Israele è l´unico paese al mondo in cui io mi senta tuttora di sinistra. Più
che mai in questo viaggio (sono ormai al quinto, dopo il primo nel 1974 o 1975).
Anche se qui ciò che merita il nome di sinistra si è ormai ridotto alla sua
minima espressione: poche centinaia di "giusti", nel senso attribuito
a questa parola da Albert Camus. Un pugno di donne e uomini di straordinaria
integrità e coraggio, che conducono una battaglia politica, intellettuale,
culturale e giornalistica quasi donchisciottesca. Soprattutto dopo il 2000,
quando il grosso della società israeliana – in seguito al fallimento di Camp
David, all´inizio della seconda Intifada e alla proliferazione degli attentati
terroristici contro la popolazione civile - si è incancrenita in un
conservatorismo nazionalista, sciovinista e xenofobo, con una forte impronta
religiosa. Per dare un´idea dell´irrigidimento a destra basterà dire che alle
prossime elezioni, ad affrontarsi saranno due "divi" della politica:
Ariel Sharon e Benjamin Netanyahu. Quest´ultimo, da posizioni demagogiche e
ultranazionaliste, accusa il rivale di essersi consegnato al nemico; mentre
Sharon si presenta come un centrista moderato. Ha ragione Amos Oz: in Israele,
il surrealismo non è un genere letterario: è il modo di essere della politica.
I giusti non la pensano tutti allo stesso modo. Le differenze sono grandi. Tutti
però praticano, secondo l´espressione di Weber, la politica della convinzione
prima ancora che della responsabilità; e concordano nel criticare duramente lo
Stato e il governo israeliano, denunciando gli abusi e i crimini commessi contro
i palestinesi, e difendendo la pace. Una pace che a loro giudizio sarà
possibile solo se Israele rinuncerà all´occupazione coloniale della West Bank,
e riconoscerà il diritto dei palestinesi a un proprio Stato indipendente, con
capitale Gerusalemme, nell´ambito di un accordo di sovranità condivisa della
città.
Ma l´impegno più tenace dei giusti è forse il tentativo di aprire gli occhi
ai propri connazionali. In un sistema sempre più portato – un po´ come la
minoranza bianca nel Sudafrica dell´apartheid – a chiudere gli occhi davanti
a situazioni come quelle di Gaza e della West Bank, o ai comportamenti dei
militari e del governo, essi si sono assunti il ruolo di guastafeste, per
turbare la tranquillità e la buona coscienza della maggioranza conformista…
Sionisti e antisionisti, laici e religiosi, giornalisti e professionisti, si
muovono generalmente ai margini dei partiti, da indipendenti, o da piccole
fondazioni o ong. L´unica ricompensa ai loro sforzi è la soddisfazione morale
di essere coerenti con le proprie idee, la coscienza d´aver compiuto il proprio
dovere. Quelli che ho conosciuto sono esempi lampanti della tempra di cui sono
dotati gli esponenti della sinistra israeliana. Non dimenticherò mai Amira Hass,
la giornalista israeliana che da anni vive tra i palestinesi di Gaza e di
Ramallah «per sapere cosa significa vivere sotto un´occupazione coloniale». I
suoi articoli, come quelli del suo collega Gideon Levy su Haaretz, dicono ciò
che più nessuno osa dire e che l´opinione pubblica non vuole sapere. Così
come non dimenticherò l´ex soldato Yehuda Shaul e i suoi giovani
collaboratori, che esortano i compagni d´armi a «rompere il silenzio e a
confessare gli orrori commessi inevitabilmente da un esercito d´occupazione».
O Meir Margalit e i suoi amici, che con fatica e ostinazione ricostruiscono più
volte, contro ogni speranza, le case dei palestinesi che i carri armati tornano
a demolire.
L´elenco sarebbe lungo e incompleto. Vorrei concentrarmi qui sulla figura dello
storico Ilan Pappe, forse il più anticonformista degli israeliani, che conduce
una battaglia radicale contro l´establishment politico e accademico di Israele.
Nato a Haifa nel 1954, figlio di ebrei tedeschi, ha studiato storia all´Università
ebraica di Gerusalemme e quindi a Oxford, dove si è laureato con una tesi sulla
guerra del 1948, quando Israele ottenne l´indipendenza. Su questo tema ha
pubblicato vari studi, sostenendo, contrariamente alla versione canonica del
sionismo, che quella guerra fu un´autentica operazione di pulizia etnica, con l´espulsione
della stragrande maggioranza della popolazione palestinese dai villaggi
distrutti, per guadagnare territori allo Stato d´Israele. In base a quelle
ricerche, Ilan Pappe è giunto alla convinzione, duramente osteggiata nel suo
Paese, che Israele debba ammettere la responsabilità di quella spoliazione,
riconoscendo il "diritto al ritorno" dei profughi palestinesi come
presupposto alla pace.
Docente di storia mediorientale all´università di Haifa, è stato di recente
protagonista di uno scandalo per aver aderito al boicottaggio del mondo
accademico britannico contro le università di Haifa e di Bar-Ilan, a causa
delle vessazioni e discriminazioni dei due atenei ai danni di Teddy Katz, autore
di una tesi sul massacro nel 1948 degli abitanti di Tantura (ndr. un villaggio
palestinese vicino Haifa). Tanto è bastato ad alimentare forti pressioni in
Israele per l´espulsione dello stesso Pappe dall´università. Ma a Pappe è
giunto il sostegno degli ambienti accademici europei e statunitensi, dove il suo
prestigio ha basi solide (a chi desideri conoscere il suo rigore intellettuale
raccomando il suo libro A History of Modern Palestine. One Land, Two Peoples,
Cambridge University Press, 2004).
Mi figuravo un personaggio tutto passione e tensione. Al contrario, Ilan Pappe
è un uomo gioviale, pieno di vitalità e di senso dell´umorismo. Mi ha fatto
conoscere la parte araba di Haifa, o quel che ne rimane: i luoghi ove sorgevano
i villaggi cancellati e, al centro della città, le case espropriate a suo tempo
da Ben Gurion agli arabi più benestanti, oggi in esilio. Ilan Pappe e i suoi
collaboratori le hanno fotografate per tentare di identificare i proprietari o i
loro eredi, e ricostruire una società e un´epoca che la storia ufficiale vuole
annullare.
Ilan Pappe ama la sua città e la conosce casa per casa. Ma la sua voce si
incrina quando ricorda che nel 1948, nel giro di pochi giorni, 75 mila arabi ne
vennero espulsi. Solo a tavola, in un ristorante del quartiere, lo storico si
decide a parlare della politica attuale. È convinto che il ritiro da Gaza non
avrà grande rilevanza, anche perché quei 21 insediamenti israeliani sono poca
cosa rispetto alle centinaia di colonie della Cisgiordania, che Sharon non
intende evacuare. Ma non vi sarà soluzione del conflitto finché Israele non
riconoscerà il diritto della Palestina alla sovranità e al ritorno dei
profughi. La sua critica al sionismo è frontale: un Paese che pratica l´esclusivismo
religioso ed etnico non può essere veramente democratico. Ilan Pappe è uno dei
più eloquenti sostenitori di uno Stato unico e binazionale, nel quale ebrei e
arabi siano cittadini con pari diritti e doveri.
Ilan Pappe abita a una ventina di minuti da Haifa, in un sobborgo inerpicato sul
colle: si vede un immenso cielo stellato, in questa notte tiepida e chiara che
più mediterranea non si può. Ha due figli piccoli e una moglie incantevole. La
conversazione mi ha profondamente commosso. È stata una delle mie ultime
interviste in Israele, dopo due settimane demenziali, durante le quali ho dovuto
lottare contro le impressioni tremende che mi suscita la situazione di questo
paese. Un paese che è cresciuto, si è arricchito, è diventato potente. Tanto
potente - e qui sarei lieto di sbagliarmi - da poter andare avanti così per
molti anni senza avvertire l´urgenza di risolvere il problema palestinese. Una
cosa è certa: per quanto dolorosi e terribili possano essere gli attentati
terroristici per le vittime e le loro famiglie, sono soltanto piccoli graffi
sulla pelle di quell´elefante che è oggi Israele: episodi che non incidono
sulla sua esistenza, sul suo elevato livello di vita, e purtroppo neppure sulla
sua coscienza. Ma c´è di peggio: in un certo senso, e a differenza dei
palestinesi - per i quali il conflitto è questione di sopravvivenza, di vita o
di morte – gli israeliani lo vivono ormai come una realtà marginale, una
routine nella quale il loro potente esercito si allena, si aggiorna e si
rafforza.
Nonostante tutto, il mio pessimismo mi sembra meno giustificato dopo l´incontro
con Ilan e la moglie. Entrambi sono certi che presto o tardi il vento cambierà.
La loro convinzione è così limpida da contagiarmi. Le ingiustizie storiche
finiscono sempre per essere riconosciute, e con la condanna universale verrà
anche la dovuta riparazione. Quale prova migliore della storia stessa del popolo
ebraico? Gli atroci massacri, i ghetti, le persecuzioni secolari sono forse
riusciti a sterminarlo? La verità si imporrà anche in questo caso.
In Israele esistono ancora uomini come Ilan Pappe. Aiutano a sperare che dopo
Gaza le cose possano andare per il meglio. Ma se questo avverrà, sarà il
frutto del lavoro di quelle eroiche formiche che sono i giusti di Israele.
copyright El Pais - la Repubblica (traduzione di Elisabetta Horvat)
COSA VUOLE ISRAELE ?
DI ILAN PAPPE
The Electronic Intifada
Immagina un gruppo di generali d’alto rango che per anni hanno simulato scenari da Terza Guerra Mondiale nei quali possono spostare in giro grandi eserciti, impiegare le armi più sofisticate che hanno a disposizione e godere dell’immunità di un quartier generale computerizzato dal quale possono dirigere i loro giochi di guerra. Ora immagina che sappiano che in realtà non c’è una Terza Guerra Mondiale e la loro esperienza è richiesta per calmare alcuni dei bassifondi vicini o che si debbano occupare della criminalità crescente in borgate disperate e in quartieri impoveriti. E poi immagina, nell’ultimo episodio della mia crisi chimerica – cosa succede quando scoprono quanto sono stati irrilevanti i loro piani e quanto inutili sono le loro armi nella lotta contro la violenza urbana prodotta dall’ineguaglianza sociale, la povertà e anni di discriminazione nella loro società.
L'articolo che segue di Ilan Pappe, pur essendo dell'ottobre del 2002, è fondamentale per comprendere ciò che avviene in Palestina/Israele.
La "offerta" che Sharon faceva a quell'epoca ai palestinesi, lo smantellamento delle colonie di Gaza ed il trasferimento di 7.500 coloni nel Negev al posto dei beduini, i cui villaggi erano stati definiti "illegali", era solo un'enorme trappola. Ilan Pappe, spiegando come è nata la rioccupazione della Cisgiordania nel 2002, in un'efficace sintesi elenca tutte le volte in cui Israele ha fatto finta di accettare "mediazioni" - dalla spartizione del 1947 fino al tentativo finale di imporre ad Arafat la resa nel luglio 2000 a Camp David - per poterle sfruttare per successive operazioni militari con le quali disarticolare la società palestinese, per impedire semplicemente ogni possibilità di porre le basi per uno stato indipendente.
Il contributo di Pappe è anche un accorato appello al proprio popolo perché riconosca i torti fatti al popolo palestinese ed altri popoli della regione, unico modo per evitare al popolo israeliano tragedie più grandi.
Per noi il contributo di Ilan Pappe è uno spunto prezioso di riflessione in un momento in cui anche a sinistra c'è chi vorrebbe dirci che tutti i gatti sono bigi, che vittime e carnefici sono sullo stesso piano, ecc. L'invito di Pappe è di non credere ai facili inganni cui portano le scorciatoie.
DÉJA-VU
Ilan Pappe*
Esaminando con attenzione gli ultimi avvenimenti in Palestina si prova un inquietante senso di déjà vu, che ci riporta a eventi sia lontani che vicini nel tempo. La sensazione più forte è che si stia ripetendo la catastrofe del 1948, la "Naqba". A distanza di cinquant'anni, si ha l'impressione, come allora, che il futuro della Palestina non sia stato ancora deciso e che sarà determinato con la forza piuttosto che con il negoziato.
Nel 2002, la questione ha dimensioni geografiche differenti. Il punto centrale riguarda chi controllerà l'esiguo 22% della Palestina che nel 1948 non entrò a far parte dello Stato di Israele. In quell'anno Israele fu costruito sul 56% della Palestina assegnatogli dall'ONU e su un ulteriore 22% che venne occupato con la forza.
La maggior parte dei palestinesi che vivevano sul territorio del nuovo Stato, circa 900.000, furono espulsi con la violenza, i loro villaggi distrutti e i quartieri urbani vennero occupati da immigrati ebrei. La fondazione di Israele, quindi, fu resa possibile dalla forza militare, dalla pulizia etnica e dalla de-arabizzazione del paese.
A partire dal 1967, e ancora di più dal 1987, il futuro del residuo 22% ha rappresentato il problema più importante all'ordine del giorno, sia a livello locale che in qualche misura regionale. Fino al 1993 i vari governi israeliani in mancanza di un'annessione formale hanno puntato a stabilire un controllo totale su tutto il territorio, espandendo gli insediamenti ebraici e attuando una politica di lento trasferimento.
Qualsiasi resistenza popolare o armata è stata brutalmente schiacciata, ma la prima "Intifada" ha indotto l'esecutivo israeliano, nel 1993, ad accontentarsi di esercitare un controllo diretto solo su una porzione di quel 22% ed a instaurare vari "bantustan" nella parte rimanente.
A Camp David, nell'estate del 2000, questo assetto (il piano Barak), insieme alla richiesta di una rinuncia al "diritto al ritorno" dei palestinesi, è stato presentato sotto forma di diktat ad Arafat. Il suo rifiuto e una serie di eventi successivi hanno fatto scoppiare la seconda "Intifada".
La differenza fra ciò che a Camp David è stato offerto ad Arafat e la strategia di Ariel Sharon nel 2002 è minima: riguarda i chilometri quadrati che dovrebbero essere assegnati ai "bantustan". L'obiettivo è identico: la creazione di un'entità politica palestinese priva di qualsiasi significativa sovranità o indipendenza, con una sistemazione post-bellica in cui i palestinesi rinuncino al loro diritto al ritorno ed abbandonino ogni aspirazione a Gerusalemme Est capitale.
In questa sua linea Sharon non è solo: può contare sul pieno appoggio del Partito Laburista Israeliano, non soltanto per quanto riguarda la sua strategia per il futuro, ma anche per la tattica che adotta per raggiungere i suoi obiettivi.
Attraverso la sua guerra contro l'Autorità Nazionale Palestinese e la creazione di quelle che egli definisce "zone di sicurezza", Sharon vuole imporre con la forza un nuovo assetto della Palestina e di Israele. Questo quadro dovrebbe garantire, come era nelle aspirazioni sioniste del 1948, il controllo israeliano sulla maggior parte di territorio possibile, con il minor numero possibile di palestinesi. Gli arresti di massa, le espulsioni e le intimidazioni sono stati e saranno utilizzati per ridisegnare la mappa di Israele. Anche il linguaggio ambiguo e il fallimento di qualsiasi reale opportunità di negoziato fanno parte di questa strategia.
È qui che avvertiamo il secondo e più recente déjà vu, quello del Libano nel 1982. Allora sempre lo stesso Sharon era determinato a costruire 'un nuovo Libano' convinto che l'imposizione di nuove realtà politiche rientrasse nelle sue prerogative, così come oggi ritiene di avere il potere di dare un nuovo assetto ad Israele ed alla Palestina, deportando una popolazione, uccidendo migliaia di persone e giudaizzando ulteriori regioni della Palestina.
Ma quando la storia si ripete si producono situazioni talvolta peggiori degli eventi originali: esempi sempre meno accettabili della follia e della crudeltà umane. Il potere di Israele ed i mezzi a sua disposizione sono oggi assai più distruttivi che in passato. I sistemi per mobilitare l'opinione pubblica all'interno dello Stato Ebraico risultano molto più sofisticati ed efficaci che in precedenza e le voci di dissenso sono meno numerose e più deboli.
Gli USA appoggiano ancora Israele, come nel 1948 e nel 1982, ma non si può dire altrettanto almeno per una parte dell'Europa. Il mondo arabo è impegnato, come nel passato più a parole che nei fatti. I palestinesi continuano ad essere soli contro un nemico che da sempre è pronto a distruggerli. I mezzi israeliani variano nel tempo, ma l'intento rimane sempre lo stesso. E anche se molti ebrei in Israele sono tuttora animati da nobili motivazioni, quali il desiderio di costruire una democrazia, sostenere un'economia molto modernizzata e diffondere gli splendori della cultura e del modo di vita ebraici, queste aspirazioni vengono soffocate e nei fatti sconfitte, dalla decisione di perseguire tali obiettivi a spese della popolazione originaria della Palestina, a qualsiasi costo.
Se altri paesi avessero optato per una politica e una strategia di questo tipo sarebbero già stati definiti da tempo "Stati Canaglia". Ma il complesso di colpa degli europei (del tutto comprensibile in considerazione degli orrori dell'Olocausto) e la forte lobby ebraica statunitense hanno risparmiato finora ai politici come Sharon un destino simile a quello di Slobodan Milosevic.
L'IDF (Israeli Defence Force: la Forza di Difesa Israeliana) è determinata a distruggere non solo l'Autorità Palestinese, ma anche le infrastrutture necessarie a una indipendente, o anche solo autonoma, esistenza palestinese in Cisgiordania. In tal modo si creerebbe un vuoto che Sharon intenderebbe riempire sommando due vecchie concezioni israeliane su come "governare" le aree arabe: da un lato affidando ai militari israeliani il compito di controllare la vita nelle zone ritenute cruciali per Israele, dall'altro servendosi di una rete di collaborazionisti, sul modello delle "village societies", che già nel 1981 Sharon aveva tentato invano di sostituire alle strutture della Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).
