IL NUCLEARE DI ISRAELE
R.R.
Le Atomiche
di Sharon L'arsenale nucleare d'Israele che l'Aiea-Onu
non ha mai controllato. Bush e i media internazionali nascondono,
ipocritamente, che in Medio Oriente c'è già un paese che possiede
armi nucleari ROHAN
PEARCE * da:
http://www.ilmanifesto.it/ Il complesso che doveva ospitare il reattore fu
costruito a Dimona, nella regione settentrionale del deserto del
Negev. Per proteggere il programma sulle armi nucleari di Israele e
mantenere il segreto su di esso fu creata un'organizzazione
apposita, l'Ufficio per le Relazioni Scientifiche. Fra gli
stratagemmi adottati da Israele per nascondere la natura del
progetto Dimona, vi era quello di descriverlo come un «impianto di
manganese». Nel 1960 i governi israeliano e francese ebbero
un contrasto per via del progetto. La Francia chiedeva che Israele
rendesse pubblico il progetto Dimona e autorizzasse ispezioni
internazionali della struttura. Nonostante questo, la Francia
accettò di terminare la spedizione dei componenti del reattore, e
Israele assicurò Parigi che non avrebbe costruito armi nucleari. Nel
1964 il reattore divenne operativo. Del progetto nucleare di Israele erano a
conoscenza anche gli Stati uniti, cioè la sua principale fonte di
aiuti militari. Secondo Sir Timothy Garden, docente presso
l'Università dell'Indiana, nel 1954 Israele firmò un accordo di
cooperazione nucleare con gli Usa. Nel 1958 aerei spia Usa
fotografarono il complesso di Dimona. Israele acquistò dagli Usa un
reattore più piccolo (che difficilmente sarebbe stato utile nella
produzione di armi nucleari). Tale reattore divenne operativo nel
1960. Il ruolo degli Stati
uniti Verso la fine degli anni `60 le ispezioni della
Commissione Usa per l'energia atomica negli impianti di Dimona
furono ostacolate dall'atteggiamento di non-cooperazione del governo
israeliano. Oltre a controllare la tempistica delle ispezioni e la
loro estensione, Israele fabbricò falsi pannelli di controllo e murò
corridoi per ingannare gli ispettori. Significativamente, un promemoria del governo
Usa dell'ottobre 1969, che riferiva di discussioni tra funzionari
del Dipartimento di Stato e un rappresentante della Commissione per
l'energia atomica, faceva intendere che il possesso da parte di
Israele di impianti per la fabbricazione di armi nucleari non
costituiva un problema per il governo Usa. Secondo il promemoria,
«il team [della Commissione per l'energia atomica] è giunto alla
conclusione che il governo Usa non è intenzionato a sostenere un
vero sforzo di `ispezione', in cui gli ispettori del team possano
sentirsi autorizzati a porre direttamente domande pertinenti e/o a
insistere che venga loro consentito di visionare documentazioni,
materiali e simili. Agli ispettori è stato raccomandato di non
causare controversie, comportarsi da `gentiluomini' e non
manifestare disaccordo con la volontà degli ospiti. In un'occasione
sembra che i membri del team siano stati criticati duramente dagli
israeliani per essersi `comportati come ispettori'». Alla fine del 1964 l'impianto di Dimona
produceva circa 8 chilogrammi di plutonio all'anno, abbastanza da
consentire a Israele di costruire da una a due armi nucleari una
volta che il plutonio fosse stato ulteriormente trattato. In Can
Deterrente Last? (Buchan & Enright, Londra, 1984) Garden ha
scritto che «avendo messo in piedi un sistema stabile di produzione
di plutonio fissile, si rendeva necessario un impianto di
trattamento che rendesse rapidamente il plutonio utilizzabile per le
armi. [...] Israele non ne costruì alcuno. La ragione di questa
omissione sembra risiedere nel fatto che Israele riuscì ad acquisire
illegalmente uno stock significativo di uranio arricchito. Rapporti
della Cia hanno rivelato che Israele ottenne grandi quantità di
uranio arricchito con mezzi clandestini'. A questo proposito il New
York Times ricordava ai lettori la perdita di uranio altamente
arricchito dalla Nuclear Materials and Equipment Corporation ad
Apollo, Pennsylvania, nel 1965... Se Israele nel 1965 riuscì a
ottenere materiale per armi nucleari, questo spiegherebbe perché non
sia stato costruito alcun impianto per la lavorazione del plutonio.
Essendosi assicurata una scorta di uranio poteva usare il metodo più
lento, ma non controverso politicamente, della separazione del
plutonio mediante `laboratorio a caldo', così da accrescere
gradualmente la sua scorta». Alleati
dell'apartheid Dal 1967 fino agli anni `80 Israele ha potuto
contare sul Sudafrica dell'apartheid per la fornitura di circa 550
tonnellate di uranio per l'impianto di Dimona. Si dice che nel
settembre 1979 i due paesi abbiano tenuto un test congiunto sulle
armi nucleari nell'Oceano Indiano. Un articolo apparso su Ha'aretz
il 20 aprile 1997 sosteneva che all'inizio degli anni Ottoanta
Israele avrebbe aiutato il governo del Sudafrica a sviluppare armi
nucleari. Constand Viljoen, ex capo di stato maggiore dell'esercito
sudafricano, ha detto a Ha'aretz: «Volevamo acquisire conoscenze sul
nucleare da chiunque potessimo, anche da Israele». La conferma pubblica della produzione di armi
nucleari da parte di Israele giunse nel 1986, quando Mordechai
Vanunu fornì al britannico Sunday Times fotografie di impianti
nucleari israeliani. Vanunu era stato un tecnico presso la struttura
di Dimona "Machon 2" dal 1976 al 1985, prima di essere allontanato
per il suo coinvolgimento in una politica di sinistra, a favore dei
palestinesi. "Machon 2" produce plutonio e componenti per bombe
nucleari. Secondo le rivelazioni di Mordechai Vanunu, nel
1986 Israele possedeva già 200 armi nucleari. Prima che il Times
pubblicasse la notizia, Vanunu fu attirato a Roma da un agente del
Mossad, la polizia segreta di Israele. A Roma egli fu rapito e
riportato in Israele, dove fu condannato con un processo segreto e
imprigionato. Le trascrizioni del processo di Vanunu sono rimaste
classificate finché alcune sezioni non sono state rese pubbliche dal
governo israeliano nel novembre 1999, dopo che il giornale
israeliano Yediot Ahronot si era rivolto alla Corte distrettuale di
Gerusalemme. Vanunu è stato condannato a 18 anni di carcere.
Ha trascorso i primi 11 anni e mezzo in isolamento. Secondo il
fratello di Vanunu, Asher, la prigione di Ashkelon dove Mordechai è
detenuto non lo rilascerà fino al 22 aprile 2004, solamente cinque
mesi prima del suo fine-pena. Dopo aver scontato i due terzi della pena,
Vanunu ha chiesto la libertà vigilata. La sua richiesta è stata
rigettata una prima volta, e poi di nuovo ogni sei mesi. La corte
distrettuale di Be'er Sheva doveva esaminare la richiesta di Vanunu
alla fine dello scorso ottobre. Secondo Ha'aretz del 9 ottobre,
«[Vanunu] intende sostenere che nel 2001 [il ministro degli esteri
israeliano Shimon] Peres in un documentario della rete israeliana
Channel Two ha rivelato sulla capacità nucleare di Israele molto più
di quanto Vanunu non abbia mai rivelato [al Sunday
Times]». Il «dibattito» alla
Knesset La controversia su Vanunu e l'arsenale segreto
di armi nucleari di Israele ha portato, all'inizio del 2000, al
primo dibattito mai avvenuto alla Knesset sulla politica
nucleare. Il 3 febbraio 2000 Yediot Ahronot ha descritto
così il dibattito che riportiamo letteralmente per la sua importanza
storica: «L'On. Issam Makhoul (Hadash) ha fatto la storia quando ha
dichiarato: `Israele possiede 200-300 bombe atomiche'. * Da: Green Left Weekly -
Traduzione di Marina
Impallomeni Intervista esclusiva
a Mordechaï Vanunu
Silvia Cattori: Rivelare - da solo - al mondo che il suo
paese deteneva segretamente l'arma nucleare, non voleva dire rischiare
moltissimo? Mordechaï Vanunu: Se l'ho fatto è stato perché le autorità
israeliane non dicevano la verità. Si profondevano ripetendo che i
responsabili politici israeliani non avevano assolutamente l'intenzione di
dotarsi di armi nucleari. In realtà, però, producevano molte sostanze
radioattive che potevano servire solo ad un unico scopo: costruire bombe
nucleari. Notevoli quantità: ho calcolato che avevano già all'epoca - nel
1986! - più di duecento bombe atomiche. Avevano anche iniziato a costruire
bombe a idrogeno molto potenti. Così ho deciso di far sapere al mondo intero
cosa tramassero nel più assoluto segreto. E poi, volevo in questo modo
impedire agli israeliani di utilizzare le bombe atomiche, per evitare una
guerra nucleare in Medio Oriente. Volevo contribuire a portare la pace in
questa area. Silvia Cattori: Era preoccupato per la sicurezza dell'intero
paese? Mordechaï Vanunu: Sì. Certamente. Intendiamoci, non ho
fatto tutto questo per il popolo israeliano. Gli israeliani avevano eletto
questo governo, e questo governo aveva deciso di dotarli di armi nucleari.
Tutti gli israeliani seguono la politica del governo israeliano da molto
vicino . ma, per quanto mi riguarda, riflettevo considerando il punto di vista
dell'umanità, il punto di vista di un essere umano, di tutti gli esseri umani
che vivono in Medio Oriente, e anche di tutti gli esseri umani in tutto il
mondo. Perché quello che aveva fatto Israele, potrebbero farlo molti altri
paesi. Così', nell'interesse dell'umanità, ho deciso di far conoscere a
tutto il mondo il pericolo che rappresentavano le armi nucleari segrete di
Israele. Silvia Cattori: Nel 1986, eravamo in piena Guerra fredda e
le armi nucleari proliferavano. Si stavano diffondendo in molti paesi che non
avevano ancora il nucleare, come il Sudafrica e altri. Il pericolo
rappresentato dalle armi nucleari era reale. Ai giorni nostri, questo pericolo
è diminuito. Mordechaï Vanunu: Certamente, sapevo che stavo rischiando.
Ma quello che potevo fare, non avrebbe potuto farlo nessun altro a parte me.
Sapevo che avrei avuto a che fare col governo israeliano. Non è come
prendersela con degli interessi privati; sapevo che me la stavo prendevo
direttamente col governo israeliano e con lo Stato ebreo israeliano. Sapevo
quindi che avrebbero potuto punirmi, uccidermi, che avrebbero potuto fare di
me quello che volevano. Ma avevo la responsabilità di dire la verità al
mondo. Nessuno altro tranne me era in grado di farlo: era dunque mio dovere
farlo. Qualunque fossero i rischi. Silvia Cattori: La sua famiglia l'ha quindi sostenuta?
Mordechaï Vanunu: I miei familiari non hanno capito la mia
decisione. Per loro è stato più brutto scoprire di essermi convertito al
cristianesimo. Per loro era più dannoso, più doloroso dell'aver rivelato i
segreti nucleari di Israele. Li rispetto e loro rispettano la mia vita. Siamo
rimasti in buoni rapporti, ma non ci frequentiamo più. Silvia Cattori: Si sente solo? Mordechaï Vanunu: Sì. Certo, sono solo qui, alla
cattedrale di Saint-Georges. Ma ho molti amici che mi sostengono. Silvia Cattori: In che condizioni è stato processato e
imprigionato? Silvia Cattori: Fortunatamente non hanno cercato di
impiccarla, come voleva il ministro della Giustizia di allora, Tommy Lapid. Ha
retto bene, ed è stato rilasciato il 21 aprile del 2004. Aveva giusto 50
anni! Mordechaï Vanunu: Se mi hanno rilasciato è stato perché
avevo scontato i diciotto anni di prigione ai quali mi avevano condannato.
Volevano uccidermi. Ma, in fin dei conti, il governo israeliano ha deciso di
non farne nulla. Silvia Cattori: Nell'aprile del 2004, le televisioni hanno
mostrato la sua scarcerazione. Il mondo ha allora scoperto quello che le era
successo. Lei è apparso davanti alle telecamere felice, determinato,
combattivo: l'esatto contrario di un uomo distrutto Mordechaï Vanunu: Uscire di prigione, andare a parlare a
tutto il mondo, festeggiare quel momento.dopo diciotto anni di prigionia, di
proibizione di tutto. è stato un grande momento. Silvia Cattori: I suoi carcerieri non sono riusciti a
stroncarla mentalmente? Mordechaï Vanunu: No, assolutamente no. Il mio obiettivo
era di uscire e di parlare al mondo intero, di far capire alle autorità
israeliane che avevano fallito. Il mio scopo era di sopravvivere e questa è
stata la mia più grande vittoria su tutte quelle organizzazioni di
spionaggio. Sono riusciti a rapirmi, a trascinarmi davanti al loro tribunale,
a mettermi in prigione, in un posto segreto durante diciotto anni. e io sono
sopravvissuto a tutto ciò. Silvia Cattori: Cosa l'ha aiutata a tenere duro? Mordechaï Vanunu: La mia fermezza. Il fatto di continuare
ad essere convinto che avevo avuto ragione nel fare ciò che avevo fatto. La
volontà di far loro capire che, qualunque cosa facessero per punirmi, io
avrei continuato a restare in vita. Silvia Cattori: Qual è l'ostacolo più grande che ha dovuto
fronteggiare, attualmente? Mordechaï Vanunu: Mi hanno vietato di lasciare Israele.
