I DISASTRI DEL COLONIALISMO: MOLTO PIU' DI UN LIBRO NERO
Roberto Renzetti
Premessa
Il colonialismo nel vicino e medio Oriente

In questa prima pianta c'è da notare subito la grande estensione dell'Impero Ottomano che comprendeva in sé molti Paesi che al 1914 non esistevano come entità politiche separate: Turchia (l'erede dell'Impero Ottomano), Siria, Iraq, Libano, Palestina, Giordania, Arabia Saudita. Da notare ancora che varie regioni intorno alla penisola arabica erano già colonie (Aden, Cipro) o protettorati britannici (Hadramaut, Oman, Bahrein, Kuwait). Alcune zone della Persia erano o d'influenza russa o britannica. Ad est della Persia e dell'Afghanistan, dove oggi vi è il Pakistan vi era l'India britannica. Varie linee che si intravedono nella carta sono per confini variati negli anni a seguito delle più svariate vicende.
Un particolare della carta precedente (1915) nel quale sono anche riportati sovrapposti i confini che furono stabiliti nel 1923 dopo il Trattato di Losanna.
Rivendicazioni ed assegnazioni delle aree smembrate nel 1915 (intesa Husain-McMahon).
Mappa del Trattato Sykes-Picot (1916).

Ancora la stessa situazione. Le frontiere del dopoguerra furono modificate secondo gli interessi delle potenze mandatarie. Così fu creato un Grande Libano a scapito della Siria, essa stessa divisa negli Stati degli alawiti, del Gebel druso, di Aleppo e Damasco. Quanto al sangiaccato di Alessandretta, che raccoglieva una popolazione composita, fu ceduto nel 1939 dalla Francia alla Turchia senza alcun rispetto per il diritto internazionale.

In questa sesta pianta si intravedono già le zone di smembramento dell'Impero Ottomano alla fine della Prima Guerra Mondiale: la Turchia (zona viola in alto); zona d'influenza francese (tratteggiate verticalmente in viola e comprendente le attuali Siria e Libano); zona d'influenza inglese (tratteggiata obliquamente in verde e comprendente la Transgiordania, l'Iraq e la Palestina; il regno di Hegiaz e Neged (zona colorata in ocra) indipendente via via a partire dal 1916 (quello che sarà successivamente l'Arabia Saudita); lo Yemen (zona colorata in viola scuro) indipendente dal 1916; colonie e protettorati britannici in verde; l'Egitto che passa da essere protettorato britannico (1914) ad indipendente (1922); il Sudan un coprotettorato anglo-egiziano dalla fine dell'Ottocento. Si devono notare le prime divisioni fronterizie fatte con riga e squadra, senza alcun rispetto per popolazioni, popoli, tradizioni, usi, costumi, tribù, rivalità, storia e dati geografici.

Questa settima carta è una ripetizione della precedente.

Questa ottava carta riporta i vari Paesi del Medioriente con le date della loro nascita, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il Paese indicato con il numero 1 è il Libano (indipendente dal 1943) e quello indicato con il numero 2 era la Palestina fino al 1947 ed è Israele dal 1948 con i territori palestinesi che mantiene occupati nonostante svariate risoluzioni ONU impongano il ritiro. Altri Paesi qui ancora indicati come colonie o protettorati britannici acquisteranno successivamente l'indipendenza formale. L'Iraq è formalmente indipendente dal 1932, l'Arabia Saudita nasce nello stesso anno dal precedente regno, nel 1935 la Persia assume il nome di Iran.
Per comprendere meglio come si siano violentate le culture e le tradizioni nell'operare le divisioni tra stati è utile vedere la mappa della distribuzione della religione sciita e del come le popolazioni di tale religione siano state suddivise in differenti entità politiche.

In particolare, in Iraq, la questione sciita si sovrappone a quella curda di modo che la violenza è stata maggiore sovrapponendo arbitrio ad arbitrio, con il risultato che tale situazione sarebbe stata solo governabile da un dittatore, scelto dalle potenze coloniali.

La cosa diventa addirittura più clamorosa in Libano, dove, agli insediamenti religiosi precedenti alla creazione di Israele, si devono sommare le decine di migliaia di profughi provenienti dai territori palestinesi.

Credo che le carte geografiche mostrate siano abbastanza chiare. La disintegrazione dell'Impero Ottomano ha lasciato spazio alle potenze coloniali e soprattutto alla Gran Bretagna di farla da padrone un poco dappertutto e, particolarmente, nella zona mediorientale della quale mi occupo. Vi sono anche delle date d'indipendenza indicate ma ho detto qua e là che si tratta in gran parte di indipendenze formali, con regimi che nascevano sotto gli auspici della potenza coloniale precedente alla presunta indipendenza. Si mettevano in piedi vecchie e corrotte monarchie dai caratteri assoluti basate su discendenze divine ed intoccabili. Quando qualcuna di queste monarchie tentava una qualche via nazionale all'emancipazione del Paese, non si esitava a manovrare per colpi di stato che la facevano fuori in un batter d'occhio. Se poi i colpi di stato avvenivano da parte di militari "evoluti" che volevano sottrarre quel Paese dall'influenza e dal conseguente sfruttamento di un data potenza coloniale, allora non si esitava ad intervenire o a farlo fare con le cannoniere. In somma sintesi non si è permesso a nessuno di quei Paesi di evolversi, di svilupparsi, di avere le proprie guerre d'indipendenza e le proprie rivoluzioni nazionali (alla "francese") che togliessero di mezzo allo stesso tempo i governanti corrotti, i feroci dittatori, l'integralismo religioso e la dipendenza coloniale con la spoliazione di ogni ricchezza naturale del territorio. Ed oggi, farisaicamente, si rimprovera a quei Paesi di non avere quelle istituzioni che noi gli abbiamo impedito di avere.
Per ogni tipologia delineata vi sono esempi numerosi che potranno trovarsi dalla lettura delle varie storie dei singoli Paesi nati in Medioriente nel Secondo dopoguerra. Riporto di seguito alcune di queste storie avvertendo solo che non si tratta di problemi separati ed ognuno con soluzioni indipendenti. Si tratta di un unico gigantesco problema aggravato enormemente dal fatto che in quei Paesi si concentra la gran parte delle riserve note di petrolio e gas naturale, motore per ora insostituibile del mondo occidentale.
A tutto questo si aggiunga l'invenzione dello Stato
di Israele, di uno Stato culturalmente ed economicamente estraneo a
quelle terre. Uno Stato preteso dai sionisti dai primi del Novecento e
gentilmente concesso dalle cattive coscienze europee (leggi Gran
Bretagna) per riparare clamorosi torti al popolo ebraico. Ma era una
doppia operazione, ancora di tipo coloniale: da una parte si dava
sfogo al superstite razzismo allontanando quegli ebrei dall'Europa
perché si dirigessero dove loro stessi desideravano (la prima
destinazione pensata era ancora una colonia britannica in Africa,
l'Uganda); dall'altra si innestava in quella zona un guardiano fedele
che avrebbe dato subito prova di sé alleandosi proprio con Francia e
Gran Bretagna nell'attacco all'Egitto del 1956, quando Nasser tentò
la nazionalizzazione del Canale di Suez (ma anche nel sostegno a
queste potenze contro i movimenti di liberazione che nascevano nelle
singole colonie). Frutto avvelenato di questa politica avventurista
(dei sionisti e della Gran Bretagna) è stato il ribaltamento di una
situazione di pacifica convivenza fra arabi musulmani e non con ebrei
che durava dall'epoca di Maometto, cioè da 1400 anni!). Più in
dettaglio: il futuro assetto della Palestina, che Francia e Gran
Bretagna desideravano controllare (la Francia laica della Terza
repubblica restava infatti fedele al suo ruolo di protettrice della
cristianità) fu provvisoriamente risolto con una spartizione tra la
Gran Bretagna e un'amministrazione internazionale dei luoghi santi.
Per la Gran Bretagna, in realtà, quell'accordo era un ripiego. Alla
ricerca di ogni possibile appoggio, gli inglesi decisero allora di
giocare la carta del sionismo, preoccupati di conquistare i consensi
delle comunità ebraiche, tendenzialmente filotedesche o comunque
favorevoli al processo rivoluzionario che si andava innescando in
Russia. Inoltre la creazione di un focolare ebraico in Palestina e i
conflitti che probabilmente avrebbero finito per opporre arabi ed
ebrei in quella regione avrebbero permesso di consolidare la
presenza di un arbitrato britannico, e di conseguenza la sicurezza
del passaggio attraverso il canale di Suez. Da qui nacque la
Dichiarazione Balfour.
Ed ora, in ordine alfabetico, riporto le storie dei Paesi che gravitano intorno all'area mediorientale. Con un poco di attenzione si vedrà che esiste una profonda interconnessione tra di esse.
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La storia della nazione Afghanistan non ha più di due secoli, ma nel
corso del suo passato il paese ha contribuito alla grandezza di molti
imperi dell'Asia centrale. Come nel resto della regione, l'ascesa e il
declino dei poteri politici sono sempre stati indissolubilmente legati
all'ascesa e al declino delle religioni.
Fu in Afghanistan che nel VI secolo a.C. nacque l'antica religione
zoroastriana. In seguito, dall'India il buddhismo si diffuse verso ovest
fino alla valle di Bamiyan, dove continuò a essere professato fino al X
secolo d.C. L'espansione del mondo islamico verso est raggiunse
l'Afghanistan nel VII secolo d.C. e oggi la stragrande maggioranza degli
afghani è di fede musulmana.
Tra il 1220 e il 1223 Gengis Khan devastò il paese riducendo Balkh, Herat,
Ghazni e Bamiyan a cumuli di macerie. Riparati i danni, attorno al 1380 la
regione fu nuovamente distrutta da Tamerlano. Il regno di questo sovrano
diede inizio alla fiorente era timuride, nel corso della quale la poesia,
l'architettura e la pittura delle miniature raggiunsero l'apice della
propria espressione artistica.
Il quarto figlio di Tamerlano, Shah Rukh, fece costruire santuari, moschee
e madrase in tutto il Khorasan da Mashad, nel territorio dell'odierno
Iran, fino a Balkh. Herat continuò a prosperare con il sultano Hussain
Baykara (morto nel 1506) e in quest'epoca diede i natali a grandi poeti
dell'Asia centrale quali Jami e Alisher Navoi.
L'ascesa dell'impero moghul riportò l'Afghanistan alle glorie del potere.
Nel 1512 Babur scelse come capitale Kabul, ma con l'avanzata dei moghul
verso l'India l'Afghanistan cessò di essere il centro dell'impero e fu
ridotto semplicemente a un'area periferica. Nel 1774, mentre le truppe
europee minavano l'influenza dei moghul ormai in declino nel subcontinente
indiano, fu fondato il regno dell'Afghanistan.
Il XIX secolo fu segnato dai contrasti con i britannici, i quali temevano
che i loro turbolenti vicini potessero influire negativamente sulla grande
colonia indiana. La tensione aumentò fino a scaturire in una serie di
sanguinose guerre spesso combattute sulla base di pretesti assai poco
fondati. Nella prima, durata dal 1839 al 1842, la guarnigione britannica
fu quasi completamente annientata mentre si ritirava sul passo del Khyber:
di 16.000 uomini ne sopravvisse soltanto uno. Gli inglesi riuscirono poi a
rioccupare Kabul e la devastarono per dare prova della loro forza, ma
anche questo successo durò poco.
Dopo alcuni conflitti locali combattuti tra il 1878 e il 1880,
l'Afghanistan accettò di diventare una sorta di protettorato britannico,
acconsentendo a versare un pagamento annuale e ad avere un funzionario
inglese a Kabul, ma non appena la missione diplomatica venne stanziata
nella città, tutti i suoi membri furono assassinati. Questa volta gli
inglesi decisero di mantenere il controllo degli affari esteri
dell'Afghanistan, ma di lasciare le questioni interne agli Afghani.
Nel 1893 l'Inghilterra tracciò i confini orientali dell'Afghanistan lungo
la cosiddetta Durand Line, facendo sì che molte tribù pathan si
ritrovassero nel territorio dell'odierno Pakistan. Ciò è causa di un
conflitto afghano-pakistano che si protrae da anni ed è la ragione per
cui gli Afghani chiamano Pashtunistan la parte occidentale del Pakistan.
A partire dalla prima guerra mondiale i commerci dell'Afghanistan si
orientarono sempre più verso l'Unione Sovietica, che forniva al paese
aiuti economici di gran lunga superiori a quelli inviati dal mondo
occidentale; l'unico settore in cui i paesi dell'Occidente esercitavano
una massiccia l'influenza era quello del turismo. Venne avviata una serie
di riforme simili a quelle sperimentate dalla Turchia, ma il progetto fallì
e per decenni la situazione politica del paese rimase instabile. La
monarchia decadde nel 1973 quando il re (che era un pathan, come la
maggior parte delle persone che sedevano ai vertici del potere) venne
destituito mentre si trovava in Europa. Il nuovo governo non si rivelò
molto più progressista di quelli che lo avevano preceduto, ma la
situazione era indubbiamente rosea in confronto a ciò che sarebbe
seguito.
Dopo la rivoluzione filosovietica del 1978, l'Afghanistan precipitò
rapidamente nel caos. Il suo governo filocomunista e antireligioso era
inviso ai movimenti popolari islamici dell'Iran e del Pakistan e ben
presto le turbolente tribù afghane gli mossero guerra. Una seconda
rivoluzione portò alla nascita di un regime ancora più orientato verso
l'Unione Sovietica e seguì un altro periodo di anarchia. L'URRS decise di
intervenire e dopo una rivoluzione 'popolare', nel 1979 fu installato a
Kabul un governo fantoccio sostenuto dall'esercito sovietico.
Fu allora invocata la jihad (guerra santa) islamica e sorsero sette
fazioni di mujaheddin. I sovietici si trovarono presto impantanati in
quello che è stato definito 'il Vietnam della Russia'. Nonostante
l'Unione Sovietica fosse avvantaggiata dalla vicinanza geografica, che
facilitava i rifornimenti, dall'assenza di una protesta organizzata in
patria e dalle divisioni interne del nemico, i mujaheddin afghani erano
determinati quanto i Viet Cong.
La guerra si trascinò fino agli anni '80. I guerrieri delle tribù
afghane continuarono a essere disorganizzati e male addestrati, ma la loro
determinazione e il loro indubbio coraggio iniziarono a essere sostenuti
da una dotazione di armi moderne: la CIA spese fino a 700 milioni di
dollari all'anno nel conflitto, con una delle più vaste operazioni
segrete della sua storia. Ben presto i sovietici si ritrovarono ad avere
soltanto il controllo delle città, che rimasero progressivamente isolate
a causa delle imboscate tese ai convogli stradali e dei missili terra-aria
lanciati contro gli aerei. Alla fine degli anni '80 la perestroika di
Gorbaciov consentì al popolo russo di esprimere il proprio parere: la
gente voleva la fine della guerra.
Il conflitto con l'Afghanistan era costato la vita a 15.000 Sovietici,
aveva provocato un'ondata di nazionalismo nelle repubbliche dell'Asia
centrale e contribuito in modo significativo al crollo dell'URRS. Più di
un milione di Afghani avevano perso la vita nella guerra e 6,2 milioni di
persone, più della metà del totale dei profughi di tutto il mondo,
avevano lasciato il paese. L'Afghanistan era ancora una volta ridotto a un
cumulo di macerie.
Il ritiro delle truppe sovietiche, nel 1989, indebolì il governo del
presidente Najibullah, che godeva dell'appoggio dei russi. Nel tentativo
di mettere fine alla guerra civile, Najibullah propose un governo di unità
nazionale, ma i mujaheddin rifiutarono. Nel 1992 Najibullah fu estromesso
dal potere e la settimana seguente a Kabul scoppiò un conflitto tra le
fazioni mujaheddin rivali. Fu nominato un presidente ad interim che due
mesi dopo fu sostituito da Burhanuddin Rabbani, fondatore del movimento
politico islamico del paese. I contrasti tra i guerriglieri continuarono,
arrecando più danni di quanto avesse fatto l'occupazione sovietica.
I due acerrimi rivali furono però costretti ad allearsi nel marzo del
1996 in seguito agli straordinari successi militari di un gruppo di
combattenti islamici chiamati talebani, che erano di etnia pashtun ('talib'
è un termine pashto che significa 'studente religioso' o 'colui che cerca
la conoscenza') ed erano appoggiati dal Pakistan. Nel 1994 si erano
impossessati di Kandahar e nel settembre del 1996 entrarono a Kabul senza
incontrare resistenza, poiché le truppe di Rabbani e di Kehmatyar erano
già fuggite nel nord. L'ex presidente comunista Najibullah non fu
altrettanto previdente e i talebani lo giustiziarono, esponendo poi
pubblicamente il cadavere affinché potesse servire da monito. I talebani
riuscirono a controllare più del 90% del territorio afghano; l'unica
resistenza significativa era quella opposta dal veterano mujaheddin tagiko
Ahmed Shah Massud, ma lo assassinarono nel settembre 2001, qualche giorno
prima degli attentati al World Trade Center di New York e al Pentagono.
In campo internazionale, invece, i talebani non hanno avuto altrettanto
successo. Nel 1998 gli Stati Uniti hanno bombardato alcune zone
dell'Afghanistan sudorientale con missili Tomahawk nel tentativo di
stanare Osama bin Laden, il multimiliardario dissidente saudita sospettato
di aver ordinato il bombardamento delle ambasciate statunitensi in Kenya e
in Tanzania nel 1998. Per rappresaglia un funzionario delle Nazioni Unite
venne assassinato a Kabul e tutto il personale delle Nazioni Unite e delle
missioni umanitarie fu temporaneamente allontanato dal paese. Nello stesso
anno l'Iran concentrò 100.000 soldati ai confini orientali in seguito
alla grave tensione fra i due paesi (l'uno sunnita, l'altro sciita)
provocata dall'assassinio di otto diplomatici iraniani a Mazar-i-Sharif.
L'ayatollah iraniano Khamenei ha definito i talebani «ignoranti e
immaturi».
L'Afghanistan è nuovamente tornato alla ribalta dopo gli attentati
terroristici a New York e a Washington del settembre 2001. Accusato dal
mondo occidentale di ospitare colui che è ritenuto il principale
responsabile, Osama bin Laden, il paese viene bombardato a partire dal 7
ottobre da aerei statunitensi e britannici. Il 13 novembre le truppe
d'opposizione, l'alleanza del nord, hanno occupato la capitale, mettendo
in fuga i talebani. Il 25 novembre è stata presa definitivamente Kunduz e
il 30 è caduta Mazar-e-Sharif. Con l'appoggio dei raid aerei alleati,
l'alleanza del nord il 6 dicembre ha occupato Kandahar. Dopo ripetuti
attacchi è caduta anche Tora Bora e gli ultimi talebani si sono arresi il
17 dicembre, ma Osama bin Laden è scomparso. Il 20 dicembre le forze di
pace britanniche sono entrate a Kabul, otto giorni dopo sono stati
raggiunti dai militari italiani.
L'ex re, Mohammad Zahir Sha, è rientrato in patria il 18 aprile 2002 ed
è proseguita l'ascesa di Hamid Karzai, il capo del governo provvisorio
(era stato eletto il 22 dicembre 2001) che dal 13 giugno è il nuovo
presidente.
Tuttavia il paese è ancora lontano dalla tranquillità. Nel 2002
l'Afghanistan è stato colpito da due terremoti. Il 3 marzo il primo sisma
ha interessato la regione di Hindu Kush, a nord di Kabul, provocando la
morte di circa 100 persone e lasciandone 500 senza casa. Il 25 marzo un
altro terremoto ha devastato il nord del paese, i morti potrebbero essere
stati 5.000 (non esistono dati certi), 30.000 le case distrutte e la città
di Nahirn è stata completamente rasa al suolo. Il 6 luglio due
guerriglieri hanno assassinato Haji Abdul Qadir, il vicepresidente, e il 7
settembre Karzai è sopravvissuto a un attentato. Gli americani hanno
bombardato, il 28 gennaio 2003, l'area di Ataghar che nasconde
inaccessibili caverne usate, secondo l'intelligence, come basi dai
terroristi. I combattimenti si sono estesi nella zona meridionale, vicino
al confine pakistano. Il 31 gennaio un autobus è saltato in aria su una
mina nelle vicinanze di Rambaha, cittadina una ventina di chilometri a Sud
di Kandahar. L'attentato, che ha ucciso 18 persone, è riconducibile ad
Al-Qaeda. Il presidente Karzai ha chiesto che le truppe internazionali
restino in Afghanistan e i loro contingenti vengano potenziati.
Nel gennaio 2004 dopo tre settimane di accesi dibattiti i 502 membri
dell'assemblea plenaria delle tribù afghane, Loja Jirga, hanno approvato
la nuova Costituzione. L'Afghanistan è una repubblica islamica, senza che
vi sia alcun riferimento esplicito alla sharia. Si è dichiarato,
tuttavia, che le leggi non potranno essere contrarie alla legge islamica.
La forma di governo prescelta è una repubblica presidenziale con il
potere del presidente limitato dall'affiancamento di un secondo
vicepresidente con funzione di controllo. Il Parlamento (diviso in Camera
alta e Camera bassa), ratifica anche le decisioni prese dal governo in
materia di politica estera. Viene riconosciuta la parità di diritti tra
uomini e donne di fronte alla legge. In ciascuna delle 32 province almeno
due donne dovranno essere elette nella Camera bassa del Parlamento.
Vengono riconosciute le minoranze linguistiche che ricevono, in sede
locale, pari dignità rispetto al dari e al pashto, le lingue ufficiali.
Sarà impossibile fondare partiti su basi esclusivamente etniche,
linguistiche o religiose.
Le milizie talebane si sono riorganizzate lungo le zone di confine con il
Pakistan e sferrano attacchi contro postazioni militari, strutture
governative e organizzazioni umanitarie. La frequenza degli attacchi si è
intensificata a maggio e i bombardieri americani hanno risposto con raid
nei pressi di Spin Boldak, nella provincia del Kandahar.
Venticinque miliardi di dollari supplementari sono stati stanziati dal
Senato di Washington per sostenere le operazioni militari in Afghanistan e
Iraq.
La situazione del paese, anche nel 2005, resta difficile. Nel maggio di
quest'anno, quattro persone sono morte e altre sessanta sono rimaste
ferite a Jalalabad, nel corso di una manifestazione contro gli Stati
Uniti. La protesta è stata organizzata dopo che il settimanale
statunitense Newsweek ha scritto che i soldati americani a Guantanamo
umilierebbero i prigionieri musulmani tenendo copie del Corano nei bagni.
Arabia Saudita
http://www.peacereporter.net/dettaglio_mappamondo.php?idc=8&idm=4&menu_aree=39
Nel 1924 il re dell'Higiaz, Hussein, emiro della Mecca, si proclamò califfo; il re del Neged, Abd al-Aziz ibn Saud (1880-1953), che già nel 1902 aveva conquistato Riad con il sostegno della setta puritana islamica dei wahabiti, gli dichiarò guerra e lo sconfisse, unificando i due regni (1926) e costituendo nel 1932 il regno dell'Arabia Saudita Abd al-Aziz ibn Saud condusse, all'esterno, una politica di espansione che lo mise spesso in urto con lo Yemen e con la Giordania, mentre all'interno promosse lo sfruttamento delle ingenti risorse petrolifere con il concorso finanziario e tecnico statunitense. Alla sua morte gli succedette il figlio Saud (da cui il nome "saudita" all'Arabia), il quale cercò di conciliare la tradizionale politica di amicizia nei confronti degli USA e delle altre potenze occidentali con l'appoggio ufficiale alle istanze del panarabismo (l'Arabia Saudita è membro della Lega Araba dalla fondazione). Nel 1964 Saud veniva deposto dal fratello Faisal, uomo religiosissimo, che già dal 1958 governava di fatto il Paese, che accentuò la politica filoamericana.
Ma l'alleanza di ferro tra Riad e Washington s’incrina a causa dell'aperto sostegno americano a Israele nella "guerra dei sei giorni" (1967), poiché la fede di Faysal significa anche avversione verso il sionismo. In occasione del conflitto arabo-israeliano del 1973 Faysal decide addirittura di aderire all'embargo petrolifero deciso dall'Opec contro gli Usa e i paesi occidentali. Il conseguente aumento del prezzo del greggio porta nelle casse della monarchia saudita un fiume di denaro tale che avvia una fase di sviluppo per il paese, senza però effetti sui miserabili livelli di vita della maggior parte della popolazione. Nel 1975 Faisal veniva assassinato da un nipote e sostituito dal fratellastro Khaled, morto il quale (1982) il potere è passato al fratello Fahd Ibn Abd el-Aziz, che ha dovuto affrontare una crisi con l'Iran per la gestione dei pellegrinaggi alla Mecca (1987-1989) e la guerra del Golfo contro l'Iraq (1990-1991). Nel 1996 Fahd, per gravi motivi di salute, cedeva temporaneamente i poteri al fratellastro Abdallah. La famiglia saudita basa lo sviluppo economico del paese sullo sfruttamento del petrolio affidato alle compagnie americane. I "petroldollari" vengono investiti nello sviluppo di infrastrutture moderne, che stridono con l'arcaicità del sistema poltico-sociale mantenuto dai Saud, a capo di una monarchia assoluta e autocratica posta al vertice di una piramide feudale di fedeli emiri e capitribù.
Sul fronte internazionale tensioni si verificavano con gli Stati Uniti, essendo il governo saudita contrario alle incursioni aree americane contro l'Irak, condotte dal 1997 per scalzare di Saddam Hussein e alla politica statunitense verso i Palestinesi.
La guerra contro l'Iraq, condotta dalla coalizione anglo-americana nel 2003, e la conseguente caduta del regime di Saddam Hussein, vanificavano la minaccia irachena, ma innescavano nell'area mediorientale forti tensioni, poi all'origine dei gravi attentati terroristici contro alcuni quartieri residenziali e palazzi governativi, a Riad, verificatisi sia nel corso dello stesso anno sia in quello successivo. Nel 2005 moriva re Fahd, da tempo malato, e gli succedeva sul trono il fratello Abdullah. In dicembre il Paese entrava nella WTO.
A febbraio del 2005, per la prima volta nella storia del Paese, si sono tenute elezioni amministrative. La pressione sulla famiglia Saud resta forte e la protezione degli Stati Uniti sembra ormai venuta meno. Il 31 luglio 2005,dopo una lunga malattia, è morto re Fahd, il quinto monarca della storia del Paese. Sul trono dell'Arabia Saudita e della dinastia Saud sale il fratello e principe reggente,da anni vera guida del paese, Abdullah.
http://www.edt.it/lonelyplanet/microguide/text/001/storia.shtml
Alcune parti di quella che adesso è l'Arabia Saudita orientale furono
abitate per la prima volta nel IV o V millennio a.C. da popoli che
migrarono dall'odierno Iraq meridionale. I nabatei, intorno al I secolo
a.C., governarono il più grande degli antichi imperi: si estendeva fino a
Damasco.
All'inizio del XVIII secolo la famiglia Al Sau'd, la dinastia che governa
l'attuale Arabia Saudita, amministrava il villaggio dell'oasi di Dir'aiyah,
vicino alla moderna Riyadh. Quando strinse un'alleanza, verso la metà del
XVIII secolo, con Mohammed bin Abdul Wahhab, il risultato fu che prese
piede il wahhabismo, un movimento religioso riformista che auspicava il
ritorno alle origini e che è tuttora il rito ufficiale islamico in Arabia
Saudita. Nel 1806 il wahhabismo aveva conquistato la maggior parte della
moderna Arabia Saudita e buona parte dell'Iraq meridionale.
Ciò non piacque a Costantinopoli, poiché l'Arabia occidentale faceva
parte, almeno in teoria, dell'impero ottomano; quest'ultimo, nel 1812,
riconquistò l'Arabia occidentale e alla fine del XIX secolo gli Al Sau'd
si ritirarono in Kuwait, dove fu offerto loro rifugio. Da qui uno dei più
grandi capi degli Al Sau'd, conosciuto come Ibn Saud, architettò
un'irresistibile combinazione di devozione, strategia e diplomazia e
riprese Riyadh e, in seguito, nel 1925, Jeddah.
Nel 1938 la Chevron scoprì in Arabia Saudita ricchi giacimenti
petroliferi e all'inizio della seconda guerra mondiale il paese fu
proiettato di colpo nell'economia mondiale. Nel 1950 si calcola che le
royalty del regno ammontassero a un milione di dollari alla settimana, e
nel 1960, l'80% di tutte le entrate governative proveniva dal petrolio.
L'embargo arabo, nel 1973-74, aumentò il prezzo del petrolio di quattro
volte e l'Arabia Saudita divenne una specie di potenza mondiale. Visto che
entravano soldi a palate ebbe inizio un boom edilizio e il paese divenne
un immenso cantiere in costruzione. Ma il successo del petrolio suscitò
numerosi interessi all'esterno del paese, e le relazioni dell'Arabia
Saudita con i vicini divennero sempre più tese. Il massacro di 400
pellegrini iraniani nell'hajj (pellegrinaggio) del 1987 provocò il
boicottaggio iraniano al pellegrinaggio per parecchi anni.
Quando l'Iraq invase il Kuwait nel 1990, i sauditi cominciarono a
preoccuparsi, e chiesero agli Stati Uniti di inviare delle truppe a difesa
del regno. La crisi ha suscitato richieste di cambiamento politico, e nel
1993 il re approntò un consiglio consultivo i cui membri venivano
designati dal re e potevano dare il proprio parere in merito ai disegni di
legge: siamo ben lontani dalla democrazia, ma abbastanza vicini al punto
cui può arrivare l'Arabia Saudita.
I giorni del denaro facile realizzato grazie al petrolio sono un lontano
ricordo e attualmente la popolazione sta aumentando molto rapidamente
(ogni donna saudita partorisce in media sei bambini), rivelando
l'impressionante sfida lanciata dall'Arabia Saudita e dal vecchio re Fahd.
Nel 1999 il primo gruppo di turisti si è scontrato con ogni tipo di
ostacolo per visitare il paese; tuttavia i visti rimangono ufficialmente
limitati ai viaggiatori di affari, ai musulmani che fanno l'annuale
pellegrinaggio alla Mecca e a Medina e a quei pochi fortunati che sono in
grado di convincere un cittadino saudita a sponsorizzare il proprio
viaggio nel paese.
Nel 2000, per fronteggiare la recessione che aveva colpito anche altri
paesi dell'Opec, l'Arabia Saudita decise di ridurre la produzione di
petrolio per poter così far salire i prezzi. Nel 2001 la produzione
petrolifera è stata ulteriormente ridotta per tre volte nel corso
dell'anno.
Le relazioni con gli USA sono divenute ancora più strette in seguito agli
attentati dell'11 settembre 2001 (15 degli attentatori suicidi erano di
nazionalità saudita), tuttavia l'orientamento filo-occidentale della
monarchia è osteggiato dai fondamentalisti che contestano la presenza
delle basi americane nei luoghi sacri dell'Islam.
Nel corso del conflitto iracheno la monarchia saudita ha fermamente negato
l'uso delle proprie basi (tranne quella di Prince Sultan che è stata
impiegata soltanto per il coordinamento), e si è dichiarata anche
contraria alla successiva e temporanea occupazione militare americana per
ristabilire la democrazia dopo la caduta di Saddam Hussein.
Per fronteggiare le conseguenze energetiche, i membri dell'Opec, in primo
luogo l'Arabia Saudita, hanno incrementato la produzione, avendo previsto
la crisi del Golfo, e dispongono di scorte sufficienti; essi continueranno
a mantenere un'elevata produttività per compensare qualsiasi riduzione
del flusso di export di greggio iracheno.
Gli attacchi sferrati contro uffici e alloggi di società petrolifere
straniere il 1° maggio a Yanbu e il 29 maggio 2004 ad Al-Khobar, hanno
fatto balzare il prezzo del greggio a 42 dollari al barile; la
contromisura dell'Opec per riportarlo al di sotto dei 40 dollari è stata
bilanciata intervenendo sia sull'aumento della produzione di 2 milioni di
barili al giorno sia sull'aumento delle scorte di benzina negli USA.
L'efferatezza con cui sono stati assassinati i tecnici e il personale
delle strutture ricettive sembra rientrare nel disegno di rovesciare la
famiglia reale saudita colpendola nel settore principale della sua
economia, mettendo in fuga gli "infedeli" da uno dei luoghi
simbolo dell'Islam.
_________________________
Chi vuole invadere l'Arabia Saudita e perché?
Fonte: http://www.globalresearch.ca/articles/TSU407A.html
Tradotto da Chiara Bianchi e Alessandra Ferrera per Nuovi Mondi Media
Il film di Moore Fahrenheit 9/11 ha fatto un grosso favore ai fautori di una guerra e successiva invasione sulla penisola araba. Siccome in privato tutti parlano di questo tema, ecco: fatevene un'idea diretta qui e ora.
Il nuovo film di Michael Moore, “Fahrenheit 9/11”, ha fatto un grosso favore ad alcuni dei fautori di una guerra sulla penisola araba. Il film ottiene ciò che infinite pagine di studi e discussioni deI think-tank conservatori (commissioni di esperti) e ore di pubbliche relazioni e libri non possono ottenere: versare benzina sulle scintille anti-saudite già accese negli Stati Uniti.
Il film di Moore critica aspramente i sauditi non solo per le loro relazioni d'affari ma anche per aver lasciato gli Stati Uniti dopo l'attacco dell'11 settembre 2001, così come hanno fatto molti funzionari non sauditi lo stesso giorno in cui vennero autorizzati particolari voli. L'enorme popolarità di questo documentario ha diffuso il messaggio anti-saudita ad un intero nuovo mercato ed è solo l’ultima manifestazione delle varie ragioni che potrebbero far attuare un vecchio piano di guerra: invadere e occupare il Regno dell’Arabia Saudita.
Nonostante il suo produttore progressista e del pubblico a cui si rivolge, “Fahrenheit 9/11” si conforma, come avesse i paraocchi, con il programma stabilito dai falchi neoconservatori: liberare l'Arabia dal casato dei sauditi, garantendo così agli Stati Uniti e ai suoi alleati pieno accesso al più grande tesoro del Medio Oriente.
I membri del congresso americano, i diplomatici statunitensi e sauditi e il pubblico americano hanno sempre più la sensazione che l’amministrazione Bush, a causa della pressione dei neoconservatori e degli interessi interni, stia “completamente cambiando” la sua politica nei confronti dell’Arabia. Coloro che si opponevano all'attuale amministrazione accusano la Casa Bianca di mantenere legami con un nemico dell'America in cambio di lucrosi accordi commerciali. In contrasto con questi, coloro che hanno sostenuto i legami con l'Arabia Saudita restano dell'idea che gli Stati Uniti non abbiano intenzione di troncare i rapporti con una forza regionale stabilizzatrice e con amici di lunga data della casa regnante Saudita. Chi ha ragione? Nessuno.
Negli scorsi 30 anni, gli Stati Uniti non sempre hanno avuto intenzioni “amichevoli” nei confronti del Regno. Se così è sembrato era solo una maschera di quello che la politica militare americana pensava in realtà. Documenti non più coperti da segreto militare rivelano che c’è stato un continuo martellamento sulla questione dell’invasione dell’Arabia, che si è riflessa anche oltre le porte chiuse del governo Usa. Il Pentagono, per tre decenni, ha formulato e aggiornato piani segreti per impadronirsi dei pozzi petroliferi sauditi e sbarazzarsi della della casa regnante dei sauditi. Questa non è solo una cabala neo conservatrice. Sono stati fatti piani ed è stato impiegato molto tempo per programmare un'invasione dell'Arabia Saudita con intenzioni ben piu' vaste: il controllo da parte degli USA delle riserve di petrolio in modo da poter dominare i mercati mondiali.
La più recente ondata di accuse circa l'appoggio, la tollerenza e l'aiuto che l'Arabia Saudita da' al terrorismo assume il significato di un secondo e più pubblico tentativo di ottenere sostegno per portare ad esecuzione un piano che data trenta anni volto a occupare l'Arabia Saudita. Altri obiettivi dei protagonisti regionali, (mettere al sicuro le riserve di petrolio; la giustificazione logica con una "guerra del terrore") possono aggiungere sinergie ed un impeto ormai inarrestabile verso un'invasione americana.-In quest’articolo vogliamo divulgare e valutare le ragioni e le azioni di coloro che stanno dietro a questa nuova spinta verso l’occupazione dei giacimenti di petrolio sauditi.
Svelati i piani segreti
Nel 1973 l'amministrazione Nixon descrisse un piano d'attacco contro l'Arabia Saudita volto ad impadronirsi dei giacimenti petroliferi in un rapporto segreto delle intelligence congiunte intitolato “UK Eyes Alpha”. L'MI5 e l'MI6 britannici ne erano informati e, grazie alle leggi dell'Archivio Nazionale Britannico, il documento è stato reso pubblico nel dicembre del 2003. L'embargo del petrolio venne concluso dopo sole tre settimane, ma l'”Eyes Alpha” suggeriva che gli “USA potevano garantire sufficienti riserve petrolifere per loro stessi e per i loro alleati occupando i giacimenti petroliferi in Arabia Saudita, Kuwait e quelli dello stato del Golfo di Abu Dhabi”. Da ciò si deduceva che sarebbe stata presa in considerazione un'azione “preventiva” e che i due corpi organizzati si sarebbero impadroniti dei giacimenti di petrolio sauditi e ognuno avrebbe preso per sè il Kuwait e Abu Dhabi.-Nel febbraio del 1975 il London Sunday Times rivelò informazioni trapelate da un piano segreto del Dipartimento della Difesa statunitense. Il piano, redatto dal Pentagono, aveva come nome in codice “Dhahran Option Four” e pianificava un’eventuale invasione della più ampia riserva di greggio al mondo, in altre parole l’Arabia Saudita. (Vedi Documento 1)
Documento 1
Il piano d’attacco (Riferimento: London Sunday Times, Febbraio 1975, ritoccato da IRmep)
Sempre nel 1975, Robert Tucker, analista dell'intelligence e militare statunitense, scrisse un articolo per la rivista ”Commentary”, di proprietà del Jewish American Committee (organizzazione ebrea americana), intitolato “Oil: The Issue of American Intervention” [“Il petrolio: l’obiettivo dell’intervento americano”]. Tucker ha dichiarato che "se non interveniamo ci sarà la concreta possibilità di un potenziale disastro economico e politico... simile al collasso economico degli anni ‘30... la costa araba del golfo è un nuovo El Dorado in attesa dei suoi conquistatori”.-A questo è seguito un articolo, nel febbraio dello stesso anno, su Harper's Magazine, scritto da un analista del Pentagono che si è firmato con uno pseudonimo, Miles Ignotus: nel suo articolo, veniva enfatizzato il bisogno degli Stati Uniti di prendere possesso dei giacimenti petroliferi sauditi e così pure delle installazioni e degli aeroporti; questo articolo era intitolato “Conquistare il petrolio arabo”. Secondo James Akins, un diplomatico statunitense, l'autore era probabilmente Henry Kissinger, il segretario di Stato a quel tempo. Kissinger non ha confermato nè tantomeno smentito di essere lui l'autore.
In seguito, nell’agosto dello stesso anno, il Comitato per le relazioni estere scrisse un rapporto intitolato “Oil Fields as Military Objectives: A Feasibility Study” [“I giacimenti petroliferi come obiettivi militari: uno studio di fattibilità”], nel quale si sosteneva che gli obiettivi potenziali per gli USA comprendevano Arabia Saudita, Kuwait, Venezuela, Libia e Nigeria. “Varie analisi indicano... [che le forze armate delle nazioni dell’OPEC sono] quantitativamente e qualitativamente inferiori [e] potevano essere rapidamente annientate”.
La vera premessa di un attacco al regno d'Arabia Saudita è stata vissuta fin dai tempi della Guerra Fredda. L'idea, comunque, era stata ripresa sotto l'egida di una nuova “guerra contro il terrorismo” con l'accusa che lo stato saudita appoggiasse tale guerra contro l'occidente. Uno dei nessi con questo punto di vista è Richard Perle.
Piani neo-conservatori sull'Arabia Saudita
Richard Perle è apertamente critico riguardo al fatto che gli americani abbiano rapporti d’affari con l’Arabia, nonostante egli stesso abbia investito $100 milioni in Arabia, con la sua società di venture capital. Il suo infausto tentativo di diventare un uomo di potere, con un piede sulla porta del Consiglio per la Politica della Difesa degli Stati Uniti, al Dipartimento della Difesa, e con l'altro sulla porta degli investimenti di capitali della Trimeme, è ben documentato. Egli da allora è diventato molto più intransigente, e come ha affermato a The National Review, “Penso che sia una disgrazia. I sauditi sono una delle più grosse fonti di problemi che abbiamo mai affrontato con il terrorismo.” (Perle fu costretto a dimettersi dal Consiglio per la Politica della Difesa quando i suoi incontri con affaristi dell'Arabia Saudita per la raccolta di fondi sono stati resi pubblici).
I tentativi di Perle di riorganizzare le dinamiche di quelle regioni, compresa l’Arabia Saudita, si sono protratti per molti anni. Il premier israeliano del Likud, Benjamin Netanyahu, chiese a Perle di abbozzare una strategia anche per Israele. L’Institute for Advanced Strategic & Political Studies, un think-tank con sede a Washington e Gerusalemme, in un documento completo intitolato “A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm” [“Un taglio netto: una nuova strategia per salvaguardare il Regno”], enfatizzava la necessità di rovesciare gli accordi di Oslo e il processo di pace in Medio Oriente.
Pretendeva che il presidente Yasser Arafat disapprovasse apertamente ogni atto di terrorismo palestinese; richiedeva che Saddam Hussein e il regime Baath in Iraq e Siria fossero rovesciati; che la forza della democrazia fosse imposta su tutto il mondo arabo e sull’Iran. Un vecchio ufficiale dell’intelligence israeliana ha affermato che l’obiettivo era rendere Israele la potenza dominante nella regione e cacciare i palestinesi. Gli sforzi di Perle per neutralizzare i finanziamenti internazionali alla resistenza palestinese e il sostegno ai palestinesi stessi, hanno guidato sin da allora la sua politica.
Un altro autore de “Il taglio netto” fu David Wurmser. Nel settembre 2003 Wurmser fu trasferito al Dipartimento degli Stati Uniti per lavorare direttamente sotto il vicepresidente Dick Cheney ed il capo del suo staff, Lewis Libby. La moglie di David Wurmser, Meyrav, dirigeva il MEMRI (Middle East Media Research Institute) al fianco del colonnello Yigal Carmon, dell'intelligence dell'esercito israeliano. MEMRI si specializza in "recuperi selettivi", cercando e traducendo in particolare documenti in lingua araba che confermano la parzialità del MEMRI circa l'opinione che il mondo arabo di fatto disprezzi l'occidente. Meyrav Wurmser ha conpletato il dottorato alla George Washington University con una tesi su Vladimir Jabotinsky, fondatore dello sionismo revisionista, fascista dichiarato ed eroe del primo ministro Ariel Sharon e del partito Likud.
L’Arabia Saudita fu nuovamente dichiarata ostile agli Stati Uniti il 10 giugno 2002 allorché Laurent Murawiec della Rand Corporation, su invito di Meyrav Wurmser, fece una presentazione in PowerPoint al Defense Policy Board. Murawiec, come Meyrav, era un ex-allievo della George Washington University. Era anche un seguace dell’organizzazione di Lyndon LaRouche. Questo gruppo indottrina i suoi adepti e li spinge ad abbandonare le famiglie: dalle testimonianze di alcuni ex-membri, secondo l’organizzazione “i valori familiari in realtà sono immorali”. (Lyndon LaRouche è un criminale, teorico di cospirazioni e crede negli Ufo.)
La presentazione in PowerPoint, intitolata “Taking Saudi Out Of Arabia” [“Condurre i sauditi fuori dall’Arabia”], dice che “l'Arabia Saudita è il centro strategico”; dichiara, inoltre, che il regno è un nemico degli Stati Uniti. Sosteneva che gli Stati Uniti dovevano impadronirsi del Regno e dei suoi giacimenti, invadere la Mecca e Medina, confiscare i beni finanziari arabi, se non avesse smesso di sostenere i terroristi anti-occidentali.
L’Arabia fu dichiarata la “quintessenza del male, la causa prima, il più pericoloso oppositore” nel Medio Oriente. Murawiec affermò che “Da quando ha ottenuto l’indipendenza, le guerre sono state il frutto principale del mondo arabo” e che “intrighi, sommosse, omicidi, colpi di stato sono gli unici mezzi che hanno portato cambiamenti... La violenza è politica, la politica è violenza. Questa cultura della violenza è la causa prima del terrorismo. Il terrore come mezzo accettato e legittimato per guidare la politica è rimasto latente per ben 30 anni...” James Akins ha così spiegato queste strategie: “Sarà più facile una volta cha avremo l’Iraq. Il Kuwait è già nostro. Qatar e Bahrain pure. Quindi stiamo parlando solo dell’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti poi cadranno.”
I collegamenti tra chi preme per un'invasione dell'Arabia Saudita da parte degli Stati Uniti hanno radici profonde. Il mentore di tutta una vita di Richard Perle era l'ultimo presidente della Rand Corporation, capostipite degli analisti neo-conservatori. Wohlstetter era anche un compagno di scuola di Ahmed Chalabi all'università di Chicago. Chalabi, il leader del Congresso Nazionale Iracheno e protagonista delle informazioni fornite al governo statunitense riguardanti le armi di distruzione di massa (inesistenti), è un criminale condannato in Giordania a più di vent'anni di lavori forzati per speculazioni sulle valute e appropriazione indebita tramite la Jordanian Petra Bank.
