FISICA/MENTE

 

 

Le reali ragioni del fallimento di Camp David


Il «vero volto» di Ehud Barak


http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/

Luglio-2002/0207lm18.01.html  


Una «vittoria di Sharon»: così un editorialista israeliano ha riassunto il discorso del 24 giugno scorso del presidente americano George W. Bush. Mentre il governo israeliano distrugge ciò che resta degli accordi di Oslo, gli Stati uniti esigono, come condizione preliminare per ogni progresso diplomatico, un cambiamento radicale ai vertici dell'Autorità palestinese. All'orizzonte si profila quindi una guerra senza fine. Eppure, nel luglio 2000, israeliani e palestinesi sembravano vicini ad un accordo. Ritorno quanto mai necessario sul vertice di Camp David, e sulle menzogne che l'hanno seguito.

di Alain GRESH
Quando, fra qualche decennio, gli storici si occuperanno del conflitto israelo-palestinese degli anni '90, sicuramente si troveranno d'accordo su un punto: il vertice di Camp David, quel conclave di due settimane (11-25 luglio 2000) che ha riunito il presidente americano William Clinton, il primo ministro israeliano Ehud Barak e il presidente dell'Autorità palestinese Yasser Arafat, ha segnato la tappa iniziale della lunga discesa agli inferi che vive il Medioriente. Decifrando i resoconti di quell'incontro trasmessi dai media internazionali, gli stessi cronisti sicuramente metteranno in guardia i loro studenti: se fosse scritta solo in base agli articoli della stampa, la storia avrebbe ben pochi punti di contatto con la realtà.
Dico questo perché, nel corso dei mesi, si è propagata e ha prevalso una versione del vertice di Camp David che si sintetizza in una frase: Yasser Arafat ha respinto le «generose offerte» di Barak, ha rifiutato la creazione di uno stato palestinese sul 95%, forse anche sul 97% della Cisgiordania - e su tutta la striscia di Gaza - con Gerusalemme est come capitale. La sua ostinata pretesa del diritto al ritorno di milioni di rifugiati palestinesi in Israele avrebbe fatto abortire la nascita di una pace storica tra israeliani e palestinesi.
Uno dei grandi meriti dell'ultimo libro di Charles Enderlin, Le rêve brisé (1), è quello di fornire una sferzante smentita a questa tesi.
Corrispondente di France 2 a Gerusalemme da oltre vent'anni, man mano che procedevano le trattative di pace l'autore ha filmato i principali protagonisti, con l'impegno di non utilizzare le loro testimonianze prima della fine del 2001. Enderlin ha avuto accesso a numerosi loro appunti personali, che è riuscito a situare nel contesto, grazie alla sua straordinaria conoscenza della storia e del campo.
Il risultato, suffragato da altre testimonianze (2), presenta sotto una nuova luce il fallimento del processo di Oslo.
«Non abbiamo più margini di manovra. La società palestinese ha perso ogni speranza nella pace. In questi ultimi anni è stata letteralmente soffocata e umiliata»: sono le parole con cui Saeb Erekat, uno dei principali negoziatori palestinesi, tenta di mettere in guardia i nuovi interlocutori israeliani. Ci troviamo alla fine del maggio 1999: dopo tre anni di potere, Benjamin Netanyahu ha ceduto il passo a Ehud Barak e al Partito laburista. È vero, i palestinesi hanno potuto eleggere una loro Autorità, e l'esercito israeliano ha evacuato le grandi città della Cisgiordania - con l'importante eccezione di Hebron. Ma la vita quotidiana continua a degradarsi: gli spostamenti all'interno dei territori occupati diventano ogni giorno più difficili - con il moltiplicarsi di check points e di controlli umilianti - ancor più che prima della firma degli accordi di Oslo nel 1993. Il livello di vita è in caduta libera, mentre la politica degli insediamenti procede inesorabile: ogni giorno vengono confiscate nuove terre arabe. Centinaia di prigionieri palestinesi, incarcerati prima del 1993, rimangono dietro le sbarre. Il maggio 1999 doveva segnare la fine del periodo transitorio di autonomia, doveva vedere la creazione di uno stato palestinese, ma il calendario non è stato rispettato, e non è stato affrontato nessuno dei grandi capitoli ancora in sospeso - frontiere, lo status di Gerusalemme, le colonie, i rifugiati, la sicurezza, le risorse idriche.
In questo contesto, la vittoria di Ehud Barak è accolta con soddisfazione dai leader palestinesi, anche se il personaggio, neofita della politica, desta comunque qualche apprensione. Il «soldato più decorato della storia di Israele», allora capo di stato maggiore, si era opposto agli accordi di Oslo (settembre 1993); divenuto ministro degli interni, aveva votato contro gli accordi di Oslo II (settembre 1995), che prevedevano il ritiro dell'esercito israeliano dalle grandi città palestinesi. Salito al potere, secondo la formula di Charles Enderlin, riuscirà nel giro di pochi mesi a «costruire la sfiducia» con i palestinesi.
Con il pretesto di intavolare immediatamente le trattative sullo status definitivo della Cisgiordania e di Gaza, Barak è restio a mettere in pratica gli impegni del suo predecessore, e a cedere i nuovi territori all'Autorità palestinese; si deciderà a farlo solo in maniera tardiva e molto limitata. Rinnegherà anche le sue promesse di evacuare i villaggi alla periferia di Gerusalemme - Abu Dis, Azaryeh e Sawaharah - , nonostante il voto favorevole sia del governo che del parlamento israeliano.