Sono stato liberato dalla prigione, ma qui, in Israele, sono in una grande
prigione. Vorrei lasciare questo paese, godere della libertà nel vasto mondo.
Ne ho abbastanza del potere israeliano. L'esercito può venire ad arrestarmi
in qualsiasi momento, punirmi. Sento di essere alla loro mercé. Mi piacerebbe
così tanto vivere lontano, molto lontano da qui. Silvia Cattori: Quando Israele le permetterà di lasciare il
paese? Mordechaï Vanunu: Non ne so nulla. Mi hanno vietato di
lasciare il paese per un anno. Passato un anno, mi hanno rinnovato il divieto
per un nuovo anno che finirà ad aprile prossimo. Ma possono ancora
prolungarmi il divieto tutto il tempo che vorranno. Silvia Cattori: Che ne pensa del Trattato di non
proliferazione nucleare quando, nel caso di Israele, si tollera
"l'ambiguità nucleare", mentre si mette costantemente sotto
pressione l'Iran - un paese che, tra l'altro, si sottomette alle ispezioni? Mordechaï Vanunu: Tutti i paesi dovrebbero consentire le
ispezioni internazionali e dire la verità su ciò stanno facendo,
segretamente, in tutti gli impianti nucleari di cui dispongono. Israele non ha
firmato il Trattato di non proliferazione nucleare. Centottanta paesi l'hanno
firmato, tra cui tutti i paesi arabi. L'Egitto, la Siria, il Libano, l'Iraq,
la Giordania. Tutti i paesi vicini a Israele hanno aperto le loro frontiere
alle ispezioni dell'AIEA (Agenzia internazionale per l'energia atomica, n.d.t.).
Israele è peggiore esempio. E' l'unico paese che ha rifiutato di firmare il
Trattato di non proliferazione nucleare. Gli Stati Uniti e l'Europa dovrebbero
cominciare a risolvere il caso di Israele; Israele deve essere considerato
come qualsiasi altro paese. Dobbiamo finirla con l'ipocrisia e obbligare
Israele a firmare il Trattato di non proliferazione nucleare. Bisogna imporre
a Israele il libero accesso degli ispettori dell'AIEA al centro di Dimona. Silvia Cattori: L'Iran, che adempie ai propri obblighi e
accetta le ispezioni dell'ONU, è pur minacciato da sanzioni. Israele, che
dispone dell'arma nucleare rifiuta ogni ispezione dell'AIEA, non è oggetto di
alcuna azione. Perché "due pesi, due misure" da parte degli Stati
Uniti, ma anche dell'Europa? Mordechaï Vanunu: Va anche peggio di ciò che lei dice: non
solo non ce la prendiamo con Israele, ma per giunta aiutiamo segretamente
questo paese. Silvia Cattori: L'Iran non rappresenta una minaccia, come
affermano Israele e gli Stati Uniti? Mordechaï Vanunu: Essendo sotto il controllo degli
ispettori dell'AIEA, l'Iran non rappresenta alcun pericolo. Gli esperti
occidentali sanno perfettamente qual è la natura del programma nucleare
iraniano. Contrariamente a Israele, che non lascia accedere nessuno ai suoi
impianti nucleari. Questo è il motivo per cui l'Iran ha deciso di agire con
risolutezza e di dire al mondo intero: "Non potete esigere più
trasparenza da noi, mentre continuate a chiudere gli occhi su quello che
accade in Israele!". Tutti gli arabi si rendono conto, dopo quaranta
anni, che Israele ha delle bombe atomiche e che nessuno fa nulla a riguardo.
Finché il mondo continuerà ad ignorare le armi atomiche di Israele, non potrà
permettersi di dire qualunque cosa all'Iran. Se il mondo è davvero
preoccupato, e se vuole sinceramente porre fine alla proliferazione nucleare,
che cominci dall'inizio, vale a dire con Israele! Silvia Cattori: Deve averle dato fastidio quando ha sentito
Israele, che non è in regola, dire che è pronto a bombardare l'Iran, che, a
questo punto, non ha assolutamente infranto alcuna regola! Mordechaï Vanunu: Sì, mi fa uscire di senno. Non abbiamo
nulla da rimproverare all'Iran: prima di fare qualsiasi cosa contro un
qualunque altro paese, bisogna occuparsi del caso israeliano. Se qualcuno
vuole prendersela con l'Iran, deve, innanzitutto, prendersela con Israele. Il
mondo non può ignorare quello che fa Israele, in proposito, da più di
quaranta anni. Gli Stati Uniti dovrebbero obbligare Israele a firmare il
Trattato di non proliferazione nucleare. Ed è arrivato il momento anche per
l'Europa di riconoscere ufficialmente che Israele possiede delle bombe
atomiche. Tutto il mondo arabo dovrebbe essere estremamente preoccupato
sentendo tutti questi discorsi che incriminano l'Iran, che non possiede alcuna
arma atomica, e che continuano ad ignorare Israele. Silvia Cattori: Quali sono gli stati che hanno cooperato con
Israele? Mordechaï Vanunu: Israele ha aiutato la Francia e la Gran
Bretagna nella campagna contro l'Egitto nel 1956. Dopo l'operazione di Suez,
la Francia e la Gran Bretagna hanno iniziato a cooperare al programma nucleare
israeliano, per ringraziare Israele per il sostegno che ha loro fornito
durante quella guerra. Silvia Cattori: Il Sudafrica non ha aiutato Israele fino al
1991? Mordechaï Vanunu: E' stato effettivamente in Sudafrica, nel
deserto, che Israele ha proceduto ai suoi test nucleari. Silvia Cattori: Sembra che negli anni sessanta il presidente
Kennedy avrebbe chiesto che venissero effettuate delle ispezioni a Dimona in
Israele. Lei vede un legame tra questa richiesta e il suo assassinio? Mordechaï Vanunu: Credo che all'epoca di Kennedy gli Stati
Uniti si fossero opposti al programma nucleare israeliano. Kennedy ha cercato
di fermare Israele, a riguardo, ma il suo assassinio non gli ha lasciato il
tempo. Secondo me, il momento dell'assassinio di Kennedy è legato alla
diffusione delle armi nucleari in Israele e in altri paesi. Quelli che l'hanno
assassinato erano favorevoli all'espansione nucleare. Grazie all'eliminazione
dell'importuno Kennedy, la proliferazione ha potuto continuare. Di fatto, i
presidenti Johnson e Nixon [che sono succeduti a Kennedy, ndt] non hanno
creato alcun inconveniente: hanno lasciato fare Israele. Constatiamo
semplicemente che, dopo l'assassinio di Kennedy, si è manifestato un
cambiamento che andava in quella direzione. Silvia Cattori: La sua denuncia non ha impedito a Israele di
mantenere tabù questa questione: è riuscito a non inimicarsi le grandi
potenze. La sua strategia poco trasparente non si sarebbe dunque accertata
efficace? Mordechaï Vanunu: E' meglio riconoscere la forza che dire
di sì. Israele è un caso che fa scuola. Come può un piccolo paese sfidare
il mondo intero e seguire una politica aggressiva senza preoccuparsi affatto
degli altri? Gli israeliani sono riusciti a farlo all'epoca. Ma oggi, il mondo
è cambiato. La Guerra fredda è finita, il comunismo è sconfitto, il mondo
si orienta verso la pace: si capisce, le armi nucleari non aiuteranno Israele
in niente. Silvia Cattori: Negli anni cinquanta Israele già disponeva
di un considerevole armamento. Che motivo aveva quindi di dotarsi dell'arma
nucleare? Mordechaï Vanunu: Un paese anche piccolo come Israele non
ha alcun valido motivo di detenere un numero così vasto di armi atomiche. E'
un po' come se il programma di armamento nucleare di Israele gli avesse
montato la testa. Non si può in alcun caso usare l'arma atomica nella
regione: tutte le bombe atomiche che verrebbero utilizzate contro la Siria,
l'Egitto o la Giordania avrebbero effetti radioattivi e renderebbero la vita
impossibile anche in Israele. Ogni bomba danneggerebbe anche Israele. Fino a
qui, gli israeliani non hanno neanche il diritto di discutere tra loro.
Tuttavia, questo problema preoccupa tutti. Attendiamo la risposta di Israele
su questo problema. Silvia Cattori: Per Israele non si tratta di un'arma che gli
permette di mantenere lo status quo? Di uno strumento di ricatto politico? E'
per poter discutere coi grandi allo stesso livello - Stati Uniti in testa - e
non concedere nulla agli arabi, che Israele ha defraudato e che sono deboli
militarmente? Mordechaï Vanunu: Sì, è proprio così. Israele usa la
potenza delle armi nucleari per assestare le sue politiche. Israele ha molto
potere, annienta i suoi vicini con l'arroganza. Gli Stati Uniti - anche loro!
- non sono nella condizione di dire agli israeliani quello che devono fare.
L'Europa, oggi, si rende conto della potenza di Israele. Anche senza usare la
bomba atomica, anche senza brandire la minaccia che gli farebbero, gli
israeliani possono imporre il loro potere, posso fare assolutamente ciò che
vogliono: possono innalzare muraglie, possono edificare colonie in Palestina,
nessuno è nella condizione di dire loro che non hanno il diritto di farlo
perché sono estremamente potenti. Si tratta del risultato dell' uso delle
armi atomiche a scopi di ricatto politico. Possono usare la bomba atomica
contro ogni paese che vorrebbe fermare la loro politica aggressiva verso i
palestinesi. Questa è la situazione oggi. Il mondo intero lo sa, tutto il
mondo lo sa. C'è un'altra ragione per cui né gli Stati Uniti né l'Europa
fanno nulla: loro sanno fino a che punto Israele è potente. Di conseguenza,
il modo migliore di neutralizzare Israele consiste nel far sapere la verità
al mondo e nel studiare quello che succede, nel campo dell'armamento atomico,
finché vi rinuncia. Silvia Cattori: Israele ha pensato di ricorrere all'arma
nucleare contro i suoi vicini arabi nel 1973? Mordechaï Vanunu: Sì. Nel 1973, Israele era pronto a
utilizzare delle armi atomiche contro la Siria. E contro l'Egitto. Silvia Cattori: Per aver rivelato un segreto di Stato, lei
ha molto sofferto. Alla fine, per quale risultato? Mordechaï Vanunu: Innanzitutto, il mondo ha adesso la prova
che Israele possiede delle armi atomiche. Nessuno, oramai, può più ignorare
la verità per quanto riguarda il progetto nucleare di Israele. Detto questo,
Israele si è trovato nell'impossibilità di ricorrere a queste armi. Un altro
risultato della mia azione riguarda il fatto che il mondo ha preso coscienza
di ciò che ha fatto questo piccolo Stato ebreo, nel segreto più assoluto. E
il mondo ha anche scoperto su quali menzogne e su quale disinformazione è
stato edificato questo Stato. Il fatto di sapere che un paese così piccolo
sia stato capace di fabbricare segretamente duecento bombe atomiche ha
contribuito ad allettare l'opinione pubblica mondiale sul suo comportamento. Silvia Cattori: Per quale ragioni Israele continua a
perseguitarla? Mordechaï Vanunu: Quello che ho fatto ha irritato molto gli
atteggiamenti politici israeliani! Gli israeliani hanno dovuto cambiare i loro
piani. La politica nucleare segreta di Israele è l'opera di Shimon Pérès.
