FISICA/MENTE

La Repubblica, 18/10/2005

Diario di viaggio

Con Ilan Pappe tra i villaggi palestinesi cancellati nel 1948. 

Gli ultimi "giusti" di Israele eroi solitari in lotta per la pace

di MARIO VARGAS LLOSA

Israele è l´unico paese al mondo in cui io mi senta tuttora di sinistra. Più che mai in questo viaggio (sono ormai al quinto, dopo il primo nel 1974 o 1975). Anche se qui ciò che merita il nome di sinistra si è ormai ridotto alla sua minima espressione: poche centinaia di "giusti", nel senso attribuito a questa parola da Albert Camus. Un pugno di donne e uomini di straordinaria integrità e coraggio, che conducono una battaglia politica, intellettuale, culturale e giornalistica quasi donchisciottesca. Soprattutto dopo il 2000, quando il grosso della società israeliana – in seguito al fallimento di Camp David, all´inizio della seconda Intifada e alla proliferazione degli attentati terroristici contro la popolazione civile - si è incancrenita in un conservatorismo nazionalista, sciovinista e xenofobo, con una forte impronta religiosa. Per dare un´idea dell´irrigidimento a destra basterà dire che alle prossime elezioni, ad affrontarsi saranno due "divi" della politica: Ariel Sharon e Benjamin Netanyahu. Quest´ultimo, da posizioni demagogiche e ultranazionaliste, accusa il rivale di essersi consegnato al nemico; mentre Sharon si presenta come un centrista moderato. Ha ragione Amos Oz: in Israele, il surrealismo non è un genere letterario: è il modo di essere della politica.
I giusti non la pensano tutti allo stesso modo. Le differenze sono grandi. Tutti però praticano, secondo l´espressione di Weber, la politica della convinzione prima ancora che della responsabilità; e concordano nel criticare duramente lo Stato e il governo israeliano, denunciando gli abusi e i crimini commessi contro i palestinesi, e difendendo la pace. Una pace che a loro giudizio sarà possibile solo se Israele rinuncerà all´occupazione coloniale della West Bank, e riconoscerà il diritto dei palestinesi a un proprio Stato indipendente, con capitale Gerusalemme, nell´ambito di un accordo di sovranità condivisa della città.
Ma l´impegno più tenace dei giusti è forse il tentativo di aprire gli occhi ai propri connazionali. In un sistema sempre più portato – un po´ come la minoranza bianca nel Sudafrica dell´apartheid – a chiudere gli occhi davanti a situazioni come quelle di Gaza e della West Bank, o ai comportamenti dei militari e del governo, essi si sono assunti il ruolo di guastafeste, per turbare la tranquillità e la buona coscienza della maggioranza conformista…
Sionisti e antisionisti, laici e religiosi, giornalisti e professionisti, si muovono generalmente ai margini dei partiti, da indipendenti, o da piccole fondazioni o ong. L´unica ricompensa ai loro sforzi è la soddisfazione morale di essere coerenti con le proprie idee, la coscienza d´aver compiuto il proprio dovere. Quelli che ho conosciuto sono esempi lampanti della tempra di cui sono dotati gli esponenti della sinistra israeliana. Non dimenticherò mai Amira Hass, la giornalista israeliana che da anni vive tra i palestinesi di Gaza e di Ramallah «per sapere cosa significa vivere sotto un´occupazione coloniale». I suoi articoli, come quelli del suo collega Gideon Levy su Haaretz, dicono ciò che più nessuno osa dire e che l´opinione pubblica non vuole sapere. Così come non dimenticherò l´ex soldato Yehuda Shaul e i suoi giovani collaboratori, che esortano i compagni d´armi a «rompere il silenzio e a confessare gli orrori commessi inevitabilmente da un esercito d´occupazione». O Meir Margalit e i suoi amici, che con fatica e ostinazione ricostruiscono più volte, contro ogni speranza, le case dei palestinesi che i carri armati tornano a demolire.
L´elenco sarebbe lungo e incompleto. Vorrei concentrarmi qui sulla figura dello storico Ilan Pappe, forse il più anticonformista degli israeliani, che conduce una battaglia radicale contro l´establishment politico e accademico di Israele. Nato a Haifa nel 1954, figlio di ebrei tedeschi, ha studiato storia all´Università ebraica di Gerusalemme e quindi a Oxford, dove si è laureato con una tesi sulla guerra del 1948, quando Israele ottenne l´indipendenza. Su questo tema ha pubblicato vari studi, sostenendo, contrariamente alla versione canonica del sionismo, che quella guerra fu un´autentica operazione di pulizia etnica, con l´espulsione della stragrande maggioranza della popolazione palestinese dai villaggi distrutti, per guadagnare territori allo Stato d´Israele. In base a quelle ricerche, Ilan Pappe è giunto alla convinzione, duramente osteggiata nel suo Paese, che Israele debba ammettere la responsabilità di quella spoliazione, riconoscendo il "diritto al ritorno" dei profughi palestinesi come presupposto alla pace.
Docente di storia mediorientale all´università di Haifa, è stato di recente protagonista di uno scandalo per aver aderito al boicottaggio del mondo accademico britannico contro le università di Haifa e di Bar-Ilan, a causa delle vessazioni e discriminazioni dei due atenei ai danni di Teddy Katz, autore di una tesi sul massacro nel 1948 degli abitanti di Tantura (ndr. un villaggio palestinese vicino Haifa). Tanto è bastato ad alimentare forti pressioni in Israele per l´espulsione dello stesso Pappe dall´università. Ma a Pappe è giunto il sostegno degli ambienti accademici europei e statunitensi, dove il suo prestigio ha basi solide (a chi desideri conoscere il suo rigore intellettuale raccomando il suo libro A History of Modern Palestine. One Land, Two Peoples, Cambridge University Press, 2004).
Mi figuravo un personaggio tutto passione e tensione. Al contrario, Ilan Pappe è un uomo gioviale, pieno di vitalità e di senso dell´umorismo. Mi ha fatto conoscere la parte araba di Haifa, o quel che ne rimane: i luoghi ove sorgevano i villaggi cancellati e, al centro della città, le case espropriate a suo tempo da Ben Gurion agli arabi più benestanti, oggi in esilio. Ilan Pappe e i suoi collaboratori le hanno fotografate per tentare di identificare i proprietari o i loro eredi, e ricostruire una società e un´epoca che la storia ufficiale vuole annullare.
Ilan Pappe ama la sua città e la conosce casa per casa. Ma la sua voce si incrina quando ricorda che nel 1948, nel giro di pochi giorni, 75 mila arabi ne vennero espulsi. Solo a tavola, in un ristorante del quartiere, lo storico si decide a parlare della politica attuale. È convinto che il ritiro da Gaza non avrà grande rilevanza, anche perché quei 21 insediamenti israeliani sono poca cosa rispetto alle centinaia di colonie della Cisgiordania, che Sharon non intende evacuare. Ma non vi sarà soluzione del conflitto finché Israele non riconoscerà il diritto della Palestina alla sovranità e al ritorno dei profughi. La sua critica al sionismo è frontale: un Paese che pratica l´esclusivismo religioso ed etnico non può essere veramente democratico. Ilan Pappe è uno dei più eloquenti sostenitori di uno Stato unico e binazionale, nel quale ebrei e arabi siano cittadini con pari diritti e doveri.
Ilan Pappe abita a una ventina di minuti da Haifa, in un sobborgo inerpicato sul colle: si vede un immenso cielo stellato, in questa notte tiepida e chiara che più mediterranea non si può. Ha due figli piccoli e una moglie incantevole. La conversazione mi ha profondamente commosso. È stata una delle mie ultime interviste in Israele, dopo due settimane demenziali, durante le quali ho dovuto lottare contro le impressioni tremende che mi suscita la situazione di questo paese. Un paese che è cresciuto, si è arricchito, è diventato potente. Tanto potente - e qui sarei lieto di sbagliarmi - da poter andare avanti così per molti anni senza avvertire l´urgenza di risolvere il problema palestinese. Una cosa è certa: per quanto dolorosi e terribili possano essere gli attentati terroristici per le vittime e le loro famiglie, sono soltanto piccoli graffi sulla pelle di quell´elefante che è oggi Israele: episodi che non incidono sulla sua esistenza, sul suo elevato livello di vita, e purtroppo neppure sulla sua coscienza. Ma c´è di peggio: in un certo senso, e a differenza dei palestinesi - per i quali il conflitto è questione di sopravvivenza, di vita o di morte – gli israeliani lo vivono ormai come una realtà marginale, una routine nella quale il loro potente esercito si allena, si aggiorna e si rafforza.
Nonostante tutto, il mio pessimismo mi sembra meno giustificato dopo l´incontro con Ilan e la moglie. Entrambi sono certi che presto o tardi il vento cambierà. La loro convinzione è così limpida da contagiarmi. Le ingiustizie storiche finiscono sempre per essere riconosciute, e con la condanna universale verrà anche la dovuta riparazione. Quale prova migliore della storia stessa del popolo ebraico? Gli atroci massacri, i ghetti, le persecuzioni secolari sono forse riusciti a sterminarlo? La verità si imporrà anche in questo caso.
In Israele esistono ancora uomini come Ilan Pappe. Aiutano a sperare che dopo Gaza le cose possano andare per il meglio. Ma se questo avverrà, sarà il frutto del lavoro di quelle eroiche formiche che sono i giusti di Israele.


copyright El Pais - la Repubblica (traduzione di Elisabetta Horvat)


COSA VUOLE ISRAELE ?

DI ILAN PAPPE 

The Electronic Intifada

 

Immagina un gruppo di generali d’alto rango che per anni hanno simulato scenari da Terza Guerra Mondiale nei quali possono spostare in giro grandi eserciti, impiegare le armi più sofisticate che hanno a disposizione e godere dell’immunità di un quartier generale computerizzato dal quale possono dirigere i loro giochi di guerra. Ora immagina che sappiano che in realtà non c’è una Terza Guerra Mondiale e la loro esperienza è richiesta per calmare alcuni dei bassifondi vicini o che si debbano occupare della criminalità crescente in borgate disperate e in quartieri impoveriti.  E poi immagina, nell’ultimo episodio della mia crisi chimerica – cosa succede quando scoprono quanto sono stati irrilevanti i loro piani e quanto inutili sono le loro armi nella lotta contro la violenza urbana prodotta dall’ineguaglianza sociale, la povertà e anni di discriminazione nella loro società.

Possono ammettere di aver fallito o decidere di usare lo stesso l’immenso e distruttivo arsenale che hanno a disposizione. Stiamo assistendo oggi alla devastazione compiuta dai generali israeliani che hanno optato per la seconda possibilità.

Ho insegnato nelle università israeliane per 25 anni. Alcuni dei miei studenti erano ufficiali di alto rango nell’esercito. Vedevo la frustrazione che cresceva dallo scoppio della prima Intifada nel 1987. Detestavano questo tipo di confronto, chiamato eufemisticamente dai guru della disciplina statunitense di Relazioni Internazionali: ‘conflitto a bassa intensità’. Era troppo bassa per i loro gusti.
Si trovavano di fronte a pietre, bottiglie molotov e armi primitive che richiedono un uso molto limitato del vasto arsenale che l’esercito ha ammassato nel corso degli anni e di cui non ha ancora verificato le capacità sul campo di battaglia o in zone di guerra. Anche quando l’esercito usava carri armati e F-16, era solo un assaggio dei giochi di guerra che gli ufficiali giocavano nel Matkal israeliano (quartier generale) e per il quale hanno comprato, coi soldi dei contribuenti statunitensi, le armi più sofisticate e moderne che esistono sul mercato.

La prima Intifada fu sconfitta, ma i palestinesi continuavano a cercare il modo di porre fine all’occupazione. Si sono rialzati nel 2000, ispirati questa volta da un gruppo più religioso di leader nazionali e attivisti. Ma era ancora un ‘conflitto a bassa intensità’; niente più di questo. Non era però quello che si aspettava l’esercito, agognava ad una ‘vera’ guerra. Come espongono Raviv Druker e Offer Shelah, due giornalisti israeliani molto vicini alle IDF (Forze di difesa israeliane) in un recente libro, Boomerang (p. 50), le più importanti esercitazioni militari prima della seconda Intifada si basavano su uno scenario che prevedeva una guerra totale.
Si era preannunciato che, nel caso di un’altra insurrezione palestinese, ci sarebbero stati tre giorni di ‘sommosse’ nei territori occupati che sarebbero sfociati in uno scontro frontale con gli stati arabi confinanti, soprattutto la Siria. Un conflitto del genere, si diceva, era necessario per mantenere il potere deterrente di Israele e rinforzare la fiducia dei generali nella capacità del loro esercito di condurre una guerra convenzionale.

La frustrazione era insostenibile quando i tre giorni nell’esercitazione sono diventati sei anni. E ora la visione principale dell’esercito israeliano per i campi di battaglia oggi è ancora quella dello ‘shock and awe’ (‘colpisci e terrorizza’) piuttosto che quella di cacciare cecchini, attentatori suicidi e attivisti politici. La guerra a ‘bassa intensità’ mette alla prova l’invincibilità dell’esercito ed intacca la sua capacità di impegnarsi in una guerra ‘vera’.
E, cosa più importante di tutte, non permette ad Israele di imporre unilateralmente la sua visione sulla Palestina, un paese de-arabizzato in mani prevalentemente ebraiche. La maggior parte dei governi arabi sono stati compiacenti e abbastanza deboli da permettere agli israeliani di perseguire nelle sue politiche, tranne la Siria e Hizbollah in Libano. Se l’unilateralismo israeliano avrà successo dovranno essere neutralizzati.

Dopo lo scoppio della seconda Intifada nell’ottobre 2000, potè evaporare un po’di frustrazione con l’uso di bombe da 1000 chili su una casa a Gaza o durante l’operazione Defense Shield nel 2002 quando l’esercito ha distrutto con i bulldozer il campo di rifugiati a Jenin. Ma anche questo è stato solo un assaggio di quello che l’esercito più forte in Medio Oriente potrebbe fare. E nonostante la demonizzazione della forma di resistenza scelta dai palestinesi nella seconda Intifada – gli attentatori suicidi – bastavano solo due o tre F-16 e un paio di carri armati per punire collettivamente i palestinesi distruggendo completamente la loro infrastruttura umana, economica e sociale.

Conoscevo bene questi generali per quanto li si possa conoscere. La settimana scorsa hanno fatto un giorno di esercitazione. Basta uso random di bombe da un chilo, navi da guerra, elicotteri e artiglieria pesante. Il debole e insignificante nuovo ministro della difesa, Amir Perez, ha accettato senza esitazione la richiesta dell’esercito di distruggere la striscia di Gaza e ridurre in polvere il Libano.
Ma potrebbe non essere sufficiente. Può ancora deteriorarsi in una guerra totale con l’infelice esercito siriano e i miei ex studenti potrebbero anche spingere verso un’eventualità del genere compiendo azioni provocatorie. Inoltre, se si crede a quello che si legge qui nella stampa locale, potrebbe anche degenerare in una guerra a distanza con l’Iran, con il massimo appoggio da parte degli Stati Uniti.

Nella stampa israeliana anche i resoconti più parziali di quelle che sono state proposte dall’esercito al governo di Ehud Olmert come possibili operazioni negli anni a venire, indicano chiaramente ciò che entusiasma i generali israeliani in questi giorni. Niente di meno che la totale distruzione di Libano, Siria e Tehran.

I politici ai vertici sono più mansueti, fino a un certo punto. Hanno soddisfatto solo parzialmente la fame dell’esercito di un ‘conflitto ad alta intensità’. Ma la loro politica del giorno è già stata assunta dalla propaganda e dalla ragione militare. Per questo motivo Zipi Livni, ministro degli esteri israeliano, una persona altrimenti intelligente, stanotte (13 luglio 2006) ha potuto dire genuinamente alla TV israeliana che la maniera migliore per recuperare i due soldati catturati ‘è di distruggere completamente l’aeroporto internazionale di Beirut’.
Rapitori o eserciti che hanno due prigionieri di guerra naturalmente vanno immediatamente a comprare per i sequestratori e i due soldati dei biglietti per il prossimo volo da un aeroporto internazionale. ‘Ma potrebbero trasportarli nascosti in un auto’ hanno insisitito i giornalisti. ‘Oh, certo’ ha detto il ministro degli esteri israeliano, ‘ed è per questo che in Libano distruggeremo anche tutte le strade che portano fuori dal paese’. Questa sì che è una buona notizia per l’esercito, distruggere aeroporti, dar fuoco a cisterne di petrolio, far saltare in aria ponti, distruggere le strade e infliggere danni collaterali alla popolazione civile. Almeno l’aviazione può mostrare la sua ‘vera’ potenza e compensare per gli anni di frustrazione del ‘conflitto a bassa intensità’ che aveva mandato i migliori e i più audaci israeliani a correre dietro ragazzini e raggazine nei viali di Nablus o di Hebron. A Gaza l’aviazione ha già sganciato cinque bombe del genere, mentre negli ultimi sei anni ne aveva sganciata solo una.

Potrebbe non essere sufficiente comunque però per i generali dell’esercito. Hanno già detto chiaro e tondo alla TV che ‘noi qui in Israele non dovremmo dimenticarci di Damasco e di Teheran’. In base alle esperienze passate sappiamo cosa intendono con questo appello contro la nostra amnesia collettiva.

I soldati prigionieri a Gaza e in Libano a questo punto sono stati cancellati dall’agenda pubblica. Si tratta di distruggere Hizbollah e Hamas una volta per tutte, non di portare a casa i soldati. In maniera simile, l’estate del 1982 l’opinione pubblica israeliana ha completamente dimenticato la vittima che ha fornito al governo di Menachem Begin la scusa per invadere il Libano. Era Shlomo Aragov, l’ambasciatore di Israele a Londra, che aveva subito un attentato da un gruppo di dissidenti palestinesi. Questo attacco aveva dato ad Ariel Sharon il pretesto per invadere il Libano e rimanerci per 18 anni.

Vie alternative alla risoluzione del conflitto non vengono proposte nemmeno in Israele, neanche dalla sinistra sionista. Nessuno parla di soluzioni ragionevoli come uno scambio di prigionieri o l’inizio di un dialogo con Hamas e altri gruppi palestinesi almeno su una lunga tregua per preparare il terreno a negoziati politici più sensati in futuro. Questa alternativa è già sostenuta da tutti i paesi arabi, ma purtroppo solo da loro.
A Washington Donald Rumsfeld può aver perso alcuni dei suoi deputati nel dipartimento della difesa, ma lui continua ad esserne il segretario. Per lui la completa distruzione di Hamas e di Hizbollah – a qualsiasi prezzo e purché senza perdite di vite statunitensi – ‘giustificherebbe’ la ragion d’essere della Teoria della Terza Guerra Mondiale che ha cominciato a diffondere già nel 2001. L’attuale crisi per lui è una giusta battaglia contro un piccolo asse del male – lontana dal pantano dell’Iraq e precursore per gli obiettivi finora non ancora raggiunti nella ‘guerra contro il terrorismo’ – Siria e Iran. Se in realtà in Iraq l’Impero stava in parte lavorando per conto terzi, il supporto completo che il presidente Bush ha dato alla recente aggressione israeliana a Gaza e in Libano dimostrano che potrebbe essere arrivato il momento di saldare il debito: ora il delegato deve salvare l’Impero impantanato.