Barak manifesta anche una propensione alla politica delle colonie che non ha nulla di tattico. Uno dei suoi primi gesti, dopo le elezioni vittoriose, è stata la visita ai coloni estremisti di Ofra e di Beit-El, che chiama «fratelli carissimi (3)». Il 31 marzo 2000 invia un messaggio ai coloni di Hebron - fanatici insediatisi nel cuore stesso della città araba di cui terrorizzano la popolazione, e afferma «il diritto degli ebrei a vivere in sicurezza, al riparo da qualsiasi attacco nella città dei Patriarchi». Il ritmo di costruzione delle case nelle colonie, durante il suo governo, sarà ancora più rapido che durante il governo della destra.
Cosa ancora più grave: Barak ritarda per mesi e mesi la discussione della questione palestinese, privilegiando la trattativa con la Siria.
Tempo dopo ha cercato di giustificarsi: «Sono sempre stato un fautore del "prima la Siria"(...) Firmare la pace con la Siria avrebbe limitato decisamente la capacità dei palestinesi di allargare il conflitto, quando invece risolvere il problema palestinese non diminuirà affatto la capacità della Siria di minacciare l'esistenza di Israele (4)».
Non dà ascolto a Oded Eran, capo delegazione delle trattative con i palestinesi: «Gli ho detto che al centro del conflitto israelo-arabo c'era la questione palestinese. (...) Se non veniva risolto quello, non si sarebbe riusciti a trovare una soluzione al conflitto e a firmare un accordo con la Siria».
Ma, una volta di più, il primo ministro non dà ascolto a nessuno.
Una volta di più fallirà - e il libro di Charles Enderlin ci fornisce alcune rivelazioni sulla sua responsabilità personale in questo fiasco.
Denis Ross, il negoziatore speciale americano per il Medioriente, poco sospetto di simpatie filo-arabe, spiegherà: «I siriani facevano progressi su tutti i temi in discussione, e Barak non si muoveva di un millimetro».
Criminale di pace Quando riprendono le conversazioni con i palestinesi, nella primavera 2000, il capo del governo ha già perso quasi un anno, la sua maggioranza si è sfaldata, la diffidenza dell'Anp e del popolo palestinese si è rafforzata. A quel punto, decide di forzare la mano al destino, di imporre un vertice per risolvere in un colpo solo tutti i problemi ancora in sospeso. Un'offerta sincera? Un bluff? La volontà di intrappolare l'Anp e di renderla responsabile di un fallimento? La leadership palestinese è più che riluttante: spiega che bisogna preparare il terreno affinché un incontro tra Barak e Arafat sia veramente fruttuoso, e che un vertice improvvisato rischia di portare a un disastro. Niente da fare.
Barak ha convinto Clinton, il cui secondo mandato presidenziale è ormai prossimo alla scadenza, a concludere la sua carriera con una iniziativa clamorosa. I due uomini si sono incontrati per la prima volta il 15 luglio 1999 - e secondo Charles Enderlin fu amore a prima vista. Il presidente americano scopre di provare «grande ammirazione per questo generale». Dirà anche: «Mi sento come un bambino che ha appena ricevuto un nuovo giocattolo». Questa connivenza peserà molto sul vertice di Camp David. Malgrado i suoi sforzi, il presidente americano si sentirà sempre più vicino al primo ministro israeliano che ad Arafat. Gli viene istintivo comprendere il punto di vista israeliano, accettarlo, farsene egli stesso portavoce.
Un lungo capitolo del libro di Charles Enderlin è dedicato all'incontro di Camp David. Si vive insieme ai partecipanti. Si possono seguire le discussioni all'interno di ognuna delle tre delegazioni. Ma è stato veramente un vertice? Barak rifiuta di trattare direttamente con Arafat, non lo vedrà mai faccia a faccia. Due anni dopo, tenta di giustificare questo atteggiamento inconcepibile: «Forse che Nixon ha incontrato Ho Chi Minh o Giap (prima di firmare l'accordo di pace sul Vietnam)? Forse che de Gaulle ha mai parlato a Ben Bella?» (5) Ma né Nixon né de Gaulle avevano preteso un incontro al vertice con i loro avversari. Il disprezzo così ostentato nei confronti di Arafat alimenterà i sospetti dei palestinesi.
Al di là delle peripezie di quindici giorni vissuti a porte chiuse, molto istruttivi, il resoconto di Charles Enderlin conferma che «in nessun momento Arafat si è visto proporre lo Stato palestinese su oltre il 91% della Cisgiordania, e questo senza che mai gli sia stata riconosciuta piena sovranità sui quartieri arabi di Gerusalemme e su Haram al-Sharif/il monte del Tempio». E, prosegue il giornalista, «a differenza di quanto affermano certe organizzazioni ebraiche, i negoziatori palestinesi non hanno mai preteso il ritorno in Israele di tre milioni di rifugiati. Le cifre discusse durante i colloqui variavano da qualche centinaia a qualche migliaia di palestinesi, autorizzati a tornare con l'autorizzazione di Israele».
Il presidente dell'Autorità palestinese ha già spiegato al presidente americano, il 15 giugno 2000 a Washington: «Certo, esiste la risoluzione 194 (dell'11 dicembre 1948, sul diritto dei rifugiati a tornare nelle loro case), ma noi dobbiamo trovare il punto di equilibrio tra le preoccupazioni demografiche degli israeliani e le nostre preoccupazioni».
Il problema dei rifugiati, confermano Robert Malley e Hussein Agha, «è stato discusso appena dalle due parti (6)» durante il vertice.
Alla conferenza stampa svoltasi alla conclusione del vertice, Barak attribuirà il fallimento alle divergenze sullo status di Gerusalemme, prima di cambiare la sua versione dei fatti e porre l'accento sul problema dei rifugiati.
Camp David, quindi, si è concluso senza un accordo. Ma non era la fine del mondo. Erano stati comunque fatti dei passi avanti, erano stati infranti dei tabù - sullo status di Gerusalemme, da parte degli israeliani che per la prima volta prevedevano una qualche forma di divisione; da parte dei palestinesi, che ammettevano che certi territori della Cisgiordania o di Gerusalemme est, con una forte presenza di coloni, avrebbero potuto essere annessi da Israele.
