizzavano a vicenda, il pretesto religioso fu la leva usata dalle varie potenze per riuscire a penetrare e a insediarsi stabilmente nel paese.

Negli anni precedenti l'occupazione della Palestina da parte di Ibrahim Pascià, missionari protestanti britannici e statunitensi avevano cercato invano di ottenere l'autorizzazione a creare loro istituzioni regolari a Gerusalemme e in altri centri del paese. Desiderando mantenere buone relazioni con le Potenze, Ibrahim Pascià, una volta occupata la Palestina, concesse che venissero istituite non solo missioni ma anche scuole. Gli americani misero piede nel paese anche con il pretesto della ricerca geografica e archeologica biblica.

Nel 1838 la Gran Bretagna ottenne l'autorizzazione ad aprire a Gerusalemme il primo consolato straniero (nel 1699-1700 e 1713-1715 erano stati aperti e poi chiusi effimeri consolati francesi). Negli anni successivi, tutti gli Stati europei di una certa importanza aprirono loro consolati nella Città Santa. L’importanza di questa svolta può essere valutata pienamente se si tiene conto che le varie potenze si autoproclamarono protettrici di questa o quella minoranza religiosa, arrogandosi così un diritto di ingerenza nella vita interna della Palestina, tanto più aperto e invadente quanto maggiore diveniva la dipendenza politica ed economica del governo di Costantinopoli da quelli delle Potenze.

Come si è visto, la Francia era tradizionale protettrice dei cattolici. Dopo la conclusione del trattato di Kucuk Kaynarca del 1774, l'Impero Russo pretese il diritto di proteggere i fedeli greco-ortodossi e mise sotto la sua ala protettrice il patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme. Non essendo ancora riconosciuto il protestantesimo come comunità religiosa separata (Millet) la Gran Bretagna approfittò della guerra turco-egiziana del 1839-1841 per proclamarsi protettrice degli ebrei e dei drusi. All’origine di questa tutela sugli ebrei troviamo il suggerimento avanzato nel dispaccio del 14 marzo 1839 al ministro degli esteri lord Palmerston dal console britannico a Gerusalemme, William Young: "Signore, ci sono qui, da tener presenti, due partiti che senza dubbio riterranno di aver diritto a dire la loro sulla futura sistemazione degli affari locali: il primo è quello degli ebrei ai quali originariamente Dio ha dato il possesso di questo paese; e l'altro quello dei cristiani protestanti, loro legittimi eredi. Vorrei umilmente suggerire che la Gran Bretagna appare il naturale tutore di entrambi. Costoro hanno cominciato a prendere qui la loro posizione tra gli altri pretendenti".

Quando nel 1850 i protestanti vennero riconosciuti ufficialmente come membri di un millet separato, la loro protezione venne assunta dagli Stati Uniti. Estranea ai giochi fu invece la creazione di colonie tedesche in Palestina da parte di un gruppo di templari avvenuta a partire dal 1868, nonostante l'opposizione del governo di Berlino che fino alla svolta dell’ultimo scorcio del XIX secolo ostenterà disinteresse per la Palestina.

Nei disegni di penetrazione colonialista in Palestina, un ruolo di grande importanza viene riservato agli ebrei. Appare estremamente ricco di significati e di conseguenze il fatto che molto prima che il movimento sionista cominciasse a perseguire le stesse idee come possibilità pratiche, politiche, vi siano stati numerosi progetti cristiani di insediare nuovamente gli ebrei in Palestina e di restaurare la loro sovranità sul paese. "In questo senso si può dire che i primi sionisti siano stati i cristiani sionisti. [...] Nel secolo o due precedenti la nascita del sionismo, gli storici del "protosionismo" registrano una considerevolmente maggior proporzione di cristiani che di ebrei tra i promotori e i sostenitori di tali progetti e fantasie millenaristici".

Va tuttavia rilevato che, mentre il sionismo è il movimento teorico e pratico che persegue la soluzione della questione ebraica nei suoi molteplici aspetti attraverso la restaurazione della sovranità ebraica in Palestina, il sionismo cristiano perseguiva obiettivi tutt’affatto differenti: in primo luogo il controllo della Palestina per i fini politici, economici, militari delle diverse potenze europee; in secondo luogo il desiderio, non sempre confessato, di deviare in Palestina il flusso della migrazione ebraica che altrimenti si sarebbe diretto dall'Europa orientale verso la Francia, la Germania, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti. "L’idea politica di liberazione nazionale e, soprattutto, calcoli politici relativi all’importanza strategica della Palestina, furono un altro complesso di motivi [oltre a quelli religiosi] che guidarono i progetti e le idee cristiano-sionisti, prima che sorgesse il sionismo ebraico".

Per le principali potenze interessate alla "Questione d’Oriente", gli ebrei erano nient’altro che utili pedine nei piani per estromettere i turchi dalla Palestina. Durante la guerra russo-ottomana del 1768-74, la Russia appoggiò la rivolta di Ali Bey contro i turchi, e per sostenere il suo alleato fece ricorso agli ebrei. Ufficiali della marina zarista mediarono un tentativo di accordo tra lo shayk al-balad d’Egitto e gli ebrei di Livorno, dove era basata la flotta russa, per l'acquisto di Gerusalemme da parte di questi ultimi

Nel corso della sua campagna d’Oriente, il 20 aprile 1799 Napoleone rivolse agli ebrei d’Asia e d’Africa un proclama nel quale prometteva di "dar loro la Terra Santa" se si fossero schierati dalla sua parte contro il sultano. Un ebreo francese, Joseph Salvador, chiese pubblicamente la convocazione di un congresso europeo con l'obiettivo di reinsediare il popolo ebraico nella sua antica patria.

Nel suo romanzo The Wondrous Tale of Alroy, Disraeli mette in bocca al suo eroe queste battute: "Mi chiedete cosa voglio; la mia risposta è: la Terra Promessa. Mi chiedete cosa voglio; la mia risposta è: Gerusalemme. Mi chiedete cosa voglio; la mia risposta è: il Tempio, tutto ciò che abbiamo perso, tutto ciò che abbiamo bramato, tutto ciò per cui abbiamo combattuto, il nostro bel paese, il nostro santo credo, le nostre semplici maniere, le nostre antiche usanze".

Nel 1839 il "Globe" di Londra, portavoce del Foreign Office, pubblicò una serie di articoli, ispirati da Palmerston, nei quali si preconizzava la creazione di uno Stato tampone indipendente tra l'Egitto e la Turchia in Siria e in Palestina e una colonizzazione massiccia della regione da parte degli ebrei. Il 17 agosto 1840 il "Times", pur riconoscendo che la maggioranza degli ebrei europei non sarebbero emigrati in tempi brevi in Palestina, sosteneva che un afflusso di ebrei orientali nel paese non era un’illusione. Gli ebrei europei erano abbastanza ricchi per comprare il paese dal sultano e il nuovo Stato avrebbe dovuto essere garantito dalle grandi potenze.

Le finalità strategiche dell’interesse britannico per la Palestina erano ammesse apertamente nel 1852 nell’opuscolo di un certo Hollingsworth il quale sosteneva che la creazione di uno Stato ebraico in Palestina avrebbe consentito alla Gran Bretagna di difendere e tenere aperta la via dell’India. Va però rilevato che nel periodo 1840-1880 durante il quale esercitò un’influenza preponderante se non esclusiva sul governo di Costantinopoli e sugli affari interni dell’Impero Ottomano, la Gran Bretagna non sostenne apertamente l'idea di una sovranità ebraica sulla Palestina ma si limitò, per non irritare i turchi, a sostenere l'insediamento di colonie ebraiche in Terra Santa. Successivamente, a mano a mano che si veniva precisando la minaccia di una crescente penetrazione e influenza della Germania nell’Impero Ottomano, il governo di Londra, per non offrire pretesti ai circoli antibritannici di Costantinopoli, mise la sordina anche al suo appoggio agli ebrei e ai programmi sionisti. E proprio tenendo conto della preoccupazione di non irritare la suscettibilità della Porta che si spiega l'iniziativa britannica, di cui si parlerà piu avanti, di favorire la creazione di una sede nazionale ebraica, nella regione di el-Arish e, fallito questo progetto, in Uganda.

L’occasione favorevole per realizzare l'idea di uno Stato ebraico sembrò presentarsi con il Congresso di Berlino del 1878. Al principe Bismarck, presidente del congresso, venne presentato un memorandum che suggeriva la creazione di uno Stato ebraico in Palestina. Ma la proposta venne scartata dal cancelliere tedesco come "un’idea folle". Anche se fosse stata posta all’ordine del giorno del congresso, la proposta non avrebbe avuto nessuna possibilita di successo in quanto, ancor prima dell’apertura del congresso, con la convenzione anglo-ottomana del 4 giugno 1878, la Gran Bretagna si era impegnata, in cambio dell’isola di Cipro e del diritto di interferire negli affari interni della Turchia, a difendere "con la forza delle armi" i territori asiatici dell’Impero Ottomano.

Le nascenti rivalità imperialistiche tra le potenze europee servono quindi, per il momento, a mantenere in vita "l'uomo malato", in quanto le ambizioni degli Stati che miravano a spartirsi la "carcassa del turco" si elidevano a vicenda e nessuno voleva o poteva assumersi la responsabilita di turbare un equilibrio già tanto fragile la cui rottura rischiava di scatenare un conflitto di incalcolabili proporzioni. Di questo rinvio beneficieranno i territori asiatici dell'Impero Ottomano, primo fra tutti la Palestina.

 

 

CAPITOLO 2 - IL SIONISMO

"Due fenomeni importanti – scriveva nel suo Réveil de la Nation Arabe Negib Azoury –, della stessa natura, e tuttavia opposti, che non hanno ancora attirato 1’attenzione di nessuno, si manifestano in questo momento nella Turchia asiatica: sono il risveglio della nazione araba e lo sforzo latente degli ebrei di ricostituire su larghissima scala 1’antica monarchia di Israele. Questi due movimenti sono destinati a combattersi continuamente, finché uno di essi non prevarrà sull’altro. Dal risultato finale della lotta tra questi due popoli, che rappresentano due principi contrari, dipenderà la sorte del mondo intero".

Il nazionalismo arabo e quello ebraico (sionismo) si sono venuti formando e si sono manifestati praticamente nello stesso periodo e, benché siano nati a migliaia di chilometri l’uno dall’altro e in contesti totalmente diversi, erano destinati a incontrarsi e a scontrarsi tra di loro perché avevano in comune la terra sulla quale ritenevano che solo avrebbero potuto affermarsi e svilupparsi. Esiste la tendenza diffusa a far risalire molto indietro nel tempo l’origine dello spirito nazionale arabo ed ebraico. II sionismo affonderebbe le sue radici nientemeno che nell’età dei Profeti di Israele, mentre il nazionalismo arabo le affonderebbe nel califfato arabo-musulmano che si formò subito dopo la morte di Maometto nel VII secolo.

In realtà, sia il sionismo sia il nazionalismo arabo sono fenomeni recenti sorti e sviluppatisi nel quadro del risveglio delle nazionalità che ha caratterizzato la storia dei popoli a partire dal XIX secolo.

1. I " precursori " del sionismo

La nascita del sionismo, cioè del progetto o, più correttamente, dei progetti elaborati nell'ambito ebraico di costruire in Palestina (o anche altrove) prima un rifugio e poi una patria per gli ebrei, per porre fine a secoli di dispersione e di persecuzione, può essere collocata intorno alla metà del XIX secolo. Il termine sionismo è stato coniato da Nathan Birnbaum che lo ha usato per la prima volta nel numero del 1° aprile 1890 del suo giornale "Selbstemanzipation" ("Autoemancipazione"). Lo stesso Birnbaum, in una lettera del 6 novembre 1891, ha spiegato il termine come la "creazione di un’organizzazione del partito sionista nazionale-politico in aggiunta al partito orientato praticamente che è esistito finora".

Sionismo è termine generico e ambiguo che non indica un solo progetto politico e un’unica ideologia, ma una pluralità di progetti e di ideologie spesso contrastanti e in lotta tra di loro. Questi progetti e ideologie hanno in comune una generica aspirazione a ricostruire un centro nazionale ebraico in Palestina ma anche altrove. Quali poi dovessero essere la natura e gIi obiettivi di questo centro nazionale ebraico era un problema che ogni gruppo e ogni scuola sionista si riprometteva di risolvere con mezzi e con forze diversi.

E' sotto l'ispirazione delle lotte di liberazione nazionale del popolo italiano e di quelli di altri paesi europei e della recrudescenza della persecuzione anti-ebraica nell’Europa orientale, che alcuni ebrei cominciano a vagheggiare la rinascita nazionale del loro popolo indicando la "Terra di Israele", cioè la Palestina, come sede di questa rinascita.

Primo "sionista" è in genere considerato Rabbi Yehudah Alkalai (1798-1878), un ebreo di Sarajevo che, dopo aver passato la gioventù a Gerusalemme, dove segui l'insegnamento dei cabbalisti, che rappresentavano un elemento significativo nella vita spirituale della comunità ebraica gerosolimitana, rientrò in patria nel 1825, per servire come rabbino a Semlin, all’epoca capitale della Serbia. Influenzato dal movimento di liberazione nazionale greco e delle altre nazionalità balcaniche, fin dal 1834 cominciò a interessarsi della redenzione degli ebrei, il cui presupposto pratico era per lui la creazione di colonie ebraiche nella Terra Santa. Dopo i tragici fatti di Damasco del 1840, egli scrisse una serie di libri e opuscoli per illustrare il suo programma di "auto-redenzione" degli ebrei che avrebbe dovuto realizzarsi con il ritorno del popolo d’Israele nella "sua terra", e si rivolse a notabili ebrei dei paesi occidentali come Sir Moses Montefiore e Adolph Crémieux, per ottenere il loro appoggio politico e finanziario al suo progetto.

Da rilevare che, secondo Rabbi Alkalai, non si trattava di creare uno Stato ebraico indipendente in Palestina, ma di creare una vasta comunità ebraica palestinese nel quadro dell’Impero Ottomano.

"Per noi -scriveva nel 1843- non è impossibile reaIizzare il comandamento di tornare alla Terra Santa. Il sultano non farà obiezioni, perché Sua Maestà sa che gli ebrei sono suoi leali sudditi. La diversità di religione non dovrebbe costituire un ostacolo, dato che ogni nazione adorerà il proprio Dio, e noi obbediremo per sempre al Signore nostro Dio"

Il progetto "sionista" di Rabbi Alkalai venne ripreso da Rabbi Zvi Hirsch Kalischer (1795-1874), nativo della Poznania, che nel 1862 pubblicò il libro Derishat Zion (Alla ricerca di Sion) in cui sosteneva che la redenzione degli ebrei non sarebbe avvenuta miracolosamente all’improvviso ma nel corso di un lungo e lento processo di cui avrebbero dovuto essere protagonisti gli stessi ebrei.

Molto più di Alkalai, Kalischer era influenzato dalla consapevolezza della grande miseria degli ebrei dell’Europa orientale e predicava il suo "sionismo" come soluzione dei loro problemi. Degno di rilievo è l'accenno di Kalischer alla minaccia rappresentata dalla popolazione araba alla quale gli ebrei avrebbero dovuto far fronte addestrando "guardie nell’esercizio delle armi, per allontanare i predoni beduini dal saccheggio delle vigne e dei campi seminati e per costituire un corpo di polizia capace di sterminarli".

2. Moses Hess, il " rabbino comunista "

Lo stesso anno in cui Rabbi Kalischer pubblicava il suo Alla ricerca di Sion, a Lipsia veniva pubblicato in tedesco un libro di Moses Hess, Rom und Jerusalem (Roma e Gerusalemme), che viene di solito considerato come il primo documento del sionismo politico.

Moses Hess (1812-1875) era stato una figura di rilievo della sinistra hegeliana e, come scrisse Engels, era stato "il primo comunista" tra i giovani hegeliani. Esponente negli anni 40 del "vero socialismo" fu poi lassalliano negli anni 60. Sia pure in posizione isolata e marginale, fino alla morte continuò a militare nelle file del movimento operaio e socialista. Secondo recenti interpreti il "rabbino comunista" si sarebbe avvicinato al sionismo fin dall'inizio degli anni 40 in coincidenza con i "fatti di Damasco". Questa interpretazione, basata su un'affermazíone fatta molti anni dopo dallo stesso Hess, sembra azzardata ed è contraddetta da quanto egli scrisse sulla questione degli ebrei in quel periodo. "Gli ebrei - scriveva ancora nel 1845 -, che nella storia naturale del mondo sociale hanno avuto la vocazione storica mondiale di sviluppare la bestia da preda partendo dall'uomo, hanno finalmente compiuto l'opera alla quale erano stati destinati. Il mistero del giudaismo e del cristianesimo è stato rivelato nel moderno mondo dei bottegai giudeo-cristiani".

Il passaggio di Hess dall'"universalismo emancipatore al particolarismo nazionalista" (Poliakov) è maturato di pari passo con il suo isolamento politico e intellettuale, solo in parte temperato dalla sua partecipazione al movimento lassalliano. Roma e Gerusalemme (scritto sotto forma di dodici lettere indirizzate a un'immaginaria amica) rappresenta un'eccezione nella produzione letteraria di Hess in quanto è la sua sola opera "sionista". Il "rabbino comunista" è vissuto ancora tredici anni dopo la sua pubblicazione, ma non sembra che la "questione ebraica" abbia assunto in questo periodo una qualche centralità ed esclusività né nella sua vita né nella sua opera, anche se egli collaborò a riviste ebraiche. Appare quindi quanto meno inesatto e discutibile il giudizio che Hess divenne "politicamente un sionista, quando scoprì l'identità dei principi mosaici e socialisti".

La tanto vantata Roma e Gerusalemme è un'opera minore, mediocre e farraginosa, nella quale non traspare nulla del vigore del brillante pubblicista che Hess è stato. A metà tra lo sfogo personale troppo a lungo represso e la fantasticheria del sognatore, che già Marx ed Engels avevano denunciato nel Manifesto, scritto in un fumoso linguaggio filosofico che spesso sconfina nel mistico, Roma e Gerusalemme si propone l'obiettivo di risolvere "l'ultima questione nazionale", quella ebraica.

"Ai popoli creduti morti che, nella coscienza del loro compito storico, debbono far valere i loro diritti nazionali, appartiene íncontestabilmente anche il popolo ebraico che non invano ha sfidato, da duemila anni a questa parte, le tempeste della storia universale e che, dovunque l'abbiano portato le onde degli eventi, ha rivolto e tuttora rivolge lo sguardo da tutte le estremità della terra verso Gerusalemme. Col sicuro istinto etnico della sua vocazione storico-culturale, di ricomporre cioè in unità mondo e uomini e di affratellarli nel nome del loro eterno Creatore, dell'Uno assoluto, questo popolo ha conservato la sua religione e la sua nazionalità e le ha ambedue indissolubilmente congiunte nella indimenticabile Terra dei padri. Nessun popolo moderno che aspiri a una patria, può negare il diritto del popolo ebraico alla sua antica terra, senza cadere in una contraddizione mortale, senza finire col dover dubitare di se stesso e commettere un suicidio morale ".