Un simile regime può essere imposto in due modi: o attraverso la realizzazione di un accordo, tra Sharon e una leadership palestinese locale, sponsorizzato da alcuni Stati Arabi, dall'Europa e dagli Stati Uniti o, più probabilmente, ricorrendo di nuovo alla forza, ma in maniera più sottile, al fine di 'diluire' (se vogliamo usare per un momento il nuovo vocabolario politico, inumano e disumanizzato di Israele) la popolazione della Cisgiordania. Cioè servendosi di qualsiasi mezzo a sua disposizione, il governo "incoraggerebbe" lo spostamento di palestinesi verso Gaza e verso la Giordania.
Sharon può contare oltre all'appoggio del suo partito, anche su alcuni esponenti laburisti che esprimono implicitamente posizioni simili. Nel tempo, con l'approssimarsi delle elezioni politiche israeliane, il Partito Laburista potrebbe abbandonare l'esecutivo, probabilmente solo per rientrarvi in seguito, quale membro di un nuovo governo di unità. Ma ciò non dovrà farci chiudere gli occhi di fronte alle responsabilità dei leader laburisti nella distruzione dell'infrastruttura sociale, economica e politica palestinese nella Cisgiordania, e forse in futuro anche nella Striscia di Gaza. Una distruzione che è stata accompagnata da azioni umilianti e da violazioni di diritti umani, inflitte sia in misura imponente e su scala collettiva, sia con un alto valore simbolico ai leader palestinesi, fino al loro vertice, Arafat. Atti di umiliazione che sono stati spesso accompagnati da massacri e dalla distruzione di case e strade. Il tutto come parte di una missione punitiva mascherata da "guerra contro il terrorismo".
Sono assai pochi coloro che in Israele offrono una interpretazione alternativa della "guerra contro il terrorismo". Scioccati dalle bombe umane che hanno prodotto un senso di insicurezza personale e un aumento del numero delle vittime, gli israeliani in generale sono incapaci o restii a prendere piena coscienza dei piani disastrosi dell'uomo che hanno democraticamente eletto con una maggioranza senza precedenti. Le sue posizioni, fra l'altro, assecondano anche le latenti tendenze razziste ed etnocentriche presenti nella maggior parte degli ebrei del paese, tendenze che negli anni sono state alimentate dai sistemi di istruzione e culturali del paese.
Una coalizione di gruppi contrari alla guerra sta tentando di fornire una spiegazione alternativa alle bombe che esplodono nel paese e alla politica generale di Israele. Tale coalizione è formata da due blocchi. Il principale è guidato da "Peace Now" che ha scarsissime possibilità di offrire alternative significative. La posizione dei suoi membri, la loro sincera convinzione, è che Barak abbia fatto ai palestinesi davvero un'offerta estremamente generosa, cui Arafat ha reagito in modo deludente. Il loro discorso più comune è che "nonostante l'imperdonabile condotta di Arafat, non resta altra scelta che concludere la pace con quest'uomo tremendo".
Essi credono ancora nell'equazione proposta da Barak tra il ritiro israeliano e pace. Non hanno chiarito a se stessi né alla popolazione ebraica quale sia il vero significato della "pace". Per quel che si può dedurre, la loro concezione non prevede una soluzione al problema dei rifugiati, né un cambiamento nello status della forte minoranza palestinese in Israele - circa un milione di persone sul cui vasto appoggio confidano per le loro manifestazioni - né una piena sovranità del futuro Stato palestinese. I mali dell'occupazione vengono riconosciuti, ma identificati principalmente nella corruzione della società ebraica, non nei crimini contro la popolazione locale, né assolutamente nel danno permanente che ha avuto origine con la pulizia etnica del 1948. Eppure questa è l'unica coalizione in grado di organizzare vaste manifestazioni volte a sollecitare pressioni esterne su Israele, affinché ponga fine alle operazioni militari in corso.
L'importanza di questa posizione non va sottovalutata, ma dubito che essa riuscirà a produrre nell'opinione pubblica ebraica quel cambiamento necessario per aprire la strada della pace e della riconciliazione. Questa posizione all'interno della coalizione contraria alla guerra amplia lo spazio del dibattito pubblico in Israele, in un tempo in cui i media hanno imposto il silenzio su qualsiasi discorso o notizia che metta in discussione la politica del governo. E quindi, nonostante la sua presenza, i margini disponibili per un'azione a favore dei palestinesi e dei loro diritti, restano ancora molto limitati.
Il secondo blocco della coalizione, il gruppo più piccolo, non ha ottenuto neppure il riconoscimento della componente principale. La sua base si trova nelle organizzazioni ebraiche non sioniste e nella maggior parte dei partiti israelo-palestinesi. Prospetta una visione veramente alternativa e ipotizza proposte realizzabili, ma è emarginato e combattuto, non solo dall'establishment, ma pure dalla componente maggioritaria della nuova coalizione pacifista. La sua importanza sta nella rete di contatti con organizzazioni regionali e internazionali, capaci di conferire legittimità alle sue azioni locali o esterne contro l'occupazione e per la pace. Questa piccola formazione della scena pubblica israeliana potrà denunciare, finché non verrà completamente messa a tacere, una serie di elementi che stanno alla base della natura oppressiva del sionismo e di Israele: le caratteristiche, proprie dell'apartheid, le politiche verso la minoranza palestinese del paese, il contesto storico delle azioni di Israele contro i palestinesi dei territori occupati, il dovere della società ebraica, di riconoscere i crimini commessi - dalla pulizia etnica del 1948 fino alla recente operazione "Homat Magen" (muraglia di difesa). E questo nome dovrebbe far ricordare l'operazione "Pace in Galilea" del 1982. In realtà si tratta di due eufemismi, sia quello di adesso che quello di allora, utilizzati da Israele nelle sue guerre di distruzione scatenate contro i libanesi ed i palestinesi.
Se mi è consentita un'osservazione più personale, aggiungerei un déjà vu di carattere privato. Come nel 1993, nei giorni d'oro di Oslo, anche oggi si percepisce la stessa disperata frustrazione rispetto al futuro. Sostenni allora, e sono ancora dello stesso avviso, che "Peace Now" condivide quella stessa visione sionista che non consente il riconoscimento delle ingiustizie inflitte nel passato, né l'esigenza di una futura reale riconciliazione con le vittime palestinesi del sionismo e di Israele. Sono convinto oggi, come lo ero allora, che ciò può avvenire solo se nella società ebraica si verificherà un cambiamento molto più profondo e strutturale. Dieci anni fa dissi allarmato che non potevamo aspettare altri dieci anni, perché per noi erano in serbo solo altre tragedie. Ora si ripresenta, ancora più acuta, la sensazione che non vi sia più tempo per trasformazioni di lungo periodo. Il tempo a nostra disposizione è ormai agli sgoccioli, mentre il pericolo della deportazione, o addirittura del genocidio, incombe su di noi. C'è bisogno di un intervento e di una pressione internazionali forti, affinché lo Stato di Israele e la società ebraica comprendano il prezzo morale e politico che dovranno pagare per le scelte compiute in passato e nella fase attuale.
Le persone che all'estero leggono ciò che io e gli amici che condividono il mio punto di vista scriviamo, ritengono erroneamente che si tratti di analisi e previsioni imbastite con una certa leggerezza. È esattamente il contrario. Prima di essere formulate, le nostre posizioni conoscono un lungo processo di elaborazione, fatto di dubbi, scelte, articolazioni. Esse pongono colui, o colei, che sostiene tali idee in una situazione sociale molto precaria. Nel migliore dei casi veniamo trattati come dementi, nel peggiore come traditori, anche da coloro che si considerano difensori della libertà di parola e di opinione in Israele. Non sto analizzando questa posizione dal punto di vista del rischio o della riprovazione, ma da quello del realismo. In che modo persone come me, così alienate dalla società in cui vivono, che aborrono ciò che essa ha fatto in passato e ciò che il suo governo sta facendo oggi, possono determinare cambiamenti effettivi nell'opinione pubblica del proprio paese? L'impresa appare quanto meno donchisciottesca.
Ma poi la mia mente corre a tutti gli ebrei che hanno aderito all'ANC [African National Congress, il movimento contro l'apartheid in Sudafrica], al movimento per i diritti civili negli USA e a quello anticolonialista in Francia. Ricordo gli italiani e gli spagnoli coraggiosi che non hanno ceduto alle promesse del fascismo e da questi esempi traggo la forza per invitare, dall'interno, il mio popolo a infrangere lo specchio che lo ritrae come un'entità morale superiore per sostituirlo con uno che denunci i crimini che loro stessi o i leader e i governi che hanno agito in loro nome hanno commesso contro l'umanità e contro il popolo palestinese.
[Tratto da "Between The Lines", ottobre
2002 - Traduzione di Tiziana Antonelli]
* Ilan Pappe, professore di Scienze politiche all'università israeliana
di Haifa, presidente dell'Istituto di Studi Palestinesi Emil Tuma e direttore
dell'Institute for Peace Research Givat Haviva, è autore di numerose
opere, fra cui "The Making of the Arab-Israeli Conflict, 1947-1951"
e "A History of Modern Palestine and Israel. The '48 Nakba & The
Zionist Quest for its Completion"
Patrizia Viglino
19 luglio 2006
Dietro il governo Olmert ci sono i generali, quelli che, per dirla con Ilan
Pappe, non aspettavano altro che di trasformare il conflitto "a bassa
intensità" in una guerra "vera".
Il governo Olmert è stata la vera calamità di Israele. Il partito Kadima è
nato a tavolino per sponsorizzare il progetto di Ariel Sharon di acquisire e
mantenere il controllo dei territori palestinesi una volta per sempre,
relegando quelli che certi "intellettuali" di destra teocon chiama
"gli arabi", all'interno di un sistema di apartheid o condannandoli
alla fuga come rifugiati. Purtroppo il marketing che ha caratterizzato il così
detto piano di "disimpegno" da Gaza (estate del 2005) ha funzionato
bene con la maggioranza della stampa che ha preferito a quel tempo non porsi
le due domande cui ha dato risposta Tanya Reinhart in un suo articolo. Le
domande erano: Israele ha davvero lasciato la Striscia? E, cosa significa,
"disimpegno"? No, Israele non ha mai avuto l'intenzione di lasciare
la Striscia di Gaza, ha solo preferito controllarla dall'esterno e impiegare
soldi e truppe (che usava per proteggere un pugno di coloni) per rafforzare la
colonizzazione della Cisgiordania.
Olmert è diventato presto l'ideale erede di Sharon, del falco Sharon. L'ha
voluto emulare prima con la presa della prigione di Gerico quando ha fatto
carta straccia degli accordi internazionali stipulati nel 2002 tra Israele e
Palestina e mediati da Stati Uniti e Inghilterra. A Gerico Olmert ha usato per
la prima volta il pugno di ferro, comportandosi da generale, lui che non era
andato oltre una propaganda di incitamento all'espulsione dei palestinesi da
Gerusalemme est, negli anni che era stato sindaco di Gerusalemme Ovest.
Con esternazioni sui futuri progetti di Israele in Cisgiordania, riguardanti
il piano di "disimpegno 2" e l'acquisizione con la forza di tutti i
più importanti blocchi colonici della Cisgiordania (importanti per grandezza
e posizione strategica di controllo delle risorse naturali), Olmert aveva
iniziato la sua campagna elettorale, ma è solo a Gerico che l'ha vinta,
attirandosi le stime dell'elettorato di destra tanto da riuscire a rubare voti
persino a Nethanyau che della destra israeliana era stato uno dei padri.
Impressionante l'appoggio che il governo Olmert ha ricevuto non solo dai
governi occidentali, prevedibile del resto, trattandosi di un governo
liberamente eletto, ma anche dalla stampa, che si è presentata al cospetto
del nuovo re di Tel Aviv con devozione e soggezione. Si sarà trattato di un
abbaglio? Per il giornalismo del nostro paese può essersi trattato solo e
sempre di autocensura, di mancanza di spirito critico, di pochezza nel
comprendere per tempo dove Olmert stava andando. Dal nostro punto di vista era
necessario criticare apertamente sia il piano di annessione in Cisgiordania,
che l'espulsione dei palestinesi da Gerusalemme Est. Lì si trovava il
calderone, lì stava ribollendo la terribile piega che i fatti hanno assunto
poi a Gaza e infine in Libano.
Olmert è stato l'uomo giusto per una parte cospicua di Israele che anelava
chiudere una volta per sempre la partita con la rivolta palestinese. Ad
approfittarne sono stati gli Stati Uniti che hanno soffiato a lungo sul fuoco
della prossima guerra. Olmert è l'uomo del disastro, è l'uomo che sta
distruggendo Israele, minando ogni possibile negoziato futuro. Con il suo
unilateralismo a oltranza basato sulla legge del più forte sta portando
israeliani e palestinesi sull'orlo di una catastrofe dove a dominare sarà la
legge della jungla. D'ora innanzi, a cadere nel baratro saranno in molti.
Ilan Pappe, il più importante storico vivente, ha scritto di una pulizia
etnica in corso ai danni dei palestinesi.
Questo 2006 è per i palestinesi una nuova Nakba, una catastrofe e delle
peggiori. La comunità internazionale, in particolare l'Europa, li ha
abbandonati al loro destino di sofferenza e di morte e non ha mosso un dito
quando la Striscia di Gaza è precipitata in una complice catastrofe
umanitaria. In Cisgiordania i raid militari e gli arresti di massa sono
all'ordine del giorno. Donne e bambini, ma anche lavoratori in fila, in attesa
di ricevere il permesso di lavoro per Israele, vengono raccolti in massa e
sequestrati, senza nemmeno un capo di accusa, solo perché palestinesi. Misure
sempre più restrittive impediscono ai palestinesi con passaporto straniero di
tornare a casa in Cisgiordania e migliaia di persone sono state allontanate
con la forza da Gerusalemme Est sempre più occupata militarmente.
La quotidianità palestinese è una realtà di reclusione grazie anche alla
illegalità del Muro. Un sistema di carcerazioni è il futuro che Israele
vuole per i palestinesi. Le città o ampie porzioni di territorio come la
Striscia di Gaza si sono trasformati in una serie non contigua di prigioni a
cielo aperto, la gente vive in aree chiuse come bantustan, in campi profughi e
villaggi tagliati fuori dal resto del mondo; i prigionieri politici sono
stipati in tende militari sovraffollate e passano il tempo seduti e legati
sotto il tiro delle armi, senza neanche lo spazio per tutti per potersi
sdraiare; in Israele prigioni più sofisticate sono vietate ad avvocati e
familiari, ma munite di torturatori altrettanto sofisticati, come e quanto
quelli dei campi di prigionia della Cisgiordania. Rifiutarsi di prendere in
considerazione questa realtà è un atto criminale.
Nel frattempo continuano gli espropri delle terre, sia private che municipali,
continua la distruzione delle coltivazioni (tra cui il vigneto secolare di
Betlemme, dove i monaci cristiani producevano il pregiato vino Cremisan), e si
fa più dura la repressione delle manifestazioni pacifiche cui partecipano
civili disarmati, dispersi con gas, bombe sonore e armi da fuoco.
Intanto il coro dei "tifosi" di Olmert, giornalisti, politici,
opinionisti, non si chiede cosa significhi e che esiti possa avere bombardare
un paese, una capitale del mediterraneo nel XXI secolo, con il vago pretesto
di liberare tre soldati fatti prigionieri. Uccidere con la più potente
tecnologia di guerra donne e bambini, sterminare intere famiglie, per questi
"tifosi" si giustifica sempre attraverso la precisazione che Israele
ha "il diritto di difendersi" e "di esistere". Bene, tutti
infatti hanno il diritto di esistere e di difendersi. Esattamente il diritto
che i palestinesi stanno esercitando da anni. Ma questo diritto a loro non è
riconosciuto perché il diritto di Israele "a esistere", che i
"tifosi" stanno propagandando, è il diritto ad "esistere
uccidendo gli altri", il diritto a difendersi con un uso sproporzionato
della forza nel momento in cui qualcuno si oppone all'occupazione militare e
al fatto che oltre un milione di persone nella Striscia di Gaza siano ridotte
alla fame e rinchiuse.
"Israele ha il diritto di esistere", è un eufemismo. Israele esiste e chiunque esista ha il diritto di esistere, anche i palestinesi hanno questo diritto. Il fatto è che Israele ha anche il diritto ad avere una democrazia "vera" che non sia messa al servizio degli interessi dei generali o delle corporazioni nordamericane che producono armi. Gli israeliani, come i palestinesi hanno diritto a uno stato vero che possa avere relazioni positive e costruttive con il resto del mondo. Quello che Olmert ha fatto in pochi mesi di Israele non lo aveva fatto neppure Sharon dopo i massacri dell'82 in Libano. Olmert ha distrutto un'immagine internazionale di Israele. Bush ha spinto Olmert dove voleva che questi si trovasse, con le spalle al muro e "in pericolo". La fanta-politica sta diventando politica, la guerra che non c'era sta montando di ora in ora. Se nessun governo davvero amico di Israele non fa presente a Olmert che è meglio fermarsi qui, allora non è un governo amico, è solo un altro governo che spera di avere guadagni dalla guerra, non importa quanti civili verranno uccisi.
http://www.piazzaliberazione.it/pagine/palestina/sm/24-09-05/pappe.htm
In Israele non esiste un movimento per la pace
Intervento di Ilan Pappe al Forum Sociale Svizzero (4 giugno 2005) *
tratto da: http://www.contropiano.org/
Traduzione
collettiva dal francese di Alida di Marzio, Diana Carminati,
Carlo Bauducco, Laura Silva e Alfredo Tradardi a partire dalla
traduzione in francese di Marcel Charbonnier.
Un
ringraziamento particolare a Silvia Cattori per aver diffuso
il documento (1).
Ilan
Pappe
(2), storico israeliano, grida a chi vuole ascoltarlo che i
palestinesi sono vittime di una “pulizia etnica”;
che sono più che mai in pericolo. Inoltre fa appello ai
movimenti di solidarietà del mondo affinché boicottino le
Università israeliane che egli considera macchine di
propaganda ufficiale del governo di Israele.
Noi
abbiamo il piacere di presentarvi la conferenza che ha tenuto
recentemente in Svizzera.
