FISICA/MENTE

 

I DISASTRI DEL COLONIALISMO: MOLTO PIU' DI UN LIBRO NERO

Roberto Renzetti

 

 

Premessa

Odio i fondamentalismi, particolarmente se religiosi, ma non posso per questo fare a meno di capirne le condizioni storiche e geografiche (oltre ché culturali). Non credo infatti si possano mai offendere degli interi popoli. Io me la prendo con la nostra Chiesa ma non offendo nessun credente che, anzi, gode della mia stima (basta si voglia davvero capire ciò che scrivo).

Non mi interessa essere anti USA a priori, ma dopo avere tentato di capire la politica di quel Paese e non da oggi ma da almeno Fort Alamo (l'occasione per prendersi parte del Messico) o dal Maine nella baia di Cuba (l'occasione per prendersi Cuba) o da Pearl Harbor (l'occasione per entrare nelle Seconda Guerra Mondiale) o dall'11 settembre (l'occasione per impadronirsi dell'area strategica tra il Mediterraneo e l'Oceano Indiano che aveva candidamente annunciato Brezinski ne La Grande Scacchiera del 1997), mi sono dovuto rassegnare a diventare un avversario della politica imperialista, colonialista e criminale di quel Paese che solo dei cialtroni parvenue della politica e della storia possono spacciare per democratico.
Adesso stiamo qui ad attendere che gli USA ci salvino dal pericolo nucleare iraniano ? O che ci salvino dal fondamentalismo delle vignette ?
Al di là della montatura di tutto ciò che accade oggi (e mi stupisco che ormai molte persone ancora non abbiano capito le tecniche dell'Impero) credo sia nostro dovere capire almeno le cose seguenti. I Paesi dei quali parliamo sono state colonie sotto il tallone di inglesi e francesi (principalmente) fino a qualche decennio fa.
Hai voglia a volerti emancipare quando hai le cannoniere che ti sparano ed impongono il volere vampiresco e coloniale.
Noi occidentali abbiamo rapinato il mondo ed abbiamo lasciato dietro di noi le macerie del fondamentalismo (la religione è sempre stato il rifugio dei miserabili).
Abbiamo impedito l'evolversi, l'emancipazione di quei Paesi.
E, per sommo di presa in giro, oggi rinfacciamo loro questa non evoluzione ...
Per favore, si rifletta su queste cose.
Attendo da tempo un libro fondamentale, già pubblicato in Francia (2003), in Gran Bretagna(2003), in Germania (2004) ed in Spagna (2004). Si tratta proprio del Libro nero del colonialismo. L'ho avuto in mano in Spagna e scioccamente non l'ho comprato aspettandolo in italiano. Ma anche questo episodio la dice lunga sulle libertà esistenti in questo Paese sotto il tallone di un personale politico servile, imbelle, incapace e cialtrone.

Il colonialismo nel vicino e medio Oriente

Si tratta di un discorso molto lungo che voglio solo toccare per sommi capi, quelli che credo indispensabili per capire l'origine dei problemi. Penso che nel tornare nella storia passata il taglio possa essere dato a come era la situazione nelle zone delle quali mi occupo prima e dopo la Prima Guerra Mondiale. Iniziamo con il vedere la carta della zona riferita al 1914.

In questa prima pianta c'è da notare subito la grande estensione dell'Impero Ottomano che comprendeva in sé molti Paesi che al 1914 non esistevano come entità politiche separate: Turchia (l'erede dell'Impero Ottomano), Siria, Iraq, Libano, Palestina, Giordania, Arabia Saudita. Da notare ancora che varie regioni intorno alla penisola arabica erano già colonie (Aden, Cipro) o protettorati britannici (Hadramaut, Oman, Bahrein, Kuwait). Alcune zone della Persia erano o d'influenza russa o britannica. Ad est della Persia e dell'Afghanistan, dove oggi vi è il Pakistan vi era l'India britannica. Varie linee che si intravedono nella carta sono per confini variati negli anni a seguito delle più svariate vicende.

Un particolare della carta precedente (1915) nel quale sono anche riportati sovrapposti i confini che furono stabiliti nel 1923 dopo il Trattato di Losanna.

Rivendicazioni ed assegnazioni delle aree smembrate nel 1915 (intesa Husain-McMahon).

Mappa del Trattato Sykes-Picot (1916).

Ancora la stessa situazione. Le frontiere del dopoguerra furono modificate secondo gli interessi delle potenze mandatarie. Così fu creato un Grande Libano a scapito della Siria, essa stessa divisa negli Stati degli alawiti, del Gebel druso, di Aleppo e Damasco. Quanto al sangiaccato di Alessandretta, che raccoglieva una popolazione composita, fu ceduto nel 1939 dalla Francia alla Turchia senza alcun rispetto per il diritto internazionale.

In questa sesta pianta si intravedono già le zone di smembramento dell'Impero Ottomano alla fine della Prima Guerra Mondiale: la Turchia (zona viola in alto); zona d'influenza francese (tratteggiate verticalmente in viola e comprendente le attuali Siria e Libano); zona d'influenza inglese (tratteggiata obliquamente in verde e comprendente la Transgiordania, l'Iraq e la Palestina; il regno di Hegiaz e Neged (zona colorata in ocra) indipendente via via a partire dal 1916 (quello che sarà successivamente l'Arabia Saudita); lo Yemen (zona colorata in viola scuro) indipendente dal 1916; colonie e protettorati britannici in verde; l'Egitto che passa da essere protettorato britannico (1914) ad indipendente (1922); il Sudan un coprotettorato anglo-egiziano dalla fine dell'Ottocento. Si devono notare le prime divisioni fronterizie fatte con riga e squadra, senza alcun rispetto per popolazioni, popoli, tradizioni, usi, costumi, tribù, rivalità, storia e dati geografici.

Questa settima carta è una ripetizione della precedente.

Questa ottava carta riporta i vari Paesi del Medioriente con le date della loro nascita, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il Paese indicato con il numero 1 è il Libano (indipendente dal 1943) e quello indicato con il numero 2 era la Palestina fino al 1947 ed è Israele dal 1948 con i territori palestinesi che mantiene occupati nonostante svariate risoluzioni ONU impongano il ritiro. Altri Paesi qui ancora indicati come colonie o protettorati britannici acquisteranno successivamente l'indipendenza formale. L'Iraq è formalmente indipendente dal 1932, l'Arabia Saudita nasce nello stesso anno dal precedente regno, nel 1935 la Persia assume il nome di Iran.

 

Per comprendere meglio come si siano violentate le culture e le tradizioni nell'operare le divisioni tra stati è utile vedere la mappa della distribuzione della religione sciita e del come le popolazioni di tale religione siano state suddivise in differenti entità politiche.

In particolare, in Iraq, la questione sciita si sovrappone a quella curda di modo che la violenza è stata maggiore sovrapponendo arbitrio ad arbitrio, con il risultato che tale situazione sarebbe stata solo governabile da un dittatore, scelto dalle potenze coloniali.

La cosa diventa addirittura più clamorosa in Libano, dove, agli insediamenti religiosi precedenti alla creazione di Israele, si devono sommare le decine di migliaia di profughi provenienti dai territori palestinesi.

Credo che le carte geografiche mostrate siano abbastanza chiare. La disintegrazione dell'Impero Ottomano ha lasciato spazio alle potenze coloniali e soprattutto alla Gran Bretagna di farla da padrone un poco dappertutto e, particolarmente, nella zona mediorientale della quale mi occupo. Vi sono anche delle date d'indipendenza indicate ma ho detto qua e là che si tratta in gran parte di indipendenze formali, con regimi che nascevano sotto gli auspici della potenza coloniale precedente alla presunta indipendenza. Si mettevano in piedi vecchie e corrotte monarchie dai caratteri assoluti basate su discendenze divine ed intoccabili. Quando qualcuna di queste monarchie tentava una qualche via nazionale all'emancipazione del Paese, non si esitava a manovrare per colpi di stato che la facevano fuori in un batter d'occhio. Se poi i colpi di stato avvenivano da parte di militari "evoluti" che volevano sottrarre quel Paese dall'influenza e dal conseguente sfruttamento di un data potenza coloniale, allora non si esitava ad intervenire o a farlo fare con le cannoniere. In somma sintesi non si è permesso a nessuno di quei Paesi di evolversi, di svilupparsi, di avere le proprie guerre d'indipendenza e le proprie rivoluzioni nazionali (alla "francese") che togliessero di mezzo allo stesso tempo i governanti corrotti, i feroci dittatori, l'integralismo religioso e la dipendenza coloniale con la spoliazione di ogni ricchezza naturale del territorio. Ed oggi, farisaicamente, si rimprovera a quei Paesi di non avere quelle istituzioni che noi gli abbiamo impedito di avere.

Per ogni tipologia delineata vi sono esempi numerosi che potranno trovarsi dalla lettura delle varie storie dei singoli Paesi nati in Medioriente nel Secondo dopoguerra. Riporto di seguito alcune di queste storie avvertendo solo che non si tratta di problemi separati ed ognuno con soluzioni indipendenti. Si tratta di un unico gigantesco problema aggravato enormemente dal fatto che in quei Paesi si concentra la gran parte delle riserve note di petrolio e gas naturale, motore per ora insostituibile del mondo occidentale.

A tutto questo si aggiunga l'invenzione dello Stato di Israele, di uno Stato culturalmente ed economicamente estraneo a quelle terre. Uno Stato preteso dai sionisti dai primi del Novecento e gentilmente concesso dalle cattive coscienze europee (leggi Gran Bretagna) per riparare clamorosi torti al popolo ebraico. Ma era una doppia operazione, ancora di tipo coloniale: da una parte si dava sfogo al superstite razzismo allontanando quegli ebrei dall'Europa perché si dirigessero dove loro stessi desideravano (la prima destinazione pensata era ancora una colonia britannica in Africa, l'Uganda); dall'altra si innestava in quella zona un guardiano fedele che avrebbe dato subito prova di sé alleandosi proprio con Francia e Gran Bretagna nell'attacco all'Egitto del 1956, quando Nasser tentò la nazionalizzazione del Canale di Suez (ma anche nel sostegno a queste potenze contro i movimenti di liberazione che nascevano nelle singole colonie). Frutto avvelenato di questa politica avventurista (dei sionisti e della Gran Bretagna) è stato il ribaltamento di una situazione di pacifica convivenza fra arabi musulmani e non con ebrei che durava dall'epoca di Maometto, cioè da 1400 anni!). Più in dettaglio: il futuro assetto della Palestina, che Francia e Gran Bretagna desideravano controllare (la Francia laica della Terza repubblica restava infatti fedele al suo ruolo di protettrice della cristianità) fu provvisoriamente risolto con una spartizione tra la Gran Bretagna e un'amministrazione internazionale dei luoghi santi.
Per la Gran Bretagna, in realtà, quell'accordo era un ripiego. Alla ricerca di ogni possibile appoggio, gli inglesi decisero allora di giocare la carta del sionismo, preoccupati di conquistare i consensi delle comunità ebraiche, tendenzialmente filotedesche o comunque favorevoli al processo rivoluzionario che si andava in­nescando in Russia. Inoltre la creazione di un focolare ebraico in Palestina e i conflitti che probabilmente avrebbero finito per opporre arabi ed ebrei in quella re­gione avrebbero permesso di consolidare la presenza di un arbitrato britannico, e di conseguenza la sicurezza del passaggio attraverso il canale di Suez. Da qui nacque la Dichiarazione Balfour.

Ed ora, in ordine alfabetico, riporto le storie dei Paesi che gravitano intorno all'area mediorientale. Con un poco di attenzione si vedrà che esiste una profonda interconnessione tra di esse.


 

Afghanistan

www.edt.it/lonelyplanet/ microguide/text/251/storia.shtml

La storia della nazione Afghanistan non ha più di due secoli, ma nel corso del suo passato il paese ha contribuito alla grandezza di molti imperi dell'Asia centrale. Come nel resto della regione, l'ascesa e il declino dei poteri politici sono sempre stati indissolubilmente legati all'ascesa e al declino delle religioni.
Fu in Afghanistan che nel VI secolo a.C. nacque l'antica religione zoroastriana. In seguito, dall'India il buddhismo si diffuse verso ovest fino alla valle di Bamiyan, dove continuò a essere professato fino al X secolo d.C. L'espansione del mondo islamico verso est raggiunse l'Afghanistan nel VII secolo d.C. e oggi la stragrande maggioranza degli afghani è di fede musulmana.
Tra il 1220 e il 1223 Gengis Khan devastò il paese riducendo Balkh, Herat, Ghazni e Bamiyan a cumuli di macerie. Riparati i danni, attorno al 1380 la regione fu nuovamente distrutta da Tamerlano. Il regno di questo sovrano diede inizio alla fiorente era timuride, nel corso della quale la poesia, l'architettura e la pittura delle miniature raggiunsero l'apice della propria espressione artistica.
Il quarto figlio di Tamerlano, Shah Rukh, fece costruire santuari, moschee e madrase in tutto il Khorasan da Mashad, nel territorio dell'odierno Iran, fino a Balkh. Herat continuò a prosperare con il sultano Hussain Baykara (morto nel 1506) e in quest'epoca diede i natali a grandi poeti dell'Asia centrale quali Jami e Alisher Navoi.
L'ascesa dell'impero moghul riportò l'Afghanistan alle glorie del potere. Nel 1512 Babur scelse come capitale Kabul, ma con l'avanzata dei moghul verso l'India l'Afghanistan cessò di essere il centro dell'impero e fu ridotto semplicemente a un'area periferica. Nel 1774, mentre le truppe europee minavano l'influenza dei moghul ormai in declino nel subcontinente indiano, fu fondato il regno dell'Afghanistan.
Il XIX secolo fu segnato dai contrasti con i britannici, i quali temevano che i loro turbolenti vicini potessero influire negativamente sulla grande colonia indiana. La tensione aumentò fino a scaturire in una serie di sanguinose guerre spesso combattute sulla base di pretesti assai poco fondati. Nella prima, durata dal 1839 al 1842, la guarnigione britannica fu quasi completamente annientata mentre si ritirava sul passo del Khyber: di 16.000 uomini ne sopravvisse soltanto uno. Gli inglesi riuscirono poi a rioccupare Kabul e la devastarono per dare prova della loro forza, ma anche questo successo durò poco.
Dopo alcuni conflitti locali combattuti tra il 1878 e il 1880, l'Afghanistan accettò di diventare una sorta di protettorato britannico, acconsentendo a versare un pagamento annuale e ad avere un funzionario inglese a Kabul, ma non appena la missione diplomatica venne stanziata nella città, tutti i suoi membri furono assassinati. Questa volta gli inglesi decisero di mantenere il controllo degli affari esteri dell'Afghanistan, ma di lasciare le questioni interne agli Afghani.
Nel 1893 l'Inghilterra tracciò i confini orientali dell'Afghanistan lungo la cosiddetta Durand Line, facendo sì che molte tribù pathan si ritrovassero nel territorio dell'odierno Pakistan. Ciò è causa di un conflitto afghano-pakistano che si protrae da anni ed è la ragione per cui gli Afghani chiamano Pashtunistan la parte occidentale del Pakistan.
A partire dalla prima guerra mondiale i commerci dell'Afghanistan si orientarono sempre più verso l'Unione Sovietica, che forniva al paese aiuti economici di gran lunga superiori a quelli inviati dal mondo occidentale; l'unico settore in cui i paesi dell'Occidente esercitavano una massiccia l'influenza era quello del turismo. Venne avviata una serie di riforme simili a quelle sperimentate dalla Turchia, ma il progetto fallì e per decenni la situazione politica del paese rimase instabile. La monarchia decadde nel 1973 quando il re (che era un pathan, come la maggior parte delle persone che sedevano ai vertici del potere) venne destituito mentre si trovava in Europa. Il nuovo governo non si rivelò molto più progressista di quelli che lo avevano preceduto, ma la situazione era indubbiamente rosea in confronto a ciò che sarebbe seguito.
Dopo la rivoluzione filosovietica del 1978, l'Afghanistan precipitò rapidamente nel caos. Il suo governo filocomunista e antireligioso era inviso ai movimenti popolari islamici dell'Iran e del Pakistan e ben presto le turbolente tribù afghane gli mossero guerra. Una seconda rivoluzione portò alla nascita di un regime ancora più orientato verso l'Unione Sovietica e seguì un altro periodo di anarchia. L'URRS decise di intervenire e dopo una rivoluzione 'popolare', nel 1979 fu installato a Kabul un governo fantoccio sostenuto dall'esercito sovietico.
Fu allora invocata la jihad (guerra santa) islamica e sorsero sette fazioni di mujaheddin. I sovietici si trovarono presto impantanati in quello che è stato definito 'il Vietnam della Russia'. Nonostante l'Unione Sovietica fosse avvantaggiata dalla vicinanza geografica, che facilitava i rifornimenti, dall'assenza di una protesta organizzata in patria e dalle divisioni interne del nemico, i mujaheddin afghani erano determinati quanto i Viet Cong.
La guerra si trascinò fino agli anni '80. I guerrieri delle tribù afghane continuarono a essere disorganizzati e male addestrati, ma la loro determinazione e il loro indubbio coraggio iniziarono a essere sostenuti da una dotazione di armi moderne: la CIA spese fino a 700 milioni di dollari all'anno nel conflitto, con una delle più vaste operazioni segrete della sua storia. Ben presto i sovietici si ritrovarono ad avere soltanto il controllo delle città, che rimasero progressivamente isolate a causa delle imboscate tese ai convogli stradali e dei missili terra-aria lanciati contro gli aerei. Alla fine degli anni '80 la perestroika di Gorbaciov consentì al popolo russo di esprimere il proprio parere: la gente voleva la fine della guerra.
Il conflitto con l'Afghanistan era costato la vita a 15.000 Sovietici, aveva provocato un'ondata di nazionalismo nelle repubbliche dell'Asia centrale e contribuito in modo significativo al crollo dell'URRS. Più di un milione di Afghani avevano perso la vita nella guerra e 6,2 milioni di persone, più della metà del totale dei profughi di tutto il mondo, avevano lasciato il paese. L'Afghanistan era ancora una volta ridotto a un cumulo di macerie.
Il ritiro delle truppe sovietiche, nel 1989, indebolì il governo del presidente Najibullah, che godeva dell'appoggio dei russi. Nel tentativo di mettere fine alla guerra civile, Najibullah propose un governo di unità nazionale, ma i mujaheddin rifiutarono. Nel 1992 Najibullah fu estromesso dal potere e la settimana seguente a Kabul scoppiò un conflitto tra le fazioni mujaheddin rivali. Fu nominato un presidente ad interim che due mesi dopo fu sostituito da Burhanuddin Rabbani, fondatore del movimento politico islamico del paese. I contrasti tra i guerriglieri continuarono, arrecando più danni di quanto avesse fatto l'occupazione sovietica.
I due acerrimi rivali furono però costretti ad allearsi nel marzo del 1996 in seguito agli straordinari successi militari di un gruppo di combattenti islamici chiamati talebani, che erano di etnia pashtun ('talib' è un termine pashto che significa 'studente religioso' o 'colui che cerca la conoscenza') ed erano appoggiati dal Pakistan. Nel 1994 si erano impossessati di Kandahar e nel settembre del 1996 entrarono a Kabul senza incontrare resistenza, poiché le truppe di Rabbani e di Kehmatyar erano già fuggite nel nord. L'ex presidente comunista Najibullah non fu altrettanto previdente e i talebani lo giustiziarono, esponendo poi pubblicamente il cadavere affinché potesse servire da monito. I talebani riuscirono a controllare più del 90% del territorio afghano; l'unica resistenza significativa era quella opposta dal veterano mujaheddin tagiko Ahmed Shah Massud, ma lo assassinarono nel settembre 2001, qualche giorno prima degli attentati al World Trade Center di New York e al Pentagono.
In campo internazionale, invece, i talebani non hanno avuto altrettanto successo. Nel 1998 gli Stati Uniti hanno bombardato alcune zone dell'Afghanistan sudorientale con missili Tomahawk nel tentativo di stanare Osama bin Laden, il multimiliardario dissidente saudita sospettato di aver ordinato il bombardamento delle ambasciate statunitensi in Kenya e in Tanzania nel 1998. Per rappresaglia un funzionario delle Nazioni Unite venne assassinato a Kabul e tutto il personale delle Nazioni Unite e delle missioni umanitarie fu temporaneamente allontanato dal paese. Nello stesso anno l'Iran concentrò 100.000 soldati ai confini orientali in seguito alla grave tensione fra i due paesi (l'uno sunnita, l'altro sciita) provocata dall'assassinio di otto diplomatici iraniani a Mazar-i-Sharif. L'ayatollah iraniano Khamenei ha definito i talebani «ignoranti e immaturi».
L'Afghanistan è nuovamente tornato alla ribalta dopo gli attentati terroristici a New York e a Washington del settembre 2001. Accusato dal mondo occidentale di ospitare colui che è ritenuto il principale responsabile, Osama bin Laden, il paese viene bombardato a partire dal 7 ottobre da aerei statunitensi e britannici. Il 13 novembre le truppe d'opposizione, l'alleanza del nord, hanno occupato la capitale, mettendo in fuga i talebani. Il 25 novembre è stata presa definitivamente Kunduz e il 30 è caduta Mazar-e-Sharif. Con l'appoggio dei raid aerei alleati, l'alleanza del nord il 6 dicembre ha occupato Kandahar. Dopo ripetuti attacchi è caduta anche Tora Bora e gli ultimi talebani si sono arresi il 17 dicembre, ma Osama bin Laden è scomparso. Il 20 dicembre le forze di pace britanniche sono entrate a Kabul, otto giorni dopo sono stati raggiunti dai militari italiani.
L'ex re, Mohammad Zahir Sha, è rientrato in patria il 18 aprile 2002 ed è proseguita l'ascesa di Hamid Karzai, il capo del governo provvisorio (era stato eletto il 22 dicembre 2001) che dal 13 giugno è il nuovo presidente.
Tuttavia il paese è ancora lontano dalla tranquillità. Nel 2002 l'Afghanistan è stato colpito da due terremoti. Il 3 marzo il primo sisma ha interessato la regione di Hindu Kush, a nord di Kabul, provocando la morte di circa 100 persone e lasciandone 500 senza casa. Il 25 marzo un altro terremoto ha devastato il nord del paese, i morti potrebbero essere stati 5.000 (non esistono dati certi), 30.000 le case distrutte e la città di Nahirn è stata completamente rasa al suolo. Il 6 luglio due guerriglieri hanno assassinato Haji Abdul Qadir, il vicepresidente, e il 7 settembre Karzai è sopravvissuto a un attentato. Gli americani hanno bombardato, il 28 gennaio 2003, l'area di Ataghar che nasconde inaccessibili caverne usate, secondo l'intelligence, come basi dai terroristi. I combattimenti si sono estesi nella zona meridionale, vicino al confine pakistano. Il 31 gennaio un autobus è saltato in aria su una mina nelle vicinanze di Rambaha, cittadina una ventina di chilometri a Sud di Kandahar. L'attentato, che ha ucciso 18 persone, è riconducibile ad Al-Qaeda. Il presidente Karzai ha chiesto che le truppe internazionali restino in Afghanistan e i loro contingenti vengano potenziati.
Nel gennaio 2004 dopo tre settimane di accesi dibattiti i 502 membri dell'assemblea plenaria delle tribù afghane, Loja Jirga, hanno approvato la nuova Costituzione. L'Afghanistan è una repubblica islamica, senza che vi sia alcun riferimento esplicito alla sharia. Si è dichiarato, tuttavia, che le leggi non potranno essere contrarie alla legge islamica. La forma di governo prescelta è una repubblica presidenziale con il potere del presidente limitato dall'affiancamento di un secondo vicepresidente con funzione di controllo. Il Parlamento (diviso in Camera alta e Camera bassa), ratifica anche le decisioni prese dal governo in materia di politica estera. Viene riconosciuta la parità di diritti tra uomini e donne di fronte alla legge. In ciascuna delle 32 province almeno due donne dovranno essere elette nella Camera bassa del Parlamento. Vengono riconosciute le minoranze linguistiche che ricevono, in sede locale, pari dignità rispetto al dari e al pashto, le lingue ufficiali. Sarà impossibile fondare partiti su basi esclusivamente etniche, linguistiche o religiose.
Le milizie talebane si sono riorganizzate lungo le zone di confine con il Pakistan e sferrano attacchi contro postazioni militari, strutture governative e organizzazioni umanitarie. La frequenza degli attacchi si è intensificata a maggio e i bombardieri americani hanno risposto con raid nei pressi di Spin Boldak, nella provincia del Kandahar.
Venticinque miliardi di dollari supplementari sono stati stanziati dal Senato di Washington per sostenere le operazioni militari in Afghanistan e Iraq.
La situazione del paese, anche nel 2005, resta difficile. Nel maggio di quest'anno, quattro persone sono morte e altre sessanta sono rimaste ferite a Jalalabad, nel corso di una manifestazione contro gli Stati Uniti. La protesta è stata organizzata dopo che il settimanale statunitense Newsweek ha scritto che i soldati americani a Guantanamo umilierebbero i prigionieri musulmani tenendo copie del Corano nei bagni.


 

Arabia Saudita

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Nel 1924 il re dell'Higiaz, Hussein, emiro della Mecca, si proclamò califfo; il re del Neged, Abd al-Aziz ibn Saud (1880-1953), che già nel 1902 aveva conquistato Riad con il sostegno della setta puritana islamica dei wahabiti, gli dichiarò guerra e lo sconfisse, unificando i due regni (1926) e costituendo nel 1932 il regno dell'Arabia Saudita Abd al-Aziz ibn Saud condusse, all'esterno, una politica di espansione che lo mise spesso in urto con lo Yemen e con la Giordania, mentre all'interno promosse lo sfruttamento delle ingenti risorse petrolifere con il concorso finanziario e tecnico statunitense. Alla sua morte gli succedette il figlio Saud (da cui il nome "saudita" all'Arabia), il quale cercò di conciliare la tradizionale politica di amicizia nei confronti degli USA e delle altre potenze occidentali con l'appoggio ufficiale alle istanze del panarabismo (l'Arabia Saudita è membro della Lega Araba dalla fondazione). Nel 1964 Saud veniva deposto dal fratello Faisal, uomo religiosissimo, che già dal 1958 governava di fatto il Paese, che accentuò la politica filoamericana.

Il malcontento popolare nei confronti della monarchia cresce nel corso degli anni '80 anche a causa della politica adottata da re Fahd (al trono dal 1982, ma alla guida effettiva del paese dal 1975), che allaccia strettissimi rapporti con gli Stati Uniti e avvia la modernizzazione e l'occidentalizzazione del paese. Ciò viene visto da molti come un tradimento della fede musulmana, in particolare dai gruppi fondamentalisti islamici (di orientamento wahabita), che diventano i catalizzatori dello scontento delle masse più povere e tradizionaliste. Si susseguono proteste e violenti scontri di piazza. Nel 1987 una dimostrazione di pellegrini iraniani alla Mecca contro l'appoggio saudita e americano all'Iraq viene repressa a colpi di arma da fuoco, causando la morte di centinaia di fedeli.

Ma l'alleanza di ferro tra Riad e Washington s’incrina a causa dell'aperto sostegno americano a Israele nella "guerra dei sei giorni" (1967), poiché la fede di Faysal significa anche avversione verso il sionismo. In occasione del conflitto arabo-israeliano del 1973 Faysal decide addirittura di aderire all'embargo petrolifero deciso dall'Opec contro gli Usa e i paesi occidentali. Il conseguente aumento del prezzo del greggio porta nelle casse della monarchia saudita un fiume di denaro tale che avvia una fase di sviluppo per il paese, senza però effetti sui miserabili livelli di vita della maggior parte della popolazione.  Nel 1975 Faisal veniva assassinato da un nipote e sostituito dal fratellastro Khaled, morto il quale (1982) il potere è passato al fratello Fahd Ibn Abd el-Aziz, che ha dovuto affrontare una crisi con l'Iran per la gestione dei pellegrinaggi alla Mecca (1987-1989) e la guerra del Golfo contro l'Iraq (1990-1991). Nel 1996 Fahd, per gravi motivi di salute, cedeva temporaneamente i poteri al fratellastro Abdallah. La famiglia saudita basa lo sviluppo economico del paese sullo sfruttamento del petrolio affidato alle compagnie americane. I "petroldollari" vengono investiti nello sviluppo di infrastrutture moderne, che stridono con l'arcaicità del sistema poltico-sociale mantenuto dai Saud, a capo di una monarchia assoluta e autocratica posta al vertice di una piramide feudale di fedeli emiri e capitribù.

Sul fronte internazionale tensioni si verificavano con gli Stati Uniti, essendo il governo saudita contrario alle incursioni aree americane contro l'Irak, condotte dal 1997 per scalzare di Saddam Hussein e alla politica statunitense verso i Palestinesi.  

 
 La situazione non fa che peggiorare all’inizio degli anni ‘90 quando re Fahd concede agli Stati Uniti di trasformare il paese nella base delle loro operazioni militari durante la guerra contro l'Iraq, con il conseguente dispiegamento di centinaia di migliaia di soldati americani sul territorio saudita. Per "liberare i luoghi santi dell'Islam dalla presenza dei militari stranieri infedeli" lo sceicco miliardario saudita di origini yemenite e di fede wahabita, Osama Bin Laden, fonda un potente movimento terroristico, Al-Qaeda, che dal 1995 inizia a compiere attentati contro obiettivi americani (sia militari che civili) in Arabia, ma anche in Tanzania e Kenya (1998), nello Yemen (2000) e negli stessi Stati Uniti con le stragi dell'11 settembre 2001.
 
La provenienza saudita di Bin Laden e della maggior parte degli attentatori delle Torri Gemelle e gli stretti legami finanziari tra Al-Qaeda e le fondazioni religiose saudite provocano forti tensioni tra Riad e Washington, che si manifestano con la rottura dei rapporti culturali e finanziari (non commerciali e petroliferi) tra i due paesi e culminano con il rifiuto saudita di concedere di nuovo agli americani l'uso delle basi nella seconda guerra contro l'Iraq. Ma gli atti terroristici di Al-Qaeda contro la presenza americana non si fermano.
Negli ultimi anni il principe ereditario Abdallah (alla guida effettiva del paese dal 1995) si è attivamente impegnato nella mediazione del processo di pace israelo-palestinese nel tentativo di placare il malcontento popolare interno, ma l'instabilità politica dell'Arabia Saudita si manifesta in maniera sempre più esplicita.

 

Dal maggio del 2003, quando quattro autobomba provocano la morte di 35 persone e il ferimento di altre 200, sono centinaia le vittime di una guerra strisciante e non dichiarata tra i fondamentalisti e i corpi speciali fedeli (anche economicamente) alla monarchia saudita. La società civile preme per delle riforme strutturali della monarchia assoluta più rigida del mondo. Nel dicembre 2000 l'Arabia Saudita sottoscriveva con Kuwait, Bahrein, Qatar, 'Oman ed Emirati Arabi Uniti, membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo, un progetto per la creazione di una moneta comune entro il 2005 e un patto di reciproca difesa diretto a fronteggiare soprattutto la minaccia irachena.

La guerra contro l'Iraq, condotta dalla coalizione anglo-americana nel 2003, e la conseguente caduta del regime di Saddam Hussein, vanificavano la minaccia irachena, ma innescavano nell'area mediorientale forti tensioni, poi all'origine dei gravi attentati terroristici contro alcuni quartieri residenziali e palazzi governativi, a Riad, verificatisi sia nel corso dello stesso anno sia in quello successivo. Nel 2005 moriva re Fahd, da tempo malato, e gli succedeva sul trono il fratello Abdullah. In dicembre il Paese entrava nella WTO.

A febbraio del 2005, per la prima volta nella storia del Paese, si sono tenute elezioni amministrative. La pressione sulla famiglia Saud resta forte e la protezione degli Stati Uniti sembra ormai venuta meno. Il 31 luglio 2005,dopo una lunga malattia, è morto re Fahd, il quinto monarca della storia del Paese. Sul trono dell'Arabia Saudita e della dinastia Saud sale il fratello e principe reggente,da anni vera guida del paese, Abdullah.

 


 

Arabia Saudita 2

http://www.edt.it/lonelyplanet/microguide/text/001/storia.shtml 

 

Alcune parti di quella che adesso è l'Arabia Saudita orientale furono abitate per la prima volta nel IV o V millennio a.C. da popoli che migrarono dall'odierno Iraq meridionale. I nabatei, intorno al I secolo a.C., governarono il più grande degli antichi imperi: si estendeva fino a Damasco.
All'inizio del XVIII secolo la famiglia Al Sau'd, la dinastia che governa l'attuale Arabia Saudita, amministrava il villaggio dell'oasi di Dir'aiyah, vicino alla moderna Riyadh. Quando strinse un'alleanza, verso la metà del XVIII secolo, con Mohammed bin Abdul Wahhab, il risultato fu che prese piede il wahhabismo, un movimento religioso riformista che auspicava il ritorno alle origini e che è tuttora il rito ufficiale islamico in Arabia Saudita. Nel 1806 il wahhabismo aveva conquistato la maggior parte della moderna Arabia Saudita e buona parte dell'Iraq meridionale.
Ciò non piacque a Costantinopoli, poiché l'Arabia occidentale faceva parte, almeno in teoria, dell'impero ottomano; quest'ultimo, nel 1812, riconquistò l'Arabia occidentale e alla fine del XIX secolo gli Al Sau'd si ritirarono in Kuwait, dove fu offerto loro rifugio. Da qui uno dei più grandi capi degli Al Sau'd, conosciuto come Ibn Saud, architettò un'irresistibile combinazione di devozione, strategia e diplomazia e riprese Riyadh e, in seguito, nel 1925, Jeddah.
Nel 1938 la Chevron scoprì in Arabia Saudita ricchi giacimenti petroliferi e all'inizio della seconda guerra mondiale il paese fu proiettato di colpo nell'economia mondiale. Nel 1950 si calcola che le royalty del regno ammontassero a un milione di dollari alla settimana, e nel 1960, l'80% di tutte le entrate governative proveniva dal petrolio. L'embargo arabo, nel 1973-74, aumentò il prezzo del petrolio di quattro volte e l'Arabia Saudita divenne una specie di potenza mondiale. Visto che entravano soldi a palate ebbe inizio un boom edilizio e il paese divenne un immenso cantiere in costruzione. Ma il successo del petrolio suscitò numerosi interessi all'esterno del paese, e le relazioni dell'Arabia Saudita con i vicini divennero sempre più tese. Il massacro di 400 pellegrini iraniani nell'hajj (pellegrinaggio) del 1987 provocò il boicottaggio iraniano al pellegrinaggio per parecchi anni.
Quando l'Iraq invase il Kuwait nel 1990, i sauditi cominciarono a preoccuparsi, e chiesero agli Stati Uniti di inviare delle truppe a difesa del regno. La crisi ha suscitato richieste di cambiamento politico, e nel 1993 il re approntò un consiglio consultivo i cui membri venivano designati dal re e potevano dare il proprio parere in merito ai disegni di legge: siamo ben lontani dalla democrazia, ma abbastanza vicini al punto cui può arrivare l'Arabia Saudita.
I giorni del denaro facile realizzato grazie al petrolio sono un lontano ricordo e attualmente la popolazione sta aumentando molto rapidamente (ogni donna saudita partorisce in media sei bambini), rivelando l'impressionante sfida lanciata dall'Arabia Saudita e dal vecchio re Fahd. Nel 1999 il primo gruppo di turisti si è scontrato con ogni tipo di ostacolo per visitare il paese; tuttavia i visti rimangono ufficialmente limitati ai viaggiatori di affari, ai musulmani che fanno l'annuale pellegrinaggio alla Mecca e a Medina e a quei pochi fortunati che sono in grado di convincere un cittadino saudita a sponsorizzare il proprio viaggio nel paese.
Nel 2000, per fronteggiare la recessione che aveva colpito anche altri paesi dell'Opec, l'Arabia Saudita decise di ridurre la produzione di petrolio per poter così far salire i prezzi. Nel 2001 la produzione petrolifera è stata ulteriormente ridotta per tre volte nel corso dell'anno.
Le relazioni con gli USA sono divenute ancora più strette in seguito agli attentati dell'11 settembre 2001 (15 degli attentatori suicidi erano di nazionalità saudita), tuttavia l'orientamento filo-occidentale della monarchia è osteggiato dai fondamentalisti che contestano la presenza delle basi americane nei luoghi sacri dell'Islam.
Nel corso del conflitto iracheno la monarchia saudita ha fermamente negato l'uso delle proprie basi (tranne quella di Prince Sultan che è stata impiegata soltanto per il coordinamento), e si è dichiarata anche contraria alla successiva e temporanea occupazione militare americana per ristabilire la democrazia dopo la caduta di Saddam Hussein.
Per fronteggiare le conseguenze energetiche, i membri dell'Opec, in primo luogo l'Arabia Saudita, hanno incrementato la produzione, avendo previsto la crisi del Golfo, e dispongono di scorte sufficienti; essi continueranno a mantenere un'elevata produttività per compensare qualsiasi riduzione del flusso di export di greggio iracheno.
Gli attacchi sferrati contro uffici e alloggi di società petrolifere straniere il 1° maggio a Yanbu e il 29 maggio 2004 ad Al-Khobar, hanno fatto balzare il prezzo del greggio a 42 dollari al barile; la contromisura dell'Opec per riportarlo al di sotto dei 40 dollari è stata bilanciata intervenendo sia sull'aumento della produzione di 2 milioni di barili al giorno sia sull'aumento delle scorte di benzina negli USA. L'efferatezza con cui sono stati assassinati i tecnici e il personale delle strutture ricettive sembra rientrare nel disegno di rovesciare la famiglia reale saudita colpendola nel settore principale della sua economia, mettendo in fuga gli "infedeli" da uno dei luoghi simbolo dell'Islam.

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Chi vuole invadere l'Arabia Saudita e perché?

Fonte: http://www.globalresearch.ca/articles/TSU407A.html

Tradotto da Chiara Bianchi e Alessandra Ferrera per Nuovi Mondi Media

 

Il film di Moore Fahrenheit 9/11 ha fatto un grosso favore ai fautori di una guerra e successiva invasione sulla penisola araba. Siccome in privato tutti parlano di questo tema, ecco: fatevene un'idea diretta qui e ora.

Il nuovo film di Michael Moore, “Fahrenheit 9/11”, ha fatto un grosso favore ad alcuni dei fautori di una guerra sulla penisola araba. Il film ottiene ciò che infinite pagine di studi e discussioni deI think-tank conservatori (commissioni di esperti) e ore di pubbliche relazioni e libri non possono ottenere: versare benzina sulle scintille anti-saudite già accese negli Stati Uniti.

Il film di Moore critica aspramente i sauditi non solo per le loro relazioni d'affari ma anche per aver lasciato gli Stati Uniti dopo l'attacco dell'11 settembre 2001, così come hanno fatto molti funzionari non sauditi lo stesso giorno in cui vennero autorizzati particolari voli. L'enorme popolarità di questo documentario ha diffuso il messaggio anti-saudita ad un intero nuovo mercato ed è solo l’ultima manifestazione delle varie ragioni che potrebbero far attuare un vecchio piano di guerra: invadere e occupare il Regno dell’Arabia Saudita.

Nonostante il suo produttore progressista e del pubblico a cui si rivolge, “Fahrenheit 9/11” si conforma, come avesse i paraocchi, con il programma stabilito dai falchi neoconservatori: liberare l'Arabia dal casato dei sauditi, garantendo così agli Stati Uniti e ai suoi alleati pieno accesso al più grande tesoro del Medio Oriente.

I membri del congresso americano, i diplomatici statunitensi e sauditi e il pubblico americano hanno sempre più la sensazione che l’amministrazione Bush, a causa della pressione dei neoconservatori e degli interessi interni, stia “completamente cambiando” la sua politica nei confronti dell’Arabia. Coloro che si opponevano all'attuale amministrazione accusano la Casa Bianca di mantenere legami con un nemico dell'America in cambio di lucrosi accordi commerciali. In contrasto con questi, coloro che hanno sostenuto i legami con l'Arabia Saudita restano dell'idea che gli Stati Uniti non abbiano intenzione di troncare i rapporti con una forza regionale stabilizzatrice e con amici di lunga data della casa regnante Saudita. Chi ha ragione? Nessuno.

Negli scorsi 30 anni, gli Stati Uniti non sempre hanno avuto intenzioni “amichevoli” nei confronti del Regno. Se così è sembrato era solo una maschera di quello che la politica militare americana pensava in realtà. Documenti non più coperti da segreto militare rivelano che c’è stato un continuo martellamento sulla questione dell’invasione dell’Arabia, che si è riflessa anche oltre le porte chiuse del governo Usa. Il Pentagono, per tre decenni, ha formulato e aggiornato piani segreti per impadronirsi dei pozzi petroliferi sauditi e sbarazzarsi della della casa regnante dei sauditi. Questa non è solo una cabala neo conservatrice. Sono stati fatti piani ed è stato impiegato molto tempo per programmare un'invasione dell'Arabia Saudita con intenzioni ben piu' vaste: il controllo da parte degli USA delle riserve di petrolio in modo da poter dominare i mercati mondiali.

La più recente ondata di accuse circa l'appoggio, la tollerenza e l'aiuto che l'Arabia Saudita da' al terrorismo assume il significato di un secondo e più pubblico tentativo di ottenere sostegno per portare ad esecuzione un piano che data trenta anni volto a occupare l'Arabia Saudita. Altri obiettivi dei protagonisti regionali, (mettere al sicuro le riserve di petrolio; la giustificazione logica con una "guerra del terrore") possono aggiungere sinergie ed un impeto ormai inarrestabile verso un'invasione americana.-In quest’articolo vogliamo divulgare e valutare le ragioni e le azioni di coloro che stanno dietro a questa nuova spinta verso l’occupazione dei giacimenti di petrolio sauditi.

Svelati i piani segreti

Nel 1973 l'amministrazione Nixon descrisse un piano d'attacco contro l'Arabia Saudita volto ad impadronirsi dei giacimenti petroliferi in un rapporto segreto delle intelligence congiunte intitolato “UK Eyes Alpha”. L'MI5 e l'MI6 britannici ne erano informati e, grazie alle leggi dell'Archivio Nazionale Britannico, il documento è stato reso pubblico nel dicembre del 2003. L'embargo del petrolio venne concluso dopo sole tre settimane, ma l'”Eyes Alpha” suggeriva che gli “USA potevano garantire sufficienti riserve petrolifere per loro stessi e per i loro alleati occupando i giacimenti petroliferi in Arabia Saudita, Kuwait e quelli dello stato del Golfo di Abu Dhabi”. Da ciò si deduceva che sarebbe stata presa in considerazione un'azione “preventiva” e che i due corpi organizzati si sarebbero impadroniti dei giacimenti di petrolio sauditi e ognuno avrebbe preso per sè il Kuwait e Abu Dhabi.-Nel febbraio del 1975 il London Sunday Times rivelò informazioni trapelate da un piano segreto del Dipartimento della Difesa statunitense. Il piano, redatto dal Pentagono, aveva come nome in codice “Dhahran Option Four” e pianificava un’eventuale invasione della più ampia riserva di greggio al mondo, in altre parole l’Arabia Saudita. (Vedi Documento 1)

Documento 1

Il piano d’attacco (Riferimento: London Sunday Times, Febbraio 1975, ritoccato da IRmep)

Sempre nel 1975, Robert Tucker, analista dell'intelligence e militare statunitense, scrisse un articolo per la rivista ”Commentary”, di proprietà del Jewish American Committee (organizzazione ebrea americana), intitolato “Oil: The Issue of American Intervention” [“Il petrolio: l’obiettivo dell’intervento americano”]. Tucker ha dichiarato che "se non interveniamo ci sarà la concreta possibilità di un potenziale disastro economico e politico... simile al collasso economico degli anni ‘30... la costa araba del golfo è un nuovo El Dorado in attesa dei suoi conquistatori”.-A questo è seguito un articolo, nel febbraio dello stesso anno, su Harper's Magazine, scritto da un analista del Pentagono che si è firmato con uno pseudonimo, Miles Ignotus: nel suo articolo, veniva enfatizzato il bisogno degli Stati Uniti di prendere possesso dei giacimenti petroliferi sauditi e così pure delle installazioni e degli aeroporti; questo articolo era intitolato “Conquistare il petrolio arabo”. Secondo James Akins, un diplomatico statunitense, l'autore era probabilmente Henry Kissinger, il segretario di Stato a quel tempo. Kissinger non ha confermato nè tantomeno smentito di essere lui l'autore.

In seguito, nell’agosto dello stesso anno, il Comitato per le relazioni estere scrisse un rapporto intitolato “Oil Fields as Military Objectives: A Feasibility Study” [“I giacimenti petroliferi come obiettivi militari: uno studio di fattibilità”], nel quale si sosteneva che gli obiettivi potenziali per gli USA comprendevano Arabia Saudita, Kuwait, Venezuela, Libia e Nigeria. “Varie analisi indicano... [che le forze armate delle nazioni dell’OPEC sono] quantitativamente e qualitativamente inferiori [e] potevano essere rapidamente annientate”.

La vera premessa di un attacco al regno d'Arabia Saudita è stata vissuta fin dai tempi della Guerra Fredda. L'idea, comunque, era stata ripresa sotto l'egida di una nuova “guerra contro il terrorismo” con l'accusa che lo stato saudita appoggiasse tale guerra contro l'occidente. Uno dei nessi con questo punto di vista è Richard Perle.

Piani neo-conservatori sull'Arabia Saudita

Richard Perle è apertamente critico riguardo al fatto che gli americani abbiano rapporti d’affari con l’Arabia, nonostante egli stesso abbia investito $100 milioni in Arabia, con la sua società di venture capital. Il suo infausto tentativo di diventare un uomo di potere, con un piede sulla porta del Consiglio per la Politica della Difesa degli Stati Uniti, al Dipartimento della Difesa, e con l'altro sulla porta degli investimenti di capitali della Trimeme, è ben documentato. Egli da allora è diventato molto più intransigente, e come ha affermato a The National Review, “Penso che sia una disgrazia. I sauditi sono una delle più grosse fonti di problemi che abbiamo mai affrontato con il terrorismo.” (Perle fu costretto a dimettersi dal Consiglio per la Politica della Difesa quando i suoi incontri con affaristi dell'Arabia Saudita per la raccolta di fondi sono stati resi pubblici).

I tentativi di Perle di riorganizzare le dinamiche di quelle regioni, compresa l’Arabia Saudita, si sono protratti per molti anni. Il premier israeliano del Likud, Benjamin Netanyahu, chiese a Perle di abbozzare una strategia anche per Israele. L’Institute for Advanced Strategic & Political Studies, un think-tank con sede a Washington e Gerusalemme, in un documento completo intitolato “A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm” [“Un taglio netto: una nuova strategia per salvaguardare il Regno”], enfatizzava la necessità di rovesciare gli accordi di Oslo e il processo di pace in Medio Oriente.

Pretendeva che il presidente Yasser Arafat disapprovasse apertamente ogni atto di terrorismo palestinese; richiedeva che Saddam Hussein e il regime Baath in Iraq e Siria fossero rovesciati; che la forza della democrazia fosse imposta su tutto il mondo arabo e sull’Iran. Un vecchio ufficiale dell’intelligence israeliana ha affermato che l’obiettivo era rendere Israele la potenza dominante nella regione e cacciare i palestinesi. Gli sforzi di Perle per neutralizzare i finanziamenti internazionali alla resistenza palestinese e il sostegno ai palestinesi stessi, hanno guidato sin da allora la sua politica.

Un altro autore de “Il taglio netto” fu David Wurmser. Nel settembre 2003 Wurmser fu trasferito al Dipartimento degli Stati Uniti per lavorare direttamente sotto il vicepresidente Dick Cheney ed il capo del suo staff, Lewis Libby. La moglie di David Wurmser, Meyrav, dirigeva il MEMRI (Middle East Media Research Institute) al fianco del colonnello Yigal Carmon, dell'intelligence dell'esercito israeliano. MEMRI si specializza in "recuperi selettivi", cercando e traducendo in particolare documenti in lingua araba che confermano la parzialità del MEMRI circa l'opinione che il mondo arabo di fatto disprezzi l'occidente. Meyrav Wurmser ha conpletato il dottorato alla George Washington University con una tesi su Vladimir Jabotinsky, fondatore dello sionismo revisionista, fascista dichiarato ed eroe del primo ministro Ariel Sharon e del partito Likud.

L’Arabia Saudita fu nuovamente dichiarata ostile agli Stati Uniti il 10 giugno 2002 allorché Laurent Murawiec della Rand Corporation, su invito di Meyrav Wurmser, fece una presentazione in PowerPoint al Defense Policy Board. Murawiec, come Meyrav, era un ex-allievo della George Washington University. Era anche un seguace dell’organizzazione di Lyndon LaRouche. Questo gruppo indottrina i suoi adepti e li spinge ad abbandonare le famiglie: dalle testimonianze di alcuni ex-membri, secondo l’organizzazione “i valori familiari in realtà sono immorali”. (Lyndon LaRouche è un criminale, teorico di cospirazioni e crede negli Ufo.)

La presentazione in PowerPoint, intitolata “Taking Saudi Out Of Arabia” [“Condurre i sauditi fuori dall’Arabia”], dice che “l'Arabia Saudita è il centro strategico”; dichiara, inoltre, che il regno è un nemico degli Stati Uniti. Sosteneva che gli Stati Uniti dovevano impadronirsi del Regno e dei suoi giacimenti, invadere la Mecca e Medina, confiscare i beni finanziari arabi, se non avesse smesso di sostenere i terroristi anti-occidentali.

L’Arabia fu dichiarata la “quintessenza del male, la causa prima, il più pericoloso oppositore” nel Medio Oriente. Murawiec affermò che “Da quando ha ottenuto l’indipendenza, le guerre sono state il frutto principale del mondo arabo” e che “intrighi, sommosse, omicidi, colpi di stato sono gli unici mezzi che hanno portato cambiamenti... La violenza è politica, la politica è violenza. Questa cultura della violenza è la causa prima del terrorismo. Il terrore come mezzo accettato e legittimato per guidare la politica è rimasto latente per ben 30 anni...” James Akins ha così spiegato queste strategie: “Sarà più facile una volta cha avremo l’Iraq. Il Kuwait è già nostro. Qatar e Bahrain pure. Quindi stiamo parlando solo dell’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti poi cadranno.”

I collegamenti tra chi preme per un'invasione dell'Arabia Saudita da parte degli Stati Uniti hanno radici profonde. Il mentore di tutta una vita di Richard Perle era l'ultimo presidente della Rand Corporation, capostipite degli analisti neo-conservatori. Wohlstetter era anche un compagno di scuola di Ahmed Chalabi all'università di Chicago. Chalabi, il leader del Congresso Nazionale Iracheno e protagonista delle informazioni fornite al governo statunitense riguardanti le armi di distruzione di massa (inesistenti), è un criminale condannato in Giordania a più di vent'anni di lavori forzati per speculazioni sulle valute e appropriazione indebita tramite la Jordanian Petra Bank.

Il movimento d'opinione populista di denuncia contro l'Arabia Saudita come stato finanziatore del terrorismo originato sia da circoli progressisti che conservatori può culminare in un'invasione molto prima di quanto si possa pensare. I sostenitori all'interno dell'attuale amministrazione possono usare questa unità per eseguire un altro “progetto" per la politica degli Stati Uniti; la giustificazione logica che ne può seguire, altrettanto facilmente, può essere quella che servì come motivazione per l'invasione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti, cioè dell'”imminente minaccia verso l'America” di Saddam Hussein.

Obiettivo Arabia Saudita

A dire il vero non esiste alcuna prova evidente che colleghi i leader e i funzionari arabi al terrorismo, vi sono pochissime prove che gli arabi stiano giocando un ruolo consapevole e per quanto se ne sa, hanno meno legami finanziari con il terrorismo di quanti se ne possano trovare in molte nazioni dotate di un sistema bancario. In realtà, il Dipartimento di Stato americano annovera tra gli stati che hanno legami e relazioni finanziarie con Al Qaeda paesi quali Olanda, Svizzera, Italia, Germania, Australia e gli stessi Stati Uniti. Però, i fatti non sono sufficienti ad arginare il crescente sentimento anti-arabo tra i politici e gli americani in genere.

Il PowerPoint accusatorio di Murawiec continua sostenendo che l’Arabia Saudita è “un’unione instabile:... il Wahabismo avversa la modernità, il capitalismo, i diritti umani, la libertà religiosa, la democrazia, la repubblica, una società aperta” e... “si sta diffondendo in tutto il mondo”... basandosi sulla rivoluzione iraniana guidata dall’Ayatollah sciita Khomeini; che “proviene dalle frange estremiste dell’Islam”, e inoltre che c’è stato uno “spostamento dalla politica petrolifera pragmatica allo sviluppo di un Islam radicale... [Gli arabi sono] garanti di gruppi radicali, fondamentalisti e terroristi.

L'Arabia Saudita è quindi considerata responsabile di essere “il principale vettore della crisi araba... attiva a tutti i livelli della catena del terrore... [essa] sostiene i nemici [degli USA] [e prova] un odio virulento verso gli Stati Uniti... C'è un'”Arabia” ma non ha bisogno di essere “Saudita”...[Gli USA devono] fermare qualsiasi finanziamento e sostentamento per qualsiasi madrasa, moschea, ulama, o predicatore fondamentalista, in qualunque parte del mondo... Smantellare e bandire tutte le “beneficenze islamiche” del regno, confiscare i loro risorse... [e].... ciò che il casato dei Sauditi ha di più caro può essere preso di mira... petrolio... i luoghi sacri... L'Arabia Saudita [è] il centro strategico”.

Se non fossero state ascoltate dai più alti funzionari dell'amministrazione Bush, queste presentazioni sarebbero state scartate come un'assurdità semplicistica. Ad ogni modo, la scintilla di un movimento di massa per demonizzare l'Arabia Saudita ha già cominciato ad accendersi e il 6 giugno 2002 l'ala destra dell'Hudson Institute ha ospitato un seminario intitolato “Discorsi sulla democrazia: Arabia Saudita, amica o nemica?”, a presenziare, Laurent Murewiec e Richard Perle.

E' inoltre d’ulteriore interesse il collegamento ironico e diretto che c’è tra Richard Perle e il terrorismo. In una recente raccolta di fondi per sostenere le vittime del terremoto iraniano a Bad, sponsorizzato dall’organizzazione Mujahedin-E Khalq [Mek o Mko, noto anche come Esercito di Liberazione, N.d.T.], è stato chiesto a Richard Perle di presenziare e fare da portavoce all’iniziativa. Nonostante i rifiuti di altri gruppi di parlare a questo evento, sulla base della segnalazione ufficiale del Dipartimento di Stato americano secondo cui il Mek è “un’organizzazione terrorista straniera”, Richard Perle pur essendo a conoscenza di tale segnalazione, l’ha ignorata ed è stato felice di presenziare per richiedere e raccogliere fondi, fondi di cui si sono impadronirti al termine dell’evento gli agenti del Tesoro statunitensi. La Mek è la stessa organizzazione terroristica che cercò di uccidere Richard Nixon nel 1972.

Due settimane dopo la presentazione in PowerPoint fatta alla Defense Policy Board del Pentagono, all’American Enterprise Institute si svolse un seminario tenuto da Dore Gold, ex ambasciatore delle Nazioni Unite in Israele, per promuovere il suo nuovo libro: "Hatred’s Kingdom: How Saudi Arabia Supports the New Global Terrorism" [trad.: Il regno del terrore: come l’Arabia Saudita sostiene il nuovo terrorismo globale]. Sebbene non abbia mai visitato questa nazione, Gold è stato presentato alle televisioni come un “esperto” dell’Arabia, se non addirittura come “un consigliere del premier Ariel Sharon".

Gold asserisce che il gruppo al-Haramain ha fatto pervenire ingenti fondi ad Al-Qaeda, omettendo che l’Arabia ha chiuso l’organizzazione e ne ha congelato i beni. La prova principale di Gold è un documento israeliano in cui si indaga su fondi di Hamas provenienti dall’Arabia. Hamas ha negato qualsiasi accusa secondo cui un governo saudita sarebbe coinvolto e l’Arabia Saudita stessa ha respinto le accuse come assolutamente false. Gold usa il libro per promuovere i programmi di Netanyhau, Perle e Bush di “perseguire l’Arabia Saudita in modo più aggressivo se si vuole proteggere la sicurezza del Medio Oriente” ed afferma che Israele ha solo un “ruolo marginale” negli atti di terrorismo legati ad Al-Qaeda perché è l’Arabia Saudita a biasimare per aver finanziato la “jihad di Al Qaeda”.

Inoltre Gold ha testimoniato al Congresso degli Stati Uniti circa il male insito nell’Arabia Saudita. Ciò nonostante nel corso del libro, Gold conferma solo che i legami terroristici provengono da stranieri che si sono infiltrarti e non dai governi sauditi. Il libro non fornisce alcuna prova a sostegno delle sue tesi, né ufficiale né ufficiosa.

Il cofondatore neo conservatore dell'Hudson Institute, Max Singer, scrisse un articolo che venne inviato all'ufficio Accertamenti del Pentagono nel maggio del 2002: faceva presente la rottura con l'estero dell'Arabia Saudita. Il 7 ottobre 2003 il furbo amico conservatore William Kristol, della rivista "Weekly Standard", ha affermato di essere sconvolto dal fatto che gli Stati Uniti non siano andati oltre la guerra in Iraq al “successivo cambio di regime” del “successivo, orribile” dittatore del Medio Oriente, Bashar Assad di Syria.-Prima della pubblicazione del suo libro "Sleeping With The Devil" [Dormire con il diavolo], a Robert Baer, ex-funzionario della CIA, fu ordinato dalla CIA stessa di rimuovere vari passaggi, che sostenevano di particolari legami della CIA con la famiglia reale saudita, finanziatrice di Al Qaeda nonchè di ribelli ceceni. Sostiene che l’Arabia Saudita è un “barattolo pieno di polvere da sparo pronto ad esplodere”, “la famiglia reale è ‘corrotta’”, “è appesa ad un filo”, “è violenta e vendicativa come ogni famiglia mafiosa”. Baer, colmo d’odio verso i sauditi, fa affidamento su un tacito visto di approvazione da parte della CIA, per altro rifiutato in precedenza, ma anche le sue informazioni non sono supportate da prove certe. Baer si è rifiutato di obbedire alle richiesta della CIA “solo per sfidarli”, per cui ora la CIA sta pensando di intentare causa contro di lui, che come Gold, non ha mai visitato di persona l’Arabia Saudita.

Un altro autore che fa parte della lista dei best-seller è Gerald Posner, che ha scritto "Why America Slept" [Perché l'America dormiva, ed. Piemme], in cui sostiene ci siano legami tra Osama bin Laden ed il governo saudita. Secondo l'opinione di Posner i sauditi hanno continuato a pagare il prezzo del silenzio a bin Laden per anni, in modo da prevenire attacchi terroristici nel Regno. Può sembrare quindi strano che si siano comunque verificati vari attacchi in Arabia contro i civili, se veramente Bin Laden ha ricevuto tali compensi. E poi, come ha fatto Posner a scrivere un libro in così pochi mesi, con tali accuse dettagliate, se l’intelligence Usa ci ha impiegato anni? Posner non ha dato spiegazioni.

Lo stesso governo americano non solo ha nutrito e sponsorizzato inconsapevolmente i terroristi (i membri di Al-Qaeda dell'11 settembre, l'Al-Haramain Islamic Foundation, il Mujahedin-e-Khalq [MEK], IRA, ecc.) ma ha anche negoziato consapevomente con i gruppi di terroristi iraniani per assicurare alle truppe americane la sicurezza dagli attacchi dell'Iraq da parte degli iraniani in cambio di armi irachene. Dalla metà degli anni '90 fino al 2001 gli Stati Uniti hanno avuto a che fare direttamente con i talebani per i diritti sulle tubature di petrolio, accordandosi sul pagamento delle tasse ai talebani per ogni milione di piedi cubici di combustibile che passava ogni giorno attraverso l'Afghanistan. Il vicepresidente Usa Dick Cheney, all'epoca Ceo di Halliburton, ha affermato che "occasionalmente abbiamo dovuto operare in luoghi in cui, tutto sommato, qualcuno non vorrebbe andare, normalmente. Ma noi andiamo dove c'è il business." In questo lasso di tempo Hamid Karzai era il sostituto del primo ministro dei talebani e in precendenza un consulente di Unocal (Unocal conduceva i negoziati assieme al consigliere di Paul Wolfowitz, Zalmay Khalilzad).