Ma, invece di lavorare con spirito costruttivo sui risultati acquisiti, il primo ministro israeliano scarica sul presidente palestinese la responsabilità dell'insuccesso, e soprattutto comincia a far suo il vecchio slogan della destra: non c'è un interlocutore, nel campo palestinese. Rilanciata alla grande dalla stampa e dai media, questa tesi si rafforzerà fino a dettar legge. E Barak a quel punto si dedicherà tutto a un unico compito, rivelare «il vero volto» di Arafat. Non tratta più per avere successo, ma piuttosto per dimostrare che il successo è impossibile.
Naturalmente, le trattative sono continuate, soprattutto durante l'incontro di Taba, in Egitto, nel gennaio 2001. Hanno permesso di riavvicinare le posizioni sulla maggior parte dei problemi in discussione, sia territoriali che relativi alla divisione di sovranità a Gerusalemme est - secondo il principio che i quartieri arabi saranno integrati nello stato palestinese, i quartieri ebraici saranno annessi da Israele.
Anche sulla questione dei rifugiati, i delegati israeliani avevano presentato proposte innovatrici (7). Ma rappresentavano veramente le posizioni di Barak? Il fatto è che Barak non le ha mai avallate.
D'altronde, Menahem Klein, consigliere dell'ex ministro israeliano degli affari esteri Shlomo Ben Ami, ha ammesso di recente che Barak gli aveva detto di avere inviato una delegazione a Taba «esclusivamente per rivelare il vero volto di Arafat, e non per concludere un accordo (8)». In realtà, il capo del governo israeliano riuscirà a convincere la sua opinione pubblica che ormai si tratta di «o noi o loro». Così facendo, infliggerà un colpo mortale al campo della pace - Uri Avnery, vecchio militante pacifista israeliano, definirà con ragione Barak «un criminale di pace».
Charles Enderlin si guarda bene dall'esonerare i leader palestinesi da ogni responsabilità. Arafat è spesso incapace di assumere decisioni e di tagliare i nodi. Sottovaluta completamente i rischi di una vittoria della destra alle elezioni del febbraio 2001 e accorda un credito ingiustificato alla nuova amministrazione americana. Soprattutto, si rivela incapace di comprendere i movimenti profondi dell'opinione pubblica israeliana e di formulare un programma chiaro, in particolare dopo lo scoppio della seconda Intifada.
Charles Enderlin smentisce categoricamente l'idea secondo cui sarebbe stata la leadership palestinese a pianificare la rivolta, valutazione condivisa dal collega Georges Malbrunot, nel suo libro documentatissimo sull'Intifada Des pierres aux fusils (9). Quest'ultimo cita Saeb Erekat che, rivolgendosi ai responsabili dei servizi di sicurezza - alcune settimane prima dello scoppio dell'Intifada - dichiara a Gerico: «Camp David è fallito, ma è necessario salvare i risultati acquisiti. I negoziati continuano, e vi sono reali probabilità di successo (...) Nelle settimane a venire, dovete prevenire gli attriti che potrebbero portare a uno scontro violento».
È già troppo tardi. L'Autorità deve far fronte alla rivolta del popolo palestinese, che vuole la fine immediata dell'occupazione. È opportuno ricordare che ci vorranno ancora molte settimane prima che l'Intifada si militarizzi, in risposta alla repressione dell'esercito di cui Georges Malbrunot ci ricorda alcune cifre: «204 palestinesi sono stati uccisi dai soldati israeliani tra il 28 settembre e il 2 dicembre, fra cui 73 ragazzi sotto i 17 anni e 24 membri del servizio di sicurezza.
Non potevamo perdere dieci ragazzi al giorno, il costo umano era troppo elevato. Bisognava passare ad un'altra strategia», sottolineano all'unisono i responsabili palestinesi.
Il trattato di Oslo è ormai morto e sepolto. Si discuterà ancora a lungo sulle cause di questo decesso, sulle responsabilità personali degli uni e degli altri. Ma la pace è fallita soprattutto perché la potenza occupante, Israele - sia il governo che una parte importante dell'opinione pubblica - è stata incapace di riconoscere l'Altro, il palestinese, come suo pari. I diritti dei palestinesi alla dignità, alla libertà, alla sicurezza, all'indipendenza, sono sempre stati subordinati ai diritti degli israeliani. Per andare avanti, un giorno dovrà pur finire questa visione colonialista, di cui Barak è diventato ormai il portavoce.
In un recente colloquio, in cui sostiene la strategia del terrore di Sharon, e in particolare l'operazione Muraglia di difesa dell'aprile scorso - anzi l'avrebbe voluta «più energica, più rapida e lanciata contemporaneamente contro tutte le grandi città» - Barak svela il suo «vero volto». Parla degli arabi: «Sono il prodotto di una cultura in cui dire una menzogna non pone alcun problema (creates no dissonance).
Non soffrono a mentire, come avviene nella cultura giudaico-cristiana.
La verità per loro è una categoria irrilevante».
Questa visione essenzialista, che pone sotto accusa un'intera cultura, ricorda l'ossessione razzista che propagandavano le autorità francesi in Algeria e di cui si faceva cantore Camille Brunel, autore colonialista degli inizi del XX secolo: «Un ufficiale francese aveva lasciata salva la vita a un ribelle arabo che, peraltro, aveva meritato cento volte la morte. E l'altro gli fece questo discorso: sono tuo debitore; come ringraziamento, ti do questo consiglio, che non dovrai mai dimenticare, perché ti sarà sempre utile fra la mia gente: "Non fidarti mai di un arabo, neppure di me" (10)».