Il movimento d'opinione populista di denuncia contro l'Arabia Saudita come stato finanziatore del terrorismo originato sia da circoli progressisti che conservatori può culminare in un'invasione molto prima di quanto si possa pensare. I sostenitori all'interno dell'attuale amministrazione possono usare questa unità per eseguire un altro “progetto" per la politica degli Stati Uniti; la giustificazione logica che ne può seguire, altrettanto facilmente, può essere quella che servì come motivazione per l'invasione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti, cioè dell'”imminente minaccia verso l'America” di Saddam Hussein.
Obiettivo Arabia Saudita
A dire il vero non esiste alcuna prova evidente che colleghi i leader e i funzionari arabi al terrorismo, vi sono pochissime prove che gli arabi stiano giocando un ruolo consapevole e per quanto se ne sa, hanno meno legami finanziari con il terrorismo di quanti se ne possano trovare in molte nazioni dotate di un sistema bancario. In realtà, il Dipartimento di Stato americano annovera tra gli stati che hanno legami e relazioni finanziarie con Al Qaeda paesi quali Olanda, Svizzera, Italia, Germania, Australia e gli stessi Stati Uniti. Però, i fatti non sono sufficienti ad arginare il crescente sentimento anti-arabo tra i politici e gli americani in genere.
Il PowerPoint accusatorio di Murawiec continua sostenendo che l’Arabia Saudita è “un’unione instabile:... il Wahabismo avversa la modernità, il capitalismo, i diritti umani, la libertà religiosa, la democrazia, la repubblica, una società aperta” e... “si sta diffondendo in tutto il mondo”... basandosi sulla rivoluzione iraniana guidata dall’Ayatollah sciita Khomeini; che “proviene dalle frange estremiste dell’Islam”, e inoltre che c’è stato uno “spostamento dalla politica petrolifera pragmatica allo sviluppo di un Islam radicale... [Gli arabi sono] garanti di gruppi radicali, fondamentalisti e terroristi.
L'Arabia Saudita è quindi considerata responsabile di essere “il principale vettore della crisi araba... attiva a tutti i livelli della catena del terrore... [essa] sostiene i nemici [degli USA] [e prova] un odio virulento verso gli Stati Uniti... C'è un'”Arabia” ma non ha bisogno di essere “Saudita”...[Gli USA devono] fermare qualsiasi finanziamento e sostentamento per qualsiasi madrasa, moschea, ulama, o predicatore fondamentalista, in qualunque parte del mondo... Smantellare e bandire tutte le “beneficenze islamiche” del regno, confiscare i loro risorse... [e].... ciò che il casato dei Sauditi ha di più caro può essere preso di mira... petrolio... i luoghi sacri... L'Arabia Saudita [è] il centro strategico”.
Se non fossero state ascoltate dai più alti funzionari dell'amministrazione Bush, queste presentazioni sarebbero state scartate come un'assurdità semplicistica. Ad ogni modo, la scintilla di un movimento di massa per demonizzare l'Arabia Saudita ha già cominciato ad accendersi e il 6 giugno 2002 l'ala destra dell'Hudson Institute ha ospitato un seminario intitolato “Discorsi sulla democrazia: Arabia Saudita, amica o nemica?”, a presenziare, Laurent Murewiec e Richard Perle.
E' inoltre d’ulteriore interesse il collegamento ironico e diretto che c’è tra Richard Perle e il terrorismo. In una recente raccolta di fondi per sostenere le vittime del terremoto iraniano a Bad, sponsorizzato dall’organizzazione Mujahedin-E Khalq [Mek o Mko, noto anche come Esercito di Liberazione, N.d.T.], è stato chiesto a Richard Perle di presenziare e fare da portavoce all’iniziativa. Nonostante i rifiuti di altri gruppi di parlare a questo evento, sulla base della segnalazione ufficiale del Dipartimento di Stato americano secondo cui il Mek è “un’organizzazione terrorista straniera”, Richard Perle pur essendo a conoscenza di tale segnalazione, l’ha ignorata ed è stato felice di presenziare per richiedere e raccogliere fondi, fondi di cui si sono impadronirti al termine dell’evento gli agenti del Tesoro statunitensi. La Mek è la stessa organizzazione terroristica che cercò di uccidere Richard Nixon nel 1972.
Due settimane dopo la presentazione in PowerPoint fatta alla Defense Policy Board del Pentagono, all’American Enterprise Institute si svolse un seminario tenuto da Dore Gold, ex ambasciatore delle Nazioni Unite in Israele, per promuovere il suo nuovo libro: "Hatred’s Kingdom: How Saudi Arabia Supports the New Global Terrorism" [trad.: Il regno del terrore: come l’Arabia Saudita sostiene il nuovo terrorismo globale]. Sebbene non abbia mai visitato questa nazione, Gold è stato presentato alle televisioni come un “esperto” dell’Arabia, se non addirittura come “un consigliere del premier Ariel Sharon".
Gold asserisce che il gruppo al-Haramain ha fatto pervenire ingenti fondi ad Al-Qaeda, omettendo che l’Arabia ha chiuso l’organizzazione e ne ha congelato i beni. La prova principale di Gold è un documento israeliano in cui si indaga su fondi di Hamas provenienti dall’Arabia. Hamas ha negato qualsiasi accusa secondo cui un governo saudita sarebbe coinvolto e l’Arabia Saudita stessa ha respinto le accuse come assolutamente false. Gold usa il libro per promuovere i programmi di Netanyhau, Perle e Bush di “perseguire l’Arabia Saudita in modo più aggressivo se si vuole proteggere la sicurezza del Medio Oriente” ed afferma che Israele ha solo un “ruolo marginale” negli atti di terrorismo legati ad Al-Qaeda perché è l’Arabia Saudita a biasimare per aver finanziato la “jihad di Al Qaeda”.
Inoltre Gold ha testimoniato al Congresso degli Stati Uniti circa il male insito nell’Arabia Saudita. Ciò nonostante nel corso del libro, Gold conferma solo che i legami terroristici provengono da stranieri che si sono infiltrarti e non dai governi sauditi. Il libro non fornisce alcuna prova a sostegno delle sue tesi, né ufficiale né ufficiosa.
Il cofondatore neo conservatore dell'Hudson Institute, Max Singer, scrisse un articolo che venne inviato all'ufficio Accertamenti del Pentagono nel maggio del 2002: faceva presente la rottura con l'estero dell'Arabia Saudita. Il 7 ottobre 2003 il furbo amico conservatore William Kristol, della rivista "Weekly Standard", ha affermato di essere sconvolto dal fatto che gli Stati Uniti non siano andati oltre la guerra in Iraq al “successivo cambio di regime” del “successivo, orribile” dittatore del Medio Oriente, Bashar Assad di Syria.-Prima della pubblicazione del suo libro "Sleeping With The Devil" [Dormire con il diavolo], a Robert Baer, ex-funzionario della CIA, fu ordinato dalla CIA stessa di rimuovere vari passaggi, che sostenevano di particolari legami della CIA con la famiglia reale saudita, finanziatrice di Al Qaeda nonchè di ribelli ceceni. Sostiene che l’Arabia Saudita è un “barattolo pieno di polvere da sparo pronto ad esplodere”, “la famiglia reale è ‘corrotta’”, “è appesa ad un filo”, “è violenta e vendicativa come ogni famiglia mafiosa”. Baer, colmo d’odio verso i sauditi, fa affidamento su un tacito visto di approvazione da parte della CIA, per altro rifiutato in precedenza, ma anche le sue informazioni non sono supportate da prove certe. Baer si è rifiutato di obbedire alle richiesta della CIA “solo per sfidarli”, per cui ora la CIA sta pensando di intentare causa contro di lui, che come Gold, non ha mai visitato di persona l’Arabia Saudita.
Un altro autore che fa parte della lista dei best-seller è Gerald Posner, che ha scritto "Why America Slept" [Perché l'America dormiva, ed. Piemme], in cui sostiene ci siano legami tra Osama bin Laden ed il governo saudita. Secondo l'opinione di Posner i sauditi hanno continuato a pagare il prezzo del silenzio a bin Laden per anni, in modo da prevenire attacchi terroristici nel Regno. Può sembrare quindi strano che si siano comunque verificati vari attacchi in Arabia contro i civili, se veramente Bin Laden ha ricevuto tali compensi. E poi, come ha fatto Posner a scrivere un libro in così pochi mesi, con tali accuse dettagliate, se l’intelligence Usa ci ha impiegato anni? Posner non ha dato spiegazioni.
Lo stesso governo americano non solo ha nutrito e sponsorizzato inconsapevolmente i terroristi (i membri di Al-Qaeda dell'11 settembre, l'Al-Haramain Islamic Foundation, il Mujahedin-e-Khalq [MEK], IRA, ecc.) ma ha anche negoziato consapevomente con i gruppi di terroristi iraniani per assicurare alle truppe americane la sicurezza dagli attacchi dell'Iraq da parte degli iraniani in cambio di armi irachene. Dalla metà degli anni '90 fino al 2001 gli Stati Uniti hanno avuto a che fare direttamente con i talebani per i diritti sulle tubature di petrolio, accordandosi sul pagamento delle tasse ai talebani per ogni milione di piedi cubici di combustibile che passava ogni giorno attraverso l'Afghanistan. Il vicepresidente Usa Dick Cheney, all'epoca Ceo di Halliburton, ha affermato che "occasionalmente abbiamo dovuto operare in luoghi in cui, tutto sommato, qualcuno non vorrebbe andare, normalmente. Ma noi andiamo dove c'è il business." In questo lasso di tempo Hamid Karzai era il sostituto del primo ministro dei talebani e in precendenza un consulente di Unocal (Unocal conduceva i negoziati assieme al consigliere di Paul Wolfowitz, Zalmay Khalilzad).
Il 9 novembre 2003 Israele ha confermato di aver fallito nei negoziati segreti con gli Hezbollah. (Nel gennaio del 2004 i negoziati israeliani col gruppo terrorista portarono frutti, quando uno scambio di prigionieri divenne realtà.) Nel suo libro Gerald Posner scrive che i terroristi "furono creati dagli Stati Uniti", nel corso di interrogatori con i quali, attraverso tremende crudeltà, riuscirono ad ottenere dai Sauditi un mare di informazioni. Tale accusa significherebbe che gli Stati Uniti avrebbero violato le leggi internazionali contro l’uso di torture sui sospettati di atti di terrorismo. Per quanto le prove delle relazioni pubbliche degli Usa e la ”guerra del terrore” siano inconsistenti, gli sforzi per collegare il governo saudita o i “sauditi” in generale al terrore sta avendo effetto.
Il punto non è se ci siano dei motivi specifici o delle prove. Ma piuttosto la passione e la mobilitazione. Il film “Fahrenheit 9/11”, proprio come dice il titolo, sta facendo salire la temperatura per un nuovo gruppo di americani: i democratici e i progressisti.
La decisione in arrivo
Il 25 giugno 2004 il film di Michael Moore, "Fahrenheit 9/11" e' uscito su 500 schermi Usa. Il suo messaggio agli spettatori è semplice e chiaro: i rapporti tra Stati Uniti e sauditi devono finire. Ad ogni modo, gli americani dovrebbero cercare di studiare con attenzione il film, i libri e gli esperti dei talk-show per riesaminare la complicata storia tra gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita e i veri motivi che hanno portato alla guerra. Comprendendo i motivi e la storia delle personalità che ne hanno fatto parte, sia prima che poi, possiamo scoprire e capire questo caso in via di evoluzione della guerra in Arabia.
Agli americani sarà presto chiesto di prendere una decisione, ossia se l’occupazione è il proseguimento naturale della politica americana. Ma diversamente dal fenomeno costruito per dichiarare guerra all’Iraq, prendere una decisione sarà utile all’America e a questo non serviranno certo piani segreti, ragionamenti contorti e neppure messaggi di parte ai botteghini.
"Ce la faremo, proprio come voi"
Tariq Ali con Nina Fùrstenberg
http://www.caffeeuropa.it/pensareeuropa/islam-ali.html
L'intervista che segue è stato pubblicato sul numero 75 della
rivista Reset.
"Cari amici europei occidentali e cristiani, volete capire come
dalla cultura islamica possano venir fuori società moderne,
secolarizzate, democratiche e liberali? Fate introspezione, guardate
alla vostra storia. La strada faticosa da cui non siete ancora usciti
del tutto, se le cose andranno bene sarà la stessa". Tariq Ali non
ha dubbi sulla possibilità di un Islam liberale. Proprio su questo tema
vertono le domande che gli abbiamo sottoposto.
Ritiene che l'Islam possa avviare oggi un processo di riforma a
contatto con la tradizione europea dell'Illuminismo?
Siamo realisti sull'Europa. La politicizzazione della religione in
Europa è stata moderata se la si confronta con gli Stati Uniti, anche
se non si può ignorare il fatto che i partiti cristiano-democratici
hanno dominato l'Italia e la Germania (persino durante la recente
permanenza in carica del governo di centro-sinistra, anche politici
laici e atei stavano in fila per fare il baciamano in Vaticano), che il
partito conservatore britannico era strettamente legato alla Chiesa
Anglicana e che le "tribali" rivalità all'interno del
Cristianesimo hanno contribuito al prolungarsi di una violenta guerra
civile in Irlanda. In Russia il crollo dell'ancien regime ha
visto un drammatico risveglio della Chiesa Ortodossa; in Polonia Chiesa
Cattolica e Solidarnosc hanno lavorato insieme per abbattere il regime;
in Jugoslavia l'inutile guerra civile ha rianimato antichi odi tra le
diverse fazioni del Cristianesimo e dell'Islam della Bosnia (che fino a
quel momento era la versione di Islam più secolare che si sia mai
vista).
Che cosa vuol dire? Che l'Europa non è un modello liberale
proponibile per il mondo islamico?
Voglio dire che i politici hanno continuato ad usare come mezzo la
religione. Questo strascico non può essere accettato senza critiche.
Lei parla di Illuminismo ma alcuni dei maggiori pensatori illuministi,
come Voltaire e Kant, furono estremamente contrari alla religione
organizzata, eppure furono anche colpevoli delle più deplorevoli accuse
razziste. Rousseau, che tendeva al deismo, era molto più illuminato
sulle questioni sociali. Mentre l'Europa contemporanea non si è ancora
liberata completamente dalla religione, una parte considerevole della
sua popolazione è però ora immune alla sua attrazione, inclusa la
Repubblica Irlandese, dove, fino a poco tempo fa, la Chiesa Cattolica
dominava la società e la politica più che in ogni altro stato
d'Europa.
Perché considera l'America un stato non laico?
Perché gli Stati Uniti sono saturi di religione: il novanta per cento
della popolazione dichiara di credere in una divinità e il settanta per
cento nell'esistenza degli angeli. La secolarizzazione è stato un
processo lento e doloroso e la religione domina la comunità
anglosassone al potere. L'America bianca è divisa in varie Chiese e
sette che fanno a gara a chi è più bigotto. Questa realtà si riflette
nella composizione dell'attuale amministrazione. Bush stesso è un
Cristiano rinato, e il suo Attorney General un fondamentalista
protestante reo confesso. La politica americana è di rado scossa da
un'opposizione ideologica secolare. Ma le passioni politico-ideologiche
spesso esplodono su argomenti come l'aborto, acquistando un'importanza
sconosciuta persino nelle vicinanze del Vaticano. Nel mondo neoliberale
del libero mercato, della deregulation e della privatizzazione, molti si
sono ritirati in varie politiche identitarie. Per la seconda generazione
dei musulmani europei questo ha significato un ritorno all'Islam. E
poiché l'Islam è diventato una questione di identità per loro, la
versione predicata e praticata tende a essere molto più dura, molto più
radicale della maggior parte delle correnti che esistono nello stesso
mondo islamico.
Come possono integrarsi come cittadini gli immigrati islamici quando
mettono in discussione le nostre leggi insistendo sulla Sharia - la
legge tradizionale islamica di comportamento?
La richiesta del riconoscimento della sharia in Europa è una richiesta
assolutamente reazionaria, cui si sono opposti molti anche nel mondo
islamico. Ma non si possono permettere doppi standard. Inaspriscono
semplicemente i problemi. Se un copricapo ebraico o un crocifisso non
creano problemi, perché dovrebbe essere diverso per un velo sulla
testa? Personalmente non mi piace nessuno dei tre, ma finché sono
portati volontariamente le mie obiezioni estetiche sono irrilevanti. In
qualunque caso non sono problemi dello Stato. Solo poco prima dell'11
settembre il leader del New Labour, Tony Blair, fervente cristiano, ha
dichiarato il suo sostegno all'avvio di scuole a religione singola. A
che cosa servirà tutto questo? E comunque non sono pessimista.
Cosa intende quando parla di una "terza via" per l' Islam?
Si tratta della ricerca di una terza via reale, che escluda la
capitolazione all'estremismo religioso da una parte o all'Impero
Americano dall'altra, e che generi un dialogo tra credenti e non. Il mio
libro Lo scontro dei fondamentalismi è stato scritto in parte
per facilitare questo dialogo. Il fondamentalismo islamico o i movimenti
ad esso associati non saranno mai una reale alternativa al capitalismo.
Non si tratta solo del fatto che la visione sociale degli islamici sia
offuscata da un'errata lettura della più antica storia islamica, ma
anche che il Corano è un testo di mercanti arabi scritto quando questi
mercanti stavano tentando disperatamente di entrare in nuovi mercati. Il
suo messaggio economico è essenzialmente la difesa della proprietà
privata e del libero scambio, con una forma di carità
istituzionalizzata per i poveri. Bin Laden e Bush hanno molto più in
comune di quanto si possa pensare. Cercare una conferma postmoderna
delle identità politiche nell'Islam è un compito inutile.
Ma non mi ha ancora risposto se in concreto lei pensa che dall'Islam
possa venir fuori una cultura democratica e liberale, e come.
Ho molte discussioni con gente di cultura islamica. La mia posizione è che quel mondo ha bisogno di una riforma per sviluppare idee su ogni
livello - filosofico, politico, economico - che lo porti oltre il
proprio passato e oltre l'ortodossia neo-liberale offerta dall'Ovest. In
primo luogo è indispensabile una rigida separazione dello Stato e della
Moschea; e poi ci vuole una completa democratizzazione del mondo
islamico, incluse l'Arabia Saudita, il Kuwait e l'Egitto. Se i partiti
cristiano-democratici possono funzionare nell'Europa occidentale, non c'è
ragione per cui i partiti islamico-democratici non possano funzionare in
Egitto, Turchia o Algeria. Soprattutto gli intellettuali nel mondo
islamico devono rivendicare il proprio diritto a interpretare i testi
che sono la proprietà collettiva della cultura islamica come un
tutt'uno. La tragedia dell'Islam è l'atrofia seguita dopo i primi
secoli della sua esistenza. C'era più dissenso e scetticismo nell'Islam
durante i secoli XI e XII di quanti ce ne siano ora. In realtà ci sono
milioni di scettici, agnostici e atei nel mondo dell'Islam oggi, non
osano parlare in pubblico per paura della reazione, ma presto lo
faranno. Il fatto che la religione sia stata usata come un mantello per
vestire i fatti dell'11 settembre non giustifica che oggi lo si usi per
nascondere quello che c'è sotto.
Ma da qualche parte questo processo di riforma sta effettivamente
cominciando?
Penso che il paese nel quale possiamo dare testimonianza di una qualche
riforma sia l'Iran. Qui abbiamo una popolazione, la maggior parte della
quale ha meno di 35 anni di età. Tutto quello che queste persone hanno
conosciuto è il dispotismo del clero. Grazie a Dio non c'è stato un
diretto intervento americano a causare un'ulteriore confusione. Lo
sviluppo di un forte movimento anticlericale è fisiologico. Nasce da
dentro. La popolazione giovanile di entrambi i sessi non perde occasione
di criticare e provocare la polizia religiosa - i guardiani
dell'ortodossia. Sotto la superficie c'è un crescente odio della
religione e del clero. Questo stato d'animo si è ora riflesso dentro il
clero stesso e nell'elezione di Khatami. E' ancora presto per predire la
esatta fisionomia del futuro dell'Iran, ma una trasformazione qui
potrebbe avere effetti vastissimi sul mondo islamico. In altre parole la
storia non è ancora finita.
Torniamo al rapporto tra Islam ed Europa. Il periodo statico
dell'Europa medioevale è stato influenzato molto positivamente
dall'Islam e ha contribuito al Rinascimento.
Mentre l'Europa cristiana ha vegetato durante il Medioevo, il nuovo e
dinamico impero dell'Islam ha impugnato il bastone della civilizzazione.
Cordoba, Baghdad, Damasco e Il Cairo erano centri della nuova cultura.
Nell'Iberia islamica ci fu un miscuglio di culture che produsse una
notevole sintesi. Gli insegnamenti degli antichi furono tradotti in
arabo e ulteriormente sviluppati, specialmente nel campo della medicina,
della filosofia, della matematica e dell'astronomia. Molto prima di
Cartesio, i filosofi a Cordoba proclamarono il dubbio universale
sull'essere come punto di partenza di ogni conoscenza. Toledo vantava la
più grande scuola di traduttori nel mondo conosciuto. I monaci
cristiani dovettero imparare l'arabo per tradurre importanti testi in
latino. La civilizzazione islamica creò il ponte che rese possibili il
Rinascimento e l'influenza letteraria di quel primo periodo è evidente
nelle due maggiori opere della letteratura europea. Don Chisciotte e la
Commedia dantesca sono influenzati dalla cultura araba.
Veramente Dante maltratta Maometto.
Ma lì era guidato da necessità teologiche cristiane. Poi
però si può
permettere la libertà di trattare meglio il filosofo musulmano
dell'Andalusia Ibn Rushd (in latino Averroè), mettendolo lontano dai
fuochi dell'Inferno.
Ma una sintesi fiorente come quella che si verificò in Andalusia, dove
musulmani, cristiani e ebrei vivevano benissimo insieme, e di cui lei ha
raccontato la drammatica fine nel suo romanzo Ombre dell'albero del
melograno potrà ripresentarsi da qualche parte?
No. Fu il risultato di una serie di condizioni, che non esistono più.
La Riconquista ha mostrato la prima grande pulizia etnica in Europa.
L'espulsione dei musulmani e degli ebrei è stata utilizzata per creare
una nuova identità europea. Una domanda più interessante sarebbe:
perché avvenne la Riconquista?
E visto che se l'è fatta da solo, risponda.
Qui c'è da dire che il fallimento della civiltà islamica nel creare
una struttura economica che tenesse insieme la popolazione unita alla
corrente puritano-fondamentalista presente dentro l'Islam stesso, creò
le condizioni del suo rapido declino e della sua sconfitta. La guerra
civile che scoppiò dentro l'Islam durante la sua ascesa contribuì alla
sua decadenza. Le divisioni non furono diverse da quelle che più tardi
spaccarono la cristianità. Se l'Islam fosse rimasto unito nei primi tre
secoli della sua esistenza, è perfettamente possibile che anche
l'impero occidentale sarebbe caduto sotto le sue armi e il suono del
muezzin sarebbe stato sentito nella Grande Moschea a Roma. Si può solo
fantasticare se questo sarebbe stato sufficiente, secoli dopo, a fermare
l'ascesa di Ibn Mussolini.
Nel suo libro lei accusa il mondo occidentale della crisi del mondo
musulmano e delle tendenze fondamentaliste.
Dimentichiamoci dell'Islam per un minuto. Pensiamo al petrolio. Se la
maggior parte del petrolio del mondo (e anche il più economico da
estrarre) non si trovasse al di sotto delle terre dove vivono i
musulmani, io dubito che qualcuno in Occidente si sarebbe mai
preoccupato dell'Islam. Sono i petrodollari che hanno fatto rinascere
un interesse per l'Islam dopo la caduta dell'Impero Ottomano. Gli stati
chiave creati dai poteri imperiali dopo la prima guerra mondiale - Iraq,
Kuwait, Arabia Saudita - si basavano sugli interessi delle compagnie
petrolifere. Le forze democratico-radicali in Iran erano state sconfitte
dall'intervento anglo-americano. Perché? Perché questi preferivano un
regime corrotto e autocratico. Aiutarono a distruggere ogni alternativa
secolare ai Mullah. I chierici fecero il resto. Per gran parte del XX
secolo, gli interessi nazionali e delle compagnie occidentali hanno
tenuto l'Islam in un angolo politico - una religione del terzo mondo di
nazioni marginalizzate, di ricche élites, dittatori brutali e
popolazioni oppresse, cui spesso sono negati i più elementari diritti
umani. I confini di questo stretto angolo politico si sono rinforzati
durante il periodo della guerra fredda, quando la Urss e gli Usa usarono
il mondo islamico come campo giochi per il loro Great Game. E la
lezione che non è mai stata imparata è sempre la stessa: coloro che
sono stati manipolati con la violenza useranno gli stessi modi per
esprimere la loro rabbia e la loro ribellione. La famiglia Ibn Saud che
governa l'Arabia Saudita è stata messa al potere dall'Impero
Britannico, e le è stata data nuova linfa vitale quando gli Americani
presero il controllo e la loro compagnia Aramco cominciò a estrarre
petrolio.
Il Wahhabitismo è sotto accusa non solo nel mondo Occidentale, ma anche
dal mondo islamico. Lei ne parla come di una combinazione del
fondamentalismo protestante e dell'Opus Dei. Che cosa significa?
I vincitori sauditi imposero il Wahhabitismo sulle loro popolazioni. Il
vigore puritano del suo insegnamento è unito all'abilità ben
sviluppata di intrigare e penetrare l'Islam tradizionale. E' un sistema
religioso che mette sullo stesso piano gli infedeli e i musulmani
non-wahhabiti. I primi sono non credenti, i secondi degli apostati.
L'interpretazione wahhabita del Corano è quella letterale. Questo è il
motivo per cui difende la subordinazione istituzionalizzata delle donne.
Questa era la versione dell'Islam che durante la Guerra Fredda si era
organizzata per penetrare quelle parti del mondo musulmano viste come
vulnerabili da parte di ideologie secolari - Pakistan e Indonesia sono
gli esempi più palesi. I quei giorni i predicatori wahhabiti giocavano
apertamente a palla con gli Stati Uniti. La loro inimicizia è di più
recente durata, e dovuta in gran parte al fatto che gli Americani
portarono via la palla. I tempi erano cambiati e volevano un'altra
squadra.
E Bin Laden, come ormai abbiamo imparato tutti, era (o è) saudita e
wahhabita.
L' 11 Settembre ha creato una vera crisi tra Stati Uniti e Arabia
Saudita. Questa era una relazione che sembrava essere permanente. Osama
Bin Laden apparteneva a una ricca famiglia saudita i cui affari legati a
quelli degli Stati Uniti e della famiglia Bush erano ben consolidati. In
passato di rado c'era l'ombra di una critica da parte dei media
occidentali per quanto riguardava l'Arabia Saudita. Oggi la stagione di
caccia è aperta e la stampa americana è piena di giornalisti in cerca
di scalpi sauditi. Non è un segreto che gli Stati Uniti pensino che i think
tanks suggeriscano una balcanizzazione dell'Arabia Saudita se la
situazione peggiora.
Lei condanna l'estremismo islamico, ma anche l'imperialismo dell'impero
americano. Ma gli Stati Uniti sono indubbiamente una democrazia.
Gli Stati Uniti d'America sono certamente una democrazia, ma sono anche
un'entità imperiale e questo Impero Americano rappresenta il più
potente fondamentalismo nel mondo di oggi. E' l'unico impero nel mondo.
Non è sfidato da nessun altro stato. Cerca di rafforzare la sua
egemonia economica attraverso la forza. Il suo ultimo colpo strategico
è stato di estendere la dottrina di Monroe a tutto il resto del mondo:
combatterà con il consenso per preservare la propria situazione di
egemonia nel mondo, se possibile e con le guerre se questo diventasse
necessario. Quel che è cambiato negli ultimi due decenni è stata la
caduta dell'Unione Sovietica e la decisione del Partito Comunista Cinese
di abbracciare il capitalismo. La sfida di un ordine sociale che
prometteva (senza mai raggiungerla) una società superiore al
capitalismo è scomparsa. Dall'inizio alla fine degli anni della Guerra
Fredda il resto del mondo capitalista aveva accettato la leadership
degli Stati Uniti d'America. Ma ora che il mondo intero (eccetto Cuba)
è capitalista, l'accettazione di questa leadership non è automatica.
Prima della Rivoluzione Russa del 1917, le contraddizioni tra differenti
imperi e stati capitalisti hanno portato a conflitti armati. Nel mondo
di oggi questo genere di conflitti è improbabile, ma le differenze sono
venute alla luce. Gli alleati non sono tanto timidi da non ammettere di
essere anche rivali. L'offensiva contro l'Iraq ha messo in luce questa
evoluzione.
Crede veramente che l'11 Settembre sarà soltanto una nota nelle pagine
della storia del XXI secolo?
Sì, nel senso che l'assassinio dell'arciduca austriaco Francesco
Ferdinando a Sarayevo nel 1914 è stata una nota a piè pagina nella
storia dell'ultimo secolo. Sono stati la prima guerra mondiale e gli
avvenimenti successivi a dominare la storia. L'11 Settembre ha
accelerato il processo globale di americanizzazione, ma in se stesso è stato solo una delle tante tragedie. Se il XX secolo
è stato un'epoca
di guerre e rivoluzioni, il XXI è l'epoca dell'americanizzazione - un
processo che è sia passivo (la quieta accettazione da parte del
centro-sinistra europeo del neo-liberismo a casa propria e all'estero e
l'abbandono delle tradizionali social-democrazie ) sia violento:
"guerre umanitarie", cambi di regime e la lotta per il
possesso delle risorse energetiche. L'opposizione a quest'epoca si sta
organizzando, ma deve ancora produrre per il futuro dal punto di vista
sociale, culturale, politico ed economico un piano più avanzato di
quello che sa offrire oggi. Potrebbero occorrere altri cinquant'anni, ma
di una cosa sono sicuro: nessuna religione può esserne la risposta.
Abbiamo bisogno di "costruttori di sogni". Un mondo che
esclude l'utopia è destinato a rinsecchirsi e a morire.
(traduzione dall'inglese di Virginia Piccone)
________________________________________
Caleidoscopio saudita
Avvio di cambiamenti, pressione dei conservatori
http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/
Febbraio-2006/pagina.php?cosa=0602lm08.01.html&titolo=Caleidoscopio%20saudita
(Traduzione di G. P.)
http://www.presentepassato.it/Percorsi/Grandegioco/4grandegioco_suez.htm

La campagna di Napoleone Bonaparte aveva reso manifesta l'importanza strategica dell'Egitto quale nodo dei traffici tra l'oceano Indiano e il Mediterraneo.
Sia la Francia che l'Inghilterra
Sia Francia che Inghilterra stavano consolidando la loro presenza in Africa:
Nella seconda metà dell'Ottocento Francia e Inghilterra misero a segno un punto a testa nella partita sull'Egitto che, con i successori di Alì, si stava esponendo accettando prestiti per finanziare l'esercito e i lavori pubblici:
Il fatto è che dal 1860 l'Egitto aveva assunto un ruolo nuovo nel commercio europeo:
Forte della sua posizione l'Inghilterra sottovalutò, anzi osteggiò l'impresa per la costruzione del canale che fu quindi affidata all'ingegnere francese Marie de Lesseps
Per la realizzazione e la gestione del canale fu fondata la “Compagnia universale del canale di Suez” con un capitale di 200 milioni di franchi suddivisi in 400.000 azioni di 500 franchi ciascuna:
Il canale fu inaugurato il 17 novembre 1869:

L'Inghilterra dovette constatare l'errore politico di aver lasciato ai francesi l'impresa del canale: il traffico, infatti, passò
Il processo di modernizzazione delle strutture e dell'economia egiziani, incoraggiato e sostenuto finanziariamente dai paesi europei innescò, a partire dagli anni 1850 un circolo vizioso di prestiti:
Nell'ottobre del 1875 un analogo processo di indebitamento del governo turco produce la bancarotta di Istanbul con il crollo dei titoli ottomani e, di conseguenza, anche di quelli egiziani.
Isma'il per evitare a sua volta la bancarotta, è costretto a porre sul mercato i suoi titoli della Compagnia universale canale di Suez che a quella data ammontavano a 176.602 azioni
In questa situazione di stallo ne approfitta il governo inglese
- il primo ministro Disraeli ottiene un prestito da Lionel Rothschild, della potente dinastia di banchieri inglesi,
- acquista, nel gennaio del 1976, le azioni di Isma'il per 3.976.582 lire sterline, pari a circa 99.000.000 di franchi, praticamente allo stesso prezzo di emissione, dopo 6 anni attività e quindi di rivalutazione.
- [nb. nel 1900 il pacchetto valeva 800 milioni di franchi ed aveva fruttato dai 25 ai 30 milioni di franchi l'anno!]
Vedi i seguenti testi:
Nel giro di sette anni l’Egitto cade sotto il controllo inglese: ultimo atto per il pieno controllo della via marittima delle Indie:
nel 1884 la Conferenza di Berlino sancisce il dato di fatto
nel 1888: la convenzione di Costantinopoli prevede l’apertura del canale a tutti i convogli mercantili e militari
Nell'immagine: l'Inghilterra domina l'Egitto, riprodotta in Finzi, cit. pag. 1157
Giordania
http://www.relint.org/paesi/storia-giordania.htm
La regione bagnata dal fiume Giordano, che si estende ad est verso il
deserto e fino al Mar Mediterraneo ad ovest, fu fin dai più antichi
tempi lo scenario che ha visto nascere e svilupparsi la religione e la
civiltà giudaica ("Terra d'Israele") e quella cristiana (la
Palestina). Dal VII secolo in poi, con l'invasione araba, la valle del
Giordano entrò a far parte della storia dell'Islam con luoghi sacri e
simbolici di grandissima importanza; nello stesso modo le successive
Crociate vollero dimostrare come la sacralità cristiana della Palestina
e soprattutto della regione a ovest del Giordano si mantenesse
fondamentale per l'Occidente. Con il dominio turco, dal XVI secolo, il
territorio circostante il fiume fu accorpato al distretto (vilayet) di
Damasco e successivamente, nel XIX secolo, gli Ottomani stabilirono
varie popolazioni circasse e caucasiche proprio in questo territorio per
assicurare la protezione delle linee di comunicazione con la penisola
arabica. Nel primo conflitto mondiale, come in tutto il Medio Oriente,
le tribù nomadi del deserto giordano parteciparono alla ribellione
degli arabi contro i turchi esplosa nel 1916 sotto la spinta degli
inglesi. La Gran Bretagna, d'altronde, aveva stretto forti legami con i
califfi mediorientali e aveva promesso, in cambio dell'aiuto nella
guerra contro la Turchia, l'appoggio per la nascita di uno Stato arabo
comprendente anche la Palestina e le terre della valle del Giordano.
L'impegno e la posizione filo-sionista presa da Londra con la
"dichiarazione Balfour", nel 1917, contraddiceva però le
promesse filo-arabe con il nuovo obbligo nei confronti delle comunità
ebraiche d'Europa per la costruzione di un "focolare ebraico",
sempre in Palestina.
Nel luglio del '17 l'esercito del principe Faysal ibn Husayn, della
dinastia hashemita, conquistò importanti posizioni strategiche, come il
porto di Aqaba (che controlla il golfo omonimo) e nell'autunno 1918 le
città di Amman e Damasco cadevano sotto il controllo delle potenze
dell'Intesa. La conferenza di Sanremo decise la creazione di due mandati
internazionali per la Palestina (comprensiva della regione ad est del
fiume Giordano) e per la Siria: queste due grandi regioni mediorientali
furono affidate rispettivamente a Gran Bretagna e Francia. L'attacco
portato, nell'autunno dello stesso anno, dai soldati di Abdullah contro
i francesi in difesa del fratello Faysal, spinse gli inglesi ad offrire,
nell'aprile del 1921, proprio ad Abdullah il governo della regione ad
est del Giordano, vale a dire della Transgiordania. L'autonomia
dell'emiro Abdullah (riconosciuta dai britannici nell'accordo del 1923 e
poi confermata nella costituzione del '28) era comunque limitata:
infatti la conduzione delle finanze, degli affari militari e di politica
estera rimaneva saldamente nelle mani di Londra.
Con il mandato formale sulla Palestina la Gran Bretagna dovette
affrontare quindi i contrasti crescenti tra arabi (autoctoni) ed ebrei
(per lo più nuovi immigrati o figli di immigrati). Nelle terre che si
estendevano ad ovest del fiume Giordano, i primi contrasti fra le due
comunità si erano verificati già nei primi anni del secolo quando
l'immigrazione e il "ritorno" (in ebraico aliyah) nella
"Terra Promessa" di cospicui gruppi di ebrei e la costituzione
di numerosi insediamenti sulle terre acquistate dagli arabi avevano
suscitato le proteste delle comunità residenti, che temevano il
tentativo di appropriarsi di territori storicamente considerati arabi.
Inoltre, la maggioranza degli arabi aveva temuto fin dall'inizio che
l'insediamento di una componente ebraica nella regione attraverso la
costituzione di comunità collettiviste (quali i kibbutz) avrebbe
comportato l'ingresso, all'interno dei delicati equilibri sociali del
Medio Oriente, di un'entità tanto estranea a quel mondo da potersi
considerare una nuova forma di colonialismo.
D'altra parte gli inglesi, sotto il comando di propri ufficiali,
inserivano anche i soldati beduini di Abdullah nel corpo di élite
chiamato "Legione Araba". La Transgiordania (come anche l'Iraq
britannico e la Siria francese) risultò area strategica molto
importante per gli Alleati durante la seconda guerra mondiale, ma con la
fine della guerra si andavano sviluppando i processi di indipendenza
degli stati sotto mandato internazionale: nel 1946 veniva riconosciuta
la totale indipendenza della Transgiordania di Abdullah, che si
autoproclamò re del "Regno Hashemita di Transgiordania".
Tuttavia, con la fine della guerra anche il problema arabo-israeliano
ritornò prepotentemente in primo piano ed il Governo inglese rimise
alle Nazioni Unite la soluzione della difficile questione. La proposta,
votata dall'Assemblea Generale dell'ONU il 29 dicembre 1947 di creare
due entità territoriali distinte in Palestina provocò subito
sanguinosi scontri fra le due popolazioni: in questo periodo avvenivano
atti terroristici e intimidatori da parte di gruppi oltranzisti ebraici
e palestinesi nei propri territori e si andava chiaramente verso la
prima guerra arabo-israeliana. Al ritiro dell'esercito inglese dalla
Palestina nel 1948 la comunità ebraica proclamò la nascita dello Stato
di Israele (14 maggio 1948) e il giorno seguente le truppe della
Transgiordania, insieme a quelle degli altri paesi arabi (Egitto, Siria,
Iraq e Libano), invasero la Palestina: lo scopo della Transgiordania
(che già intratteneva discussioni segrete con inviati israeliani) era
di prendere il controllo delle zone attribuite ai palestinesi dal piano
di spartizione delle Nazioni Unite. I sanguinosi scontri, che si
protrassero per otto mesi, videro la sostanziale vittoria di Israele,
che riusciva ad accrescere il suo territorio di circa il 40% rispetto a
quello previsto dal piano di spartizione delle Nazioni Unite, mentre la
comunità palestinese abbandonava i propri villaggi occupati
rifugiandosi per lo più nei territori della striscia di Gaza e in
Cisgiordania (rimasti sotto controllo di truppe arabe). Mentre Gaza
rimaneva in mani egiziane, la Cisgiordania (detta anche "West Bank")
con la Città Vecchia di Gerusalemme (Gerusalemme Est) cadeva sotto il
controllo di Amman (armistizio israelo-giordano del 3 aprile 1949):
mezzo milione di palestinesi si aggiungeva a mezzo milione di cittadini
della Cisgiordania ma in atteggiamento di decisa ostilità verso il re
hashemita Abdullah. Il re però acquisiva il controllo di alcuni dei
massimi luoghi sacri dell'Islam (come la Moschea di Al-Aqsa a
Gerusalemme) e con questo un notevole prestigio nel mondo arabo. In virtù
dell'annessione della Cisgiordania alla Transgiordania, il re decise di
dare al proprio regno una nuova Costituzione (1949) ed il nuovo nome di
"Regno di Giordania"; tuttavia il suo Stato acquisì anche i
problemi connessi alla situazione dei rifugiati palestinesi (che
formavano gruppi terroristici organizzati come Al-Fatah), allo status
giuridico di Gerusalemme e all'aumentata estensione della sua frontiera
con Israele.
Il 20 luglio 1951 fu proprio la mano di un giovane palestinese ad
assassinare presso la Moschea di Al-Aqsa il re Abdullah di Giordania,
dando con questo gesto significato al nazionalismo palestinese tanto
avversato dal monarca giordano. Il figlio e designato successore Talal
mostrò un atteggiamento anti-britannico e promise un governo
progressista, ma fu dichiarato mentalmente inadatto al ruolo di monarca
dal parlamento giordano nell'agosto del '52: l'abdicazione avvenne in
favore del fratello maggiore Hussein ibn-Talal, che fu incoronato come
re Hussein di Giordania al compimento del diciottesimo anno, il 2 maggio
1953.
Successivamente la storia della Giordania di re Hussein fu strettamente
legata alla necessità di mantenere stabile il trono e lo Stato,
cercando di guadagnare il favore delle masse palestinesi all'interno del
suo territorio, ma anche di mantenere in qualche modo i rapporti con lo
stato ebraico nonostante le gravi tensioni che scaturivano dagli
attentati reciproci tra palestinesi e israeliani. La politica di
equilibrio del sovrano hashemita, oltre che degli interessi delle
cancellerie occidentali, dovette tener conto anche della leadership in
campo arabo (dove era in ascesa l'Egitto di Nasser): per questo nel 1955
Hussein rinunciò a firmare il trattato di mutua difesa filo-occidentale
noto come "Patto di Baghdad" (promosso da Gran Bretagna e dai
governi filo-inglesi di Turchia, Iraq, Pakistan e Iran) e l'anno
successivo licenziò i consiglieri britannici e annullò il trattato
anglo-giordano siglato dieci anni addietro. Spinto dalla pressione
popolare a manifestare il proprio appoggio alla politica panaraba di
Nasser, reagì tuttavia con forza al tentativo di golpe condotto da
alcuni membri della Guardia Nazionale provenienti dalla Cisgiordania: è
in questa occasione che, appoggiato dai fedeli beduini della Giordania
orientale, epurò il Parlamento dai nazionalisti palestinesi e dagli
estremisti, mise al bando i partiti politici ed instaurò di fatto una
dittatura della corona.
Gli anni '50 in Medio Oriente sono caratterizzati dalla questione di
Suez e dalla leadership politica dell'Egitto. Nel 1956, infatti, Nasser
annunciava al suo popolo e al mondo arabo la nazionalizzazione del
Canale di Suez: la sfida al mondo occidentale era aperta e l'entusiasmo
del popolo egiziano e di tutto il mondo arabo fu straordinario. Toccate
nei propri interessi commerciali, Francia e Gran Bretagna lanciarono una
campagna di propaganda contro Nasser e si allearono segretamente con
Israele, che sferrò l'attacco contro il Sinai verso il Canale di Suez.
L'attacco fu condannato da URSS, USA e dalle Nazioni Unite che inviarono
nella zona del Canale un contingente armato con il compito di assicurare
il mantenimento del cessate il fuoco. Anche se l'Egitto uscì
dall'avventura di Suez militarmente sconfitto da Israele, la conclusione
dell'iniziativa anglo-franco-israeliana accrebbe notevolmente il
prestigio di Nasser presso tutto il mondo arabo. L'influenza
anglo-francese nella regione cominciò a scemare rapidamente, e con
l'Egitto finalmente liberato da influenze esterne Nasser divenne per
tutto il Medio Oriente arabo il simbolo delle rivendicazioni arabe e
della lotta contro lo Stato di Israele. Tra i successi egiziani spicca
l'unione con la Siria nel febbraio del 1958 e la costituzione della
"Repubblica Araba Unita", che si rivelò però di breve durata
e fu sciolta nel 1961 (a seguito di un colpo di stato in Siria). La
costituzione dell'asse siro-egiziano spinse allora re Hussein a guardare
con favore ad un accordo con il cugino re Faysal II, al potere a
Baghdad. L'assassinio di Faysal e il colpo di stato in Iraq, organizzato
dall'entourage di Nasser, bloccò però quest'importante iniziativa. Re
Hussein, sentendosi minacciato dallo strapotere egiziano, aprì
all'Occidente ed in particolare a Gran Bretagna e Stati Uniti. Fino alla
fine del 1958 gli inglesi si videro assicurato lo stazionamento di
truppe paracadutiste nel paese, mentre dagli inizi degli anni '60
Washington appoggiò la Giordania con aiuti pari a 100 milioni di
dollari all'anno, che stimolarono lo sviluppo economico e (nonostante
gli attentati alla persona ed al governo del re) rafforzarono la
monarchia.