“Secondo
me, ciò che sta succedendo in Israele - Palestina, è un
gioco, è la sciarada della pace, una parodia della pace. Ma
la verità è che ancora una volta, sempre gli stessi politici
delle due parti si incontrano in alberghi lussuosi, con
diplomatici arrivati da tutto il mondo per parlare di niente,
per fare semplicemente delle chiacchiere. E sentiamo parole
roboanti, quali “processo di pace”, “evacuazione”,
“disimpegno”, “fine dell’occupazione”, “creazione
di uno Stato palestinese”….E’ “l’industria della
pace”, come direbbe Chomsky. Ma sul campo non succede
assolutamente nulla!
Invece,
tutto intorno al campo, si sviluppano le chiacchiere e i
futili esercizi di una diplomazia priva di senso. Ma il lato
inquietante è che, a partire dall’istante in cui Sharon ha
dichiarato che avrebbe intrapreso l’ennesima iniziativa di
pace all’interno di una precedente iniziativa di pace
chiamata “Road map”, abbiamo assistito ad una tendenza
molto pericolosa: tutti coloro che, nel mondo, si interessano
da vicino o da lontano alla causa palestinese, sembrano voler
partecipare al grande gioco della pace. Abbiamo già assistito
ai capitoli precedenti del gioco della pace. Ma, fino ad ora,
non vi partecipava chiunque lo volesse…..
Questa
volta, coloro che si è stabilito chiamare il Quartetto –
Unione Europea, Nazioni Unite, Russia e Stati Uniti – si
congratulano con Sharon per il suo disimpegno (da Gaza). E ci
sono persone, in Israele, che si pensa appartengano a un
“campo pacifista”, del partito Laburista e del movimento
“Peace Now”, che dicono la stessa cosa del Quartetto, e
cioè che lasceranno fare Sharon a modo suo: Sharon,
quest’uomo che conduce israeliani e palestinesi dentro un
nuovo capitolo di “costruzione della pace” in Israele -
Palestina.
Il
“piano di pace” di Sharon presenta un doppio pericolo: da
una parte è ingannevole, dall’altra crea tra la gente
l’illusione che stia per succedere qualcosa di positivo,
mentre invece la situazione è assolutamente catastrofica.
Minacciosa.
E
quando una politica dimostra di non riuscire a portare
assolutamente nessun cambiamento nella realtà vissuta dalle
persone, allora si ha come risultato la frustrazione. Si
prepara la terza Intifada!
Scoppierà
nel momento in cui ci saranno abbastanza persone coscienti che
gli attuali negoziati hanno fallito e che non hanno nulla da
offrire alle popolazioni.
[…]
C’è
un altro scenario, meno probabile ma comunque possibile:
quello di un aumento della violenza. La gente allora si
stancherebbe e direbbe: ”Bene, negoziamo e cerchiamo di
strappare il massimo possibile. Ne abbiamo viste
abbastanza!”. Chiunque sia stato nei territori occupati sa
che c’è sete di vita normale, che la gente è stanca di
questa lotta contro trentotto anni di occupazione. La gente
non sa più come convivere con questa situazione ed esiste il
pericolo che persino una delegazione palestinese dica, come
Arafat nell’estate del 2000: ”OK. Prendiamo ciò che ci
viene offerto, è meglio di niente!”. E si può già fin da
ora sentire questo genere di discorsi nei corridoi dei
ministeri, a Ramallah. E ciò è ancora più pericoloso della
violenza. E’ un argomento che può portare alla distruzione
- alla distruzione totale
del popolo Palestinese e della Palestina…..
Quindi,
per impedire ciò, dobbiamo sottolineare, ancora e sempre, che
invece di una sciarada di pace, ci troviamo in realtà di
fronte ad una occupazione che continua.
Ogni giorno che passa assomiglia al giorno prima, il quale
assomiglia a quello precedente, e così via da trentasette
anni. Ma se voi sostenete questa mascherata di pace, se
qualcuno sostiene questo giochetto della pace, significa, non
soltanto, permettere all’occupazione di continuare, ma
permettere a qualcosa di molto peggiore dell’occupazione di
verificarsi. Infatti, se gli israeliani avranno il via libera
per i piani di Sharon, significa che i palestinesi che vivono
in quella metà della Cisgiordania che Israele, l’Israele
del consenso, considera oggi parte integrante dello stato di
Israele, sono in pericolo.
Esiste
un grave pericolo che queste persone siano vittime di una
pulizia etnica.
Israele
ha già trasferito duemila famiglie palestinesi per costruire
il muro. E non troviamo questa informazione su nessun giornale
occidentale. Eppure, sono ben duemila le famiglie palestinesi
che sono state spostate, cacciate dalle loro case, per la
costruzione del muro…
Sono
250.000 i palestinesi direttamente minacciati di pulizia
etnica dalla prossima tappa di costruzione del muro, nel
quadro della prossima fase di annessione della Cisgiordania a
Israele.
Se
il progetto di pace continua ad essere sostenuto dagli
europei, dagli americani, dai russi e dall’Onu, vorrà dire
che Israele avrà il via libera per proseguire la sua politica
di pulizia etnica. Bisogna anche sapere che gli israeliani si
stanno già preparando ad affrontare la prossima insurrezione
(palestinese); questa volta, essi non esiteranno più ad
utilizzare i peggiori mezzi di repressione, in confronto alle
armi utilizzate nel corso della prima e della seconda Intifada.
Inoltre,
in questo momento non stiamo parlando semplicemente di pulizia
etnica, bensì del reale pericolo di una politica di
genocidio.
Non
è sufficiente dire che conoscete esattamente il progetto di
pace nei minimi dettagli. Penso che noi tutti, i militanti,
dentro e fuori Israele, dovremmo comprendere che esiste un
grave pericolo, urgente, quello di una pulizia etnica di
palestinesi in soprannumero e che esiste un solo modo di
fermare Israele. E che questo non può essere né il
dialogo né i negoziati diplomatici, con i quali stiamo
provando da trentasette anni…
Un
movimento contro l’occupazione all’interno di Israele, non
ha alcuna possibilità di successo. Nessuna.
Esiste
un solo modo di bloccare lo scenario che vi ho appena
descritto: tramite le pressioni, le sanzioni, l’embargo,
equiparando lo stato di Israele al Sudafrica durante il regime
di apartheid…. Non esiste altro mezzo.
E
lo dico con enorme tristezza, poiché conosco le conseguenze
di tale politica; ma chiunque sia stato impegnato nella lotta
per la pace – nel mio caso sono trentasette anni – sa di
avere buone ragioni, dopo trentasette anni, per dire che
nessuno sforzo diplomatico porterà a qualche risultato, che i
negoziati con Israele non conducono a nulla, che le forze
pacifiste, in Israele, non hanno alcun potere, che la lotta
armata dei palestinesi è fallita e che esiste un
solo modo per salvare la Palestina: far capire agli israeliani
che non potranno più far parte delle nazioni civili se
l’occupazione si protrarrà, anche di un solo giorno
in più …
Quali
strategie?
Viviamo
in tempi difficili per i vari movimenti di solidarietà.
Penso
che per molto tempo, in Europa, a giusto titolo, uno dei
principali obiettivi sia stato quello di promuovere il dialogo
israelo-palestinese e si tratta di un obiettivo sempre molto
importante, ma oggi dobbiamo mirare ad un altro obiettivo.
Oggi
chiediamo ai movimenti di solidarietà di fare qualcosa che
non hanno mai fatto fino ad ora in Europa. Chiediamo loro di
copiare, di imitare quello che i movimenti di solidarietà
hanno fatto nel caso del Sudafrica.
Se
guardate alla storia dei movimenti di solidarietà con la
Palestina dopo trentasette anni, potrete constatare che, poiché
pensavano che ci fossero due parti, poiché pensavano che
esistesse una possibilità che il dialogo mettesse fine
all’occupazione, questi movimenti – che non biasimo
affatto, anche io ne ho fatto parte – si sono sforzati di
promuovere le trattative, la coesistenza, la comprensione
reciproca. Nel futuro avremo forse bisogno di questo genere di
energia e di sostegno, da parte del movimento di solidarietà.
Ma
oggi, quello che cerco di far comprendere, è che ciò di cui
abbiamo bisogno, da parte dei movimenti di solidarietà, è
che essi salvino la Palestina per i Palestinesi. Infatti
se questi movimenti non riusciranno a salvare la Palestina per
i Palestinesi, gli ebrei in Israele saranno anch’essi
vittime, saranno perduti.
Perciò
noi abbiamo deciso effettivamente di fare un appello per
salvare i Palestinesi e gli ebrei; è la ragione per cui
ho fatto il seguente paragone nel mio articolo: noi siamo
tutti a bordo dello stesso aereo, senza pilota. Tutti lo
sanno: che voi parliate con i Palestinesi o con gli
Israeliani, tutti sanno che stiamo precipitando verso lo
scontro di una guerra spaventosa e nessuno ne vuole parlare.
Ciò significa che l’energia, sul campo, per fermare la
portata dell’occupazione è inesistente.
Così
la solidarietà, sia con i Palestinesi sia con gli ebrei, è
la necessità di aiutarli a porre fine all’occupazione.
Ogni
tentativo di aiutare i movimenti di solidarietà, che si sono
impegnati in iniziative di pace, di dialogo e di coesistenza,
è importante. Ma penso che non dobbiamo dimenticare, neppure
per un istante, qual è l’obiettivo imperativamente urgente.
C’è un bisogno urgente di strategie che corrispondano meglio alle realtà, che permettano di fare ciò che, sia i movimenti pacifisti in Israele, sia i movimenti palestinesi di resistenza nei territori occupati, non sono evidentemente riusciti a fare. Si tratta beninteso di porre un termine all’occupazione israeliana. E’ soltanto quando l’occupazione militare finirà che ci sarà una qualche possibilità di riconciliazione fra i due popoli.
Fino ad oggi, sfortunatamente, il processo di pace – ed in questa espressione, per me, sono compresi gli accordi di Ginevra – ha messo il segno “uguale” fra la fine dell’occupazione e la fine del conflitto.
Questo è falso: questo non funzionerà.
Non si potrà mettere fine al conflitto tra Israeliani e Palestinesi senza porre un termine all’occupazione.
Si potrà trattare sulla fine del conflitto, una volta stabilito un termine all’occupazione, ma non prima.
E
c’è una tale energia e così tante brave persone (vedi
quelli di Ginevra), che sono andate nella direzione sbagliata,
cercando di convincere la gente, in Europa, in Israele, in
Palestina e in America che nell’istante in cui i soldati
israeliani abbandonassero i territori occupati la pace
si instaurerebbe in Palestina. In realtà, dal momento in cui
i soldati israeliani lasciassero la Cisgiordania e la striscia
di Gaza, potrebbero iniziare le vere trattative sul processo
di pace. E, parallelamente a questi negoziati effettivi, ci
dovrà essere una riorganizzazione, dal lato palestinese.
Io
non vorrei troppo insistere sull’elezione di Abu Mazen o
sull’ elezione di Arafat, dopo Oslo. Certo, ho pensato che
Abu Mazen avrebbe ripristinato elezioni democratiche nei
territori occupati. Ho sempre pensato che anche Yasser Arafat
avrebbe riportato elezioni democratiche.
Ma
non dimentichiamo, nemmeno per un istante, che non è che gli
abitanti di territori occupati richiedano in modo particolare
le elezioni.
Le
elezioni, sotto occupazione, sono state imposte ai Palestinesi
come una pre-condizione israeliana. Non si dimentichi di
analizzare i dati storici, con coraggio. Gli Israeliani hanno
detto ai Palestinesi: ”Voi siete dei primitivi; noi non
possiamo negoziare la pace con voi finché non avrete tenuto
delle elezioni democratiche”. Ed è così che si sono avute
delle elezioni.
Fino
a questa esigenza israeliana, i Palestinesi facevano un
ragionamento molto giusto: “Che bisogno abbiamo di elezioni
finché siamo sotto occupazione?” C’è stato qualcuno in
Francia, alla fine della Seconda guerra mondiale, che abbia
reclamato elezioni prima della fine dell’occupazione?
Allora,
di che cosa parliamo in questo momento?
Inoltre,
se vogliamo parlare di strategie, tutti noi rispettiamo Abu
Mazen; egli rappresenta la popolazione dei territori occupati.
Egli può andare a negoziare e dovrebbe negoziare la fine
dell’occupazione.
Ma ha egli il mandato per negoziare in nome dei rifugiati palestinesi? Ho, io stesso, il mandato per negoziare in nome dei rifugiati palestinesi?
Noi
dobbiamo ascoltare dalla bocca dei rifugiati stessi in che
modo vogliono applicare il diritto al ritorno che è stato
loro riconosciuto dalle Nazioni Unite nel 1948.
Sono
molto felice di ascoltare Abu Mazen, che conosco da un quarto
di secolo, dire che non rinuncerà al diritto al ritorno.
Spero che non lo farà.
Ma
le strategie di pace, comprese quelle del movimento di
solidarietà europeo, dovrebbero porre il diritto al ritorno
dei rifugiati palestinesi al centro dell’agenda di pace. E
non la fine dell’occupazione.
Questa
fine dell’occupazione la vogliamo tutti, ben inteso. Le
persone dell’iniziativa di Ginevra, anch’essi, volevano la
fine dell’occupazione.
Ma
il conflitto tra Israele e Palestina non è un conflitto
basato sull’occupazione; si tratta della pulizia etnica
perpetrata da Israele nel 1948 e che non si è mai arrestata
un solo giorno da allora.
Così
le strategie di pace non sono strategie che mirano alla fine
dell’occupazione. Ecco come ci hanno riempito lo spirito di
chimere, dal 1967.
Quello
che ha detto il movimento “Peace, Now!” è quello che
hanno detto gli Americani, è ciò che sta dicendo il governo
svizzero: l’importante è che gli Israeliani si ritirino
dalla Cisgiordania e dalla striscia di Gaza.
Ebbene
no! Questo, non è la pace : un ritiro israeliano dalla
striscia di Gaza e dalla Cisgiordania costituisce
semplicemente la fine dei crimini d’Israele contro
l’umanità. Questo non ha nulla a che fare con una vera
pace.
I
Palestinesi che vivono nei territori occupati non
rappresentano che una parte del popolo palestinese, quelli
che, si noti bene, nella seconda metà del ventesimo secolo,
vivono da trentasette anni sotto occupazione militare! Questa
semplice ritirata non ha nulla a che vedere con la pace.
Riuscite ad immaginare la Svizzera sotto occupazione militare,
non per trentasette anni, ma “soltanto” per dieci anni?
Tutti
voi qui, sapete che cosa significa un’occupazione militare.
Significa che un sergente può arrestarvi, chiudere il vostro
negozio, distruggere la vostra casa, a suo giudizio, in
qualsiasi momento della giornata, brutalmente. Moltiplicate
questo per trentasette anni! Cos’ha tutto questo a che fare
con la pace?
C’è
un altro posto al mondo dove, esistendo un’oppressione, si
dovrebbe trattare con il governo oppressore, per chiedergli di
fermare la sua oppressione, dandogli qualche cosa in cambio?
Certamente
no! In Serbia, la Nato ha bombardato Belgrado per ottenere la
cessazione della pulizia etnica nei Balcani. Hanno inviato i
loro aerei a bombardare Belgrado. Ma con Israele, ebbene no!
Si negozia!!! Bisogna offrire qualche cosa agli Israeliani in
cambio perché essi si degnino di rinunciare un pochino a una
piccola parte della loro occupazione… E, disgraziatamente,
ci sono stati troppi Palestinesi a collaborare a questa
politica. Una strategia che tende alla pace è tutt’altra
cosa.
Una
vera strategia di pace prende in considerazione l’insieme
del Medio Oriente e non soltanto la Palestina. Non soltanto la
parte del popolo palestinese che vive nei territori occupati.
Certo,
bisogna liberarli, ma questi Palestinesi sotto occupazione non
rappresentano che una parte del popolo palestinese. Il popolo
palestinese è disseminato nell’intero Medio Oriente e tutti
i Palestinesi fanno parte di questo problema.
L’aspetto
profondamente negativo del progetto di Oslo, è stato quello
di escludere i rifugiati palestinesi ed i Palestinesi che
vivono in Israele dalla futura soluzione della questione
palestinese…
Concluderei
dicendovi come io immagino una strategia che sia, allo
stesso tempo, capace di riportare il problema dei
rifugiati palestinesi al centro dei negoziati di pace e di
produrre una riconciliazione tra ebrei e Palestinesi. Poiché
qualsiasi proposta diversa non produrrà nient’altro che una
tregua passeggera delle violenze e dell’occupazione.
Certamente non sottovaluterei mai una tregua, ma una tregua non è un progetto di pace.
Questa
strategia, la pongo sotto l’egida di ciò che io chiamo le
tre “A”:
Queste
tre “A” sono le tre condizioni che devono essere riunite,
se si vuole avere un piano di pace. Non propongo qui un
ennesimo piano. Sono semplicemente un intellettuale che
riflette su questo problema. Io non sono Palestinese. Non sono
un uomo politico. Non devo dare i dettagli sul modo in cui la
pace deve essere realizzata, precisamente: questo è il lavoro
dei politici. Ma ho un’idea che molti dei miei amici
palestinesi condividono. E sempre più israeliani – me ne
rallegro - immaginano il futuro come me.
La
prima « A » sta per «acknowledgement», cioè
“presa di coscienza”.
Non
ci sarà pace tra gli Israeliani e i Palestinesi finché gli
Israeliani non avranno ammesso quello che hanno fatto nel
1948.
Non tutti, in Israele – e questo è vero anche per i
giovani palestinesi - lo sanno.
Ciò che hanno fatto - e di questo non si ha consapevolezza sufficiente - in un solo giorno, nel 1948, fu peggio di trentasette anni di occupazione.
Ma noi abbiamo dimenticato! Ciò che gli Israeliani hanno fatto, in un solo giorno, nel 1948, essi non sono riusciti ad eguagliarlo in orrore, in trentasette anni di occupazione.
In
un solo giorno, nel 1948, gli Israeliani hanno distrutto
cinquecento villaggi, dai quali hanno cacciato la popolazione.
Hanno raso al suolo questi villaggi; al loro posto hanno
costruito colonie ebraiche o piantato parchi pubblici.