Particolarmente significativo appare il fatto che Hess ponesse le sorti della rinascita del popolo ebraico tanto nelle mani degli stessi ebrei, quanto, soprattutto, nelle mani delle potenze occidentali, in particolare della Francia, che avrebbero dovuto promuovere e favorire l'insediamento degli ebrei in Palestina vincendo le resistenze dei sultano. Scriveva Hess: "Deve stare a cuore alla Francía che le vie verso l'India e la Cina siano tenute da un popolo che le sia fedele fino alla morte, affinché essa possa adempiere alla missione storica che le è toccata dopo la sua grande rivoluzione. E quale popolo è adatto a questa collaborazione più del popolo ebraico, che fu destinato alla medesima missione fin dall'alba della storia?".

E' questo un tipo di argomentazione che troveremo ricorrente in un certo discorso sionista fino ai giorni nostri.

Il compito fondamentale, compito che Hess intendeva assolvere con la sua opera, era "innanzitutto di ridestare il sentimento patriottico nel cuore degli ebrei colti e di liberare le masse popolari ebraiche appunto mediante questo risuscitato patriottismo da un formalismo che uccide lo spirito. Se questo primo passo ci riesce, noi potremo, grazie alla stessa azione pratica, superare le difficoltà che sorgeranno in gran copia nel corso dell'esecuzione".

Anche se oggi è divenuto il più celebre, Roma e Gerusalemme non è certo il miglior libro di Hess come mostra di credere, per esempio, lsaiah Berlin. Né, a suo tempo, il libro "fece sugli ebrei istruiti di Germania l'effetto di una bomba", come con eccessivo ottimismo e benevolenza sostiene lo stesso autore, il quale è costretto ad ammettere d'altra parte che esso "restò al di fuori delle grandi correnti della sua epoca" e che Hess rimase "un profeta senza molto onore nel suo tempo, certamente non nel suo stesso paese".

In effetti, in un anno vennero vendute solo 160 copie del libro e l'editore si affrettò a offrire all'autore le altre copie a un prezzo di occasione. Quando, oltre trent'anni dopo, Herzl scrisse Lo Stato degli ebrei non ne aveva nemmeno sentito parlare. Lo lesse solo successivamente restandone entusiasta al punto da notare: "Tutto ciò che abbiamo tentato di fare si trova già in questo libro".

3. Jehudab Leib Pinsker e l'autoemancipazione

Il sionismo, nonostante tutti i tentativi di cercarne precursori in questo o quel pensatore del passato, non è nato dalle fantasticherie di qualche visionario alla Hess, ma dalla e nella realtà concreta degli shtetl della "Zona di residenza". Il suo vero fondatore è, a nostro parere, Jehudah Leib Pinsker (1821-1891) che per primo ha saputo dar voce alle aspirazioni concrete degli ebrei russo-polacchi sforzandosi di dare corpo e gambe a queste aspirazioni e al suo progetto politico: la creazione di uno Stato ebraico indipendente che Pinsker è stato il primo a rivendicare.

Convinto assertore della russificazione degli ebrei (era presidente della Società per la diffusione della cultura tra gli ebrei della Russia), dopo gli spaventosi pogrom antiebraici del 1881 egli modifícò radicalmente le proprie posizioni, sostenendo che bisognava trovare "nuovi rimedi, nuove vie" diversi dall'assimilazione, e divenendo convinto sostenitore della necessità di creare uno Stato ebraico nel quale gli ebrei avrebbero potuto vivere al riparo delle persecuzioni, sottraendosi all'alternativa, ugualmente umiliante, di "essere saccheggiati perché si è ebrei o dover esser protetti come ebrei".

A differenza di altri che sognavano la restaurazione di una patria ebraica per realizzare un sogno messianico, Pinsker si è battuto per una soluzione concreta della questione ebraica comunque e dovunque fosse effettivamente possibile. Il suo progetto politico non era nutrito di astratte reminiscenze bibliche, ma di una concreta sollecitudine per le masse ebraicbe oppresse e perseguitate.

Nel 1882 egli pubblicò in tedesco a Berlino un opuscolo anonimo in cui affrontava in termini realistici, politici, il problema della condizione degli ebrei e delle vie da seguire per emanciparli. "Se vogliamo avere una sede sicura -scriveva- per cessare l'eterna vita di vagabondaggio, per risollevare la nostra dignità nazionale agli occhi nostri e a quelli del mondo, non sogniamo la restaurazione dell'antica Giudea. Non torniamo ad attaccarci a quei luoghi da cui la nostra vita politica fu una volta violentemente interrotta e distrutta. Per arrivare entro un certo tempo alla soluzione del nostro problema, dobbiamo cercare di non abbracciar troppo. La cosa è già per sé abbastanza difficile. La meta delle nostre aspirazioni attuali non deve essere la "Terra Santa", ma una terra nostra. Non abbiamo bisogno di altro che di una vasta estensione di terreno per i nostri poveri fratelli, una terra che sia sempre nostra e da cui nessun dominatore straniero possa cacciarci. Là porteremo con noi le nostre cose più sacre che abbiamo salvato dal naufragio della nostra patria antica, l'idea di Dio e la Bibbia. Perché son queste cose che fecero sacra la nostra patria antica, non Gerusalemme o il Giordano. Forse la Terra Santa potrà ridiventare anche la nostra terra. Se sarà così, tanto meglio! Ma prima di tutto dobbiamo decidere -e questo è il punto essenziale- quale è il paese che possiamo ottenere e che al tempo stesso sia capace d'offrire agli ebrei di tutti i paesi, che saran costretti ad abbandonare le loro case, un rifugio sicuro e incontrastato, un luogo in cui possano trovare un lavoro produttivo".

Non considerando pregiudizialmente la Palestina come la sede della "patria ebraica", Pinsker dava prova di spirito pratico e di realismo e poneva la questione degli ebrei, degli ebrei reali e non dell'ebreo astratto, in termini concreti, che rivelavano la formazione scientifica dell'autore (Pinsker, figlio di un noto studioso e archeologo ebreo di Odessa, si era laureato in medicina all'università di Mosca e aveva esercitato con successo la professione. Per i servizi resi durante la guerra di Crímea era stato ricompensato dal governo russo). La sua principale preoccupazione non era la nostalgia nazionale e religiosa della Palestina, ma il problema politico immediato che si poneva agli ebrei dell'Impero Russo. Tuttavia, e questo era un gravissimo limite, Pinsker non si poneva il problema della popolazione vivente nel territorio che avrebbe dovuto divenire lo Stato ebraico e si poneva nella prospettiva del colonialismo europeo quando parlava di "una collettività coloniale prettamente ebraica che divenga un giorno la nostra casa inalienabile, la nostra patria".

L'opuscolo di Pinsker venne accolto con indignazione negli ambienti ebraici, tanto ortodossi quanto liberali. I primi lo accusarono di essere privo di spirito religioso, i secondi, soprattutto quelli dell'Europa occidentale, lo considerarono un traditore della fede nella definitiva vittoria dell'umanità sul pregiudizio e sull'odio. Da più parti gli venne rimproverato di aver abbandonato il sogno del ritorno a Sion, perché aveva indicato la Palestina solo come uno degli sbocchi possibili e non come lo sbocco esclusivo.

Egli ebbe però un influsso incalcolabile sullo sviluppo del sionismo dato che, se è vero che la sua opera convertì solo un piccolo gruppo di ebrei russi, è altrettanto vero che i suoi seguaci.formarono il nucleo dei movimenti sionisti dell'Europa orientale degli anni 90, senza l'apporto dei quali il progetto sionista avrebbe finito con l'inaridirsi, molto prima che altre cause esterne finissero col farlo trionfare.

Così, per uno di quei paradossi di cui è tanto ricca la storia, in particolare quella del sionismo, saranno proprio gli ebrei russi, seguaci del "territorialista" Pinsker, che al VI congresso sionista del 1903 insorgeranno violentemente contro la proposta del "sionista" Herzl di accettare l'Uganda, offerta dalla Gran Bretagna, come sede dello Stato ebraico.

Sul piano pratico Pinsker si impegnerà nell'opera di promozione di una colonizzazione ebraica su piccola scala in Palestina e sarà il primo presidente della società Hovevei Zion (la federazione dei gruppi degli "amanti di Sion"). Questa attività ha fatto sostenere da alcuni studiosi che negli ultimi anni della sua vita Pinsker si sarebbe convertito dal "territorialismo" al "sionismo". Tuttavia, la mancanza di una qualsiasi relazione tra il vasto disegno politico dell'Autoemancipazione, in cui aveva caldeggiato la creazione di uno Stato ebraico, e i limitati sforzi della società da lui presieduta per promuovere la colonizzazione ebraica della Palestina, sta a confermare che egli ha considerato fino all'ultimo questa colonizzazione non come il nucleo dello Stato ebraico, ma come il presupposto della creazione in Palestina di un "centro spirituale nazionale".

Come ha testimoniato Ahad Ha-am, che del sionismo spirituale sarebbe stato il massimo esponente, "negli ultimi giorni della sua vita egli (Pinsker) giunse, è vero, alla convinzione, e lo disse chiaramente ad alcuni dei suoi conoscenti (e fra gli altri allo scrittore di queste note), che la Palestina non era "il paese adatto per divenire il nostro asilo sicuro", che la sua situazione politica e i rapporti dei popoli verso quella terra sarebbero stati per noi un continuo ostacolo. Ciò nonostante, non invano eran passati i suoi otto anni di attività nella colonizzazione palestinese; e perfino allorquando affermava che quella terra non era la terra ideale per un asilo sicuro, non consigliò più, come aveva fatto prima, di abbandonarla completamente e di trasportare le nostre "cose più sacre" in qualunque altro paese su cui fosse caduta la scelta. La colonizzazione in Palestina -soggiunse-, dobbiamo, malgrado tutto, sostenerla e allargarla con tutte le forze. In Palestina possiamo, dobbiamo crearci un centro nazionale spirituale. La colonizzazione della Palestina non nel nome dell' "Autoemancipazione" ma nel nome di un centro nazionale spirituale".

4. Theodor Herzl

Come aveva previsto e auspicato Pinsker, il maggior contributo al risveglio nazionale ebraico non venne dagli shtetl della "zona di residenza", ma proprio dagli ambienti di quell'ebraismo dell'Europa occidentale che con tanta ostilità avevano inizialmente accolto il suo appello. Il maggior artefice della rinascita ebraica e il maggior esponente del sionismo è stato infatti un giornalista e scrittore nativo di Budapest, totalmente assimilato quando aveva cominciato a occuparsi della questione degli ebrei: Theodor Herzl (1860-1904).

Solo dieci anni della sua breve vita furono dedicati alla causa sionista, ma in questi dieci anni egli seppe dispiegare un'attività così intensa e appassionata da dar corpo, da trasformare in un organismo politico moderno, con un preciso indirizzo teorico e pratico, quello che fino al suo irrompere sulla scena era stato piuttosto uno stato d'animo diffuso ma indistinto e un pullulare di gruppuscoli atomizzati e privi di un punto di riferimento preciso che non fosse una vaga attesa messianica.

Quali possano essere stati i suoi limiti personali, per esempio l'ambizione, la vanità e la megalomania, e quale che sia il giudizio storico e politico sulla sua opera e sul sionismo è innegabile che, come ha scritto David Ben Gurion, Herzl è stato I'"architetto" che ha saputo trasformare "il popolo ebraico, per la prima volta dal tempo del suo esilio, in una forza politica" portandolo "a svolgere un ruolo come fattore nazionale attivo nella politica internazionale"

Più di chiunque altro, egli ha saputo dare ai ristretti gruppi militanti di ebrei la coscienza di essere un popolo, una nazione; ha saputo porre i presupposti della creazione in Palestina di una "sede nazionale" per gli ebrei e, quindi, di uno Stato ebraico. Anche se in ultima analisi la creazione dello Stato di Israele è essenzialmente il frutto dell'immane tragedia che si è consumata in Europa dal 1933 al 1945, senza l'azione svolta da Herzl e dai suoi successori sarebbe mancato il presupposto della soluzione che si rivelò come l'unica praticabile nel 1946-48.

L'incontro di Herzl con il sionismo avvenne casualmente nel 1894. Fino a quel momento il brillante giornalista e scrittore ungherese era perfettamente assimilato e non nutriva alcun interesse per i problemi degli ebrei. Egli era uno dei redattori in capo dell'autorevole "Neue Freie Presse", uno dei maggiori giornali europei del tempo, e si trovava a Parigi come corrispondente del suo giornale quando esplose I'"affaire Dreyfus" che assunse rapidamente un carattere violentemente antisemita. Profondamente scosso dalla constatazione che l'ostilità antiebraica fosse tanto profondamente diffusa in Europa, Herzl maturò la convinzione che l'assimilazione degli ebrei fosse impossibile e che, quindi, l'unica soluzione concreta della questione che li riguardava fosse la creazione di uno Stato ebraico indipendente.

Convertitosi agli ideali sionisti, il 14 febbraio 1896 Herzl faceva uscire a Vienna, in tedesco, 3000 copie di un libretto intitolato Der judenstaat. Versuch einer moderner Losung der judenfrage (Lo Stato degli Ebrei. Saggio di una soluzione moderna della questione degli ebrei).

Anche il libretto di Herzl è stato oggetto,come tante opere sioniste, di una sopravvalutazione postuma. Quando uscì ebbe una diffusione limitata e venne accolto con scetticismo e diffidenza quando non addirittura con ostilità negli ambienti ebraici. Il suo successo non ha nessuna relazione con il libro in sé, ma è stato dovuto esclusivamente all'azione pratica, soprattutto diplomatica, del suo autore e agli sforzi da lui spesi per creare un'organizzazione ebraica centralizzata ma diffusa in tutti i paesi.

Lo Stato degli ebrei, nonostante la sua esiguità non è un'opera che inviti alla lettura. La parte veramente sostanziale si riduce a poche pagine, il resto è una prolissa divagazione sugli aspetti tecnici del suo progetto. Con insopportabile pedanteria, Herzl scende nei più minuti e inutili dettagli, fino a dilungarsi su come avrebbero dovuto essere le case degli operai (tutte uniformi per motivi di economia) e dei borghesi (di un centinaio di tipi diversi per soddisfare le esigenze della classe media), e la bandiera (sette stelle d'oro su un drappo bianco).

Né Herzl risparmia al lettore le sue elucubrazioni sulla natura dello Stato, liquidando sommariamente tutte le altre dottrine. Memore dei suoi studi universitari di diritto romano, egli considera il rapporto tra governati e governanti come una "negotiorum gestio" in cui l'insieme dei cittadini sarebbe il "dominus negotiorum" e il governo il "gestor".

L'ideale politico di Herzl quale emerge dal suo scritto è l'ideale classista e antidemocratico di un piccolo-borghese mitteleuropeo amante dell'ordine (la polizia dello Stato degli ebrei avrebbe dovuto esser formata dal 10 per cento della popolazione maschile). E' estremamente indicativo il fatto che Herzl si rivolgerà alle masse dei diseredati ebrei dell'Europa orientale, per assicurare un seguito di massa al suo progetto, solo dopo che sarà fallito il tentativo di interessare al progetto sionista gli ebrei ricchi dell'Europa occidentale, con i quali egli si identificava profondamente.

Lo Stato degli ebrei avrebbe dovuto essere uno Stato borghese fondato sulla proprietà e sull'illimitata iniziativa privata in cui i lavoratori dipendenti sarebbero stati inquadrati militarmente. Sostenitore convinto delle istituzioni monarchiche, Herzl propendeva per una repubblica aristocratica e oligarchica del tipo di quella di Venezia. Ma questa scelta "repubblicana" era dovuta solo al fatto che gli appariva irreale restaurare dopo tanti secoli di vacanza una monarchia ebraica. Nemico del parlamentarismo e dei politici di professione, Herzl considerava assurdo l'istituto del referendum e disprezzava profondamento le masse che, come scriveva, "sono ancora peggiori dei Parlamenti, accessibili a tutte le credenze irrazionali e sempre ben disposte nei confronti di tutti quelli che sbraitano. Davanti a un popolo riunito, non è possibile fare politica estera né interna. La politica deve essere fatta dall'alto [...]. Il nostro popolo, al quale la Società (la "Society of Jews", che Herzl aveva ideato come governo degli ebrei prima della creazione dello Stato) avrà apportato il nuovo paese, accetterà anche con riconoscenza la Costituzione che essa gli darà. Ma li dove si produrranno resistenze, la Società le spezzerà. Essa non può lasciarsi distrarre dalla sua opera da individui limitati o mal intenzionati".

Non sorprende che un'opera del genere non abbia mai incontrato fortuna presso gli studiosi di scienze politiche. Essa sarebbe stata giustamente consegnata al meritato e pietoso oblio al quale sono condannate le opere di tanti autori di nuove fantasiose quanto innocue teorie sull'organizzazione perfetta dello Stato e della società o sull'origine dell'universo, se non fosse stato per le poche pagine in cui Herzl affronta la questione ebraica indicandone precisa soluzione.

Per Herzl la questione degli ebrei non era né sociale né religiosa, ma era una questione nazionale, perché gli ebrei, nonostante tutti gli sforzi di assimilarsi non vi riuscivano sia perché avevano perso l'assimilabilità sia perché continuavano a essere considerati stranieri da tutti i popoli in mezzo ai quali vivevano. L'unica soluzione possibile della questione ebraica era dunque la creazione di uno Stato degli ebrei. Per la realizzazione di questo progetto Herzl contava suIl'appoggio delle potenze europee, in particolare di quelle dove più diffuso era l'antisemitismo, alle quali faceva intravvedere i vantaggi economici e sociali che avrebbero tratto dall'esodo massiccio degli ebrei.

Come territori dove creare lo Stato degli ebrei, Herzl prendeva in considerazione l'Argentina e la Palestina. L'Argentina era uno dei paesi naturalmente più ricchi della terra, molto esteso, scarsamente popolato e con un clima temperato.

Quanto alla Palestina, scriveva Herzl, "è la nostra indimenticabile patria storica. Questo solo nome sarebbe un grido di raccolta potentemente avvincente per il nostro popolo. Se Sua Maestà il sultano ci desse la Palestina, noi potremmo incaricarci di mettere completamente a posto le finanze della Turchia. Per l'Europa noi costituiremmo laggiù un pezzo del bastione contro l'Asia, noi saremmo la sentinella avanzata della civiltà contro la barbarie. Noi resteremmo, in quanto Stato neutrale, in rapporti costanti con tutta l'Europa, che dovrebbe garantire la nostra esistenza. Per quanto concerne i Luoghi Santi della cristianità, si potrebbe trovare una forma di extraterritorialità in armonia con il diritto internazionale".

Dopo aver così definito gli obiettivi del sionismo, nella sua opera Herzl si addentrava nei particolari del suo progetto ai quali si è accennato sopra. A parte i dettagli, il libretto di Herzl non era per nulla originale (e del resto egli non aveva preteso di scrivere un'opera originale). Quando in seguito conobbe i libri di Hess e di Pinsker dichiarò che se li avesse conosciuti prima non avrebbe scritto il suo. In particolare, Lo Stato degli ebrei e Autoemancipazione convergono sostanzialmente in modo sorprendente nelle loro linee essenziali. Pinsker ed Herzl, muovendo da un punto di partenza molto simile, erano giunti a conclusioni praticamente identiche: identica l'analisi delle cause dell'antisemitismo e la concezione del sionismo come unica possibile risposta alla persecuzione degli ebrei; identica la scelta del territorio sul quale creare lo Stato ebraico: un vasto territorio americano o la Palestina; identica la convinzione che il progetto di creare uno Stato ebraico lontano dall'Europa avrebbe incontrato la comprensione e l'appoggio dei governi europei, felici di sbarazzarsi dei loro ebrei, e dei circoli antisemiti; identica la prospettiva colonialista; e, soprattutto, identica la sottovalutazione del fatto che la Palestina non era un paese vuoto ma era già abitata da un altro popolo.