Durante gli anni '60 l'OLP, principale organizzazione palestinese
(Organizzazione per la Liberazione della Palestina), e Al-Fatah, il suo
braccio armato, fecero crescere la tensione palestinese diventando
sempre di più potenziali minacce non solo per Israele ma anche per la
sovranità giordana sulla Cisgiordania: i rapporti tra Giordania, da una
parte, e Siria, Egitto e palestinesi, dall'altra, presto si
deteriorarono e spinsero re Hussein a mantenere un canale di trattativa
con Israele. Nel '65, con l'appoggio egiziano e siriano, Al-Fatah
promosse dal territorio giordano una serie di sanguinosi raid contro
Israele e l'anno successivo la tensione sfociò nel grave attacco
israeliano nei pressi di Hebron, in Cisgiordania. In seguito a
quest'ultimo episodio, Amman rispose tentando di bloccare il passaggio
attraverso la Giordania dei commandos palestinesi di base in Siria e
minacciando l'interruzione delle relazioni diplomatiche con Damasco. La
gravità della crescente crisi con Israele, nella primavera 1967,
ricompattò il fronte arabo e spinse la Giordania ad un nuovo patto di
difesa con Egitto e Siria: l'ammassamento delle truppe egiziane nel
Sinai, la chiusura del Golfo di Aqaba ed infine gli scontri a
Gerusalemme Est tra soldati giordani e israeliani furono tutti segni di
un conflitto imminente. Israele, allora, giocò la carta dell'attacco di
sorpresa per assumere l'iniziativa delle operazioni e scatenò la
"Guerra dei Sei giorni": così tra il 5 ed il 10 giugno
distrusse al suolo l'aviazione egiziana ed occupò Gaza, il Sinai e il
Golan siriano, i territori ad ovest del Giordano e Gerusalemme Est. Il
compromesso che in sede ONU portò ad una risoluzione di condanna
dell'attacco israeliano non risolse la crisi: la Giordania si vide
privata di un terzo delle terre fertili e della sovranità sui luoghi
sacri all'Islam. Tuttavia il trono hashemita, sebbene indubbiamente in
crisi, era ancora in qualche modo stabile anche se doveva far fronte ai
malumori della folta comunità palestinese (accresciuta da circa 200
mila nuovi rifugiati provenienti dalle zone dalla Cisgiordania occupata)
e alla difficile situazione finanziaria successiva alla guerra
(nonostante gli aiuti di altri paesi arabi, come Arabia Saudita, Kuwait
e Libia). Dopo un breve periodo si ripristinarono anche gli aiuti
economici e militari occidentali (soprattutto di Stati Uniti e Gran
Bretagna).
Nonostante il Summit arabo di Khartoum dell'agosto '67 sancisse la
politica dei "tre no" ("no" alla pace con Israele,
"no" al riconoscimento di Israele, "no" a negoziati
con Israele), Re Hussein cercò nuovamente un canale di trattative con
gli israeliani, dapprima per tentare di riottenere i territori perduti,
poi per controllare l'estremismo palestinese che sotto la guida di
Yasser Arafat (leader di Al-Fatah) tendeva a creare in Giordania uno
"Stato nello Stato". La crisi giordano-palestinese esplose nel
settembre del 1970 (detto perciò dai palestinesi "Settembre
Nero") quando Re Hussein scatenò una sanguinosa repressione (si
parla di migliaia di morti e più di 10.000 feriti) per espellere i
gruppi armati dei "feddayn" palestinesi, dopo che uno di
questi (il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) aveva
messo in atto una serie di dirottamenti di aerei occidentali nel deserto
giordano. I carri armati siriani inviati in sostegno dell'OLP vennero
respinti con l'aiuto militare degli USA e il 27 settembre Hussein siglò
un accordo per alcune concessioni all'OLP, ma nel luglio seguente
costrinse i guerriglieri dell'OLP a lasciare il paese ed a spostare le
proprie basi in Libano. Re Hussein sostanzialmente mantenne il potere
grazie all'appoggio offertogli dagli Stati Uniti e alla devozione
personale dei beduini, essenziale per mantenere il controllo
sull'esercito e portare a termine l'operazione. Resta il fatto che dopo
l'occupazione militare israeliana della West Bank, la Giordania ospitò
comunque un ingente numero di palestinesi (prima espulsi nel 1948, poi
cacciati di nuovo dai campi profughi nel 1967) che, per l'elevato
sviluppo demografico, oggi costituiscono circa i due terzi della
popolazione giordana.
Sempre nel 1970 Nasser, grande leader arabo e padre della patria
egiziana, moriva e lasciava il paese al suo vice e successore Anwar
al-Sadat che pianificò con la Siria una offensiva per la riconquista
dei territori perduti nel 1967. Scatenata il 6 ottobre 1973 (data della
festa ebraica dello Yom Kippur) la "Guerra del Kippur" vide
Israele subire inizialmente l'attacco di sorpresa nemico: le forze
egiziane attraversarono il Canale di Suez mentre le armate siriane
attaccavano sul fronte delle alture del Golan. Re Hussein anche in
questo frangente mantenne una posizione di grande prudenza. Mantenne la
Giordania formalmente fuori dal conflitto, ma nel contempo mandò i suoi
carri armati in appoggio alle forze siriane impegnate nell'offensiva
sulle alture del Golan (in Siria, dopo la drammatica offensiva contro i
palestinesi in Giordania nei giorni del "Settembre Nero",
aveva preso il potere il Generale Hafez al-Assad, poi eletto
presidente). Nei giorni successivi, però, l'iniziativa delle operazioni
militari passò agli israeliani che fecero valere ancora una volta la
superiorità del loro esercito: il cessate-il-fuoco del 24 ottobre
fermava gli scontri.
Dopo la "Guerra del Kippur", il blocco petrolifero attuato dai
Paesi Arabi esportatori fece temere una crisi energetica con conseguenze
critiche per l'Occidente e indusse gli Stati Uniti ad adottare una
politica attiva nei confronti del problema dei territori occupati. Per
parte sua Sadat inaugurò una politica sempre più filo occidentale e di
affrancamento dall'alleato sovietico, convinto della necessità di una
risoluzione dei contrasti con Israele. Ma l'apertura israeliana verso il
fronte arabo si avviava concretamente solo per l'Egitto (disponibilità
al ritiro dal Sinai) e non per la Giordania, che nel 1974 venne
riconosciuta da Israele come interlocutore per la questione dei
palestinesi di Cisgiordania e per Gerusalemme Est, ma fu poi sconfessata
dalla Lega Araba (che nel meeting di Rabat dichiarò unico
rappresentante del popolo palestinese l'OLP di Arafat). Re Hussein
promosse allora con la Siria di Assad un "comando supremo" di
coordinamento diplomatico e militare per il controllo anche delle
attività dell'OLP. Sul fronte egiziano, invece, dopo la visita di Sadat
alla Knesset (1977) furono siglati con la mediazione del presidente
americano Jimmy Carter gli "accordi di Camp David" del
settembre '78, che prevedevano, oltre al ritiro israeliano dal Sinai,
anche il futuro passaggio di Gaza e Cisgiordania da uno statuto autonomo
provvisorio della durata di un quinquennio ad un successivo statuto
definitivo. Gli altri paesi arabi, però, giudicarono negativamente la
mancata consultazione dei palestinesi in merito al futuro dei territori
occupati e condannarono gli accordi conclusi come un atto di estrema
gravità, talché l'Egitto venne a perdere il ruolo guida del fronte
arabo che per tanti anni aveva ricoperto nella lotta contro Israele (e
il suo leader Sadat fu per questo, tre anni più tardi, assassinato da
estremisti durante una parata militare). Il leader israeliano Menachem
Begin, del blocco conservatore del Likud, controbilanciava la
restituzione del Sinai con un'accelerazione nel programma degli
insediamenti di coloni ebrei nei territori occupati della Cisgiordania
("Giudea-Samaria") tanto che la Giordania interruppe allora
totalmente i negoziati segreti che per 15 anni erano rimasti spesso come
l'unico canale aperto di dialogo. Inoltre re Hussein temeva che
l'immagine e il ruolo della Giordania come di uno Stato palestinese
propagandata da Israele potesse minare ancora una volta la stabilità
del suo paese e l'attacco israeliano alle postazioni palestinesi nel
Libano (1982) non fece che rafforzare i timori di un nuovo trasferimento
dei palestinesi in Giordania. Durante gli anni '80, comunque, in
concomitanza con le vicende libanesi avvenne il tanto necessario
riavvicinamento tra Hussein ed Arafat e fu possibile al "Consiglio
Nazionale Palestinese" (parlamento virtuale dei palestinesi della
diaspora e dei territori occupati) di riunirsi ad Amman. Nel febbraio
'85 i due leader firmarono un accordo per il coordinamento delle
iniziative di pace: re Hussein si proponeva di persuadere Arafat ad
accettare una fusione tra territori palestinesi e Giordania in cui,
sotto sovranità giordana, si assicurasse l'autonomia ai palestinesi;
per Arafat rimaneva invece prioritaria la creazione di uno Stato
nazionale palestinese che si legasse semmai in una confederazione
paritaria con la Giordania.
Al riconoscimento da parte dell'OLP di Arafat dello Stato di Israele e
alla sua dichiarata rinuncia al terrorismo, la Giordania di Re Hussein
reagì come se fosse stata scavalcata e sconfessò l'accordo precedente
con Arafat, ma non diede seguito alla totale espulsione dell'OLP dalla
Giordania (anche se ordinò la chiusura degli uffici dell'OLP ad Amman).
Invertendo completamente l'impostazione politica giordana sulla
questione palestinese avviata dal 1974, il re ampliò la rappresentanza
palestinese all'interno dell'Assemblea Nazionale del regno e annunciò
un programma di sviluppo per la Cisgiordania in vista di un sua
amministrazione giordano-israelo-palestinese escludente l'OLP.
L'accordo del 1987 per colloqui di pace sotto l'egida dell'ONU prevedeva
che i rappresentanti palestinesi fossero compresi nella
"delegazione giordano-palestinese" per il veto israeliano a
trattare direttamente con i palestinesi; intanto, nel novembre, al
summit della Lega Araba di Amman la Giordania segnò un successo con la
decisione dei delegati di ristabilire i rapporti diplomatici con
l'Egitto (interrotti per gli "accordi di Camp David" con
Israele). L'esplosione nel dicembre della "rivolta delle
pietre" (intifada) nei territori occupati, però, si dimostrava una
protesta palestinese non solo contro Israele ma anche contro re Hussein;
quest'ultimo tentò di appoggiare pubblicamente la rivolta offrendo
aiuti alle famiglie delle vittime della repressione israeliana, ma per
l'intera opinione pubblica mondiale il portavoce dell'intifada rimase
soltanto Arafat.
In seguito alla riunione d'emergenza della Lega araba che affidava
all'OLP il controllo finanziario del supporto arabo ai palestinesi, nel
luglio del 1988 Hussein rinunciò a qualsiasi rivendicazione sulla
Cisgiordania lasciando così all'OLP ogni responsabilità dei territori
palestinesi occupati. Inoltre sciolse il Parlamento (costituito per la
metà da rappresentanti palestinesi), interruppe il pagamento dei salari
a più di 20 mila dipendenti statali e ordinò la conversione dei
passaporti dei palestinesi della Cisgiordania in documenti biennali di
viaggio. Nella riunione di Tripoli (1988) il Consiglio Nazionale
Palestinese s'identificò nell'OLP come unico rappresentante legale del
popolo palestinese e proclamò insieme all'indipendenza della Palestina
anche il riconoscimento ufficiale dello Stato di Israele e la rinuncia
ad ogni atto di terrorismo: e re Hussein si affrettò a riconoscere
ufficialmente l'entità palestinese. Il governo israeliano però non
accettò il dialogo con la dirigenza palestinese incrementando anzi la
colonizzazione dei territori occupati e rendendo di conseguenza vano
ogni tentativo di dialogo. Nell'aprile 1989, l'aumento dei prezzi dei
beni di consumo fece scoppiare una rivolta tra le popolazioni povere del
sud, costituite soprattutto da tribù beduine, talché il nuovo primo
ministro Mudar Badran s'impegnò ad una inversione delle prospettive
economiche nazionali oltre che alla sospensione della legge marziale in
vigore dal 1967 (promessa mantenuta solo nel 1991).
L'invasione del Kuwait nell'estate del '90 apriva quella "crisi del
Golfo" che pose la Giordania in una posizione molto difficile (la
Giordania infatti dipendeva dall'Arabia Saudita per i finanziamenti e da
Baghdad per il petrolio). Amman si unì così all'embargo contro l'Iraq,
ma si oppose all'uso della forza militare (scatenata nelle prime
settimane del '91) per costringere Saddam Hussein ad adempiere alle
risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma in questo
modo si attirò l'ostracismo degli altri paesi arabi del Golfo
(schierati contro Saddam Hussein). Si trovò isolata dal blocco aereo e
marittimo anti-iracheno nonché privata di ogni aiuto economico; inoltre
dovette accogliere centinaia di migliaia di rifugiati dalle zone di
guerra, curdi, iracheni e palestinesi espulsi dal Kuwait come
filo-iracheni.
Nel mese di giugno, poi, re Hussein promulgava una nuova Costituzione
che legalizzava i partiti ed estendeva i diritti politici alle donne. In
questo stesso mese, nominò primo ministro Taher Al-Masri, che auspicò
la partecipazione della Giordania alla Conferenza di Pace per il Medio
Oriente e l'avvicinamento agli Stati Uniti di Bush. A Madrid si aprì il
31 ottobre 1991 la Conferenza di Pace per il Medio Oriente con la
partecipazione delle delegazioni di Libano, Siria, Israele e Giordania:
la delegazione palestinese fu ammessa solo unitamente a quella giordana,
poiché, come si è detto, il governo israeliano si opponeva a negoziati
di pace in via diretta con la controparte. Nel novembre 1991, Taher
Al-Masri fu destituito dal voto di sfiducia del gruppo fondamentalista
islamico in Parlamento. Le elezioni dell'autunno 1993 per il rinnovo
della Camera dei Rappresentanti del Parlamento giordano vedevano
l'affermazione dei candidati islamisti anti-sionisti che costituivano
con altri gruppi politici il "Fronte di Azione Islamica". Nel
maggio del 1993 fu nominato primo ministro Abdul Salam Nadjali, capo
della delegazione giordana ai colloqui di pace con Israele.
Tra israeliani e palestinesi la firma degli accordi di Oslo dell'agosto
1993 segnava il raggiungimento di due importantissimi risultati: il
riconoscimento reciproco tra l'OLP e lo Stato di Israele in quanto entità
politiche e la bozza di accordo sui territori occupati che prevedeva la
creazione di un provvisorio "autogoverno" palestinese nella
città di Gerico e nella zona della striscia di Gaza (e dopo cinque anni
si prevedeva l'estensione dell'autogoverno anche alla Cisgiordania). A
Washington il 13 settembre alla presenza del presidente americano Bill
Clinton gli accordi vennero firmati davanti al mondo intero, suscitando
nel popolo palestinese e israeliano la speranza di una fine ormai
prossima dei contrasti. Le riserve espresse nello stesso anno da re
Hussein sull'accordo di pace tra Israele ed OLP non impedirono alla
Giordania di portare a termine nel 1994 lo storico accordo con Israele:
re Hussein e il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin firmarono il 26
ottobre 1994 un trattato di pace con il quale Israele restituiva alla
Giordania 300 chilometri quadrati di deserto ridefinendo ancora una
volta le frontiere. Si progettava congiuntamente addirittura la
costruzione di un "Canale Mar Rosso-Mar Morto" per creare un
bacino idrico utilizzabile sia per l'agricoltura che per la produzione
di energia elettrica sfruttando il dislivello tra il Mar Rosso e il Mar
Morto (che si trova in una depressione a 400 metri sotto il livello del
mare).
L'opinione pubblica giordana fu sorpresa dalla rapidità dell'accordo di
pace e dagli esigui benefici economici ottenuti dal paese; nel 1995 poi
veniva siglato un ulteriore accordo con l'OLP per il supporto giordano
ai palestinesi. Nel novembre dello stesso anno Hussein visitò
Gerusalemme per la prima volta dal '67 per partecipare ai funerali di
Yitzhak Rabin. Nel 1996 la Giordania decise di interrompere i rapporti
commerciali con Baghdad e di autorizzare gli Stati Uniti all'uso di una
base aerea situata nel proprio territorio. L'appoggio interno al sovrano
si rafforzò dopo le elezioni dell'autunno 1997, in cui i capi tribù
beduini del deserto (favorevoli al re) ottennero 68 degli 80 seggi alla
Camera dei Deputati. Gli altri 12 furono vinti da candidati islamisti ma
le elezioni erano state boicottate dal principale gruppo islamista del
F.A.I. per protestare contro la politica di Hussein e l'accordo di pace
con gli israeliani: Abdul Salam Madjali fu nominato per la seconda volta
primo ministro.
Negli anni recenti la Giordania ha continuato a ricoprire un importante
ruolo di mediazione e di garanzia sul rispetto degli accordi
israelo-palestinesi e sull'accordo di Wye Plantation per un nuovo ritiro
israeliano dalla Cisgiordania (1998). In quest'ultima occasione si è
presentato nella località statunitense anche re Hussein di Giordania
(allora negli Stati Uniti per cure mediche), ed il sovrano hashemita ha
rivolto ad israeliani e palestinesi un discorso appassionato per indurli
a firmare l'accordo. Nel febbraio del 1998, di fronte alle minacce di un
nuovo bombardamento dell'Iraq da parte degli Stati Uniti, la Giordania
si è espressa criticamente su questa evenienza e si è preparata a
contenere una prevedibile ondata di rifugiati. Sono stati gli ultimi
atti politici del re: dopo aver designato come suo successore al trono
il figlio Abdullah (piuttosto che il principe Hassan), il 7 febbraio
1999 re Hussein di Giordania è morto. Il figlio Abdullah, nuovo re di
Giordania, ha continuato la politica di apertura e di modernizzazione
del paese sottolineando sempre la propria posizione e il proprio ruolo
all'interno del mondo arabo.
Chi si ricorda di Mossadeq?
Questo Trentino n° 16 del 27.09.2003
http://www.questotrentino.it/2003/16/mossadeq.htm
Le radici dell’integralismo islamico, della contrapposizione all’Occidente e infine dell’attuale terrorismo fondamentalista, sono molteplici, antiche e recenti. Dopo l’ 1l settembre 2001 le analisi alla ricerca delle cause sono state numerose, alcune prespicaci, ma da quanto so è sempre mancato un tassello: il complotto organizzato dalla CIA ai tempi di Eisenhower per rovesciare Mossadeq e stroncare il primo tentativo laico e riformista nel vicino Oriente. La conseguenza fu che la caduta del leader riformista Mossadeq aprì la porta al fondamentalismo di Khomeini.
Il primo ministro iraniano Mossadeq
I fatti si svolgono nella Persia dello Scià Reza Pahlavi e risalgono a cinquant’anni fa. Nell’ottobre del 1951 il primo ministro persiano Mossadeq nazionalizza la "Anglo Iranian Oil Company". Lo sfruttamento del petrolio da parte del monopolio inglese aveva dissanguato l’economia persiana, lasciando la popolazione a un livello di povertà generalizzata. Solo un esempio: nel 1947 la compagnia inglese realizzò un profitto di 112 milioni di dollari (somma enorme a quei tempi), lasciando alla Persia solo una briciola di 7 milioni. Inoltre violò l’impegno di pagare gli operai almeno 50 centesimi al giorno, e di costruire per le maestranze case, ospedali e scuole.
La nazionalizzazione crea un’onda di entusiasmo, che si propaga ai vicini paesi arabi. Mossadeq rompe i rapporti diplomatici con l’Inghilterra e prosegue la sua politica nazionalista e riformatrice. A questo punto entrano in scena gli Stati Uniti, preoccupati che la Persia varchi la cortina di ferro ed entri nell’orbita della Unione Sovietica. Le sorti di Teheran rimangono in bilico fino alla elezione alla presidenza di Eisenhower, che dà il via al piano elaborato dalla CIA per estromettere Mossadeq dal potere.
Lo Shah Mohammad Reza Pahlavi.
Si tratta del primo intervento americano nel vicino oriente. Entrano in scena gli 007 e reparti specializzati nel suscitare sommosse. Il 15 agosto 1953 (appunto 50 anni fa) avviene il primo tentativo di colpo di stato, che fallisce. Tutto sembra perduto. La CIA ricorre allora a Norman Schwarzkopf senior (padre del vincitore della guerra del Golfo nel 1991), che per 6 anni aveva organizzato e guidato la gendarmeria imperiale persiana. Schwarzkopf parla con lo Scià, "gli consegna 2 sacchi di dollari", come egli stesso racconta, e ottiene la deposizione di Mossadeq. Il gioco è fatto. Quattro giorni dopo, il 19 agosto 1953, dopo tumulti popolari organizzati dagli agenti della CIA, Mossadeq perde il potere e fugge. Lo Scià nomina primo ministro il generale Zahedi, conservatore ben visto dagli americani.
La Persia ha nuovamente la museruola e si accresce nel popolo iraniano e in tutto il mondo mussulmano l’avversione antiamencana. La Persia inizia un nuovo cammino che la porterà a diventare l’Iran di Khomeini.Solo nel 2000 il presidente Bill Clinton ammetterà la responsabilità degli Stati Uniti nel golpe del 1953 che aprì la porta in Iran al fondamentalismo dei mullah e poi alla piaga del terrorismo islamico. Non c’è da stupire: chi semina vento, dice il proverbio, raccoglie tempesta.
E’ uscito in America in questi giorni in libro di Stephen Kinzer "Tutti gli uomini dello Scià", col significativo sottotitolo "Un golpe statunitense e le radici del terrorismo mussulmano". Speriamo che venga presto tradotto in italiano. Vale la pena leggerlo.
http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Ottobre-2000/0010lm07.01.html
Rivelazioni sul colpo di stato contro Mossadeq
Iran 1953, il complotto della Cia
di MARK GASIOROWSKI*
Il canto degli ayatollah
http://www.disinformazione.it/cantoayatollah.htm
Anton
Cechov, Chirurgia
....................
L’Iran, nel
periodo fra le due guerre mondiali, non fu direttamente colonizzato, ma ebbe
sempre due potenti “protettori” che “garantivano” per le scelte
politiche iraniane: la Gran Bretagna – che aveva importanti concessioni
petrolifere – e l’URSS, che difendeva in quel modo – eterno e secolare leitmotiv
della grande Russia – i confini meridionali.
Il punto di rottura dell’equilibrio fu l’avvento al potere come Primo
Ministro di Mohammad Mossadeq, che nel 1951 nazionalizzò le compagnie
petrolifere ed estromise gli inglesi. Non si giunse alla rottura dal nulla:
Mossadeq chiese più volte una più equa ripartizione dei proventi petroliferi,
che prevedevano una curiosa suddivisione degli introiti: il 6% allo stato
iraniano ed il 94% alle compagnie inglesi.
Mossadeq non era certo un rivoluzionario – aveva studiato in Francia ed in
Svizzera, e potremmo oggi definirlo un economista “socialdemocratico” –
ma, la semplice richiesta di fissare a 50 centesimi il giorno il salario minimo
per le maestranze iraniane, condusse alla frattura con gli inglesi.
In quegli anni, le compagnie inglesi estraevano e commercializzavano 112 milioni
di dollari l’anno di petrolio dai giacimenti iraniani, che attualizzati
potrebbero corrispondere a circa 2-3 miliardi di dollari: proprio una bella
sommetta. L’Iran riceveva soltanto 7 milioni di dollari rispetto al totale di
112 milioni, e Mossadeq ritenne che si dovevano ri-definire gli accordi,
altrimenti – vista la crescita demografica – il paese, pur ricchissimo di
ricchezze minerarie, sarebbe precipitato nella miseria.
Nella sua
battaglia, Mossadeq fu sempre appoggiato dal potere religioso – rappresentato
all’epoca dall’ayatollah Kashani – mentre lo Scià Reza Phalavi II
mostrava d’appoggiare il suo ministro, mentre in realtà tramava con
Washington per liberarsene.
In quegli anni – non dimentichiamo – l’impero britannico stava
disgregandosi: nel 1947 l’India aveva raggiunto l’indipendenza, in Egitto
stava nascendo la rivoluzione di Nasser e molte ex colonie africane mordevano il
freno.
In sintesi, gli inglesi non erano più in grado di difendere con la forza gli
impianti iraniani, ma nel 1952 l’ex generale Eisenhower (repubblicano)
sconfisse i democratici e s’installò nello Studio Ovale, che era stato regno
dei democratici sin dai tempi di Roosevelt.
Proprio da quei lontani eventi nacque una sorta di velato “accordo” fra
inglesi ed americani che – ancora oggi – li vede pattugliare insieme le
strade dell’Iraq per difendere gli interessi delle proprie compagnie
petrolifere: sangue in cambio di petrolio.
Il primo tentativo di defenestrare Mossadeq andò a vuoto grazie all’astuzia
del Primo Ministro – che aveva provveduto ad epurare gli alti gradi
dell’esercito dalle figure a lui ostili – ed all’appoggio offerto
dall’ayatollah Kashani: lo Scià si limitò ad accettare la sconfitta, ma
proprio dal monarca era partito l’ordine di rovesciare Mossadeq.
Il secondo
tentativo, nel 1953, vide l’ingresso in campo del generale americano Norman
Swarzkopf, che aveva comandato per sei anni la guardia imperiale iraniana.
Ricordate un altro Norman Swarzkopf, che comandava la prima alleanza contro
Saddam nel 1991? Ebbene sì: era il figlio di tanto padre; evidentemente, alla
dinastia dei Bush corrispondono precise connotazioni dinastiche anche in campo
militare. Probabilmente, Norman Swarzkopf III comanderà in futuro un attacco in
Corea sotto Bush III[1]:
speriamo che la profezia non s’avveri.
Mossadeq fu obbligato a dimettersi e riuscì fortunosamente (grazie
all’appoggio dell’ayatollah Kashani) a salvare la pelle, giacché il piano
ordito dallo Scià e dagli americani prevedeva anche la “sparizione” del
Primo Ministro.
Nel 1953, quindi, Mohammad Reza Phalavi II riuscì in un sol colpo a centrare
tre obiettivi: liberarsi dell’ingombrante Mossadeq, assicurarsi l’appoggio
americano come “custode” del Golfo Persico e “limare le unghie” al
potere del clero. Questi tre eventi diverranno, nel 1979, le corrispondenti
cause della sua fine.
Trascorsero ben 26 anni, decenni nei quali l’alta borghesia iraniana
s’arricchì con la corruzione all’ombra dello Scià, che divenne sempre più
“occidentale” e meno legato alle tradizioni del suo paese, mentre le
condizioni di vita degli iraniani peggioravano.
Nel 1979, vivevano a Parigi due esuli: l’ayatollah Khomeini e Abolhassan Bani
Sadr, un giovane e promettente politico di formazione marxista; anche l’URSS,
in tanti anni di protettorato strisciante, aveva generato degli effetti.
Khomeini discendeva direttamente – nella “linea” degli ayatollah – da
Kashani, mentre Bani Sadr – per le sue aperture in senso democratico e di
maggior equità sociale – aveva molti punti in comune con Mossadeq.
La terza causa
della rivoluzione iraniana del 1979 era invece profondamente radicata in Iran:
complici la corruzione dilagante, le enormi spese militari e l’asservimento
alle compagnie occidentali, le condizioni di vita della popolazione erano
diventate insopportabili, al punto che scoppiò la rivolta.
Come nel 1953, anche il primo tentativo fallì e lo Scià – con una sanguinosa
repressione – riuscì a rimanere in sella, ma la saldatura che nacque a Parigi
fra il tradizionalista Khomeini ed il progressista Bani Sadr fu il mix che
avrebbe scatenato la seconda rivolta, alla quale Reza Phalavi non riuscì ad
opporsi: il sovrano e l’intera famiglia reale fuggirono in Egitto.
Il ritorno a Teheran dell’ayatollah Khomeini e di Bani Sadr sancì un
instabile equilibrio fra le fazioni conservatrici e quelle progressiste – con
il comune obiettivo di defenestrare lo Scià – un bilanciamento dei poteri che
fu solo apparente: l’alleanza fra il Diavolo e l’Acqua Santa.
Al ritorno in Iran, Khomeini assunse la nuova carica di “Suprema guida della
rivoluzione islamica”: una posizione apparentemente super
partes, una specie di Presidente che non rispondeva – in pratica – a
nessuna legge, ma soltanto alla sua interpretazione del Corano.
Per Bani Sadr era pronta la poltrona di Primo Ministro – per accontentare i
settori progressisti della società iraniana – ma sotto costante controllo
delle autorità religiose.
L’equilibrio a
tre degli anni ’50 – lo Scià, Mossadeq e Kashani – si era trasformato in
una partita a due – Khomeini e Bani Sadr – che ammetteva pochi compromessi:
difatti, al primo contrasto Bani Sadr scoprì di non avere più l’appoggio del
clero.
Nel 1980 scoppiò la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, che era sorretto
dagli stati sunniti del Golfo e dagli occidentali: i gas che furono usati nella
guerra contro l’Iran provenivano dagli arsenali USA, i sistemi antiaerei erano
francesi, i cacciabombardieri russi; i soldi – tanti – giunsero
dall’Arabia Saudita e dal Kuwait. L’ultima “rata” per la guerra contro
l’Iran – non onorata dal Kuwait – scatenò l’occupazione irachena del 2
agosto 1990.
Sapendo che le forze armate iraniane non avrebbero retto a lungo, Bani Sadr
intavolò immediatamente trattative con Saddam Hussein e, già nel 1982, era
pronto un piano d’armistizio, ma il Primo Ministro non aveva fatto i conti con
gli ayatollah.
Per Khomeini, Saddam cascava a fagiolo, proprio come sarebbe accaduto molti anni
dopo per un Presidente USA: Saddam Hussein è l’archetipo del dittatore
violento ed opprimente, e giustifica qualsiasi guerra. Tipi come lui sono una
vera benedizione per giustificare qualsiasi azione strategica: se non
esistessero, bisognerebbe inventarli (!).
La
“patriottica” guerra contro l’Iraq fu l’occasione cercata dagli
ayatollah per fomentare l’odio contro il nemico, per far passare in secondo
piano le difficoltà economiche e liberarsi dei progressisti come Bani Sadr, che
venne detronizzato.
Per reggere lo scontro contro l’Iraq, si fece leva sulla forte vocazione al
martirio presente nell’Islam sciita (anche i martiri Alì ed Hussein, caduti
un millennio prima, tornarono utili): schiere di civili si lanciarono nei campi
minati, e saltarono in aria per indicare ai carristi come evitare le mine.
La fine della guerra contro l’Iraq lasciò un paese dissanguato, ma saldamente
nelle mani degli ayatollah: come in tutti i dopoguerra, per un po’ l’epica
riempì lo stomaco, ma dopo qualche anno i morsi della fame tornarono a farsi
sentire.
Saldamente al comando, l’ayatollah Khamenei – succeduto a Khomeini dopo la
morte della “Suprema Guida” – tornò a cercare equilibri con la fazione
moderata: Khatami divenne Primo Ministro e si tornò al “solito”, ovvero a
qualche manifestazione repressa nel sangue oppure a “decimare” le liste
elettorali cancellando semplicemente dagli elenchi i nominativi degli avversari
più combattivi.
Nel frattempo, la
situazione economica era leggermente migliorata: anche l’isolamento
dell’Iran – con il crollo dell’URSS – ebbe fine. Il presidente Putin
comprese subito le opportunità che l’Iran offriva: dollari in cambio d’armi
e tecnologia; non a caso, la tecnologia nucleare iraniana è completamente di
provenienza russa.
La costruzione d’impianti nucleari, consentirebbe all’Iran di continuare a
vendere petrolio e gas all’estero (soprattutto alla Cina) e d’utilizzare
l’energia elettrica di fonte nucleare per alimentare le industrie nazionali:
ovviamente, non c’è modo di sapere se le stesse installazioni sarebbero usate
a scopi bellici, giacché un reattore nucleare può soddisfare entrambe le
esigenze.
Oggi, il paese sta marciando verso la modernizzazione: il più grande altoforno
esistente nel pianeta si trova proprio in Iran; inoltre, Teheran ha acquistato
la licenza di produzione dei missili Nodong
coreani, ed oggi costruisce in proprio delle versioni migliorate, denominate Sharab
III e IV.
Dove non possono arrivarci da soli, gli iraniani acquistano all’estero: ecco
allora la Russia fornire i micidiali missili antinave Mosquit,
od i sistemi contraerei Tor-M1; con i
primi Teheran può bloccare la navigazione nel Golfo Persico, con i secondi
cercare di proteggere le installazioni nucleari.
Ma, esiste
veramente un’opzione bellica nei confronti dell’Iran, da parte degli USA o
di Israele?
I fatti sembrerebbero affermarlo, mentre le analisi strategiche parrebbero
negarlo.
Nel 2004, Israele ricevette dagli USA due squadriglie di F-15 opportunamente
modificati per missioni a lungo raggio: non è difficile immaginare a cosa
potrebbero servire, ovvero a raggiungere l’Iran e bombardare le installazioni
nucleari.
Anche alcune esercitazioni aeronavali americane, avvenute fuori del Golfo
Persico, sembrerebbero indicare che gli USA preparino la sorpresa, ma la
situazione politica non lo consente.
Queste esercitazioni non sono altro che la consueta prassi americana di
preparare anzitempo le mosse – così come la cessione degli F-15 ad Israele
– ma non è assolutamente certo che i piani saranno messi in pratica.
Per come stanno andando le cose in Iraq, è molto improbabile un attacco
all’Iran: basti pensare che sono state “inglobate” nelle nuove forze
armate irachene anche le milizie del leader sciita Muqtada al Sadr, legatissimo
all’Iran.
In caso d’attacco
all’Iran, gli USA vedrebbero precipitare nel caos l’Iraq (come se non
bastasse ciò che già avviene!), giacché l’appoggio della fazione sciita –
cercato affannosamente, per usarla contro i sunniti – verrebbe meno.
Inoltre, l’attacco a Teheran sarebbe soltanto aereo, giacché oggi gli USA non
hanno sufficienti forze per controllare il solo Iraq: figuriamoci per
un’avventura dentro i confini iraniani! Anche un attacco aereo ai siti
nucleari iraniani, però, diventerebbe una miccia per l’esplosiva situazione
irachena, giacché il legame fra gli sciiti iracheni e quelli iraniani è
fortissimo.
Considerati questi aspetti, che significato attribuire alla vittoria di
Ahmadinejad nelle recenti elezioni?
Dopo anni di equilibrismi, gli iraniani sanno che il potente nemico americano è
impantanato in un secondo Vietnam, proprio sull’uscio di casa, e possono
nuovamente permettersi di fare la voce grossa: ma, attenzione, solo ad uso
interno, per frenare nel patriottismo qualsiasi richiesta di riforme sociali.
Le stesse, bellicose affermazioni, consentono al governo di non mostrarsi
timoroso per avere alla frontiera occidentale il più potente esercito del mondo
– ma lo ricordano come monito – così da avere “mano libera” nei
confronti degli oppositori. Insomma: il solito trucco di pubblicizzare un nemico
esterno a fini interni, condito però con quel tanto di roboante retorica che
consente di non perdere la faccia.
Addirittura, Khamenei è intervenuto per moderare le affermazioni contro Israele
di Ahmadinejad, in un gioco delle parti che mostra un potere politico
aggressivo, mentre quello religioso si può permettere il lusso d’agitare
qualche ramoscello d’ulivo: un escamotage
per confondere ancor di più le acque.
Tutto – in
definitiva – nasce dalla situazione irachena: le velleità espansionistiche
degli USA in Oriente e verso la Russia sono state arrestate dalla guerriglia
irachena, ed i generali – al Pentagono – stanno iniziando a far sentire la
voce dei militari, attraverso uomini politici come il senatore Mc Cain
(repubblicano), il quale avverte che il morale delle truppe USA in Iraq è
giunto a livelli troppo bassi.
Insomma, la pericolosa “sindrome del Vietnam” è oramai dietro l’angolo,
al punto che un modesto Ahmadinejad può permettersi d’agitare velleitari
proclami di guerra dal pulpito dell’ONU, e tanto da far scrivere ad un noto
storico inglese – Niall
Ferguson, in Colossus – una frase
sintomatica: «Gli americani, come imperialisti, sono proprio inadeguati.
Mancano del necessario spirito di sacrificio, di vocazione, dell'opportuna cast
of mind, disposizione della mente».
In sostanza – afferma Ferguson – prima d’andare per il pianeta a creare
pasticci, leggetevi qualcosa su come gestiva un impero la Gran Bretagna,
altrimenti anche i “galletti” come Ahmadinejad potranno cantare tutto ciò
che vorranno ovunque, indisturbati. Ed i media italiani – fessacchiotti – ci
cascano come polli.
Carlo Bertani bertani137@libero.it
www.carlobertani.it
http://www.ezeta.net/homosapiens/documenti/frontiere/ritorno.htm
Le frontiere maledette del Medio Oriente
di Filippo Gaja
Maquis Editore
Febbraio 1991
Capitolo 39. RITORNO AL PUNTO DI PARTENZA
La storia del petrolio è la storia dell'imperialismo
occidentale nel Golfo Persico e nel Medio Oriente. Le grandi società
petrolifere internazionali ne sono state, e ne sono tuttora, l'anima. Impiantate
progressivamente nella regione a seguito delle vicende che abbiamo delineato in
queste pagine, le compagnie entrarono in possesso delle ricchezze nazionali dei
paesi produttori sulla scia degli interventi militari delle rispettive potenze
d'origine: un esempio classico della interdipendenza fra pubblico e privato. Le
compagnie trapiantarono nel deserto un'economia capitalista internazionale di
rapina impadronendosi, a un costo estremamente basso, di un prodotto rivenduto a
prezzi molto più elevati a scala mondiale, e in quantità costantemente e
rapidamente crescenti.
Sole padrone, fino al momento in cui i paesi produttori non si ribellarono, del
mercato petrolifero, dalla produzione al consumo, le grandi compagnie hanno
formato per decenni un gruppo compatto noto come le «Sette sorelle»,
coalizzate nella difesa intransigente del loro monopolio contro ogni intrusione.
Abbiamo già incontrato ciascuna delle «sorelle» nel corso della nostra
storia, ma ricordiamo qui ugualmente la composizione del gruppo per comodità
del lettore: la Standard Oil of New Jersey, americana, a noi nota come Esso (Exxon
negli Stati Uniti); la Shell, anglo-olandese; la British Petroleum, inglese, che
nel corso della narrazione abbiamo incontrato prima sotto il nome di
Anglo-Persian Oil Company, e poi di Anglo-Iranian Oil Company; la Gulf,
americana; la Texaco, americana; la Standard Oil of California, americana; la
Mobil, americana. Le sette sorelle avevano cinque filiali comuni: la Irak
Petroleum Company (IPC), l'Arabian American Company (ARAMCO), la Kuwait Oil
Company (KOC) , la Bahrein Oil Company (BAPCO) e l'Anglo-Iranian Oil Company (AIOC).
Fino al 1955 queste cinque filiali realizzarono quasi tutta la produzione
petrolifera nel Medio Oriente. I contratti strappati ai paesi arabi davano alle
compagnie un vero e proprio diritto di extraterritorialità e consegnavano
alloro sfruttamento incontrollato superfici enormi, il più delle volte
corrispondenti alla totalità del territorio dello Stato, per periodi
lunghissimi (da 60 a 75 anni), e con royalties bassissime (al massimo una
percentuale del 12,50 per cento sul prezzo di vendita della tonnellata
esportata).
Fino alla seconda guerra mondiale le somme versate dalle compagnie ai governi
dei paesi produttori erano più delle mance che dei prezzi d'acquisto. Non fu
che lentamente che i paesi produttori giunsero a prendere coscienza della loro
condizione di sfruttati.
La svolta venne nel 1949. In quell'anno, l'Anglo-Iranian Oil Company propose
allo scià dell'Iran un «accordo supplementare», tentando di assicurarsi il
monopolio di tutto il petrolio iraniano, scoperto e da scoprire, per un lungo
periodo di tempo. La trattativa giunse in un momento in cui l'Iran era percorso
da intense agitazioni popolari antioccidentali, conseguenza dell'occupazione
alleata subita nel corso della guerra mondiale, cui l'opinione corrente
attribuiva le difficoltà economiche del paese. La polemica sulle pretese dell'
Anglo-Iranian si trasformò rapidamente in una accesa battaglia contro la rapina
imperialista, battaglia di cui divenne vessillifero Mohamed Hedayat Mossadeq,
capo del fronte nazionalista, che, fra lo sgomento dei petrolieri
internazionali, avanzò la proposta di nazionalizzare il petrolio.
L'eco della polemica travalicò le frontiere dell'Iran e contagiò tutti i paesi
petroliferi del Medio Oriente. Emiri e re cominciavano a comprendere quali
ricchezze avrebbero potuto accumulare con il petrolio. Per anticipare una
rivolta generalizzata, le compagnie petrolifere furono costrette a modificare le
condizioni di sfruttamento dei giacimenti aumentando le percentuali spettanti ai
governi locali.
L'offerta di un accordo sulla base del «fifty-fifty» (50%) non bastò però ai
nazionalisti iraniani, il cui motto era «il petrolio alla patria». Le
pressioni delle masse popolari elettrizzate da questa parola d'ordine,
condussero, il 15 marzo 1951, il Parlamento iraniano a votare la
nazionalizzazione dell'industria petrolifera, vale a dire a nazionalizzare l'Anglo-Iranian
Oil Company. Lo scià non poté fare altro che ratificare la legge e l'onda
dell' entusiasmo popolare portò Mossadeq alla guida del governo.Ma, come ci è
noto, l'Anglo-Iranian era fin dall'inizio della prima guerra mondiale sotto il
controllo diretto del governo britannico. L'iniziativa iraniana costituiva un
colpo mortale per il prestigio inglese in Medio Oriente e un «attentato» al
predominio britannico nell'ambito petrolifero. La reazione fu quindi
violentissima.
Allo scoppio della crisi, l'Anglo-Iranian chiese la solidarietà di tutte le
società petrolifere del mondo per il boicottaggio del petrolio iraniano
nazionalizzato. E il boicottaggio fu in effetti totale. Quando la petroliera
Rosemary, battente bandiera panamense lasciò il porto di Abadan con il primo
carico di petrolio "nazionale" iraniano, gli aerei della Royal Air
Force costrinsero la nave a entrare nel porto di Aden, base militare britannica
nel Golfo, dove fu sequestrata. La direzione dell'Anglo-Iranian arrestò lo
sfruttamento dei pozzi, paralizzando di fatto l'economia iraniana. Il governo di
Mossadeq minacciò di intervenire con la forza per riaprire i pozzi, ma gli
inglesi lo anticiparono, inviando navi da guerra ad Abadan e prendendo possesso
del porto con il pretesto di evacuare i residenti britannici. L'Iran denunciò
l'atto di aggressione e tentò di investire della questione la Corte
Internazionale dell'Aia, che si dichiarò incompetente. Il governo di Teheran
ruppe allora, nel novembre del 1952, le relazioni diplomatiche con la Gran
Bretagna.
Di fronte a una situazione economica già disastrosa che andava deteriorandosi
di giorno in giorno, il governo Mossadeq, nell'impossibilità di giungere a una
composizione con l'Occidente, diede segno di voler ricorrere alla protezione
dell'Unione Sovietica. Ciò segnò la sua sorte.
Il Dipartimento di Stato americano incaricò Herbert Hoover Junior di elaborare
un piano per risolvere la crisi. Gli americani fino a quel momento erano rimasti
ai margini dello sfruttamento dei giacimenti petroliferi dell'Iran. Si
presentava ora agli Stati Uniti l'occasione per obbligare gli inglesi ad «aprire
la porta persiana». Gli americani avevano i mezzi e gli strumenti per
rovesciare Mossadeq, ma volevano parte del petrolio. Un accordo segreto fu
raggiunto sulla base della formazione di un consorzio internazionale denominato
Iranian Oil Company, più noto come «Consortium», nel quale figuravano l'ex
Anglo-Iranian, trasformatasi in British Petroleum, la Shell, due gruppi
americani l'uno formato dalle 5 grandi società petrolifere statunitensi e
l'altro da 9 compagnie «indipendenti», e infine la Compagnie Française des Pétroles.
Le società del «cartello» rifiutarono categoricamente di far posto all'ENI.
L'egemonia britannica fu sostanzialmente mantenuta perché la British Petroleum
e la Shell ebbero insieme il 54% delle azioni.
Una volta che l'accordo fu definito, la CIA ebbe via libera per abbattere il
governo Mossadeq. Si chiamò «operazione Aiax». L'intervento occulto fu
affidato per l'esecuzione politica a Kermit Roosevelt, professore di storia di
37 anni, nipote del defunto presidente degli Stati Uniti, Theodore. Circa 6.000
«oppositori» furono reclutati fra il sottoproletariato di Teheran dagli agenti
della CIA. Questi ultimi agivano sotto la copertura della missione militare USA
presso lo scià. Il 13 agosto 1953, i mercenari della CIA entrarono in azione e
il 18 si impadronirono del palazzo del governo, catturando Mossadeq.
L'operazione coinvolse una ventina di americani in tutto e costò 20 milioni di
dollari: un prezzo veramente basso per le immense riserve petrolifere iraniane.
più tardi Kermit Roosevelt diede le dimissioni dalla CIA e divenne
vicepresidente della Gulf Oil Corporation.
A Teheran prese il potere un governo dittatoriale diretto dal generale Zahedi,
che riallacciò prontamente le relazioni con l'Inghilterra e sottoscrisse un
accordo che concedeva al «Consortium» lo sfruttamento dei giacimenti già in
esercizio per 25 anni, rinnovabili per altri 15. In omaggio alla politica
americana della «porta aperta» fu lasciata al governo di Teheran la libertà
di rilasciare nuove concessioni di ricerca (e per questa porta, qualche anno più
tardi, entrò finalmente in Iran l'ENI di Enrico Mattei).
L'affare Mossadeq portò all'evidenza che la Gran Bretagna era ormai incapace di
controllare da sola il Medio Oriente. Il ruolo assunto dagli Stati Uniti nel
destabilizzare Mossadeq, accelerò nello stesso tempo la penetrazione americana
nel Golfo e in Medio Oriente e la graduale assunzione di posizioni egemoniche da
parte degli Stati Uniti nella regione, e il declino relativo della potenza
britannica.