E’ questo crimine, perpetrato nel 1948, che è all’origine del movimento nazionale palestinese. Non è l’occupazione.
E
se noi continuiamo a non saperlo, gli Israeliani continueranno
a negare ciò che hanno fatto nel 1948; il modo in cui hanno
cacciato un milione di Palestinesi dalle loro case; il modo in
cui hanno preso l’80% della Palestina con l’esercito.
Finché questi fatti non saranno riconosciuti, è inutile parlare di “pace in Palestina”.
La
seconda “A” è la A di “Accountability”, di
responsabilità, di dover rendere conto.
Gli Israeliani devono assumersi la responsabilità di ciò che hanno fatto nel 1948.
L’hanno
detto le Nazioni Unite. Hanno chiarito cosa significa questa
responsabilità: il diritto dei Palestinesi cacciati dalle
loro case di tornarvi. Non dico affatto, beninteso, che
esista un modo semplice per rendere operativo il diritto al
ritorno dei rifugiati. La gente non deve imporsi laddove già
vivono altre persone. La soluzione non è quella di creare una
nuova ingiustizia con la motivazione che un’ingiustizia deve
essere riparata.
Ma non è quella di negare il diritto dei rifugiati al ritorno.
Non
si tratta solamente di responsabilità. Si tratta anche del
modo in cui gli Israeliani percepiscono il proprio inserimento
nel mondo arabo. Gli Israeliani negano il diritto al rientro
perché vogliono una maggioranza ebraica. E molti fra loro,
che credono in una soluzione a due Stati, pensano che i due
Stati permetteranno di avere uno Stato ebraico la cui
popolazione sarebbe prevalentemente ebraica… Israele è una
demografia etnica, non è una democrazia ebraica!
E
se la preoccupazione demografica – per la popolazione
d’una certa etnia – continua a dominare in Israele, allora
possiamo dimenticare la soluzione a due Stati. Dobbiamo
cominciare a riflettere su come costituire un unico Stato in
Palestina. Non c’è alcuna possibilità di elaborare una
soluzione a due Stati perché, se si volesse realizzarla, si
dovrebbero trasferire talmente tanti ebrei e Palestinesi che
qualsiasi soluzione a due Stati sarebbe necessariamente
macchiata da una forma di pulizia etnica. La soluzione a un
solo Stato consiste nell’affermare che i Palestinesi e gli
ebrei hanno gli stessi diritti.
Non c’è bisogno di trasferire nessuno. Occorre solo dare gli stessi diritti a tutti gli abitanti della Palestina.
Infine,
l’ultima “A” è quella di ”accettazione”.
Solamente
se gli Israeliani e l’insieme degli ebrei, nel mondo intero
e non soltanto in Israele, avranno riconosciuto quel che è
successo nel 1948, noi potremo discutere sul modo in cui essi
vogliono, esattamente, realizzare il diritto al ritorno dei
rifugiati, sul modo in cui, esattamente, la struttura politica
futura soddisferà, allo stesso tempo, il desiderio degli
ebrei di disporre di uno Stato e di una nazionalità e quello
dei Palestinesi, compresi quelli che sono stati cacciati
dall’80% della Palestina, di disporre di uno Stato, di una
nazionalità e di una vita normale. Soltanto allora gli ebrei
che vivono oggi in Israele avranno il diritto di chiedere ai
Palestinesi, al mondo arabo e al mondo musulmano, di essere
accettati.
Sì,
noi siamo stati un movimento colonialista.
Sì,
siamo entrati in Medio-Oriente alla fine del diciannovesimo
secolo.
Non
eravamo stati invitati, siamo venuti ad imporci con la forza.
Ma
noi oggi facciamo parte integrante del Medio-Oriente.
Dobbiamo
rinunciare al nostro sogno di appartenere all’Europa.
Dobbiamo sentirci parte integrante del Medio-Oriente, dobbiamo
collegarci ai problemi del Medio-Oriente, dobbiamo condividere
le cose da fare in Medio-Oriente, e non coltivare la visione
dell’Europa, non l’Eurovisione, non il calcio europeo…
Noi apparteniamo al Medio-Oriente, e quando, veramente, ne
avremo preso coscienza, senza dubbio non dovremo più
costruire muri, senza dubbio non dovremo più erigere barriere
elettrificate.
Perché i Palestinesi non sono i soli prigionieri del muro: anche gli Israeliani lo sono.
Se
volete vivere senza muro, allora accettateci: il mondo arabo
– e anche, ciò che potrebbe apparire più sorprendente, il
popolo palestinese, malgrado tutto ciò che gli Israeliani
hanno fatto loro subire – sono pronti ad accettare che sette
milioni di ebrei, che vivono oggi in Israele, facciano parte
del Medio-Oriente. Ma se l’occupazione israeliana si
protrae, se la pace in Palestina non arriva, il mondo arabo ed
il mondo musulmano diranno: ”basta!” e allora cinquanta
bombe nucleari non serviranno a nulla, il presidente Bush non
potrà aiutare questi ebrei, il governo svizzero, malgrado
tutti gli equipaggiamenti militari che ha comprato da Israele
non li aiuterà più! Se si vive in Medio-Oriente, bisogna
assicurarsi di far parte di questa regione del mondo, occorre
integrarvisi. E ho una buona notizia, per i cittadini
israeliani: appartenere al Medio-Oriente non è poi così
male. Ed essi continuano a sognare di non essere in
Medio-Oriente, e rendono aliena questa regione, allo stesso
modo che la regione li rende alieni.
Finché
non comprenderanno la vera natura del vicinato, dove sono
entrati con la forza, non ci sarà pace, né in Israele, né
in Palestina.
Non
c’è un vero movimento per la pace in Israele. È la ragione
per la quale ci servono delle sanzioni. Se ci fosse un
movimento per la pace in Israele, non chiederei sanzioni.
Sfortunatamente, non c’è un movimento pacifista a casa
nostra. Non c’è un movimento pacifista col quale discutere,
di conseguenza l’occupazione non sta per cessare. Quando
parlo di uguali diritti, parlo di uguali diritti nel futuro
Stato. Non dico che ci sono uguali diritti adesso, e affermo
che la base per una riconciliazione fra ebrei e Palestinesi
esisterà soltanto quando tutti avranno gli stessi diritti, in
un unico Stato. È l’unica soluzione. Il cammino sarà
senza dubbio molto lungo. Può darsi che sarà necessario
passare per uno stadio differente, in Israele, per ottenere
questi uguali diritti. Ma senza di essi, il conflitto perdurerà.
No, non c’è un campo di pace in Israele, sfortunatamente, e
non avremo la possibilità di riconciliarci se non quando
avremo posto termine all’occupazione, usando tutte le
pressioni possibili ed immaginabili, e quando la società
civile evoluta in Israele si sarà liberata dall’ideologia
sionista.
Il
movimento di solidarietà negli Stati Uniti e il boicottaggio
Mi
ricordo spesso di una storia raccontatami da Chomsky, a
proposito dell’America. Yasser Arafat è venuto a New York,
nel 1975, e ha fatto la sua prima apparizione all’ONU dove
ha pronunciato il suo celebre discorso. Ha incontrato degli
intellettuali, fra i quali Chomsky…
Chomsky
chiede a Yasser se sarebbero disposti ad aprire, insieme a
loro, negli Stati Uniti, un ufficio di pubbliche relazioni per
i Palestinesi.
E
Arafat gli risponde: “No: noi abbiamo l’Unione
Sovietica… Non abbiamo bisogno degli Stati Uniti.
E
Chomsky precisa di avere, egli stesso, un ufficio di pubbliche
relazioni a New York. Ma Arafat non lo ascolta. Questo
aneddoto dimostra, credo, che per lunghissimi anni i
Palestinesi e i loro sostenitori hanno considerato gli Usa -
per ragioni oggettive - come un peso morto, una causa persa. E
se, dato il peso che gli Usa hanno oggi nel mondo, si continua
a credere che gli Usa siano una causa persa, allora c'è sotto
un problema serio. Tuttavia, due cose vanno dette
sull'America. Si assiste alla nascita di parecchi movimenti di
persone esasperate da Israele. C'è un fiorire di movimenti.
Molte persone in America acquistano la consapevolezza che molti problemi americani sono legati al sostegno unilaterale a Israele.
Oh,
certo, non vediamo queste persone coscienti salire sulla
collina del Campidoglio, nei corridoi del potere americano,
tuttavia esistono, eccome. Poi, c'è la comunità araba
americana. Questa comunità è rimasta in silenzio per
anni, perché si trattava di una prima generazione di
immigrati. La seconda generazione, quella più giovane, è
molto più attiva e si impone molto di più. Penso che in un
prossimo futuro vedremo questa comunità, che si può stimare
in almeno tre milioni e mezzo di persone, esercitare un
impatto non trascurabile sulla politica estera degli Usa.
Per
quanto riguarda il boicottaggio... C'è un mito, secondo il
quale la comunità ebraica americana sosterrebbe
incondizionatamente Israele. In effetti sappiamo che solo una
piccolissima minoranza, in seno alla comunità ebraica
americana, sostiene effettivamente Israele. E c'è una
larghissima maggioranza, che possiamo definire la maggioranza
ebraica, che non sostiene Israele. Non sono contro Israele,
tuttavia non lo sostengono attivamente.
E
poi c'è un gruppo di universitari ebrei americani che dicono
"No! Non in nostro nome!". Chiunque conosca
minimamente Israele sa che lì come in molti altri Paesi, il
mondo universitario è una sorta di grande ministero degli
esteri. E gli universitari israeliani vengono formati - lo so
perché faccio parte del sistema - per essere ambasciatori di
Israele nel mondo intero.
Una
tattica eccellente consiste nell'andare a vedere questi
ambasciatori e le loro mogli, quando vengono a Losanna, se ci
vengono, e dire loro che sappiamo cose terribili sul conto del
loro Stato, che disapproviamo la loro politica e che se
continueranno in questo modo senza dubbio non li inviteremo più
da noi. Credo che questo abbia un impatto. Israele si
percepisce come un paese colto, civile, "l'unica
democrazia del Medio Oriente". Un buon sistema per sapere
se effettivamente Israele è così democratico come pretende
di essere, è il rispetto delle libertà accademiche. Se non
si adottano questi atteggiamenti con gli universitari
israeliani si avvalora l'immagine della sola democrazia nel
medio Oriente. E io che ne faccio parte posso dirvi che gli
universitari israeliani che si oppongono realmente
all'occupazione sono davvero pochi. Parliamo di una
sessantina di persone su 9.000. Inoltre gli universitari sono
una delle componenti chiave del sistema israeliano che
mantiene l'occupazione, ne permettono la continuazione e non
fanno assolutamente niente per opporvisi, mentre in qualità
di intellettuali hanno l'obbligo morale di farlo.
So
bene che l'espressione "pulizia etnica" ha delle
connotazioni che evocano il periodo nazista, ma in realtà
questa espressione non fu utilizzata allora. Mi riferisco a
un'espressione utilizzata dal Dipartimento di Stato e dalle
Nazioni Unite che descrive quello che è successo nei Balcani
negli anni '90. Se consultate il sito web del Dipartimento di
Stato o quello dell'ONU, troverete una definizione chiarissima
di ciò che è la pulizia etnica. La pulizia etnica è una
politica di espulsione, di demolizione di case, di costruzione
di muri di separazione, di segregazione; e questa politica è
motivata da una ideologia.
Il
movente di una tale politica è il desiderio di vedere un
gruppo etnico rimpiazzarne un altro. Non penso che esista
definizione migliore della politica sionista attraverso i
decenni.
Penso,
dunque, di utilizzarla con cognizione di causa, perché una
delle cose più importanti dette dal Dipartimento di Stato
americano sulla pulizia etnica è il fatto che le persone
cacciate dalle loro case da questo tipo di politica hanno il
diritto pieno e totale di farvi ritorno. Ecco perché penso
che l'esempio dei Balcani sia molto chiarificatore per capire
quello che accade da 37 anni, quel che è accaduto negli
ultimi mesi e anche, disgraziatamente, quel che continuerà ad
accadere negli anni futuri.
1)
Conferenza registrata il 4 giugno 2005 nell'Aula Magna
dell'Università di Friburgo. L'intervento di Ilan Pappe era
inserito nel Forum Sociale Svizzero sul tema: "Quale
solidarietà con il popolo palestinese?". Ci scusiamo se
alcuni passaggi non hanno potuto essere trascritti per
intero: la registrazione era difettosa.
2)
Ilan Pappe, storico israeliano, vive ad Haifa. Da lungo tempo
militante politico, è l'unico intellettuale israeliano ad
aver firmato una petizione per il boicottaggio accademico di
Israele. Definito traditore, accusato di essere "uno dei
peggiori neo-antisemiti" in Israele, è praticamente
isolato sulle barricate. In effetti può contare sul sostegno
di due soli insegnanti.
Autore
di numerose opere, è l'unico universitario a insegnare una
materia della quale gli Israeliani non vogliono neppure sentir
parlare: la pulizia etnica del 1948.
3) Silvia Cattori, di nazionalità svizzera e di madrelingua italiana, ha compiuto studi di giornalismo all’Università di Friburgo, prima di espatriare e di far carriera nel mondo dei funzionari internazionali e della diplomazia. Ha lavorato soprattutto come giornalista indipendente, sotto diversi pseudonimi. Da alcuni anni si stava dedicando ad attività letterarie, quando nel 2002, in occasione della spaventosa operazione israeliana “Scudo difensivo”, ha deciso di andare in Palestina. Sconvolta da quello che ha scoperto, da allora si è dedicata ad attirare l’attenzione mondiale sulla gravità delle violazioni commesse dallo Stato di Israele contro una popolazione indifesa.
Il declino e la caduta della sinistra israeliana.
03 ottobre2002
Ilan Pappe*
Chiunque abbia visitato le università israeliane a metà degli
anni '90 ha certamente sentito un soffio fresco di apertura e pluralismo
spirare per i corridoi di un establishment fino ad allora stagnante, tristemente
fedele all'ideologia sionista in ogni campo della ricerca che
interferisse in qualche modo con la realtà israeliana, passata e presente. La nuova
atmosfera permise agli studiosi di rivisitare la storia del 1948,
e di accettare alcune delle tesi palestinesi su quella guerra. Ci
produsse studi locali che sfidarono drammaticamente il quadro storiografico
del primo Israele. Nell'impostazione delle nuove ricerche, l'Israele
precedente al 1967 non era più un piccolo stato costretto a
difendersi e
l'unico stato democratico del Medio Oriente ma era ora descritto
come una struttura di potere che opprimeva la sua minoranza palestinese,
discriminava i propri cittadini ebrei arabi e portava avanti una
politica aggressiva nei confronti degli stati della regione. La critica
accademica andò oltre le torri d'avorio ed ebbe un impatto su altri canali
culturali come il teatro, il cinema, la letteratura, la poesia e persino
documentari televisivi e libri di testo nel sistema scolastico ufficiale.
Oggi ci vorrebbe un visitatore davvero fantasioso e determinato
per trovare una qualche traccia di questa apertura e di questo
pluralismo - ecco una delle maggiori conseguenze, o dovremmo dire vittime,
dell'ultima Intifada in Israele. Questo fa parte del declino, al primo scoppio
dell'Intifada, di quella che una volta era chiamata la
"sinistra israeliana". La "sinistra" era quella parte
dell'opinione pubblica ebraica che, con vari gradi di convinzione e
onestà, aveva posizioni di
pace nei confronti della questione palestinese. Dal 1967 i suoi membri
hanno dichiarato la propria volontà di ritirarsi dai territori occupati;
hanno accettato uno stato palestinese con Gerusalemme Est capitale,
accanto ad
Israele, e hanno parlato della necessità di garantire pieni diritti
civili alla minoranza palestinese dentro Israele.
Un'ampia parte di questo gruppo, alla vigilia della presente Intifada, ha confessato pubblicamente e privatamente che grande errore fosse stato fidarsi dei Palestinesi e ha votato senza esitazione per Sharon nelle elezioni di febbraio (2001, N.d.T.), o votando direttamente per lui oppure bloccando la strada ad un terzo candidato al posto di Barak, che aveva promesso di far parte di un governo di unità nazionale con Sharon dopo le elezioni. I "guru" e i leader di questo gruppo hanno espresso la loro delusione nei confronti dei cittadini palestinesi di Israele - con i quali, hanno affermato, avevano stretto un'"alleanza storica". Il boicottaggio da parte dei Palestinesi di Israele delle elezioni del febbraio 2001 stato l'ultimo atto che ha rotto il sostegno a quello "storico patto".
La disidratazione della scena culturale, intellettuale e accademica israeliana e la scomparsa di una voce politica e morale che accetti per lo meno il diritto dei Palestinesi all'indipendenza e all'uguaglianza, se non il diritto al ritorno, sono stati processi paralleli che si sono prodotti con una velocità impressionante. Ci si sarebbe aspettato, specialmente nei circoli più colti e intellettuali della società, lunghi processi di riflessione e deduzione. Ma sembra che ci che ha avuto luogo sia stata invece una sbandata furiosa, accompagnata da sonori sospiri di sollievo, per liberarsi di quei pochi sottili strati di democrazia, moralità e pluralismo che avevano coperto l'ideologia e la prassi sioniste duranti gli anni. La rapida disintegrazione degli istituti che chiedevano politiche di pace e compromessi, l'affrettata rimozione di una terminologia pacifica e morale dal lessico pubblico e la scomparsa di ogni visione alternativa al consenso di stretta osservanza sionista sulla questione palestinese, tutto ci testimonia la superficialità delle posizioni e degli schieramenti pacifisti prima dell'Intifada.
Gli analisti israeliani attribuiscono il fenomeno a cui stiamo
assistendo ad un trauma genuino. Lo shock è stato causato da tre fattori.
L'insistenza di Arafat sul diritto al ritorno, il rifiuto da parte
dell'Autorità Palestinese delle generose offerte di Barak a Camp
David, e la
rivolta
violenta. Ma queste sono false spiegazioni, come molti di coloro
che le adducono sarebbero i primi a riconoscere. Arafat non ha mai
rinunciato al diritto al ritorno - non avrebbe potuto neanche se avesse voluto.