Hizbollah vuole indietro il pezzo di Libano meridionale che Israele continua a mantenere. Vorrebbe anche avere un ruolo più importante nella politica libanese e dimostra solidarietà ideologica sia con l’Iran che con la lotta palestinese in generale, e quella islamica in particolare. Questi tre obiettivi non sempre sono fra loro complementari e sono risultati in uno sforzo bellico contro Israele molto limitato negli ultimi sei anni.
La completa ripresa del turismo dalla parte israeliana del confine col Libano prova che, a differenza dei generali israeliani, per le sue proprie ragioni Hizbollah è molto contento di un conflitto ad intensità molto bassa. Se e quando si raggiungerà una soluzione esauriente della questione palestinese anche questo impulso si estinguerà. Entrare per 100 iarde (poco più di 91 metri) proprio in Israele è un’azione del genere. La reazione ad un’operazione tanto moderata con guerra totale e distruzione indica chiaramente che in questione è il grande progetto e non il pretesto.

Non c’è niente di nuovo. Nel 1948 i palestinesi hanno optato per un conflitto ad intensità molto bassa quando l’ONU ha imposto loro un accordo che gli strappava dalle mani metà della loro patria e la dava ad una comunità di nuovi arrivati e coloni, la maggior parte dei quali era arrivata dopo il 1945.
I leader sionisti hanno aspettato molto tempo questa opportunità ed hanno avviato un’operazione di pulizia etnica che ha espulso la metà della popolazione nativa del paese, hanno distrutto la metà dei loro villaggi e hanno trascinato il mondo arabo in un conflitto non necessario con l’Occidente, i cui poteri erano già sul punto di abbandonare il colonialismo. I due progetti sono interconnessi: più l’esercito israeliano si espande, più è facile terminare l’opera incompleta del 1948: la totale de-arabizzazione della Palestina.

Non è troppo tardi per fermare i progetti israeliani di creare una nuova e terribile realtà. Ma la finestra di opportunità è molto stretta e il mondo ha bisogno di darsi da fare prima che sia troppo tardi.

Ilan Pappe è senior lecturer al dipartimento di scienze politiche all’Università di Haifa e presidente dell’Emil Touma Institute for Palestinian Studies ad Haifa. Studioso di storia della Palestina, storia del conflitto israeliano-palestinese e di storia del Medio Oriente è uno dei più importanti storici viventi. Fra i suoi libri troviamo The Making of the Arab-Israeli Conflict (Londra e New York 1992), The Israel/Palestine Question (Londra e New York 1999), A History of Modern Palestine (Cambridge 2003), The Modern Middle East (Londra e New York 2005) e prossimamente, Ethnic Cleansing of Palestine (2006)

lan Pappe, Ilan Pappe

Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da OLIMPIA BERTOLDINI

http://www.lacaverna.it/palestina/storia/ginevra1.htm
 
SUGLI ACCORDI PALESTINA E ISRAELE

L'articolo che segue di Ilan Pappe, pur essendo dell'ottobre del 2002, è fondamentale per comprendere ciò che avviene in Palestina/Israele.

La "offerta" che Sharon faceva a quell'epoca ai palestinesi, lo smantellamento delle colonie di Gaza ed il trasferimento di 7.500 coloni nel Negev al posto dei beduini, i cui villaggi erano stati definiti "illegali", era solo un'enorme trappola. Ilan Pappe, spiegando come è nata la rioccupazione della Cisgiordania nel 2002, in un'efficace sintesi elenca tutte le volte in cui Israele ha fatto finta di accettare "mediazioni" - dalla spartizione del 1947 fino al tentativo finale di imporre ad Arafat la resa nel luglio 2000 a Camp David - per poterle sfruttare per successive operazioni militari con le quali disarticolare la società palestinese, per impedire semplicemente ogni possibilità di porre le basi per uno stato indipendente.

Il contributo di Pappe è anche un accorato appello al proprio popolo perché riconosca i torti fatti al popolo palestinese ed altri popoli della regione, unico modo per evitare al popolo israeliano tragedie più grandi.

Per noi il contributo di Ilan Pappe è uno spunto prezioso di riflessione in un momento in cui anche a sinistra c'è chi vorrebbe dirci che tutti i gatti sono bigi, che vittime e carnefici sono sullo stesso piano, ecc. L'invito di Pappe è di non credere ai facili inganni cui portano le scorciatoie.

 

DÉJA-VU


Ilan Pappe*

Esaminando con attenzione gli ultimi avvenimenti in Palestina si prova un inquietante senso di déjà vu, che ci riporta a eventi sia lontani che vicini nel tempo. La sensazione più forte è che si stia ripetendo la catastrofe del 1948, la "Naqba". A distanza di cinquant'anni, si ha l'impressione, come allora, che il futuro della Palestina non sia stato ancora deciso e che sarà determinato con la forza piuttosto che con il negoziato.

Nel 2002, la questione ha dimensioni geografiche differenti. Il punto centrale riguarda chi controllerà l'esiguo 22% della Palestina che nel 1948 non entrò a far parte dello Stato di Israele. In quell'anno Israele fu costruito sul 56% della Palestina assegnatogli dall'ONU e su un ulteriore 22% che venne occupato con la forza.

La maggior parte dei palestinesi che vivevano sul territorio del nuovo Stato, circa 900.000, furono espulsi con la violenza, i loro villaggi distrutti e i quartieri urbani vennero occupati da immigrati ebrei. La fondazione di Israele, quindi, fu resa possibile dalla forza militare, dalla pulizia etnica e dalla de-arabizzazione del paese.

A partire dal 1967, e ancora di più dal 1987, il futuro del residuo 22% ha rappresentato il problema più importante all'ordine del giorno, sia a livello locale che in qualche misura regionale. Fino al 1993 i vari governi israeliani in mancanza di un'annessione formale hanno puntato a stabilire un controllo totale su tutto il territorio, espandendo gli insediamenti ebraici e attuando una politica di lento trasferimento.

Qualsiasi resistenza popolare o armata è stata brutalmente schiacciata, ma la prima "Intifada" ha indotto l'esecutivo israeliano, nel 1993, ad accontentarsi di esercitare un controllo diretto solo su una porzione di quel 22% ed a instaurare vari "bantustan" nella parte rimanente.

A Camp David, nell'estate del 2000, questo assetto (il piano Barak), insieme alla richiesta di una rinuncia al "diritto al ritorno" dei palestinesi, è stato presentato sotto forma di diktat ad Arafat. Il suo rifiuto e una serie di eventi successivi hanno fatto scoppiare la seconda "Intifada".

La differenza fra ciò che a Camp David è stato offerto ad Arafat e la strategia di Ariel Sharon nel 2002 è minima: riguarda i chilometri quadrati che dovrebbero essere assegnati ai "bantustan". L'obiettivo è identico: la creazione di un'entità politica palestinese priva di qualsiasi significativa sovranità o indipendenza, con una sistemazione post-bellica in cui i palestinesi rinuncino al loro diritto al ritorno ed abbandonino ogni aspirazione a Gerusalemme Est capitale.

In questa sua linea Sharon non è solo: può contare sul pieno appoggio del Partito Laburista Israeliano, non soltanto per quanto riguarda la sua strategia per il futuro, ma anche per la tattica che adotta per raggiungere i suoi obiettivi.

Attraverso la sua guerra contro l'Autorità Nazionale Palestinese e la creazione di quelle che egli definisce "zone di sicurezza", Sharon vuole imporre con la forza un nuovo assetto della Palestina e di Israele. Questo quadro dovrebbe garantire, come era nelle aspirazioni sioniste del 1948, il controllo israeliano sulla maggior parte di territorio possibile, con il minor numero possibile di palestinesi. Gli arresti di massa, le espulsioni e le intimidazioni sono stati e saranno utilizzati per ridisegnare la mappa di Israele. Anche il linguaggio ambiguo e il fallimento di qualsiasi reale opportunità di negoziato fanno parte di questa strategia.

È qui che avvertiamo il secondo e più recente déjà vu, quello del Libano nel 1982. Allora sempre lo stesso Sharon era determinato a costruire 'un nuovo Libano' convinto che l'imposizione di nuove realtà politiche rientrasse nelle sue prerogative, così come oggi ritiene di avere il potere di dare un nuovo assetto ad Israele ed alla Palestina, deportando una popolazione, uccidendo migliaia di persone e giudaizzando ulteriori regioni della Palestina.

Ma quando la storia si ripete si producono situazioni talvolta peggiori degli eventi originali: esempi sempre meno accettabili della follia e della crudeltà umane. Il potere di Israele ed i mezzi a sua disposizione sono oggi assai più distruttivi che in passato. I sistemi per mobilitare l'opinione pubblica all'interno dello Stato Ebraico risultano molto più sofisticati ed efficaci che in precedenza e le voci di dissenso sono meno numerose e più deboli.

Gli USA appoggiano ancora Israele, come nel 1948 e nel 1982, ma non si può dire altrettanto almeno per una parte dell'Europa. Il mondo arabo è impegnato, come nel passato più a parole che nei fatti. I palestinesi continuano ad essere soli contro un nemico che da sempre è pronto a distruggerli. I mezzi israeliani variano nel tempo, ma l'intento rimane sempre lo stesso. E anche se molti ebrei in Israele sono tuttora animati da nobili motivazioni, quali il desiderio di costruire una democrazia, sostenere un'economia molto modernizzata e diffondere gli splendori della cultura e del modo di vita ebraici, queste aspirazioni vengono soffocate e nei fatti sconfitte, dalla decisione di perseguire tali obiettivi a spese della popolazione originaria della Palestina, a qualsiasi costo.

Se altri paesi avessero optato per una politica e una strategia di questo tipo sarebbero già stati definiti da tempo "Stati Canaglia". Ma il complesso di colpa degli europei (del tutto comprensibile in considerazione degli orrori dell'Olocausto) e la forte lobby ebraica statunitense hanno risparmiato finora ai politici come Sharon un destino simile a quello di Slobodan Milosevic.

L'IDF (Israeli Defence Force: la Forza di Difesa Israeliana) è determinata a distruggere non solo l'Autorità Palestinese, ma anche le infrastrutture necessarie a una indipendente, o anche solo autonoma, esistenza palestinese in Cisgiordania. In tal modo si creerebbe un vuoto che Sharon intenderebbe riempire sommando due vecchie concezioni israeliane su come "governare" le aree arabe: da un lato affidando ai militari israeliani il compito di controllare la vita nelle zone ritenute cruciali per Israele, dall'altro servendosi di una rete di collaborazionisti, sul modello delle "village societies", che già nel 1981 Sharon aveva tentato invano di sostituire alle strutture della Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).

Un simile regime può essere imposto in due modi: o attraverso la realizzazione di un accordo, tra Sharon e una leadership palestinese locale, sponsorizzato da alcuni Stati Arabi, dall'Europa e dagli Stati Uniti o, più probabilmente, ricorrendo di nuovo alla forza, ma in maniera più sottile, al fine di 'diluire' (se vogliamo usare per un momento il nuovo vocabolario politico, inumano e disumanizzato di Israele) la popolazione della Cisgiordania. Cioè servendosi di qualsiasi mezzo a sua disposizione, il governo "incoraggerebbe" lo spostamento di palestinesi verso Gaza e verso la Giordania.

Sharon può contare oltre all'appoggio del suo partito, anche su alcuni esponenti laburisti che esprimono implicitamente posizioni simili. Nel tempo, con l'approssimarsi delle elezioni politiche israeliane, il Partito Laburista potrebbe abbandonare l'esecutivo, probabilmente solo per rientrarvi in seguito, quale membro di un nuovo governo di unità. Ma ciò non dovrà farci chiudere gli occhi di fronte alle responsabilità dei leader laburisti nella distruzione dell'infrastruttura sociale, economica e politica palestinese nella Cisgiordania, e forse in futuro anche nella Striscia di Gaza. Una distruzione che è stata accompagnata da azioni umilianti e da violazioni di diritti umani, inflitte sia in misura imponente e su scala collettiva, sia con un alto valore simbolico ai leader palestinesi, fino al loro vertice, Arafat. Atti di umiliazione che sono stati spesso accompagnati da massacri e dalla distruzione di case e strade. Il tutto come parte di una missione punitiva mascherata da "guerra contro il terrorismo".

Sono assai pochi coloro che in Israele offrono una interpretazione alternativa della "guerra contro il terrorismo". Scioccati dalle bombe umane che hanno prodotto un senso di insicurezza personale e un aumento del numero delle vittime, gli israeliani in generale sono incapaci o restii a prendere piena coscienza dei piani disastrosi dell'uomo che hanno democraticamente eletto con una maggioranza senza precedenti. Le sue posizioni, fra l'altro, assecondano anche le latenti tendenze razziste ed etnocentriche presenti nella maggior parte degli ebrei del paese, tendenze che negli anni sono state alimentate dai sistemi di istruzione e culturali del paese.

Una coalizione di gruppi contrari alla guerra sta tentando di fornire una spiegazione alternativa alle bombe che esplodono nel paese e alla politica generale di Israele. Tale coalizione è formata da due blocchi. Il principale è guidato da "Peace Now" che ha scarsissime possibilità di offrire alternative significative. La posizione dei suoi membri, la loro sincera convinzione, è che Barak abbia fatto ai palestinesi davvero un'offerta estremamente generosa, cui Arafat ha reagito in modo deludente. Il loro discorso più comune è che "nonostante l'imperdonabile condotta di Arafat, non resta altra scelta che concludere la pace con quest'uomo tremendo".

Essi credono ancora nell'equazione proposta da Barak tra il ritiro israeliano e pace. Non hanno chiarito a se stessi né alla popolazione ebraica quale sia il vero significato della "pace". Per quel che si può dedurre, la loro concezione non prevede una soluzione al problema dei rifugiati, né un cambiamento nello status della forte minoranza palestinese in Israele - circa un milione di persone sul cui vasto appoggio confidano per le loro manifestazioni - né una piena sovranità del futuro Stato palestinese. I mali dell'occupazione vengono riconosciuti, ma identificati principalmente nella corruzione della società ebraica, non nei crimini contro la popolazione locale, né assolutamente nel danno permanente che ha avuto origine con la pulizia etnica del 1948. Eppure questa è l'unica coalizione in grado di organizzare vaste manifestazioni volte a sollecitare pressioni esterne su Israele, affinché ponga fine alle operazioni militari in corso.

L'importanza di questa posizione non va sottovalutata, ma dubito che essa riuscirà a produrre nell'opinione pubblica ebraica quel cambiamento necessario per aprire la strada della pace e della riconciliazione. Questa posizione all'interno della coalizione contraria alla guerra amplia lo spazio del dibattito pubblico in Israele, in un tempo in cui i media hanno imposto il silenzio su qualsiasi discorso o notizia che metta in discussione la politica del governo. E quindi, nonostante la sua presenza, i margini disponibili per un'azione a favore dei palestinesi e dei loro diritti, restano ancora molto limitati.

Il secondo blocco della coalizione, il gruppo più piccolo, non ha ottenuto neppure il riconoscimento della componente principale. La sua base si trova nelle organizzazioni ebraiche non sioniste e nella maggior parte dei partiti israelo-palestinesi. Prospetta una visione veramente alternativa e ipotizza proposte realizzabili, ma è emarginato e combattuto, non solo dall'establishment, ma pure dalla componente maggioritaria della nuova coalizione pacifista. La sua importanza sta nella rete di contatti con organizzazioni regionali e internazionali, capaci di conferire legittimità alle sue azioni locali o esterne contro l'occupazione e per la pace. Questa piccola formazione della scena pubblica israeliana potrà denunciare, finché non verrà completamente messa a tacere, una serie di elementi che stanno alla base della natura oppressiva del sionismo e di Israele: le caratteristiche, proprie dell'apartheid, le politiche verso la minoranza palestinese del paese, il contesto storico delle azioni di Israele contro i palestinesi dei territori occupati, il dovere della società ebraica, di riconoscere i crimini commessi - dalla pulizia etnica del 1948 fino alla recente operazione "Homat Magen" (muraglia di difesa). E questo nome dovrebbe far ricordare l'operazione "Pace in Galilea" del 1982. In realtà si tratta di due eufemismi, sia quello di adesso che quello di allora, utilizzati da Israele nelle sue guerre di distruzione scatenate contro i libanesi ed i palestinesi.

Se mi è consentita un'osservazione più personale, aggiungerei un déjà vu di carattere privato. Come nel 1993, nei giorni d'oro di Oslo, anche oggi si percepisce la stessa disperata frustrazione rispetto al futuro. Sostenni allora, e sono ancora dello stesso avviso, che "Peace Now" condivide quella stessa visione sionista che non consente il riconoscimento delle ingiustizie inflitte nel passato, né l'esigenza di una futura reale riconciliazione con le vittime palestinesi del sionismo e di Israele. Sono convinto oggi, come lo ero allora, che ciò può avvenire solo se nella società ebraica si verificherà un cambiamento molto più profondo e strutturale. Dieci anni fa dissi allarmato che non potevamo aspettare altri dieci anni, perché per noi erano in serbo solo altre tragedie. Ora si ripresenta, ancora più acuta, la sensazione che non vi sia più tempo per trasformazioni di lungo periodo. Il tempo a nostra disposizione è ormai agli sgoccioli, mentre il pericolo della deportazione, o addirittura del genocidio, incombe su di noi. C'è bisogno di un intervento e di una pressione internazionali forti, affinché lo Stato di Israele e la società ebraica comprendano il prezzo morale e politico che dovranno pagare per le scelte compiute in passato e nella fase attuale.

Le persone che all'estero leggono ciò che io e gli amici che condividono il mio punto di vista scriviamo, ritengono erroneamente che si tratti di analisi e previsioni imbastite con una certa leggerezza. È esattamente il contrario. Prima di essere formulate, le nostre posizioni conoscono un lungo processo di elaborazione, fatto di dubbi, scelte, articolazioni. Esse pongono colui, o colei, che sostiene tali idee in una situazione sociale molto precaria. Nel migliore dei casi veniamo trattati come dementi, nel peggiore come traditori, anche da coloro che si considerano difensori della libertà di parola e di opinione in Israele. Non sto analizzando questa posizione dal punto di vista del rischio o della riprovazione, ma da quello del realismo. In che modo persone come me, così alienate dalla società in cui vivono, che aborrono ciò che essa ha fatto in passato e ciò che il suo governo sta facendo oggi, possono determinare cambiamenti effettivi nell'opinione pubblica del proprio paese? L'impresa appare quanto meno donchisciottesca.

Ma poi la mia mente corre a tutti gli ebrei che hanno aderito all'ANC [African National Congress, il movimento contro l'apartheid in Sudafrica], al movimento per i diritti civili negli USA e a quello anticolonialista in Francia. Ricordo gli italiani e gli spagnoli coraggiosi che non hanno ceduto alle promesse del fascismo e da questi esempi traggo la forza per invitare, dall'interno, il mio popolo a infrangere lo specchio che lo ritrae come un'entità morale superiore per sostituirlo con uno che denunci i crimini che loro stessi o i leader e i governi che hanno agito in loro nome hanno commesso contro l'umanità e contro il popolo palestinese.