Il 9 novembre 2003 Israele ha confermato di aver fallito nei negoziati segreti con gli Hezbollah. (Nel gennaio del 2004 i negoziati israeliani col gruppo terrorista portarono frutti, quando uno scambio di prigionieri divenne realtà.) Nel suo libro Gerald Posner scrive che i terroristi "furono creati dagli Stati Uniti", nel corso di interrogatori con i quali, attraverso tremende crudeltà, riuscirono ad ottenere dai Sauditi un mare di informazioni. Tale accusa significherebbe che gli Stati Uniti avrebbero violato le leggi internazionali contro l’uso di torture sui sospettati di atti di terrorismo. Per quanto le prove delle relazioni pubbliche degli Usa e la ”guerra del terrore” siano inconsistenti, gli sforzi per collegare il governo saudita o i “sauditi” in generale al terrore sta avendo effetto.

Il punto non è se ci siano dei motivi specifici o delle prove. Ma piuttosto la passione e la mobilitazione. Il film “Fahrenheit 9/11”, proprio come dice il titolo, sta facendo salire la temperatura per un nuovo gruppo di americani: i democratici e i progressisti.

La decisione in arrivo

Il 25 giugno 2004 il film di Michael Moore, "Fahrenheit 9/11" e' uscito su 500 schermi Usa. Il suo messaggio agli spettatori è semplice e chiaro: i rapporti tra Stati Uniti e sauditi devono finire. Ad ogni modo, gli americani dovrebbero cercare di studiare con attenzione il film, i libri e gli esperti dei talk-show per riesaminare la complicata storia tra gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita e i veri motivi che hanno portato alla guerra. Comprendendo i motivi e la storia delle personalità che ne hanno fatto parte, sia prima che poi, possiamo scoprire e capire questo caso in via di evoluzione della guerra in Arabia.

Agli americani sarà presto chiesto di prendere una decisione, ossia se l’occupazione è il proseguimento naturale della politica americana. Ma diversamente dal fenomeno costruito per dichiarare guerra all’Iraq, prendere una decisione sarà utile all’America e a questo non serviranno certo piani segreti, ragionamenti contorti e neppure messaggi di parte ai botteghini.


"Ce la faremo, proprio come voi"


Tariq Ali con Nina Fùrstenberg

http://www.caffeeuropa.it/pensareeuropa/islam-ali.html  

L'intervista che segue è stato pubblicato sul numero 75 della rivista Reset.

"Cari amici europei occidentali e cristiani, volete capire come dalla cultura islamica possano venir fuori società moderne, secolarizzate, democratiche e liberali? Fate introspezione, guardate alla vostra storia. La strada faticosa da cui non siete ancora usciti del tutto, se le cose andranno bene sarà la stessa". Tariq Ali non ha dubbi sulla possibilità di un Islam liberale. Proprio su questo tema vertono le domande che gli abbiamo sottoposto.

Ritiene che l'Islam possa avviare oggi un processo di riforma a contatto con la tradizione europea dell'Illuminismo?

Siamo realisti sull'Europa. La politicizzazione della religione in Europa è stata moderata se la si confronta con gli Stati Uniti, anche se non si può ignorare il fatto che i partiti cristiano-democratici hanno dominato l'Italia e la Germania (persino durante la recente permanenza in carica del governo di centro-sinistra, anche politici laici e atei stavano in fila per fare il baciamano in Vaticano), che il partito conservatore britannico era strettamente legato alla Chiesa Anglicana e che le "tribali" rivalità all'interno del Cristianesimo hanno contribuito al prolungarsi di una violenta guerra civile in Irlanda. In Russia il crollo dell'ancien regime ha visto un drammatico risveglio della Chiesa Ortodossa; in Polonia Chiesa Cattolica e Solidarnosc hanno lavorato insieme per abbattere il regime; in Jugoslavia l'inutile guerra civile ha rianimato antichi odi tra le diverse fazioni del Cristianesimo e dell'Islam della Bosnia (che fino a quel momento era la versione di Islam più secolare che si sia mai vista).

Che cosa vuol dire? Che l'Europa non è un modello liberale proponibile per il mondo islamico?

Voglio dire che i politici hanno continuato ad usare come mezzo la religione. Questo strascico non può essere accettato senza critiche. Lei parla di Illuminismo ma alcuni dei maggiori pensatori illuministi, come Voltaire e Kant, furono estremamente contrari alla religione organizzata, eppure furono anche colpevoli delle più deplorevoli accuse razziste. Rousseau, che tendeva al deismo, era molto più illuminato sulle questioni sociali. Mentre l'Europa contemporanea non si è ancora liberata completamente dalla religione, una parte considerevole della sua popolazione è però ora immune alla sua attrazione, inclusa la Repubblica Irlandese, dove, fino a poco tempo fa, la Chiesa Cattolica dominava la società e la politica più che in ogni altro stato d'Europa.

Perché considera l'America un stato non laico?

Perché gli Stati Uniti sono saturi di religione: il novanta per cento della popolazione dichiara di credere in una divinità e il settanta per cento nell'esistenza degli angeli. La secolarizzazione è stato un processo lento e doloroso e la religione domina la comunità anglosassone al potere. L'America bianca è divisa in varie Chiese e sette che fanno a gara a chi è più bigotto. Questa realtà si riflette nella composizione dell'attuale amministrazione. Bush stesso è un Cristiano rinato, e il suo Attorney General un fondamentalista protestante reo confesso. La politica americana è di rado scossa da un'opposizione ideologica secolare. Ma le passioni politico-ideologiche spesso esplodono su argomenti come l'aborto, acquistando un'importanza sconosciuta persino nelle vicinanze del Vaticano. Nel mondo neoliberale del libero mercato, della deregulation e della privatizzazione, molti si sono ritirati in varie politiche identitarie. Per la seconda generazione dei musulmani europei questo ha significato un ritorno all'Islam. E poiché l'Islam è diventato una questione di identità per loro, la versione predicata e praticata tende a essere molto più dura, molto più radicale della maggior parte delle correnti che esistono nello stesso mondo islamico.

Come possono integrarsi come cittadini gli immigrati islamici quando mettono in discussione le nostre leggi insistendo sulla Sharia - la legge tradizionale islamica di comportamento?

La richiesta del riconoscimento della sharia in Europa è una richiesta assolutamente reazionaria, cui si sono opposti molti anche nel mondo islamico. Ma non si possono permettere doppi standard. Inaspriscono semplicemente i problemi. Se un copricapo ebraico o un crocifisso non creano problemi, perché dovrebbe essere diverso per un velo sulla testa? Personalmente non mi piace nessuno dei tre, ma finché sono portati volontariamente le mie obiezioni estetiche sono irrilevanti. In qualunque caso non sono problemi dello Stato. Solo poco prima dell'11 settembre il leader del New Labour, Tony Blair, fervente cristiano, ha dichiarato il suo sostegno all'avvio di scuole a religione singola. A che cosa servirà tutto questo? E comunque non sono pessimista.

Cosa intende quando parla di una "terza via" per l' Islam?

Si tratta della ricerca di una terza via reale, che escluda la capitolazione all'estremismo religioso da una parte o all'Impero Americano dall'altra, e che generi un dialogo tra credenti e non. Il mio libro Lo scontro dei fondamentalismi è stato scritto in parte per facilitare questo dialogo. Il fondamentalismo islamico o i movimenti ad esso associati non saranno mai una reale alternativa al capitalismo. Non si tratta solo del fatto che la visione sociale degli islamici sia offuscata da un'errata lettura della più antica storia islamica, ma anche che il Corano è un testo di mercanti arabi scritto quando questi mercanti stavano tentando disperatamente di entrare in nuovi mercati. Il suo messaggio economico è essenzialmente la difesa della proprietà privata e del libero scambio, con una forma di carità istituzionalizzata per i poveri. Bin Laden e Bush hanno molto più in comune di quanto si possa pensare. Cercare una conferma postmoderna delle identità politiche nell'Islam è un compito inutile.

Ma non mi ha ancora risposto se in concreto lei pensa che dall'Islam possa venir fuori una cultura democratica e liberale, e come.

Ho molte discussioni con gente di cultura islamica. La mia posizione è che quel mondo ha bisogno di una riforma per sviluppare idee su ogni livello - filosofico, politico, economico - che lo porti oltre il proprio passato e oltre l'ortodossia neo-liberale offerta dall'Ovest. In primo luogo è indispensabile una rigida separazione dello Stato e della Moschea; e poi ci vuole una completa democratizzazione del mondo islamico, incluse l'Arabia Saudita, il Kuwait e l'Egitto. Se i partiti cristiano-democratici possono funzionare nell'Europa occidentale, non c'è ragione per cui i partiti islamico-democratici non possano funzionare in Egitto, Turchia o Algeria. Soprattutto gli intellettuali nel mondo islamico devono rivendicare il proprio diritto a interpretare i testi che sono la proprietà collettiva della cultura islamica come un tutt'uno. La tragedia dell'Islam è l'atrofia seguita dopo i primi secoli della sua esistenza. C'era più dissenso e scetticismo nell'Islam durante i secoli XI e XII di quanti ce ne siano ora. In realtà ci sono milioni di scettici, agnostici e atei nel mondo dell'Islam oggi, non osano parlare in pubblico per paura della reazione, ma presto lo faranno. Il fatto che la religione sia stata usata come un mantello per vestire i fatti dell'11 settembre non giustifica che oggi lo si usi per nascondere quello che c'è sotto.

Ma da qualche parte questo processo di riforma sta effettivamente cominciando?

Penso che il paese nel quale possiamo dare testimonianza di una qualche riforma sia l'Iran. Qui abbiamo una popolazione, la maggior parte della quale ha meno di 35 anni di età. Tutto quello che queste persone hanno conosciuto è il dispotismo del clero. Grazie a Dio non c'è stato un diretto intervento americano a causare un'ulteriore confusione. Lo sviluppo di un forte movimento anticlericale è fisiologico. Nasce da dentro. La popolazione giovanile di entrambi i sessi non perde occasione di criticare e provocare la polizia religiosa - i guardiani dell'ortodossia. Sotto la superficie c'è un crescente odio della religione e del clero. Questo stato d'animo si è ora riflesso dentro il clero stesso e nell'elezione di Khatami. E' ancora presto per predire la esatta fisionomia del futuro dell'Iran, ma una trasformazione qui potrebbe avere effetti vastissimi sul mondo islamico. In altre parole la storia non è ancora finita.

Torniamo al rapporto tra Islam ed Europa. Il periodo statico dell'Europa medioevale è stato influenzato molto positivamente dall'Islam e ha contribuito al Rinascimento.


Mentre l'Europa cristiana ha vegetato durante il Medioevo, il nuovo e dinamico impero dell'Islam ha impugnato il bastone della civilizzazione. Cordoba, Baghdad, Damasco e Il Cairo erano centri della nuova cultura. Nell'Iberia islamica ci fu un miscuglio di culture che produsse una notevole sintesi. Gli insegnamenti degli antichi furono tradotti in arabo e ulteriormente sviluppati, specialmente nel campo della medicina, della filosofia, della matematica e dell'astronomia. Molto prima di Cartesio, i filosofi a Cordoba proclamarono il dubbio universale sull'essere come punto di partenza di ogni conoscenza. Toledo vantava la più grande scuola di traduttori nel mondo conosciuto. I monaci cristiani dovettero imparare l'arabo per tradurre importanti testi in latino. La civilizzazione islamica creò il ponte che rese possibili il Rinascimento e l'influenza letteraria di quel primo periodo è evidente nelle due maggiori opere della letteratura europea. Don Chisciotte e la Commedia dantesca sono influenzati dalla cultura araba.


Veramente Dante maltratta Maometto.

Ma lì era guidato da necessità teologiche cristiane. Poi però si può permettere la libertà di trattare meglio il filosofo musulmano dell'Andalusia Ibn Rushd (in latino Averroè), mettendolo lontano dai fuochi dell'Inferno.

Ma una sintesi fiorente come quella che si verificò in Andalusia, dove musulmani, cristiani e ebrei vivevano benissimo insieme, e di cui lei ha raccontato la drammatica fine nel suo romanzo Ombre dell'albero del melograno potrà ripresentarsi da qualche parte?

No. Fu il risultato di una serie di condizioni, che non esistono più. La Riconquista ha mostrato la prima grande pulizia etnica in Europa. L'espulsione dei musulmani e degli ebrei è stata utilizzata per creare una nuova identità europea. Una domanda più interessante sarebbe: perché avvenne la Riconquista?

E visto che se l'è fatta da solo, risponda.

Qui c'è da dire che il fallimento della civiltà islamica nel creare una struttura economica che tenesse insieme la popolazione unita alla corrente puritano-fondamentalista presente dentro l'Islam stesso, creò le condizioni del suo rapido declino e della sua sconfitta. La guerra civile che scoppiò dentro l'Islam durante la sua ascesa contribuì alla sua decadenza. Le divisioni non furono diverse da quelle che più tardi spaccarono la cristianità. Se l'Islam fosse rimasto unito nei primi tre secoli della sua esistenza, è perfettamente possibile che anche l'impero occidentale sarebbe caduto sotto le sue armi e il suono del muezzin sarebbe stato sentito nella Grande Moschea a Roma. Si può solo fantasticare se questo sarebbe stato sufficiente, secoli dopo, a fermare l'ascesa di Ibn Mussolini.

Nel suo libro lei accusa il mondo occidentale della crisi del mondo musulmano e delle tendenze fondamentaliste.

Dimentichiamoci dell'Islam per un minuto. Pensiamo al petrolio. Se la maggior parte del petrolio del mondo (e anche il più economico da estrarre) non si trovasse al di sotto delle terre dove vivono i musulmani, io dubito che qualcuno in Occidente si sarebbe mai preoccupato dell'Islam. Sono i petrodollari che hanno fatto rinascere un interesse per l'Islam dopo la caduta dell'Impero Ottomano. Gli stati chiave creati dai poteri imperiali dopo la prima guerra mondiale - Iraq, Kuwait, Arabia Saudita - si basavano sugli interessi delle compagnie petrolifere. Le forze democratico-radicali in Iran erano state sconfitte dall'intervento anglo-americano. Perché? Perché questi preferivano un regime corrotto e autocratico. Aiutarono a distruggere ogni alternativa secolare ai Mullah. I chierici fecero il resto. Per gran parte del XX secolo, gli interessi nazionali e delle compagnie occidentali hanno tenuto l'Islam in un angolo politico - una religione del terzo mondo di nazioni marginalizzate, di ricche élites, dittatori brutali e popolazioni oppresse, cui spesso sono negati i più elementari diritti umani. I confini di questo stretto angolo politico si sono rinforzati durante il periodo della guerra fredda, quando la Urss e gli Usa usarono il mondo islamico come campo giochi per il loro Great Game. E la lezione che non è mai stata imparata è sempre la stessa: coloro che sono stati manipolati con la violenza useranno gli stessi modi per esprimere la loro rabbia e la loro ribellione. La famiglia Ibn Saud che governa l'Arabia Saudita è stata messa al potere dall'Impero Britannico, e le è stata data nuova linfa vitale quando gli Americani presero il controllo e la loro compagnia Aramco cominciò a estrarre petrolio.

Il Wahhabitismo è sotto accusa non solo nel mondo Occidentale, ma anche dal mondo islamico. Lei ne parla come di una combinazione del fondamentalismo protestante e dell'Opus Dei. Che cosa significa?

I vincitori sauditi imposero il Wahhabitismo sulle loro popolazioni. Il vigore puritano del suo insegnamento è unito all'abilità ben sviluppata di intrigare e penetrare l'Islam tradizionale. E' un sistema religioso che mette sullo stesso piano gli infedeli e i musulmani non-wahhabiti. I primi sono non credenti, i secondi degli apostati. L'interpretazione wahhabita del Corano è quella letterale. Questo è il motivo per cui difende la subordinazione istituzionalizzata delle donne. Questa era la versione dell'Islam che durante la Guerra Fredda si era organizzata per penetrare quelle parti del mondo musulmano viste come vulnerabili da parte di ideologie secolari - Pakistan e Indonesia sono gli esempi più palesi. I quei giorni i predicatori wahhabiti giocavano apertamente a palla con gli Stati Uniti. La loro inimicizia è di più recente durata, e dovuta in gran parte al fatto che gli Americani portarono via la palla. I tempi erano cambiati e volevano un'altra squadra.

E Bin Laden, come ormai abbiamo imparato tutti, era (o è) saudita e wahhabita.

L' 11 Settembre ha creato una vera crisi tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Questa era una relazione che sembrava essere permanente. Osama Bin Laden apparteneva a una ricca famiglia saudita i cui affari legati a quelli degli Stati Uniti e della famiglia Bush erano ben consolidati. In passato di rado c'era l'ombra di una critica da parte dei media occidentali per quanto riguardava l'Arabia Saudita. Oggi la stagione di caccia è aperta e la stampa americana è piena di giornalisti in cerca di scalpi sauditi. Non è un segreto che gli Stati Uniti pensino che i think tanks suggeriscano una balcanizzazione dell'Arabia Saudita se la situazione peggiora.

Lei condanna l'estremismo islamico, ma anche l'imperialismo dell'impero americano. Ma gli Stati Uniti sono indubbiamente una democrazia.

Gli Stati Uniti d'America sono certamente una democrazia, ma sono anche un'entità imperiale e questo Impero Americano rappresenta il più potente fondamentalismo nel mondo di oggi. E' l'unico impero nel mondo. Non è sfidato da nessun altro stato. Cerca di rafforzare la sua egemonia economica attraverso la forza. Il suo ultimo colpo strategico è stato di estendere la dottrina di Monroe a tutto il resto del mondo: combatterà con il consenso per preservare la propria situazione di egemonia nel mondo, se possibile e con le guerre se questo diventasse necessario. Quel che è cambiato negli ultimi due decenni è stata la caduta dell'Unione Sovietica e la decisione del Partito Comunista Cinese di abbracciare il capitalismo. La sfida di un ordine sociale che prometteva (senza mai raggiungerla) una società superiore al capitalismo è scomparsa. Dall'inizio alla fine degli anni della Guerra Fredda il resto del mondo capitalista aveva accettato la leadership degli Stati Uniti d'America. Ma ora che il mondo intero (eccetto Cuba) è capitalista, l'accettazione di questa leadership non è automatica. Prima della Rivoluzione Russa del 1917, le contraddizioni tra differenti imperi e stati capitalisti hanno portato a conflitti armati. Nel mondo di oggi questo genere di conflitti è improbabile, ma le differenze sono venute alla luce. Gli alleati non sono tanto timidi da non ammettere di essere anche rivali. L'offensiva contro l'Iraq ha messo in luce questa evoluzione.

Crede veramente che l'11 Settembre sarà soltanto una nota nelle pagine della storia del XXI secolo?

Sì, nel senso che l'assassinio dell'arciduca austriaco Francesco Ferdinando a Sarayevo nel 1914 è stata una nota a piè pagina nella storia dell'ultimo secolo. Sono stati la prima guerra mondiale e gli avvenimenti successivi a dominare la storia. L'11 Settembre ha accelerato il processo globale di americanizzazione, ma in se stesso è stato solo una delle tante tragedie. Se il XX secolo è stato un'epoca di guerre e rivoluzioni, il XXI è l'epoca dell'americanizzazione - un processo che è sia passivo (la quieta accettazione da parte del centro-sinistra europeo del neo-liberismo a casa propria e all'estero e l'abbandono delle tradizionali social-democrazie ) sia violento: "guerre umanitarie", cambi di regime e la lotta per il possesso delle risorse energetiche. L'opposizione a quest'epoca si sta organizzando, ma deve ancora produrre per il futuro dal punto di vista sociale, culturale, politico ed economico un piano più avanzato di quello che sa offrire oggi. Potrebbero occorrere altri cinquant'anni, ma di una cosa sono sicuro: nessuna religione può esserne la risposta. Abbiamo bisogno di "costruttori di sogni". Un mondo che esclude l'utopia è destinato a rinsecchirsi e a morire.

(traduzione dall'inglese di Virginia Piccone)

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Caleidoscopio saudita

Avvio di cambiamenti, pressione dei conservatori

http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/

Febbraio-2006/pagina.php?cosa=0602lm08.01.html&titolo=Caleidoscopio%20saudita



Il vicepresidente nordamericano Richard Cheney è stato ricevuto dal nuovo re Abdallah, il 18 gennaio scorso. Questa visita conferma la solidità dei rapporti tra Riyadh e Washington. Tuttavia, ciò che interessa prima di tutto i sauditi è la situazione interna, l'accesso al trono di un sovrano che afferma di voler finalmente far evolvere la società, cambiare la situazione delle donne, combattere la povertà e introdurre nuove libertà.
Alan Greish
Tra i giornalisti, specialisti del Medioriente, circola un aneddoto: «Dal primo viaggio, si torna con un articolo; dal secondo, pensando di scrivere un libro. La terza volta, ci si dice che, dopo tutto, è un'utopia credere di poter rendere conto di una realtà tanto complessa».
«Parlerà dell'Arabia saudita in modo oggettivo?» La domanda del vice ministro per le comunicazioni suonava minacciosa, nel 2000. Cinque anni dopo, il giornalista è libero di fare e dire: può viaggiare liberamente nel paese e incontrare chi vuole, compresi certi intellettuali a cui le autorità proibiscono di parlare con la stampa.
«Parlerà dell'Arabia saudita in modo oggettivo?» Siamo a Gedda, nella sede del quotidiano in lingua inglese The Saudi Gazette, e la domanda viene da una giovane giornalista che non solo indossa il foulard, ma anche un velo a coprire la parte bassa del viso. Tuttavia non c'è nessuna timidezza nel suo atteggiamento, nel suo modo di obbligare il collega occidentale alla difensiva. Ha appena pubblicato un articolo sui difficili rapporti tra Arabia saudita e Libia - le relazioni tra i due paesi sono rimaste congelate per parecchi mesi - , un articolo che non piace alle autorità, e che relaziona sul summit, alla Mecca, dell'Organizzazione della conferenza islamica (Oci), dove lei incontra capi di stato e responsabili politici.
Come rispondere? Come essere certi di rimandare un'immagine «oggettiva» di un paese tanto diverso culturalmente, così vario nelle sue componenti regionali, così multiplo nelle sue identità? Anche quando non ci sia l'ostacolo della lingua, come liberarsi dai pregiudizi tenaci, dalle figurine di Epinal, dalle semplificazioni rassicuranti? L'Arabia saudita può ridursi alla segregazione femminile, al peso della religione e alle pubbliche esecuzioni? E come, d'altra parte, non cancellare queste tristi realtà, quando si parla di cambiamenti sociali o politici, di passi avanti e dibattiti?
Per i giornalisti, esiste un «percorso obbligato»: incontrano le stesse persone, responsabili politici abituati al politichese, intellettuali o uomini d'affari occidentalizzati, che parlano inglese, e, soprattutto, condividono il loro punto di vista. Nessuna meraviglia, se poi gli articoli che ne risultano si somigliano tutti. Come evitarlo, per dar conto più da vicino del «paese reale»?
Il «paese reale» è profondamente impregnato dall'islam, nella sua visione del mondo come nell'esperienza quotidiana. Per l'osservatore distratto, il tutto si traduce in ciò che va sotto il nome di «wahhabismo» Ma, in Arabia saudita, abbondano scuole religiose che si richiamano a tradizioni diverse, i sufi, così come una vivace minoranza sciita.
Anche il «wahhabismo» sunnita, lungi dall'essere omogeneo, conosce distinzioni e dibattiti interni che si sono accentuati negli ultimi anni. Bisogna poi accettare di stare a sentire questi uomini e queste donne, che si collocano all'interno di un altro sistema di valori, che usano parole diverse dalle nostre, e che diffidano di una stampa occidentale accusata, spesso a ragione, di ostilità nei confronti dell'islam.
L'Arabia saudita, recentemente entrata nell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), vola sull'impennata dei prezzi del petrolio: le sue entrate, nel 2005, sono ammontate a quasi mezzo miliardo di dollari al giorno. La ricchezza è palpabile, il dinamismo economico eccezionale, la borsa è salita del 100% nel 2004 e di altrettanto nel 2005 (1): è diventata una fonte di reddito per molte famiglie.
Nel mese di dicembre del 2005, milioni di sauditi, 5,7 per l'esattezza, hanno acquistato azioni della Compagnia nazionale petrolchimica di Yanbu, per un totale di quasi 2 miliardi di dollari.
Le classi alte e medie sono più o meno facilmente accessibili da parte degli occidentali. Ma gli altri, i «piccoli, i senza-grado», i poveri di cui finalmente il governo riconosce l'esistenza? Gli immigrati, in numero di 6,3 milioni (su 19,7 milioni di cittadini), che rappresentano la maggioranza della mano d'opera?
È difficile stimare le dimensioni della questione sociale. La mancanza di statistiche precise, di un movimento sindacale, e, in generale, le scienze sociali locali ancora ai primi passi, rendono ardua la valutazione della povertà, anche se la stampa fornisce un aiuto insperato.
Da qualche anno, e la tendenza si è accentuata dopo l'arrivo al trono del re Abdallah, il primo agosto 2005, i quotidiani danno conto con regolarità dei problemi sociali: disoccupazione, povertà, prostituzione, droga ecc. Perfino l'aids è stato oggetto di iniziative pubbliche: il primo dicembre, giornata mondiale di lotta contro la malattia, si sono viste, a Gedda, delle ambulanze distribuire opuscoli informativi...
La nuova e durevole manna petrolifera permetterà di risolvere i problemi di lavoro, di istruzione, di salute? La prima sfida, sarà quella di dare lavoro a tutti, in particolare alle decine di migliaia di giovani che arrivano sul mercato del lavoro, al numero sempre crescente di donne che cercano impiego. Le loro aspettative, i loro desideri, le loro frustrazioni incideranno in parte sul futuro del paese.
Basta guardare, il mercoledì sera, per le strade di Riyadh, le migliaia di giovani sfaccendati, senza teatri né cinema, senza luoghi d'incontro misti, per misurare la noia di persone che, per altro verso, sono invece aperte alla cultura internazionale, attraverso internet o le televisioni satellitari.
Non stupisce che aumentino i problemi di delinquenza e droga. Il week-end, alcuni cercano ristoro in Bahrein, il regno-isola collegato all'Arabia da un ponte gigantesco: nel 2004 l'hanno attraversato 11 milioni di viaggiatori, e il loro numero non fa che aumentare.
Partono alla ricerca delle distrazioni di cui sono privati. Vi sono giovani, e non necessariamente tra i più sfavoriti, che imboccano strade ben più pericolose.
Negli anni '80, in molti sono andati a combattere in Afghanistan, su invito del loro governo e con l'aiuto degli Stati uniti. Seguiti poi da quanti si sono indignati per i massacri in Bosnia o in Cecenia, e che sono partiti per l'addestramento nei campi dei talebani. Altri ancora, molte migliaia, si trovano oggi in Iraq.
Mobilitati inizialmente contro il nemico sovietico o americano, alcuni si sono poi ribellati allo stesso regime saudita, soprattutto dopo il ricorso alle truppe americane, nell'agosto 1990, per fronteggiare l'Iraq. In seguito, il dibattito sulla jihad, sulla collocazione dell'islam, sull'estremismo si è intensificato. In particolare, a partire da maggio 2003, dopo che lo stesso regno è stato oggetto di un'ondata di attentati (2). Al summit dell'Organizzazione della conferenza islamica (Oci), che si è tenuto alla Mecca il 7 e 8 dicembre, e che ha decretato il successo personale del nuovo re Abdallah, una dichiarazione ha sottolineato il valore dell'islam come religione di centro (wassatiyyah), che rifiuta «gli eccessi, l'estremismo e la povertà di spirito».
«L'istruzione è la cosa più importante» Lo sceicco Salman Al-Awdah, uno dei predicatori più popolari del paese, rappresenta questa evoluzione più di chiunque altro. La sua trasmissione quotidiana sul canale satellitare Mbc, durante il mese del ramadan, ha avuto un enorme successo, dato che non si limitava alle prediche, ma affrontava temi più ampi, intimi, personali, come la bellezza. Non a caso, ha suscitato critiche da parte degli ambienti conservatori. Lo sceicco ci accoglie sulla porta di casa, al ritorno dalla preghiera dell' 'asr (primo pomeriggio), che ha guidato nella vicina moschea. Nell'ingresso, i suoi tre bambini seguono le lezioni di un precettore: «L'istruzione è la cosa più importante», commenta nel suo studio ammobiliato in maniera sommaria, con un tappeto da preghiera, una libreria, qualche albero raffigurato sul muro.
Si sprigiona un carisma innegabile da quest'uomo, che offre caffè non torrefatto, datteri e cioccolato - «tradizione e civiltà» precisa, sorridendo. Lo sceicco Al-Awdah è uno dei fondatori della sahwa (il risveglio), un movimento che, alla fine degli anni '80 e durante gli anni '90, ha rinnovato l'islam e gli ha permesso di occupare una posizione egemonica, in particolare nei confronti dei «liberali» e dei partigiani del «modernismo», che sembravano trionfare all'inizio degli anni '80.
Con la crisi del Golfo del 1990-1991, le controversie si spostano dal campo culturale a quello politico. Sono ormai le relazioni con gli Stati uniti e la situazione interna del regno che mobilitano la corrente islamica. Lo sceicco Al-Awdah, arrestato nel 1994 (3), passa cinque anni in prigione. Sarà la reazione alla detenzione, la deriva suicida degli islamisti jihadisti, gli attentati dell'11 settembre, le aperture del principe ereditario Abdallah, molto prima di arrivare al trono? Comunque sia, pur restando profondamente fedele al dogma, lo sceicco evolve, le sue prediche si fanno più sfumate.
Denuncia allora la lettura bellicosa che alcuni fanno della religione: «Le relazioni con i non-musulmani sono sancite nel Corano, ma talvolta la gente semplice non sa leggere o non conosce il contesto. Così nella sura intitolata Muhammad, si legge al versetto 4,"Quando incontrate (alqaytoum) i miscredenti, tagliategli la gola fino alla resa". Ma questo passaggio non è comprensibile al di fuori del contesto, che è la lotta. Qui, alqaytoum non significa incontrare, ma combattere.
Del resto, ricordiamoci della storia dell'islam. Fin dal tempo del profeta (la benedizione di Allah sia su di lui), i musulmani sono stati perseguitati, ma avevano una guida, non cercavano vendetta, poiché era contrario all'insegnamento dell'islam. Sapete quanti morti ci sono stati in combattimento durante i ventitré anni della sua predicazione? Da 250 a 300, in 20 battaglie. Oggi, il minimo scontro fa molte più vittime».
Nel luglio 2003, lo sceicco Al-Awdah ha partecipato al primo incontro nazionale voluto dal principe ereditario Abdallah (4). Ha incontrato dirigenti religiosi sciiti davanti alle telecamere, un gesto coraggioso, poiché molti sunniti considerano eretici gli sciiti, quando non-mussulmani.
Questa maggior tolleranza, è anche quella dello sceicco Abdelaziz Al Gassim, altro fondatore della sahwa, che però è andato molto avanti sul cammino della riforma. Indicato con altri come «liberal-islamista», dal ricercatore Stéphane Lacroix (5) - appellativo respinto dalla maggior parte degli interessati - , è punto di riferimento per giovani che hanno flirtato col radicalismo e che oggi cercano di coniugare islam e liberalismo politico.
Lo sceicco Al-Gassim dirige una società legale che elabora studi sulla sharia e sul diritto. Si esprime con calma e convinzione, parla con piacere del suo viaggio turistico in Francia con la famiglia e del suo desiderio di tornarvi. Secondo lui, l'evoluzione «più importante è l'apertura al dibattito del mondo religioso. Lo stato ha voluto sempre controllare l'istituzione religiosa, ora cerca di aprirla.
Tanto più che la morte degli sceicchi Ben Baz e Ben Uthaymin, che erano i due grandi ulema dall'autorità incontestabile, ha creato un vuoto che nessuno può colmare. Ciò rende più difficile al potere servirsi dell'istituzione (come ha fatto nel 1990, per chiamare le truppe americane), in quanto essa ha in parte perduto la sua credibilità - il Consiglio dei grandi ulema ha dovuto accettare il ritiro prima della morte di alcuni suoi membri, andati in pensione, cosa che non si era mai vista!» Khaled è un funzionario del ministero per le questioni religiose.
Dirige una società di comunicazione e, a tempo perso, lavora anche come giornalista. Appartiene a una nuova generazione mussulmana, praticante ma sensibile ai cambiamenti. Con alcuni amici, ha lanciato, un anno e mezzo fa, Hamlah Al-Sekkina (che si può tradurre con «campagna per la tranquillità») per «svegliare», attraverso internet, i giovani che si sono lasciati sedurre dalle idee radicali.
«Abbiamo avuto 63.000 ore di dibattito con mille persone, spiega.
Siamo riusciti a far cambiare - poco o molto - 590 di loro. I dibattiti sono quasi sempre anonimi, per evidenti ragioni di sicurezza: gli interlocutori qualche volta hanno paura. Spieghiamo il concetto di jihad, cosa significa la sharia, l'atteggiamento che i musulmani devono avere nei confronti degli altri.» «La logica del"bianco o nero", talvolta è condivisa anche dai liberali - si lamenta Khaled - . Bisognerebbe, secondo loro, scegliere tra liberalismo e islam. Noi non siamo d'accordo, noi siamo musulmani e siamo liberali.» La cultura del dialogo non è facile da imporre, va costruita pietra su pietra. «Noi e gli altri: una visione nazionale collettiva per agire con le civiltà di tutto il mondo.» È il tema del quinto incontro nazionale voluto dal principe ereditario divenuto re, che ha riunito a Abba, a metà dicembre, parecchie decine di intellettuali e responsabili religiosi e di associazioni; per la prima volta, i dibattiti sono stati diffusi in diretta alla televisione.
«Prima di tutto, dovremmo imparare a dialogare tra noi - esclama Hammad Suhail Z. Abidin - che si prepara a partire per Abba. Non sta a noi decidere chi è"kafir" - miscredente - e chi non lo è, questo compete solo a Dio.» La accusano di «laicismo», che da queste parti è praticamente sinonimo di ateismo.
Eppure, è difficile immaginare qualcuno più tradizionale di questa donna, sia nella posizione politica - denuncia innumerevoli complotti sionisti - che nel rispetto delle regole religiose. Ma sui diritti delle donne, è inesauribile...
«L'islam - insiste - ha concesso diritti importanti alle donne, più di quanti non ne abbiano le donne occidentali. Ma, in Arabia saudita, prevalgono tradizioni, modi di pensare che non hanno niente a che vedere con la religione. La donna ha diritto di usare il suo denaro, era già così per le mogli del Profeta; facevano operazioni senza consultarlo, ma noi, noi abbiamo bisogno di un mahram (tutore). Quello che vogliamo, è il ritorno al vero islam; lo stato è con noi, le resistenze vengono dalla società.» La situazione delle donne evolve. Certo, se si confronta l'Arabia saudita ad altri paesi, il ritardo è evidente e la segregazione tra i sessi senza confronto. La percentuale di donne che lavorano è molto bassa e hanno bisogno della presenza di padre o marito per molte pratiche. Ma i cambiamenti intervenuti negli ultimi due anni sono reali. Oggi, le donne possono ottenere la carta d'identità senza l'autorizzazione di un tutore; sono molto presenti nel mondo degli affari; guidano delegazioni ufficiali all'estero.
Le recenti elezioni alla camera di commercio e dell'industria a Gedda hanno segnato una giornata storica. Fin dal suo arrivo al potere, il nuovo re ha fatto rinviare il voto, previsto per settembre, per permettere alle donne di candidarsi. Due mesi dopo, nonostante la campagna avversa di parecchi imam, due di loro ce l'hanno fatta (su dodici membri eletti). Di più, il ministro per il commercio e l'industria ha designato due donne al consiglio di amministrazione, tra le sei personalità nominate.
Hatoon Ajwad Alfassi, un'intellettuale liberale, se ne rallegra.
Lavora all'università, ma è interdetta dall'insegnamento da cinque anni, senza sapere esattamente perché. Scrive regolarmente sui giornali.
Parla inglese e francese, racconta dei suoi viaggi in Francia: è là che ha deciso di portare il velo nei viaggi all'estero. «Abbiamo un'impressione positiva del nuovo re, che ha inviato segnali importanti.
Innanzi tutto, quando è salito al potere, ha ricevuto due gruppi di donne, ogni volta di una quarantina di persone - funzionarie del ministero dell'istruzione, poi intellettuali - , che hanno pronunciato la bay'a, il giuramento di fedeltà. Si è trattato di un fatto senza precedenti, e la televisione ne ha trasmesso delle immagini.» La società saudita tende a diventare più trasparente. Emerge anche il problema delle violenze coniugali. Un rapporto pubblicato dell'Associazione nazionale dei diritti della persona indicava che, su 5.000 casi portati alla sua attenzione, il 30% riguardava violenze coniugali, cosa ormai riportata dalla stampa. E i giornali di Gedda riferiscono di un fenomeno inquietante e in crescita, l'abbandono di neonati da parte delle madri...
Se il dibattito sociale si allarga, l'evoluzione sul piano politico è più aleatoria. Dipende dal buon volere del sovrano e ogni conquista rischia di essere rimessa in discussione il giorno dopo, tanto le regole del funzionamento politico restano fluide. Le elezioni comunali offrono un buon esempio di queste incertezze.
Annunciate a più riprese nel corso degli ultimi anni, si sono finalmente tenute l'anno scorso, tra febbraio e aprile, in successione nelle diverse regioni del paese, per eleggere la metà dei membri dei 178 comuni - l'altra metà essendo designata dalle autorità.
Nella provincia dell'Est, la competizione elettorale è stata più vivace. Qatif, un antico porto sul Golfo, è il cuore dello sciismo politico e religioso. In cinque circoscrizioni, si sono affrontati 148 candidati. C'erano 120.000 elettori potenziali, 44.000 si sono iscritti e 35.000 hanno votato, una delle percentuali più alte. In questa regione, vicina all'Iraq, le tradizioni politiche, sconosciute nel resto del paese, sono antiche: fin dagli anni '50, la zona è stata toccata da tutte le ondate di politicizzazione venute dal vicino: nazionalismo arabo, comunismo, islamismo, ecc.
«Ho ottenuto 24.000 voti - spiega Al-Shayeb, un candidato vittorioso, vicino ai religiosi sciiti - . La campagna elettorale in sé è stata breve, ma la preparazione è stata lunga. Comitati locali si sono seriamente impegnati per spiegare alla gente come iscriversi, come votare. Andavano a cercarli in moschea, per accompagnarli al seggio o per iscriversi. Nella regione si sono tenute un centinaio di riunioni.
Nella nostra circoscrizione, a Tamout, il dibattito tra i candidati ha avuto luogo in tre riprese: ciascuno presentava il suo programma, poi veniva data la parola al pubblico per le domande». E, riconosce lui stesso, «le autorità non si sono affatto intromesse nel voto».
Completate le elezioni in tutto il paese, ci sono però voluti otto mesi per la pubblicazione del regolamento interno dei consigli e dei loro poteri (che sono, essenzialmente, consultivi). Due settimane dopo, il governo ha designato l'altra metà dei membri dei consigli comunali, personalità spesso scelte in base alle competenze. A Qatif, Jafar M. Al-Shayeb è stato eletto presidente del consiglio comunale (ma il sindaco è nominato); altrove, il sindaco nominato riveste le sue funzioni e quelle di presidente del consiglio comunale.
Lo sceicco Hassan Al-Saffar ci riceve nel salone di una grande villa di Qatif. L'uomo è elegante, snello, con la barba ben tagliata e un turbante bianco, quello dei dignitari sciiti. Giovanile nel portamento, ha tuttavia una lunga carriera di attivista alle spalle: è fuggito dal paese nel 1980, dopo l'insurrezione sciita seguita alla rivoluzione iraniana del 1979; è rientrato solo nel 1995, dopo la firma di un accordo con la monarchia. I suoi margini di libertà sono aumentati, ma restano sottoposti ai rischi della politica. Alcuni dei suoi libri sono pubblicati in Arabia saudita, ma altri debbono esserlo in Libia.
Per incontrare il re Lo sceicco è innanzi tutto sensibile alle discriminazioni subite dagli sciiti. «Bisogna finirla. Certo, il dialogo nazionale ha rimosso alcuni ostacoli tra sunniti e sciiti, ma siamo rimasti a livello di dibattito. Contro questi contatti, si esercita una forte pressione degli ambienti conservatori». «Talvolta anche tra noi - riconosce - . Abbiamo incontrato importanti sceicchi sunniti, come Salman Al-Awdah.
Ha detto cose positive, penso che ci sia stato un progresso. Ma è sottoposto alle pressioni dei conservatori, e non vuole perdere la sua influenza. Abbiamo bisogno di iniziative comuni per favorire un'evoluzione, sia tra i sunniti che tra gli sciiti.» In conclusione, spiega lo sceicco Al-Saffar, «non siamo favorevoli al cambiamento veloce, non vogliamo trasformare il paese in una nuova Algeria. Ma il potere deve dare la parola alle diverse correnti, per creare un rapporto di forze più favorevole alla riforma. Bisogna stabilire le regole del gioco politico e integrarvi le forze che lo auspicano, in modo da renderle più responsabili. Al momento, non ci sono progetti concreti, e i pochi segnali positivi restano scritti sulla carta».
È un pessimismo relativo che si ritrova in molti intellettuali e militanti. All'inizio del 2004, era stato in realtà pubblicato un appello per una riforma costituzionale, su iniziativa, essenzialmente, dell'area islamica. Come riconosce il professore Abdallah Al-Hamed, uno dei porta parola del movimento, si voleva affermare una presenza autonoma: «Chiedevamo la trasformazione della monarchia assoluta in monarchia costituzionale. L'appello di Riyadh era un invito alla tolleranza, all'unità, all'umanesimo. Era qualcosa che riguardava in primo luogo coloro che si richiamano all'islam, poiché io pensavo che fosse importante l'affermarsi di una corrente religiosa favorevole alla democrazia, per fermare la violenza e togliere la terra sotto i piedi a quelli che predicano un rovesciamento del regime. Pensiamo che uno stato non possa essere islamico se non è democratico, se non è retto da una costituzione.» Era eccessiva, per il potere, la richiesta di riforma costituzionale?
Comunque sia, la repressione si abbatte su un movimento di sostegno alla riforma, organizzatosi nel 2002-2003, con la tacita simpatia del principe Abdallah, tanto più facilmente in quanto era diviso dal «cavaliere solo» degli islamisti.
Secondo il poeta Ali Al-Doumaini, «siamo stati arrestati illegalmente, in quanto non abbiamo violato nessuna legge. I diritti della difesa sono stati ignorati, la polizia ha perfino confiscato, nelle nostre celle, i testi che avevamo preparato per la difesa; per fortuna, le famiglie ne avevano una copia. Il giudice ha imposto il processo a porte chiuse». È vero che la prima sessione del tribunale aveva suscitato articoli di stampa molto critici nei confronti del governo, in particolare su internet.
Tre uomini vengono condannati a pene pesanti: sei anni per il professore Matrouk Al-Falih (nazionalista arabo), sette anni per il professore Abdallah Al-Hamed (islamista) e nove per il poeta Ali Al-Doumaini (ex comunista). Nessuno di loro ha commesso reati, nessuno ha fatto appello alla violenza, tutti predicano una riforma pacifica.
Perché il principe ereditario ha lasciato fare? La spiegazione più accreditata avanza la questione delle lotte all'interno del potere, della difficoltà per il principe Abdallah di imporre la propria autorità.
Le cose sono cambiate, con la salita al trono e l'immensa popolarità di cui gode - è stato molto apprezzato per aver rinunciato al titolo di «Sua Maestà» e al baciamano?
«Dopo la liberazione - precisa Al-Doumaini - volevamo un incontro privato con il re. Volevamo vederlo per rafforzare le nostre relazioni con lui e incoraggiarlo a continuare sulla via ancora incerta della riforma. Abbiamo potuto vederlo solo in pubblico. Ognuno di noi è intervenuto brevemente per affermare che eravamo con lui sul cammino della riforma, mano nella mano, cuore con cuore. Il sovrano ha risposto che eravamo bravi cittadini, che eravamo suoi fratelli e suoi figli.» Al-Doumaini spera che gli rendano al più presto il passaporto e di poter viaggiare di nuovo...
Caleidoscopio, la parola indica «un cilindro, in cui frammenti colorati vengono riflessi da un gioco di specchi ad angolo, [e che] ha ben presto avuto (1818) un uso atto a dare l'impressione di una successione rapida e mutevole (di sensazioni, impressioni) (6)». Al termine di questa caleidoscopica esplorazione, quale sarà l'immagine prevalente nella mente del lettore? Quella di donne ancora oppresse o che si liberano? Quella di un potere riformatore o chiuso nel suo conservatorismo?
Di una società bloccata o in movimento? In ogni caso, almeno si spera, lo schizzo certo indefinito, ma policromo, di una società e di un paese non raffigurabili in «bianco» e «nero», e ancora da scoprire.

 

note:
(1) Rispetto al marzo 1999, quando il paese è uscito da un momento difficile, l'indice di borsa si è moltiplicato per 10. Tutti i giorni si realizzano 60 milioni di transazioni quotidiane, contro i 10 milioni di un anno fa.
(2) Le Monde diplomatique/il manifesto tornerà il mese prossimo sulla questione del terrorismo in Arabia saudita, in rapporto alla situazione regionale, in particolare quella irachena.
(3) Sullo sceicco e gli avvenimenti del 1994, si legga di Alain Gresh «Arabia saudita, il crepuscolo di un regno» Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 1995.
(4) L'incontro ha avuto luogo a Riyadh (luglio 2003, problemi generali), alla Mecca (dicembre 2003, il confronto intellettuale), a Medina (giugno 2004, sulle donne), nella provincia dell'Est (dicembre 2004, sui giovani), e a Abha (dicembre 2005).
(5) Si legga Stéphane Lacroix, «Islamo-liberal politics in Saudi Arabia», in, Paul Aarts & Gerd Nonneman, Saudi Arabia in the balance, Hurst & Company, Londra, 2005.
(6) Dictionnaire historique de la langue française, Le Robert, Parigi, 1992.


(Traduzione di G. P.)


 

Il canale di Suez e la colonizzazione dell'Egitto

http://www.presentepassato.it/Percorsi/Grandegioco/4grandegioco_suez.htm 

 

La campagna di Napoleone Bonaparte aveva reso manifesta l'importanza strategica dell'Egitto quale nodo dei traffici tra l'oceano Indiano e il Mediterraneo.

 

Sia la Francia che l'Inghilterra

  • avevano tentato di condizionare il processo di modernizzazione avviato da Mohammad Alì
  • attraverso una serie di offerte e interventi finanziari tentavano di condizionare gli affari interni dell'Egitto per acquisire il controllo di quell'economia e di quell'area;
  • ma fino al 1849, Mohammad Alì era stato capace di respingere le offerte europee e si era mosso in pian autonomia.

 

Sia Francia che Inghilterra stavano consolidando la loro presenza in Africa:

  • l'Inghilterra, in funzione del controllo delle vie di navigazione all'India:
    • aveva ampliato i suoi domini in Sudafrica a partire dal "Capo" che aveva occupato nel 1814 durante le guerre napoleoniche;
    •  nel 1843 aveva stabilito una colonia permanente nella zona costiera del Natal per arginare la colonizzazione boera;
  • la Francia aveva avviato dal 1830 la conquista dell'Algeria, area dalla quale tentava di estendere il suo dominio coloniale sull'area sahariana, verso sud e verso est.

 

Nella seconda metà dell'Ottocento Francia e Inghilterra misero a segno un punto a testa nella partita sull'Egitto che, con i successori di Alì, si stava esponendo accettando prestiti per finanziare l'esercito e i lavori pubblici:

  •  l'Inghilterra nel 1857 ottenne la costruzione della ferrovia Alessandria - Cairo - Suez che le garantiva il trasbordo di merci in transito dal Mediterraneo al Mar Rosso, quindi verso l'oceano Indiano
  • la Francia vinse, momentaneamente, la partita con la concessione nel 1854 dello scavo del canale di Suez.

 

Il fatto è che dal 1860 l'Egitto aveva assunto un ruolo nuovo nel commercio europeo:

  • la guerra di secessione negli Stati Uniti (1861-65) aveva interrotto i commerci atlantici, in particolare le forniture di cotone, essenziali per l'industria inglese
  • l'Egitto già grande produttore di cotone (di qualità più pregiata rispetto a quello indiano), indaco e zucchero di canna si inserisce, quindi, nei traffici europei e in particolare inglesi come fornitore di materie prime;
  • nel 1880 è il 64% del traffico dei prodotti egiziani è gestito da compagnie inglese.

 

La costruzione del canale di Suez

 

Forte della sua posizione l'Inghilterra sottovalutò, anzi osteggiò l'impresa per la costruzione del canale che fu quindi affidata all'ingegnere francese Marie de Lesseps

 

Per la realizzazione e la gestione del canale fu fondata la “Compagnia universale del canale di Suez”  con un capitale di 200 milioni di franchi suddivisi in 400.000 azioni di 500 franchi ciascuna:

  • 207.000 azioni a capitale francese
  • 192.000 azioni dello stato egiziano (Isma’il Pascià, nipote di Alì, chedivé d'Egitto, titolo ereditario riconosciutogli nel 1867 da Istanbul)
  •   11.000 altri stati (tra cui l’Italia)

 

Il canale fu inaugurato il 17 novembre 1869:

 

 

 

La conquista "finanziaria" dell'Egitto

L'Inghilterra dovette constatare l'errore politico di aver lasciato ai francesi l'impresa del canale: il traffico, infatti, passò

  • da 436.609 tonnellate annue nel 1870
  • a 5.074.809 nel 1882
  • nel 1882 il traffico sul canale era, per l'80% di merci inglesi
  • ma a quella data l'Inghilterra era già di fatto padrona dell'Egitto. Vediamo come.

 

Il processo di modernizzazione delle strutture e dell'economia egiziani, incoraggiato e sostenuto finanziariamente dai paesi europei innescò, a partire dagli anni 1850 un circolo vizioso di prestiti:

  • la costruzione di grandi infrastrutture (porti, ferrovie, strade, argini ecc.) e il lusso della corte dei successori di Muhammad Alì (in particoalre sotto Ismaìl Pascià) furono coperti con i prestiti da parte delle banche inglesi e francesi
  • nel 1873 il debito accumulato era di 1 miliardo e 700 milioni (= 68 milioni di sterline contro un prodotto interno pari a 46 milioni)
  • per far fronte ai debiti Isma'il ricorse a prestiti a breve termine presso istituti finanziari parigini, in particolare il Crédit Foncier

 

Nell'ottobre del 1875 un analogo processo di indebitamento del governo turco produce la bancarotta di Istanbul con il crollo dei titoli ottomani e, di conseguenza, anche di quelli egiziani.

 

Isma'il per evitare a sua volta la bancarotta, è costretto a porre sul mercato i suoi titoli della Compagnia universale canale di Suez che a quella data ammontavano a 176.602 azioni

  • l'offerta è rivolta al gruppo di banche francesi, controllate dal Credit Foncier
  • queste rifiutano l'offerta per due motivi:
    • uno di carattere finanziario: tra le banche non c'è accordo, e il Credit Foncier oppone un veto nella convinzione che le azioni debbano restare all'Egitto quale garanzia dei propri crediti
    • uno di carattere politico: la Francia è isolata diplomaticamente dalla politica della Germania, che, dopo averla sconfitta nella guerra del 1870-71, intesse alleanze antifrancesi per prevenirne lo spirito di "rivincita";
    • la Francia ha quindi bisogno dell'amicizia dell'Inghilterra, la quale a sua volta considererebbe un "atto ostile" il totale controllo della compagnia del canale da parte della Francia

 

In questa situazione di stallo ne approfitta il governo inglese

  • il primo ministro Disraeli ottiene un prestito da Lionel  Rothschild, della potente dinastia di banchieri inglesi,
  • acquista, nel gennaio del 1976, le azioni di Isma'il per 3.976.582 lire sterline, pari a circa 99.000.000 di franchi, praticamente allo stesso prezzo di emissione, dopo 6 anni attività e quindi di rivalutazione.
  • [nb. nel 1900 il pacchetto valeva 800 milioni di franchi ed aveva fruttato dai 25 ai 30 milioni di franchi l'anno!]

 

Vedi i seguenti testi:

 

Dalla svendita del canale al dominio inglese sull'Egitto

 

Nel giro di sette anni l’Egitto cade sotto il controllo inglese: ultimo atto per il pieno controllo della via marittima delle Indie:

 

  • l’aggravarsi della crisi finanziaria, anche per il fatto che non può più contare sui proventi della compagnia del canale, rende l’Egitto incapace di pagare i debiti
  • nel 1876 Francia e Inghilterra pongono  l’amministrazione finanziaria dell'Egitto sotto il loro diretta controllo
  • nel 1879 Isma'il è deposto dalla volontà di Francia e Inghilterra e sostituito dal figlio Tewfik.
  • contro le ingerenze straniere prende corpo l’attività di un movimento nazionalista antieuropeo giudato da Ahmad Arabì Pascià, ministro della guerra nel 1882 che si ribellò all'asservimento dell'Egitto
  • è questo il pretesto per l’occupazione militare inglese
  • nello stesso anno, l’Inghilterra, sconfitto l’esercito nazionalista egiziano a Tell el Kebir, controlla pienamente il canale e il paese

nel 1884 la Conferenza di Berlino sancisce il dato di fatto

nel 1888: la convenzione di Costantinopoli prevede l’apertura del canale a tutti i convogli mercantili e militari

 

Nell'immagine: l'Inghilterra domina l'Egitto, riprodotta in Finzi, cit. pag. 1157


 

Giordania

http://www.relint.org/paesi/storia-giordania.htm

 
 
1 - La valle del Giordano: dalla Transgiordania alla Giordania

 

La regione bagnata dal fiume Giordano, che si estende ad est verso il deserto e fino al Mar Mediterraneo ad ovest, fu fin dai più antichi tempi lo scenario che ha visto nascere e svilupparsi la religione e la civiltà giudaica ("Terra d'Israele") e quella cristiana (la Palestina). Dal VII secolo in poi, con l'invasione araba, la valle del Giordano entrò a far parte della storia dell'Islam con luoghi sacri e simbolici di grandissima importanza; nello stesso modo le successive Crociate vollero dimostrare come la sacralità cristiana della Palestina e soprattutto della regione a ovest del Giordano si mantenesse fondamentale per l'Occidente. Con il dominio turco, dal XVI secolo, il territorio circostante il fiume fu accorpato al distretto (vilayet) di Damasco e successivamente, nel XIX secolo, gli Ottomani stabilirono varie popolazioni circasse e caucasiche proprio in questo territorio per assicurare la protezione delle linee di comunicazione con la penisola arabica. Nel primo conflitto mondiale, come in tutto il Medio Oriente, le tribù nomadi del deserto giordano parteciparono alla ribellione degli arabi contro i turchi esplosa nel 1916 sotto la spinta degli inglesi. La Gran Bretagna, d'altronde, aveva stretto forti legami con i califfi mediorientali e aveva promesso, in cambio dell'aiuto nella guerra contro la Turchia, l'appoggio per la nascita di uno Stato arabo comprendente anche la Palestina e le terre della valle del Giordano. L'impegno e la posizione filo-sionista presa da Londra con la "dichiarazione Balfour", nel 1917, contraddiceva però le promesse filo-arabe con il nuovo obbligo nei confronti delle comunità ebraiche d'Europa per la costruzione di un "focolare ebraico", sempre in Palestina.
Nel luglio del '17 l'esercito del principe Faysal ibn Husayn, della dinastia hashemita, conquistò importanti posizioni strategiche, come il porto di Aqaba (che controlla il golfo omonimo) e nell'autunno 1918 le città di Amman e Damasco cadevano sotto il controllo delle potenze dell'Intesa. La conferenza di Sanremo decise la creazione di due mandati internazionali per la Palestina (comprensiva della regione ad est del fiume Giordano) e per la Siria: queste due grandi regioni mediorientali furono affidate rispettivamente a Gran Bretagna e Francia. L'attacco portato, nell'autunno dello stesso anno, dai soldati di Abdullah contro i francesi in difesa del fratello Faysal, spinse gli inglesi ad offrire, nell'aprile del 1921, proprio ad Abdullah il governo della regione ad est del Giordano, vale a dire della Transgiordania. L'autonomia dell'emiro Abdullah (riconosciuta dai britannici nell'accordo del 1923 e poi confermata nella costituzione del '28) era comunque limitata: infatti la conduzione delle finanze, degli affari militari e di politica estera rimaneva saldamente nelle mani di Londra.
Con il mandato formale sulla Palestina la Gran Bretagna dovette affrontare quindi i contrasti crescenti tra arabi (autoctoni) ed ebrei (per lo più nuovi immigrati o figli di immigrati). Nelle terre che si estendevano ad ovest del fiume Giordano, i primi contrasti fra le due comunità si erano verificati già nei primi anni del secolo quando l'immigrazione e il "ritorno" (in ebraico aliyah) nella "Terra Promessa" di cospicui gruppi di ebrei e la costituzione di numerosi insediamenti sulle terre acquistate dagli arabi avevano suscitato le proteste delle comunità residenti, che temevano il tentativo di appropriarsi di territori storicamente considerati arabi. Inoltre, la maggioranza degli arabi aveva temuto fin dall'inizio che l'insediamento di una componente ebraica nella regione attraverso la costituzione di comunità collettiviste (quali i kibbutz) avrebbe comportato l'ingresso, all'interno dei delicati equilibri sociali del Medio Oriente, di un'entità tanto estranea a quel mondo da potersi considerare una nuova forma di colonialismo.
D'altra parte gli inglesi, sotto il comando di propri ufficiali, inserivano anche i soldati beduini di Abdullah nel corpo di élite chiamato "Legione Araba". La Transgiordania (come anche l'Iraq britannico e la Siria francese) risultò area strategica molto importante per gli Alleati durante la seconda guerra mondiale, ma con la fine della guerra si andavano sviluppando i processi di indipendenza degli stati sotto mandato internazionale: nel 1946 veniva riconosciuta la totale indipendenza della Transgiordania di Abdullah, che si autoproclamò re del "Regno Hashemita di Transgiordania". Tuttavia, con la fine della guerra anche il problema arabo-israeliano ritornò prepotentemente in primo piano ed il Governo inglese rimise alle Nazioni Unite la soluzione della difficile questione. La proposta, votata dall'Assemblea Generale dell'ONU il 29 dicembre 1947 di creare due entità territoriali distinte in Palestina provocò subito sanguinosi scontri fra le due popolazioni: in questo periodo avvenivano atti terroristici e intimidatori da parte di gruppi oltranzisti ebraici e palestinesi nei propri territori e si andava chiaramente verso la prima guerra arabo-israeliana. Al ritiro dell'esercito inglese dalla Palestina nel 1948 la comunità ebraica proclamò la nascita dello Stato di Israele (14 maggio 1948) e il giorno seguente le truppe della Transgiordania, insieme a quelle degli altri paesi arabi (Egitto, Siria, Iraq e Libano), invasero la Palestina: lo scopo della Transgiordania (che già intratteneva discussioni segrete con inviati israeliani) era di prendere il controllo delle zone attribuite ai palestinesi dal piano di spartizione delle Nazioni Unite. I sanguinosi scontri, che si protrassero per otto mesi, videro la sostanziale vittoria di Israele, che riusciva ad accrescere il suo territorio di circa il 40% rispetto a quello previsto dal piano di spartizione delle Nazioni Unite, mentre la comunità palestinese abbandonava i propri villaggi occupati rifugiandosi per lo più nei territori della striscia di Gaza e in Cisgiordania (rimasti sotto controllo di truppe arabe). Mentre Gaza rimaneva in mani egiziane, la Cisgiordania (detta anche "West Bank") con la Città Vecchia di Gerusalemme (Gerusalemme Est) cadeva sotto il controllo di Amman (armistizio israelo-giordano del 3 aprile 1949): mezzo milione di palestinesi si aggiungeva a mezzo milione di cittadini della Cisgiordania ma in atteggiamento di decisa ostilità verso il re hashemita Abdullah. Il re però acquisiva il controllo di alcuni dei massimi luoghi sacri dell'Islam (come la Moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme) e con questo un notevole prestigio nel mondo arabo. In virtù dell'annessione della Cisgiordania alla Transgiordania, il re decise di dare al proprio regno una nuova Costituzione (1949) ed il nuovo nome di "Regno di Giordania"; tuttavia il suo Stato acquisì anche i problemi connessi alla situazione dei rifugiati palestinesi (che formavano gruppi terroristici organizzati come Al-Fatah), allo status giuridico di Gerusalemme e all'aumentata estensione della sua frontiera con Israele.