Ed ecco che è stata distrutta questa politica che consiste nel fabbricare
armi atomiche clandestinamente. A causa di questa rivelazione, Israele ha
dovuto prendere una nuova direzione, definire nuovi piani e quello a cui
assistiamo oggi è la conseguenza delle mie rivelazioni. Hanno dovuto
inventare nuovi tipi di armi. Oggi, costruiscono il muro, i check-point, le
colonie e hanno fatto in modo di rendere la società ebrea più religiosa, più
nazionalista, più razzista. Invece di andare in un'altra direzione, invece di
comprendere che esiste anche la soluzione della pace, invece di riconoscere ai
palestinesi gli stessi diritti e di porre fine al conflitto. Israele non vuole
porre fine al conflitto. Ciò che vuole Israele è continuare a costruire la
sua muraglia e le sue colonie. Silvia Cattori: Lei ha compiuto una vera e propria impresa! Mordechaï Vanunu: In qualità di essere umano, ho fatto
qualcosa per la sicurezza e il rispetto dell'umanità. Ogni paese ha il dovere
di rispettarci, tutti, in quanto esseri umani, qualunque sia la nostra fede
religiosa, ebrei, cristiani, musulmani, buddisti. Israele ha un grosso
problema: non rispetta gli esseri umani. Quello che ha potuto fare, perchè
non considera gli esseri umani uguali, è assolutamente terribile. Per
l'immagine di Israele, il risultato è devastante; lo Stato di Israele non è
in nessun caso una democrazia. Lo Stato di Israele è razzista. Il mondo
dovrebbe sapere che Israele mette in pratica una politica di apartheid: se si
è ebrei, si ha il diritto di andare dove si vuole e di fare ciò che sembra
giusto; se non si è ebrei, non si ha alcun diritto. Questo razzismo è Silvia Cattori: Sembra che lei si rifiuti di riconoscere la
legittimità di questo Stato? Mordechaï Vanunu: Certamente. E' quello che ho detto quando
sono uscito di prigione: noi non dobbiamo accettare questo Stato ebreo. Lo
Stato ebreo di Israele è l'opposto della democrazia; noi abbiamo bisogno di
uno Stato per tutti i suoi cittadini, a prescindere dalla fede religiosa. La
soluzione è uno Stato unico per tutti i suoi abitanti, di tutte le religioni
come succede nelle democrazie quali la Francia o la Svizzera, e non uno Stato
solo per gli ebrei. Uno Stato ebreo non ha assolutamente alcun motivo di
esistere. Gli ebrei non hanno bisogno di un regime fondamentalista come quello
che regna in Iran. Le persone hanno bisogno di una vera e propria democrazia
che rispetti gli esseri umani. Oggi, in Medio Oriente abbiamo due Stati
fondamentalisti: l'Iran e Israele. Ma in materia di fondamentalismo, Israele
è molto in anticipo, anche sull'Iran! Silvia Cattori: Secondo lei, Israele è, quindi, una grande
minaccia più dell'Iran? Mordechaï Vanunu: Intendiamoci: sappiamo ciò che gli
israeliani fanno subire al popolo palestinese da più di cinquanta anni! E'
arrivato il momento di ricordarsi dell'olocausto palestinese e di
preoccuparsene. I palestinesi hanno sofferto così tanto, e da tantissimo
tempo, per questa oppressione. Gli ebrei non li rispettano affatto, non li
considerano esseri umani; non riconoscono loro alcun diritto e continuano a
perseguitarli, a mettere in pericolo la vita dei palestinesi e, di
conseguenza, anche il loro stesso avvenire. Silvia Cattori: Cosa ha da dire al mio paese, la Svizzera,
che è depositaria delle Convenzioni di Ginevra? Mordechaï Vanunu: La Svizzera dovrebbe condannare
chiaramente e ad alta voce la politica razzista di Israele, vale a dire tutte
le violazioni dei diritti dei palestinesi, così come dei musulmani e dei
cristiani. Ogni paese deve esigere dal governo israeliano che vengano
rispettati coloro che non sono ebrei in quanto esseri umani. Di fatto, io non
ho il diritto di parlarle, non sono autorizzato a parlare a degli estranei; se
lo faccio comunque, è a mio rischio e pericolo. Israele ha utilizzato i
risarcimenti dell'Olocausto per fabbricare armi, per distruggere case e beni
dei palestinesi. Sarei molto contento se il suo paese mi rilasciasse un
passaporto e mi aiutasse a lasciare questo paese, Israele. Qui la vita è
molto dura. Se si è ebrei, non si ha alcun problema; se non lo si è (o non
lo si è più), si è trattati senza il minimo rispetto. Note:
Testo diffuso dalla Lista_di_Geopolitica@yahoogroups.com «Ho parlato per
salvare Israele»
Abbiamo parlato con lui prima dell'udienza della Corte
suprema israeliana. «Questo stato ha uno strano concetto di giustizia»,
ci ha detto. «L'udienza è stata pubblica 20 minuti all'inizio e 15
minuti alla fine. In circa due ore e mezza, i tre giudici hanno ascoltato
a porte chiuse prove e testimoni - in modo talmente segreto che né io né
i miei avvocati siamo stati autorizzati ad assistere». Nella sessione di 15 minuti con Vanunu e i suoi
avvocati, i giudici si sono concentrati sul diario che Vanunu ha scritto
in carcere nel 1991, in cui forniva una precisa ricostruzione del reattore
di Dimona. «Si trattava solo di un modo per tenere la mente in
allenamento in anni di totale isolamento - ha spiegato Vanunu - ma lo
stato continua a sottolineare che io posso riprodurre informazioni sul
programma atomico in ogni momento. Quello che non dicono è che ciò che
io posso riprodurre non è segreto e non può danneggiare la sicurezza
nazionale israeliana. Non può quindi costituire la base per ulteriori
restrizioni. Se i giudici continueranno ad applicare questa ragion di
stato, vorrà dire che non potrò ottenere piena libertà finché non avrò
perso la memoria, un'idea un po' assurda di giustizia. E anche senza
senso, dal momento che non vedo molta gente a cui poter rivelare i miei
segreti - se mai ne ho. Al contrario, lo stato ha potuto vedere quali sono
le mie idee. Sono stati i miei studi di questioni morali e filosofiche a
spingermi a fare un atto di coscienza. Hanno letto le lettere che ho
scritto negli ultimi 17 anni e mezzo. Forse non sono stato completamente
leale ai miei superiori, ma la mia intenzione era proteggere Israele e il
mondo da un immenso pericolo, una potenziale ecatombe. Sfido il governo a
mostrare un solo caso in cui ho agito in modo sleale o volto a danneggiare
Israele». Secondo il diritto internazionale, Israele deve
restituire a Vanunu i suoi pieni diritti di cittadino. L'unica eccezione a
questa regola possono essere motivi di «sicurezza nazionale». Nella
prima breve udienza i giudici hanno sottolineato che la questione della
sicurezza era un elemento chiave nel caso. Esperti sia israeliani che
stranieri sostengono che Vanunu non ha segreti interessanti. Se uno stato
vuole invocare la sicurezza nazionale, deve specificare quali sono queste
ragioni. I segreti che Vanunu potrebbe rivelare sono già ampiamente
disponibili al grande pubblico. Oggi, su Internet è possibile trovare
molte più informazioni sulle armi nucleari di quante ne abbia mai avute
Vanunu. Vanunu è orgoglioso di aver fatto da battistrada per
molti altri: «Negli ultimi tempi, gli informatori sono usciti allo
scoperto rapidamente, senza aspettare decenni per rivelare ciò di cui
sono a conoscenza. La guerra in Iraq è piena di esempi di soffiate, che
hanno prodotto notevole imbarazzo al presidente Bush e al premier
britannco Tony Blair. Mi piacerebbe vedere qualcuno che fornisse
rivelazioni su come i servizi di sicurezza stanno montando questa storia
di Vanunu come persona pericolosa e nemico principale dello stato». Gli ho domandato cosa lo avesse spinto a fare la sua
soffiata. La sua risposta è stata sorprendente: «Hollywood! Ho visto
film sulla devastazione nucleare come Sindrome cinese e The Day After. Nel
1986 c'è anche stato il disastro di Chernobyl. Tutti questi impulsi,
insieme alle mie ricerche in filosofia, mi hanno spinto a mettere in
guardia il grande pubblico e a cercare di avviare un dibattito democratico
sul rischio nucleare». E in effetti, dopo il rilascio di Vanunu il dibattito
sul nucleare sta montando in Israele. Il tecnico pensa che lo stato
dovrebbe ringraziarlo invece di punirlo a vita.
Note:
Quanto affermato da Vanunu nell'articolo che
precede trova sostanziali conferme in alcuni brani di Paolo Barnard che
riporto (Paolo Barnard, Perché ci odiano, BUR
2006; pagg. 226-229): L'armamento
nucleare non conviene ad Israele L'arsenale nucleare dello Stato ebraico fu svelato con certezza al mondo intero solo nel 1986, quando il tecnico nucleare israeliano dissidente Mordechai Vanunu raccontò al «Sunday Times» di Londra dell'esistenza di circa 200 testate atomiche in Israele, fornendo prove fotografiche concernenti gli impianti di produzione. Vanunu divenne all'istante il ricercato numero uno da
Tel Aviv, e in una sporca vicenda da film di spionaggio su cui grava il sospetto della complicità del nostro Paese, il tecnico fu irretito da una bella spia, attirato a Roma per poi essere sequestrato dai Servizi segreti israeliani che lo riportarono in patria. Fu condannato a diciotto anni di carcere, di cui undici passati in isolamento, che sconterà interamente per poi subire ulteriori vessazioni appena liberato. Akiva Orr, l'ex partigiano d'Israele della guerra del 1948 e oggi uno dei più sagaci e colti intellettuali israeliani viventi, ha commentato nel corso di una nostra recente
conversazione l'odissea di Vanunu sottolineandone un lato grottesco: «Il suo processo fu una farsa, perché Israele non ha mai ammesso di avere armi nucleari e dunque Mordechai fu condannato per aver rivelato un segreto che coloro che lo hanno processato sostengono non esista neppure». 19 Getting Ready for a Nuclear-Ready Iran, Henry Sokolsky e Patrick Claw-son, October 2005. Strategie Studies Institute, U.S. Army War Colleges, 122 Forbes Ave, Carlisle, PA 17013-5244. (dell'intero articolo riporto solo la
parte riguardante Israele; ndr)
Qual e' il crimine di cui e' stato accusato Vanunu ? 40
anni, tecnico, egli ha lavorato dall'agosto 1977 al novembre 1985
nell'impianto nucleare di Dimona nel deserto del Negev, nel sud di
Israele, ufficialmente una centrale nucleare di ricerca fornita a Israele
dalla Francia alla fine degli anni '50. Dopo una lunga crisi di coscienza
ed una fase di crescente impegno politico pacifista negli anni
dell'invasione israeliana del Libano, Vanunu lascio' il suo impiego ed
intraprese un lungo viaggio all'estero (in Australia e negli USA). Nel
settembre del 1986, egli decise di rivelare al "Sunday Times" di
Londra tutte le informazioni in suo possesso sull'impianto di Dimona,
comprese una sessantina di fotografie che aveva ripreso clandestinamente
al suo interno. Sottoposte dal giornale all'esame di alcuni esperti
autorevoli (Frank Barnaby e Theodor Taylor, entrambi in passato impegnati
nella ricerca e sviluppo di armi nucleari britanniche ed americane), tali
informazioni rivelarono che a Dimona, sotto il reattore, un grande
edificio sotterraneo a sei piani contiene tutti gli impianti necessari per
"riprocessare" il materiale fissile, separare e purificare il
plutonio e costruire ordigni nucleari. Secondo Vanunu, la produzione di
plutonio sarebbe di circa 40 kg all'anno, parecchie volte superiore a
quanto si supponeva in precedenza e sufficiente (secondo l'analisi
condotta da Taylor sulle foto di componenti nucleari riprese dal tecnico)
per produrre circa otto bombe l'anno. Israele possiederebbe cosi' un
arsenale dell'ordine di 200 testate --- una cifra significativamente piu'
alta delle stime (50-100 testate) basate sulla potenza presunta del
reattore di Dimona.
Vanunu dichiaro' inoltre che Israele produceva bombe a
fusione, portando indizi convincenti sulla produzione a Dimona di
componenti di deuteruro di litio, un materiale tipico degli ordigni a
fusione (si tratta probabilmente di bombe del tipo "boosted", in
cui deuterio e trizio vengono posti al centro di una sfera di plutonio,
aumentando cosi' la potenza dell'esplosione fino ad alcune centinaia di
kton). Per quanto riguarda i sistemi di lancio, va ricordato che le bombe
israeliane possono venir lanciate non soltanto da aerei, ma anche da
missili terra-terra sia di corta gittata, sia di gittata
"intermedia", superiore ai 1000 km . Quest'ultimo missile, il
Jericho 2, e' stato sperimentato per la prima volta il 14 settembre 1989
con un lancio di 1300 km, dalla base di Palmikin in Israele sino ad una
localita' a Ovest di Creta.
La storia del programma nucleare israeliano e' stata
ricostruita negli ultimi 15 anni da vari esperti indipendenti, quali gli
americani Leonard Spector e Gary Milhollin e il francese Pierre Pean.
Sebbene non basata su informazioni "ufficiali", questa storia ha
avuto numerose conferme da sorgenti molto credibili, ed e' quindi da
considerare ragionevolmente ben conosciuta. Anche se non tutti i dettagli
riportati in libri di taglio giornalistico, come ad esempio quello di
Hersh [1], sono storicamente accertati, il quadro
d'assieme risulta tuttavia sufficientemente chiaro (una analisi
sufficientemente aggiornata del programma nucleare di Israele e degli
altri paesi asiatici e' contenuta in [2]).