Come già Pinsker, Herzl non si poneva nemmeno il problema dell'esistenza di altri abitanti nei territori scelti per crearvi lo Stato degli ebrei. Come gli altri sionisti, a parte alcune rare e perciò tanto più lodevoli eccezioni, Herzl condivideva in pieno il pregiudizio eurocentrico secondo cui al di fuori dell'Europa ogni territorio poteva essere occupato dagli europei senza tenere alcun conto dei diritti e delle aspirazioni degli abitanti. E' questo il peccato d'origine del sionismo che, sorto come movimento di liberazione nazionale del popolo ebraico, era costretto a cercarsi, in una prospettiva colonialistica, un territorio fuori d'Europa perché nel Vecchio continente non c'era un territorio che potesse essere rivendicato come proprio dagli ebrei. La realizzazione degli obiettivi del sionismo era quindi condannata a compiersi a danno dei diritti nazionali di un altro popolo senza che, peraltro, la creazione di uno Stato degli ebrei portasse alla soluzione sionista della questione ebraica. Di ciò si resero pienamente conto i teorici e i sostenitori del "sionismo spirituale", primo fra tutti Asher Ginzberg (Ahad Ha-am), il più lucido e profondo pensatore ebraico dei tempi moderni.

5. Il "Programma di Basilea"

Lo Stato degli ebrei venne accolto con aspre critiche e ostilità negli ambienti ebraici. Alcuni critici lo considerarono un chimerico ritorno al messianismo medievale. Altri, come il gran rabbino di Vienna Moritz Gudemann, contestarono "l'elucubrazione del nazionalismo ebraico", sostenendo che gli ebrei non costituivano una nazione e che in comune avevano solo la fede nello stesso Dio, e che il sionismo era incompatibile con l'insegnamento del giudaismo.

L'accoglienza fu fredda anche negli ambienti sionisti, in particolare in quelli dell'Europa orientale per i quali era essenziale la rinascita culturale degli ebrei.

La critica più severa e più pertinente fu quella di Ahad Ha-am, il maggior esponente del sionismo spirituale, il quale giudicò Lo Stato degli ebrei uno scritto di carattere giornalistico superficiale che non reggeva il confronto con Autoemancipazione di Pinsker. Secondo Ahad Ha-am nello Stato progettato da Herzl non era dato riscontrare nessuno di quei caratteri specificamente ebraici, di quei grandi principi morali per i quali gli ebrei avevano vissuto e sofferto e per i quali ritenevano valesse la pena di operare per divenire di nuovo un popolo.

Nonostante il poco incoraggiante esito del suo esordio sulla scena sionista nelle vesti di re-messia venuto a salvare e redimere il popolo ebraico, Herzl si dedicò totalmente alla causa sionista facendosi instancabile ambasciatore del progetto di creazione di uno Stato degli ebrei presso il sultano, l'imperatore tedesco, il re d'Italia, il papa, i governanti britannici, e Plehve e Witte, i potentissimi ministri che nell'impero zarista guidavano il movimento antisemita. Egli diede anche vita alla "Jewish Society" che aveva progettato nel suo libro, creando l'organizzazione sionista mondiale che guidò con mano ferma fino alla morte, e fondò il giornale "Die Welt" (4 giugno 1897) che fino allo scoppio della prima guerra mondiale fu l'organo centrale del movimento sionista.

Nel 1897 (29-31 agosto) egli organizzò a Basilea il primo congresso sionista mondiale, storicamente importante perché formulò il Programma di Basilea e diede vita all'Organizzazione sionista mondiale, nella quale avveniva l'unificazione organizzativa e programmatica del sionismo orientale e di quello occidentale.

Il Programma di Basilea affermava che "il sionismo si sforza di ottenere per il popolo ebraico un focolare garantito dal diritto pubblico in Palestina". I metodi da adottare per il raggiungimento di questo obiettivo erano: 1) l'incoraggiamento della colonizzazione ebraica in Palestina; 2) l'unificazione e l'organizzazione di tutte le comunità ebraiche; 3) il rafforzamento della coscienza ebraica individuale e nazionale; 4) iniziative per assicurarsi l'appoggio dei diversi governi per realizzare gli obiettivi del sionismo.

All'indomani del congresso Herzl scriveva nel suo diario: "Se dovessi riassumere il congresso in una parola -che mi guarderei bene dal rendere pubblica- sarebbe questa: a Basilea ho fondato lo Stato ebraico. Se lo dicessi a voce alta sarei accolto da un universale scoppio di risa. Forse fra cinque, certamente tra cinquant'anni se ne accorgeranno tutti".

In realtà, il risultato del congresso di Basilea fu molto meno importante di quanto fantasticasse Herzl. Nel programma adottato dai 197 delegati presenti al congresso, il problema della creazione dello Stato ebraico non era nemmeno adombrato. In sostanza ci si limitava a chiedere la concessione "di un focolare garantito dal diritto pubblico" ottomano in Palestina ("einer offentlich-rechtlich gesicherten Heimstatte").

Secondo il Feinberg, benché Herzl abbia respinto l'espressione "garantito dal diritto internazionale" ("volker-rechtlich gesicherten") proposta da uno dei delegati, la formulazione adottata era ambigua e flessibile in modo da poter essere interpretata estensivamente anche nel senso che il compito di garantire il focolare ebraico toccasse alle potenze europee.

Quali possano essere stati gli accorgimenti lessicali e le riserve mentali degli autori del programma, non c'è dubbio, comunque, che nella migliore delle ipotesi essi pensavano a un rifugio per gli ebrei che godesse di una certa autonomia e garanzia legale all'interno dell'Impero Ottomano e non a uno Stato ebraico autonomo e indipendente.

L'aspetto più interessante e rilevante del congresso e del programma adottato non consisteva nell'"atto di nascita" dello Stato ebraico, quanto, piuttosto, come è stato rilevato, nel passaggio dal sionismo pratico (cioè azione "selvaggia", spontanea, non garantita legalmente) al sionismo politico (cioè a un sionísmo basato sulle trattative e gli accordi nel "nuovo approccio, da allora elevato a principio dottrinario, secondo il quale la negoziazione di uno statuto politico in Palestina -l'obiettívo della sovranità- era la strada maestra per il trionfo del sionismo, e quindi per la soluzione della questione ebraica. Il riconoscimento concesso al lavoro pratico di colonizzazione -l'obiettivo della terra- era una concessione agli interessi acquisiti e ai consigli di cautela che allora non suscitavano entusiasmo; quindi non aveva la forza di un principio".

6. I progetti di el-Arish e dell'Uganda

Gli sforzi principali per realizzare gli scopi del sionismo vennero fatti in direzione dell'Impero Ottomano. Herzl propose al sultano Abdulhamid di risanare il debito pubblico ottomano in cambio della Palestina. Ma la proposta venne respinta: "L'impero turco -fece sapere il sultano a Herzl- non appartiene a me, ma al popolo turco. Non posso darne via alcuna parte. Gli ebrei risparmino i loro miliardi. Quando il mio impero sarà smembrato, potranno avere la Palestina per niente. Ma quello che sarà diviso sarà solo il nostro cadavere. Io non accetterò una vivisezione". Tuttavia, nel 1902 il governo ottomano offrì a Herzl una sede per gli ebrei non in Palestina ma in Anatolia, in Mesopotamia o in Siria. L'offerta venne respinta.

Herzl si risolse a cercare altrove il territorio sul quale creare il focolare ebraico. Il 1° luglio 1898 notava nel suo diario: "Le masse povere hanno bisogno di un aiuto immediato e la Turchia non è in una situazione tanto disperata da dover accedere ai nostri desideri. Ciò che dovremo fare prima di tutto sarà di definire uno scopo immediatamente accessibile, senza abbandonare nessuno dei nostri diritti storici. Potremmo, per esempio, chiedere Cipro all'Inghilterra, potremmo anche prendere in considerazione l'Africa del Sud o l'America, fino al giorno della dissoluzione dell'Impero Ottomano".

Si è già visto come, fin dagli anni della guerra turco-egiziana del 1839-41, la Gran Bretagna, in mancanza di meglio, si fosse assunta la protezione degli ebrei viventi nell'Impero Ottomano. Ed è proprio in Gran Bretagna che il movimento sionista trovò non solo i maggiori incoraggiamenti ma anche concreti aiuti per la realizzazione del progetto di creareun focolare per il popolo ebraico. In occasione delle elezioni del 1900, sessanta candidati al Parlamento di Londra si dichiararono pubblicamente a favore del sionismo e dei suoi fini, inaugurando così un andazzo che avrebbe raggiunto punte parossistiche soprattutto negli Stati Uniti in occasione delle elezioni presidenziali e legislative.

Due anni dopo (1902), Herzl propose al governo di Londra come focolare per gli ebrei la penisola del Sinai, la Palestina egiziana, o Cipro. Il governo britannico, scarsamente entusiasta della prospettiva di un massiccio afflusso nel Regno Unito di ebrei dall'Europa orientale, soprattutto dalla Romania, decise di contribuire alla creazione della sede ebraica in un territorio del Mediterraneo orientale. Scartata per ragioni strategiche l'isola di Cipro, la scelta cadde sulla zona di el-Arish, nella costa mediterranea della penisola del Sinai. La proposta venne fatta a Herzl nell'ottobre del 1902 dal segretario al Colonial Office (ministro delle colonie), Joseph Chamberlain. Unica condizione l'accettazione da parte di lord Cromer, il potentissimo console generale inglese in Egitto, di fatto vero e proprio padrone di quel paese. Dopo che una commissione di esperti ebbe studiato le possibilità pratiche di realizzazione del progetto di el-Arish, il 12 marzo 1903 questo progetto venne respinto perché, per approvvigionarlo dell'acqua necessaria per l'irrigazione, si sarebbe dovuto sottrarne in misura eccessiva da altre zone.

Venne allora proposto l'insediamento ebraico nell'Africa orientale, in Uganda. Secondo la proposta britannica, una commissione di studio siodiia vr 56"dovuto recarsi sul posto per rendersi conto se esisteva un territorio conveniente. In caso affermativo sarebbe stato possibile fondarvi, sotto l'autorità di un funzionario ebreo che sarebbe stato il capo dell'amministrazione locale, una colonia ebraica nella quale i coloni avrebbero potuto vivere a modo loro.

La proposta, anche a causa dell'emozione provocata dal feroce pogrom di Kiscinev, venne accolta da Herzl che la presentò al sesto congresso sionista (Basilea, 23-28 agosto 1903). In questa sede il "Progetto dell'Uganda" incontrò la decisa opposizione dei delegati dell'Europa orientale, soprattutto di quelli russi.

Alla fine, con 295 voti a favore, 178 contrari e 132 astensioni venne deciso di nominare una commissione da inviare in Uganda per esaminare le possibilità di attuazione del progetto.

Herzl morì il 3 luglio 1904 all'età di 44 anni senza aver potuto vedere la realizzazione del grande ideale della sua vita. Nell'agosto del 1949 le sue ceneri saranno trasportate nello Stato di Israele alla cui creazione egli aveva dedicato tutto se stesso.

Il progetto dell'Uganda venne infine respinto defínitivamente nel corso del settimo congresso sionista che si tenne a Basilea dal 27 luglio al 2 agosto 1905, un anno dopo la morte di Herzl. In attesa che si creassero le condizioni di un massiccio insediamento ebraico in Palestina, i successori di Herzl decisero di continuare la sua azione diplomatica e nello stesso tempo di promuovere e favorire nei limiti del possibile l'immigrazione ebraica in Palestina in modo da rafforzare le posizioni degli ebrei palestinesi sia nel campo dell'industria sia in quello dell'agricoltura, "nello spirito più democratico possibile". Privato della direzione carismatica di Herzl il movimento sionista vide crearsi le due correnti fondamentali dei seguaci ortodossi di Herzl, favorevoli all'iniziativa diplomatica, e dei sionisti "pratici", favorevoli maggiormente a iniziative concrete che consentissero il consolidamento delle posizioni ebraiche in Palestina e un rafforzamento del sionismo tra gli ebrei della diaspora.

Parlando dell'evoluzione del sionismo sotto la direzione di Herzl, il Roth ha rilevato come "solo qualche migliaio di persone erano direttamente toccate da questa rinascita. Inoltre, con la morte del suo fondatore, il sionismo perdette di vitalità e, nel decennio seguente, una gran parte della sua forza andò perduta in questioni intestine. Nel mondo rigorosamente pratico che ebbe fine nel 1914, il movimento [sionista] era considerato il passatempo di alcuni visionari, e nello stesso mondo ebraico le sue effettive realizzazioni erano generalmente ignorate". Dopo la morte di Herzl e fino alla prima guerra mondiale l’idea stessa di uno stato ebraico viene praticamente messa da parte mentre l'accento viene posto sul lavoro pratico e sull’immigrazione anche su piccola scala. Come ha riconosciuto Chaim Weizmann, è stato proprio questo lavoro pratico che ha posto le premesse per la creazione prima del focolare e poi dello Stato ebraico in Palestina: "Gli anni dell’anteguerra, fra il 1906 ed il 1914, furono in un certo senso decisivi; 1'impronta dell’opera allora compiuta è ancora oggi visibile in Palestina. Accumulammo infatti allora un complesso di esperienze che ci fu di grande utilità negli anni che seguirono la prima guerra mondiale. Noi prevedemmo molti dei problemi che dovemmo poi fronteggiare nei giorni delle maggiori. imprese, e ponemmo le fondamenta di istituzioni che formano parte del rinato focolare nazionale ebraico. E soprattutto acquistammo il senso delle cose, cosicché non iniziammo l'esecuzione del nostro compito dopo la Dichiarazione Balfour comportandoci come dei principianti ".

7. Il sionismo territorialista

La discussione sul progetto dell’Uganda provocò una profonda crisi e quindi una spaccatura nel movimento sionista. Al settimo congresso, infatti, una parte dei sostenitori del progetto dell’Uganda, guidati dallo scrittore Israel Zangwill, che era stato uno dei primissimi sostenitori di Herzl, si staccarono dall’organizzazione sionista e diedero vita alla Jewish Territorial Organization (JTO) e al cosiddetto sionismo territorialista. Il principio fondamentale del territorialismo si riassume nell'affermazione: "Noi non attribuiamo nessun vero valore ai nostri pretesi diritti storici su questo paese [la Palestina] ", e nel rifiuto di ammettere un qualsiasi legame organico tra il sionismo e la Palestina. Dopo la sua costituzione, la Jewish Tenitorial Organization si mise alla ricerca di un territorio adeguato nel quale stanziare gli ebrei e studiò la possibilità di colonizzazione in Angola, Tripolitania, Texas, Messico, Australia e Canada, ma senza riuscire mai ad andare oltre la fase dello studio. Nel 1925 la JTO venne sciolta.

La stessa sorte toccò al neo-terrítorialismo della "Freeland League", creata dieci anni dopo e sciolta dopo la nascita dello Stato di Israele.

Da rilevare che la "Freeland League", pur accogliendo con favore la creazione dello Stato di Israele, sostenne che a causa della limitatezza del suo territorio lo Stato ebraico non poteva risolvere il problema della patria degli ebrei in quanto in nessun caso avrebbe potuto accogliere tutti o anche solo la maggioranza degli ebrei del mondo.

8. Il sionismo spirituale: Ahad Ha-am, il "rabbino agnostico"

Ben altro respiro e influenza del sionismo territorialista ebbe il sionismo spirituale o culturale la cui caratteristica fondamentale è stata quella di presentarsi come un fenomeno positivo, di affermazione dei grandi valori della tradizione umanistica ebraica, e non già come una risposta di carattere sivo all'antisemitismo.

Fondatore di questa corrente sionista è stato Asher Hirsch Ginzberg (1856-19?7) un ebreo ucraino nativo di Kivna nella proFncia i klev. Dopo aver ricevuto nella casa paterna un'educazione ebraica tradizionale egli si dedicò, sotto la guida di un insegnante privato, allo studio del Talmud e della filosofia medievale. Per conto suo lesse la letteratura dell'Haskalah (l'illuminismo ebraico) e imparò il russo (di nascosto, all'età di 20 anni), il tedesco, il francese, l'inglese e il latino, soggiornando per motivi di studio a Berlino, Vienna e Bruxelles.

Pur avendo dedicato tutta la sua esistenza agli ideali del nazionalismo ebraico e a un'imponente e molto intensa attività giornalistica (per sei anni diresse " Hashiloah ", il grande periodico culturale ebraico dell'epoca) e saggistica, rifiutò sempre di diventare scrittore di professione e per mantenere la piena indipendenza non abbandonò mai la sua attività commerciale (lavorava per Visotsky, il grande mercante russo di tè).

La conoscenza della moderna cultura nazionalistica lo portò prima al distacco dallo hassidismo, e quindi all'abbandono di qualsiasi credenza religiosa.

Trasferitosi nel 1884 a Odessa, allora centro della vita culturale ebraica nell'Impero Russo, dove visse fino al 1907, egli entrò in contatto con il movimento degli Hovevei Zion (Amanti di Sion) divenendo membro del Comitato per la colonizzazione della Palestina, presieduto da Pinsker.

Nel 188 con lo pseudonimo di Ahad Ha-am (Uno del Popolo) Che avrebbe servato per tutta la vita, scrisse un articolo ("La via sbagliata") nel quale criticava vigorosamente il programma degli Hovevei Zion di colonizzazione della Palestina, per il suo carattere illusorio e per la sua inadeguatezza spirituale e culturale. L'immigrazione in Palestina e la colonizzazione organizzate dagli Hovevei Zion erano votate al fallimento perché quelli che se ne occupavano erano stati mal preparati alla loro missione sul piano professionale e su quello più generale. Il compito principale del movimento nazionale ebraico era di ispirare ai suoi partigiani un più profondo attaccamento alla vita nazionale e un più ardente desiderio del benessere nazionale. In seguito, Ahad Ha-am avrebbe precisato sempre meglio la sua critica del sionismo tanto politico quanto pratico ai quali avrebbe contrapposto la sua concezione del sionismo spirituale.

Il sionismo era destinato al fallimento in quanto incapace di garantire la completa e assoluta soluzione del problema ebraico in tutti i suoi aspetti, soprattutto di porre fine all'esilio del popolo ebraico. In nessun caso, infatti, la creazione di una sede nazionale o di uno Stato degli ebrei avrebbero avuto, anche nelle condizioni più favorevoli, il risultato di concentrare in Palestina la maggioranza o anche solo una parte sostanziale degli ebrei sparsi nel mondo, riducendo in misura significativa la comunità ebraica della diaspora.