 

 

2 - La Giordania di re Hussein e le guerre arabo-israeliane fino all'Intifada

 

Il 20 luglio 1951 fu proprio la mano di un giovane palestinese ad assassinare presso la Moschea di Al-Aqsa il re Abdullah di Giordania, dando con questo gesto significato al nazionalismo palestinese tanto avversato dal monarca giordano. Il figlio e designato successore Talal mostrò un atteggiamento anti-britannico e promise un governo progressista, ma fu dichiarato mentalmente inadatto al ruolo di monarca dal parlamento giordano nell'agosto del '52: l'abdicazione avvenne in favore del fratello maggiore Hussein ibn-Talal, che fu incoronato come re Hussein di Giordania al compimento del diciottesimo anno, il 2 maggio 1953.
Successivamente la storia della Giordania di re Hussein fu strettamente legata alla necessità di mantenere stabile il trono e lo Stato, cercando di guadagnare il favore delle masse palestinesi all'interno del suo territorio, ma anche di mantenere in qualche modo i rapporti con lo stato ebraico nonostante le gravi tensioni che scaturivano dagli attentati reciproci tra palestinesi e israeliani. La politica di equilibrio del sovrano hashemita, oltre che degli interessi delle cancellerie occidentali, dovette tener conto anche della leadership in campo arabo (dove era in ascesa l'Egitto di Nasser): per questo nel 1955 Hussein rinunciò a firmare il trattato di mutua difesa filo-occidentale noto come "Patto di Baghdad" (promosso da Gran Bretagna e dai governi filo-inglesi di Turchia, Iraq, Pakistan e Iran) e l'anno successivo licenziò i consiglieri britannici e annullò il trattato anglo-giordano siglato dieci anni addietro. Spinto dalla pressione popolare a manifestare il proprio appoggio alla politica panaraba di Nasser, reagì tuttavia con forza al tentativo di golpe condotto da alcuni membri della Guardia Nazionale provenienti dalla Cisgiordania: è in questa occasione che, appoggiato dai fedeli beduini della Giordania orientale, epurò il Parlamento dai nazionalisti palestinesi e dagli estremisti, mise al bando i partiti politici ed instaurò di fatto una dittatura della corona.
Gli anni '50 in Medio Oriente sono caratterizzati dalla questione di Suez e dalla leadership politica dell'Egitto. Nel 1956, infatti, Nasser annunciava al suo popolo e al mondo arabo la nazionalizzazione del Canale di Suez: la sfida al mondo occidentale era aperta e l'entusiasmo del popolo egiziano e di tutto il mondo arabo fu straordinario. Toccate nei propri interessi commerciali, Francia e Gran Bretagna lanciarono una campagna di propaganda contro Nasser e si allearono segretamente con Israele, che sferrò l'attacco contro il Sinai verso il Canale di Suez. L'attacco fu condannato da URSS, USA e dalle Nazioni Unite che inviarono nella zona del Canale un contingente armato con il compito di assicurare il mantenimento del cessate il fuoco. Anche se l'Egitto uscì dall'avventura di Suez militarmente sconfitto da Israele, la conclusione dell'iniziativa anglo-franco-israeliana accrebbe notevolmente il prestigio di Nasser presso tutto il mondo arabo. L'influenza anglo-francese nella regione cominciò a scemare rapidamente, e con l'Egitto finalmente liberato da influenze esterne Nasser divenne per tutto il Medio Oriente arabo il simbolo delle rivendicazioni arabe e della lotta contro lo Stato di Israele. Tra i successi egiziani spicca l'unione con la Siria nel febbraio del 1958 e la costituzione della "Repubblica Araba Unita", che si rivelò però di breve durata e fu sciolta nel 1961 (a seguito di un colpo di stato in Siria). La costituzione dell'asse siro-egiziano spinse allora re Hussein a guardare con favore ad un accordo con il cugino re Faysal II, al potere a Baghdad. L'assassinio di Faysal e il colpo di stato in Iraq, organizzato dall'entourage di Nasser, bloccò però quest'importante iniziativa. Re Hussein, sentendosi minacciato dallo strapotere egiziano, aprì all'Occidente ed in particolare a Gran Bretagna e Stati Uniti. Fino alla fine del 1958 gli inglesi si videro assicurato lo stazionamento di truppe paracadutiste nel paese, mentre dagli inizi degli anni '60 Washington appoggiò la Giordania con aiuti pari a 100 milioni di dollari all'anno, che stimolarono lo sviluppo economico e (nonostante gli attentati alla persona ed al governo del re) rafforzarono la monarchia.
Durante gli anni '60 l'OLP, principale organizzazione palestinese (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), e Al-Fatah, il suo braccio armato, fecero crescere la tensione palestinese diventando sempre di più potenziali minacce non solo per Israele ma anche per la sovranità giordana sulla Cisgiordania: i rapporti tra Giordania, da una parte, e Siria, Egitto e palestinesi, dall'altra, presto si deteriorarono e spinsero re Hussein a mantenere un canale di trattativa con Israele. Nel '65, con l'appoggio egiziano e siriano, Al-Fatah promosse dal territorio giordano una serie di sanguinosi raid contro Israele e l'anno successivo la tensione sfociò nel grave attacco israeliano nei pressi di Hebron, in Cisgiordania. In seguito a quest'ultimo episodio, Amman rispose tentando di bloccare il passaggio attraverso la Giordania dei commandos palestinesi di base in Siria e minacciando l'interruzione delle relazioni diplomatiche con Damasco. La gravità della crescente crisi con Israele, nella primavera 1967, ricompattò il fronte arabo e spinse la Giordania ad un nuovo patto di difesa con Egitto e Siria: l'ammassamento delle truppe egiziane nel Sinai, la chiusura del Golfo di Aqaba ed infine gli scontri a Gerusalemme Est tra soldati giordani e israeliani furono tutti segni di un conflitto imminente. Israele, allora, giocò la carta dell'attacco di sorpresa per assumere l'iniziativa delle operazioni e scatenò la "Guerra dei Sei giorni": così tra il 5 ed il 10 giugno distrusse al suolo l'aviazione egiziana ed occupò Gaza, il Sinai e il Golan siriano, i territori ad ovest del Giordano e Gerusalemme Est. Il compromesso che in sede ONU portò ad una risoluzione di condanna dell'attacco israeliano non risolse la crisi: la Giordania si vide privata di un terzo delle terre fertili e della sovranità sui luoghi sacri all'Islam. Tuttavia il trono hashemita, sebbene indubbiamente in crisi, era ancora in qualche modo stabile anche se doveva far fronte ai malumori della folta comunità palestinese (accresciuta da circa 200 mila nuovi rifugiati provenienti dalle zone dalla Cisgiordania occupata) e alla difficile situazione finanziaria successiva alla guerra (nonostante gli aiuti di altri paesi arabi, come Arabia Saudita, Kuwait e Libia). Dopo un breve periodo si ripristinarono anche gli aiuti economici e militari occidentali (soprattutto di Stati Uniti e Gran Bretagna).
Nonostante il Summit arabo di Khartoum dell'agosto '67 sancisse la politica dei "tre no" ("no" alla pace con Israele, "no" al riconoscimento di Israele, "no" a negoziati con Israele), Re Hussein cercò nuovamente un canale di trattative con gli israeliani, dapprima per tentare di riottenere i territori perduti, poi per controllare l'estremismo palestinese che sotto la guida di Yasser Arafat (leader di Al-Fatah) tendeva a creare in Giordania uno "Stato nello Stato". La crisi giordano-palestinese esplose nel settembre del 1970 (detto perciò dai palestinesi "Settembre Nero") quando Re Hussein scatenò una sanguinosa repressione (si parla di migliaia di morti e più di 10.000 feriti) per espellere i gruppi armati dei "feddayn" palestinesi, dopo che uno di questi (il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) aveva messo in atto una serie di dirottamenti di aerei occidentali nel deserto giordano. I carri armati siriani inviati in sostegno dell'OLP vennero respinti con l'aiuto militare degli USA e il 27 settembre Hussein siglò un accordo per alcune concessioni all'OLP, ma nel luglio seguente costrinse i guerriglieri dell'OLP a lasciare il paese ed a spostare le proprie basi in Libano. Re Hussein sostanzialmente mantenne il potere grazie all'appoggio offertogli dagli Stati Uniti e alla devozione personale dei beduini, essenziale per mantenere il controllo sull'esercito e portare a termine l'operazione. Resta il fatto che dopo l'occupazione militare israeliana della West Bank, la Giordania ospitò comunque un ingente numero di palestinesi (prima espulsi nel 1948, poi cacciati di nuovo dai campi profughi nel 1967) che, per l'elevato sviluppo demografico, oggi costituiscono circa i due terzi della popolazione giordana.
Sempre nel 1970 Nasser, grande leader arabo e padre della patria egiziana, moriva e lasciava il paese al suo vice e successore Anwar al-Sadat che pianificò con la Siria una offensiva per la riconquista dei territori perduti nel 1967. Scatenata il 6 ottobre 1973 (data della festa ebraica dello Yom Kippur) la "Guerra del Kippur" vide Israele subire inizialmente l'attacco di sorpresa nemico: le forze egiziane attraversarono il Canale di Suez mentre le armate siriane attaccavano sul fronte delle alture del Golan. Re Hussein anche in questo frangente mantenne una posizione di grande prudenza. Mantenne la Giordania formalmente fuori dal conflitto, ma nel contempo mandò i suoi carri armati in appoggio alle forze siriane impegnate nell'offensiva sulle alture del Golan (in Siria, dopo la drammatica offensiva contro i palestinesi in Giordania nei giorni del "Settembre Nero", aveva preso il potere il Generale Hafez al-Assad, poi eletto presidente). Nei giorni successivi, però, l'iniziativa delle operazioni militari passò agli israeliani che fecero valere ancora una volta la superiorità del loro esercito: il cessate-il-fuoco del 24 ottobre fermava gli scontri.
Dopo la "Guerra del Kippur", il blocco petrolifero attuato dai Paesi Arabi esportatori fece temere una crisi energetica con conseguenze critiche per l'Occidente e indusse gli Stati Uniti ad adottare una politica attiva nei confronti del problema dei territori occupati. Per parte sua Sadat inaugurò una politica sempre più filo occidentale e di affrancamento dall'alleato sovietico, convinto della necessità di una risoluzione dei contrasti con Israele. Ma l'apertura israeliana verso il fronte arabo si avviava concretamente solo per l'Egitto (disponibilità al ritiro dal Sinai) e non per la Giordania, che nel 1974 venne riconosciuta da Israele come interlocutore per la questione dei palestinesi di Cisgiordania e per Gerusalemme Est, ma fu poi sconfessata dalla Lega Araba (che nel meeting di Rabat dichiarò unico rappresentante del popolo palestinese l'OLP di Arafat). Re Hussein promosse allora con la Siria di Assad un "comando supremo" di coordinamento diplomatico e militare per il controllo anche delle attività dell'OLP. Sul fronte egiziano, invece, dopo la visita di Sadat alla Knesset (1977) furono siglati con la mediazione del presidente americano Jimmy Carter gli "accordi di Camp David" del settembre '78, che prevedevano, oltre al ritiro israeliano dal Sinai, anche il futuro passaggio di Gaza e Cisgiordania da uno statuto autonomo provvisorio della durata di un quinquennio ad un successivo statuto definitivo. Gli altri paesi arabi, però, giudicarono negativamente la mancata consultazione dei palestinesi in merito al futuro dei territori occupati e condannarono gli accordi conclusi come un atto di estrema gravità, talché l'Egitto venne a perdere il ruolo guida del fronte arabo che per tanti anni aveva ricoperto nella lotta contro Israele (e il suo leader Sadat fu per questo, tre anni più tardi, assassinato da estremisti durante una parata militare). Il leader israeliano Menachem Begin, del blocco conservatore del Likud, controbilanciava la restituzione del Sinai con un'accelerazione nel programma degli insediamenti di coloni ebrei nei territori occupati della Cisgiordania ("Giudea-Samaria") tanto che la Giordania interruppe allora totalmente i negoziati segreti che per 15 anni erano rimasti spesso come l'unico canale aperto di dialogo. Inoltre re Hussein temeva che l'immagine e il ruolo della Giordania come di uno Stato palestinese propagandata da Israele potesse minare ancora una volta la stabilità del suo paese e l'attacco israeliano alle postazioni palestinesi nel Libano (1982) non fece che rafforzare i timori di un nuovo trasferimento dei palestinesi in Giordania. Durante gli anni '80, comunque, in concomitanza con le vicende libanesi avvenne il tanto necessario riavvicinamento tra Hussein ed Arafat e fu possibile al "Consiglio Nazionale Palestinese" (parlamento virtuale dei palestinesi della diaspora e dei territori occupati) di riunirsi ad Amman. Nel febbraio '85 i due leader firmarono un accordo per il coordinamento delle iniziative di pace: re Hussein si proponeva di persuadere Arafat ad accettare una fusione tra territori palestinesi e Giordania in cui, sotto sovranità giordana, si assicurasse l'autonomia ai palestinesi; per Arafat rimaneva invece prioritaria la creazione di uno Stato nazionale palestinese che si legasse semmai in una confederazione paritaria con la Giordania.
Al riconoscimento da parte dell'OLP di Arafat dello Stato di Israele e alla sua dichiarata rinuncia al terrorismo, la Giordania di Re Hussein reagì come se fosse stata scavalcata e sconfessò l'accordo precedente con Arafat, ma non diede seguito alla totale espulsione dell'OLP dalla Giordania (anche se ordinò la chiusura degli uffici dell'OLP ad Amman). Invertendo completamente l'impostazione politica giordana sulla questione palestinese avviata dal 1974, il re ampliò la rappresentanza palestinese all'interno dell'Assemblea Nazionale del regno e annunciò un programma di sviluppo per la Cisgiordania in vista di un sua amministrazione giordano-israelo-palestinese escludente l'OLP.
L'accordo del 1987 per colloqui di pace sotto l'egida dell'ONU prevedeva che i rappresentanti palestinesi fossero compresi nella "delegazione giordano-palestinese" per il veto israeliano a trattare direttamente con i palestinesi; intanto, nel novembre, al summit della Lega Araba di Amman la Giordania segnò un successo con la decisione dei delegati di ristabilire i rapporti diplomatici con l'Egitto (interrotti per gli "accordi di Camp David" con Israele). L'esplosione nel dicembre della "rivolta delle pietre" (intifada) nei territori occupati, però, si dimostrava una protesta palestinese non solo contro Israele ma anche contro re Hussein; quest'ultimo tentò di appoggiare pubblicamente la rivolta offrendo aiuti alle famiglie delle vittime della repressione israeliana, ma per l'intera opinione pubblica mondiale il portavoce dell'intifada rimase soltanto Arafat.

 

3 - Dalla rinuncia ai territori occupati alla morte di re Hussein

 

In seguito alla riunione d'emergenza della Lega araba che affidava all'OLP il controllo finanziario del supporto arabo ai palestinesi, nel luglio del 1988 Hussein rinunciò a qualsiasi rivendicazione sulla Cisgiordania lasciando così all'OLP ogni responsabilità dei territori palestinesi occupati. Inoltre sciolse il Parlamento (costituito per la metà da rappresentanti palestinesi), interruppe il pagamento dei salari a più di 20 mila dipendenti statali e ordinò la conversione dei passaporti dei palestinesi della Cisgiordania in documenti biennali di viaggio. Nella riunione di Tripoli (1988) il Consiglio Nazionale Palestinese s'identificò nell'OLP come unico rappresentante legale del popolo palestinese e proclamò insieme all'indipendenza della Palestina anche il riconoscimento ufficiale dello Stato di Israele e la rinuncia ad ogni atto di terrorismo: e re Hussein si affrettò a riconoscere ufficialmente l'entità palestinese. Il governo israeliano però non accettò il dialogo con la dirigenza palestinese incrementando anzi la colonizzazione dei territori occupati e rendendo di conseguenza vano ogni tentativo di dialogo. Nell'aprile 1989, l'aumento dei prezzi dei beni di consumo fece scoppiare una rivolta tra le popolazioni povere del sud, costituite soprattutto da tribù beduine, talché il nuovo primo ministro Mudar Badran s'impegnò ad una inversione delle prospettive economiche nazionali oltre che alla sospensione della legge marziale in vigore dal 1967 (promessa mantenuta solo nel 1991).
L'invasione del Kuwait nell'estate del '90 apriva quella "crisi del Golfo" che pose la Giordania in una posizione molto difficile (la Giordania infatti dipendeva dall'Arabia Saudita per i finanziamenti e da Baghdad per il petrolio). Amman si unì così all'embargo contro l'Iraq, ma si oppose all'uso della forza militare (scatenata nelle prime settimane del '91) per costringere Saddam Hussein ad adempiere alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma in questo modo si attirò l'ostracismo degli altri paesi arabi del Golfo (schierati contro Saddam Hussein). Si trovò isolata dal blocco aereo e marittimo anti-iracheno nonché privata di ogni aiuto economico; inoltre dovette accogliere centinaia di migliaia di rifugiati dalle zone di guerra, curdi, iracheni e palestinesi espulsi dal Kuwait come filo-iracheni.
Nel mese di giugno, poi, re Hussein promulgava una nuova Costituzione che legalizzava i partiti ed estendeva i diritti politici alle donne. In questo stesso mese, nominò primo ministro Taher Al-Masri, che auspicò la partecipazione della Giordania alla Conferenza di Pace per il Medio Oriente e l'avvicinamento agli Stati Uniti di Bush. A Madrid si aprì il 31 ottobre 1991 la Conferenza di Pace per il Medio Oriente con la partecipazione delle delegazioni di Libano, Siria, Israele e Giordania: la delegazione palestinese fu ammessa solo unitamente a quella giordana, poiché, come si è detto, il governo israeliano si opponeva a negoziati di pace in via diretta con la controparte. Nel novembre 1991, Taher Al-Masri fu destituito dal voto di sfiducia del gruppo fondamentalista islamico in Parlamento. Le elezioni dell'autunno 1993 per il rinnovo della Camera dei Rappresentanti del Parlamento giordano vedevano l'affermazione dei candidati islamisti anti-sionisti che costituivano con altri gruppi politici il "Fronte di Azione Islamica". Nel maggio del 1993 fu nominato primo ministro Abdul Salam Nadjali, capo della delegazione giordana ai colloqui di pace con Israele.
Tra israeliani e palestinesi la firma degli accordi di Oslo dell'agosto 1993 segnava il raggiungimento di due importantissimi risultati: il riconoscimento reciproco tra l'OLP e lo Stato di Israele in quanto entità politiche e la bozza di accordo sui territori occupati che prevedeva la creazione di un provvisorio "autogoverno" palestinese nella città di Gerico e nella zona della striscia di Gaza (e dopo cinque anni si prevedeva l'estensione dell'autogoverno anche alla Cisgiordania). A Washington il 13 settembre alla presenza del presidente americano Bill Clinton gli accordi vennero firmati davanti al mondo intero, suscitando nel popolo palestinese e israeliano la speranza di una fine ormai prossima dei contrasti. Le riserve espresse nello stesso anno da re Hussein sull'accordo di pace tra Israele ed OLP non impedirono alla Giordania di portare a termine nel 1994 lo storico accordo con Israele: re Hussein e il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin firmarono il 26 ottobre 1994 un trattato di pace con il quale Israele restituiva alla Giordania 300 chilometri quadrati di deserto ridefinendo ancora una volta le frontiere. Si progettava congiuntamente addirittura la costruzione di un "Canale Mar Rosso-Mar Morto" per creare un bacino idrico utilizzabile sia per l'agricoltura che per la produzione di energia elettrica sfruttando il dislivello tra il Mar Rosso e il Mar Morto (che si trova in una depressione a 400 metri sotto il livello del mare).
L'opinione pubblica giordana fu sorpresa dalla rapidità dell'accordo di pace e dagli esigui benefici economici ottenuti dal paese; nel 1995 poi veniva siglato un ulteriore accordo con l'OLP per il supporto giordano ai palestinesi. Nel novembre dello stesso anno Hussein visitò Gerusalemme per la prima volta dal '67 per partecipare ai funerali di Yitzhak Rabin. Nel 1996 la Giordania decise di interrompere i rapporti commerciali con Baghdad e di autorizzare gli Stati Uniti all'uso di una base aerea situata nel proprio territorio. L'appoggio interno al sovrano si rafforzò dopo le elezioni dell'autunno 1997, in cui i capi tribù beduini del deserto (favorevoli al re) ottennero 68 degli 80 seggi alla Camera dei Deputati. Gli altri 12 furono vinti da candidati islamisti ma le elezioni erano state boicottate dal principale gruppo islamista del F.A.I. per protestare contro la politica di Hussein e l'accordo di pace con gli israeliani: Abdul Salam Madjali fu nominato per la seconda volta primo ministro.
Negli anni recenti la Giordania ha continuato a ricoprire un importante ruolo di mediazione e di garanzia sul rispetto degli accordi israelo-palestinesi e sull'accordo di Wye Plantation per un nuovo ritiro israeliano dalla Cisgiordania (1998). In quest'ultima occasione si è presentato nella località statunitense anche re Hussein di Giordania (allora negli Stati Uniti per cure mediche), ed il sovrano hashemita ha rivolto ad israeliani e palestinesi un discorso appassionato per indurli a firmare l'accordo. Nel febbraio del 1998, di fronte alle minacce di un nuovo bombardamento dell'Iraq da parte degli Stati Uniti, la Giordania si è espressa criticamente su questa evenienza e si è preparata a contenere una prevedibile ondata di rifugiati. Sono stati gli ultimi atti politici del re: dopo aver designato come suo successore al trono il figlio Abdullah (piuttosto che il principe Hassan), il 7 febbraio 1999 re Hussein di Giordania è morto. Il figlio Abdullah, nuovo re di Giordania, ha continuato la politica di apertura e di modernizzazione del paese sottolineando sempre la propria posizione e il proprio ruolo all'interno del mondo arabo.


 

Chi si ricorda di Mossadeq?

Questo Trentino n° 16 del 27.09.2003

http://www.questotrentino.it/2003/16/mossadeq.htm 

 

Le radici dell’integralismo islamico, della contrapposizione all’Occidente e infine dell’attuale terrorismo fondamentalista, sono molteplici, antiche e recenti. Dopo l’ 1l settembre 2001 le analisi alla ricerca delle cause sono state numerose, alcune prespicaci, ma da quanto so è sempre mancato un tassello: il complotto organizzato dalla CIA ai tempi di Eisenhower per rovesciare Mossadeq e stroncare il primo tentativo laico e riformista nel vicino Oriente. La conseguenza fu che la caduta del leader riformista Mossadeq aprì la porta al fondamentalismo di Khomeini.

Il primo ministro iraniano Mossadeq

I fatti si svolgono nella Persia dello Scià Reza Pahlavi e risalgono a cinquant’anni fa. Nell’ottobre del 1951 il primo ministro persiano Mossadeq nazionalizza la "Anglo Iranian Oil Company". Lo sfruttamento del petrolio da parte del monopolio inglese aveva dissanguato l’economia persiana, lasciando la popolazione a un livello di povertà generalizzata. Solo un esempio: nel 1947 la compagnia inglese realizzò un profitto di 112 milioni di dollari (somma enorme a quei tempi), lasciando alla Persia solo una briciola di 7 milioni. Inoltre violò l’impegno di pagare gli operai almeno 50 centesimi al giorno, e di costruire per le maestranze case, ospedali e scuole.

L

a nazionalizzazione crea un’onda di entusiasmo, che si propaga ai vicini paesi arabi. Mossadeq rompe i rapporti diplomatici con l’Inghilterra e prosegue la sua politica nazionalista e riformatrice. A questo punto entrano in scena gli Stati Uniti, preoccupati che la Persia varchi la cortina di ferro ed entri nell’orbita della Unione Sovietica. Le sorti di Teheran rimangono in bilico fino alla elezione alla presidenza di Eisenhower, che dà il via al piano elaborato dalla CIA per estromettere Mossadeq dal potere.

Lo Shah Mohammad Reza Pahlavi.

Si tratta del primo intervento americano nel vicino oriente. Entrano in scena gli 007 e reparti specializzati nel suscitare sommosse. Il 15 agosto 1953 (appunto 50 anni fa) avviene il primo tentativo di colpo di stato, che fallisce. Tutto sembra perduto. La CIA ricorre allora a Norman Schwarzkopf senior (padre del vincitore della guerra del Golfo nel 1991), che per 6 anni aveva organizzato e guidato la gendarmeria imperiale persiana. Schwarzkopf parla con lo Scià, "gli consegna 2 sacchi di dollari", come egli stesso racconta, e ottiene la deposizione di Mossadeq. Il gioco è fatto. Quattro giorni dopo, il 19 agosto 1953, dopo tumulti popolari organizzati dagli agenti della CIA, Mossadeq perde il potere e fugge. Lo Scià nomina primo ministro il generale Zahedi, conservatore ben visto dagli americani.

La Persia ha nuovamente la museruola e si accresce nel popolo iraniano e in tutto il mondo mussulmano l’avversione antiamencana. La Persia inizia un nuovo cammino che la porterà a diventare l’Iran di Khomeini.

Solo nel 2000 il presidente Bill Clinton ammetterà la responsabilità degli Stati Uniti nel golpe del 1953 che aprì la porta in Iran al fondamentalismo dei mullah e poi alla piaga del terrorismo islamico. Non c’è da stupire: chi semina vento, dice il proverbio, raccoglie tempesta.

E’ uscito in America in questi giorni in libro di Stephen Kinzer "Tutti gli uomini dello Scià", col significativo sottotitolo "Un golpe statunitense e le radici del terrorismo mussulmano". Speriamo che venga presto tradotto in italiano. Vale la pena leggerlo.


Iran 1953, il complotto della Cia



Il 19 marzo scorso, la segretaria di stato americana Madeleine Albright riconosceva per la prima volta il «coinvolgimento» degli Stati uniti nel colpo di stato che, nel 1953, aveva fatto cadere il primo ministro iraniano Mohammed Mossadeq. Se le circostanze di quell'operazione non sono ancora del tutto chiare, un rapporto della Cia, divulgato nell'aprile scorso dal New York Times, rivela quale fu il ruolo dei servizi segreti di Londra e di Washington in questa vicenda, che capovolse i rapporti di forza in Medioriente.

 

di MARK GASIOROWSKI*

 

Qualche mese fa, il New York Times ha ricevuto il rapporto ufficiale del colpo di stato organizzato nel 1953 dalla Cia contro il primo ministro iraniano Mohammed Mossadeq e, il 16 giugno scorso, lo ha pubblicato sul suo sito web (1). Dal documento erano stati cancellati i nomi di varie personalità iraniane coinvolte, ma bastava collegarsi a un altro sito per poterli leggere per intero (2). Questo documento avvincente contiene importanti rivelazioni sul modo in cui fu condotta quell'operazione e chiunque si interessi alla politica interna iraniana o alla politica estera statunitense dovrebbe leggerlo. Il colpo di stato avvenne in un periodo di grande fermento per la storia iraniana, nel momento in cui la guerra fredda era al suo culmine.
Mossadeq era allora leader del Fronte nazionale, organizzazione politica fondata nel 1949 che mirava alla nazionalizzazione dell'industria petrolifera, all'epoca sotto controllo britannico, e alla democratizzazione del sistema politico. Due questioni che avevano grande presa sulla popolazione, tanto che il Fronte nazionale era diventato rapidamente l'attore principale sulla scena politica iraniana. Nel 1951, lo scià Mohammed Reza Pahlavi si vide costretto a nazionalizzare l'industria petrolifera e a nominare Mossadeq primo ministro, mettendosi in aperto conflitto con il governo britannico. La Gran Bretagna reagì organizzando un embargo totale contro il petrolio iraniano e avviando una serie di manovre a lungo termine con l'obiettivo di rovesciare Mossadeq.
Gli Stati uniti decisero inizialmente di restare neutrali e incoraggiarono i britannici ad accettare la nazionalizzazione, cercando, allo stesso tempo, di negoziare un compromesso, e arrivando fino al punto di far desistere Londra, nel settembre 1951, dall'idea di invadere l'Iran.
Sebbene numerosi dirigenti americani ritenessero che l'ostinazione di Mossadeq creasse un clima di instabilità politica che esponeva l'Iran al rischio di «passare dall'altra parte della cortina di ferro» (pagina III del rapporto), l'atteggiamento di neutralità fu mantenuto fino alla scadenza dell'amministrazione di Harry S. Truman nel gennaio 1953. Nel novembre 1952, poco dopo l'elezione alla presidenza degli Stati uniti del generale Dwight D. Eisenhower, alcuni alti responsabili britannici proposero ai loro omologhi americani di organizzare congiuntamente un colpo di stato contro Mossadeq. La risposta fu che l'amministrazione uscente non avrebbe mai intrapreso una tale operazione, ma quella di Eisenhower, che sarebbe entrata in carica a gennaio, avrebbe probabilmente accettato, vista la sua determinazione ad intensificare la guerra fredda.
Il rapporto della Cia racconta in modo chiaro il modo in cui fu preparata l'operazione. Ottenuta l'autorizzazione del presidente Eisenhower nel marzo 1953, gli ufficiali della Cia studiano il modo in cui organizzare il colpo di stato e iniziano a porsi il problema della sostituzione del primo ministro. La loro scelta cade subito su Fazlollah Zahedi, un generale in pensione che aveva già complottato con i britannici.
A maggio, un agente della Cia e un esperto dell'Iran che lavora per il Secret Intelligence Service (Sis) britannico trascorrono due settimane a Nicosia, sull'isola di Cipro, per mettere a punto una prima versione del piano. Questa bozza preparatoria sarà poi rivista da altri responsabili della Cia e del Sis, che ne elaboreranno una versione definitiva a Londra a metà giugno. Il piano finale prevede sei fasi principali. In primo luogo, la sezione iraniana della Cia e la principale rete di spionaggio britannica in Iran, diretta all'epoca dai fratelli Rashidan, dovevano destabilizzare il governo Mossadeq con azioni di propaganda e altre attività politiche clandestine. In seguito, Fazlollah Zahedi avrebbe costituito una rete di ufficiali in grado di compiere il colpo di stato. In terzo luogo, la squadra della Cia doveva «comprare» la collaborazione di un numero sufficiente di parlamentari iraniani per assicurarsi l'ostilità del potere legislativo a Mossadeq. Poi, bisognava ottenere l'appoggio dello scià sia al colpo di stato che a Zahedi, anche se si era deciso che l'operazione sarebbe stata comunque portata avanti, con o senza l'accordo del monarca.
A questo punto, la Cia doveva tentare di rovesciare Mossadeq in modo «quasi legale» (pagina A3), provocando cioè una crisi politica che avrebbe portato il Parlamento a destituirlo. Secondo il piano, la crisi doveva essere provocata facendo organizzare ai leader religiosi manifestazioni di protesta, che avrebbero persuaso lo scià ad abbandonare il paese e creato una situazione tale da spingere Mossadeq a dimettersi.
Infine, se il tentativo fosse fallito, la struttura militare messa in piedi da Fazlollah Zahedi si sarebbe impossessata del potere con l'aiuto della Cia. «Con qualunque mezzo» Le prime tre fasi erano in realtà già state avviate prima della messa a punto del «piano di Londra». Il 4 aprile, la sezione della Cia di Tehran riceve un milione di dollari destinati «a far cadere Mossadeq con qualunque mezzo» (pagina 3). A maggio, scatena, insieme ai fratelli Rashidian, una campagna di propaganda contro Mossadeq e, presumibilmente, organizza altre azioni clandestine contro di lui. Gli sforzi vengono accelerati nel corso delle settimane che precedono il colpo di stato (pagina 92).
La Cia prende contatto con Fazlollah Zahedi in aprile, versandogli 60.000 dollari (e forse anche di più) affinché «trovi nuovi alleati e influenzi personalità di primo piano» (pagina B15). Il resoconto ufficiale nega che siano stati comprati ufficiali iraniani (pagina E22); è tuttavia difficile immaginare in quale altro modo abbia potuto Zahedi spendere questi soldi. La Cia si accorge rapidamente che quest'ultimo «è sprovvisto della necessaria determinazione, dell'energia e di una concreta strategia» e non è quindi in grado di mettere in piedi una struttura militare capace di portare a compimento il colpo di stato. Il compito viene dunque affidato ad un colonnello iraniano che già lavorava per la Cia.
Alla fine di maggio del 1953, la sezione della Cia è autorizzata a investire circa 11.000 dollari a settimana per assicurarsi la cooperazione dei parlamentari. Aumenta sensibilmente l'opposizione a Mossadeq, il quale reagisce invitando i parlamentari che gli sono fedeli a dimettersi, così da far mancare il numero legale e portare allo scioglimento del Parlamento. Per contrastarlo, la Cia cerca allora di convincere alcuni parlamentari a ritirare le dimissioni. All'inizio di agosto, Mossadeq organizza un referendum truccato nel corso del quale gli iraniani si pronunciano in massa a favore dello scioglimento e per nuove elezioni. Questo impedisce ormai alla Cia di portare avanti le sue azioni «quasi legali», anche se continua a far uso della propaganda per accusare Mossadeq di aver falsificato il referendum.
Il 25 luglio, la Cia inizia un'opera di «pressione» e una lunga serie di «manovre» per persuadere lo scià ad appoggiare il colpo di stato ed accettare la nomina di Fazlollah Zahedi a primo ministro. Nelle tre settimane successive, quattro inviati incontrano lo scià quasi ogni giorno per convincerlo a collaborare. Il 12 o il 13 agosto, quest'ultimo, malgrado le reticenze, finisce per accettare e firma i decreti reali (firman) che portano alla destituzione di Mossadeq e alla nomina di Zahedi al suo posto. Ad agire in tal senso l'avrebbe persuaso la regina Soraya (pagina 38).
I punti oscuri del rapporto Il 13 agosto, la Cia incarica il colonnello Namatollah Nassiri di consegnare i firman a Zahedi e Mossadeq. Ma le lungaggini dei negoziati con lo scià hanno fatto trapelare il segreto, tanto più che uno degli ufficiali coinvolti svela l'esistenza di un complotto. Mossadeq fa arrestare Nassiri, nella notte tra il 15 e il 16 agosto proprio mentre questo si appresta a consegnare il primo decreto. Poco dopo, altri congiurati subiscono la stessa sorte. Preparata a una simile eventualità, la Cia aveva preparato alcune unità militari favorevoli a Zahedi ad impadronirsi di alcuni punti nevralgici di Tehran e compiere il colpo di stato. Ma gli ufficiali responsabili si eclissano al momento dell'arresto di Nassiri, provocando il fallimento di questo primo tentativo di golpe. Zahedi e altri responsabili del complotto si rifugiano allora in diversi nascondigli predisposti dalla Cia. Lo scià fugge in esilio, prima a Baghdad, poi a Roma, e Kermit Roosevelt, direttore della sezione locale della Cia, annuncia a Washington che il colpo di stato è fallito. Poco dopo, riceve l'ordine di interrompere l'operazione e rientrare negli Stati uniti.
Ma Kermit Roosevelt e la sua squadra decidono allora di improvvisare un secondo tentativo. Cominciano a distribuire ai media copie dei decreti dello scià, per mobilitare l'opinione pubblica contro Mossadeq.
I giorni successivi, i due principali agenti iraniani portano avanti, con lo stesso obiettivo, una serie di operazioni «occulte». Per aizzare gli iraniani credenti contro Mossadeq, proferiscono minacce telefoniche ai capi religiosi e «inscenano un attentato» contro la casa di un ecclesiastico (pagina 37), facendosi passare per membri del potente partito comunista Tudeh. Il 18 agosto, organizzano una serie di manifestazioni i cui partecipanti sostengono di essere membri del Tudeh. Su istigazione di questi due agenti, i manifestanti saccheggiano la sezione di un partito politico, abbattono statue dello scià e di suo padre e seminano il panico a Tehran. Rendendosi conto di ciò che sta accadendo, il Tudeh invita i suoi iscritti a non uscire di casa (pp. 59, 63 e 64), il che impedisce loro di opporsi ai manifestanti anti-Mossadeq che il giorno seguente invadono le strade.
La mattina del 19 agosto, questi ultimi cominciano a riunirsi nei pressi del bazar di Tehran. Il resoconto della Cia definisce queste manifestazioni «semi-spontanee», ma aggiunge che «le circostanze favorevoli create dall'azione politica [della Cia] contriburono a farle esplodere» (pagina XII). In effetti, la divulgazione dei decreti dello scià, le «false» manifestazioni del Tudeh e le altre operazioni «occulte» portate avanti nei giorni precedenti hanno spinto numerosi iraniani ad unirsi a tali manifestazioni. Diversi agenti iraniani della Cia conducono allora i manifestanti nel centro di Tehran e convincono le unità dell'esercito a seguirli, incitando la folla ad attaccare il quartier generale di un partito favorevole a Mossadeq e ad incendiare un cinema e diverse redazioni di giornali (pp. 65, 67 e 70). Le unità militari ostili a Mossadeq cominciano allora ad assumere il controllo di Tehran, impadronendosi delle stazioni radio e di altri punti chiave. Esplodono violenti gli scontri, ma le forze favorevoli al primo ministro sono sconfitte.
Mossadeq si nasconde, ma il giorno dopo si arrende.
Il resoconto della Cia lascia in sospeso due questioni fondamentali.
Innanzitutto, non chiarisce l'origine del tradimento che ha fatto fallire il primo tentativo di golpe, accontentandosi di ridurre il motivo di tale fallimento «alle rivelazioni di uno degli ufficiali dell'esercito iraniano coinvolti» (pagina 39). Inoltre, non spiega in che modo l'azione politica della Cia abbia favorito l'organizzazione delle manifestazioni del 19 agosto, né quanto abbia inciso sul loro inizio. Altri resoconti del colpo di stato basati su interviste a partecipanti di primo piano suggeriscono che la Cia avrebbe fornito indirettamente denaro ai capi religiosi, i quali probabilmente non erano al corrente dell'origine di tali fondi. Ma questa versione non è confermata dal rapporto della Cia. E, visto che la quasi totalità delle persone coinvolte è oggi deceduta e la Cia sostiene di aver distrutto la maggior parte degli archivi riguardanti l'operazione, tali dilemmi sono probabilmente destinati a rimanere insoluti. È anche difficile riuscire a capire chi vi sia all'origine della fuga di notizie che ha permesso la divulgazione di questo rapporto ufficiale e quale sia il vero scopo di questa fuga. Nell'articolo pubblicato il 16 aprile scorso, in cui rendeva nota una parte del rapporto, il New York Times spiegava soltanto che il documento era stato fornito da un «ex ufficiale che ne aveva ancora una copia».
Casualmente, un mese prima, la segretaria di stato Madeleine Albright aveva ammesso per la prima volta, durante un importante discorso destinato a promuovere il riavvicinamento tra Stati uniti e Iran, il coinvolgimento del governo americano nel colpo di stato e aveva chiesto scusa (3). Molti ritengono che la fuga di notizie sia stata deliberatamente organizzata dal governo o da una persona decisa a sostenere l'iniziativa della Albright. Ammesso che sia vero, è tuttavia difficile credere che il rapporto avrebbe potuto essere divulgato nella sua integralità, anche se una simile eventualità non si può del tutto escludere.
note:
*Professore di scienze politiche all'Università di stato della Luisiana, B‰ton-Rouge.
(1) www.nytimes.com/library/world/mideast/ iran-cia-intro.pdf. Il documento è datato 1954 e firmato Donald N. Wilber.
(2) http://cryptome.org/cia-iran.htm. La tecnica usata dal New York Times era inefficace: bastava utilizzare un computer lento per leggere i nomi prima che comparisse la mascherina oscurante.
(3) Le Monde, 20 marzo 2000. (Traduzione di S.L.)

 

Il canto degli ayatollah


di Carlo Bertani - 12/11/2005 

  http://www.disinformazione.it/cantoayatollah.htm 

“Ma che canto, giudicate voi, ci può essere, se non è possibile aprir la bocca, ch'è tutta gonfia, scusate, e la notte non s'è dormito?...”
Anton Cechov, Chirurgia

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L’Iran, nel periodo fra le due guerre mondiali, non fu direttamente colonizzato, ma ebbe sempre due potenti “protettori” che “garantivano” per le scelte politiche iraniane: la Gran Bretagna – che aveva importanti concessioni petrolifere – e l’URSS, che difendeva in quel modo – eterno e secolare leitmotiv della grande Russia – i confini meridionali.
Il punto di rottura dell’equilibrio fu l’avvento al potere come Primo Ministro di Mohammad Mossadeq, che nel 1951 nazionalizzò le compagnie petrolifere ed estromise gli inglesi. Non si giunse alla rottura dal nulla: Mossadeq chiese più volte una più equa ripartizione dei proventi petroliferi, che prevedevano una curiosa suddivisione degli introiti: il 6% allo stato iraniano ed il 94% alle compagnie inglesi.
Mossadeq non era certo un rivoluzionario – aveva studiato in Francia ed in Svizzera, e potremmo oggi definirlo un economista “socialdemocratico” – ma, la semplice richiesta di fissare a 50 centesimi il giorno il salario minimo per le maestranze iraniane, condusse alla frattura con gli inglesi.
In quegli anni, le compagnie inglesi estraevano e commercializzavano 112 milioni di dollari l’anno di petrolio dai giacimenti iraniani, che attualizzati potrebbero corrispondere a circa 2-3 miliardi di dollari: proprio una bella sommetta. L’Iran riceveva soltanto 7 milioni di dollari rispetto al totale di 112 milioni, e Mossadeq ritenne che si dovevano ri-definire gli accordi, altrimenti – vista la crescita demografica – il paese, pur ricchissimo di ricchezze minerarie, sarebbe precipitato nella miseria.

Nella sua battaglia, Mossadeq fu sempre appoggiato dal potere religioso – rappresentato all’epoca dall’ayatollah Kashani – mentre lo Scià Reza Phalavi II mostrava d’appoggiare il suo ministro, mentre in realtà tramava con Washington per liberarsene.
In quegli anni – non dimentichiamo – l’impero britannico stava disgregandosi: nel 1947 l’India aveva raggiunto l’indipendenza, in Egitto stava nascendo la rivoluzione di Nasser e molte ex colonie africane mordevano il freno.
In sintesi, gli inglesi non erano più in grado di difendere con la forza gli impianti iraniani, ma nel 1952 l’ex generale Eisenhower (repubblicano) sconfisse i democratici e s’installò nello Studio Ovale, che era stato regno dei democratici sin dai tempi di Roosevelt.
Proprio da quei lontani eventi nacque una sorta di velato “accordo” fra inglesi ed americani che – ancora oggi – li vede pattugliare insieme le strade dell’Iraq per difendere gli interessi delle proprie compagnie petrolifere: sangue in cambio di petrolio.
Il primo tentativo di defenestrare Mossadeq andò a vuoto grazie all’astuzia del Primo Ministro – che aveva provveduto ad epurare gli alti gradi dell’esercito dalle figure a lui ostili – ed all’appoggio offerto dall’ayatollah Kashani: lo Scià si limitò ad accettare la sconfitta, ma proprio dal monarca era partito l’ordine di rovesciare Mossadeq.

Il secondo tentativo, nel 1953, vide l’ingresso in campo del generale americano Norman Swarzkopf, che aveva comandato per sei anni la guardia imperiale iraniana. Ricordate un altro Norman Swarzkopf, che comandava la prima alleanza contro Saddam nel 1991? Ebbene sì: era il figlio di tanto padre; evidentemente, alla dinastia dei Bush corrispondono precise connotazioni dinastiche anche in campo militare. Probabilmente, Norman Swarzkopf III comanderà in futuro un attacco in Corea sotto Bush III[1]: speriamo che la profezia non s’avveri.
Mossadeq fu obbligato a dimettersi e riuscì fortunosamente (grazie all’appoggio dell’ayatollah Kashani) a salvare la pelle, giacché il piano ordito dallo Scià e dagli americani prevedeva anche la “sparizione” del Primo Ministro.
Nel 1953, quindi, Mohammad Reza Phalavi II riuscì in un sol colpo a centrare tre obiettivi: liberarsi dell’ingombrante Mossadeq, assicurarsi l’appoggio americano come “custode” del Golfo Persico e “limare le unghie” al potere del clero. Questi tre eventi diverranno, nel 1979, le corrispondenti cause della sua fine.
Trascorsero ben 26 anni, decenni nei quali l’alta borghesia iraniana s’arricchì con la corruzione all’ombra dello Scià, che divenne sempre più “occidentale” e meno legato alle tradizioni del suo paese, mentre le condizioni di vita degli iraniani peggioravano.
Nel 1979, vivevano a Parigi due esuli: l’ayatollah Khomeini e Abolhassan Bani Sadr, un giovane e promettente politico di formazione marxista; anche l’URSS, in tanti anni di protettorato strisciante, aveva generato degli effetti. Khomeini discendeva direttamente – nella “linea” degli ayatollah – da Kashani, mentre Bani Sadr – per le sue aperture in senso democratico e di maggior equità sociale – aveva molti punti in comune con Mossadeq.

La terza causa della rivoluzione iraniana del 1979 era invece profondamente radicata in Iran: complici la corruzione dilagante, le enormi spese militari e l’asservimento alle compagnie occidentali, le condizioni di vita della popolazione erano diventate insopportabili, al punto che scoppiò la rivolta.
Come nel 1953, anche il primo tentativo fallì e lo Scià – con una sanguinosa repressione – riuscì a rimanere in sella, ma la saldatura che nacque a Parigi fra il tradizionalista Khomeini ed il progressista Bani Sadr fu il mix che avrebbe scatenato la seconda rivolta, alla quale Reza Phalavi non riuscì ad opporsi: il sovrano e l’intera famiglia reale fuggirono in Egitto.
Il ritorno a Teheran dell’ayatollah Khomeini e di Bani Sadr sancì un instabile equilibrio fra le fazioni conservatrici e quelle progressiste – con il comune obiettivo di defenestrare lo Scià – un bilanciamento dei poteri che fu solo apparente: l’alleanza fra il Diavolo e l’Acqua Santa.
Al ritorno in Iran, Khomeini assunse la nuova carica di “Suprema guida della rivoluzione islamica”: una posizione apparentemente super partes, una specie di Presidente che non rispondeva – in pratica – a nessuna legge, ma soltanto alla sua interpretazione del Corano.
Per Bani Sadr era pronta la poltrona di Primo Ministro – per accontentare i settori progressisti della società iraniana – ma sotto costante controllo delle autorità religiose.

L’equilibrio a tre degli anni ’50 – lo Scià, Mossadeq e Kashani – si era trasformato in una partita a due – Khomeini e Bani Sadr – che ammetteva pochi compromessi: difatti, al primo contrasto Bani Sadr scoprì di non avere più l’appoggio del clero.
Nel 1980 scoppiò la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, che era sorretto dagli stati sunniti del Golfo e dagli occidentali: i gas che furono usati nella guerra contro l’Iran provenivano dagli arsenali USA, i sistemi antiaerei erano francesi, i cacciabombardieri russi; i soldi – tanti – giunsero dall’Arabia Saudita e dal Kuwait. L’ultima “rata” per la guerra contro l’Iran – non onorata dal Kuwait – scatenò l’occupazione irachena del 2 agosto 1990.
Sapendo che le forze armate iraniane non avrebbero retto a lungo, Bani Sadr intavolò immediatamente trattative con Saddam Hussein e, già nel 1982, era pronto un piano d’armistizio, ma il Primo Ministro non aveva fatto i conti con gli ayatollah.
Per Khomeini, Saddam cascava a fagiolo, proprio come sarebbe accaduto molti anni dopo per un Presidente USA: Saddam Hussein è l’archetipo del dittatore violento ed opprimente, e giustifica qualsiasi guerra. Tipi come lui sono una vera benedizione per giustificare qualsiasi azione strategica: se non esistessero, bisognerebbe inventarli (!).

La “patriottica” guerra contro l’Iraq fu l’occasione cercata dagli ayatollah per fomentare l’odio contro il nemico, per far passare in secondo piano le difficoltà economiche e liberarsi dei progressisti come Bani Sadr, che venne detronizzato.
Per reggere lo scontro contro l’Iraq, si fece leva sulla forte vocazione al martirio presente nell’Islam sciita (anche i martiri Alì ed Hussein, caduti un millennio prima, tornarono utili): schiere di civili si lanciarono nei campi minati, e saltarono in aria per indicare ai carristi come evitare le mine.
La fine della guerra contro l’Iraq lasciò un paese dissanguato, ma saldamente nelle mani degli ayatollah: come in tutti i dopoguerra, per un po’ l’epica riempì lo stomaco, ma dopo qualche anno i morsi della fame tornarono a farsi sentire.
Saldamente al comando, l’ayatollah Khamenei – succeduto a Khomeini dopo la morte della “Suprema Guida” – tornò a cercare equilibri con la fazione moderata: Khatami divenne Primo Ministro e si tornò al “solito”, ovvero a qualche manifestazione repressa nel sangue oppure a “decimare” le liste elettorali cancellando semplicemente dagli elenchi i nominativi degli avversari più combattivi.

Nel frattempo, la situazione economica era leggermente migliorata: anche l’isolamento dell’Iran – con il crollo dell’URSS – ebbe fine. Il presidente Putin comprese subito le opportunità che l’Iran offriva: dollari in cambio d’armi e tecnologia; non a caso, la tecnologia nucleare iraniana è completamente di provenienza russa.
La costruzione d’impianti nucleari, consentirebbe all’Iran di continuare a vendere petrolio e gas all’estero (soprattutto alla Cina) e d’utilizzare l’energia elettrica di fonte nucleare per alimentare le industrie nazionali: ovviamente, non c’è modo di sapere se le stesse installazioni sarebbero usate a scopi bellici, giacché un reattore nucleare può soddisfare entrambe le esigenze.
Oggi, il paese sta marciando verso la modernizzazione: il più grande altoforno esistente nel pianeta si trova proprio in Iran; inoltre, Teheran ha acquistato la licenza di produzione dei missili Nodong coreani, ed oggi costruisce in proprio delle versioni migliorate, denominate Sharab III e IV.
Dove non possono arrivarci da soli, gli iraniani acquistano all’estero: ecco allora la Russia fornire i micidiali missili antinave Mosquit, od i sistemi contraerei Tor-M1; con i primi Teheran può bloccare la navigazione nel Golfo Persico, con i secondi cercare di proteggere le installazioni nucleari.

Ma, esiste veramente un’opzione bellica nei confronti dell’Iran, da parte degli USA o di Israele?
I fatti sembrerebbero affermarlo, mentre le analisi strategiche parrebbero negarlo.
Nel 2004, Israele ricevette dagli USA due squadriglie di F-15 opportunamente modificati per missioni a lungo raggio: non è difficile immaginare a cosa potrebbero servire, ovvero a raggiungere l’Iran e bombardare le installazioni nucleari.
Anche alcune esercitazioni aeronavali americane, avvenute fuori del Golfo Persico, sembrerebbero indicare che gli USA preparino la sorpresa, ma la situazione politica non lo consente.
Queste esercitazioni non sono altro che la consueta prassi americana di preparare anzitempo le mosse – così come la cessione degli F-15 ad Israele – ma non è assolutamente certo che i piani saranno messi in pratica.
Per come stanno andando le cose in Iraq, è molto improbabile un attacco all’Iran: basti pensare che sono state “inglobate” nelle nuove forze armate irachene anche le milizie del leader sciita Muqtada al Sadr, legatissimo all’Iran.

In caso d’attacco all’Iran, gli USA vedrebbero precipitare nel caos l’Iraq (come se non bastasse ciò che già avviene!), giacché l’appoggio della fazione sciita – cercato affannosamente, per usarla contro i sunniti – verrebbe meno.
Inoltre, l’attacco a Teheran sarebbe soltanto aereo, giacché oggi gli USA non hanno sufficienti forze per controllare il solo Iraq: figuriamoci per un’avventura dentro i confini iraniani! Anche un attacco aereo ai siti nucleari iraniani, però, diventerebbe una miccia per l’esplosiva situazione irachena, giacché il legame fra gli sciiti iracheni e quelli iraniani è fortissimo.
Considerati questi aspetti, che significato attribuire alla vittoria di Ahmadinejad nelle recenti elezioni?
Dopo anni di equilibrismi, gli iraniani sanno che il potente nemico americano è impantanato in un secondo Vietnam, proprio sull’uscio di casa, e possono nuovamente permettersi di fare la voce grossa: ma, attenzione, solo ad uso interno, per frenare nel patriottismo qualsiasi richiesta di riforme sociali.
Le stesse, bellicose affermazioni, consentono al governo di non mostrarsi timoroso per avere alla frontiera occidentale il più potente esercito del mondo – ma lo ricordano come monito – così da avere “mano libera” nei confronti degli oppositori. Insomma: il solito trucco di pubblicizzare un nemico esterno a fini interni, condito però con quel tanto di roboante retorica che consente di non perdere la faccia.
Addirittura, Khamenei è intervenuto per moderare le affermazioni contro Israele di Ahmadinejad, in un gioco delle parti che mostra un potere politico aggressivo, mentre quello religioso si può permettere il lusso d’agitare qualche ramoscello d’ulivo: un escamotage per confondere ancor di più le acque.

Tutto – in definitiva – nasce dalla situazione irachena: le velleità espansionistiche degli USA in Oriente e verso la Russia sono state arrestate dalla guerriglia irachena, ed i generali – al Pentagono – stanno iniziando a far sentire la voce dei militari, attraverso uomini politici come il senatore Mc Cain (repubblicano), il quale avverte che il morale delle truppe USA in Iraq è giunto a livelli troppo bassi.
Insomma, la pericolosa “sindrome del Vietnam” è oramai dietro l’angolo, al punto che un modesto Ahmadinejad può permettersi d’agitare velleitari proclami di guerra dal pulpito dell’ONU, e tanto da far scrivere ad un noto storico ingleseNiall Ferguson, in Colossus – una frase sintomatica: «Gli americani, come imperialisti, sono proprio inadeguati. Mancano del necessario spirito di sacrificio, di vocazione, dell'opportuna cast of mind, disposizione della mente».
In sostanza – afferma Ferguson – prima d’andare per il pianeta a creare pasticci, leggetevi qualcosa su come gestiva un impero la Gran Bretagna, altrimenti anche i “galletti” come Ahmadinejad potranno cantare tutto ciò che vorranno ovunque, indisturbati. Ed i media italiani – fessacchiotti – ci cascano come polli.