Ne ha parlato apertamente e costantemente da Oslo in poi. Per quanto
riguarda la favola delle generose offerte fatte a Camp David, sembra, come
Shlomo Ben Ami e Yossi Beilin hanno ammesso recentemente, che queste offerte
siano state fatte solo a Taba - ed erano una ridicola presa in giro,
perché tutte le parti in causa sapevano già che Barak non aveva nessun potere di
metterle in pratica.
Inoltre molti Israeliani "di sinistra" leggevano i
servizi americani da Camp David, tradotti in ebraico su Haaretz, e sapevano che a Camp
David Arafat era stato posto di fronte ad un imperioso ultimatum che non
poteva in nessun modo accettare. Davvero li ha delusi non resistendo alla
rabbia popolare nei territori occupati di fronte al cul de sac in cui
entrambe le parti erano state spinte e che per i Palestinesi significava la
perpetuazione dell'occupazione?
I grandi profeti di questo schieramento, A. B. Yehoshua e Amos Oz, avevano avvertito molto prima della rivolta che se non si raggiungeva la pace a Camp David la guerra avrebbe avuto il sopravvento. Non c'era nessun elemento di sorpresa; i riferimenti alla delusione nascono dal fatto che le persone di sinistra si sono spostate allegramente al centro e a destra, dove sono state accolte come i figlioli perduti che tornavano a casa dopo un lungo esilio, prima ancora di dare tempo a se stessi per esaminarne gli sviluppi.
Sembra ora che coloro che - come l'autore di questo articolo -
avevano ammonito che gli accordi di Oslo non erano altro che uno strumento
politico e militare che aveva lo scopo di sostituire l'occupazione
israeliana con un'altra forma di controllo, avevano ragione. Oslo
non ha provocato nessun cambiamento significativo nelle interpretazioni
di fondo degli Israeliani (di sinistra e di destra) sul passato, il
presente e il futuro in Palestina. La maggior parte della Palestina,
nell'opinione sia
della sinistra che della destra, era Israele, e non c'era nessun
diritto al ritorno - semplicemente perché l'unica speranza di sopravvivenza
per gli Ebrei era dentro uno stato sionista, sulla maggior parte possibile
di terra palestinese, con il minor numero possibile di Palestinesi.
Le discussioni riguardavano la tattica, non gli obbiettivi. La
tattica "moderata" fu presentata ai Palestinesi a Oslo come una
proposta da "prendere o lasciare", in cambio della quale i
Palestinesi dovevano porre
fine ad ogni tentativo per ottenere qualcosa di più di ciò che
veniva loro offerto. Ma non ha funzionato, sebbene per un breve periodo
abbia
dato l'impressione di riuscire allo scopo, a causa del profondo
coinvolgimento del presidente Clinton, dell'atteggiamento dei leader palestinesi
che
suggerivano che fosse in atto effettivamente un processo di pace,
e della sonnolenza del mondo arabo. Israele ha raccolto i dividendi e non
ha pagato niente in cambio.
Il "campo pacifista" in Israele aveva dei nemici: a
destra, specialmente tra i coloni, quanti ritenevano superfluo anche questo tentativo.
Nel nome di dio e della nazione preferivano usare la forza bruta per
imporre la realtà sionista su tutta la Palestina. A causa di questi oppositori
e della loro violenza lo schieramento di Oslo ebbe un martire (Yitzhak
Rabin); e avendo avuto vittime si convinsero che stavano combattendo per la
pace. Ma in realtà ciò per cui stavano lottando era la creazione di Bantustan,
di un protettorato sulla maggior parte della Cisgiordania e della
Striscia di Gaza. In cambio cercavano di sollecitare dai Palestinesi una
dichiarazione di "fine del conflitto". Questo non implicava una nuova
valutazione del ruolo e delle responsabilità di Israele nella pulizia etnica
portata avanti
nel 1948, una revisione delle sue politiche brutali nei territori occupati, o una ridiscussione del rifiuto di permettere ai
Palestinesi la costruzione di uno stato pienamente sovrano su almeno il 22% della
Palestina (la Cisgiordania e la Striscia di Gaza nella loro
interezza).
Ci ha anche portato all'illusione che la sinistra israeliana
fosse riuscita a "sionizzare" la minoranza palestinese in
Israele come parte di tutta l'operazione. Ci volle del tempo perché la minoranza
palestinese e i suoi leader capissero che la mappa della pace finale includeva la
perpetuazione, se non l'accentuazione, delle politiche e pratiche
di discriminazione contro le minoranze nello Stato Ebraico. Come a
Camp David fu ingiunto ai Palestinesi di accettare la "madre di tutti
gli accordi" (intendendo che non avrebbero dovuto avanzare nessuna ulteriore
rivendicazione in futuro), cos i cittadini palestinesi di Israele
furono chiamati a rinunciare ad ogni aspirazione a trasformare Israele in
uno
stato di tutti i suoi cittadini e ad ogni speranza di
de-sionizzazione.
Quando scoppiò l'Intifada nei territori occupati e nella comunità
palestinese dentro Israele, i ristrettissimi confini del genuino schieramento pacifista ebraico erano sguarniti. Era sempre stato
uno
schieramento esiguo, ma con l'aiuto dei mezzi di comunicazione internazionali, del discorso di pace americano e del fanatismo
della destra israeliana era sembrato grande abbastanza da giustificare
le
speranze per una soluzione giusta e non unilaterale per il Medio
Oriente nel suo insieme.
Era un bubbone che scoppiava. Ora venuto il momento di
valutare, in un modo più sobrio e realistico, quanto lo schieramento genuinamente
pacifista espresso dalla società ebraica possa raccogliere consensi e avere
un impatto sulla questione palestinese. Questo schieramento dovrebbe
permettere ai pochi ancora impegnati di esprimersi più apertamente
in appoggio alla lotta palestinese per l'indipendenza - anche se
adesso tale supporto pubblico è imparentato al tradimento agli occhi della
maggior parte degli Israeliani. Dovrebbe affrontare apertamente la
necessità di de-sionizzare Israele come unico mezzo per raggiungere la pace e
la riconciliazione con il popolo palestinese. Dovrebbe non solo
sostenere il diritto dei Palestinesi al ritorno, ma offrire anche modi pratici
per
renderlo effettivo. Dovrebbe rinunciare alle polemiche e ai litigi
che caratterizzano i movimenti di sinistra e capire che l'obbiettivo
principale è impedire l'attacco israeliano violento contro i
Palestinesi
dei territori occupati e di Israele. E infine dovrebbe produrre e
rendere pubbliche nuove idee coraggiose su come costruire una struttura
politica nel futuro che abbandoni l'idea di due stati e la dichiari
inappropriata, data la distribuzione demografica di Palestinesi ed Ebrei tra la
Giordania
e il Mediterraneo. Una simile struttura può prendere la forma di
uno stato democratico binazionale e laico, o di qualcosa che vada in questa
direzione.
Può sembrare troppo, ma ciascuna delle cose sopra menzionate una
priorità e lo sforzo di convincere il maggior numero possibile di Ebrei a
muoversi in queste direzioni per ragioni sia funzionali che morali può essere
coronato da successo solo dal di dentro della comunità ebraica. L'urgenza di
impedire la tragedia è tale che nel frattempo la sinistra israeliana
non sionista dovrebbe spingere la comunità internazionale ad
intervenire e prevenire il pericolo che minaccia l'esistenza dei Palestinesi nei
territori occupati e dentro Israele. Ma per il momento questo
gruppo di persone, con tutta la sua buona volontà, non ha il potere di farlo.
*Ilan Pappe Senior Lecturer in Scienze Politiche allUniversità di
Haifa
(Israele).
Nei mesi scorsi il Preside della Facoltà di Studi Umanistici
dellUniversità
di Haifa ne ha chiesto l'espulsione a causa dei risultati delle sue
ricerche storiche.
Fonte: Alternative Information Center (traduzione a cura del
Comitato
contro la guerra dellUniversità di Roma "Tor Vergata")
La rivista del manifesto
http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/21/21A20011006.html
numero 21 ottobre 2001 Sommario
Non dimenticare la Palestina
IL SEME DELLA VIOLENZA
Perry Anderson
Sono
trascorsi nove mesi dallo scoppio della seconda Intifada contro la più lunga
occupazione militare della storia moderna, che sta entrando ora nel suo
trentaquattresimo anno. Il conflitto sulla Palestina è iniziato, ovviamente,
molto tempo prima. I primi scontri fra arabi ed ebrei risalgono agli anni venti
del secolo scorso. Dal 1948 sono state combattute da Israele cinque guerre, e
due guerre civili sono state scatenate dagli effetti secondari negli Stati
adiacenti. Sui conflitti in Medio Oriente si registrano comunque poche divisioni
oggi in Occidente. Non c’è nessuna grande questione internazionale che
raccolga tanti consensi e tanta ipocrisia come quella palestinese; un’area in
cui un ‘processo di pace’, applaudito unanimemente dall’opinione più
rispettabile, si sta svolgendo apparentemente da un decennio, e il cui progresso
può essere messo a rischio soltanto dal risorgere della violenza. È
nell’interesse di tutte le parti, secondo il senso comune, che la rivolta in
Cisgiordania e Gaza venga fermata immediatamente. Uscire dalla cortina di fumo
che circonda i rapporti fra israeliani e palestinesi, di cui tale valutazione
costituisce un prodotto finale, è un compito che va oltre questo breve saggio;
è possibile tuttavia esprimere alcune considerazioni essenziali.
1. Il conflitto fra ebrei e arabi in Palestina è uno scontro fra due
nazionalismi, di un genere assai comune nel secolo scorso. La sua peculiarità
risiede nell’asimmetria fra i due antagonisti. La coscienza nazionale
palestinese si è sedimentata tardi, a partire da una più vasta identità
araba, dopo il disastro che investì la comunità quando fu sopraffatta dalle
armi ebraiche nel 1948, la Nakba 1. Il nazionalismo degli ebrei, che provocò la
nascita di un sentimento analogo fra i palestinesi, aveva assunto invece forma
organizzata al volgere del secolo. Il movimento sionista fondato da Theodor
Herzl costituiva una varietà del nazionalismo etnico diffusosi nel XIX secolo
in Europa centrale e orientale, dove trovò il maggior seguito; fu un tipico
esempio del risveglio dei popoli divisi e oppressi che abitavano la regione
nell’epoca precedente e successiva alla prima guerra mondiale. Due elementi,
comunque, caratterizzavano la situazione degli ebrei. Da una parte, essi non
occupavano la stessa terra (e non parlavano la stessa lingua) ma vivevano
dispersi nel continente, in piccole comunità. Dall’altra, possedevano una
tradizione religiosa molto antica, che forniva una identità alternativa –
mediata o immediata – collegata a una patria sacra fuori dell’Europa.
Prefiggendosi l’obiettivo di uno Stato ebraico in terra di Israele, il
sionismo ha attinto alle proprie capacità di mobilitare energie teologiche e
culturali, compensando largamente la mancanza di una terra in senso
tradizionale, o di una base linguistica.
Tuttavia, gli ostacoli alla creazione di uno Stato-nazione distante migliaia di
chilometri dai luoghi d’origine dei suoi fondatori, in un terra su cui
vivevano da lungo tempo altri popoli, governata da un vasto Stato che
rappresentava una diversa fede religiosa, sarebbero stati insormontabili senza
la presenza di un altro fattore, che avrebbe trasformato il sionismo in qualcosa
più di uno dei tanti movimenti nazionalistici dell’epoca. Dal punto di vista
sociologico, fra gli ebrei europei esisteva una netta differenziazione.
Nell’Europa dell’Est – soprattutto Polonia e Russia – erano in maggior
parte poveri e oppressi, soggetti a umiliazioni e pericoli a causa di tutti i
pregiudizi ostili dell’antisemitismo cristiano: una posizione peggiore di
quella della più oppressa nazionalità della regione. Nell’Europa
dell’Ovest, invece, l’ebraismo comprendeva non solo molti membri delle
classi medie abbienti – borghesia della proprietà e della cultura – ma
alcune delle più grandi fortune del continente. A un estremo dell’Europa
c’era lo shtetl 2 di Chagal o Martov; nell’altro, l’alta finanza dei
Rothschild e dei Warburg, o la carriera di Disraeli. L’ombra
dell’antisemitismo cadde su tutti gli ebrei, qualunque vetta di ricchezza o di
potere avessero raggiunto, collegando le classi alte ai ceti più umili, come
dimostrò chiaramente l’affare Dreyfuss, l’episodio detonante del sionismo.
Ma durante la Belle Époque il livello più elevato dell’ebraismo europeo
godette comunque di una entrée negli ambienti governativi dell’Europa
imperialista che superava i sogni di qualsiasi altra nazionalità oppressa del
tempo. Senza la sua paradossale doppia caratteristica, dall’alto e dal basso,
il sionismo non avrebbe mai realizzato i suoi obiettivi.
2. La prima guerra mondiale segnò l’inizio del movimento, con la
Dichiarazione Balfour del 1917, che annunciava l’appoggio britannico alla
creazione di un «focolare nazionale del popolo ebraico» in Palestina, facendo
seguito alle precedenti promesse francesi. La decisione di Londra di sostenere
il sionismo fu esplicitamente il frutto di un calcolo interimperialista. Il
primo obiettivo immediato fu di mobilitare l’opinione ebraica in Russia e in
America a sostegno dello sforzo bellico degli Alleati in un momento difficile
– dopo la Rivoluzione di febbraio, e prima dell’ingresso degli Usa nel
conflitto – ponendo un freno ai piani francesi in Palestina. Dietro questa
decisione, tuttavia, vi era anche un’antica impostazione ideologica della
cultura protestante, con il suo robusto attaccamento al Pentateuco, che
privilegiava il ritorno degli ebrei in Terra Santa. Questa corrente del
‘sionismo cristiano’ 3, forte di un illustre pedigree che risaliva al XVII
secolo, costituiva un retroterra fondamentale alla protezione offerta dalla élite
imperiale britannica alla costruzione di insediamenti ebraici in Palestina, una
volta che la Gran Bretagna a Versailles si fosse assicurata il controllo della
regione. Nel 1918, vivevano in Palestina circa 700.000 arabi e 60.000 ebrei.
Vent’anni dopo, c’erano 1.070000 arabi e 460.000 ebrei.
Il sionismo acquistò in tal modo la sua peculiare doppia natura. Un movimento
di nazionalismo etnico europeo divenne, indissolubilmente, una forma di
colonialismo europeo d’oltremare. La comunità di coloni creata dal sionismo
nella Palestina prima della guerra era sui generis. Diversamente dai
colonialisti inglesi in Nord America o in Australia, l’Yishuv 4 non dovette
misurarsi con dispersi cacciatori-raccoglitori, ma con una fitta popolazione
contadina che non poteva essere messa da parte o cancellata. A differenza dei
coloni francesi in Algeria, o dei primi coloni olandesi in Sudafrica, l’Yishuv
non poteva permettersi di sfruttare su larga scala la manodopera locale, senza
correre il rischio di creare una società di pied-noirs in cui sarebbe diventata
una minoranza. Il compito di costruire uno Stato-nazione etnicamente omogeneo in
un ambiente ostile poteva essere realizzato soltanto con la creazione di una
comunità separatista tenuta insieme da un credo ideologico, e non attraversata
da profonde divisioni di classe. Questo era il senso dei kibbutzim: pur essendo
di ispirazione socialista, in pratica rappresentavano l’unica soluzione
possibile al problema di una colonizzazione che non disponeva di manodopera
locale, terra vuota o ingenti capitali di rischio. L’apartheid fu una
mistificazione in Sudafrica, dove non c’era mai stato uno ‘sviluppo
separato’ delle razze, e il termine non era altro che un eufemismo per
indicare le forme estreme di sfruttamento dei neri da parte dei bianchi; ma
qualcosa del genere fu l’obiettivo temporaneo del sionismo fra le due guerre.
L’enclave ebraica in Palestina fu particolare anche per un altro aspetto. Fin
dall’inizio fu una società di coloni priva di una terra d’origine – una
colonia mai originata da una madrepatria. Essa, piuttosto, agiva in base a un
imperialismo per procura. Il potere coloniale britannico fu condizione
imprescindibile della colonizzazione ebraica. Senza la forza fisica della
polizia e dell’esercito britannici, la maggioranza araba – il 90% della
popolazione – avrebbe fermato subito l’immigrazione sionista dopo la prima
guerra mondiale. La crescita del sionismo dipendeva completamente dalla violenza
dello Stato imperiale britannico. Quando infine la popolazione araba realizzò
la portata della penetrazione ebraica, reagì con una imponente rivolta che durò
dall’aprile del 1936 al maggio 1939 – storicamente, la prima e più ampia
Intifada. Londra schierò 25.000 soldati e squadriglie aeree per schiacciare la
ribellione: la più grande guerra coloniale dell’impero britannico in tutto il
periodo fra le due guerre. La campagna anti-insurrezionale fu spalleggiata
dall’Yishuv – gli ebrei fornirono la maggior parte degli squadroni della
morte di Wingate 5. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, l’imperialismo
britannico aveva spezzato la schiena della società politica palestinese,
aprendo la strada al trionfo sionista del dopoguerra.
3. Annidati all’interno dell’impero britannico, i coloni ebrei non sentirono
mai completamente di farne parte. Le frizioni tra coloni d’oltremare e
madrepatria sono una costante nella storia coloniale, dal Boston Tea Party e dal
cabildo 6 di Buenos Aires fino a Ian Smith e l’Oas. Diversamente che in altri
casi, il rapporto tra l’Yishuv e Whitehall fu esente da vincoli sentimentali
di affinità o cultura. Nonostante l’anglofilia degli intermediari di stanza a
Londra come Weizmann, i tenaci leader della comunità di coloni ritenevano che
il patto fra il colonialismo britannico e il nazionalismo ebraico fosse
puramente strumentale. Nacquero tensioni non appena Londra, nel tentativo di
dominare il malcontento arabo, tentò di ridurre gradualmente l’immigrazione
ebraica, mentre in Germania aumentavano le persecuzioni naziste. Ma la seconda
guerra mondiale offrì all’ala armata della corrente maggioritaria del
sionismo la possibilità di acquisire, sotto il comando britannico, esperienza e
forniture militari, e ottenere il sostegno di Churchill alla costruzione, una
volta terminate le ostilità, di uno Stato ebraico indipendente in Palestina.