[Tratto da "Between The Lines", ottobre 2002 - Traduzione di Tiziana Antonelli]
* Ilan Pappe, professore di Scienze politiche all'università israeliana di Haifa, presidente dell'Istituto di Studi Palestinesi Emil Tuma e direttore dell'Institute for Peace Research Givat Haviva, è autore di numerose opere, fra cui "The Making of the Arab-Israeli Conflict, 1947-1951" e "A History of Modern Palestine and Israel. The '48 Nakba & The Zionist Quest for its Completion"


Ilan Pappe, il più importante storico vivente, ha scritto di una pulizia etnica in corso ai danni dei palestinesi.Questo 2006 è per i palestinesi una nuova Nakba, una catastrofe e delle peggiori. La comunità internazionale, in particolare l'Europa, li ha abbandonati al loro destino di sofferenza e di morte e non ha mosso un dito quando la Striscia di Gaza è precipitata in una complice catastrofe umanitaria.

Patrizia Viglino

19 luglio 2006


Oltre 250 civili libanesi sono stati uccisi, compresi donne e bambini mentre è incalcolabile il numero dei feriti. Oltre 100 palestinesi sono stati massacrati a Gaza durante attacchi portati con navi, carri armati e soprattutto con caccia F-16, elicotteri da combattimento, droni senza pilota.
Questa volta si respira un clima da resa dei conti e anche sul fronte israeliano molte cose sono cambiate. Nel sondaggio dell'ultima ora riportato da The Guardian, solo il 17% degli israeliani pensa che la prossima mossa del governo debba essere basata sul cessate il fuoco e i negoziati, rompendo la tradizionale forza di opposizione che la sinistra israeliana aveva sempre avuto nei momenti peggiori.
Fin dall'inizio della campagna militare Summer Rain a Gaza, la stampa internazionale ha sottostimato la gravità degli attacchi contro i civili e, questa volta, anche la stampa israeliana è stata costretta a schierarsi con il governo in modo acritico.

Dietro il governo Olmert ci sono i generali, quelli che, per dirla con Ilan Pappe, non aspettavano altro che di trasformare il conflitto "a bassa intensità" in una guerra "vera".
Il governo Olmert è stata la vera calamità di Israele. Il partito Kadima è nato a tavolino per sponsorizzare il progetto di Ariel Sharon di acquisire e mantenere il controllo dei territori palestinesi una volta per sempre, relegando quelli che certi "intellettuali" di destra teocon chiama "gli arabi", all'interno di un sistema di apartheid o condannandoli alla fuga come rifugiati. Purtroppo il marketing che ha caratterizzato il così detto piano di "disimpegno" da Gaza (estate del 2005) ha funzionato bene con la maggioranza della stampa che ha preferito a quel tempo non porsi le due domande cui ha dato risposta Tanya Reinhart in un suo articolo. Le domande erano: Israele ha davvero lasciato la Striscia? E, cosa significa, "disimpegno"? No, Israele non ha mai avuto l'intenzione di lasciare la Striscia di Gaza, ha solo preferito controllarla dall'esterno e impiegare soldi e truppe (che usava per proteggere un pugno di coloni) per rafforzare la colonizzazione della Cisgiordania.

Olmert è diventato presto l'ideale erede di Sharon, del falco Sharon. L'ha voluto emulare prima con la presa della prigione di Gerico quando ha fatto carta straccia degli accordi internazionali stipulati nel 2002 tra Israele e Palestina e mediati da Stati Uniti e Inghilterra. A Gerico Olmert ha usato per la prima volta il pugno di ferro, comportandosi da generale, lui che non era andato oltre una propaganda di incitamento all'espulsione dei palestinesi da Gerusalemme est, negli anni che era stato sindaco di Gerusalemme Ovest.
Con esternazioni sui futuri progetti di Israele in Cisgiordania, riguardanti il piano di "disimpegno 2" e l'acquisizione con la forza di tutti i più importanti blocchi colonici della Cisgiordania (importanti per grandezza e posizione strategica di controllo delle risorse naturali), Olmert aveva iniziato la sua campagna elettorale, ma è solo a Gerico che l'ha vinta, attirandosi le stime dell'elettorato di destra tanto da riuscire a rubare voti persino a Nethanyau che della destra israeliana era stato uno dei padri.

Impressionante l'appoggio che il governo Olmert ha ricevuto non solo dai governi occidentali, prevedibile del resto, trattandosi di un governo liberamente eletto, ma anche dalla stampa, che si è presentata al cospetto del nuovo re di Tel Aviv con devozione e soggezione. Si sarà trattato di un abbaglio? Per il giornalismo del nostro paese può essersi trattato solo e sempre di autocensura, di mancanza di spirito critico, di pochezza nel comprendere per tempo dove Olmert stava andando. Dal nostro punto di vista era necessario criticare apertamente sia il piano di annessione in Cisgiordania, che l'espulsione dei palestinesi da Gerusalemme Est. Lì si trovava il calderone, lì stava ribollendo la terribile piega che i fatti hanno assunto poi a Gaza e infine in Libano.
Olmert è stato l'uomo giusto per una parte cospicua di Israele che anelava chiudere una volta per sempre la partita con la rivolta palestinese. Ad approfittarne sono stati gli Stati Uniti che hanno soffiato a lungo sul fuoco della prossima guerra. Olmert è l'uomo del disastro, è l'uomo che sta distruggendo Israele, minando ogni possibile negoziato futuro. Con il suo unilateralismo a oltranza basato sulla legge del più forte sta portando israeliani e palestinesi sull'orlo di una catastrofe dove a dominare sarà la legge della jungla. D'ora innanzi, a cadere nel baratro saranno in molti.

Ilan Pappe, il più importante storico vivente, ha scritto di una pulizia etnica in corso ai danni dei palestinesi.
Questo 2006 è per i palestinesi una nuova Nakba, una catastrofe e delle peggiori. La comunità internazionale, in particolare l'Europa, li ha abbandonati al loro destino di sofferenza e di morte e non ha mosso un dito quando la Striscia di Gaza è precipitata in una complice catastrofe umanitaria. In Cisgiordania i raid militari e gli arresti di massa sono all'ordine del giorno. Donne e bambini, ma anche lavoratori in fila, in attesa di ricevere il permesso di lavoro per Israele, vengono raccolti in massa e sequestrati, senza nemmeno un capo di accusa, solo perché palestinesi. Misure sempre più restrittive impediscono ai palestinesi con passaporto straniero di tornare a casa in Cisgiordania e migliaia di persone sono state allontanate con la forza da Gerusalemme Est sempre più occupata militarmente.
La quotidianità palestinese è una realtà di reclusione grazie anche alla illegalità del Muro. Un sistema di carcerazioni è il futuro che Israele vuole per i palestinesi. Le città o ampie porzioni di territorio come la Striscia di Gaza si sono trasformati in una serie non contigua di prigioni a cielo aperto, la gente vive in aree chiuse come bantustan, in campi profughi e villaggi tagliati fuori dal resto del mondo; i prigionieri politici sono stipati in tende militari sovraffollate e passano il tempo seduti e legati sotto il tiro delle armi, senza neanche lo spazio per tutti per potersi sdraiare; in Israele prigioni più sofisticate sono vietate ad avvocati e familiari, ma munite di torturatori altrettanto sofisticati, come e quanto quelli dei campi di prigionia della Cisgiordania. Rifiutarsi di prendere in considerazione questa realtà è un atto criminale.
Nel frattempo continuano gli espropri delle terre, sia private che municipali, continua la distruzione delle coltivazioni (tra cui il vigneto secolare di Betlemme, dove i monaci cristiani producevano il pregiato vino Cremisan), e si fa più dura la repressione delle manifestazioni pacifiche cui partecipano civili disarmati, dispersi con gas, bombe sonore e armi da fuoco.

Intanto il coro dei "tifosi" di Olmert, giornalisti, politici, opinionisti, non si chiede cosa significhi e che esiti possa avere bombardare un paese, una capitale del mediterraneo nel XXI secolo, con il vago pretesto di liberare tre soldati fatti prigionieri. Uccidere con la più potente tecnologia di guerra donne e bambini, sterminare intere famiglie, per questi "tifosi" si giustifica sempre attraverso la precisazione che Israele ha "il diritto di difendersi" e "di esistere". Bene, tutti infatti hanno il diritto di esistere e di difendersi. Esattamente il diritto che i palestinesi stanno esercitando da anni. Ma questo diritto a loro non è riconosciuto perché il diritto di Israele "a esistere", che i "tifosi" stanno propagandando, è il diritto ad "esistere uccidendo gli altri", il diritto a difendersi con un uso sproporzionato della forza nel momento in cui qualcuno si oppone all'occupazione militare e al fatto che oltre un milione di persone nella Striscia di Gaza siano ridotte alla fame e rinchiuse.

"Israele ha il diritto di esistere", è un eufemismo. Israele esiste e chiunque esista ha il diritto di esistere, anche i palestinesi hanno questo diritto. Il fatto è che Israele ha anche il diritto ad avere una democrazia "vera" che non sia messa al servizio degli interessi dei generali o delle corporazioni nordamericane che producono armi. Gli israeliani, come i palestinesi hanno diritto a uno stato vero che possa avere relazioni positive e costruttive con il resto del mondo. Quello che Olmert ha fatto in pochi mesi di Israele non lo aveva fatto neppure Sharon dopo i massacri dell'82 in Libano. Olmert ha distrutto un'immagine internazionale di Israele. Bush ha spinto Olmert dove voleva che questi si trovasse, con le spalle al muro e "in pericolo". La fanta-politica sta diventando politica, la guerra che non c'era sta montando di ora in ora. Se nessun governo davvero amico di Israele non fa presente a Olmert che è meglio fermarsi qui, allora non è un governo amico, è solo un altro governo che spera di avere guadagni dalla guerra, non importa quanti civili verranno uccisi.


http://www.piazzaliberazione.it/pagine/palestina/sm/24-09-05/pappe.htm 

 

Pubblicato: 24 settembre 2005

 

In Israele non esiste un movimento per la pace 

Intervento di Ilan Pappe al Forum Sociale Svizzero (4 giugno 2005) * 

tratto da: http://www.contropiano.org/ 

Traduzione collettiva dal francese di Alida di Marzio, Diana Carminati, Carlo Bauducco, Laura Silva e Alfredo Tradardi a partire dalla traduzione in francese di Marcel Charbonnier.  

Sottolineature e grassetto a cura di Alfredo Tradardi

 

Un ringraziamento particolare a Silvia Cattori per aver diffuso il documento (1).

 

Ilan Pappe (2), storico israeliano, grida a chi vuole ascoltarlo che i palestinesi sono vittime di una “pulizia etnica”;  che sono più che mai in pericolo. Inoltre fa appello ai movimenti di solidarietà del mondo affinché boicottino le Università israeliane che egli considera  macchine di propaganda ufficiale del governo di Israele.

Noi abbiamo il piacere di presentarvi la conferenza che ha tenuto recentemente in Svizzera.

 

Silvia Cattori (3)

 

“Secondo me, ciò che sta succedendo in Israele - Palestina, è un gioco, è la sciarada della pace, una parodia della pace. Ma la verità è che ancora una volta, sempre gli stessi politici delle due parti si incontrano in alberghi lussuosi, con diplomatici arrivati da tutto il mondo per parlare di niente, per fare semplicemente delle chiacchiere. E sentiamo parole roboanti, quali “processo di pace”, “evacuazione”, “disimpegno”, “fine dell’occupazione”, “creazione di uno Stato palestinese”….E’ “l’industria della pace”, come direbbe Chomsky. Ma sul campo non succede assolutamente nulla!

 

Invece, tutto intorno al campo, si sviluppano le chiacchiere e i futili esercizi di una diplomazia priva di senso. Ma il lato inquietante è che, a partire dall’istante in cui Sharon ha dichiarato che avrebbe intrapreso l’ennesima iniziativa di pace all’interno di una precedente iniziativa di pace chiamata “Road map”, abbiamo assistito ad una tendenza molto pericolosa: tutti coloro che, nel mondo, si interessano da vicino o da lontano alla causa palestinese, sembrano voler partecipare al grande gioco della pace. Abbiamo già assistito ai capitoli precedenti del gioco della pace. Ma, fino ad ora, non vi partecipava chiunque lo volesse…..

 

Questa volta, coloro che si è stabilito chiamare il Quartetto – Unione Europea, Nazioni Unite, Russia e Stati Uniti – si congratulano con Sharon per il suo disimpegno (da Gaza). E ci sono persone, in Israele, che si pensa appartengano a un “campo pacifista”, del partito Laburista e del movimento “Peace Now”, che dicono la stessa cosa del Quartetto, e cioè che lasceranno fare Sharon a modo suo: Sharon, quest’uomo che conduce israeliani e palestinesi dentro un nuovo capitolo di “costruzione della pace” in Israele - Palestina.

 

Il “piano di pace” di Sharon presenta un doppio pericolo: da una parte è ingannevole, dall’altra crea tra la gente l’illusione che stia per succedere qualcosa di positivo, mentre invece la situazione è assolutamente catastrofica. Minacciosa.

 

E quando una politica dimostra di non riuscire a portare assolutamente nessun cambiamento nella realtà vissuta dalle persone, allora si ha come risultato la frustrazione. Si prepara la terza Intifada!

 

Scoppierà nel momento in cui ci saranno abbastanza persone coscienti che gli attuali negoziati hanno fallito e che non hanno nulla da offrire alle popolazioni.

 

[…]

C’è un altro scenario, meno probabile ma comunque possibile: quello di un aumento della violenza. La gente allora si stancherebbe e direbbe: ”Bene, negoziamo e cerchiamo di strappare il massimo possibile. Ne abbiamo viste abbastanza!”. Chiunque sia stato nei territori occupati sa che c’è sete di vita normale, che la gente è stanca di questa lotta contro trentotto anni di occupazione. La gente non sa più come convivere con questa situazione ed esiste il pericolo che persino una delegazione palestinese dica, come Arafat nell’estate del 2000: ”OK. Prendiamo ciò che ci viene offerto, è meglio di niente!”. E si può già fin da ora sentire questo genere di discorsi nei corridoi dei ministeri, a Ramallah. E ciò è ancora più pericoloso della violenza. E’ un argomento che può portare alla distruzione - alla distruzione totale del popolo Palestinese e della Palestina…..

 

Quindi, per impedire ciò, dobbiamo sottolineare, ancora e sempre, che invece di una sciarada di pace, ci troviamo in realtà di fronte ad una occupazione che continua. Ogni giorno che passa assomiglia al giorno prima, il quale assomiglia a quello precedente, e così via da trentasette anni. Ma se voi sostenete questa mascherata di pace, se qualcuno sostiene questo giochetto della pace, significa, non soltanto, permettere all’occupazione di continuare, ma permettere a qualcosa di molto peggiore dell’occupazione di verificarsi. Infatti, se gli israeliani avranno il via libera per i piani di Sharon, significa che i palestinesi che vivono in quella metà della Cisgiordania che Israele, l’Israele del consenso, considera oggi parte integrante dello stato di Israele, sono in pericolo.

 

Esiste un grave pericolo che queste persone siano vittime di una pulizia etnica.

 

Israele ha già trasferito duemila famiglie palestinesi per costruire il muro. E non troviamo questa informazione su nessun giornale occidentale. Eppure, sono ben duemila le famiglie palestinesi che sono state spostate, cacciate dalle loro case, per la costruzione del muro…

 

Sono 250.000 i palestinesi direttamente minacciati di pulizia etnica dalla prossima tappa di costruzione del muro, nel quadro della prossima fase di annessione della Cisgiordania a Israele.

 

Se il progetto di pace continua ad essere sostenuto dagli europei, dagli americani, dai russi e dall’Onu, vorrà dire che Israele avrà il via libera per proseguire la sua politica di pulizia etnica. Bisogna anche sapere che gli israeliani si stanno già preparando ad affrontare la prossima insurrezione (palestinese); questa volta, essi non esiteranno più ad utilizzare i peggiori mezzi di repressione, in confronto alle armi utilizzate nel corso della prima e della seconda Intifada.

 

Inoltre, in questo momento non stiamo parlando semplicemente di pulizia etnica, bensì del reale pericolo di una politica di genocidio.

 

Non è sufficiente dire che conoscete esattamente il progetto di pace nei minimi dettagli. Penso che noi tutti, i militanti, dentro e fuori Israele, dovremmo comprendere che esiste un grave pericolo, urgente, quello di una pulizia etnica di palestinesi in soprannumero e che esiste un solo modo di fermare Israele. E che questo non può essere né  il dialogo né i negoziati diplomatici, con i quali stiamo provando da trentasette anni…

Un movimento contro l’occupazione all’interno di Israele, non ha alcuna possibilità di successo. Nessuna.

 

Esiste un solo modo di bloccare lo scenario che vi ho appena descritto: tramite le pressioni, le sanzioni, l’embargo, equiparando lo stato di Israele al Sudafrica durante il regime di apartheid…. Non esiste altro mezzo.

 

E lo dico con enorme tristezza, poiché conosco le conseguenze di tale politica; ma chiunque sia stato impegnato nella lotta per la pace – nel mio caso sono trentasette anni – sa di avere buone ragioni, dopo trentasette anni, per dire che nessuno sforzo diplomatico porterà a qualche risultato, che i negoziati con Israele non conducono a nulla, che le forze pacifiste, in Israele, non hanno alcun potere, che la lotta armata dei palestinesi è fallita  e che esiste un solo modo per salvare la Palestina: far capire agli israeliani che non potranno più far parte delle nazioni civili se l’occupazione si protrarrà,  anche di un solo giorno in più …

 

Quali strategie?

 

Viviamo in tempi difficili per i vari movimenti di solidarietà.

Penso che per molto tempo, in Europa, a giusto titolo, uno dei principali obiettivi sia stato quello di promuovere il dialogo israelo-palestinese e si tratta di un obiettivo sempre molto importante, ma oggi dobbiamo mirare ad un altro obiettivo.

 

Oggi chiediamo ai movimenti di solidarietà di fare qualcosa che non hanno mai fatto fino ad ora in Europa. Chiediamo loro di copiare, di imitare quello che i movimenti di solidarietà hanno fatto nel caso del Sudafrica.

 

Se guardate alla storia dei movimenti di solidarietà con la Palestina dopo trentasette anni, potrete constatare che, poiché pensavano che ci fossero due parti, poiché pensavano che esistesse una possibilità che il dialogo mettesse fine all’occupazione, questi movimenti – che non biasimo affatto, anche io ne ho fatto parte – si sono sforzati di promuovere le trattative, la coesistenza, la comprensione reciproca. Nel futuro avremo forse bisogno di questo genere di energia e di sostegno, da parte del movimento di solidarietà.

 

Ma oggi, quello che cerco di far comprendere, è che ciò di cui abbiamo bisogno, da parte dei movimenti di solidarietà, è che essi  salvino la Palestina per i Palestinesi. Infatti se questi movimenti non riusciranno a salvare la Palestina per i Palestinesi, gli ebrei in Israele saranno anch’essi vittime, saranno perduti.

 

Perciò noi abbiamo deciso effettivamente di fare un appello per salvare i Palestinesi e gli ebrei; è la ragione per cui  ho fatto il seguente paragone nel mio articolo: noi siamo tutti a bordo dello stesso aereo, senza pilota. Tutti lo sanno: che voi parliate con i Palestinesi o con gli Israeliani, tutti sanno che stiamo precipitando verso lo scontro di una guerra spaventosa e nessuno ne vuole parlare. Ciò significa che l’energia, sul campo, per fermare la portata dell’occupazione è inesistente.

 

Così la solidarietà, sia con i Palestinesi sia con gli ebrei, è la necessità di aiutarli a porre fine all’occupazione.

 

Ogni tentativo di aiutare i movimenti di solidarietà, che si sono impegnati in iniziative di pace, di dialogo e di coesistenza, è importante. Ma penso che non dobbiamo dimenticare, neppure per un istante, qual è l’obiettivo imperativamente urgente.