Carlo Bertani bertani137@libero.it www.carlobertani.it


[1] Le curiose similitudini fra le vicende odierne ed il passato non terminano qui. Per chi desiderasse approfondire l’argomento, posso rimandare al libro che ho pubblicato sull’argomento: Carlo Bertani – Al Qaeda, chi è, da dove viene, dove va – Malatempora – Roma – 2004.

http://www.ezeta.net/homosapiens/documenti/frontiere/ritorno.htm

Le frontiere maledette del Medio Oriente


di Filippo Gaja


Maquis Editore
Febbraio 1991


Capitolo 39. RITORNO AL PUNTO DI PARTENZA

La storia del petrolio è la storia dell'imperialismo occidentale nel Golfo Persico e nel Medio Oriente. Le grandi società petrolifere internazionali ne sono state, e ne sono tuttora, l'anima. Impiantate progressivamente nella regione a seguito delle vicende che abbiamo delineato in queste pagine, le compagnie entrarono in possesso delle ricchezze nazionali dei paesi produttori sulla scia degli interventi militari delle rispettive potenze d'origine: un esempio classico della interdipendenza fra pubblico e privato. Le compagnie trapiantarono nel deserto un'economia capitalista internazionale di rapina impadronendosi, a un costo estremamente basso, di un prodotto rivenduto a prezzi molto più elevati a scala mondiale, e in quantità costantemente e rapidamente crescenti.
Sole padrone, fino al momento in cui i paesi produttori non si ribellarono, del mercato petrolifero, dalla produzione al consumo, le grandi compagnie hanno formato per decenni un gruppo compatto noto come le «Sette sorelle», coalizzate nella difesa intransigente del loro monopolio contro ogni intrusione. Abbiamo già incontrato ciascuna delle «sorelle» nel corso della nostra storia, ma ricordiamo qui ugualmente la composizione del gruppo per comodità del lettore: la Standard Oil of New Jersey, americana, a noi nota come Esso (Exxon negli Stati Uniti); la Shell, anglo-olandese; la British Petroleum, inglese, che nel corso della narrazione abbiamo incontrato prima sotto il nome di Anglo-Persian Oil Company, e poi di Anglo-Iranian Oil Company; la Gulf, americana; la Texaco, americana; la Standard Oil of California, americana; la Mobil, americana. Le sette sorelle avevano cinque filiali comuni: la Irak Petroleum Company (IPC), l'Arabian American Company (ARAMCO), la Kuwait Oil Company (KOC) , la Bahrein Oil Company (BAPCO) e l'Anglo-Iranian Oil Company (AIOC). Fino al 1955 queste cinque filiali realizzarono quasi tutta la produzione petrolifera nel Medio Oriente. I contratti strappati ai paesi arabi davano alle compagnie un vero e proprio diritto di extraterritorialità e consegnavano alloro sfruttamento incontrollato superfici enormi, il più delle volte corrispondenti alla totalità del territorio dello Stato, per periodi lunghissimi (da 60 a 75 anni), e con royalties bassissime (al massimo una percentuale del 12,50 per cento sul prezzo di vendita della tonnellata esportata).
Fino alla seconda guerra mondiale le somme versate dalle compagnie ai governi dei paesi produttori erano più delle mance che dei prezzi d'acquisto. Non fu che lentamente che i paesi produttori giunsero a prendere coscienza della loro condizione di sfruttati.
La svolta venne nel 1949. In quell'anno, l'Anglo-Iranian Oil Company propose allo scià dell'Iran un «accordo supplementare», tentando di assicurarsi il monopolio di tutto il petrolio iraniano, scoperto e da scoprire, per un lungo periodo di tempo. La trattativa giunse in un momento in cui l'Iran era percorso da intense agitazioni popolari antioccidentali, conseguenza dell'occupazione alleata subita nel corso della guerra mondiale, cui l'opinione corrente attribuiva le difficoltà economiche del paese. La polemica sulle pretese dell' Anglo-Iranian si trasformò rapidamente in una accesa battaglia contro la rapina imperialista, battaglia di cui divenne vessillifero Mohamed Hedayat Mossadeq, capo del fronte nazionalista, che, fra lo sgomento dei petrolieri internazionali, avanzò la proposta di nazionalizzare il petrolio.
L'eco della polemica travalicò le frontiere dell'Iran e contagiò tutti i paesi petroliferi del Medio Oriente. Emiri e re cominciavano a comprendere quali ricchezze avrebbero potuto accumulare con il petrolio. Per anticipare una rivolta generalizzata, le compagnie petrolifere furono costrette a modificare le condizioni di sfruttamento dei giacimenti aumentando le percentuali spettanti ai governi locali.
L'offerta di un accordo sulla base del «fifty-fifty» (50%) non bastò però ai nazionalisti iraniani, il cui motto era «il petrolio alla patria». Le pressioni delle masse popolari elettrizzate da questa parola d'ordine, condussero, il 15 marzo 1951, il Parlamento iraniano a votare la nazionalizzazione dell'industria petrolifera, vale a dire a nazionalizzare l'Anglo-Iranian Oil Company. Lo scià non poté fare altro che ratificare la legge e l'onda dell' entusiasmo popolare portò Mossadeq alla guida del governo.Ma, come ci è noto, l'Anglo-Iranian era fin dall'inizio della prima guerra mondiale sotto il controllo diretto del governo britannico. L'iniziativa iraniana costituiva un colpo mortale per il prestigio inglese in Medio Oriente e un «attentato» al predominio britannico nell'ambito petrolifero. La reazione fu quindi violentissima.
Allo scoppio della crisi, l'Anglo-Iranian chiese la solidarietà di tutte le società petrolifere del mondo per il boicottaggio del petrolio iraniano nazionalizzato. E il boicottaggio fu in effetti totale. Quando la petroliera Rosemary, battente bandiera panamense lasciò il porto di Abadan con il primo carico di petrolio "nazionale" iraniano, gli aerei della Royal Air Force costrinsero la nave a entrare nel porto di Aden, base militare britannica nel Golfo, dove fu sequestrata. La direzione dell'Anglo-Iranian arrestò lo sfruttamento dei pozzi, paralizzando di fatto l'economia iraniana. Il governo di Mossadeq minacciò di intervenire con la forza per riaprire i pozzi, ma gli inglesi lo anticiparono, inviando navi da guerra ad Abadan e prendendo possesso del porto con il pretesto di evacuare i residenti britannici. L'Iran denunciò l'atto di aggressione e tentò di investire della questione la Corte Internazionale dell'Aia, che si dichiarò incompetente. Il governo di Teheran ruppe allora, nel novembre del 1952, le relazioni diplomatiche con la Gran Bretagna.
Di fronte a una situazione economica già disastrosa che andava deteriorandosi di giorno in giorno, il governo Mossadeq, nell'impossibilità di giungere a una composizione con l'Occidente, diede segno di voler ricorrere alla protezione dell'Unione Sovietica. Ciò segnò la sua sorte.
Il Dipartimento di Stato americano incaricò Herbert Hoover Junior di elaborare un piano per risolvere la crisi. Gli americani fino a quel momento erano rimasti ai margini dello sfruttamento dei giacimenti petroliferi dell'Iran. Si presentava ora agli Stati Uniti l'occasione per obbligare gli inglesi ad «aprire la porta persiana». Gli americani avevano i mezzi e gli strumenti per rovesciare Mossadeq, ma volevano parte del petrolio. Un accordo segreto fu raggiunto sulla base della formazione di un consorzio internazionale denominato Iranian Oil Company, più noto come «Consortium», nel quale figuravano l'ex Anglo-Iranian, trasformatasi in British Petroleum, la Shell, due gruppi americani l'uno formato dalle 5 grandi società petrolifere statunitensi e l'altro da 9 compagnie «indipendenti», e infine la Compagnie Française des Pétroles. Le società del «cartello» rifiutarono categoricamente di far posto all'ENI. L'egemonia britannica fu sostanzialmente mantenuta perché la British Petroleum e la Shell ebbero insieme il 54% delle azioni.
Una volta che l'accordo fu definito, la CIA ebbe via libera per abbattere il governo Mossadeq. Si chiamò «operazione Aiax». L'intervento occulto fu affidato per l'esecuzione politica a Kermit Roosevelt, professore di storia di 37 anni, nipote del defunto presidente degli Stati Uniti, Theodore. Circa 6.000 «oppositori» furono reclutati fra il sottoproletariato di Teheran dagli agenti della CIA. Questi ultimi agivano sotto la copertura della missione militare USA presso lo scià. Il 13 agosto 1953, i mercenari della CIA entrarono in azione e il 18 si impadronirono del palazzo del governo, catturando Mossadeq. L'operazione coinvolse una ventina di americani in tutto e costò 20 milioni di dollari: un prezzo veramente basso per le immense riserve petrolifere iraniane. più tardi Kermit Roosevelt diede le dimissioni dalla CIA e divenne vicepresidente della Gulf Oil Corporation.
A Teheran prese il potere un governo dittatoriale diretto dal generale Zahedi, che riallacciò prontamente le relazioni con l'Inghilterra e sottoscrisse un accordo che concedeva al «Consortium» lo sfruttamento dei giacimenti già in esercizio per 25 anni, rinnovabili per altri 15. In omaggio alla politica americana della «porta aperta» fu lasciata al governo di Teheran la libertà di rilasciare nuove concessioni di ricerca (e per questa porta, qualche anno più tardi, entrò finalmente in Iran l'ENI di Enrico Mattei).
L'affare Mossadeq portò all'evidenza che la Gran Bretagna era ormai incapace di controllare da sola il Medio Oriente. Il ruolo assunto dagli Stati Uniti nel destabilizzare Mossadeq, accelerò nello stesso tempo la penetrazione americana nel Golfo e in Medio Oriente e la graduale assunzione di posizioni egemoniche da parte degli Stati Uniti nella regione, e il declino relativo della potenza britannica.
Lo scacco subito da Mossadeq riaffermò brutalmente la supremazia delle grandi potenze e delle grandi compagnie petrolifere. Il mondo ebbe la conferma che i padroni del petrolio si trovavano a Londra e a Washington. Fino al 1971 nessun altro governo arabo si arrischiò a nazionalizzare la produzione petrolifera; farlo avrebbe significato essere destabilizzato.
Ma la nazionalizzazione del petrolio iraniano aveva ormai messo in moto un processo irreversibile che condusse gradualmente al ridimensionamento del potere delle compagnie. Già nel gennaio del 1951 il governo saudita pretese un accordo per dividere in modo diverso i profitti con la sua concessionaria ARAMCO, in luogo di una quota fissa sul petrolio estratto. Il compromesso si generalizzò rapidamente; il Kuwait lo adottò nello stesso 1951, il Bahrein nel 1952, gli emirati della costa di Oman nel 1961, l'Abu Dhabi nel 1965. Il cartello delle Sette sorelle perdette il monopolio della ricerca e nuove compagnie, americane, europee e giapponesi, si affacciarono in Medio Oriente proponendo ai paesi produttori formule più vantaggiose per lo sfruttamento dei giacimenti. I produttori (intendendosi per produttori soprattutto le famiglie dominanti di ciascun paese produttore) vollero essere interessati anche ai benefici tratti dalle diverse fasi industriali di sfruttamento del petrolio che si svolgevano al di fuori del territorio di produzione: trasporto, raffinazione e distribuzione. La compagnia italiana ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), fu storicamente la prima che mise i rapporti con i paesi produttori su un nuovo piano. Nel 1957 fu annunciato un accordo fra l'ENI e la National Iranian Oil Company per lo sfruttamento in comune di nuove concessioni. Venne creata una società mista con un iraniano come presidente del consiglio di amministrazione; in caso di scoperta del petrolio gli iraniani avrebbero ricevuto i175% dei benefici e non più soltanto il 50%. L'accordo assumeva il valore di una sfida perché, come abbiamo detto, nel momento della formazione del «Consortium» dopo il rovesciamento di Mossadeq, le grandi compagnie internazionali avevano categoricamente rifiutato all'ENI la partecipazione allo sfruttamento del petrolio in Iran.
Nel 1960 fu creata l'OPEC (le iniziali stanno per Organization of the Petroleum Exporting Countries, ovvero Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio), con il compito istituzionale di coordinare la politica petrolifera dei paesi aderenti sia in materia di quantità prodotte che di prezzi. La nascita dell'OPEC fu percepita come un potenziale pericolo per l'Occidente e per le Compagnie, poiché al suo interno assumevano importanza decisiva paesi che si sottraevano al controllo politico occidentale. In se stessa, l'esistenza di una manifestazione organizzata della volontà dei paesi produttori annunciava il declino del controllo monopolistico occidentale sull'oro nero. Più tardi, la creazione dell'OPAEC, organizzazione dei soli paesi arabi esportatori di petrolio, che poneva gli arabi nella condizione di incidere pesantemente sul mercato mondiale di questa materia prima, aumentò l'allarme nelle sfere dirigenti del sistema capitalista.
Quando sir Alec Douglas Hume, ministro britannico degli affari esteri, annunciò alla Camera dei Comuni, nel marzo del 1971, che tutte le forze militari inglesi sarebbero state ritirate dal Golfo Persico all'inizio del 1972, dando esecuzione definitiva a una decisione già presa dal governo laburista nel 1968, proclamava non soltanto la fine della supremazia britannica nella regione e del dispositivo di «sicurezza» instaurato da più di 170 anni, ma insieme apriva la strada alla rivolta degli arabi contro il potere delle compagnie petrolifere fino ad allora protette dalle armi britanniche. Tutti gli schemi tradizionali andarono in frantumi.
La strategia delle nazionalizzazioni riprese infatti ben presto. Già nel 1971 l'Algeria prese il controllo del 51 % delle sue due concessionarie francesi, la Compagnie Française des Pétroles e l'ERAP; nel dicembre dello stesso anno la Libia nazionalizzò tutti i pozzi della British Petroleum sul suo territorio; nel giugno del 1972 l'Irak nazionalizzò l'Irak Petroleum Company. Nel maggio del 1973 l'Iran ottenne il controllo dell'Iranian Oil Participants, il «Consortium» delle compagnie operanti sul suo territorio (premessa alla nazionalizzazione completa operata più tardi dall'Imam Khomeini). Anche le petromonarchie più strettamente vincolate agli interessi inglesi e americani, pur senza giungere alla nazionalizzazione, avanzarono maggiori pretese.
Tentando di anticipare il peggio, l'americano George Piercy, vice presidente della Exxon, negoziò con Ahmed Zaki Yamani, all'epoca ministro del petrolio saudita, la trasformazione delle «concessioni» in un accordo di «partecipazione» nel quale i governi di Arabia Saudita, Qatar e Abu Dhabi ricevevano il 25 per cento dei profitti. Il Kuwait nel gennaio del 1974 ottenne una ripartizione degli utili al 60 per cento a favore del governo e più tardi, nel dicembre 1975, ebbe il controllo totale, al 100 per cento, della Kuwait Oil Company, il che equivaleva a dire che la famiglia Sabah assumeva nelle proprie mani tutta l'enorme ricchezza petrolifera dell'emirato. Si inaugurava una nuova era nei rapporti fra gli sceicchi e l'Occidente industrializzato, basata sulla integrazione a pieno titolo dei monarchi petroliferi nei grandi affari della finanza e della banca internazionali.
Uno dopo l'altro tutti i paesi del Golfo ebbero il possesso formale dei pozzi e degli impianti, cioè dell'estrazione, con il diritto, più apparente che reale, di partecipare liberamente al giuoco del mercato.
Pompando a più non posso e inflazionando il mercato, le petromonarchie parteciparono a mantenere ai minimi livelli il prezzo del grezzo, favorendo lo sviluppo accelerato della società dei consumi in Occidente, e nello stesso tempo rovesciarono le montagne di petrodollari di profitto nel sistema finanziario internazionale, incentivando la speculazione e moltiplicando ulteriormente le proprie fortune.
Questa formula portò ad alcuni anni di straordinaria euforia economica e, nel Golfo, a uno dei più folgoranti momenti di evoluzione economica che il mondo abbia mai conosciuto, con un proliferare di iniziative, grandi progetti, enormi investimenti e giganteschi sprechi. Ma il sistema di controllo del mercato mondiale concentrato in poche mani, condusse a una eccessiva diminuzione del prezzo del greggio, e il periodo delle vacche grasse prese termine all'incirca a partire dall'inizio degli anni Ottanta. In diversa misura e per diversi motivi i paesi produttori di petrolio entrarono in difficoltà. I paesi a regime socialisteggiante perché danneggiati dal prezzo troppo basso del barile, le petromonarchie perché toccate dalla crisi di esaurimento del mercato capitalistico e dalla crisi del sistema finanziario e bancario internazionale.
La divaricazione di interessi fra i paesi arabi produttori e le nazioni industrializzate occidentali cominciò ad apparire nella sua piena luce. Se il basso prezzo del petrolio si manifestò come la condizione essenziale per la sopravvivenza stessa dell'economia del benessere generalizzato in Occidente, al contrario un aumento del prezzo del barile si presentò come il fattore indispensabile per lo sviluppo economico e sociale dei paesi arabi più popolosi.
Le contraddizioni fra il sistema economico occidentale e le petromonarchie a debole densità demografica furono risolte facilmente mediante una più profonda integrazione degli sceicchi nei grandi meccanismi di riproduzione del capitale finanziario. Ma l'antagonismo con i regimi arabi a base popolare rimase inalterato e durissimo.
Una evoluzione decisiva si era comunque prodotta. Alla fine della seconda guerra mondiale, nel 1945, in virtù dei termini dei contratti di concessione, le compagnie avevano ancora il diritto assoluto di trivellare, ricercare, estrarre, costruire oleodotti, detenevano la proprietà di tutto il petrolio prodotto, a partire dal momento in cui usciva dai pozzi, avevano il diritto di portarlo fuori dal paese senza pagare imposta, tassa o diritto di dogana. I governi locali non avevano alcun controllo sulle quantità estratte o esportate. Nei territori sotto concessione le compagnie si attribuivano un'autorità quasi coloniale. Il prezzo di vendita finale era questione che riguardava solo le compagnie e non aveva alcuna incidenza sul reddito dei governi. All'epoca, un barile di petrolio portava ai paesi produttori da 8 a 20 centesimi di dollaro. Il costo reale di estrazione per le compagnie era di circa 10 centesimi di dollaro.
Con le nazionalizzazioni, gli espropri e le partecipazioni di maggioranza, la situazione era cambiata.
Certo le compagnie non erano ridotte alla mendicità. Restava.loro il mercato mondiale di miliardi di consumatori, la speculazione sui prezzi, l'alleanza con gli emiri, l'integrazione dei capitali petroliferi, la diplomazia segreta per contenere le spinte dei paesi arabi più intransigenti nella difesa degli interessi nazionali. Ma a conti fatti, la pur ampia armatura di mezzi di intervento e di pressione rimasti nelle mani delle potenze occidentali e delle loro Compagnie, se poteva ancora garantire grandi profitti, non poteva più fornire una garanzia di continuità del controllo totale del petrolio dalla produzione al consumo. Finché il problema era limitato a garantire i guadagni di principi ed emiri e di qualche centinaio di famiglie con loro imparentate per ottenerne l'acquiescenza, questi mezzi potevano bastare. Ma non avevano più alcuna efficacia quando gli interlocutori divenivano governi autenticamente rappresentativi di interessi nazionali.
Il problema petrolifero cambiava perciò natura. Fino a quando le compagnie petrolifere avevano avuto la proprietà dei pozzi e degli impianti, garantita dal presidio militare britannico, l'Occidente aveva potuto basare i propri calcoli e i propri programmi di espansione su una disponibilità illimitata di energia a costo praticamente nullo, o bassissimo. Ora l'aleatorietà del controllo rendeva incerto l'avvenire. La perdita del controllo diretto delle fonti petrolifere doveva fatalmente trasformarsi in un problema strategico che riportava in primo piano l'intervento militare delle grandi potenze che dirigono il giuoco nel campo imperialista. Dopo una breve parentesi di meno di vent'anni la questione tornava al punto di partenza.


Il complesso persiano

di Abbas Amanat (docente di storia a Yale)

 pubblicato dal New York Times il 25 maggio 2006

e ripreso dal sito della Comunità ebraica di Milano


"Se è facile etichettare la corsa al nucleare dell’Iran come pericolosa avventura dalle conseguenze imprevedibili sul piano regionale e internazionale, così come è confortante denigrare Ahmadinejad per la sua negazione dell’Olocausto o per il suo odioso invito a cancellare lo stato di Israele, vi è tuttavia qualcosa di più profondo nella storia dell’Iran che non le estremistiche esternazioni di un presidente messianico e gli intrighi sapientemente calcolati dell’intransigente leadership clericale che gli sta dietro.
Tendiamo a dimenticare che l’insistenza iraniana al suo diritto sovrano di sviluppare l’energia nucleare è in realtà la ricerca di affermazione, la cui origine va cercata in almeno due secoli di aggressione militare e ingerenza interna, e non ultimo nella negazione della tecnologia da parte dell’occidente. Anche un bambino in Iran sa del colpo di stato sponsorizzato dalla CIA nel 1953 che fece cadere l’allora Primo ministro Mossadeq, e anche chi non è particolarmente interessato al proprio passato sa che per tutti gli ultimi due secoli l’Iran fu campo di gioco delle grandi potenze.
Gli iraniani sanno anche – per quanto gli americani e gli europei di oggi facciano fatica a crederlo – che dal 1870 al 1920 la Russia e l’Inghilterra hanno privato l’Iran persino della tecnologia di base, come per esempio le ferrovie che allora costituivano la chiave dello sviluppo tecnologico: in varie circostanze questi due stati si opposero alla costruzione della transiraniana che avrebbe minacciato la continua espansione delle loro frontiere imperiali. Quando finalmente fu costruita, le forze di occupazione britanniche e russe (e poi americane) durante la seconda guerra mondiale se ne servirono (senza pagare un soldo) chiamando l’Iran ‘ponte di vittoria’ sulla Germania nazista. Naturalmente ciò avvenne dopo che Churchill costrinse il creatore della ferrovia, Reza Shah Pahlavi, ad abdicare e dopo averlo senza tante cerimonie cacciato dal paese.
Non molti anni dopo, una simile violazione della sovranità economica iraniana da parte dell’occidente portò a una resa dei conti che ebbe conseguenze fatali per la fragile democrazia del paese e che lasciò cicatrici indelebili nella coscienza nazionale. Parliamo del movimento per la nazionalizzazione del petrolio (’51-‘53) sotto Mossadeq che fu avversato dall’Inghilterra e successivamente dagli Stati Uniti con lo stesso moralismo che oggi caratterizza il loro punto di vista sulla ricerca iraniana per l’energia nucleare.
Mossadeq fu processato e confinato, mentre lo Scià venne reintegrato, soprattutto in qualità di gendarme degli interessi geopolitici americani senza la minima preoccupazione per le istanze del popolo iraniano.
Un quarto di secolo più tardi, toccò all’America essere colta di sorpresa quando la rivoluzione islamica rovesciò lo Scià e trasformò uno stato che sembrava così amico degli Usa. Ma se gli americani soffrivano di amnesia storica, per molti iraniani, fra i quali l’Ayatollah Khomeini, il filo della memoria legava inevitabilmente il Grande Gioco al Grande Satana.
E’ difficile per un paese come gli Stati Uniti che si regge su paradigmi di progresso e pragmatismo, comprendere appieno quale dimensione mitica e psicologica ha la sconfitta e la privazione a opera di stranieri. Eppure la memoria collettiva dell’Iran è pervasa di questi temi. Fin dal 18° secolo l’Iran è stato sconvolto da quattro devastanti guerre civili, i cui protagonisti principali furono – a differenza della guerra civile americana che fu solo una questione interna - turchi, afgani, russi e inglesi. E prima dell’arrivo delle potenze occidentali gli iraniani conservavano amari ricordi degli ottomani, dei mongoli, degli arabi.
Queste invasioni hanno punteggiato la moderna narrazione storica degli iraniani di paure cospiratorie. Tali dolorose memorie collettive hanno fatto della corsa all’energia nucleare dell’Iran un simbolo nazionale di sfida che è andato al di là delle motivazioni dell’attuale regime islamico.
Se gli Usa faranno ricorso alle sanzioni o peggio a qualche risposta militare, l’esito sarà non solo disastroso, ma sulla distanza anche inutile. E proprio come è successo per le ferrovie e l’industria petrolifera, l’occidente potrà fermare la ricerca nucleare per un certo tempo ma non potrà cancellare le angosciose memorie. Memorie che il regime islamico ampiamente sfrutterà per fare avanzare il suo programma nucleare anche a costo di soffocare voci di dissenso interno. E ancor più di prima gli iraniani scaricheranno sulle potenze straniere la colpa del loro destino e sceglieranno di non puntare sul loro tormentato cammino verso la modernità.
E se si continua così con ogni verosimiglianza l’Iran arriverà bene o male a raggiungere il suo Santo Graal nucleare".


 

Storia dell'Iraq


Breve sintesi che ripercorre le vicende storiche dell'Iraq dalla Prima Guerra Mondiale alla guerra Iran-Iraq. Da dove risulta chiara la costante intromissione delle grandi potenze (soprattutto USA e Regno Unito) sui destini di questo Paese. REDS. Ottobre 2002.

http://www.ecn.org/reds/guerra/iraq/iraq0210storia.html

 

Dall'antichità sino alla Prima Guerra Mondiale

L'Iraq si estende in gran parte sulla Mesopotamia (dal greco "tra i fiumi"), un territorio pianeggiante sul quale scorrono prima di congiungersi i fiumi Tigri ed Eufrate. E' una terra che ha ospitato le più antiche civiltà: sumeri, assiri, babilonesi. Data la sua posizione strategica e il fatto di non essere delimitata, se non in qualche misura a Nord, da confini naturali, è stata successivamente, innumerevoli volte, terra di conquista : persiani, macedoni... quindi arena di scontro tra romani e parti.

L'espansione arabo-islamica nel VII secolo (un cui lascito è anche la lingua araba parlata da gran parte della popolazione della pianura, ma non dai curdi che abitano le montagne, vedi Mappa dell'insediamento sciita in Iraq e dell'insediamento curdo in Iraq, Iran, Turchia, Siria-1992) portava all'occupazione di un enorme territorio, tra cui la Mesopotamia. Anche la Persia, che confinava ad est con la Mesopotamia, venne islamizzata ma espresse le proprie aspirazioni nazionali attraverso la dissidenza religiosa sciita che divise il mondo musulmano in due blocchi (l'altro, molto più vasto, sarà chiamato sunnita, vedi Mappa della presenza sciita in Medio Oriente e Iran-1986). La Mesopotamia si trovò tra questi due blocchi e divenne dunque di nuovo area di scontro tra le due frazioni islamiche, il cui lascito è ancora oggi una popolazione araba divisa tra sciiti e sunniti (Mappa etnico-religiosa dell'Iraq-1992), mentre i curdi sono quasi tutti sunniti.

Con la conquista araba la Mesopotamia divenne centro di un enorme impero. Nel 750 la dinastia Abbaside sostituì quella degli Omayadi e il nuovo califfo al-Mansur fondò la città di Baghdad sulle rive del Tigri (spostando la capitale da Damasco). Baghdad crebbe sino a divenire la più grande città del suo tempo. Dopo aver raggiunto il suo apice l'impero arabo-islamico nel corso dei secoli successivi non cessò mai di indebolirsi con sempre nuovi territori che si autonomizzavano dal potere centrale, ed esponendosi così alle mire di altri popoli. Tra questi i mongoli che invasero la Mesopotamia distruggendone le infrastrutture agricole e conquistandone nel 1258 Baghdad, e radendola al suolo. Da questo colpo la regione non si riprese e Baghdad nel 1392 venne nuovamente saccheggiata dalle truppe di Tamerlano. Dopo la caduta del suo impero l'attuale Iraq venne inglobato per un breve periodo nella Persia (1509) e quindi conquistato dagli ottomani del cui impero entrò a far parte nel 1535.

L'Impero Ottomano esercitava il suo potere attraverso dignitari locali (pascià) dotati di una certa autonomia sui propri territori. L'attuale Iraq era distribuito su tre province: Baghdad, Bassora e Mosul (vedi L'Impero Ottomano nel 1915 nel Medio Oriente, e i confini degli stati dopo il Trattato di Losanna-1923). Nella parte araba della Mesopotamia ottomana gli sciiti erano maggioranza e stentavano a riconoscere la legittimità del potere di Costantinopoli, che sosteneva il sunnismo in chiave antipersiana.

La caduta dell'Impero Ottomano

Durante la Prima Guerra Mondiale l'Impero Ottomano si schierò con gli Imperi Centrali e dunque contro la Gran Bretagna. Questa già da anni premeva sulla regione e colse subito l'occasione che le si offriva: sostenne la rivolta araba antiottomana promossa dal giugno 1916 da Husain ibn Ali, sceriffo della Mecca. Questi aveva intrapreso negoziati segreti con gli inglesi che gli avevano promesso l'istituzione di un ampio dominio arabo, indipendente (vedi Mappa dell'intesa Husain-McMahon-1915) Un esercito arabo costituito da decine di migliaia di uomini comandati da uno dei figli di Husain, Faysal, con denaro e assistenza inglese, avanzò verso nord conquistando Damasco nell'ottobre del 1918. Nel territorio oggi occupato dall'Iraq però le cose andarono diversamente. La popolazione sostenuta dagli ulema sciiti si alleò contro gli inglesi in una jihad in difesa dello "stato musulmano" che dette qualche filo da torcere agli inglesi. Dal 1914 al 1917 l'attuale Iraq venne comunque progressivamente occupato dalle truppe angloindiane (nel 1915 cadde Bassora e nel 1917 Baghdad). Gli inglesi si insediarono dunque in un clima estremamente ostile, anche perché i settori arabo-nazionalisti che ambivano all'emancipazione dal dominio ottomano, senza per questo cadere in quello inglese, trovarono ancor più forti motivi di frustrazione. I bolscevichi all'indomani della rivoluzione d'Ottobre avevano reso pubblici tutti i trattati segreti e tra questi anche quello Sykes-Picot del maggio 1916 che non prevedeva alcuna indipendenza per le terre arabe, ma la loro spartizione tra Francia e Gran Bretagna (vedi Mappa dell'intesa Husain-McMahon-1915). A ciò si aggiunse la dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 che schierava la Gran Bretagna a fianco del sionismo.

Una delle conseguenze dirette dell'accordo franco-inglese fu che i francesi entrarono in Damasco nel 1920 cacciando senza tanti complimenti Faysal, che, fidando negli inglesi, si era già proclamato "re degli arabi" e aveva governato la "Grande Siria" per due anni, dopo la sconfitta degli ottomani. L'attribuzione alla Gran Bretagna da parte della Società delle Nazioni del "mandato" (una sorta di "affidamento" politico) sull'Iraq nell'aprile 1920, catalizzò il malcontento che culminò in una sommossa generale chiamata in Iraq "rivoluzione del 1920" e che vide coinvolti tutti gli strati della popolazione irachena. Gli scontri durarono mesi e gli inglesi riuscirono a ristabilire il controllo solo in novembre.

Il dominio inglese

Sir Percy Cox, il rappresentante inglese a Baghdad, proclamò il primo governo iracheno il 23 ottobre 1920. Una volta repressa la ribellione però gli inglesi si resero conto che non potevano governare direttamente e puntarono a creare un apparato statale che sostanzialmente dipendesse da loro, ma dietro le quinte. Un esercito nazionale che affiancava le truppe inglesi fu creato nel 1921 e nel marzo venne imposta la monarchia costituzionale di re Faysal I, lo stesso cacciato in malo modo dai francesi e che così gli inglesi trovavano il modo di "compensare". Il 10 ottobre 1922 un trattato anglo-iracheno regolava la tutela inglese sul nuovo stato. Fu il primo di una serie che rispondeva sempre al fine di gestire una dipendenza neppure tanto mascherata. Il 3 ottobre 1932 il Paese otteneva un'indipendenza che era decisamente formale, visto che in ogni aspetto strategico la Gran Bretagna esercitava il proprio controllo. Gli inglesi piazzarono un loro uomo di fiducia (Nuri Sad) a capo dell'esercito. E per tutelare i propri interessi ricorsero a questo personaggio per vari decenni.

In Iraq vigeva formalmente una certa libertà politica, ma la vera autorità era l'ambasciatore britannico: i partiti, che non avevano alcun radicamento di massa, venivano sciolti se minacciavano anche vagamente l'ordine costituito. Gli inglesi riuscirono a marginalizzare i religiosi sciiti, e lo stato, soprattutto l'esercito, venne affidato a elite arabe sunnite (in continuità con quanto già accadeva sotto gli ottomani). L'esercito iracheno trovò presto materia per "allenarsi": nel 1933 attuò un massacro della minoranza assira, e nel 35-36 represse una rivolta lungo l'Eufrate.

Dal 1925 si aggiunse alla già complessa realtà irachena anche la questione curda: la Società delle Nazioni decretò, nonostante appelli e manifestazioni contrarie dei curdi, che il vilayet (termine che indicava le province ottomane) di Mosul fosse unito all'Iraq, che si definiva stato arabo.

La base sociale sulla quale nasceva lo stato iracheno dunque era assai debole. Dipendente dalpotere inglese, strutturalmente diviso da due pesa"questioni nazionali": quella curda e quella sciita. Per questo ben presto l'attore principale della scena politica divenne l'esercito, la struttura più solida e con più risorse. Dal 1936 cominciarono una serie di colpi di stato ad opera di diversi gruppi di ufficiali, ma senza che venisse messa in discussione la continuità della monarchia e gli interessi inglesi. Nel 1933 moriva Faysal I e gli succedeva il figlio Ghazi: il nuovo re mostrava una qualche simpatia nazionalista ma morì "provvidenzialmente" in un incidente d'auto nel 1939. Salì al trono il figlio Faysal II che assumeva i poteri effettivi solo nel 1953 dato che alla morte del padre aveva solo quattro anni.

Nel 1936 il colpo di stato del generale Bakr Sidqi al Askari (di origine curda) impose un governo di impronta vagamente nazionalista-kemalista con a capo Hykmet Suleiman (di orgine turca). Cominciava ad esprimersi in settori ancora limitati della società irachena (nascente borghesia, circoli intellettuali, settori dell'esercito) una certa spinta modernizzante. L'esperimento comunque durò poco: nell'agosto 1937 Bakr Sidqi venne assassinato e il governo cadde. Seguì un periodo di forte instabilità (7 colpi di stato) accompagnato da una crescente attività a livello di massa, che vedeva spesso come controparte la Gran Bretagna e la sua politica filosionista.

Nel 1941 un altro colpo di stato portò all'insediamento di un governo militare con a capo Rashid Ali al-Gaylani, nazionalista e panarabo, che per spirito antibritannico e non certo per simpatie filonaziste ricercò l'alleanza di Italia e Germania. L'Asse fece ben poco per Rashid, in compenso la Gran Bretagna intervenne subito con le sue truppe e in un paio di mesi riuscì a ristabilire il controllo sul Paese. Nuri Said venne fatto primo ministro e nel 1943 l'Iraq dichiarava guerra all'Asse. Solo il trattato di Portsmouth nel 1948 restituì una limitata sovranità all'Iraq.

Mentre l'esito della guerra rafforzò gli inglesi la società irachena aderiva con sempre maggior trasporto a idee nazionaliste o comuniste. Il Partito Comunista Iracheno (PCI), formatosi nei fatti con la costituzione dell'Associazione Contro l'Imperialismo (1935), nonostante fosse più radicato nella borghesa e nella classe media che tra i contadini e gli operai, si trasformò ben presto nel partito comunista più forte del mondo arabo. Le pressioni di Gran Bretagna e USA però (gli USA si andavano affiancando alla Gran Bretagna nell'esercizio del dominio di quel Paese) portarono a un'ondata persecutoria contro i comunisti che raggiunse il suo culmine nel '47-'48 quando fu impiccato il suo massimo leader (Yusuf Salman Yusuf detto Fahd) con quasi l'intera direzione del partito.

Anche i curdi fecero sentire la loro voce e nel 1944 fu fondato il Partito Democratico del Kurdstan (PDK) unione di transughi di varie associazioni curde, di comunisti e dell'ala sinistra del primo partito curdo, Hewa Ya Kurd, fondato nel 1910. Il nuovo partito si era chiamato in un primo momento Partito della Liberazione Curda, ma dopo la fuoriuscita dei comunisti (tornati al PCI) adotterà il nome che lo caratterizzerà nei decenni successivi.

Nel dopoguerra Nuri Said e la monarchia proseguirono in una politica seccamente filoccidentale che portò alla rottura delle relazioni con l'URSS (1954) e alla firla del Patto di Baghdad: nel 1954 l'Iraq siglava con la Turchia un accordo in funzione antinazionalista e antisovietica, al quale poi avrebbero aderito la Gran Bretagna, il Pakistan e l'Iran, che suscitò malcontento nei sempre più agguerriti circoli nazionalisti. Il regime cercò di frenare l'effervescenza sociale chiudendo nel '54 giornali e riviste e vietando i partiti politici. Nel novembre 1956 durante l'aggressione di Francia, Gran Bretagna e Israele contro l'Egitto di Nasser ci furono violente manifestazioni in tutto il Paese, duramente represse.

I nazionalisti al potere

Nel 1952 un colpo di stato aveva portato al potere in Egitto i "giovani ufficiali", un movimento di cui Gamal Abd en Nasser fu il maggior esponente, e che abolì l'anno dopo la monarchia. Nasser nazionalizzò poi il Canale di Suez (che era in mani inglesi) e sposò la causa del panarabismo, movimento teso a riunire sotto un unico edificio statale la nazione araba divisa da confini imposti dalle grandi potenze: nel febbraio 1958 come primo passo l'Egitto promosse la costituzione della RAU, l'unione con la Siria. Nuri Said rispose proclamando il 14 febbraio l'Unione iracheno-giordana e assumendo la carica di primo ministro federale. I due stati erano monarchie "sorelle": la Giordania era retta dal re Huseyn Talal e quella dell'Iraq da Faysal Ghazi, cugini di primo grado (nipoti del sopramenzionato sceriffo della Mecca Husain ibn Ali), entrambi hascemiti (discendenti cioé da Maometto). Truppe irachene furono inviate verso il confine giordano in vista dell'unificazione dei due eserciti. Lo scopo di Nuri Said, in linea con i desiderata delle grandi potenze, era di organizzare un possibile intervento in Libano e Siria in funzione anti-egiziana. Nel tragitto, alcuni reparti che si trovavano sotto il comando di Abdel Karim Qassem dovevano passare la notte tra il 13 e il 14 luglio a Baghdad.

Il 14 luglio 1958 però le truppe di Qassem con il sostegno attivo della popolazione assaltavano il palazzo reale e le sedi del governo, mentre la radio occupata trasmetteva la Marsigliese. Re Faysal e altri membri della sua famiglia venivano giustiziati sul posto. Nuri Said in un primo momento riusciva a fuggire, travestito da donna, ma venne riconosciuto da alcuni soldati e subito fucilato. L'odio popolare era tale verso questo personaggio che, quando la sua tomba venne identificata, una folla ne trascinò il cadavere per le vie di Baghdad.

Nasceva dunque la repubblica. Qassem varò le prime leggi contro il latifondo, ridusse i profitti della Iraq Petroleum Company (nei fatti sotto il controllo inglese), cercò di riconciliarsi con i curdi, impose agli inglesi (che non avevano mai lasciato il territorio iracheno) di sgomberare la base di al-Habbaniyya.Infine, denunciò il Patto di Baghdad (24 marzo 1959).

Qassem avviò la collaborazione con le forze progressiste che influenzavano le stesse masse che sostenevano il nuovo regime. Anche il PCI venne chiamato a collaborare. Ma tra queste forze non vi era unità di vedute. Da un lato i nazionalisti (Baath e nasseriani) premevano perché anche l'Iraq prendesse parte alla RAU (l'unione tra Egitto e Siria). Dall'altro comunisti, curdi e sciiti si opponevano agli unionisti. In filigrana si può leggere una contrapposizione dettata dalla irrisolta questione nazionale irachena. L'Egitto e la Siria infatti sono a grandissima maggioranza sunniti, e l'identità sciita è da un lato araba, ma dall'altra sente il richiamo della più forte concentrazione di sciiti: l'Iran persiano; gli sciiti del resto sono maggioranza in Iraq ma nella RAU si sarebbero trovati minoranza. I curdi del resto all'interno dell'Iraq sono una consistente minoranza (intorno al 20%), ma all'interno della RAU si sarebbero ridotti ad una trascurabile minoranza con ancor più difficoltà, in uno stato arabo forte ed esteso, di potersi autonomizzare e in prospettiva unificare con il resto dei curdi sparsi tra Turchia, Siria e Iran. Questo conflitto prese nel corso dei mesi l'aspetto di una guerra civile strisciante.

Il clima di effervescenza sociale allarmò Qassem che nel luglio del 1959 sciolse tutti i partiti. Le agitazioni e gli scioperi furono repressi. Ripresero le persecuzioni nei confronti dei comunisti e gli scontri armati con i curdi.

Nel 1961 il Kuwait diventava indipendente. Si trattava di un territorio semidisabitato che non era è mai stato separato, prima del mandato inglese, dalla provincia di Bassora. Gli inglesi però trovarono tutto l'interesse a farne uno stato a sé, debole e inconsistente, per poterne controllare meglio le enormi potenzialità petrolifere. Qassem dunque si servì della tradizionale rivendicazione irachena su quel territorio anche per affrontare la fase difficile che attraversava il regime, le cui basi di consenso andavano restringendosi. Qassem, così, mosse l'esercito in direzione del Kuwait non riconoscendone l'indipendenza. Intervenne subito la Gran Bretagna che riuscì ad ottenere dalla Lega Araba, allora dominata dall'Egitto, il via libera all'invio di truppe a protezione del'emirato, insieme a un corpo di interposizione araba, con l'appoggio anche di Arabia Saudita e Giordania. Pur essendo nazionalista arabo, in Nasser prevalse in quel momento la preoccupazione di non vedere aumentare troppo la potenza del suo "rivale" Iraq.

Il logoramento del regime portò l'8 febbraio 1963 a un colpo di stato guidato dal colonnello Abdel Salam Aref che era stato deposto da Qassem, rappresentante dei settori più panarabi (nasseriani e baassisti) dell'esercito. Qassem venne ucciso e il Baath si rese protagonista di vere e proprie stragi le cui vittime erano comunisti ed ex seguaci di Qassem. Abdel in novembre cacciò il Baath orientando la propria azione in direzione di un panarabismo moderato.

Il nuovo regime a parole era più vicino a Nasser e proseguì sul terreno della modernizzazione: vennero nazionalizzate imprese straniere, si difese il petrolio come arma politica nella "lotta contro l'imperialismo e il sionismo" salvaguardandone i prezzi e il consolidamento dell'OPEC (l'organizzazione nata per tutelare gli interessi dei Paesi produttori di petrolio, sino ad allora defraudati dalle compagnie petrolifere occidentali). Venne decretata la riforma agraria e varati piani di sviluppo. Ma non si autorizzò la ripresa dell'attività politica, e continuò la repressione dei comunisti.

Il 10 febbraio 1964 si arrivò a un accordo di cessate il fuoco tra il regime e i curdi, che però su questo si divisero. Il leader storico Barzani aveva accettato l'accordo in vista di una promessa autonomia, ma la fazione di Jalal Talabani non credeva alle promesse irachene. L'URSS, desiderosa di stringere i contatti con l'Iraq, appoggiava la linea Barzani. Questa non fece però molta strada: il regime non fece alcun passo concreto verso i curdi e portò lo stesso Barzani a ricredersi.

Il 13 aprile 1966 Aref morì in un misterioso incidente aereo e il fratello Abdel Rahman Aref, più moderato, salì al potere. Questi tentò un qualche riavvicinamento con l'Occidente, ma l'anno successivo la guerra arabo-israeliana provocò enormi proteste popolari che costinsero il regime a rompere i rapporti con USA e Gran Bretagna.

Segno della radicalizzazione in corso, il 17 luglio 1968 un altro colpo di stato riportava al potere il partito Baath con a capo il generale Ahmed Hassan al-Bakr. Ma il Baath era profondamente cambiato: la componente sciita era uscita, ed erano rimasti in prevalenza militari originari di Takrit. Uno di essi era il generale Ahmed Hassan al-Bakr e un altro era un civile, ma pure originario di Takrit e imparentato con lui: Saddam Hussein, condannato a morte nel 1959 per un fallito attentato contro Qassem. Era quest'ultimo, pur ricoprendo il ruolo di vicepresidente, a esercitare un potere sempre maggiore: progressivamente epurò l'esercito per renderlo sempre più fedele al Baath, ossia al clan Takrit. Il nuovo regime comunque lanciò un intenso programma di trasformazioni economiche (accelerazione dell'industrializzazione, moltiplicazione delle aree coltivabili) e sociali di stampo nazionalista e sul piano internazionale contrastò frontalmente la politica statunitense, sostenendo le oranizzazioni palestinesi. Anche negli anni successivi l'Iraq si sarebbe mantenuto sempre fermo oppositore di Israele e nel 1978 avrebbe ospitato a Baghdad il summit della Lega Araba che condannava gli accordi di Camp David tra Egitto e Israele (che mettevano fine all'occupazione del Sinai, ma a costo del riconoscimento dello Stato di Israele e della completa smilitarizzazione dello stesso Sinai). L'Iraq era esponente di quello che venne chiamato "fronte del rifiuto" insieme a Libia, Siria, Algeria, Yemen del Sud e OLP. Nel marzo 1972 l'Iraq firmava un "trattato di amicizia e cooperazione" con l'URSS e dal 1° luglio dava il via a una graduale nazionalizzazione della Iraq Petroleum Company. Ruppe con la Gran Bretagna nello stesso anno, accusata di complicità con l'Iran per l'occupazione delle isole di Abu Musa e della picocla e grande Tomb nel Golfo Persico.

Nel luglio 1973 il Partito Comunista Iracheno e il Partito Democratico del Kurdistan accettarono di integrare con il Baath un "Fronte Nazionale Progressista". Il Baath dimostrò una certa intelligenza tattica nell'inglobare parte dei curdi e il PCI in un unico fronte: pur disponendo del totale controllo delle leve statali depotenziava in questo modo le uniche due forze che potenzialmente avrebbero potuto insidiarlo. Nello stesso tempo il Baath ristrutturava le forze armate in modo da renderle impermeabili alla propaganda politica degli altri autorizzando il solo Baath al reclutamento tra gli ufficiali. Da parte del PCI fu una politica completamente fallimentare e autolesionista, spiegabile solo con le pressioni esercitate dall'URSS che voleva consolidare i rapporti statali con l'Iraq, anche a costo del "sacrificio" dei comunisti iracheni.

L'11 marzo 1970 il regime aveva raggiunto un accordo con Barzani del PDK per la concessione entro quattro anni dell'autonomia al Kurdistan (senza la zona petrolifera di Kirkuk) e il riconoscimento del curdo come seconda lingua ufficiale. In realtà la questione curda si deteriorò assai presto: i curdi si divisero e una parte continuò a combattere anche se l'11 marzo 1974 viene proclamata ufficialmente la regione autonoma curda con capitale Erbil. Il retroterra delle azioni curde era l'Iran che aveva tutto l'interesse a ridimensionare anche su mandato statunitense le ambizioni di un Iraq percepito ormai come nemico dell'Occidente. Il 6 marzo 1975 Saddam Hussein e lo scià Reza Pahlevi durante il vertice dell'OPEC, firmarono un trattato dove si riconoscevano le richieste iraniane sullo Shatt-el-Arab (il confine tra i due stati sarebbe corso sulla linea mediana del fiume). La questione prima dell'accordo era regolamentata da un trattato del 1937 che prevedeva il diritto da parte dell'Iraq di controllare il transito navale; questo privilegio era stato patrocinato dalla Gran Bretagna che all'epoca manteneva il controllo sul Paese; negli ultimi tempi però era ignorato dall'Iran che faceva navigare barche con bandiera iraniana approfittando della superiore potenza militare. In cambio l'Iran cessava ogni appoggio alla guerriglia curda. Per Mustafa Barzani si trattava di una cocente sconfitta che lo costrinse all'esilio in USA dove morirà nel 1979. Nel Kurdistan entravano in funzione le istituzioni della regione autonoma con la partecipazione di un'altra ala del PDK e con l'Unione Patriottica del Kurdistan di Jalal Talabani.

Il 16 luglio 1979 Saddam costrinse il presidente Hassan al-Bakr a dimettersi e assunse anche formalmente nelle proprie mani tutti i poteri. Vennero passati per le armi tutti i dirigenti del Baath che avevano disapprovato la destituzione del presidente e fu dato il benservito al PCI, che così fu costretto a passare alla clandestinità mentre i suoi membri venivano perseguitati e uccisi.

La prima guerra del Golfo

Dalla fine del 1979 Saddam lancia una escalation propagandistica contro l'Iran. In quel Paese una rivoluzione popolare dai caratteri fortemente antimperialisti e antiUSA ha rovesciato la monarchia. Tutte le componenti della variegata opposizione vi partecipano, ma è la componente komeinista (fondamentalismo sciita) ad acquisirne il controllo. Saddam si propone allora ai regimi arabi reazionari e ai Paesi occidentali come un baluardo contro il possibile dilagare del komeinismo. E' mosso in questo da una serie di fattori. Innanzitutto la presenza in Iraq di una maggioranza sciita potenzialmente influenzabile dai successi dei fratelli vicini. Una guerra con l'Iran avrebbe consentito un clima di unità nazionale contro il nemico a scapito dell'identità sciita e impedito a questa componente sempre esclusa dalla gestione della società sin dai tempi degli ottomani, di rialzare la testa. In secondo luogo c'era un calcolo geopolitico: Saddam immaginava che l'indebolimento della struttura militare iraniana causata dalla rivoluzione gli avrebbe consentito di acquisire un rapido vantaggio con il vicino rivale che sino ad allora non aveva mai potuto permettersi. Conseguenze di questa strategia è un riavvicinamento all'Egitto e ai Paesi arabi reazionari (Arabia Saudita in primo luogo), l'allentamento dei rapporti con l'URSS (di cui condanna l'invasione in Afghanistan), e un avvicinamento ai Paesi occidentali. Dopo una serie di incidenti di frontiera il 22 settembre le truppe irachene varcano il confine e invadono il territorio iraniano.