"La speranza del rimpatrio di tutti gli ebrei del mondo non ha base nella realtà -scriveva nel 1907-, e perfino nell'auspicato avvenire lontano, quando la popolazione ebraica di Erez Israel [cioè della Palestina] avesse raggiunto l'apice e gli ebrei fossero talmente aumentati da saturare il paese e conquistarlo col loro lavoro, anche allora, la maggioranza degli ebrei rimarrebbe dispersa in terre straniere. Insomma l'esilio nel suo significato fisico noti ha fatto un passo, non se n'è liberata che una parte del popolo, una parte relativamente piccola, che ha avuto la fortuna di restaurare le rovine del paese e di ottenervi la libertà nazionale, mentre tutte le altre parti, sparse in terre estranee, sono rimaste nella loro primitiva situazione esteriore".

L'impossibilità materiale di riunire tutti o anche solo la maggioranza, degli ebrei sparsi nel mondo in Palestina rendeva quindi insolubile la questione ebraica con mezzi puramente sionisti. Non meno grave e denso di conseguenze negative dell'esilio fisico degli ebrei era, secondo Ahad Ha-am, l'esilio spirituale che premeva sulla collettività ebraica nella sua vita spirituale, togliendole la capacità di preservare e sviluppare il suo specifico carattere nazionale, secondo il suo spirito, con piena libertà, come ali altri popoli. Questa pressione spirituale che rischiava di far perdere, con l'assimilazione, i caratteri specifici del popolo ebraico provocando la rapida e radicale disgregazione della cultura e quindi dell'identità ebraica - si era accentuata soprattutto da quando, con l'emancipazione degli ebrei in quasi tutti i paesi, era stata demolita la "muraglia" artificiale dietro la quale lo spirito del popolo ebraico si era trincerato in passato per poter vivere la sua vita specifica.

"Noi e la nostra vita nazionale -scriveva Ahad Ha-am- siamo perciò sottomessi allo spirito dei popoli che ci circondano, e non possiamo più preservare il nostro carattere nazionale essenziale dalla disgregazione prodotta dalla necessità imprescindibile di adattarci allo spirito della vita estranea che fa breccia su di noi. E' stato appunto il problema dell'esilio spirituale che ha in realtà trovato la stia risposta nella creazione d'un "rifugio" nazionale in Erez Israel, non rifugio per tutti i membri del popolo che cercano tranquillità e pace, specifica forma culturale, frutto di un processo storico millenario, che ha ancora in sé la forza di vivere e di svilupparsi secondo la sua natura anche in avvenire, purché sia liberato dalle catene della dispersione".

Quello che mancava alla rinascita culturale e spirituale, ancor prima della "decisione nazionale" era "un luogo preciso che sia centro nazionale spirituale, che sia "asilo sicuro" non agli ebrei ma all'ebraismo, al nostro spirito nazionale; alla cui costruzione ed elaborazione partecipino tutti gli ebrei di tutti i paesi della diaspora; e che questa partecipazione avvicini spiritualmente coloro che son oggi lontani geograficamente e ideologicamente, e poi - per l'azione del centro su tutti i punti della periferia -, rinnovi lo spirito nazionale in tutti i cuori e rinvigorisca anche il senso dell'unità nazionale ".

Il "centro nazionale spirituale" in Palestina per l'ebraismo avrebbe dovuto essere un "centro caro a tutto il popolo", capace di unire e legare tutto il popolo, " un centro della Torah e della scienza, della lingua e della letteratura, del lavoro fisico e della purezza spirituale; una vera miniatura del popolo ebraico " quale esso avrebbe dovuto essere. Ogni ebreo della dispersione si sarebbe ritenuto felice se avesse potuto vedere una volta nella sua vita il "centro dell'ebraismo" e, tornato al paese natio, avrebbe detto ai suoi amici: "Se volete vedere il vero tipo dell'ebreo, nella sua fisionomia originale, - sia rabbino, scienziato o scrittore, sia contadino, artigiano o negoziante -andate in Palestina, e lo vedrete".

A differenza del sionismo alla Herzl - che considerava negativamente il popolo ebraico cotte prodotto, risultato, del rifiuto e dell'ostilità dei non ebrei, in una parola dell'antigiudaismo e dell'antísemitismo, e che quindi prendendo atto di questa situazione, si poneva l'obiettivo di concentrare tutti gli ebrei in una loro sede nazionale dove fossero al riparo dall'ostilità dei gentili - il sionismo spirituale poneva l'accento sui tradizionali valori etici, religiosi e culturali nei secoli erano stati il grande e glorioso patrimonio dell'ebraisrno e avevano consentito agli ebrei che se ne erano nutriti e avevano colvati di perpetuarsi in quanto ebrei con un loro specifico " spirito nazionale ".

La sede nazionale ebraica, più che un rifugio per gli ebrei perseguitati, era quindi concepita come il della rinascita nazionale degli ebrei, come un centro culturale e spirituale, non tutto il mondo i principi e valori del giudaismo e dell'ebraismo.

Non è un caso che, sola corrente sionista, quella del sionismo spirituale, sia posta fin dall'inizio con lucidità il ro arabi palestinesi e abbia sempre ricercato una soluzione che non sacrificasse sull'altare della rinascita ebraica i diritti nazionali, civili e politici dei palestinesi.

Già nel 1891, al suo ritorno dal primo viaggio in Palestina, in un articolo ("La Verità da Erez Israel") che sollevò una tempesta di indignazione e di proteste, Ahad Ha-am scriveva:

" Molti abitanti della Palestina, la cui coscienza nazionale ha cominciato a svilupparsi dopo la rivoluzione turca, guardano di traverso, del tutto naturalmente, alla vendita di terra agli stranieri e fanno il possibile per eliminare questo male. Noi siamo abituati a credere che Erez Israel sia attualmente quasi completamente desolato e che gli arabi siano selvaggi del deserto, simili a muli, i quali né vedono né capiscono ciò che accade intorno a loro, ma questo è un errore fatale. Gli arabi, specialmente quelli delle città, vedono e capiscono quel che facciamo e quel che vogliamo nel paese, ma restano tranquilli e si comportano come se non comprendessero, e questo perché non scorgono alcun pericolo per il loro futuro in ciò che facciamo attualmente, e cercano anche di sfruttarci e di profittare dei nuovi ospiti mentre ridono di noi in cuor loro. Ma se verrà un giorno in cui il nostro popolo compirà in Palestina progressi tali da mettere alle corde la popolazione del paese, allora non cederanno tanto facilmente il loro posto. L'arabo come tutti i semiti ha una mente acuta ed è molto intelligente ".

Nell'autunno del 1922, dopo l'uccisione di un ragazzo arabo da parte di alcuni giovani ebrei, Ahad Ha-am scriverà in una famosa lettera al giornale Ha-aretz": "Ebrei e sangue: esistono due termini più antitetici di questi?"

Oggi si sta diffondendo nel popolo ebraico una tendenza a sacrificare, sull'altare del "ritorno", i suoi profeti, i grandi principi morali per i quali il nostro popolo ha vissuto e sofferto e per i quali solamente ha ritenuto valesse la pena di operare per divenire di nuovo un popolo nella terra dei suoi padri Perché, senza ciò -Dio del cielo-, cosa siamo e qual è il futuro della nostra vita in questo paese ? solo per aggiungere in un angolo dell'Oriente un altro piccolo popolo levantino che competa con i levantini che già vi si trovano in quei corrotti costumi morali a cui si riduce il contenuto della loro vita: la sete di sangue, la vendetta e la faida? Se questo è il Messia, che venga! Ma io non voglio vederlo ".

Dopo la Dichiarazione Balfour, al cui varo egli collaborò attivamente, Ahad Ha-am divenne sostenitore della soluzione di uno Stato Palestinese binazio altri abitanti del paese, i quali hanno un diritto reale al paese dovuto a generazioni di residenza e di lavoro in esso. Anche per loro questo paese è una sede nazionale ed essi hanno il diritto di sviluppare quanto possibile le loro potenzialità nazionali. La sede nazionale del popolo ebraico deve costruirsi senza distruggere con ciò la sede nazionale degli altri abitanti ".

9. La scelta binazionale: Magnes e Buber

Gli ideali di Ahad Ha-am furono ripresi e sviluppati soprattutto dall'americano Judah Leon Magnes (1877-1948), creatore e presidente (dal 1935) dell'Universita' Ebraica di Gerusalemme, e da Martin Buber.

Secondo Magnes la vera essenza del sionismo consisteva non nella creazione di uno Stato ebraico né nell'azione politica degli ebrei, ma negli ideali spirituali e culturali di Ahad Ha-am da realizzare attraverso una accurata colonizzazione della Palestina che non ledesse gli interessi e i diritti degli e nella rinascita spirituale del popolo ebraico. Anche il grande filosofo austriaco di orioine galiziana, Martin Buber (1878-1960) si riallaccia direttamente all'insegnamento di Ahad Ha-am per sostenere che la comunità ebraica di Palestina poteva e doveva essere una potenza spirituale capace di realizzare nella società lo spirito che vive nel popolo e di consentire il superamento del dualismo esistente tra verità e realtà, tra idea e fatto, tra morale e politica. Ma Buber si è spinto ancora più avanti di Ahad Ha-am sostenendo che il centro spirituale creato in Palestina non avrebbe dovuto irradiare la sua lezione solo al mondo ebraico ma a tutte le nazioni. "Il sionismo - diceva dalla tribuna del XVI congresso sionista il 10 agosto 1929 - è qualche cosa di diverso dal nazionalismo ebraico. Giustamente ci chiamiamo sionisti e non nazionalisti ebrei; poiché Sion è più di "nazione". Sionismo è coscienza di una peculiarità. "Sion" non è una nozione generica come "nazione" o come "Stato" ma è un nome, è la designazione di qualche cosa di unico e di incomparabile. E non è neppure un'espressione geografica come Canaan o Palestina, ma da tempo immemorabile è il nome di una certa cosa che deve nascere in un determinato luogo geografico del nostro pianeta. Ciò che un giorno doveva avverarsi e ciò che deve tuttora avverarsi; cioè, per dirlo nello stile della Bibbia, il principio del regno di Dio su tutta l'umanità ".

Il sionismo avrebbe dovuto essere in grado di "diventare una potenza dello spirito, la quale plasmi nuove forme di vita nazionale, nuovi rapporti tra le nazioni, che contribuisca a preparare una vera alleanza fra oriente e occidente e che poi, grazie a questo lavoro e sulla sua base, si unisca agli elementi d'avvenire di tutti i popoli".

La missione del centro spirituale ebraico era concepita da Buber come una missione umanistica, di carattere essenzialmente sovranazionale. Coerentemente con questi principi, il filosofo di Vienna assunse un atteggiamento di estrema apertura e comprensione nei confronti dei diritti e degli interessi degli arabi palestinesi sostenendo con fermezza la soluzione binazionale.

Ricordiamoci -ammoniva al XVI congresso sionista- in che modo i popoli ci hanno trattato e come ci trattano ancora dappertutto, come stranieri, come inferiori. Guardiamoci dal considerare e dal trattare quale cosa inferiore ciò che ci è estraneo e non abbastanza noto! Guardiamoci dal far noi ciò che ci è stato fatto. […] E' stato per me spaventoso notare in Palestina, quanto poco noi conosciamo gli uomini arabi. Io non mi illudo né mi dò a intendere che oggi esista fra noi e gli arabi una concordia d'interessi, oppure che essa possa facilmente crearsi. Con tutto ciò in ogni divergenza d'interessi la più seria, che non derivi solo dall'illusione e non derivi solo dalla politica, è possibile una politica locale comune, poiché ambedue si ama questa terra; quindi insieme essa è amata ed insieme essa è desiderata: per cui è possibile lavorare insieme per questa terra.

"Molti di noi dicono: noi non vogliamo che altri padroneggino su di noi; ed io lo ripeto con loro. Ma io non debbo dover leggere continuamente fra le righe di queste parole che non vogliamo essere padroneggiati da altri, le parole: ma noi vogliamo essere padroni. Si deve dire: Noi non vogliamo che altri padroneggino su noi e non vogliamo padroneggiare sugli altri".

Emigrato in Palestina nel 1938, Buber contribuì attivamente alle iniziative del gruppo Ihud (in ebraico: Unione), creato da Magnes, volto a favorire la creazione di uno Stato binazionale arabo-ebraico in Palestina. Dopo la creazione dello Stato di Israele nel 1948, Buber si oppose alla politica governativa sui problemi delle relazioni israelo-arabe e del trattamento riservato alla minoranza araba in Israele ma la sua voce è rimasta inascoltata.

Come è stato osservato, il sionismo politico non ha tenuto alcun conto delle posizioni e degli ammonimenti dei sostenitori del sionismo spirituale, e se ne felicita. Tuttavia, il bilancio finale non è stato ancora fatto.

10. Sionismo e socialismo

Nelle sue varie correnti, il sionismo è sempre stato un fenomeno ristretto a una cerchia limitata di intellettuali borghesi astratti e staccati dalla realtà, che si ponevano come guida di masse con le quali non avevano nessun collegamento organico e tra le quali non avevano alcun seguito effettivo. Inoltre, le varie correnti sioniste si presentavano con caratteri indifferenziati e interclassisti che non tenevano alcun conto della stratificazione sociale delle masse ebraiche.

L'unico che in un certo senso si fosse posto il problema sociale era stato nella prima fase del sionismo Herzl, il quale, però, come si è visto, aveva proposto una soluzione di tipo sostanzialmente antidemocratico e conservatore.

L'incapacità degli ideologi sionisti di affrontare anche l'aspetto sociale della questione ebraica è in buona parte all'origine dell'estraneità, mai venuta del tutto meno, delle masse popolari ebraiche al movimento sionista. Se si considera la storia dello sviluppo del movimento operaio ebraico, si rileva l'estrema marginalità del sionismo come ideologia delle masse ebraiche che alla fine del XIX secolo erano concentrate soprattutto nell'Europa orientale e nella "zona di residenza" dell'Impero Russo.

Eppure, gli ebrei hanno dato un contributo di eccezionale importanza allo sviluppo del movimento rivoluzionario e socialista. Come ha rilevato Lenin, "la proporzione degli ebrei nei movimenti democratici e proletari è dovunque superiorea quella degli ebrei nella popolazione in generale".

Nel suo studio sociologico sui partiti politici, Roberto Michels ha dedicato un intero paragrafo ("L'elemento ebraico come campo di reclutamento") al problema della presenza particolarmente numerosa di ebrei nella leadership dei partiti socialdemocratici e rivoluzionari. "Le qualità caratteristiche dell'elemento ebraico -ha scritto questo studioso- fra cui spiccano anche il fanatismo settario, che è così frequente e che si comunica anche alle masse, la fede salda e suggestiva in sé stessi -il profetismo che è loro proprio- una grande abilità oratoria e dialettica, una ambizione e una tendenza a mettere in luce e a far risaltare le proprie qualità, e soprattutto una quasi illimitata capacità di adattamento: tutte queste qualità fanno degli ebrei uomini nati per essere condottieri delle masse, organizzatori e agitatori. […] Ma il fenomeno generale dell'adattabilità e della duttilità intellettuale degli israeliti non è sufficiente a spiegare la loro presenza e soprattutto la loro forza quantitativa e qualitativa nel partito dei lavoratori. […] L'origine di questo fenomeno […] si spiega, almeno per la Germania e per i paesi orientali, con la posizione speciale dell'elemento ebraico di ieri e di oggi. Qui, all'emancipazione giuridica degli ebrei non è ancora seguita quella sociale e morale. […] Per questo sorge di nuovo in lui (nell'ebreo) l'atavico sentimento di ribellione morale contro le ingiustizie compiute ai danni della sua razza, sentimento che, dato il sostrato idealistico che anima questa razza, dominata dalle più profonde passioni, più facilmente che non presso la razza germanica si muta in un puro orrore per tutte le ingiustizie e si eleva fino a divenire una tensione rivoluzionaria verso una palingenesi universale".

Al di là delle esagerazioni sull'"ebreo tipico", sull'"ebreo in generale", in quanto scritto dal Michels c'è un indubbio elemento di verità.

Anche il semplice elenco degli ebrei che hanno dato un contributo decisivo allo sviluppo del movimento operaio dei diversi paesi e internazionale riempirebbe numerose pagine. A parte Marx, basti qui ricordare Ferdinand Lassalle, uno dei principali organizzatori del partito della classe operaia tedesca; gli esponenti della socialdemocrazia tedesca Paul Singer, Eduard Bernstein, Parvus (Alexander Israel Helphand), Rosa Luxemburg e Leo Jogiches (questi ultimi due attivi sia nel movimento operaio polacco sia in quello tedesco), Hugo Haase e Otto Landsberg, che furono due dei sei commissari del popolo del primo governo socialista in Germania (1918), il presidente dell'effimera Repubblica dei Consigli in Baviera, Kurt Eisner, e i suoi collaboratori Gustav Landauer, Eugen Leviné ed Ernst Toller; gli austriaci Victor e Friedrich Adler e Otto Bauer; gli ungheresi Bela Kuhn, presidente della Repubblica Sovietica Ungherese del 1919, e Gyorgyi Lukacs, uno dei maggiori teorici marxisti del nostro secolo; i bolscevichi russi Jakov Sverdlov, primo presidente dell'Unione Sovietica, Lev Trotski, Lev Kamenev, Grigorii Zinoviev, Karl Radek, Adolf Joffe, David Ryazanov, Mikhail Uritsky, Maksim Litvinov, V.Volodarski (Moiseij Markovic Goldstein), Solomon Lozovsky, Shimon Dimanshtein; i menscevichi russi Paul Axelrod, Lev Deutsch, Julius Martov, Theodor Dan, Mark Liber, Raphael Abramovich; il francese Léon Blum; gli italiani Umberto Terracini, Emilio Sereni, Claudio Treves, Giuseppe Emanuele Modigliani.

Oltre a partecipare come protagonisti di primissimo piano alla storia del movimento operaio internazionale in generale, gli ebrei hanno dato vita, nelle zone di maggior concentrazione ebraica, a specifici partiti e organizzazioni della classe lavoratrice ebraica. Il più importante di questi partiti operai ebraici è stato il Bund (Algemeyner Yidisher Arbeter Bund in Lite, Poyln un Rusland = Unione generale dei lavoratori ebrei in Lituania, Polonia e Russia), fondato clandestinamente a Vilna il 7-9 ottobre 1897. Un anno dopo, il Bund partecipava al congresso di fondazione del Partito operaio socialdemocratico di Russia, del quale entrava a far parte come "organizzazione autonoma; indipendente solo nelle questioni che interessassero specificamente il proletariato ebraico". Concepito dai suoi promotori e aderenti come il Partito del Proletariato ebraico, il Bund si prefiggeva di tutelarne gli interessi politici ed economici lì dove questo proletariato era concentrato.

Lo sviluppo del sionismo provocò di riflesso la progressiva accentuazione degli elementi nazionalistici presenti fin dalle origini nel bundismo e la rottura politica e organizzativa con il Partito operaio socialdemocratico di Russia che avvenne al secondo congresso del Posdr (Bruxelles - Londra, luglio - agosto 1903).