Sebbene fin dal 1954 Israele avesse costruito un
impianto pilota per la produzione di acqua pesante (necessaria per i
reattori utilizzati per produrre plutonio), un programma su vasta scala
ebbe inizio solo alla fine del 1956, quando il governo socialista francese
di Guy Mollet - di fronte alla crisi di Suez e alla dirompente guerra
civile algerina - accentuo' il proprio orientamento filoisraeliano, e
sottoscrisse un accordo segreto per la fornitura a Israele di un grosso
reattore in grado di produrre plutonio da installare a Dimona, nel deserto
del Negev, a circa 60 km da Beersheba. Come ha confermato nel 1986 Francis
Perrin, direttore scientifico della Commissione Francese per l'Energia
Atomica dal 1951 al 1970, nonostante la caduta del governo Mollet nel 1957
e la salita al potere di De Gaulle nel 1958, il progetto si sviluppo'
rapidamente. Con l'autorizzazione della Commissione per l'Energia Atomica,
fu affidata alla ditta St. Gobain Techniques Nouvelles la costruzione di
parecchi impianti supplementari nel sito di Dimona, compreso quello chiave
(in cui Vanunu avrebbe lavorato 20 anni dopo e che resto' segreto per
lungo tempo) per l'estrazione del plutonio dalle barre di combustibile
usate nel reattore. Quest'ultimo, ufficialmente di tipo sperimentale e
della potenza (gia' considerevole per un reattore di ricerca) di 24 MW,
era probabilmente in realta' almeno due o tre volte piu' potente, o per lo
meno subi' in seguito trasformazioni atte a renderlo tale. Non vi sono
dubbi che la scelta francese fosse motivata dal desiderio di vedere
Israele sviluppare armi nucleari: nello stesso periodo, la Francia forni'
a Israele informazioni importanti sui piani costruttivi delle bombe
stesse, collaboro' allo sviluppo di un missile a corta gittata, e
probabilmente passo' anche agli esperti israeliani dati sul primo test
nucleare francese, che risale al 1960. La relazione non fu a senso unico:
Israele contraccambio' fornendo ai francesi assistenza tecnica nel campo
della produzione dell'acqua pesante e della realizzazione di simulazioni
al calcolatore.
Una prima crisi avvenne alla fine del 1960, quando il
governo statunitense scopri', probabilmente tramite un aereo spia U-2,
l'installazione del reattore a Dimona, ed espresse preoccupazione e
protesta per essere stato tenuto all'oscuro dell'accordo franco-israeliano
(va ricordato che nel 1960 gli USA avevano a loro volta fornito un piccolo
reattore di ricerca a Israele, sottoposto pero' a severe salvaguardie
anti-proliferazione). Il primo ministro israeliano Ben Gurion ammise
l'esistenza del reattore di produzione francese, ma dichiaro'
ufficialmente alla Knesset che esso aveva esclusivamente scopi di ricerca
civile, e non sarebbe stato usato per fini militari; il governo israeliano
si impegno' anche a permettere ad esperti americani di visitare
periodicamente il reattore (queste visite, protrattesi fino alla fine
degli anni 60, confermarono in sostanza la versione israeliana, e non
rivelarono neppure mai l'esistenza dell'impianto sotterraneo per la
separazione del plutonio; secondo Pean e Vanunu, cio' fu il risultato di
una vera e propria opera di "camuffamento"). In seguito alle
reazioni americane, De Gaulle ordino' comunque l'arresto dei lavori
condotti dalla St. Gobain sull'impianto per la separazione del plutonio,
pur permettendo il completamento del reattore; tuttavia, dopo una
temporanea sospensione, il governo israeliano fu in grado di assicurarsi
di nuovo le prestazioni di molte imprese sottocontrattrici francesi. Il
reattore entro' in funzione a pieno regime nel 1962, e nel 1965 inizio' la
produzione di plutonio per uso bellico.
Israele inoltre dovette risolvere il problema della
materia prima: da una parte l'uranio per alimentare il reattore, e
dall'altra l'acqua pesante necessaria per moderare la reazione che porta a
trasformare uranio in plutonio. L'uranio fu probabilmente acquisito in
parte sul mercato internazionale (dalle colonie o ex-colonie francesi in
Africa, dalla Repubblica Sudafricana e dall'Argentina); in parte fu
prodotto in Israele, dalle miniere di fosfati del Negev; e in parte fu
acquisito illegalmente, con un carico di circa 200 tonnellate di "yellowcake"
(minerale di uranio gia' processato) acquistato da intermediari, ed
inviato da agenti israeliani da Anversa a Genova su una nave che poi
"scomparve" misteriosamente nel Mediterraneo. Vi sono anche
indizi consistenti che almeno un quintale di uranio gia' altamente
arricchito (abbastanza per costruire diverse bombe) sia stato trafugato da
un impianto americano situato ad Apollo, Pennsylvania, alla meta' degli
anni 60, e sia finito in Israele.
L'acqua pesante (22 tonnellate, sufficienti per le
necessita' del reattore di Dimona) fu fornita nel 1959 dalla Norvegia. Nel
1986, il governo norvegiese dichiaro' che la fornitura era legata a una
clausola sull'uso per scopi esclusivamente pacifici del materiale, e sulla
possibilita' norvegese di condurre ispezioni; ma l'unica ispezione avvenne
nel 1961, prima dell'entrata in funzione del reattore, e alla fine degli
anni 80 il governo israeliano rifiuto' di rendere conto ai norvegesi
sull'uso che era stato fatto dell'intero stock di acqua pesante. Forniture
supplementari di acqua pesante provennero probabilmente dalla Francia e
dagli Stati Uniti (ma quest'ultimo materiale, attualmente sottoposto alle
salvaguardie dell' Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, la IAEA,
non venne usato a Dimona).
Durante il conflitto arabo-israeliano del 1973 sembra
che Israele non solo possedesse gia' testate missilistiche nucleari, ma
anche ne abbia considerato seriamente l'impiego bellico come "extrema
ratio" contro l'offensiva portata su due fronti da Siria ed Egitto
nel Golan e nel Sinai. Sei anni dopo, prese corpo pure l'ipotesi di un
test nucleare condotto in collaborazione fra Israele e Sudafrica: nel
settembre 1979, un satellite da sorveglianza americano di tipo
"Vela" aveva osservato sull'Atlantico Meridionale un
"flash" di radiazione simile a quello di un'esplosione nucleare
di piccola potenza. Una commissione di esperti (senza accesso alle fonti
di informazione che non fossero i dati ottenuti dal satellite) si espresse
in seguito negativamente su questa ipotesi, ma la parola definitiva sulla
natura dell'evento non e' mai stata detta. In generale, e nonostante le
reiterate smentite dei due governi, molti indizi indicano una prolungata
collaborazione in campo nucleare tra Israele e Sudafrica, basata
essenzialmente sullo scambio fra il "know-how" israeliano e le
materie prime sudafricane.
Negli anni '80 un'ulteriore operazione clandestina
israeliana ebbe per oggetto l'acquisto illegale, negli Stati Uniti, di 810
"critroni", dispositivi elettronici necessari per l'innesco
della carica convenzionale che, in una bomba nucleare, comprime il
materiale fissile; sebbene i critroni siano stati in seguito restituiti,
sembra probabile che altre componenti nucleari e missilistiche possano
essere state acquisite in maniera analoga. La situazione negli anni 80
veniva cosi' riassunta da Leonard Spector: "Pur in presenza di
diverse incertezze, vi e' ragione di ritenere che, durante i primi anni
'80, Israele abbia sviluppato un arsenale nucleare cosi' diversificato e
cosi' numeroso da qualificarsi come la sesta potenza nucleare, senza che i
propri cittadini ne siano consapevoli e mentre il governo americano,
almeno in parte al corrente dello svolgersi degli avvenimenti, chiudeva un
occhio" [3].
La valutazione di Spector, e anche il caso Vanunu,
sottolineano un aspetto preoccupante del programma nucleare israeliano: la
mancanza di discussione pubblica - nei media e nel mondo politico
israeliano - sulle caratteristiche e gli scopi del programma, sulle
opzioni di strategia nucleare privilegiate dai dirigenti del paese, sulla
catena di comando e controllo. Il governo israeliano fin dagli anni 70
ripete da sempre l'ambigua formula ufficiale di non voler essere "il
primo paese a introdurre armi nucleari in Medio Oriente", sebbene
negli ultimi anni alcuni esponenti governativi e militari israeliani (non
di primo piano) abbiano in diverse occasioni fatto aperta allusione
all'esistenza dell'arsenale israeliano, e ad un suo ruolo di deterrenza
rispetto a un'aggressione convenzionale, chimica o missilistica.
Che la dottrina nucleare israeliana sia prevalentemente
di tipo dissuasivo puo' ricavarsi non solo da dichiarazioni di questo
genere ma anche da una analisi dei siti che compongono l'infrastruttura
nucleare israeliana e della loro ubicazione. Questa analisi e' stata
svolta di recente da Hough [4] ed e' basata sullo
studio di immagini ad alta risoluzione prese da satelliti commerciali
francesi e russi. Oltre a Dimona, l' infrastruttura nucleare di Tel Aviv
comprende il laboratorio di ricerca di Soreq, la gia' citata base per test
missilistici di Palmikin, appena a Nord di Soreq, e soprattutto la base
missilistica di Kefar Zekharya, nelle colline della Giudea, base divenuta
operativa negli anni '70, ed ospitante anche depositi per bombe nucleari
di gravita' (per i bombardieri israeliani a capacita' nucleare F-4 e F-16)
e 50 bunker per i missili Jericho 2. Completano il quadro la fabbrica di
Be'er Yaakov, a 15 km a Nord di Zekharya, nella quale si costruiscono i
Jericho 2, il sito di Yodefat, nel quale vengono assemblate e smontate le
armi nucleari, e il deposito di armi nucleari tattiche (presumibilmente
proiettili di artiglieria e mine nucleari) di Eilabun. Il fatto che le
armi nucleari strategiche (i 50 missili nucleari Jericho 2, le testate per
i bombardieri) siano concentrate a Zekharya, al centro di Israele, in
un'area ben difesa, induce a pensare che la dottrina militare israeliana
ne preveda l' impiego non come armi da primo colpo, ma piuttosto come
un'arma estrema, da utilizzare solo in assenza di alternative. D'altra
parte, come si e' detto, questo ruolo di deterrente non e' esclusivo, e si
puo' valutare che su di un totale di circa 200 testate, una meta' sia di
tipo tattico.
Il fatto che Israele non riconosca apertamente le
proprie capacita' nucleari si spiega con ragioni di opportunita' politica:
da una parte per non legittimare un'eventuale "bomba islamica",
dall'altra perche' da tempo il Congresso degli Stati Uniti ha posto severe
restrizioni per gli aiuti militari ai paesi non aderenti al Trattato di
Non-Proliferazione (TNP) e aventi programmi nucleari militari in corso.
Queste restrizioni non vengono applicate, per ora, a Israele, nonostante
che, presumibilmente, il programma nucleare israeliano utilizzi in parte
anche tecnologia statunitense: ad esempio nella fabbrica di Be'er Yakov
vengono costruiti non solo i Jericho 2, ma anche i missili terra-aria
Arrow. Questi ultimi sono fabbricati con l' assistenza tecnica degli USA,
e sussistono vari sospetti che una parte della produzione degli Arrow
venga in realta' utilizzata per i missili nucleari israeliani.
Israele ha sempre rifiutato di aderire al Trattato di
Non Proliferazione Nucleare, sostenendo in particolare che le ispezioni
realizzate dall'IAEA non sarebbero sufficienti a garantire la non
proliferazione da parte dei governi arabi. Questa motivazione e' stata
naturalmente rafforzata dalla scoperta del programma nucleare segreto
iracheno dopo la guerra del Golfo. La posizione israeliana era favorevole
invece alla creazione in Medio Oriente di una zona denuclearizzata sul
modello di quella realizzata con il trattato di Tlatelolco in America
Latina: cio' avrebbe richiesto accordi diretti con gli stati arabi (e
quindi un loro riconoscimento "de facto" dello stato
israeliano), e soprattutto avrebbe permesso di realizzare ispezioni
reciproche per garantire il mutuo rispetto di tali accordi. Fino
all'apertura delle trattative arabo-israeliane nel 1992, questa proposta
era sempre stata rifiutata dagli stati arabi, che insistevano in
alternativa su di un'adesione israeliana al Trattato di Non
Proliferazione.
A lungo termine, la situazione di "monopolio
nucleare" israeliano nel Medio Oriente favorisce l'instabilita',
specialmente se nell'area si riacutizzassero le tensioni politiche. In
questo senso il caso dell' Iraq e' illuminante: se il programma nucleare
iracheno non fosse stato interrotto dalla sconfitta di Bagdad nella guerra
del Golfo, saremmo probabilmente in presenza oggi in Medio Oriente di un
pericoloso "equilibrio del terrore", tra due potenze nucleari.
C'e' da aggiungere che l'arsenale nucleare israeliano, realizzato al di
fuori del regime internazionale di non proliferazione, spesso attraverso
operazioni illegali e in violazione di impegni internazionali assunti da
Tel Aviv, rappresenta un esempio assai negativo che potrebbe incentivare
alla proliferazione nucleare altri stati che, come Israele, operino in un
ambiente internazionale ostile. Per questi motivi, l'obiettivo di arrivare
allo smantellamento di questo arsenale e alla denuclearizzazione dell'area
mediorientale appare come una delle chiavi per consolidare il processo di
disarmo nucleare nei prossimi decenni.
....... [2] D. Albright, F. Berkhout, W. Walker, World Inventory
of Plutonium and Highly Enriched Uranium, Sipri, Oxford University Press,
1993.
[3] L. Spector, Going Nuclear, Ballinger (1986).
[4] H. Hough, Israel's Nuclear Infrastrucure, Jane's
Intelligence Review, November 1994 - Middle East, p. 508.
........