Lo scacco subito da Mossadeq riaffermò brutalmente la supremazia delle grandi
potenze e delle grandi compagnie petrolifere. Il mondo ebbe la conferma che i
padroni del petrolio si trovavano a Londra e a Washington. Fino al 1971 nessun
altro governo arabo si arrischiò a nazionalizzare la produzione petrolifera;
farlo avrebbe significato essere destabilizzato.
Ma la nazionalizzazione del petrolio iraniano aveva ormai messo in moto un
processo irreversibile che condusse gradualmente al ridimensionamento del potere
delle compagnie. Già nel gennaio del 1951 il governo saudita pretese un accordo
per dividere in modo diverso i profitti con la sua concessionaria ARAMCO, in
luogo di una quota fissa sul petrolio estratto. Il compromesso si generalizzò
rapidamente; il Kuwait lo adottò nello stesso 1951, il Bahrein nel 1952, gli
emirati della costa di Oman nel 1961, l'Abu Dhabi nel 1965. Il cartello delle
Sette sorelle perdette il monopolio della ricerca e nuove compagnie, americane,
europee e giapponesi, si affacciarono in Medio Oriente proponendo ai paesi
produttori formule più vantaggiose per lo sfruttamento dei giacimenti. I
produttori (intendendosi per produttori soprattutto le famiglie dominanti di
ciascun paese produttore) vollero essere interessati anche ai benefici tratti
dalle diverse fasi industriali di sfruttamento del petrolio che si svolgevano al
di fuori del territorio di produzione: trasporto, raffinazione e distribuzione.
La compagnia italiana ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), fu storicamente la prima
che mise i rapporti con i paesi produttori su un nuovo piano. Nel 1957 fu
annunciato un accordo fra l'ENI e la National Iranian Oil Company per lo
sfruttamento in comune di nuove concessioni. Venne creata una società mista con
un iraniano come presidente del consiglio di amministrazione; in caso di
scoperta del petrolio gli iraniani avrebbero ricevuto i175% dei benefici e non
più soltanto il 50%. L'accordo assumeva il valore di una sfida perché, come
abbiamo detto, nel momento della formazione del «Consortium» dopo il
rovesciamento di Mossadeq, le grandi compagnie internazionali avevano
categoricamente rifiutato all'ENI la partecipazione allo sfruttamento del
petrolio in Iran.
Nel 1960 fu creata l'OPEC (le iniziali stanno per Organization of the Petroleum
Exporting Countries, ovvero Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio),
con il compito istituzionale di coordinare la politica petrolifera dei paesi
aderenti sia in materia di quantità prodotte che di prezzi. La nascita
dell'OPEC fu percepita come un potenziale pericolo per l'Occidente e per le
Compagnie, poiché al suo interno assumevano importanza decisiva paesi che si
sottraevano al controllo politico occidentale. In se stessa, l'esistenza di una
manifestazione organizzata della volontà dei paesi produttori annunciava il
declino del controllo monopolistico occidentale sull'oro nero. Più tardi, la
creazione dell'OPAEC, organizzazione dei soli paesi arabi esportatori di
petrolio, che poneva gli arabi nella condizione di incidere pesantemente sul
mercato mondiale di questa materia prima, aumentò l'allarme nelle sfere
dirigenti del sistema capitalista.
Quando sir Alec Douglas Hume, ministro britannico degli affari esteri, annunciò
alla Camera dei Comuni, nel marzo del 1971, che tutte le forze militari inglesi
sarebbero state ritirate dal Golfo Persico all'inizio del 1972, dando esecuzione
definitiva a una decisione già presa dal governo laburista nel 1968, proclamava
non soltanto la fine della supremazia britannica nella regione e del dispositivo
di «sicurezza» instaurato da più di 170 anni, ma insieme apriva la strada
alla rivolta degli arabi contro il potere delle compagnie petrolifere fino ad
allora protette dalle armi britanniche. Tutti gli schemi tradizionali andarono
in frantumi.
La strategia delle nazionalizzazioni riprese infatti ben presto. Già nel 1971
l'Algeria prese il controllo del 51 % delle sue due concessionarie francesi, la
Compagnie Française des Pétroles e l'ERAP; nel dicembre dello stesso anno la
Libia nazionalizzò tutti i pozzi della British Petroleum sul suo territorio;
nel giugno del 1972 l'Irak nazionalizzò l'Irak Petroleum Company. Nel maggio
del 1973 l'Iran ottenne il controllo dell'Iranian Oil Participants, il «Consortium»
delle compagnie operanti sul suo territorio (premessa alla nazionalizzazione
completa operata più tardi dall'Imam Khomeini). Anche le petromonarchie più
strettamente vincolate agli interessi inglesi e americani, pur senza giungere
alla nazionalizzazione, avanzarono maggiori pretese.
Tentando di anticipare il peggio, l'americano George Piercy, vice presidente
della Exxon, negoziò con Ahmed Zaki Yamani, all'epoca ministro del petrolio
saudita, la trasformazione delle «concessioni» in un accordo di «partecipazione»
nel quale i governi di Arabia Saudita, Qatar e Abu Dhabi ricevevano il 25 per
cento dei profitti. Il Kuwait nel gennaio del 1974 ottenne una ripartizione
degli utili al 60 per cento a favore del governo e più tardi, nel dicembre
1975, ebbe il controllo totale, al 100 per cento, della Kuwait Oil Company, il
che equivaleva a dire che la famiglia Sabah assumeva nelle proprie mani tutta
l'enorme ricchezza petrolifera dell'emirato. Si inaugurava una nuova era nei
rapporti fra gli sceicchi e l'Occidente industrializzato, basata sulla
integrazione a pieno titolo dei monarchi petroliferi nei grandi affari della
finanza e della banca internazionali.
Uno dopo l'altro tutti i paesi del Golfo ebbero il possesso formale dei pozzi e
degli impianti, cioè dell'estrazione, con il diritto, più apparente che reale,
di partecipare liberamente al giuoco del mercato.
Pompando a più non posso e inflazionando il mercato, le petromonarchie
parteciparono a mantenere ai minimi livelli il prezzo del grezzo, favorendo lo
sviluppo accelerato della società dei consumi in Occidente, e nello stesso
tempo rovesciarono le montagne di petrodollari di profitto nel sistema
finanziario internazionale, incentivando la speculazione e moltiplicando
ulteriormente le proprie fortune.
Questa formula portò ad alcuni anni di straordinaria euforia economica e, nel
Golfo, a uno dei più folgoranti momenti di evoluzione economica che il mondo
abbia mai conosciuto, con un proliferare di iniziative, grandi progetti, enormi
investimenti e giganteschi sprechi. Ma il sistema di controllo del mercato
mondiale concentrato in poche mani, condusse a una eccessiva diminuzione del
prezzo del greggio, e il periodo delle vacche grasse prese termine all'incirca a
partire dall'inizio degli anni Ottanta. In diversa misura e per diversi motivi i
paesi produttori di petrolio entrarono in difficoltà. I paesi a regime
socialisteggiante perché danneggiati dal prezzo troppo basso del barile, le
petromonarchie perché toccate dalla crisi di esaurimento del mercato
capitalistico e dalla crisi del sistema finanziario e bancario internazionale.
La divaricazione di interessi fra i paesi arabi produttori e le nazioni
industrializzate occidentali cominciò ad apparire nella sua piena luce. Se il
basso prezzo del petrolio si manifestò come la condizione essenziale per la
sopravvivenza stessa dell'economia del benessere generalizzato in Occidente, al
contrario un aumento del prezzo del barile si presentò come il fattore
indispensabile per lo sviluppo economico e sociale dei paesi arabi più
popolosi.
Le contraddizioni fra il sistema economico occidentale e le petromonarchie a
debole densità demografica furono risolte facilmente mediante una più profonda
integrazione degli sceicchi nei grandi meccanismi di riproduzione del capitale
finanziario. Ma l'antagonismo con i regimi arabi a base popolare rimase
inalterato e durissimo.
Una evoluzione decisiva si era comunque prodotta. Alla fine della seconda guerra
mondiale, nel 1945, in virtù dei termini dei contratti di concessione, le
compagnie avevano ancora il diritto assoluto di trivellare, ricercare, estrarre,
costruire oleodotti, detenevano la proprietà di tutto il petrolio prodotto, a
partire dal momento in cui usciva dai pozzi, avevano il diritto di portarlo
fuori dal paese senza pagare imposta, tassa o diritto di dogana. I governi
locali non avevano alcun controllo sulle quantità estratte o esportate. Nei
territori sotto concessione le compagnie si attribuivano un'autorità quasi
coloniale. Il prezzo di vendita finale era questione che riguardava solo le
compagnie e non aveva alcuna incidenza sul reddito dei governi. All'epoca, un
barile di petrolio portava ai paesi produttori da 8 a 20 centesimi di dollaro.
Il costo reale di estrazione per le compagnie era di circa 10 centesimi di
dollaro.
Con le nazionalizzazioni, gli espropri e le partecipazioni di maggioranza, la
situazione era cambiata.
Certo le compagnie non erano ridotte alla mendicità. Restava.loro il mercato
mondiale di miliardi di consumatori, la speculazione sui prezzi, l'alleanza con
gli emiri, l'integrazione dei capitali petroliferi, la diplomazia segreta per
contenere le spinte dei paesi arabi più intransigenti nella difesa degli
interessi nazionali. Ma a conti fatti, la pur ampia armatura di mezzi di
intervento e di pressione rimasti nelle mani delle potenze occidentali e delle
loro Compagnie, se poteva ancora garantire grandi profitti, non poteva più
fornire una garanzia di continuità del controllo totale del petrolio dalla
produzione al consumo. Finché il problema era limitato a garantire i guadagni
di principi ed emiri e di qualche centinaio di famiglie con loro imparentate per
ottenerne l'acquiescenza, questi mezzi potevano bastare. Ma non avevano più
alcuna efficacia quando gli interlocutori divenivano governi autenticamente
rappresentativi di interessi nazionali.
Il problema petrolifero cambiava perciò natura. Fino a quando le compagnie
petrolifere avevano avuto la proprietà dei pozzi e degli impianti, garantita
dal presidio militare britannico, l'Occidente aveva potuto basare i propri
calcoli e i propri programmi di espansione su una disponibilità illimitata di
energia a costo praticamente nullo, o bassissimo. Ora l'aleatorietà del
controllo rendeva incerto l'avvenire. La perdita del controllo diretto delle
fonti petrolifere doveva fatalmente trasformarsi in un problema strategico che
riportava in primo piano l'intervento militare delle grandi potenze che dirigono
il giuoco nel campo imperialista. Dopo una breve parentesi di meno di vent'anni
la questione tornava al punto di partenza.
Il complesso persiano
di Abbas Amanat (docente di storia a Yale)
pubblicato dal New York Times il 25 maggio 2006
e
ripreso dal sito della Comunità ebraica di Milano
"Se è facile etichettare la corsa al nucleare dell’Iran come pericolosa
avventura dalle conseguenze imprevedibili sul piano regionale e internazionale,
così come è confortante denigrare Ahmadinejad per la sua negazione
dell’Olocausto o per il suo odioso invito a cancellare lo stato di Israele, vi
è tuttavia qualcosa di più profondo nella storia dell’Iran che non le
estremistiche esternazioni di un presidente messianico e gli intrighi
sapientemente calcolati dell’intransigente leadership clericale che gli sta
dietro.
Tendiamo a dimenticare che l’insistenza iraniana al suo diritto sovrano di
sviluppare l’energia nucleare è in realtà la ricerca di affermazione, la cui
origine va cercata in almeno due secoli di aggressione militare e ingerenza
interna, e non ultimo nella negazione della tecnologia da parte
dell’occidente. Anche un bambino in Iran sa del colpo di stato sponsorizzato
dalla CIA nel 1953 che fece cadere l’allora Primo ministro Mossadeq, e anche
chi non è particolarmente interessato al proprio passato sa che per tutti gli
ultimi due secoli l’Iran fu campo di gioco delle grandi potenze.
Gli iraniani sanno anche – per quanto gli americani e gli europei di oggi
facciano fatica a crederlo – che dal 1870 al 1920 la Russia e l’Inghilterra
hanno privato l’Iran persino della tecnologia di base, come per esempio le
ferrovie che allora costituivano la chiave dello sviluppo tecnologico: in varie
circostanze questi due stati si opposero alla costruzione della transiraniana
che avrebbe minacciato la continua espansione delle loro frontiere imperiali.
Quando finalmente fu costruita, le forze di occupazione britanniche e russe (e
poi americane) durante la seconda guerra mondiale se ne servirono (senza pagare
un soldo) chiamando l’Iran ‘ponte di vittoria’ sulla Germania nazista.
Naturalmente ciò avvenne dopo che Churchill costrinse il creatore della
ferrovia, Reza Shah Pahlavi, ad abdicare e dopo averlo senza tante cerimonie
cacciato dal paese.
Non molti anni dopo, una simile violazione della sovranità economica iraniana
da parte dell’occidente portò a una resa dei conti che ebbe conseguenze
fatali per la fragile democrazia del paese e che lasciò cicatrici indelebili
nella coscienza nazionale. Parliamo del movimento per la nazionalizzazione del
petrolio (’51-‘53) sotto Mossadeq che fu avversato dall’Inghilterra e
successivamente dagli Stati Uniti con lo stesso moralismo che oggi caratterizza
il loro punto di vista sulla ricerca iraniana per l’energia nucleare.
Mossadeq fu processato e confinato, mentre lo Scià venne reintegrato,
soprattutto in qualità di gendarme degli interessi geopolitici americani senza
la minima preoccupazione per le istanze del popolo iraniano.
Un quarto di secolo più tardi, toccò all’America essere colta di sorpresa
quando la rivoluzione islamica rovesciò lo Scià e trasformò uno stato che
sembrava così amico degli Usa. Ma se gli americani soffrivano di amnesia
storica, per molti iraniani, fra i quali l’Ayatollah Khomeini, il filo della
memoria legava inevitabilmente il Grande Gioco al Grande Satana.
E’ difficile per un paese come gli Stati Uniti che si regge su paradigmi di
progresso e pragmatismo, comprendere appieno quale dimensione mitica e
psicologica ha la sconfitta e la privazione a opera di stranieri. Eppure la
memoria collettiva dell’Iran è pervasa di questi temi. Fin dal 18° secolo
l’Iran è stato sconvolto da quattro devastanti guerre civili, i cui
protagonisti principali furono – a differenza della guerra civile americana
che fu solo una questione interna - turchi, afgani, russi e inglesi. E prima
dell’arrivo delle potenze occidentali gli iraniani conservavano amari ricordi
degli ottomani, dei mongoli, degli arabi.
Queste invasioni hanno punteggiato la moderna narrazione storica degli iraniani
di paure cospiratorie. Tali dolorose memorie collettive hanno fatto della corsa
all’energia nucleare dell’Iran un simbolo nazionale di sfida che è andato
al di là delle motivazioni dell’attuale regime islamico.
Se gli Usa faranno ricorso alle sanzioni o peggio a qualche risposta militare,
l’esito sarà non solo disastroso, ma sulla distanza anche inutile. E proprio
come è successo per le ferrovie e l’industria petrolifera, l’occidente potrà
fermare la ricerca nucleare per un certo tempo ma non potrà cancellare le
angosciose memorie. Memorie che il regime islamico ampiamente sfrutterà per
fare avanzare il suo programma nucleare anche a costo di soffocare voci di
dissenso interno. E ancor più di prima gli iraniani scaricheranno sulle potenze
straniere la colpa del loro destino e sceglieranno di non puntare sul loro
tormentato cammino verso la modernità.
E se si continua così con ogni verosimiglianza l’Iran arriverà bene o male a
raggiungere il suo Santo Graal nucleare".
Storia dell'Iraq
http://www.ecn.org/reds/guerra/iraq/iraq0210storia.html
La caduta dell'Impero Ottomano
Il dominio inglese
I nazionalisti al potere
Il 16 luglio 1979 Saddam costrinse il presidente Hassan al-Bakr a dimettersi e assunse anche formalmente nelle proprie mani tutti i poteri. Vennero passati per le armi tutti i dirigenti del Baath che avevano disapprovato la destituzione del presidente e fu dato il benservito al PCI, che così fu costretto a passare alla clandestinità mentre i suoi membri venivano perseguitati e uccisi.
La prima guerra del Golfo
http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/40/40A20030609.html
L'Iraq prima di Saddam
UNA STORIA COLONIALE
Paolo Di Motoli
La presenza di
un'entità statuale forte come l'Impero ottomano aveva impedito per tutto l'800
una colonizzazione occidentale nel Vicino e Medio Oriente. L'Impero ottomano
aveva raggiunto la sua massima estensione verso la fine del XVII secolo, epoca
in cui controllava, oltre alla Turchia, un territorio che comprendeva tutto
l'attuale Maghreb, il Vicino Oriente, la Penisola arabica, il Caucaso, la Crimea,
la Grecia, i Balcani e parte dell'Europa continentale. All'inizio del XX secolo
gli ottomani avevano già perduto gran parte dei domini europei, il Caucaso e
quasi tutto il Nord Africa (fra cui l'Egitto, occupato nel 1882 dagli inglesi a
garanzia degli ingenti crediti bancari).
Con la scomparsa dell'Impero in seguito alla prima guerra mondiale, le potenze
europee non ebbero più alcun ostacolo a installarsi nella regione, esasperando
i problemi politici già presenti sotto la lunga dominazione ottomana.
Le sorti del Vicino e Medio Oriente e dell'Africa mediterranea si decisero
proprio in Europa, attraverso una serie di intese diplomatiche. La Francia aveva
inviato nella capitale inglese nell'estate 1915 François George Picot, già
console di Francia a Beirut, con l'incarico di negoziare le richieste francesi
in Medio e Vicino Oriente. Picot reclamava un protettorato su un territorio
siriano `naturale', cioè dalle pianure della Cilicia al Sinai, e sul litorale
mediterraneo fino a Mossul. Le richieste misero in allarme i negoziatori
inglesi. Nel dicembre 1915, il deputato conservatore Mark Sykes fu invitato dal
governo inglese a far parte della delegazione britannica e divenne
l'interlocutore principale di Picot. Mark Sykes era il rappresentante personale
di Herbert Horatio Kitchener, ministro della Guerra britannico. François
Georges-Picot era un diplomatico di fiducia del ministro degli Esteri francese,
Aristide Briand.
L'accordo venne raggiunto il 3 gennaio 1916 e solo un mese dopo ne furono messi
al corrente gli alleati russi. Questo testo rimase segreto agli arabi, fino a
che, dopo la rivoluzione di ottobre (novembre 1917), Lenin ordinò che venisse
reso pubblico. La Gran Bretagna seppe sfruttare al meglio la situazione,
giocando le sue carte su più tavoli: da un lato promise l'indipendenza agli
arabi, per ottenerne il sostegno contro gli ottomani (carteggio MacMahon-Hussein
del 1915-1916), dall'altro si impegnò a favorire la causa sionista
(dichiarazione Balfour del 1917).
Una volta vinta la guerra, Parigi avrebbe ottenuto i territori posti a nord di
Haifa, vale a dire la regione libanese e l'Anatolia meridionale; la Palestina,
salvo la zona intorno a Gerusalemme da internazionalizzare, sarebbe stata
sottomessa a un regime speciale da definire in futuro con un accordo tra
Francia, Gran Bretagna, Russia e lo Sceriffo della Mecca; a Londra sarebbe
toccata la zona che comprendeva i distretti di Baghdad e Bassora. Inoltre erano
previste due sfere di influenza (formalmente sotto sovranità araba): una
francese, delimitata dal triangolo Aleppo, Damasco, Mossul sul fiume Tigri;
l'altra britannica, che partiva da Aqaba e, risalendo lungo la Palestina,
puntava verso l'Eufrate e il Tigri.
Nelle loro sfere d'influenza le due potenze avrebbero fornito ai governi locali
esclusivamente consiglieri e amministratori su richiesta di quegli stessi
governi, astenendosi ufficialmente da interferenze politiche.
Nel dicembre del 1918, francesi e inglesi tentarono una definizione delle sorti
del Medio Oriente, anche perché era ormai chiaro che gli accordi Sykes-Picot,
così faticosamente raggiunti solo tre anni prima, non sarebbero stati
rispettati. Alla vigilia dell'incontro a Versailles, dove era stata convocata la
Conferenza della Pace, Georges Clémenceau e David Lloyd George si incontrarono
per la definitiva spartizione della regione.
La Francia accettò che in linea di massima la Palestina non fosse
internazionalizzata e passasse sotto l'influenza diretta della Gran Bretagna.
Cedeva a quest'ultima anche l'importante regione di Mossul, ricca di petrolio,
integrata ormai nel territorio dell'Iraq, ma otteneva in cambio lo sfruttamento
dei ricchi giacimenti della Mesopotamia. Clémenceau restava fermo però sulla
presenza della Francia in Siria: si apriva così una disputa che avrebbe
avvelenato i rapporti fra le due potenze europee fino alla fine del secondo
conflitto mondiale.
Faysal Hussein tra Siria e Iraq Mentre si raggiungevano queste intese, l'emiro
Faysal, colui che deteneva il potere in Siria, il 6 gennaio 1920 prendeva degli
accordi con la Francia, che non sarebbero mai stati rispettati perché rimasero
segreti.
Figlio dello Sceriffo della Mecca Hussein, l'emiro Faysal era nato nell'Hedjaz
nel 1883. Tra i protagonisti della rivolta degli arabi contro l'Impero ottomano,
portò all'insurrezione la sua terra natia, con l'aiuto britannico e -
consigliato dal famoso colonnello T. E. Lawrence - occupò Akaba nel giugno del
1917 e risalì lentamente verso Damasco, occupandola nel 1918. Qui Faysal si
stabilì, con un governo di fatto autonomo, e si presentò alla Conferenza di
Pace di Versailles per sostenere le ragioni delle rivendicazioni arabe
all'indipendenza. Si rese presto conto però che la Gran Bretagna lo stava
abbandonando politicamente e quindi si rivolse alla Francia di Clémenceau, con
il quale firmò l'accordo del 6 gennaio 1920, mentre si stavano mettendo a punto
tutti i trattati per definire la sorte dei territori ex ottomani.
Sostanzialmente, in quella occasione Faysal aveva riconosciuto, a fronte
dell'indipendenza futura della Siria e della sua ammissione alla Società delle
Nazioni, la predominanza degli interessi di Parigi e la presenza di consiglieri
civili e militari francesi in Siria, nonché l'accettazione finale di un
protettorato francese in Libano. Di ritorno a Damasco, però, Faysal ebbe forti
contrasti con il nazionalismo radicale del Congresso siriano e non osò svelare
l'accordo fatto con Clémenceau, che - sconfitto alle elezioni presidenziali -
lasciò il governo. Il Congresso siriano proclamò Faysal re di Siria nel marzo
1920. Nel mese di luglio la rivolta araba contro i francesi divenne più
pericolosa: il generale Gouraud sconfisse le truppe arabe nella battaglia di
Maysaloun e si impadronì di Damasco, cacciando Faysal e i responsabili
nazionalisti dalla regione, ponendo così fine al regno di Siria.
L'accordo per la spartizione dei territori ex ottomani tra Francia e Gran
Bretagna si sarebbe realizzato successivamente, in tre tempi ben definiti.
Nel febbraio-marzo 1920, alla Conferenza di Londra, quando fu confermato
l'abbandono di Faysal da parte del Governo inglese, la Gran Bretagna chiese e
ottenne una rettificazione di frontiera verso il Nord della Palestina e la
Francia reiterò le richieste su Siria e Libano.
Nell'aprile del 1920, a Sanremo, le due potenze si accordarono sulla definitiva
spartizione e fissarono i termini del Trattato di pace con l'Impero ottomano,
ancora formalmente esistente. In quella occasione, inoltre, la Francia accettò
di abbandonare la sua `protezione' sui cattolici di Palestina e rinunciò alle
Capitolazioni in quel territorio. Faysal non partecipò a questa Conferenza, ma
dovette accettare le decisioni prese.
Infine il 10 agosto 1920, a Sèvres, quando venne firmato il Trattato di pace
con l'Impero ottomano, che non diventò mai operativo perché l'Assemblea
nazionale turca, erede di fatto del governo del Sultano, non lo volle
ratificare.
Il trattato di Sèvres, firmato nell'agosto del 1920 tra le potenze vincitrici
della Prima guerra mondiale e gli ottomani, respinto dai nuovi governanti
turchi, era in realtà molto sfavorevole ad essi: si prevedeva, infatti, che gli
Stretti fossero smilitarizzati e proclamati neutrali; che la Tracia orientale e
la regione di Smirne dovessero andare ai greci; la regione di Adalia all'Italia,
la Cilicia e la Siria alla Francia; la Palestina e l'Iraq alla Gran Bretagna;
mentre il Kurdistan sarebbe diventato autonomo. La pace venne firmata solamente
tre anni dopo, nel 1923, a Losanna, dove la Repubblica laica di Turchia,
proclamata nel 1922, ormai erede ufficiale dello scomparso Impero ottomano,
impose le sue condizioni. Il Trattato di Losanna modificò alcune clausole di
Sèvres e l'idea di un Kurdistan autonomo venne accantonata.
Tra il 1920 e il 1923 la Francia e la Gran Bretagna dunque si installarono
definitivamente nella regione: la prima ottenne il mandato sulla Siria e sul
Libano, la seconda sulla Palestina e sull'Iraq. L'Italia rimase padrona della
Libia. La Spagna ottenne in Marocco una zona d'influenza a nord; Tangeri
acquisì uno statuto internazionale.
Nonostante i trattati di pace e gli accordi presi, l'affermazione della presenza
francese e soprattutto inglese non fu né facile né indolore. In Egitto, ove la
Gran Bretagna era presente con le sue truppe da lungo tempo, la stabilizzazione
fu molto controversa. Finito il giogo di Costantinopoli, rimaneva quello di
Londra, che - di fatto - esercitava un reale protettorato fin dagli ultimi anni
dell'Ottocento.
In seguito alla deportazione, decisa dal governo inglese, di alcuni capi del
partito Wafd a Malta, in Egitto scoppiò una vera ondata rivoluzionaria, che
associò insieme cristiani e musulmani. La mobilitazione popolare divenne molto
importante. La repressione britannica del generale Allenby fece un gran numero
di morti: d'altra parte Londra non poteva lasciare l'Egitto, che rappresentava
la porta della sua `Via alle Indie'. Pragmaticamente nel 1922 fu concessa
l'indipendenza agli egiziani, che però dovettero attendere fino al 1956, dopo
il colpo di Stato dei colonnelli del 1952 e la presa del potere di Nasser nel
1954, per vedere le truppe inglesi lasciare definitivamente il territorio e
quindi godere di una completa sovranità territoriale.
L'Iraq di Feysal Hussein Mentre in Egitto la rivolta impegnava gli inglesi,
anche in territorio iracheno la situazione non era semplice per la Gran
Bretagna. Le nuove misure amministrative prese dai britannici e la rabbia dei
nazionalisti portarono, nella primavera del 1920, a manifestazioni dove
parteciparono di comune accordo sia notabili sciiti che sunniti. La rivolta
scoppiò nel giugno dello stesso anno e ottenne un notevole successo. Anche le
campagne, con l'eccezione dei territori del Kurdistan, parteciparono alla
sollevazione che guadagnò anche l'appoggio delle città, compresa Baghdad.
Scacciati dalla regione dell'Eufrate, gli inglesi ripresero il controllo del
territorio solo dopo alcuni mesi di combattimento, che fecero moltissimi morti
iracheni ed ebbero un costo finanziario tremendo per la Gran Bretagna. Le ultime
cittadine a cadere furono i villaggi sciiti di Kerbela e Nedjef, quando l'Alto
commissario britannico Sir Percy Cox ristabilì la situazione in ottobre. L'11
novembre del 1920 Mohammed al Gaylani, un notabile di Baghdad, venne incaricato
di formare il primo governo iracheno. Il paese venne così diviso in zone
amministrative (liwas), governate da prefetti assistiti da consiglieri
britannici.
Nel marzo del 1921 l'Iraq venne quindi eretto a monarchia costituzionale. Con
l'appoggio degli inglesi, Faysal divenne re dell'Iraq (1921-1933), nel quadro
del mandato e sotto la tutela di questi ultimi. Il fratello di Feysal, Abdallah,
venne insediato invece sul trono del neonato regno di Transgiordania. La
dinastia dei re hascemiti governava così due importanti paesi arabi. Le
clausole del mandato vennero incorporate in un trattato anglo-iracheno e la
delimitazione delle frontiere creò problemi, che vennero risolti
definitivamente solo il 25 aprile del 1937 con il trattato siro-iracheno. Le
incursioni dei beduini e le pretese dei curdi di veder realizzate le promesse di
Sèvres circa un Kurdistan indipendente aggravavano la situazione. Lo sceicco
Mahmoud Berezendji si autoproclamò re del Kurdistan nel settembre del 1922, ma
venne esautorato dai britannici.
Faysal iniziò una politica di avanzata modernizzazione del suo regno. Il suo
successo politico fu il trattato per l'indipendenza dell'Iraq, e l'ingresso
dello Stato nella Società delle Nazioni nel 1932. Faysal firmò anche un
trattato di alleanza con la Gran Bretagna, che poteva così conservare le basi
militari a Chuiba e Habbaniya e il controllo sulle decisioni importanti del
paese riguardo alla politica interna ed estera. Il primo ministro nominato dal
re era Nuri Said, ex ufficiale ottomano, che governò il paese con il pugno di
ferro, concentrando nelle proprie mani gli Esteri, la Difesa, gli Interni oltre
alla carica di primo ministro. Il potere legislativo del re era diviso con una
Camera dei deputati e un Parlamento di 20 membri, di nomina regia.
Caratteristico di questa variante irachena di nuovo nazionalismo arabo
chiaramente orientato in senso riformatore, fu il fatto che Baghdad privilegiò
innanzi tutto i suoi interessi nazionali e territoriali: in altri termini puntò
fin dall'inizio a ottenere quello che era considerato lo sbocco naturale del
paese sul Golfo Persico. Le rivendicazioni sul Kuwait venivano quindi
accompagnate da formali proclami di stampo panarabo assieme a quelli sulla
provincia iraniana del Khuzestan. Nuri Said - che pure nel corso delle
trattative con Londra sull'indipendenza aveva riconosciuto il confine di Stato
iracheno-kuwaitiano - non smise mai di considerare il Kuwait un tassello
irrinunciabile di una federazione araba a guida hascemita nella regione della
Mezzaluna fertile.
Nuri Said lasciò le sue funzioni nell'ottobre del 1932 e in Parlamento si
scatenò una guerra di fazioni, con i curdi in ribellione permanente. L'esercito
represse quattro sollevazioni tra il 1931 e il 1936. In quegli anni si era
assistito alla violenta repressione di vari gruppi etnici, come i cristiani
assiri nel 1933 e gli sciiti nel 1935. Dopo la morte di Faisal, nel settembre
del 1935, il figlio Ghazi diventò sovrano dell'Iraq e si vide imporre da parte
dell'esercito Hikmet Suleiman come capo del governo. Intanto le prime
concessioni petrolifere garantite dal 1925 iniziarono a produrre esportazione di
`oro nero' nel 1934. Nel luglio del 1937 l'Iraq firmò il Patto di alleanza di
Saadabad con tre paesi non arabi, ossia l'Iran, la Turchia e l'Afghanistan, che
venne considerato da molti un tradimento. Il Patto prevedeva misure di
repressione di questi paesi «contro le bande armate», vale a dire
principalmente i curdi. Il trattato di amicizia iracheno-iraniano del 18 luglio
1937 causò un nuovo colpo di Stato, con 7 ufficiali che imposero al re un nuovo
gabinetto. La morte in un incidente di Ghazi portò il giovane figlio di nome
Feysal sul trono; ma la reggenza venne esercitata fino al 1953 dallo zio
Abdulillah.
L'Iraq durante la Seconda guerra mondiale Con lo scoppio della Seconda guerra
mondiale l'Iraq ruppe le relazioni con Berlino, rispettando il Trattato con i
britannici. La violenta propaganda antibritannica del muftì di Gerusalemme Haji
Amin al Husseini, rifugiatosi nel paese, provocò la crescita dei sentimenti di
simpatia verso l'Asse. Il 31 marzo del 1940 - sotto la pressione popolare - il
reggente fu costretto a chiedere a Rashid Ali Gailani, amico del muftì, di
rimpiazzare il primo ministro Nuri Said. Il governo Gailani durò solo fino al
gennaio del 1941, quando i britannici lo costrinsero alle dimissioni. I suoi
contatti con l'Asse continuavano e nell'aprile del 1941 Gailani, con l'aiuto di
alcuni ufficiali, aveva rovesciato il governo e fatto deporre il reggente
iracheno. Gli inglesi riuscirono a riprendere il controllo della situazione con
una breve ma intensa campagna nota come «guerra dei trenta giorni», fra il
maggio e il giugno del 1941. Gailani sperava che la Germania, in caso di
successo della campagna di Russia, essenziale per lo sviluppo di una politica
orientale tedesca, avrebbe appoggiato le rivendicazioni irachene nei confronti
dell'Iran. Gailani si recò anche in Italia, poiché questa era designata da
Hitler a un ruolo di primo piano nel Vicino Oriente. La disfatta dell'Asse
risparmiò a Gailani, che tanto ammirava il Führer, le amarezze del disinganno.
Rashid Gailani si rifugiò con 4 suoi uomini in Iran il 30 maggio dello stesso
anno, ma i suoi fedeli vennero poi riconsegnati all'Iraq e giustiziati. Il mai
sopito desiderio di Baghdad di aggiustamenti territoriali - tra cui spiccava
quello sul Kuwait, ricco di giacimenti petroliferi - sarebbe poi tornato a farsi
sentire negli anni '50 quando si trattò di dare vita ad un fronte
antinasseriano guidato da Londra.
Il 13 gennaio del 1943 l'Iraq dichiarò guerra all'Asse; e poco tempo dopo il
Kurdistan (1945-1946) si sollevò nuovamente, fornendo la scusa al governo per
soffocare le rivendicazioni di stampo riformista che iniziavano a propagarsi nel
mondo arabo. Dopo la proclamazione dello Stato di Israele l'Iraq inviò ben 4500
uomini per combattere la guerra contro il neonato Stato ebraico e il generale
che fin dall'autunno del 1947 soprintendeva al coinvolgimento panarabo in
Palestina era iracheno: Ismail Safwat - nominato comandante supremo delle Forze
di invasione - fu rimpiazzato all'ultimo momento dal politicamente più
accettabile generale Nur al-Din Mahmud, anch'egli iracheno. Il generale Safwat
aveva tentato di preparare un piano di invasione dettagliato della Palestina; ma
gli ufficiali siriani e iracheni che giravano intorno al suo quartier generale
erano più interessati all'intrigo politico che alle tecniche militari. Il
governo iracheno aveva destinato circa il 40% delle risorse disponibili in
favore dell'esercito e a sostegno dei rifugiati palestinesi. La sconfitta contro
Israele provocò anche altri problemi, come la perdita dell'oleodotto, che
arrivava fino al porto di Haifa, che sorgeva nel nuovo Stato di Israele.
In seguito a drammatici episodi di intolleranza, che sfociarono
nell'impiccagione di un uomo d'affari ebreo, la comunità ebraica irachena
iniziò ad emigrare clandestinamente, fino a quando il Parlamento nel 1950
legalizzò la possibilità per gli ebrei di uscire dal paese. Tra il maggio del
1950 e l'agosto del 1951 l'Agenzia ebraica e il governo israeliano portarono ben
110 mila ebrei nello Stato ebraico con le operazioni aeree Ezra e Nehemiah. La
perdità di questa importante comunità assestò un ulteriore colpo all'economia
del paese.
Londra intanto aveva paventato una revisione del Trattato iracheno-britannico,
la cui scadenza era fissata per il 1957. La sollevazione della popolazione
irachena impedì il rinnovo anticipato del Trattato. La successione dei
gabinetti ministeriali non mise fine alle agitazioni e nel 1952 altri disordini
scoppiarono durante il rinnovo degli accordi petroliferi tra lo Stato iracheno e
la Iraq Petroleum Company (Ipc). Dopo che nel 1926 la provincia di Mossul, ricca
di giacimenti petroliferi, era passata all'Iraq, nonostante le rivendicazioni
turche, Baghdad si dovette piegare alle pressioni della potenza mandataria,
sottoscrivendo un contratto di concessione con la neonata Ipc, valido per tutto
il territorio iracheno. Gli iracheni non ottennero alcuna partecipazione
azionaria, non avendo quindi nessuna possibilità di incidere sulle politiche
della compagnia. La proprietà azionaria era divisa in parti uguali tra la Anglo
Persian Oil Company, la Royal Dutch Shell, la Compagnie Française des Pétroles
e un consorzio americano, di cui faceva parte la Standard Oil. Il presidente
della compagnia doveva essere inglese e il governo iracheno dovette
accontentarsi di una partecipazione agli introiti di 4 scellini per ogni
tonnellata di greggio.
Nell'aprile del 1953 il giovane re Faisal II aveva raggiunto la maggiore età e
iniziò a regnare sull'Iraq, nonostante un malcontento che oltre ai ceti
popolari aveva coinvolto anche l'intellighenzia del paese. La scelta del re di
affidare a Fadel Jamali l'incarico di capo del Governo lasciò sperare a molti
l'avvio di un periodo di riforme politiche e sociali. La situazione difficile
del settore agricolo - fondamentale per la vita di molte persone - e la politica
estera sempre più orientata verso l'Occidente, con l'arrivo di armamenti
americani, aumentarono le tensioni. Dopo le turbolente elezioni del 1954, dove
le opposizioni erano state praticamente escluse, Nuri Said riapparve nuovamente
sulla scena.
La guerra fredda in Iraq L'arrivo al potere in Egitto dei `Liberi Ufficiali',
guidati dal leader nazionalista Gamal Abdel Nasser - che due anni dopo sarebbe
diventato il capo assoluto dello Stato - cambiò ancora il quadro del Medio
Oriente. Nasser pareva inizialmente un leader conciliante e tentò anche di
appoggiarsi agli Stati Uniti per scrollarsi di dosso l'influenza degli inglesi,
che evacuarono in questi anni la base militare di Tell el Kebir. Gli Usa non
erano disposti però ad aiutare Nasser con forniture di armi senza vedere
l'Egitto in una salda alleanza militare con l'Occidente. Il disegno era quello
di collegare a Oriente la Nato con le posizioni strategiche che americani e
inglesi controllavano in Asia. La manovra, voluta dal segretario di Stato
americano Foster Dulles, puntava alla creazione della South East Treaty
Organisation, che in Medio Oriente degenerò in un tentativo di controllo
effettivo dell'area, con l'assenso compiaciuto della Gran Bretagna. Iraq e
Giordania erano sotto influenza britannica e gli Usa si sarebbero occupati
dell'Arabia Saudita. Mentre la Siria - pur contraria - si sarebbe adattata per
evitare l'accerchiamento: e così anche Nasser alla fine avrebbe ceduto. Dulles
considerava gli atteggiamenti neutralisti `immorali', in conseguenza del suo
durissimo anticomunismo.
L'Iraq anche agli occhi di Nuri Said poteva essere il perno di una alleanza che
funzionasse da deterrente contro l'emergere del nasserismo sempre più temuto
dagli occidentali. Come paese produttore di petrolio l'Iraq era più forte della
Giordania, ma le sue entrate erano condizionate dalla portata ridotta dei suoi
oleodotti. Nuri Said chiese agli inglesi di considerare il fatto che il suo
paese investiva i proventi del petrolio nello sviluppo di essenziali
infrastrutture, mentre il confinante Kuwait - favorito dal boicottaggio del
greggio dell'Iran del nazionalista Mossadeq - era diventato un `paese delle
meraviglie', che poteva investire all'esterno le sue risorse. Nell'ottica
irachena il Kuwait doveva diventare il tesoriere di un gruppo di paesi arabi
ostili al nasserismo. Nel settembre del 1954 Nuri Said soppresse tutti i partiti
e rinforzò il controllo sulla stampa. Dopo la caduta di Mossadeq in Iran (1953)
si erano create le condizioni per la firma del Patto di Baghdad, con cui gli
inglesi si univano al Pakistan, alla Turchia, all'Iran e all'Iraq in un fronte
antisovietico: patto che sarebbe poi stato sottoscritto nel febbraio del 1955. I
piani di Dulles sembravano realizzarsi; ma in realtà fu l'ultimo atto di un
equilibrio già pericolante.
Nel 1956 esplodeva la crisi di Suez, con la consacrazione di Nasser a leader
protagonista nel mondo arabo. L'Iraq ruppe i rapporti con Parigi ma li mantenne
con Londra. E Nuri Said, temendo il seguito di Nasser anche tra la popolazione
irachena, decretò la legge marziale. Il Progetto di federazione tra Siria ed
Egitto, che portò alla Repubblica araba unità (Rau) - che avrebbe avuto una
vita assai breve -, inquietò l'Iraq e lo spinse a creare un patto con la
Giordania, che riuniva i due regni hascemiti, cercando poi ulteriori adesioni
tra altri paesi monarchici come Marocco e l'Iran dello scià, reinsediato dopo
la parentesi nazionalista. In questo quadro l'alta borghesia sunnita aveva
rafforzato i suoi poteri a scapito di Re Faysal II. I gabinetti governativi si
succedevano, ma la figura dominante rimaneva Nuri Said e il Rafik Aref,
comandante unico delle forze militari terrestri del paese. L'esercito era
ispirato da vivi sentimenti nazionalisti, contribuiva in maniera essenziale al
mantenimento dell'ordine; ma la forza del nasserismo e il sostegno popolare che
l'opposizione al regime iracheno guadagnava prepararono la condizioni per una
violenta rivolta.
L'Iraq della rivoluzione Il clima instaurato nel mondo arabo dall'ascesa di
Nasser non poteva che favorire i progetti rivoluzionari dell'opposizione
irachena, che aveva come obiettivo la democrazia interna e il neutralismo in
politica estera, figlio di una peculiare visione nazionalista dell'epoca.
Dopo il 1952, un gruppo di ufficiali sotto la guida del capitano Rifaat al-Haj
Sirri si era costituito clandestinamente ma era stato scoperto e sciolto nel
1955. L'anno seguente un altro gruppo si formò utilizzando lo stesso nome dei
vincitori del colpo di Stato in Egitto, `Ufficiali Liberi'. Il generale Abdel
Karim Kassem era il capo dell'organizzazione, che puntava ad abbattere la
monarchia per instaurare un regime democratico, dando il via a una politica
neutralista che seguisse la Conferenza di Bandung del 1955. (Le linee della
Conferenza erano quelle dell'equidistanza tra i blocchi della Guerra fredda,
dando vita a un terzo polo di paesi di recente indipendenza, definiti `non
allineati'. I paesi protagonisti a Bandung erano stati la Cina di Mao, l'Egitto
di Nasser e l'India di Nehru.) Dopo una scissione, il gruppo di ufficiali era
pronto per il colpo di Stato; e l'occasione si presentò nel 1958, anno di
disordini in tutto il Medio Oriente, con la prima crisi libanese che vedeva lo
scontro tra la fazione filo-occidentale guidata dal presidente cristiano, deciso
ad aderire alla `dottrina Eisenhower', e la fazione `arabista', volta a
mantenere l'atteggiamento neutrale del Libano, in osservanza a una certa
interpretazione del Patto costituente del 1943, che voleva un paese autonomo e
neutrale. Con una certa dose di cecità, l'Occidente vide in questi
atteggiamenti una manovra filo-comunista dei regimi egiziano e siriano. La
Giordania era scossa da violente manifestazioni pro-nasseriane e
antimonarchiche. Il primo ministro iracheno Nuri Said aveva deciso di inviare
unità dell'esercito in aiuto alla monarchia hascemita giordana. L'ordine di
intervenire in Giordania venne ricevuto il 13 luglio del 1958; ma il giorno dopo
Il generale Kassem e il colonnello Aref - ambedue `Ufficiali Liberi' -
marciarono su Baghdad, rovesciando nel sangue governo e monarchia. L'ambasciata
inglese venne incendiata, Re Faysal II venne ucciso assieme alla sua famiglia,
nel tentativo di resistere, e il primo ministro Nuri Said venne linciato dalla
folla inferocita e si suicidò.
Solo tre giorni dopo il colpo di Stato in Iraq, i marines americani sbarcavano a
Beirut non prendendo parte agli scontri interni del paese, ma scongiurando una
crisi libanese che sarebbe esplosa inesorabilmente nel 1975. I berretti rossi
inglesi atterravano invece nella capitale giordana di Amman, dopo aver sorvolato
il territorio israeliano per il divieto saudita di passare sul proprio
territorio. Il Libano e Re Hussein erano salvi ma l'Iraq era diventato una
repubblica. Il Patto di Baghdad, di cui l'Iraq era parte, venne immediatamente
abbandonato. Fu creato un Consiglio di sovranità, guidato da tre membri di
diverse confessioni ed etnie: un sunnita, un kurdo, uno sciita. Il Consiglio
aveva però una funzione puramente onorifica, mentre il potere maggiore era
nelle mani di un Consiglio rivoluzionario. Abdel Karim Kassem divenne comandante
in capo delle Forze armate, primo ministro e ministro della Difesa. Il
colonnello Aref venne nominato vice-primo ministro, ministro dell'Interno e
comandante in capo aggiunto. Kassem aveva posto i suoi uomini nei settori chiave
del paese e instaurò una dittatura personale.
