L'Unità, 11 ottobre 2006
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Due palestinesi sono stati uccisi questa notte a Nablus, nel nord
della Cisgiordania, e Gaza dall'esercito israeliano: lo ha riferito
il sito israeliano Ynet del quotidiano
Yediot Ahronot. Un uomo è
stato ucciso a Nablus durante una incursione dell'esercito, volta
alla cattura di miliziani palestinesi ricercati nel campi profughi
di al Ain e di Balata. L'uomo, stando alla ricostruzione di Ynet,
stava preparando un ordigno esplosivo.Nella Striscia di Gaza un
altro palestinese è stato ucciso dall'esercito nelle vicinanze del
valico di Erez, il principale passaggio di manodopera palestinese da
Gaza al territorio israeliano.
Il quotidiano progressista israeliano
Haaretz riporta in prima
pagina nell'edizione di oggi un ampio riferimento al documentario di
RaiNews 24 su Gaza dal
titolo «Ferite inspiegabili e nuove armi» che sarà presentato oggi a
Roma . In un articolo a firma di Meron Rapoport, si legge: «Tv
italiana: Israele ha utilizzato un nuovo prototipo di arma nella
Striscia di Gaza». Haaretz
riferisce che da un'inchiesta condotta dall'emittente televisiva
italiana risulterebbe che «Israele ha utilizzato un'arma
sperimentale nella Striscia di Gaza nei mesi recenti,causando in
modo particolare serie ferite fisiche, come l'amputazione di arti e
importanti bruciature». Secondo quanto si legge, l'arma in questione
sarebbe «simile» a quella sviluppata dalle forze armate Usa,
conosciuta come "Dime" (sigla di Dense Inert Metal Esplosive),
un'arma sganciata dai Drone, aerei teleguidati, che sparge polvere
di tungsteno caricata di energia, capace di causare potenti e letali
esplosioni con una ridottissima quantità di radiazioni.
Il documentario italiano, sottolinea
Haaretz, si basa su racconti
di testimoni oculari e fonti mediche nella Striscia di Gaza che
avevano segnalto numerose persone con strane e gravi ferite agli
arti inferiori. RaiNews 24 è
stata protagonista di un'altra inchiesta che ha fatto molto
discutere, quella sul ricorso ad armi al fosforo bianco nell'area di
Fallujah, in Iraq.
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/12-Ottobre-2006/
Quelle ferite misteriose che nessuno spiegava
Nel luglio scorso, mentre tutti i fari erano puntati sui
bombardamenti in Libano, sulla Striscia di Gaza piovono strani ordigni.
Producono danni che i medici non capiscono. Dopo mesi di ricerche, forse quegli
ordigni hanno un nome
A. Di G.
Anwar Abu Houli ha 43 anni e per anni ha fatto il paramedico
a Deir Al Balah, guidando le ambulanze durante le incursioni militari. Ma la
mattina del 19 luglio, mentre presta soccorso alle vittime di un'esplosione fra
gli stretti vicoli di Mughazi Camp, accade qualcosa: dal cielo, probabilmente da
un drone israeliano, viene sganciato un ordigno. Plana davanti a lui con un
leggero sibilo, non fa rumore neanche quando tocca terra. All'improvviso la
detonazione: Anwar si ritrova a terra, con una gamba tagliata all'altezza dello
stinco, il corpo lacerato da microscopici tagli interni e da una polvere che
sembra rimanergli sotto la pelle, ustionandolo. Durante il trasporto
all'ospedale la polvere gli aggredisce la carne, coagula i vasi sanguigni,
devitalizza i tessuti, come «invecchiandoli». I medici si ritrovano impotenti di
fronte alla rapida necrosi e non possono che amputare, senza trovare alcuna
scheggia che spieghi tagli e ustioni.