Come ha testimoniato Shimon Dimanshtein, che nei primi anni del potere sovietico è stato direttore del Commissariato centrale per gli affari ebraici del commissariato del popolo alle nazionalità, "la tattica del Bund tendeva a dividere il proletariato della Russia in tante sezioni nazionali quante erano le nazionalità dei paese, cosa che avrebbe condotto il partito sulla stessa via della socialdemocrazia austriaca, con tutti i suoi aspetti negativi, e avrebbe rafforzato il nazionalismo piccolo-borghese".

Nonostante il prevalere nelle sue file delle tendenze "autonomistiche" e "nazionalistiche ebraiche secolari" e benché Plekhanov ne considerasse i membri "sionisti con la paura del mal di mare", il Bund restò sempre violentemente avverso al sionismo e a qualsiasi concezione di una identità nazionale ebraica abbracciante gli ebrei di tutto il mondo indifferentemente dalla loro collocazione di classe, ai quali opponeva la propria ideologia di un nazionalismo antiterritoriale della diaspora.

Le condizioni di miseria e di oppressione degli ebrei russi favorirono, accanto e in concorrenza con il bundismo, la nascita del sionismo socialista. Il primo teorico di questa tendenza fu Nahman Syrkin (1867-1924) un giovane ebreo di Moghilev che nel 1898 illustrò le sue tesi nell'opuscolo Die judenfrage und der sozialistische Judenstaat (La questione degli ebrei e lo Stato socialista degli ebrei). Secondo questo primo profeta e dirigente del sionismo socialista, solo le masse povere avrebbero potuto realizzare l'ideale herzliano di uno Stato degli ebrei, Le masse erano le sole vere portatrici del nazionalismo ebraico e il solo vero socialismo era quello che avesse incluso nel suo programma la soluzione sionista della questione ebraica.

"La società senza classi e la sovranità nazionale -scriveva Syrkin nel suo opuscolo- sono i soli mezzi per risolvere completamente il problema ebraico. La rivoluzione sociale e la fine della lotta di classe normalizzeranno anche le relazioni degli ebrei e del loro ambiente circostante. L'ebreo deve, quindi, raggiungere i ranghi del proletariato, il solo elemento che si sforza di mettere una fine alla lotta di classe e di redistribuire il potere sulle basi della giustizia. L'ebreo è stato l'alfiere del liberalismo che lo ha emancipato come parte della sua guerra contro, la vecchia società; oggi, dopo che la borghesia liberale ha tradito i suoi stessi principi e si è compromessa con quelle classi il cui potere si basa sulla forza, l'ebreo deve diventare l'avanguardia del socialismo".

Vivamente ostile al sionismo spirituale di Ahad Ha-am, Syrkin preconizzava l'immigrazione in massa di lavoratori ebrei in Palestina per ricolonizzarla. Senza di ciò il sionismo era un'impostura o un tradimento. Lo Stato socialista degli ebrei caldeggiato da Syrkin risentiva fortemente l'influenza di Cernicevskij e del Falansterio di Fourier. La terra e gli altri mezzi di produzione dovevano essere proprietà dello Stato. Comuni gigantesche di diecimila membri ciascuna avrebbero dovuto dedicarsi ai lavori agricoli e industriali. Syrkin considerava la lotta di classe come uno dei grandi temi della storia ebraica e interpretava la storia del giudaismo antico in termini di lotta di classe, come la lotta delle masse lavoratrici ebraiche per un modo di vita socialista.

Il suo è però fondamentalmente un socialismo etico e utopistico senza nessuna seria connessione con il marxismo. Come in Hess, il suo socialismo affonda le radici nell'amore per l'umanità e negli ideali della profezia biblica, piuttosto che in una concezione scientifica, classista e rivoluzionaria, della società.

11. Ber Borochov e il sionismo socialista

Ispirato maggiormente al socialismo scientifico e al materialismo storico di Marx ed Engels, è invece il sionismo socialista di Dov Ber Borochov (1881-1917), autore del più consistente e significativo tentativo di conciliare il sionismo e il marxismo. Borochov ha fondato il partito " Poalé Zion " (Operai di Sion), i cui aderenti, a differenza dei bundisti, non "avevano paura del mal di mare", e sostenevano la necessità per gli ebrei di emigrare in Palestina per crearvi uno Stato socialista ebraico.

Nella sua opera, Borochov si propone di analizzare la storia degli ebrei e la loro posizione nella società da un punto di vista marxista. In realtà, però, il suo sforzo si esaurisce nel tentativo di applicare meccanicamente, in astratto, alcune tesi marxiste alla questione ebraica. Egli non considera gli ebrei all'interno della società, ma li isola, assumendoli come un'entità a sé stante. Di questa entità egli analizza la struttura sociale che gli appare anormale, come una piramide rovesciata la cui ristrettíssima base è costituita da un insignificante numero di operai e contadini, e che, a mano a mano che si procede verso l'alto, presenta strati sempre più larghi di commercianti, di intermediari, di imprenditori e di finanzieri. In altri termini, per Borochov la struttura della società ebraica è caratterizzata da una massiccia prevalenza numerica della borghesia sul proletariato. Dato che, però, secondo Marx, l'avvento del socialismo è possibile solo a partire da un diffuso proletariato che costituisca la schiacciante maggioranza della popolazione, per realizzare il socialismo tra gli ebrei Borochov sostiene la necessità di provvedere a una ristrutturazione della società ebraica che sia in grado di rimettere sulla sua base naturale la piramide, restituendo agli ebrei un assetto economico-sociale più conforme alla normalità. Questa ristrutturazione della società ebraica poteva essere conseguita, secondo Borocbov, solo mediante la concentrazione territoriale degli ebrei in Palestina.

"La liberazione del popolo ebraico -scriveva nel 1906- avverrà per mezzo del movimento operaio o non avverrà affatto. Però al movimento operaio non rimane che una strada: quella della lotta di classe; e la lotta di classe non è di nessun beneficio e non conduce ad un miglior avvenire altro che quando rivesta un carattere politico. Il territorialismo può costituire per il popolo ebraico un intenso bisogno, che esige imperiosamente di essere soddisfatto, e con tutto ciò non sarà che un'utopia, se il proletariato ebraico organizzato, rivoluzionario non si unirà al movimento territorialistico e non lo realizzerà col metodo proprio a lui solo: cioè mediante la lotta di classe. Non c'è posto nella vita per il sionismo proletario altro che quando il sionismo sia realizzabile per mezzo della lotta di classe; non c'è posto nella vita per il sionismo se non quando esista un sionismo proletario. Ma se il proletariato ebraico non ha una sua strada, tutta sua, per attuare il sionismo, tutto quanto il sionismo non è che un sogno vacuo e nient'altro".

Così, anche Borochov, sia pure con motivazioni diverse da quelle tradizionali di ordine storico e religioso, finisce coll'indicare la Palestina come sede dell'insediamento nazionale ebraico.

"Il bisogno che hanno gli ebrei di emigrare -scriveva ancora- non può essere soddisfatto né avviandosi a paesi di grande capitalismo, come hanno fatto nella precedente emigrazione, né dirigendosi verso paesi a vasta ruralità. L'emigrazione ebraica deve rivolgersi verso un paese a carattere semirurale, verso la Palestina. La Palestina è l'unico paese in cui gli ebrei non hanno da temere né d'incontrare un'opposizione organizzata né di essere respinti. In tutti gli altri paesi le inferiorità civili e il divieto di immigrazione non sono che espressioni della miseria della popolazione locale che non vuole concorrenti stranieri".

Da quanto precede risulta con chiarezza come nella costruzione teorica di Borochov (al di là della sincerità e della coscienza che ne aveva l'autore) il marxismo rappresenta solo una facciata, un pretesto, mentre la sostanza, la realtà è rappresentata da un sionismo spinto all'estremo. Particolarmente significativo appare quanto egli scrive sui rapporti, di aperto carattere coloniale, da instaurare in Palestina tra ebrei e arabi: "Gli abitanti della Palestina non sono un tipo economico autonomo. Sono sparsi e senza legame, non solo a causa della costituzione geografica del paese e per la molteplice varietà delle religioni, ma anche perché il paese è come un ospizio internazionale. Gli abitanti della Palestina non sono una nazione e non lo saranno per molto tempo. Facilmente e presto ricevono qualunque tipo culturale più alto, che sia importato di fuori. Non posseggono forza sufficiente per unirsi allo scopo di fare opposizione organizzata alle influenze straniere. Non sono capaci di una concorrenza nazionale; la loro emulazione è individuale, parziale. Una parte degli abitanti della Galilea si è russificata nel corso di alcune decine d'anni per influsso di qualche decina di scuole e seminari russi. I fellah vicini alle colonie ebraiche mandano volentieri i loro bambini alle scuole ebraiche. Gli abitanti della Palestina riceveranno qualsiasi tipo economico e culturale che conservi la posizione economica predominante nel paese. Gli abitanti della Palestina si assimileranno economicamente e culturalmente a quelli che porteranno ordine nel paese e che assumeranno il compito di sviluppare le energie produttive della Palestina, e gli abitanti del luogo si assimileranno in corso di tempo, economicamente e culturalmente, agli ebrei".

In definitiva, come si vede, l'opera di Borochov, che pure è stato il teorico più profondo del sionismo socialista, dimostra l'impossibilità di una sintesi tra l'ideologia sionista e il marxismo, tra il movimento sionista e la rivoluzione socialista.

12. Il sionismo armato: Jabotinsky e il revisionismo

Nel panorama complesso ed estremamente vario delle ideologie e dei movimenti sionisti, una posizione di eccezionale importanza è occupata dal sionismo revisionista, la tendenza di estrema destra, sciovinista e aggressiva, con venature non superficiali di fascismo, che ha avuto il suo massimo teorico e organizzatore nell'ebreo russo di Odessa Vladimir Ze'ev Jabotinskv (1880-1940). E questo non solo per la notevole personalità del suo fondatore, ma anche perché, al di là di tutte le apparenze e le dichiarazioni contrarie, quella estremista di Jabotinskv ha finito con l'essere la linea vincente, e perché l'ideologia revisionista ha permeato più profondamente di qualsiasi altra la realtà dello Stato di Israele, fino a divenire l'ideologia ufficiale con la conquista del potere in Israele, nel maggio del 1977, da parte di Menahem Begin che di Jabotinsky è il maggior erede.

Ragazzo prodigio e terribile del sionismo, del quale è stato senza dubbio la figura più controversa, Vladimir Jabotinsky si dedicò con successo, giovanissimo, al giornalismo. Al sionismo si avvicinò nel 1903 quando collaborò nella nativa Odessa alla creazione di un corpo di autodifesa ebraica contro le violenze antisemite. Fino alla prima guerra mondiale visitò numerosi paesi europei (dal 1898 al 1901 visse in Italia dove seguì i corsi dell'Università di Roma) e si trattenne per qualche tempo in Turchia al tempo della rivoluzione giovane turca.

Nonostante il suo ardore sionista, fino allo scoppio della guerra egli non riuscì a emergere dai ranghi del movimento. Seguace di Herzl, egli era convinto che il sionismo aveva un senso solo se avesse posto al centro della sua ideologia e della sua azione pratica la lotta politica decisa per la creazione di uno Stato ebraico. Era quindi contrario al sionismo pratico e a quello sintetico di Weizmann, che dopo la morte di Herzl divenne la tendenza principale. Convinto che né i turchi né gli arabi avrebbero mai accettato gli obiettivi del sionismo, egli considerava inutile la cautela con cui i maggiori esponenti del sionismo parlavano dei fini ultimi del movimento per non inimicarsi il governo di Costantinopoli e gli arabi. La colonizzazione della Palestina dipendeva, secondo lui, dalle realizzazioni politiche e, in definitiva, dai rapporti di forza.

Dopo l'entrata dell'Impero Ottomano nella prima guerra mondiale, egli acquistò la convinzione che le prospettive delle aspirazioni sioniste dipendevano dal successo degli Alleati nella guerra e dalla loro volontà politica. Per ottenere l'appoggio della Gran Bretagna e dei suoi alleati al progetto di creare una sede nazionale ebraica in Palestina, Jabotinsky, insieme ad altri esponenti sionisti che condividevano le sue posizioni massimaliste (in particolare Joseph Trumpeldor e Pinhas Rutember), suggerì la creazione di unità militari volontarie composte da ebrei da inquadrare negli eserciti alleati (la Legione ebraica). Egli stesso si arruolò come soldato semplice e finì la guerra col grado di tenente.

Nel 1920 egli diresse a Gerusalemme la difesa ebraica contro gli arabi. Arrestato dalle autorità britanniche venne condannato a 15 anni di lavori forzati. Dopo pochi mesi di carcere venne amnistiato dall'Alto Commissario britannico in Palestina, Herbert Samuel. Successivamente la condanna venne del tutto cassata dal comandante in capo britannico in Egitto.

Nel marzo del 1921 entrò nell'esecutivo sionista dal quale si dimise due anni dopo per protestare contro la politica di Weizmann. Alla decisione di dimettersi non dovette comunque essere estraneo il discredito che lo aveva colpito dopo le rivelazioni sui suoi tentativi di allearsi con il regime nazionalista e antisemita ucraino in esilio di Petliura per invadere l'Ucraina sovietica partendo dalla Polonia.

Nel 1925 Jabotinsky creò un partito massimalista di estrema destra, l'Unione mondiale dei sionisti revisionisti (Zohar) di cui fu l'deologo e capo assoluto fino alla morte avvenuta nel 1940 negli Stati Uniti (a partire dal 1929, quando egli uscì dalla Palestina per partecipare al XVI congresso sionista a Zurigo, le autorità britanniche gli impedirono di rientrare nel paese). Nel 1935 provocò una scissione nell'Organizzazione Sionista mondiale e creò la concorrente Nuova Organizzazione Sionista.

Filiazioni del partito di Jabotinsky furono il movimento giovanile revisionista Betar e le organizzazioni terroristiche Irgun Zevai Leumi (Organizzazione militare nazionale) creata nel 1931 come braccio armato clandestino del partito revisionista, e Lehi (Lohamei Herut Israel = Combattenti per la libertà di Israele) più nota come "banda Stern", fondata nel 1940 da dissidenti dell'Irgun.

Il credo politico e ideologico di Jabotinsky può essere riassunto nei seguenti punti: cessazione del Mandato britannico sulla Palestina; creazione immediata di uno Stato ebraico sulle due rive del Giordano (quindi anche in Transgiordania); educazione nazionalistica e militarista della gioventù; antimarxismo, anticomunismo e antisovietismo di principio; conservatorismo economico; rifiuto della lotta di classe; mistica dello Stato; creazione di uno Stato autoritario e corporativo.

"Al principio della formazione della società -scriveva nel 1933-, le classi non sono classi, i proletari non sono proletari e la borghesia non è borghesia. Essi sono solo "pionieri", solo "halutzim" [... ] l'idea della lotta di classi in Erez Israel costituisce niente più che una menzogna", essendo impensabile la solidarietà tra proletari ebrei e arabi. E poiché, nonostante tutto, bisognava riconoscere che "gli interessi privati degli operai non sono gli stessi degli interessi privati del loro datore di lavoro", egli indicava la soluzione di questo conflitto di interessi nell'intervento autoritario e corporativo dello Stato: "Arbitrato nazionale obbligatorio in tutte le controversie sociali nell'economia ebraica e anatema contro i due delitti nazionali, che si chiamano sciopero e serrata".

Si è a lungo discusso se il sionismo revisionista sia stato una "variante ebraica del fascismo" e se il partito di Jabotinsky abbia avuto "carattere nettamente fascista".

Secondo Carlo Leopoldo Ottino, "le coincidenze ed affinità non condussero Jabotinsky e buona parte dei suoi seguaci ad una vera e propria adesione al fascismo. Ne furono ostacolo, più che una sensibilità per i principi democratici talvolta anche affermata, ma su cui è lecito nutrire vari dubbi, l'esclusivismo ideologico [... ], la necessità assoluta di non rompere i ponti o screditarsi completamente con i vasti settori mondiali più o meno avversi al totalitarismo fascista e -ultima ma non secondaria ragione- il deterioramento e poi il rapido precipitare dei rapporti col fascismo man mano che questo andò imboccando la strada filonazista. Verso il III Reich infatti la preclusione di Jabotinsky era stata tempestiva: non si trattava tanto di una questione di sistema, ma pregiudiziale e vitale era l'opposizione a quel regime che aveva sin dal principio sistematicamente teorizzato e adottato la discriminazione razziale, la persecuzione antisemita", che è quanto dire che, se non fosse stato per l'antisemitismo, per il resto revisionismo, fascismo e nazismo avrebbero potuto trovare solide basi di convergenza e di collaborazione.

Il problema del "fascismo" del revisionismo non può però essere correttamente esaminato e liquidato guardando solo ai rapporti del revisionismo con il fascismo italiano e tedesco. Questo problema va affrontato esaminando in sé e per sé i principi teorici e la pratica politica del movimento di Jabotinsky. Ora, collocandoci in questa prospettiva, non c'è dubbio che il revisionismo abbia presentato caratteri fascisti non secondari né superficiali: dal nazionalismo esasperato e sciovinista al militarismo più aggressivo, dal razzismo antiarabo all'odio mortale per il marxismo, il comunismo e l'Unione Sovietica, dal corporativismo alla mistica dello Stato, dalla volontà di sopprimere la lotta di classe a tutta la generale ispirazione reazionaria, totalitaria e antidemocratica.

Quel che qui maggiormente interessa, comunque, è il posto del revisionismo nel quadro del sionismo. E' indubbio che le idee di Jabotinsky hanno finito col permeare tutta l'ideologia sionista e le strutture dello Stato di Israele, molto prima dell'accesso dell'erede di Jabotinsky, Menahem Begin, al potere.

Come scriveva nel 1947 il presidente dell'Università ebraica di Gerusalemme, Judah L. Magnes, "uno Stato ebraico può essere ottenuto, se mai lo sarà, solo con la guerra […]. Potete parlare a un arabo di qualsiasi cosa, ma non gli potete parlare dello Stato ebraico, E questo perché uno Stato ebraico significa, per definizione, che gli ebrei governano altre persone, altre persone che vivono in questo Stato ebraico […]. Jabotinsky lo ha saputo da sempre. Egli è stato il profeta dello Stato ebraico. Jabotinsky ha ricevuto l'ostracismo, è stato condannato, scomunicato. Ma vediamo attualmente che quasi tutto il movimento sionista ha adottato il suo punto di vista […]. Nei suoi primi scritti egli ha detto: "Si è mai visto un popolo dare il proprio territorio di spontanea volontà? Del pari, gli arabi di Palestina non rinunceranno alla loro sovranità senza violenza" [ …]. Tutte queste cose sono ora adottate da coloro che lo hanno scomunicato".

13. Un primo bilancio provvisorio

A questo punto val la pena di presentare e commentare brevemente alcuni dati demografíci di rilevante significato storico e politico utili per valutare l'estensione e l'influenza effettive del sionismo.