http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/40/40A20030609.html

L'Iraq prima di Saddam

UNA STORIA COLONIALE
Paolo Di Motoli  

La presenza di un'entità statuale forte come l'Impero ottomano aveva impedito per tutto l'800 una colonizzazione occidentale nel Vicino e Medio Oriente. L'Impero ottomano aveva raggiunto la sua massima estensione verso la fine del XVII secolo, epoca in cui controllava, oltre alla Turchia, un territorio che comprendeva tutto l'attuale Maghreb, il Vicino Oriente, la Penisola arabica, il Caucaso, la Crimea, la Grecia, i Balcani e parte dell'Europa continentale. All'inizio del XX secolo gli ottomani avevano già perduto gran parte dei domini europei, il Caucaso e quasi tutto il Nord Africa (fra cui l'Egitto, occupato nel 1882 dagli inglesi a garanzia degli ingenti crediti bancari).
Con la scomparsa dell'Impero in seguito alla prima guerra mondiale, le potenze europee non ebbero più alcun ostacolo a installarsi nella regione, esasperando i problemi politici già presenti sotto la lunga dominazione ottomana.
Le sorti del Vicino e Medio Oriente e dell'Africa mediterranea si decisero proprio in Europa, attraverso una serie di intese diplomatiche. La Francia aveva inviato nella capitale inglese nell'estate 1915 François George Picot, già console di Francia a Beirut, con l'incarico di negoziare le richieste francesi in Medio e Vicino Oriente. Picot reclamava un protettorato su un territorio siriano `naturale', cioè dalle pianure della Cilicia al Sinai, e sul litorale mediterraneo fino a Mossul. Le richieste misero in allarme i negoziatori inglesi. Nel dicembre 1915, il deputato conservatore Mark Sykes fu invitato dal governo inglese a far parte della delegazione britannica e divenne l'interlocutore principale di Picot. Mark Sykes era il rappresentante personale di Herbert Horatio Kitchener, ministro della Guerra britannico. François Georges-Picot era un diplomatico di fiducia del ministro degli Esteri francese, Aristide Briand.
L'accordo venne raggiunto il 3 gennaio 1916 e solo un mese dopo ne furono messi al corrente gli alleati russi. Questo testo rimase segreto agli arabi, fino a che, dopo la rivoluzione di ottobre (novembre 1917), Lenin ordinò che venisse reso pubblico. La Gran Bretagna seppe sfruttare al meglio la situazione, giocando le sue carte su più tavoli: da un lato promise l'indipendenza agli arabi, per ottenerne il sostegno contro gli ottomani (carteggio MacMahon-Hussein del 1915-1916), dall'altro si impegnò a favorire la causa sionista (dichiarazione Balfour del 1917).
Una volta vinta la guerra, Parigi avrebbe ottenuto i territori posti a nord di Haifa, vale a dire la regione libanese e l'Anatolia meridionale; la Palestina, salvo la zona intorno a Gerusalemme da internazionalizzare, sarebbe stata sottomessa a un regime speciale da definire in futuro con un accordo tra Francia, Gran Bretagna, Russia e lo Sceriffo della Mecca; a Londra sarebbe toccata la zona che comprendeva i distretti di Baghdad e Bassora. Inoltre erano previste due sfere di influenza (formalmente sotto sovranità araba): una francese, delimitata dal triangolo Aleppo, Damasco, Mossul sul fiume Tigri; l'altra britannica, che partiva da Aqaba e, risalendo lungo la Palestina, puntava verso l'Eufrate e il Tigri.
Nelle loro sfere d'influenza le due potenze avrebbero fornito ai governi locali esclusivamente consiglieri e amministratori su richiesta di quegli stessi governi, astenendosi ufficialmente da interferenze politiche.
Nel dicembre del 1918, francesi e inglesi tentarono una definizione delle sorti del Medio Oriente, anche perché era ormai chiaro che gli accordi Sykes-Picot, così faticosamente raggiunti solo tre anni prima, non sarebbero stati rispettati. Alla vigilia dell'incontro a Versailles, dove era stata convocata la Conferenza della Pace, Georges Clémenceau e David Lloyd George si incontrarono per la definitiva spartizione della regione.
La Francia accettò che in linea di massima la Palestina non fosse internazionalizzata e passasse sotto l'influenza diretta della Gran Bretagna. Cedeva a quest'ultima anche l'importante regione di Mossul, ricca di petrolio, integrata ormai nel territorio dell'Iraq, ma otteneva in cambio lo sfruttamento dei ricchi giacimenti della Mesopotamia. Clémenceau restava fermo però sulla presenza della Francia in Siria: si apriva così una disputa che avrebbe avvelenato i rapporti fra le due potenze europee fino alla fine del secondo conflitto mondiale.
Faysal Hussein tra Siria e Iraq Mentre si raggiungevano queste intese, l'emiro Faysal, colui che deteneva il potere in Siria, il 6 gennaio 1920 prendeva degli accordi con la Francia, che non sarebbero mai stati rispettati perché rimasero segreti.
Figlio dello Sceriffo della Mecca Hussein, l'emiro Faysal era nato nell'Hedjaz nel 1883. Tra i protagonisti della rivolta degli arabi contro l'Impero ottomano, portò all'insurrezione la sua terra natia, con l'aiuto britannico e - consigliato dal famoso colonnello T. E. Lawrence - occupò Akaba nel giugno del 1917 e risalì lentamente verso Damasco, occupandola nel 1918. Qui Faysal si stabilì, con un governo di fatto autonomo, e si presentò alla Conferenza di Pace di Versailles per sostenere le ragioni delle rivendicazioni arabe all'indipendenza. Si rese presto conto però che la Gran Bretagna lo stava abbandonando politicamente e quindi si rivolse alla Francia di Clémenceau, con il quale firmò l'accordo del 6 gennaio 1920, mentre si stavano mettendo a punto tutti i trattati per definire la sorte dei territori ex ottomani. Sostanzialmente, in quella occasione Faysal aveva riconosciuto, a fronte dell'indipendenza futura della Siria e della sua ammissione alla Società delle Nazioni, la predominanza degli interessi di Parigi e la presenza di consiglieri civili e militari francesi in Siria, nonché l'accettazione finale di un protettorato francese in Libano. Di ritorno a Damasco, però, Faysal ebbe forti contrasti con il nazionalismo radicale del Congresso siriano e non osò svelare l'accordo fatto con Clémenceau, che - sconfitto alle elezioni presidenziali - lasciò il governo. Il Congresso siriano proclamò Faysal re di Siria nel marzo 1920. Nel mese di luglio la rivolta araba contro i francesi divenne più pericolosa: il generale Gouraud sconfisse le truppe arabe nella battaglia di Maysaloun e si impadronì di Damasco, cacciando Faysal e i responsabili nazionalisti dalla regione, ponendo così fine al regno di Siria.
L'accordo per la spartizione dei territori ex ottomani tra Francia e Gran Bretagna si sarebbe realizzato successivamente, in tre tempi ben definiti.
Nel febbraio-marzo 1920, alla Conferenza di Londra, quando fu confermato l'abbandono di Faysal da parte del Governo inglese, la Gran Bretagna chiese e ottenne una rettificazione di frontiera verso il Nord della Palestina e la Francia reiterò le richieste su Siria e Libano.
Nell'aprile del 1920, a Sanremo, le due potenze si accordarono sulla definitiva spartizione e fissarono i termini del Trattato di pace con l'Impero ottomano, ancora formalmente esistente. In quella occasione, inoltre, la Francia accettò di abbandonare la sua `protezione' sui cattolici di Palestina e rinunciò alle Capitolazioni in quel territorio. Faysal non partecipò a questa Conferenza, ma dovette accettare le decisioni prese.
Infine il 10 agosto 1920, a Sèvres, quando venne firmato il Trattato di pace con l'Impero ottomano, che non diventò mai operativo perché l'Assemblea nazionale turca, erede di fatto del governo del Sultano, non lo volle ratificare.
Il trattato di Sèvres, firmato nell'agosto del 1920 tra le potenze vincitrici della Prima guerra mondiale e gli ottomani, respinto dai nuovi governanti turchi, era in realtà molto sfavorevole ad essi: si prevedeva, infatti, che gli Stretti fossero smilitarizzati e proclamati neutrali; che la Tracia orientale e la regione di Smirne dovessero andare ai greci; la regione di Adalia all'Italia, la Cilicia e la Siria alla Francia; la Palestina e l'Iraq alla Gran Bretagna; mentre il Kurdistan sarebbe diventato autonomo. La pace venne firmata solamente tre anni dopo, nel 1923, a Losanna, dove la Repubblica laica di Turchia, proclamata nel 1922, ormai erede ufficiale dello scomparso Impero ottomano, impose le sue condizioni. Il Trattato di Losanna modificò alcune clausole di Sèvres e l'idea di un Kurdistan autonomo venne accantonata.
Tra il 1920 e il 1923 la Francia e la Gran Bretagna dunque si installarono definitivamente nella regione: la prima ottenne il mandato sulla Siria e sul Libano, la seconda sulla Palestina e sull'Iraq. L'Italia rimase padrona della Libia. La Spagna ottenne in Marocco una zona d'influenza a nord; Tangeri acquisì uno statuto internazionale.
Nonostante i trattati di pace e gli accordi presi, l'affermazione della presenza francese e soprattutto inglese non fu né facile né indolore. In Egitto, ove la Gran Bretagna era presente con le sue truppe da lungo tempo, la stabilizzazione fu molto controversa. Finito il giogo di Costantinopoli, rimaneva quello di Londra, che - di fatto - esercitava un reale protettorato fin dagli ultimi anni dell'Ottocento.
In seguito alla deportazione, decisa dal governo inglese, di alcuni capi del partito Wafd a Malta, in Egitto scoppiò una vera ondata rivoluzionaria, che associò insieme cristiani e musulmani. La mobilitazione popolare divenne molto importante. La repressione britannica del generale Allenby fece un gran numero di morti: d'altra parte Londra non poteva lasciare l'Egitto, che rappresentava la porta della sua `Via alle Indie'. Pragmaticamente nel 1922 fu concessa l'indipendenza agli egiziani, che però dovettero attendere fino al 1956, dopo il colpo di Stato dei colonnelli del 1952 e la presa del potere di Nasser nel 1954, per vedere le truppe inglesi lasciare definitivamente il territorio e quindi godere di una completa sovranità territoriale.
L'Iraq di Feysal Hussein Mentre in Egitto la rivolta impegnava gli inglesi, anche in territorio iracheno la situazione non era semplice per la Gran Bretagna. Le nuove misure amministrative prese dai britannici e la rabbia dei nazionalisti portarono, nella primavera del 1920, a manifestazioni dove parteciparono di comune accordo sia notabili sciiti che sunniti. La rivolta scoppiò nel giugno dello stesso anno e ottenne un notevole successo. Anche le campagne, con l'eccezione dei territori del Kurdistan, parteciparono alla sollevazione che guadagnò anche l'appoggio delle città, compresa Baghdad. Scacciati dalla regione dell'Eufrate, gli inglesi ripresero il controllo del territorio solo dopo alcuni mesi di combattimento, che fecero moltissimi morti iracheni ed ebbero un costo finanziario tremendo per la Gran Bretagna. Le ultime cittadine a cadere furono i villaggi sciiti di Kerbela e Nedjef, quando l'Alto commissario britannico Sir Percy Cox ristabilì la situazione in ottobre. L'11 novembre del 1920 Mohammed al Gaylani, un notabile di Baghdad, venne incaricato di formare il primo governo iracheno. Il paese venne così diviso in zone amministrative (liwas), governate da prefetti assistiti da consiglieri britannici.
Nel marzo del 1921 l'Iraq venne quindi eretto a monarchia costituzionale. Con l'appoggio degli inglesi, Faysal divenne re dell'Iraq (1921-1933), nel quadro del mandato e sotto la tutela di questi ultimi. Il fratello di Feysal, Abdallah, venne insediato invece sul trono del neonato regno di Transgiordania. La dinastia dei re hascemiti governava così due importanti paesi arabi. Le clausole del mandato vennero incorporate in un trattato anglo-iracheno e la delimitazione delle frontiere creò problemi, che vennero risolti definitivamente solo il 25 aprile del 1937 con il trattato siro-iracheno. Le incursioni dei beduini e le pretese dei curdi di veder realizzate le promesse di Sèvres circa un Kurdistan indipendente aggravavano la situazione. Lo sceicco Mahmoud Berezendji si autoproclamò re del Kurdistan nel settembre del 1922, ma venne esautorato dai britannici.
Faysal iniziò una politica di avanzata modernizzazione del suo regno. Il suo successo politico fu il trattato per l'indipendenza dell'Iraq, e l'ingresso dello Stato nella Società delle Nazioni nel 1932. Faysal firmò anche un trattato di alleanza con la Gran Bretagna, che poteva così conservare le basi militari a Chuiba e Habbaniya e il controllo sulle decisioni importanti del paese riguardo alla politica interna ed estera. Il primo ministro nominato dal re era Nuri Said, ex ufficiale ottomano, che governò il paese con il pugno di ferro, concentrando nelle proprie mani gli Esteri, la Difesa, gli Interni oltre alla carica di primo ministro. Il potere legislativo del re era diviso con una Camera dei deputati e un Parlamento di 20 membri, di nomina regia. Caratteristico di questa variante irachena di nuovo nazionalismo arabo chiaramente orientato in senso riformatore, fu il fatto che Baghdad privilegiò innanzi tutto i suoi interessi nazionali e territoriali: in altri termini puntò fin dall'inizio a ottenere quello che era considerato lo sbocco naturale del paese sul Golfo Persico. Le rivendicazioni sul Kuwait venivano quindi accompagnate da formali proclami di stampo panarabo assieme a quelli sulla provincia iraniana del Khuzestan. Nuri Said - che pure nel corso delle trattative con Londra sull'indipendenza aveva riconosciuto il confine di Stato iracheno-kuwaitiano - non smise mai di considerare il Kuwait un tassello irrinunciabile di una federazione araba a guida hascemita nella regione della Mezzaluna fertile.
Nuri Said lasciò le sue funzioni nell'ottobre del 1932 e in Parlamento si scatenò una guerra di fazioni, con i curdi in ribellione permanente. L'esercito represse quattro sollevazioni tra il 1931 e il 1936. In quegli anni si era assistito alla violenta repressione di vari gruppi etnici, come i cristiani assiri nel 1933 e gli sciiti nel 1935. Dopo la morte di Faisal, nel settembre del 1935, il figlio Ghazi diventò sovrano dell'Iraq e si vide imporre da parte dell'esercito Hikmet Suleiman come capo del governo. Intanto le prime concessioni petrolifere garantite dal 1925 iniziarono a produrre esportazione di `oro nero' nel 1934. Nel luglio del 1937 l'Iraq firmò il Patto di alleanza di Saadabad con tre paesi non arabi, ossia l'Iran, la Turchia e l'Afghanistan, che venne considerato da molti un tradimento. Il Patto prevedeva misure di repressione di questi paesi «contro le bande armate», vale a dire principalmente i curdi. Il trattato di amicizia iracheno-iraniano del 18 luglio 1937 causò un nuovo colpo di Stato, con 7 ufficiali che imposero al re un nuovo gabinetto. La morte in un incidente di Ghazi portò il giovane figlio di nome Feysal sul trono; ma la reggenza venne esercitata fino al 1953 dallo zio Abdulillah.
L'Iraq durante la Seconda guerra mondiale Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale l'Iraq ruppe le relazioni con Berlino, rispettando il Trattato con i britannici. La violenta propaganda antibritannica del muftì di Gerusalemme Haji Amin al Husseini, rifugiatosi nel paese, provocò la crescita dei sentimenti di simpatia verso l'Asse. Il 31 marzo del 1940 - sotto la pressione popolare - il reggente fu costretto a chiedere a Rashid Ali Gailani, amico del muftì, di rimpiazzare il primo ministro Nuri Said. Il governo Gailani durò solo fino al gennaio del 1941, quando i britannici lo costrinsero alle dimissioni. I suoi contatti con l'Asse continuavano e nell'aprile del 1941 Gailani, con l'aiuto di alcuni ufficiali, aveva rovesciato il governo e fatto deporre il reggente iracheno. Gli inglesi riuscirono a riprendere il controllo della situazione con una breve ma intensa campagna nota come «guerra dei trenta giorni», fra il maggio e il giugno del 1941. Gailani sperava che la Germania, in caso di successo della campagna di Russia, essenziale per lo sviluppo di una politica orientale tedesca, avrebbe appoggiato le rivendicazioni irachene nei confronti dell'Iran. Gailani si recò anche in Italia, poiché questa era designata da Hitler a un ruolo di primo piano nel Vicino Oriente. La disfatta dell'Asse risparmiò a Gailani, che tanto ammirava il Führer, le amarezze del disinganno. Rashid Gailani si rifugiò con 4 suoi uomini in Iran il 30 maggio dello stesso anno, ma i suoi fedeli vennero poi riconsegnati all'Iraq e giustiziati. Il mai sopito desiderio di Baghdad di aggiustamenti territoriali - tra cui spiccava quello sul Kuwait, ricco di giacimenti petroliferi - sarebbe poi tornato a farsi sentire negli anni '50 quando si trattò di dare vita ad un fronte antinasseriano guidato da Londra.
Il 13 gennaio del 1943 l'Iraq dichiarò guerra all'Asse; e poco tempo dopo il Kurdistan (1945-1946) si sollevò nuovamente, fornendo la scusa al governo per soffocare le rivendicazioni di stampo riformista che iniziavano a propagarsi nel mondo arabo. Dopo la proclamazione dello Stato di Israele l'Iraq inviò ben 4500 uomini per combattere la guerra contro il neonato Stato ebraico e il generale che fin dall'autunno del 1947 soprintendeva al coinvolgimento panarabo in Palestina era iracheno: Ismail Safwat - nominato comandante supremo delle Forze di invasione - fu rimpiazzato all'ultimo momento dal politicamente più accettabile generale Nur al-Din Mahmud, anch'egli iracheno. Il generale Safwat aveva tentato di preparare un piano di invasione dettagliato della Palestina; ma gli ufficiali siriani e iracheni che giravano intorno al suo quartier generale erano più interessati all'intrigo politico che alle tecniche militari. Il governo iracheno aveva destinato circa il 40% delle risorse disponibili in favore dell'esercito e a sostegno dei rifugiati palestinesi. La sconfitta contro Israele provocò anche altri problemi, come la perdita dell'oleodotto, che arrivava fino al porto di Haifa, che sorgeva nel nuovo Stato di Israele.
In seguito a drammatici episodi di intolleranza, che sfociarono nell'impiccagione di un uomo d'affari ebreo, la comunità ebraica irachena iniziò ad emigrare clandestinamente, fino a quando il Parlamento nel 1950 legalizzò la possibilità per gli ebrei di uscire dal paese. Tra il maggio del 1950 e l'agosto del 1951 l'Agenzia ebraica e il governo israeliano portarono ben 110 mila ebrei nello Stato ebraico con le operazioni aeree Ezra e Nehemiah. La perdità di questa importante comunità assestò un ulteriore colpo all'economia del paese.
Londra intanto aveva paventato una revisione del Trattato iracheno-britannico, la cui scadenza era fissata per il 1957. La sollevazione della popolazione irachena impedì il rinnovo anticipato del Trattato. La successione dei gabinetti ministeriali non mise fine alle agitazioni e nel 1952 altri disordini scoppiarono durante il rinnovo degli accordi petroliferi tra lo Stato iracheno e la Iraq Petroleum Company (Ipc). Dopo che nel 1926 la provincia di Mossul, ricca di giacimenti petroliferi, era passata all'Iraq, nonostante le rivendicazioni turche, Baghdad si dovette piegare alle pressioni della potenza mandataria, sottoscrivendo un contratto di concessione con la neonata Ipc, valido per tutto il territorio iracheno. Gli iracheni non ottennero alcuna partecipazione azionaria, non avendo quindi nessuna possibilità di incidere sulle politiche della compagnia. La proprietà azionaria era divisa in parti uguali tra la Anglo Persian Oil Company, la Royal Dutch Shell, la Compagnie Française des Pétroles e un consorzio americano, di cui faceva parte la Standard Oil. Il presidente della compagnia doveva essere inglese e il governo iracheno dovette accontentarsi di una partecipazione agli introiti di 4 scellini per ogni tonnellata di greggio.
Nell'aprile del 1953 il giovane re Faisal II aveva raggiunto la maggiore età e iniziò a regnare sull'Iraq, nonostante un malcontento che oltre ai ceti popolari aveva coinvolto anche l'intellighenzia del paese. La scelta del re di affidare a Fadel Jamali l'incarico di capo del Governo lasciò sperare a molti l'avvio di un periodo di riforme politiche e sociali. La situazione difficile del settore agricolo - fondamentale per la vita di molte persone - e la politica estera sempre più orientata verso l'Occidente, con l'arrivo di armamenti americani, aumentarono le tensioni. Dopo le turbolente elezioni del 1954, dove le opposizioni erano state praticamente escluse, Nuri Said riapparve nuovamente sulla scena.
La guerra fredda in Iraq L'arrivo al potere in Egitto dei `Liberi Ufficiali', guidati dal leader nazionalista Gamal Abdel Nasser - che due anni dopo sarebbe diventato il capo assoluto dello Stato - cambiò ancora il quadro del Medio Oriente. Nasser pareva inizialmente un leader conciliante e tentò anche di appoggiarsi agli Stati Uniti per scrollarsi di dosso l'influenza degli inglesi, che evacuarono in questi anni la base militare di Tell el Kebir. Gli Usa non erano disposti però ad aiutare Nasser con forniture di armi senza vedere l'Egitto in una salda alleanza militare con l'Occidente. Il disegno era quello di collegare a Oriente la Nato con le posizioni strategiche che americani e inglesi controllavano in Asia. La manovra, voluta dal segretario di Stato americano Foster Dulles, puntava alla creazione della South East Treaty Organisation, che in Medio Oriente degenerò in un tentativo di controllo effettivo dell'area, con l'assenso compiaciuto della Gran Bretagna. Iraq e Giordania erano sotto influenza britannica e gli Usa si sarebbero occupati dell'Arabia Saudita. Mentre la Siria - pur contraria - si sarebbe adattata per evitare l'accerchiamento: e così anche Nasser alla fine avrebbe ceduto. Dulles considerava gli atteggiamenti neutralisti `immorali', in conseguenza del suo durissimo anticomunismo.
L'Iraq anche agli occhi di Nuri Said poteva essere il perno di una alleanza che funzionasse da deterrente contro l'emergere del nasserismo sempre più temuto dagli occidentali. Come paese produttore di petrolio l'Iraq era più forte della Giordania, ma le sue entrate erano condizionate dalla portata ridotta dei suoi oleodotti. Nuri Said chiese agli inglesi di considerare il fatto che il suo paese investiva i proventi del petrolio nello sviluppo di essenziali infrastrutture, mentre il confinante Kuwait - favorito dal boicottaggio del greggio dell'Iran del nazionalista Mossadeq - era diventato un `paese delle meraviglie', che poteva investire all'esterno le sue risorse. Nell'ottica irachena il Kuwait doveva diventare il tesoriere di un gruppo di paesi arabi ostili al nasserismo. Nel settembre del 1954 Nuri Said soppresse tutti i partiti e rinforzò il controllo sulla stampa. Dopo la caduta di Mossadeq in Iran (1953) si erano create le condizioni per la firma del Patto di Baghdad, con cui gli inglesi si univano al Pakistan, alla Turchia, all'Iran e all'Iraq in un fronte antisovietico: patto che sarebbe poi stato sottoscritto nel febbraio del 1955. I piani di Dulles sembravano realizzarsi; ma in realtà fu l'ultimo atto di un equilibrio già pericolante.
Nel 1956 esplodeva la crisi di Suez, con la consacrazione di Nasser a leader protagonista nel mondo arabo. L'Iraq ruppe i rapporti con Parigi ma li mantenne con Londra. E Nuri Said, temendo il seguito di Nasser anche tra la popolazione irachena, decretò la legge marziale. Il Progetto di federazione tra Siria ed Egitto, che portò alla Repubblica araba unità (Rau) - che avrebbe avuto una vita assai breve -, inquietò l'Iraq e lo spinse a creare un patto con la Giordania, che riuniva i due regni hascemiti, cercando poi ulteriori adesioni tra altri paesi monarchici come Marocco e l'Iran dello scià, reinsediato dopo la parentesi nazionalista. In questo quadro l'alta borghesia sunnita aveva rafforzato i suoi poteri a scapito di Re Faysal II. I gabinetti governativi si succedevano, ma la figura dominante rimaneva Nuri Said e il Rafik Aref, comandante unico delle forze militari terrestri del paese. L'esercito era ispirato da vivi sentimenti nazionalisti, contribuiva in maniera essenziale al mantenimento dell'ordine; ma la forza del nasserismo e il sostegno popolare che l'opposizione al regime iracheno guadagnava prepararono la condizioni per una violenta rivolta.
L'Iraq della rivoluzione Il clima instaurato nel mondo arabo dall'ascesa di Nasser non poteva che favorire i progetti rivoluzionari dell'opposizione irachena, che aveva come obiettivo la democrazia interna e il neutralismo in politica estera, figlio di una peculiare visione nazionalista dell'epoca.
Dopo il 1952, un gruppo di ufficiali sotto la guida del capitano Rifaat al-Haj Sirri si era costituito clandestinamente ma era stato scoperto e sciolto nel 1955. L'anno seguente un altro gruppo si formò utilizzando lo stesso nome dei vincitori del colpo di Stato in Egitto, `Ufficiali Liberi'. Il generale Abdel Karim Kassem era il capo dell'organizzazione, che puntava ad abbattere la monarchia per instaurare un regime democratico, dando il via a una politica neutralista che seguisse la Conferenza di Bandung del 1955. (Le linee della Conferenza erano quelle dell'equidistanza tra i blocchi della Guerra fredda, dando vita a un terzo polo di paesi di recente indipendenza, definiti `non allineati'. I paesi protagonisti a Bandung erano stati la Cina di Mao, l'Egitto di Nasser e l'India di Nehru.) Dopo una scissione, il gruppo di ufficiali era pronto per il colpo di Stato; e l'occasione si presentò nel 1958, anno di disordini in tutto il Medio Oriente, con la prima crisi libanese che vedeva lo scontro tra la fazione filo-occidentale guidata dal presidente cristiano, deciso ad aderire alla `dottrina Eisenhower', e la fazione `arabista', volta a mantenere l'atteggiamento neutrale del Libano, in osservanza a una certa interpretazione del Patto costituente del 1943, che voleva un paese autonomo e neutrale. Con una certa dose di cecità, l'Occidente vide in questi atteggiamenti una manovra filo-comunista dei regimi egiziano e siriano. La Giordania era scossa da violente manifestazioni pro-nasseriane e antimonarchiche. Il primo ministro iracheno Nuri Said aveva deciso di inviare unità dell'esercito in aiuto alla monarchia hascemita giordana. L'ordine di intervenire in Giordania venne ricevuto il 13 luglio del 1958; ma il giorno dopo Il generale Kassem e il colonnello Aref - ambedue `Ufficiali Liberi' - marciarono su Baghdad, rovesciando nel sangue governo e monarchia. L'ambasciata inglese venne incendiata, Re Faysal II venne ucciso assieme alla sua famiglia, nel tentativo di resistere, e il primo ministro Nuri Said venne linciato dalla folla inferocita e si suicidò.
Solo tre giorni dopo il colpo di Stato in Iraq, i marines americani sbarcavano a Beirut non prendendo parte agli scontri interni del paese, ma scongiurando una crisi libanese che sarebbe esplosa inesorabilmente nel 1975. I berretti rossi inglesi atterravano invece nella capitale giordana di Amman, dopo aver sorvolato il territorio israeliano per il divieto saudita di passare sul proprio territorio. Il Libano e Re Hussein erano salvi ma l'Iraq era diventato una repubblica. Il Patto di Baghdad, di cui l'Iraq era parte, venne immediatamente abbandonato. Fu creato un Consiglio di sovranità, guidato da tre membri di diverse confessioni ed etnie: un sunnita, un kurdo, uno sciita. Il Consiglio aveva però una funzione puramente onorifica, mentre il potere maggiore era nelle mani di un Consiglio rivoluzionario. Abdel Karim Kassem divenne comandante in capo delle Forze armate, primo ministro e ministro della Difesa. Il colonnello Aref venne nominato vice-primo ministro, ministro dell'Interno e comandante in capo aggiunto. Kassem aveva posto i suoi uomini nei settori chiave del paese e instaurò una dittatura personale.
Il governo era composto in maggioranza da militari (10 portafogli su 14), contrariamente al progetto degli `Ufficiali Liberi', che volevano un governo democratico interamente civile, restava solo il pregio di una vasta rappresentanza confessionale ed etnica. Una nuova Costituzione - che sarebbe durata fino al 1963 - venne promulgata: e in essa veniva sancito che «Lo Stato iracheno è parte della nazione araba». Ma non vi fu l'unione con la Rau, composta da Siria ed Egitto, perché Kassem e l'esercito non volevano perdere la loro indipendenza, per un'ostilità peculiare contro la Siria e per il timore della comunità sciita - maggioritaria nel paese - di vedersi annullata nella maggioranza sunnita della Rau, per la contrarietà dei comunisti, che - perseguitati sotto la monarchia - temevano le persecuzioni cui Nasser aveva sottoposto i compagni egiziani. I Curdi, poi, avevano ottenuto l'uguaglianza formale.
La popolarità di Kassem era grande; ma le manifestazioni di massa organizzate dalla sinistra si moltiplicavano. Le decisioni da prendere in merito non sembravano affatto facili, data la divisione nel governo tra Kassem e il colonnello Aref, che aveva buoni legami con Nasser, era membro del partito socialista-nazionalista arabo Baat e chiedeva l'adesione dell'Iraq alla Repubblica araba unita. Nel settembre del 1958, Aref perse tutte le cariche militari e politiche e - dopo lo sventato complotto di un generale baatista - venne inviato come ambasciatore in Germania federale. Tornato in patria, venne però arrestato e condannato a morte, anche se poi la condanna non venne ratificata da Kassem ed egli rimase in prigione fino al 1961. Lo scontento tra gli ufficiali continuava a mantenersi vivo e vennero ripresi i contatti con il vecchio golpista filonazista Rashid Ali Gaylani. Secondo il tribunale che condannò a morte Gaylani e due suoi collaboratori, questi avevano preparato un nuovo colpo di Stato. Nel marzo 1959 una rivolta nazionalista e pronasseriana a Mossul venne repressa nel sangue, con l'aiuto dei militanti comunisti e dei curdi. Dopo aver contribuito a domare la rivolta i comunisti iracheni chiesero di partecipare alla compagine governativa, appoggiati dagli sciiti e dai curdi.
Ripresero quindi le persecuzioni nei confronti dei comunisti e gli scontri armati con i curdi. Nel 1961 il Kuwait diventava indipendente. Gli inglesi erano interessati a mantenerne l'indipendenza per poterne controllare meglio le risorse petrolifere. Qassem dunque si servì della tradizionale rivendicazione irachena su quel territorio e mosse l'esercito in direzione del Kuwait, non riconoscendone l'indipendenza. La Gran Bretagna intervenne riuscendo ad ottenere dalla Lega araba, allora dominata dall'Egitto, il via libera all'invio di truppe a protezione dell'emirato, unito a un corpo di interposizione araba, appoggiato dall'Arabia saudita e dalla Giordania. Nasser vedeva favorevolmente un ridimensionamento iracheno.
Il colpo di Stato del 1963 e l'arrivo del Baat al potere Il logoramento del regime portò l'8 febbraio 1963 a un colpo di Stato, guidato dal colonnello Abdel Salam Aref, che era stato deposto da Qassem, rappresentante dei settori nasseriani e baatisti dell'esercito. Qassem venne ucciso e una nuova milizia, la Guardia nazionale, venne creata per reprimere duramente comunisti ed ex seguaci di Qassem. L'amministrazione e l'esercito vennero epurati.
Quando l'ala siriana del Baat andò al potere a Damasco l'8 marzo del 1963, a Baghdad scoppiarono tensioni tra nasseriani e baatisti. Le divergenze erano di origine dottrinale e relative all'orientamento da dare alla politica sociale. Diedero vita a due fazioni una di destra e una definita estremista di sinistra.
Il fondatore e teorico stesso del Baat Michel Aflak, si spese per raggiungere un accordo tra i due orientamenti. Il compromesso raggiunto faticosamente venne spezzato l'11 novembre da un colpo di mano degli ufficiali baatisti di destra, che imposero una nuova direzione `regionale' irachena ed eliminarono il leader della sinistra, al Saadi. La direzione nazionale del partito, che comprendeva le sezioni di svariati paesi arabi, favorì i centristi. Ma il 18 novembre 1963 Aref emarginò il Baat orientando la propria azione in direzione di un panarabismo moderato e di orientamento nasseriano. Aflak stesso fu costretto a rifugiarsi in Siria: e queste vicende causarono la rottura tra Iraq e Siria. Il nuovo regime sciolse i partiti e prese la forma di una dittatura personale. Dopo aver eliminato il Baat il dittatore arabo si dedicò ai curdi, con cui raggiunse degli accordi di cessate il fuoco il 10 febbraio del 1964, che però vennero rotti qualche mese più tardi. Il leader storico dei curdi Barzani aveva accettato l'accordo sperando di raggiungere l'autonomia, ma la fazione di Jalal Talabani non credeva alle promesse irachene. L'Unione Sovietica, desiderosa di stringere i contatti con l'Iraq, appoggiava la linea Barzani. Alla fine però lo stesso Barzani si ricredette.
Il regime tentò di modernizzare il paese: vennero nazionalizzate imprese - straniere e nazionali - e le banche, si difese il petrolio come arma politica, salvaguardando i prezzi e consolidando l'Opec (l'organizzazione nata per tutelare gli interessi dei paesi produttori di petrolio). Venne decretata la riforma agraria e varati piani di sviluppo. Ma non si autorizzò la ripresa dell'attività politica, e continuò la repressione dei comunisti.
Dopo le dimissioni dei ministri nasseriani, nel 1965 il nuovo governo venne presieduto dal capo dell'aviazione Aref Abdel Razzak, ben considerato dai nazionalisti, che tentò però di abbattere il regime di Aref, venendo fermato dal fratello del presidente.
Aref mantenne il potere fino al 1966 - anno della sua morte, avvenuta in seguito ad un incidente in elicottero in circostanze poco chiare. Gli succedette colui che aveva sventato un anno prima il complotto contro il regime, il fratello Abdul Rahman Aref.
La guerra dei Sei giorni, che aveva visto il trionfo di Israele scuoteva nuovamente i nazionalisti arabi.
Nel 1968 il Baat prese nuovamente il sopravvento, con un colpo di Stato avvenuto senza spargimento di sangue. Si assisteva così all'ascesa del generale Ahmed Hassan al-Bakr, che guidava l'ala militare del partito. La componente sciita ne era uscita, e vi erano rimasti in prevalenza militari originari di Takrit. Uno di essi era un parente del generale Ahmed Hassan al-Bakr, Saddam Hussein, un civile condannato a morte nel 1959 per un fallito attentato contro Qassem. Quest'ultimo, che ricopriva il ruolo di vicepresidente, finì con l'esercitare un potere sempre maggiore, anche perché già dal 1966 aveva l'incarico di segretario aggiunto, responsabile dell'organizzazione dell'apparato di sicurezza clandestino. Questi, progressivamente, epurò l'esercito per renderlo sempre più fedele al Baat, e al clan di appartenenza. Durante il decennio successivo, caratterizzato da una grande stabilità, il governo nazionalizzò l'industria petrolifera, accelerò l'industrializzazione e moltiplicò le aree coltivabili.
La repressione nei confronti dei curdi continuava e il nuovo regime infittì i legami con l'Unione Sovietica. I tempi erano ormai maturi per una nuova svolta: e il 16 luglio del 1979 il generale Ahmed Hassan al-Bakr dava le dimissioni in circostanze oscure e lasciava il posto a Saddam Hussein.
Un Leviatano mediorientale contro la Repubblica islamica iraniana Le tensioni con l'Iran per le dispute territoriali sullo Shat al-Arab avevano causato tra Baghdad e Teheran una guerra di frontiera, che lasciò numerosi caduti sul campo tra il 1971 e il 1975.
L'Accordo di Algeri del 6 marzo 1975 aveva stabilizzato la contesa tra i due paesi, imponendo una reciproca non ingerenza negli affari interni e una sovranità condivisa sulle acque dello Shat al-Arab.
La rivoluzione islamica del 1979 in Iran, che portò al potere l'ayatollah Khomeini, stravolse gli equilibri regionali. I legami tra gli sciiti dell'Iran e quelli delle città sante irachene apparvero più pericolosi e i dirigenti del Baat interpretarono il cambiamento di regime nel paese confinante come una sfida cui era necessario fare fronte. Proprio questo avvenimento segnò l'ascesa travolgente di Saddam Hussein, che inaugurò la sua leadership con centinaia di esecuzioni all'interno del partito al potere. Oltre che presidente dello Stato e del Baat, Hussein era anche presidente del Consiglio di comando della Rivoluzione e comandante in capo delle Forze armate. La denuncia di un presunto complotto siriano diede il via alle `epurazioni' tra le forze di governo; e gli sciiti pagarono ancora una volta il prezzo della repressione.
L'Iran della rivoluzione, governato dai religiosi, intimoriva gli occidentali per la sua carica di fanatismo, che faceva breccia tra i giovani diseredati del mondo arabo. Dopo l'assalto da parte di un gruppo di studenti all'ambasciata americana a Teheran, dove vennero presi in ostaggio più di cinquanta membri del corpo diplomatico, il paese finì immediatamente al bando del consesso civile internazionale; mentre gli Stati Uniti davano il via a un embargo petrolifero unilaterale.
Il presidente americano Carter - all'indomani dell'invasione sovietica dell'Afghanistan - aveva proposto la protezione a tutti gli stati del Golfo; ma la sua credibilità venne meno con il suo blitz per liberare gli ostaggi in Iran, che si risolse in un clamoroso fiasco, segnando la sua carriera politica e favorendo l'elezione di Ronald Reagan alla presidenza.
Saddam Hussein colse l'occasione per trasformare se stesso in un agente stabilizzatore della Regione. Era stato in fondo l'unico leader arabo a condannare l'invasione sovietica dell'Afghanistan, consumando il suo strappo personale con Mosca. Nel febbraio del 1980 espose la sua dottrina geo-strategica, che rifiutava ogni presenza militare straniera nel Golfo (allusione agli Stati Uniti) e disegnava un sistema di difesa collettivo dei paesi arabi. Saddam giocò il ruolo di campione dei `non allineati' e iniziò a dipingere Khomeini come `il Grande impostore' e come piccoli impostori i suoi seguaci Khamenei e Rafsanjani (che dopo la sua morte divennero rispettivamente guida spirituale della Rivoluzione e presidente del paese), colpevoli di aver politicizzato la religione. La demonizzazione poggiava su di un consolidato razzismo nei confronti degli odiati persiani. La nazionalità irachena si applicava in maniera differente in base all'appartenenza al gruppo ottomano (certificato di nazionalità di serie A) e al gruppo «di ricongiungimento iraniano» (certificato di cittadinanza di serie B). Già durante gli anni '70 tutti coloro i cui antenati non avevano avuto la nazionalità ottomana (cioè la maggioranza degli sciiti) vennero etichettati come «iracheni di ricongiungimento iraniano» e più di 100 mila iracheni vennero cacciati verso l'Iran, che nel giro di un trentennio accoglierà ben 700 mila rifugiati sciiti e curdi. I criteri discriminatori della nazionalità irachena erano di lunga data; ma durante il regime del Baat determinarono varie ondate di deportazioni di sciiti di origine iraniana e di iracheni di «ricongiungimento iraniano».
Proprio contro questi iraniani naturalizzati iracheni si rivolse la propaganda del regime anche negli anni precedenti il conflitto con la repubblica di Khomeini. Lo zio materno stesso del dittatore iracheno Khayrallah Tulfah scrisse un pamphlet intitolato Tre creature che Dio non avrebbe dovuto creare: i persiani, gli ebrei e le mosche. Nel testo i `persiani' venivano definiti bestie dal comportamento cattivo e dalle credenze immorali.
La guerra Iran-Iraq venne preceduta da una campagna di terrore innescata da un fallito attentato a Tarek Aziz il 1 aprile del 1980 all'Università di Baghdad. Un decreto legge condannò a morte tutti coloro che erano sospettati di avere legami con il vecchio partito islamico iracheno Dawa, considerato una longa manus iraniana in Iraq. Lo stesso motivo portò alla pena capitale nei confronti dell'ayatollah Muhammad Baqer al-Sadr, un evento clamoroso che dimostrava la decisione del regime nel colpire qualsiasi forma di opposizione anche da parte di leader religiosi precedentemente tollerati.
Dopo aver abrogato il Trattato di Algeri, Saddam Hussein attaccò l'Iran il 22 settembre del 1980 con un'invasione aerea e terrestre. Il Consiglio di sicurezza dell'Onu approvò una generica risoluzione il 28 settembre, che non menzionava l'aggressore iracheno e non richiedeva il ristabilimento delle frontiere internazionali. Il rispetto delle frontiere verrà invocato dal consesso internazionale solo quando nel 1982 l'Iran, dopo aver respinto l'invasione dell'esercito di Baghdad, penetrò in territorio iracheno. L'Iraq rispose alle vittorie di Teheran facendo un largo uso di armi chimiche; ma l'Onu condannerà l'azione solo nel 1985 in modo generico e senza indicare il paese responsabile della pratica.
Per i costi umani questo evento sanguinoso può essere paragonato alla Prima guerra mondiale per gli europei: l'Iran ebbe circa un milione di perdite umane mentre quelle irachene si aggiravano intorno alle 400 mila vittime.
La politica dei paesi occidentali, spaventati dalla rivoluzione islamica, ebbe l'effetto di prolungare dolorosamente il conflitto. Henry Kissinger stesso - con una buona dose di realismo politico - dichiarò: «Vogliamo che continuino ad ammazzarsi tra di loro il più a lungo possibile». Gli Stati Uniti ebbero un atteggiamento di crescente sostegno nei confronti dell'Iraq. In un primo momento si limitarono a bloccare le condanne del Consiglio di sicurezza dell'Onu: poi dal 1983, anno della riscossa iraniana con ondate di fanatici male equipaggiati e pronti a morire, diedero anche sostegno tecnologico, ristabilendo con l'Iraq relazioni diplomatiche e incoraggiando anche l'Arabia Saudita e gli emirati a finanziare la guerra di Hussein.
Il controllo dello Stretto di Ormuz portò poi a un blocco nei confronti dell'Iran da parte di Washington, che arrivò a condurre operazioni dirette contro la repubblica di Khomeini, intercettando aerei civili, attaccando navi cisterna, piattaforme petrolifere e terminali iraniani, specie nel periodo tra il 1987 e il 1988. L'Iran ricevette, comunque, il sostegno della Siria, della Libia, della Corea del Nord e dalla Cina, che inviarono armamenti. L'Iraq poteva contare sul sostegno dell'Unione Sovietica e delle maggiori potenze occidentali, compresa la maggioranza dei paesi arabi e delle monarchie del Golfo. Dal 1980 le autorità iraniane avevano inutilmente accusato il regime di Saddam Hussein di aver fatto ricorso ad armi chimiche a Susangerd; ma nei tre anni successivi queste vennero utilizzate almeno altre 49 volte in una quarantina di punti differenti delle regioni di confine. Nel 1984 l'Iraq impiegò nuovamente armi chimiche nelle isole Majnun e altre 14 volte durante i restanti anni di conflitto.
Il 21 marzo del 2000, Madeleine Albright stessa si scusò ufficialmente con gli iraniani per la politica americana di sostegno all'Iraq durante la guerra e per le ingerenze all'epoca di Mossadeq.
L'Iraq dagli altari alla polvere Proprio durante la guerra contro l'Iran, Baghdad aveva moltiplicato in tutto il mondo società paravento incaricate di comprare prodotti chimici utilizzabili sia per scopi bellici che pacifici. I massicci acquisti di armamenti continuavano ovunque e la guerra forniva una copertura ideale. Secondo le stime dello Stockolm International Peace Institute solo nel 1984 l'Iraq spese 14 miliardi di dollari (quasi metà del Pil) per la difesa. Il Centre for Strategic and International Studies di Washington ha calcolato che tra il 1982 e il 1989 Baghdad abbia acquistato armi per 42,8 miliardi di dollari. Sempre secondo fonti americane, il 40% di queste armi gli è stato venduto dall'Unione Sovietica, il 13% dalla Cina e il restante 15% dai paesi europei, Francia in testa. I paesi occidentali continuavano a commerciare con Baghdad in piena guerra, fornendo all'industria bellica irachena tecnologie necessarie a rafforzare il settore nucleare (Francia e Italia) e il settore chimico (Germania e Stati Uniti).
Nel marzo del 1982 Washington aveva cancellato l'Iraq dalla lista degli Stati che appoggiavano il terrorismo, grazie ai buoni uffici dell'ambasciatore Usa in Arabia Saudita Richard Murphy. E in quello stesso anno Baghdad acquistò elicotteri americani Huges, pagandoli in petrolio, grazie all'intermediazione della Chevron. L'opposizione del Congresso americano alla vendita di armi Usa, prodotte con tecnologie avanzate, costrinse Baghdad a creare una vera lobby filoirachena negli Stati Uniti. La lobby era molto differenziata al suo interno: c'erano, ad esempio, fabbricanti di aerei ed elicotteri, ma anche agricoltori del Midwest frustrati dall'embargo all'Unione Sovietica per l'invasione dell'Afghanistan, che impediva loro di esportare riso e grano.
Il presidente Reagan si decise subito a sostenere l'Iraq per fronteggiare Khomeini e il dipartimento di Stato organizzò sovvenzioni in favore di Baghdad. Trecento milioni di dollari di credito vennero erogati per l'acquisto di grano e riso americano, le banche aprirono crediti al regime e gruppi agroalimentari importanti come Cargill, Arabfina e Dreyfus garantirono assistenza illimitata all'Iraq per oltre un miliardo di dollari. Le monarchie petrolifere del Golfo erano ben liete di collaborare con gli Usa per costruire un baluardo contro il pericolo della rivoluzione islamica. Altro petrolio venne fornito al regime da Kuwait e Arabia Saudita, mentre l'amministrazione Reagan, il Pentagono, la Cia e il dipartimento di Stato coordinarono gli sforzi per aiuti anche sul campo di battaglia. Gli aerei Awacs stanziati in Arabia fornirono a Baghdad informazioni analitiche sulle truppe iraniane. Washington incoraggiò poi gli altri paesi, come la Francia, ad accordare all'Iraq nuovi prestiti, mentre all'Egitto venne concesso di vendere armamenti al regime iracheno.
Dopo che l'inviato di Reagan Donald Rumsfeld si recò a Baghdad nel dicembre 1983 per riallacciare le relazioni diplomatiche, gli americani consentirono ai francesi di consegnare dei Super Etendard e - grazie al tramite dell'azienda italiana Augusta - vendettero all'Iraq gli elicotteri Bell-Textron. Venne realizzato un nuovo oleodotto, per far giungere il petrolio iracheno in Giordania, e nel 1985 Reagan inaugurò la politica di massima apertura per gli acquisti iracheni di materiale ad alta tecnologia. Una sede della Hewlett Packard aprì a Baghdad e nel solo 1985 Washington vendette materiale all'Iraq per 700 mila dollari. Verso la fine del 1986 le esportazioni verso Baghdad vennero finanziate dalla filiale di Atlanta della Banca nazionale del Lavoro italiana, che diventò uno strumento della politica americana in Iraq, fino al suo crollo.
Nell'agosto del 1988 la guerra si concluse lasciando sul campo migliaia di morti: e le macerie di due paesi in profonda crisi economica. L'Iran entrò in una fase post-rivoluzionaria - dopo la morte di Khomeini nel 1989 -, mentre Saddam Hussein si trovò a fronteggiare il mostruoso debito del suo paese. La politica di apertura occidentale e dei paesi del Golfo cambiò e Arabia Saudita e Kuwait non erano assolutamente disposti a cancellare i 35 miliardi di dollari del debito iracheno, mentre il prezzo della più importante risorsa del paese, il petrolio, scese al minimo storico.
Il Kuwait condusse una politica petrolifera aggressiva superando del 20% la quota di petrolio da produrre fissata dall'Opec. La conseguenza fu una caduta dei prezzi che fece perdere all'Iraq un terzo delle entrate petrolifere. Questi atti vennero considerati dal regime come una dichiarazione di guerra e il 2 agosto del 1990 100 mila soldati iracheni invasero e saccheggiarono il Kuwait. Il vento occidentale favorevole all'Iraq era però cambiato e divenne una tempesta che travolse i sogni di egemonia di Saddam Hussein. L'Arabia Saudita, intimorita dalle manovre irachene, chiese la protezione americana e nel giro di pochi mesi 500 mila soldati americani sbarcarono in Arabia. Il presidente americano George Bush lanciò un ultimatum a Saddam Hussein per abbandonare il Kuwait, che scadeva il 15 gennaio 1991. Il 17 gennaio 1991 gli aerei della coalizione alleata bombardavano Baghdad: era l'inizio di un lungo calvario che sarebbe costato molto caro a tutta la popolazione irachena.
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Per capire e non dimenticare: breve storia del Kurdistan

Margherita Casillo

Per Kurdistan si intende un'area vasta circa 450.000kmq, abitata dalla popolazione di etnia curda, ma divisa tra Turchia, Iraq ,Siria ed Iran. La maggior parte del Kurdistan è situata all'interno dei confini turchi per un'area di circa 230.000kmq (30% del territorio turco).
È un territorio strategicamente rilevante per la ricchezza di petrolio e le risorse idriche, ma si trova in una situazione di sottosviluppo a causa dell'assenza di un'unità politico-amministrativa. Il 75% del petrolio iracheno proviene dal Kurdistan, gli unici giacimenti della Turchia ed i più importanti della Siria si trovano in Kurdistan, anche nella zona di Kermanshah, territorio iraniano ma abitato da curdi, si produce petrolio.
È il passaggio obbligato di alcune importanti vie di comunicazione, ad esempio tra le repubbliche centroasiatiche, l'Iran e la Turchia e si trova nel cuore di uno dei punti più caldi della politica mondiale. La posizione geopolitica dell'area ha condizionato molto le vicissitudini del popolo curdo, impedendone l'unità politica. Il popolo curdo discende dagli antichi medi, una popolazione di origine indo-iraniana, che dall'Asia Centrale si diresse, intorno al 614 a.C., verso i monti dell'Iran. Le forti limitazioni, imposte dall'impero ottomano all'inizio del XIX, ai privilegi ed all'autonomia degli stati curdi provocarono numerose rivolte che avevano come obiettivo l'unificazione del popolo curdo e la sua autonomia. Quando si affacciarono nel Kurdistan le potenze europee, l'area fu strumentalizzata secondo gli interessi della Gran Bretagna, della Francia, della Germania e della Russia zarista pronte ad indebolire l'impero ottomano. Con la prima Guerra Mondiale, che decretò la fine dei grandi imperi, sembrava possibile la nascita di uno stato curdo. Il trattato do Sévres, firmato il 10 agosto 1920, prevedeva che nell'Anatolia orientale sarebbero stati creati un Kurdistan autonomo, oltre che uno Stato indipendente di Armenia. Questa volta fu l'ostracismo della nascente Repubblica turca, ad impedire la formazione di uno stato curdo autonomo. Il trattato di Losanna, firmato nel 1923 da Gran Bretagna, Francia, Italia, Giappone, Grecia, Romania cancellò il trattato di Sèvres. Fu allora che i territori abitati dalla popolazione di etnia curda vennero spartiti tra Turchia, Siria, Iran ed Iraq.
Così, dal 1921 al 1925, 25 milioni di curdi furono dispersi in 5 nazioni trasformandosi in 5 minoranze.
Gli anni successivi sono dunque indelebilmente segnati da questa originaria divisione.
Il fatto che i curdi siano stati trasformati in 5 diverse minoranze rende inevitabilmente complessa una trattazione univoca della questione e per riuscire a dare un quadro quanto più esaustivo possibile diviene quasi forzato presentare i diversi indipendentismi curdi a seconda dello stato sovrano contro il quale combattono per la propria autonomia; quasi palesandone la disgregazione.

I Curdi in Iraq
In Iraq il movimento autonomista curdo si è organizzato nel Partito Democratico del Kurdistan (KDP) ed ha portato avanti dal 1961 la sua lotta contro il regime di Saddam Hussein, che contro i villaggi kurdi situati nell'area settentrionale dell'Iraq ha adottato tecniche di repressione brutali utilizzando addirittura armi chimiche, causando 100mila morti e 2 milioni e mezzo di profughi.
In seguito alla guerra del Golfo del 1990 e con l'imposizione della "No Fly Zone" sul nord dell'Iraq, la situazione è migliorata, sebbene non di molto.
Dopo l'ultima guerra contro l'Iraq e il varo della nuova Costituzione nell'ottobre del 2005, secondo alcuni preludio alla creazione di un paese democratico, secondo altri molto meno, sembra che sia possibile una maggiore autonomia dell'etnia curda in Iraq, questione che peraltro preoccupa molto Ankara.
I curdi in Irak hanno una lunga storia di opposizione al governo di Saddam Hussein.
Dal 1961 al 1975 la scena è dominata dal Partito Democratico del Kurdistan (PDK) guidato da Mustafa Barzani, un capo tribale morto nel 1979 ed a cui è succeduto il figlio Massoud. A Barzani si è da sempre opposta l'intellghentia di sinistra guidata da Jalal Talabani che nel 1975 ha fondato l'Unione Patriottica del Kurdistan (UPK).
Il futuro dei Curdi Irakeni deve ancora essere scritto, dopo la fine del regime di Saddam.

I Curdi in Iran
In Iran, i Curdi dell'Unione Patriottica del Kurdistan (UPK) combattono contro il regime di Teheran dal 1972, in una guerra che ha causato fino ad oggi circa 17mila morti. I curdi sono circa 6 milioni, musulmani in maggioranza sunniti
Il crollo del potere imperiale, con la rivoluzione Komeinista (1979), e la crisi che ne è seguita prima della stabilizzazione del regime islamico hanno spinto i curdi iraniani riuniti attorno PDKI (Partito democratico del Kurdistan Iraniano) ad una ribellione con l'intento di ottenere l'autonomia (non l'indipendenza).
Come è ovvio il potere sciita ha rifiutato ogni richiesta in tal senso ed ha dato il via ad una dura repressione. Questa guerra Ha cusato in due anni circa 10.000 morti.
In seguito il leader del PDKI, Ghassemlou, si avvicinò a Saddam Hussein che allora era il baluardo dell'occidente contro l'Iran fondamentalista, il quale finanziò la guerriglia curda, strumentalizzando a suo fare la lotta curda, dal momento che l'Iran fu costretto a mantenere un forte contingente di truppe nel nord del paese distogliendole dalla guerra con l'Irak.
L'obiettivo dei dirigenti curdi iraniani è convincere i paesi europei a far pressioni sul potere iraniano affinchè ponga fine allo stato d'assedio (che vede la presenza di 150.000 militari) che soffoca il Kurdistan iraniano.
E molto probabile, ed auspicato da molti, che una stabilizzazione della situazione in Iraq possa portare anche ad un miglioramento delle condizioni curde in Iran ed in Turchia, il paese nel quale è più grande la minoranza curda e nel quale la lotta tra esercito e militanti delle diverse fazioni curde è più duratura e cruenta.

I curdi in Turchia
Con la vittoria in Turchia, nel 1923 di Atatürk, si affermò il principio dell'unitarietà di uno stato turco laicizzato; un'ideologia statale di tal genere non ha fatto che rendere una dicotomia inconciliabile l'esistenza di un'etnia curda nello stato turco, alimentando, quindi, un rapporto tutt'altro che pacifico.
Quando nel 1946 la Turchia decise di percorrere il cammino democratico, si allentò nel paese la repressione militare e nel Kurdistan sorsero per la priva volta scuole e ospedali ed i grandi proprietari kurdi vennero richiamati in patria ed ottennero nuovamente i propri beni. Ma con il colpo di stato del 1960 la giunta golpista turca decise di "chiudere circa 500 curdi in campo di concentramento, esiliarne alcune decine, escludere da ogni amnistia i detenuti curdi, turchizzare tutti i nomi delle località curde". La nuova Costituzione del '61 riconosceva ai cittadini le libertà fondamentali, ma considerava un valore assoluto e prioritario l'integrità dello stato, norma che sarà sempre interpretata in maniera estensiva sottraendo al popolo curdo la propria indipendenza. Nella seconda metà degli anni '60 il movimento nazionalista curdo si organizzò in partiti rivoluzionari, come il Partito Socialista del Kurdistan ed il Partito Democratico del Kurdistan, che si battevano per la democrazia in Turchia e l'auto-determinazione per il popolo curdo. Nel 1971, con il secondo intervento militare, venne istituita la legge marziale in alcune province curde e vennero arrestati e detenuti in condizioni orribili e sottoposti a torture e violenze s migliaia di cittadini, uomini donne e bambini. Negli anni '80 continuarono gli arresti sistematici e le torture nei confronti della popolazione curda rea di essere tale e di chiedere la propria auto-determinazione.
Gli assunti di base della politica turca nei confronti dei curdi sono i seguenti: non esistono minoranze nazionali in Turchia e comunque i curdi non sono tali; il principio kemalista dell'integrità dello Stato, della Repubblica e del popolo turco è un fondamento incancellabile dalla Costituzione; le forze di sicurezza devono godere della totale impunità per i loro comportamenti nella regione curda, sottoposta allo stato di emergenza, dove sono gestite dal Consiglio di Sicurezza Nazionale, senza alcuna ingerenza parlamentare.
Il movimento di ribellione curdo in Turchia si è sviluppato in due direzioni. L'ala nazionalista, rappresentata dal Partito democratico del Kurdistan, chiedeva l'autonomia, mentre l'ala più estremista, di ispirazione socialista, rivendicava l'indipendenza. Negli anni settanta nasce e si struttura il PKK, il Partito dei Lavoratori Curdi, il cui scopo principale è il riconoscimento della lingua e dei diritti dei curdi. Il suo fondatore e leader è stato Abdullah Öcalan, detto Apo, che in curdo significa zio. Il programma del partito fu delineato durante il congresso di fondazione dello stesso, il 27 novembre del 1978. Il suo progetto rivoluzionario prevedeva una prima fase di rivoluzione nazionale, ovvero la creazione di una repubblica marxista curda in territorio turco per arrivare poi all'unificazione dell'intero Kurdistan , ed una seconda fase, di rivoluzione democratica, che prevedeva l'instaurazione di una dittatura del proletariato per eliminare lo sfruttamento latifondista, la struttura sociale basata sui clan e la condizione di inferiorità della donna. Ma la Costituzione turca del 1982vietava l'uso della lingua curda e criminalizzava ogni espressione che affermasse un'identità curda. Da quel momento il PKK ha iniziato la sua lotta armata contro il potere centrale, creando un malessere crescente anche all'interno della stessa popolazione curda e dando l'occasione al governo di bollare la questione curda come un problema di terrorismo. Il governo turco non ha mai accettato di considerare il PKK come un movimento popolare, ma semplicemente come un'organizzazione terroristica che opera con intimidazioni, coercizione e violenza, ed ha sempre cercato di risolvere il problema curdo dal punto di vista socio-economico evitando la questione etnico-nazionale. Le violenze, però continuarono ad oltranza, l'Esercito di liberazione del Kurdistan, emanazione del PKK proseguiva sulla strada degli attentanti ed il governo turco proseguiva sulla strada della condanna e dell'ostracismo. Sebbene molte organizzazioni internazionali ammonivano pubblicamente il governo turco, auspicando una soluzione pacifica della lotta per l'autodeterminazione dei curdi, la vicenda di questo popolo ha assunto un carattere internazionale solo quando, nel 1998, il leader del Pkk Ocalan, che dalla Siria guidava le campagne armate sin dal 1984, fu costretto a fuggire prima a Mosca ed in seguito a Roma. Abdullah Ocalan è stato poi catturato, venduto da funzionari kenioti alla Turchia, il 15 febbraio 1999 in Kenya e condannato a morte. Il conflitto tra le forze governative turche ed il Pkk è di fatto terminato al momento della cattura di Ocalan, ma ancora oggi la questione curda appare irrisolta e la repressione dei curdi nel sud-est del paese continua.
Perquisizioni forzate, distruzione di villaggi, arresti ingiustificati, torture e pene capitali sono il "modo turco di risolvere il problema". I metodi utilizzati dal governo turco nei confronti dei curdi non possono essere considerati quelli di un paese democratico e fino a quando i diritti fondamentali e le libertà personali, non saranno riconosciuti nei fatti, non solo nominalmente, la Turchia, nonostante i continui sforzi che non sarebbe giusto negare, non potrà mai essere annoverata nella schiera dei paesi democratici.

Poesie di combattenti e detenuti politici curdi

Yol ( strada)
Questa notte scura è una grossa toppa
rammendata
sul volto del sole.
Ad ogni alba
strappo le cuciture coi denti.
Ma non bastano tutte le lacrime
per spegnere quest'incendio.
Al fuoco s'addice il fuoco.
Zin A. Lales

Dogus (Rinascita)
I veleni degli occupanti
non giungono a lordare
la caverna della libertà.
Il mio cuore è un sacrario
illuminato dal sole.
Nel mio cuore c'è spazio
per tutto il sole
per tutto il mare
per il mio popolo.
È libertà il monte Cudi
e gli Zagros
sono libere le vette
del Herekol e del Munzur.
Un altare sacro
a tutte le dee
a tutti gl'iddii
è la libertà nel mio cuore.
Le montagne hanno aperto la strada
nelle prigioni
globi di fuoco
dentro di me la vendetta è tempesta
ed oggi
sento la vigilia di un'esplosione improvvisa.
Non vi spaventi il mio grido.
Dentro di me
Sto nascendo di nuovo.
Musa


Chi sono i curdi

Storia di un popolo senza patria

http://www.repubblica.it/online/fatti/pkk/pkk2/pkk2.html 


LA REGIONE - La regione del Kurdistan - 550 mila chilometri quadrati - è divisa tra Turchia, Iran, Iraq e Siria. I curdi sono circa 25 milioni, per la maggior parte di religione musulmana sunnita, e vivono soprattutto in Turchia, dove sono tra i 12 e i 15 milioni di persone, circa un quarto della popolazione. In Iraq vivono circa quattro milioni di curdi, in Iran sono dai sei agli otto milioni, in Siria circa un milione, e nelle ex repubbliche sovietiche, soprattutto in Armenia, 30.000.

CHI SONO - In Turchia, dove la repressione dei curdi è particolarmente violenta, con molti giornalisti e politici di origine curda in prigine, è attivo il Pkk, Partito dei lavoratori del Kurdistan, che combatte per formare uno Stato curdo nel sud del paese. Si tratta di un gruppo terrorista di ispirazione marxista leninista che è stato fondato in Siria nel 1974. Negli ultimi anni il Pkk si è reso responsabile del rapimento di numerosi occidentali, tecnici e turisti, che sono comunque stati tutti liberati indenni. Gli altri due partiti curdi, il Partito democratico curdo (il Pdk, fondato nel 1945 da Mustafa Barzani) e l'Unione patriottica del Kurdistan (Puk, di Jalal Talabani) sono in Iraq e chiedono invece una larga autonomia, che hanno in parte ottenuto grazie alla zona di esclusione aerea creata dall'Onu nel 1991. Dal dicembre 1994 però Pdk e Puk, un tempo alleati, hanno cominciato a contendersi militarmente il dominio della regione e il governo regionale curdo, istituito grazie alla protezione occidentale, è di fatto impotente dinanzi alla guerra fratricida.

L'emigrazione curda dalla Turchia è iniziata circa 20 anni fa, e ha interessato quasi esclusivamente Germania e Austria. Secondo alcune stime, i curdi che attualmente vivono in Kurdistan sono circa 38 milioni (20 milioni in Turchia, sei milioni in Iraq, dieci milioni in Iran e due milioni in Siria). Sono circa un milione e mezzo i curdi che vivono nella diaspora, un numero che negli ultimi anni è salito enormemente: le organizzazioni internazionali calcolano che i profughi, in questo momento, siano almeno cinque milioni.

In Europa, il gruppo più consistente (circa 500 mila) si trova in Germania, ma altre numerose comunità si trovano in Austria (45 mila), Scandinavia, Francia e Grecia. In Italia si trovano circa tra i tre e i quattrocento curdi, sparsi nel centro e nel nord Italia, per lo più con regolare permesso di lavoro.

Massiccia, ma di data più recente, anche l'emigrazione da queste regioni curde verso le metropoli turche (Ankara, Istanbul, Adana, Izmir), che ospitano attualmente perlomeno quattro milioni di curdi.

LA STORIA -
Il primo scritto in lingua curda, una poesia di argomento religioso, risale al VII secolo. In questo periodo i curdi si convertono all'Islam. Tra il 1169 e il 1250 una dinastia curda - Saladino ne è l'esponente più illustre - regna in tutto il Medio Oriente musulmano. Nella metà del Cinquecento i curdi si alleano con il sultano ottomano contro la Persia, e Selim il Crudele si impegna a riconoscere uno Stato curdo. All'inizio del XVI secolo il Kurdistan viene diviso tra ottomani e persiani.

Nel XIX secolo quasi tutto il territorio curdo passa sotto la dominazione ottomana, e a partire dai primi del '900 i turchi cominciano una politica repressiva nei confronti delle popolazioni conquistate. Il 30 ottobre 1918 l'impero ottomano viene battuto dagli Alleati: alla Gran Bretagna viene dato il mandato sull'Iraq arabo. Nel 1920 il trattato di Sevres stabilisce il diritto alla nasciat del Kurdistan nelle province orientali dell'Anatolia. Nel 1923 il trattato di Losanna annette alla Turchia la maggior parte del territorio dei curdi, e per oltre 15 anni si susseguono rivolte popolari contro il governo di Ankara e di Teheran.

Nel 1937 viene sancita la definitiva spartizione del Kurdistan con un trattato tra Turchia, Iraq, Iran e Afganistan, che prevede anche un coordinamento della lotta contro l'irredentismo curdo. Nel 1945 l'Unione Sovietica favorisce la nascita di una repubblica popolare curda in Iran. Un anno dopo, al ritiro delle truppe sovietiche. lo scià riconquista la regione. Nel settembre 1961 cominciano le prime azioni di insurrezione armata, che proseguono poi negli anni Settanta sia contro la Persia che contro l'Iraq. Durante la guerra tra Iraq e Iran (1980-1988), i curdi sono tra le principali vittime del sanguinoso conflitto. L'ayatollah Khomeini dichiara pubblicamente che "uccidere un curdo non è peccato", mentre l'Iraq utilizza armi chimiche per riprendere il controllo del nord del paese. Il conflitto provoca l'esodo di circa 60 mila curdi in Turchia. Dopo la Guerra del Golfo, l'Onu crea un'area di sicurezza a nord dell'Iraq che ha formato "di fatto" uno stato curdo.

(13 novemnre 1998)

http://www.alternativerivista.it/article.php3?id_article=1072

Kurdistan: storia di un popolo tra repressione e autodeterminazione Kurdistan: storia di un popolo tra repressione e autodeterminazione


di francesca pippo
14 luglio 2006

Una profonda linea di frattura segna uno dei popoli più tormentati dell’area mediorientale. Le frontiere di ben quattro stati (Turchia, Iran, Siria e Iraq) dividono circa 25 milioni di curdi che dal 1923 lottano per raggiungere l’unità nazionale. I curdi sono una popolazione iranica in maggioranza musulmana sunnita. Abitano la regione montuosa del Kurdistan, un’area estesa quanto la Francia e ricca di risorse petrolifere e idriche.

Dopo arabi, turchi e persiani, i curdi rappresentano il quarto popolo del Medio Oriente ma la loro dispersione territoriale li riduce a minoranze all’interno dei rispettivi quattro Paesi mediorientali in cui si trovano a vivere. Di fronte alle richieste di autodeterminazione Turchia, Siria, Iran e Iraq hanno risposto con una politica militarista.

A rendere alta la posta in gioco sono alcuni fattori di ordine economico, strategico e politico. Il Kurdistan rappresenta un’area cruciale per le potenze mediorientali perchè i più importanti giacimenti petroliferi iracheni, siriani e turchi si trovano in questa regione mentre l’Iran estrae greggio in aree in cui la popolazione curda è maggioritaria. Alle strategie di politica energetica si somma il fatto che i Paesi mediorientali non si sono dichiarati disposti a rinunciare ad un territorio che costituisce un crocevia essenziale per collegare l’Iran e la Turchia alle Repubbliche centroasiatiche.

Nel Kurdistan turco il controllo e la gestione delle risorse idriche costituiscono un ulteriore fattore di attrito: il Tigri e l’Eufrate nascono nella parte orientale della Turchia e se i curdi riuscissero a rendersi indipendenti da Ankara potrebbero esercitare un controllo esclusivo sull’acqua con ripercussioni imprevedibili nell’ approvvigionamento idrico anche della Siria e dell’Iraq.

La frammentazione geografica di questo popolo si è riflessa nelle stesse strategie di lotta delle comunità curde. Strategie che hanno seguito percorsi diversi a seconda degli stati in cui hanno operato. In Iraq, il 1961 segna l’anno di costituzione del Partito Democratico del Kurdistan (KDP) vittima di dure repressioni da parte del regime di Saddam Hussein. Nel 1988 il dittatore iracheno è ricorso alle armi chimiche per placare le sollevazioni curde nella regione settentrionale del Paese. Le comunità sopravvissute alla politica di annientamento di Saddam si sono spinte fino alle frontiere di Turchia e Iran alimentando un consistente flusso di profughi.

Non meno crudele è stata la sorte toccata ai curdi di Turchia perseguitati fin dal 1923 dal governo di Mustafa Kemal (1881-1938) fondatore della Repubblica Turca e grande modernizzatore delle strutture dello Stato. È con il governo kemalista che insieme all’occidentalizzazione della Repubblica Turca si afferma l’imperativo di difendere l’unità dello stato che mal si è coniugato con la presenza di una etnia curda. In seguito al colpo di stato militare del 1960, il movimento indipendentista curdo ha fondato il Partito Socialista e il Partito Democratico del Kurdistan a sostegno della democratizzazione del Paese e del diritto all’autodeterminazione. La repressione da parte del governo non si è fatta attendere: ai curdi sono state espropriate le terre, alcune comunità state deportate e i loro villaggi saccheggiati e distrutti. La stessa parola “curdo” è stata cancellata dal vocabolario ufficiale e sostituita con espressioni quali “I turchi della montagna”, provvedimento accompagnato da una politica di “turchizzazione” forzata che ha visto la distruzione sistematica di qualsiasi produzione culturale di provenienza o lingua curda.

Attualmente il movimento indipendentista curdo in Turchia è guidato dal Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) di ispirazione marxista che dal 1984, adotta anche strategie violente di lotta. Il PKK gode di un ampio sostegno da parte dalla popolazione, specialmente tra le fasce più deboli dal punto di vista economico e sociale (solo il 48% della popolazione curda è alfabetizzata, con tassi più bassi per le donne, e una ristretta minoranza parla il turco).

La guerriglia curda oggi conta più di trentamila militanti impegnati in una lotta estrema contro l’esercito turco che prosegue nella strategia di distruzione ed evacuazione di migliaia di villaggi. Ankara ha chiaramente optato per una soluzione militare della questione curda e si è lanciata in una feroce caccia ai sostenitori, o presunti tali, del movimento indipendentista. Le carceri turche si sono rapidamente riempite di prigionieri politici che, il più delle volte, sono vittime di torture ed esecuzioni extragiudiziali. L’azione di denuncia e sensibilizzazione dell’opinione pubblica condotta dalle organizzazioni per la tutela dei diritti umani presenti in Turchia ha subito una battuta d’arresto perché il governo ha stabilito la chiusura delle loro attività. Non solo: la Turchia, firmataria della Convenzione europea dei diritti umani ne ha sospeso l’applicazione al Kurdistan nel quale dal 1987 vige lo stato d’emergenza.

In Iran, i Curdi dell’Unione Patriottica del Kurdistan (UPK) combattono contro il regime di Teheran dal 1972. In seguito alla rivoluzione di Komeini del 1979 i curdi iraniani si sono riuniti nel PDKI (Partito democratico del Kurdistan Iraniano) e hanno organizzato una serie di rivolte allo scopo di ottenere l’autonomia politica (non la secessione). Teheran ha risposto con una feroce repressione provocando almeno diecimila morti. La situazione nel Kurdistan iraniano oggi è tutt’altro che normalizzata. Con la presenza di oltre 150.000 militari il governo continua a mantenere in stato d’assedio la regione assicurandosi un controllo capillare del territorio. Gli scontri tra i quattro Paesi mediorientali e le comunità curde sono stati a lungo considerati dalla comunità internazionale come “affari interni” nonostante le ripetute denunce di violazione dei diritti umani condotte dalle organizzazioni umanitarie e ONG locali. Eppure si è dovuto attendere il 1991 perchè il Consiglio di sicurezza dell’Onu, con la risoluzione n. 688, si esprimesse in favore del popolo curdo riconoscendo “Un dovere di ingerenza umanitaria negli affari interni dello Stato”.

A questa presa di posizione sono seguite numerose risoluzioni del Parlamento Europeo relative alla violazione dei diritti umani in Iraq e Turchia. L’apertura dei negoziati per l’allargamento dell’Unione Europea ad Ankara ha subito non poche battute d’arresto dovute alla condotta del governo turco. Se gli osservatori internazionali affermano che sono stati compiuti importanti progressi in materia di legalità, Amnesty International registra ancora centinaia di casi di tortura all’anno e l’assenza di organismi indipendenti di controllo che possono lavorare con le ONG o esaminare le attività della polizia nelle caserme. La strada per il riconoscimento di una parziale autonomia del popolo curdo è ancora lunga.