Nazione Nucleare; le armi di distruzione di massa in Israele
di John
Steinbach Nei primi mesi del 2001, gli sforzi per trovare la pace in
Medio Oriente hanno dovuto subire due colpi molto forti. Il leader
della destra israeliana Ariel Sharon è stato eletto capo del
governo di Israele, la nazione nucleare "tralasciata".
Ed il primo bombardamento dell'Iraq da parte di forze USA/UK del
presidente George W. Bush, che è stato giustificato come atto
"difensivo". Dalla guerra del Golfo nel 1991, molta attenzione è stata
dedicata sulla presunta minaccia da parte delle armi di
distruzione di massa irachene, mentre il maggior imputato nella
regione, Israele, è stato ampiamente trascurato. Possedendo armi chimiche e biologiche, un arsenale atomico
molto sofisticato e una strategia aggressiva per il loro uso
effettivo, Israele fornisce il maggior impeto regionale per lo
sviluppo di armi di distruzione di massa e rappresenta una grande
minaccia alla pace e alla stabilità in Medio Oriente. L'ipocrisia implicita nella condanna dell'Iraq per le sue armi
di distruzione di massa e l'attenzione ossessiva verso "stati
fuorilegge" come la Corea del Nord, unite al fatto che si
ignori il provocatorio arsenale israeliano, è davvero
sbalorditiva. LA BOMBA ISRAELIANA E' stata la Francia, comunque, a fornire il grosso
dell'assistenza nucleare ad Israele, culminata con la costruzione
di Dimona, un pesante reattore ad uranio naturale e a
riprocessamento di plutonio, situato vicino Bersheeba, nel deserto
del Negev. Ci sono ipotesi credibili sul fatto che Israele abbia fatto
esplodere almeno uno e forse diversi ordigni nucleari a metà
degli anni '60 nel deserto del Negev, vicino alla frontiera
egiziana, e che abbia partecipato attivamente ai test nucleari
francesi in Algeria. Possedendo un'avanzata tecnologia nucleare e il meglio degli
scienziati nucleari, Israele ha dovuto presto affrontare un grosso
problema - come ottenere l'uranio necessario. La fonte propria di
uranio erano i depositi di fosfati nel Negev, totalmente
inadeguati per il fabbisogno del programma in rapida crescita. La
risposta a breve termine furono i raid in Francia e Gran Bretagna
per appropriarsi delle spedizioni di uranio di contrabbando e nel
1968 con il "Plumbatt Affair" collaborò con la Germania
occidentale per appropriarsi i 200 tonnellate di yellowcake
(ossido di uranio). Queste acquisizioni clandestine di uranio per Dimona furono
successivamente coperte dai paesi coinvolti. IL SUD AFRICA E GLI USA La collaborazione israelo-sudafricana non si concluse con i
test ma è continuata fino alla caduta dell'apartheid,
specialmente con lo sviluppo e i test di missili a medio raggio e
artiglieria avanzata. Oltre ad uranio e test il Sud Africa ha
fornito ad Israele grossi capitali da investire, mentre Israele
metteva a disposizione la sua capacità commerciale per
permettergli di aggirare le sanzioni internazionali imposte al
regime di apartheid. Gli scienziati israeliani sono stati ampiamente addestrati
nelle università USA e nei laboratori militari. Nei primi anni
'60, i controlli per il reattore di Dimona sono stati ottenuti
clandestinamente da una società chiamata Tracer Lab, la pincipale
fornitrice dei pannelli di controllo per i reattori militari USA,
comprati attraverso una sussidiaria belga. LE RIVELAZIONI DI VANUNU Un sostenitore di sinistra dei diritti dei palestinesi, Vanunu
credeva che fosse un dovere verso l'umanità divulgare il
programma nucleare israeliano al mondo. Ha esportato
clandestinamente dozzine di foto e dati scientifici fuori da
Israele e nel 1986 la sua storia fu pubblicata dal londinese
Sunday Times. Rigorose valutazioni scientifiche delle rivelazioni di Vanunu
portarono alla scoperta che Israele possedeva la bellezza di 200
bombe termonucleari miniaturizzate e altamente sofisticate. Le sue
informazioni rivelavano che la capacità dell reattore di Dimona
si era ampliata e che Israele produceva 1.2 chili di plutonio a
settimana, abbastanza per fabbricare 10-12 bombe all'anno e che
stava producendo armi nucleari avanzate. Appena prima della
pubblicazione, Vanunu fu rapito a Roma da una agente segreta
israelo-americana del Mossad, fu picchiato, drogato e rapito in
Israele. Dopo una campagna di disinformazione e diffamazione sulla
stampa israeliana, Vanunu fu processato per tradimento da una
corte di sicurezza segreta e condannato a 18 anni di prigione. Ha
scontato più di 12 anni in isolamento in una cella di 6 piedi per
9 e, secondo Amnesty International è il prigioniero conosciuto
della nostra epoca che ha scontato il più lungo periodo di
isolamento. Dopo un anno di trattamento speciale rispetto alla
popolazione carceraria - non gli era permesso avere contatti con
arabi - Vanunu è stato soggetto, dal 2000, a periodi di punizione
in isolamento e deve ancora scontare tre anni di prigione. Le
rivelazioni di Vanunu sono state ampiamente ignorate dalla stampa
internazionale, specialmente in USA e Israele continua a godere di
campo libero riguardo al suo status nucleare. -------------------------------------------------------------------------------- L'arsenale nucleare Il Sunday Times (Londra) riporta nel Giugno 2000 che un
sottomarino israeliano ha lanciato un missili cruise, colpendo un
obiettivo a 950 miglia. Israele è la terza nazione dopo USA e
Russia ad avere questa capacità. Quest'anno dispiegherà` tre di
questi sottomarini, virtualmente imprendibili, di cui ognuno
equipaggiato con 4 missili Cruise. Lo stesso arsenale nucleare schiera dalle "bombe che
distruggono città" più potenti di quella di Hiroshima a
mini-bombe tattiche. L'arsenale israeliano di armi di distruzione
di massa fa impallidire il potenziale effettivo o virtuale di
tutti gli stati mediorientali messi insieme ed è sproporzionato
per ogni ragionevole bisogno di "deterrenza". Israele possiede anche un completo arsenale di armi chimiche e
biologiche. Secondo il Sunday Times, Israele ha prodotto sia armi
chimiche e batteriologiche con un sofisticato sistema di lancio.
Un alto ufficiale dei servizi israeliani ha ammesso: "c'è a
malapena una singola arma biologica o chimica che non sia stata
prodotta nell'Istituto Biologico di Nes Tziyona". Lo stesso
rapporto descrive Jet F-16 destinati specificatamente ad armare
armi chimiche e biologiche, con personale addestrato ad essere
operativo in pochi istanti. Nel 1998 il Sunday Times ha scritto che Israele, usando
ricerche sudafricane, stava sviluppando una "bomba
etnica". Nello sviluppo di quest'arma, gli scienziati
israeliani stavano sfruttando i progressi medici identificando un
gene distintivo degli arabi, creando un batterio o virus
geneticamente modificato Gli scienziati stavano provando a
costruire microorganismi mortali che potessero attaccare solo
coloro con il gene distintivo nella loro mappa genetica. L'AGGRESSIONE NUCLEARE "GLI ARABI POSSONO AVERE IL PETROLIO, MA NOI ABBIAMO I
FIAMMIFERI" - Ariel Sharon Per quanto questa formula possa essere stata vera nelle menti
dei primi strateghi nucleari israeliani, oggi l'arsenale nucleare
israeliano è legato inestricabilmente ed integrato con la
strategia militare e politica globale israeliana. Come dice Hersh:
"l'opzione Samson non è più l'unica opzione nucleare che
Israele ha a disposizione." Israele ha fatto un numero infinito di velate minacce contro le
nazioni arabe e contro l'Unione Sovietica prima e la Russia poi.
Un esempio lampante viene da Ariel Sharon, ora primo ministro
israeliano: Gli arabi possono avere il petrolio, ma noi abbiamo i
fiammiferi". L'accademico israeliano Israel Shahak ha commentato nel 1997:
"la speranza per la pace, così spesso assunta come scopo per
Israele, non è secondo il mio punto di vista, un principio della
politica israeliana come invece è l'estensione della dominazione
e dell' influenza israeliana." Ha poi aggiunto: "Israele
si sta preparando ad una guerra, nucleare se necessario, per
impedire cambiamenti nell'area che non corrispondono alle sue
volontà`, come quelli che riguardino qualche stato mediorientale
Israele chiaramente si prepara ad usare tutti i mezzi a sua
disposizione, inclusi quelli nucleari." Israele usa il suo arsenale nucleare non solo nel contesto
della deterrenza o della guerra diretta ma anche in modi più
sottili ma non meno importanti. Per esempio, il possesso di armi
di distruzione di massa può essere una potente leva per mantenere
lo status quo o per influenzare gli eventi secondo il suo
vantaggio, come proteggere i cosiddetti paesi arabi moderati da
insurrezioni interne o per intervenire in guerre inter-arabe. Nel gergo politico-militare israeliano questo concetto è
chiamato "coercizione non convenzionale" ed è
semplificato da una citazione del 1962 di Shimon Peres:
"Acquisire un sistema d'arma superiore (leggi nucleare)
significa la possibilità di usarlo come mezzo di coercizione, in
modo che costringa l'altra parte ad accettare le richieste
politiche israeliane come quella del mantenimento dello status quo
tradizionale e la firma di trattati di pace." Un altro tra gli usi principali della bomba israeliana è di
coercizione nei confronti degli USA per farla agire in favore di
Israele, anche andando contro i propri stessi interessi
strategici. Addirittura nel 1956 Francis Perrin, capo del progetto
atomico francese scriveva : "Pensiamo che la bomba israeliana
sia indirizzata agli americani, non per lanciargliela contro ma
per dire 'Se voi non ci aiutate in una situazione critica, vi
obbligheremo a farlo, altrimenti useremo la bomba atomica." Durante la guerra del 1973 Israele ha usato il ricatto nucleare
per costringere Henry Kissinger e il presidente Richard Nixon ad
inviargli massicci aiuti militari. Come l'allora ambasciatore
israeliano Simcha Dinitz affermava: "se non ci verranno
inviati aiuti militari massicci immediatamente, allora sapremo che
gli USA non rispettano le loro promesse e dovremo trarre
conclusioni molto serie" IMPLICAZIONI C'è un'abbondanza di prove a sostegno di questa analisi. Ezer
Weizman, l'ex presidente israeliano, afferma: " L'opzione
nucleare guadagna attualità` e la prossima guerra non sarà
convenzionale." E Munya Mardoch, direttore dell'Istituto Israeliano per lo
sviluppo dei sistemi d'arma dice nel 1994: "Il significato
morale e politico delle armi nucleari è che gli stati che
rinunciano al loro uso si mettono nella situazione di vassalli.
Tutti questi stati che si sentono soddisfatti dal possesso di armi
convenzionali sono destinati al ruolo di vassalli." In una futura guerra mediorientale - che non si può del tutto
escludere stanti le asserzioni di Ariel Sharon, un criminale di
guerra con un passato di sangue che va dal massacro di civili
palestinesi a Quibya nel 1953 al massacro di Sabra e Chatila nel
1982,e via discorrendo - il possibile uso di armi nucleari da
parte israeliana non può essere escluso. Seymour Hersh avverte: "Se scoppierà una nuova guerra in
medioriente o se qualche nazione araba lancerà missili contro
Israele, come ha fatto l'Iraq, un'escalation nucleare, una volta
impensabile se non come ultima risorsa, non sarebbe una probabilità
remota." Molti pacifisti mediorientali hanno esitato a discutere sul
monopolio nucleare israeliano nella regione e questo ha portato ad
analisi incomplete e non uniformi e a strategie d'azione
sbagliate. Ma rimettere al centro dell'attenzione il problema
delle armi di distruzione di massa di Israele avrà diversi
effetti salutari. Primo, metterà in luce la dinamica di destabilizzazione che
porta gli eserciti mediorientali a costringere gli stati della
regione a cercare ognuno il proprio "deterrente". Secondo, metterà in luce il doppio standard grottesco che vede
gli USA e l'Europa da un lato condannare l'Iraq, la Siria e la
Corea del Nord per lo sviluppo di armi di distruzione di massa
mentre contemporaneamente proteggono e legittimano il principale
colpevole. Terzo, scoprire la strategia nucleare israeliana, aiuterà a
focalizzare l'attenzione internazionale.e ci saranno maggiori
pressioni per farne smantellare l'arsenale e negoziare lealmente. Infine, un'Israele non nuclearizzata, darebbe luogo ad un
Medioriente non nuclearizzato, rendendo molto più probabile un
accordo di pace complessivo nella regione. Finchè la comunità internazionale non affronterà Israele
rispetto al suo programma nucleare segreto, è improbabile che si
sarà alcuna soluzione del conflitto Israelo-arabo, un fatto su
cui conta con tutta evidenza Israele, come l'era Sharon fa
presagire.