 

C’è un bisogno urgente di strategie che corrispondano meglio alle realtà, che permettano di fare ciò che, sia i movimenti pacifisti in Israele, sia i movimenti palestinesi di resistenza nei territori occupati, non sono evidentemente riusciti a fare. Si tratta beninteso di porre un termine all’occupazione israeliana. E’ soltanto quando l’occupazione militare finirà che ci sarà una qualche possibilità di riconciliazione fra i due popoli.

 

Fino ad oggi, sfortunatamente, il processo di pace – ed in questa espressione, per me, sono compresi gli accordi di Ginevra – ha messo il segno “uguale” fra la fine dell’occupazione e la fine del conflitto.

 

Questo è falso: questo non funzionerà.

 

Non si potrà mettere fine al conflitto tra Israeliani e Palestinesi senza porre un termine all’occupazione.

 

Si potrà trattare sulla fine del conflitto, una volta stabilito un termine all’occupazione, ma non prima.

 

E c’è una tale energia e così tante brave persone (vedi quelli di Ginevra), che sono andate nella direzione sbagliata, cercando di convincere la gente, in Europa, in Israele, in Palestina e in America che nell’istante in cui i soldati israeliani abbandonassero i territori occupati la pace  si instaurerebbe in Palestina. In realtà, dal momento in cui i soldati israeliani lasciassero la Cisgiordania e la striscia di Gaza, potrebbero iniziare le vere trattative sul processo di pace. E, parallelamente a questi negoziati effettivi, ci dovrà essere una riorganizzazione, dal lato palestinese.

 

Io non vorrei troppo insistere sull’elezione di Abu Mazen o sull’ elezione di Arafat, dopo Oslo. Certo, ho pensato che Abu Mazen avrebbe ripristinato elezioni democratiche nei territori occupati. Ho sempre pensato che anche Yasser Arafat avrebbe riportato elezioni democratiche.

 

Ma non dimentichiamo, nemmeno per un istante, che non è che gli abitanti di territori occupati richiedano in modo particolare le elezioni.

 

Le elezioni, sotto occupazione, sono state imposte ai Palestinesi come una pre-condizione israeliana. Non si dimentichi di analizzare i dati storici, con coraggio. Gli Israeliani hanno detto ai Palestinesi: ”Voi siete dei primitivi; noi non possiamo negoziare la pace con voi finché non avrete tenuto delle elezioni democratiche”. Ed è così che si sono avute delle elezioni.

 

Fino a questa esigenza israeliana, i Palestinesi facevano un ragionamento molto giusto: “Che bisogno abbiamo di elezioni finché siamo sotto occupazione?” C’è stato qualcuno in Francia, alla fine della Seconda guerra mondiale, che abbia reclamato elezioni prima della fine dell’occupazione?

 

Allora, di che cosa parliamo in questo momento?

 

Inoltre, se vogliamo parlare di strategie, tutti noi rispettiamo Abu Mazen; egli rappresenta la popolazione dei territori occupati. Egli può andare a negoziare e dovrebbe negoziare la fine dell’occupazione.

 

Ma ha egli il mandato per negoziare in nome dei rifugiati palestinesi?  Ho, io stesso, il mandato per negoziare in nome dei rifugiati palestinesi?

 

Noi dobbiamo ascoltare dalla bocca dei rifugiati stessi in che modo vogliono applicare il diritto al ritorno che è stato loro riconosciuto dalle Nazioni Unite nel 1948.

 

Sono molto felice di ascoltare Abu Mazen, che conosco da un quarto di secolo, dire che non rinuncerà al diritto al ritorno. Spero che non lo farà.

 

Ma le strategie di pace, comprese quelle del movimento di solidarietà europeo, dovrebbero porre il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi al centro dell’agenda di pace. E non la fine dell’occupazione.

 

Questa fine dell’occupazione la vogliamo tutti, ben inteso. Le persone dell’iniziativa di Ginevra, anch’essi, volevano la fine dell’occupazione.

 

Ma il conflitto tra Israele e Palestina non è un conflitto basato sull’occupazione; si tratta della pulizia etnica perpetrata da Israele nel 1948 e che non si è mai arrestata  un solo giorno da allora.

 

Così le strategie di pace non sono strategie che mirano alla fine dell’occupazione. Ecco come ci hanno riempito lo spirito di chimere, dal 1967.

 

Quello che ha detto il movimento “Peace, Now!” è quello che hanno detto gli Americani, è ciò che sta dicendo il governo svizzero: l’importante è che gli Israeliani si ritirino dalla Cisgiordania e dalla striscia di Gaza.

 

Ebbene no! Questo, non è la pace : un ritiro israeliano dalla striscia di Gaza e dalla Cisgiordania costituisce semplicemente la fine dei crimini d’Israele contro l’umanità. Questo non ha nulla a che fare con una vera pace.

 

I Palestinesi che vivono nei territori occupati non rappresentano che una parte del popolo palestinese, quelli che, si noti bene, nella seconda metà del ventesimo secolo, vivono da trentasette anni sotto occupazione militare! Questa semplice ritirata non ha nulla a che vedere con la pace. Riuscite ad immaginare la Svizzera sotto occupazione militare, non per trentasette anni, ma “soltanto” per dieci anni?

Tutti voi qui, sapete che cosa significa un’occupazione militare. Significa che un sergente può arrestarvi, chiudere il vostro negozio, distruggere la vostra casa, a suo giudizio, in qualsiasi momento della giornata, brutalmente. Moltiplicate questo per trentasette anni! Cos’ha tutto questo a che fare con la pace?

 

C’è un altro posto al mondo dove, esistendo un’oppressione, si dovrebbe trattare con il governo oppressore, per chiedergli di fermare la sua oppressione, dandogli qualche cosa in cambio?

 

Certamente no! In Serbia, la Nato ha bombardato Belgrado per ottenere la cessazione della pulizia etnica nei Balcani. Hanno inviato i loro aerei a bombardare Belgrado. Ma con Israele, ebbene no! Si negozia!!! Bisogna offrire qualche cosa agli Israeliani in cambio perché essi si degnino di rinunciare un pochino a una piccola parte della loro occupazione… E, disgraziatamente, ci sono stati troppi Palestinesi a collaborare a questa politica. Una strategia che tende alla pace è tutt’altra cosa.

 

Una vera strategia di pace prende in considerazione l’insieme del Medio Oriente e non soltanto la Palestina. Non soltanto la parte del popolo palestinese che vive nei territori occupati.

 

Certo, bisogna liberarli, ma questi Palestinesi sotto occupazione non rappresentano che una parte del popolo palestinese. Il popolo palestinese è disseminato nell’intero Medio Oriente e tutti i Palestinesi fanno parte di questo problema.

 

L’aspetto profondamente negativo del progetto di Oslo, è stato quello di escludere i rifugiati palestinesi ed i Palestinesi che vivono in Israele dalla futura soluzione della questione palestinese…

 

Concluderei dicendovi  come io immagino una strategia che sia, allo stesso tempo,  capace di riportare il problema dei rifugiati palestinesi al centro dei negoziati di pace e di produrre una riconciliazione tra ebrei e Palestinesi. Poiché qualsiasi proposta diversa non produrrà nient’altro che una tregua passeggera delle violenze e dell’occupazione.

 

Certamente non sottovaluterei mai una tregua, ma una tregua non è un progetto di pace.

 

Questa strategia, la pongo sotto l’egida di ciò che io chiamo le tre “A”:

 

Queste tre “A” sono le tre condizioni che devono essere riunite, se si vuole avere un piano di pace. Non propongo qui un ennesimo piano. Sono semplicemente un intellettuale che riflette su questo problema. Io non sono Palestinese. Non sono un uomo politico. Non devo dare i dettagli sul modo in cui la pace deve essere realizzata, precisamente: questo è il lavoro dei politici. Ma ho un’idea che molti dei miei amici palestinesi condividono. E sempre più israeliani – me ne rallegro - immaginano il futuro come me.

 

La prima « A » sta per «acknowledgement», cioè “presa di coscienza”.

 

Non ci sarà pace tra gli Israeliani e i Palestinesi finché gli Israeliani non avranno ammesso quello che hanno fatto nel 1948. Non  tutti, in Israele – e questo è vero anche per i giovani palestinesi - lo sanno.

 

Ciò che hanno fatto - e di questo non si ha consapevolezza sufficiente - in un solo giorno, nel 1948, fu peggio di trentasette anni di occupazione.

 

Ma noi abbiamo dimenticato! Ciò che gli Israeliani hanno fatto, in un solo giorno, nel 1948, essi non sono riusciti ad eguagliarlo in orrore, in trentasette anni di occupazione.

 

In un solo giorno, nel 1948, gli Israeliani hanno distrutto cinquecento villaggi, dai quali hanno cacciato la popolazione. Hanno raso al suolo questi villaggi; al loro posto hanno costruito colonie ebraiche o piantato parchi pubblici.

 

E’ questo crimine, perpetrato nel 1948, che è all’origine del movimento nazionale palestinese. Non è l’occupazione.

 

E se noi continuiamo a non saperlo, gli Israeliani continueranno a negare ciò che hanno fatto nel 1948; il modo in cui hanno cacciato un milione di Palestinesi dalle loro case; il modo in cui hanno preso l’80% della Palestina con l’esercito.

 

Finché questi fatti non saranno riconosciuti,  è inutile parlare di “pace in Palestina”.

 

La seconda “A” è la A di “Accountability”, di responsabilità, di dover rendere conto.

 

Gli Israeliani devono assumersi la responsabilità di ciò che hanno fatto nel 1948.

 

L’hanno detto le Nazioni Unite. Hanno chiarito cosa significa questa responsabilità: il diritto dei Palestinesi cacciati dalle loro case di tornarvi. Non dico affatto,  beninteso, che esista un modo semplice per rendere operativo il diritto al ritorno dei rifugiati. La gente non deve imporsi laddove già vivono altre persone. La soluzione non è quella di creare una nuova ingiustizia con la motivazione che un’ingiustizia deve essere riparata.

 

Ma non è quella di negare il diritto dei rifugiati al ritorno.

 

Non si tratta solamente di responsabilità. Si tratta anche del modo in cui gli Israeliani percepiscono il proprio inserimento nel mondo arabo. Gli Israeliani negano il diritto al rientro perché vogliono una maggioranza ebraica. E molti fra loro, che credono in una soluzione a due Stati, pensano che i due Stati permetteranno di avere uno Stato ebraico la cui popolazione sarebbe prevalentemente ebraica… Israele è una demografia etnica, non è una democrazia ebraica!

 

E se la preoccupazione demografica – per la popolazione d’una certa etnia – continua a dominare in Israele, allora possiamo dimenticare la soluzione a due Stati. Dobbiamo cominciare a riflettere su come costituire un unico Stato in Palestina. Non c’è alcuna possibilità di elaborare una soluzione a due Stati perché, se si volesse realizzarla, si dovrebbero trasferire talmente tanti ebrei e Palestinesi che qualsiasi soluzione a due Stati sarebbe necessariamente macchiata da una forma di pulizia etnica. La soluzione a un solo Stato consiste nell’affermare che i Palestinesi e gli ebrei hanno gli stessi diritti.

 

Non c’è bisogno di trasferire nessuno. Occorre solo dare gli stessi diritti a tutti gli abitanti della Palestina.

 

Infine, l’ultima “A” è quella di ”accettazione”.

 

Solamente se gli Israeliani e l’insieme degli ebrei, nel mondo intero e non soltanto in Israele, avranno riconosciuto quel che è successo nel 1948, noi potremo discutere sul modo in cui essi vogliono, esattamente, realizzare il diritto al ritorno dei rifugiati, sul modo in cui, esattamente, la struttura politica futura soddisferà, allo stesso tempo, il desiderio degli ebrei di disporre di uno Stato e di una nazionalità e quello dei Palestinesi, compresi quelli che sono stati cacciati dall’80% della Palestina, di disporre di uno Stato, di una nazionalità e di una vita normale. Soltanto allora gli ebrei che vivono oggi in Israele avranno il diritto di chiedere ai Palestinesi, al mondo arabo e al mondo musulmano, di essere accettati.

 

Sì, noi siamo stati un movimento colonialista.

Sì, siamo entrati in Medio-Oriente alla fine del diciannovesimo secolo.

Non eravamo stati invitati, siamo venuti ad imporci con la forza.

Ma noi oggi facciamo parte integrante del Medio-Oriente.

 

Dobbiamo rinunciare al nostro sogno di appartenere all’Europa. Dobbiamo sentirci parte integrante del Medio-Oriente, dobbiamo collegarci ai problemi del Medio-Oriente, dobbiamo condividere le cose da fare in Medio-Oriente, e non coltivare la visione dell’Europa, non l’Eurovisione, non il calcio europeo… Noi apparteniamo al Medio-Oriente, e quando, veramente, ne avremo preso coscienza, senza dubbio non dovremo più costruire muri, senza dubbio non dovremo più erigere barriere elettrificate.

 

Perché i Palestinesi non sono i soli prigionieri del muro: anche gli Israeliani lo sono.

 

Se volete vivere senza muro, allora accettateci: il mondo arabo – e anche, ciò che potrebbe apparire più sorprendente, il popolo palestinese, malgrado tutto ciò che gli Israeliani hanno fatto loro subire – sono pronti ad accettare che sette milioni di ebrei, che vivono oggi in Israele, facciano parte del Medio-Oriente. Ma se l’occupazione israeliana si protrae, se la pace in Palestina non arriva, il mondo arabo ed il mondo musulmano diranno: ”basta!” e allora cinquanta bombe nucleari non serviranno a nulla, il presidente Bush non potrà aiutare questi ebrei, il governo svizzero, malgrado tutti gli equipaggiamenti militari che ha comprato da Israele non li aiuterà più! Se si vive in Medio-Oriente, bisogna assicurarsi di far parte di questa regione del mondo, occorre integrarvisi. E ho una buona notizia, per i cittadini israeliani: appartenere al Medio-Oriente non è poi così male. Ed essi continuano a sognare di non essere in Medio-Oriente, e rendono aliena questa regione, allo stesso modo che la regione li rende alieni.

 

Finché non comprenderanno la vera natura del vicinato, dove sono entrati con la forza, non ci sarà pace, né in Israele, né in Palestina.

 

Non c’è un movimento per la pace in Israele!

 

Non c’è un vero movimento per la pace in Israele. È la ragione per la quale ci servono delle sanzioni. Se ci fosse un movimento per la pace in Israele, non chiederei sanzioni. Sfortunatamente, non c’è un movimento pacifista a casa nostra. Non c’è un movimento pacifista col quale discutere, di conseguenza l’occupazione non sta per cessare. Quando parlo di uguali diritti, parlo di uguali diritti nel futuro Stato. Non dico che ci sono uguali diritti adesso, e affermo che la base per una riconciliazione fra ebrei e Palestinesi esisterà soltanto quando tutti avranno gli stessi diritti, in un unico Stato. È  l’unica soluzione. Il cammino sarà senza dubbio molto lungo. Può darsi che sarà necessario passare per uno stadio differente, in Israele, per ottenere questi uguali diritti. Ma senza di essi, il conflitto perdurerà. No, non c’è un campo di pace in Israele, sfortunatamente, e non avremo la possibilità di riconciliarci se non quando avremo posto termine all’occupazione, usando tutte le pressioni possibili ed immaginabili, e quando la società civile evoluta in Israele si sarà liberata dall’ideologia sionista.

 


 

Il movimento di solidarietà negli Stati Uniti e il boicottaggio

 

Mi ricordo spesso di una storia raccontatami da Chomsky, a proposito dell’America. Yasser Arafat è venuto a New York, nel 1975, e ha fatto la sua prima apparizione all’ONU dove ha pronunciato il suo celebre discorso. Ha incontrato degli intellettuali, fra i quali Chomsky…

Chomsky chiede a Yasser se sarebbero disposti ad aprire, insieme a loro, negli Stati Uniti, un ufficio di pubbliche relazioni per i Palestinesi.

E Arafat gli risponde: “No: noi abbiamo l’Unione Sovietica… Non  abbiamo bisogno degli Stati Uniti.

 

E Chomsky precisa di avere, egli stesso, un ufficio di pubbliche relazioni a New York. Ma Arafat non lo  ascolta. Questo aneddoto dimostra, credo,  che per lunghissimi anni i Palestinesi e i loro sostenitori hanno considerato gli Usa - per ragioni oggettive - come un peso morto, una causa persa. E se, dato il peso che gli Usa hanno oggi nel mondo, si continua a credere che gli Usa siano una causa persa, allora c'è sotto un problema serio. Tuttavia, due cose vanno dette sull'America. Si assiste alla nascita di parecchi movimenti di persone esasperate da Israele. C'è un fiorire di movimenti.

 

Molte persone in America acquistano la consapevolezza che molti problemi americani sono legati al sostegno unilaterale a Israele.

 

Oh, certo, non vediamo queste persone coscienti salire sulla collina del Campidoglio, nei corridoi del potere americano, tuttavia esistono, eccome. Poi, c'è la comunità araba americana. Questa  comunità è rimasta in silenzio per anni, perché si trattava di una prima generazione di immigrati. La seconda generazione, quella più giovane, è molto più attiva e si impone molto di più. Penso che in un prossimo futuro vedremo questa comunità, che si può stimare in almeno tre milioni e mezzo di persone, esercitare un impatto non trascurabile sulla politica estera degli Usa.

 

Per quanto riguarda il boicottaggio... C'è un mito, secondo il quale la comunità ebraica americana sosterrebbe incondizionatamente Israele. In effetti sappiamo che solo una piccolissima minoranza, in seno alla comunità ebraica americana, sostiene effettivamente Israele. E c'è una larghissima maggioranza, che possiamo definire la maggioranza ebraica, che non sostiene Israele. Non sono contro Israele, tuttavia non lo sostengono attivamente.

E poi c'è un gruppo di universitari ebrei americani che dicono "No! Non in nostro nome!". Chiunque conosca minimamente Israele sa che lì come in molti altri Paesi, il mondo universitario è una sorta di grande ministero degli esteri. E gli universitari israeliani vengono formati - lo so perché faccio parte del sistema - per essere ambasciatori di Israele nel mondo intero.

 

Una tattica eccellente consiste nell'andare a vedere questi ambasciatori e le loro mogli, quando vengono a Losanna, se ci vengono, e dire loro che sappiamo cose terribili sul conto del loro Stato, che disapproviamo la loro politica e che se continueranno in questo modo senza dubbio non li inviteremo più da noi. Credo che questo abbia un impatto. Israele si percepisce come un paese colto, civile, "l'unica democrazia del Medio Oriente". Un buon sistema per sapere se effettivamente Israele è così democratico come pretende di essere, è il rispetto delle libertà accademiche. Se non si adottano questi atteggiamenti con gli universitari israeliani si avvalora l'immagine della sola democrazia nel medio Oriente. E io che ne faccio parte posso dirvi che gli universitari israeliani che si oppongono realmente all'occupazione sono davvero pochi.  Parliamo di una sessantina di persone su 9.000. Inoltre gli universitari sono una delle componenti chiave del sistema israeliano che mantiene l'occupazione, ne permettono la continuazione e non fanno assolutamente niente per opporvisi, mentre in qualità di intellettuali hanno l'obbligo morale di farlo.