note:



(1) Charles Enderlin, Le rêve brisé. Histoire de l'échec du processus de paix du Proche-Orient. 1995-2002, Fayard, Parigi 2002, 366 pagine.
Salvo diversa indicazione, le citazioni sono tratte da tale libro.

(2) Si legga in particolare, Robert Malley e Hussein Agha, New York Review of Books, 9 agosto 2001. Uno dei primi resoconto che contestano la visione dominante di Camp David era stato scritto da Amnon Kapeliouk: «Parto difficile per l'indipendenza palestinese». Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 2000. Si legga anche «Camp David, le ragioni di un fallimento», Le Monde diplomatique/il manifesto, febbraio 2002.

(3) Citato da Michel Warschawski, Sur la frontière, Stock, Parigi 2002, p. 230.

(4) New York Review of Books, 13 giugno 2002.

(5) Ibidem.

(6) Ibidem, risposta di Robert Malley, che ha partecipato al vertice come consigliere del presidente Clinton.

(7) Per le trattative di Taba, si legga Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 2001.

(8) Haaretz, 2 maggio 2002.

(9) Georges Malbrunot, Des pierres aux fusils. Les secrets de l'Intifada, Flammarion, Parigi, 2002.

(10) Citato da Alain Ruscio, Le Credo de l'homme blanc, Complee, Bruxelles, p. 63.
(Traduzione di R. I.)

 

Piccole grandi bugie

Autore: Juan Gelman
[Poeta e scrittore argentino di origine ebraica]

Fonte: "Pagina 12" giornale Argentino

traduzione: Luis S. Pereira Marcondes [per lacaverna]

l 9 dicembre 2001

               http://www.lacaverna.it/documentazione/articoli/bugie.htm  

...Non è la prima volta nella storia che menzogne di questo tipo si usano per infiammare l'opinione pubblica per giustificare azioni di dubbiosa legalità. Il "misterioso" scoppio che nel 1898 mando a picco il "Maine", l'imbarcazione da guerra americana in sosta nel porto dell'Avana, è servito come pretesto a Whashington per sottomettere Cuba.

 

Dan Meridor è tornato il martedi scorso su queste pagine a dissertare su un mito ricorrente: "la generosità di Israele e l'ostinato rifiuto palestinese nelle negoziazioni di pace tripartite Barak/Clinton/Arafat, realizzate a Camp David nel luglio del 2000". Il ministro centrista dell'attuale governo Sharon era stato membro della delegazione israelita in tale riunione e ha dichiarato: "A Camp David, il primo ministro Ehud Barak ha offerto ai palestinesi quello che mai era stato offerto, in quel caso si è arrivato all'estremo….. quello che è stato proposto ad Arafat è semplicemente la fine dell'occupazione, cioè più del 90% dei territori occupati…. Arafat non accetto semplicemente perché non ha voluto firmare una frase nella quale si diceva 'la fine del conflitto'." San Agostino aveva già segnato che "negli ampi spazi della memoria" si modificano anche "in qualche modo gli oggetti che sono stati percepiti dai sensi". Una pratica politica frequente.

Vediamo - come semplice esempio - un'altra versione di un altro partecipante al vertice, parliamo di Robert Malley, assistente speciale del presidente Clinton nelle relazioni Arabe-Israelite: "Si dice che (a Camp David) Israele aveva fatto una proposta generosa, storica, e che i palestinesi come al solito hanno perso una nuova opportunità per non approfittarne. In sintesi, addossarle a Yasser Arafat il non accordo finale…. Per un processo di tale complessità, è una diagnosi notevolmente superficiale". L'articolo di Malley, pubblicato nel The New York Review of Books del 9/8/2001, analizza la strategia del "tutto o niente" di Barak - che non seguiva i passi intermedi fatti da Rabin a Oslo - la crescente sfiducia di Arafat, la tendenza pro-Israelita di Clinton, per concludere: "La conseguenza finale e quasi totalmente non avvertita della proposta di Barak è che, veramente parlando, non è esistito mai una proposta israelita. Decisi a preservare la posizione di Israele nel caso non si trovasse un accordo, e decisi a non permettere che i palestinesi ottengano alcun vantaggio con i compromessi unilaterali, gli israeliani sempre si fermarono ad un passo, per non dire vari, prima della proposta. Le idee dichiarate a Camp David non sono mai state messe per scritto, si formularono solo verbalmente….E inoltre non sono state mai definite in dettaglio".