Nucleare
israeliano: l’opacità dell’ossessione difensiva http://www.universitadelledonne.it/nucleare.htm La
“scoperta” del nucleare israeliano La
centrale nucleare di Dimona La
scelta dell’opzione militare nucleare parte fin dai primi mesi del 1948 quando
un gruppo di scienziati ebrei visitò, su ordine del Ministero della Difesa, il
deserto del Negev, per valutare la possibilità di costruirvi una centrale
nucleare; quattro anni dopo, nel 1952, nacque la Israel Atomic Energy
Commission (IAEC). David
Ben Gurion diede il via alla costruzione di Dimona nel 1958, ma già nel 1957
Israele aveva firmato, con il primo ministro francese Guy Mollet, un accordo in
vista della realizzazione "a fini militari " di tecnologia nucleare.
Nel 1960, un aereo americano di ricognizione U2 rivela che ciò che si sta
fabbricando a Dimona non è uno "stabilimento tessile", come
pretendevano gli israeliani, ma un reattore nucleare. Il
programma Newsnight trasmesso dalla BBC il 3 agosto 2005 ha confermato che la
Gran Bretagna ha fornito ad Israele “acqua pesante” (D2O, con 2 atomi di
deuterio al posto dell’idrogeno), l’ingrediente fondamentale per trasformare
il reattore nucleare di Dimona in una vera e propria centrale nucleare per la
produzioni di armi atomiche. Secondo la BBC il contratto segreto con Israele
venne dissimulato come una restituzione alla Norvegia da parte della Gran
Bretagna di una partita di 20 tonnellate di acqua pesante non più utilizzata.
Il materiale, invece, venne poi spedito allo stato ebraico che nel 1961 lo aveva
praticamente esaurito: possedeva bombe atomiche. Alla
fine degli anni ’60 Israele ebbe una proficua collaborazione nell’ambito
della ricerca nucleare con il Sud Africa dell’apartheid. Da semplice fornitore
di uranio (almeno 550 tonnellate), il governo sudafricano divenne poi il
principale partner di Gerusalemme nello sviluppo di armi nucleari ed il culmine
di questa partnership fu raggiunto nel 1979, quando vi fu il cosiddetto
“incidente di Vela”. Il 22 settembre 1979, un satellite USA captò un test
in atmosfera di una piccola bomba termonucleare sull'oceano Indiano, al largo
delle coste sudafricane. Più tardi si apprese da fonti israeliane che erano
effettivamente avvenuti tre test di ordigni nucleari miniaturizzati. L’arsenale
nucleare Israele
è così riuscito a costruire un arsenale valutato in circa 400 armi nucleari
con una potenza complessiva di 50 megaton, equivalente a 3.850 bombe di
Hiroshima. Come
vettori nucleari, i militari usano una parte degli oltre 300 caccia F-16 e F-15
potenziati, forniti dagli Usa, armati anche di missili israelo-statunitensi
Popeye a testata nucleare. Un'altra versione, il Popeye Turbo, è installata su
tre sottomarini Dolphin, forniti dalla Germania. Si aggiungono a questi vettori
nucleari circa 50 missili balistici Jericho II, su rampe di lancio mobili, e i
razzi Shavit utilizzabili anche come missili balistici a lunga gittata Nei
mesi di marzo e aprile del presente anno, è apparsa sui giornali la notizia
dell’acquisto da parte d’Israele di 500 bombe GBU-28 americane prodotte
dalla Lockheed Martin – le cosiddette bunker busters progettate per la
penetrazione di strutture sotterranee – capaci di attraversare un muro
protettivo in cemento armato spesso sei metri e profondo trenta. Tutto ciò
alimenta i sospetti che lo stato ebraico stia preparando un attacco aereo contro
i siti nucleari iraniani di Busher, Natazan e Arek, riproducendo l’azione
attuata nel 1981 contro il reattore iracheno Tammuz I di Osiraq 19
novembre ’05 http://www.paginedidifesa.it/2005/caparrini_050119.html A parte la poca attenzione prestata in Italia, del tutto
normale considerando la scarsità della ricerca storica sul Medio Oriente
contemporaneo nel nostro paese, ciò che sorprende è l'assoluto silenzio su
detto argomento a livello europeo. Viene spontaneo chiedersi come mai certi
Stati amici del mondo arabo, la Francia in particolare, non hanno mai posto
l'accento sullo sviluppo del programma per l'energia atomica in Israele.
L'atteggiamento di Parigi è comprensibile solo dopo avere
letto il libro "Israel and the bomb" di Avner Cohen, pubblicato nel
1998. Lo studio attento svolto dall'autore, basato su documenti fino ad allora
inediti, ha contribuito a fornire notizie storiche di immenso valore.
Nel suo libro Cohen conferma che Israele già negli anni
Cinquanta sviluppò un programma per realizzare armi nucleari. Il progetto
prese avvio nel 1955 per volontà di Ben Gurion, convinto che il possesso
dell'arma atomica fosse vitale per garantire la sicurezza del suo Stato. Per
l'avvio del programma fu decisivo l'accordo siglato con gli Usa il 12 luglio
1955, in base al quale Washington si impegnava a sostenere i piani israeliani
nell'ambito dell'iniziativa "Atoms for peace", lanciata dal
presidente Eisenhower l'anno precedente. Dopo la crisi di Suez del 1956 il
rapporto tra Usa e Israele conobbe un brusco raffreddamento. Di conseguenza
Washington bloccò gli aiuti per l'avanzamento della ricerca nucleare.
Israele riuscì ugualmente a portare avanti il programma
grazie al sostegno di un'altra grande potenza occidentale: la Francia. Col
supporto di scienziati e tecnici francesi fu iniziata nel 1958 la costruzione
del reattore di Dimona, nel sud del paese. Ben Gurion affidò il coordinamento
dell'iniziativa a Shimon Peres, giovane direttore generale del ministero della
Difesa. Ben Gurion e Peres percorsero con convinzione la via della
collaborazione privilegiata con la Francia a discapito della intesa con gli
Usa. Parigi divenne la principale fornitrice di armi a Tel Aviv. L'aeronautica
militare israeliana poté contare sui sofisticati modelli di aerei da
combattimento di produzione francese: Mirages, Mystères, Ouragan.
Gli americani, tenuti all'oscuro delle reali funzioni della
centrale di Dimona, vennero a conoscenza della capacità nucleare israeliana
solo nel dicembre 1960, quasi tre anni dopo l'inizio dei lavori. Solo la
testimonianza di Henry Gomberg (fisico nucleare docente all'università del
Michigan nonché consulente della Commissione Israeliana per l'energia
atomica) mise la Cia al corrente dei progressi compiuti dallo Stato ebraico in
materia di ricerca nucleare. Le amministrazioni americane - prima Eisenhower
poi Kennedy - reagirono con durezza ma Israele andò avanti nel suo progetto,
forte del pieno appoggio francese.
Conoscendo con esattezza questa pagina di storia si capisce
perché molte potenze hanno interesse a non indagare sullo sviluppo di quello
che fu chiamato il "Progetto Dimona". La Francia, che dopo il 1967
divenne ottima amica del mondo arabo, si troverebbe in grosso imbarazzo in
caso di pubblicazione dei documenti di archivio. Parigi adotta da sempre una
tattica difensiva sul Medio Oriente, badando a evitare la diffusione di atti
compromettenti. Non a caso, solo per i fatti accaduti nella regione viene
posto un limite speciale (sessanta anni) per poter accedere ai documenti
dell'archivio francese. Una disposizione restrittiva, che evidenzia il timore
di svelare retroscena imbarazzanti.
Gli Usa, da parte loro, non hanno alcun interesse ad
approfondire la materia, poiché dopo il 1967 hanno fornito a Israele supporto
politico, economico e tecnologico. Il tema del programma nucleare di Israele,
che pure sarebbe argomento di grande attualità, non ha mai scatenato
battaglie politiche di particolare gravità. L'opinione pubblica mondiale se
ne è ricordata solo di recente, quando è stato scarcerato Mordechai Vanunu,
il tecnico israeliano che svelò i segreti di Dimona.
La questione è troppo compromettente per essere affrontata
e così Israele, certo della neutralità benevola da parte della Francia, sa
bene che potrà continuare la sua ricerca in materia atomica. Lo Stato ebraico
è cosciente che potrà beneficiare di una sorta di deroga speciale rispetto
ad altri Stati del Medio Oriente, che si vedono bloccati nello sviluppo del
programma nucleare.
Non intendiamo esprimere alcun giudizio di merito su tale
delicato argomento. Lo Stato ebraico può avere tutte le ragioni per affermare
che il progetto nucleare è decisivo per garantire la sicurezza. Crediamo
soltanto che all'opinione pubblica mondiale si dovrebbero raccontare con
esattezza i fatti storici. Si dovrebbe semplicemente ammettere che Israele ha
avviato il programma atomico fin dagli anni Cinquanta.
http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Febbraio-1999/ pagina.php?cosa=9902lm12.01.html&titolo=Israele%20esce%20dall'ambiguit%C3%A0%20nucleare
Disarmo o
proliferazione?
Israele esce
dall'ambiguità nucleare
di Amnon Kapeliouk*
note: http://www.intermarx.com/ossinter/recLorentz.html Dominique Lorentz, Affaires
Atomiques Les Arènes, Parigi, 2001 Questo è decisamente un libro da leggere! L'autrice
riscrive letteralmente (ma non certo nella filosofia di Baldassarre!) la
storia dell'ultimo mezzo secolo alla luce degli "affari
nucleari", pilotati dagli Stati Uniti, tra manovre losche e tortuose,
triangolazioni, alleanze segrete e ricatti di ogni tipo, tra i quali
l'esplosione del terrorismo islamico. (Angelo Baracca) Emanuele Giordana Giovedi' 25 Maggio
2006 http://www.resistenze.org/sito/te/po/is/pois3n23.htm http://rai.it/news/articolonews/0,9217,69260,00.html Il governo iraniano:
"Sharon ha piu' di 200 testate' Il
nucleare? Chiedete a Israele Il programma nucleare
israeliano iniziò negli ultimi anni '40. La sua tecnologia e' sempre
stata all'avanguardia
Dopo aver accettato le
ispezioni degli emissari dell'Onu presso siti ritenuti 'a rischio',
Teheran riapre l'intricato capitolo dei rapporti con Israele. Non e' un
mistero che Sharon abbia in tutti i modi fatto pressione sulle
diplomazie occidentali per sollecitarle a intervenire sull'Iran, che,
dopo l'Iraq poteva essere il probabile successivo obiettivo della caccia
alle menti del terrorismo internazionale. Il dispaccio dell'Irna punta
il dito sulla politica 'dei due pesi e due misure' adottata dagli uomini
di El baradei impegnati a rastrellare l'intero bacino arabo rimanendo al
confine della vera e reale polveriera dell'area, Israele. Il programma nucleare israeliano
iniziò negli ultimi anni '40. Fu stabilito dal Dipartimento di Ricerca
sugli Isotopi al Weissman Institute of Science, sotto la direzione di
Bergmann, il "padre della bomba israeliana", che nel 1952 fondò
la Commissione israeliana per l'Energia Atomica. Sin dall'inizio, gli
USA sono stati pesantemente coinvolti nello sviluppo della capacità
nucleare israeliana, addestrando scienziati nucleari israeliani e
fornendo tecnologia nucleare incluso un piccolo reattore per la
"ricerca" nel 1995 nell'ambito del programma "Atomi per
la pace". E' stata la Francia,
comunque, a fornire il grosso dell'assistenza nucleare ad Israele,
culminata con la costruzione di Dimona, un pesante reattore ad uranio
naturale e a riprocessamento di plutonio, situato vicino Bersheeba, nel
deserto del Negev. Israele è stato attivo nel programma di armi
nucleari francese dal suo inizio e ha fornito fondamentali competenze
tecniche. Dimona diventò operativa nel 1964 e il riprocessamento del
plutonio cominciò subito dopo. Nonostante le affermazioni israeliane
che Dimona fosse una "fabbrica di manganese o un'industria
tessile", le misure di sicurezza estreme che sono state impiegate,
hanno smascherato queste falsità. Nel 1976 Israele ha
abbattuto uno dei suoi aerei Mirage e nel 1973 un aereo civile libico
che si era avvicinato troppo a Dimona, uccidendo 104 persone. Ci sono
ipotesi credibili sul fatto che Israele abbia fatto esplodere almeno uno
e forse diversi ordigni nucleari a metà degli anni '60 nel deserto del
Negev, vicino alla frontiera egiziana, e che abbia partecipato
attivamente ai test nucleari francesi in Algeria. Dal tempo della guerra
dello Yom Kippur nel 1973, Israele ha avuto un arsenale di forse diverse
dozzine di atomiche pronte ed arrivò allo stato di pieno allarme
nucleare. Possedendo un'avanzata tecnologia nucleare
e il meglio degli scienziati nucleari, Israele ha dovuto presto
affrontare un grosso problema - come ottenere l'uranio necessario. La
fonte propria di uranio erano i depositi di fosfati nel Negev,
totalmente inadeguati per il fabbisogno del programma in rapida
crescita. La risposta a breve termine furono i raid in Francia e Gran
Bretagna per appropriarsi delle spedizioni di uranio di contrabbando e
nel 1968 con il "Plumbatt Affair" collaborò con la Germania
occidentale per appropriarsi i 200 tonnellate di yellowcake (ossido di
uranio). Queste acquisizioni clandestine di uranio per Dimona furono
successivamente coperte dai paesi coinvolti. Ci fu anche l'ipotesi che
una Società USA, Nuclear Material and Equipment Corporation (NUMEC), ha
deviato centinaia di libbre di uranio arricchito a Israele dalla metà
degli anni '50 alla metà dei '60. Nonostante inchieste della CIA e
dell'FBI e udienze del Congresso, nessuno èstato perseguito. Alla fine
degli anni '60 Israele risolse il problema dell'uranio sviluppando
stretti legami con il Sud Africa con degli accordi per cui Israele
forniva la tecnologia e le competenze per la "Bomba
dell'Apartheid" mentre il Sud Africa provvedeva all'uranio.