 

La pulizia etnica è una realtà

 

So bene che l'espressione "pulizia etnica" ha delle connotazioni che evocano il periodo nazista, ma in realtà questa espressione non fu utilizzata allora. Mi riferisco a un'espressione utilizzata dal Dipartimento di Stato e dalle Nazioni Unite che descrive quello che è successo nei Balcani negli anni '90. Se consultate il sito web del Dipartimento di Stato o quello dell'ONU, troverete una definizione chiarissima di ciò che è la pulizia etnica. La pulizia etnica è una politica di espulsione, di demolizione di case, di costruzione di muri di separazione, di segregazione; e questa politica è motivata da una ideologia.

 

Il movente di una tale politica è il desiderio di vedere un gruppo etnico rimpiazzarne un altro. Non penso che esista definizione migliore della politica sionista attraverso i decenni.

 

Penso, dunque, di utilizzarla con cognizione di causa, perché una delle cose più importanti dette dal Dipartimento di Stato americano sulla pulizia etnica è il fatto che le persone cacciate dalle loro case da questo tipo di politica hanno il diritto pieno e totale di farvi ritorno. Ecco perché penso che l'esempio dei Balcani sia molto chiarificatore per capire quello che accade da 37 anni, quel che è accaduto negli ultimi mesi e anche, disgraziatamente, quel che continuerà ad accadere negli anni futuri.

 

 

1) Conferenza registrata il 4 giugno 2005 nell'Aula Magna dell'Università di Friburgo. L'intervento di Ilan Pappe era inserito nel Forum Sociale Svizzero sul tema: "Quale solidarietà con il popolo palestinese?". Ci scusiamo se alcuni passaggi  non hanno potuto essere trascritti per intero: la registrazione era difettosa.

 

2) Ilan Pappe, storico israeliano, vive ad Haifa. Da lungo tempo militante politico, è l'unico intellettuale israeliano ad aver firmato una petizione per il boicottaggio accademico di Israele. Definito traditore, accusato di essere "uno dei peggiori neo-antisemiti" in Israele, è praticamente isolato sulle barricate. In effetti può contare sul sostegno di due soli insegnanti.

Autore di numerose opere, è l'unico universitario a insegnare una materia della quale gli Israeliani non vogliono neppure sentir parlare: la pulizia etnica del 1948.

 

3) Silvia Cattori, di nazionalità svizzera e di madrelingua italiana, ha compiuto studi di giornalismo all’Università di Friburgo, prima di espatriare e di far carriera nel mondo dei funzionari internazionali e della diplomazia. Ha lavorato soprattutto come giornalista indipendente, sotto diversi pseudonimi. Da alcuni anni si stava dedicando ad attività letterarie, quando nel 2002, in occasione della spaventosa  operazione israeliana “Scudo difensivo”, ha deciso di andare in Palestina. Sconvolta da quello che ha scoperto, da  allora si è dedicata ad attirare l’attenzione mondiale sulla gravità delle violazioni commesse dallo Stato di Israele contro una popolazione indifesa.


http://www.noglobal.org/nato/medioriente/desclino.htm 

Il declino e la caduta della sinistra israeliana.

03 ottobre2002

Ilan Pappe*

Chiunque abbia visitato le università israeliane a metà degli anni '90 ha certamente sentito un soffio fresco di apertura e pluralismo spirare per i corridoi di un establishment fino ad allora stagnante, tristemente fedele all'ideologia sionista in ogni campo della ricerca che interferisse in qualche modo con la realtà israeliana, passata e presente. La nuova atmosfera permise agli studiosi di rivisitare la storia del 1948, e di accettare alcune delle tesi palestinesi su quella guerra. Ci produsse studi locali che sfidarono drammaticamente il quadro storiografico del primo Israele. Nell'impostazione delle nuove ricerche, l'Israele precedente al 1967 non era più un piccolo stato costretto a difendersi e
l'unico stato democratico del Medio Oriente ma era ora descritto come una struttura di potere che opprimeva la sua minoranza palestinese, discriminava i propri cittadini ebrei arabi e portava avanti una politica aggressiva nei confronti degli stati della regione. La critica accademica andò oltre le torri d'avorio ed ebbe un impatto su altri canali culturali come il teatro, il cinema, la letteratura, la poesia e persino documentari televisivi e libri di testo nel sistema scolastico ufficiale.

Oggi ci vorrebbe un visitatore davvero fantasioso e determinato per trovare una qualche traccia di questa apertura e di questo pluralismo - ecco una delle maggiori conseguenze, o dovremmo dire vittime, dell'ultima Intifada in Israele. Questo fa parte del declino, al primo scoppio dell'Intifada, di quella che una volta era chiamata la "sinistra israeliana". La "sinistra" era quella parte dell'opinione pubblica ebraica che, con vari gradi di convinzione e onestà, aveva posizioni di pace nei confronti della questione palestinese. Dal 1967 i suoi membri hanno dichiarato la propria volontà di ritirarsi dai territori occupati; hanno accettato uno stato palestinese con Gerusalemme Est capitale, accanto ad
Israele, e hanno parlato della necessità di garantire pieni diritti civili alla minoranza palestinese dentro Israele.

Un'ampia parte di questo gruppo, alla vigilia della presente Intifada, ha confessato pubblicamente e privatamente che grande errore fosse stato fidarsi dei Palestinesi e ha votato senza esitazione per Sharon nelle elezioni di febbraio (2001, N.d.T.), o votando direttamente per lui oppure bloccando la strada ad un terzo candidato al posto di Barak, che aveva promesso di far parte di un governo di unità nazionale con Sharon dopo le elezioni. I "guru" e i leader di questo gruppo hanno espresso la loro delusione nei confronti dei cittadini palestinesi di Israele - con i quali, hanno affermato, avevano stretto un'"alleanza storica". Il boicottaggio da parte dei Palestinesi di Israele delle elezioni del febbraio 2001 stato l'ultimo atto che ha rotto il sostegno a quello "storico patto".

La disidratazione della scena culturale, intellettuale e accademica israeliana e la scomparsa di una voce politica e morale che accetti per lo meno il diritto dei Palestinesi all'indipendenza e all'uguaglianza, se non il diritto al ritorno, sono stati processi paralleli che si sono prodotti con una velocità impressionante. Ci si sarebbe aspettato, specialmente nei circoli più colti e intellettuali della società, lunghi processi di riflessione e deduzione. Ma sembra che ci che ha avuto luogo sia stata invece una sbandata furiosa, accompagnata da sonori sospiri di sollievo, per liberarsi di quei pochi sottili strati di democrazia, moralità e pluralismo che avevano coperto l'ideologia e la prassi sioniste duranti gli anni. La rapida disintegrazione degli istituti che chiedevano politiche di pace e compromessi, l'affrettata rimozione di una terminologia pacifica e morale dal lessico pubblico e la scomparsa di ogni visione alternativa al consenso di stretta osservanza sionista sulla questione palestinese, tutto ci testimonia la superficialità delle posizioni e degli schieramenti pacifisti prima dell'Intifada.

Gli analisti israeliani attribuiscono il fenomeno a cui stiamo assistendo ad un trauma genuino. Lo shock è stato causato da tre fattori. L'insistenza di Arafat sul diritto al ritorno, il rifiuto da parte dell'Autorità Palestinese delle generose offerte di Barak a Camp David, e la rivolta
violenta. Ma queste sono false spiegazioni, come molti di coloro che le adducono sarebbero i primi a riconoscere. Arafat non ha mai rinunciato al diritto al ritorno - non avrebbe potuto neanche se avesse voluto. Ne ha parlato apertamente e costantemente da Oslo in poi. Per quanto riguarda la favola delle generose offerte fatte a Camp David, sembra, come Shlomo Ben Ami e Yossi Beilin hanno ammesso recentemente, che queste offerte siano state fatte solo a Taba - ed erano una ridicola presa in giro, perché tutte le parti in causa sapevano già che Barak non aveva nessun potere di metterle in pratica.
Inoltre molti Israeliani "di sinistra" leggevano i servizi americani da Camp David, tradotti in ebraico su Haaretz, e sapevano che a Camp David Arafat era stato posto di fronte ad un imperioso ultimatum che non poteva in nessun modo accettare. Davvero li ha delusi non resistendo alla rabbia popolare nei territori occupati di fronte al cul de sac in cui entrambe le parti erano state spinte e che per i Palestinesi significava la perpetuazione dell'occupazione?

I grandi profeti di questo schieramento, A. B. Yehoshua e Amos Oz, avevano avvertito molto prima della rivolta che se non si raggiungeva la pace a Camp David la guerra avrebbe avuto il sopravvento. Non c'era nessun elemento di sorpresa; i riferimenti alla delusione nascono dal fatto che le persone di sinistra si sono spostate allegramente al centro e a destra, dove sono state accolte come i figlioli perduti che tornavano a casa dopo un lungo esilio, prima ancora di dare tempo a se stessi per esaminarne gli sviluppi.

Sembra ora che coloro che - come l'autore di questo articolo - avevano ammonito che gli accordi di Oslo non erano altro che uno strumento politico e militare che aveva lo scopo di sostituire l'occupazione israeliana con un'altra forma di controllo, avevano ragione. Oslo non ha provocato nessun cambiamento significativo nelle interpretazioni di fondo degli Israeliani (di sinistra e di destra) sul passato, il presente e il futuro in Palestina. La maggior parte della Palestina, nell'opinione sia
della sinistra che della destra, era Israele, e non c'era nessun diritto al ritorno - semplicemente perché l'unica speranza di sopravvivenza per gli Ebrei era dentro uno stato sionista, sulla maggior parte possibile di terra palestinese, con il minor numero possibile di Palestinesi. Le discussioni riguardavano la tattica, non gli obbiettivi. La tattica "moderata" fu presentata ai Palestinesi a Oslo come una proposta da "prendere o lasciare", in cambio della quale i Palestinesi dovevano porre
fine ad ogni tentativo per ottenere qualcosa di più di ciò che veniva loro offerto. Ma non ha funzionato, sebbene per un breve periodo abbia dato l'impressione di riuscire allo scopo, a causa del profondo coinvolgimento del presidente Clinton, dell'atteggiamento dei leader palestinesi che
suggerivano che fosse in atto effettivamente un processo di pace, e della sonnolenza del mondo arabo. Israele ha raccolto i dividendi e non ha pagato niente in cambio.

Il "campo pacifista" in Israele aveva dei nemici: a destra, specialmente tra i coloni, quanti ritenevano superfluo anche questo tentativo. Nel nome di dio e della nazione preferivano usare la forza bruta per imporre la realtà sionista su tutta la Palestina. A causa di questi oppositori e della loro violenza lo schieramento di Oslo ebbe un martire (Yitzhak Rabin); e avendo avuto vittime si convinsero che stavano combattendo per la pace. Ma in realtà ciò per cui stavano lottando era la creazione di Bantustan, di un protettorato sulla maggior parte della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. In cambio cercavano di sollecitare dai Palestinesi una dichiarazione di "fine del conflitto". Questo non implicava una nuova valutazione del ruolo e delle responsabilità di Israele nella pulizia etnica portata avanti
nel 1948, una revisione delle sue politiche brutali nei territori occupati, o una ridiscussione del rifiuto di permettere ai Palestinesi la costruzione di uno stato pienamente sovrano su almeno il 22% della
Palestina (la Cisgiordania e la Striscia di Gaza nella loro interezza).

Ci ha anche portato all'illusione che la sinistra israeliana fosse riuscita a "sionizzare" la minoranza palestinese in Israele come parte di tutta l'operazione. Ci volle del tempo perché la minoranza palestinese e i suoi leader capissero che la mappa della pace finale includeva la perpetuazione, se non l'accentuazione, delle politiche e pratiche di discriminazione contro le minoranze nello Stato Ebraico. Come a Camp David fu ingiunto ai Palestinesi di accettare la "madre di tutti gli accordi" (intendendo che non avrebbero dovuto avanzare nessuna ulteriore rivendicazione in futuro), cos i cittadini palestinesi di Israele furono chiamati a rinunciare ad ogni aspirazione a trasformare Israele in uno
stato di tutti i suoi cittadini e ad ogni speranza di de-sionizzazione.

Quando scoppiò l'Intifada nei territori occupati e nella comunità palestinese dentro Israele, i ristrettissimi confini del genuino schieramento pacifista ebraico erano sguarniti. Era sempre stato uno
schieramento esiguo, ma con l'aiuto dei mezzi di comunicazione internazionali, del discorso di pace americano e del fanatismo della destra israeliana era sembrato grande abbastanza da giustificare le
speranze per una soluzione giusta e non unilaterale per il Medio Oriente nel suo insieme.

Era un bubbone che scoppiava. Ora venuto il momento di valutare, in un modo più sobrio e realistico, quanto lo schieramento genuinamente pacifista espresso dalla società ebraica possa raccogliere consensi e avere un impatto sulla questione palestinese. Questo schieramento dovrebbe
permettere ai pochi ancora impegnati di esprimersi più apertamente in appoggio alla lotta palestinese per l'indipendenza - anche se adesso tale supporto pubblico è imparentato al tradimento agli occhi della maggior parte degli Israeliani. Dovrebbe affrontare apertamente la necessità di de-sionizzare Israele come unico mezzo per raggiungere la pace e la riconciliazione con il popolo palestinese. Dovrebbe non solo sostenere il diritto dei Palestinesi al ritorno, ma offrire anche modi pratici per
renderlo effettivo. Dovrebbe rinunciare alle polemiche e ai litigi che caratterizzano i movimenti di sinistra e capire che l'obbiettivo principale è impedire l'attacco israeliano violento contro i Palestinesi
dei territori occupati e di Israele. E infine dovrebbe produrre e rendere pubbliche nuove idee coraggiose su come costruire una struttura politica nel futuro che abbandoni l'idea di due stati e la dichiari inappropriata, data la distribuzione demografica di Palestinesi ed Ebrei tra la Giordania
e il Mediterraneo. Una simile struttura può prendere la forma di uno stato democratico binazionale e laico, o di qualcosa che vada in questa direzione.

Può sembrare troppo, ma ciascuna delle cose sopra menzionate una priorità e lo sforzo di convincere il maggior numero possibile di Ebrei a muoversi in queste direzioni per ragioni sia funzionali che morali può essere coronato da successo solo dal di dentro della comunità ebraica. L'urgenza di
impedire la tragedia è tale che nel frattempo la sinistra israeliana non sionista dovrebbe spingere la comunità internazionale ad intervenire e prevenire il pericolo che minaccia l'esistenza dei Palestinesi nei territori occupati e dentro Israele. Ma per il momento questo gruppo di persone, con tutta la sua buona volontà, non ha il potere di farlo.


*Ilan Pappe Senior Lecturer in Scienze Politiche allUniversità di Haifa
(Israele).
Nei mesi scorsi il Preside della Facoltà di Studi Umanistici dellUniversità
di Haifa ne ha chiesto l'espulsione a causa dei risultati delle sue
ricerche storiche.

Fonte: Alternative Information Center (traduzione a cura del Comitato
contro la guerra dellUniversità di Roma "Tor Vergata")