 


I KURDI: UN POPOLO DIMENTICATO

http://www.ecomancina.com/documenti/kurdiquestisconosciuti.htm

 

Quasi ogni giorno ci arrivano notizie di clandestini che sbarcano sulle nostre coste ed i nostri organi di informazione ci informano, soddisfatti, di quanti di questi poveracci sono stati presi e rimpatriati. Molti di loro arrivano sulle nostre coste spinti dalla fame e dalla disperazione alla quale il nostro consumismo e capitalismo li ha portati, molti altri invece vi giungono perché le loro stesse vite in patria sono minacciate. Tra questi vi sono i Kurdi che per la loro storia passata e recente avrebbero il diritto ad un immediato riconoscimento di perseguitati politici e quindi come previsto dalla nostra costituzione all' asilo politico. I nostri governanti li rimpatriano, rendendosi così complici delle loro future persecuzioni 

Definizione geografica

Il Kurdistannifica letteralmente sig "paese dei Kurdi", un territorio montuoso, geograficamente unitario di circa 500.000 Kmq. La Parola Kurdistan è stata usata per la prima volta nel secolo XII da Marco Polo. All'epoca il territorio kurdo era composto da 16 provincie. Lo storico turco Celebi (m. 1682) dopo avere viaggiato per tutto il territorio kurdo, scrisse che il Kurdistan era formato dalle seguenti provincie: "Erzerum, Van, Diyarbekir, Amadia, Mossul, Shahrazur, Ardalan". Nei secoli scorsi i numerosi europei, che per motivi di viaggio, commercio e diplomazia si erano recati in Oriente, hanno descritto il confine kurdo. Una delle carte geografiche più antiche che hanno indicato il Kurdistan, risale al 1561. Il Kurdistan ha subito numerose spartizioni e ritocchi da parte dell'Impero Ottomano e dell'Impero Persiano.
Dopo la Prima Guerra Mondiale il Kurdistan fu smembrato ad opera dei governi alleati, tra la Turchia, l'Iran, l'Iraq e la Siria. Dopo 70 anni di oppressione e deportazioni, la realtà kurda di oggi non corrisponde più a quella storica. Numerose località e città kurde che fino alla Prima ed alla Seconda Guerra Mondiale potevano essere ben considerate dal punto di vista storico, etnico e linguistico come territori kurdi, oggi non hanno più tali caratteri. La persianizzazione, la turchizzazione e l'arabizzazione del Kurdistan hanno cambiato le caratteristiche geografiche ed etniche del suo territorio.

La storia

I Kurdi sono un popolo di origine indoeuropea, tra i più antichi del medio Oriente. Le testimonianze storiche intorno alla loro esistenza risalgono al 2000 a.C. Senofonte fu il primo a dare un numero maggiore di notizie sui Kurdi nell'"Anabasi" (401 a.C.). I Kurdi sono discendenti dei Medi che nel VI secolo a.C. fondarono il grande omonimo Impero. Nel VII secolo d.C. iniziò l'espansione arabo-islamica. Dopo numerose guerre, i Kurdi vennero sottomessi agli Arabi e l'Islam a poco a poco divenne la loro religione. Essi contribuirono a svilupparne l'espansione e fondarono numerosi Regni autonomi come Al-Shadadi (950-1177) nel nord del Kurdistan, Al-Husnawi (950-1015) nel sud, e Al-Marwani (990-1096) ad ovest. La dinastia kurda degli Ayubidi (il cui rappresentante più famoso fu Sala-adin Al-Ayubi, detto Saladino) fondò un grande stato musulmano (1169-1250). Nel X-XV secolo il Kurdistan ha subito numerose invasioni straniere, dei Turchi Selgiucidi (1051), dei Mongoli (1231) e di Tamerlano (1402), che hanno ostacolato ulteriormente lo sviluppo economico, sociale ed urbano dei Kurdi.
Nel 1500 i Kurdi si divisero nell’appoggiare i due imperi, quello ottomano e quello persiano. Nel 1514, con la vittoria di Cialdiran degli Ottomani, la maggior parte delle tribù passò dalla loro parte e in cambio ottennero il riconoscimento di una serie di principati indipendenti alla cui testa furono messi capi discendenti dalle antiche famiglie.
Nacquero così numerosi principati e piccoli stati indipendenti con la sola condizione di pagare tributi al sultano e la fornitura di milizie in caso di guerra. Questo periodo è costellato da varie rivolte con cui le tribù kurde cercarono di trarre il massimo vantaggio politico dall’ostilità dei due imperi. Nel 1639 un trattato di pace tra questi ultimi sancisce la spartizione in zone di influenza del Kurdistan.
Fino al XIX secolo la situazione si stabilizza tra l’autorità dei due imperi e l’esistenza di piccoli stati indipendenti si realizza una zona cuscinetto senza un' armonia tra le varie tribù.
Tutto il 1800 fu costellato da rivolte dei Kurdi contro il potere del sultano, scaturite da una modernizzazione di tipo occidentale, come il servizio militare obbligatorio, il sistema dei tributi e la sostituzione dei capi ereditari con governatori turchi dell’impero ottomano che mettevano in crisi il sistema medioevale kurdo.
Le due più importanti rivolte furono quella del 1853-1856 e quella del 1880. La prima riuscì a coinvolgere tutta la popolazione kurda sotto la guida di Yazdansher. Questi, alleandosi con i cristiani, costituì un esercito di centomila uomini, ma la rivolta fu soffocata dall’intervento militare inglese. Anche la seconda coinvolse tutto il popolo kurdo e molte altre minoranze religiose ed etniche. Poté essere soffocata solo con l’alleanza dei due imperi che per l’occasione riuscirono a superare le loro ostilità.
Nei primi del novecento cambia la politica dell’Impero ottomano verso i Kurdi. Vennero riconosciuti i loro capi feudali, vennero arruolati reggimenti irregolari sotto il controllo dei capi feudali che ebbero grande importanza nel controllo dei confini caucasici dell’impero e per la repressione degli Armeni, finché nel 1908 la rivoluzione dei giovani Turchi fece nascere l’entusiasmo di tutti i movimenti nazionalistici dell’impero.
Gli anni successivi videro nascere una serie di iniziative politico culturali da parte di intellettuali di formazione europea e turca, con una marcata connotazione nazionalista, ma ben poca influenza ebbero in Kurdistan, che rimaneva tenacemente feudale. La guerra interruppe questa attività e le pubblicazioni di giornali in lingua kurda.
Con la Prima Guerra Mondiale i Kurdi si allearono con i Russi contro l’Impero ottomano e il territorio kurdo fu teatro di scontri fra Turchi russi e Inglesi che provocarono moltissime vittime tra i civili. Inoltre l’Impero per colpire le rivolte varò una legge di deportazione delle popolazioni delle provincie dell’Anatolia. L’evacuazione coinvolse 700 mila Kurdi, molti dei quali morirono durante il trasferimento. Molte vittime civili furono fatte dalla fame che colpì tutta la zona del Kurdistan, anche i territori non coinvolti dalla guerra. Si può calcolare che le vittime negli anni della guerra furono circa 600 mila.
Durante la guerra, nel 1916 già i rappresentanti di Francia, Inghilterra e Russia, ancor prima della vittoria, si erano spartite le zone di influenza. Il Kurdistan era stato diviso in tre parti: il Kurdistan meridionale tra Francia e Inghilterra e i distretti nord orientali alla Russa zarista.
Solo dopo l’armistizio sorsero nuove organizzazioni di poco peso politico, finchè, nel 1927 si unificarono nella Lega nazionale kurda Hoybu. L’idea nazionalista si rafforzò e si tentò di portarla a livello internazionale per la sua affermazione.
Nel 1919 sia gli Armeni che i Kurdi presentarono le loro rivendicazioni di autonomia alla Conferenza di Parigi. Col trattato di Sèvres, negli articoli 62,63 e 64 ai Kurdi viene riconosciuta l’indipendenza, dato che alle grandi potenze interessava costituire uno stato cuscinetto tra la Russia e la Turchia. Il trattato fu molto fragile e scatenò la guerra turca contro i Greci. Con la vittoria turca nel 1922 tutte le scelte precedenti furono messe in discussione e il trattato di Losanna segnò il tradimento dei precedenti accordi dei vincitori con Kurdi e Armeni, i quali non furono invitati e i loro territori furono divisi tra Turchia, Siria e Iraq.
Questa divisione fu successivamente confermata nel 1925 dal Consiglio della Società delle Nazioni che sancì la definitiva spartizione del territorio del Kurdistan a cinque stati.
Da tale epoca fino ad oggi, l'unica ulteriore occasione di indipendenza per i Kurdi fu la fondazione della repubblica di Mahabad il 22 gennaio 1946, in Iran. A questa esperienza parteciparono i leader kurdi della Turchia, della Siria e dell'Iraq in vista di una futura riunificazione nazionale. Nel novembre 1946, le truppe iraniane invasero i territori della Repubblica kurda. Tutti i componenti del governo kurdo furono arrestati, il 13 marzo 1947 il presidente Qazi Muhamad ed altri due ministri furono impiccati pubblicamente proprio sul luogo dove era stata proclamata la Repubblica. Le scuole kurde furono chiuse, i libri stampati in kurdo furono bruciati, centinaia di membri repubblicano.del governo furono uccisi e fu distrutto ogni segno del periodo
Oggi solo una piccola provincia in Iran viene chiamata"Kurdistan", mentre il territorio kurdo in Turchia è chiamato "Anatolia Orientale", in Siria "Gezirah", in Iraq "Nord o regione autonoma". Così rimane un compito difficile tracciare con esattezza il confine territoriale del Kurdistan. La lunghezza del Kurdistan è di 900 km, la sua larghezza va da 200 km a 700 km, l'altezza media è di 1000 m sul livello del mare, il punto più alto è la cima del monte Ararat (5168 m). In Kurdistan vi sono numerosi fiumi: i più famosi sono il Tigri e l'Eufrate che nascono nei territori kurdi in Turchia. Altri come i fiumi Zey Gawra e Zey Biciuk nascono rispettivamente in Turchia ed in Iran ed il Kizil Uzan in Iran. I laghi più grandi sono il Lago di Van in Turchia e il Lago di Urmia in Iran. Il clima va dal caldo arido al freddo nordico.
Il Kurdistan è ricchissimo di risorse naturali, in particolare di petrolio in Iraq, cromo (secondo paese produttore al mondo) nella parte turca, ferro, gas naturale, oro, carbone, alluminio, ecc. La zona è molto fertile per l'agricoltura e per l'allevamento del bestiame. Gli stati che governano il Kurdistan hanno praticato e tuttora praticano una politica coloniale di sfruttamento, tanto che la popolazione kurda vive in stato di estrema arretratezza, miseria e fame.

Riflessioni

Il popolo kurdo ha subito inenarrabili persecuzioni da parte di Siria, Iran ed Iraq, su di loro è stato attuato non solo un progetto di alienazione della propria lingua e cultura ma anche un tentativo ancora in corso di sterminio di massa e di deportazione. I loro villaggi vengono distrutti, sulle popolazioni kurde in Iraq sono state utilizzate armi chimiche, in Iran vi sono documenti che testimoniano l' impunibilità per chi uccideva un kurdo firmati dallo stesso Khomeini, mentre l' occidente per lungo tempo si è disinteressato a questa vicenda.
Ma la vergogna più grande è quella della Turchia, questo paese che fa parte della NATO e da tempo chiede di poter entrare nella comunità europeea, opera una politica di feroce repressione fisica e culturale contro la comunità kurda dell' Anatolia. Eppure Europa e Stati Uniti fanno finta di non vedere, perchè la Turchia è troppo importante per la sua posizione strategica per rischiare di innimicarsela.
Come al solito si applicano due pesi e due misure quando vi sono interessi economici o geo-politici da difendere l' ONU e la NATO, sempre comandati dagli Stati Uniti, sono pronti ad intervenire con la giustificazione dell' intervento umanitario, quando questi interessi non vi sono...
Un caso emblematico ed una perenne vergogna per il centrosinistra italiano fù il caso del Generale Ocalan, capo del PKK kurdo (partito operaio kurdo) che venne portato in Italia dal deputato del PRC Ramon Mantovani per fargli ottenere il sacrosanto diritto all' asilo politico. Tutti ricordiamo come andò a finire, timorosi di perdere grosse commesse, una centrale nucleare ordinata all' Ansaldo e parecchie decine di elicotteri da guerra Agusta, i nostri vili governanti scelsero la più pilatesca delle soluzioni. Ocalan che non poteva essere consegnato direttamente alla Turchia perchè paese ove si applica la pena di morte venne portato in Kenya e qui, con la complicità sei servizi segreti statunitensi, israeliani, greci e kenyoti consegnato ai servizi segreti turchi, che da soli non sarebbero mai stati in grado di realizzare questo piano.
Ora Ocalan è detenuto in un carcere di massima sicurezza turco senza poter comunicare e con gravi violazioni al suo diritto di difesa più volte denunciate dai suoi legali.
Ma come tutte le storie a lieto fine, dopo la consegna di Ocalan, la Turchia ha fatto un bel regalo, riammettendo l’ Agusta - la fabbrica produttrice di elicotteri della Finmeccanica, ovvero dell’Iri e, dunque, un’azienda pubblica - in quella "lista breve" delle cinque aziende che si dovranno aggiudicare un appalto di ben seimila miliardi di lire per la fornitura di 145 elicotteri da guerra.
Una nota di colore è la dichiarazione dell' allora Presidente del Consiglio il compagno Massimo D'ALEMA all' indomani della cattura di Ocalan
"Non abbiamo nulla da rimproverarci. Quando è stato chiaro che non c’erano le condizioni per un processo internazionale con tutte le garanzie in Europa, e non essendoci le condizioni per l’asilo politico, abbiamo garantito a Ocalan che potesse andarsene in condizioni di sicurezza per sé e per il nostro paese. Se, successivamente, Ocalan è caduto in trappola è perché è andato dove ha voluto lui, essendo uomo libero".

MA CI FACCIA IL PIACERE... (nota di redazione)

Di Bartolomeo Vanzetti   

http://www.pavonerisorse.to.it/intercultura/kurdi/kurdi.htm

I CURDI

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1. CHI SONO I CURDI?

Discendenti di popolazioni dedite alla pastorizia i curdi abitano da millenni un’ampia regione situata tra il Caucaso ed il Golfo Persico. Alcuni etnologi li apparentano ai Medi, tradizionali rivali dei Persiani.

Alberto Sanza, nel suo fondamentale Atlante delle popolazioni (Torino, Utet, 1997) scrive che i curdi (lingua kurda, famiglia linguistica indoeruropea) sono una antica popolazione nomade la cui attività economica tradizionale si basava sull’allevamento ovino mentre l’agricoltura occupava uno spazio molto marginale. Con la creazione delle frontiere nazionali (dopo la prima guerra mondiale) venne ostacolata la migrazione stagionale e la maggior parte dei curdi fu costretta ad abbandonare l’allevamento nomade e a praticare l’agricoltura stanziale, o altri lavori, fenomeno che provocò un rapido procresso di disgregazione dell’organizzazione tribale, che sopravvive ancora in pochi gruppi nomadi, isolati sulle montagne. I curdi sono in prevalenza musulmani sunniti. La donna gode di maggiore libertà rispetto alle donne islamiche.

 

2. LE DATE CHE SEGNANO IL GROVIGLIO CURDO

Il paese dei curdi, il Kurdistan, non ha mai costituito una entità politica unitaria ed autonoma.

Ai tempi dell’impero ottomano (XIX secolo) il Kurdistan era suddiviso in vari principati che godevano di un’ampia autonomia.

Le istanze nazionalistiche si fecero molto forti agli albori del ‘900 e raggiunsero il culmine alla fine della prima guerra mondiale.

Il 10 agosto 1920 fu firmato il trattato internazionale di Sèvres che prevedeva la creazione del Kurdistan nella zona a nord di Mossoul, un territorio particolarmente ricco di petrolio.

Tuttavia i due anni successivi la guerra d’indipendenza turca (guidata da Mustafa Kemal ed alla quale parteciparono anche molti curdi del nord) portò ad un nuovo trattato internazionale che fece decadere le clasuole del trattato di Sèvres.

Il 24 giugno 1923 fu così firmato il trattato di Losanna che restituiva alla Truchia tutta l’Asia minore e pertanto anche la sovranità sulla maggior parte del territorio curdo.

Precedentemente (1921) la Francia aveva incorporato alla Siria le province curde di Djaziret e Kurd-Dagh mentre nel 1925 la Gran Bretagna fece lo stesso incorporando la zona di Mossoul all’Irak.

Così, dal 1921 al 1925, 25 milioni di curdi furono dispersi in 5 nazioni (Turchia, Siria, Irak, Iran, Armenia) trasformandosi in 5 minoranze.

Gli anni successivi sono indelebilmente segnati da questa originaria divisione ed anche le lotte dei diversi indipendentismi curdi assumeranno diverse sfaccettature a seconda dello Stato contro cui esse si attuano.
Al punto che a volte le lotte si sono trasformate in guerre fratricide. E questo è anche oggi il problema politico maggiore del popolo curdo.

 

3. LA DIFFICOLTA’ DI CAPIRE

La vicenda curda è molto più complessa di quanto i media abbiano presentato in questi mesi.

I motivi sono presto detti:

  • il fatto che i curdi costituiscano 5 minoranze in 5 diversi paesi
  • la prassi della politica internazionale che ha utilizzato a seconda del proprio comodo sia il principio della non interferenza negli affari interni di un altro paese che il principio opposto che implica l’intervento all’interno di un paese al fine di proteggere la popolazione curda (esempio: operazione "Provide Confort")
  • il diverso peso internazionale che, nei differenti contesti storici e geopolitici, hanno assunto i tre principali paesi coinvolti (Turchia, Irak, Iran) e di converso il maggiore o minore peso del problema curdo.

All’origine va comunque posta la questione del mancato rispetto dei diritti dell’uomo. Diritti che nel caso curdo sono stati conculcati e violati in modo gravissimo e continuativo senza che mai la comunità internazionale intervenisse in modo coerente, forte e chiaro.

 

4. UNA MAPPA DEI MOVIMENTI CURDI

Il fatto che i curdi siano stati trasformati in 5 diverse minoranze rende complessa persino la presentazione dei diversi movimenti in quanto per parlarne (e cercare di farsi capire) spesso si fa ricorso alla categoria dei paesi ove agiscono. Introiettando - e trasformando quasi in "ovvia" e "naturale" - la divisione del popolo curdo.

Tuttavia, per motivi "didattici", seguiamo questa modalità di presentazione

4a. I curdi in Turchia

I curdi in Turchia sono circa 12 milioni: uno ogni 5 abitanti.

La costruzione della Turchia moderna, attuata da Kemal, ha sempre visto nell’esistenza dei curdi un pericolo gravissimo ed un serio ostacolo alla omogeneizzazione della patria. I curdi sono stati visti come elemento orientale, quindi reazionario e contrastante con i processo di civilizzazione occidentalizzante. Del resto in Turchia il nazionalismo è fortissimo: ogni giorno la scuola inizia con l’alza bandiera, l’inno nazionale e con continui richiami alla patria e al dovere di servirla. Ed è severamente vietato anche solo citare la parola Kurdistan !

Durante gli anni ‘70 la complessiva destabilizzazione della società turca (connessa anche al fortissimo processo di urbanizzazione) permette che anche in Turchia prenda piede l’opzione politica marxista.

E’ in quegli anni (1979) che Obdallah Ocalan fonda con altri il PKK, Partito dei lavoratori curdi, organizzazione politica e militare che non disdegna l’uso del terrorismo.  La reazione del potere politico turco è stata durissima: nel 1987 11 province curde sono poste in stato d’assedio mentre lo stesso PKK, al fine di non perdere del tutto i favori popolari, passa ad una strategia più selettiva. Nel frattempo la Turchia continua la sua politica di doppiezza nei confronti dei curdi: nel 1988 accetta sul proprio territorio ben 120.000 curdi irakeni che fuggono dalla repressione di Saddam Hussein.

Dopo la guerra del Golfo la Turchia continua ad accogliere i profughi curdi irakeni e si associa alla operazione "Provide Confort" (1991, Onu, Risoluzione 688) continuando in tutti i modi ad operare per dividere il fronte dei curdi.

Le continue violazioni dei diritti dell’uomo, la violenza della repressione turca ed il mutato contesto politico post crollo del muro di Berlino costringono comunque le autorità turche a fare i conti in modo nuovo con il problema curdo. Così, ad esempio, il Partito socialdemocratico turco osa l’impossibile e, rompendo ogni tabù, riconosce l’identità curda.

Inoltre, sotto la presidenza di Turgut Ozal (1989-1993), vengono perlomeno indicate alcune possibili soluzioni: creazione di un ministero per i diritti dell’uomo, libertà di parlare la lingua curda ed ipotesi di riconoscimento di una certa autonomia alla regione.

La strategia è chiara e si fonda su tre pilastri:

  • impegno del governo turco per lo sviluppo economico del Kurdistan e riconoscimento della specificità culturale del Kurdistan
  • come contropartita la Turchia chiede ai curdi di abbandonare le rivendicazioni estremiste e di accettare la logica dell’integrazione
  • chi non accetta viene duramente represso e perseguitato.

Di fronte alla nuova politica turca il PKK reagisce ridefinendo la propria prospettiva politica (come dice Ocalan nell’aprile 1992: "I curdi sono favorevoli ad una unione libera piuttosto che alla separazione. Ma questa unione non è pensabile che su basi di uguaglianza e libertà") ma non pone fine alla lotta armata che anzi continua in tutto il paese con attentati terroristici contro turisti, insegnanti, militari, giornalisti. Queste azioni hanno più scopi

  • privare la Turchia delle entrate derivanti dal turismo
  • porre il problema curdo all’attenzione internazionale
  • ma anche isolare il Kurdistan dal resto della Turchia rendendo impossibile ogni opzione di integrazione

Del resto la Turchia approfitta dell’operazione Provide Confort per continuare il proprio gioco su più tavoli e per frenare l’avanzata del PKK in Irak dove la sua azione si è fatta più significativa a causa del conflitto tra i due pratiti curdi di Talabani e Barzani. La presenza in Irak del PKK ottiene inoltre un altro significativo risultato: il partito di Ocalan inizia a presentarsi al mondo come il vero rappresentante di tutti i curdi e non solo dei curdi residenti in Turchia.

La morte del presidente Ozal e la ripresa dell’offensiva del PKK bloccano ogni ipotesi di negoziato. Anzi, il nuovo premier, la signora Tansu Ciller, su pressione dell’esercitio (vero baluardo della Turchia) decide di usare nuovamente le maniere forti come testimoniato dall’operazione Acier del marzo 1995 (incursione in territorio irakeno con 36.000 uomini con lo scopo di ripulire dai "terroristi" del PKK una striscia di territorio ikaneno. La scusa per l’intervento diretto in territorio straniero è stata fornita dal fatto che i territori del nord-Irak, essendo interedetti alle forze del governo di Saddam, sono in sostanza senza controllo!!).

Nel frattempo la guerra senza frontiere nei confronti dei curdi in Turchia si fa sempre più dura e costosa:

  • ogni anno il governo ha speso circa 8 miliardi di dollari per finanziare la repressione
  • nell’azione repressiva sono impegnati 250 - 300.000 uomini
  • la strategia utilizzata è brutale: distruzione dei villaggi ritenuti vicini al PKK, costituzione di milizie curde ("i guardini dei villaggi") composte di almeno 50.000 uomini organizzati e retribuiti dal governo centrale (e durissimamente contestati dalla popolazione civile, vera vittima di tanta violenza)
  • all’inasprimento della lotta militare segue anche un altrettanto duro mutamento legislativo. L’art. 8 della legge antiterrorismo fornisce una amplissima definizione di delitto d’opinione e sanziona ogni riconoscimento della specificità curda.
  • Nel settembre del 1996, inoltre, la vittoria in Irak dei curdi del PDK di Barzani - da sempre sostenuto da Ankara - rende più semplice ai turchi il lavoro di repressione.

Per quanto riguarda le forze del PKK la valutazione muta a seconda delle fonti: per il governo turco i militati del PKK sono circa 6.000.  Secondo il PKK, invece, il suo esercito sarebbe composto da almeno 12.000 uomini che possono contare sul sostegno attivo di 60.000 militanti e 400.000 simpatizzanti. Per quanto concerne il finanziamento del PKK esso si fonda sia su una tassa "imposta" a molti dei curdi emigrati in Europa sia sul controllo dei traffici illeciti (anche di droga) che per decenni hanno visto nella Turchia uno degli snodi principali (di cui, tra l’altro, hanno approffitato non pochi uomini politici e d’affari turchi, confermando così la nota legge secondo cui i traffici illeciti prosperano al meglio in una zona destrutturata socialmente da un conflitto a bassa intensità).

Anche sul numero delle vittime le varie fonti divergono: secondo il governo turco i morti sarebbe circa 18.000, oltre 30.000 secondo il PKK

4b. I curdi in Irak

I curdi in Irak hanno una lunga storia di opposizione al governo di Saddam Hussein.

Dal 1961 al 1975 la scena è dominata dal Partito Democratico del Kurdistan (PDK) guidato da Mustafa Barzani, un capo tribale morto nel 1979 ed a cui è succeduto suo figlio Massoud. A Barzani si è da sempre opposto l’intellghentia di sinistra guidata da Jalal Talabani che nel fonda l’Unione Patriottica del Kurdistan (UPK).

Durante la rivoluzione iraniana (anni ‘80) i diversi movimenti curdi si riavvicinano e nel marzo 1991 danno vita ad una ribellione contro Saddam Hussein (si contarono 50.000 morti ed almeno 70.000 profughi). Il mese successivo Barzani e Talabani (criticati dalle altre forze curde) si recano a Bagdad a negoziare con Saddam Hussein su tre nodi:

  • l’inserimento della regione petrolifera di Kirkuk entro la zona amministrata direttamente dai curdi
  • limiti dei poteri della autorità curda
  • la rivendicazione di una regime democratico per l’intero Irak.

Visti gli insuccessi della trattativa, il 5 aprile 1991 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU adotta la risoluzione 688 che richiede l’immediata fine della repressione contro i curdi.

Cinque giorni più tardi gli USA lanciano l’operazione "Provide Comfort". Le forze armate irakene si ritirano ed i curdi beneficiano di una relativa tranquillità nei loro rapporti con il potere centrale irakeno e colgono l’occasione per reclamare elezioni in vista della costituzione di un Parlamento regionale rappresentativo dei 3 milioni di curdi residenti in Irak.

Elezioni che si tengono, sotto la supervisione internazionale, nel maggio1992. Il PDK e l’UPK si spartiscono i voti ed i seggi del parlamento che, pochi mesi dopo, delibera l’adozione di uno statuto federale entro l’Irak.

Decisione, questa, che segna una rottura fondamentale del fronte curdo sino ad allora schierato sull’idea di una sostanziale autonomia. La decisione non tranquillizza tuttavia i potenti vicini alle prese anch’essi con la ribellione di movimenti curdi: la Turchia, l’Iran, la Siria. Ancor meno tranquillizzante la costituzione di una forza di 35.000 uomini.

La guerra fratricida

L’euforia delle elezioni passò comunque in fretta e ben presto riemersero le antiche divisioni che esplosero in una guerra fratricida che nel 1994 vede opporsi PDK e UDK oltre che altre piccole formazioni tribali. Il Parlamento soprovvive a se stesso e la regione si "libanizza": decine sono le milizie che si confrontano in un caos anarchico in cui riprendono piede sia i processi di tribalizzazione che i più lucrosi traffici di droga, petrolio, ecc. Del resto uno dei motivi del conflitto è propriamente il controllo del traffico illegale di petrolio tra Irak e Turchia (un traffico dal valore consistente: circa 50.000 barili al giorno che frutta agli intermediari curdi l’equivalente del 5-10% del valore complessivo del petrolio trattato).

I morti si contano a migliaia (da due a tre mila).

Ad approffittare delle divisioni nel campo curdo sono le potenze locali ed internazionali (quali ad esempio le rappresaglie "elettorali" di Clinton nel sud dell’Irak nel 1996). La Turchia e l’Irak stanno con Barzani e il PDK mentre l’Iran sta con Talabani e UPK con l’intento di ritagliarsi una striscia di influenza in territorio irakeno.

Il 31 agosto 1996 Massoud Barzani, aiutato dalle truppe irakene, conquista la città di Erbil, roccaforte dell’avversario Jalal Talabani. Gli Usa si rifiutano di intervenire nelle vicende intercurde e così assistono impotenti alla ripresa del Kurdistan da parte di Bagdad per mano dei suoi alleati del PDK. Con soddisfazione del governo turco, storico alleato del PDK che spesso ha combattuto direttamente contro il PKK.

Talabani ed i suoi seguaci prendono invece la via dell’Iran.

 

4c. I curdi in Iran

I curdi in Iran sono circa 6 milioni, a maggioranza sunnita, e sono da sempre insofferenti nei confronti del potere centrale.

Il crollo del potere imperiale (1979) e la crisi che ne è seguita prima della stabilizzazione del regime islamico hanno spinto i curdi iraniani riuniti attorno PDKI (Partito democratico del Kurdistan Iraniano) ad una ribellione con l’intento si ottenere l’autonomia (non l’indipendenza).

Come è ovvio il potere sciita ha rifiutato ogni richiesta in tal senso ed ha dato il via ad una dura repressione. Nel frattempo nel conflitto si inserisce anche una minuscola formazione curda di ispirazione maoista. La guerra farà, in due anni (1979-1980), circa 10.000 morti.

I curdi si rifiutarono di partecipare al referendum del 1979 per la creazione della Repubblica Islamica.

Il leader del PDKI, Ghassemlou, si avvicina a Saddam Hussein (allora baluardo dell’occidente contro l’Iran fondamentalista...) che finanzia la guerriglia curda che con le sue azioni costringe l’Iran a mantenere un forte contingente di truppe nel nord del paese distogliendole dalla guerra con l’Irak.

Alla morte di Khomeini Ghassemlou si riavvicna al potere centrale di Theran e inizia in Austria un negoziato. Nel 1989, durante uno di questi incontri, Ghassemlou viene assassinato, forse da rappresentanti del radicalismo iraniano ostili ad ogni compromesso. Stessa fine ha fatto il suo sucessore, ucciso a Berlino nel 1992.

L’obiettivo dei dirigenti curdi iraniani è convincere i paesi europei a far pressioni sul potere iraniano affinchè ponga fine allo stato d’assedio (che vede la presenza di 150.000 militari) che soffoca il Kurdistan iraniano.

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Bibliografia

In lingua italiana l’opera più completa sui curdi (anche se arriva al 1988) si deve a

Mirella Galletti, I curdi nella storia, Il vecchio faggio ed. Chieti, 1998 (ma è purtroppo introvabile in libreria a causa del fallimento dell’editore: a chi lo desiderasse posso fornire l’indirizzo dell’autrice che ne detiene diverse copie...)

In rete moltissime (ragionate) informazioni sia sul problema curdo che sulla complessa geopolitica (Turchia, Irak, Iran, ecc.) in cui è inserito sono ritrovabili nel sito WEB del Il Manifesto recandosi al sottosito Le monde diplomatique e facendo funzionare il search. Si accederà a decine di articoli estremamente utili ed approfonditi.

 

Provide Confort

Costituita a partire dalla risoluzione 688, Consiglio di Sicurezza dell’ONU, 5 aprile 1991.

Forza multinazionale codiretta da USA e Turchia e comprendente anche forze armate britanniche francese. Ha operato a partire dalla base di turca di Incirlik con un mandato rinnovabile ogni sei mesi. Ha operato prima paracadutando viveri sui villaggi curdi e poi stabilendo una zona di esclusione aerea alle forze irakene a nord del 36° parallelo.

La Turchia ha sempre sostenuto questa operazione perchè essa

  • rafforza oggettivamente il processo di autonomizzazione dei curdi irakeni
  • rafforza la leadership dei leaders curdi irakeni Talabani e Barzani che, seppure spesso in lotta fra loro, sono sostenuti direttamente da Ankara
  • come contropartita la Turchia ottiene di poter intervenire direttamente in territorio irakeno per colpire i santuari del PKK.

aluisi tosolini

 


 

Promesse e tradimenti

Kurdistan terra divisa, compendio storico

Mauro di Vieste

 

http://www.gfbv.it/3dossier/kurdi/parte1.html

http://www.gfbv.it/3dossier/kurdi/parte2.html

PARTE PRIMA

Introduzione

L'area geografica che va dal Golfo persico al Caucaso ha sempre rivestito un ruolo particolare in Medioriente quale crocevia di culture ed interessi economici. Le vicende storico-politiche contemporanee legate a quest'area ne confermano l'importanza strategica e al tempo stesso fanno emergere l'esigenza di conoscere piú a fondo tanti aspetti oscuri della storia mediorientale.

In questa situazione s'inserisce lo studio della questione curda, tanto misconosciuta eppure tanto attuale per capire quanto succede in quest'area geografica. La guerriglia nella Turchia orientale, che coincide con il Kurdistan turco, nel 1994 ha sferrato un massiccio attacco al governo; gli episodi piú clamorosi sono stati i divieti d'attraversamento imposti dai peshmerga ai turisti occidentali e i relativi rapimenti. Secondo la guerriglia curda il governo turco utilizza la valuta pregiata introdotta dai turisti per rinforzare la repressione piuttosto che l'economia nel Kurdistan. In passato sia la guerra irano-irachena, sia la guerra iracheno-kuwaitiana, ha visto coinvolti i Curdi come fattore di disturbo delle strategie belliche dei vari contendenti. Se si pensa che tali conflitti coinvolgono interessi politico-economici globali, allora si capisce quale sia il ruolo e, se vogliamo la sfortuna di questo popolo che vive in un posto "caldo".

Delimitare anche solo geograficamente il Kurdistan è più che altro un'operazione politica: cominciano qui le problematiche della questione curda. Non avendo confini naturali ben precisi, definiremo il Kurdistan solo quella regione dove i Curdi costituiscono la proporzione predominante della popolazione locale. Per una prima inquadratura possiamo affermare che questa regione si trova divisa tra Turchia, Iran, Iraq, Siria e le repubbliche ex sovietiche di Georgia ed Armenia. La superficie totale del Kurdistan é di circa 500.000 kmq e corrisponde quindi all'estensione dell'Italia. Per lo piú montuoso, il Kurdistan è percorso dalla catena degli Zagros a est e da quella del Tauro ad ovest; il monte Ararat (5.168 m) segna approssimativamente il confine settentrionale e la Mesopotamia quello meridionale.

Il territorio è ricco di acque fluviali non navigabili: il Tigri e l'Eufrate nascono nel Kurdistan turco, l'Arasse lungo i confini con l'Armenia, e altri fiumi come il Piccolo ed il Grande Zab, il Sirwan (Diyala), Khapur rendono il terreno molto adatto all'agricoltura che con il petrolio, il ferro, l'oro, l'alluminio e soprattutto il cromo, sono tra le principali risorse della regione, insieme al potenziale idroelettrico.

In Turchia
La parte più grande del Kurdistan è costituita dall'Anatolia orientale (secondo la definizione turca) e rappresenta un terzo dell'intero territorio dell'attuale repubblica turca: i Curdi abitano in modo preponderante 17 delle 67 province che compongono la repubblica. Secondo le statistiche ufficiali turche del 1964 questa è la regione economicamente e socialmente più depressa dello stato: il tasso di analfabetismo si aggira intorno al 90% per le donne e al 70% per gli uomini.

Dopo l'ultima grande rivolta del Dersim nel 1937 nessuna politica di conciliazione con i Curdi è stata praticata dal governo, ma sempre e solo repressione fisica ed oppressione politica e culturale. I golpe militari nel 1960 e nel 1971, hanno riportato il terrore nel Kurdistan ed una situazione molto simile a quella dell'inizio del secolo. A tal proposito si possono vedere i due film-denuncia del regista curdo Yilmaz Güney, "Yol" e "Il gregge".

La posizione ufficiale della Turchia nei confronti della questione curda è ben riassunta nel discorso tenuto nel maggio 1971 dal primo ministro Nihat Erim: "Non accettiamo altra nazione abitante la Turchia se non quella turca. Come ben possiamo, vedere c'è una ed una sola nazione in Turchia: la nazione turca. Tutti i cittadini che vivono in varie parti dello stato sono soddisfatti di essere Turchi".

Alla fine degli anni settanta sono cominciati i contatti tra lo stato maggiore turco e quello iracheno per favorire la repressione della guerriglia curda nei rispettivi territori fino ad una distanza di 40 km oltre i rispettivi confini: i risultati di questi accordi sono stati drammatici per la guerriglia e la popolazione civile curde, che hanno spesso subìto bombardamenti indiscriminati.

Tutto questo accade nonostante la Turchia sia uno dei firmatari della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo e la sua Costituzione faccia vari riferimenti ai diritti umani e alla libertà di pensiero e di stampa. L'argomento diventa di particolare importanza in presenza della richiesta turca per entrare come membro a pieno diritto della Comunità europea.

La situazione sociale e politica del Kurdistan in Turchia rimane drammatica. Il governo insiste con la politica di repressione e di violazione dei diritti umani: leader sindacali e di partito curdi sono regolarmente incarcerati o perseguitati; il premio Sacharov e deputato al parlamento turco Leyla Zana si trova tuttora in carcere nonostante le pressioni internazionali; il sociologo turco Ismail Besikci per essersi occupati dei Curdi é in carcere quasi ininterrottamente da ormai 30 anni senza che si intraveda la fina della sua odissea giudiziaria. Questi sono solo alcuni dei casi più clamorosi del dramma curdo.

Il governo turco non si ferma nemmeno davanti alla palese antieconomicità della guerra nel Kurdistan. Eppure molti degli stessi ambienti economici turchi suggeriscono che se il quarto di Pil che attualmente è buttato nella guerra in Kurdistan fosse usato come investimento produttivo nelle stesse zone la questione curda sarebbe già risolta. Ma la guerra non è solo una cifra negativa: i costi umani non hanno un valore quantificabile ed il prezzo che tutta la Turchia ed il Kurdistan stanno pagando è infinitamente alto.

In Siria
Dello stato siriano i Curdi abitano la zona nord-orientale, cioè parte della fertilissima regione dello Djeziré e il Kurd Dagh. Questa regione della Siria é stata sempre il rifugio naturale dei profughi curdi che riuscivano a sottrarsi alle persecuzioni turche e prima ancora a quelle ottomane, poiché il controllo ottomano in quella regione era inferiore.

Nella Siria sotto mandato francese la situazione dei Curdi é sempre stata relativamente tranquilla. Alla fine degli anni '50 il nazionalismo arabo crebbe a dismisura fino alla formazione della Repubblica Araba Unita il 1° febbraio 1958. Contemporaneamente peggiorò la situazione curda in Siria: il Partito Democratico Curdo fu sciolto e i suoi leader arrestati.

Nel 1962 il partito Baas annunciò il piano per la creazione di una "Cintura araba" nell'alto Djeziré e un anno dopo Mohammed Talab Hilal, capo della polizia in quella regione, pubblicò un manifesto in dodici punti su come realizzare praticamente la "Cintura araba".

I motivi che portarono alla politica anti-curda del Baas furono principalmente due: anzitutto il timore che la concessione da parte irachena di autonomia o indipendenza ai Curdi dopo che questi avevano appoggiato il colpo di stato di Kassem, portasse all'inglobamento delle regioni curde della Siria; il secondo motivo, di natura economica, era la scoperta di petrolio a Qaratchok, nel cuore dello Djezirè.

Negli anni successivi l'arabizzazione della regione curda è andata avanti con la creazione di nuovi villaggi interamente arabi, fattorie gestite da arabi e soprusi vari nei confronti della popolazione curda. Dal 1976 la situazione è più tranquilla in seguito al riconoscimento da parte siriana della partecipazione dei Curdi all'economia di stato, dopo la conclusione del progetto di arabizzazione.

In Iraq
Il Kurdistan meridionale corrisponde grossomodo alla parte settentrionale dello stato iracheno. Questa regione, benché non eccessivamente estesa rispetto all'intero territorio iracheno, comprende zone di grande importanza strategica per l'economia dello stato: ne fanno parte i due vilayet di Mosul e Kirkuk che da soli forniscono il 75% dell'esportazione petrolifera irachena.

La zona è anche molto fertile data la presenza del Tigri e dei suoi numerosi affluenti e l'agricoltura è di tipo quasi mediterraneo. Nelle altre tre principali provincie curde dell'Iraq, Arbil, Dohok e Suleimaniya, si produce grano, tabacco, ortaggi, frutta ed olio d'oliva.

I rapporti tra lo stato iracheno e i Curdi hanno subìto repentine variazioni secondo il regime di governo: le rivolte capeggiate da Sheikh Mahmoud vennero in seguito dirette da Ahmed Barzani fino al 1934 e negli anni successivi dal fratello Mustafà Barzani. I due fratelli Barzani riuscirono durante la seconda guerra mondiale a battere le truppe irachene e a controllare il Badinan e Rawanduz, ma attaccati a loro volta dalla R.A.F. ripararono in Iran per dar man forte alla repubblica curda di Mahabad. Divenuto il braccio armato della repubblica di Mahabad, Mustafà Barzani con mille uomini dovette intraprendere una storica ritirata quando la repubblica fu schiacciata alla fine del 1946: raggiunta l'U.R.S.S. vi rimase in esilio per undici anni.

In Iraq intanto era stato formato il Partito Democratico Curdo che rimase nell'illegalità fintanto che Nouri Said tenne le redini del potere monarchico. L'appoggio del P.D.K. al colpo di stato del 14 luglio 1958 che portò al potere il generale Kassem (di madre curda), migliorò la situazione dei Curdi in Iraq: Mustafà Barzani tornò dall'esilio sovietico, il P.D.K. fu legalizzato e nell'articolo tre della nuova Costituzione fu riconosciuta la compartecipazione curda allo stato iracheno.

Il V congresso degli studenti curdi in Europa, tenuto nell'agosto del 1960 a Berlino, salutò con fervore le conquiste democratiche irachene, ma già nella primavera del 1961 Kassem tornò indietro sulle sue concessioni e ruppe i rapporti con il movimento curdo: alla fine dell'estate iniziò la rivoluzione del "9 settembre" guidata da Mustafà Barzani.

Nel periodo dal 1961 al 1975 ebbero luogo cinque guerre curdo-irachene: il nuovo colpo di stato del 17 luglio 1968, che riportò al potere il partito Baas con Al-Bakr come presidente della repubblica e Saddam Hussein suo vice, sembrò portare alla pace, ma già l'anno successivo aveva inizio il quarto scontro. Il regime, non riuscendo ad avere la meglio, negoziò un nuovo accordo l'11 marzo 1970, con il quale veniva riconosciuta l'autonomia curda.

Il sogno di uno stato arabo-curdo sembrava dovesse durare, ma già nel 1973 il regime aveva intensificato la politica di arabizzazione delle aree petrolifere e l'11 marzo 1974 cominciò la quinta guerra curdo-irachena, con una serie di alleanze tra le quali spiccava l'appoggio indiretto americano ai Curdi tramite lo Shah.

Il 6 marzo 1975 alla conferenza dell'O.P.E.C. svoltasi ad Algeri, Iran ed Iraq raggiunsero un accordo secondo il quale l'Iraq rinunciava alle rivendicazioni sullo Shatt-al-Arab e l'Iran interrompeva la fornitura di armi ai Curdi in Iraq: alla fine di marzo Mustafà Barzani decise di por fine alla guerra e si rifugiò in Iran con decine di migliaia di civili e di combattenti (peshmerga); in seguito si recò negli Stati Uniti dove morì nel 1979.

La guerra scoppiata tra Iran ed Iraq nel 1980 ha portato ad un aggravamento della posizione curda nell'ambito dello stato iracheno, che ha iniziato negli ultimi dieci anni una campagna di distruzione sistematica di villaggi e campagne: purtroppo bisogna registrare anche l'uso delle armi chimiche, vietate dal diritto internazionale. Infatti, il 21 marzo 1988 è stata bombardata la città di Halabja con il napalm: i morti sono stati 5.000, soprattutto donne, vecchi e bambini, e i feriti migliaia. Alle armi chimiche irachene si aggiungono i bombardamenti effettuati dall'esercito turco in territorio iracheno, conseguenza degli accordi con Saddam Hussein, impegnato fino al 1988 sul fronte iraniano.

L'invasione del Kuwait da parte irachena nel 1990 e il relativo intervento delle Potenze mondiali hanno riaperto le speranze per i Curdi di liberarsi dalla morsa della dittatura di Saddam. L'ONU, però, con la risoluzione 688 non è andata oltre l'istituzione della "no fly zone" tra il 36° parallelo e il confine turco, lasciando all'Iraq il controllo dei campi petroliferi di Mosul e Kirkuk. Ancora una volta i Curdi sono rimasti vittime dei grandi giochi di potere: il PDK di Massoud Barzani e l'UPK di Jalal Talabani hanno iniziato una guerra civile per affermare il proprio controllo sull'unico lembo di Kurdistan libero che si possa definire tale, facendo così il gioco sia della Turchia sia dell'Iraq, ma non certo quello del popolo curdo.

In Iran
Per quanto riguarda il Kurdistan iraniano, i due terzi del confine irano-iracheno corrono nelle province curde dell'Azerbaijan occidentale (ad ovest del lago Urmia), dell'Ardalan (che è l'unica regione chiamata Kurdistan, il cui capoluogo è Sanandaj) del Kirmanshah e dell'Elan; inoltre i Curdi abitano i distretti di Maku, Shahpur e Mahabad. Tutta questa parte del Kurdistan è una regione cuscinetto che va da Shahabad a sud, fino al monte Ararat a nord, il quale segna il confine settentrionale iraniano con Turchia ed U.R.S.S.

Una vasta comunità curda, famosa per la fattura di tappeti dallo stile che si rifà in modo originale a quello persiano, vive nella regione orientale del Khorassan. I Curdi vi arrivarono nel XVII secolo portativi dallo Shah Abbas Safavid per ragioni strategiche.

L'Iran è lo stato entro i cui confini, alla fine della seconda guerra mondiale, venne creata la repubblica curda di Mahabad, sul modello della repubblica dell'Azerbaijan e come quella appoggiata dall'U.R.S.S. Il 22 gennaio 1946 venne formata ufficialmente la prima repubblica curda, rappresentata dal Partito Democratico Curdo, nato dall'evoluzione del vecchio Komala e appoggiata sia dalle tribù della zona di Mahabad, i Mamash, i Mangur, i Gawurk e i Zarza, sia dalle tribù Shikak, Jalali, Herki, Begzadeh, Milani e Barzani.

Qazi Mohammed, il notabile più in vista di Mahabad con poteri sia civili sia religiosi, venne eletto presidente della repubblica e Mustafa Barzani ne divenne il braccio armato. Aveva ai suoi ordini più di tremila uomini della sua tribù che si erano ritirati dopo l'attacco congiunto anglo-iracheno per sopprimere la rivolta iniziata nel 1943 a Barzan.

Il 23 aprile 1946 i due stati curdo ed azero firmarono un trattato di alleanza che metteva in risalto l'assoluta indipendenza dei due stati; il ritiro delle truppe sovietiche dall'Iran nel maggio 1946 mise in discussione l'esistenza delle due repubbliche indipendenti e l'esercito iraniano guidato dal generale Homayuni iniziò subito l'attacco riportando insuccessi durante tutta l'estate. Nell'autunno del 1946 il governo di Teheran lanciò una offensiva che portò il generale Homayuni prima in Azerbaijan e subito dopo a Mahabad.

La repubblica formalmente cadde il 17 dicembre 1946 ma, al contrario di quanto avvenne per l'Azerbaijan, fra Teheran e Mahabad si aprirono delle trattative condotte da Mustafa Barzani; i colloqui si interruppero alla fine di dicembre a causa dell'arresto di Qazi Mohammed e altri leader repubblicani. Il 30 marzo Qazi Mohammed fu impiccato e le autorità iraniane diedero inizio ad esecuzioni di massa mentre Mustafa Barzani aveva intrapreso con i suoi uomini la marcia di trecento chilometri che lo portò in U.R.S.S. dopo aver passato più volte le frontiere turco-irano-irachene.

Sotto lo Shah, il movimento curdo iraniano conobbe solo la repressione (sebbene lo Shah favorisse i Curdi in Iraq) e l'unica grossa rivolta si verificò nel 1967 nella zona di Mahabad e durò un anno e mezzo: i problemi tra Barzani, che veniva appoggiato dallo Shah contro il governo iracheno, e la leadership curda in Iran, portò all'indebolimento e alla completa repressione di quest'ultima rivolta.

La caduta dello Shah e la rivoluzione islamica nel 1979 riaccesero le speranze dei Curdi per un regime liberale che riconoscesse i loro diritti: ben presto però Khomeini, dopo aver preso saldamente le redini del potere, iniziò una politica repressiva che portò ai massacri condotti nel 1980 a Sanandaj e Senneh.

La recente scomparsa di Khomeini aveva fatto sperare in possibili aperture democratiche del governo iraniano al movimento curdo, poiché i Curdi avrebbero potuto favorire con successo i candidati al potere disposti a trattare: in questo contesto si inserisce il triplice omicidio del 13 luglio 1989 a Vienna, la cui pista conduce a Teheran.

Le tre vittime, Abdur Rahman Ghassemlou, segretario generale del Partito Democratico Curdo in Iran, Abdullah Ghaderi-Azar, rappresentante dello stesso partito a Parigi e Fadel Rasul, un curdo iracheno, secondo le supposizioni tentavano la riconciliazione tra tutte le tendenze curde e la mediazione con il governo di Teheran per raggiungere politicamente l'autonomia in Iran e tentare di fermare la strage curda in Iraq.

Negli altri paesi
Importanti comunità curde vivono nelle ex repubbliche sovietiche armena, georgiana e azerbaijana. Queste comunità emigrarono in territorio russo al tempo delle prime persecuzioni ottomane del XIX secolo. Poichè i Curdi che vivono in queste repubbliche sono relativamente pochi non rappresentano né hanno mai rappresentato un problema di convivenza tra etnie diverse: già dal 1930 sono state aperte scuole dove l'insegnamento viene effettuato in curdo, ed anche a livello universitario esistono corsi di lingua e letteratura curda a Mosca, S. Pietroburgo, Erivan e Tashkent.

Ciò non toglie che in passato l'U.R.S.S. abbia sempre adottato una politica abbastanza neutra nei confronti della questione curda, riuscendo così ad intrattenere rapporti amichevoli sia con Turchia, Iran, Iraq e Siria, sia con i movimenti curdi. In Libano e in Giordania vivono altre comunità di Curdi che rappresentano una classe di lavoratori sfruttati e sottopagati, in quanto, a partire dal 1960, non viene riconosciuto loro alcun diritto civile, e rischiano quindi in ogni momento di essere espulsi.

Una piccola comunità curda vive in Israele: di religione ebraica, questa comunità si trasferì principalmente dall'Iraq nei primi anni della fondazione dello stato ebraico. Curioso il fatto che al Festival dei Popoli di Parigi del 1977 venne premiato un gruppo folcloristico curdo di nazionalità israeliana.

Esistono infine una serie di organizzazioni studentesche e di lavoratori in molti stati europei: la prima di queste associazioni risale al 1949, ma é solo nel 1956 che, grazie ad una maggiore partecipazione, viene fondata l'"Associazione degli Studenti Curdi in Europa" (K.S.S.E.), legata politicamente al Partito Democratico Curdo d'Iraq. In seguito all'ultimo atto della rivoluzione di Mustafa Barzani nel 1975, venne formata una seconda organizzazione, l'"Associazione degli Studenti Curdi all'Estero" (A.K.S.A.) legata agli oppositori di Barzani dell'"Unione Patriottica del Kurdistan". Nel 1978 nacque l'"Unione degli Studenti e dei Lavoratori Curdi in Belgio", conosciuta come "Tekoser". Nel 1970 venne fondata l'"Organizzazione Socialista degli Studenti Curdi in Europa" (S.O.K.S.E.); pura espressione del Partito Socialista Curdo (Pasok), il SOKSE si dichiara democratico-progressista e non impedisce ai suoi militanti di associarsi alle altre organizzazioni curde. Il partito che in questi anni ha fatto piú proseliti é il PKK: di estrazione marxista-leninista il partito é stato messo fuori legge anche in Germania dove é attivissimo. I centri delle organizzazioni dei lavoratori curdi sono la Germania e la Svezia, mentre dal punto di vista culturale il centro di riferimento europeo é l'Istituto Curdo di Parigi.

La popolazione
Quanti sono i Curdi che oggi vivono in Kurdistan? La domanda è particolarmente importante poiché il loro numero dà ancor di più il senso della gravità del problema. Quello curdo è il quarto popolo per grandezza in Medio oriente dopo Arabi, Turchi e Persiani. Statistiche precise sulla popolazione curda non esistono, soprattutto per motivi politici, in quanto gli stati interessati tendono a diminuire l'importanza etnica dell'elemento curdo che non può essere associato né agli Arabi (in Siria e in Iraq) né ai Turchi (come vari studiosi turchi hanno tentato di dimostrare specie sotto l'impulso nazionalistico del periodo kemalista). I Curdi vengono così classificati o come musulmani sunniti, soprattutto in Iraq, o come "parlanti la lingua turca" in Turchia.

La cifra totale della popolazione è quindi una stima tra valutazioni minime effettuate dagli stati in questione e quelle massime effettuate da studiosi curdi che basano il calcolo sugli ultimi censimenti che risalgono a più di dieci anni fa, sul tasso di natalità, e pochi altri dati disponibili: al riguardo bisogna notare che i Curdi seguono il trend di espansione demografica relativamente elevato, tipico del mondo musulmano. In una lettera pubblicata sul Times del 21/11/1974 si legge a proposito del campo profughi di Rezayeh in Iran: "Oltre un terzo delle donne del campo erano incinte, e cinquecento di loro avrebbero partorito nei due o tre mesi successivi", a conferma dell'alto tasso di fertilità anche tra la popolazione curda.

Possiamo quindi affermare che i Curdi sono almeno venti milioni, così distribuiti: dieci milioni in Turchia; sei milioni in Iran; tre milioni in Iraq; ottocentomila in Siria; trecentomila nella ex U.R.S.S.; trecentomila in Libano e Giordania e infine la comunità in esilio di oltre trecentomila persone. Per tutti questi dati bisogna tener conto che, soprattutto in Iraq, la popolazione curda è oggetto di uno sterminio che rasenta ormai il genocidio, mentre non sono assolutamente disponibili dati per quanto riguarda paesi meta di recente emigrazione, quali ad esempio l'Australia.

La religione
La religione dei Curdi, prima della conversione all'Islam, era quella zoroastriana. Di religione zoroastriana sono rimasti ormai solo gli Yezidi, circa cinquantamila persone, e si trovano quasi tutti nel vilayet di Mosul. Sono meglio conosciuti come gli "adoratori del diavolo" anche se questa definizione non é corretta; infatti gli Yezidi non adorano il diavolo in quanto tale ma credono che Dio lo abbia perdonato e che per questo sia il diretto intermediario tra Dio e l'uomo. Secondo lo yezidismo Dio é il creatore del mondo e sette angeli ne sono i conservatori. A capo di questi angeli v'é Melek Tawus che molti identificano con Lucifero come diavolo. Questa religione ha elementi in comune sia con l'Islam sia con il cristianesimo; con il primo condivide la circoncisione e il digiuno, con il secondo la pratica del battesimo e la divisione del pane.

Il fuoco resta comunque oggetto di adorazione durante il Nawroz, il 21 marzo, la festa nazionale curda che segna anche il Capodanno. Oggi i Curdi sono quasi tutti musulmani sunniti: una variante molto diffusa tra i Curdi è il sufismo, che però rientra nelle due divisioni principali dell'Islam, il sunnismo e lo sciismo.

La principale setta sufi è la Naqshebendi fondata nel XIV secolo da Muhammad Baha-ud-Din (1317-1389). Di questa setta fanno parte la maggioranza delle personalità legate ai movimenti insurrezionali del XX secolo. Del ramo sufi in generale facevano parte gli sceicchi Obeidullah, Daid di Piran, Mahmoud Barzindja, e Ahmed Barzani, fratello del piú noto Mustafá Barzani. Molto importante è anche la setta dervisci dei Qadiri, fondata dal santo Sheikh Abdul Qadir al-Gilani (1077-1166) e la Ahl-e-Haqq o Ali Ilahi (gli appartenenti a questa setta credono nella divinità di Ali, quarto Imam e cugino di Maometto).

Esistono minoranze sciite nella regione del Kermanshah e di Khanaquin dove vi sono anche minoranze alawite. Infine ricordiamo che fino al 1950 viveva in Kurdistan un piccola minoranza ebrea, poi emigrata in Israele, che conserva tuttora le proprie tradizioni curde. Nonostante la stragrande maggioranza dei Curdi sia musulmana, la conversione all'Islam non é stata indolore; ci sono stati anche episodi di rinuncia in massa all'Islam da parte dei Curdi di Berudh nel sud dell'Iraq (il fatto é poco documentato).

Lingua, letteratura e musica
I Curdi sono una popolazione indoeuropea (anche se ne esistono varie tipologie) e la loro lingua appartiene al gruppo iraniano: é solo con il persiano che esistono delle similitudini linguistiche e non con l'arabo o il turco che é di origine uralo-altaica. Questa caratteristica linguistica era giá stata anticipata dallo studioso italiano Maurizio Garzoni che nel XVIII secolo scrisse la prima grammatica curda: Garzoni é quindi considerato uno dei padri della lingua curda.

La mancanza di una letteratura scritta non ha mai agevolato la formazione di un linguaggio uniforme, ma vi sono più dialetti parlati a seconda della zona di appartenenza. I due grandi gruppi dialettali sono il Curmanci e il Sorani. Nella zona del Dersim si parla un terzo dialetto, lo Zazai, che da alcuni linguisti non viene considerato come curdo.

Il Curmanci é parlato nel nord e ovest del Kurdistan e il Grande Zab, il principale affluente del Tigri, segna il confine oltre il quale si parla il Sorani. Nell'ambito del Curmanci si é sviluppato un ramo orientale ed uno occidentale parlati rispettivamente dai Curdi abitanti nell'ex U.R.S.S. e da quelli di Turchia, Siria, Iraq e Iran settentrionali.

Il vero grande problema del curdo non é tanto la varietà di dialetti quanto la scrittura. I primi tentativi di utilizzare l'alfabeto latino risalgono agli anni venti in Siria, dove i Bedir Khan con altri fuoriusciti della Turchia kemalista misero a punto un tipo di scrittura con caratteri latini adattato al nuovo alfabeto turco; il nuovo alfabeto curdo si chiamava Hawar, dal nome della rivista letteraria con la quale veniva diffuso. Contemporaneamente in U.R.S.S. veniva elaborato un adattamento del curdo all'alfabeto latino che verrà abbandonato agli inizi degli anni '40 a favore di quello cirillico.

Mentre per il dialetto Curmanci venivano adottati caratteri latini o cirillici, per il Sorani veniva perfezionato e adattato il sistema di scrittura arabo, anche per sottolineare l'appartenenza del Kurdistan al mondo islamico: infatti il Sorani è il dialetto prevalente in Iraq e in Iran. L'uso, quindi, di due grandi dialetti e tre tipi diversi di scrittura, hanno impedito la diffusione di una cultura omogenea. Per esempio esistono stridenti differenze tra il Kurdistan iracheno dove, soprattutto dopo il colpo di stato di Kassem del 1958, si è potuto scrivere molto di più, e il Kurdistan turco dove vive una buona metà dell'intera popolazione curda. E soprattutto ne ha risentito la letteratura classica che ha espresso i suoi capolavori nelle lingue "nazionali" per permettere una più ampia diffusione.

Il primo libro di storia medievale curda venne redatto in persiano. Si tratta dello Charaf Nameh (1596), scritto dal principe Sharaf al-Dine di Bitlis e narra delle differenti dinastie dei principi curdi. Autore importantissimo della letteratura curda, che scrisse anche in curdo, è Melaye Ahmady Djeziri. Di lui si sa solo che è vissuto nel quindicesimo secolo e che probabilmente è morto nel 1458 come è riferito in un manoscritto dell'emiro Djeladet Bedir Khan, il quale fa coincidere la sua morte con quella del sultano Mehmet Fatih. Il suo stile è influenzato dal sufismo del famoso mistico persiano Senai. Ci ha lasciato un "diwan" di duemila versi, che ancora oggi viene commentato nelle scuole coraniche.

Il grande classico della letteratura popolare curda è Ahmede Khani (1650-1706) che con il suo famosissimo Memozin tratta anche il tema dell'amore per la patria. Ecco un passo emblematico del Memozin: "Quando la nostra disgrazia sarà consunta ed avrà fine? Ci sarà allora amica la fortuna e ci risveglieremo un giorno dal letargo? Un conquistatore emergerà tra noi e si rivelerà un re? Se noi avessimo un re, il nostro denaro diverrebbe moneta battuta, e non resterebbe così sotto la dominazione del turco. Noi non saremmo rovinati nelle mani del gufo. Dio ha fatto così: ha posto il turco, il persiano e l'arabo sopra di noi. Mi stupisco del destino che Dio ha riservato ai Curdi. Questi Curdi che con la sciabola in mano hanno conquistato la gloria. Come è stato che i Curdi sono stati privati dell'impero del mondo e sottomessi agli altri? I Turchi e i Persiani sono circondati da muraglie curde. Tutte le volte che Arabi e Curdi si mobilitano, sono i Curdi che si bagnano nel sangue. Sempre divisi, in discordia, non ubbidiscono l'uno all'altro. Se noi fossimo uniti, questo turco, questo arabo e questo persiano sarebbero i nostri servitori". Il valore artistico del Memozin è inestimabile, in quanto riporta leggende come il Mame Alan, che fino ad allora venivano tramandate solo oralmente.