Malley afferma che Barak era disposto a sloggiare il 91% della Riviera Occidentale, ma niente ha detto sulla Striscia di Gaza, la quale è un terzo sotto controllo israeliano. Inoltre Tel Aviv considera che il "Gran Gerusaleme" non forma parte della Riviera Occidentale, e Robert Fisk, inviato del giornale britannico The Independent, ha segnalato il 23/07/2001: "Fuori di discussione rimaneva l'oriente arabo di Gerusaleme - illegalmente occupato da Israele dopo la guerra dei sei giorni del 1967 - la larga striscia di territori occupati dagli israeliani attorno alla città e una zona cuscinetto militare con 16 Km attorno ai territori palestinesi…..La superficie totale delle terre palestinesi dalle quali Israele era disposto a ritirarsi era circa un 46%". Secondo Tanya Reinhart professoressa dell'Università di Tel Aviv, Barak reiterò in luglio il piano israelita "1040-50" presentato a marzo di quel anno, cioè: Israele prendeva immediatamente un 10% del territorio palestinese, un 50% doveva essere sotto autonomia palestinese e un 40% era tutto da discutere. "Questo è il discorso di Barak - sottolineava anche la giornalista del giornale israelita Yedioth Aharonot il 16/01/01 - che ci viene detto sia al mattino che alla notte e che modella la percezione collettiva della realtà: la generosità di Barak in confronto al rifiuto di Arafat…. Nel caso dei palestinesi, non c'è documentazione ufficiale alcuna su quello che Barak ha proposto ad Arafat, e certamente nessuna lista o data stabilita per smantellare nemmeno un solo insediamento….L'unico dato è il discorso sulla generosità di Barak". Inoltre, Ami Ayalon, capo dei servizi secreti del Shin Beth sotto il governo Barak, opinò pubblicamente anche che non è stata una discussione seria quella di Camp David. Ma il mito tranquillizza le coscienze, aiuta a giustificare il terrorismo di stato che applica Sharon e giustifica pure la occupazione dei territori palestinesi.

Non è la prima volta nella storia che menzogne di questo tipo si usano per infiammare l'opinione pubblica per giustificare azioni di dubbiosa legalità. Il "misterioso" scoppio che nel 1898 mando a picco il "Maine", l'imbarcazione da guerra americana in sosta nel porto dell'Avana, è servito come pretesto a Whashington per sottomettere Cuba. La stampa faceva la campagna per la guerra contro il dominio coloniale spagnolo, ma in realtà la lotta era contro l'indipendentista Martì agli inizi del 1895. Le presunte cacciatorpediniere vietnamite contro i distruttori americani nel Golfo del Tonkino nell'agosto del 1964, hanno servito da base ad una guerra che eliminò milioni di vietnamiti e 50.000 soldati americani. Quasi 30 anni dopo, durante la guerra del golfo, il giornalista Sydney Schanberg sollecitava i suoi colleghi a non dimenticare "il nostro incondizionale coro di approvazione quando Lyndon Jhonson ci ingannò con la storia del Golfo del Tonkino". Sarebbe anche lodevole che non lo dimenticassero ora i giornali americani, che attualmente danno un appoggio quasi incondizionato alla guerra "antiterrorista" globale. Comunque, questo già non interessa alle centinaia di civili palestinesi che l'Israele di Sharon assassinò a Jenin.


 

Risoluzioni ONU contro Israele ...
MAI RISPETTATE O FATTE RISPETTARE
 

L’ONU, erede della società delle Nazioni, è stata fondata - a detta degli organizzatori – per risolvere le controversie internazionali su un tavolino invece che sul campo. Quest’organizzazione soprannazionale, dovrebbe così essere arbitra imparziale delle parti contendenti, facendo rispettare le risoluzioni come altre decisioni che possano stabilizzare la situazione instabile fra due o più nazioni. Questo in teoria. In realtà, è la longa manus del governo mondiale americano, l’ONU, funzione se gli U$A lo vogliono, e dorme se gli U$A lo vogliono. Sarebbero tanti i casi che si potrebbero citare. Basta pensare che quando l’Iraq fu attirato dagli Stati Uniti nel tranello d’invadere il Kuwait, l’ONU non perse tempo a condannare “l’invasione” e a mettere in piedi una squadra militare che non c’era dalla seconda guerra mondiale. Gli U$A in prima fila condussero l’operazione, bombardando qualunque cosa si muovesse, in territorio iracheno, ma senza dimenticare i resti dell’antica civiltà babilonese. Questa operazione demonizzò totalmente l’Iraq e Saddam Hussein, gli U$A si elevarono a paladini del mondo, instauratori del Nuovo Ordine Mondiale, oltre che a far crescere in maniera smisurata la vendita dei mezzi da guerra ai paesi alleati degli U$A. Israele non ha mai rispettato nessuna risoluzione ONU, non è mai stato minacciato nessun embargo, nonostante è certo che possiede armi nucleari, al contrario dei continui e pretestuosi controlli che vengono fatti a Baghdad, non ha mai ricevuto nessuna ritorsione per non aver messo a disposizione. Due pesi e due misure, insomma, anche la NATO, sempre pronta a difendere i diritti umanitari, non ha mai preso in considerazione l’ipotesi di bombardare israele. Questo elenco si commento da solo.



Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, risoluzioni dal 1952 al 1992.

Numero risoluzione
Motivazione


risoluzione num. 106
Condanna i. per i raid su Gaza


risoluzione num. 111
Condanna i. per i raid sulla Siria che hanno provocato 56 vittime

risoluzione num. 127
Raccomanda a i. di non interferire nella zona di nessuno, a Gerusalemme

risoluzione num. 167
Esorta i. al rispetto delle risoluzioni ONU

risoluzione num. 171
Dichiara flagranti violazioni di i. durante l’attacco in Siria

risoluzione num. 228
Censura i. per il suo attacco a Sammou, nella West Bank

risoluzione num. 237
Raccomanda i. il ritorno dei profughi palestinesi del 1967

risoluzione num. 248
Condanna i. per il massiccio uso della forza a Karameh, in Giordania

risoluzione num. 250
Chiede a i. di evitare le parate militari a Gerusalemme

risoluzione num. 251
Deplora fermamente la parata militare i. a Gerusalemme, a dispetto della ris. 250

risoluzione num. 252
Dichiara “nullo” il tentativo di unificare Gerusalemme come capitale

risoluzione num. 256
Condanna i raid i. in Giordania come “pesanti violazioni”

risoluzione num. 259
Deplora fermamente il rifiuto d’i. di una commissione d’indagine sull’occupazione

risoluzione num. 262
Condanna i. per il raid sull’aeroporto di Beirut

risoluzione num. 265
Condanna i. per gli attacchi aerei a Salt, in giordania

risoluzione num. 267
Censura i. per gli atti amministrativi volti a mutare lo status di Gerusalemme

risoluzione num. 270
Condanna i. per i suoi attacchi sui villaggi libanesi.

risoluzione num. 271
Condanna il rifiuto d’i. di obbedire alle risoluzioni UNO su Gerusalemme

risoluzione num. 279
Chiede l’evacuazione delle forze i. dal Libano

risoluzione num. 280
Condanna gli attacchi d’i.contro il Libano

risoluzione num. 285
Chiede l’immediato ritiro di i. dal Libano

risoluzione num. 313
Deplora la variazione dello status di Gerusalemme da parte di i.

risoluzione num. 316
Chiede la cessazione degli attacchi d’i contro il Libano

risoluzione num. 317
Deplora il rifiuto di i. di rilasciare i prigionieri rapiti in Libano

risoluzione num. 332
Condanna i ripetuti attacchi di i. contro il Libano

risoluzione num. 337
Condanna i per la violazione della sovranità territoriale del Libano

risoluzione num. 347
Condanna gli attacchi d’i. sul Liano

risoluzione num. 425
Chiede a i. di ritirare le sue forze dal Libano

risoluzione num. 427
Chiede ad i. di completare il suo ritiro dal Libano

risoluzione num. 444
Deplora I. per il suo rifiuto a collaborare con le forze di pace delle Nazioni Unite
risoluzione num. 446
Afferma che gli insediamenti ebraici sono un serio ostacolo alla pace e chiede ad I. il rispetto della Convenzione di Ginevra

risoluzione num. 450
Chiede ad I. di fermare gli attacchi sul Libano

risoluzione num. 452
Chiede ad I. di fermare la costruzione degli insediamenti nei Territori

risoluzione num. 465
Deplora gli insediamenti d'I. e chiede agli stati membri di non sostenere la politica degli insediamenti ebraici

risoluzione num. 467
Deplora fortemente l'intervento militare d'I. in Libano

risoluzione num. 468
Chiede ad I. di revocare l'espulsione illegale di due sindaci e di un giudice palestinesi e di facilitarne il rientro

risoluzione num. 469
Deplora con fermezza la mancata osservanza, da parte di I. degli ordini del Consiglio riguardo le espulsioni

risoluzione num. 471
Esprime profondo rincrescimento per la mancata osservanza, da parte di I. della Quarta Convenzione di Ginevra

risoluzione num. 476
Ribadisce che le pretese israeliane su Gerusalemme sono nulle e non valide

risoluzione num. 478
Censura I. nei termini piu' fermi I. per la sua pretesa su Gerusalemme, inserita nelle Basic Law

risoluzione num. 484
Dichiara imperativo il ritorno dei due sindaci palestinesi espulsi da I.