Il governo era composto in maggioranza da militari (10 portafogli su 14),
contrariamente al progetto degli `Ufficiali Liberi', che volevano un governo
democratico interamente civile, restava solo il pregio di una vasta
rappresentanza confessionale ed etnica. Una nuova Costituzione - che sarebbe
durata fino al 1963 - venne promulgata: e in essa veniva sancito che «Lo Stato
iracheno è parte della nazione araba». Ma non vi fu l'unione con la Rau,
composta da Siria ed Egitto, perché Kassem e l'esercito non volevano perdere la
loro indipendenza, per un'ostilità peculiare contro la Siria e per il timore
della comunità sciita - maggioritaria nel paese - di vedersi annullata nella
maggioranza sunnita della Rau, per la contrarietà dei comunisti, che -
perseguitati sotto la monarchia - temevano le persecuzioni cui Nasser aveva
sottoposto i compagni egiziani. I Curdi, poi, avevano ottenuto l'uguaglianza
formale.
La popolarità di Kassem era grande; ma le manifestazioni di massa organizzate
dalla sinistra si moltiplicavano. Le decisioni da prendere in merito non
sembravano affatto facili, data la divisione nel governo tra Kassem e il
colonnello Aref, che aveva buoni legami con Nasser, era membro del partito
socialista-nazionalista arabo Baat e chiedeva l'adesione dell'Iraq alla
Repubblica araba unita. Nel settembre del 1958, Aref perse tutte le cariche
militari e politiche e - dopo lo sventato complotto di un generale baatista -
venne inviato come ambasciatore in Germania federale. Tornato in patria, venne
però arrestato e condannato a morte, anche se poi la condanna non venne
ratificata da Kassem ed egli rimase in prigione fino al 1961. Lo scontento tra
gli ufficiali continuava a mantenersi vivo e vennero ripresi i contatti con il
vecchio golpista filonazista Rashid Ali Gaylani. Secondo il tribunale che
condannò a morte Gaylani e due suoi collaboratori, questi avevano preparato un
nuovo colpo di Stato. Nel marzo 1959 una rivolta nazionalista e pronasseriana a
Mossul venne repressa nel sangue, con l'aiuto dei militanti comunisti e dei
curdi. Dopo aver contribuito a domare la rivolta i comunisti iracheni chiesero
di partecipare alla compagine governativa, appoggiati dagli sciiti e dai curdi.
Ripresero quindi le persecuzioni nei confronti dei comunisti e gli scontri
armati con i curdi. Nel 1961 il Kuwait diventava indipendente. Gli inglesi erano
interessati a mantenerne l'indipendenza per poterne controllare meglio le
risorse petrolifere. Qassem dunque si servì della tradizionale rivendicazione
irachena su quel territorio e mosse l'esercito in direzione del Kuwait, non
riconoscendone l'indipendenza. La Gran Bretagna intervenne riuscendo ad ottenere
dalla Lega araba, allora dominata dall'Egitto, il via libera all'invio di truppe
a protezione dell'emirato, unito a un corpo di interposizione araba, appoggiato
dall'Arabia saudita e dalla Giordania. Nasser vedeva favorevolmente un
ridimensionamento iracheno.
Il colpo di Stato del 1963 e l'arrivo del Baat al potere Il logoramento del
regime portò l'8 febbraio 1963 a un colpo di Stato, guidato dal colonnello
Abdel Salam Aref, che era stato deposto da Qassem, rappresentante dei settori
nasseriani e baatisti dell'esercito. Qassem venne ucciso e una nuova milizia, la
Guardia nazionale, venne creata per reprimere duramente comunisti ed ex seguaci
di Qassem. L'amministrazione e l'esercito vennero epurati.
Quando l'ala siriana del Baat andò al potere a Damasco l'8 marzo del 1963, a
Baghdad scoppiarono tensioni tra nasseriani e baatisti. Le divergenze erano di
origine dottrinale e relative all'orientamento da dare alla politica sociale.
Diedero vita a due fazioni una di destra e una definita estremista di sinistra.
Il fondatore e teorico stesso del Baat Michel Aflak, si spese per raggiungere un
accordo tra i due orientamenti. Il compromesso raggiunto faticosamente venne
spezzato l'11 novembre da un colpo di mano degli ufficiali baatisti di destra,
che imposero una nuova direzione `regionale' irachena ed eliminarono il leader
della sinistra, al Saadi. La direzione nazionale del partito, che comprendeva le
sezioni di svariati paesi arabi, favorì i centristi. Ma il 18 novembre 1963
Aref emarginò il Baat orientando la propria azione in direzione di un
panarabismo moderato e di orientamento nasseriano. Aflak stesso fu costretto a
rifugiarsi in Siria: e queste vicende causarono la rottura tra Iraq e Siria. Il
nuovo regime sciolse i partiti e prese la forma di una dittatura personale. Dopo
aver eliminato il Baat il dittatore arabo si dedicò ai curdi, con cui raggiunse
degli accordi di cessate il fuoco il 10 febbraio del 1964, che però vennero
rotti qualche mese più tardi. Il leader storico dei curdi Barzani aveva
accettato l'accordo sperando di raggiungere l'autonomia, ma la fazione di Jalal
Talabani non credeva alle promesse irachene. L'Unione Sovietica, desiderosa di
stringere i contatti con l'Iraq, appoggiava la linea Barzani. Alla fine però lo
stesso Barzani si ricredette.
Il regime tentò di modernizzare il paese: vennero nazionalizzate imprese -
straniere e nazionali - e le banche, si difese il petrolio come arma politica,
salvaguardando i prezzi e consolidando l'Opec (l'organizzazione nata per
tutelare gli interessi dei paesi produttori di petrolio). Venne decretata la
riforma agraria e varati piani di sviluppo. Ma non si autorizzò la ripresa
dell'attività politica, e continuò la repressione dei comunisti.
Dopo le dimissioni dei ministri nasseriani, nel 1965 il nuovo governo venne
presieduto dal capo dell'aviazione Aref Abdel Razzak, ben considerato dai
nazionalisti, che tentò però di abbattere il regime di Aref, venendo fermato
dal fratello del presidente.
Aref mantenne il potere fino al 1966 - anno della sua morte, avvenuta in seguito
ad un incidente in elicottero in circostanze poco chiare. Gli succedette colui
che aveva sventato un anno prima il complotto contro il regime, il fratello
Abdul Rahman Aref.
La guerra dei Sei giorni, che aveva visto il trionfo di Israele scuoteva
nuovamente i nazionalisti arabi.
Nel 1968 il Baat prese nuovamente il sopravvento, con un colpo di Stato avvenuto
senza spargimento di sangue. Si assisteva così all'ascesa del generale Ahmed
Hassan al-Bakr, che guidava l'ala militare del partito. La componente sciita ne
era uscita, e vi erano rimasti in prevalenza militari originari di Takrit. Uno
di essi era un parente del generale Ahmed Hassan al-Bakr, Saddam Hussein, un
civile condannato a morte nel 1959 per un fallito attentato contro Qassem.
Quest'ultimo, che ricopriva il ruolo di vicepresidente, finì con l'esercitare
un potere sempre maggiore, anche perché già dal 1966 aveva l'incarico di
segretario aggiunto, responsabile dell'organizzazione dell'apparato di sicurezza
clandestino. Questi, progressivamente, epurò l'esercito per renderlo sempre
più fedele al Baat, e al clan di appartenenza. Durante il decennio successivo,
caratterizzato da una grande stabilità, il governo nazionalizzò l'industria
petrolifera, accelerò l'industrializzazione e moltiplicò le aree coltivabili.
La repressione nei confronti dei curdi continuava e il nuovo regime infittì i
legami con l'Unione Sovietica. I tempi erano ormai maturi per una nuova svolta:
e il 16 luglio del 1979 il generale Ahmed Hassan al-Bakr dava le dimissioni in
circostanze oscure e lasciava il posto a Saddam Hussein.
Un Leviatano mediorientale contro la Repubblica islamica iraniana Le tensioni
con l'Iran per le dispute territoriali sullo Shat al-Arab avevano causato tra
Baghdad e Teheran una guerra di frontiera, che lasciò numerosi caduti sul campo
tra il 1971 e il 1975.
L'Accordo di Algeri del 6 marzo 1975 aveva stabilizzato la contesa tra i due
paesi, imponendo una reciproca non ingerenza negli affari interni e una
sovranità condivisa sulle acque dello Shat al-Arab.
La rivoluzione islamica del 1979 in Iran, che portò al potere l'ayatollah
Khomeini, stravolse gli equilibri regionali. I legami tra gli sciiti dell'Iran e
quelli delle città sante irachene apparvero più pericolosi e i dirigenti del
Baat interpretarono il cambiamento di regime nel paese confinante come una sfida
cui era necessario fare fronte. Proprio questo avvenimento segnò l'ascesa
travolgente di Saddam Hussein, che inaugurò la sua leadership con centinaia di
esecuzioni all'interno del partito al potere. Oltre che presidente dello Stato e
del Baat, Hussein era anche presidente del Consiglio di comando della
Rivoluzione e comandante in capo delle Forze armate. La denuncia di un presunto
complotto siriano diede il via alle `epurazioni' tra le forze di governo; e gli
sciiti pagarono ancora una volta il prezzo della repressione.
L'Iran della rivoluzione, governato dai religiosi, intimoriva gli occidentali
per la sua carica di fanatismo, che faceva breccia tra i giovani diseredati del
mondo arabo. Dopo l'assalto da parte di un gruppo di studenti all'ambasciata
americana a Teheran, dove vennero presi in ostaggio più di cinquanta membri del
corpo diplomatico, il paese finì immediatamente al bando del consesso civile
internazionale; mentre gli Stati Uniti davano il via a un embargo petrolifero
unilaterale.
Il presidente americano Carter - all'indomani dell'invasione sovietica
dell'Afghanistan - aveva proposto la protezione a tutti gli stati del Golfo; ma
la sua credibilità venne meno con il suo blitz per liberare gli ostaggi in
Iran, che si risolse in un clamoroso fiasco, segnando la sua carriera politica e
favorendo l'elezione di Ronald Reagan alla presidenza.
Saddam Hussein colse l'occasione per trasformare se stesso in un agente
stabilizzatore della Regione. Era stato in fondo l'unico leader arabo a
condannare l'invasione sovietica dell'Afghanistan, consumando il suo strappo
personale con Mosca. Nel febbraio del 1980 espose la sua dottrina geo-strategica,
che rifiutava ogni presenza militare straniera nel Golfo (allusione agli Stati
Uniti) e disegnava un sistema di difesa collettivo dei paesi arabi. Saddam
giocò il ruolo di campione dei `non allineati' e iniziò a dipingere Khomeini
come `il Grande impostore' e come piccoli impostori i suoi seguaci Khamenei e
Rafsanjani (che dopo la sua morte divennero rispettivamente guida spirituale
della Rivoluzione e presidente del paese), colpevoli di aver politicizzato la
religione. La demonizzazione poggiava su di un consolidato razzismo nei
confronti degli odiati persiani. La nazionalità irachena si applicava in
maniera differente in base all'appartenenza al gruppo ottomano (certificato di
nazionalità di serie A) e al gruppo «di ricongiungimento iraniano»
(certificato di cittadinanza di serie B). Già durante gli anni '70 tutti coloro
i cui antenati non avevano avuto la nazionalità ottomana (cioè la maggioranza
degli sciiti) vennero etichettati come «iracheni di ricongiungimento iraniano»
e più di 100 mila iracheni vennero cacciati verso l'Iran, che nel giro di un
trentennio accoglierà ben 700 mila rifugiati sciiti e curdi. I criteri
discriminatori della nazionalità irachena erano di lunga data; ma durante il
regime del Baat determinarono varie ondate di deportazioni di sciiti di origine
iraniana e di iracheni di «ricongiungimento iraniano».
Proprio contro questi iraniani naturalizzati iracheni si rivolse la propaganda
del regime anche negli anni precedenti il conflitto con la repubblica di
Khomeini. Lo zio materno stesso del dittatore iracheno Khayrallah Tulfah scrisse
un pamphlet intitolato Tre creature che Dio non avrebbe dovuto creare: i
persiani, gli ebrei e le mosche. Nel testo i `persiani' venivano definiti bestie
dal comportamento cattivo e dalle credenze immorali.
La guerra Iran-Iraq venne preceduta da una campagna di terrore innescata da un
fallito attentato a Tarek Aziz il 1 aprile del 1980 all'Università di Baghdad.
Un decreto legge condannò a morte tutti coloro che erano sospettati di avere
legami con il vecchio partito islamico iracheno Dawa, considerato una longa
manus iraniana in Iraq. Lo stesso motivo portò alla pena capitale nei confronti
dell'ayatollah Muhammad Baqer al-Sadr, un evento clamoroso che dimostrava la
decisione del regime nel colpire qualsiasi forma di opposizione anche da parte
di leader religiosi precedentemente tollerati.
Dopo aver abrogato il Trattato di Algeri, Saddam Hussein attaccò l'Iran il 22
settembre del 1980 con un'invasione aerea e terrestre. Il Consiglio di sicurezza
dell'Onu approvò una generica risoluzione il 28 settembre, che non menzionava
l'aggressore iracheno e non richiedeva il ristabilimento delle frontiere
internazionali. Il rispetto delle frontiere verrà invocato dal consesso
internazionale solo quando nel 1982 l'Iran, dopo aver respinto l'invasione
dell'esercito di Baghdad, penetrò in territorio iracheno. L'Iraq rispose alle
vittorie di Teheran facendo un largo uso di armi chimiche; ma l'Onu condannerà
l'azione solo nel 1985 in modo generico e senza indicare il paese responsabile
della pratica.
Per i costi umani questo evento sanguinoso può essere paragonato alla Prima
guerra mondiale per gli europei: l'Iran ebbe circa un milione di perdite umane
mentre quelle irachene si aggiravano intorno alle 400 mila vittime.
La politica dei paesi occidentali, spaventati dalla rivoluzione islamica, ebbe
l'effetto di prolungare dolorosamente il conflitto. Henry Kissinger stesso - con
una buona dose di realismo politico - dichiarò: «Vogliamo che continuino ad
ammazzarsi tra di loro il più a lungo possibile». Gli Stati Uniti ebbero un
atteggiamento di crescente sostegno nei confronti dell'Iraq. In un primo momento
si limitarono a bloccare le condanne del Consiglio di sicurezza dell'Onu: poi
dal 1983, anno della riscossa iraniana con ondate di fanatici male equipaggiati
e pronti a morire, diedero anche sostegno tecnologico, ristabilendo con l'Iraq
relazioni diplomatiche e incoraggiando anche l'Arabia Saudita e gli emirati a
finanziare la guerra di Hussein.
Il controllo dello Stretto di Ormuz portò poi a un blocco nei confronti
dell'Iran da parte di Washington, che arrivò a condurre operazioni dirette
contro la repubblica di Khomeini, intercettando aerei civili, attaccando navi
cisterna, piattaforme petrolifere e terminali iraniani, specie nel periodo tra
il 1987 e il 1988. L'Iran ricevette, comunque, il sostegno della Siria, della
Libia, della Corea del Nord e dalla Cina, che inviarono armamenti. L'Iraq poteva
contare sul sostegno dell'Unione Sovietica e delle maggiori potenze occidentali,
compresa la maggioranza dei paesi arabi e delle monarchie del Golfo. Dal 1980 le
autorità iraniane avevano inutilmente accusato il regime di Saddam Hussein di
aver fatto ricorso ad armi chimiche a Susangerd; ma nei tre anni successivi
queste vennero utilizzate almeno altre 49 volte in una quarantina di punti
differenti delle regioni di confine. Nel 1984 l'Iraq impiegò nuovamente armi
chimiche nelle isole Majnun e altre 14 volte durante i restanti anni di
conflitto.
Il 21 marzo del 2000, Madeleine Albright stessa si scusò ufficialmente con gli
iraniani per la politica americana di sostegno all'Iraq durante la guerra e per
le ingerenze all'epoca di Mossadeq.
L'Iraq dagli altari alla polvere Proprio durante la guerra contro l'Iran,
Baghdad aveva moltiplicato in tutto il mondo società paravento incaricate di
comprare prodotti chimici utilizzabili sia per scopi bellici che pacifici. I
massicci acquisti di armamenti continuavano ovunque e la guerra forniva una
copertura ideale. Secondo le stime dello Stockolm International Peace Institute
solo nel 1984 l'Iraq spese 14 miliardi di dollari (quasi metà del Pil) per la
difesa. Il Centre for Strategic and International Studies di Washington ha
calcolato che tra il 1982 e il 1989 Baghdad abbia acquistato armi per 42,8
miliardi di dollari. Sempre secondo fonti americane, il 40% di queste armi gli
è stato venduto dall'Unione Sovietica, il 13% dalla Cina e il restante 15% dai
paesi europei, Francia in testa. I paesi occidentali continuavano a commerciare
con Baghdad in piena guerra, fornendo all'industria bellica irachena tecnologie
necessarie a rafforzare il settore nucleare (Francia e Italia) e il settore
chimico (Germania e Stati Uniti).
Nel marzo del 1982 Washington aveva cancellato l'Iraq dalla lista degli Stati
che appoggiavano il terrorismo, grazie ai buoni uffici dell'ambasciatore Usa in
Arabia Saudita Richard Murphy. E in quello stesso anno Baghdad acquistò
elicotteri americani Huges, pagandoli in petrolio, grazie all'intermediazione
della Chevron. L'opposizione del Congresso americano alla vendita di armi Usa,
prodotte con tecnologie avanzate, costrinse Baghdad a creare una vera lobby
filoirachena negli Stati Uniti. La lobby era molto differenziata al suo interno:
c'erano, ad esempio, fabbricanti di aerei ed elicotteri, ma anche agricoltori
del Midwest frustrati dall'embargo all'Unione Sovietica per l'invasione
dell'Afghanistan, che impediva loro di esportare riso e grano.
Il presidente Reagan si decise subito a sostenere l'Iraq per fronteggiare
Khomeini e il dipartimento di Stato organizzò sovvenzioni in favore di Baghdad.
Trecento milioni di dollari di credito vennero erogati per l'acquisto di grano e
riso americano, le banche aprirono crediti al regime e gruppi agroalimentari
importanti come Cargill, Arabfina e Dreyfus garantirono assistenza illimitata
all'Iraq per oltre un miliardo di dollari. Le monarchie petrolifere del Golfo
erano ben liete di collaborare con gli Usa per costruire un baluardo contro il
pericolo della rivoluzione islamica. Altro petrolio venne fornito al regime da
Kuwait e Arabia Saudita, mentre l'amministrazione Reagan, il Pentagono, la Cia e
il dipartimento di Stato coordinarono gli sforzi per aiuti anche sul campo di
battaglia. Gli aerei Awacs stanziati in Arabia fornirono a Baghdad informazioni
analitiche sulle truppe iraniane. Washington incoraggiò poi gli altri paesi,
come la Francia, ad accordare all'Iraq nuovi prestiti, mentre all'Egitto venne
concesso di vendere armamenti al regime iracheno.
Dopo che l'inviato di Reagan Donald Rumsfeld si recò a Baghdad nel dicembre
1983 per riallacciare le relazioni diplomatiche, gli americani consentirono ai
francesi di consegnare dei Super Etendard e - grazie al tramite dell'azienda
italiana Augusta - vendettero all'Iraq gli elicotteri Bell-Textron. Venne
realizzato un nuovo oleodotto, per far giungere il petrolio iracheno in
Giordania, e nel 1985 Reagan inaugurò la politica di massima apertura per gli
acquisti iracheni di materiale ad alta tecnologia. Una sede della Hewlett
Packard aprì a Baghdad e nel solo 1985 Washington vendette materiale all'Iraq
per 700 mila dollari. Verso la fine del 1986 le esportazioni verso Baghdad
vennero finanziate dalla filiale di Atlanta della Banca nazionale del Lavoro
italiana, che diventò uno strumento della politica americana in Iraq, fino al
suo crollo.
Nell'agosto del 1988 la guerra si concluse lasciando sul campo migliaia di
morti: e le macerie di due paesi in profonda crisi economica. L'Iran entrò in
una fase post-rivoluzionaria - dopo la morte di Khomeini nel 1989 -, mentre
Saddam Hussein si trovò a fronteggiare il mostruoso debito del suo paese. La
politica di apertura occidentale e dei paesi del Golfo cambiò e Arabia Saudita
e Kuwait non erano assolutamente disposti a cancellare i 35 miliardi di dollari
del debito iracheno, mentre il prezzo della più importante risorsa del paese,
il petrolio, scese al minimo storico.
Il Kuwait condusse una politica petrolifera aggressiva superando del 20% la
quota di petrolio da produrre fissata dall'Opec. La conseguenza fu una caduta
dei prezzi che fece perdere all'Iraq un terzo delle entrate petrolifere. Questi
atti vennero considerati dal regime come una dichiarazione di guerra e il 2
agosto del 1990 100 mila soldati iracheni invasero e saccheggiarono il Kuwait.
Il vento occidentale favorevole all'Iraq era però cambiato e divenne una
tempesta che travolse i sogni di egemonia di Saddam Hussein. L'Arabia Saudita,
intimorita dalle manovre irachene, chiese la protezione americana e nel giro di
pochi mesi 500 mila soldati americani sbarcarono in Arabia. Il presidente
americano George Bush lanciò un ultimatum a Saddam Hussein per abbandonare il
Kuwait, che scadeva il 15 gennaio 1991. Il 17 gennaio 1991 gli aerei della
coalizione alleata bombardavano Baghdad: era l'inizio di un lungo calvario che
sarebbe costato molto caro a tutta la popolazione irachena.
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East Time (http://metimes.com) Middle East Review of International Affairs (meria.idc.ac.il)
Middle East Intelligence Bulletin (www.meib.org) The Middle East Research and
Information Project (www.merip.org) Institute for National Strategic Studies
(www.ndu.edu/inss/insshp.html) Istituto Affari Internazionali (www.iai.it) The
Washington Institute for Near East Policy (www.washingtoninstitute.org) Paolo Di
Motoli fa parte del comitato di redazione della rivista «Nuvole»
Per capire e non dimenticare: breve storia del Kurdistan
Margherita Casillo
I Curdi in Iran
In Iran, i Curdi dell'Unione Patriottica del Kurdistan (UPK) combattono contro
il regime di Teheran dal 1972, in una guerra che ha causato fino ad oggi circa
17mila morti. I curdi sono circa 6 milioni, musulmani in maggioranza sunniti
Il crollo del potere imperiale, con la rivoluzione Komeinista (1979), e la
crisi che ne è seguita prima della stabilizzazione del regime islamico hanno
spinto i curdi iraniani riuniti attorno PDKI (Partito democratico del
Kurdistan Iraniano) ad una ribellione con l'intento di ottenere l'autonomia
(non l'indipendenza).
Come è ovvio il potere sciita ha rifiutato ogni richiesta in tal senso ed ha
dato il via ad una dura repressione. Questa guerra Ha cusato in due anni circa
10.000 morti.
In seguito il leader del PDKI, Ghassemlou, si avvicinò a Saddam Hussein che
allora era il baluardo dell'occidente contro l'Iran fondamentalista, il quale
finanziò la guerriglia curda, strumentalizzando a suo fare la lotta curda,
dal momento che l'Iran fu costretto a mantenere un forte contingente di truppe
nel nord del paese distogliendole dalla guerra con l'Irak.
L'obiettivo dei dirigenti curdi iraniani è convincere i paesi europei a far
pressioni sul potere iraniano affinchè ponga fine allo stato d'assedio (che
vede la presenza di 150.000 militari) che soffoca il Kurdistan iraniano.
E molto probabile, ed auspicato da molti, che una stabilizzazione della
situazione in Iraq possa portare anche ad un miglioramento delle condizioni
curde in Iran ed in Turchia, il paese nel quale è più grande la minoranza
curda e nel quale la lotta tra esercito e militanti delle diverse fazioni
curde è più duratura e cruenta.
I curdi in Turchia
Con la vittoria in Turchia, nel 1923 di Atatürk, si affermò il principio
dell'unitarietà di uno stato turco laicizzato; un'ideologia statale di tal
genere non ha fatto che rendere una dicotomia inconciliabile l'esistenza di
un'etnia curda nello stato turco, alimentando, quindi, un rapporto tutt'altro
che pacifico.
Quando nel 1946 la Turchia decise di percorrere il cammino democratico, si
allentò nel paese la repressione militare e nel Kurdistan sorsero per la
priva volta scuole e ospedali ed i grandi proprietari kurdi vennero richiamati
in patria ed ottennero nuovamente i propri beni. Ma con il colpo di stato del
1960 la giunta golpista turca decise di "chiudere circa 500 curdi in
campo di concentramento, esiliarne alcune decine, escludere da ogni amnistia i
detenuti curdi, turchizzare tutti i nomi delle località curde". La nuova
Costituzione del '61 riconosceva ai cittadini le libertà fondamentali, ma
considerava un valore assoluto e prioritario l'integrità dello stato, norma
che sarà sempre interpretata in maniera estensiva sottraendo al popolo curdo
la propria indipendenza. Nella seconda metà degli anni '60 il movimento
nazionalista curdo si organizzò in partiti rivoluzionari, come il Partito
Socialista del Kurdistan ed il Partito Democratico del Kurdistan, che si
battevano per la democrazia in Turchia e l'auto-determinazione per il popolo
curdo. Nel 1971, con il secondo intervento militare, venne istituita la legge
marziale in alcune province curde e vennero arrestati e detenuti in condizioni
orribili e sottoposti a torture e violenze s migliaia di cittadini, uomini
donne e bambini. Negli anni '80 continuarono gli arresti sistematici e le
torture nei confronti della popolazione curda rea di essere tale e di chiedere
la propria auto-determinazione.
Gli assunti di base della politica turca nei confronti dei curdi sono i
seguenti: non esistono minoranze nazionali in Turchia e comunque i curdi non
sono tali; il principio kemalista dell'integrità dello Stato, della
Repubblica e del popolo turco è un fondamento incancellabile dalla
Costituzione; le forze di sicurezza devono godere della totale impunità per i
loro comportamenti nella regione curda, sottoposta allo stato di emergenza,
dove sono gestite dal Consiglio di Sicurezza Nazionale, senza alcuna ingerenza
parlamentare.
Il movimento di ribellione curdo in Turchia si è sviluppato in due direzioni.
L'ala nazionalista, rappresentata dal Partito democratico del Kurdistan,
chiedeva l'autonomia, mentre l'ala più estremista, di ispirazione socialista,
rivendicava l'indipendenza. Negli anni settanta nasce e si struttura il PKK,
il Partito dei Lavoratori Curdi, il cui scopo principale è il riconoscimento
della lingua e dei diritti dei curdi. Il suo fondatore e leader è stato
Abdullah Öcalan, detto Apo, che in curdo significa zio. Il programma del
partito fu delineato durante il congresso di fondazione dello stesso, il 27
novembre del 1978. Il suo progetto rivoluzionario prevedeva una prima fase di
rivoluzione nazionale, ovvero la creazione di una repubblica marxista curda in
territorio turco per arrivare poi all'unificazione dell'intero Kurdistan , ed
una seconda fase, di rivoluzione democratica, che prevedeva l'instaurazione di
una dittatura del proletariato per eliminare lo sfruttamento latifondista, la
struttura sociale basata sui clan e la condizione di inferiorità della donna.
Ma la Costituzione turca del 1982vietava l'uso della lingua curda e
criminalizzava ogni espressione che affermasse un'identità curda. Da quel
momento il PKK ha iniziato la sua lotta armata contro il potere centrale,
creando un malessere crescente anche all'interno della stessa popolazione
curda e dando l'occasione al governo di bollare la questione curda come un
problema di terrorismo. Il governo turco non ha mai accettato di considerare
il PKK come un movimento popolare, ma semplicemente come un'organizzazione
terroristica che opera con intimidazioni, coercizione e violenza, ed ha sempre
cercato di risolvere il problema curdo dal punto di vista socio-economico
evitando la questione etnico-nazionale. Le violenze, però continuarono ad
oltranza, l'Esercito di liberazione del Kurdistan, emanazione del PKK
proseguiva sulla strada degli attentanti ed il governo turco proseguiva sulla
strada della condanna e dell'ostracismo. Sebbene molte organizzazioni
internazionali ammonivano pubblicamente il governo turco, auspicando una
soluzione pacifica della lotta per l'autodeterminazione dei curdi, la vicenda
di questo popolo ha assunto un carattere internazionale solo quando, nel 1998,
il leader del Pkk Ocalan, che dalla Siria guidava le campagne armate sin dal
1984, fu costretto a fuggire prima a Mosca ed in seguito a Roma. Abdullah
Ocalan è stato poi catturato, venduto da funzionari kenioti alla Turchia, il
15 febbraio 1999 in Kenya e condannato a morte. Il conflitto tra le forze
governative turche ed il Pkk è di fatto terminato al momento della cattura di
Ocalan, ma ancora oggi la questione curda appare irrisolta e la repressione
dei curdi nel sud-est del paese continua.
Perquisizioni forzate, distruzione di villaggi, arresti ingiustificati,
torture e pene capitali sono il "modo turco di risolvere il
problema". I metodi utilizzati dal governo turco nei confronti dei curdi
non possono essere considerati quelli di un paese democratico e fino a quando
i diritti fondamentali e le libertà personali, non saranno riconosciuti nei
fatti, non solo nominalmente, la Turchia, nonostante i continui sforzi che non
sarebbe giusto negare, non potrà mai essere annoverata nella schiera dei
paesi democratici.
Poesie di combattenti e detenuti politici curdi
Yol ( strada)
Questa notte scura è una grossa toppa
rammendata
sul volto del sole.
Ad ogni alba
strappo le cuciture coi denti.
Ma non bastano tutte le lacrime
per spegnere quest'incendio.
Al fuoco s'addice il fuoco.
Zin A. Lales
Dogus (Rinascita)
I veleni degli occupanti
non giungono a lordare
la caverna della libertà.
Il mio cuore è un sacrario
illuminato dal sole.
Nel mio cuore c'è spazio
per tutto il sole
per tutto il mare
per il mio popolo.
È libertà il monte Cudi
e gli Zagros
sono libere le vette
del Herekol e del Munzur.
Un altare sacro
a tutte le dee
a tutti gl'iddii
è la libertà nel mio cuore.
Le montagne hanno aperto la strada
nelle prigioni
globi di fuoco
dentro di me la vendetta è tempesta
ed oggi
sento la vigilia di un'esplosione improvvisa.
Non vi spaventi il mio grido.
Dentro di me
Sto nascendo di nuovo.
Musa
Chi
sono i curdi
Storia di un popolo
senza patria
http://www.repubblica.it/online/fatti/pkk/pkk2/pkk2.html
http://www.alternativerivista.it/article.php3?id_article=1072
Una profonda linea di frattura segna uno dei popoli più
tormentati dell’area mediorientale. Le frontiere di ben quattro stati
(Turchia, Iran, Siria e Iraq) dividono circa 25 milioni di curdi che dal 1923
lottano per raggiungere l’unità nazionale. I curdi sono una popolazione
iranica in maggioranza musulmana sunnita. Abitano la regione montuosa del
Kurdistan, un’area estesa quanto la Francia e ricca di risorse petrolifere e
idriche. Dopo arabi, turchi e persiani, i curdi rappresentano il quarto
popolo del Medio Oriente ma la loro dispersione territoriale li riduce a
minoranze all’interno dei rispettivi quattro Paesi mediorientali in cui si
trovano a vivere. Di fronte alle richieste di autodeterminazione Turchia,
Siria, Iran e Iraq hanno risposto con una politica militarista. A rendere alta la posta in gioco sono alcuni fattori di ordine
economico, strategico e politico. Il Kurdistan rappresenta un’area cruciale
per le potenze mediorientali perchè i più importanti giacimenti petroliferi
iracheni, siriani e turchi si trovano in questa regione mentre l’Iran estrae
greggio in aree in cui la popolazione curda è maggioritaria. Alle strategie
di politica energetica si somma il fatto che i Paesi mediorientali non si sono
dichiarati disposti a rinunciare ad un territorio che costituisce un crocevia
essenziale per collegare l’Iran e la Turchia alle Repubbliche
centroasiatiche. Nel Kurdistan turco il controllo e la gestione delle risorse
idriche costituiscono un ulteriore fattore di attrito: il Tigri e l’Eufrate
nascono nella parte orientale della Turchia e se i curdi riuscissero a
rendersi indipendenti da Ankara potrebbero esercitare un controllo esclusivo
sull’acqua con ripercussioni imprevedibili nell’ approvvigionamento idrico
anche della Siria e dell’Iraq. La frammentazione geografica di questo popolo si è riflessa
nelle stesse strategie di lotta delle comunità curde. Strategie che hanno
seguito percorsi diversi a seconda degli stati in cui hanno operato. In Iraq,
il 1961 segna l’anno di costituzione del Partito Democratico del Kurdistan (KDP)
vittima di dure repressioni da parte del regime di Saddam Hussein. Nel 1988 il
dittatore iracheno è ricorso alle armi chimiche per placare le sollevazioni
curde nella regione settentrionale del Paese. Le comunità sopravvissute alla
politica di annientamento di Saddam si sono spinte fino alle frontiere di
Turchia e Iran alimentando un consistente flusso di profughi. Non meno crudele è stata la sorte toccata ai curdi di Turchia
perseguitati fin dal 1923 dal governo di Mustafa Kemal (1881-1938) fondatore
della Repubblica Turca e grande modernizzatore delle strutture dello Stato. È
con il governo kemalista che insieme all’occidentalizzazione della
Repubblica Turca si afferma l’imperativo di difendere l’unità dello stato
che mal si è coniugato con la presenza di una etnia curda. In seguito al
colpo di stato militare del 1960, il movimento indipendentista curdo ha
fondato il Partito Socialista e il Partito Democratico del Kurdistan a
sostegno della democratizzazione del Paese e del diritto
all’autodeterminazione. La repressione da parte del governo non si è fatta
attendere: ai curdi sono state espropriate le terre, alcune comunità state
deportate e i loro villaggi saccheggiati e distrutti. La stessa parola
“curdo” è stata cancellata dal vocabolario ufficiale e sostituita con
espressioni quali “I turchi della montagna”, provvedimento accompagnato da
una politica di “turchizzazione” forzata che ha visto la distruzione
sistematica di qualsiasi produzione culturale di provenienza o lingua curda. Attualmente il movimento indipendentista curdo in Turchia è
guidato dal Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) di ispirazione marxista
che dal 1984, adotta anche strategie violente di lotta. Il PKK gode di un
ampio sostegno da parte dalla popolazione, specialmente tra le fasce più
deboli dal punto di vista economico e sociale (solo il 48% della popolazione
curda è alfabetizzata, con tassi più bassi per le donne, e una ristretta
minoranza parla il turco). La guerriglia curda oggi conta più di trentamila militanti
impegnati in una lotta estrema contro l’esercito turco che prosegue nella
strategia di distruzione ed evacuazione di migliaia di villaggi. Ankara ha
chiaramente optato per una soluzione militare della questione curda e si è
lanciata in una feroce caccia ai sostenitori, o presunti tali, del movimento
indipendentista. Le carceri turche si sono rapidamente riempite di prigionieri
politici che, il più delle volte, sono vittime di torture ed esecuzioni
extragiudiziali. L’azione di denuncia e sensibilizzazione dell’opinione
pubblica condotta dalle organizzazioni per la tutela dei diritti umani
presenti in Turchia ha subito una battuta d’arresto perché il governo ha
stabilito la chiusura delle loro attività. Non solo: la Turchia, firmataria
della Convenzione europea dei diritti umani ne ha sospeso l’applicazione al
Kurdistan nel quale dal 1987 vige lo stato d’emergenza. In Iran, i Curdi dell’Unione Patriottica del Kurdistan
(UPK)
combattono contro il regime di Teheran dal 1972. In seguito alla rivoluzione
di Komeini del 1979 i curdi iraniani si sono riuniti nel PDKI (Partito
democratico del Kurdistan Iraniano) e hanno organizzato una serie di rivolte
allo scopo di ottenere l’autonomia politica (non la secessione). Teheran ha
risposto con una feroce repressione provocando almeno diecimila morti. La
situazione nel Kurdistan iraniano oggi è tutt’altro che normalizzata. Con
la presenza di oltre 150.000 militari il governo continua a mantenere in stato
d’assedio la regione assicurandosi un controllo capillare del territorio.
Gli scontri tra i quattro Paesi mediorientali e le comunità curde sono stati
a lungo considerati dalla comunità internazionale come “affari interni”
nonostante le ripetute denunce di violazione dei diritti umani condotte dalle
organizzazioni umanitarie e ONG locali. Eppure si è dovuto attendere il 1991
perchè il Consiglio di sicurezza dell’Onu, con la risoluzione n. 688, si
esprimesse in favore del popolo curdo riconoscendo “Un dovere di ingerenza
umanitaria negli affari interni dello Stato”. A questa presa di posizione sono seguite numerose risoluzioni
del Parlamento Europeo relative alla violazione dei diritti umani in Iraq e
Turchia. L’apertura dei negoziati per l’allargamento dell’Unione Europea
ad Ankara ha subito non poche battute d’arresto dovute alla condotta del
governo turco. Se gli osservatori internazionali affermano che sono stati
compiuti importanti progressi in materia di legalità, Amnesty International
registra ancora centinaia di casi di tortura all’anno e l’assenza di
organismi indipendenti di controllo che possono lavorare con le ONG o
esaminare le attività della polizia nelle caserme. La strada per il
riconoscimento di una parziale autonomia del popolo curdo è ancora lunga.
I
KURDI: UN POPOLO DIMENTICATO http://www.ecomancina.com/documenti/kurdiquestisconosciuti.htm
Quasi ogni giorno ci arrivano
notizie di clandestini che sbarcano sulle nostre coste ed i nostri organi di
informazione ci informano, soddisfatti, di quanti di questi poveracci sono
stati presi e rimpatriati. Molti di loro arrivano sulle nostre coste spinti
dalla fame e dalla disperazione alla quale il nostro consumismo e capitalismo
li ha portati, molti altri invece vi giungono perché le loro stesse vite in
patria sono minacciate. Tra questi vi sono i Kurdi che per la loro storia
passata e recente avrebbero il diritto ad un immediato riconoscimento di
perseguitati politici e quindi come previsto dalla nostra costituzione all'
asilo politico. I nostri governanti li rimpatriano, rendendosi così complici
delle loro future persecuzioni
Definizione geografica
http://www.pavonerisorse.to.it/intercultura/kurdi/kurdi.htm
I
CURDI
.................... Alberto Sanza, nel suo fondamentale Atlante delle popolazioni
(Torino, Utet, 1997) scrive che i curdi (lingua kurda, famiglia linguistica
indoeruropea) sono una antica popolazione nomade la cui attività economica
tradizionale si basava sull’allevamento ovino mentre l’agricoltura
occupava uno spazio molto marginale. Con la creazione delle frontiere
nazionali (dopo la prima guerra mondiale) venne ostacolata la migrazione
stagionale e la maggior parte dei curdi fu costretta ad abbandonare
l’allevamento nomade e a praticare l’agricoltura stanziale, o altri
lavori, fenomeno che provocò un rapido procresso di disgregazione
dell’organizzazione tribale, che sopravvive ancora in pochi gruppi nomadi,
isolati sulle montagne. I curdi sono in prevalenza musulmani sunniti. La donna
gode di maggiore libertà rispetto alle donne islamiche. 2. LE DATE CHE SEGNANO IL GROVIGLIO
CURDO Il paese dei curdi, il Kurdistan, non ha mai costituito una entità
politica unitaria ed autonoma. Ai tempi dell’impero ottomano (XIX secolo) il Kurdistan era suddiviso in
vari principati che godevano di un’ampia autonomia. Le istanze nazionalistiche si fecero molto forti agli albori del ‘900 e
raggiunsero il culmine alla fine della prima guerra mondiale. Il 10 agosto 1920 fu firmato il trattato internazionale di Sèvres
che prevedeva la creazione del Kurdistan nella zona a nord di Mossoul, un
territorio particolarmente ricco di petrolio. Tuttavia i due anni successivi la guerra d’indipendenza turca (guidata da
Mustafa Kemal ed alla quale parteciparono anche molti curdi del nord) portò
ad un nuovo trattato internazionale che fece decadere le clasuole del trattato
di Sèvres. Il 24 giugno 1923 fu così firmato il trattato di Losanna che
restituiva alla Truchia tutta l’Asia minore e pertanto anche la sovranità
sulla maggior parte del territorio curdo. Precedentemente (1921) la Francia aveva incorporato alla
Siria le province curde di Djaziret e Kurd-Dagh mentre nel 1925 la Gran
Bretagna fece lo stesso incorporando la zona di Mossoul all’Irak. Così, dal 1921 al 1925, 25 milioni di curdi furono dispersi in 5 nazioni
(Turchia, Siria, Irak, Iran, Armenia) trasformandosi in 5 minoranze. Gli anni successivi sono indelebilmente segnati da questa originaria
divisione ed anche le lotte dei diversi indipendentismi curdi assumeranno
diverse sfaccettature a seconda dello Stato contro cui esse si attuano. La vicenda curda è molto più complessa di quanto i media abbiano
presentato in questi mesi. I motivi sono presto detti:
All’origine va comunque posta la questione del mancato rispetto dei
diritti dell’uomo. Diritti che nel caso curdo sono stati conculcati e
violati in modo gravissimo e continuativo senza che mai la comunità
internazionale intervenisse in modo coerente, forte e chiaro. 4. UNA MAPPA DEI MOVIMENTI CURDI Il fatto che i curdi siano stati trasformati in 5 diverse minoranze rende
complessa persino la presentazione dei diversi movimenti in quanto per
parlarne (e cercare di farsi capire) spesso si fa ricorso alla categoria dei
paesi ove agiscono. Introiettando - e trasformando quasi in "ovvia"
e "naturale" - la divisione del popolo curdo. Tuttavia, per motivi "didattici", seguiamo questa modalità di
presentazione I curdi in Turchia sono circa 12 milioni: uno ogni 5 abitanti. La costruzione della Turchia moderna, attuata da
Kemal, ha sempre visto
nell’esistenza dei curdi un pericolo gravissimo ed un serio ostacolo alla
omogeneizzazione della patria. I curdi sono stati visti come elemento
orientale, quindi reazionario e contrastante con i processo di civilizzazione
occidentalizzante. Del resto in Turchia il nazionalismo è fortissimo: ogni
giorno la scuola inizia con l’alza bandiera, l’inno nazionale e con
continui richiami alla patria e al dovere di servirla. Ed è severamente
vietato anche solo citare la parola Kurdistan ! Durante gli anni ‘70 la complessiva destabilizzazione della società
turca (connessa anche al fortissimo processo di urbanizzazione) permette che
anche in Turchia prenda piede l’opzione politica marxista. E’ in quegli anni (1979) che Obdallah Ocalan fonda con altri il
PKK,
Partito dei lavoratori curdi, organizzazione politica e militare che non
disdegna l’uso del terrorismo. La reazione del potere politico turco
è stata durissima: nel 1987 11 province curde sono poste in stato d’assedio
mentre lo stesso PKK, al fine di non perdere del tutto i favori popolari,
passa ad una strategia più selettiva. Nel frattempo la Turchia continua la
sua politica di doppiezza nei confronti dei curdi: nel 1988 accetta sul
proprio territorio ben 120.000 curdi irakeni che fuggono dalla repressione di
Saddam Hussein. Dopo la guerra del Golfo la Turchia continua ad accogliere i profughi curdi
irakeni e si associa alla operazione "Provide
Confort" (1991, Onu, Risoluzione 688) continuando in
tutti i modi ad operare per dividere il fronte dei curdi. Le continue violazioni dei diritti dell’uomo, la violenza della
repressione turca ed il mutato contesto politico post crollo del muro di
Berlino costringono comunque le autorità turche a fare i conti in modo nuovo
con il problema curdo. Così, ad esempio, il Partito socialdemocratico turco
osa l’impossibile e, rompendo ogni tabù, riconosce l’identità curda. Inoltre, sotto la presidenza di Turgut Ozal (1989-1993), vengono perlomeno
indicate alcune possibili soluzioni: creazione di un ministero per i diritti
dell’uomo, libertà di parlare la lingua curda ed ipotesi di riconoscimento
di una certa autonomia alla regione. La strategia è chiara e si fonda su tre pilastri:
Di fronte alla nuova politica turca il PKK reagisce ridefinendo la propria
prospettiva politica (come dice Ocalan nell’aprile 1992: "I curdi
sono favorevoli ad una unione libera piuttosto che alla separazione. Ma questa
unione non è pensabile che su basi di uguaglianza e libertà") ma
non pone fine alla lotta armata che anzi continua in tutto il paese con
attentati terroristici contro turisti, insegnanti, militari, giornalisti.
Queste azioni hanno più scopi
Del resto la Turchia approfitta dell’operazione Provide Confort
per continuare il proprio gioco su più tavoli e per frenare l’avanzata del
PKK in Irak dove la sua azione si è fatta più significativa a causa del
conflitto tra i due pratiti curdi di Talabani e Barzani. La presenza in Irak
del PKK ottiene inoltre un altro significativo risultato: il partito di Ocalan
inizia a presentarsi al mondo come il vero rappresentante di tutti i curdi e
non solo dei curdi residenti in Turchia. La morte del presidente Ozal e la ripresa dell’offensiva del PKK bloccano
ogni ipotesi di negoziato. Anzi, il nuovo premier, la signora Tansu Ciller, su
pressione dell’esercitio (vero baluardo della Turchia) decide di usare
nuovamente le maniere forti come testimoniato dall’operazione Acier
del marzo 1995 (incursione in territorio irakeno con 36.000 uomini con lo
scopo di ripulire dai "terroristi" del PKK una striscia di
territorio ikaneno. La scusa per l’intervento diretto in territorio
straniero è stata fornita dal fatto che i territori del nord-Irak, essendo
interedetti alle forze del governo di Saddam, sono in sostanza senza
controllo!!). Nel frattempo la guerra senza frontiere nei confronti dei curdi in Turchia
si fa sempre più dura e costosa:
Per quanto riguarda le forze del PKK la valutazione muta a seconda
delle fonti: per il governo turco i militati del PKK sono circa 6.000.