La rivista del manifesto 

http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/21/21A20011006.html

numero  21  ottobre 2001 Sommario

Non dimenticare la Palestina

IL SEME DELLA VIOLENZA
Perry Anderson  

Sono trascorsi nove mesi dallo scoppio della seconda Intifada contro la più lunga occupazione militare della storia moderna, che sta entrando ora nel suo trentaquattresimo anno. Il conflitto sulla Palestina è iniziato, ovviamente, molto tempo prima. I primi scontri fra arabi ed ebrei risalgono agli anni venti del secolo scorso. Dal 1948 sono state combattute da Israele cinque guerre, e due guerre civili sono state scatenate dagli effetti secondari negli Stati adiacenti. Sui conflitti in Medio Oriente si registrano comunque poche divisioni oggi in Occidente. Non c’è nessuna grande questione internazionale che raccolga tanti consensi e tanta ipocrisia come quella palestinese; un’area in cui un ‘processo di pace’, applaudito unanimemente dall’opinione più rispettabile, si sta svolgendo apparentemente da un decennio, e il cui progresso può essere messo a rischio soltanto dal risorgere della violenza. È nell’interesse di tutte le parti, secondo il senso comune, che la rivolta in Cisgiordania e Gaza venga fermata immediatamente. Uscire dalla cortina di fumo che circonda i rapporti fra israeliani e palestinesi, di cui tale valutazione costituisce un prodotto finale, è un compito che va oltre questo breve saggio; è possibile tuttavia esprimere alcune considerazioni essenziali.
1. Il conflitto fra ebrei e arabi in Palestina è uno scontro fra due nazionalismi, di un genere assai comune nel secolo scorso. La sua peculiarità risiede nell’asimmetria fra i due antagonisti. La coscienza nazionale palestinese si è sedimentata tardi, a partire da una più vasta identità araba, dopo il disastro che investì la comunità quando fu sopraffatta dalle armi ebraiche nel 1948, la Nakba 1. Il nazionalismo degli ebrei, che provocò la nascita di un sentimento analogo fra i palestinesi, aveva assunto invece forma organizzata al volgere del secolo. Il movimento sionista fondato da Theodor Herzl costituiva una varietà del nazionalismo etnico diffusosi nel XIX secolo in Europa centrale e orientale, dove trovò il maggior seguito; fu un tipico esempio del risveglio dei popoli divisi e oppressi che abitavano la regione nell’epoca precedente e successiva alla prima guerra mondiale. Due elementi, comunque, caratterizzavano la situazione degli ebrei. Da una parte, essi non occupavano la stessa terra (e non parlavano la stessa lingua) ma vivevano dispersi nel continente, in piccole comunità. Dall’altra, possedevano una tradizione religiosa molto antica, che forniva una identità alternativa – mediata o immediata – collegata a una patria sacra fuori dell’Europa. Prefiggendosi l’obiettivo di uno Stato ebraico in terra di Israele, il sionismo ha attinto alle proprie capacità di mobilitare energie teologiche e culturali, compensando largamente la mancanza di una terra in senso tradizionale, o di una base linguistica.
Tuttavia, gli ostacoli alla creazione di uno Stato-nazione distante migliaia di chilometri dai luoghi d’origine dei suoi fondatori, in un terra su cui vivevano da lungo tempo altri popoli, governata da un vasto Stato che rappresentava una diversa fede religiosa, sarebbero stati insormontabili senza la presenza di un altro fattore, che avrebbe trasformato il sionismo in qualcosa più di uno dei tanti movimenti nazionalistici dell’epoca. Dal punto di vista sociologico, fra gli ebrei europei esisteva una netta differenziazione. Nell’Europa dell’Est – soprattutto Polonia e Russia – erano in maggior parte poveri e oppressi, soggetti a umiliazioni e pericoli a causa di tutti i pregiudizi ostili dell’antisemitismo cristiano: una posizione peggiore di quella della più oppressa nazionalità della regione. Nell’Europa dell’Ovest, invece, l’ebraismo comprendeva non solo molti membri delle classi medie abbienti – borghesia della proprietà e della cultura – ma alcune delle più grandi fortune del continente. A un estremo dell’Europa c’era lo shtetl 2 di Chagal o Martov; nell’altro, l’alta finanza dei Rothschild e dei Warburg, o la carriera di Disraeli. L’ombra dell’antisemitismo cadde su tutti gli ebrei, qualunque vetta di ricchezza o di potere avessero raggiunto, collegando le classi alte ai ceti più umili, come dimostrò chiaramente l’affare Dreyfuss, l’episodio detonante del sionismo. Ma durante la Belle Époque il livello più elevato dell’ebraismo europeo godette comunque di una entrée negli ambienti governativi dell’Europa imperialista che superava i sogni di qualsiasi altra nazionalità oppressa del tempo. Senza la sua paradossale doppia caratteristica, dall’alto e dal basso, il sionismo non avrebbe mai realizzato i suoi obiettivi.
2. La prima guerra mondiale segnò l’inizio del movimento, con la Dichiarazione Balfour del 1917, che annunciava l’appoggio britannico alla creazione di un «focolare nazionale del popolo ebraico» in Palestina, facendo seguito alle precedenti promesse francesi. La decisione di Londra di sostenere il sionismo fu esplicitamente il frutto di un calcolo interimperialista. Il primo obiettivo immediato fu di mobilitare l’opinione ebraica in Russia e in America a sostegno dello sforzo bellico degli Alleati in un momento difficile – dopo la Rivoluzione di febbraio, e prima dell’ingresso degli Usa nel conflitto – ponendo un freno ai piani francesi in Palestina. Dietro questa decisione, tuttavia, vi era anche un’antica impostazione ideologica della cultura protestante, con il suo robusto attaccamento al Pentateuco, che privilegiava il ritorno degli ebrei in Terra Santa. Questa corrente del ‘sionismo cristiano’ 3, forte di un illustre pedigree che risaliva al XVII secolo, costituiva un retroterra fondamentale alla protezione offerta dalla élite imperiale britannica alla costruzione di insediamenti ebraici in Palestina, una volta che la Gran Bretagna a Versailles si fosse assicurata il controllo della regione. Nel 1918, vivevano in Palestina circa 700.000 arabi e 60.000 ebrei. Vent’anni dopo, c’erano 1.070000 arabi e 460.000 ebrei.
Il sionismo acquistò in tal modo la sua peculiare doppia natura. Un movimento di nazionalismo etnico europeo divenne, indissolubilmente, una forma di colonialismo europeo d’oltremare. La comunità di coloni creata dal sionismo nella Palestina prima della guerra era sui generis. Diversamente dai colonialisti inglesi in Nord America o in Australia, l’Yishuv 4 non dovette misurarsi con dispersi cacciatori-raccoglitori, ma con una fitta popolazione contadina che non poteva essere messa da parte o cancellata. A differenza dei coloni francesi in Algeria, o dei primi coloni olandesi in Sudafrica, l’Yishuv non poteva permettersi di sfruttare su larga scala la manodopera locale, senza correre il rischio di creare una società di pied-noirs in cui sarebbe diventata una minoranza. Il compito di costruire uno Stato-nazione etnicamente omogeneo in un ambiente ostile poteva essere realizzato soltanto con la creazione di una comunità separatista tenuta insieme da un credo ideologico, e non attraversata da profonde divisioni di classe. Questo era il senso dei kibbutzim: pur essendo di ispirazione socialista, in pratica rappresentavano l’unica soluzione possibile al problema di una colonizzazione che non disponeva di manodopera locale, terra vuota o ingenti capitali di rischio. L’apartheid fu una mistificazione in Sudafrica, dove non c’era mai stato uno ‘sviluppo separato’ delle razze, e il termine non era altro che un eufemismo per indicare le forme estreme di sfruttamento dei neri da parte dei bianchi; ma qualcosa del genere fu l’obiettivo temporaneo del sionismo fra le due guerre.
L’enclave ebraica in Palestina fu particolare anche per un altro aspetto. Fin dall’inizio fu una società di coloni priva di una terra d’origine – una colonia mai originata da una madrepatria. Essa, piuttosto, agiva in base a un imperialismo per procura. Il potere coloniale britannico fu condizione imprescindibile della colonizzazione ebraica. Senza la forza fisica della polizia e dell’esercito britannici, la maggioranza araba – il 90% della popolazione – avrebbe fermato subito l’immigrazione sionista dopo la prima guerra mondiale. La crescita del sionismo dipendeva completamente dalla violenza dello Stato imperiale britannico. Quando infine la popolazione araba realizzò la portata della penetrazione ebraica, reagì con una imponente rivolta che durò dall’aprile del 1936 al maggio 1939 – storicamente, la prima e più ampia Intifada. Londra schierò 25.000 soldati e squadriglie aeree per schiacciare la ribellione: la più grande guerra coloniale dell’impero britannico in tutto il periodo fra le due guerre. La campagna anti-insurrezionale fu spalleggiata dall’Yishuv – gli ebrei fornirono la maggior parte degli squadroni della morte di Wingate 5. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, l’imperialismo britannico aveva spezzato la schiena della società politica palestinese, aprendo la strada al trionfo sionista del dopoguerra.
3. Annidati all’interno dell’impero britannico, i coloni ebrei non sentirono mai completamente di farne parte. Le frizioni tra coloni d’oltremare e madrepatria sono una costante nella storia coloniale, dal Boston Tea Party e dal cabildo 6 di Buenos Aires fino a Ian Smith e l’Oas. Diversamente che in altri casi, il rapporto tra l’Yishuv e Whitehall fu esente da vincoli sentimentali di affinità o cultura. Nonostante l’anglofilia degli intermediari di stanza a Londra come Weizmann, i tenaci leader della comunità di coloni ritenevano che il patto fra il colonialismo britannico e il nazionalismo ebraico fosse puramente strumentale. Nacquero tensioni non appena Londra, nel tentativo di dominare il malcontento arabo, tentò di ridurre gradualmente l’immigrazione ebraica, mentre in Germania aumentavano le persecuzioni naziste. Ma la seconda guerra mondiale offrì all’ala armata della corrente maggioritaria del sionismo la possibilità di acquisire, sotto il comando britannico, esperienza e forniture militari, e ottenere il sostegno di Churchill alla costruzione, una volta terminate le ostilità, di uno Stato ebraico indipendente in Palestina. L’Irgun 7 guidata da Begin – una formazione sionista più radicale, e molto più minoritaria – non attese la pace; nel 1944 scatenò un’insurrezione contro la Gran Bretagna, suscitando le ire di Ben-Gurion, le cui truppe collaborarono con i britannici nella repressione contro l’Irgun. La prosecuzione dei controlli sull’immigrazione dopo il 1945, allorché si conobbe l’atroce sorte degli ebrei europei durante il nazismo, spinsero l’Haganah 8 a difendere la strategia dell’Irgun. Per un anno la Gran Bretagna dovette affrontare una vera e propria rivolta dei coloni; e anche se il sionismo laburista, intimorito dalle severe misure adottate dai britannici, sospese la lotta nell’agosto del 1946, Irgun e Haganah non si piegarono mai. Nella primavera del 1947, la Gran Bretagna riconsegnava il Mandato alle Nazioni Unite.
4. Allora, come adesso, Onu si legge Usa. Nel 1947 il controllo americano sull’organizzazione a New York, meno esteso di oggi, era ancora sufficiente a determinare il risultato delle decisioni sulla Palestina. A Washington, Truman era un convinto ‘cristiano sionista’. Una Commissione di inchiesta – presieduta da un magistrato svedese affiancato da Ralph Bunche 9, e controllata dai microfoni-spia sionisti – dichiarò che la Palestina doveva essere divisa. Agli ebrei, con il 35% della popolazione, era attribuito il 55% dell’area; agli arabi, con il 65% della popolazione, il 45%. All’interno dello Stato ebraico così come veniva proposto avrebbero dovuto vivere ebrei e arabi praticamente in egual misura; nello Stato arabo, invece, non era previsto nessun ebreo; tali proporzioni erano giustificate dalla previsione che la futura immigrazione ebraica in Israele avrebbe creato nel tempo una maggioranza decisiva nel territorio ad essa assegnatole. Colpita senz’altro favorevolmente dalla campagna antimperialista dell’Irgun, l’Urss – la sola che avrebbe potuto bloccare questi progetti – li sottoscrisse: fu il favore essenziale che i continui attacchi di Begin alla Gran Bretagna procurarono al sionismo. Sulla resistenza al progetto, assai diffusa fra le nazioni più piccole dell’Onu, ebbero la meglio le bustarelle e i ricatti utilizzati dagli americani per garantirsi la necessaria maggioranza dei due terzi dell’Assemblea generale. Truman, l’architetto del risultato, si definì con ogni diritto un moderno Ciro.
La notizia della risoluzione Onu scatenò una insurrezione spontanea fra i palestinesi, repressa dall’Yishuv nell’arco di sei mesi, mentre le forze britanniche chiusero i confini garantendo che nessun esercito arabo intervenisse. Quando gli inglesi lasciarono il paese, fu dichiarato lo Stato di Israele, e gli eserciti arabi invasero tardivamente. Inferiori per numero di uomini e armi rispetto all’Idf, essi furono pesantemente sconfitti all’inizio del 1949; salvo tentare di condizionare il trionfo degli ebrei. Il vero piano di spartizione aveva preceduto quello falso. Dodici giorni dopo la risoluzione dell’Onu, la dirigenza sionista propose alla monarchia hashemita di Giordania un accordo segreto, con cui rinunciava alla Transgiordania in cambio della possibilità di avere mano libera altrove, poiché entrambe le parti erano decise ad impedire in via preventiva qualsiasi occasione di dar vita a uno Stato palestinese. La Giordania era uno Stato che dipendeva dalla Gran Bretagna, e quest’ultima aveva dato il suo assenso all’accordo. Quando iniziarono le ostilità, il re Abdullah puntualmente afferrò la preda, lasciando che i suoi alleati si arrangiassero. Alla fine della guerra Israele era in possesso di un territorio molto più vasto di quello concessogli dalle Nazioni Unite, mentre la Giordania si annetté la Cisgiordania.
5. Nel corso delle due ondate di combattimenti tra il novembre 1947 e il marzo 1949, ma principalmente durante la prima, gli attacchi degli ebrei espulsero dalla Palestina oltre la metà della popolazione palestinese: circa 700.000 persone. Dalla metà degli anni trenta in poi, il sionismo aveva tacitamente messo in conto l’evacuazione attraverso l’espulsione violenta degli arabi dal territorio destinato agli ebrei; la loro presenza infatti era incompatibile con lo Stato nazionale omogeneo cui puntava il sionismo, ed era ormai chiaro che non esisteva alcuna possibilità di comprare la loro partenza. In via ufficiosa, i leader non facevano mistero di questa logica. Quando giunse l’occasione, la colsero. Furono aiutati dalla fuga degli arabi locali, dettata dalla paura delle uccisioni ed espulsioni praticate durante la guerra condotta dagli alti comandi sionisti, nella quale il massacro, il saccheggio e l’intimidazione erano strumenti di una politica finalizzata a spargere il terrore fra la popolazione colpita. La guerra di liberazione degli arabi scatenò una imponente operazione di pulizia etnica, sulla quale Israele – come Stato – si sarebbe basato da allora in poi. Le espulsioni furono attuate nelle condizioni tipiche di Nacht und Nebel – sotto la copertura del segreto militare – nelle quali nel secolo XX furono commessi quasi tutti i crimini di questo genere. L’espulsione non riguardò solo un popolo. Terre e proprietà vennero confiscate con una velocità e su una scala senza precedenti nella storia coloniale. All’inizio del 1947, gli ebrei possedevano il 7% della terra di Palestina. Alla fine del 1950, essi avevano approssimativamente il 92% della terra compresa nel nuovo Stato, e del bottino facevano parte case ed edifici di ogni genere. Una parte della popolazione – 160.000 superstiti – rimasero come rifugiati interni in Israele.
Nella scala del terrore, la Nakba non regge il confronto con la Shoah. Lo sterminio nazista degli ebrei in Europa fu un’enormità di ordine incomparabile, e la sproporzione tra i due eventi è stata sempre utilizzata come giustificazione, o attenuazione, dell’espulsione dei palestinesi che è alla base della fondazione di Israele. A tutt’oggi, le azioni dello Stato sionista sono coperte dal velo del giudeicidio, agli occhi non solo della popolazione di Israele o degli ebrei della diaspora, ma dell’opinione occidentale in generale. Storicamente, tuttavia, il collegamento fu minimo o inesistente. Nel 1947 i combattenti dell’Haganah e dell’Irgun erano ben consci di cosa fosse accaduto agli ebrei presi in trappola nell’Europa nazista. Ma non avrebbero agito diversamente, anche se tutti i loro compatrioti fossero stati salvati. Gli obiettivi sionisti erano stati fissati assai prima che Hitler giungesse al potere, e non subirono variazioni per causa sua. Una volta Ben-Gurion disse che sarebbe stato disposto a sacrificare la vita della metà dei bambini ebrei in Germania, se quello era il prezzo per condurre l’altra metà in Palestina, piuttosto che lasciarli tutti al sicuro in Inghilterra 10. La sorte degli arabi, bambini o adulti, aveva un valore molto minore. L’obiettivo di uno Stato nazionale ebraico in Medio Oriente non ammetteva soluzioni diverse da quella realizzata dalla Nakba con la forza. Dopo l’evento, il giudeicidio è servito come pretesto o mitigazione, ma non ha mai avuto alcuna influenza sul risultato. In Europa e in America, suscitò simpatie internazionali per la guerra di indipendenza sionista, ma non fu mai un fattore decisivo del suo successo.
Tutti i nazionalismi etnici – e tutti nazionalismi sono in qualche misura etnici – contengono i semi di una potenziale violenza contro altre nazionalità. Non i diversi tratti culturali, ma le situazioni politiche determinano se tali semi producono frutti. Il nazionalismo ebraico nacque da una combinazione di disperati senza terra e privilegiati nella società e nella politica. Come la maggior parte dei movimenti nazionali, esso mobilitò alti ideali, coraggio, dedizione tra i militanti. Ma raggiunse risultati, che altri – in posizioni più fortunate – avevano ottenuto con relativa facilità e pacificamente, solo attraverso la complicità con il colonialismo e l’esproprio violento. Per una simile impresa, il sionismo richiese quadri di tempra implacabile, e puntualmente li generò. Nella galleria del nazionalismo moderno, le loro gesta si collocano all’estremità di una graduatoria di spietatezza, affollata da molti altri. Non vi è ragione per esaltare i loro successi – che sono dipesi largamente dalla forza dell’impero – né per far apparire migliore la loro condotta, le cui conseguenze oggi si fanno più aspre. Ma non erano eccezionali nel perseguire i propri scopi. Erano normali autori di una pulizia etnica.
6. Lo Stato che emerse dalla vittoria sionista fu meno ordinario. Dal punto di vista giuridico, Israele divenne una repubblica basata sul sangue e sulla fede; criteri confessionali e biologici si combinavano per definire gli effettivi o i potenziali cittadini a pieno diritto come individui nati da madre ebrea, o di provata professione mosaica, indipendentemente dalla provenienza geografica. La Legge del Ritorno ha garantito la residenza in Israele a chiunque possedeva queste caratteristiche teologico-etniche, mentre qualsiasi ritorno dei rifugiati palestinesi alle proprie case è stato bloccato. Nei successivi cinquant’anni Israele ha assorbito oltre cinque milioni di nuovi immigrati, mentre gli arabi sono stati ridotti in una condizione di inferiorità permanente, privi del diritto di acquistare terre o proprietà degli ebrei, di servire l’esercito o di organizzarsi senza restrizioni politiche. Lo Stato sionista, nel frattempo, manteneva il controllo diretto o indiretto di oltre il 90% del territorio, mentre l’ala sindacale del partito laburista al governo controllava un insieme di imprese – banche, fabbriche, servizi – che impiegavano circa un quarto della forza lavoro. La spesa militare è stata regolarmente la più alta del mondo, raggiungendo per molto tempo circa il 25-40% del Pil, e portando rapidamente alla costruzione di un arsenale nucleare.
L’espansione della popolazione ebraica di Israele (fino a sei volte il nucleo iniziale) e la creazione di una nuova comunità linguistica a partire da così tanti immigrati, dalle caratteristiche più disparate, fu da tutti i punti di vista un’impresa straordinaria. Come ritorsione per la sconfitta del 1948-49, gli Stati arabi a turno perseguitarono o espulsero le proprie comunità ebraiche, alle quali Israele offrì generosamente protezione e accoglienza, in diretto contrasto con il destino dei profughi palestinesi in terra araba. Con il crollo dell’Urss, un’altra consistente ondata di immigrati è stata assimilata con successo. Sono stati risultati di alto livello. Sul piano economico, tuttavia, questa struttura non è mai stata in grado di vivere autonomamente, ma solo grazie agli imponenti aiuti finanziari dall’estero. Nei trenta anni successivi all’indipendenza, il livello di tassazione è stato sempre molto inferiore a quello della spesa pubblica 11. L’Agenzia Ebraica ha inviato copiosi fondi dalla Diaspora, e la Germania Occidentale ha versato massicce riparazioni; ma questi finanziamenti in sé non sarebbero stati sufficienti a garantire la solvibilità di Israele. Sono stati gli Usa a rendere possibile la fortezza sionista. Non sembra sia mai stato effettuato un calcolo preciso dell’ammontare complessivo dei trasferimenti unilaterali di capitale da parte dello Stato americano, molti dei quali occultati in una selva di forniture tecniche. Ma vi sono pochi dubbi sul fatto che – come ha scritto Avi Shlaim a proposito degli ultimi dieci anni – «mai, negli annali della storia umana, il debito dei pochi verso i tanti è stato così grande». Nel linguaggio più tecnico di altri due analisti amici, Israele è stato un rentier state. Il consolidamento e l’espansione del paese sono dipesi completamente dal’enorme flusso diretto di armi e denaro da Washington. Di fatto, il bastone imperiale che il Regno Unito aveva ceduto nel 1948 era passato agli Stati Uniti. Da allora in poi, il sionismo si è affidato alla protezione del potere americano, come in passato a quella dei britannici.
La profondità e la forza del rapporto, tuttavia, sono state di diverso ordine. In primo luogo, gli Stati Uniti sono incomparabilmente più ricchi e potenti di quanto lo fosse anche la Gran Bretagna degli anni d’oro, per tacere del periodo di declino fra le due guerre. All’interno degli Stati Uniti, inoltre, la comunità ebraica – diventata, grazie ai propri sforzi il gruppo di immigrazione più affermato – esercita un’influenza sul paese che va oltre i sogni di qualsiasi comunità omologa nel passato dell’ebraismo europeo. Radicato nel mondo degli affari, dell’amministrazione pubblica e dei media, il sionismo americano fin dagli anni sessanta ha conquistato una salda presa sulle leve dell’opinione pubblica e della politica ufficiale verso Israele, che si è indebolita solo in rare occasioni. Da un punto di vista formale, alla fine i coloni hanno acquistato nel tempo qualcosa di simile a una madrepatria – o a uno Stato dentro uno Stato – che all’inizio non possedevano. Viceversa, Israele ha agito come un affidabile sostituto degli Usa in molte operazioni di carattere locale. La forza di questo asse è aumentata di decennio in decennio. Negli anni novanta, il flusso degli aiuti statunitensi verso Israele è triplicato.
7. La fondazione di Israele scosse il mondo arabo, contribuendo nel corso degli anni cinquanta alla crescita di un nuovo e più fervente nazionalismo in Egitto, Siria e Iraq. Considerandolo logicamente una minaccia potenziale, nel 1956 il sionismo laburista cospirò con la Francia, allora impegnata nella guerra di Algeria, e con la Gran Bretagna, furiosa dopo la nazionalizzazione del canale di Suez, per sferrare un attacco trilaterale all’Egitto. Conscio della pericolosità di un’operazione che spingeva Nasser nelle braccia dell’Urss, e irritato per la mancanza di consultazioni con gli Usa, Eisenhower pose fine all’attacco. La lezione fu imparata. Undici anni dopo, ottenuta nel frattempo la benedizione americana, Israele annientò la forza aerea egiziana, conquistò il Sinai e le alture del Golan, annetté Gerusalemme Est e occupò la Cisgiordania e Gaza nel corso di un blitz preventivo durato sei giorni. Il contrattacco tentato dagli arabi nel 1973 fu respinto da un imponente ponte aereo e marittimo con gli Usa: cacciabombardieri, mezzi per il trasporto delle truppe, e carri armati. Sei anni dopo, in risposta alle pressioni statunitensi, l’Egitto abbandonò alleati e palestinesi al loro destino, firmando una pace separata per riottenere il Sinai. Liberatosi dal pericolo a sud, Israele colpì di nuovo a nord; nel 1982 invase il Libano, al fine di distruggere le basi palestinesi e conquistare una zona cuscinetto.
Nel 1967 Isaac Deutscher osservò che Israele aveva intrapreso una strada di sich totsiegen, vincere al prezzo della propria morte. Le vittorie si susseguirono una dopo l’altra, con poche tracce di morte. Ma persisteva una difficoltà. La conquista di Cisgiordania e Gaza aveva assoggettato oltre un milione e mezzo di palestinesi all’occupazione militare israeliana: troppi da digerire come cittadini di serie B, alla maniera degli anni cinquanta, e troppi da espellere come profughi alla maniera del 1948, in assenza di una guerra più prolungata. La guerra lampo del 1967 fu troppo rapida per consentire espulsioni cospicue; in quei pochi giorni, solo 120.000 arabi furono soggetti a ‘trasferimenti retroattivi’, un numero del tutto insufficiente a modificare gli sfavorevoli rapporti demografici in Giudea e Samaria. In questo senso più limitato, Deutscher aveva ragione. La élite israeliana si divise sulle conseguenze. Il sionismo laburista, che nel 1949 aveva quasi assecondato le pressioni di Ben-Gurion e annesso la Cisgiordania d’un colpo – ma esitò e perse l’occasione – in seguito aderì all’idea che la soluzione migliore fosse il regime hashemita in Giordania, un vicino remissivo come ci si augurava che fosse, disponibile ad accettare un ruolo di gendarme per vigilare sulla regione. Il sionismo del Likud restò saldamente ancorato all’idea che Eretz Israel 12 includeva per definizione Giudea e Samaria. La prima opzione fallì quando la Giordania rinunciò alle rivendicazioni sulla Cisgiordania, e accettò un’identità nazionale palestinese. La seconda poteva essere trasformata in realtà solo nel caso di un’altra grande conflagrazione e della relativa ondata di espulsioni, la qual cosa non appariva imminente. Il risultato fu una impasse strategica. Nel frattempo, entrambe le parti ripiegarono su un programma di incremento degli insediamenti ebraici nei territori occupati, collocati in modo da attraversare in lungo e in largo le zone abitate dai palestinesi, stringendole in una morsa sempre più serrata, in attesa di soluzioni più definitive.