http://www.warnews.it/index.php/content/view/1018/36/
Sharon
irremovibile sul nucleare
Inviato
da Giacomo Orlandini
venerdì, 09
luglio 2004 01:00
Nessuno dei tre obiettivi è stato raggiunto. Sharon ha
continuato nella politica della cosiddetta “ambiguità
strategica”, consistente nel non confermare né smentire
la presenza in territorio israeliano di armi nucleari, che la
maggior parte degli esperti dà per certa. L’unico risultato che il direttore dell’Agenzia delle
Nazioni Unite è riuscito ad ottenere è stata un’astratta
promessa da parte di Sharon di prendere in considerazione la
creazione della zona denuclearizzata nell’ambito dell’ormai
agonizzante processo di pace mediorientale. “Ciò che ho ottenuto è l’impegno da parte del premier
israeliano di lavorare in futuro per la creazione di una zona
denuclearizzata in Medioriente” ha dichiarato El Baradei alla
Reuters. “Un dialogo sulle questioni di sicurezza potrebbe essere
intrapreso come parte della Road map che, nella sua seconda
fase, prevede la creazione di una sottocommissione sul controllo
delle armi in cui discutere le questioni degli armamenti”, ha
aggiunto. Sharon non ha, però, indicato alcun termine temporale per un
ritorno al dialogo su tali questioni, ma ha sottolineato il
clima di insicurezza che regna in Israele. Diplomatici vicini alle Nazioni Unite, riporta la Reuters,
hanno riferito che gli israeliani hanno focalizzato
l’attenzione non sui loro presunti arsenali, ma sulle paure
israeliane che l’Iran stia sviluppando una bomba atomica che
potrebbe usare contro Israele. Al contrario dell’Iran, che nega la realizzazione delle
testate nucleari, Israele non ha firmato il trattato di non
proliferazione, e ciò impedisce alla IAEA di ispezionare le
attrezzature nucleari israeliane e far luce sulla questione. La politica dell’ambiguità strategica Israele non ha mai ammesso né smentito di possedere armi
nucleari e la stima della capacità nucleare israeliana è stata
oggetto di un ampio dibattito fin dalla creazione, negli anni
60, del reattore nucleare di Dimona nel deserto del Negev. Lo stabilimento di Dimona, costruito con un ingente aiuto da
parte della Francia,
è stato, nel tempo, descritto dal governo israeliano come un
impianto tessile, una stazione agricola ed un centro
metallurgico, finchè nel 1960 il premier Ben Gurion ha
dichiarato che si trattava di un centro di ricerca nucleare con
“fini pacifici”. Il mistero attorno allo stabilimento di Dimona è stato
parzialmente svelato a metà degli anni ’80 quando Mordechai
Vanunu, un funzionario dello stabilimento, ha fornito al Sunday
Times di Londra descrizioni e fotografie delle testate nucleari
israeliane che lì venivano assemblate. Secondo gli esperti internazionali l’arsenale nucleare
dello stato ebraico raggiungerebbe le 200 testate nucleari.
India e Pakistan, due Stati di recente nuclearizzazione, si
attesterebbero sulle 20 e il loro arsenale, riporta la Bbc, è
molto meno sofisticato rispetto a quello israeliano. Molti Stati arabi, simpatizzanti della causa palestinese,
hanno espresso grande preoccupazione per l’esistenza di un
programma di riarmo nucleare di Israele, e incolpano gli Usa di
adottare un doppio standard di comportamento. Da una parte,
accusano la potenza statunitense di ignorare il programma di
riarmo nucleare israeliano e dall’altra di considerare altri
Stati, in particolare l’Iraq prima della guerra, l’Iran e la
Siria una minaccia alla pace e alla sicurezza della Regione per
la presunta detenzione di armi di distruzione di massa. Nonostante Israele non abbia mai confermato l’esistenza del
suo arsenale nucleare, la IAEA ha sempre agito come se lo Stato
ebraico fosse una potenza nucleare (secondo molti analisti la
sesta al mondo). Il direttore dell’Agenzia ha, infatti, sollecitato Israele
e i suoi vicini ad iniziare le discussioni per porre fine alla
proliferazione delle armi nucleari in Medio Oriente. “La mia paura è che senza tale dialogo le potenze
regionali saranno spinte a sviluppare sempre di più le proprie
armi di distruzione di massa per far fronte all’arsenale
israeliano” ha dichiarato El Baradei alla Bbc. El Baradei ha, infine, posto l’accento sullo squilibrio
della sicurezza presente in Medio Oriente che sta provocando
“la completa erosione della legittimità del regime di
non-proliferazione”. Giacomo Orlandini
Israele decide di aprire le porte al
suo programma nucleare, uno dei punti più oscuri e oggetto di critiche
e dubbi da parte di numerosi paesi, attraverso il sito internet
presentato al pubblico. All’indirizzo http://www.iaec.gov.il si
potrà per la prima volta sapere come e quanto il governo israeliano ha
puntato sull’opzione nucleare. La decisione di mettere tutto in un
sito coincide con la visita del funzionario dell’Onu El Baradei in
programma martedì a Gerusalemme. Fin ora tutto il lavoro era
tenuto sotto segreto e per fugare eventuali speculazioni sul suo
arsenale, Sharon ha deciso di aprire i dossier e renderli pubblici.
Gideon Shavit, portavoce della commissione per l’energia atomica, ha
tenuto a precisare che il lancio del sito governativo e la visita di El
Baradei sono del tutto casuali. Visitando il sito si può leggere una
la storia del nucleare in Israele e si possono vedere due foto relative
alle dimore segrete e inaccessibili di Dimona e Sorek dove sono al
lavoro i reattori. Il sito però non fa riferimento alla capacità
bellica nucleare del Paese. C’è da ricordare che Israele è
uno dei paesi che non ha voluto firmare il trattato di non
proliferazione nucleare e non ha mai voluto fornire ragguagli sulla sua
effettiva capacità offensiva da più parti e più volte segnalata ai
piani alti delle diplomazie mondiali. L’unica volta in cui Israele suo
malgrado dovette ammettere l’esistenza di attività nucleare fu nel
1986 quando il tecnico nucleare Mordechai Vanunu vendette al quotidiano
Sunday Times di Londra alcune fotografie scattate di nascosto
all’interno del reattore di Dimona. Da quelle foto si potè capire che
Israele aveva il deposito nucleare più grande del mondo adibito alla
costruzione di armi atomiche. Il sito sull’attività nucleare
israeliana segue il lancio di un altro portale, quello del Mossad.
Adesso dovrebbe toccare alla polizia interna, lo Shin Bet, mettere
online la propria storia e il servizio offerto alla Nazione. Engineered by Rainet http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idpa=&idc=10&ida=&idt=&idart=583
Israele
- Palestina
11.7.2004
Una
prigione senza confini
Viaggio
nel deserto del Negev, dove i Beduini vivono tra ingiustizie e
basi nucleari
Secondo la Federazione degli Scienziati Americani, il
tentativo di Israele di accumulare un arsenale nucleare ebbe inizio
nel 1948 con l'istituzione di un corpo scientifico (Hemed Gimmel)
all'interno dell'esercito israeliano. Nel 1949 l'Hemed Gimmel
ispezionò il deserto del Negev alla ricerca di riserve di uranio.
Nel 1952 fu creata la Commissione israeliana per l'energia atomica.
Nel 1956 la Francia accettò di fornire a Israele un reattore
nucleare da 18 megawatt. Dopo l'invasione dell'Egitto da parte di
Israele nel 1956, l'accordo fu rivisto per fornire un reattore da 24
megawatt. La Francia acquistò acqua pesante per il reattore dalla
Norvegia, tradendo le assicurazioni fornite al governo norvegese che
non avrebbe trasferito l'acqua a paesi terzi. I funzionari doganali
francesi furono ingannati sulla destinazione di componenti del
reattore.
Il
ministro Ramon, che rispondeva per il governo, ha ripetuto
l'affermazione. `Israele non sarà il primo paese a introdurre armi
nucleari in Medio Oriente'. `Non è il messaggero Vanunu ad essere il
problema, ma piuttosto la politica di tutti i governi israeliani,
che hanno trasformato questa piccola porzione di terra in una
discarica nucleare avvelenata e velenosa, che potrebbe portarci
tutti in cielo in un fungo nucleare' ha ammonito Issam Makhoul ieri
alla Knesset. Makhoul ha fatto la storia quando ha ottenuto il
permesso di discutere una proposta sulla politica nucleare di
Israele che ha portato al primo dibattito aperto di questo tipo.
Proprio quando Makhoul ha cominciato a parlare, membri del
Likud, del Partito religioso nazionale, dello Shas e altri hanno
scelto di lasciare l'assemblea in segno di protesta. Makhoul ha
affermato che Israele è al sesto posto al mondo per quanto riguarda
la quantità di plutonio di alta qualità in suo possesso. 'L'intero
mondo sa che Israele è un grande deposito di armi nucleari,
biologiche e chimiche, che serve come pietra angolare per la corsa
alle armi nucleari in Medio Oriente' ha accusato Makhoul. Secondo
lui, Israele ha `200-300 bombe atomiche'.
Membri della
Knesset hanno reagito urlando al discorso di Makhoul: `Lei oggi sta
commettendo un crimine contro gli arabi israeliani' ha gridato l'On.
Ophir Pinnes, capo della coalizione. `Se qualcuno aveva bisogno di
una giustificazione sul perché i membri arabi della Knesset non
dovrebbero partecipare alla commissione affari esteri e sicurezza,
lei l'ha appena fornita', ha concluso l'On. Yosef Pritzky
(Shinui)».

Mordechaï Vanunu: Lavoravo da nove anni al centro di ricerca in armamenti di
Dimona, nella regione di Beer Sheva. Proprio prima di lasciare questo lavoro
nel 1986, avevo preso delle foto all'interno dello stabilimento per dimostrare
al mondo che Israele nascondeva un segreto nucleare. Il mio lavoro a Dimona
consisteva nel produrre elementi radioattivi utilizzabili per la fabbricazione
di bombe atomiche. Sapevo esattamente quali quantità di materie fissili
venivano prodotte, quali materiali venivano utilizzati e che tipo di bombe
veniva fabbricato.
Avendo già delle armi superpotenti, Israele poteva fare la pace: non doveva più temere alcuna minaccia palestinese, né tanto meno araba, poiché
possedeva tutto l'armamento necessario alla sua sopravvivenza.
Sapeva a cosa andava incontro? Perché era lei in particolare, e nessun altro,
che doveva rischiare molto?

Mordechaï Vanunu: Il mio processo si è tenuto nel segreto più assoluto. Ero
solo col mio avvocato. Sono stato condannato per spionaggio e tradimento. Le
autorità israeliane si sono vendicate lasciandomi in isolamento e per tutta
la durata del processo. Nessuno era autorizzato a vedermi né a parlarmi, mi
vietavano di rivolgermi ai media. Hanno pubblicato molta disinformazione sul
mio conto. Il governo israeliano ha utilizzato tutto il suo potere mediatico
per fare un lavaggio del cervello all'opinione pubblica. Per lavare anche il
cervello dei giudici al punto da convincerli della necessità di mettermi in
prigione. Così il mio processo è stato tenuto segreto e i media non hanno
avuto la possibilità di accedere alla verità; non hanno potuto sentirmi. Le
persone erano convinte che fossi un traditore, una spia, un criminale. Non c'è
stato un briciolo di giustizia nello svolgimento. Non c'era solo il processo:
la cosa più crudele è stata isolarmi, in prigione. Mi hanno punito non solo
tramite la detenzione ma anche isolandomi completamente, spiandomi
continuamente, con trattamenti malvagi particolarmente viziosi e crudeli:
hanno cercato di farmi arrabbiare, hanno cercato di farmi rimpiangere ciò che
avevo fatto. Sono stato tenuto nella cella di segregazione durante diciotto
anni di cui dodici anni e mezzo in isolamento totale. Il primo anno hanno
messo delle videocamere nella mia cella. Mi hanno lasciato la luce accesa tre
anni di fila! Le loro spie mi picchiavano continuamente, mi impedivano di
dormire. Sono stato sottomesso ad un barbaro trattamento; hanno tentato di
sfiancarmi. Il mio obiettivo era di resistere, di sopravvivere. E ci sono
riuscito.
Ho sofferto, naturalmente, ma sono sopravvissuto. Nonostante tutti i loro
crimini, sono ancora vivo e sono anche in ottima salute! Sono di forte
costituzione, e grazie a questa caratteristica ho superato la prova.