Le tracce di una letteratura curda risalgono al IX secolo, periodo in cui visse il poeta Dasni Husni le cui opere sono citate nello Charaf Nameh. In periodi più recenti troviamo i poeti Nali e Uafall, durante l'Ottocento; ma è nel nostro secolo che si sviluppa una corrente poetica che guarda ai problemi del tempo con impegno politico e sociale.

Il più noto poeta curdo del nostro secolo è Goran (1904-1962); famosi sono anche Bekas, Sherko Bekas, Huzni Mukriani (1886-1947), Hajar, Nourredine Zaza e tanti altri poeti legati soprattutto all'Accademia Scientifica Curda di Bagdad, che è stata in grado di pubblicare tantissime opere nei periodi di tranquillità politica dopo il 1958. Qui di seguito si riportano due poesie che raccontano il dramma curdo:

Io vado (Goran)
Io vado, madre.
Se non torno,
sarò fiore di questa montagna,
frammento di terra per un mondo
più grande di questo.
Io vado, madre.
Se non torno,
il corpo esploderà là dove si tortura
e lo spirito flagellerà,
come l'uragano, tutte le porte.
Io vado...madre...
Se non torno,
la mia anima sarà parola ...
per tutti i poeti.



Neve (Sherko Bekas)
Poveri "montanari",
il vostro amore è una neve...
una neve di quattro stagioni...
Nevica e m'imbianca il verso...
come posso lasciare che cada
nel male, e che si imbronci
il nostro cielo con me?
E come può ingrigire la polvere nera della rabbia
il suo candore bianco?
Abbassare la fronte
per rispetto al Halgurt dei vostri cuori.
Non c'è vita in me se non esplode il tempo
di quella vostra neve, ma non voglio
se non in quella neve morire.



Nella società curda, un posto privilegiato è riservato alla musica, poiché è il mezzo con il quale si trasmettono storia, poesia e sentimento politico. La canzone politica ha origini antiche; ne hanno scritte sia Feqehe Teyran nel XIV secolo che Ahmede Khani nel XVII. Dal punto di vista tecnico si può notare che la musica curda è di tipo modale: il "modo" curdo somiglia al modo dorico tanto quanto il flamenco spagnolo. Tale somiglianza può essere spiegata col fatto che l'invasione dorica dell'Ellade nel 1200 a.C. coincide con l'apparizione dei Medi. Oltre al legame storico, il modo curdo ha la stessa "passionalità" del flamenco sia nell'esecuzione, che coinvolge completamente l'artista (in curdo non c'é distinzione tra la parola "musica" e colui che suona lo strumento), sia nell'ascolto che rende l'ascoltatore partecipe a volte fino alle lacrime: tali caratteristiche comuni le ritroviamo anche nella danza, dove gli elementi di somiglianza sono anche più evidenti.

Il ramo più tipico della canzone kurda tradizionale è il Dengbej. Il Dengbej è una sorta di "canto parlato" per una voce solista melodicamente modulata, senza cadenze ritmiche e sovente senza accompagnamento strumentale; in genere si tratta di composizioni tristi, assai lunghe e lente. Un altro ramo della musica kurda è l'"Arbane", suonato con grandi tamburelli, uno strumento musicale nato circa tremilacinquecento fa in Mesopotamia. Tra gli strumenti musicali in uso tra i Curdi c'è anche il blur e il duduk, che sono due modelli di flauti, e il più tipico tenbur, un liuto a sei corde con un manico di circa un metro e la cassa di risonanza somigliante a quella di un mandolino. Un'ultima curiosità: l'inventore del plettro oltre che direttore della famosa scuola islamica di musica fondata dagli Arabi a Cordoba si chiamava Ziriyab (789-857) ed era un Curdo.

PARTE SECONDA


CAP. 1 - LE ORIGINI

1.1. DALL'ANTICHITÀ' AL XVIII SECOLO
Le origini del popolo curdo sono oscure e tuttora oggetto di controversia. La tesi più verosimile è che si tratti di una popolazione indoeuropea stabilitasi nella regione che abbiamo definito Kurdistan, e che per motivi geografici sia entrata in contatto con le popolazioni iraniche. Secondo B. Nikitine c'è anche la possibilità che si tratti di una popolazione autoctona come i Caldei, i Georgiani e gli Armeni, che in seguito abbia adottato un idioma iranico.

Sull'origine dei Curdi abbondano le leggende; secondo una di queste leggende citata da Masudi, uno storico arabo del X secolo, nelle "Preghiere d'Oro", un re persiano decise di mandare come omaggio a re Salomone quattrocento verginelle. La carovana che le trasportava fu però assalita dal diavolo, e le verginelle caddero in tentazione. Relegate su montagne lontane, le concubine infedeli ed empie che avevano ceduto alle tentazioni del diavolo, avevano dato alla luce dei bambini, che sposatisi tra di loro avevano dato vita alla razza dei Curdi.

Un'altra leggenda molto famosa narra del tiranno Zuhak che aveva due tumori sulle spalle che gli procuravano dolori indicibili, in quanto ne uscivano fuori due serpenti che si nutrivano del suo cervello. I medici non sapevano come guarirlo, ma Satana gli consigliò di mettere sulle ferite due cervelli di adolescenti ogni giorno. Il tiranno, impietositosi delle sue vittime, cominciò a sostituire il cervello degli adolescenti con quello di pecore, e così gli scampati si rifugiarono sulle montagne, dove si moltiplicarono col tempo.

Intanto in città viveva un fabbro di nome Kawa i cui nove figli erano stati uccisi dal tiranno. Kawa, rivoltatosi per la morte del suo ultimo figlio, fece del suo grembiule uno stendardo e raccolse così tutti gli abitanti della montagna, con i quali attaccò il palazzo del tiranno, che fu messo a morte. Tutto questo succedeva il 21 marzo del 612 a.C., per cui i Curdi considerano Kawa il loro padre e i giovani della montagna i loro antenati, e il 21 marzo rimane la festa nazionale del Nawroz (nuovo anno).

Il documento più antico di provenienza certa che riferisce di un popolo che può essere quello curdo è senz'altro l'Anabasi di Senofonte. Sull'Anabasi studiò anche Alessandro Magno, prima che partisse alla conquista della Persia. La storia racconta di un esercito di diecimila mercenari greci al seguito di un principe persiano, che partecipò ad una guerra di secessione persiana. Dopo che il principe persiano fu ucciso a tradimento, i diecimila iniziarono la ritirata passando per i monti Zagros. Qui si imbatterono nei Karduki, che facendo rotolare dei massi dalle montagne, riuscirono a rompere la gamba ad un soldato greco: questo avveniva tra il 401 e il 400 a.C.

Esistono inoltre antiche scritture sumere risalenti al 2000 e al 1000 a.C., che riferiscono l'una di una regione chiamata Karda-ka e l'altra Kurti-e. Altre scritte cuneiformi parlano del popolo dei Guti o Kuti, che gli Assiri riportano come Gardu o Kardu. Sono queste tribù Kuti che formano l'impero dei Medi o ne vengono integrati? Abbiamo notizia tramite tavole in pietra ritrovate nei pressi del lago Urmia, che tra l'825 e l'800 a.C. il re dell'Ararat Menouash, conosciuto anche col nome di Mani Chari Chanamei, effettuò delle spedizioni contro i re assiri Selim Nasser e Atur Naz Brial, per evitare che fossero loro ad attaccare il suo reame. Certa è la presa di Ninive, capitale dell'Assiria, nel 606 a.C., da parte dei Medi che verranno poi sconfitti da Ciro il Grande, il quale non riuscì mai ad assoggettarli completamente per motivi squisitamente geografici.

Con l'espansione arabo-islamica, la storia dei Curdi comincia ad essere certa. Il primo contatto tra Arabi musulmani e Curdi avvenne con l'occupazione di Tikrit e Hulwan nel 637. Masudi riferisce delle varie spedizioni che il califfo Omar dovette inviare contro i Curdi di Ahwaz nell'attuale Khuzestan, i quali si battevano per al-Hurmuzan, il governatore persiano di quella regione. Quantunque l'Islam fosse stato imposto, il curdo più famoso è anche il grande campione della "nuova religione". Si tratta di Saladino (curdo di padre), il grande guerriero musulmano che nel 1192 sconfisse i Crociati di Riccardo Cuor di Leone, dopo aver riconquistato Gerusalemme nel 1187. Nato a Tikrit (città natale di Saddam Hussein e di gran parte dei quadri dell'esercito iracheno), fondò la dinastia Ayyubi che rimase al potere nel regno d'Egitto e Siria ed arrivava ai confini dei monti Zagros; la dinastia si estinse nel 1252. E' difficile capire come mai Saladino non divenne re del Kurdistan, visto che i Curdi combatterono per lui: è certo però che in "patria" gli fu contestata addirittura la leadership della dinastia Ayyubi.

Tra l'XI e il XVI secolo il Kurdistan visse tre invasioni. La prima, quella turca, risale al 1051; la seconda dilagò nel XIII secolo quando i Curdi, che erano già in guerra contro l'impero degli Ilkhan persiani, si trovarono a fronteggiare la grande invasione mongola. Oltre al confronto militare, i mongoli sfruttarono le rivalità tra Curdi e cristiani, nei loro tentativi di penetrazione.

Le principali battaglie furono quelle di Chahrizur nel 1247, di Diyarbekir nel 1252, di Kermanshah e Arbil nel 1257, e infine nel 1259 nell'Hakkiari e a Djezire. In questa occasione fu decisiva l'alleanza dei principi curdi con i sultani mamelucchi, che insieme riuscirono a sconfiggere i mongoli. L'ultima invasione fu quella di Tamerlano (Timur-lenk) il grande conquistatore turcomanno che si scontrò con i Curdi nel 1402. Tamerlano rimase affascinato dal senso della giustizia del principe curdo di Bitlis, e ciò valse un buon grado di autonomia anche ad altri principati curdi finché rimase in vita. La morte di Tamerlano portò infatti a guerre sanguinose con altre tribù turcomanne: soprattutto la tribù Ak-Konyunlu, della dinastia Bayandur, praticherà una politica sistematica di sterminio nei confronti dei Curdi.

Ancora un secolo di guerre sconvolse il Kurdistan fino alla battaglia di Gialdiran nel 1514, che vide lo scontro fra i due grandi imperi del Medio Oriente, il persiano e l'ottomano. Il trattato di Gialdiran che ne seguì, sancì la definitiva divisione del Kurdistan in due sfere di influenza, ma fu proprio sfruttando la rivalità fra lo Shah di Persia e il Sultano ottomano che i principati curdi riuscirono a garantirsi una propria autonomia.

Il trattato fece passare sotto il controllo della Sublime Porta la maggior parte del territorio curdo e Selim I, il Sultano che lo firmò, diede una organizzazione di tipo feudale ai nuovi territori nominando governatore unico Hakim Idriss, principe di Bitlis. Fu proprio Idriss che organizzò amministrativamente il territorio in sangiaccati, creando una serie di province cuscinetto ai confini con la Persia e la Georgia. Diversa era invece la situazione in Persia dove lo Shah Ismail cercò di imporre ai territori curdi solo governatori persiani. La stabilità politica venne così raggiunta sia sfruttando le rivalità fra Shah e Sultano sia conservando la maggiore autonomia concessa dalla Sublime Porta. Nei secoli successivi si svilupparono le arti e la letteratura e, all'inizio del XIX secolo, troveremo una società curda identica a quella descritta nello Charaf Nameh due secoli prima. Il tramonto dell'impero ottomano segnerà anche la fine dell'autonomia dei principati curdi. I primi sollevamenti dei feudatari, gelosi dei privilegi acquisiti o aspiranti ad una maggiore giustizia sociale, caratterizzeranno tutti gli avvenimenti storici del XIX secolo.


Kuwait 

http://www.edt.it/lonelyplanet/microguide/text/222/storia.shtml

I primi insediamenti sul promontorio attualmente occupato da Kuwait City risalgono a non più di trecento anni fa. All'inizio del XVIII secolo il Kuwait non consisteva che in una manciata di tende ammassate intorno a una costruzione fortificata utilizzata anche come magazzino. In seguito le famiglie che vivevano nei pressi del forte cominciarono a dividersi i compiti relativi all'organizzazione della nuova comunità e la famiglia Al-Sabah, i cui discendenti regnano ora sul Kuwait, venne incaricata della legislazione locale e del mantenimento dell'ordine. Il piccolo insediamento si sviluppò rapidamente e nel 1760, quando la città veniva per la prima volta circondata da mura, la flotta del Kuwait contava ormai 800 dhow e le sue carovane di cammelli raggiungevano regolarmente Baghdad e Damasco.
All'inizio del XIX secolo il Kuwait vantava un porto attivissimo, ma purtroppo all'orizzonte - nel senso letterale del termine - si stavano delineando i primi problemi. Non si è mai saputo con certezza se il Kuwait sia stato parte dell'impero ottomano, sebbene la storia ufficiale del paese sostenga fermamente che lo sceiccato sia sempre rimasto indipendente dal dominio turco. Durante la seconda metà del XIX secolo i kuwaitiani mantennero buoni rapporti con i turchi riuscendo con molta abilità a non lasciarsi assorbire dal loro impero, mentre i turchi cercavano in ogni modo di rafforzare il loro potere sull'Arabia orientale (all'epoca conosciuta come Al-Hasa).
Questo passo portò alla ribalta una figura di primaria importanza per la storia del Kuwait moderno: quella dello sceicco Mubarak al-Sabah al-Sabah, comunemente conosciuto come Mubarak il Grande, che regnò dal 1896 al 1915. Mubarak non si fidava affatto della Turchia ed era convinto che Costantinopoli avesse in mente di annettersi il Kuwait. Passò quindi all'azione e per prima cosa assassinò suo fratello, l'emiro, quindi fece lo stesso con un altro fratello e s'installò sul trono come regnante. Nel 1899 Mubarak firmò il seguente accordo con l'Inghilterra: in cambio della protezione navale inglese, egli prometteva di non cedere territorio né di chiedere aiuto né di procedere a negoziati con qualsiasi altro stato straniero senza il consenso britannico. L'obiettivo dell'Inghilterra nel firmare tale trattato era quello di tenere la Germania, in quel momento principale alleato e sostenitore finanziario della Turchia, lontana dal Golfo Persico. I turchi intanto continuavano a rivendicare la loro sovranità sul Kuwait pur non essendo in grado di far valere le loro pretese.
All'inizio degli anni '20 il Kuwait si trovò più volte a dover fronteggiare e respingere gli attacchi dell'esercito di Abdul Aziz bin Abdul Rahman Al-Saud, il fondatore della moderna Arabia Saudita. Nel 1923 si pose fine ai combattimenti con un trattato cui gli inglesi fecero da tramite e che ebbe come conseguenza, nel 1934, l'ottenimento di una concessione da parte di una società petrolifera anglo-statunitense conosciuta come Kuwait Oil Company (KOC). I primi pozzi furono scavati nel 1936 e alla fine del 1938 era ormai risaputo che il Kuwait galleggiava praticamente nel petrolio. Lo scoppio della seconda guerra mondiale obbligò la KOC a sospendere le operazioni estrattive, ma al termine della guerra, quando le esportazioni di petrolio cominciarono a decollare, l'economia del Kuwait fece altrettanto; a mano a mano che il paese si arricchiva si registravano miglioramenti straordinari nel campo della sanità, dell'istruzione e in generale nel livello di vita dei suoi abitanti.
Il 19 giugno 1961 il Kuwait divenne uno stato indipendente e con le elezioni dell'anno seguente venne costituita la prima Assemblea Nazionale. La maggior parte dei seggi fu accaparrata dai membri delle più ricche famiglie del paese, ma i radicali riuscirono fin dall'inizio ad assicurarsi un punto d'appoggio all'interno del governo. Nell'agosto del 1976 il governo si dimise sostenendo che l'assemblea aveva reso praticamente impossibile l'amministrazione quotidiana del paese. L'emiro sospese la costituzione, sciolse l'assemblea e chiese al principe ereditario (al quale per tradizione è anche affidato l'incarico di primo ministro) di formare un nuovo governo. Non furono indette nuove elezioni che nel 1981, ma la nuova maggioranza si rivelò turbolenta come la prima e il parlamento venne nuovamente sciolto nel 1986.
Nonostante le tensioni economiche e politiche, le prospettive economiche del paese (e del Golfo) sembravano molto favorevoli, soprattutto al termine della lunga guerra che per otto anni aveva visto Iran e Iraq su fronti opposti. Piombò quindi come un fulmine a ciel sereno la lettera inviata dall'Iraq il 16 luglio del 1990 al segretario generale della Lega Araba, con la quale si accusava il Kuwait di aver superato la sua quota OPEC e di aver sottratto petrolio al settore iracheno di un campo petrolifero situato a cavallo del confine. Il presidente iracheno Saddam Hussein minacciava un'azione militare. Nelle due settimane successive una serie di inviati si fece in quattro per offrire all'Iraq un modo per ritirarsi dal conflitto senza perdere la faccia, ma non ci fu niente da fare: i carri armati iracheni entrarono a Kuwait City il 2 agosto ed entro mezzogiorno avevano raggiunto la frontiera saudita. L'emiro e il suo governo fuggirono in Arabia Saudita.
Le Nazioni Unite approvarono immediatamente una serie di risoluzioni con le quali si chiedeva all'Iraq di ritirarsi dal Kuwait, ma gli iracheni risposero dichiarando di essere entrati in Kuwait su invito di un gruppo di kuwaitiani ribelli che sostenevano di aver rovesciato l'emiro. L'8 agosto l'Iraq annesse l'emirato. I paesi occidentali, sotto la guida degli Stati Uniti, iniziarono a mettere in pratica un embargo commerciale decretato dalle Nazioni Unite e nei mesi successivi oltre mezzo milione di soldati stranieri si acquartierarono in territorio saudita.
Alla fine di novembre gli USA e l'Inghilterra riuscirono a ottenere dalle Nazioni Unite una risoluzione che autorizzava l'uso della forza per scacciare gli iracheni dal Kuwait se questi non se ne fossero andati spontaneamente entro il 15 gennaio 1991. La scadenza fu superata senza che gli iracheni accennassero a muoversi e nel giro di poche ore ondate successive di aerei alleati (soprattutto americani) diedero il via a una campagna di bombardamenti sull'Iraq e sul Kuwait durata cinque settimane. L'offensiva di terra, quando fu infine avviata, rivelò immediatamente la debolezza dell'avversario, perché in sole cento ore l'esercito iracheno si disintegrò completamente. Alla fine di febbraio, le forze alleate entrarono a Kuwait City asfissiando in nere e pungenti nuvole di fumo causate dall'incendio di centinaia di pozzi di petrolio, cui gli iracheni avevano dato fuoco a mano a mano che si ritiravano.
Il governo si diede subito da fare non solo a ricostruire il Kuwait, ma a ricrearlo esattamente com'era prima dell'invasione irachena, mentre nel paese si scatenava un acceso dibattito sul futuro politico. Per mantenere una promessa che la sinistra aveva strappato all'emiro durante l'occupazione, nell'ottobre 1992 si tennero le elezioni per una nuova Assemblea Nazionale. L'opposizione sbalordì il governo con la conquista di oltre 30 dei 50 nuovi seggi parlamentari e di sei dei 16 incarichi governativi all'interno dell'esecutivo, sebbene la famiglia Al-Sabah riuscisse a mantenere il controllo di ministeri d'importanza fondamentale come la difesa, gli affari esteri e quelli interni.
Entro il secondo anniversario dell'invasione il governo del Kuwait era ormai riuscito a cancellare quasi completamente le ferite della guerra e dell'occupazione, ma i rapporti con l'Iraq rimanevano molto tesi. Nel 1994 il Kuwait condannò diversi iracheni con l'accusa di aver tentato di assassinare il presidente americano George Bush nel corso della sua visita nell'emirato l'anno precedente. Secondo il Kuwait, il complotto era stato scoperto e sventato all'ultimo momento.
Oggi il Kuwait dedica molte risorse alla rimozione delle mine sul suo territorio e a cercare di porre rimedio ai danni ambientali causati dagli iracheni durante la ritirata, operazioni sovvenzionate dalle Nazioni Unite con la somma di US$5,9 miliardi. La legge prevede che il dieci per cento dei profitti ricavati dall'esportazione del petrolio venga investito in un fondo destinato a essere utilizzato il giorno in cui le imponenti riserve petrolifere del Kuwait venissero a mancare. All'ordine del giorno dei politici ci sono anche i diritti delle donne: nel maggio 1999 l'emiro decretò che le donne avrebbero potuto votare per la prima volta e presentarsi come candidate nelle elezioni del 2003, ma tale mozione non è stata approvata dal Parlamento.
Dopo la caduta di Saddam Hussein, Kuwait e Stati Uniti discutono sulla possibilità di investire gli indennizzi dovuti al Kuwait a titolo di risarcimento dei danni subiti nel settore petrolifero durante e dopo l'occupazione irachena (per un ammontare di circa 20 miliardi di dollari), nel settore petrolifero iracheno, dopo la sua privatizzazione.


 

PAKISTAN

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La divisione di India e Pakistan in due stati separati e nemici

Storia del conflitto indo-musulmano fino alla creazione del Pakistan

Il deflagrare del conflitto fra indù e musulmani è un fatto recente, questa è la breve storia di come una pacifica convivenza può tramutarsi in un'immane catastrofe in nome dell'avidità, dell'arroganza, e del fanatismo.

Massimiliano Pizzirani

23 settembre 2005

 

Una delle grandi tragedie del XX secolo è stata la divisione di India e Pakistan in due stati separati e nemici dopo molti secoli di convivenza non proprio totalmente ma di certo sommariamente pacifica di indù e musulmani.
I musulmani entrarono in India molto presto nella loro storia, già nell'VIII secolo il califfato conquistò il Sindh, regione occidentale del subcontinente indiano, ma fu solo nel XIII secolo che l'islam entrò prepotentemente in tutta l'India settentrionale con l'invasione turco-afghana che portò alla creazione del sultanato di Delhi nel 1206.
Da allora l'induismo e l'islam hanno convissuto insieme, all'inizio i musulmani erano solo una ristretta minoranza di conquistatori ma poi molti si convertirono e l'islam entrò a far parte delle tante tradizioni religiose indiane senza grandi contraddizioni nonostante la religione più monoteista della storia si trovasse a convivere con adoratori di idoli con pantheon dallo spropositato numero di divinità. Nonostante molti ulama (i dottori della legge coranica) cercassero di spingere i governanti a forzare gli indù alla conversione e ad imporre le leggi della sharia quasi tutti i governi islamici cercarono la collaborazione degli indù, anche perché questi ultimi erano numericamente molto superiori a loro e non era possibile pensare di governarli solo con la forza bruta.
Col passare del tempo l'islam smise di essere solo la religione dei potenti conquistatori, il sultanato cadde, nuovi stati più piccoli si formarono, alcuni indù e altri musulmani, poi vi fu la creazione dell'impero Mughal nel 1526, il più grande stato musulmano (e non) della storia indiana prima dell'India britannica. Fino alla conquista inglese non vi furono scontri comunitari, essi incominciarono per via della politica del governo coloniale.
Gli inglesi, come i sultani di Delhi e gli imperatori mughal, si trovavano ad avere il problema di governare una moltitudine di indiani avendo a disposizione un numero di forze molto limitato. Anche allora l'India era molto popolata, se vi fosse stata dunque una sommossa generale, o anche di gran parte della popolazione, l'esercito per quanto molto meglio armato e addestrato avrebbe avuto la peggio, dunque gli inglesi scelsero in un primo tempo di non immischiarsi troppo nelle faccende sociali e religiose indiane e lasciare che loro vivessero secondo i loro costumi, dal momento che alla fine ciò che era importante era che l'India pagasse le tasse e fornisse uomini per l'esercito imperiale.
Questo atteggiamento cambiò con la grande rivolta del 1857-58, quando molti dei soldati indiani dell'esercito britannico si ammutinarono e furono seguiti da una considerevole parte della popolazione. Tutto inizio dalle voci secondo cui le cartucce di un nuovo fucile erano unte con grasso di vacca (sacra agli indù) o di maiale (immangiabile per i musulmani), e che avrebbero dovuto essere prese con i denti nel processo di caricamento. Vi erano certo altre cause, come la paga di molto inferiore ricevuta dagli indiani in confronto ai soldati inglesi, ma il fatto che fosse stata una motivazione religiosa ad essere la miccia della grande rivolta (che per quanto destinata in partenza alla sconfitta andò molto vicina a cacciare gli inglesi dall'India) convinse il governo coloniale che non si poteva più lasciare gli indiani a briglia sciolta. Oltre a varie riforme dell'esercito per aumentare il numero di soldati inglesi e per escludere quelle categorie sociali che erano state coinvolte nella grande rivolta per mantenere più facilmente il controllo i britannici cercarono l'alleanza dei ceti dominanti. Questo ebbe una conseguenza che può sembrare assurda, e cioè che gli inglesi divennero i primi difensori del sistema castale e delle leggi tradizionali.
Il dominio inglese aveva causato un terribile impoverimento dell'India, le cui risorse economiche erano risucchiate dai colonizzatori per finire tutte nella madrepatria, questo causò anche un irrigidimento della società. Non era possibile creare industrie locali (come gli ultimi governanti prima della dominazione britannica stavano tentando di fare), perché l'India doveva essere solo una produttrice di materie prime, agli occhi degli inglesi non era affatto necessario lo sviluppo economico, anzi era controproducente perché avrebbe creato concorrenza per le industrie inglesi. Così L'India si bloccò magicamente diventando quella che gli studiosi orientalisti europei descrivevano come una terra senza storia e senza progresso. Gli inglesi utilizzarono molti orientalisti come consiglieri per sapere come agire nei confronti della popolazione, come cioè essa doveva essere governata, e questo finì per essere disastroso per l'India. Gli orientalisti non sapevano né capivano nulla, erano tutti presi a creare il mito della superiorità occidentale e diversi di loro non erano nemmeno mai stati realmente in India, conoscevano solo gli antichi testi della tradizione, e partendo dal presupposto che gli indiani non conoscono il progresso pensarono bene che governarli significasse applicare leggi contenute in testi vecchi di 15-20 secoli, perché tanto nel frattempo la società non doveva essere cambiata.
Così gli inglesi con la loro politica economica e il loro governo fecero nascere la cosiddetta "India tradizionale", in pratica cioè crearono loro quell'idea di India che era nella mente degli orientalisti.
Purtroppo accanto ai movimenti per le riforme sociali e religiose e per l'ottenimento dell'indipendenza si svilupparono anche i movimenti tradizionalisti, essi sono sopravvissuti fino ai giorni nostri e hanno avuto un peso sostanziale nell'aiutare gli inglesi a creare una frattura fra indù e musulmani, convincendo una parte notevolmente larga della popolazione che essere indiano significava essere indù.
Per quanto riguarda i musulmani il governo coloniale ebbe l'idea di usarli per creare scompiglio nella società indiana. Dal momento che dalla fine dell'800 i movimenti riformisti che aspiravano ad una futura (per quanto graduale e magari non totale) indipendenza dell'India si facevano sempre più forti quando nel 1906 l'Aga Khan (il capo dei musulmani ismaeliti) chiese udienza al vicerè lord Morley chiedendo, in nome dell'importanza storica e culturale dell'islam, degli elettorati separati per i musulmani e una iperrappresentanza che desse loro un numero di seggi superiore alla loro reale presenza demografica la sua richiesta fu subito accolta. In questo modo privilegiando i musulmani gli inglesi si aspettavano di creare un altro strato della popolazione che sarebbe diventato filobritannico perché in cerca della protezione inglese (come già erano i principi, i proprietari terrieri e i grandi mercanti), mettendo l'uno contro l'altro indù e musulmani.
Sempre nel 1906 si ebbe la creazione della lega musulmana (muslim league) che si proponeva di rappresentare gli interessi politici dei musulmani indiani e fare da contraltare al congresso (all-India congress), che era fino ad allora il principale partito politico che lottava per ottenere una indipendenza almeno limitata.
Ma questo fu solo l'inizio, perché la lega e il congresso per quanto divisi su alcuni punti miravano entrambi all'indipendenza dell'India, e su questo almeno inizialmente trovarono un accordo comune che li fece unire in alleanza. Tuttavia i rapporti comunitari erano destinati a deteriorarsi in maniera decisiva negli anni a venire. Proprio in quel periodo (1905) vi fu la decisione da parte del vicerè lord Curzon di dividere in due il Bengala. Curzon era un efficientista e la regione del Bengala era la più vasta e popolosa dell'India britannica, pensava dunque di dividerla per migliorare la possibilità di governarla, e decise per una divisione di tipo religioso: da una parte i territori a maggioranza indù e dall'altra quelli a maggioranza musulmana. Questa decisione portò a violenti moti di protesta ma fu attuata comunque. I musulmani che vivevano nel Bengala orientale dopo la spartizione godettero di condizioni migliori, avendo l'opportunità di accedere all'amministrazione pubblica (per decisione del governo coloniale), ed erano quindi restii a protestare anche loro contro la spartizione, il movimento di protesta proseguì ancora a lungo ma a poco a poco calò di intensità. Non esisteva ormai più quando salì al trono Giorgio V nel 1911, il re, che quando aveva visitato l'India era rimasto colpito dalle proteste per la spartizione, la fece revocare quando ormai sembrava una cosa fatta e pareva non ce ne fosse più ragione. Questa decisione deluse profondamente i musulmani, i quali persero totalmente fiducia negli inglesi che apparivano agire illogicamente ed essere contrari all'islam, così le correnti politiche più radicali ebbero la meglio nel rilanciare l'idea della difesa degli interessi della comunità musulmana, vista sempre di più come una comunità a parte e sempre più circondata da nemici.
Il congresso e la lega negli anni che li videro lottare per l'indipendenza passarono dall'alleanza al conflitto, soprattutto per la questione degli elettorati separati e perché da parte della dirigenza del congresso c'era l'idea di fondo di voler fare l'India da soli in quanto veri unici rappresentanti del popolo indiano, mentre la lega era vista come una organizzazione settaria senza alcun diritto di autorità. Dopo 20 anni di tentativi di accordo nel 1937 Ali Jinnah, capo della lega musulmana, decise che non era possibile scendere a patti col congresso ed era necessario distruggerlo. Fu in quel periodo che nei suoi discorsi incomincio a nascere l'idea del Pakistan, di una terra in cui i musulmani avrebbero potuto essere padroni e non sempre una minoranza bisognosa di protezione, ed anche l'idea che i musulmani fossero una comunità staccata ed altra rispetto al resto della popolazione indù (idea che storicamente non ha alcun fondamento, e che probabilmente lo stesso Jinnah non intendeva in maniera così netta come poi fu applicata).
Gli incidenti inter-comunitari crebbero di anno in anno, e ai vertici un accordo era ormai impossibile. Nehru, a capo del congresso, e Gandhi, che anche quando si ritirò ufficialmente dalla politica comunque esercitava la sua autorità, erano entrambi assolutamente contrari all'idea della divisione dell'India, tuttavia negli anni '40 chiunque osservasse la situazione con un po' di realismo si rendeva conto che ci si era spinti ormai troppo oltre e, una volta ottenuta l'indipendenza alla fine della guerra, la separazione sarebbe stata inevitabile.
Nel 1946 si cercava di definire i termini del passaggio dei poteri agli indiani, ma il congresso e la lega continuavano a litigare stupidamente rendendo di fatto vane le trattative. Il 16 agosto la lega indisse una giornata di protesta per dimostrare il suo effettivo seguito popolare, il risultato fu lo scoppio a Calcutta di una tremenda guerra civile che causò in meno di un mese più di 4000 morti e 10000 feriti e che si diffuse a tutto il resto dell'India provocando continui episodi di violenze e distruzioni che non era più possibile fermare.
Il 15 agosto 1947 si ebbe la creazione dell'India e del Pakistan, ma essa avvenne in un bagno di sangue. Il Punjab, la storica regione culla di tutti i più grandi stati dell'India del nord, venne diviso a seconda della religione dei suoi occupanti, gli scontri furono seguiti da immense emigrazioni di milioni di indù che fuggivano dal Pakistan e musulmani che fuggivano dall'India causando nel solo Punjab circa 180000 morti. La divisione ha inoltre creato due stati separati e nemici occupati a pensare di distruggersi l'un l'altro, segno che l'andare per la propria strada spesso non è sinonimo di pace.
Non si parla qui di Gandhi o di Nehru e delle loro idee politiche perché sarebbe troppo lungo, però affinché questa storia abbia un senso è necessario dire qualche parola riguardo ai protagonisti che nel bene e nel male l'hanno creata.
Chi ha gettato il seme che ha portato a questa divisione che ora sembra così irrevocabile non è stato l'induismo pervaso di tradizionalismo, né il classico fanatismo che è attribuito ai musulmani, ma è stata colpa degli inglesi, dei loro interessi economici e politici.
Gandhi è morto nel 1948, era allora un uomo molto triste e deluso che vedeva il suo sogno di un'India ambasciatrice della non violenza nel mondo sfumare per sempre. All'inizio di quell'ultimo anno di vita tuttavia trovò comunque la forza per lottare ancora e cercare almeno di diminuire il massacro, minacciando di lasciarsi morire di fame fermò magicamente la popolazione di Delhi dall'unirsi alla guerra civile. Pochi giorni dopo venne ucciso da un integralista indù. Fu allora che l'immensa ondata di violenza che si era propagata di colpo si fermò, l'assasinio (insensato anche perché Gandhi aveva allora già 77 anni) di colui che non aveva mai fatto differenze fra indù e musulmani riportò le folle alla ragione mostrandogli la futilità dei loro gesti. Fu così che il Mahatma ottenne con la sua morte quello che all'apparenza non aveva mai ottenuto in vita con tanti movimenti di protesta non violenta in India.
Nehru ebbe poi in mano le redini dello stato indiano per vent'anni, ed è a lui che si deve il carattere laico dell'India moderna. Senza di lui le forze conservatrici avrebbero creato uno stato indù integralista esattamente come poi è divenuto integralista il Pakistan. Lo si può accusare di non aver mai voluto trovare un accordo con la lega, creando poi una spaccatura decisiva, ma non lo fece mai con l'idea di fare qualcosa contro i musulmani, ma per la volontà di creare uno stato che rappresentasse tutti i mille volti dell'India.
E per ultimo Jinnah. Il Pakistan viene additato come un esempio del fanatismo musulmano. Jinnah non era un uomo religioso, e non gli è mai interessato difendere l'islam in quanto religione, lui voleva difendere la comunità islamica, le persone. Se poi la storia del Pakistan ha preso una certa direzione non è colpa sua né dell'islam o dei Pakistani, sarebbe successa la stessa cosa in India senza la fortissima personalità di Nehru, perché ormai non bastavano più le buone intenzioni dei protagonisti per evitare la tragedia. La colpa è da attribuire alla Storia stessa, quella con la S maiuscola, perché nella vita degli uomini come delle nazioni quando si oltrepassano certi limiti poi si può solo precipitare, e se questa storia nella Storia ha qualcosa da insegnare è proprio di fermarsi prima che quel limite venga superato.

http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Ottobre-2001/

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Guerra totale contro un pericolo diffuso

 

Gli ambigui legami del Pakistan



di Selig S. Harrison*

 

Ottobre 1999, una data decisiva nella storia del Pakistan. L'esercito rovescia il primo ministro Nawaz Sharif eletto nel 1997 (1). Per la prima volta alcuni gruppi militanti islamici, strettamente legati a Osama bin Laden, dispongono di un diritto di veto sulla politica estera e sulla difesa del paese. Il regime militare sceglie un uomo moderato e filo-americano, il generale Pervez Musharraf. Fin dall'inizio, tuttavia, quest'ultimo dipende da una cricca di generali nazionalisti intransigenti che per un decennio e in modo sistematico hanno costruito una rete di gruppi islamici militanti nel Pakistan e in Afghanistan, punta avanzata dei loro sforzi per destabilizzare l'India. A Islamabad, il potere effettivo è tutto nelle mani del generale Mohammed Aziz, personaggio chiave del colpo di stato in quanto vice di Pervez Musharraf alla testa dello stato maggiore, promosso in seguito al comando militare della regione di Lahore. Di origine indiana, di lingua urdu, Musharraf non dispone di alcuna base etnica in Pakistan.
In compenso, il generale Aziz parla punjabi, la lingua della provincia del Punjab che domina il Pakistan; inoltre, Aziz è uno dei dirigenti del clan dei Sudhan, forte di 75mila elementi, noto per la sua solida tradizione religiosa e guerriera. Sono loro che controllano il distretto di Poonch, nella parte pakistana del Kashmir. All'inizio del 1999, il generale Aziz, grazie alle sue radici nel Kashmir, pianifica e organizza l'invasione della regione di Kargil, dal lato indiano della linea del cessate il fuoco (2). Prima e dopo la guerra in Afghanistan, ha sempre diretto le attività dei servizi segreti pakistani in questo paese. Ha organizzato campi di addestramento al confine tra Afghanistan e Pakistan per due reti di organizzazioni islamiste. Il più importante, Lashkar-e-Taiba, è formato per lo più da pakistani, ma anche da numerosi afghani membri della polizia politica dei taliban incaricata della repressione degli oppositori. L'altro, Harakat-ul-Ansar, ha tra l'altro dirottato verso Kandahar, nel gennaio 2000, un aereo delle linee regolari indiane ed è stato denunciato come «gruppo terrorista» dagli Stati uniti nel 1997; fu uno dei bersagli dei missili lanciati il 20 agosto 1998, diretti sulle infrastrutture di bin Laden come rappresaglia dopo i due attentati alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania. Le origini di questa linea intransigente, che ha preso il sopravvento tra le forze armate pakistane, risalgono al movimento d'indipendenza del Bangladesh e all'appoggio indiano alla secessione del 1971. L'umiliante sconfitta pakistana in questo conflitto ha traumatizzato l'esercito.
Un'intera nuova generazione di ufficiali è cresciuta con la ferma determinazione di ottenere la parità militare e politica con l'India.
La generazione degli ufficiali cosmopoliti educati nel collegio militare britannico di Standhurst - rappresentata dall'ex presidente Ayub Khan (1958-1971) - è stata sostituita da una nuova leva di ufficiali usciti dai ceti medi e rurali, più limitati e meno cosmopoliti. Molti di essi si sono mostrati sensibili all'appello degli islamisti e dei gruppi che si sono bruscamente sviluppati con l'incoraggiamento del regime del presidente Zia Ul Haq (1977-1988) durante la guerra d'Afghanistan. Zia Ul Haq ha deliberatamente fatto crescere una casta potente di ufficiali, concentrati nei servizi segreti e animati da un'ideologia che coniuga il nazionalismo anti-indiano e il messianesimo islamico.
Il 29 giugno 1988, sei settimane prima di morire, il dittatore spiegava, nel corso di un colloquio, che il suo obbiettivo era un «nuovo allineamento strategico» nell'Asia del sud. Il Pakistan - diceva - ha bisogno di uno stato satellite in Afghanistan, in modo da garantire la stabilità del suo fianco occidentale e da poter affrontare l'India senza temere di essere preso alle spalle. Inoltre, aggiungeva, il Pakistan è in grado di dirigere una confederazione pan-islamica. «Voi americani avete voluto che fossimo uno stato di frontiera. Col nostro aiuto in Afghanistan, abbiamo ottenuto il diritto di avere a Kabul un regime scelto da noi. Ci siamo presi dei rischi per avere questo ruolo e non consentiremo che la situazione regionale ritorni quella di prima, con l'influenza indiana e sovietica e rivendicazioni sul nostro territorio.
Vedrete che a vincere contro i musulmani dell'Unione sovietica sarà un giorno un vero stato islamico, una vera confederazione islamica, una parte della rinascita pan-islamica. Tra Pakistan e Afghanistan saranno aboliti i passaporti. E forse un giorno si uniranno a noi il Tagikistan e l'Uzbekistan e, perché no, anche l'Iran e la Turchia».
L'affermazione di un islam militante nell'Asia meridionale si spiega con l'appoggio incondizionato dato dagli Stati uniti a Zia Ul Haq e ai suoi servizi segreti, l'Interservices Intelligence Directorate (Isi), durante la guerra d'Afghanistan. L'amministrazione Reagan perseguiva un obiettivo di corto respiro rispetto all'avventura dei sovietici in Afghanistan: lasciare che si dissanguassero e vi si impantanassero in modo da costringerli ad allentare la pressione in altri punti. Washington ha commesso l'errore storico di lasciare che il Pakistan decidesse quali gruppi della resistenza afghana avrebbero intascato la maggior parte dei tre miliardi di dollari che gli Stati uniti e i loro alleati avrebbero investito nel conflitto. L'Isi ha dato la preferenza ai gruppi estremisti che rappresentavano una piccola minoranza di afghani. Incoraggiando le associazioni islamiche militanti del mondo intero a unirsi alla jihad in Afghanistan, la Cia ha commesso un altro errore.
Il paese è diventato una base per Osama bin Laden e per vari gruppi durante la seconda metà degli anni '80, mentre i Sovietici erano ancora presenti nel paese. Un'ondata che si è intensificata con l'appoggio dell'Isi e della Cia anche dopo la loro partenza nel 1989 e a causa della resistenza, del tutto imprevista, del regime filo-comunista.
Agli avvertimenti che arrivavano loro da più parti che il mostro che stavano creando potesse sfuggire al loro controllo, i dirigenti americani rispondevano: più gli jihadisti saranno militanti, più combatteranno fanaticamente i russi o i loro alleati. I responsabili pakistani di questa politica, gli ex-generali dell'Isi, sarebbero diventati i protagonisti chiave del regime militare che si è impadronito del potere nel 1999. L'Isi canalizzava gli aiuti verso gruppi islamisti più militanti, molto meno influenti degli elementi moderati della resistenza, la cui base si collocava nelle tribù pashtun (3). Il Pakistan temeva che, finita la guerra, la maggioranza pashtun d'Afghanistan rivendicasse di nuovo la provincia pakistana della Northwest Frontier, a maggioranza pashtun. Questa regione era stata conquistata dai britannici e data al Pakistan dopo l'indipendenza, nel 1947 (4).
Secondo l'Isi, occorreva formare collaborazionisti afghani in grado di costruire e dirigere uno stato vassallo dopo la guerra. I servizi segreti hanno in un primo tempo scelto Gulbuddin Hekmatyar, il dirigente del gruppo ultra-radicale Hezb-i-Islami, che tuttavia poteva contare su scarsi appoggi interni ed è stato dunque abbandonato con l'arrivo dei taliban (5). Questi costituivano una risposta afghana autentica alla corruzione dei gruppi della resistenza. Anche se, contrariamente a Hekmatyar, i mullah che hanno lanciato il movimento disponevano di una vera base locale, questa non sarebbe mai bastata ad assicurare loro la vittoria. Una vittoria che non deve granché agli studenti delle madrasa (scuole religiose). Essi hanno vinto solo grazie all'Isi e all'esercito pakistano che ha fornito loro le armi, un sostegno logistico e uomini - non soltanto militari pakistani, ma anche ufficiali e soldati del vecchio esercito comunista, ormai arruolati dall'Isi.
D'altro canto, l'Isi ha utilizzato il denaro dell'aiuto americano per assicurarsi una base solida all'interno delle istituzioni dell'esercito e della burocrazia pakistani. L'Isi ha continuato a sfuggire a ogni controllo sia durante i regimi civili di Benazir Bhutto (1993-1996) e di Nawaz Sharif (1997-1999), sia sotto le dittature militari. Nel febbraio 1999, Nawaz Sharif ha lanciato in direzione dell'India una offensiva di pace che ha avuto il suo punto più alto a Lahore durante l'incontro al vertice con il primo ministro Atul Behari Vajpayee.
Ha così scatenato la forte opposizione dell'Isi e dei suoi alleati dell'alto comando, diretti dal generale Mohammed Aziz. L'offensiva di Kargil del mese di maggio, una flagrante violazione della linea del cessate il fuoco nel Kashmir, puntava a sabotare questa apertura di pace. Nawaz Sharif è stato consultato solo all'ultimo momento, quando ormai l'offensiva non poteva più essere fermata. E alla fine, in agosto, è riuscito comunque a far prevalere le sue posizioni ottenendo il ritiro delle forze pakistane, nonostante le violente proteste dell'esercito e dell'Isi. Ne è seguito un braccio di ferro che ha portato alla sua destituzione mediante un colpo di stato. Tensione negli alti gradi dell'esercito Sebbene Musharraf abbia promesso elezioni per il prossimo anno, il suo ruolo di uomo di paglia sembra andargli a genio e le forze armate, con i loro alleati dei gruppi islamisti militanti, resteranno in futuro la forza determinante. Le pressioni americane per una cooperazione di tipo militare e di intelligence nella caccia a Osama bin Laden hanno ravvivato le tensioni già assai vive all'interno del regime militare. Se il presidente Musharraf si mostra troppo bendisposto rispetto alle richieste americane, potrebbe essere rovesciato da un colpo di stato. Ma l'opzione più probabile è che conceda il minimo possibile agli Stati uniti - in cambio del massimo in termini di concessioni (è appena riuscito ad ottenere il ritiro delle sanzioni americane contro Islamabad) - evitando al contempo lo scontro con le frange più estreme. Chiuderà probabilmente un occhio sulla prosecuzione del sostegno clandestino dell'Isi ai taliban. Islamad non è disposta a rinunciare al suo obiettivo di trasformare l'Afghanistan in uno stato satellite e a realizzare il sogno del dittatore Zia Ul Haq di un «riallineamento strategico» nella regione.

 

note:
*Membro di The Century Foundation, Washington. Autore, in particolare, con Diego Cordovez, di Out of Afghanistan: The Inside Story of the Soviet Withdrawal, American Philological Association, 1995.
(1) Si legga Ignacio Ramonet, «Il Pakistan e gli altri», Le Monde diplomatique/il manifesto, novembre 1999.
(2) Si legga Negarajan V. Subramanian, «Ombre nucleari sul Kashmir», Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 1999.
(3) Fino al diciannovesimo secolo, lo stato afghano - creato nel 1747 dalle tribù pashtun guidate da Ahmad Shah Durrani - comprendeva le zone pashtun dell'attuale nord-ovest del Pakistan. Poi, nell'ambito del «grande gioco», il raj britannico ha annesso la parte del territorio afghano situato tra il fiume Indo e il Khyber Pass. La metà dei pashtun sfuggì così al controllo di Kabul. A questa ferita, la Gran Bretagna aggiunse un ulteriore insulto, imponendo nel 1893 la linea Durant, che avallava la conquista, e cedendo poi il territorio al Pakistan, nel 1947. Con questa divisione dei pashtun, i britannici creavano un irredentismo esplosivo che avrebbe ossessionato i successivi regimi di Kabul, a dominazione pashtun, e ha contriibuito ad avvelenare le relazioni tra Pakistan e Afghanistan.
(4) «Divisions de la résistance et conflits ethnique hypothèquent l'avenir de l'Afghanistan», Le Monde diplomatique, aprile 1988.
(5) Si legga Ahmad Rashid, «In Afghanistan, l'ora dei taliban», Le Monde diplomatique/il manifesto, aprile 1995 e Gilles Dorronsoro.
«Afghanistan isolato, taliban più forti», giugno 2001.


(Traduzione di M. G. G.)


SIRIA 

 

1 - La Siria tra '800 e '900: l'influenza francese e il mandato internazionale (1920-1946)

 

Nei tempi antichi si chiamava Siria la regione compresa tra la penisola anatolica, la Turchia e il Sinai. L'egemonia su questo territorio fu un obiettivo costante di antiche civiltà sviluppatesi nelle vicinanze, come egizi e persiani, mentre fu la culla della civiltà fenicia e una delle terre più importanti della cultura greco-ellenistica che nel Mediterraneo si pone all'origine di ciò che è oggi noto come "civiltà occidentale". L'arabizzazione avvenuta tra VII e VIII secolo della nostra era pone le basi etniche e culturali della regione da noi conosciuta come Siria: passata sotto dominio ottomano nel XVI secolo, con l'assoluta maggioranza musulmana portò con sé in eredità la particolare presenza di comunità cristiane, specialmente quelle maronite che dal XVII secolo sarebbero state motivo di ingerenza europea nella regione. Così nel 1831, all'imposizione di pesanti obblighi fiscali e militari (servizio di leva obbligatoria) da parte del nuovo padrone di Siria Mehemet Ali, Kedivé d'Egitto, si scatenò un'insurrezione popolare di cristiani e musulmani. Le potenze europee intervennero contro le misure di repressione contro i cristiani e delegarono i francesi alla protezione dei cristiani di Siria: nel 1840 ci fu il totale ritiro delle forze egiziane e la restaurazione del dominio ottomano, che autorizzava gli europei a sovvenzionare missioni e collegi cristiani in quella regione. Le comunità cristiane maronite, diffuse maggiormente nella regione montuosa compresa tra Damasco e Gerusalemme, promossero nel 1858 una ribellione contro il sistema feudale di proprietà della terra, ma si scontrarono con la decisa repressione da parte dei musulmani (in particolare drusi). I gravi eccidi anti-cristiani (come nel giugno del '60) spinsero la Francia ad inviare le proprie truppe per la difesa dei cristiani e a pretendere dal governo turco la creazione di una provincia speciale (denominata "Piccolo Libano") in cui, sotto il governo di un cristiano nominato dal sultano con l'approvazione delle potenze europee, si attuasse l'abolizione dei privilegi feudali. E' in questo periodo che i cristiani di questa provincia si ritagliarono un ruolo di predominio rispetto alla popolazione musulmana locale.
La rivolta araba durante la prima guerra mondiale scosse tutto il Medio Oriente e, nonostante l'accordo Sykes-Picot assegnasse in mandato internazionale ai francesi la Siria (comprensiva dell'attuale Libano) ed ai britannici la Palestina (ad est e ad ovest del Giordano) con l'Iraq, l'emiro Faisal fu proclamato re della Siria indipendente. La reazione di Parigi non si fece attendere e nel 1920 le truppe francesi occuparono militarmente il paese, costringendo Faisal a ritirarsi. Due mesi più tardi la Siria fu suddivisa in cinque province e nel luglio del '22 la Società delle Nazioni approvò il testo del mandato francese per Siria e Libano.
Politicamente la "Siria" è da questo periodo in poi che ha preso un significato ristretto rispetto alla Siria "geografica" in senso lato. Il mandato internazionale diede alla Francia la responsabilità per la creazione di un'amministrazione delle risorse del paese in vista dell'autogoverno. Il numero dei governi locali aumentava: uno per i Jabal Ansariyah, dove la maggioranza apparteneva alla setta Alawita, uno per gli Jabal ad-Duruz, dove gli abitanti erano Drusi, ed uno per il resto della regione con la capitale Damasco. L'amministrazione mandataria tentò di incentivare la politica edilizia per la costruzione di infrastrutture e di strade ma anche la politica agricola (in particolare nella fertile al-Jazirah), quindi attuò dei provvedimenti di "riforma agraria" in alcuni distretti. Gli anni di "preparazione" della Siria per l'autogoverno soffrirono comunque per le differenze tra la concezione francese e quella siriana, stante il fatto che la maggior parte degli ufficiali e degli statisti francesi la pensavano in termini di un lungo periodo di controllo. Inoltre rimaneva da parte di Parigi una forte resistenza a cedere il potere alla maggioranza musulmana in tempi e modi che potessero convincere i loro "protetti" cristiani alla rinuncia alla tradizionale politica di protezione dei cristiani d'Oriente. Fu così che in Siria tanti membri delle minoranze erano persuasi della necessità dell'aiuto francese nella costruzione di una società e di un governo moderni; ad ogni modo la gran parte della popolazione urbana (e soprattutto l'élite istruita), voleva uno Stato siriano indipendente che includesse i distretti Drusi e Alawiti e, ove possibile, il Libano, la Palestina (ad ovest del Giordano) e la Transgiordania (ad est del fiume omonimo).
E' pur vero che da parte francese non ci fu una vera politica della conciliazione ed i momenti di crisi non tardarono ad arrivare. La prima crisi nelle relazioni franco-siriane avvenne nel '25 quando la rivolta in Jabal ad-Duruz, esplosa per motivi locali, sfociò in un'alleanza tra i ribelli Drusi e i nazionalisti di Damasco, organizzati nel "Partito del Popolo". Le bande dei ribelli (che controllavano in quel momento la gran parte delle campagne) si spinsero fin dentro la stessa città di Damasco (ottobre 1925) provocando il bombardamento francese per 2 giorni; la rivolta, poi, si protrasse fino al '27.
Nel 1928 si tennero le elezioni per l'Assemblea costituente: i nazionalisti vinsero le elezioni e presero posto nel nuovo governo. La proposta di Costituzione che l'assemblea presentò, però, fu considerata assolutamente inaccettabile dall'Alto Commissario (massima autorità francese nella regione) in quanto parlava di "unità geografica della Siria" e non salvaguardava esplicitamente la funzione di controllo francese. Nel maggio del 1930 con la fine dei lavori dell'assemblea l'Alto Commissario promulgò con alcuni sostanziali cambiamenti la Costituzione elaborata dall'assemblea stessa. Tuttavia, il rifiuto francese per un'ampia autonomia interna e il fallimento dei negoziati per il trattato franco-siriano che avrebbe dovuto definire l'indipendenza della Siria e regolare i rapporti fra i due Stati al termine del mandato, provocò vari scontri tra nazionalisti e francesi fino al 1936, quando il nuovo governo del Fronte Popolare in Francia aprì nuove possibilità di dialogo e s'inaugurò un tavolo di negoziati con i nazionalisti organizzati nel "Blocco Nazionale". Il riconoscimento della legittimità di alcune fondamentali richieste siriane permise la firma del trattato (settembre 1936): con questo accordo si sancì l'indipendenza della Siria, si costituì un canale di consultazioni franco-siriane per la politica estera, si mantenne la priorità francese nell'assistenza alla Siria e la concessione alla Francia di due basi militari sul territorio. I distretti drusi e alawiti furono incorporati nella Siria (e non nel Libano, con il quale la Francia firmò un analogo trattato nel novembre dello stesso anno). Fu eletto il Parlamento: il leader del Blocco Hashim al-Atasi fu eletto Presidente delle repubblica e fu costituito un governo nazionalista.
Il governo siriano ratificò il trattato prima della fine del 1936, ma le gravi difficoltà in cui si dibatteva il governo di Parigi non permisero la ratifica da parte francese. Quando la Turchia avanzò pretese per Alessandretta e Antiochia, dove i turchi erano il maggiore elemento nella popolazione mista, la Francia considerò opportuno (in base a ragioni strategiche) aderire alle sue pretese: così alla zona nel 1937 venne garantito lo status autonomo mentre due anni più tardi fu incorporata nel territorio turco col nome di distretto di Hatay. Sfumate ormai le speranze di una ratifica francese (seppur tardiva) del trattato, il clima di agitazione del paese culminò con le dimissioni del presidente e del governo siriani e con la sospensione da parte francese della costituzione in vigore dal 1930 in Libano e Siria.
Nel 1940, dopo l'armistizio franco-tedesco, i francesi dislocati in Siria annunciarono che era loro intenzione cessare le ostilità contro la Germania e l'Italia e riconoscere il governo di Vichy; in un clima di grave incertezza politica (aggravato dalla crescente scarsità di beni e dall'aumento dei prezzi) si verificò una crescente tensione interna (diretta dal più importante leader nazionalista siriano Chikri al-Quwatli). Nel maggio del '41 il governo di Vichy permise agli aerei tedeschi di atterrare e di rifornirsi di carburante sulla rotta per l'Iraq: il territorio siriano si confermava come un vero e proprio ponte strategico dell'Asse e per questo motivo in giugno forze britanniche e del Commonwealth, insieme a quelle della Francia Libera, invasero Siria e Libano. Al momento dell'invasione la Francia Libera del Generale De Gaulle proclamò l'indipendenza siriana e libanese con la sottoscrizione del governo britannico (che riconosceva così il predominio francese nella regione purché la Francia avesse mantenuto il suo impegno a concedere l'indipendenza). Le truppe di Vichy resistettero per un mese, ma già il 21 giugno Damasco fu occupata e nella notte tra l'11 e il 12 luglio vi fu la cessazione delle ostilità; da questo momento fino al 1946, la Siria fu occupata congiuntamente da forze britanniche e francesi. Le elezioni svoltesi nel 1943 segnarono la vittoria del nazionalista Chikri al-Quwatli, che diventò così Presidente della repubblica. Seguirono due anni di tensioni sui modi del trasferimento dei poteri dall'amministrazione francese al governo locale. La crisi si acuì nel 1945, quando i francesi rifiutarono di trasferire alle autorità siriane il controllo delle forze armate locali e si scatenarono i disordini che culminarono nel bombardamento francese di Damasco e nell'intervento britannico. Dopo lunghi negoziati e discussioni all'interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel marzo 1946 fu raggiunto l'accordo sul simultaneo ritiro inglese e francese da Siria e Libano. La Siria era uno Stato indipendente (dichiarazione d'indipendenza del 17 aprile 1946) e sovrano, membro fondatore delle Nazioni Unite e della Lega Araba.