8. Venti anni di occupazione militare e di espansione da parte dei coloni, alla fine, hanno infiammato la resistenza popolare. L’Intifada scoppiata nel dicembre 1987 è iniziata come un movimento spontaneo e disarmato, di resistenza civile, della popolazione palestinese di Gaza e Cisgiordania. Gli scontri che seguirono furono ad armi impari: per lo più pietre, bastoni e coltelli contro fucili e mitragliatrici. La sollevazione segnò la comparsa nei territori occupati di una nuova generazione di giovani, in una fase di risveglio generale di consapevolezza nazionale. Il controllo di Israele sulle zone conquistate non fu mai realmente minacciato, ma la repressione israeliana non è stata in grado di soffocare la rivolta. All’Intifada pose fine la vittoria degli Usa nella guerra fredda e nella Guerra del Golfo. Con il crollo dell’Unione Sovietica e la disfatta dell’ultimo Stato mediorientale in grado di contrastare Washington, la causa palestinese è stata isolata, e la diplomazia americana ha avuto mano libera nel ripristinare l’ordine in una tradizionale sacca di instabilità. La conferenza di Madrid e gli accordi di Oslo sono stati l’equivalente locale dell’allargamento della Nato ai paesi dell’Europa orientale e della guerra nei Balcani: chiudere le questioni lasciate aperte da un knock out mondiale.
Allo scopo erano necessarie due condizioni: la collaborazione israeliana e il rispetto degli accordi da parte dei palestinesi. La seconda si poteva ottenere più facilmente della prima. Washington ha incontrato poche difficoltà nel persuadere Arafat a svolgere il ruolo deciso per lui nella soluzione prevista È stato più difficile convincere Israele, che ha resistito finché Shamir è rimasto primo ministro. Ma quando il partito laburista ha riguadagnato il primato a Gerusalemme, Rabin e Peres – consigliati dai servizi segreti israeliani, secondo cui Arafat rappresentava a quel punto l’opportunità migliore per controllare indirettamente Cisgiordania e Gaza – si sono mostrati disponibili a procedere. Il risultato sono stati gli accordi di Oslo del 1993 e del 1995: reciproco riconoscimento simbolico di Israele e dell’Olp; ritiro limitato dell’Idf da Gaza e da alcune zone della Cisgiordania, e istituzione di una Autorità Palestinese di ‘auto-governo’, in cambio dell’impegno di Arafat a reprimere ulteriori attacchi contro l’occupazione israeliana. Questo doveva essere l’inizio di un ‘processo di pace’ destinato a concludersi in futuro con un imprecisato accordo finale, agevolato nel frattempo da generose donazioni euro-americane all’Autorità Palestinese, e dalla cooperazione tra i suoi servizi segreti e il Mossad, guidata della Cia. Si trattava, ha spiegato Arafat al suo popolo, di una via eccellente verso uno Stato palestinese indipendente.
9. Raramente un accordo internazionale è stato accolto con un consenso così unanime come nel caso degli accordi di Oslo: le strette di mano storiche sul prato della Casa Bianca, il premio Nobel ai partecipanti, una valanga di commenti plaudenti o auto-congratulatori in articoli e libri in tutto il mondo. I fatti in realtà stavano molto diversamente. Fin dall’inizio, Benny Morris ha scritto che «come tutte le occupazioni, quella israeliana si è fondata sulla forza bruta, la repressione e la paura, il collaborazionismo e il tradimento, le percosse e le camere di tortura, nonché sull’intimidazione, l’umiliazione e la manipolazione quotidiane». Lo svolgimento del ‘processo di pace’ non ha modificato nulla di tutto ciò. Quali cambiamenti ha portato? Dopo otto anni, l’Idf detiene il controllo totale del 60% della Cisgiordania, e quello ‘congiunto’ di un altro 27%; una rete di nuove strade riservate agli israeliani, costruite sulla terra confiscata, divide e circonda le residue enclave sotto l’autorità palestinese; il numero dei coloni ebrei, che hanno il monopolio dell’80% di tutta l’acqua dei territori occupati, è praticamente raddoppiato; il reddito pro capite della popolazione palestinese è diminuito di un quarto nei primi cinque anni successivi agli accordi, e da allora è precipitato ulteriormente. A queste sofferenze si aggiungono ora la tirannia e la corruzione della ‘polizia di Stato senza uno Stato’ guidata da Arafat, nelle zone in cui ha il dovere – secondo l’accordo con Israele – di tenere sotto controllo i suoi compatrioti.
In tali condizioni, non vi era nulla di più certo della perpetuazione degli episodi di ribellione popolare, che si sono intensificati nonostante i divieti di una classe dirigente screditata e collaborazionista. Gli attacchi degli islamici radicali contro obiettivi israeliani si sono moltiplicati a partire dalla metà degli anni novanta. Per neutralizzare la loro spinta propulsiva, il governo laburista di Barak ha cercato di indurre Arafat a firmare un accordo completo e definitivo, concedendogli l’indipendenza nominale e un seggio alle Nazioni Unite, in cambio – da parte di Israele – dell’annessione degli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme, del controllo strategico di tutto il territorio sotto bandiera palestinese, e della rinuncia a qualsiasi diritto dei profughi a recuperare la loro casa in Israele. Spaventato dalle proporzioni dell’opposizione a una tale resa – che significava l’abbandono di ogni finzione di ritorno persino ai confini del 1967 – e preoccupato del suo stesso futuro se avesse firmato, all’ultimo momento Arafat si è tirato indietro. Due mesi dopo è esplosa la seconda Intifada. Questa volta la sollevazione è stata un processo molto più violento, con una base significativamente più ampia, che ha coinvolto le correnti dissidenti di Al Fatah e persino alcuni settori dello stesso apparato dell’Anp, insieme a militanti fondamentalisti.
10. Fin dall’inizio, il critico più coraggioso e lucido degli accordi di Oslo è stato Edward Said. La fine del processo di pace, una raccolta degli scritti sul suo paese di origine pubblicati negli ultimi cinque anni, è un’opera profetica. Essa unisce un rifiuto assoluto delle ipocrisie e delle bugie che hanno abbellito i compromessi destinati a riconciliare i palestinesi con la loro sottomissione al cedimento dei suoi critici alla compensazione e al risarcimento puramente retorica. La principale conclusione politica che egli trae dalla storia recente si basa su una analogia con il Sudafrica. Lì – egli osserva – l’Anc 13 è stato pesantemente sconfitto sul campo, e la sua organizzazione all’interno del paese è andata pressoché distrutta. Ma attraverso una campagna battente condotta all’estero è riuscito a delegittimare e isolare moralmente il regime dell’apartheid, al punto che alla fine gli stessi bianchi sudafricani – soggetti a ogni genere di boicottaggio internazionale – hanno sollecitato i negoziati, e smantellato infine il proprio sistema di dominio. Allo stesso modo, sostiene Said, dovrebbe agire la resistenza palestinese, «per portare a una condizione di parità noi e gli israeliani, i quali oggi ci prevaricano in tutto, lasciandoci la dimensione morale come unico terreno di lotta».
La forza dell’argomento si basa sulla evidente discrepanza di forza persuasiva delle due posizioni contrapposte e sulla trascinante esemplarità dell’argomentazione di Said. La debolezza sta nella differenza strutturale fra la situazione oggettiva degli oppressi nei due Stati coloniali di Israele e del Sudafrica. Il regime degli Afrikaner era una minoranza blindata e accerchiata, che in pratica non riceveva alcun appoggio dalla madrepatria. Rifiutati in Olanda, il massimo su cui potevano contare nel resto dell’Occidente era la comprensione del mondo degli affari e della burocrazia, nel chiuso di sedi private. Nessun politico, fuori del Sudafrica, poteva sostenere apertamente l’apartheid. Negli Stati Uniti, inoltre, esisteva un vasto gruppo di persone che si identificava direttamente e con entusiasmo nella maggioranza nera della popolazione sudafricana, vittima dell’apartheid. Gli afro-americani rappresentavano un essenziale elemento di pressione contro il regime di Pretoria all’interno del sistema politico americano, anche sotto le amministrazioni più reazionarie. La posizione della causa palestinese è completamente opposta. Oggi negli Usa gli immigrati arabi sono presenti in numero considerevole, ma si tratta per la maggior parte di operai: poveri, divisi ed emarginati nella scala sociale. Invece Israele – la cui popolazione è quasi il doppio di quella di Cisgiordania e Gaza – può contare in America sulla massiccia solidarietà della classe media ebraica, e su una diffusa simpatia presso le forze politiche europee. Anche con la migliore volontà morale del mondo, è assai improbabile che si ripeta in Medio Oriente lo scenario sudafricano. Gli sforzi per isolare Israele ed estendere la solidarietà intorno alla causa palestinese, continuano ad essere più che mai necessari. Ma è un’illusione pensare che solo l’opinione internazionale potrebbe avere un grande impatto sul sionismo.
11. Ciò non significa che in questo compiacente consenso generale non vi siano crepe. Lo stesso Said ha richiamato l’attenzione su una di queste. Negli Usa – egli sottolinea – la critica nei confronti di Israele rappresenta ‘l’ultimo tabù’, ed è molto più rischiosa e rara di quella contro gli stessi Stati Uniti. Da molti anni il sionismo americano ha poche difficoltà a soffocare qualsiasi serio dissenso, bollato automaticamente come espressione di ‘odio verso se stessi’, nel caso di ebrei, o di ‘antisemitismo’, quando si tratta di gentili. In Europa esiste una maggiore pluralità di opinioni, i ma i suoi parametri sono generalmente comunque stretti. Per la maggior parte di una prestigiosa intellighenzia ebraica – così come per l’opinione conservatrice, liberale e socialdemocratica in genere – la memoria del genocidio nazista esclude Israele da tutto ciò che va oltre sospetti o pentimenti sporadici, rapidamente accantonati alla prima presunta emergenza. Le reazioni alla Guerra del Golfo possono essere considerate un test di questa sensibilità. La sorte infausta dei palestinesi viene deplorata da tutti. Ma quelli capaci di dire la verità del ‘processo di pace’ si possono contare sulle dita di una mano.
D’altra parte, all’interno di Israele – come Said ha osservato – si possono ascoltare verità sgradevoli che sarebbero bestemmie presso la Diaspora. È lì che si è analizzata più compiutamente la dinamica coloniale del sionismo, sono stati documentati i meccanismi e le proporzioni dell’espulsione di palestinesi, si è denunciata la collusione con le potenze coloniali che si sono succedute, si è protestato contro la tortura legale, è stata denunciata la natura confessionale dello Stato. È in «Ha’aretz», non sul «New York Times», il «Guardian» o «la Repubblica» che la Legge del Ritorno è stata apertamente paragonata al Codice di Norimberga 14. L’emergere di una cultura e di un settore – finora limitato – di opinione pubblica ‘post-sionista’, costituisce uno dei fenomeni più positivi degli anni recenti. Il contesto in cui è apparso, tuttavia, rappresenta un monito contro ogni esagerato ottimismo.
Fin dagli anni novanta, la scena politica israeliana è diventata sempre più simile a quella americana, sia pure con alcuni tratti europei. Dal punto di vista economico, il neoliberismo ha eliminato la maggior parte dei punti fermi fissati negli anni cinquanta, poiché il partito laburista ha gareggiato con il Likud, spesso superandolo, nella professione di zelo per la deregulation e le privatizzazioni. Ma come negli Stati Uniti, la convergenza fra i due partiti maggiori sulle questioni economiche e sociali – spesso fino al punto dell’intercambiabilità – coesiste con profonde differenze nella base elettorale e con profili ideologici contrastanti. Le sfumature nella fedeltà al capitalismo sono semplicemente note di colore. Del resto, in una misura molto maggiore che in America, più simili sono le politiche concrete, più stridenti diventano le differenze secondarie. Come per i democratici e i repubblicani, così per il partito laburista e il Likud: una kulturkampf assolutamente sproporzionato rispetto alle contraddizioni realmente esistenti mobilita grandi passioni, come per celare agli stessi contendenti la profonda unità esistente fra loro.
A un livello ancora più profondo che in America, il nucleo più consistente del mondo accademico e dell’intellighenzia forma un milieu bien-pensant di ‘centro-sinistra’. Ma in una cultura popolare dominata dal commercio e dalla religione, la sua incidenza politica – come negli Usa – è esigua. Due differenze continuano a distinguere il caso israeliano dal modello americano. Un sistema proporzionale garantisce alla pletora di sette giudaiche una rappresentanza elettorale, rendendole nei fatti arbitre delle alleanze nella Knesset. Il Likud è meno condizionato dai partiti religiosi del partito repubblicano. Esso ha anche un elettorato molto meno benestante, poiché è sostenuto principalmente dagli immigrati sefarditi poveri provenienti dal Nord Africa e dal Medio Oriente, disprezzati dai più istruiti ashkenaziti di origine est-europea, che costituiscono la base tradizionale del partito laburista. Vi è quindi nei due partiti israeliani uno squilibrio fra le classi che rovescia lo schema statunitense. Gli immigrati russi, falchi in tema di sicurezza ma anche anticlericali, sono elettori fluttuanti. Il prodotto finale del sistema è stato descritto in modo brillante da un osservatore israeliano: «Gli attori principali del dramma socio-politico che si sta svolgendo oggi in Israele sono di destra: la destra socioeconomica liberale dei ceti elevati capitalisti – chiamata in Israele ‘la sinistra’ – e la destra religiosa fondamentalista delle classi inferiori lavoratrici – chiamata in Israele ‘la gente’».
Questo è lo scenario, tutt’altro che promettente, in cui si discute oggi del futuro del sionismo. Qui le differenze fra i due partiti maggiori, radicati nell’antagonismo di vecchia data fra la tradizione laburista e quella revisionista, rimangono sostanziali, sebbene tattiche. Il sionismo laburista ha sempre guardato a protettori stranieri di ogni tipo, ed è stato disponibile a correggere momentaneamente la propria politica per compiacerli. La sua visione è pragmatica: i nomi contano meno delle cose. La tradizione revisionista, di maggior prestigio intellettuale, ha più fiducia in se stessa, ed è meno flessibile: i nomi rimangono un indizio delle cose. Così il Labour ritiene che, concedendo ai palestinesi un paio di bantustan, piantonati ogni pochi chilometri da coloni e soldati israeliani, si placheranno le ansie di Washington e verrà eliminata – con un costo reale minimo – una zona calda per Israele; mentre il Likud, memore della storia stessa del sionismo, pensa che l’appetito vien mangiando, e quel che oggi è pura nomenclatura probabilmente domani diverrà in parte una realtà. Nessuno dei due partiti ha intenzione di prendere in considerazione una vera sovranità nazionale per i palestinesi. Messi di fronte alla reale volontà popolare in Cisgiordania e Gaza, hanno serrato i ranghi, e si è arrivati all’attuale regime Sharon-Peres. Dietro il quale, una union sacrée di incredulità e sdegno – seguita al rifiuto delle ‘concessioni’ di Israele a Camp David – accomuna le forze politiche.
12. In questo contesto è possibile misurare sia il coraggio che la pusillanimità del ‘post-sionismo’. Gli importanti risultati – sul piano intellettuale – raggiunti dalle opere di Benny Morris, Avi Shlaim, Gershom Shafir, Baruch Kimmerling, Tom Segev, sono ora ampiamente riconosciuti. Una dopo l’altra, le costruzioni della mitologia sionista ufficiale sono state smantellate. Ma la ricerca coraggiosa e il giudizio intransigente, che hanno caratterizzato la loro indagine sul passato, si sono fermati bruscamente sul presente, appena si sono poste questioni politiche. Leoni sul piano dell’analisi, questi scrittori sono agnelli quando si tratta di dare indicazioni concrete. Nessuno ha indagato seriamente su Oslo, per non parlare di Camp David. Più di uno si è sbracciato per Barak. Nessuno ha proposto un’alternativa alle ipocrisie del ‘processo di pace’.
Quale dovrebbe essere l’alternativa? Storicamente, vi fu una corrente all’interno dell’Yishuv secondo la quale solo uno Stato binazionale, diviso equamente fra arabi ed ebrei, poteva portare giustizia in Palestina. Questa tradizione non sionista, presente principalmente fra gli ebrei di origine tedesca, aveva le sue roccaforti intellettuali nell’Università ebraica di Gerusalemme; e trovò espressione politica nel movimento comunista. Nonostante Edward Said abbia cercato di ravvivarla, in Israele è oggi pressoché estinta. Per quanto auspicabile, una tale soluzione era comunque destinata a naufragare sulla realtà di due nazionalismi etnici antagonistici, ciascuno dei quali legittimato a rivendicare il proprio diritto all’autodeterminazione.
Restava solo la spartizione. Tutti i progetti per una soluzione hanno previsto una divisione della Palestina. Qual è la proposta israeliana, dalla quale il post-sionismo deve ancora dissociarsi? Essa si basa su quattro assiomi, che definiscono le dimensioni, la posizione geografica, la sicurezza e l’economia di qualsiasi entità palestinese residua cui garantire l’autogoverno o una sovranità nominale. Dimensioni: meno di un quinto del paese; Israele terrà il 78% della Palestina conquistato nel 1948-49, Gerusalemme e una striscia di insediamenti in Cisgiordania, che attualmente si prevede equivalente a un altro 5 o 6%. Posizione: due enclaves disgiunte, che non comprendano alcuna città importante esistente prima della guerra, né un porto naturale. Sicurezza: nessuna forza di difesa, ma solo polizia nazionale. Economia: nessuna riparazione per il saccheggio delle proprietà arabe, valutate a circa 120 miliardi di sterline.
13. La spudorata iniquità di queste proposte, al centro del ‘processo di pace’, non ha suscitato quasi nessuna protesta nella Diaspora, presso cui la solidarietà etnica prevale pressoché universalmente sui principi morali, e tanto meno in Israele. Esse comunque possono esser considerate dei parametri di riferimento, in base ai quali valutare l’accettabilità di una soluzione. Dieci anni fa, Guy Mandron, un ufficiale francese, propose una spartizione che aveva il merito di soddisfare almeno due criteri per una soluzione equa. Il suo progetto esigeva come condizione essenziale che il futuro Stato palestinese dovesse estendersi su un territorio unico e continuo, e che non fosse meno difendibile militarmente del suo omologo israeliano. L’esame delle sue carte geografiche, che mostrano l’assoluta distanza fra quella proposta e ciò che è ‘in offerta’ oggi, produce uno shock salutare.
Oggi in Israele vivono quasi sei milioni di ebrei e circa sei milioni di palestinesi, sparsi nei territori occupati e nei campi profughi degli Stati vicini e dello stesso Israele. Qualsiasi equa divisione di terra fra questi gruppi di popolazione pressoché uguali esige un’approssimativa parità di risorse. La configurazione territoriale di una spartizione equa dovrebbe risultare simile al progetto di Mandron, senza le ‘compensazioni’ che egli concede a Israele, e includendo Haifa, la cui popolazione nel 1947 era per due terzi araba: in altre parole, un blocco unico di territorio palestinese, che escluda Gaza e comprenda Gerusalemme Est, la Galilea e la costa dal Libano ad Haifa, in una fascia che affianchi Israele e ripieghi su di esso, disegnando due Stati incastrati, a forma di elle. Le riparazioni per le proprietà arabe sul territorio palestinese saccheggiate nel 1950, l’ultima condizione fondamentale per un accordo, andrebbero a quei palestinesi che non sono in grado di tornare nelle proprie case all’interno dei nuovi confini, e a quelli che oggi vivono in Israele e scelgono di rimanervi.
14. Basta illustrare queste condizioni per assistere all’addolorato scetticismo delle anime belle del sionismo liberale e del post-sionismo: «Tutto ciò va benissimo, ma non è neppure lontanamente realizzabile sul piano politico». Tradotto: possediamo ciò di cui siamo sicuri. Non esiste la più vaga intenzione da parte di nessuno, in questo fronte di opinioni, di cedere un centimetro quadrato del 78% di un paese tetragono verso ogni restituzione, né la minima idea che separarsi da una piccola porzione del restante 22% significhi qualcos’altro che una ‘dolorosa concessione’. Scrive Benny Morris:
Israele ha fatto la sua parte: ha riconosciuto l’Olp, ha riconosciuto la necessità di suddividere la Palestina fra uno Stato ebraico e uno stato palestinese più piccolo. Si tratta di una grande rivoluzione nel pensiero di Israele, se si paragona a cosa pensavano in proposito i suoi abitanti negli anni fra il 1948 e il 1992. Barak è andato persino oltre, acconsentendo di dividere Gerusalemme. Ma Israele non può accettare il diritto al ritorno senza mettere in conto di dover far fronte a eventi distruttivi.
Ecco quel che confessa apertamente Tom Segev:
La proposta di Barak appare assai meno generosa di come ci è sembrata perché non l’abbiamo esaminata in dettaglio (sic). La terra che offriamo risulta essere costituita da una serie di piccole isole, senza alcuna continuità territoriale, separate da insediamenti israeliani e da strade pattugliate dall’esercito di Israele. Perciò la verità è che non abbiamo offerto molto.
E poi, continuando imperturbabile:
Sono giunto alla conclusione che il conflitto era inevitabile, la guerra era inevitabile, e ora che gli insediamenti sono una realtà è inevitabile la continuazione del conflitto, e non ci sarà la pace in questa fase. Sono sempre stato contro gli insediamenti, ma ormai esistono... Si tratta di elementi nuovi da considerare: non si possono evacuare interi paesi.
Seguono le parole di David Grossman, sempre apprezzato per la sua capacità di compenentrarsi nella difficile situazione palestinese:
Barak ha messo tutto sul tavolo. Lo ha fatto nel modo sbagliato, ma penso che ora la maggior parte degli israeliani sappia a cosa occorre rinunciare per realizzare una pace vera. Credo che l’elezione di Ariel Sharon indichi che gli israeliani non sono abbastanza maturi per quelle concessioni. E quando ascolto i palestinesi, non sono sicuro che essi siano disponibili alle concessioni che pure è necessario fare, giacché comporterebbero la rinuncia a esigere il diritto al ritorno.
O, come ha affermato con delicatezza Jerome Slater – la voce più nuova del sionismo progressista, coerente fautore della ‘riconciliazione’ à la Oslo con i palestinesi, – spiegando perché non possono permettere loro di ritornare: «Il tempo che passa non solo crea nuove realtà pratiche, ma anche nuove, o almeno più complesse, realtà morali. La questione non è riconducibile a ‘il potere realizza il bene’; piuttosto, ‘ciò che inizia come potere può evolvere nel bene, o almeno nel rispetto dei diritti’.» Di fronte a un simile ragionamento, la tradizione revisionista è più semplice e coerente. Perché non concediamo al potere un po’ più di tempo per portare avanti il suo lavoro? Se va bene prendere i quattro quinti del paese, che c’è di male a concludere l’opera e prenderselo tutto? Dio non lo ha diviso, ma ce lo ha consegnato intero. Contro la miseria intellettuale del ‘processo di pace’, a cui questo post-sionismo si aggrappa disperatamente, l’argomento di Eretz Israel risulta inoppugnabile.
15. Per quanto coraggiosa sia la loro resistenza all’Idf, i palestinesi sono troppo deboli per sperare di ottenere giustizia agendo da soli, oggi come domani. Prima o poi, e probabilmente più prima che poi, il sionismo troverà il modo di stringere la morsa di Camp David su di loro. Finché l’Intifada continuerà incontrollata, l’Anp prenderà tempo. Ma nessuna rivolta può durare per sempre. Sotto l’inesorabile blocco e il fuoco dei cecchini, potrebbe facilmente diffondersi fra gli abitanti un senso di spossatezza, e una pace qualsiasi risultare preferibile alla continuazione di una guerra impari. Chi potrebbe biasimarli? Avremo ancora scene toccanti sul prato della Casa Bianca, e un coro di ‘congratulazioni internazionali’ per la nascita – da qualche parte ad ovest del Giordano – di uno staterello frazionato, la cui élite è irrorata di fondi riconoscenti. Israele saprebbe bene come gestire un consociato arabo: Arafat come il maggiore Haddad, l’Anp come l’Sla 15 su larga scala. Resta da vedere, ovviamente, se i palestinesi possano essere tenuti in soggezione così indefinitamente. Il tempo in cui midianiti e gli amaleciti 16 potevano essere cancellati senza lasciar traccia è passato. L’opinione pubblica israeliana ne è consapevole, e ciò spiega come mai la condizione meno negoziabile fra quelle collegate all’entità statuale palestinese, sulla quale non è mai stato espresso alcun dissenso, è che – pur rimanendo lo Stato Israele completamente in armi – essa sia smilitarizzata. Deve esserlo, perché altrimenti come potrebbero dormire sonni tranquilli i predatori del 78% della terra, sia pure ben sorvegliati dai loro cani da guerra? La pretesa, su cui tutti gli israeliani benpensanti concordano, confessa il crimine originario, non risarcibile.
16. Non esistono altre prospettive? Il potere israeliano non cederà mai a null’altro che alla forza. Ma anch’esso ha un tallone d’Achille. In definitiva, rimane ancora uno Stato dipendente, per la difesa e il benessere, dagli Stati Uniti. La sua sorte è sempre stata legata a una potenza straniera, senza la quale non potrebbe sopravvivere. Se al sionismo fosse ritirato l’appoggio americano, la sua intransigenza si esaurirebbe rapidamente. La rigidità dell’opinione pubblica israeliana, da lungo tempo dovuta alla certezza del placet americano, è in questo senso più fragile di quanto sembri. Se Washington ritirasse l’appoggio a Gerusalemme, prima o poi non tarderebbero a verificarsi dei ripensamenti. Ma come potrebbe l’America anche solo prendere in considerazione un simile tradimento? La risposta è, come sempre fin dagli anni cinquanta, nel mondo arabo. Finché entrambe le maggiori potenze arabe – l’Egitto con la sua popolazione, e l’Arabia Saudita con il suo petrolio – rimangono alle dipendenze dell’America, il Medio Oriente e il suo petrolio sono saldamente nelle mani degli Usa, e non vi sono ragioni per negare a Israele nulla di ciò che vuole. Ma se questa situazione dovesse modificarsi, il destino dei palestinesi cambierebbe immediatamente. L’America ha investito cifre enormi per sostenere la traballante dittatura di Mubarak al Cairo, cordialmente disprezzata dalle masse egiziane; e non ha risparmiato sforzi per proteggere la plutocrazia feudale di Ryad, insediata su una marea di immigrati senza diritti. Se una di queste due costruzioni – o al meglio, entrambe – fosse fatta cadere, l’equilibrio di poteri nella regione verrebbe trasformato.
La cupa storia politica del mondo arabo nel corso della seconda metà del secolo scorso non offre molti motivi per ritenere che ciò sia possibile nel breve periodo. Né esistono garanzie che i regimi futuri agiranno meglio di Nasser, o produrranno qualcosa di diverso dai fallimenti di quell’epoca. Ma nessun equilibrio statico è permanente, neanche in Medio Oriente. Qualsiasi frattura nel suo sistema di potere farà tremare la bussola degli Usa. Regimi autenticamente indipendenti sul Nilo o alla Mecca porrebbero presto nella giusta prospettiva il peso delle relazioni con lo Stato sionista. Il sangue è più denso dell’acqua, ma il petrolio è più denso di entrambi. La cattività dei palestinesi è una conseguenza della più generale sottomissione del Medio Oriente. Nel giorno in cui il mondo arabo allentasse la sua dipendenza da Washington – se mai quel giorno dovesse venire – Israele sarebbe costretto a rinunciare ai suoi smisurati privilegi. In mancanza di ciò, è improbabile che il sionismo verrà ridimensionato.