L’Irgun 7 guidata da Begin – una formazione sionista più radicale, e molto
più minoritaria – non attese la pace; nel 1944 scatenò un’insurrezione
contro la Gran Bretagna, suscitando le ire di Ben-Gurion, le cui truppe
collaborarono con i britannici nella repressione contro l’Irgun. La
prosecuzione dei controlli sull’immigrazione dopo il 1945, allorché si
conobbe l’atroce sorte degli ebrei europei durante il nazismo, spinsero l’Haganah
8 a difendere la strategia dell’Irgun. Per un anno la Gran Bretagna dovette
affrontare una vera e propria rivolta dei coloni; e anche se il sionismo
laburista, intimorito dalle severe misure adottate dai britannici, sospese la
lotta nell’agosto del 1946, Irgun e Haganah non si piegarono mai. Nella
primavera del 1947, la Gran Bretagna riconsegnava il Mandato alle Nazioni Unite.
4. Allora, come adesso, Onu si legge Usa. Nel 1947 il controllo americano
sull’organizzazione a New York, meno esteso di oggi, era ancora sufficiente a
determinare il risultato delle decisioni sulla Palestina. A Washington, Truman
era un convinto ‘cristiano sionista’. Una Commissione di inchiesta –
presieduta da un magistrato svedese affiancato da Ralph Bunche 9, e controllata
dai microfoni-spia sionisti – dichiarò che la Palestina doveva essere divisa.
Agli ebrei, con il 35% della popolazione, era attribuito il 55% dell’area;
agli arabi, con il 65% della popolazione, il 45%. All’interno dello Stato
ebraico così come veniva proposto avrebbero dovuto vivere ebrei e arabi
praticamente in egual misura; nello Stato arabo, invece, non era previsto nessun
ebreo; tali proporzioni erano giustificate dalla previsione che la futura
immigrazione ebraica in Israele avrebbe creato nel tempo una maggioranza
decisiva nel territorio ad essa assegnatole. Colpita senz’altro favorevolmente
dalla campagna antimperialista dell’Irgun, l’Urss – la sola che avrebbe
potuto bloccare questi progetti – li sottoscrisse: fu il favore essenziale che
i continui attacchi di Begin alla Gran Bretagna procurarono al sionismo. Sulla
resistenza al progetto, assai diffusa fra le nazioni più piccole dell’Onu,
ebbero la meglio le bustarelle e i ricatti utilizzati dagli americani per
garantirsi la necessaria maggioranza dei due terzi dell’Assemblea generale.
Truman, l’architetto del risultato, si definì con ogni diritto un moderno
Ciro.
La notizia della risoluzione Onu scatenò una insurrezione spontanea fra i
palestinesi, repressa dall’Yishuv nell’arco di sei mesi, mentre le forze
britanniche chiusero i confini garantendo che nessun esercito arabo
intervenisse. Quando gli inglesi lasciarono il paese, fu dichiarato lo Stato di
Israele, e gli eserciti arabi invasero tardivamente. Inferiori per numero di
uomini e armi rispetto all’Idf, essi furono pesantemente sconfitti
all’inizio del 1949; salvo tentare di condizionare il trionfo degli ebrei. Il
vero piano di spartizione aveva preceduto quello falso. Dodici giorni dopo la
risoluzione dell’Onu, la dirigenza sionista propose alla monarchia hashemita
di Giordania un accordo segreto, con cui rinunciava alla Transgiordania in
cambio della possibilità di avere mano libera altrove, poiché entrambe le
parti erano decise ad impedire in via preventiva qualsiasi occasione di dar vita
a uno Stato palestinese. La Giordania era uno Stato che dipendeva dalla Gran
Bretagna, e quest’ultima aveva dato il suo assenso all’accordo. Quando
iniziarono le ostilità, il re Abdullah puntualmente afferrò la preda,
lasciando che i suoi alleati si arrangiassero. Alla fine della guerra Israele
era in possesso di un territorio molto più vasto di quello concessogli dalle
Nazioni Unite, mentre la Giordania si annetté la Cisgiordania.
5. Nel corso delle due ondate di combattimenti tra il novembre 1947 e il marzo
1949, ma principalmente durante la prima, gli attacchi degli ebrei espulsero
dalla Palestina oltre la metà della popolazione palestinese: circa 700.000
persone. Dalla metà degli anni trenta in poi, il sionismo aveva tacitamente
messo in conto l’evacuazione attraverso l’espulsione violenta degli arabi
dal territorio destinato agli ebrei; la loro presenza infatti era incompatibile
con lo Stato nazionale omogeneo cui puntava il sionismo, ed era ormai chiaro che
non esisteva alcuna possibilità di comprare la loro partenza. In via ufficiosa,
i leader non facevano mistero di questa logica. Quando giunse l’occasione, la
colsero. Furono aiutati dalla fuga degli arabi locali, dettata dalla paura delle
uccisioni ed espulsioni praticate durante la guerra condotta dagli alti comandi
sionisti, nella quale il massacro, il saccheggio e l’intimidazione erano
strumenti di una politica finalizzata a spargere il terrore fra la popolazione
colpita. La guerra di liberazione degli arabi scatenò una imponente operazione
di pulizia etnica, sulla quale Israele – come Stato – si sarebbe basato da
allora in poi. Le espulsioni furono attuate nelle condizioni tipiche di Nacht
und Nebel – sotto la copertura del segreto militare – nelle quali nel secolo
XX furono commessi quasi tutti i crimini di questo genere. L’espulsione non
riguardò solo un popolo. Terre e proprietà vennero confiscate con una velocità
e su una scala senza precedenti nella storia coloniale. All’inizio del 1947,
gli ebrei possedevano il 7% della terra di Palestina. Alla fine del 1950, essi
avevano approssimativamente il 92% della terra compresa nel nuovo Stato, e del
bottino facevano parte case ed edifici di ogni genere. Una parte della
popolazione – 160.000 superstiti – rimasero come rifugiati interni in
Israele.
Nella scala del terrore, la Nakba non regge il confronto con la Shoah. Lo
sterminio nazista degli ebrei in Europa fu un’enormità di ordine
incomparabile, e la sproporzione tra i due eventi è stata sempre utilizzata
come giustificazione, o attenuazione, dell’espulsione dei palestinesi che è
alla base della fondazione di Israele. A tutt’oggi, le azioni dello Stato
sionista sono coperte dal velo del giudeicidio, agli occhi non solo della
popolazione di Israele o degli ebrei della diaspora, ma dell’opinione
occidentale in generale. Storicamente, tuttavia, il collegamento fu minimo o
inesistente. Nel 1947 i combattenti dell’Haganah e dell’Irgun erano ben
consci di cosa fosse accaduto agli ebrei presi in trappola nell’Europa
nazista. Ma non avrebbero agito diversamente, anche se tutti i loro compatrioti
fossero stati salvati. Gli obiettivi sionisti erano stati fissati assai prima
che Hitler giungesse al potere, e non subirono variazioni per causa sua. Una
volta Ben-Gurion disse che sarebbe stato disposto a sacrificare la vita della
metà dei bambini ebrei in Germania, se quello era il prezzo per condurre
l’altra metà in Palestina, piuttosto che lasciarli tutti al sicuro in
Inghilterra 10. La sorte degli arabi, bambini o adulti, aveva un valore molto
minore. L’obiettivo di uno Stato nazionale ebraico in Medio Oriente non
ammetteva soluzioni diverse da quella realizzata dalla Nakba con la forza. Dopo
l’evento, il giudeicidio è servito come pretesto o mitigazione, ma non ha mai
avuto alcuna influenza sul risultato. In Europa e in America, suscitò simpatie
internazionali per la guerra di indipendenza sionista, ma non fu mai un fattore
decisivo del suo successo.
Tutti i nazionalismi etnici – e tutti nazionalismi sono in qualche misura
etnici – contengono i semi di una potenziale violenza contro altre nazionalità.
Non i diversi tratti culturali, ma le situazioni politiche determinano se tali
semi producono frutti. Il nazionalismo ebraico nacque da una combinazione di
disperati senza terra e privilegiati nella società e nella politica. Come la
maggior parte dei movimenti nazionali, esso mobilitò alti ideali, coraggio,
dedizione tra i militanti. Ma raggiunse risultati, che altri – in posizioni più
fortunate – avevano ottenuto con relativa facilità e pacificamente, solo
attraverso la complicità con il colonialismo e l’esproprio violento. Per una
simile impresa, il sionismo richiese quadri di tempra implacabile, e
puntualmente li generò. Nella galleria del nazionalismo moderno, le loro gesta
si collocano all’estremità di una graduatoria di spietatezza, affollata da
molti altri. Non vi è ragione per esaltare i loro successi – che sono dipesi
largamente dalla forza dell’impero – né per far apparire migliore la loro
condotta, le cui conseguenze oggi si fanno più aspre. Ma non erano eccezionali
nel perseguire i propri scopi. Erano normali autori di una pulizia etnica.
6. Lo Stato che emerse dalla vittoria sionista fu meno ordinario. Dal punto di
vista giuridico, Israele divenne una repubblica basata sul sangue e sulla fede;
criteri confessionali e biologici si combinavano per definire gli effettivi o i
potenziali cittadini a pieno diritto come individui nati da madre ebrea, o di
provata professione mosaica, indipendentemente dalla provenienza geografica. La
Legge del Ritorno ha garantito la residenza in Israele a chiunque possedeva
queste caratteristiche teologico-etniche, mentre qualsiasi ritorno dei rifugiati
palestinesi alle proprie case è stato bloccato. Nei successivi cinquant’anni
Israele ha assorbito oltre cinque milioni di nuovi immigrati, mentre gli arabi
sono stati ridotti in una condizione di inferiorità permanente, privi del
diritto di acquistare terre o proprietà degli ebrei, di servire l’esercito o
di organizzarsi senza restrizioni politiche. Lo Stato sionista, nel frattempo,
manteneva il controllo diretto o indiretto di oltre il 90% del territorio,
mentre l’ala sindacale del partito laburista al governo controllava un insieme
di imprese – banche, fabbriche, servizi – che impiegavano circa un quarto
della forza lavoro. La spesa militare è stata regolarmente la più alta del
mondo, raggiungendo per molto tempo circa il 25-40% del Pil, e portando
rapidamente alla costruzione di un arsenale nucleare.
L’espansione della popolazione ebraica di Israele (fino a sei volte il nucleo
iniziale) e la creazione di una nuova comunità linguistica a partire da così
tanti immigrati, dalle caratteristiche più disparate, fu da tutti i punti di
vista un’impresa straordinaria. Come ritorsione per la sconfitta del 1948-49,
gli Stati arabi a turno perseguitarono o espulsero le proprie comunità
ebraiche, alle quali Israele offrì generosamente protezione e accoglienza, in
diretto contrasto con il destino dei profughi palestinesi in terra araba. Con il
crollo dell’Urss, un’altra consistente ondata di immigrati è stata
assimilata con successo. Sono stati risultati di alto livello. Sul piano
economico, tuttavia, questa struttura non è mai stata in grado di vivere
autonomamente, ma solo grazie agli imponenti aiuti finanziari dall’estero. Nei
trenta anni successivi all’indipendenza, il livello di tassazione è stato
sempre molto inferiore a quello della spesa pubblica 11. L’Agenzia Ebraica ha
inviato copiosi fondi dalla Diaspora, e la Germania Occidentale ha versato
massicce riparazioni; ma questi finanziamenti in sé non sarebbero stati
sufficienti a garantire la solvibilità di Israele. Sono stati gli Usa a rendere
possibile la fortezza sionista. Non sembra sia mai stato effettuato un calcolo
preciso dell’ammontare complessivo dei trasferimenti unilaterali di capitale
da parte dello Stato americano, molti dei quali occultati in una selva di
forniture tecniche. Ma vi sono pochi dubbi sul fatto che – come ha scritto Avi
Shlaim a proposito degli ultimi dieci anni – «mai, negli annali della storia
umana, il debito dei pochi verso i tanti è stato così grande». Nel linguaggio
più tecnico di altri due analisti amici, Israele è stato un rentier state. Il
consolidamento e l’espansione del paese sono dipesi completamente dal’enorme
flusso diretto di armi e denaro da Washington. Di fatto, il bastone imperiale
che il Regno Unito aveva ceduto nel 1948 era passato agli Stati Uniti. Da allora
in poi, il sionismo si è affidato alla protezione del potere americano, come in
passato a quella dei britannici.
La profondità e la forza del rapporto, tuttavia, sono state di diverso ordine.
In primo luogo, gli Stati Uniti sono incomparabilmente più ricchi e potenti di
quanto lo fosse anche la Gran Bretagna degli anni d’oro, per tacere del
periodo di declino fra le due guerre. All’interno degli Stati Uniti, inoltre,
la comunità ebraica – diventata, grazie ai propri sforzi il gruppo di
immigrazione più affermato – esercita un’influenza sul paese che va oltre i
sogni di qualsiasi comunità omologa nel passato dell’ebraismo europeo.
Radicato nel mondo degli affari, dell’amministrazione pubblica e dei media, il
sionismo americano fin dagli anni sessanta ha conquistato una salda presa sulle
leve dell’opinione pubblica e della politica ufficiale verso Israele, che si
è indebolita solo in rare occasioni. Da un punto di vista formale, alla fine i
coloni hanno acquistato nel tempo qualcosa di simile a una madrepatria – o a
uno Stato dentro uno Stato – che all’inizio non possedevano. Viceversa,
Israele ha agito come un affidabile sostituto degli Usa in molte operazioni di
carattere locale. La forza di questo asse è aumentata di decennio in decennio.
Negli anni novanta, il flusso degli aiuti statunitensi verso Israele è
triplicato.
7. La fondazione di Israele scosse il mondo arabo, contribuendo nel corso degli
anni cinquanta alla crescita di un nuovo e più fervente nazionalismo in Egitto,
Siria e Iraq. Considerandolo logicamente una minaccia potenziale, nel 1956 il
sionismo laburista cospirò con la Francia, allora impegnata nella guerra di
Algeria, e con la Gran Bretagna, furiosa dopo la nazionalizzazione del canale di
Suez, per sferrare un attacco trilaterale all’Egitto. Conscio della
pericolosità di un’operazione che spingeva Nasser nelle braccia dell’Urss,
e irritato per la mancanza di consultazioni con gli Usa, Eisenhower pose fine
all’attacco. La lezione fu imparata. Undici anni dopo, ottenuta nel frattempo
la benedizione americana, Israele annientò la forza aerea egiziana, conquistò
il Sinai e le alture del Golan, annetté Gerusalemme Est e occupò la
Cisgiordania e Gaza nel corso di un blitz preventivo durato sei giorni. Il
contrattacco tentato dagli arabi nel 1973 fu respinto da un imponente ponte
aereo e marittimo con gli Usa: cacciabombardieri, mezzi per il trasporto delle
truppe, e carri armati. Sei anni dopo, in risposta alle pressioni statunitensi,
l’Egitto abbandonò alleati e palestinesi al loro destino, firmando una pace
separata per riottenere il Sinai. Liberatosi dal pericolo a sud, Israele colpì
di nuovo a nord; nel 1982 invase il Libano, al fine di distruggere le basi
palestinesi e conquistare una zona cuscinetto.
Nel 1967 Isaac Deutscher osservò che Israele aveva intrapreso una strada di
sich totsiegen, vincere al prezzo della propria morte. Le vittorie si
susseguirono una dopo l’altra, con poche tracce di morte. Ma persisteva una
difficoltà. La conquista di Cisgiordania e Gaza aveva assoggettato oltre un
milione e mezzo di palestinesi all’occupazione militare israeliana: troppi da
digerire come cittadini di serie B, alla maniera degli anni cinquanta, e troppi
da espellere come profughi alla maniera del 1948, in assenza di una guerra più
prolungata. La guerra lampo del 1967 fu troppo rapida per consentire espulsioni
cospicue; in quei pochi giorni, solo 120.000 arabi furono soggetti a
‘trasferimenti retroattivi’, un numero del tutto insufficiente a modificare
gli sfavorevoli rapporti demografici in Giudea e Samaria. In questo senso più
limitato, Deutscher aveva ragione. La élite israeliana si divise sulle
conseguenze. Il sionismo laburista, che nel 1949 aveva quasi assecondato le
pressioni di Ben-Gurion e annesso la Cisgiordania d’un colpo – ma esitò e
perse l’occasione – in seguito aderì all’idea che la soluzione migliore
fosse il regime hashemita in Giordania, un vicino remissivo come ci si augurava
che fosse, disponibile ad accettare un ruolo di gendarme per vigilare sulla
regione. Il sionismo del Likud restò saldamente ancorato all’idea che Eretz
Israel 12 includeva per definizione Giudea e Samaria. La prima opzione fallì
quando la Giordania rinunciò alle rivendicazioni sulla Cisgiordania, e accettò
un’identità nazionale palestinese. La seconda poteva essere trasformata in
realtà solo nel caso di un’altra grande conflagrazione e della relativa
ondata di espulsioni, la qual cosa non appariva imminente. Il risultato fu una
impasse strategica. Nel frattempo, entrambe le parti ripiegarono su un programma
di incremento degli insediamenti ebraici nei territori occupati, collocati in
modo da attraversare in lungo e in largo le zone abitate dai palestinesi,
stringendole in una morsa sempre più serrata, in attesa di soluzioni più
definitive.
8. Venti anni di occupazione militare e di espansione da parte dei coloni, alla
fine, hanno infiammato la resistenza popolare. L’Intifada scoppiata nel
dicembre 1987 è iniziata come un movimento spontaneo e disarmato, di resistenza
civile, della popolazione palestinese di Gaza e Cisgiordania. Gli scontri che
seguirono furono ad armi impari: per lo più pietre, bastoni e coltelli contro
fucili e mitragliatrici. La sollevazione segnò la comparsa nei territori
occupati di una nuova generazione di giovani, in una fase di risveglio generale
di consapevolezza nazionale. Il controllo di Israele sulle zone conquistate non
fu mai realmente minacciato, ma la repressione israeliana non è stata in grado
di soffocare la rivolta. All’Intifada pose fine la vittoria degli Usa nella
guerra fredda e nella Guerra del Golfo. Con il crollo dell’Unione Sovietica e
la disfatta dell’ultimo Stato mediorientale in grado di contrastare
Washington, la causa palestinese è stata isolata, e la diplomazia americana ha
avuto mano libera nel ripristinare l’ordine in una tradizionale sacca di
instabilità. La conferenza di Madrid e gli accordi di Oslo sono stati
l’equivalente locale dell’allargamento della Nato ai paesi dell’Europa
orientale e della guerra nei Balcani: chiudere le questioni lasciate aperte da
un knock out mondiale.