risoluzione num. 487
Condanna fermamente I. per il suo attacco all' Iraq

risoluzione num. 497
Dichiara che l'annessione delle alture del Golan da parte di I. e' nulla e chiede che I. receda dalla sua posizione

risoluzione num. 501
Chiede ad I. il ritiro dal Libano

risoluzione num. 509
Chiede ad I. di fermare gli attacchi e ritirare le sue truppe dal Libano

risoluzione num. 515
Chiede che I. si ritiri immediatamente e incondizionatamente dal Libano

risoluzione num. 517
Chiede che I. metta fine all'assedio su Beirut e lasci passare viveri in citta

risoluzione num. 518
Censura I. per il suo rifiuto a obbedire alle risoluzioni ONU per il Libano

risoluzione num. 520
Esige che I. collabori pienamente con le forze delle N.U. in Libano

risoluzione num. 573
Condanna l'attacco di I. a Beirut ovest

risoluzione num. 587
Condanna vigorosamente I. per l'attacco aereo al quartier generale dell'OLP a Tunisi

risoluzione num. 592
Prende nota dei precedenti richiami ad I. riguardo l'evacuazione del Libano

risoluzione num. 605
Deplora fortemente I. per l'uccisione degli studenti palestinesi all'Universita' di Bir Zeit

risoluzione num. 607
Deplora fortemente I. per negare I diritti umani dei palestinesi

risoluzione num. 608
Chiede ad I. di fermare le deportazioni e di rispettare la IV Convenzione di Ginevra

risoluzione num. 636
Si duole profondamente del fatto che, ignorando le ingiunzioni delle N.U., I. continua a deportare civili palestinesi

risoluzione num. 641
Deplora I. per le continue deportazioni

risoluzione num. 672
Condanna I. per le violenze contro I palestinesi ad Haram el Sharif

risoluzione num. 673
Deplora I. per il suo continuo rifiuto a collaborare con le Nazioni Unite

risoluzione num. 681
Deplora la ripresa da parte di I. della pratica delle deportazioni

risoluzione num. 694
Deplora la deportazione di civili palestinesi e chiede il loro immediato ritorno

risoluzione num. 726
Condanna fortemente I. per le continue deportazioni

risoluzione num. 799
Condanna con decisione la deportazione di 413 intellettuali palestinesi e chiede il loro rientro immediato



Roma 06.10.2001

A cura del Gruppo Ricerca dell'Action for Peace

 

La legalità Internazionale? Le risoluzioni dell’Onu?

 

Ecco alcuni esempi: 

 

Nel 1980 e 1990 l'Iraq ha dato inizio a due guerre: contro Iran e Kuwait. Nel 1988 uccise con le armi chimiche 5.000 curdi civili nel villaggio Hallabja. L'Iraq continua a violare le 16 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Si presume che sia in possesso delle armi di distruzione di massa. Tuttavia non possiede le armi nucleari e attualmente non ha né occupato né annesso illegalmente territori appartenenti ad altre nazioni. Dal 1990 l'Iraq è sotto la Sanzione Economica delle Nazioni Unite.

Nel 1956, 1967, 1982 Israele ha attaccato Egitto, Giordania, Libano, Siria, Tunsia . Nel 1982 invase il Libano. 17,500 libanesi civili sono stati uccisi nella guerra del Libano. Israele ha ignorato finora le 68 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. E' in possesso di armi di distruzione di massa comprese le armi nucleari. Occupa illegalmente le Alture del Golan (Siria), la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme Est (Palestina). Israele non è soggetto a nessuna sanzione da parte delle Nazioni Unite.

Le risoluzioni violate e/o ignorate dall'Iraq:

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 678 del 29 novembre1990

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 686 del 2 marzo 1991

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 687 del 3 aprile 1991

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 688 del 5 aprile 1991

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 707 del  15 agosto1991

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 715 dell' 11 ottobre 1991

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n°  949 del 15 ottobre 1994

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 1051 del 27 marzo 1996

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° del 12 Giugno 1996

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 1115 del 21 giugno 1997

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 1134 del 23 ottobre 1997

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° del 12 novembre 1997

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 1154 del 2 marzo 1998

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 1194 del 9 settembre1998

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 1205 del 5 novembre 1998

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 1284 del 17 dicembre1999

Le risoluzioni  violate e/o ignorate da Israele:

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 42 del 5 marzo 1948 (8 Favorevoli-0 contrari -3 Astenuti). 3 astensione: Argentina, Siria, Gran Bretagna.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 43 del 1 aprile 1948. All’unanimità

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n°44 del 1 aprile 1948 (9-0-2). 2 astensione :Ucraina S.S.R, U.S.S.R.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 46 del 17 Aprile 1948 (9-0-2). 2 astensione: Ucraina S.S.R., U.S.S.R.
Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 48 del 23 Aprile 1948 (8-0-3). 3 astensione: Colombia, Ucraina S.S.R., U.S.S.R.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 49 del 22 maggio 1948 (8-0-3). 3 astensione: Siria, Ucraina S.S.R., U.S.S.R.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 50 del 29 maggio 1948. La bozza è stata votata parzialmente, l'intero documento non è stato messo a votazione.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 53 del 7 giugno 1948 (8-0-3). 3 astensione: Siria, Ucraina S.S.R., U.S.S.R.

 Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 54 del 15 giugno 1948 (7-1-3). 1 contrario: Siria. 3 astensione: Argentina, Ucraina S.S.R., U.S.S.R.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 56 del 19 agosto. La bozza è stata votata parzialmente, l'intero documento non è stato messo a votazione.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 57 del 18 settembre

1948. All’unanimità.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 59 del 19 ottobre 1948. All’unanimità Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 60 del 29 ottobre 1948. Non è stata messa a votazione.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 61 del 4 novembre 1948 (9-1-1). 1 contrario: Ucraina S.S.R. 1 astensione: U.S.S.R.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 62 del 16 novembre 1948. La bozza è stata votata parzialmente, l'intero documento non è stato messo a votazione.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 66 del 29 dicembre 1948 (8-0-3). 3 astensione: Ucraina S.S.R., U.S.S.R., U.S.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 69 del marzo 1949 (9-1-1). 1 contrario: Egitto. 1 astensione: GB.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 72 del 11 agosto 1949. Nessun votazione.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 73 del 11 agosto 1949 (9-0-2). Astenuti:Ucraina S.S.R., U.S.S.R.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 101 del 24 novembre 1953 (9-0-2). Astenuti: Libano, U.S.S.R.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 89 del 17 novembre 1950 (10-0-2). 2 astenuti: Egypt, U.S.S.R.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 119 del 31 ottobre 1956 (7-2-2). 2 contrari: Francia, U.K., 1 astensione: Australia, Belgio.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 127 del 22 gennaio 1958 – All’unanimità. Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 162 dell'11 aprile 1961 (8-0-3). 3 astensione: Ceylon, U.S.S.R.,Repubblica Araba Unita.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 228 del 25 novembre 1966 (14-01).1 astensione Nuova Zelanda

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 233 del 6 giugno 1967. All’unanimità.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 234 del 7 giugno1967. All’unanimità.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 237 del 14 giugno1967. All’unanimità.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 242 del 22 novembre 1967. All’unanimità.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 248 del 24 marzo1968. All’unanimità.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 250 del 27 aprile

1968. All’unanimità.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° No. 251 del 2 maggio 1968. All’unanimità. Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 252 del 21 maggio1968 (13-0-2). 2 astensionei: Canada, U.S.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 259 del 27 settembre 1968 (12-0-3). 3 astensioni: Canada, Denmark, U.S.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 267 del 3 luglio1969

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 271 (1969) del 15settembre 1969 (11-0-4). 4 astensioni:Colombia, Finlandia, Paraguay, U.S.37.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu n° 298 del 25 settembre 1971.1 astensione: Siria.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 331 del 20 aprile 1973. All'unanimità.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 338 del 22 ottobre 1973. All'unanimità.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 339 del 23 Ottobre 1973. All'unanimità(14-0-0). La Cina non ha votato.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 344 del 15 dicembre 1973 (10-0-4).4 astensioni: France, U.S.S.R., U.K., U.S.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 381 del 30 Novembre 1975 (13-0-0).China and Iraq non hanno votato.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 425 del 19 Marzo (12-0-2). 2 astensioni: Czechoslovakia e U.S.S.R.,la Cina non partecipò n° alla votazione.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 446 del 22 Marzo 1979 (12-0-3).3 astensioni: Norvegia, U.K., U.S.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 452 del 20 luglio 1979 (14-0-1). 1 astensione: U.S.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu 465 del 1 marzo 1980. All'unanimità. Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 468 dell'8 maggio 1980 (14-0-1).1 astensione: U.S.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 469 del 20 maggio 1980 (14-0-1).1 astensione: U.S.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 471 del 5 giugno 1980 (14-0-1).1 astensione: U.S.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 476 del 30 giugno 1980 (14-0-1).1 astensione: U.S.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 478 del 20 agosto 1980 (14-0-1).1 astensione: U.S.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu n° 484 del 19 dicembre

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 500 del 28 gennaio 1982 (13-0-2). 2 astensioni:U.K., U.S.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 508 del 5 giugno 1982

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 509 del 6 giugno 1982

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 512 del 19 giugno 1982. All’unanimità.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 513 del 4 luglio 1982.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 515 del 29 luglio 1982 (14-0-0). U.S. non parteciparono al voto.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 516 del 1 agosto 1982

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 517 del 4 agosto 1982 (14-0-1).1 astensione: U.S.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 518 del 12 agosto 1982

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 520 del 17 settembre 1982

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 521 del 19 settembre 1982. All'unanimità

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 573 del 4 ottobre 1985 (14-0-1).1 astensione: U.S.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 592 del 8 dicembre 1986 (14-0-1).1 astensione: U.S.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n° 605 del 22 dicembre 1987.(14-0-1).1 astensione: U.S.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu 607 del 5 gennaio 1988.All'unanimità

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu 608 del 14 gennaio 1988 (14-0-1).1 astensione: U.S.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu 611 del 25 aprile 1988

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu 636 del 6 Luglio 1989 [Adottata al 2870 incontro (14-0-1).1 astensione: U.S.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu 641 del 30 agosto 1989 (14-0-1).1 astensione: U.S. Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu 672 del 12 ottobre 1990.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu 673 del 24 ottobre 1990. All'unanimità Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu 681 del 20 dicembre. All'unanimità

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu 694 del 24 maggio 1991. All'unanimità

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu 726 del 6 gennaio 1992. All'unanimità.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu 799 del 18 dicembre 1992- All'unanimità.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 904 del 18 marzo 1994 All'unanimità. La bozza venne votata solo in parte, con l'astensione degli Stati Uniti U.S. su due paragrafi di preambolo. Nessun voto fu dato al testo complessivo.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 1073 del 28 Settembre 1996 (14-0-1) 1 astensione: U.S.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 1322  del 7 ottobre 2000 (14-0-1)  1 astensione: U.S.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 1397 del 12 marzo 2002 (14-0-1) 1 astensione: Siria.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 1402 del 30 marzo 2002 (14-0-1) 1 astensione: Siria

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 1403 del 4 aprile 2002 - All'unanimità.

Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu  n° 1405 del 19 aprile 2002 - All'unanimità.

 

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