Secondo il PKK, invece, il suo esercito sarebbe composto da almeno 12.000
uomini che possono contare sul sostegno attivo di 60.000 militanti e 400.000
simpatizzanti. Per quanto concerne il finanziamento del PKK esso si fonda sia
su una tassa "imposta" a molti dei curdi emigrati in Europa sia sul
controllo dei traffici illeciti (anche di droga) che per decenni hanno visto
nella Turchia uno degli snodi principali (di cui, tra l’altro, hanno
approffitato non pochi uomini politici e d’affari turchi, confermando così
la nota legge secondo cui i traffici illeciti prosperano al meglio in una zona
destrutturata socialmente da un conflitto a bassa intensità). Anche sul numero delle vittime le varie fonti divergono: secondo il governo
turco i morti sarebbe circa 18.000, oltre 30.000 secondo il PKK I curdi in Irak hanno una lunga storia di opposizione al governo di Saddam
Hussein. Dal 1961 al 1975 la scena è dominata dal Partito Democratico del Kurdistan
(PDK) guidato da Mustafa Barzani, un capo tribale morto nel 1979 ed a cui è
succeduto suo figlio Massoud. A Barzani si è da sempre opposto l’intellghentia
di sinistra guidata da Jalal Talabani che nel fonda l’Unione Patriottica del
Kurdistan (UPK). Durante la rivoluzione iraniana (anni ‘80) i diversi movimenti curdi si
riavvicinano e nel marzo 1991 danno vita ad una ribellione contro Saddam
Hussein (si contarono 50.000 morti ed almeno 70.000 profughi). Il mese
successivo Barzani e Talabani (criticati dalle altre forze curde) si recano a
Bagdad a negoziare con Saddam Hussein su tre nodi:
Visti gli insuccessi della trattativa, il 5 aprile 1991 il Consiglio di
Sicurezza dell’ONU adotta la risoluzione 688 che richiede l’immediata fine
della repressione contro i curdi. Cinque giorni più tardi gli USA lanciano l’operazione "Provide
Comfort". Le forze armate irakene si ritirano ed i curdi beneficiano
di una relativa tranquillità nei loro rapporti con il potere centrale irakeno
e colgono l’occasione per reclamare elezioni in vista della costituzione di
un Parlamento regionale rappresentativo dei 3 milioni di curdi residenti in
Irak. Elezioni che si tengono, sotto la supervisione internazionale, nel
maggio1992. Il PDK e l’UPK si spartiscono i voti ed i seggi del parlamento
che, pochi mesi dopo, delibera l’adozione di uno statuto federale entro l’Irak. Decisione, questa, che segna una rottura fondamentale del fronte curdo sino
ad allora schierato sull’idea di una sostanziale autonomia. La decisione non
tranquillizza tuttavia i potenti vicini alle prese anch’essi con la
ribellione di movimenti curdi: la Turchia, l’Iran, la Siria. Ancor meno
tranquillizzante la costituzione di una forza di 35.000 uomini. La guerra fratricida L’euforia delle elezioni passò comunque in fretta e ben presto
riemersero le antiche divisioni che esplosero in una guerra fratricida che nel
1994 vede opporsi PDK e UDK oltre che altre piccole formazioni tribali. Il
Parlamento soprovvive a se stesso e la regione si "libanizza":
decine sono le milizie che si confrontano in un caos anarchico in cui
riprendono piede sia i processi di tribalizzazione che i più lucrosi traffici
di droga, petrolio, ecc. Del resto uno dei motivi del conflitto è
propriamente il controllo del traffico illegale di petrolio tra Irak e Turchia
(un traffico dal valore consistente: circa 50.000 barili al giorno che frutta
agli intermediari curdi l’equivalente del 5-10% del valore complessivo del
petrolio trattato). I morti si contano a migliaia (da due a tre mila). Ad approffittare delle divisioni nel campo curdo sono le potenze locali ed
internazionali (quali ad esempio le rappresaglie "elettorali" di
Clinton nel sud dell’Irak nel 1996). La Turchia e l’Irak stanno con
Barzani e il PDK mentre l’Iran sta con Talabani e UPK con l’intento di
ritagliarsi una striscia di influenza in territorio irakeno. Il 31 agosto 1996 Massoud Barzani, aiutato dalle truppe irakene, conquista
la città di Erbil, roccaforte dell’avversario Jalal Talabani. Gli Usa si
rifiutano di intervenire nelle vicende intercurde e così assistono impotenti
alla ripresa del Kurdistan da parte di Bagdad per mano dei suoi alleati del
PDK. Con soddisfazione del governo turco, storico alleato del PDK che spesso
ha combattuto direttamente contro il PKK. Talabani ed i suoi seguaci prendono invece la via dell’Iran. I curdi in Iran sono circa 6 milioni, a maggioranza sunnita, e sono da
sempre insofferenti nei confronti del potere centrale. Il crollo del potere imperiale (1979) e la crisi che ne è seguita prima
della stabilizzazione del regime islamico hanno spinto i curdi iraniani
riuniti attorno PDKI (Partito democratico del Kurdistan Iraniano) ad una
ribellione con l’intento si ottenere l’autonomia (non l’indipendenza). Come è ovvio il potere sciita ha rifiutato ogni richiesta in tal senso ed
ha dato il via ad una dura repressione. Nel frattempo nel conflitto si
inserisce anche una minuscola formazione curda di ispirazione maoista. La
guerra farà, in due anni (1979-1980), circa 10.000 morti. I curdi si rifiutarono di partecipare al referendum del 1979 per la
creazione della Repubblica Islamica. Il leader del PDKI, Ghassemlou, si avvicina a Saddam Hussein (allora
baluardo dell’occidente contro l’Iran fondamentalista...) che finanzia la
guerriglia curda che con le sue azioni costringe l’Iran a mantenere un forte
contingente di truppe nel nord del paese distogliendole dalla guerra con l’Irak. Alla morte di Khomeini Ghassemlou si riavvicna al potere centrale di Theran
e inizia in Austria un negoziato. Nel 1989, durante uno di questi incontri,
Ghassemlou viene assassinato, forse da rappresentanti del radicalismo iraniano
ostili ad ogni compromesso. Stessa fine ha fatto il suo sucessore, ucciso a
Berlino nel 1992. L’obiettivo dei dirigenti curdi iraniani è convincere i paesi europei a
far pressioni sul potere iraniano affinchè ponga fine allo stato d’assedio
(che vede la presenza di 150.000 militari) che soffoca il Kurdistan iraniano. ....................... Bibliografia In lingua italiana l’opera più completa sui curdi (anche se arriva al
1988) si deve a Mirella Galletti, I curdi nella storia, Il vecchio faggio ed.
Chieti,
1998 (ma è purtroppo introvabile in libreria a causa del fallimento
dell’editore: a chi lo desiderasse posso fornire l’indirizzo
dell’autrice che ne detiene diverse copie...) In rete moltissime (ragionate) informazioni sia sul problema curdo che
sulla complessa geopolitica (Turchia, Irak, Iran, ecc.) in cui è inserito
sono ritrovabili nel sito WEB del
Il Manifesto recandosi al sottosito Le monde diplomatique
e facendo funzionare il search. Si accederà a decine di articoli estremamente
utili ed approfonditi. Costituita a partire dalla risoluzione 688, Consiglio di Sicurezza
dell’ONU, 5 aprile 1991. Forza multinazionale codiretta da USA e Turchia e comprendente anche forze
armate britanniche francese. Ha operato a partire dalla base di turca di
Incirlik con un mandato rinnovabile ogni sei mesi. Ha operato prima
paracadutando viveri sui villaggi curdi e poi stabilendo una zona di
esclusione aerea alle forze irakene a nord del 36° parallelo. La Turchia ha sempre sostenuto questa operazione perchè essa
aluisi tosolini http://www.gfbv.it/3dossier/kurdi/parte2.html
Introduzione In Turchia In Siria In Iraq In Iran Negli altri paesi La popolazione La religione Lingua, letteratura e musica 1.1. DALL'ANTICHITÀ' AL XVIII SECOLO http://www.edt.it/lonelyplanet/microguide/text/222/storia.shtml
I primi insediamenti sul promontorio attualmente occupato da Kuwait City
risalgono a non più di trecento anni fa. All'inizio del XVIII secolo il Kuwait
non consisteva che in una manciata di tende ammassate intorno a una costruzione
fortificata utilizzata anche come magazzino. In seguito le famiglie che vivevano
nei pressi del forte cominciarono a dividersi i compiti relativi
all'organizzazione della nuova comunità e la famiglia Al-Sabah, i cui
discendenti regnano ora sul Kuwait, venne incaricata della legislazione locale e
del mantenimento dell'ordine. Il piccolo insediamento si sviluppò rapidamente e
nel 1760, quando la città veniva per la prima volta circondata da mura, la
flotta del Kuwait contava ormai 800 dhow e le sue carovane di cammelli
raggiungevano regolarmente Baghdad e Damasco. PAKISTAN
http://italy.peacelink.org/storia/articles/art_12758.html La divisione di India e Pakistan in due stati separati e nemici
Storia del conflitto indo-musulmano fino alla creazione del Pakistan
Il deflagrare del conflitto fra indù e musulmani è un fatto recente,
questa è la breve storia di come una pacifica convivenza può tramutarsi in
un'immane catastrofe in nome dell'avidità, dell'arroganza, e del fanatismo.
23 settembre 2005
pagina.php?cosa=0110lm06.01.html&titolo=Gli%20ambigui%20legami%20del%20Pakistan Guerra totale contro un pericolo diffuso
Gli ambigui legami del Pakistan
di Selig S. Harrison*
SIRIA
1 - La Siria tra '800 e '900: l'influenza francese e il mandato
internazionale (1920-1946) ___________________________________
______________________________________
__________________________________
POLITICA
USA IN MEDIO ORIENTE CRONOLOGIA
http://web.tiscali.it/no-redirect-tiscali/montellasocialforum/pop39.html
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PALERMO Facoltà di Lettere e Filosofia Corso di Laurea in Lingue e Letterature Straniere L’ISLAM
D’EMIGRAZIONE IN GRAN BRETAGNA: http://www.liberliber.it/biblioteca/tesi/lettere_e_filosofia/lingue_e_letterature_straniere/ l_islam_d_emigrazione_in_gran_bretagna/html/cap_3.htm Relatore Prof. Antonino Pellitteri Anno Accademico 1997-1998 ..................................... III. 2. L’EGITTO III. 3. LA PALESTINA E L’IRAQ III. 4. IL RESTO DEL VICINO ORIENTE Mantenne anche degli speciali trattati di amicizia con il Sultanato di Muscat
e Oman (1798). Questi accordi e trattati furono stipulati con l’intento di raggiungere i
seguenti obbiettivi:
Prevenire la pirateria, la schiavitù e le guerre navali nel Golfo.
Preservare l’area da un crollo dovuto al controllo di un’altra potenza
navale mondiale che non fosse la Gran Bretagna (o, nel caso del Kuwait,
diventare il terminale della linea ferroviaria Berlino - Baghdad).
Preservare la pace interna e la sicurezza delle vie di comunicazione
terrestri nell’hinterland di Aden. III. 5. VICINO ORIENTE SOTTO INFLUENZA BRITANNICA DAL 1800 A DOPO LA GRANDE
GUERRA ADEN. Occupata dagli Inglesi,1839. Graduale estensione del controllo
britannico nella regione dal 1886 al 1954. BAHREIN. Occupazione portoghese nel XVI secolo, poi persiana. Sceiccato
indipendente (famiglia Âl Khalifah), 1784. Protettorato inglese, 1861. CIPRO. Ottomana dal 1571. Amministrata dalla Gran Bretagna dal 1878. Nel 1914
la Gran Bretagna annette l’isola, che assume lo statuto di colonia, 1925.
Indipendente dal 1960. COSTA DEI PIRATI. Piccoli sceiccati sotto protezione britannica a partire dal
1820 fino al 1971. EGITTO. Ottomano dal 1517, di fatto indipendente con Mohammad Ali al potere,
1805. Una rivolta xenofoba di ‘Urâbî Pashâ porta all’occupazione
britannica, 1881-82. Protettorato britannico, 1914. IRAQ. Province ottomane unificate in regno (famiglia
hashimita) nel 1921.
Occupazione e poi mandato britannico, 1920-32. KUWAIT. Sceiccato (famiglia Sabah), rivendicato dagli ottomani. Protettorato
britannico, 1899. MUSCAT E OMAN. Principi locali (famiglia Âl Abû Sa‘id). Protettorato
britannico dal 1798 al 1971. PALESTINA. Ottomana. Occupazione britannica nel 1917, poi mandato, dal 1920. QATAR. Sceiccato sottoposto alla sovranità ottomana dal 1872. Occupato dagli
Inglesi nel 1916, ne diviene un protettorato nel 1934. TRANSGIORDANIA. Parte della provincia ottomana di Damasco. Emirato dal 1921
(famiglia hashimita). Incluso nel mandato britannico sulla Palestina del 1920.
Amministrazione separata dal 1923 ..................... III. 7. IL PAKISTAN ....................... I. 10. GLI EX POSSEDIMENTI BRITANNICI A FORTE PRESENZA MUSULMANA (La percentuale si riferisce alle popolazioni di fede islamica)
LA REGIONE - La regione del Kurdistan - 550 mila chilometri
quadrati - è divisa tra Turchia, Iran, Iraq e Siria. I curdi sono circa
25 milioni, per la maggior parte di religione musulmana sunnita, e
vivono soprattutto in Turchia, dove sono tra i 12 e i 15 milioni di
persone, circa un quarto della popolazione. In Iraq vivono circa quattro
milioni di curdi, in Iran sono dai sei agli otto milioni, in Siria circa
un milione, e nelle ex repubbliche sovietiche, soprattutto in Armenia,
30.000.
CHI SONO - In Turchia, dove la repressione dei curdi è
particolarmente violenta, con molti giornalisti e politici di origine
curda in prigine, è attivo il Pkk, Partito dei lavoratori del
Kurdistan, che combatte per formare uno Stato curdo nel sud del paese.
Si tratta di un gruppo terrorista di ispirazione marxista leninista che
è stato fondato in Siria nel 1974. Negli ultimi anni il Pkk si è reso
responsabile del rapimento di numerosi occidentali, tecnici e turisti,
che sono comunque stati tutti liberati indenni. Gli altri due partiti
curdi, il Partito democratico curdo (il Pdk, fondato nel 1945 da Mustafa Barzani) e l'Unione patriottica del Kurdistan
(Puk, di Jalal Talabani)
sono in Iraq e chiedono invece una larga autonomia, che hanno in parte
ottenuto grazie alla zona di esclusione aerea creata dall'Onu nel 1991.
Dal dicembre 1994 però Pdk e Puk, un tempo alleati, hanno cominciato a
contendersi militarmente il dominio della regione e il governo regionale
curdo, istituito grazie alla protezione occidentale, è di fatto
impotente dinanzi alla guerra fratricida.
L'emigrazione curda dalla Turchia è iniziata circa 20 anni fa, e ha
interessato quasi esclusivamente Germania e Austria. Secondo alcune
stime, i curdi che attualmente vivono in Kurdistan sono circa 38 milioni
(20 milioni in Turchia, sei milioni in Iraq, dieci milioni in Iran e due
milioni in Siria). Sono circa un milione e mezzo i curdi che vivono
nella diaspora, un numero che negli ultimi anni è salito enormemente:
le organizzazioni internazionali calcolano che i profughi, in questo
momento, siano almeno cinque milioni.
In Europa, il gruppo più consistente (circa 500 mila) si trova in
Germania, ma altre numerose comunità si trovano in Austria (45 mila),
Scandinavia, Francia e Grecia. In Italia si trovano circa tra i tre e i
quattrocento curdi, sparsi nel centro e nel nord Italia, per lo più con
regolare permesso di lavoro.
Massiccia, ma di data più recente, anche l'emigrazione da queste
regioni curde verso le metropoli turche (Ankara, Istanbul, Adana, Izmir),
che ospitano attualmente perlomeno quattro milioni di curdi.
LA STORIA -
Nel XIX secolo quasi tutto il territorio curdo passa sotto la
dominazione ottomana, e a partire dai primi del '900 i turchi cominciano
una politica repressiva nei confronti delle popolazioni conquistate. Il
30 ottobre 1918 l'impero ottomano viene battuto dagli Alleati: alla Gran
Bretagna viene dato il mandato sull'Iraq arabo. Nel 1920 il trattato di
Sevres stabilisce il diritto alla nasciat del Kurdistan nelle province
orientali dell'Anatolia. Nel 1923 il trattato di Losanna annette alla
Turchia la maggior parte del territorio dei curdi, e per oltre 15 anni
si susseguono rivolte popolari contro il governo di Ankara e di Teheran.
Nel 1937 viene sancita la definitiva spartizione del Kurdistan con un
trattato tra Turchia, Iraq, Iran e Afganistan, che prevede anche un
coordinamento della lotta contro l'irredentismo curdo. Nel 1945 l'Unione
Sovietica favorisce la nascita di una repubblica popolare curda in Iran.
Un anno dopo, al ritiro delle truppe sovietiche. lo scià riconquista la
regione. Nel settembre 1961 cominciano le prime azioni di insurrezione
armata, che proseguono poi negli anni Settanta sia contro la Persia che
contro l'Iraq. Durante la guerra tra Iraq e Iran (1980-1988), i curdi
sono tra le principali vittime del sanguinoso conflitto. L'ayatollah
Khomeini dichiara pubblicamente che "uccidere un curdo non è
peccato", mentre l'Iraq utilizza armi chimiche per riprendere il
controllo del nord del paese. Il conflitto provoca l'esodo di circa 60
mila curdi in Turchia. Dopo la Guerra del Golfo, l'Onu crea un'area di
sicurezza a nord dell'Iraq che ha formato "di fatto" uno stato
curdo.
(13 novemnre 1998)
Kurdistan: storia di un popolo tra repressione e
autodeterminazione
di francesca
pippo
14 luglio 2006

Dopo la Prima Guerra Mondiale il Kurdistan fu smembrato ad opera dei governi
alleati, tra la Turchia, l'Iran, l'Iraq e la Siria. Dopo 70 anni di
oppressione e deportazioni, la realtà kurda di oggi non corrisponde più a
quella storica. Numerose località e città kurde che fino alla Prima ed alla
Seconda Guerra Mondiale potevano essere ben considerate dal punto di vista
storico, etnico e linguistico come territori kurdi, oggi non hanno più tali
caratteri. La persianizzazione, la turchizzazione e l'arabizzazione del
Kurdistan hanno cambiato le caratteristiche geografiche ed etniche del suo
territorio.
Nel 1500 i Kurdi si divisero nell’appoggiare i due imperi, quello ottomano e
quello persiano. Nel 1514, con la vittoria di Cialdiran degli Ottomani, la
maggior parte delle tribù passò dalla loro parte e in cambio ottennero il
riconoscimento di una serie di principati indipendenti alla cui testa furono
messi capi discendenti dalle antiche famiglie.
Nacquero così numerosi principati e piccoli stati indipendenti con la sola
condizione di pagare tributi al sultano e la fornitura di milizie in caso di
guerra. Questo periodo è costellato da varie rivolte con cui le tribù kurde
cercarono di trarre il massimo vantaggio politico dall’ostilità dei due
imperi. Nel 1639 un trattato di pace tra questi ultimi sancisce la spartizione
in zone di influenza del Kurdistan.
Fino al XIX secolo la situazione si stabilizza tra l’autorità dei due
imperi e l’esistenza di piccoli stati indipendenti si realizza una zona
cuscinetto senza un' armonia tra le varie tribù.
Tutto il 1800 fu costellato da rivolte dei Kurdi contro il potere del sultano,
scaturite da una modernizzazione di tipo occidentale, come il servizio
militare obbligatorio, il sistema dei tributi e la sostituzione dei capi
ereditari con governatori turchi dell’impero ottomano che mettevano in crisi
il sistema medioevale kurdo.
Le due più importanti rivolte furono quella del 1853-1856 e quella del 1880.
La prima riuscì a coinvolgere tutta la popolazione kurda sotto la guida di
Yazdansher. Questi, alleandosi con i cristiani, costituì un esercito di
centomila uomini, ma la rivolta fu soffocata dall’intervento militare
inglese. Anche la seconda coinvolse tutto il popolo kurdo e molte altre
minoranze religiose ed etniche. Poté essere soffocata solo con l’alleanza
dei due imperi che per l’occasione riuscirono a superare le loro ostilità.
Nei primi del novecento cambia la politica dell’Impero ottomano verso i
Kurdi. Vennero riconosciuti i loro capi feudali, vennero arruolati reggimenti
irregolari sotto il controllo dei capi feudali che ebbero grande importanza
nel controllo dei confini caucasici dell’impero e per la repressione degli
Armeni, finché nel 1908 la rivoluzione dei giovani Turchi fece nascere
l’entusiasmo di tutti i movimenti nazionalistici dell’impero.
Gli anni successivi videro nascere una serie di iniziative politico culturali
da parte di intellettuali di formazione europea e turca, con una marcata
connotazione nazionalista, ma ben poca influenza ebbero in Kurdistan, che
rimaneva tenacemente feudale. La guerra interruppe questa attività e le
pubblicazioni di giornali in lingua kurda.
Con la Prima Guerra Mondiale i Kurdi si allearono con i Russi contro
l’Impero ottomano e il territorio kurdo fu teatro di scontri fra Turchi
russi e Inglesi che provocarono moltissime vittime tra i civili. Inoltre
l’Impero per colpire le rivolte varò una legge di deportazione delle
popolazioni delle provincie dell’Anatolia. L’evacuazione coinvolse 700
mila Kurdi, molti dei quali morirono durante il trasferimento. Molte vittime
civili furono fatte dalla fame che colpì tutta la zona del Kurdistan, anche i
territori non coinvolti dalla guerra. Si può calcolare che le vittime negli
anni della guerra furono circa 600 mila.
Durante la guerra, nel 1916 già i rappresentanti di Francia, Inghilterra e
Russia, ancor prima della vittoria, si erano spartite le zone di influenza. Il
Kurdistan era stato diviso in tre parti: il Kurdistan meridionale tra Francia
e Inghilterra e i distretti nord orientali alla Russa zarista.
Solo dopo l’armistizio sorsero nuove organizzazioni di poco peso politico,
finchè, nel 1927 si unificarono nella Lega nazionale kurda Hoybu. L’idea
nazionalista si rafforzò e si tentò di portarla a livello internazionale per
la sua affermazione.
Nel 1919 sia gli Armeni che i Kurdi presentarono le loro rivendicazioni di
autonomia alla Conferenza di Parigi. Col trattato di Sèvres, negli articoli
62,63 e 64 ai Kurdi viene riconosciuta l’indipendenza, dato che alle grandi
potenze interessava costituire uno stato cuscinetto tra la Russia e la
Turchia. Il trattato fu molto fragile e scatenò la guerra turca contro i
Greci. Con la vittoria turca nel 1922 tutte le scelte precedenti furono messe
in discussione e il trattato di Losanna segnò il tradimento dei precedenti
accordi dei vincitori con Kurdi e Armeni, i
quali non furono invitati e i loro territori furono divisi tra Turchia, Siria
e Iraq.
Questa divisione fu successivamente confermata nel 1925 dal Consiglio della
Società delle Nazioni che sancì la definitiva spartizione del territorio del
Kurdistan a cinque stati.
Da tale epoca fino ad oggi, l'unica ulteriore occasione di indipendenza per i
Kurdi fu la fondazione della repubblica di Mahabad il 22 gennaio 1946, in
Iran. A questa esperienza parteciparono i leader kurdi della Turchia, della
Siria e dell'Iraq in vista di una futura riunificazione nazionale. Nel
novembre 1946, le truppe iraniane invasero i territori della Repubblica kurda.
Tutti i componenti del governo kurdo furono arrestati, il 13 marzo 1947 il
presidente Qazi Muhamad ed altri due ministri furono impiccati pubblicamente
proprio sul luogo dove era stata proclamata la Repubblica. Le scuole kurde
furono chiuse, i libri stampati in kurdo furono bruciati, centinaia di membri
repubblicano.del governo furono uccisi e fu distrutto ogni segno del periodo
Oggi solo una piccola provincia in Iran viene chiamata"Kurdistan",
mentre il territorio kurdo in Turchia è chiamato "Anatolia
Orientale", in Siria "Gezirah", in Iraq "Nord o regione
autonoma". Così rimane un compito difficile tracciare con esattezza il
confine territoriale del Kurdistan. La lunghezza del Kurdistan è di 900 km,
la sua larghezza va da 200 km a 700 km, l'altezza media è di 1000 m sul
livello del mare, il punto più alto è la cima del monte Ararat (5168 m). In
Kurdistan vi sono numerosi fiumi: i più famosi sono il Tigri e l'Eufrate che
nascono nei territori kurdi in Turchia. Altri come i fiumi Zey Gawra e Zey
Biciuk nascono rispettivamente in Turchia ed in Iran ed il Kizil Uzan in Iran.
I laghi più grandi sono il Lago di Van in Turchia e il Lago di Urmia in Iran.
Il clima va dal caldo arido al freddo nordico.
Il Kurdistan è ricchissimo di risorse naturali, in particolare di petrolio in
Iraq, cromo (secondo paese produttore al mondo) nella parte turca, ferro, gas
naturale, oro, carbone, alluminio, ecc. La zona è molto fertile per
l'agricoltura e per l'allevamento del bestiame. Gli stati che governano il
Kurdistan hanno praticato e tuttora praticano una politica coloniale di
sfruttamento, tanto che la popolazione kurda vive in stato di estrema
arretratezza, miseria e fame.
Il popolo kurdo ha subito inenarrabili persecuzioni da parte di Siria, Iran ed
Iraq, su di loro è stato attuato non solo un progetto di alienazione della
propria lingua e cultura ma anche un tentativo ancora in corso di sterminio di
massa e di deportazione. I loro villaggi vengono distrutti, sulle popolazioni
kurde in Iraq sono state utilizzate armi chimiche, in Iran vi sono documenti
che testimoniano l' impunibilità per chi uccideva un kurdo firmati dallo
stesso Khomeini, mentre l' occidente per lungo tempo si è disinteressato a
questa vicenda.
Ma la vergogna più grande è quella della Turchia, questo paese che fa parte
della NATO e da tempo chiede di poter entrare nella comunità europeea, opera
una politica di feroce repressione fisica e culturale contro la comunità
kurda dell' Anatolia. Eppure Europa e Stati Uniti fanno finta di non vedere,
perchè la Turchia è troppo importante per la sua posizione strategica per
rischiare di innimicarsela.
Come al solito si applicano due pesi e due misure quando vi sono interessi
economici o geo-politici da difendere l' ONU e la NATO, sempre comandati dagli
Stati Uniti, sono pronti ad intervenire con la giustificazione dell'
intervento umanitario, quando questi interessi non vi sono...
Un caso emblematico ed una perenne vergogna per il centrosinistra italiano fù
il caso del Generale Ocalan, capo del PKK kurdo (partito operaio kurdo) che
venne portato in Italia dal deputato del PRC Ramon Mantovani per fargli
ottenere il sacrosanto diritto all' asilo politico. Tutti ricordiamo come andò
a finire, timorosi di perdere grosse commesse, una centrale nucleare ordinata
all' Ansaldo e parecchie decine di elicotteri da guerra Agusta, i nostri vili
governanti scelsero la più pilatesca delle soluzioni. Ocalan che non poteva
essere consegnato direttamente alla Turchia perchè paese ove si applica la
pena di morte venne portato in Kenya e qui, con la complicità sei servizi
segreti statunitensi, israeliani, greci e kenyoti consegnato ai servizi
segreti turchi, che da soli non sarebbero mai stati in grado di realizzare
questo piano.
Ora Ocalan è detenuto in un carcere di massima sicurezza turco senza poter
comunicare e con gravi violazioni al suo diritto di difesa più volte
denunciate dai suoi legali.
Ma come tutte le storie a lieto fine, dopo la consegna di Ocalan, la Turchia
ha fatto un bel regalo, riammettendo l’ Agusta - la fabbrica produttrice di
elicotteri della Finmeccanica, ovvero dell’Iri e, dunque, un’azienda
pubblica - in quella "lista breve" delle cinque aziende che si
dovranno aggiudicare un appalto di ben seimila miliardi di lire per la
fornitura di 145 elicotteri da guerra.
Una nota di colore è la dichiarazione dell' allora Presidente del Consiglio
il compagno Massimo D'ALEMA all' indomani della cattura di Ocalan
"Non abbiamo nulla da rimproverarci. Quando è stato chiaro che non
c’erano le condizioni per un processo internazionale con tutte le garanzie
in Europa, e non essendoci le condizioni per l’asilo politico, abbiamo
garantito a Ocalan che potesse andarsene in condizioni di sicurezza per sé e
per il nostro paese. Se, successivamente, Ocalan è caduto in trappola è
perché è andato dove ha voluto lui, essendo uomo libero".
Di Bartolomeo Vanzetti
Al punto che a volte le lotte si sono trasformate in guerre fratricide. E
questo è anche oggi il problema politico maggiore del popolo curdo.
Promesse e tradimenti
Kurdistan terra divisa, compendio storico
Mauro di Vieste
http://www.gfbv.it/3dossier/kurdi/parte1.html
PARTE PRIMA
In questa situazione s'inserisce lo studio della questione curda, tanto
misconosciuta eppure tanto attuale per capire quanto succede in quest'area
geografica. La guerriglia nella Turchia orientale, che coincide con il
Kurdistan turco, nel 1994 ha sferrato un massiccio attacco al governo; gli
episodi piú clamorosi sono stati i divieti d'attraversamento imposti dai
peshmerga ai turisti occidentali e i relativi rapimenti. Secondo la guerriglia
curda il governo turco utilizza la valuta pregiata introdotta dai turisti per
rinforzare la repressione piuttosto che l'economia nel Kurdistan. In passato
sia la guerra irano-irachena, sia la guerra iracheno-kuwaitiana, ha visto
coinvolti i Curdi come fattore di disturbo delle strategie belliche dei vari
contendenti. Se si pensa che tali conflitti coinvolgono interessi
politico-economici globali, allora si capisce quale sia il ruolo e, se
vogliamo la sfortuna di questo popolo che vive in un posto "caldo".
Delimitare anche solo geograficamente il Kurdistan è più che altro
un'operazione politica: cominciano qui le problematiche della questione curda.
Non avendo confini naturali ben precisi, definiremo il Kurdistan solo quella
regione dove i Curdi costituiscono la proporzione predominante della
popolazione locale. Per una prima inquadratura possiamo affermare che questa
regione si trova divisa tra Turchia, Iran, Iraq, Siria e le repubbliche ex
sovietiche di Georgia ed Armenia. La superficie totale del Kurdistan é di
circa 500.000 kmq e corrisponde quindi all'estensione dell'Italia. Per lo piú
montuoso, il Kurdistan è percorso dalla catena degli Zagros a est e da quella
del Tauro ad ovest; il monte Ararat (5.168 m) segna approssimativamente il
confine settentrionale e la Mesopotamia quello meridionale.
Il territorio è ricco di acque fluviali non navigabili: il Tigri e l'Eufrate
nascono nel Kurdistan turco, l'Arasse lungo i confini con l'Armenia, e altri
fiumi come il Piccolo ed il Grande Zab, il Sirwan (Diyala), Khapur rendono il
terreno molto adatto all'agricoltura che con il petrolio, il ferro, l'oro,
l'alluminio e soprattutto il cromo, sono tra le principali risorse della
regione, insieme al potenziale idroelettrico.
La parte più grande del Kurdistan è costituita dall'Anatolia orientale
(secondo la definizione turca) e rappresenta un terzo dell'intero territorio
dell'attuale repubblica turca: i Curdi abitano in modo preponderante 17 delle
67 province che compongono la repubblica. Secondo le statistiche ufficiali
turche del 1964 questa è la regione economicamente e socialmente più
depressa dello stato: il tasso di analfabetismo si aggira intorno al 90% per
le donne e al 70% per gli uomini.
Dopo l'ultima grande rivolta del Dersim nel 1937 nessuna politica di
conciliazione con i Curdi è stata praticata dal governo, ma sempre e solo
repressione fisica ed oppressione politica e culturale. I golpe militari nel
1960 e nel 1971, hanno riportato il terrore nel Kurdistan ed una situazione
molto simile a quella dell'inizio del secolo. A tal proposito si possono
vedere i due film-denuncia del regista curdo Yilmaz Güney, "Yol" e
"Il gregge".
La posizione ufficiale della Turchia nei confronti della questione curda è
ben riassunta nel discorso tenuto nel maggio 1971 dal primo ministro Nihat
Erim: "Non accettiamo altra nazione abitante la Turchia se non quella
turca. Come ben possiamo, vedere c'è una ed una sola nazione in Turchia: la
nazione turca. Tutti i cittadini che vivono in varie parti dello stato sono
soddisfatti di essere Turchi".
Alla fine degli anni settanta sono cominciati i contatti tra lo stato maggiore
turco e quello iracheno per favorire la repressione della guerriglia curda nei
rispettivi territori fino ad una distanza di 40 km oltre i rispettivi confini:
i risultati di questi accordi sono stati drammatici per la guerriglia e la
popolazione civile curde, che hanno spesso subìto bombardamenti
indiscriminati.
Tutto questo accade nonostante la Turchia sia uno dei firmatari della
Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo e la sua Costituzione faccia vari
riferimenti ai diritti umani e alla libertà di pensiero e di stampa.
L'argomento diventa di particolare importanza in presenza della richiesta
turca per entrare come membro a pieno diritto della Comunità europea.
La situazione sociale e politica del Kurdistan in Turchia rimane drammatica.
Il governo insiste con la politica di repressione e di violazione dei diritti
umani: leader sindacali e di partito curdi sono regolarmente incarcerati o
perseguitati; il premio Sacharov e deputato al parlamento turco Leyla Zana si
trova tuttora in carcere nonostante le pressioni internazionali; il sociologo
turco Ismail Besikci per essersi occupati dei Curdi é in carcere quasi
ininterrottamente da ormai 30 anni senza che si intraveda la fina della sua
odissea giudiziaria. Questi sono solo alcuni dei casi più clamorosi del
dramma curdo.
Il governo turco non si ferma nemmeno davanti alla palese antieconomicità
della guerra nel Kurdistan. Eppure molti degli stessi ambienti economici
turchi suggeriscono che se il quarto di Pil che attualmente è buttato nella
guerra in Kurdistan fosse usato come investimento produttivo nelle stesse zone
la questione curda sarebbe già risolta. Ma la guerra non è solo una cifra
negativa: i costi umani non hanno un valore quantificabile ed il prezzo che
tutta la Turchia ed il Kurdistan stanno pagando è infinitamente alto.
Dello stato siriano i Curdi abitano la zona nord-orientale, cioè parte della
fertilissima regione dello Djeziré e il Kurd Dagh. Questa regione della Siria
é stata sempre il rifugio naturale dei profughi curdi che riuscivano a
sottrarsi alle persecuzioni turche e prima ancora a quelle ottomane, poiché
il controllo ottomano in quella regione era inferiore.
Nella Siria sotto mandato francese la situazione dei Curdi é sempre stata
relativamente tranquilla. Alla fine degli anni '50 il nazionalismo arabo
crebbe a dismisura fino alla formazione della Repubblica Araba Unita il 1°
febbraio 1958. Contemporaneamente peggiorò la situazione curda in Siria: il
Partito Democratico Curdo fu sciolto e i suoi leader arrestati.
Nel 1962 il partito Baas annunciò il piano per la creazione di una
"Cintura araba" nell'alto Djeziré e un anno dopo Mohammed Talab
Hilal, capo della polizia in quella regione, pubblicò un manifesto in dodici
punti su come realizzare praticamente la "Cintura araba".
I motivi che portarono alla politica anti-curda del Baas furono principalmente
due: anzitutto il timore che la concessione da parte irachena di autonomia o
indipendenza ai Curdi dopo che questi avevano appoggiato il colpo di stato di
Kassem, portasse all'inglobamento delle regioni curde della Siria; il secondo
motivo, di natura economica, era la scoperta di petrolio a Qaratchok, nel
cuore dello Djezirè.
Negli anni successivi l'arabizzazione della regione curda è andata avanti con
la creazione di nuovi villaggi interamente arabi, fattorie gestite da arabi e
soprusi vari nei confronti della popolazione curda. Dal 1976 la situazione è
più tranquilla in seguito al riconoscimento da parte siriana della
partecipazione dei Curdi all'economia di stato, dopo la conclusione del
progetto di arabizzazione.
Il Kurdistan meridionale corrisponde grossomodo alla parte settentrionale
dello stato iracheno. Questa regione, benché non eccessivamente estesa
rispetto all'intero territorio iracheno, comprende zone di grande importanza
strategica per l'economia dello stato: ne fanno parte i due vilayet di Mosul e
Kirkuk che da soli forniscono il 75% dell'esportazione petrolifera irachena.
La zona è anche molto fertile data la presenza del Tigri e dei suoi numerosi
affluenti e l'agricoltura è di tipo quasi mediterraneo. Nelle altre tre
principali provincie curde dell'Iraq, Arbil, Dohok e Suleimaniya, si produce
grano, tabacco, ortaggi, frutta ed olio d'oliva.
I rapporti tra lo stato iracheno e i Curdi hanno subìto repentine variazioni
secondo il regime di governo: le rivolte capeggiate da Sheikh Mahmoud vennero
in seguito dirette da Ahmed Barzani fino al 1934 e negli anni successivi dal
fratello Mustafà Barzani. I due fratelli Barzani riuscirono durante la
seconda guerra mondiale a battere le truppe irachene e a controllare il
Badinan e Rawanduz, ma attaccati a loro volta dalla R.A.F. ripararono in Iran
per dar man forte alla repubblica curda di Mahabad. Divenuto il braccio armato
della repubblica di Mahabad, Mustafà Barzani con mille uomini dovette
intraprendere una storica ritirata quando la repubblica fu schiacciata alla
fine del 1946: raggiunta l'U.R.S.S. vi rimase in esilio per undici anni.
In Iraq intanto era stato formato il Partito Democratico Curdo che rimase
nell'illegalità fintanto che Nouri Said tenne le redini del potere
monarchico. L'appoggio del P.D.K. al colpo di stato del 14 luglio 1958 che
portò al potere il generale Kassem (di madre curda), migliorò la situazione
dei Curdi in Iraq: Mustafà Barzani tornò dall'esilio sovietico, il P.D.K. fu
legalizzato e nell'articolo tre della nuova Costituzione fu riconosciuta la
compartecipazione curda allo stato iracheno.
Il V congresso degli studenti curdi in Europa, tenuto nell'agosto del 1960 a
Berlino, salutò con fervore le conquiste democratiche irachene, ma già nella
primavera del 1961 Kassem tornò indietro sulle sue concessioni e ruppe i
rapporti con il movimento curdo: alla fine dell'estate iniziò la rivoluzione
del "9 settembre" guidata da Mustafà Barzani.
Nel periodo dal 1961 al 1975 ebbero luogo cinque guerre curdo-irachene: il
nuovo colpo di stato del 17 luglio 1968, che riportò al potere il partito
Baas con Al-Bakr come presidente della repubblica e Saddam Hussein suo vice,
sembrò portare alla pace, ma già l'anno successivo aveva inizio il quarto
scontro. Il regime, non riuscendo ad avere la meglio, negoziò un nuovo
accordo l'11 marzo 1970, con il quale veniva riconosciuta l'autonomia curda.
Il sogno di uno stato arabo-curdo sembrava dovesse durare, ma già nel 1973 il
regime aveva intensificato la politica di arabizzazione delle aree petrolifere
e l'11 marzo 1974 cominciò la quinta guerra curdo-irachena, con una serie di
alleanze tra le quali spiccava l'appoggio indiretto americano ai Curdi tramite
lo Shah.
Il 6 marzo 1975 alla conferenza dell'O.P.E.C. svoltasi ad Algeri, Iran ed Iraq
raggiunsero un accordo secondo il quale l'Iraq rinunciava alle rivendicazioni
sullo Shatt-al-Arab e l'Iran interrompeva la fornitura di armi ai Curdi in
Iraq: alla fine di marzo Mustafà Barzani decise di por fine alla guerra e si
rifugiò in Iran con decine di migliaia di civili e di combattenti (peshmerga);
in seguito si recò negli Stati Uniti dove morì nel 1979.
La guerra scoppiata tra Iran ed Iraq nel 1980 ha portato ad un aggravamento
della posizione curda nell'ambito dello stato iracheno, che ha iniziato negli
ultimi dieci anni una campagna di distruzione sistematica di villaggi e
campagne: purtroppo bisogna registrare anche l'uso delle armi chimiche,
vietate dal diritto internazionale. Infatti, il 21 marzo 1988 è stata
bombardata la città di Halabja con il napalm: i morti sono stati 5.000,
soprattutto donne, vecchi e bambini, e i feriti migliaia. Alle armi chimiche
irachene si aggiungono i bombardamenti effettuati dall'esercito turco in
territorio iracheno, conseguenza degli accordi con Saddam Hussein, impegnato
fino al 1988 sul fronte iraniano.
L'invasione del Kuwait da parte irachena nel 1990 e il relativo intervento
delle Potenze mondiali hanno riaperto le speranze per i Curdi di liberarsi
dalla morsa della dittatura di Saddam. L'ONU, però, con la risoluzione 688
non è andata oltre l'istituzione della "no fly zone" tra il 36°
parallelo e il confine turco, lasciando all'Iraq il controllo dei campi
petroliferi di Mosul e Kirkuk. Ancora una volta i Curdi sono rimasti vittime
dei grandi giochi di potere: il PDK di Massoud Barzani e l'UPK di Jalal
Talabani hanno iniziato una guerra civile per affermare il proprio controllo
sull'unico lembo di Kurdistan libero che si possa definire tale, facendo così
il gioco sia della Turchia sia dell'Iraq, ma non certo quello del popolo curdo.
Per quanto riguarda il Kurdistan iraniano, i due terzi del confine
irano-iracheno corrono nelle province curde dell'Azerbaijan occidentale (ad
ovest del lago Urmia), dell'Ardalan (che è l'unica regione chiamata
Kurdistan, il cui capoluogo è Sanandaj) del Kirmanshah e dell'Elan; inoltre i
Curdi abitano i distretti di Maku, Shahpur e Mahabad. Tutta questa parte del
Kurdistan è una regione cuscinetto che va da Shahabad a sud, fino al monte
Ararat a nord, il quale segna il confine settentrionale iraniano con Turchia
ed U.R.S.S.
Una vasta comunità curda, famosa per la fattura di tappeti dallo stile che si
rifà in modo originale a quello persiano, vive nella regione orientale del
Khorassan. I Curdi vi arrivarono nel XVII secolo portativi dallo Shah Abbas
Safavid per ragioni strategiche.
L'Iran è lo stato entro i cui confini, alla fine della seconda guerra
mondiale, venne creata la repubblica curda di Mahabad, sul modello della
repubblica dell'Azerbaijan e come quella appoggiata dall'U.R.S.S. Il 22
gennaio 1946 venne formata ufficialmente la prima repubblica curda,
rappresentata dal Partito Democratico Curdo, nato dall'evoluzione del vecchio
Komala e appoggiata sia dalle tribù della zona di Mahabad, i Mamash, i Mangur,
i Gawurk e i Zarza, sia dalle tribù Shikak, Jalali, Herki, Begzadeh, Milani e
Barzani.
Qazi Mohammed, il notabile più in vista di Mahabad con poteri sia civili sia
religiosi, venne eletto presidente della repubblica e Mustafa Barzani ne
divenne il braccio armato. Aveva ai suoi ordini più di tremila uomini della
sua tribù che si erano ritirati dopo l'attacco congiunto anglo-iracheno per
sopprimere la rivolta iniziata nel 1943 a Barzan.
Il 23 aprile 1946 i due stati curdo ed azero firmarono un trattato di alleanza
che metteva in risalto l'assoluta indipendenza dei due stati; il ritiro delle
truppe sovietiche dall'Iran nel maggio 1946 mise in discussione l'esistenza
delle due repubbliche indipendenti e l'esercito iraniano guidato dal generale
Homayuni iniziò subito l'attacco riportando insuccessi durante tutta
l'estate. Nell'autunno del 1946 il governo di Teheran lanciò una offensiva
che portò il generale Homayuni prima in Azerbaijan e subito dopo a Mahabad.
La repubblica formalmente cadde il 17 dicembre 1946 ma, al contrario di quanto
avvenne per l'Azerbaijan, fra Teheran e Mahabad si aprirono delle trattative
condotte da Mustafa Barzani; i colloqui si interruppero alla fine di dicembre
a causa dell'arresto di Qazi Mohammed e altri leader repubblicani. Il 30 marzo
Qazi Mohammed fu impiccato e le autorità iraniane diedero inizio ad
esecuzioni di massa mentre Mustafa Barzani aveva intrapreso con i suoi uomini
la marcia di trecento chilometri che lo portò in U.R.S.S. dopo aver passato
più volte le frontiere turco-irano-irachene.
Sotto lo Shah, il movimento curdo iraniano conobbe solo la repressione
(sebbene lo Shah favorisse i Curdi in Iraq) e l'unica grossa rivolta si
verificò nel 1967 nella zona di Mahabad e durò un anno e mezzo: i problemi
tra Barzani, che veniva appoggiato dallo Shah contro il governo iracheno, e la
leadership curda in Iran, portò all'indebolimento e alla completa repressione
di quest'ultima rivolta.
La caduta dello Shah e la rivoluzione islamica nel 1979 riaccesero le speranze
dei Curdi per un regime liberale che riconoscesse i loro diritti: ben presto
però Khomeini, dopo aver preso saldamente le redini del potere, iniziò una
politica repressiva che portò ai massacri condotti nel 1980 a Sanandaj e
Senneh.