Allo scopo erano necessarie due condizioni: la collaborazione israeliana e il
rispetto degli accordi da parte dei palestinesi. La seconda si poteva ottenere
più facilmente della prima. Washington ha incontrato poche difficoltà nel
persuadere Arafat a svolgere il ruolo deciso per lui nella soluzione prevista È
stato più difficile convincere Israele, che ha resistito finché Shamir è
rimasto primo ministro. Ma quando il partito laburista ha riguadagnato il
primato a Gerusalemme, Rabin e Peres – consigliati dai servizi segreti
israeliani, secondo cui Arafat rappresentava a quel punto l’opportunità
migliore per controllare indirettamente Cisgiordania e Gaza – si sono mostrati
disponibili a procedere. Il risultato sono stati gli accordi di Oslo del 1993 e
del 1995: reciproco riconoscimento simbolico di Israele e dell’Olp; ritiro
limitato dell’Idf da Gaza e da alcune zone della Cisgiordania, e istituzione
di una Autorità Palestinese di ‘auto-governo’, in cambio dell’impegno di
Arafat a reprimere ulteriori attacchi contro l’occupazione israeliana. Questo
doveva essere l’inizio di un ‘processo di pace’ destinato a concludersi in
futuro con un imprecisato accordo finale, agevolato nel frattempo da generose
donazioni euro-americane all’Autorità Palestinese, e dalla cooperazione tra i
suoi servizi segreti e il Mossad, guidata della Cia. Si trattava, ha spiegato
Arafat al suo popolo, di una via eccellente verso uno Stato palestinese
indipendente.
9. Raramente un accordo internazionale è stato accolto con un consenso così
unanime come nel caso degli accordi di Oslo: le strette di mano storiche sul
prato della Casa Bianca, il premio Nobel ai partecipanti, una valanga di
commenti plaudenti o auto-congratulatori in articoli e libri in tutto il mondo.
I fatti in realtà stavano molto diversamente. Fin dall’inizio, Benny Morris
ha scritto che «come tutte le occupazioni, quella israeliana si è fondata
sulla forza bruta, la repressione e la paura, il collaborazionismo e il
tradimento, le percosse e le camere di tortura, nonché sull’intimidazione,
l’umiliazione e la manipolazione quotidiane». Lo svolgimento del ‘processo
di pace’ non ha modificato nulla di tutto ciò. Quali cambiamenti ha portato?
Dopo otto anni, l’Idf detiene il controllo totale del 60% della Cisgiordania,
e quello ‘congiunto’ di un altro 27%; una rete di nuove strade riservate
agli israeliani, costruite sulla terra confiscata, divide e circonda le residue
enclave sotto l’autorità palestinese; il numero dei coloni ebrei, che hanno
il monopolio dell’80% di tutta l’acqua dei territori occupati, è
praticamente raddoppiato; il reddito pro capite della popolazione palestinese è
diminuito di un quarto nei primi cinque anni successivi agli accordi, e da
allora è precipitato ulteriormente. A queste sofferenze si aggiungono ora la
tirannia e la corruzione della ‘polizia di Stato senza uno Stato’ guidata da
Arafat, nelle zone in cui ha il dovere – secondo l’accordo con Israele –
di tenere sotto controllo i suoi compatrioti.
In tali condizioni, non vi era nulla di più certo della perpetuazione degli
episodi di ribellione popolare, che si sono intensificati nonostante i divieti
di una classe dirigente screditata e collaborazionista. Gli attacchi degli
islamici radicali contro obiettivi israeliani si sono moltiplicati a partire
dalla metà degli anni novanta. Per neutralizzare la loro spinta propulsiva, il
governo laburista di Barak ha cercato di indurre Arafat a firmare un accordo
completo e definitivo, concedendogli l’indipendenza nominale e un seggio alle
Nazioni Unite, in cambio – da parte di Israele – dell’annessione degli
insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme, del controllo strategico di tutto
il territorio sotto bandiera palestinese, e della rinuncia a qualsiasi diritto
dei profughi a recuperare la loro casa in Israele. Spaventato dalle proporzioni
dell’opposizione a una tale resa – che significava l’abbandono di ogni
finzione di ritorno persino ai confini del 1967 – e preoccupato del suo stesso
futuro se avesse firmato, all’ultimo momento Arafat si è tirato indietro. Due
mesi dopo è esplosa la seconda Intifada. Questa volta la sollevazione è stata
un processo molto più violento, con una base significativamente più ampia, che
ha coinvolto le correnti dissidenti di Al Fatah e persino alcuni settori dello
stesso apparato dell’Anp, insieme a militanti fondamentalisti.
10. Fin dall’inizio, il critico più coraggioso e lucido degli accordi di Oslo
è stato Edward Said. La fine del processo di pace, una raccolta degli scritti
sul suo paese di origine pubblicati negli ultimi cinque anni, è un’opera
profetica. Essa unisce un rifiuto assoluto delle ipocrisie e delle bugie che
hanno abbellito i compromessi destinati a riconciliare i palestinesi con la loro
sottomissione al cedimento dei suoi critici alla compensazione e al risarcimento
puramente retorica. La principale conclusione politica che egli trae dalla
storia recente si basa su una analogia con il Sudafrica. Lì – egli osserva
– l’Anc 13 è stato pesantemente sconfitto sul campo, e la sua
organizzazione all’interno del paese è andata pressoché distrutta. Ma
attraverso una campagna battente condotta all’estero è riuscito a
delegittimare e isolare moralmente il regime dell’apartheid, al punto che alla
fine gli stessi bianchi sudafricani – soggetti a ogni genere di boicottaggio
internazionale – hanno sollecitato i negoziati, e smantellato infine il
proprio sistema di dominio. Allo stesso modo, sostiene Said, dovrebbe agire la
resistenza palestinese, «per portare a una condizione di parità noi e gli
israeliani, i quali oggi ci prevaricano in tutto, lasciandoci la dimensione
morale come unico terreno di lotta».
La forza dell’argomento si basa sulla evidente discrepanza di forza persuasiva
delle due posizioni contrapposte e sulla trascinante esemplarità
dell’argomentazione di Said. La debolezza sta nella differenza strutturale fra
la situazione oggettiva degli oppressi nei due Stati coloniali di Israele e del
Sudafrica. Il regime degli Afrikaner era una minoranza blindata e accerchiata,
che in pratica non riceveva alcun appoggio dalla madrepatria. Rifiutati in
Olanda, il massimo su cui potevano contare nel resto dell’Occidente era la
comprensione del mondo degli affari e della burocrazia, nel chiuso di sedi
private. Nessun politico, fuori del Sudafrica, poteva sostenere apertamente
l’apartheid. Negli Stati Uniti, inoltre, esisteva un vasto gruppo di persone
che si identificava direttamente e con entusiasmo nella maggioranza nera della
popolazione sudafricana, vittima dell’apartheid. Gli afro-americani
rappresentavano un essenziale elemento di pressione contro il regime di Pretoria
all’interno del sistema politico americano, anche sotto le amministrazioni più
reazionarie. La posizione della causa palestinese è completamente opposta. Oggi
negli Usa gli immigrati arabi sono presenti in numero considerevole, ma si
tratta per la maggior parte di operai: poveri, divisi ed emarginati nella scala
sociale. Invece Israele – la cui popolazione è quasi il doppio di quella di
Cisgiordania e Gaza – può contare in America sulla massiccia solidarietà
della classe media ebraica, e su una diffusa simpatia presso le forze politiche
europee. Anche con la migliore volontà morale del mondo, è assai improbabile
che si ripeta in Medio Oriente lo scenario sudafricano. Gli sforzi per isolare
Israele ed estendere la solidarietà intorno alla causa palestinese, continuano
ad essere più che mai necessari. Ma è un’illusione pensare che solo
l’opinione internazionale potrebbe avere un grande impatto sul sionismo.
11. Ciò non significa che in questo compiacente consenso generale non vi siano
crepe. Lo stesso Said ha richiamato l’attenzione su una di queste. Negli Usa
– egli sottolinea – la critica nei confronti di Israele rappresenta
‘l’ultimo tabù’, ed è molto più rischiosa e rara di quella contro gli
stessi Stati Uniti. Da molti anni il sionismo americano ha poche difficoltà a
soffocare qualsiasi serio dissenso, bollato automaticamente come espressione di
‘odio verso se stessi’, nel caso di ebrei, o di ‘antisemitismo’, quando
si tratta di gentili. In Europa esiste una maggiore pluralità di opinioni, i ma
i suoi parametri sono generalmente comunque stretti. Per la maggior parte di una
prestigiosa intellighenzia ebraica – così come per l’opinione
conservatrice, liberale e socialdemocratica in genere – la memoria del
genocidio nazista esclude Israele da tutto ciò che va oltre sospetti o
pentimenti sporadici, rapidamente accantonati alla prima presunta emergenza. Le
reazioni alla Guerra del Golfo possono essere considerate un test di questa
sensibilità. La sorte infausta dei palestinesi viene deplorata da tutti. Ma
quelli capaci di dire la verità del ‘processo di pace’ si possono contare
sulle dita di una mano.
D’altra parte, all’interno di Israele – come Said ha osservato – si
possono ascoltare verità sgradevoli che sarebbero bestemmie presso la Diaspora.
È lì che si è analizzata più compiutamente la dinamica coloniale del
sionismo, sono stati documentati i meccanismi e le proporzioni dell’espulsione
di palestinesi, si è denunciata la collusione con le potenze coloniali che si
sono succedute, si è protestato contro la tortura legale, è stata denunciata
la natura confessionale dello Stato. È in «Ha’aretz», non sul «New York
Times», il «Guardian» o «la Repubblica» che la Legge del Ritorno è stata
apertamente paragonata al Codice di Norimberga 14. L’emergere di una cultura e
di un settore – finora limitato – di opinione pubblica ‘post-sionista’,
costituisce uno dei fenomeni più positivi degli anni recenti. Il contesto in
cui è apparso, tuttavia, rappresenta un monito contro ogni esagerato ottimismo.
Fin dagli anni novanta, la scena politica israeliana è diventata sempre più
simile a quella americana, sia pure con alcuni tratti europei. Dal punto di
vista economico, il neoliberismo ha eliminato la maggior parte dei punti fermi
fissati negli anni cinquanta, poiché il partito laburista ha gareggiato con il
Likud, spesso superandolo, nella professione di zelo per la deregulation e le
privatizzazioni. Ma come negli Stati Uniti, la convergenza fra i due partiti
maggiori sulle questioni economiche e sociali – spesso fino al punto dell’intercambiabilità
– coesiste con profonde differenze nella base elettorale e con profili
ideologici contrastanti. Le sfumature nella fedeltà al capitalismo sono
semplicemente note di colore. Del resto, in una misura molto maggiore che in
America, più simili sono le politiche concrete, più stridenti diventano le
differenze secondarie. Come per i democratici e i repubblicani, così per il
partito laburista e il Likud: una kulturkampf assolutamente sproporzionato
rispetto alle contraddizioni realmente esistenti mobilita grandi passioni, come
per celare agli stessi contendenti la profonda unità esistente fra loro.
A un livello ancora più profondo che in America, il nucleo più consistente del
mondo accademico e dell’intellighenzia forma un milieu bien-pensant di ‘centro-sinistra’.
Ma in una cultura popolare dominata dal commercio e dalla religione, la sua
incidenza politica – come negli Usa – è esigua. Due differenze continuano a
distinguere il caso israeliano dal modello americano. Un sistema proporzionale
garantisce alla pletora di sette giudaiche una rappresentanza elettorale,
rendendole nei fatti arbitre delle alleanze nella Knesset. Il Likud è meno
condizionato dai partiti religiosi del partito repubblicano. Esso ha anche un
elettorato molto meno benestante, poiché è sostenuto principalmente dagli
immigrati sefarditi poveri provenienti dal Nord Africa e dal Medio Oriente,
disprezzati dai più istruiti ashkenaziti di origine est-europea, che
costituiscono la base tradizionale del partito laburista. Vi è quindi nei due
partiti israeliani uno squilibrio fra le classi che rovescia lo schema
statunitense. Gli immigrati russi, falchi in tema di sicurezza ma anche
anticlericali, sono elettori fluttuanti. Il prodotto finale del sistema è stato
descritto in modo brillante da un osservatore israeliano: «Gli attori
principali del dramma socio-politico che si sta svolgendo oggi in Israele sono
di destra: la destra socioeconomica liberale dei ceti elevati capitalisti –
chiamata in Israele ‘la sinistra’ – e la destra religiosa fondamentalista
delle classi inferiori lavoratrici – chiamata in Israele ‘la gente’».
Questo è lo scenario, tutt’altro che promettente, in cui si discute oggi del
futuro del sionismo. Qui le differenze fra i due partiti maggiori, radicati
nell’antagonismo di vecchia data fra la tradizione laburista e quella
revisionista, rimangono sostanziali, sebbene tattiche. Il sionismo laburista ha
sempre guardato a protettori stranieri di ogni tipo, ed è stato disponibile a
correggere momentaneamente la propria politica per compiacerli. La sua visione
è pragmatica: i nomi contano meno delle cose. La tradizione revisionista, di
maggior prestigio intellettuale, ha più fiducia in se stessa, ed è meno
flessibile: i nomi rimangono un indizio delle cose. Così il Labour ritiene che,
concedendo ai palestinesi un paio di bantustan, piantonati ogni pochi chilometri
da coloni e soldati israeliani, si placheranno le ansie di Washington e verrà
eliminata – con un costo reale minimo – una zona calda per Israele; mentre
il Likud, memore della storia stessa del sionismo, pensa che l’appetito vien
mangiando, e quel che oggi è pura nomenclatura probabilmente domani diverrà in
parte una realtà. Nessuno dei due partiti ha intenzione di prendere in
considerazione una vera sovranità nazionale per i palestinesi. Messi di fronte
alla reale volontà popolare in Cisgiordania e Gaza, hanno serrato i ranghi, e
si è arrivati all’attuale regime Sharon-Peres. Dietro il quale, una union
sacrée di incredulità e sdegno – seguita al rifiuto delle ‘concessioni’
di Israele a Camp David – accomuna le forze politiche.
12. In questo contesto è possibile misurare sia il coraggio che la pusillanimità
del ‘post-sionismo’. Gli importanti risultati – sul piano intellettuale
– raggiunti dalle opere di Benny Morris, Avi Shlaim, Gershom Shafir, Baruch
Kimmerling, Tom Segev, sono ora ampiamente riconosciuti. Una dopo l’altra, le
costruzioni della mitologia sionista ufficiale sono state smantellate. Ma la
ricerca coraggiosa e il giudizio intransigente, che hanno caratterizzato la loro
indagine sul passato, si sono fermati bruscamente sul presente, appena si sono
poste questioni politiche. Leoni sul piano dell’analisi, questi scrittori sono
agnelli quando si tratta di dare indicazioni concrete. Nessuno ha indagato
seriamente su Oslo, per non parlare di Camp David. Più di uno si è sbracciato
per Barak. Nessuno ha proposto un’alternativa alle ipocrisie del ‘processo
di pace’.
Quale dovrebbe essere l’alternativa? Storicamente, vi fu una corrente
all’interno dell’Yishuv secondo la quale solo uno Stato binazionale, diviso
equamente fra arabi ed ebrei, poteva portare giustizia in Palestina. Questa
tradizione non sionista, presente principalmente fra gli ebrei di origine
tedesca, aveva le sue roccaforti intellettuali nell’Università ebraica di
Gerusalemme; e trovò espressione politica nel movimento comunista. Nonostante
Edward Said abbia cercato di ravvivarla, in Israele è oggi pressoché estinta.
Per quanto auspicabile, una tale soluzione era comunque destinata a naufragare
sulla realtà di due nazionalismi etnici antagonistici, ciascuno dei quali
legittimato a rivendicare il proprio diritto all’autodeterminazione.
Restava solo la spartizione. Tutti i progetti per una soluzione hanno previsto
una divisione della Palestina. Qual è la proposta israeliana, dalla quale il
post-sionismo deve ancora dissociarsi? Essa si basa su quattro assiomi, che
definiscono le dimensioni, la posizione geografica, la sicurezza e l’economia
di qualsiasi entità palestinese residua cui garantire l’autogoverno o una
sovranità nominale. Dimensioni: meno di un quinto del paese; Israele terrà il
78% della Palestina conquistato nel 1948-49, Gerusalemme e una striscia di
insediamenti in Cisgiordania, che attualmente si prevede equivalente a un altro
5 o 6%. Posizione: due enclaves disgiunte, che non comprendano alcuna città
importante esistente prima della guerra, né un porto naturale. Sicurezza:
nessuna forza di difesa, ma solo polizia nazionale. Economia: nessuna
riparazione per il saccheggio delle proprietà arabe, valutate a circa 120
miliardi di sterline.
13. La spudorata iniquità di queste proposte, al centro del ‘processo di
pace’, non ha suscitato quasi nessuna protesta nella Diaspora, presso cui la
solidarietà etnica prevale pressoché universalmente sui principi morali, e
tanto meno in Israele. Esse comunque possono esser considerate dei parametri di
riferimento, in base ai quali valutare l’accettabilità di una soluzione.
Dieci anni fa, Guy Mandron, un ufficiale francese, propose una spartizione che
aveva il merito di soddisfare almeno due criteri per una soluzione equa. Il suo
progetto esigeva come condizione essenziale che il futuro Stato palestinese
dovesse estendersi su un territorio unico e continuo, e che non fosse meno
difendibile militarmente del suo omologo israeliano. L’esame delle sue carte
geografiche, che mostrano l’assoluta distanza fra quella proposta e ciò che
è ‘in offerta’ oggi, produce uno shock salutare.