Come già detto, nel 1800 gli ebrei di Palestina erano valutabili in circa 10.000. Divennero via via: 12.000 nel 1850; 24.000 nel 1880; 35.000 nel 1890; 55.000 nel 1900; 80.000 nel 1910; 85.000 nel 1914. Degli 85.000 ebrei viventi in Palestina allo scoppio della prima guerra mondiale, 35-40.000 erano immigrati che possiamo definire sionisti. Poiché tra il 1882, data d'inizio della prima Aliah, e il 1914 erano entrati in Palestina oltre 100.000 ebrei, risulta che oltre il 60 per cento di questi olim, dopo un periodo per lo più breve passato nella "Terra dei padri", avevano preferito andarsene altrove, per lo più negli Stati Uniti (tra questi lo stesso autore dell'Ha-Tikva, l'inno nazionale sionista). A conti fatti l'accrescimento naturale annuo della popolazione araba palestínese corrispondeva quasi al numero totale di ebrei installatisi in Palestina in un periodo di circa 40 anni.

Durante la prima guerra mondiale la popolazione ebraica della Palestina diminuì di circa 30.000 unità. Secondo il censimento fatto nel 1919 dal Palestine Zionist Office, alla fine della guerra gli ebrei palestinesi erano circa 56.000.

Con l'istituzione del Mandato e della "sede nazionale ebraica" dopo la prima guerra mondiale, la popolazione ebraica riprende a crescere, soprattutto grazie alle misure favorevoli all'immigrazione adottate dalla potenza mandataria.

Nel periodo tra il 1881 e il 1930 il totale degli ebrei emigrati in vari paesi da quelli di origine fu di circa 4 milioni di persone (per la precisione 3 milioni 975). Di questi. solo 210.000 andarono nella cosiddetta "Terra dei padri", e quelli che vi rimasero furono meno di 120.000, cioè appena il 3 per cento. Se limitiamo l'indagine al decennio 1921-1930, in corrispondenza con la creazione della sede nazionale ebraica, abbiamo che gli ebrei emigrati complessivamente furono 683.812. Di questi, 110.006, pari al 16,1 per cento, emigrarono in Palestina. L'afflusso maggiore si ebbe nei primi anni, fino al 1926, con una punta massima di 33.801 immigrati nel 1925 in coincidenza con lo scatenamento di un'ondata di antisemitismo in Polonia (aliah di Grabski, dal nome di Wladyslaw Grabski, capo del governo polacco che aveva varato una legislazione antiebraica).

Le cifre parlano chiaro: la creazione della "sede nazionale ebraica" è servita ad attirare in Palestina un numero maggiore di ebrei rispetto ai decenni precedenti. Tuttavia, l'84 per cento degli ebrei emigrati negli anni Venti, cioè la schiacciante maggioranza, preferirono altri paesi alla loro "patria storica".

Per essere interpretati correttamente, questi dati hanno però bisogno di essere integrati con un'altra voce e, quindi, di un ulteriore e più approfondito esame. Infatti, anche se meno documentato del flusso immigratorio, è sempre esistito un flusso emigratorio di ebrei dalla Palestina. Dato che nel decennio 1921-1930 il saldo attivo tra immigrazione ed emigrazione è stato di circa 73.000 unità, risulta che nel primo decennio della "sede nazionale" hanno abbandonato la Palestina ben 37.000 ebrei, pari al 33,6 per cento degli immigrati. Addirittura, nel 1927, per 2713 immigrati vi furono 5071 emigrati con un saldo passivo di 2358 unità. Nel 1928 il saldo attivo fu di 10 unità (2178 immigrati e 2168 emigrati). Da rilevare il fatto che il 75 per cento di questi emigrati erano venuti in Palestina dopo la fine della prima guerra mondiale, a conferma della tendenza secondo cui la passione sionista si attenua o si smorza una volta approdati nella "Terra promessa" .

La conclusione generale che questi dati ci consentono di trarre, al di là di qualsiasi elucubrazione e manipolazione, è che il sionismo è rimasto praticamente estraneo alle grandi masse ebraiche ed è stato un fenomeno del tutto marginale nella storia ebraica, un fenomeno quanto meno sopravvalutato.

Nel 1931, che possiamo considerare come ultimo anno normale per la vita ebraica, in Palestina, su una popolazione complessiva di 1.035.154 abitanti, gli ebrei erano 175.006, pari al 16,9 per cento. Gli arabi Palestinesi rappresentavano l'83,1 per cento della popolazione del paese. A quella data la popolazione ebraica mondiale ammontava a 15.152.512 persone. Gli ebrei di Palestina erano quindi una minuscola frazione, appena l'1,5 per cento della popolazione ebraica mondiale.

Le cose cambieranno dopo l'avvento del nazismo al potere in Germania. Nei 7 anni dal 1933 al 1939, in Palestina affluiranno oltre 200.000 ebrei raddoppiando la popolazione israelitica del paese. Ma non si tratterà di gente andata a costruirsi uno Stato, bensì di disperati alla ricerca di un rifugio, che non riuscivano a trovare altrove.

Dal 1933 al 1939 crolla verticalmente il numero degli immigrati "puri", "sionisti". Il senso tragico di questa realtà è dato dalla domanda agghiacciante che gli ebrei di Palestina erano soliti porre ai nuovi arrivati: "Perché siete venuto in Palestina? Per idealismo o dalla Germania?".

Anche dopo la seconda guerra mondiale e lo sterminio di sei milioni di ebrei nei campi della morte nazisti, l'immigrazione in Palestina è più una drammatica necessità che una scelta libera e precisamente motivata. I sopravvissuti alla "soluzione finale della questione ebraica" volevano tornare alle loro case d'origine o emigrare in altri paesi, ma solo una parte avevano la Palestina come meta al loro viaggio.

Nel suo "Rapporto preliminare al presidente Truman sui profughi in Germania e Austria", dell'agosto 1945, il rappresentante americano nel Comitato intergovernativo per i rifugiati, Earl G. Harrison, scriveva: "Per ragioni ovvie e che non è necessario discutere, la maggior parte degli ebrei vogliono abbandonare appena possibile la Germania e l'Austria. [...] Una parte desiderano tornare nei loro paesi d'origine, ma tra questi esistono diverse varianti nazionali. Pochissimi ebrei polacchi o baltici desiderano tornare nei loro paesi; la maggior percentuale dei gruppi ungherese e romeno vuole rimpatriare [...]. Con riferimento ai possibili luoghi di nuova installazione per coloro che sono apolidi o che non desiderano rientrare nelle loro sedi, la scelta principale cade definitivamente e prevalentemente sulla Palestina. Molti adesso hanno i loro parenti in questo paese, mentre altri, che hanno sperimentato per anni l'intolleranza e la persecuzione nelle loro patrie, ritengono che solo in Palestina possono essere i benvenuti, trovare pace e quiete e avere un'opportunità di vivere e lavorare. Nel caso degli ebrei polacchi e baltici, il desiderio di andare in Palestina è basato nella grande maggioranza dei casi sull'amore per il paese e sulla devozione per l'ideale sionista. E' anche vero, d'altra parte, che ci sono molti che vogliono andare in Palestina perché si rendono conto che le loro possibilità di essere ammessi negli Stati Uniti o in altri paesi dell'emisfero occidentale sono limitate, se non inesistenti. Qualunque sia il motivo che li spinga a volgersi verso la Palestina, è indubbiamente vero che la grande maggioranza degli ebrei attualmente in Germania non intendono tornare nei paesi dai quali sono venuti. La Palestina, anche se chiaramente la scelta della maggior parte, non è il solo luogo indicato di possibile immigrazione. Alcuni, ma il numero non è eccessivo, desiderano immigrare negli Stati Uniti dove hanno i loro parenti, altri in Gran Bretagna, nei Dominions britannici o in Sud America".

Per convogliare in Palestina i sopravvissuti del grande olocausto fu necessario sguinzagliare in Europa gli emissari dell'Aliah Beth (l'organizzazione incaricata di promuovere l'immigrazione clandestina in Palestina) che svolsero un'ampia opera di convinzione e di organizzazione. Al grosso del lavoro provvidero, però, gli Stati Uniti che, decisi a non assorbire i superstiti ebrei d'Europa, fecero di tutto per dirottarli in Palestina, contro la volontà della Gran Bretagna e spesso contro la volontà degli stessi ebrei che furono costretti a scegliere la "terra promessa" per mancanza di un altro luogo disposto ad accoglierli.

Una prima conclusione che possiamo trarre da quanto precede è che vicende che hanno portato alla creazione dello Stato ebraico in Palestina, più che un trionfo degli ideali del sionísmo, sono il risultato dell'antisemitismo: non solo di quello nazista, ma anche di quello delle "democrazie" occidentali che, dopo la seconda guerra mondiale, chiusero brutalmente la porta in faccia all'immigrazione ebraica costringendola a orientarsi verso la Palestina.

Questo fallimento del sionismo era stato sottolineato, nel senso di cui sopra, dal grande storico ebreo, nazionalista e antisionista, Simon Dubnov che nella sua Storia moderna del popolo ebraico (edizione tedesca del 1920-1923) ha scritto: "Lilienblum, Pinsker, Lewanda, delusi nella loro speranza nell'emancipazione civile, hanno lanciato la parola d'ordine: "Siamo stranieri dovunque, dobbiamo tornare a casa nostra!". Questa risposta semplice, elementare alla complessa questione nazionale è stata per molti una teoria seducente, ma nella pratica ha fatto maturare solo conseguenze limitate. Le grandi masse di emigranti non potevano trovare posto sufficiente sullo stretto sentiero della colonizzazione palestinese che intravvedevano i pionieri e gli entusiasti dell'idea. L'emigrazione annuale di alcune centinaia di uomini in Palestina, mentre decine di migliaia partivano contemporaneamente per l'America, faceva apparire senza fondamento le speranze di trapianto del centro del popolo ebraico dalla Diaspora alla patria storica".

Dal canto suo, lo storico Walter Laqueur ha scritto: "Lo Stato ebraico vide la luce proprio nel momento in cui il sionismo aveva perso la sua ragion d'essere, che era di apportare una soluzione alla dura condizione degli ebrei dell'Europa orientale. [... ] Senza il massacro di milioni di ebrei e l'eccezionale congiuntura che si presentò alla fine della guerra, lo Stato ebraico non avrebbe mai visto la luce".

Ed è questa una pietra tombale impietosa ma giusta, posta da mano non sospetta, sul sionismo e sulla sua pretesa di risolvere totalmente e per sempre la questione degli ebrei.


 

Due pesi due misure:
riconoscere il terrorismo dello Stato d'Israele 

di Paolo Barnard (giornalista di Report, Rai3), tratto da www.peacelink.it 

Si tratta di una cronologia che dimostra come il Terrorismo sia stato da sempre uno strumento proprio sia dei sionisti che dello Stato di Israele, e dunque non una prerogativa esclusivamente palestinese e/o islamica.
Come sapete, oggi la "narrativa" ufficiale sul Medioriente non riconosce questa verità storica, e solo ai palestinesi viene ufficialmente chiesto di fermare il Terrorismo. Noi tutti sappiamo quanto questo sia non solo ingiusto, ma anche controproducente per ogni speranza di pace. Non ci sarà pace senza verità. Purtroppo però tanti di noi, dai giovani attivisti ai semplici cittadini di buon senso, non sono in grado di sostenere queste tesi con argomentazioni inoppugnabili o senza timore di essere accusati di faziosità o, peggio, di antisemitismo.
Il mio documento offre uno STRUMENTO accessibile a tutti per poter sostenere e divulgare senza timore di smentite ciò che sappiamo essere più vicino alla verità e soprattutto più utile alla pace. Si badi bene, il documento non pretende di avere valore storiografico. Non e' scritto per l'esperto. E' scritto per le persone comuni, e si basa su fonti al di sopra delle parti: l'ONU e Amnesty International principalmente. Queste fonti sono la sua forza.
Ve lo offro sperando che lo divulghiate il più possibile, perché quella "narrativa" distorta sul Terrorismo in Palestina sta causando tragedie all'infinito. Dobbiamo rettificarla, assolutamente, come primo passo per la pace.
Nell'introduzione troverete maggiori dettagli.
Grazie
Paolo Barnard, giornalista di Report, RAI3.

Introduzione.
In Medioriente dilaga il fenomeno del Terrorismo. A noi e' particolarmente noto il Terrorismo palestinese e/o islamico, ma c'e' anche il Terrorismo israeliano. Il primo e' internazionalmente riconosciuto, il secondo no. E qui sta il problema.
Prima di continuare e per sgombrare il campo da possibili equivoci, ribadiamo con decisione che non v'e' dubbio che per decenni alcuni gruppi palestinesi si siano macchiati, e ancora oggi si macchino, di orrendi crimini terroristici che non trovano alcuna giustificazione politica ne' morale. La condanna di questi crimini, che storicamente colpiscono soprattutto lo Stato di Israele, deve essere assoluta.
Eppure, rimane il fatto che in occidente si fatica ad ammettere che Israele ha praticato e pratica il terrorismo. Taluni rigettano questa nozione radicalmente, anche se la Storia lo dimostra in maniera incontrovertibile.
Ciò ha dato origine a una impostazione ideologica errata e catastrofica nelle sue conseguenze, a causa della quale ogni approccio internazionale al conflitto israelo-palestinese viene fatalmente viziato da un sistema di "due pesi due misure": solo ai palestinesi viene formalmente chiesto di abbandonare le pratiche terroristiche, a Israele mai. Questo produce continui fallimenti.
Tale pregiudizio trova appoggio in vaste fasce delle opinioni pubbliche occidentali. Infatti, alle parole "Terrorismo mediorientale" noi associamo d'istinto i volti dei guerriglieri palestinesi, libanesi o iraniani, ovvero del fanatismo islamico armato; ma non ci viene altrettanto spontaneo associarvi i volti dei soldati d'Israele, o quelli dei loro leader politici. Questo e' potuto accadere perché l'Occidente ha intenzionalmente alterato la "narrativa" del conflitto israelo-palestinese, per tutelare i propri interessi nell'area. Lo dimostra lo stesso linguaggio mediatico internazionale: da anni in tv o sulle prime pagine dei giornali gli attacchi palestinesi contro i civili israeliani sono sempre definiti (a ragione) "terroristici", ma quelli altrettanto terrorizzanti delle Forze di Difesa Israeliane contro i civili palestinesi sono sovente chiamati "di autodifesa"; le azioni dei kamikaze di Hamas sono "massacri", mentre le centinaia di omicidi extragiudiziali commessi dai Servizi Segreti israeliani vengono definiti "esecuzioni capitali mirate", e così all'infinito (Chomsky-Fisk-Said et al.).
Tutto ciò ci ha lentamente resi incapaci di riconoscere l'esistenza del Terrorismo di matrice israeliana, assieme alle atrocità che causa e che ha causato.
E' imperativo rettificare questo pregiudizio, iniziando dalla accettazione, da parte della comunità internazionale impegnata nel processo di pace, della verità storica. Questo significa che mentre giustamente condanniamo il Terrorismo palestinese, dobbiamo abbandonare il nostro rifiuto di riconoscere e di censurare il Terrorismo di Israele.
Se ciò non accadrà, non vi è speranza di pace in Medioriente.
A prova di quanto affermato sopra, sono di seguito elencati alcuni fra i peggiori atti di Terrorismo commessi in Medioriente dalla comunità sionista prima e da Israele o da israeliani poi, con una scrupolosa bibliografia. Le fonti sono principalmente i documenti dell'ONU e di Amnesty International; questo perché siamo consapevoli che nell'esporre un tema tanto controverso ci si deve affidare a fonti assolutamente e storicamente al di sopra delle parti. Abbiamo di proposito scartato ogni fonte che potesse anche vagamente essere accusata di partigianeria, e per tale motivo siamo stati costretti a non includere in questo documento centinaia di "atti di Terrorismo israeliani" riportati nella letteratura sul Medioriente.
Lo ribadiamo: questo lavoro non e' un atto di accusa contro Israele fine a sé stesso, perché se così fosse sarebbe un esercizio sterile. Esso vuole aiutare il pubblico a rettificare quella "narrativa" distorta che basandosi su "due pesi due misure" condanna il Medioriente a una violenza senza fine. Ai lettori il giudizio.

SINTESI STORICA ESSENZIALE PER LA COMPRENSIONE DEL DOCUMENTO.
Al declino dell'impero Ottomano, a partire dal 1880, gruppi di ebrei europei emigrarono in Palestina dove stabilirono alcune colonie. Fondarono il movimento Sionista, da cui presero il nome di sionisti.
Nel 1914, gli immigranti sionisti in Palestina erano 85.000, gli arabi musulmani e cristiani erano 500.000, ai quali si aggiungevano gli ebrei cosiddetti Ottomani (già presenti da tempo in Palestina e perfettamente integrati).
Nel 1916 le potenze europee siglarono l'accordo di Sikes-Picot: si trattava del piano alleato per dividere l'impero Ottomano (in disfacimento). Gli inglesi di fatto divennero la potenza coloniale in Palestina.
Nel 1921 cominciarono gli scontri fra arabi ed ebrei (a Jaffa 200 morti ebrei e 120 morti arabi).
Nel 1922 l'Inghilterra ricevette dalla Lega delle Nazioni il Mandato per la Palestina.
I rapporti fra arabi e sionisti si deteriorano, e nel frattempo le tensioni vengono peggiorate dalla ulteriore ondata di immigrazione di ebrei che fuggono dalla furia genocida di Hitler.
Cominciano le proposte inglesi di formazione di 2 Stati separati. Esse scontentano sia gli arabi che i sionisti, e le violenze nel frattempo aumentano. E' a questo punto che i sionisti si organizzano in gruppi di guerriglia.
Nel 1947 gli Inglesi rinunciano al Mandato e passano la palla all'ONU.
Nel Maggio 1948 gli Stati arabi mandano truppe in aiuto ai palestinesi. Ma già le truppe ebraiche avevano conquistato grandi fette di territorio designato dall'ONU come Arabo, provocando la fuga di 300.000 rifugiati palestinesi. Lo Stato d'Israele viene proclamato il 14 maggio 1948. La guerra continua, e all' inizio del 1949 Israele vince conquistando il 73% della Palestina. I rifugiati palestinesi sono ora 725.000.
Ai palestinesi, alla fine della guerra, rimane Gaza e la Cisgiordania. Nel 1956, Israele attacca l'Egitto conquistando Gaza e il Sinai, ma gli USA li convincono a ritirasi un anno dopo.
Nel 1964 gli Stati arabi creano l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).
Nel Maggio 1967 il presidente egiziano Nasser stringe un patto di difesa con la Giordania. Ma Israele non aspetta, e nel Giugno 1967 attacca l'Egitto. E' la nota Guerra dei 6 Giorni. In un baleno Israele occupa il Sinai, Gaza, la Cisgiordania, parte del Golan siriano e Gerusalemme Est.
Nel Novembre 1967 il Consiglio di Sicurezza dell'ONU condanna la conquista dei territori da parte di Israele con la risoluzione 242, che specificamente chiede il ritiro israeliano dai territori occupati nella Guerra dei 6 Giorni.
1973, attacco egiziano e siriano a sorpresa contro Israele (guerra del Kippur). Israele e' in seria difficoltà, e solo grazie a un massiccio aiuto militare americano si riprende e addirittura avanza nel Golan.
La base della guerriglia dell'OLP si sposta nel Libano del sud. Nel 1978 Israele invade il sud del Libano. Di nuovo il Consiglio di Sicurezza dell'ONU condanna l'invasione con la risoluzione 425, e tenta di separare i belligeranti con un contingente di caschi blu (UNIFIL).
Nel Settembre 1978 il presidente egiziano Sadat va a Camp David negli USA, dove firma i famosi accordi con Israele. Israele in cambio si ritira dal Sinai. Sadat firma a Washington il 26 marzo 1979 la pace con Israele, primo Stato arabo a farlo. Nel 1982 Israele reinvade il Libano, e arriva fino a Beirut. Gli USA mediano nella fuga da Beirut dell'OLP e di Arafat, ma nessuno protegge i civili palestinesi: strage nel campo profughi di Sabra e Chatila. Israele si ritirerà dal Libano (esclusa una fascia al sud) nel 1985. Dicembre 1987. Nei territori occupati il pugno di ferro di Israele trova ora un fronte unito, e i giovani palestinesi si lanciano nell'Intifada (sollevazione).
Nel 1988 Arafat rinuncia ufficialmente al Terrorismo e accetta la risoluzione 242, implicitamente riconoscendo l'esistenza di Israele. 1993: a Oslo si svolgono colloqui segreti fra l'OLP e il laborista israeliano Shimon Perez con mediazione norvegese di Joan Jorgen Holst.
Il 9 Settembre 1993 Arafat firma la lettera di riconoscimento dello Stato di Israele, e Israele il 10 Settembre riconosce l'OLP come il legittimo rappresentante dei palestinesi.
Lunedì 13 Settembre 1993 Arafat e Rabin a Washington firmano una Dichiarazione di Principi, che comprende il mutuo riconoscimento di Israele e dell'OLP, il ritiro israeliano da Gaza e da Jerico, e un non meglio specificato ritiro israeliano da alcune aree della Cisgiordania entro 5 
anni (accordi di "Oslo"). A partire dal 1999 il premier israeliano Barak concede ad Arafat alcuni territori in più, e a metà del 2000 l'Autorità Palestinese si trova a controllare il 40% della Cisgiordania e il 65% di Gaza. Ma stiamo parlando di pezzetti di territorio palestinese scollegati e interamente circondati da insediamenti ebraici, e controllati giorno e notte da cordoni di militari israeliani.
Nel luglio del 2000 il presidente americano Clinton convince Arafat e il premier israeliano Barak ad andare a Camp David (USA) per finalizzare gli accordi di Oslo. L'incontro naufraga in un nulla di fatto.
28 Settembre 2000. Ariel Sharon, leader dell'opposizione israeliana, sfila a piedi presso la moschea di Al Aqsa a Gerusalemme, che è uno dei luoghi più sacri della religione musulmana. Questo viene visto come un oltraggio imperdonabile, e i palestinesi si lanciano nella seconda Intifada. Nel febbraio 2001 il laborista Barak perde le elezioni e diviene premier Ariel Sharon del partito Likud.