Anwar Abu Houli è uno dei pochi sopravvissuti palestinesi disponibili ad essere
intervistati. Il suo non è un caso isolato: lo stesso giorno nell'ospedale di
Deir al Balah si sono registrati altri cinque casi, e a Gaza City il 26 luglio
si contavano 19 mutilati su 50 feriti e 27 morti: un rapporto fra vittime e
invalidi pressochè paritario. Percentuali e sintomi senza precedenti: in agosto
l'allarme che a Gaza si stia testando un'arma completamente nuova raggiunge la
stampa internazionale, se ne occupa estesamente anche il manifesto. Ma
l'elettricità nella Striscia va e viene compromettendo i contatti con l'esterno,
le autopsie sono impossibili, il blocco ai confini impedisce di spedire reperti
da analizzare.
Oggi le «nuove armi» sperimentate sui palestinesi durante l'operazione militare
israeliana «Pioggia d'estate» potrebbero avere un nome. Il nucleo di inchieste
di Rainews24, recatosi a Gaza, ha individuato in un progetto americano di bombe
a diametro ridotto combinate col Dime, il Dense inert metal explosive, la
plausibile spiegazione delle misteriose ferite riscontrate. Il Dime sarebbe una
tipologia di munizione a cosiddetta letalità concentrata, un prodotto delle
esigenze della «guerra al terrorismo». Proprio fra giugno e luglio dovevano
esserne disponibili i primi prototipi. E' probabile che Gaza abbia fornito il
miglior scenario per una sperimentazione sul campo di battaglia, in settimane di
relativa disattenzione mediatica a causa dei bombardamenti in Libano.
Analisi scientifiche indipendenti commissionate ai laboratori dell' Università
di Parma da Rainews24 su frammenti e polveri fornite dai medici di Gaza hanno
confermato la presenza di carbonfibra e tungsteno, i due elementi caratteristici
del Dime. Ha detto alla Rai l'ex maggiore generale dell'aviazione israeliana (e
direttore del programma israeliano per lo sviluppo degli armamenti) Itzhak
Ben-Israel: «Qualcosa di abbastanza piccolo e preciso da colpire soltanto
l'obiettivo identificato, senza altre vittime involontarie, da migliaia di metri
di distanza, cambierebbe la guerra come vogliamo». Dal quotidiano Haaretz, ieri
il giornalista Meron Rappaport ha lanciato l'allarme, subito rispedito al
mittente dal portavoce dell'esercito israeliano che ha smentito l'uso di armi
Dime, aggiungendo però che «per ovvi motivi Tsahal non entra nei dettagli
riguardo ai propri armamenti e all'uso che di essi fa».
Il filmato dell'inchiesta è da oggi disponibile sul sito di Rainews24.
Piccola e letale, ecco l'arma testata a Gaza
Addio cluster bomb, le
nuove munizioni figlie della guerra al
terrorismo si chiamano Small diameter bomb e
Dense inert metal explosive (Dime). Aspirano ad
essere ordigni «umanitari»: piccole dimensioni,
effetto circoscritto, usabili su zone abitate
senza sollevare troppe proteste. In realtà sono
più letali delle precedenti: frammenti
cancerogeni, tagli e ferite che non si
rimarginano
Annalena Di Giovanni
Più piccole, più letali e
più precise. Svuotati gli arsenali dalle
discusse bombe a grappolo, sarebbe ora nelle
«armi a letalità concentrata», o «munizioni dai
ridotti danni collaterali», la svolta per la
cosiddetta guerra al terrorismo. Una nuova
generazione di ordigni dalle ridotte dimensioni
ad effetto circoscritto, tanto da poterle
utilizzare nelle aree densamente popolate: in
Afghanistan, in Iraq, nei Territori occupati
palestinesi, in Libano. Non tanto per
contrastare un esercito regolare, quanto piccoli
gruppi di guerriglieri spesso camuffati (secondo
le versioni ufficiali) all'interno dei centri
abitati. Un tipo di intervento, il bombardamento
aereo, finora limitato dagli estesi danni che
esso comporta: decine di civili uccisi,
abitazioni danneggiate, proteste dell'opinione
pubblica.