Oggi in Israele vivono quasi sei milioni di ebrei e circa sei milioni di
palestinesi, sparsi nei territori occupati e nei campi profughi degli Stati
vicini e dello stesso Israele. Qualsiasi equa divisione di terra fra questi
gruppi di popolazione pressoché uguali esige un’approssimativa parità di
risorse. La configurazione territoriale di una spartizione equa dovrebbe
risultare simile al progetto di Mandron, senza le ‘compensazioni’ che egli
concede a Israele, e includendo Haifa, la cui popolazione nel 1947 era per due
terzi araba: in altre parole, un blocco unico di territorio palestinese, che
escluda Gaza e comprenda Gerusalemme Est, la Galilea e la costa dal Libano ad
Haifa, in una fascia che affianchi Israele e ripieghi su di esso, disegnando due
Stati incastrati, a forma di elle. Le riparazioni per le proprietà arabe sul
territorio palestinese saccheggiate nel 1950, l’ultima condizione fondamentale
per un accordo, andrebbero a quei palestinesi che non sono in grado di tornare
nelle proprie case all’interno dei nuovi confini, e a quelli che oggi vivono
in Israele e scelgono di rimanervi.
14. Basta illustrare queste condizioni per assistere all’addolorato
scetticismo delle anime belle del sionismo liberale e del post-sionismo: «Tutto
ciò va benissimo, ma non è neppure lontanamente realizzabile sul piano
politico». Tradotto: possediamo ciò di cui siamo sicuri. Non esiste la più
vaga intenzione da parte di nessuno, in questo fronte di opinioni, di cedere un
centimetro quadrato del 78% di un paese tetragono verso ogni restituzione, né
la minima idea che separarsi da una piccola porzione del restante 22% significhi
qualcos’altro che una ‘dolorosa concessione’. Scrive Benny Morris:
Israele ha fatto la sua parte: ha riconosciuto l’Olp, ha riconosciuto la
necessità di suddividere la Palestina fra uno Stato ebraico e uno stato
palestinese più piccolo. Si tratta di una grande rivoluzione nel pensiero di
Israele, se si paragona a cosa pensavano in proposito i suoi abitanti negli anni
fra il 1948 e il 1992. Barak è andato persino oltre, acconsentendo di dividere
Gerusalemme. Ma Israele non può accettare il diritto al ritorno senza mettere
in conto di dover far fronte a eventi distruttivi.
Ecco quel che confessa apertamente Tom Segev:
La proposta di Barak appare assai meno generosa di come ci è sembrata perché
non l’abbiamo esaminata in dettaglio (sic). La terra che offriamo risulta
essere costituita da una serie di piccole isole, senza alcuna continuità
territoriale, separate da insediamenti israeliani e da strade pattugliate
dall’esercito di Israele. Perciò la verità è che non abbiamo offerto molto.
E poi, continuando imperturbabile:
Sono giunto alla conclusione che il conflitto era inevitabile, la guerra era
inevitabile, e ora che gli insediamenti sono una realtà è inevitabile la
continuazione del conflitto, e non ci sarà la pace in questa fase. Sono sempre
stato contro gli insediamenti, ma ormai esistono... Si tratta di elementi nuovi
da considerare: non si possono evacuare interi paesi.
Seguono le parole di David Grossman, sempre apprezzato per la sua capacità di
compenentrarsi nella difficile situazione palestinese:
Barak ha messo tutto sul tavolo. Lo ha fatto nel modo sbagliato, ma penso che
ora la maggior parte degli israeliani sappia a cosa occorre rinunciare per
realizzare una pace vera. Credo che l’elezione di Ariel Sharon indichi che gli
israeliani non sono abbastanza maturi per quelle concessioni. E quando ascolto i
palestinesi, non sono sicuro che essi siano disponibili alle concessioni che
pure è necessario fare, giacché comporterebbero la rinuncia a esigere il
diritto al ritorno.
O, come ha affermato con delicatezza Jerome Slater – la voce più nuova del
sionismo progressista, coerente fautore della ‘riconciliazione’ à la Oslo
con i palestinesi, – spiegando perché non possono permettere loro di
ritornare: «Il tempo che passa non solo crea nuove realtà pratiche, ma anche
nuove, o almeno più complesse, realtà morali. La questione non è
riconducibile a ‘il potere realizza il bene’; piuttosto, ‘ciò che inizia
come potere può evolvere nel bene, o almeno nel rispetto dei diritti’.» Di
fronte a un simile ragionamento, la tradizione revisionista è più semplice e
coerente. Perché non concediamo al potere un po’ più di tempo per portare
avanti il suo lavoro? Se va bene prendere i quattro quinti del paese, che c’è
di male a concludere l’opera e prenderselo tutto? Dio non lo ha diviso, ma ce
lo ha consegnato intero. Contro la miseria intellettuale del ‘processo di
pace’, a cui questo post-sionismo si aggrappa disperatamente, l’argomento di
Eretz Israel risulta inoppugnabile.
15. Per quanto coraggiosa sia la loro resistenza all’Idf, i palestinesi sono
troppo deboli per sperare di ottenere giustizia agendo da soli, oggi come
domani. Prima o poi, e probabilmente più prima che poi, il sionismo troverà il
modo di stringere la morsa di Camp David su di loro. Finché l’Intifada
continuerà incontrollata, l’Anp prenderà tempo. Ma nessuna rivolta può
durare per sempre. Sotto l’inesorabile blocco e il fuoco dei cecchini,
potrebbe facilmente diffondersi fra gli abitanti un senso di spossatezza, e una
pace qualsiasi risultare preferibile alla continuazione di una guerra impari.
Chi potrebbe biasimarli? Avremo ancora scene toccanti sul prato della Casa
Bianca, e un coro di ‘congratulazioni internazionali’ per la nascita – da
qualche parte ad ovest del Giordano – di uno staterello frazionato, la cui élite
è irrorata di fondi riconoscenti. Israele saprebbe bene come gestire un
consociato arabo: Arafat come il maggiore Haddad, l’Anp come l’Sla 15 su
larga scala. Resta da vedere, ovviamente, se i palestinesi possano essere tenuti
in soggezione così indefinitamente. Il tempo in cui midianiti e gli amaleciti
16 potevano essere cancellati senza lasciar traccia è passato. L’opinione
pubblica israeliana ne è consapevole, e ciò spiega come mai la condizione meno
negoziabile fra quelle collegate all’entità statuale palestinese, sulla quale
non è mai stato espresso alcun dissenso, è che – pur rimanendo lo Stato
Israele completamente in armi – essa sia smilitarizzata. Deve esserlo, perché
altrimenti come potrebbero dormire sonni tranquilli i predatori del 78% della
terra, sia pure ben sorvegliati dai loro cani da guerra? La pretesa, su cui
tutti gli israeliani benpensanti concordano, confessa il crimine originario, non
risarcibile.
16. Non esistono altre prospettive? Il potere israeliano non cederà mai a
null’altro che alla forza. Ma anch’esso ha un tallone d’Achille. In
definitiva, rimane ancora uno Stato dipendente, per la difesa e il benessere,
dagli Stati Uniti. La sua sorte è sempre stata legata a una potenza straniera,
senza la quale non potrebbe sopravvivere. Se al sionismo fosse ritirato
l’appoggio americano, la sua intransigenza si esaurirebbe rapidamente. La
rigidità dell’opinione pubblica israeliana, da lungo tempo dovuta alla
certezza del placet americano, è in questo senso più fragile di quanto sembri.
Se Washington ritirasse l’appoggio a Gerusalemme, prima o poi non tarderebbero
a verificarsi dei ripensamenti. Ma come potrebbe l’America anche solo prendere
in considerazione un simile tradimento? La risposta è, come sempre fin dagli
anni cinquanta, nel mondo arabo. Finché entrambe le maggiori potenze arabe –
l’Egitto con la sua popolazione, e l’Arabia Saudita con il suo petrolio –
rimangono alle dipendenze dell’America, il Medio Oriente e il suo petrolio
sono saldamente nelle mani degli Usa, e non vi sono ragioni per negare a Israele
nulla di ciò che vuole. Ma se questa situazione dovesse modificarsi, il destino
dei palestinesi cambierebbe immediatamente. L’America ha investito cifre
enormi per sostenere la traballante dittatura di Mubarak al Cairo, cordialmente
disprezzata dalle masse egiziane; e non ha risparmiato sforzi per proteggere la
plutocrazia feudale di Ryad, insediata su una marea di immigrati senza diritti.
Se una di queste due costruzioni – o al meglio, entrambe – fosse fatta
cadere, l’equilibrio di poteri nella regione verrebbe trasformato.
La cupa storia politica del mondo arabo nel corso della seconda metà del secolo
scorso non offre molti motivi per ritenere che ciò sia possibile nel breve
periodo. Né esistono garanzie che i regimi futuri agiranno meglio di Nasser, o
produrranno qualcosa di diverso dai fallimenti di quell’epoca. Ma nessun
equilibrio statico è permanente, neanche in Medio Oriente. Qualsiasi frattura
nel suo sistema di potere farà tremare la bussola degli Usa. Regimi
autenticamente indipendenti sul Nilo o alla Mecca porrebbero presto nella giusta
prospettiva il peso delle relazioni con lo Stato sionista. Il sangue è più
denso dell’acqua, ma il petrolio è più denso di entrambi. La cattività dei
palestinesi è una conseguenza della più generale sottomissione del Medio
Oriente. Nel giorno in cui il mondo arabo allentasse la sua dipendenza da
Washington – se mai quel giorno dovesse venire – Israele sarebbe costretto a
rinunciare ai suoi smisurati privilegi. In mancanza di ciò, è improbabile che
il sionismo verrà ridimensionato.
note:
1 An-Nakba, la catastrofe, è la terribile sconfitta della
insurrezione palestinese contro l’immigrazione ebraica e, poi, contro la
formazione dello Stato di Israele (NdR).
2 Lo Shtetl è il villaggio ebraico dell’Europa orientale,
formato essenzialmente di casupole e sinagoghe di legno, spazzato via
dall’Olocausto. È, per esempio, il villaggio di Vitebsk, in Lituania, paese
natale di Marc Chagal, raffigurato in moltissimi suoi quadri.
3 Sul fenomeno del sionismo non ebreo, cfr. R. Sharif, Non-jewish
Zionism, London 1983 (NdA).
4 L’Yishuv (lett.: insediamento) è in genere la comunità
ebraica, sia quella residente in Palestina già prima della nascita del
movimento sionista (Vecchio Yishuv), quanto l’immigrazione post-sionista
(Nuovo Yishuv) (NdR).
5 Orde Charles Wingate, militare inglese, comandante di bande
irregolari che compivano raids terroristici contro i palestinesi (NdR).
6 Il Cabildo di Buenos Aires era il comitato dei coloni che proclamò
la lotta per l’indipendenza dell’Argentina dalla madre patria (NdR).
7 L’Irgun Zevai Le‘umi (in sigla, Izl) organizzazione
nazionalista armata (1937) (NdR).
8 L’Haganah, nata negli anni ’20 come organizzazione armata
clandestina di autodifesa della comunità ebraica, si trasformò negli anni
’40 in una vera e propria organizzazione militare regolare da cui nacque
l’attuale Idf (Israeli Defence Force) (NdR).
9 Intellettuale e politico americano, membro del Segretariato
dell’Onu, Premio Nobel per la pace (1950) (NdR).
10 Cfr. B. Morris, Righteous Victims: A History of the Zionist-Arab
Conflict 1881-1999, London 1999, p. 62; tr. it. Vittime. Storia del conflitto
arabo-sionista. 1881-2001, Rizzoli 2001. Ben-Gurion formulò questo giudizio un
mese dopo la ‘notte dei cristalli’ (NdA).
11 Per esempio, dal 1980 al 1985 il totale della spesa pubblica
superò costantemente il 70% del Pil. «La sola fiscalità non poteva finanziare
un tale livello di spese, ma grazie agli aiuti Usa e ad altre risorse esterne
non onerose, ciò non era realmente necessario. Durante la guerra del Libano del
1982, furono mobilitate risorse esterne sufficienti a consentire al governo di
destinare alle spese il 71,5% del Pil ricorrendo alla finanza nazionale solo per
il 51,6%»: Y. Plessner, The Political Economy of Israel, Albany, 1994, p. 177 (NdA).
12 La ‘Grande Israele’, la Terra Promessa, comprendente
l’intera Palestina, del sionismo delle origini (NdR).
13 L’African National Congress, il partito di Nelson Mandela (NdR).
14 Il testo fondamentale della legislazione antisemita promulgata
(1935) dal regime nazista a Norimberga (NdR).
15 Sa‘ad Haddad, capo delle milizie cristiano-maronite, alleate
di Israele nella guerra civile del Libano, e comandante del South Lebanon Army (Sla)
(NdR).
16 Midianiti (detti anche Ismaeliti) e Amalechiti sono le tribù
che nella Palestina biblica si combatterono aspramente e inflessibilmente per un
lungo periodo (NdR).
(Traduzione di Tiziana Antonelli)
Il saggio di Perry Anderson è stato pubblicato, con il titolo Scurrying towards
Bethlehm, nel numero di luglio-agosto 2001 della «New Left Review» alle pp.
5-30. Le note dell’autore pubblicate in questa traduzione sono indicate come (NdA),
quelle della redazione con (NdR).
http://www.disinformazione.it/lagrandeisraele.htm
La grande Israele sul Tigri
Di
Stefano Chiarini – «Il Manifesto» del 19 ottobre 2003
IRAQ: la ricostruzione nelle mani di avvocati del Likud e dei coloni
Il
sogno di «Heretz Israel», della «Grande Israele» dal Nilo all’Eufrate,
caro all’ultradestra sionista potrebbe, almeno a livello economico, diventare
realtà. La guerra e l’occupazione dell’Iraq, frutto di una totale identità
di vedute tra il governo Sharon e l’Amministrazione USA, costituiscono
un’occasione forse irripetibile per la destra israeliana animatrice del
movimento dei coloni e per il «Likudnik» neoconservatori che hanno gestito la
guerra, il dopoguerra e la ricostruzione dell’Iraq. Un’occasione che Marc
Zell, avvocato, colono con cittadinanza americana, non ha voluto perdere tanto
da dar vita alla prima società di consulenza congiunta israelo-irachena con il
compito di «promuovere» gli investimenti stranieri in Iraq insieme a «Sam»
Chalabi, il quarant’enne nipote di Ahmed Chalabi, leader del Consiglio
nazionale iracheno, già pupillo dei neocon del Pentagono, e attualmente una
delle figure più influenti del Consiglio provvisorio.
La società di Marc Zell e «Sam» Chalabi, l’«Iraqi International Law
Group (Iilg)» è stata fondata la scorsa estate ed è temporaneamente
alloggiata all’Hotel Palesatine di Baghdad. Tra i suoi obiettivi troviamo il
«fornire alle imprese estere quelle informazioni e quegli strumenti di cui
hanno bisogno per entrare e per avere successo nel nuovo Iraq che sta nascendo».
Secondo un’indagine del quotidiano britannico «The Guardian» in realtà
gran parte delle operazioni e lo stesso aggiornamento del sito della società
verrebbero in realtà gestite dagli uffici di Gerusalemme di Zell.
Quest’ultimo non è un semplice avvocato o un comune colono ma anche un
esponente dei «neoconservatori» USA vicino a Douglas Feith, sottosegretario
alla Difesa, con il quale aveva uno studio legale a Washington.
Feith, capo dell’Ufficio di pianificazione del Pentagono, con vaste
responsabilità nella ricostruzione (e prima nella distruzione) dell’Iraq (e
sostenitore delle forniture ad Israele del petrolio iracheno), nel 1996 fu uno
degli esponenti neoconservatori – insieme a Richard Perle e a David Wurmser
– che prepararono un nuovo programma di politica estera per il premier
israeliano Benyamin Netanyahu intitolato «For a Clean Break, a new strategy
for securing the realm» che prevedeva «la rottura» del processo di pace
di Oslo.
Israele avrebbe dovuto invece rivendicare senza esitazione il controllo della
West Bank e di Gaza e avrebbe dovuto «plasmare il panorama strategico» del
Medioriente rimovendo il regime iracheno e successivamente i governi della
Siria, del Libano e dell’Arabia Saudita e dell’Iran. Un programma di guerra
che l’amministrazione Bush-Sharon ha già cominciato a realizzare.
L’avvocato Zell – simpatizzante del gruppo estremista dei coloni del «Gush
Emunim», il blocco della fede, per quale sarebbe stato Dio a dare agli ebrei
l’intera Palestina – nel 1988, all’inizio della prima Intifada, si trasferì
con la sua famiglia nell’insediamento ebraico di Alon Shevut, nella West bank,
e acquistò la nazionalità israeliana sulla base della «legge del ritorno».
Successivamente Marc Zell fu tra i protagonisti della campagna elettorale di
Netanyahu nel 1996, divenne membro dell’ufficio politico e del Comitato
centrale del Likud ed uno dei più noti portavoce del movimento dei coloni più
radicali. Il compito di Marc Zell, titolare della società «Zell Goldberg
and Co.» con sede a Gerusalemme, è quello di aiutare le società
israeliane a fare affari sui mercati esteri e ora, tramite la Iilg, ad assumere
posizioni rilevanti nel mercato iracheno approfittando del programma di
privatizzazioni gestito dalle stesse autorità di occupazione e dal Consiglio
provvisorio. Alle prime penserà Zell al secondo «Sam» Chalabi.
Quest’ultimo, da parte sua, non è solo il nipote del bancarottiere sciita, ma
è anche uno degli autori del documento «Transition to Democracy»,
della ex opposizione irachena pro-USA, basato sulla necessità di «privatizzare»
il paese, spezzarne l’unità con una esasperata «devolution», e
de-arabizzarlo riallacciando i rapporti con lo stato ebraico. Sam Chalabi è ora
«consigliere» del nuovo governo sugli investimenti e il commercio.
Sam e Marc: due volti del futuro Iraq, con uomini di questo tipo la
colonizzazione israeliana della Mesopotamia è solo questione di tempo.