note:
1  An-Nakba, la catastrofe, è la terribile sconfitta della insurrezione palestinese contro l’immigrazione ebraica e, poi, contro la formazione dello Stato di Israele (NdR).
2  Lo Shtetl è il villaggio ebraico dell’Europa orientale, formato essenzialmente di casupole e sinagoghe di legno, spazzato via dall’Olocausto. È, per esempio, il villaggio di Vitebsk, in Lituania, paese natale di Marc Chagal, raffigurato in moltissimi suoi quadri.
3  Sul fenomeno del sionismo non ebreo, cfr. R. Sharif, Non-jewish Zionism, London 1983 (NdA).
4  L’Yishuv (lett.: insediamento) è in genere la comunità ebraica, sia quella residente in Palestina già prima della nascita del movimento sionista (Vecchio Yishuv), quanto l’immigrazione post-sionista (Nuovo Yishuv) (NdR).
5  Orde Charles Wingate, militare inglese, comandante di bande irregolari che compivano raids terroristici contro i palestinesi (NdR).
6  Il Cabildo di Buenos Aires era il comitato dei coloni che proclamò la lotta per l’indipendenza dell’Argentina dalla madre patria (NdR).
7  L’Irgun Zevai Le‘umi (in sigla, Izl) organizzazione nazionalista armata (1937) (NdR).
8  L’Haganah, nata negli anni ’20 come organizzazione armata clandestina di autodifesa della comunità ebraica, si trasformò negli anni ’40 in una vera e propria organizzazione militare regolare da cui nacque l’attuale Idf (Israeli Defence Force) (NdR).
9  Intellettuale e politico americano, membro del Segretariato dell’Onu, Premio Nobel per la pace (1950) (NdR).
10  Cfr. B. Morris, Righteous Victims: A History of the Zionist-Arab Conflict 1881-1999, London 1999, p. 62; tr. it. Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista. 1881-2001, Rizzoli 2001. Ben-Gurion formulò questo giudizio un mese dopo la ‘notte dei cristalli’ (NdA).
11  Per esempio, dal 1980 al 1985 il totale della spesa pubblica superò costantemente il 70% del Pil. «La sola fiscalità non poteva finanziare un tale livello di spese, ma grazie agli aiuti Usa e ad altre risorse esterne non onerose, ciò non era realmente necessario. Durante la guerra del Libano del 1982, furono mobilitate risorse esterne sufficienti a consentire al governo di destinare alle spese il 71,5% del Pil ricorrendo alla finanza nazionale solo per il 51,6%»: Y. Plessner, The Political Economy of Israel, Albany, 1994, p. 177 (NdA).
12  La ‘Grande Israele’, la Terra Promessa, comprendente l’intera Palestina, del sionismo delle origini (NdR).
13  L’African National Congress, il partito di Nelson Mandela (NdR).
14  Il testo fondamentale della legislazione antisemita promulgata (1935) dal regime nazista a Norimberga (NdR).
15  Sa‘ad Haddad, capo delle milizie cristiano-maronite, alleate di Israele nella guerra civile del Libano, e comandante del South Lebanon Army (Sla) (NdR).
16  Midianiti (detti anche Ismaeliti) e Amalechiti sono le tribù che nella Palestina biblica si combatterono aspramente e inflessibilmente per un lungo periodo (NdR).

(Traduzione di Tiziana Antonelli)

Il saggio di Perry Anderson è stato pubblicato, con il titolo Scurrying towards Bethlehm, nel numero di luglio-agosto 2001 della «New Left Review» alle pp. 5-30. Le note dell’autore pubblicate in questa traduzione sono indicate come (NdA), quelle della redazione con (NdR).


http://www.disinformazione.it/lagrandeisraele.htm

La grande Israele sul Tigri
Di Stefano Chiarini – «Il Manifesto» del 19 ottobre 2003

IRAQ: la ricostruzione nelle mani di avvocati del Likud e dei coloni

Il sogno di «Heretz Israel», della «Grande Israele» dal Nilo all’Eufrate, caro all’ultradestra sionista potrebbe, almeno a livello economico, diventare realtà. La guerra e l’occupazione dell’Iraq, frutto di una totale identità di vedute tra il governo Sharon e l’Amministrazione USA, costituiscono un’occasione forse irripetibile per la destra israeliana animatrice del movimento dei coloni e per il «Likudnik» neoconservatori che hanno gestito la guerra, il dopoguerra e la ricostruzione dell’Iraq. Un’occasione che Marc Zell, avvocato, colono con cittadinanza americana, non ha voluto perdere tanto da dar vita alla prima società di consulenza congiunta israelo-irachena con il compito di «promuovere» gli investimenti stranieri in Iraq insieme a «Sam» Chalabi, il quarant’enne nipote di Ahmed Chalabi, leader del Consiglio nazionale iracheno, già pupillo dei neocon del Pentagono, e attualmente una delle figure più influenti del Consiglio provvisorio.
La società di Marc Zell e «Sam» Chalabi, l’«Iraqi International Law Group (Iilg)» è stata fondata la scorsa estate ed è temporaneamente alloggiata all’Hotel Palesatine di Baghdad. Tra i suoi obiettivi troviamo il «fornire alle imprese estere quelle informazioni e quegli strumenti di cui hanno bisogno per entrare e per avere successo nel nuovo Iraq che sta nascendo». Secondo un’indagine del quotidiano britannico «The Guardian» in realtà gran parte delle operazioni e lo stesso aggiornamento del sito della società verrebbero in realtà gestite dagli uffici di Gerusalemme di Zell. Quest’ultimo non è un semplice avvocato o un comune colono ma anche un esponente dei «neoconservatori» USA vicino a Douglas Feith, sottosegretario alla Difesa, con il quale aveva uno studio legale a Washington.
Feith, capo dell’Ufficio di pianificazione del Pentagono, con vaste responsabilità nella ricostruzione (e prima nella distruzione) dell’Iraq (e sostenitore delle forniture ad Israele del petrolio iracheno), nel 1996 fu uno degli esponenti neoconservatori – insieme a Richard Perle e a David Wurmser – che prepararono un nuovo programma di politica estera per il premier israeliano Benyamin Netanyahu intitolato «For a Clean Break, a new strategy for securing the realm» che prevedeva «la rottura» del processo di pace di Oslo.
Israele avrebbe dovuto invece rivendicare senza esitazione il controllo della West Bank e di Gaza e avrebbe dovuto «plasmare il panorama strategico» del Medioriente rimovendo il regime iracheno e successivamente i governi della Siria, del Libano e dell’Arabia Saudita e dell’Iran. Un programma di guerra che l’amministrazione Bush-Sharon ha già cominciato a realizzare. L’avvocato Zell – simpatizzante del gruppo estremista dei coloni del «Gush Emunim», il blocco della fede, per quale sarebbe stato Dio a dare agli ebrei l’intera Palestina – nel 1988, all’inizio della prima Intifada, si trasferì con la sua famiglia nell’insediamento ebraico di Alon Shevut, nella West bank, e acquistò la nazionalità israeliana sulla base della «legge del ritorno». Successivamente Marc Zell fu tra i protagonisti della campagna elettorale di Netanyahu nel 1996, divenne membro dell’ufficio politico e del Comitato centrale del Likud ed uno dei più noti portavoce del movimento dei coloni più radicali. Il compito di Marc Zell, titolare della società «Zell Goldberg and Co.» con sede a Gerusalemme, è quello di aiutare le società israeliane a fare affari sui mercati esteri e ora, tramite la Iilg, ad assumere posizioni rilevanti nel mercato iracheno approfittando del programma di privatizzazioni gestito dalle stesse autorità di occupazione e dal Consiglio provvisorio. Alle prime penserà Zell al secondo «Sam» Chalabi. Quest’ultimo, da parte sua, non è solo il nipote del bancarottiere sciita, ma è anche uno degli autori del documento «Transition to Democracy», della ex opposizione irachena pro-USA, basato sulla necessità di «privatizzare» il paese, spezzarne l’unità con una esasperata «devolution», e de-arabizzarlo riallacciando i rapporti con lo stato ebraico. Sam Chalabi è ora «consigliere» del nuovo governo sugli investimenti e il commercio.
Sam e Marc: due volti del futuro Iraq, con uomini di questo tipo la colonizzazione israeliana della Mesopotamia è solo questione di tempo.



 


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