IL TERRORISMO SIONISTA: 
La prima fase dal 1942 al 1947, prima della nascita dello Stato di Israele.
* I testi virgolettati sono traduzioni di documenti originali. Le spiegazioni del redattore sono in corsivo.
1942.
"Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale anche la comunità sionista (in Palestina) adottò metodi violenti di lotta. L'uso del Terrorismo da parte loro e' descritto in un documento ufficiale del governo britannico di allora": 'Nel 1942 un piccolo gruppo di estremisti sionisti, guidati da Abraham Stern, si fece notare per una serie di omicidi e di rapine politicamente motivati" (1)
***
1944.
"Il Ministro inglese per il Medioriente, Lord Moyne, viene assassinato da due membri del gruppo Stern, al Cairo. Sempre nello stesso anno il gruppo fuorilegge sionista Irgun Tzeva'i Leumi distrugge numerose proprietà del governo britannico. Le azioni terroristiche dei gruppi Stern e Irgun sono state condannate dallo stesso portavoce della Comunità Ebraica". (1)
***
1946.
"Il 22/7/1946, la campagna condotta delle organizzazioni terroristiche (sioniste) raggiunse nuovi livelli, con una esplosione che distrusse un'ala dell'hotel King David di Gerusalemme, che conteneva gli uffici della Segreteria del governo e il quartier generale britannico, uccidendo 86 
impiegati, arabi ebrei e inglesi, e 5 passanti". (1)
***
1946.
"Altre attività terroristiche (sioniste) includono: il rapimento di un giudice inglese e di alcuni ufficiali, e l'attentato dinamitardo a un Club di Ufficiali inglesi a Gerusalemme con grave perdita di vite umane". (1)
***
"Menachem Begin (futuro premier israeliano) fu definito dagli inglesi un "leader terrorista" per aver fatto esplodere l'hotel King David a Gerusalemme, che a quel tempo venne considerato uno dei peggiori atti terroristici del secolo." (1bis)
***
Un altro documento ufficiale britannico del 1946 dichiara:
"Il Governo di Sua Maestà britannica e' arrivato alle seguenti conclusioni: che il gruppo (sionista) Haganah e il suo associato Palmach lavorano sotto il controllo politico dei membri della Agenzia Ebraica; e che essi sono responsabili di sabotaggi e di violenze..." (2)
***
"Questa campagna terroristica contro gli arabi palestinesi e contro gli inglesi raggiunse tali proporzioni che Churchill, un forte sostenitore dei sionisti e a quel tempo Primo Ministro inglese, dichiarò alla Camera dei Comuni: "Se i nostri sogni per il sionismo devono finire nel fumo delle pistole degli assassini e se i nostri sforzi per il futuro del sionismo devono produrre un nuovo gruppo di delinquenti degni della Germania nazista, molti come me dovranno riconsiderare le posizioni tenute così a lungo". (3)

ALCUNI COMMENTI STORICI SU QUESTO PERIODO.

"Il grande umanista sionista Ahad Ha'am lanciò un allarme contro la violazione dei diritti dei palestinesi (da parte dei sionisti): 'E cosa sta facendo la nostra gente in Palestina? Erano servi nelle terre della Diaspora e d'improvviso si trovano con una libertà senza limiti, e questo cambiamento ha risvegliato in loro un'inclinazione al despotismo. Essi trattano gli arabi con ostilità e crudeltà, gli negano i diritti, li offendono senza motivo, e persino si vantano di questi atti. E nessuno fra di noi si oppone a queste tendenze ignobili e pericolose" (4)
***
Dichiarazione di Lord Sydenham alla Camera dei Lord di Londra sul Mandato britannico in Palestina (1922):
"Il danno prodotto dall'aver riversato una popolazione aliena (i sionisti immigrati in Palestina) su una terra araba forse non si riparerà mai più...Ciò che abbiamo fatto, facendo concessioni non agli ebrei ma ad un gruppo di estremisti sionisti, è stato di aprire una ferita in Medioriente, e nessuno può predire quanto essa si allargherà". (5)
***
Dichiarazione della Commissione Shaw del governo inglese, a proposito delle violenze fra arabi e sionisti nel 1929:
"...prima della Grande Guerra (1915-18) gli arabi e gli ebrei vivevano fianco a fianco, se non in amicizia, almeno con tolleranza... negli 80 anni precedenti (alla Grande Guerra) non ci sono memorie di scontri violenti (come quelli iniziati nel 1920)." (6)
***
"L'espansione territoriale (sionista) attraverso l'uso della forza produsse un grande esodo di rifugiati (palestinesi) dalle zone degli scontri. I palestinesi sostengono che questa era un politica precisa che mirava all'espulsione degli arabi per far posto agli immigrati (sionisti) e citano, fra le altre, le dichiarazioni del leader sionista Theodor Herzl":
"Tenteremo di sospingere la popolazione (palestinese) in miseria oltre le frontiere procurandogli impieghi nelle nazioni di transito, mentre gli negheremo qualsiasi lavoro sulla nostra terra... Sia il processo di espropriazione che l'espulsione dei poveri (palestinesi) devono essere condotti con discrezione e con attenzione..." (7)
***
Da un documento delle Nazioni Unite:
"La comunità ebraica della Palestina ancora si rifiuta pubblicamente di aiutare l'Amministrazione (ONU) a reprimere il Terrorismo (sionista), e cita come ragione il fatto che le politiche dell'Amministrazione sarebbero contrarie agli interessi ebraici." (8)

IL TERRORISMO SIONISTA-ISRAELIANO: 
La seconda fase, dal 1947 al 1977, attraverso la nascita dello Stato di Israele.

"Uno dei più scabrosi atti di Terrorismo (sionista) contro la popolazione civile (palestinese) si registra, secondo fonti palestinesi ma anche secondo altre fonti, nell'aprile 1948 a Deir Yassin, un villaggio palestinese vicino a Gerusalemme. Un ex governatore militare israeliano di Gerusalemme scrive in proposito":
"Il 9 aprile abbiamo subito una sconfitta morale, quando le due gang Stern ed Etzel (sionisti) lanciarono un attacco immotivato contro il villaggio di Deir Yassin... Si trattava di un villaggio pacifico, che non aveva aiutato le truppe arabe di oltre frontiera e che non aveva mai attaccato le zone ebraiche. Le gang (sioniste) lo avevano scelto solo per ragioni politiche. Si e' trattato di un atto di puro Terrorismo... Alle donne e ai bambini non fu dato tempo di fuggire... e molti di loro furono fra le 254 vittime assassinate, secondo l'Alto Comitato Arabo... Quell'evento fu un disastro in tutti i sensi... (le gang) si guadagnarono la condanna della maggioranza degli ebrei di Gerusalemme". (9)
***
Alcuni leader sionisti negarono la strage di Deir Yassin, ma anche nella negazione ammisero esplicitamente di aver usato l'arma del Terrorismo psicologico, che non e' meno letale. Scrisse Menachem Begin (futuro premier di Israele):
"Il panico travolse gli arabi nella Terra di Israele e iniziarono a fuggire in preda al terrore. Non ciò che accadde a Deir Yassin, ma ciò che fu inventato su Deir Yassin ci aiutò a vincere...in particolare nella conquista di Haifa, dove le forze ebraiche avanzarono come un coltello nel burro mentre gli arabi fuggivano nel panico gridando 'Deir Yassin!'." (10)
***
Menachem Begin fu però ritenuto uno dei responsabili della strage di Deir Yassin:
"Il 9 aprile un'atrocità di enormi proporzioni fu perpetrata a Deir Yassin... furono massacrate 254 persone da membri della gang di Menachem Begin. Alcuni uomini del villaggio furono trascinati attraverso Gerusalemme prima di essere uccisi." (11)
***
"Quante atrocità furono commesse (dai sionisti) forse non si saprà mai, ma furono sufficienti a spingere l'allora Ministro israeliano dell'agricoltura, Aharon Cizling, ad affermare: 'Adesso anche gli ebrei si sono comportati come nazisti e tutta la mia anima ne è scossa...Ovviamente dobbiamo nascondere al pubblico questi fatti...Ma devono essere indagati". (12)
***
1948. "Folke Bernadotte fu nominato mediatore (in Palestina) dall'Assemblea Generale dell'ONU...ma prima che l'ONU potesse considerare le sue osservazioni fu assassinato dalla gang (sionista) Stern, una delle tante organizzazioni terroristiche le cui azioni erano diventate più spudorate dalla fine del Mandato (britannico). Il rapporto delle Nazioni Unite sull'assassinio disse che il governo provvisorio di Israele doveva assumersi la piena responsabilità di queste uccisioni... Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU chiese al governo di Israele di indagare e di presentare un rapporto, ma nessun rapporto fu mai presentato...Gli assassini di Bernadotte vestivano uniformi dell'esercito israeliano." (12 bis)
***

Dalla proclamazione dello Stato di Israele (14/05/1948) e durante il trentennio successivo il Terrorismo israeliano nei territori occupati si esprime in una miriade di atti criminosi, in particolare rivolti alla popolazione palestinese dei territori occupati, al punto da richiedere nel 1977 l'intervento ufficiale e indignato dell'ONU con una risoluzione di condanna che parla chiaro: "L'Assemblea Generale ha ripetutamente votato risoluzioni che criticano le azioni di Israele nei territori occupati. La risoluzione votata nel 1977, che riflette i toni di quelle precedenti, dichiara che l'Assemblea": 'Condanna le seguenti politiche e pratiche israeliane: a)... b)... c) L'evacuazione, deportazione, espulsione, e trasferimento degli abitanti arabi dei territori occupati e la negazione del loro diritto di ritorno 
- d) L'espropriazione e confisca delle proprietà arabe nei territori occupati 
- e) La distruzione e demolizione delle case (arabe) - f) Gli arresti di massa e i maltrattamenti della popolazione araba 
- g) I maltrattamenti e le torture dei detenuti (arabi)...''(La Commissione dell'ONU per i Diritti Umani) deplora ancora una volta le continue violazioni da parte di Israele delle norme della legalità internazionale nei territori arabi occupati... in particolare le gravi violazioni di Israele della Convenzione di Ginevra per la Protezione dei Civili in stato di guerra, che sono considerate crimini di guerra e un affronto all'umanità.' (13)

IL TERRORISMO ISRAELIANO: 
La terza fase, dal 1977 al 1988.
Israele, col pretesto di combattere il Terrorismo palestinese, bombarda e attacca il sud del Libano dal 1973 al 1978, causando enormi sofferenze fra i civili e la fuga verso Beirut di centinaia di profughi shiiti. (14) Poi, nel 1978, alcuni terroristi palestinesi provenienti dal Libano meridionale si infiltrano in Israele e massacrano trentasette turisti israeliani su una spiaggia di Haifa. In reazione a questo crimine Israele invade il sud del Libano, causando circa 2000 morti, la maggioranza civili. (15) Di nuovo il Consiglio di Sicurezza dell'ONU condanna l'invasione con la risoluzione 425, e tenta di separare i belligeranti con un contingente di caschi blu ONU (UNIFIL). L'UNIFIL però dovrà fare i conti con la presenza nell'area libanese sotto occupazione israeliana delle spietate milizie mercenarie della South Lebanese Army, che erano interamente sotto il controllo di Israele e che per conto di Israele conducevano azioni militari e ogni sorta di atto terroristico, come quello qui descritto:
"I soldati irlandesi (dell'UNIFIL) Derek Smallhorn, Thomas Barrett e John O'Mahony stavano scortando due osservatori dell'ONU all'interno della zona di Haddad (leader della South Lebanese Army). Caddero in una imboscata di miliziani cristiani e furono portati a Bent Jbail, dove O'Mahony riuscì a fuggire... Smallhorn e Barrett furono visti da un osservatore americano dell'ONU mentre, terrorizzati, venivano sospinti su un'auto... un'ora più tardi venivano assassinati con un singolo colpo alla nuca... Gli Israeliani, che controllavano la zona, negarono di essere al corrente delle uccisioni... Ma ciò che infuriò gli ufficiali del 46esimo Battaglione irlandese (dell'UNIFIL) fu che ricevettero informazioni riservate secondo cui un agente dello Shin Bet (servizi segreti israeliani) era presente all'assassinio di Smallhorn e Barrett... il suo nome in codice era Abu Shawki... Una indagine dell'ONU identificò gli assassini... Ma Israele, che si definisce il cacciatore di 'Terroristi', non volle consegnarli, e non li condannò come 'Terroristi'; al contrario, li aiutò a lasciare il Libano, attraverso Israele, e a stabilirsi a Detroit (Usa)". (16)
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Nel 1982 Israele invade il Libano; il ministro della difesa di allora è Ariel Sharon (futuro premier). Uno dei più atroci crimini di guerra (e atto di Terrorismo) degli ultimi 50 anni accade proprio sotto gli occhi e con la connivenza piena delle truppe israeliane. (17) Parliamo del massacro di Sabra e Chatila, i cui esecutori materiali furono le milizie falangiste libanesi sotto il pieno controllo di Israele. (17)
"Il 15 settembre 1982 Bashir Gemayel, presidente del Libano, fu assassinato... Lo stesso giorno le forze israeliane avanzarono su Beirut ovest. Il 16 di settembre gli israeliani arrivarono a controllare quasi tutta Beirut ovest e circondarono i campi profughi palestinesi. Il giorno seguente il Consiglio di Sicurezza dell'ONU condannò la mossa di Israele con la risoluzione 520... IL 17 settembre giunse notizia che gruppi armati erano entrati nel campo profughi di Sabra e Chatila di Beirut ovest e ne stavano massacrando la popolazione civile. Il 18 settembre fu confermato che una strage immane era stata compiuta. Centinaia di cadaveri di uomini donne e bambini furono scoperti, alcuni mutilati, altri apparentemente uccisi mentre tentavano di fuggire; molte case erano state fatte saltare in aria con dentro gli occupanti." (18)
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Le responsabilità israeliane per quel massacro sono documentate oltre ogni dubbio. La commissione di inchiesta dello stesso governo israeliano, la Commissione Kahan, nel suo rapporto dell'8 febbraio 1983 dichiara:"Menachem Begin (allora premier di Israele) fu responsabile di non aver esercitato una maggior influenza e consapevolezza nella questione dell'introduzione dei falangisti nei campi (profughi). Ariel Sharon (Min. Difesa di Isr.) fu responsabile di aver ignorato il pericolo di strage e di vendetta quando diede il permesso ai falangisti di entrare nei campi (profughi), ed è anche responsabile di non aver agito per impedire la strage... la nostra conclusione e' che il Ministro della Difesa è personalmente responsabile. Il Capo di Stato Maggiore (israeliano) Eitan non diede i giusti ordini per prevenire il massacro. La Commissione chiede che il Ministro della Difesa rassegni le sue dimissioni." (19)
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L'invasione israeliana del Libano nel 1982 fu approvata dagli Stati Uniti (20), e costò la vita a circa 17.000 civili innocenti. (21)
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Fra i crimini terroristici e di guerra dello Stato di Israele vi è anche la continua violazione di quasi tutte le fondamentali norme della legalità internazionale. Le seguenti parole esprimono una condanna agghiacciante della condotta di Israele nei territori occupati attraverso tutti gli anni '80:
"In particolare, le politiche (di Israele) e le sue azioni nei territori occupati continuano a costituire violazioni evidenti di una serie di precise norme di legalità internazionale. Queste norme sono: la Carta delle Nazioni Unite - la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani - la Convenzione di Ginevra per la Protezione dei Civili in stato di guerra del 12 agosto 1949 - la Convenzione di Ginevra per la Protezione dei Prigionieri di guerra del 12 agosto 1949... Le politiche di deportazione, le torture dei detenuti, gli arresti di massa, la demolizione delle case (palestinesi), i pestaggi arbitrari e gli omicidi di persone innocenti - fra cui bambini donne e anziani - oltre alle umiliazioni inflitte ai palestinesi nella loro vita quotidiana, sono state sistematicamente applicate dalle autorità israeliane nei territori occupati. Tutto ciò è stato aggravato dalla crescente violenza dei coloni (ebrei) armati contro la popolazione palestinese disarmata." (22)
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Il Comitato Internazionale della Croce Rossa lancia le stesse accuse a Israele, aggiungendovi la condanna dell'odiosa pratica delle truppe israeliane di espellere i civili palestinesi dalle loro abitazioni e di murarne le entrate, nonché la pratica di confiscare arbitrariamente le loro terre e dichiararle proprietà di Israele. (23)
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Le condanne internazionali di Israele si susseguono in un coro continuo, ma Israele le ignora totalmente. Come già nel 1977, nel 1985 di nuovo la Commissione dell'ONU per i Diritti Umani vota una risoluzione (1985/1A) di forte condanna in cui si legge: "...Israele si rifiuta di permettere al Comitato Speciale di avere accesso ai territori occupati... la Commissione conferma la sua dichiarazione secondo cui le violazioni israeliane della Quarta Convenzione di Ginevra sono crimini di guerra e un insulto 
all'umanità." (24)
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Nel 1988, in piena Intifada (sollevazione) palestinese, la Commissione dell'ONU per i Diritti Umani vota una risoluzione che denuncia ancora il Terrorismo di Israele: "Nella risoluzione 1988/1A, la Commissione ripete la sua condanna delle politiche israeliane di violenza nei territori occupati, dove vengono spezzate le ossa ai bambini, alle donne e agli uomini, e dove le donne abortiscono a causa dei pestaggi. (La Commissione) condanna altre pratiche violente e sistematiche di Israele, fra cui le uccisioni, i ferimenti, gli arresti e le torture... e i rapimenti di bambini palestinesi." (25)
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"Nel corso dell'anno (1988) Israele continuò a reprimere i palestinesi nei territori occupati... culminando con l'assassinio a Tunisi, commesso da un commando israeliano il 16 aprile, di Khalil al-Wazir, vice comandante in capo delle forze palestinesi e membro del Comitato centrale dell'OLP... Il 25 aprile il Consiglio di Sicurezza dell'ONU adottò la risoluzione 611... in cui si condanna Israele per l'aggressione contro la sovranità e l'integrità territoriale della Tunisia, in violazione flagrante della Carta delle Nazioni Unite, della legalità internazionale e delle norme di condotta." (26)
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"L'assassinio di Khalil al-Wazir... corrispondeva perfettamente alla definizione del Dipartimento di Stato americano di cosa sia il 'Terrorismo internazionale', ma nessun dipartimento del governo USA suggerì che Israele fosse colpevole di Terrorismo." (27)

ISRAELE E L'USO DELLA TORTURA.