La recente scomparsa di Khomeini aveva fatto sperare in possibili aperture
democratiche del governo iraniano al movimento curdo, poiché i Curdi
avrebbero potuto favorire con successo i candidati al potere disposti a
trattare: in questo contesto si inserisce il triplice omicidio del 13 luglio
1989 a Vienna, la cui pista conduce a Teheran.
Le tre vittime, Abdur Rahman Ghassemlou, segretario generale del Partito
Democratico Curdo in Iran, Abdullah Ghaderi-Azar, rappresentante dello stesso
partito a Parigi e Fadel Rasul, un curdo iracheno, secondo le supposizioni
tentavano la riconciliazione tra tutte le tendenze curde e la mediazione con
il governo di Teheran per raggiungere politicamente l'autonomia in Iran e
tentare di fermare la strage curda in Iraq.
Importanti comunità curde vivono nelle ex repubbliche sovietiche armena,
georgiana e azerbaijana. Queste comunità emigrarono in territorio russo al
tempo delle prime persecuzioni ottomane del XIX secolo. Poichè i Curdi che
vivono in queste repubbliche sono relativamente pochi non rappresentano né
hanno mai rappresentato un problema di convivenza tra etnie diverse: già dal
1930 sono state aperte scuole dove l'insegnamento viene effettuato in curdo,
ed anche a livello universitario esistono corsi di lingua e letteratura curda
a Mosca, S. Pietroburgo, Erivan e Tashkent.
Ciò non toglie che in passato l'U.R.S.S. abbia sempre adottato una politica
abbastanza neutra nei confronti della questione curda, riuscendo così ad
intrattenere rapporti amichevoli sia con Turchia, Iran, Iraq e Siria, sia con
i movimenti curdi. In Libano e in Giordania vivono altre comunità di Curdi
che rappresentano una classe di lavoratori sfruttati e sottopagati, in quanto,
a partire dal 1960, non viene riconosciuto loro alcun diritto civile, e
rischiano quindi in ogni momento di essere espulsi.
Una piccola comunità curda vive in Israele: di religione ebraica, questa
comunità si trasferì principalmente dall'Iraq nei primi anni della
fondazione dello stato ebraico. Curioso il fatto che al Festival dei Popoli di
Parigi del 1977 venne premiato un gruppo folcloristico curdo di nazionalità
israeliana.
Esistono infine una serie di organizzazioni studentesche e di lavoratori in
molti stati europei: la prima di queste associazioni risale al 1949, ma é
solo nel 1956 che, grazie ad una maggiore partecipazione, viene fondata
l'"Associazione degli Studenti Curdi in Europa" (K.S.S.E.), legata
politicamente al Partito Democratico Curdo d'Iraq. In seguito all'ultimo atto
della rivoluzione di Mustafa Barzani nel 1975, venne formata una seconda
organizzazione, l'"Associazione degli Studenti Curdi all'Estero" (A.K.S.A.)
legata agli oppositori di Barzani dell'"Unione Patriottica del
Kurdistan". Nel 1978 nacque l'"Unione degli Studenti e dei
Lavoratori Curdi in Belgio", conosciuta come "Tekoser". Nel
1970 venne fondata l'"Organizzazione Socialista degli Studenti Curdi in
Europa" (S.O.K.S.E.); pura espressione del Partito Socialista Curdo (Pasok),
il SOKSE si dichiara democratico-progressista e non impedisce ai suoi
militanti di associarsi alle altre organizzazioni curde. Il partito che in
questi anni ha fatto piú proseliti é il PKK: di estrazione
marxista-leninista il partito é stato messo fuori legge anche in Germania
dove é attivissimo. I centri delle organizzazioni dei lavoratori curdi sono
la Germania e la Svezia, mentre dal punto di vista culturale il centro di
riferimento europeo é l'Istituto Curdo di Parigi.
Quanti sono i Curdi che oggi vivono in Kurdistan? La domanda è
particolarmente importante poiché il loro numero dà ancor di più il senso
della gravità del problema. Quello curdo è il quarto popolo per grandezza in
Medio oriente dopo Arabi, Turchi e Persiani. Statistiche precise sulla
popolazione curda non esistono, soprattutto per motivi politici, in quanto gli
stati interessati tendono a diminuire l'importanza etnica dell'elemento curdo
che non può essere associato né agli Arabi (in Siria e in Iraq) né ai
Turchi (come vari studiosi turchi hanno tentato di dimostrare specie sotto
l'impulso nazionalistico del periodo kemalista). I Curdi vengono così
classificati o come musulmani sunniti, soprattutto in Iraq, o come
"parlanti la lingua turca" in Turchia.
La cifra totale della popolazione è quindi una stima tra valutazioni minime
effettuate dagli stati in questione e quelle massime effettuate da studiosi
curdi che basano il calcolo sugli ultimi censimenti che risalgono a più di
dieci anni fa, sul tasso di natalità, e pochi altri dati disponibili: al
riguardo bisogna notare che i Curdi seguono il trend di espansione demografica
relativamente elevato, tipico del mondo musulmano. In una lettera pubblicata
sul Times del 21/11/1974 si legge a proposito del campo profughi di Rezayeh in
Iran: "Oltre un terzo delle donne del campo erano incinte, e cinquecento
di loro avrebbero partorito nei due o tre mesi successivi", a conferma
dell'alto tasso di fertilità anche tra la popolazione curda.
Possiamo quindi affermare che i Curdi sono almeno venti milioni, così
distribuiti: dieci milioni in Turchia; sei milioni in Iran; tre milioni in
Iraq; ottocentomila in Siria; trecentomila nella ex U.R.S.S.; trecentomila in
Libano e Giordania e infine la comunità in esilio di oltre trecentomila
persone. Per tutti questi dati bisogna tener conto che, soprattutto in Iraq,
la popolazione curda è oggetto di uno sterminio che rasenta ormai il
genocidio, mentre non sono assolutamente disponibili dati per quanto riguarda
paesi meta di recente emigrazione, quali ad esempio l'Australia.
La religione dei Curdi, prima della conversione all'Islam, era quella
zoroastriana. Di religione zoroastriana sono rimasti ormai solo gli Yezidi,
circa cinquantamila persone, e si trovano quasi tutti nel vilayet di Mosul.
Sono meglio conosciuti come gli "adoratori del diavolo" anche se
questa definizione non é corretta; infatti gli Yezidi non adorano il diavolo
in quanto tale ma credono che Dio lo abbia perdonato e che per questo sia il
diretto intermediario tra Dio e l'uomo. Secondo lo yezidismo Dio é il
creatore del mondo e sette angeli ne sono i conservatori. A capo di questi
angeli v'é Melek Tawus che molti identificano con Lucifero come diavolo.
Questa religione ha elementi in comune sia con l'Islam sia con il
cristianesimo; con il primo condivide la circoncisione e il digiuno, con il
secondo la pratica del battesimo e la divisione del pane.
Il fuoco resta comunque oggetto di adorazione durante il Nawroz, il 21 marzo,
la festa nazionale curda che segna anche il Capodanno. Oggi i Curdi sono quasi
tutti musulmani sunniti: una variante molto diffusa tra i Curdi è il sufismo,
che però rientra nelle due divisioni principali dell'Islam, il sunnismo e lo
sciismo.
La principale setta sufi è la Naqshebendi fondata nel XIV secolo da Muhammad
Baha-ud-Din (1317-1389). Di questa setta fanno parte la maggioranza delle
personalità legate ai movimenti insurrezionali del XX secolo. Del ramo sufi
in generale facevano parte gli sceicchi Obeidullah, Daid di Piran, Mahmoud
Barzindja, e Ahmed Barzani, fratello del piú noto Mustafá Barzani. Molto
importante è anche la setta dervisci dei Qadiri, fondata dal santo Sheikh
Abdul Qadir al-Gilani (1077-1166) e la Ahl-e-Haqq o Ali Ilahi (gli
appartenenti a questa setta credono nella divinità di Ali, quarto Imam e
cugino di Maometto).
Esistono minoranze sciite nella regione del Kermanshah e di Khanaquin dove vi
sono anche minoranze alawite. Infine ricordiamo che fino al 1950 viveva in
Kurdistan un piccola minoranza ebrea, poi emigrata in Israele, che conserva
tuttora le proprie tradizioni curde. Nonostante la stragrande maggioranza dei
Curdi sia musulmana, la conversione all'Islam non é stata indolore; ci sono
stati anche episodi di rinuncia in massa all'Islam da parte dei Curdi di
Berudh nel sud dell'Iraq (il fatto é poco documentato).
I Curdi sono una popolazione indoeuropea (anche se ne esistono varie
tipologie) e la loro lingua appartiene al gruppo iraniano: é solo con il
persiano che esistono delle similitudini linguistiche e non con l'arabo o il
turco che é di origine uralo-altaica. Questa caratteristica linguistica era
giá stata anticipata dallo studioso italiano Maurizio Garzoni che nel XVIII
secolo scrisse la prima grammatica curda: Garzoni é quindi considerato uno
dei padri della lingua curda.
La mancanza di una letteratura scritta non ha mai agevolato la formazione di
un linguaggio uniforme, ma vi sono più dialetti parlati a seconda della zona
di appartenenza. I due grandi gruppi dialettali sono il Curmanci e il Sorani.
Nella zona del Dersim si parla un terzo dialetto, lo Zazai, che da alcuni
linguisti non viene considerato come curdo.
Il Curmanci é parlato nel nord e ovest del Kurdistan e il Grande Zab, il
principale affluente del Tigri, segna il confine oltre il quale si parla il
Sorani. Nell'ambito del Curmanci si é sviluppato un ramo orientale ed uno
occidentale parlati rispettivamente dai Curdi abitanti nell'ex U.R.S.S. e da
quelli di Turchia, Siria, Iraq e Iran settentrionali.
Il vero grande problema del curdo non é tanto la varietà di dialetti quanto
la scrittura. I primi tentativi di utilizzare l'alfabeto latino risalgono agli
anni venti in Siria, dove i Bedir Khan con altri fuoriusciti della Turchia
kemalista misero a punto un tipo di scrittura con caratteri latini adattato al
nuovo alfabeto turco; il nuovo alfabeto curdo si chiamava Hawar, dal nome
della rivista letteraria con la quale veniva diffuso. Contemporaneamente in
U.R.S.S. veniva elaborato un adattamento del curdo all'alfabeto latino che
verrà abbandonato agli inizi degli anni '40 a favore di quello cirillico.
Mentre per il dialetto Curmanci venivano adottati caratteri latini o
cirillici, per il Sorani veniva perfezionato e adattato il sistema di
scrittura arabo, anche per sottolineare l'appartenenza del Kurdistan al mondo
islamico: infatti il Sorani è il dialetto prevalente in Iraq e in Iran.
L'uso, quindi, di due grandi dialetti e tre tipi diversi di scrittura, hanno
impedito la diffusione di una cultura omogenea. Per esempio esistono stridenti
differenze tra il Kurdistan iracheno dove, soprattutto dopo il colpo di stato
di Kassem del 1958, si è potuto scrivere molto di più, e il Kurdistan turco
dove vive una buona metà dell'intera popolazione curda. E soprattutto ne ha
risentito la letteratura classica che ha espresso i suoi capolavori nelle
lingue "nazionali" per permettere una più ampia diffusione.
Il primo libro di storia medievale curda venne redatto in persiano. Si tratta
dello Charaf Nameh (1596), scritto dal principe Sharaf al-Dine di Bitlis e
narra delle differenti dinastie dei principi curdi. Autore importantissimo
della letteratura curda, che scrisse anche in curdo, è Melaye Ahmady Djeziri.
Di lui si sa solo che è vissuto nel quindicesimo secolo e che probabilmente
è morto nel 1458 come è riferito in un manoscritto dell'emiro Djeladet Bedir
Khan, il quale fa coincidere la sua morte con quella del sultano Mehmet Fatih.
Il suo stile è influenzato dal sufismo del famoso mistico persiano Senai. Ci
ha lasciato un "diwan" di duemila versi, che ancora oggi viene
commentato nelle scuole coraniche.
Il grande classico della letteratura popolare curda è Ahmede Khani
(1650-1706) che con il suo famosissimo Memozin tratta anche il tema dell'amore
per la patria. Ecco un passo emblematico del Memozin: "Quando la nostra
disgrazia sarà consunta ed avrà fine? Ci sarà allora amica la fortuna e ci
risveglieremo un giorno dal letargo? Un conquistatore emergerà tra noi e si
rivelerà un re? Se noi avessimo un re, il nostro denaro diverrebbe moneta
battuta, e non resterebbe così sotto la dominazione del turco. Noi non
saremmo rovinati nelle mani del gufo. Dio ha fatto così: ha posto il turco,
il persiano e l'arabo sopra di noi. Mi stupisco del destino che Dio ha
riservato ai Curdi. Questi Curdi che con la sciabola in mano hanno conquistato
la gloria. Come è stato che i Curdi sono stati privati dell'impero del mondo
e sottomessi agli altri? I Turchi e i Persiani sono circondati da muraglie
curde. Tutte le volte che Arabi e Curdi si mobilitano, sono i Curdi che si
bagnano nel sangue. Sempre divisi, in discordia, non ubbidiscono l'uno
all'altro. Se noi fossimo uniti, questo turco, questo arabo e questo persiano
sarebbero i nostri servitori". Il valore artistico del Memozin è
inestimabile, in quanto riporta leggende come il Mame Alan, che fino ad allora
venivano tramandate solo oralmente.
Le tracce di una letteratura curda risalgono al IX secolo, periodo in cui
visse il poeta Dasni Husni le cui opere sono citate nello Charaf Nameh. In
periodi più recenti troviamo i poeti Nali e Uafall, durante l'Ottocento; ma
è nel nostro secolo che si sviluppa una corrente poetica che guarda ai
problemi del tempo con impegno politico e sociale.
Il più noto poeta curdo del nostro secolo è Goran (1904-1962); famosi sono
anche Bekas, Sherko Bekas, Huzni Mukriani (1886-1947), Hajar, Nourredine Zaza
e tanti altri poeti legati soprattutto all'Accademia Scientifica Curda di
Bagdad, che è stata in grado di pubblicare tantissime opere nei periodi di
tranquillità politica dopo il 1958. Qui di seguito si riportano due poesie
che raccontano il dramma curdo:
Io vado (Goran)
Io vado, madre.
Se non torno,
sarò fiore di questa montagna,
frammento di terra per un mondo
più grande di questo.
Io vado, madre.
Se non torno,
il corpo esploderà là dove si tortura
e lo spirito flagellerà,
come l'uragano, tutte le porte.
Io vado...madre...
Se non torno,
la mia anima sarà parola ...
per tutti i poeti.
Neve (Sherko Bekas)
Poveri "montanari",
il vostro amore è una neve...
una neve di quattro stagioni...
Nevica e m'imbianca il verso...
come posso lasciare che cada
nel male, e che si imbronci
il nostro cielo con me?
E come può ingrigire la polvere nera della rabbia
il suo candore bianco?
Abbassare la fronte
per rispetto al Halgurt dei vostri cuori.
Non c'è vita in me se non esplode il tempo
di quella vostra neve, ma non voglio
se non in quella neve morire.
Nella società curda, un posto privilegiato è riservato alla musica, poiché
è il mezzo con il quale si trasmettono storia, poesia e sentimento politico.
La canzone politica ha origini antiche; ne hanno scritte sia Feqehe Teyran nel
XIV secolo che Ahmede Khani nel XVII. Dal punto di vista tecnico si può
notare che la musica curda è di tipo modale: il "modo" curdo
somiglia al modo dorico tanto quanto il flamenco spagnolo. Tale somiglianza può
essere spiegata col fatto che l'invasione dorica dell'Ellade nel 1200 a.C.
coincide con l'apparizione dei Medi. Oltre al legame storico, il modo curdo ha
la stessa "passionalità" del flamenco sia nell'esecuzione, che
coinvolge completamente l'artista (in curdo non c'é distinzione tra la parola
"musica" e colui che suona lo strumento), sia nell'ascolto che rende
l'ascoltatore partecipe a volte fino alle lacrime: tali caratteristiche comuni
le ritroviamo anche nella danza, dove gli elementi di somiglianza sono anche
più evidenti.
Il ramo più tipico della canzone kurda tradizionale è il Dengbej. Il Dengbej
è una sorta di "canto parlato" per una voce solista melodicamente
modulata, senza cadenze ritmiche e sovente senza accompagnamento strumentale;
in genere si tratta di composizioni tristi, assai lunghe e lente. Un altro
ramo della musica kurda è l'"Arbane", suonato con grandi
tamburelli, uno strumento musicale nato circa tremilacinquecento fa in
Mesopotamia. Tra gli strumenti musicali in uso tra i Curdi c'è anche il blur
e il duduk, che sono due modelli di flauti, e il più tipico tenbur, un liuto
a sei corde con un manico di circa un metro e la cassa di risonanza
somigliante a quella di un mandolino. Un'ultima curiosità: l'inventore del
plettro oltre che direttore della famosa scuola islamica di musica fondata
dagli Arabi a Cordoba si chiamava Ziriyab (789-857) ed era un Curdo.
CAP. 1 - LE ORIGINI
Le origini del popolo curdo sono oscure e tuttora oggetto di controversia. La
tesi più verosimile è che si tratti di una popolazione indoeuropea
stabilitasi nella regione che abbiamo definito Kurdistan, e che per motivi
geografici sia entrata in contatto con le popolazioni iraniche. Secondo B.
Nikitine c'è anche la possibilità che si tratti di una popolazione autoctona
come i Caldei, i Georgiani e gli Armeni, che in seguito abbia adottato un
idioma iranico.
Sull'origine dei Curdi abbondano le leggende; secondo una di queste leggende
citata da Masudi, uno storico arabo del X secolo, nelle "Preghiere
d'Oro", un re persiano decise di mandare come omaggio a re Salomone
quattrocento verginelle. La carovana che le trasportava fu però assalita dal
diavolo, e le verginelle caddero in tentazione. Relegate su montagne lontane,
le concubine infedeli ed empie che avevano ceduto alle tentazioni del diavolo,
avevano dato alla luce dei bambini, che sposatisi tra di loro avevano dato
vita alla razza dei Curdi.
Un'altra leggenda molto famosa narra del tiranno Zuhak che aveva due tumori
sulle spalle che gli procuravano dolori indicibili, in quanto ne uscivano
fuori due serpenti che si nutrivano del suo cervello. I medici non sapevano
come guarirlo, ma Satana gli consigliò di mettere sulle ferite due cervelli
di adolescenti ogni giorno. Il tiranno, impietositosi delle sue vittime,
cominciò a sostituire il cervello degli adolescenti con quello di pecore, e
così gli scampati si rifugiarono sulle montagne, dove si moltiplicarono col
tempo.
Intanto in città viveva un fabbro di nome Kawa i cui nove figli erano stati
uccisi dal tiranno. Kawa, rivoltatosi per la morte del suo ultimo figlio, fece
del suo grembiule uno stendardo e raccolse così tutti gli abitanti della
montagna, con i quali attaccò il palazzo del tiranno, che fu messo a morte.
Tutto questo succedeva il 21 marzo del 612 a.C., per cui i Curdi considerano
Kawa il loro padre e i giovani della montagna i loro antenati, e il 21 marzo
rimane la festa nazionale del Nawroz (nuovo anno).
Il documento più antico di provenienza certa che riferisce di un popolo che
può essere quello curdo è senz'altro l'Anabasi di Senofonte. Sull'Anabasi
studiò anche Alessandro Magno, prima che partisse alla conquista della
Persia. La storia racconta di un esercito di diecimila mercenari greci al
seguito di un principe persiano, che partecipò ad una guerra di secessione
persiana. Dopo che il principe persiano fu ucciso a tradimento, i diecimila
iniziarono la ritirata passando per i monti Zagros. Qui si imbatterono nei
Karduki, che facendo rotolare dei massi dalle montagne, riuscirono a rompere
la gamba ad un soldato greco: questo avveniva tra il 401 e il 400 a.C.
Esistono inoltre antiche scritture sumere risalenti al 2000 e al 1000 a.C.,
che riferiscono l'una di una regione chiamata Karda-ka e l'altra Kurti-e.
Altre scritte cuneiformi parlano del popolo dei Guti o Kuti, che gli Assiri
riportano come Gardu o Kardu. Sono queste tribù Kuti che formano l'impero dei
Medi o ne vengono integrati? Abbiamo notizia tramite tavole in pietra
ritrovate nei pressi del lago Urmia, che tra l'825 e l'800 a.C. il re
dell'Ararat Menouash, conosciuto anche col nome di Mani Chari Chanamei,
effettuò delle spedizioni contro i re assiri Selim Nasser e Atur Naz Brial,
per evitare che fossero loro ad attaccare il suo reame. Certa è la presa di
Ninive, capitale dell'Assiria, nel 606 a.C., da parte dei Medi che verranno
poi sconfitti da Ciro il Grande, il quale non riuscì mai ad assoggettarli
completamente per motivi squisitamente geografici.
Con l'espansione arabo-islamica, la storia dei Curdi comincia ad essere certa.
Il primo contatto tra Arabi musulmani e Curdi avvenne con l'occupazione di
Tikrit e Hulwan nel 637. Masudi riferisce delle varie spedizioni che il
califfo Omar dovette inviare contro i Curdi di Ahwaz nell'attuale Khuzestan, i
quali si battevano per al-Hurmuzan, il governatore persiano di quella regione.
Quantunque l'Islam fosse stato imposto, il curdo più famoso è anche il
grande campione della "nuova religione". Si tratta di Saladino (curdo
di padre), il grande guerriero musulmano che nel 1192 sconfisse i Crociati di
Riccardo Cuor di Leone, dopo aver riconquistato Gerusalemme nel 1187. Nato a
Tikrit (città natale di Saddam Hussein e di gran parte dei quadri
dell'esercito iracheno), fondò la dinastia Ayyubi che rimase al potere nel
regno d'Egitto e Siria ed arrivava ai confini dei monti Zagros; la dinastia si
estinse nel 1252. E' difficile capire come mai Saladino non divenne re del
Kurdistan, visto che i Curdi combatterono per lui: è certo però che in
"patria" gli fu contestata addirittura la leadership della dinastia
Ayyubi.
Tra l'XI e il XVI secolo il Kurdistan visse tre invasioni. La prima, quella
turca, risale al 1051; la seconda dilagò nel XIII secolo quando i Curdi, che
erano già in guerra contro l'impero degli Ilkhan persiani, si trovarono a
fronteggiare la grande invasione mongola. Oltre al confronto militare, i
mongoli sfruttarono le rivalità tra Curdi e cristiani, nei loro tentativi di
penetrazione.
Le principali battaglie furono quelle di Chahrizur nel 1247, di Diyarbekir nel
1252, di Kermanshah e Arbil nel 1257, e infine nel 1259 nell'Hakkiari e a
Djezire. In questa occasione fu decisiva l'alleanza dei principi curdi con i
sultani mamelucchi, che insieme riuscirono a sconfiggere i mongoli. L'ultima
invasione fu quella di Tamerlano (Timur-lenk) il grande conquistatore
turcomanno che si scontrò con i Curdi nel 1402. Tamerlano rimase affascinato
dal senso della giustizia del principe curdo di Bitlis, e ciò valse un buon
grado di autonomia anche ad altri principati curdi finché rimase in vita. La
morte di Tamerlano portò infatti a guerre sanguinose con altre tribù
turcomanne: soprattutto la tribù Ak-Konyunlu, della dinastia Bayandur,
praticherà una politica sistematica di sterminio nei confronti dei Curdi.
Ancora un secolo di guerre sconvolse il Kurdistan fino alla battaglia di
Gialdiran nel 1514, che vide lo scontro fra i due grandi imperi del Medio
Oriente, il persiano e l'ottomano. Il trattato di Gialdiran che ne seguì,
sancì la definitiva divisione del Kurdistan in due sfere di influenza, ma fu
proprio sfruttando la rivalità fra lo Shah di Persia e il Sultano ottomano
che i principati curdi riuscirono a garantirsi una propria autonomia.
Il trattato fece passare sotto il controllo della Sublime Porta la maggior
parte del territorio curdo e Selim I, il Sultano che lo firmò, diede una
organizzazione di tipo feudale ai nuovi territori nominando governatore unico
Hakim Idriss, principe di Bitlis. Fu proprio Idriss che organizzò
amministrativamente il territorio in sangiaccati, creando una serie di
province cuscinetto ai confini con la Persia e la Georgia. Diversa era invece
la situazione in Persia dove lo Shah Ismail cercò di imporre ai territori
curdi solo governatori persiani. La stabilità politica venne così raggiunta
sia sfruttando le rivalità fra Shah e Sultano sia conservando la maggiore
autonomia concessa dalla Sublime Porta. Nei secoli successivi si svilupparono
le arti e la letteratura e, all'inizio del XIX secolo, troveremo una società
curda identica a quella descritta nello Charaf Nameh due secoli prima. Il
tramonto dell'impero ottomano segnerà anche la fine dell'autonomia dei
principati curdi. I primi sollevamenti dei feudatari, gelosi dei privilegi
acquisiti o aspiranti ad una maggiore giustizia sociale, caratterizzeranno
tutti gli avvenimenti storici del XIX secolo.
Kuwait
All'inizio del XIX secolo il Kuwait vantava un porto attivissimo, ma purtroppo
all'orizzonte - nel senso letterale del termine - si stavano delineando i primi
problemi. Non si è mai saputo con certezza se il Kuwait sia stato parte
dell'impero ottomano, sebbene la storia ufficiale del paese sostenga fermamente
che lo sceiccato sia sempre rimasto indipendente dal dominio turco. Durante la
seconda metà del XIX secolo i kuwaitiani mantennero buoni rapporti con i turchi
riuscendo con molta abilità a non lasciarsi assorbire dal loro impero, mentre i
turchi cercavano in ogni modo di rafforzare il loro potere sull'Arabia orientale
(all'epoca conosciuta come Al-Hasa).
Questo passo portò alla ribalta una figura di primaria importanza per la storia
del Kuwait moderno: quella dello sceicco Mubarak al-Sabah al-Sabah, comunemente
conosciuto come Mubarak il Grande, che regnò dal 1896 al 1915. Mubarak non si
fidava affatto della Turchia ed era convinto che Costantinopoli avesse in mente
di annettersi il Kuwait. Passò quindi all'azione e per prima cosa assassinò
suo fratello, l'emiro, quindi fece lo stesso con un altro fratello e s'installò
sul trono come regnante. Nel 1899 Mubarak firmò il seguente accordo con
l'Inghilterra: in cambio della protezione navale inglese, egli prometteva di non
cedere territorio né di chiedere aiuto né di procedere a negoziati con
qualsiasi altro stato straniero senza il consenso britannico. L'obiettivo
dell'Inghilterra nel firmare tale trattato era quello di tenere la Germania, in
quel momento principale alleato e sostenitore finanziario della Turchia, lontana
dal Golfo Persico. I turchi intanto continuavano a rivendicare la loro sovranità
sul Kuwait pur non essendo in grado di far valere le loro pretese.
All'inizio degli anni '20 il Kuwait si trovò più volte a dover fronteggiare e
respingere gli attacchi dell'esercito di Abdul Aziz bin Abdul Rahman Al-Saud, il
fondatore della moderna Arabia Saudita. Nel 1923 si pose fine ai combattimenti
con un trattato cui gli inglesi fecero da tramite e che ebbe come conseguenza,
nel 1934, l'ottenimento di una concessione da parte di una società petrolifera
anglo-statunitense conosciuta come Kuwait Oil Company (KOC). I primi pozzi
furono scavati nel 1936 e alla fine del 1938 era ormai risaputo che il Kuwait
galleggiava praticamente nel petrolio. Lo scoppio della seconda guerra mondiale
obbligò la KOC a sospendere le operazioni estrattive, ma al termine della
guerra, quando le esportazioni di petrolio cominciarono a decollare, l'economia
del Kuwait fece altrettanto; a mano a mano che il paese si arricchiva si
registravano miglioramenti straordinari nel campo della sanità, dell'istruzione
e in generale nel livello di vita dei suoi abitanti.
Il 19 giugno 1961 il Kuwait divenne uno stato indipendente e con le elezioni
dell'anno seguente venne costituita la prima Assemblea Nazionale. La maggior
parte dei seggi fu accaparrata dai membri delle più ricche famiglie del paese,
ma i radicali riuscirono fin dall'inizio ad assicurarsi un punto d'appoggio
all'interno del governo. Nell'agosto del 1976 il governo si dimise sostenendo
che l'assemblea aveva reso praticamente impossibile l'amministrazione quotidiana
del paese. L'emiro sospese la costituzione, sciolse l'assemblea e chiese al
principe ereditario (al quale per tradizione è anche affidato l'incarico di
primo ministro) di formare un nuovo governo. Non furono indette nuove elezioni
che nel 1981, ma la nuova maggioranza si rivelò turbolenta come la prima e il
parlamento venne nuovamente sciolto nel 1986.
Nonostante le tensioni economiche e politiche, le prospettive economiche del
paese (e del Golfo) sembravano molto favorevoli, soprattutto al termine della
lunga guerra che per otto anni aveva visto Iran e Iraq su fronti opposti. Piombò
quindi come un fulmine a ciel sereno la lettera inviata dall'Iraq il 16 luglio
del 1990 al segretario generale della Lega Araba, con la quale si accusava il
Kuwait di aver superato la sua quota OPEC e di aver sottratto petrolio al
settore iracheno di un campo petrolifero situato a cavallo del confine. Il
presidente iracheno Saddam Hussein minacciava un'azione militare. Nelle due
settimane successive una serie di inviati si fece in quattro per offrire
all'Iraq un modo per ritirarsi dal conflitto senza perdere la faccia, ma non ci
fu niente da fare: i carri armati iracheni entrarono a Kuwait City il 2 agosto
ed entro mezzogiorno avevano raggiunto la frontiera saudita. L'emiro e il suo
governo fuggirono in Arabia Saudita.
Le Nazioni Unite approvarono immediatamente una serie di risoluzioni con le
quali si chiedeva all'Iraq di ritirarsi dal Kuwait, ma gli iracheni risposero
dichiarando di essere entrati in Kuwait su invito di un gruppo di kuwaitiani
ribelli che sostenevano di aver rovesciato l'emiro. L'8 agosto l'Iraq annesse
l'emirato. I paesi occidentali, sotto la guida degli Stati Uniti, iniziarono a
mettere in pratica un embargo commerciale decretato dalle Nazioni Unite e nei
mesi successivi oltre mezzo milione di soldati stranieri si acquartierarono in
territorio saudita.
Alla fine di novembre gli USA e l'Inghilterra riuscirono a ottenere dalle
Nazioni Unite una risoluzione che autorizzava l'uso della forza per scacciare
gli iracheni dal Kuwait se questi non se ne fossero andati spontaneamente entro
il 15 gennaio 1991. La scadenza fu superata senza che gli iracheni accennassero
a muoversi e nel giro di poche ore ondate successive di aerei alleati
(soprattutto americani) diedero il via a una campagna di bombardamenti sull'Iraq
e sul Kuwait durata cinque settimane. L'offensiva di terra, quando fu infine
avviata, rivelò immediatamente la debolezza dell'avversario, perché in sole
cento ore l'esercito iracheno si disintegrò completamente. Alla fine di
febbraio, le forze alleate entrarono a Kuwait City asfissiando in nere e
pungenti nuvole di fumo causate dall'incendio di centinaia di pozzi di petrolio,
cui gli iracheni avevano dato fuoco a mano a mano che si ritiravano.
Il governo si diede subito da fare non solo a ricostruire il Kuwait, ma a
ricrearlo esattamente com'era prima dell'invasione irachena, mentre nel paese si
scatenava un acceso dibattito sul futuro politico. Per mantenere una promessa
che la sinistra aveva strappato all'emiro durante l'occupazione, nell'ottobre
1992 si tennero le elezioni per una nuova Assemblea Nazionale. L'opposizione
sbalordì il governo con la conquista di oltre 30 dei 50 nuovi seggi
parlamentari e di sei dei 16 incarichi governativi all'interno dell'esecutivo,
sebbene la famiglia Al-Sabah riuscisse a mantenere il controllo di ministeri
d'importanza fondamentale come la difesa, gli affari esteri e quelli interni.
Entro il secondo anniversario dell'invasione il governo del Kuwait era ormai
riuscito a cancellare quasi completamente le ferite della guerra e
dell'occupazione, ma i rapporti con l'Iraq rimanevano molto tesi. Nel 1994 il
Kuwait condannò diversi iracheni con l'accusa di aver tentato di assassinare il
presidente americano George Bush nel corso della sua visita nell'emirato l'anno
precedente. Secondo il Kuwait, il complotto era stato scoperto e sventato
all'ultimo momento.
Oggi il Kuwait dedica molte risorse alla rimozione delle mine sul suo territorio
e a cercare di porre rimedio ai danni ambientali causati dagli iracheni durante
la ritirata, operazioni sovvenzionate dalle Nazioni Unite con la somma di US$5,9
miliardi. La legge prevede che il dieci per cento dei profitti ricavati
dall'esportazione del petrolio venga investito in un fondo destinato a essere
utilizzato il giorno in cui le imponenti riserve petrolifere del Kuwait
venissero a mancare. All'ordine del giorno dei politici ci sono anche i diritti
delle donne: nel maggio 1999 l'emiro decretò che le donne avrebbero potuto
votare per la prima volta e presentarsi come candidate nelle elezioni del 2003,
ma tale mozione non è stata approvata dal Parlamento.
Dopo la caduta di Saddam Hussein, Kuwait e Stati Uniti discutono sulla
possibilità di investire gli indennizzi dovuti al Kuwait a titolo di
risarcimento dei danni subiti nel settore petrolifero durante e dopo
l'occupazione irachena (per un ammontare di circa 20 miliardi di dollari), nel
settore petrolifero iracheno, dopo la sua privatizzazione.
I musulmani entrarono in India molto presto nella loro storia, già nell'VIII
secolo il califfato conquistò il Sindh, regione occidentale del subcontinente
indiano, ma fu solo nel XIII secolo che l'islam entrò prepotentemente in
tutta l'India settentrionale con l'invasione turco-afghana che portò alla
creazione del sultanato di Delhi nel 1206.
Da allora l'induismo e l'islam hanno convissuto insieme, all'inizio i
musulmani erano solo una ristretta minoranza di conquistatori ma poi molti si
convertirono e l'islam entrò a far parte delle tante tradizioni religiose
indiane senza grandi contraddizioni nonostante la religione più monoteista
della storia si trovasse a convivere con adoratori di idoli con pantheon dallo
spropositato numero di divinità. Nonostante molti ulama (i dottori della
legge coranica) cercassero di spingere i governanti a forzare gli indù alla
conversione e ad imporre le leggi della sharia quasi tutti i governi islamici
cercarono la collaborazione degli indù, anche perché questi ultimi erano
numericamente molto superiori a loro e non era possibile pensare di governarli
solo con la forza bruta.
Col passare del tempo l'islam smise di essere solo la religione dei potenti
conquistatori, il sultanato cadde, nuovi stati più piccoli si formarono,
alcuni indù e altri musulmani, poi vi fu la creazione dell'impero Mughal nel
1526, il più grande stato musulmano (e non) della storia indiana prima
dell'India britannica. Fino alla conquista inglese non vi furono scontri
comunitari, essi incominciarono per via della politica del governo coloniale.
Gli inglesi, come i sultani di Delhi e gli imperatori mughal, si trovavano ad
avere il problema di governare una moltitudine di indiani avendo a
disposizione un numero di forze molto limitato. Anche allora l'India era molto
popolata, se vi fosse stata dunque una sommossa generale, o anche di gran
parte della popolazione, l'esercito per quanto molto meglio armato e
addestrato avrebbe avuto la peggio, dunque gli inglesi scelsero in un primo
tempo di non immischiarsi troppo nelle faccende sociali e religiose indiane e
lasciare che loro vivessero secondo i loro costumi, dal momento che alla fine
ciò che era importante era che l'India pagasse le tasse e fornisse uomini per
l'esercito imperiale.
Questo atteggiamento cambiò con la grande rivolta del 1857-58, quando molti
dei soldati indiani dell'esercito britannico si ammutinarono e furono seguiti
da una considerevole parte della popolazione. Tutto inizio dalle voci secondo
cui le cartucce di un nuovo fucile erano unte con grasso di vacca (sacra agli
indù) o di maiale (immangiabile per i musulmani), e che avrebbero dovuto
essere prese con i denti nel processo di caricamento. Vi erano certo altre
cause, come la paga di molto inferiore ricevuta dagli indiani in confronto ai
soldati inglesi, ma il fatto che fosse stata una motivazione religiosa ad
essere la miccia della grande rivolta (che per quanto destinata in partenza
alla sconfitta andò molto vicina a cacciare gli inglesi dall'India) convinse
il governo coloniale che non si poteva più lasciare gli indiani a briglia
sciolta. Oltre a varie riforme dell'esercito per aumentare il numero di
soldati inglesi e per escludere quelle categorie sociali che erano state
coinvolte nella grande rivolta per mantenere più facilmente il controllo i
britannici cercarono l'alleanza dei ceti dominanti. Questo ebbe una
conseguenza che può sembrare assurda, e cioè che gli inglesi divennero i
primi difensori del sistema castale e delle leggi tradizionali.
Il dominio inglese aveva causato un terribile impoverimento dell'India, le cui
risorse economiche erano risucchiate dai colonizzatori per finire tutte nella
madrepatria, questo causò anche un irrigidimento della società. Non era
possibile creare industrie locali (come gli ultimi governanti prima della
dominazione britannica stavano tentando di fare), perché l'India doveva
essere solo una produttrice di materie prime, agli occhi degli inglesi non era
affatto necessario lo sviluppo economico, anzi era controproducente perché
avrebbe creato concorrenza per le industrie inglesi. Così L'India si bloccò
magicamente diventando quella che gli studiosi orientalisti europei
descrivevano come una terra senza storia e senza progresso. Gli inglesi
utilizzarono molti orientalisti come consiglieri per sapere come agire nei
confronti della popolazione, come cioè essa doveva essere governata, e questo
finì per essere disastroso per l'India. Gli orientalisti non sapevano né
capivano nulla, erano tutti presi a creare il mito della superiorità
occidentale e diversi di loro non erano nemmeno mai stati realmente in India,
conoscevano solo gli antichi testi della tradizione, e partendo dal
presupposto che gli indiani non conoscono il progresso pensarono bene che
governarli significasse applicare leggi contenute in testi vecchi di 15-20
secoli, perché tanto nel frattempo la società non doveva essere cambiata.
Così gli inglesi con la loro politica economica e il loro governo fecero
nascere la cosiddetta "India tradizionale", in pratica cioè
crearono loro quell'idea di India che era nella mente degli orientalisti.
Purtroppo accanto ai movimenti per le riforme sociali e religiose e per
l'ottenimento dell'indipendenza si svilupparono anche i movimenti
tradizionalisti, essi sono sopravvissuti fino ai giorni nostri e hanno avuto
un peso sostanziale nell'aiutare gli inglesi a creare una frattura fra indù e
musulmani, convincendo una parte notevolmente larga della popolazione che
essere indiano significava essere indù.
Per quanto riguarda i musulmani il governo coloniale ebbe l'idea di usarli per
creare scompiglio nella società indiana. Dal momento che dalla fine dell'800
i movimenti riformisti che aspiravano ad una futura (per quanto graduale e
magari non totale) indipendenza dell'India si facevano sempre più forti
quando nel 1906 l'Aga Khan (il capo dei musulmani ismaeliti) chiese udienza al
vicerè lord Morley chiedendo, in nome dell'importanza storica e culturale
dell'islam, degli elettorati separati per i musulmani e una iperrappresentanza
che desse loro un numero di seggi superiore alla loro reale presenza
demografica la sua richiesta fu subito accolta. In questo modo privilegiando i
musulmani gli inglesi si aspettavano di creare un altro strato della
popolazione che sarebbe diventato filobritannico perché in cerca della
protezione inglese (come già erano i principi, i proprietari terrieri e i
grandi mercanti), mettendo l'uno contro l'altro indù e musulmani.
Sempre nel 1906 si ebbe la creazione della lega musulmana (muslim league) che
si proponeva di rappresentare gli interessi politici dei musulmani indiani e
fare da contraltare al congresso (all-India congress), che era fino ad allora
il principale partito politico che lottava per ottenere una indipendenza
almeno limitata.
Ma questo fu solo l'inizio, perché la lega e il congresso per quanto divisi
su alcuni punti miravano entrambi all'indipendenza dell'India, e su questo
almeno inizialmente trovarono un accordo comune che li fece unire in alleanza.
Tuttavia i rapporti comunitari erano destinati a deteriorarsi in maniera
decisiva negli anni a venire. Proprio in quel periodo (1905) vi fu la
decisione da parte del vicerè lord Curzon di dividere in due il Bengala.
Curzon era un efficientista e la regione del Bengala era la più vasta e
popolosa dell'India britannica, pensava dunque di dividerla per migliorare la
possibilità di governarla, e decise per una divisione di tipo religioso: da
una parte i territori a maggioranza indù e dall'altra quelli a maggioranza
musulmana. Questa decisione portò a violenti moti di protesta ma fu attuata
comunque. I musulmani che vivevano nel Bengala orientale dopo la spartizione
godettero di condizioni migliori, avendo l'opportunità di accedere
all'amministrazione pubblica (per decisione del governo coloniale), ed erano
quindi restii a protestare anche loro contro la spartizione, il movimento di
protesta proseguì ancora a lungo ma a poco a poco calò di intensità. Non
esisteva ormai più quando salì al trono Giorgio V nel 1911, il re, che
quando aveva visitato l'India era rimasto colpito dalle proteste per la
spartizione, la fece revocare quando ormai sembrava una cosa fatta e pareva
non ce ne fosse più ragione. Questa decisione deluse profondamente i
musulmani, i quali persero totalmente fiducia negli inglesi che apparivano
agire illogicamente ed essere contrari all'islam, così le correnti politiche
più radicali ebbero la meglio nel rilanciare l'idea della difesa degli
interessi della comunità musulmana, vista sempre di più come una comunità a
parte e sempre più circondata da nemici.
Il congresso e la lega negli anni che li videro lottare per l'indipendenza
passarono dall'alleanza al conflitto, soprattutto per la questione degli
elettorati separati e perché da parte della dirigenza del congresso c'era
l'idea di fondo di voler fare l'India da soli in quanto veri unici
rappresentanti del popolo indiano, mentre la lega era vista come una
organizzazione settaria senza alcun diritto di autorità. Dopo 20 anni di
tentativi di accordo nel 1937 Ali Jinnah, capo della lega musulmana, decise
che non era possibile scendere a patti col congresso ed era necessario
distruggerlo. Fu in quel periodo che nei suoi discorsi incomincio a nascere
l'idea del Pakistan, di una terra in cui i musulmani avrebbero potuto essere
padroni e non sempre una minoranza bisognosa di protezione, ed anche l'idea
che i musulmani fossero una comunità staccata ed altra rispetto al resto
della popolazione indù (idea che storicamente non ha alcun fondamento, e che
probabilmente lo stesso Jinnah non intendeva in maniera così netta come poi
fu applicata).
Gli incidenti inter-comunitari crebbero di anno in anno, e ai vertici un
accordo era ormai impossibile. Nehru, a capo del congresso, e Gandhi, che
anche quando si ritirò ufficialmente dalla politica comunque esercitava la
sua autorità, erano entrambi assolutamente contrari all'idea della divisione
dell'India, tuttavia negli anni '40 chiunque osservasse la situazione con un
po' di realismo si rendeva conto che ci si era spinti ormai troppo oltre e,
una volta ottenuta l'indipendenza alla fine della guerra, la separazione
sarebbe stata inevitabile.
Nel 1946 si cercava di definire i termini del passaggio dei poteri agli
indiani, ma il congresso e la lega continuavano a litigare stupidamente
rendendo di fatto vane le trattative. Il 16 agosto la lega indisse una
giornata di protesta per dimostrare il suo effettivo seguito popolare, il
risultato fu lo scoppio a Calcutta di una tremenda guerra civile che causò in
meno di un mese più di 4000 morti e 10000 feriti e che si diffuse a tutto il
resto dell'India provocando continui episodi di violenze e distruzioni che non
era più possibile fermare.
Il 15 agosto 1947 si ebbe la creazione dell'India e del Pakistan, ma essa
avvenne in un bagno di sangue. Il Punjab, la storica regione culla di tutti i
più grandi stati dell'India del nord, venne diviso a seconda della religione
dei suoi occupanti, gli scontri furono seguiti da immense emigrazioni di
milioni di indù che fuggivano dal Pakistan e musulmani che fuggivano
dall'India causando nel solo Punjab circa 180000 morti. La divisione ha
inoltre creato due stati separati e nemici occupati a pensare di distruggersi
l'un l'altro, segno che l'andare per la propria strada spesso non è sinonimo
di pace.
Non si parla qui di Gandhi o di Nehru e delle loro idee politiche perché
sarebbe troppo lungo, però affinché questa storia abbia un senso è
necessario dire qualche parola riguardo ai protagonisti che nel bene e nel
male l'hanno creata.
Chi ha gettato il seme che ha portato a questa divisione che ora sembra così
irrevocabile non è stato l'induismo pervaso di tradizionalismo, né il
classico fanatismo che è attribuito ai musulmani, ma è stata colpa degli
inglesi, dei loro interessi economici e politici.