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2 - La Siria indipendente: il regime dei colonelli (1949), l'unione con l'Egitto (1958-61) e il regime secessionista

 

L'umiliante fallimento dell'intervento arabo in Palestina contro il nuovo stato d'Israele nel maggio 1948 portò discredito ai governi dei paesi arabi, ma in nessun altro posto più che in Siria. I problemi della nuova ed emergente repubblica erano legati fondamentalmente all'eterogeneità etnica, religiosa e sociale. Il nuovo stato unì i territori alawiti e drusi (che avevano in passato uno status separato) con le predominanti regioni sunnite di Damasco, Hims, Hamah e Aleppo: così Alawiti e Drusi formarono delle comunità compatte nelle rispettive regioni mentre all'interno del paese (e particolarmente nelle città) si manteneva la presenza di cospicue comunità cristiane.
In aggiunta all'eterogeneità religiosa, c'era una parimenti importante eterogeneità sociale; la popolazione siriana era composta da cittadini, contadini e nomadi: tre gruppi che avevano ben poco in comune. In seguito le differenze economiche aggiunsero ulteriori complessità e nelle città l'ostentazione della ricchezza dei notabili contrastava nettamente con la povertà delle masse; inoltre quegli stessi notabili erano anche i padroni delle grandi proprietà agricole (in cui i contadini vivevano in condizioni di sostanziale servitù) e gli organizzatori della resistenza ai francesi. Quando la Siria ottenne l'indipendenza, essi presero il potere e impegnarono tutte le loro forze nella creazione di uno stato unitario: non furono all'altezza, però, del compito.
Dal 1949 la classe media (piccola ma in crescita, veicolo di nuove idee sociali che si stavano sviluppando) e le minoranze (che risentivano della crescente minaccia al loro particolarismo) erano sempre più in opposizione al governo e chiedevano riforme. I governanti, che assaporavano il potere dopo una così lunga lotta per l'indipendenza, rifiutarono le concessioni che avrebbero potuto salvarli. Inoltre, più che a risolvere i problemi interni al paese, sembravano puntare molto più al compimento del traguardo panarabo (finalità politica che negli anni successivi alla seconda Guerra Mondiale, vide i tentativi concorrenti per la leadership panaraba tra Egitto e Arabia Saudita). La dirigenza del Blocco Nazionale si divise presto in due nuovi partiti: il "Partito Nazionale" capeggiato da Chikri al-Quwatli (che rappresentava gli interessi dei notabili di Damasco e appoggiava la posizione panaraba dell'Arabia Saudita) e il rinato "Partito del Popolo" (che difendeva gli interessi dei notabili di Aleppo e manteneva una linea filo-irachena). C'era inoltre il "Partito Baath", socialista e laico, che reclutava i propri seguaci tra gli studenti e gli ufficiali dell'esercito, guadagnandone l'appoggio particolarmente tramite gli Alawiti e le altre minoranze fortemente rappresentate tra i giovani ufficiali dell'esercito.
Nel marzo 1949 avvenne il rovesciamento dell'effimero governo civile in Siria con il primo di una serie di "golpe" militari che scandirono la vita politica siriana nella seconda metà del '900: il Colonnello Husni az-Zaim abbatté il governo Quwatli con un colpo di mano (senza spargimento di sangue); Zaim stesso, però, fu presto abbattuto dal Col. Sami al-Hinnawi; un terzo colpo di mano, messo in atto dal Col. Adib ash-Shishakli, seguì nel dicembre successivo. Nel novembre 1951 Shishakli stesso rimosse i suoi sodali con il quarto colpo di stato. Queste dittature militari erano dirette in Siria da ufficiali e alti gradi militari senza particolari riferimenti ideologici e per molti studiosi i loro regimi potrebbero essere definiti più che altro come "conservatori". Nel complesso, tanti ufficiali dell'esercito in questi anni manifestavano un'inclinazione politica verso i socialisti pan-arabi del Partito Baath; in opposizione agli ufficiali Baath nell'esercito si ponevano quelli di tendenza politica radicalmente differente del "Partito Social-Nazionalista Siriano" (P.S.S.N.), un partito autoritario votato all'instaurazione di uno stato nazionale pan-siriano.
Il Col. Shishakli nel febbraio '54 fu a sua volta rovesciato dal colpo di stato militare guidato dal Col. Faisal al-Atasi e il parlamento fu ristabilito. Il PSSN perse la sua influenza nella politica siriana e negli ambienti militari, mentre da questo momento in poi gli ufficiali del partito Baath non ebbero più notevoli rivali nell'esercito. Gli anni '50 sono gli anni in cui avvennero cambiamenti in settori importanti dell'economia del paese e in agricoltura, con benefici effetti per la vita di gran parte della popolazione (come la rapida crescita della produzione di cotone dovuta alle nuove piantagioni del nordest del paese). In politica estera gli anni che seguirono il rovesciamento di Shishakli videro l'ascesa del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser alla leadership del movimento per l'unità pan-araba. Il regime di coalizione siriano si rivolse non poche volte all'Egitto per ricevere aiuti e stabilire i primi contatti di amicizia con i paesi del blocco socialista. Inoltre nell'ottobre del 1956 avvenne la guerra di Suez, scoppiata per l'affermata sovranità egiziana sul canale omonimo: anche se vide l'Egitto militarmente sconfitto dall'iniziativa militare anglo-franco-israeliana, tuttavia il prestigio del presidente Nasser uscì notevolmente accresciuto presso tutto il mondo arabo, mentre volgeva a deciso declino la politica di influenza anglo francese nella regione. Con l'Egitto finalmente libero da influenze straniere, Nasser divenne il simbolo per tutto il Medio Oriente delle rivendicazioni arabe, soprattutto nei confronti di Israele. La Siria, sotto l'egida del partito Baath, decise di cedere la propria sovranità e il 1° febbraio si unì con l'Egitto per divenire nei successivi tre anni e mezzo la "Provincia Settentrionale" della Repubblica Araba Unita (R.A.U.) sotto la presidenza di Nasser. Sempre nello stesso anno l'Egitto con la Siria e lo Yemen, promuovevano la Confederazione degli Stati Arabi Uniti.
La creazione della R.A.U. provocò forti timori da parte delle diplomazie occidentali e di quella israeliana, ma anche grandi entusiasmi e grandi speranze nelle opinioni pubbliche e nelle masse arabe per il ruolo internazionale che sembrava assumere il nuovo Stato nato sulla spinta ideale dell'unità panaraba. Tuttavia la gestione di questo stato si rivelò un'amara delusione per gli egiziani, che tendevano a ricoprire un ruolo guida rispetto ai siriani; in seguito le tensioni tra le due nazioni si acuirono quando i problemi idrici dovuti alla pesante siccità danneggiarono fortemente l'agricoltura e l'economia siriana.
Il 28 settembre 1961 un colpo di stato militare ristabilì la Repubblica Araba di Siria che tornò ad essere uno stato indipendente (mentre l'Egitto manteneva il nome di Repubblica Araba Unita per un decennio ancora). Si spianò così la strada per un ritorno al potere della vecchia classe di notabili: e il regime secessionista, anche se con personalità civili di facciata, era sotto il controllo dei militari tra i quali la fazione Baath rimaneva molto potente. Tuttavia questo regime fece rare concessioni al socialismo del Baath e del pan-arabismo nasseriano e s'impegnò piuttosto nel disfacimento delle misure socialiste introdotte durante l'unione con l'Egitto (come le riforme fondiarie e la nazionalizzazione delle grandi imprese). All'inizio del 1963 a Baghdad il Partito Baath iracheno prendeva il potere, anticipando solo di un mese il partito fratello siriano, che nel marzo '63 prese il controllo dello Stato attraverso il "Comando Rivoluzionario del Consiglio Nazionale", composto da ufficiali dell'esercito e funzionari civili che assunsero il potere esecutivo e legislativo. Il colpo di stato era stato organizzato dai membri di quel Partito Baath (più precisamente "Partito per la Rinascita Araba Socialista", attivo in vari paesi arabi fin dalla fine degli anni '40 e fondato nel 1947 da un nazionalista di origini cristiane, Michel Aflaq) che da allora ha dominato la vita politica della Siria.

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3 - Il regime del partito Baath dal 1963 e le guerre arabo-israeliane

 

Sotto l'egida dello stesso partito si prospettò una nuova unificazione tra Stati analoga a quella realizzata precedentemente con l'Egitto ma allargata all'Iraq. I capi del Partito Baath di Baghdad e di Damasco volarono al Cairo per colloqui col presidente Nasser: gli accordi del Cairo dell'aprile '63 prevedevano per l'autunno l'organizzazione di un referendum sull'unità, ma i contrasti emersi con Nasser fecero presto fallire l'iniziativa unitaria. Siria ed Iraq provarono a portare avanti il progetto di unificazione "a due", ma la caduta del regime in Iraq (nel novembre dello stesso anno) fece svanire anche questa possibilità.
Gli esponenti Baath siriani dovettero presto far fronte a seri problemi. Nel maggio del 1964 il presidente Amin Hafiz promulgò una costituzione provvisoria che istituiva un Consiglio Nazionale della Rivoluzione, un'Assemblea Legislativa composta dai rappresentanti del popolo (quali lavoratori, contadini, unioni delle professioni), un Consiglio di Presidenza (investito del potere esecutivo) e un Gabinetto di ministri. Sebbene il partito in Siria fosse diretto da siriani, promuovendo l'ideale pan-arabo attraverso ramificazioni partitiche in Iraq, Libano e Giordania, i Baath di Damasco si trovarono in una condizione di subordinazione al Comitato Centrale pan-arabo, il quale si era ritagliato non piccoli spazi negli affari interni del paese. Di fronte a questo disagio il Partito Baath siriano si costituì un "proprio" comitato centrale pan-arabo ma questo pose le condizioni per una rivalità mortale con il Partito Baath iracheno, rivendicando ognuno la leadership per la causa nazionalista pan-araba. Nel febbraio del 1966 un gruppo di ufficiali dell'esercito attuarono una "rettifica" della linea di governo: con un colpo di mano interno al partito imprigionarono il presidente Hafiz, sciolsero il Gabinetto e il Consiglio della Rivoluzione, sospesero la costituzione provvisoria costituendo un governo Baath composto da civili. Mantenendo il controllo degli ufficiali alawiti, il partito Baath siriano schiacciava l'opposizione interna con l'instaurazione di uno stato di polizia appellandosi ai ceti medi e medio-bassi residenti nelle piccole città e nei villaggi che per lungo tempo hanno risentito del potere dei possidenti terrieri di Damasco e di Aleppo.
Nel 1967 si ebbero momenti di massima crisi in tutto il Medio Oriente. Dall'inizio dell'anno la tensione era fortemente aumentata e l'artiglieria siriana aveva intensificato il lancio di ordigni esplosivi sui villaggi israeliani dalle postazioni collocate sulle alture della frontiera israelo-siriana. Poi la chiusura egiziana del Golfo di Aqaba alle navi israeliane (insieme alla richiesta egiziana per il ritiro ONU dal Sinai) provocò l'attacco militare israeliano a Egitto, Giordania e Siria. L'Egitto si vide occupata la penisola del Sinai e Gaza (fino a quel momento sotto controllo egiziano), la Giordania perse la Cisgiordania e Gerusalemme Est, mentre la Siria perse il controllo delle Alture del Golan (considerate vitali per la propria posizione di controllo sui territori circostanti). L'approvazione della Risoluzione delle Nazioni Unite che chiedeva il ritiro israeliano dai territori occupati rimase senza esito. La questione arabo-israeliana andava a mutilare il territorio siriano (indebolendo così il regime estremista dell'ala civile Baath al potere) mentre il prestigio di Nasser come leader arabo perdeva posizione.
La morte nel 1970 del presidente egiziano Nasser lasciava in eredità al suo successore Anwar al-Sadat ed agli altri leader arabi il compito di vendicare la sconfitta araba contro Israele. Inoltre in questo stesso anno si acuiva in Siria lo scontro tra l'ala militare (moderata) e quella civile non-militare (radicale) all'interno del Partito Baath, e ciò provocava il ritiro dei soldati siriani inviati in appoggio alle milizie dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (impegnate negli scontri con le truppe del re Hussein di Giordania dal settembre 1969, detto "settembre nero").
Ad ogni modo, alla disputa tra le due fazioni del partito venne posto termine con l'incruento "golpe" militare del Ministro della Difesa Generale Hafez al-Assad, che cacciò la leadership civile, assunse i poteri esecutivi e provvide presto a far eleggere i suoi seguaci nel Consiglio del Popolo e negli organi regionali per consolidare la propria posizione di potere. Nel 1971 la sua elezione alla presidenza con mandato settennale confermava la stabilità della sua leadership: l'anno successivo la costituzione di un "Fronte Progressista Nazionale" (un'alleanza di partiti a guida Baath) doveva servire ad allargare la sua base di consenso, mentre indiceva le elezioni per i consigli locali di ognuno dei 14 governatorati. Quindi nel 1973, oltre allo svolgimento delle elezioni parlamentari, entrava in vigore una nuova Costituzione: tra le maggiori novità c'erano il conferimento al Partito Baath delle funzioni di istituzione guida nello Stato e nella società, l'attribuzione al presidente della repubblica di ampi poteri e delle cariche di Segretario generale del Baath e di capo del Fronte Progressista Nazionale.
Le scaramucce seguite alla Guerra dei Sei Giorni non modificavano lo stallo militare creatosi tra fronte arabo e Israele: fu così che Siria ed Egitto pianificarono per il 6 ottobre 1973 (Yom Kippur, giorno della festa ebraica del Kippur) la controffensiva contro Israele. Le truppe siriane attaccarono il fronte delle alture del Golan e quelle egiziane superavano il Canale di Suez. All'iniziale successo arabo seguì però il contrattacco israeliano e in seguito all'approvazione della Risoluzione ONU si pose fine alle ostilità: e Israele manteneva il controllo dei territori arabi già precedentemente occupati (anche se nella primavera dell'anno seguente gli accordi sul cessate-il-fuoco permettevano la restituzione di una striscia del Golan, compresa la città di Quneitra). La politica militare siriana si concentrava allora sulla questione libanese. Nel 1975 il Libano, infatti, dopo aver permesso l'ingresso dei palestinesi cacciati dalla Giordania nelle province del sud del paese, aveva provocato la crescente opposizione armata dei cristiani: era l'inizio della guerra civile. Nella lotta tra fazioni libanesi, l'appoggio della Siria alle milizie cristiane libanesi si era concretizzato con l'invio di circa 20 mila soldati siriani nell'estate del 1976. La linea verde di cessate-il-fuoco ha diviso il paese e la sua capitale Beirut in due zone: una settentrionale sotto il governo cristiano (controllato dai siriani), l'altra meridionale sotto controllo palestinese. Ma l'intervento israeliano scatenato nella primavera del '78 contro le postazioni palestinesi del Libano del Sud suscitò l'intervento O.N.U. e lo schieramento di forze di interposizione. La tensione si mantenne tra alti e bassi fino all'operazione "Pace per la Galilea" con cui Israele invase di nuovo il Libano. La Siria si trovò ad indietreggiare e a dare accoglienza ai palestinesi cacciati dal Libano meridionale ormai sotto il controllo delle milizie cristiane filo-israeliane.
All'interno, l'ordine autoritario Baath godette di una certa popolarità in quanto mise in atto politiche che favorirono lo sviluppo economico, la riforma della terra, la promozione dell'educazione, il potenziamento militare e la violenta opposizione ad Israele. Gli effetti di queste politiche guadagnarono alla causa del regime di Assad nazionalisti, contadini e lavoratori. Gli oppositori del regime alawita militare del Baath si trovarono in particolar modo nella maggioranza sunnita della popolazione, nelle città fuori la zona di Damasco e all'interno dei gruppi impegnati nel commercio. Le truppe del regime nel 1982 schiacciarono una ribellione dell'organizzazione sunnita fuorilegge Fratellanza Musulmana, esplosa nella città di Hamah: lo scontro lasciò distrutto il centro della città e rimasero sul terreno migliaia di morti (le stime sulle perdite civili oscillano tra i 5 mila e i 10 mila).
Per quanto riguarda la questione libanese, con gli accordi del 1983 Israele cominciava il ritiro delle truppe dal Libano, ma manteneva (con l'appoggio dei cristiani dell'Esercito del Libano del Sud) il controllo di una striscia di sicurezza all'interno del territorio libanese. La riaffermazione dell'egemonia militare siriana sul Libano provocava una guerra anti-siriana da parte del generale libanese Aoun (1989), ma era costretto presto ad un cessate-il-fuoco: gli accordi di Taef (località dell'Arabia Saudita) confermavano il "protettorato" della Siria sul Libano. L'anno successivo l'invasione del Kuwait permetteva alla Siria la partecipazione alla coalizione anti-irachena al fianco degli occidentali nella "Guerra del Golfo", e quindi la liquidazione dei leader anti-siriani in Libano (come Aoun, che è riparato in Francia).

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4 - La Siria di Assad dal 1991 alla sua morte (2000)

 

La Siria ha condannato l'invasione e l'annessione del Kuwait da parte dell'Iraq: più di 20 mila soldati siriani, quindi, si sono congiunti in Arabia Saudita con le forze della coalizione anti-irachena sotto l'egida delle Nazioni Unite ed hanno contribuito alla liberazione del Kuwait durante la breve guerra nel 1991. L'apertura filo-occidentale nella Guerra del Golfo è valsa agli Stati Uniti anche la partecipazione della Siria ai colloqui di pace arabo-israeliani dell'ottobre 1991, ma la situazione con Israele non ha avuto sbocchi sostanziali. Sul fronte libanese, però, il 22 maggio 1991 la Siria e il Libano hanno firmato un accordo di collaborazione con il quale la Siria riconosceva il Libano in quanto Stato indipendente e prevedeva una serie di accordi economici e militari che sancivano il mantenimento di una sorta di "protettorato" siriano sul paese dei cedri. Nel dicembre dello stesso anno Assad è stato rieletto presidente per la quarta volta con il 99,98% dei voti, in concomitanza con l'annuncio del suo governo della concessione della grazia a quasi 3 mila prigionieri politici appartenenti al movimento dei Fratelli Musulmani. Con la firma dei trattati di pace tra l'OLP e Israele, siglati nel settembre 1993, la Siria ha riconfermato il suo atteggiamento favorevole a una trattativa globale per la pace in Medio Oriente mantenendo però la condizione del ritiro israeliano da tutti i territori occupati; il processo di pace in Medio Oriente è proseguito con la firma degli accordi tra Israele e Giordania nel luglio del 1994.
La morte di Basel el-Assad, figlio primogenito del presidente siriano e suo probabile successore alla guida del paese, ha aumentato l'incertezza sul futuro politico della Siria. In agosto, il Fronte Nazionale Progressista al governo ha vinto le elezioni generali, con una partecipazione dell'elettorato pari solo al 49%. Nel giugno del 1995 i negoziati ufficiali con Israele non hanno consentito di raggiungere un accordo sulla restituzione dell'altopiano del Golan alla Siria, per la pretesa israeliana di mantenere a tempo indeterminato una limitata presenza militare nella regione. In ottobre, poi, un'imboscata tesa dagli Hezbollah alle truppe israeliane nel sud del Libano ha alzato nuovamente la tensione nella regione.
La nuova politica di apertura internazionale ha portato nel 1996 alla partecipazione di Assad ad una conferenza al vertice dei paesi arabi per coordinare una strategia comune nei negoziati con Israele; in ambito economico gli orientamenti sono tesi ad incentivare il settore privato, ed hanno permesso l'apertura al capitale privato di settori chiave dell'economia statale quali l'energia elettrica, la produzione di cemento e di medicinali. Dall'anno successivo Damasco ha intensificato i rapporti anche con Baghdad per contrastare l'alleanza turco-israeliana in rapido consolidamento; questa minaccia ha spinto l'Iran ad inserirsi, nell'aprile del 1998, nei negoziati tra Siria e Iraq sulle questioni della sicurezza. In questo stesso periodo Assad ha cominciato ad affrontare il problema della successione alla guida della Siria. La scelta si è orientata sul secondogenito Bashar, 35 anni, che ha studiato oftalmologia e si è specializzato in diverse università tedesche, ma che dopo la morte del fratello Basil (in un incidente nel '94 e celebrato in Siria come un eroe nazionale) ha dovuto sostituirlo nelle sue funzioni.
Nella prima metà del 2000 Assad ha incontrato di nuovo, dopo sei anni, il presidente americano Clinton per confermare l'impegno della Siria nel processo di pace con Israele. Le prospettive di distensione si sono concretizzate velocemente, sotto gli attacchi delle milizie sciite di Hezbollah, in un ritiro unilaterale di Israele dalla fascia di sicurezza nel Libano meridionale, nel maggio 2000. Dopo 2 settimane, il 10 giugno, il presidente siriano Assad è morto lasciando il paese nelle mani del successore designato: il figlio Bashar. A soli cinque giorni dalla morte di suo padre Hafez il nuovo leader Bashar el-Assad, con una dichiarazione del ministro dell'Informazione Adnan Omran ("Cercheremo di correggere gli aspetti negativi del precedente governo"), ha voluto mandare un segnale importante di apertura: che il suo paese sta realmente cambiando.


 

POLITICA USA IN MEDIO ORIENTE CRONOLOGIA

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La lista qui sotto presenta alcuni episodi specifici della politica statunitense in Medio Oriente. La lista minimizza i motivi di scontento nei confronti degli Stati Uniti perché esclude le politiche generalizzate di lunga durata, come l'appoggio USA a regimi autoritari (invio di armamenti all'Arabia Saudita, addestramento della polizia segreta dello scià in Iran, fornitura di armi e aiuti alla Turchia malgrado gli spietati attacchi ai villaggi curdi, etc.) La lista esclude anche le azioni di Israele nelle quali gli Stati Uniti sono indirettamente implicati poiché per anni Israele è stato il primo o il secondo beneficiario degli aiuti degli Usa ed ha ricevuto armamenti altamente tecnologici nonché il beneficio diplomatico del potere di veto nel consiglio di sicurezza.
1948: Creazione dello stato d'Israele. Gli USA rifiutano di fare pressione su Israele perché permetta il rientro dei palestinesi espulsi. 1949: La CIA spalleggia il colpo di stato militare che depone il governo eletto della Siria. 1953: La CIA aiuta a rovesciare il governo democraticamente eletto di Mossadeq in Iran (che aveva nazionalizzato la compagnia petrolifera britannica), aprendo le porte ad un quarto di secolo di dittatura dello scià Mohammed Reza Pahlevi. 1956: Gli Usa tagliano i finanziamenti promessi per la diga di Assuan in Egitto dopo che l'Egitto ha ricevuto armi dal blocco orientale. 1956: Israele, Gran Bretagna e Francia invadono l'Egitto. Gli USA non appoggiano l'invasione, ma il coinvolgimento degli alleati NATO nuoce severamente all reputazione di Washington nella regione. 1958: Le truppe statunitensi atterrano in Libano per garantire la "stabilità". primi anni '60: Gli USA tentano invano di assassinare il leader iracheno Abdul Karim Qassim. 1963: Gli USA sono accusati di fornire i nomi dei comunisti da uccidere al partito iracheno Ba'ath (in seguito guidato da Saddam Hussein). La repressione anti-comunista in Iraq è feroce. 1967: Gli USA bloccano ogni sforzo del consiglio di sicurezza di far osservare la Risoluzione 242 sul ritiro degli israeliani dai territori occupati durante la guerra del 1967. 1970: Guerra civile tra Giordania e OLP. Israele e USA si preparano ad intervenire a lato della Giordania se la Siria appoggia l'OLP. 1972: Gli USA bloccano gli sforzi di Sadat per un accordo di pace con l'Egitto. 1973: L'aiuto militare statunitense rovescia le sorti di Israele nella guerra contro Siria ed Egitto. 1973-75: Gli USA appoggiano i ribelli curdi in Iraq. Quando, nel 1975, l'Iran raggiunge un accordo con l'Iraq e chiude le frontiere, l'Iraq massacra i curdi e gli USA negano loro rifugio. Kissinger spiega che "le attività segrete non devono essere confuse con le azioni umanitarie".
1978-79: Gli iraniani cominciano a dimostrare contro lo scià. Gli USA garantiscono appoggio "senza riserve" a Reza Pahlevi e lo spingono ad usare la forza. Fino all'ultimo, gli USA tentano inutilmente di organizzare un colpo di stato per salvargli il trono. 1979-88: Gli USA , sei mesi prima dell'invasione sovietica dell'Afganistan, iniziano in segreto ad aiutare i Mujahiddin. Nei dieci anni successivi, gli Stati Uniti forniscono addestramento e più di 3 miliardi di dollari in armi e aiuti. 1980-88: Guerra Iran-Iraq. Quando l'Iraq invade l'Iran, gli USA si oppongono ad ogni azione di condanna del consiglio di sicurezza. Gli Stati Uniti cancellano l'Iraq dalla lista delle nazioni che sostengono il terrorismo e permettono il trasferimento di armamenti americani. Allo stesso tempo, lasciano che Israele fornisca armi all'Iran e nel 1985 le forniscono direttamente, sebbene in segreto. Gli USA assicurano informazioni di intelligence all'Iraq. L'Iraq usa armamenti chimici nel 1984; gli USA ristabiliscono le relazioni diplomatiche con il paese. Nel 1987 gli Stati Uniti mandano la marina nel golfo Persico, prendendo le parti dell'Iraq; una nave da guerra statunitense abbatte un aereo iraniano, uccidendo 290 civili. 1981, 1986: Gli USA tengono manovre militari a poca distanza dalle coste libiche in acque reclamate dalla Libia, con il chiaro proposito di provocare Gheddafi. Nel 1981 un aereo libico lancia un missile e due aerei libici sono abbattuti. Nel 1986 la Libia lancia un missile che cade lontano da ogni bersaglio e gli USA attaccano le navi di pattuglia e le installazioni costiere libiche, uccidendo 72 persone. Quando una bomba esplode in un night-club di Berlino provocando due morti, gli Stati Uniti accusano Gheddafi di essere il mandante (possibilmente vero) e bombardano a più riprese la Libia, uccidendo dozzine di civili tra cui la figlia adottiva di Gheddafi. 1982: Gli USA danno il nulla osta all'invasione israeliana del Libano, che fa più di 10.000 vittime. Gli USA scelgono di non invocare la legge che proibisce a Israele l'uso di armamenti americani se non in auto-difesa. 1983: Truppe statunitensi sono inviate in Libano come parte di una forza di peacekeeping multinazionale; intervengono su di un solo lato della guerra civile. Sono ritirate dopo un attacco dinamitardo suicida contro gli alloggi dei marines. 1984: I ribelli afgani spalleggiati dagli USA aprono il fuoco su un aereo civile. 1988: Saddam Hussein trucida migliaia di curdi e usa armi chimiche contro di loro. Gli USA infittiscono i legami economici con l'Iraq. 1990-91: Gli USA rifiutano ogni tipo di soluzione diplomatica dell'invasione irachena del Kuwait (respingendo, per esempio, ogni tentativo di collegare le due occupazioni regionali, del Kuwait e della Palestina). Gli Stati Uniti guidano una coalizione internazionale in guerra contro l'Iraq. Vengono bombardate infrastrutture civili. Per promuovere la "stabilità", gli USA rifiutano di aiutare le insurrezioni post-belliche degli sciiti nel Sud e dei curdi nel Nord del paese, negando loro l'accesso alle armi sequestrate all'esercito di Saddam e non proibendo le rappresaglie degli elicotteri filogovernativi. 1991: All'Iraq vengono imposte sanzioni economiche devastanti. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna bloccano ogni tentativo di rimuoverle. Centinaia di migliaia di civili muoiono.


UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PALERMO

Facoltà di Lettere e Filosofia

Corso di Laurea in Lingue e Letterature Straniere

 

L’ISLAM D’EMIGRAZIONE IN GRAN BRETAGNA:


ASPETTI ORIGINALI E CONTRADDITTORI DI UNA PRESENZA PROBLEMATICA

http://www.liberliber.it/biblioteca/tesi/lettere_e_filosofia/lingue_e_letterature_straniere/

l_islam_d_emigrazione_in_gran_bretagna/html/cap_3.htm 

 

 

Antonio Barbàra 

Relatore Prof. Antonino Pellitteri

 

Anno Accademico 1997-1998

Liber Liber

 

 

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III. 2. L’EGITTO

 

In Egitto maggiori aperture verso le imprese straniere fornirono nuovi incentivi all’intervento britannico. Sotto i successori di Muhammad ‘Alî Pashâ (1805-1848), e soprattutto sotto Ismâ‘îl (1862-1879), proseguì il tentativo di creare le istituzioni di una società moderna. L’Egitto divenne di fatto indipendente dall’impero Ottomano. L’istruzione venne estesa, si aprirono delle fabbriche, e venne portato avanti il processo di trasformazione del paese. L’Egitto entrò precocemente nell’era delle ferrovie, a partire dagli anni ’50 del secolo scorso. Un’altra grande opera pubblica venne portata a termine: nel 1869, dopo dieci anni di lavori, venne aperto il Canale di Suez, costruito con capitale prevalentemente francese ed egiziano e con manodopera egiziana. La sua apertura fu uno degli avvenimenti più importanti del secolo ed attirò inevitabilmente sull’Egitto l’attenzione della Gran Bretagna, che doveva difendere il suo commercio marittimo con l’Asia e col suo Impero Indiano.

Il Canale di Suez apportò un grande vantaggio al commercio europeo. Però tra il 1862 e il 1873 l’Egitto contrasse debiti per 68 milioni di sterline. Nonostante gli sforzi per aumentare le proprie risorse, tra cui vi fu la vendita al governo britannico delle sue quote del canale, nel 1876 l’Egitto non fu più in grado di far fronte ai suoi debiti, e pochi anni più tardi venne imposto un controllo finanziario anglo-francese. L’aumento dell’influenza straniera, il peso crescente delle tasse necessarie a far fronte ai creditori stranieri, fecero nascere la prospettiva di un governo meno influenzabile dagli interessi stranieri. Questo portò a sua volta all’intervento europeo, dapprima sul piano diplomatico ad opera di Francia e Gran Bretagna, e poi su quello militare, ad opera della sola Gran Bretagna, nel 1882. Il pretesto per l’invasione britannica fu la pretesa che il governo fosse in rivolta contro la legittima autorità, e che l’ordine era stato infranto dal ministro della guerra ‘Urâbî Pashâ. Il motivo vero era quell’istinto per il potere che gli stati possiedono in periodi di espansione. Gli Inglesi bombardarono Alessandria e sbarcarono nella zona del canale, senza che l’esercito egiziano potesse offrire un’efficace resistenza. L’esercito inglese occupò il paese, e a partire da quel momento la Gran Bretagna assunse di fatto il potere in Egitto, anche se il dominio britannico non venne dichiarato in modo ufficiale a causa della molteplicità degli interessi stranieri. Fu solo nel 1904 che la Francia riconobbe la posizione preminente della Gran Bretagna nel paese. In seguito, la sovranità britannica fu estesa a sud lungo la valle del Nilo fino in Sudan. La motivazione ufficiale per questo fu l’ascesa di un movimento religioso, quello di Muhammad Ahmad (1844-1885), considerato dai suoi seguaci il mahdi, con l’obbiettivo di ripristinare il dominio della giustizia islamica. La sovranità egiziana sul paese era terminata nel 1884, ed era stata creata una forma di governo islamico, ma non fu tanto il timore di una sua espansione quanto il timore dell’intromissione di altri governi europei che portò ad un’occupazione anglo-egiziana che distrusse lo stato islamico e fece sorgere, nel 1899, un nuovo sistema di governo, formalmente un "condominio" anglo-egiziano, ma di fatto un’amministrazione coloniale britannica.

Dietro la facciata dei governi indigeni, venne introdotto un numero più elevato di funzionari stranieri, ed essi acquisirono gradualmente una maggiore autorità. In Sudan non vi era una simile facciata, bensì un’amministrazione diretta di tipo coloniale, con quasi tutte le cariche maggiori ricoperte da funzionari inglesi mentre quelli egiziani e di altra origine erano assegnati a ruoli subalterni. Un’economia più risanata rese possibile l’esecuzione di alcune opere pubbliche: in particolare, opere di irrigazione nella valle del Nilo, culminate nella Diga di Assuan, mediante la quale venne introdotta nell’Alto Egitto un’irrigazione perenne. Ciò permise alle aree coltivabili di aumentare di circa un terzo tra il 1870 e il 1914.

In questo periodo si registrò un forte incremento demografico. In Egitto la crescita fu costante per tutto il XIX secolo: da 4 milioni nel 1800 a 5.5 nel 1860 e a 12 nel 1914. In quello stesso anno Il Cairo e Alessandria erano per dimensioni le più grandi città dei paesi arabo-islamici d’area ottomana. In Sudan, la popolazione sembrava essere cresciuta costantemente dall’inizio dell’occupazione inglese. Gran parte della popolazione delle nuove città e dei nuovi quartieri era straniera: funzionari, consoli, commercianti, banchieri, professionisti. Al Cairo il 16 per cento della popolazione era straniera, ad Alessandria il 25 per cento. Essi conducevano una vita isolata e privilegiata, con proprie scuole, chiese, ospedali e luoghi di intrattenimento, le proprie cause giudicate da tribunali europei o misti, i propri interessi economici protetti dai consolati e dal governo. Tutto ciò portò a un cambiamento del genere di vita che rispecchiava sempre più quello europeo. Uomini e donne si vestivano in modo diverso. Anche l’abbigliamento ufficiale e quello dell’esercito rispecchiava lo stile europeo.

Persino le case erano l’espressione visibile dei mutamenti nel modo di vivere. Gli edifici dei nuovi quartieri, sia quelli destinati agli affari sia quelli residenziali, erano in gran parte progettati da architetti francesi o italiani o imitando il loro stile.

Nell’ultima parte del XIX secolo, la consapevolezza della forza dell’Europa si era ormai diffusa. Si era sviluppato un nuovo ceto istruito che guardava a se stesso e al mondo con occhi affinati da maestri occidentali, e che comunicava in modo nuovo quello che vedeva. Questo ceto si era formato in scuole di nuovo tipo, fondate da governi riformatori. Si sviluppò una nuova generazione abituata a leggere. Molti erano in grado di leggere in lingua straniera. In Egitto il bilinguismo era comune nelle grandi città.

Fu in questo ceto che il concetto di nazionalismo si fece esplicito. Quando venne alla luce il nazionalismo egiziano, esso sorse come tentativo di limitare o far cessare l’occupazione britannica. Non si trattava comunque di una forza unitaria: vi era una divisione tra quanti richiedevano un ritiro inglese e quanti, sotto l’influsso delle idee del modernismo islamico, pensavano che la cosa più urgente fosse uno sviluppo sociale e intellettuale, e che l’Egitto potesse trarre profitto dalla presenza britannica.

Mentre l’Impero Ottomano si stava irreversibilmente sfaldando nell’Europa balcanica e nell’Asia araba, in Egitto, una dichiarazione inglese aveva posto fine alla sovranità ottomana nel 1914 facendo del paese un protettorato britannico. Nel 1919, il rifiuto britannico a consentire al governo egiziano di presentare la causa della sua indipendenza alla Conferenza di pace fece esplodere una diffusa sollevazione nazionalistica. Essa venne soffocata, ma portò alla creazione di un partito nazionalista, il "Wafd", con a capo Sa‘âd Zaghlul (1857-1927), e successivamente, nel 1922, all’emanazione, da parte britannica, di un "dichiarazione d’indipendenza" che riservava agli inglesi l’autorità sugli interessi strategici ed economici fino ad un accordo tra i due paesi. Più tardi, nel 1936, venne stipulato un Trattato Anglo-Egiziano. Venne dichiarata conclusa l’occupazione militare dell’Egitto, sebbene la Gran Bretagna mantenne, ancora per qualche tempo, un suo contingente armato in una zona intorno al Canale di Suez. Poco dopo le Capitolazioni vennero abolite da un accordo internazionale, e l’Egitto fece il suo ingresso nella Società delle Nazioni. Al sud, in Sudan, un movimento di opposizione nell’esercito venne soffocato, ed i soldati e ufficiali egiziani, che condividevano con gli Inglesi l’autorità sul paese secondo l’accordo di condominio, ne vennero espulsi.

Per la Gran Bretagna l’autorità sui paesi arabi era importante non solo a causa dei suoi interessi nella regione, ma anche perché ciò rafforzava la sua posizione nel mondo. La Gran Bretagna aveva interessi fondamentali in tutto il Medio Oriente: la produzione di cotone per le fabbriche del Lancashire, di petrolio in Iran e in Iraq, investimenti in Egitto. La presenza della Gran Bretagna in Medio Oriente contribuiva a garantirle una condizione di potenza mediterranea e mondiale. Le rotte per le Indie e l’Estremo Oriente passavano per il Canale di Suez. Negli anni ’20 e ’30 si sviluppavano anche rotte aeree che solcavano i cieli del Medio Oriente: una portava in India attraverso l’Egitto e l’Iraq, un’altra attraverso l’Egitto giungeva fino in Sudafrica.

Terminata la seconda guerra mondiale il movimento nazionalista egiziano cominciò ad agitare in maniera sempre più energica il problema della completa indipendenza dalla Gran Bretagna. Vi fu una richiesta da parte del governo egiziano di modificare l’accordo raggiunto nel 1936. Negoziati tra i due governi ebbero luogo a partire dal 1946, ma si incagliarono su due punti: la pretesa egiziana di sovranità sul Sudan e la questione di una presenza strategica inglese nella regione. In adempimento del trattato del 1936, le forze inglesi vennero ritirate dal Cairo, ma le trattative giunsero a un punto morto riguardo alla Zona del Canale; gli uomini politici inglesi ritenevano fondamentale rimanervi in forze, per la difesa dei loro interessi nel Medio Oriente, nel Mediterraneo e in Africa. Nel 1952 scoppiò una rivolta popolare al Cairo che portò al potere alcuni ufficiali egiziani capitanati da ‘Abd al-Nasir (Nasser, 1918-1970). Venne deposto il re Faruk e, il 18 giugno 1953, venne proclamata la repubblica. La questione sudanese venne rimossa quando, nel 1953, il nuovo governo egiziano raggiunse un accordo con i principali partiti sudanesi. L’anno successivo le forze britanniche si ritirarono anche dalla Zona del Canale, ponendo fine a più di settant’anni di occupazione inglese.

 

III. 3. LA PALESTINA E L’IRAQ

 

Intorno al 1880 in Palestina, provincia ottomana, si stava sviluppando una comunità ebraica di nuovo tipo: non l’antica comunità tradizionale costituita da ebrei orientali, bensì una comunità di ebrei provenienti dall’Europa centrale ed orientale, e che non venivano a Gerusalemme per studiarvi, pregarvi e morirvi, ma vi si recavano inseguendo il nuovo ideale di una nazione ebraica ripristinata e nuovamente radicata in queste terre. Nel 1897 questa aspirazione venne espressa nella risoluzione del primo Congresso Sionista che avanzò la richiesta della creazione per gli ebrei di un focolare nazionale in Palestina garantito dal diritto internazionale. Nonostante l’opposizione del governo ottomano, e la crescente inquietudine da parte della locale popolazione araba, nel 1914 la popolazione ebraica della Palestina era salita a circa 85.000 persone, vale a dire il 12 per cento del totale. Di essi, circa un quarto erano insediati sulla terra, parte della quale acquistata da un fondo nazionale e dichiarata proprietà inalienabile del popolo ebraico, su cui non si potevano impiegare non-ebrei. Alcuni vivevano in insediamenti agricoli di nuovo tipo (i kibbutz), con controllo collettivo della produzione e della vita comunitaria.

Con la caduta dell’Impero Ottomano un accordo anglo-francese del 1916 divideva la regione in zone di influenza permanente (Accordo Sykes-Picot, maggio 1916). Inoltre un documento britannico del 1917, la Dichiarazione Balfour, affermava che il governo vedeva con favore l’insediamento di un focolare nazionale ebraico ("Jewish National Home") in Palestina, a patto che questo non pregiudicasse i diritti civili e religiosi degli altri abitanti del paese.

Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, il Trattato di Versailles stabilì che i paesi arabi che in precedenza erano stati sotto il governo ottomano potessero essere provvisoriamente riconosciuti indipendenti, salvo la fornitura di assistenza e consiglio da parte di uno stato incaricato di un "mandato" nei loro confronti. Ai sensi dei mandati, accordati formalmente dalla Lega delle Nazioni nel 1922, la Gran Bretagna sarebbe stata responsabile dell’Iraq e della Palestina. A seguito dell’impegno, assunto dalla Dichiarazione Balfour e ribadito dal mandato, di facilitare la costituzione di un focolare nazionale ebraico, la Gran Bretagna amministrava direttamente la Palestina. Ma a est di questa venne fondato un principato di Transgiordania, retto da ‘Abd Allâh (1921-1951) figlio di Husayn, sotto mandato britannico ma senza impegni riguardo alla creazione del focolare nazionale ebraico.

In Iraq una rivolta tribale nel 1920 contro l’occupazione militare inglese iniziata nel 1917, con accenti di nazionalismo, fu seguita da un tentativo di instaurare istituzioni di autogoverno sotto l’autorità britannica. Faysal divenne re dell’Iraq (1921-1933), sotto la supervisione britannica e nel quadro del mandato. Inoltre le clausole del mandato vennero incorporate in un trattato anglo-iracheno.

Una volta terminata la Prima Guerra Mondiale e arrestati i movimenti di opposizione degli anni ’20, la Gran Bretagna non doveva più fronteggiare alcuna seria sfida nel Medio Oriente. Per qualche anno non vi furono nemmeno pericoli provenienti dall’esterno. Gli altri grandi stati dell’Europa (gli imperi russo, tedesco e austro-ungarico) alla fine della guerra si erano dissolti o si erano ripiegati su se stessi. Ciò voleva dire che il Medio Oriente, che per molto tempo era stato il campo di azioni comuni o di rivalità per cinque o sei potenze europee, era adesso esclusivo dominio di Gran Bretagna e Francia, e più della Gran Bretagna che della Francia, la quale era uscita dalla guerra formalmente vittoriosa ma molto indebolita. Per la Gran Bretagna era estremamente importante l’autorità sui paesi arabi in quanto, a parte gli interessi commerciali nella regione, questa rafforzava la sua posizione nel mondo. In Palestina gli investimenti britannici consentirono di sviluppare il porto di Haifa, e inoltre vi era una notevole importazione di capitale ad opera di istituzioni ebraiche impegnate ad edificare il focolare nazionale ebraico.

In Palestina, l’acquisizione di terre per gli immigrati ebrei provenienti dall’Europa, avviata sul finire del XIX secolo, proseguì nel quadro del nuovo sistema amministrativo instaurato dalla Gran Bretagna nella sua qualità di governo mandatario. L’immigrazione ebraica veniva incoraggiata, nei limiti imposti in parte dalle stime governative del numero di immigrati che il paese poteva assorbire in un dato periodo, e in parte dalla maggiore o minore pressione che i sionisti o gli arabi riuscivano ad esercitare sul governo di Londra. Durante questo periodo la composizione della popolazione del paese mutò in maniera considerevole. Nel 1922 gli ebrei costituivano l’11 per cento di una popolazione complessiva di 750.000 persone, mentre il resto era formato da musulmani o cristiani arabi. Nel 1949 essi costituivano più del 30 per cento di una popolazione che nel frattempo era raddoppiata.

Nello stesso tempo erano stati fatti notevoli investimenti tanto da parte di singoli ebrei che da parte di istituzioni costituite allo scopo di contribuire alla creazione del focolare nazionale. Gran parte di essi venne destinata alle necessità immediate dell’immigrazione, e qualcuno a progetti industriali. Inoltre, molti vennero destinati all’acquisto di terreni e a progetti agricoli. All’inizio degli anni ’40, gli ebrei erano proprietari del 20 per cento delle terre coltivabili, e gran parte di esse erano di proprietà del Fondo Nazionale Ebraico, che le considerava proprietà inalienabili del popolo ebraico, su cui non potevano essere impiegati non-ebrei. La popolazione immigrata, comunque, era divenuta prevalentemente cittadina. Il tipico ebreo di Palestina era un cittadino residente in una delle tre grandi città, Gerusalemme, Haifa o Tel Aviv. Ma un simbolo importante era anche il contadino residente in un insediamento collettivo, il kibbutz.

In Iraq l’autorità mandataria britannica era stata esercitata fin quasi dall’inizio attraverso il re Faysal e il suo governo. Le competenze del governo vennero estese nel 1930 da un Trattato Anglo-Iracheno, secondo il quale all’Iraq veniva formalmente accordata l’indipendenza in cambio dell’accordo di coordinare la sua politica estera con quella della Gran Bretagna e di concedere alla Gran Bretagna due basi aeree e l’uso dei mezzi di comunicazione in caso di necessità. L’Iraq venne accolto come membro della Società delle Nazioni, a simboleggiare la sua uguaglianza e la sua accettazione nella comunità internazionale.

In Palestina, fin dai primi tempi dell’amministrazione mandataria britannica, apparve chiaro che sarebbe stato difficile creare qualunque tipo di struttura locale di governo che conciliasse gli interessi degli abitanti arabi indigeni e quelli dei Sionisti. Per questi ultimi, l’importante era tenere aperta la porta dell’immigrazione, e ciò richiedeva il mantenimento dell’autorità inglese fino a che la comunità ebraica non fosse diventata abbastanza consistente e non si fosse assicurata un controllo delle risorse economiche del paese sufficiente a permetterle di badare in prima persona ai propri interessi. Per gli arabi era essenziale prevenire un’immigrazione ebraica di proporzioni tali da danneggiare lo sviluppo economico e in prospettiva l’autodeterminazione, e la stessa esistenza della comunità araba. Presa tra due fuochi da queste pressioni contrapposte, la politica del governo britannico fu quella di conservare l’autorità diretta, consentire entro certi limiti l’emigrazione, favorire nel complesso lo sviluppo economico della comunità ebraica, e rassicurare gli arabi di tanto in tanto che non avrebbe consentito che quanto stava avvenendo portasse al loro assoggettamento. Questa politica favoriva più gli interessi dei sionisti che quelli degli arabi, dal momento che, indipendentemente dalle rassicurazioni fornite, la crescita della comunità ebraica avvicinava il momento in cui questa avrebbe potuto assumere in prima persona il controllo della situazione.

A metà degli anni ’30, era sempre più difficile per la Gran Bretagna mantenere un equilibrio. L’avvento al potere dei nazisti in Germania aumentava la pressione da parte delle comunità ebraiche e di quanti le sostenevano in Inghilterra a favore di una maggiore immigrazione. A sua volta l’immigrazione cambiava l’equilibrio della popolazione e del potere in Palestina. Nel 1936 l’opposizione araba cominciò ad assumere l’aspetto di un’insurrezione armata. La dirigenza politica era in mano ad un’associazione di notabili cittadini, che aveva come figura dominante Amin al-Husayni, muftì (giureconsulto) di Gerusalemme, ma cominciava a fare la sua comparsa una dirigenza militare popolare, e il movimento aveva echi nei paesi arabi confinanti, in un momento in cui la minaccia agli interessi britannici da parte di Italia e Germania rendeva auspicabile per la Gran Bretagna avere buoni rapporti con gli stati arabi. Di fronte a questa situazione, il governo inglese fece due tentativi per risolverla. Nel 1937, in seguito all’inchiesta di una Commissione Reale (la Commissione Peel), venne proposto un progetto di divisione della Palestina in uno stato ebraico e uno arabo; esso era accettabile in linea di principio per i sionisti, ma non per gli arabi. Nel 1939, una relazione governativa prevedeva l’instaurazione definitiva di un governo a maggioranza araba, e limitazioni all’immigrazione e all’acquisto di terreni da parte degli ebrei. Questo sarebbe stato accettabile, con qualche modifica, per gli arabi, ma la comunità ebraica non avrebbe acconsentito ad una soluzione che chiudesse le porte della Palestina in faccia alla maggior parte degli immigrati e impedisse la nascita di uno stato ebraico. Una resistenza armata da parte ebraica cominciava a farsi vedere quando lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale pose fine per il momento all’attività politica ufficiale.

La guerra si concluse con la riaffermazione del predominio britannico in Medio Oriente. Tutti i paesi che in precedenza erano stati sotto il dominio britannico lo erano tuttora, ed eserciti inglesi erano anche in Libia, Siria e Libano. Di fatto però le basi della potenza britannica erano state scosse. In Gran Bretagna le fatiche della guerra avevano portato ad una crisi economica che poté esser superata solo gradualmente e con l’aiuto degli Stati Uniti. Ad oscurare il primato della Gran Bretagna erano giunte le due potenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, la cui forza potenziale era stata messa in luce dalla guerra.

Tra i popoli arabi, gli avvenimenti bellici suscitarono speranze di una nuova vita. Inoltre le circostanze della guerra rafforzarono l’idea di una più stretta unità tra i paesi arabi. Vi erano comunque diversità di sentimenti e di interessi: in Siria e in Iraq, i dirigenti avevano ancora un ricordo della perduta unità dell’Impero Ottomano, e desideravano legami più stretti; il Libano era in un precario equilibrio tra quanti si consideravano arabi e quanti, soprattutto cristiani, vedevano il Libano come un paese a sé legato all’Europa; i governi di Egitto, Arabia Saudita e Yemen avevano il senso della solidarietà araba, ma un forte concetto dei propri interessi particolaristici; tutti volevano creare un sostegno efficace per gli arabi in Palestina. Due conferenze tenute ad Alessandria nel 1944 e al Cairo nel 1945 sfociarono nella costituzione della Lega degli Stati Arabi. Essa riuniva sette stati che avevano una certa libertà di azione (Egitto, Siria, Libano, Transgiordania, Iraq, Arabia Saudita e Yemen), insieme a rappresentanti degli arabi palestinesi, e lasciando aperta agli altri paesi arabi la possibilità di unirsi ad essi quando fossero divenuti indipendenti. Quando, nel 1945, vennero create le Nazioni Unite, gli stati arabi indipendenti ne entrarono a far parte.

Durante la guerra, l’immigrazione ebraica in Palestina era stata di fatto impossibile, e l’attività politica era stata per lo più sospesa. Quando la guerra fu prossima alla fine, divenne evidente che i rapporti di forza erano mutati. Gli Arabi di Palestina erano meno di prima in condizione di presentare un fronte unito. La costituzione della Lega Araba, con il suo impegno a favore dei Palestinesi, sembrava offrire loro una forza che in definitiva si rivelò illusoria. Gli ebrei palestinesi, da parte loro, erano uniti da forti istituzioni comunitarie; molti di loro avevano avuto un addestramento militare nell’esercito inglese; essi avevano un sostegno più ampio e determinante da parte degli ebrei di altri paesi, impressionati dai massacri di ebrei in Europa, e risoluti a creare per i sopravvissuti non solo un rifugio, ma una posizione di forza che rendesse impossibile il ripetersi in futuro di fatti simili. Il governo britannico non aveva più la libertà d’azione di cui godeva prima del 1939, a causa dei suoi stretti rapporti con gli Stati Uniti e della dipendenza economica da essi. Dopo avere cercato di accordarsi con il governo di Washington su una linea di condotta unica, senza comunque trovare la contemporanea approvazione degli ebrei e degli arabi, nel 1947 la Gran Bretagna decise di investire della questione le Nazioni Unite, annunciando che il 14 maggio 1948 si sarebbe ritirata dalla regione. All’atto del ritiro delle truppe inglesi, da parte ebraica venne immediatamente proclamata la nascita dello Stato d’Israele e si instaurò un governo provvisorio guidato da David Ben Gurion. Questo venne riconosciuto dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica, mentre forze egiziane, giordane, siriane e libanesi penetravano nelle parti a maggioranza araba del paese. La soluzione ebraica fu considerata dagli arabi un atto di forza intollerabile, tanto più che la fondazione di uno stato ebraico avrebbe significato l’emarginazione religiosa, politica, sociale ed economica della maggioranza araba, che già costituiva l’elemento socialmente inferiore della regione. Fra il 15 maggio 1948 e il 25 gennaio 1949 si ebbe il primo conflitto tra arabi e israeliani. Le forze arabe, che comprendevano oltre ad armati palestinesi anche truppe dei vari stati mediorientali, mal guidate, senza coordinamento, furono sconfitte, mentre Israele riuscì ad occupare la maggior parte del paese. Quasi un milione di palestinesi, espulsi dalle loro terra, andarono incontro a una vita miserabile nei campi profughi messi a disposizione dei governi arabi. Aveva così inizio un conflitto tra arabi e israeliani in Medio Oriente, che era destinato col tempo a diventare sempre più acuto e drammatico.

 

III. 4. IL RESTO DEL VICINO ORIENTE

 

La Gran Bretagna aveva degli accordi per difendere gli sceicchi del Protettorato di Aden (1886), e quelli del Kuwait (1899 e 1914), Bahrein (1861 e 1892), Qatar (1916), e la Costa dei Pirati o Stati della Tregua (1892).

Mantenne anche degli speciali trattati di amicizia con il Sultanato di Muscat e Oman (1798).

Il contenuto di questi accordi era, in ogni singolo caso, più o meno lo stesso. Per ottenere la protezione della Gran Bretagna contro aggressioni esterne, i firmatari arabi si impegnavano a non stipulare alcun accordo o mantenere alcuna relazione con nessuna potenza straniera e a non ammettere la presenza di agenti di governi stranieri. Inoltre non potevano cedere, ipotecare o vendere parte dei loro territori a potenze straniere senza l’approvazione del governo di Londra.

I trattati con Muscat e Qatar differivano leggermente da questa formula generale. Quello con il Qatar presentava una ben precisa distinzione tra "aggressione proveniente dal mare" e "aggressione proveniente da terra". Nel primo caso la protezione britannica era garantita. Nel secondo caso era assicurata soltanto la fornitura di merci. Quello con Muscat era, per così dire, un trattato fatto da stranieri con uno stato sovrano.

L’accordo con il Bahrein del 1861 prevedeva l’aiuto britannico soltanto contro aggressioni provenienti dal mare e comunque l’accordo si fondava su un atteggiamento non aggressivo da parte del Bahrein stesso.

Nessuno di tali accordi prevedeva l’intervento britannico in casi di controversie interne a questi paesi. L’Inghilterra poteva intervenire soltanto dopo un invito ufficiale da parte di uno dei citati governi arabi. Soltanto in Kuwait e nel Protettorato di Aden le autorità britanniche garantivano la pace interna e prevenivano le aggressioni provenienti da terra.

Questi accordi e trattati furono stipulati con l’intento di raggiungere i seguenti obbiettivi:

     

  • Prevenire la pirateria, la schiavitù e le guerre navali nel Golfo.

     

  • Preservare l’area da un crollo dovuto al controllo di un’altra potenza navale mondiale che non fosse la Gran Bretagna (o, nel caso del Kuwait, diventare il terminale della linea ferroviaria Berlino - Baghdad).

     

  • Preservare la pace interna e la sicurezza delle vie di comunicazione terrestri nell’hinterland di Aden.

 

In generale questi accordi furono stipulati con lo scopo di ottenere dei risultati totalmente differenti da quelli che poi sono stati realmente ottenuti. La maggiore minaccia alla sicurezza di questi paesi si poteva scorgere nei disordini interni e nelle dispute riguardanti le zone di frontiera. Ad esempio, l’Arabia Saudita diventò una potenza militare ed economica con forti tendenze espansionistiche che hanno completamente alterato le circostanze per le quali la maggior parte degli accordi britannici nel Golfo furono sottoscritti.

Con il conseguimento dell’indipendenza da parte dell’Algeria nel 1962, l’epoca degli imperi europei ebbe di fatto termine, ma vi erano ancora alcune zone del Medio Oriente in cui permaneva il potere inglese, espresso in forme di governo e basato sulla possibilità di usare la forza militare. Nel Protettorato di Aden, negli anni ’50, gli interessi britannici si erano fatti più consistenti. La raffineria e la base navale di Aden erano importanti a causa del timore che l’URSS potesse stabilire la sua autorità sul Corno d’Africa, sulla sponda opposta del Mar Rosso. Il Protettorato allora venne trasformato in un sistema di controllo più formale. A Aden venne insediata un’assemblea legislativa, e gli stati protetti circostanti vennero riuniti in una federazione. Concessioni limitate portarono però allo scoppio di tutta una serie di disordini e nel 1966 il governo britannico decise di ritirarsi. Il ritiro vero e proprio avvenne però l’anno successivo.

Nel Golfo, non fu tanto la pressione locale quanto una mutata concezione della posizione della Gran Bretagna nel mondo che portò al ritiro di quest’ultima. Nel 1961 venne concessa una piena indipendenza al Kuwait: uno stabile ceto dominante di famiglie di commercianti stretto attorno ad una famiglia regnante riuscì a creare un nuovo tipo di governo e di società grazie allo sfruttamento del suo petrolio.

A sud del Golfo, una revisione delle risorse e delle strategie inglesi portò nel 1968 alla decisione del governo di ritirare le sue forze armate, e quindi la sua autorità, da tutta la zona dell’Oceano Indiano entro il 1971. Però la scoperta del petrolio in varie parti del Golfo, e il suo sfruttamento su vasta scala, diede nuova importanza a quella che era stata una zona molto povera e portò a una certa estensione dell’autorità inglese. Attraverso l’influenza inglese, si instaurò una sorta di confederazione, gli Emirati Arabi Uniti, destinata ad assumere il ruolo unificante in precedenza esercitato dalla Gran Bretagna. Essa era composta da sette staterelli (Abu Dhabi, Dubai, Shargia, Agiaman, Umm al-Qaiwain, Ras al-Khaimah, Fugiayrah), ma non entrarono a farne parte né il Bahrein né il Qatar. Anzi per qualche tempo l’indipendenza del Bahrein venne messa in discussione da pretese iraniane alla sovranità, basate su motivazioni storiche, ma nel 1970 esse vennero ritirate.

Dopo di ciò, l’unica parte della penisola in cui permaneva una presenza britannica era una parte in cui essa non era quasi mai ufficialmente esistita. Il sovrano dell’Oman era stato per lungo tempo praticamente sotto il controllo di un numero assai ristretto di funzionari britannici. Con il colpo di stato del 1970, guidato dal principe ereditario Sayyid Qabus Ibn Sa‘îd, venne posta fine al protettorato britannico e l’Oman venne ammesso all’ONU.

III. 5. VICINO ORIENTE SOTTO INFLUENZA BRITANNICA DAL 1800 A DOPO LA GRANDE GUERRA

ADEN. Occupata dagli Inglesi,1839. Graduale estensione del controllo britannico nella regione dal 1886 al 1954.

 

BAHREIN. Occupazione portoghese nel XVI secolo, poi persiana. Sceiccato indipendente (famiglia Âl Khalifah), 1784. Protettorato inglese, 1861.

 

CIPRO. Ottomana dal 1571. Amministrata dalla Gran Bretagna dal 1878. Nel 1914 la Gran Bretagna annette l’isola, che assume lo statuto di colonia, 1925. Indipendente dal 1960.

 

COSTA DEI PIRATI. Piccoli sceiccati sotto protezione britannica a partire dal 1820 fino al 1971.

 

EGITTO. Ottomano dal 1517, di fatto indipendente con Mohammad Ali al potere, 1805. Una rivolta xenofoba di ‘Urâbî Pashâ porta all’occupazione britannica, 1881-82. Protettorato britannico, 1914.

 

 

IRAQ. Province ottomane unificate in regno (famiglia hashimita) nel 1921. Occupazione e poi mandato britannico, 1920-32.

 

KUWAIT. Sceiccato (famiglia Sabah), rivendicato dagli ottomani. Protettorato britannico, 1899.

 

MUSCAT E OMAN. Principi locali (famiglia Âl Abû Sa‘id). Protettorato britannico dal 1798 al 1971.

 

PALESTINA. Ottomana. Occupazione britannica nel 1917, poi mandato, dal 1920.

 

QATAR. Sceiccato sottoposto alla sovranità ottomana dal 1872. Occupato dagli Inglesi nel 1916, ne diviene un protettorato nel 1934.

 

TRANSGIORDANIA. Parte della provincia ottomana di Damasco. Emirato dal 1921 (famiglia hashimita). Incluso nel mandato britannico sulla Palestina del 1920. Amministrazione separata dal 1923

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III. 7. IL PAKISTAN

 

Il Pakistan, come si è detto, nacque nel 1947 allorché la Gran Bretagna, sotto la minaccia di una guerra civile, creò due dominions nel subcontinente indiano: il Pakistan a maggioranza musulmana e l’Unione Indiana a maggioranza indù. La contesa a sfondo religioso tra indù e musulmani risale alla fine dell’impero Moghul (1858) allorché i musulmani persero parte dei loro antichi privilegi e si trovarono esposti alla reazione degli indù diretta contro i discendenti degli antichi dominatori. La creazione dell’università musulmana di Aligarh (1877) costituì un importante passo per la tutela della cultura e della civiltà islamiche.

Nel 1906 fu creata a Dacca la Lega Musulmana, partito politico contrapposto al Congresso d’ispirazione indù. Da essa emerse la figura di Ali Jinnah (1876-1948), che ne divenne ben presto il massimo esponente. La Lega si orientò dapprima (1916) verso la collaborazione con il Partito del Congresso, quindi passò a propugnare la creazione di una federazione. Ma con l’istituzione dell’autogoverno (India Act del 1935) cominciarono a costituirsi sempre più folte correnti di autonomisti. Fu Ali Jinnah che a Lahore, nel 1940, pose le basi di uno Stato musulmano autonomo, una "Terra dei Puri" (Pakistan) delineandone chiaramente i confini. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, perdurando lo stato di estrema tensione fra i due gruppi religiosi, anche il Congresso aderì alla formula proposta da Jinnah e la Gran Bretagna fissò i confini dei due nuovi dominions.

A differenza dell’Unione Indiana, il Pakistan non possedeva alcuna unità storica, differiva nel suo interno per tradizioni culturali e per la stessa composizione etnica. L’unico elemento comune tra le sue parti era l’adesione all’Islam ottenuta grazie a uno scambio di popolazione (circa 7 milioni di musulmani si trasferirono dall’India al Pakistan e 10 milioni di indù fecero il percorso inverso). Dopo pochi mesi dalla sua costituzione il giovane Stato dovette affrontare la "secessione" del Kashmir che gli inglesi avevano assegnato al Pakistan contro la volontà del maragià indù. Della questione si interessò l’O.N.U. che, nel 1949, divise la regione tra i due contendenti in attesa che un plebiscito risolvesse lo spinoso problema. Anche nel Pakistan orientale le spinte separatiste si fecero ben presto sentire mentre il paese era scosso da sommosse a sfondo politico - religioso (assassinio del primo ministro Ali Khan, 1951). Nel 1956 fu promulgata la costituzione, per la quale il Pakistan divenne una repubblica parlamentare.

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I. 10. GLI EX POSSEDIMENTI BRITANNICI A FORTE PRESENZA MUSULMANA

(La percentuale si riferisce alle popolazioni di fede islamica)

 

 

 


 

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