FISICA/MENTE

 

 

 

 

 

 

Dopo l’attacco e la distruzione contemporanea di Gaza e del Libano, Ben-Dor riconsidera alla violenza insita nello Stato Sionista per Soli Ebrei e spiega che l’esistenza di Israele, come stato ebraico, può portare a una catastrofe che minaccia di coinvolgere il mondo intero. Questo dimostra l’assoluta necessità e urgenza di lottare per la distruzione di Israele in quanto stato ebraico sionista e la sua sostituzione con uno stato democratico, non razzista, di ebrei e palestinesi secondo il principio: un uomo, un voto, come è successo in Sud Africa. L’articolo è anche un buon commento a chi si sbraita a gridare che «Israele ha il diritto di difendersi» (Manno Mauro).

 

 

“Il fondamento immorale dell’entità statale israeliana”

   http://comment.independent.co.uk/commentators/article1197235.ece

  di Oren Ben-Dor*

Tradotto dall'inglese da Manno Mauro, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (tlaxcala@tlaxcala.es). Questa traduzione è in Copyleft.

 

 

L’entità statale di Israele è fondata su un’ideologia ingiusta che è causa di umiliazione e sofferenza inflitta a coloro che sono classificati come non-ebrei, secondo parametri religiosi o etnici. Per nascondere questa immoralità primordiale, Israele incrementa per sé un’immagine di vittima. Provocare la violenza, consapevolmente o inconsapevolmente, contro la quale si deve poi difendere è un aspetto determinante della mentalità vittimistica. Dal momento che ha bisogno di perpetuare un simile tragico ciclo, Israele è uno Stato terrorista come nessun altro.

Molti tra coloro che vogliono nascondere l’immoralità di fondo dello Stato israeliano, lo fanno evitando di volgere e attirare lo sguardo sugli orrori dell’occupazione successiva al 1967 e proponendo una soluzione di due Stati, dal momento che sostenere uno Stato palestinese, implicitamente avalla l’ideologia che è dietro a quello ebraico.

La stessa creazione di Israele richiese un atto di terrore. Nel 1948, la maggior parte degli abitanti indigeni non-ebrei subirono la pulizia etnica e furono espulsi da quella parte della Palestina che divenne Israele. Questa operazione era stata attentamente pianificata. Senza la pulizia etnica, non sarebbe stato possibile fondare uno Stato con una maggioranza e un carattere ebraico.[1][1] Dal 1948, gli “arabi israeliani”, quei palestinesi che riuscirono ad evitare di essere espulsi, hanno subito una continua discriminazione. Nei fatti, molti sono stati dislocati nello stesso Israele, ufficialmente per “ragioni di sicurezza”, ma in realtà allo scopo di prendere le loro terre e darle agli ebrei.

Non è forse sicuro che la memoria dell’Olocausto e il desiderio di Eretz Israel (il Grande Israele, dal Nilo all’Eufrate, ndt) non sarebbero mai stati sufficienti per convincere il mondo della necessità della pulizia etnica e di uno Stato etnocratico? Allora per evitare la destabilizzazione che verrebbe da una indagine sull’eticità di Israele, lo Stato israeliano  ricorre anche ad altri mezzi per nascondere il problema centrale, e lo fa alimentando una mentalità vittimistica  tra gli ebrei israeliani.

Per tenere in piedi quella mentalità e per mantenere l’impressione davanti al mondo che gli ebrei sono le vittime, Israele deve alimentare le condizioni della violenza. Tutte le volte che le prospettive di violenza contro di esso diminuiscono, Israele deve fare il massimo per ricrearle: il mito che Israele è una povera vittima che cerca la pace e che però non trova “nessun partner per la pace” è un elemento fondamentale nel quadro che Israele ha elaborato per nascondere la sua immoralità primordiale e continua.

Il successo ottenuto da Israele nella campagna condotta per mettere a tacere le critiche della sua iniziale e successiva spoliazione dei palestinesi non lascia a quest’ultimi nessuna altra scelta se non quella di ricorrere alla resistenza violenta. Dopo l’elezione di Hamas – l’unico partito che, agli occhi dei palestinesi, non ha rinunciato alla loro causa – la popolazione palestinese di Gaza e di Cisgiordania è stata  schiacciata da una campagna di affamamento , di umiliazioni e violenza.

L’insincero “ritiro” da Gaza, e il successivo assedio, hanno provocato una sequela di violenze che, fino ad ora, ha comportato il lancio di razzi Kassam, la cattura di un soldato israeliano e la quasi rioccupazione di Gaza. Ciò che oggi vediamo è la crescita dell’odio, la crescita della violenza da parte dei palestinesi, l’aumento delle umiliazioni e delle punizioni collettive da parte degli israeliani – tutte cose utili a rafforzare e la mentalità vittimistica israeliana e lo status di mucca sacra dell’entità statale di Israele.

La verità è che non era possibile spartire la Palestina con misure etiche accettabili. Israele è nato per mezzo del terrore e ha bisogno del terrore per nascondere la sua immoralità di fondo. Ogni qualvolta c’è un barlume di stabilità, lo Stato ordina un assassinio mirato come quello effettuato a Sidone prima dell’attuale crisi in Libano, ben sapendo che un simile atto non porta sicurezza ma più violenza. L’unilateralismo di Israele e il ciclo di violenza si nutrono a vicenda.

Tra le violenze e malgrado il discorso convenzionale fatto per nascondere le radici della violenza, l’attualità ci invita a riflettere. Più rifiutiamo di rispondere all’impellenza di questa riflessione, e più l’attualità parlerà con le sue parole di violenza.

In ebraico, la parola elem (un silenzio  stordito dall’oppressione e dallo sbigottimento) è etimologicamente legata alla parola almut (violenza). Il silenzio riguardo al fondamento immorale dell’entità statale israeliana ci rende tutti complici della crescita del terrorismo che minaccia una catastrofe di tali dimensioni da lacerare il mondo intero.

 

* Oren Ben-Dor è israeliano, insegna ‘Filosofia della Legge’ e ‘Filosofia Politica’ all’Università di Southampton, Inghilterra. Potete scrivergli a: okbendor@yahoo.com .

 ____________________

 [1] Sarebbe nato solo uno stato multi-etnico, non razzista, di ebrei e palestinesi, che gli ebrei però non volevano. Invece, una proposta di minoranza della Commissione per la Sparizione del 1947 suggeriva espressamente questa ragionevole soluzione che ogni democratico oggi ha il dovere di riproporre. Ma, su pressione dei sionisti, vinse la proposta sostenuta da USA e Gran Bretagna di due stati etnici. Fu questa proposta voluta dai sionisti che fu approvata dall’ONU, allora costituito da soli 56 Stati dato che mancavano quasi tutti gli Stati che nasceranno dalla dissoluzione degli ex imperi coloniali di Francia, Gran Bretagna, Spagna, Portogallo, ecc. (oggi l’ONU è costituito da 194 paesi e dall’Onu attuale non sarebbe mai stata approvata la Risoluzione 181 sulla Spartizione della Palestina, questo è sicuro!). In quasi 60 anni di storia di Israele si è potuto vedere quali sono stati i risultati di quella sciagurata decisione, sarebbe tempo di finirla. Ndt.


 

Torna alla pagina principale