Come si e' già visto, nei rapporti della Commissione dell'ONU per i Diritti Umani si accusa spesso Israele di praticare la tortura, che è uno strumento di Terrore universalmente condannato. Lo Stato di Israele non solo pratica la tortura, ma è persino arrivato a legalizzarla, unica fra le democrazie mondiali. Lo afferma Amnesty International:
"Lo Stato di Israele ha a tutti gli effetti legalizzato la tortura, nonostante sia un firmatario della Convenzione Contro la Tortura (dell'ONU). Israele ha fatto questo in tre modi: primo, l'uso da parte dello Shin Bet (Servizio di Sicurezza) di 'quantitativi moderati di pressioni fisiche (sui detenuti) fu permesso dal rapporto della Commissione Landau nel 1987 e approvato dal governo... secondo, dall'ottobre 1994 il Comitato Ministeriale di Controllo dello Shin Bet, organo del governo di Israele, ha rinnovato il diritto di praticare (sui detenuti) un uso ancor maggiore della forza fisica... e terzo, nel 1996 la Suprema Corte di Israele ha emesso una sentenza che permette a Israele di continuare nell'uso della forza fisica contro specifici detenuti." (28)
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B'Tselem, forse la più autorevole organizzazione per i Diritti Umani d'Israele, scrive:
"Nel 1995 un detenuto palestinese è morto a causa degli 'strattonamenti' (sotto interrogatorio). Il Primo Ministro di allora, Yitzhak Rabin, affermò in quella occasione che quel metodo di pressione fisica era stato usato contro 8.OOO detenuti... Neppure la morte di quel detenuto convinse il governo a proibire quei metodi brutali durante gli interrogatori." (29)
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"Esiste una montagna di prove sull'uso israeliano della tortura. Chiunque ne dubiti dovrebbe chiedere di avere accesso al 'Complesso Russo' dei servizi segreti israeliani a Gerusalemme, oppure ai prigionieri della prigione di Khiam, nella (ex) zona occupata da Israele nel sud del Libano." (30)

ISRAELE E GLI OMICIDI POLITICI, LE DEMOLIZIONI, IL TERRORISMO MILITARE, FINO AI NOSTRI GIORNI.

Lo Stato di Israele ha legittimizzato la pratica di ammazzare presunti o sospetti "terroristi" senza neppure arrestarli, senza dunque sottoporli ad alcun procedimento legale, senza diritto di difesa o di appello. Semplicemente li ammazza. Scrive Amnesty International:
"L'uso degli omicidi politici. Israele non solo ha praticato la condanna a morte extragiudiziale per trent'anni, ma ha anche ufficialmente approvato questa pratica. Dal 9 dicembre 1987 al 13 settembre 1993 circa 1.070 civili palestinesi sono stati uccisi dalle forze di sicurezza israeliane nei territori occupati... il tentato omicidio di Khaled Mesh'al ad Amman e' una flagrante violazione del diritto alla vita... ma il rapporto della commissione di inchiesta del governo israeliano (su questo evento) e' scioccante nel suo disprezzo per la legalità... Continua a esserci una impunità quasi totale per gli omicidi extragiudiziali inflitti ai palestinesi da parte delle forze di sicurezza israeliane. Le forze di sicurezza israeliane che praticano la condanna a morte extragiudiziale non portano prove di colpevolezza (delle vittime), ne' concedono il diritto di difesa." (31)
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Questo è l'amaro commento su queste pratiche dell'organizzazione israeliana per i Diritti Umani B'Tselem:"Gli omicidi sono stati parte integrante delle politiche di sicurezza israeliane per molti anni. Israele e' l'unica nazione democratica che considera legittime queste pratiche." (32)
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Abbiamo già parlato della distruzione arbitraria di abitazioni civili palestinesi da parte delle forze di sicurezza israeliane nei territori occupati. Questo crimine e' continuato fino ai giorni nostri, al punto che Amnesty International nel 1999 ha pubblicato un rapporto dove la durezza della condanna espressa e' marcatamente superiore al passato:
"Dal 1967, anno dell'occupazione israeliana della Cisgiordania, di Gerusalemme est e di Gaza, migliaia di case palestinesi sono state distrutte... si tratta di abitazioni ammobiliate, occupate sovente da più famiglie con molti bambini, cui spesso vengono dati solo 15 minuti per raccogliere le proprie cose e andarsene. Ma la politica di Israele e' basata sulla discriminazione. I palestinesi vengono colpiti per nessun'altra ragione a parte il fatto di essere palestinesi. Nel fare ciò gli Israeliani hanno violato la Quarta Convenzione di Ginevra." (33)
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"Nell'ambito dell'operazione militare israeliana denominata "Grapes of Wrath", l'esercito di Israele ha attaccato la sede ONU di Qana con la morte di 102 civili." (34)
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Una dei più gravi atti terroristici israeliani, in violazione di ogni norma morale e di legalità internazionale, e' l'indiscriminato attacco armato agli operatori medici e paramedici che vanno in soccorso ai civili e ai militari palestinesi feriti o uccisi durante gli scontri. Questa ignobile pratica e' documentata oltre ogni dubbio:"Le Forze di Difesa israeliane hanno sparato sui veicoli che tentavano di raggiungere gli ospedali, con conseguenti morti e feriti. Medici e personale paramedico sono stati uccisi da colpi di arma da fuoco (israeliani) mentre viaggiavano sulle ambulanze, in chiara violazione della legalità internazionale. (35)
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"Durante l'operazione "Grapes of Wrath", l'esercito di Israele, secondo il nostro rapporto, ha attaccato un'ambulanza che trasportava civili, uccidendone sei." (36)
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"E' stata mostrata in televisione la morte di Muhammad al-Dura, di 12 anni (palestinese), colpito a morte all'incrocio Netzarim il 30 settembre a Gaza, mentre il padre tentava di proteggerlo. L'ambulanza che e' corsa a soccorrere Muhammad al-Dura e suo padre fu bersagliata di colpi d'arma da fuoco e l'autista fu ucciso." (37)
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Anche la Croce Rossa Internazionale e' duramente intervenuta nel condannare questi atti di terrorismo militare:
"Il 2 aprile 2002 Il Comitato Internazionale delle Croce Rossa '...urgentemente e solennemente fa appello a tutti coloro che fanno uso di armi di rispettare la Quarta Convenzione di Ginevra relativa alla Protezione dei Civili in stato di Guerra." (38)
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La negazione di soccorso medico urgente alla popolazione palestinese da parte dell'esercito di Israele non si limita all'attacco alle ambulanze in situazioni di conflitto. Ai posti di blocco israeliani, disseminati su tutti i territori occupati, avvengono fatti gravi. La denuncia e' sempre di Amnesty International:
"Altri ostacoli sono stati messi al diritto dei pazienti palestinesi di recarsi in ospedale, con ritardi ai posti di blocco o con il rifiuto di passare imposto dai soldati israeliani... secondo B'Tselem (forse la più autorevole organizzazione per i Diritti Umani d'Israele) ciò ha prodotto dei decessi. La Quarta Convenzione di Ginevra relativa alla Protezione dei Civili in stato di Guerra e' stata continuamente violata dall'esercito di Israele." (39)
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"Almeno 29 sono stati i decessi in seguito al rifiuto (da parte dei soldati israeliani ai posti di blocco) di concedere il passaggio verso i centri medici, o a causa dei ritardi... ci sono stati diversi casi di parto ai posti di blocco." (39 bis)

GLI ULTIMI GRAVI SVILUPPI NEI TERRITORI OCCUPATI. ISRAELE DI NUOVO SOTTO ACCUSA PER GRAVI VIOLAZIONI E PER TERRORISMO MILITARE.

A conclusione di questa inquietante cronologia di eventi, che dimostra ampiamente l'uso israeliano, sia come Stato che come individui, del Terrorismo, proponiamo alcuni spezzoni relativi agli ultimi tragici sviluppi nei territori occupati. Sono tratti anche dai media internazionali e non pretendono di dare un quadro completo delle presunte atrocità commesse da Israele in questi giorni, per due motivi: perché non sono state ancora indagate ufficialmente e perché l'offensiva israeliana e' ancora in corso.

Commenti sui fatti di questi giorni (aprile 2002)
"In ogni caso, le Forze di Difesa israeliane hanno agito come se il loro principale scopo fosse quello di punire tutti i palestinesi. Le Forze di Difesa israeliane hanno compiuto atti che non avevano nessuna importanza militare ovvia; molti di questi, come gli omicidi extragiudiziali, la distruzione delle case (palestinesi), la detenzione arbitraria (di palestinesi) e le torture, violano i Diritti Umani internazionalmente sanciti e la legalità internazionale... L'esercito di Israele, oltre a uccidere i palestinesi armati, ha anche colpito e ucciso medici e giornalisti, ha sparato alla cieca sulle case e sulla gente per la strada... I delegati di Amnesty International che dal 13 al 21 di marzo hanno visitato i territori occupati hanno visto una scia di devastazione... Le Forze di Difesa israeliane hanno deliberatamente tagliato l'elettricità, l'acqua, i telefoni, lasciando isolate intere aree per almeno 9 giorni. Hanno negato l'accesso alle agenzie umanitarie dell'ONU che volevano portare soccorso, e persino ai diplomatici che volevano rendersi conto dell'accaduto... Hanno vietato alle ambulanze, incluse quelle del Comitato Internazionale delle Croce Rossa, di muoversi, o hanno causato loro ritardi che mettevano in pericolo la vita dei pazienti. Hanno sparato ai medici che tentavano di aiutare i feriti, che sono morti dissanguati per le strade." (40)
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"Scrive Aviv Lavie sul giornale Ha'aretz (israeliano): 'Un viaggio attraverso i media israeliani mette in mostra un enorme e imbarazzante vuoto fra quello che ci viene raccontato e quello che invece il mondo vede, legge e sente. Sui canali televisivi arabi, ma non solo su quelli, si possono vedere le immagini dei soldati israeliani che invadono gli ospedali (palestinesi), che distruggono i macchinari medici, che danneggiano i farmaci, e che rinchiudono i medici lontano dai loro pazienti.' (41)
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Zbigniev Brzezinski, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale del Presidente USA Jimmy Carter, ha detto:
"La realtà e' che i morti palestinesi sono tre volte quelli israeliani, e fra loro un numero relativamente piccolo erano veramente guerriglieri. La maggior parte erano civili. Alcune centinaia erano bambini." (42)
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"Per reprimere la resistenza palestinese, un ufficiale israeliano di alto rango ha sollecitato l'esercito 'ad analizzare e a far proprie le lezioni su come l'esercito tedesco combatté nel Ghetto di Varsavia'. A giudicare dal recente massacro dell'esercito di Israele nella Cisgiordania - ha colpito le ambulanze e i medici palestinesi, ha ucciso dei bambini palestinesi "per sport" (scritto da Chris Hedges, New York Times, ex capo della redazione al Cairo), ha rastrellato, ammanettato e incappucciato tutti gli uomini palestinesi dai 14 ai 45 anni, cui sono stati stampati i numeri di riconoscimento sulle braccia, ha torturato indiscriminatamente, ha negato l'acqua, l'elettricità, il cibo e l'assistenza medica ai civili palestinesi, ha usato dei palestinesi come scudi umani e ha abbattuto le loro case con gli abitanti ancora all'interno - sembra che l'esercito di Israele abbia seguito i suggerimenti di quell'ufficiale. Ma se gli israeliani non voglio essere accusati di essere come i nazisti, devono semplicemente smettere di comportarsi da nazisti." (43)
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"I palestinesi devono essere colpiti, e provare molto dolore. Dobbiamo infliggergli delle perdite, delle vittime, così che paghino un prezzo pesante." (dichiarazione dell'attuale Primo Ministro di Israele, Ariel Sharon, a una conferenza stampa del 5 marzo 2002.)

Bibliografia.
1. ONU: La questione palestinese. British Government, The political history of Palestine (Memorandum to the United Nations Special Committee on Palestine, Jerusalem 1947, p.30)
1 bis. Robert Fisk, "Pity the Nation", Oxford University Press, 1990, p. 280
2. ONU: La questione palestinese. British Government, Palestine: Statement relating to acts of violence, Cmd. 6873 (1946), p.3
3. ONU: La questione palestinese. British Government, survey of Palestine, vol. 1, p.73
4. ONU: La questione palestinese. Kohn, Hans, "Ahad Ha'am: Nationalists with a difference" in Smith, Gary (ed.): Zionism: the Dream and the Reality (New York, Harper and Row, 1974), pp. 31-32
5. ONU: La questione palestinese. British Government, Hansard's reports, House of Lords, 21 june 1922, p. 1025
6. ONU: La questione palestinese. Report of the Commission on the Palestine Disturbances of august 1929, Cmd.3530 (1930), p.150
7. ONU: La questione palestinese. Herzl, Theodore, "The complete diaries" (N.Y. Herzl Press, 1969) vol. I, p.88
8. ONU: La questione palestinese. Official records of the General Assembly, Second Session, Supplement No. 11, document A/364, vol. II, p.28
9. ONU: La questione palestinese. Joseph, Dov, "The Faithful City" (N.Y. Simon & Schuster, 1960), pp. 71-72
10. ONU: La questione palestinese. Begin, op. cit., pp. 164-165
11. David McDowall, "Palestine and Israel", I.B. Tauris & Co Ltd, 1989, p.194
12. David McDowall, "Palestine and Israel", I.B. Tauris & Co Ltd, 1989, p.195
12 bis. ONU: La questione palestinese. Official records of the Security Council, Third Year, Supplement for October 1948, pp. 4-9, documents S/1018
13. ONU: La questione palestinese. General Assembly resolutions 32/91 C of 13 december 1977 & Commission on Human Rights resolution 1 (XXXIII) of 15 
february 1977
14. David McDowall, "Palestine and Israel", I.B. Tauris & Co Ltd, 1989, p. 33
15. & 16 Robert Fisk, "Pity the Nation", Oxford University Press, 1990, p. 123 & p.p. 151-152
17. Rapporto della Commissione d'Inchiesta Kahan sugli eventi nei campi profughi di Beirut (8 febbraio 1983)
18. The Origins and Evolution of the Palestine Problem, United Nations, N.Y. 1990
19. Rapporto della Commissione d'Inchiesta Kahan sugli eventi nei campi profughi di Beirut (8 febbraio 1983)
20. Ze'ev Schiff, "Green Light, Lebanon" Foreign Policy, Spring 1983
21. Robert Fisk, "The Awesome Cruelty of a Doomed People", The Independent, 12/09/2001, p.6
22. ONU: La questione palestinese. Report of the Special Committee to Investigate Israeli practices affecting Human Rights of the population of the Occupied Territories (A/43/694), paras.499 and 619
23. ICRC Annual Reports: 1984, pp. 66-68; 1985, pp. 72-73; 1986, pp. 71-72; and 1987, pp. 83-85
24. ONU: La questione palestinese. 41esima Sessione a Ginevra della Commissione ONU per i Diritti Umani, febbraio 1985
25. ONU: La questione palestinese. Commissione ONU per i Diritti Umani, rapporto alla 44esima Sessione, marzo 1988
26. Consiglio di Sicurezza dell'ONU, 21-25 aprile 1988, risol. 611
27. Robert Fisk, "Pity the Nation", Oxford University Press, 1990, p. 441
28. Amnesty International Reports, London. 53rd UN Commission on Human Rights (1997): Statements and press releases by AI
29. B'Tselem, Israel, "Legitimizing Torture", Special Report,January 1997
30. Robert Fisk, "Pity the Nation", Oxford University Press, 1990, p. 403
31. 54th UN Commission on Human Rights (1998): Statements and Press Releases issued by Amnesty International. ISRAEL AND THE OCCUPIED TERRITORIES State assassinations and other unlawful killings 02/2001
32. Israeli Assassination Policy : extra-judicial executions. Written by Yael Stein, B'Tselem, Israel
33. Amnesty International Reports, London. AI 12/1999 ISRAEL AND THE OCCUPIED TERRITORIES "Demolition and Dispossession"
34. Amnesty International Reports, London. AI 1996-2002
35. Amnesty International Reports, London. ISRAEL/OCCUPIED TERRITORIES 03/2002, "Attacks on health personnel and disrupted health care"
36. Amnesty International Reports, London. AI 1996-2002
37. Amnesty International Reports, London. 11/2000 MEDICAL LETTER WRITING ACTION, "Killing and disrupted helth care in the context of the palestinian uprising"
38. Amnesty International Reports, London. MEDICAL LETTER WRITING ACTION, "Update on attacks on health personnel and disrupted health care", ISRAEL/OCCUPIED TERRITORIES/PALESTINIAN AUTHORITY
39. Amnesty International Reports, London. ISRAEL/OCCUPIED TERRITORIES 03/2002, "Attacks on health personnel and disrupted health care"
39 bis. Marton R., Weingarten M. Response from Physicians for Human Rights-Israel
40. Amnesty International Reports, London. ISRAEL AND THE OCCUPIED TERRITORIES, "The heavy price of Israeli incursions", 12/04/2002
41. Alexander Cockburn, "Sharon's wars", American Journal, 09/04/2002
42. Zbigniev Brzezinski, intervistato al Lehrer News Hour, PBS, USA
43. Norman G. Finkelstein, "First the Carrot, Then the Stick: behind the carnage in Palestine", 14/04/2002 & Ha'aretz, 25/01/2002, 01/02/2002

(Da www.disinformazione.it)

 

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