Ora il problema potrebbe essere risolto. A
partire dalle richieste di marina e aviazione
americane, con la plausibile cooperazione
militare israeliana, nel 2003 la Boeing ha vinto
l'appalto per la progettazione delle Small
diameter bomb (bombe di piccolo diametro),
ordigni che non superassero i 90 chili di peso e
il metro e mezzo di lunghezza. Grazie ad ingenti
stanziamenti da parte del Dipartimento della
difesa americano (investimenti raddoppiati nel
2004) i primi prototipi sono stati disponibili
per la sperimentazione sul campo a partire dal
maggio 2006, e già dallo scorso settembre
sarebbero disponibili negli arsenali militari.
Con una variante rispetto alle munizioni
tradizionali: il Dense inert metal explosive,
ovvero l'ultimo ritrovato in fatto di letalità
concentrata.
Il Dime è formato da una carica interna in lega
di tungsteno (quello delle lampadine, tanto per
capirne conduzione e reattività). Libera
nell'aria una polvere incandescente che, cadendo
sul proprio peso specifico, aggredisce
l'obiettivo con una certa angolazione provocando
innumerevoli tagli e ferite senza superare i 4
metri di gittata. Alla carica inerte viene
combinato un involucro esterno in fibra di
carbonio, più leggero ed economico del metallo,
invisibile a raggi x. Una volta esploso si
polverizza in microparticelle invece che in
schegge. Pur essendo capace di penetrare il
cemento armato, la fibra di carbonio non offre
eccessiva resistenza alla detonazione
dell'esplosivo contenuto, aumentandone di fatto
l'efficacia, al punto che i primi prototipi
hanno distrutto gli strumenti di misurazione dei
laboratori militari. Un Dime sarebbe inoltre
capace di seguire il proprio obiettivo mobile
grazie alla propria leggerezza e ad un sistema
di controllo Gps.
Dunque: alta precisione, esplosione
circoscritta, nessuna scheggia. Ma la svolta
sembra poco positiva. Test finora intrapresi nei
laboratori militari di Maryland avrebbero
dimostrato, secondo il New Scientist del
febbraio 2005, una mortalità del 100% sulle
cavie: esposte ai frammenti di tungsteno, nel
giro di 5 mesi sviluppavano tutte la stessa rara
forma di cancro, il rabdosarcoma. Ma
accantonando le ipotesi sulla tossicità del
tungsteno, rimangono preoccupazioni più urgenti.
Se quanto testato a Gaza erano Dime, come sembra
altamente probabile, gli effetti prodotti
sembrano più gravi di quelli delle vecchie bombe
in acciaio. Poche centinaia di schegge vengono
sostituite da una lacerante nube di particelle
incandescenti che penetrano, tagliano e
ustionano le vittime fino alle ossa. Nel giro di
pochi minuti provocano la necrosi di interi
arti, infine si depositano all'interno del corpo
senza possibilità di estrazione. Il tutto in uno
scenario asimmetrico, nel quale da una parte c'è
un essere umano, dall'altra una bomba sganciata
da un drone pilotato a distanza, e dove aumenta
il numero delle vittime invisibili: gli invalidi
permanenti. Ottenere il massimo dei risultati e
il minimo delle perdite, questo l'imperativo. E,
viste le ridotte dimensioni delle Dime, le
munizioni incamerabili da ogni velivolo si
quadruplicano automaticamente.
In conclusione, la differenza delle munizioni a
letalità concentrata potrebbe essere proprio
nella giustificazione morale suggerita dai
committenti stessi: il presunto interesse a
limitare i danni collaterali. Difficile, in base
al diritto umanitario, proibire l'uso di queste
munizioni, devastanti nei fatti ma presentate
come ridotte, circoscritte ai soli «terroristi».
Il Dime, economico e leggero, potrebbe essere
sganciato in aree densamente popolate, in
quantità quattro volte superiori, provocando gli
effetti riscontrati a Gaza (né civili, né donne
né bambini sono stati risparmiati). E allora
sarà la sua stessa definizione di arma a basso
danno collaterale a fornire un alibi a chiunque
la utilizzi, assai più giustificabile delle
«vecchie» armi finora utilizzate.