Gandhi è morto nel 1948, era allora un uomo molto triste e deluso che vedeva
il suo sogno di un'India ambasciatrice della non violenza nel mondo sfumare
per sempre. All'inizio di quell'ultimo anno di vita tuttavia trovò comunque
la forza per lottare ancora e cercare almeno di diminuire il massacro,
minacciando di lasciarsi morire di fame fermò magicamente la popolazione di
Delhi dall'unirsi alla guerra civile. Pochi giorni dopo venne ucciso da un
integralista indù. Fu allora che l'immensa ondata di violenza che si era
propagata di colpo si fermò, l'assasinio (insensato anche perché Gandhi
aveva allora già 77 anni) di colui che non aveva mai fatto differenze fra indù
e musulmani riportò le folle alla ragione mostrandogli la futilità dei loro
gesti. Fu così che il Mahatma ottenne con la sua morte quello che
all'apparenza non aveva mai ottenuto in vita con tanti movimenti di protesta
non violenta in India.
Nehru ebbe poi in mano le redini dello stato indiano per vent'anni, ed è a
lui che si deve il carattere laico dell'India moderna. Senza di lui le forze
conservatrici avrebbero creato uno stato indù integralista esattamente come
poi è divenuto integralista il Pakistan. Lo si può accusare di non aver mai
voluto trovare un accordo con la lega, creando poi una spaccatura decisiva, ma
non lo fece mai con l'idea di fare qualcosa contro i musulmani, ma per la
volontà di creare uno stato che rappresentasse tutti i mille volti
dell'India.
E per ultimo Jinnah. Il Pakistan viene additato come un esempio del fanatismo
musulmano. Jinnah non era un uomo religioso, e non gli è mai interessato
difendere l'islam in quanto religione, lui voleva difendere la comunità
islamica, le persone. Se poi la storia del Pakistan ha preso una certa
direzione non è colpa sua né dell'islam o dei Pakistani, sarebbe successa la
stessa cosa in India senza la fortissima personalità di Nehru, perché ormai
non bastavano più le buone intenzioni dei protagonisti per evitare la
tragedia. La colpa è da attribuire alla Storia stessa, quella con la S
maiuscola, perché nella vita degli uomini come delle nazioni quando si
oltrepassano certi limiti poi si può solo precipitare, e se questa storia
nella Storia ha qualcosa da insegnare è proprio di fermarsi prima che quel
limite venga superato.
In compenso, il generale Aziz parla punjabi, la lingua della provincia del
Punjab che domina il Pakistan; inoltre, Aziz è uno dei dirigenti del clan
dei Sudhan, forte di 75mila elementi, noto per la sua solida tradizione
religiosa e guerriera. Sono loro che controllano il distretto di Poonch,
nella parte pakistana del Kashmir. All'inizio del 1999, il generale Aziz,
grazie alle sue radici nel Kashmir, pianifica e organizza l'invasione della
regione di Kargil, dal lato indiano della linea del cessate il fuoco (2).
Prima e dopo la guerra in Afghanistan, ha sempre diretto le attività dei
servizi segreti pakistani in questo paese. Ha organizzato campi di
addestramento al confine tra Afghanistan e Pakistan per due reti di
organizzazioni islamiste. Il più importante, Lashkar-e-Taiba, è formato
per lo più da pakistani, ma anche da numerosi afghani membri della polizia
politica dei taliban incaricata della repressione degli oppositori. L'altro,
Harakat-ul-Ansar, ha tra l'altro dirottato verso Kandahar, nel gennaio 2000,
un aereo delle linee regolari indiane ed è stato denunciato come «gruppo
terrorista» dagli Stati uniti nel 1997; fu uno dei bersagli dei missili
lanciati il 20 agosto 1998, diretti sulle infrastrutture di bin Laden come
rappresaglia dopo i due attentati alle ambasciate americane in Kenya e
Tanzania. Le origini di questa linea intransigente, che ha preso il
sopravvento tra le forze armate pakistane, risalgono al movimento
d'indipendenza del Bangladesh e all'appoggio indiano alla secessione del
1971. L'umiliante sconfitta pakistana in questo conflitto ha traumatizzato
l'esercito.
Un'intera nuova generazione di ufficiali è cresciuta con la ferma
determinazione di ottenere la parità militare e politica con l'India.
La generazione degli ufficiali cosmopoliti educati nel collegio militare
britannico di Standhurst - rappresentata dall'ex presidente Ayub Khan
(1958-1971) - è stata sostituita da una nuova leva di ufficiali usciti dai
ceti medi e rurali, più limitati e meno cosmopoliti. Molti di essi si sono
mostrati sensibili all'appello degli islamisti e dei gruppi che si sono
bruscamente sviluppati con l'incoraggiamento del regime del presidente Zia
Ul Haq (1977-1988) durante la guerra d'Afghanistan. Zia Ul Haq ha
deliberatamente fatto crescere una casta potente di ufficiali, concentrati
nei servizi segreti e animati da un'ideologia che coniuga il nazionalismo
anti-indiano e il messianesimo islamico.
Il 29 giugno 1988, sei settimane prima di morire, il dittatore spiegava, nel
corso di un colloquio, che il suo obbiettivo era un «nuovo allineamento
strategico» nell'Asia del sud. Il Pakistan - diceva - ha bisogno di uno
stato satellite in Afghanistan, in modo da garantire la stabilità del suo
fianco occidentale e da poter affrontare l'India senza temere di essere
preso alle spalle. Inoltre, aggiungeva, il Pakistan è in grado di dirigere
una confederazione pan-islamica. «Voi americani avete voluto che fossimo
uno stato di frontiera. Col nostro aiuto in Afghanistan, abbiamo ottenuto il
diritto di avere a Kabul un regime scelto da noi. Ci siamo presi dei rischi
per avere questo ruolo e non consentiremo che la situazione regionale
ritorni quella di prima, con l'influenza indiana e sovietica e
rivendicazioni sul nostro territorio.
Vedrete che a vincere contro i musulmani dell'Unione sovietica sarà un
giorno un vero stato islamico, una vera confederazione islamica, una parte
della rinascita pan-islamica. Tra Pakistan e Afghanistan saranno aboliti i
passaporti. E forse un giorno si uniranno a noi il Tagikistan e l'Uzbekistan
e, perché no, anche l'Iran e la Turchia».
L'affermazione di un islam militante nell'Asia meridionale si spiega con
l'appoggio incondizionato dato dagli Stati uniti a Zia Ul Haq e ai suoi
servizi segreti, l'Interservices Intelligence Directorate (Isi), durante la
guerra d'Afghanistan. L'amministrazione Reagan perseguiva un obiettivo di
corto respiro rispetto all'avventura dei sovietici in Afghanistan: lasciare
che si dissanguassero e vi si impantanassero in modo da costringerli ad
allentare la pressione in altri punti. Washington ha commesso l'errore
storico di lasciare che il Pakistan decidesse quali gruppi della resistenza
afghana avrebbero intascato la maggior parte dei tre miliardi di dollari che
gli Stati uniti e i loro alleati avrebbero investito nel conflitto. L'Isi ha
dato la preferenza ai gruppi estremisti che rappresentavano una piccola
minoranza di afghani. Incoraggiando le associazioni islamiche militanti del
mondo intero a unirsi alla jihad in Afghanistan, la Cia ha commesso un altro
errore.
Il paese è diventato una base per Osama bin Laden e per vari gruppi durante
la seconda metà degli anni '80, mentre i Sovietici erano ancora presenti
nel paese. Un'ondata che si è intensificata con l'appoggio dell'Isi e della
Cia anche dopo la loro partenza nel 1989 e a causa della resistenza, del
tutto imprevista, del regime filo-comunista.
Agli avvertimenti che arrivavano loro da più parti che il mostro che
stavano creando potesse sfuggire al loro controllo, i dirigenti americani
rispondevano: più gli jihadisti saranno militanti, più combatteranno
fanaticamente i russi o i loro alleati. I responsabili pakistani di questa
politica, gli ex-generali dell'Isi, sarebbero diventati i protagonisti
chiave del regime militare che si è impadronito del potere nel 1999. L'Isi
canalizzava gli aiuti verso gruppi islamisti più militanti, molto meno
influenti degli elementi moderati della resistenza, la cui base si collocava
nelle tribù pashtun (3). Il
Pakistan temeva che, finita la guerra, la maggioranza pashtun d'Afghanistan
rivendicasse di nuovo la provincia pakistana della Northwest Frontier, a
maggioranza pashtun. Questa regione era stata conquistata dai britannici e
data al Pakistan dopo l'indipendenza, nel 1947 (4).
Secondo l'Isi, occorreva formare collaborazionisti afghani in grado di
costruire e dirigere uno stato vassallo dopo la guerra. I servizi segreti
hanno in un primo tempo scelto Gulbuddin Hekmatyar, il dirigente del gruppo
ultra-radicale Hezb-i-Islami, che tuttavia poteva contare su scarsi appoggi
interni ed è stato dunque abbandonato con l'arrivo dei taliban (5).
Questi costituivano una risposta afghana autentica alla corruzione dei
gruppi della resistenza. Anche se, contrariamente a Hekmatyar, i mullah che
hanno lanciato il movimento disponevano di una vera base locale, questa non
sarebbe mai bastata ad assicurare loro la vittoria. Una vittoria che non
deve granché agli studenti delle madrasa (scuole religiose). Essi hanno
vinto solo grazie all'Isi e all'esercito pakistano che ha fornito loro le
armi, un sostegno logistico e uomini - non soltanto militari pakistani, ma
anche ufficiali e soldati del vecchio esercito comunista, ormai arruolati
dall'Isi.
D'altro canto, l'Isi ha utilizzato il denaro dell'aiuto americano per
assicurarsi una base solida all'interno delle istituzioni dell'esercito e
della burocrazia pakistani. L'Isi ha continuato a sfuggire a ogni controllo
sia durante i regimi civili di Benazir Bhutto (1993-1996) e di Nawaz Sharif
(1997-1999), sia sotto le dittature militari. Nel febbraio 1999, Nawaz
Sharif ha lanciato in direzione dell'India una offensiva di pace che ha
avuto il suo punto più alto a Lahore durante l'incontro al vertice con il
primo ministro Atul Behari Vajpayee.
Ha così scatenato la forte opposizione dell'Isi e dei suoi alleati
dell'alto comando, diretti dal generale Mohammed Aziz. L'offensiva di Kargil
del mese di maggio, una flagrante violazione della linea del cessate il
fuoco nel Kashmir, puntava a sabotare questa apertura di pace. Nawaz Sharif
è stato consultato solo all'ultimo momento, quando ormai l'offensiva non
poteva più essere fermata. E alla fine, in agosto, è riuscito comunque a
far prevalere le sue posizioni ottenendo il ritiro delle forze pakistane,
nonostante le violente proteste dell'esercito e dell'Isi. Ne è seguito un
braccio di ferro che ha portato alla sua destituzione mediante un colpo di
stato. Tensione negli alti gradi dell'esercito Sebbene Musharraf abbia
promesso elezioni per il prossimo anno, il suo ruolo di uomo di paglia
sembra andargli a genio e le forze armate, con i loro alleati dei gruppi
islamisti militanti, resteranno in futuro la forza determinante. Le
pressioni americane per una cooperazione di tipo militare e di intelligence
nella caccia a Osama bin Laden hanno ravvivato le tensioni già assai vive
all'interno del regime militare. Se il presidente Musharraf si mostra troppo
bendisposto rispetto alle richieste americane, potrebbe essere rovesciato da
un colpo di stato. Ma l'opzione più probabile è che conceda il minimo
possibile agli Stati uniti - in cambio del massimo in termini di concessioni
(è appena riuscito ad ottenere il ritiro delle sanzioni americane contro
Islamabad) - evitando al contempo lo scontro con le frange più estreme.
Chiuderà probabilmente un occhio sulla prosecuzione del sostegno
clandestino dell'Isi ai taliban. Islamad non è disposta a rinunciare al suo
obiettivo di trasformare l'Afghanistan in uno stato satellite e a realizzare
il sogno del dittatore Zia Ul Haq di un «riallineamento strategico» nella
regione.
*Membro di The Century Foundation, Washington. Autore, in particolare, con
Diego Cordovez, di Out of Afghanistan: The Inside Story of the Soviet
Withdrawal, American Philological Association, 1995.
(1) Si legga Ignacio Ramonet, «Il
Pakistan e gli altri», Le Monde diplomatique/il manifesto, novembre 1999.
(2) Si legga Negarajan V.
Subramanian, «Ombre nucleari sul Kashmir», Le Monde diplomatique/il
manifesto, luglio 1999.
(3) Fino al diciannovesimo secolo,
lo stato afghano - creato nel 1747 dalle tribù pashtun guidate da Ahmad
Shah Durrani - comprendeva le zone pashtun dell'attuale nord-ovest del
Pakistan. Poi, nell'ambito del «grande gioco», il raj britannico ha
annesso la parte del territorio afghano situato tra il fiume Indo e il
Khyber Pass. La metà dei pashtun sfuggì così al controllo di Kabul. A
questa ferita, la Gran Bretagna aggiunse un ulteriore insulto, imponendo nel
1893 la linea Durant, che avallava la conquista, e cedendo poi il territorio
al Pakistan, nel 1947. Con questa divisione dei pashtun, i britannici
creavano un irredentismo esplosivo che avrebbe ossessionato i successivi
regimi di Kabul, a dominazione pashtun, e ha contriibuito ad avvelenare le
relazioni tra Pakistan e Afghanistan.
(4) «Divisions de la résistance
et conflits ethnique hypothèquent l'avenir de l'Afghanistan», Le Monde
diplomatique, aprile 1988.
(5) Si legga Ahmad Rashid, «In
Afghanistan, l'ora dei taliban», Le Monde diplomatique/il manifesto, aprile
1995 e Gilles Dorronsoro.
«Afghanistan isolato, taliban più forti», giugno 2001.
(Traduzione di M. G. G.)
La rivolta araba durante la prima guerra mondiale scosse tutto il Medio
Oriente e, nonostante l'accordo Sykes-Picot assegnasse in mandato
internazionale ai francesi la Siria (comprensiva dell'attuale Libano) ed
ai britannici la Palestina (ad est e ad ovest del Giordano) con l'Iraq,
l'emiro Faisal fu proclamato re della Siria indipendente. La reazione di
Parigi non si fece attendere e nel 1920 le truppe francesi occuparono
militarmente il paese, costringendo Faisal a ritirarsi. Due mesi più
tardi la Siria fu suddivisa in cinque province e nel luglio del '22 la
Società delle Nazioni approvò il testo del mandato francese per Siria
e Libano.
Politicamente la "Siria" è da questo periodo in poi che ha
preso un significato ristretto rispetto alla Siria
"geografica" in senso lato. Il mandato internazionale diede
alla Francia la responsabilità per la creazione di un'amministrazione
delle risorse del paese in vista dell'autogoverno. Il numero dei governi
locali aumentava: uno per i Jabal Ansariyah, dove la maggioranza
apparteneva alla setta Alawita, uno per gli Jabal ad-Duruz, dove gli
abitanti erano Drusi, ed uno per il resto della regione con la capitale
Damasco. L'amministrazione mandataria tentò di incentivare la politica
edilizia per la costruzione di infrastrutture e di strade ma anche la
politica agricola (in particolare nella fertile al-Jazirah), quindi attuò
dei provvedimenti di "riforma agraria" in alcuni distretti.
Gli anni di "preparazione" della Siria per l'autogoverno
soffrirono comunque per le differenze tra la concezione francese e
quella siriana, stante il fatto che la maggior parte degli ufficiali e
degli statisti francesi la pensavano in termini di un lungo periodo di
controllo. Inoltre rimaneva da parte di Parigi una forte resistenza a
cedere il potere alla maggioranza musulmana in tempi e modi che
potessero convincere i loro "protetti" cristiani alla rinuncia
alla tradizionale politica di protezione dei cristiani d'Oriente. Fu così
che in Siria tanti membri delle minoranze erano persuasi della necessità
dell'aiuto francese nella costruzione di una società e di un governo
moderni; ad ogni modo la gran parte della popolazione urbana (e
soprattutto l'élite istruita), voleva uno Stato siriano indipendente
che includesse i distretti Drusi e Alawiti e, ove possibile, il Libano,
la Palestina (ad ovest del Giordano) e la Transgiordania (ad est del
fiume omonimo).
E' pur vero che da parte francese non ci fu una vera politica della
conciliazione ed i momenti di crisi non tardarono ad arrivare. La prima
crisi nelle relazioni franco-siriane avvenne nel '25 quando la rivolta
in Jabal ad-Duruz, esplosa per motivi locali, sfociò in un'alleanza tra
i ribelli Drusi e i nazionalisti di Damasco, organizzati nel
"Partito del Popolo". Le bande dei ribelli (che controllavano
in quel momento la gran parte delle campagne) si spinsero fin dentro la
stessa città di Damasco (ottobre 1925) provocando il bombardamento
francese per 2 giorni; la rivolta, poi, si protrasse fino al '27.
Nel 1928 si tennero le elezioni per l'Assemblea costituente: i
nazionalisti vinsero le elezioni e presero posto nel nuovo governo. La
proposta di Costituzione che l'assemblea presentò, però, fu
considerata assolutamente inaccettabile dall'Alto Commissario (massima
autorità francese nella regione) in quanto parlava di "unità
geografica della Siria" e non salvaguardava esplicitamente la
funzione di controllo francese. Nel maggio del 1930 con la fine dei
lavori dell'assemblea l'Alto Commissario promulgò con alcuni
sostanziali cambiamenti la Costituzione elaborata dall'assemblea stessa.
Tuttavia, il rifiuto francese per un'ampia autonomia interna e il
fallimento dei negoziati per il trattato franco-siriano che avrebbe
dovuto definire l'indipendenza della Siria e regolare i rapporti fra i
due Stati al termine del mandato, provocò vari scontri tra nazionalisti
e francesi fino al 1936, quando il nuovo governo del Fronte Popolare in
Francia aprì nuove possibilità di dialogo e s'inaugurò un tavolo di
negoziati con i nazionalisti organizzati nel "Blocco
Nazionale". Il riconoscimento della legittimità di alcune
fondamentali richieste siriane permise la firma del trattato (settembre
1936): con questo accordo si sancì l'indipendenza della Siria, si
costituì un canale di consultazioni franco-siriane per la politica
estera, si mantenne la priorità francese nell'assistenza alla Siria e
la concessione alla Francia di due basi militari sul territorio. I
distretti drusi e alawiti furono incorporati nella Siria (e non nel
Libano, con il quale la Francia firmò un analogo trattato nel novembre
dello stesso anno). Fu eletto il Parlamento: il leader del Blocco Hashim
al-Atasi fu eletto Presidente delle repubblica e fu costituito un
governo nazionalista.
Il governo siriano ratificò il trattato prima della fine del 1936, ma
le gravi difficoltà in cui si dibatteva il governo di Parigi non
permisero la ratifica da parte francese. Quando la Turchia avanzò
pretese per Alessandretta e Antiochia, dove i turchi erano il maggiore
elemento nella popolazione mista, la Francia considerò opportuno (in
base a ragioni strategiche) aderire alle sue pretese: così alla zona
nel 1937 venne garantito lo status autonomo mentre due anni più tardi
fu incorporata nel territorio turco col nome di distretto di Hatay.
Sfumate ormai le speranze di una ratifica francese (seppur tardiva) del
trattato, il clima di agitazione del paese culminò con le dimissioni
del presidente e del governo siriani e con la sospensione da parte
francese della costituzione in vigore dal 1930 in Libano e Siria.
Nel 1940, dopo l'armistizio franco-tedesco, i francesi dislocati in
Siria annunciarono che era loro intenzione cessare le ostilità contro
la Germania e l'Italia e riconoscere il governo di Vichy; in un clima di
grave incertezza politica (aggravato dalla crescente scarsità di beni e
dall'aumento dei prezzi) si verificò una crescente tensione interna
(diretta dal più importante leader nazionalista siriano Chikri
al-Quwatli). Nel maggio del '41 il governo di Vichy permise agli aerei
tedeschi di atterrare e di rifornirsi di carburante sulla rotta per
l'Iraq: il territorio siriano si confermava come un vero e proprio ponte
strategico dell'Asse e per questo motivo in giugno forze britanniche e
del Commonwealth, insieme a quelle della Francia Libera, invasero Siria
e Libano. Al momento dell'invasione la Francia Libera del Generale De
Gaulle proclamò l'indipendenza siriana e libanese con la sottoscrizione
del governo britannico (che riconosceva così il predominio francese
nella regione purché la Francia avesse mantenuto il suo impegno a
concedere l'indipendenza). Le truppe di Vichy resistettero per un mese,
ma già il 21 giugno Damasco fu occupata e nella notte tra l'11 e il 12
luglio vi fu la cessazione delle ostilità; da questo momento fino al
1946, la Siria fu occupata congiuntamente da forze britanniche e
francesi. Le elezioni svoltesi nel 1943 segnarono la vittoria del
nazionalista Chikri al-Quwatli, che diventò così Presidente della
repubblica. Seguirono due anni di tensioni sui modi del trasferimento
dei poteri dall'amministrazione francese al governo locale. La crisi si
acuì nel 1945, quando i francesi rifiutarono di trasferire alle autorità
siriane il controllo delle forze armate locali e si scatenarono i
disordini che culminarono nel bombardamento francese di Damasco e
nell'intervento britannico. Dopo lunghi negoziati e discussioni
all'interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel marzo
1946 fu raggiunto l'accordo sul simultaneo ritiro inglese e francese da
Siria e Libano. La Siria era uno Stato indipendente (dichiarazione
d'indipendenza del 17 aprile 1946) e sovrano, membro fondatore delle
Nazioni Unite e della Lega Araba.
In aggiunta all'eterogeneità religiosa, c'era una parimenti importante
eterogeneità sociale; la popolazione siriana era composta da cittadini,
contadini e nomadi: tre gruppi che avevano ben poco in comune. In
seguito le differenze economiche aggiunsero ulteriori complessità e
nelle città l'ostentazione della ricchezza dei notabili contrastava
nettamente con la povertà delle masse; inoltre quegli stessi notabili
erano anche i padroni delle grandi proprietà agricole (in cui i
contadini vivevano in condizioni di sostanziale servitù) e gli
organizzatori della resistenza ai francesi. Quando la Siria ottenne
l'indipendenza, essi presero il potere e impegnarono tutte le loro forze
nella creazione di uno stato unitario: non furono all'altezza, però,
del compito.
Dal 1949 la classe media (piccola ma in crescita, veicolo di nuove idee
sociali che si stavano sviluppando) e le minoranze (che risentivano
della crescente minaccia al loro particolarismo) erano sempre più in
opposizione al governo e chiedevano riforme. I governanti, che
assaporavano il potere dopo una così lunga lotta per l'indipendenza,
rifiutarono le concessioni che avrebbero potuto salvarli. Inoltre, più
che a risolvere i problemi interni al paese, sembravano puntare molto più
al compimento del traguardo panarabo (finalità politica che negli anni
successivi alla seconda Guerra Mondiale, vide i tentativi concorrenti
per la leadership panaraba tra Egitto e Arabia Saudita). La dirigenza
del Blocco Nazionale si divise presto in due nuovi partiti: il
"Partito Nazionale" capeggiato da Chikri al-Quwatli (che
rappresentava gli interessi dei notabili di Damasco e appoggiava la
posizione panaraba dell'Arabia Saudita) e il rinato "Partito del
Popolo" (che difendeva gli interessi dei notabili di Aleppo e
manteneva una linea filo-irachena). C'era inoltre il "Partito Baath",
socialista e laico, che reclutava i propri seguaci tra gli studenti e
gli ufficiali dell'esercito, guadagnandone l'appoggio particolarmente
tramite gli Alawiti e le altre minoranze fortemente rappresentate tra i
giovani ufficiali dell'esercito.
Nel marzo 1949 avvenne il rovesciamento dell'effimero governo civile in
Siria con il primo di una serie di "golpe" militari che
scandirono la vita politica siriana nella seconda metà del '900: il
Colonnello Husni az-Zaim abbatté il governo Quwatli con un colpo di
mano (senza spargimento di sangue); Zaim stesso, però, fu presto
abbattuto dal Col. Sami al-Hinnawi; un terzo colpo di mano, messo in
atto dal Col. Adib ash-Shishakli, seguì nel dicembre successivo. Nel
novembre 1951 Shishakli stesso rimosse i suoi sodali con il quarto colpo
di stato. Queste dittature militari erano dirette in Siria da ufficiali
e alti gradi militari senza particolari riferimenti ideologici e per
molti studiosi i loro regimi potrebbero essere definiti più che altro
come "conservatori". Nel complesso, tanti ufficiali
dell'esercito in questi anni manifestavano un'inclinazione politica
verso i socialisti pan-arabi del Partito Baath; in opposizione agli
ufficiali Baath nell'esercito si ponevano quelli di tendenza politica
radicalmente differente del "Partito Social-Nazionalista
Siriano" (P.S.S.N.), un partito autoritario votato
all'instaurazione di uno stato nazionale pan-siriano.
Il Col. Shishakli nel febbraio '54 fu a sua volta rovesciato dal colpo
di stato militare guidato dal Col. Faisal al-Atasi e il parlamento fu
ristabilito. Il PSSN perse la sua influenza nella politica siriana e
negli ambienti militari, mentre da questo momento in poi gli ufficiali
del partito Baath non ebbero più notevoli rivali nell'esercito. Gli
anni '50 sono gli anni in cui avvennero cambiamenti in settori
importanti dell'economia del paese e in agricoltura, con benefici
effetti per la vita di gran parte della popolazione (come la rapida
crescita della produzione di cotone dovuta alle nuove piantagioni del
nordest del paese). In politica estera gli anni che seguirono il
rovesciamento di Shishakli videro l'ascesa del presidente egiziano Gamal
Abdel Nasser alla leadership del movimento per l'unità pan-araba. Il
regime di coalizione siriano si rivolse non poche volte all'Egitto per
ricevere aiuti e stabilire i primi contatti di amicizia con i paesi del
blocco socialista. Inoltre nell'ottobre del 1956 avvenne la guerra di
Suez, scoppiata per l'affermata sovranità egiziana sul canale omonimo:
anche se vide l'Egitto militarmente sconfitto dall'iniziativa militare
anglo-franco-israeliana, tuttavia il prestigio del presidente Nasser uscì
notevolmente accresciuto presso tutto il mondo arabo, mentre volgeva a
deciso declino la politica di influenza anglo francese nella regione.
Con l'Egitto finalmente libero da influenze straniere, Nasser divenne il
simbolo per tutto il Medio Oriente delle rivendicazioni arabe,
soprattutto nei confronti di Israele. La Siria, sotto l'egida del
partito Baath, decise di cedere la propria sovranità e il 1° febbraio
si unì con l'Egitto per divenire nei successivi tre anni e mezzo la
"Provincia Settentrionale" della Repubblica Araba Unita
(R.A.U.) sotto la presidenza di Nasser. Sempre nello stesso anno
l'Egitto con la Siria e lo Yemen, promuovevano la Confederazione degli
Stati Arabi Uniti.
La creazione della R.A.U. provocò forti timori da parte delle
diplomazie occidentali e di quella israeliana, ma anche grandi
entusiasmi e grandi speranze nelle opinioni pubbliche e nelle masse
arabe per il ruolo internazionale che sembrava assumere il nuovo Stato
nato sulla spinta ideale dell'unità panaraba. Tuttavia la gestione di
questo stato si rivelò un'amara delusione per gli egiziani, che
tendevano a ricoprire un ruolo guida rispetto ai siriani; in seguito le
tensioni tra le due nazioni si acuirono quando i problemi idrici dovuti
alla pesante siccità danneggiarono fortemente l'agricoltura e
l'economia siriana.
Il 28 settembre 1961 un colpo di stato militare ristabilì la Repubblica
Araba di Siria che tornò ad essere uno stato indipendente (mentre
l'Egitto manteneva il nome di Repubblica Araba Unita per un decennio
ancora). Si spianò così la strada per un ritorno al potere della
vecchia classe di notabili: e il regime secessionista, anche se con
personalità civili di facciata, era sotto il controllo dei militari tra
i quali la fazione Baath rimaneva molto potente. Tuttavia questo regime
fece rare concessioni al socialismo del Baath e del pan-arabismo
nasseriano e s'impegnò piuttosto nel disfacimento delle misure
socialiste introdotte durante l'unione con l'Egitto (come le riforme
fondiarie e la nazionalizzazione delle grandi imprese). All'inizio del
1963 a Baghdad il Partito Baath iracheno prendeva il potere, anticipando
solo di un mese il partito fratello siriano, che nel marzo '63 prese il
controllo dello Stato attraverso il "Comando Rivoluzionario del
Consiglio Nazionale", composto da ufficiali dell'esercito e
funzionari civili che assunsero il potere esecutivo e legislativo. Il
colpo di stato era stato organizzato dai membri di quel Partito Baath
(più precisamente "Partito per la Rinascita Araba
Socialista", attivo in vari paesi arabi fin dalla fine degli anni
'40 e fondato nel 1947 da un nazionalista di origini cristiane, Michel
Aflaq) che da allora ha dominato la vita politica della Siria.
Gli esponenti Baath siriani dovettero presto far fronte a seri problemi.
Nel maggio del 1964 il presidente Amin Hafiz promulgò una costituzione
provvisoria che istituiva un Consiglio Nazionale della Rivoluzione,
un'Assemblea Legislativa composta dai rappresentanti del popolo (quali
lavoratori, contadini, unioni delle professioni), un Consiglio di
Presidenza (investito del potere esecutivo) e un Gabinetto di ministri.
Sebbene il partito in Siria fosse diretto da siriani, promuovendo
l'ideale pan-arabo attraverso ramificazioni partitiche in Iraq, Libano e
Giordania, i Baath di Damasco si trovarono in una condizione di
subordinazione al Comitato Centrale pan-arabo, il quale si era
ritagliato non piccoli spazi negli affari interni del paese. Di fronte a
questo disagio il Partito Baath siriano si costituì un
"proprio" comitato centrale pan-arabo ma questo pose le
condizioni per una rivalità mortale con il Partito Baath iracheno,
rivendicando ognuno la leadership per la causa nazionalista pan-araba.
Nel febbraio del 1966 un gruppo di ufficiali dell'esercito attuarono una
"rettifica" della linea di governo: con un colpo di mano
interno al partito imprigionarono il presidente Hafiz, sciolsero il
Gabinetto e il Consiglio della Rivoluzione, sospesero la costituzione
provvisoria costituendo un governo Baath composto da civili. Mantenendo
il controllo degli ufficiali alawiti, il partito Baath siriano
schiacciava l'opposizione interna con l'instaurazione di uno stato di
polizia appellandosi ai ceti medi e medio-bassi residenti nelle piccole
città e nei villaggi che per lungo tempo hanno risentito del potere dei
possidenti terrieri di Damasco e di Aleppo.
Nel 1967 si ebbero momenti di massima crisi in tutto il Medio Oriente.
Dall'inizio dell'anno la tensione era fortemente aumentata e
l'artiglieria siriana aveva intensificato il lancio di ordigni esplosivi
sui villaggi israeliani dalle postazioni collocate sulle alture della
frontiera israelo-siriana. Poi la chiusura egiziana del Golfo di Aqaba
alle navi israeliane (insieme alla richiesta egiziana per il ritiro ONU
dal Sinai) provocò l'attacco militare israeliano a Egitto, Giordania e
Siria. L'Egitto si vide occupata la penisola del Sinai e Gaza (fino a
quel momento sotto controllo egiziano), la Giordania perse la
Cisgiordania e Gerusalemme Est, mentre la Siria perse il controllo delle
Alture del Golan (considerate vitali per la propria posizione di
controllo sui territori circostanti). L'approvazione della Risoluzione
delle Nazioni Unite che chiedeva il ritiro israeliano dai territori
occupati rimase senza esito. La questione arabo-israeliana andava a
mutilare il territorio siriano (indebolendo così il regime estremista
dell'ala civile Baath al potere) mentre il prestigio di Nasser come
leader arabo perdeva posizione.
La morte nel 1970 del presidente egiziano Nasser lasciava in eredità al
suo successore Anwar al-Sadat ed agli altri leader arabi il compito di
vendicare la sconfitta araba contro Israele. Inoltre in questo stesso
anno si acuiva in Siria lo scontro tra l'ala militare (moderata) e
quella civile non-militare (radicale) all'interno del Partito Baath, e
ciò provocava il ritiro dei soldati siriani inviati in appoggio alle
milizie dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina
(impegnate negli scontri con le truppe del re Hussein di Giordania dal
settembre 1969, detto "settembre nero").
Ad ogni modo, alla disputa tra le due fazioni del partito venne posto
termine con l'incruento "golpe" militare del Ministro della
Difesa Generale Hafez al-Assad, che cacciò la leadership civile,
assunse i poteri esecutivi e provvide presto a far eleggere i suoi
seguaci nel Consiglio del Popolo e negli organi regionali per
consolidare la propria posizione di potere. Nel 1971 la sua elezione
alla presidenza con mandato settennale confermava la stabilità della
sua leadership: l'anno successivo la costituzione di un "Fronte
Progressista Nazionale" (un'alleanza di partiti a guida Baath)
doveva servire ad allargare la sua base di consenso, mentre indiceva le
elezioni per i consigli locali di ognuno dei 14 governatorati. Quindi
nel 1973, oltre allo svolgimento delle elezioni parlamentari, entrava in
vigore una nuova Costituzione: tra le maggiori novità c'erano il
conferimento al Partito Baath delle funzioni di istituzione guida nello
Stato e nella società, l'attribuzione al presidente della repubblica di
ampi poteri e delle cariche di Segretario generale del Baath e di capo
del Fronte Progressista Nazionale.
Le scaramucce seguite alla Guerra dei Sei Giorni non modificavano lo
stallo militare creatosi tra fronte arabo e Israele: fu così che Siria
ed Egitto pianificarono per il 6 ottobre 1973 (Yom Kippur, giorno della
festa ebraica del Kippur) la controffensiva contro Israele. Le truppe
siriane attaccarono il fronte delle alture del Golan e quelle egiziane
superavano il Canale di Suez. All'iniziale successo arabo seguì però
il contrattacco israeliano e in seguito all'approvazione della
Risoluzione ONU si pose fine alle ostilità: e Israele manteneva il
controllo dei territori arabi già precedentemente occupati (anche se
nella primavera dell'anno seguente gli accordi sul cessate-il-fuoco
permettevano la restituzione di una striscia del Golan, compresa la città
di Quneitra). La politica militare siriana si concentrava allora sulla
questione libanese. Nel 1975 il Libano, infatti, dopo aver permesso
l'ingresso dei palestinesi cacciati dalla Giordania nelle province del
sud del paese, aveva provocato la crescente opposizione armata dei
cristiani: era l'inizio della guerra civile. Nella lotta tra fazioni
libanesi, l'appoggio della Siria alle milizie cristiane libanesi si era
concretizzato con l'invio di circa 20 mila soldati siriani nell'estate
del 1976. La linea verde di cessate-il-fuoco ha diviso il paese e la sua
capitale Beirut in due zone: una settentrionale sotto il governo
cristiano (controllato dai siriani), l'altra meridionale sotto controllo
palestinese. Ma l'intervento israeliano scatenato nella primavera del
'78 contro le postazioni palestinesi del Libano del Sud suscitò
l'intervento O.N.U. e lo schieramento di forze di interposizione. La
tensione si mantenne tra alti e bassi fino all'operazione "Pace per
la Galilea" con cui Israele invase di nuovo il Libano. La Siria si
trovò ad indietreggiare e a dare accoglienza ai palestinesi cacciati
dal Libano meridionale ormai sotto il controllo delle milizie cristiane
filo-israeliane.
All'interno, l'ordine autoritario Baath godette di una certa popolarità
in quanto mise in atto politiche che favorirono lo sviluppo economico,
la riforma della terra, la promozione dell'educazione, il potenziamento
militare e la violenta opposizione ad Israele. Gli effetti di queste
politiche guadagnarono alla causa del regime di Assad nazionalisti,
contadini e lavoratori. Gli oppositori del regime alawita militare del
Baath si trovarono in particolar modo nella maggioranza sunnita della
popolazione, nelle città fuori la zona di Damasco e all'interno dei
gruppi impegnati nel commercio. Le truppe del regime nel 1982
schiacciarono una ribellione dell'organizzazione sunnita fuorilegge
Fratellanza Musulmana, esplosa nella città di Hamah: lo scontro lasciò
distrutto il centro della città e rimasero sul terreno migliaia di
morti (le stime sulle perdite civili oscillano tra i 5 mila e i 10
mila).
Per quanto riguarda la questione libanese, con gli accordi del 1983
Israele cominciava il ritiro delle truppe dal Libano, ma manteneva (con
l'appoggio dei cristiani dell'Esercito del Libano del Sud) il controllo
di una striscia di sicurezza all'interno del territorio libanese. La
riaffermazione dell'egemonia militare siriana sul Libano provocava una
guerra anti-siriana da parte del generale libanese Aoun (1989), ma era
costretto presto ad un cessate-il-fuoco: gli accordi di Taef (località
dell'Arabia Saudita) confermavano il "protettorato" della
Siria sul Libano. L'anno successivo l'invasione del Kuwait permetteva
alla Siria la partecipazione alla coalizione anti-irachena al fianco
degli occidentali nella "Guerra del Golfo", e quindi la
liquidazione dei leader anti-siriani in Libano (come Aoun, che è
riparato in Francia).
La morte di Basel el-Assad, figlio primogenito del presidente siriano e
suo probabile successore alla guida del paese, ha aumentato l'incertezza
sul futuro politico della Siria. In agosto, il Fronte Nazionale
Progressista al governo ha vinto le elezioni generali, con una
partecipazione dell'elettorato pari solo al 49%. Nel giugno del 1995 i
negoziati ufficiali con Israele non hanno consentito di raggiungere un
accordo sulla restituzione dell'altopiano del Golan alla Siria, per la
pretesa israeliana di mantenere a tempo indeterminato una limitata
presenza militare nella regione. In ottobre, poi, un'imboscata tesa
dagli Hezbollah alle truppe israeliane nel sud del Libano ha alzato
nuovamente la tensione nella regione.
La nuova politica di apertura internazionale ha portato nel 1996 alla
partecipazione di Assad ad una conferenza al vertice dei paesi arabi per
coordinare una strategia comune nei negoziati con Israele; in ambito
economico gli orientamenti sono tesi ad incentivare il settore privato,
ed hanno permesso l'apertura al capitale privato di settori chiave
dell'economia statale quali l'energia elettrica, la produzione di
cemento e di medicinali. Dall'anno successivo Damasco ha intensificato i
rapporti anche con Baghdad per contrastare l'alleanza turco-israeliana
in rapido consolidamento; questa minaccia ha spinto l'Iran ad inserirsi,
nell'aprile del 1998, nei negoziati tra Siria e Iraq sulle questioni
della sicurezza. In questo stesso periodo Assad ha cominciato ad
affrontare il problema della successione alla guida della Siria. La
scelta si è orientata sul secondogenito Bashar, 35 anni, che ha
studiato oftalmologia e si è specializzato in diverse università
tedesche, ma che dopo la morte del fratello Basil (in un incidente nel
'94 e celebrato in Siria come un eroe nazionale) ha dovuto sostituirlo
nelle sue funzioni.
Nella prima metà del 2000 Assad ha incontrato di nuovo, dopo sei anni,
il presidente americano Clinton per confermare l'impegno della Siria nel
processo di pace con Israele. Le prospettive di distensione si sono
concretizzate velocemente, sotto gli attacchi delle milizie sciite di
Hezbollah, in un ritiro unilaterale di Israele dalla fascia di sicurezza
nel Libano meridionale, nel maggio 2000. Dopo 2 settimane, il 10 giugno,
il presidente siriano Assad è morto lasciando il paese nelle mani del
successore designato: il figlio Bashar. A soli cinque giorni dalla morte
di suo padre Hafez il nuovo leader Bashar el-Assad, con una
dichiarazione del ministro dell'Informazione Adnan Omran
("Cercheremo di correggere gli aspetti negativi del precedente
governo"), ha voluto mandare un segnale importante di apertura: che
il suo paese sta realmente cambiando.
1948: Creazione dello stato d'Israele. Gli USA rifiutano di fare pressione
su Israele perché permetta il rientro dei palestinesi espulsi. 1949: La
CIA spalleggia il colpo di stato militare che depone il governo eletto
della Siria. 1953: La CIA aiuta a rovesciare il governo democraticamente
eletto di Mossadeq in Iran (che aveva nazionalizzato la compagnia
petrolifera britannica), aprendo le porte ad un quarto di secolo di
dittatura dello scià Mohammed Reza Pahlevi. 1956: Gli Usa tagliano i
finanziamenti promessi per la diga di Assuan in Egitto dopo che l'Egitto
ha ricevuto armi dal blocco orientale. 1956: Israele, Gran Bretagna e
Francia invadono l'Egitto. Gli USA non appoggiano l'invasione, ma il
coinvolgimento degli alleati NATO nuoce severamente all reputazione di
Washington nella regione. 1958: Le truppe statunitensi atterrano in Libano
per garantire la "stabilità". primi anni '60: Gli USA tentano
invano di assassinare il leader iracheno Abdul Karim Qassim. 1963: Gli USA
sono accusati di fornire i nomi dei comunisti da uccidere al partito
iracheno Ba'ath (in seguito guidato da Saddam Hussein). La repressione
anti-comunista in Iraq è feroce. 1967: Gli USA bloccano ogni sforzo del
consiglio di sicurezza di far osservare la Risoluzione 242 sul ritiro
degli israeliani dai territori occupati durante la guerra del 1967. 1970:
Guerra civile tra Giordania e OLP. Israele e USA si preparano ad
intervenire a lato della Giordania se la Siria appoggia l'OLP. 1972: Gli
USA bloccano gli sforzi di Sadat per un accordo di pace con l'Egitto.
1973: L'aiuto militare statunitense rovescia le sorti di Israele nella
guerra contro Siria ed Egitto. 1973-75: Gli USA appoggiano i ribelli curdi
in Iraq. Quando, nel 1975, l'Iran raggiunge un accordo con l'Iraq e chiude
le frontiere, l'Iraq massacra i curdi e gli USA negano loro rifugio.
Kissinger spiega che "le attività segrete non devono essere confuse
con le azioni umanitarie".
1978-79: Gli iraniani cominciano a dimostrare contro lo scià. Gli USA
garantiscono appoggio "senza riserve" a Reza Pahlevi e lo
spingono ad usare la forza. Fino all'ultimo, gli USA tentano inutilmente
di organizzare un colpo di stato per salvargli il trono. 1979-88: Gli USA
, sei mesi prima dell'invasione sovietica dell'Afganistan, iniziano in
segreto ad aiutare i Mujahiddin. Nei dieci anni successivi, gli Stati
Uniti forniscono addestramento e più di 3 miliardi di dollari in armi e
aiuti. 1980-88: Guerra Iran-Iraq. Quando l'Iraq invade l'Iran, gli USA si
oppongono ad ogni azione di condanna del consiglio di sicurezza. Gli Stati
Uniti cancellano l'Iraq dalla lista delle nazioni che sostengono il
terrorismo e permettono il trasferimento di armamenti americani. Allo
stesso tempo, lasciano che Israele fornisca armi all'Iran e nel 1985 le
forniscono direttamente, sebbene in segreto. Gli USA assicurano
informazioni di intelligence all'Iraq. L'Iraq usa armamenti chimici nel
1984; gli USA ristabiliscono le relazioni diplomatiche con il paese. Nel
1987 gli Stati Uniti mandano la marina nel golfo Persico, prendendo le
parti dell'Iraq; una nave da guerra statunitense abbatte un aereo
iraniano, uccidendo 290 civili. 1981, 1986: Gli USA tengono manovre
militari a poca distanza dalle coste libiche in acque reclamate dalla
Libia, con il chiaro proposito di provocare Gheddafi. Nel 1981 un aereo
libico lancia un missile e due aerei libici sono abbattuti. Nel 1986 la
Libia lancia un missile che cade lontano da ogni bersaglio e gli USA
attaccano le navi di pattuglia e le installazioni costiere libiche,
uccidendo 72 persone. Quando una bomba esplode in un night-club di Berlino
provocando due morti, gli Stati Uniti accusano Gheddafi di essere il
mandante (possibilmente vero) e bombardano a più riprese la Libia,
uccidendo dozzine di civili tra cui la figlia adottiva di Gheddafi. 1982:
Gli USA danno il nulla osta all'invasione israeliana del Libano, che fa più
di 10.000 vittime. Gli USA scelgono di non invocare la legge che proibisce
a Israele l'uso di armamenti americani se non in auto-difesa. 1983: Truppe
statunitensi sono inviate in Libano come parte di una forza di
peacekeeping multinazionale; intervengono su di un solo lato della guerra
civile. Sono ritirate dopo un attacco dinamitardo suicida contro gli
alloggi dei marines. 1984: I ribelli afgani spalleggiati dagli USA aprono
il fuoco su un aereo civile. 1988: Saddam Hussein trucida migliaia di
curdi e usa armi chimiche contro di loro. Gli USA infittiscono i legami
economici con l'Iraq. 1990-91: Gli USA rifiutano ogni tipo di soluzione
diplomatica dell'invasione irachena del Kuwait (respingendo, per esempio,
ogni tentativo di collegare le due occupazioni regionali, del Kuwait e
della Palestina). Gli Stati Uniti guidano una coalizione internazionale in
guerra contro l'Iraq. Vengono bombardate infrastrutture civili. Per
promuovere la "stabilità", gli USA rifiutano di aiutare le
insurrezioni post-belliche degli sciiti nel Sud e dei curdi nel Nord del
paese, negando loro l'accesso alle armi sequestrate all'esercito di Saddam
e non proibendo le rappresaglie degli elicotteri filogovernativi. 1991:
All'Iraq vengono imposte sanzioni economiche devastanti. Gli Stati Uniti e
la Gran Bretagna bloccano ogni tentativo di rimuoverle. Centinaia di
migliaia di civili muoiono.
ASPETTI ORIGINALI E CONTRADDITTORI DI UNA PRESENZA PROBLEMATICA