Esiste una cooperazione segreta tra Israele e la Gran Bretagna, la Francia e
gli Stati Uniti. Questi paesi hanno deciso di contribuire alla potenza
nucleare di Israele per fare di questo paese uno Stato coloniale nel mondo
arabo. Aiutano Israele perché vogliono che sia al loro servizio, in quanto
paese colonialista che controlla il Medio Oriente, ciò che permette loro di
impossessarsi degli introiti provenienti dal petrolio e di mantenere gli arabi
sottosviluppati e all'interno di conflitti fratricida. E' questo il motivo
principale di questa cooperazione.
Adesso che Israele deve mostrare che desidera la pace, e in che modo intende
contribuirvi, per questo paese, che utilità potrebbero avere le armi
nucleari? La politica nucleare israeliana era possibile nel contesto della
Guerra fredda. Ma oggi, dobbiamo far sì che Israele adotti una nuova
politica, che dimostri al mondo intero che vuole la pace e che riconosca di
non aver assolutamente bisogno delle armi atomiche.
La paura che un altro piccolo paese possa fare la stessa cosa e fabbricare
delle armi atomiche ha stimolato il mondo a riflettere sulla maniera di
fermare la proliferazione nucleare e di impedire ad Israele di aiutare altri
paesi ad usare queste armi, in futuro. Quando il mondo è venuto a conoscenza
di ciò che Israele ha fatto nel più grande segreto, si è manifestata la
paura per la proliferazione nucleare. Il mondo ha preso coscienza del potere
di Israele e ha iniziato ad esercitare delle pressioni su questo paese per
costringerlo a fare la pace coi palestinesi e col mondo arabo. Israele non
aveva più alcun motivo di affermare che temeva i suoi vicini arabi dal
momento che disponeva, dalla fine degli anni cinquanta, di una quantità di
armi sufficiente per assicurare la sua sicurezza.
il vero e proprio problema con quale Israele si confronta. Israele è
assolutamente incapace di dimostrare di essere una democrazia. Nessuno può
accettare questo Stato razzista: né gli Stati Uniti né l'Europa. Le armi
nucleari israeliane, potrebbero, a rigore, accettarle . Ma come potrebbero
giustificare questo Stato di apartheid fascista?
Fonte : www.voltairenet.org
Link : http://www.voltairenet.org/article129626.html
14.10.05
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di FLORIANA FIGURA
24novembre 2005 9:15 AM
Subject: [Geopolitica] Intervista a Vanunu
Dunque nel 1986 il mondo ebbe la certezza che Israele era a tutti gli effetti una potenza nucleare, e gli Stati arabi reagirono di conseguenza. Spiega Orr: «Quella data coincide con l'accelerazione fra i Paesi arabi della gara per acquisire armi di distruzione di massa, soprattutto biologiche e chimiche, da contrapporre all'arsenale israeliano. Nacque così la corsa agli armamenti non convenzionali nel Medioriente, per colpa di Israele». Ma sempre secondo l'intellettuale ebreo, la miopia di Ben Gurion finì per trasformare quello che secondo le intenzioni dello statista doveva essere un deterrente contro la minaccia di distruzione dello Stato d'Israele per mano araba, nell'esatto contrario: «L'aver portato la competizione al livello più alto, e cioè quello del confronto atomico, ha paradossalmente indebolito il nostro Paese come mai prima. Per comprenderlo basta un semplice ragionamento: poniamo che Israele attacchi per primo l'Iran. Teheran avrebbe sicuramente il tempo di reagire e di lanciare i suoi ordigni, poiché la sua superficie è talmente vasta che è impossibile neutralizzarlo in un colpo solo. Al contrario la superficie di Israele è assai piccola ed è densamente popolato, in particolare i due centri urbani di lei Aviv e Haifa. Ciò significa che in pratica può essere distrutto da appena due bombe H, una su ciascun centro, poiché la loro devastazione significherebbe l'annientamento dei gangli nevralgici della nazione. Ammesso anche che Israele fosse poi in grado di lanciare un secondo attacco, a che servirebbe visto che sarebbe già sostanzialmente
distrutto». La conclusione di Akiva Orr è che l'unica strada affidabile sarebbe un trattato di
denuclearizzazione di tutto il Medioriente iniziando proprio dal disarmo di Israele. Ma sappiamo bene che gli Stati Uniti hanno da tempo cessato di esercitare pressioni affinché
Tel Aviv firmi il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, e tacciono sull'opportunità che gli ispettori
internazionali visitino i suoi centri di ricerca atomica, in una palese e ipocrita contraddizione con quanto invece hanno fatto nei confronti dell'Iran o, ancor di più, dell'Iraq.
Teheran, come è ormai più che ovvio, altro non vuole se non tutelarsi dal dilagante e unilaterale espansionismo militare degli Stati Uniti e soprattutto dalla minaccia nucleare originata da Israele nell'area mediorientale, e dunque l'unica via per fermare gli Ayatollah sembra essere proprio quella suggerita da Orr.
Una sorprendente conferma di queste tesi si trova in un rapporto americano commissionato dal Pentagono nel 2005 e intitolato Getting Ready for a Nuclear-Ready Iran, i cui curatori sono gli strateghi Henry Sokolsky e Patrick Clawson, che hanno lavorato sotto la supervisione del U.S. Army War College's Strategie Studies Institute.
Si tratta di pensatori di tendenza conservatrice, e nel caso di Clawson decisamente prò-Israele essendo vicedirettore dell'Institute for Near Easf Policy, una delle potenti lobby di cui ho trattato in precedenza. Eppure persino questi falchi americani sono giunti alla conclusione che «... se Israele possiede un arsenale nucleare segreto, gli arabi penseranno che sia giusto bilanciarlo con programmi di armamento atomico segreti in Iran, in Arabia Saudita o in Egitto, e altri. È per caso giusto che gli Stati Uniti e l'Europa pretendano che gli Stati musulmani mediorientali frenino le loro "pacifiche" ambizioni nucleari quando Israele stesso possiede la bomba e pubblicamente sostiene che non arriverà secondo nell'introdurre armi atomiche nella regione? Non avrebbe più senso forzare Israele ad ammettere che possiede questi armamenti nucleari e poi pretendere che vi rinunci nel contesto di un negoziato di disarmo regionale?».
La proposta concreta di Sokolsky e Clawson è che «... Israele dovrebbe annunciare che congelerà unilateralmente Dimona e che porrà l'istallazione sotto la tutela della IAEA (Agenzia Internazionale dell'Energia Atomica). Allo stesso tempo dovrebbe annunciare che (in teoria) è pronto a smantellare Dimona e a riporre il materiale nucleare che ha prodotto sotto la
supervisione di una patema atomica di sua fiducia, come ad esempio gli Stati Uniti. Ma questo secondo passo avrà una con-, dizione: che almeno due su tre nazioni mediorientali (es. Alge-. ria, Egitto o Iran) seguano Israele nel congelamento da qui ai prossimi tre anni delle loro installazioni nucleari in grado di produrre plutonio e uranio arricchito in quantità sufficienti per una bomba».19
Trovo rimarchevole che persino all'interno dell'establishment militare statunitense vi sia chi si è arreso di fronte all'insostenibilità del nostro sistema di due pesi e due misure applicato alla questione nucleare in Medioriente, ma
ancor più degno di nota è scoprire che tali posizioni erano mainstream (dominanti) fra i conservatori americani già più di quindici anni fa, quando il dibattito era ancora allo stadio larvale. Lo dimostra un articolo pubblicato nell'estate del 1989 dall'autorevole «Foreign Affairs», un periodico organo del Council On Foreign Relations di Washington, che si può definire la regina incontrastata delle fondazioni dedite agli studi di strategia internazionale in America e la cui opinione è tradizionalmente considerata «il Verbo» alla Casa Bianca. Gli autori, Gerard C. Smith e Helena Cobban, dopo aver sottolineato che fra le nuove sfide poste al blocco occidentale dal crollo dell'Impero sovietico vi era
proprio l'impegno a impedire una disordinata proliferazione nuclea-i re, si permettevano di criticare gli Stati Uniti perché «... hanno frequentemente adottato un atteggiamento
permissivo soprattutto verso due Jolly atomici come il Pakistan e Israele...», una doppiezza morale che avrebbe potuto
giocargli un brutto scherzo in futuro, poiché «... il fatto che gli USA chiudano un occhio quando ad acquisire armi nucleari sono i suoi amici finirà per andare contro ai suoi interessi, e deve assolutamente cessare»20
20 «Foreign Affairs», A Elind Eye to Nuclear Proliferation, Gerard C. Smith e Helena Cobban, 1989. .
Proliferazione nucleare in Asia
G.Devoto, P.Farinella, G. Nardulli
preparato per
Forum Per i Problemi della Pace e della Guerra, Firenze, 1995
ISRAELE
Il 30 settembre 1986 il tecnico nucleare israeliano
Mordechai Vanunu scomparve subito dopo essere giunto a Roma con un volo da
Londra. Per sei settimane di lui non si seppe piu' nulla; le autorita'
israeliane ammisero successivamente di aver effettuato il suo arresto,
senza pero' chiarirne le circostanze. In seguito, Vanunu fu detenuto nel
carcere di Ashkelon, presso Tel Aviv, in una piccola cella sempre
illuminata dalla luce elettrica, sorvegliata da una telecamera e con un
regime di isolamento quasi totale. Cio' nonostante, Vanunu riusci' durante
un trasferimento su un cellulare a mostrare a un fotografo un palmo della
mano aperto, con un breve messaggio in cui rivelava di essere stato rapito
a Roma. Nel marzo del 1988, il processo: un processo a porte chiuse, da
cui fu escluso qualsiasi osservatore esterno, e durante il quale allo
stesso Vanunu fu fisicamente impedito di parlare su argomenti
"proibiti", che si concluse rapidamente con una condanna a 18
anni di reclusione per spionaggio aggravato e tradimento in tempo di
guerra. Due anni dopo, la condanna fu confermata in appello, e attualmente
Vanunu resta isolato in carcere.
RIFERIMENTI
[1] S. H. Hersh, The Samson Option, Random House, New
York (1991).
tratto da CovertAction Quarterly
n. 70 Aprile-Giugno 2001
Con un arsenale di 200-500 armi termonucleari e un sofisticato
sistema di lancio, Israele, con una popolazione di 6 milioni di
persone, ha recentemente preso il posto della Gran Bretagna come
quinta potenza nucleare mondiale. Può ora rivaleggiare con
Francia e Cina per la consistenza e il livello tecnologico del suo
arsenale nucleare.
L'esistenza del programma nucleare israeliano è un serio
impedimento alla non-proliferazione e al disarmo.
E' arrivato il momento per chi si occupa delle sanzioni contro
l'Iraq, della pace giusta in medio Oriente e del disarmo nucleare,
di affrontare direttamente il problema delle armi di distruzione
di massa detenute da Israele.
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Il programma nucleare israeliano iniziò negli ultimi anni '40. Fu
stabilito dal Dipartimento di Ricerca sugli Isotopi al Weissman
Institute of Science, sotto la direzione di Bergmann, il
"padre della bomba israeliana", che nel 1952 fondò la
Commissione israeliana per l'Energia Atomica.
Sin dall'inizio, gli USA sono stati pesantemente coinvolti nello
sviluppo della capacità nucleare israeliana, addestrando
scienziati nucleari israeliani e fornendo tecnologia nucleare
incluso un piccolo reattore per la "ricerca" nel 1995
nell'ambito del programma "Atomi per la pace".
Israele è stato attivo nel programma di armi nucleari francese
dal suo inizio e ha fornito fondamentali competenze tecniche.
Dimona diventò operativa nel 1964 e il riprocessamento del
plutonio cominciò subito dopo. Nonostante le affermazioni
israeliane che Dimona fosse una "fabbrica di manganese o
un'industria tessile", le misure di sicurezza estreme che
sono state impiegate, hanno smascherato queste falsità.
Nel 1976 Israele ha abbattuto uno dei suoi aerei Mirage e nel 1973
un aereo civile libico che si era avvicinato troppo a Dimona,
uccidendo 104 persone.
Dal tempo della guerra dello Yom Kippur nel 1973, Israele ha avuto
un arsenale di forse diverse dozzine di atomiche pronte ed arrivò
allo stato di pieno allarme nucleare.
Ci fu anche l'ipotesi che una Società USA, Nuclear Material and
Equipment Corporation (NUMEC), ha deviato centinaia di libbre di
uranio arricchito a Israele dalla metà degli anni '50 alla metà
dei '60. Nonostante inchieste della CIA e dell'FBI e udienze del
Congresso, nessuno èstato perseguito.
Alla fine degli anni '60 Israele risolse il problema dell'uranio
sviluppando stretti legami con il Sud Africa con degli accordi per
cui Israele forniva la tecnologia e le competenze per la
"Bomba dell'Apartheid" mentre il Sud Africa provvedeva
all'uranio.
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Nel 1977 l'Unione Sovietica avvertì gli USA che delle foto
satellitari indicavano che il Sud Africa stava progettando un test
nucleare nel deserto del Kalahari. Il regime di apartheid tornò
indietro, sotto le pressioni dell'amministrazione Carter.
Il 22 settembre 1979, un satellite USA captò un test in atmosfera
di una piccola bomba termonucleare nell'oceano Indiano, al largo
delle coste sudafricane, ma dato il coinvolgimento israeliano, il
rapporto fu prontamente insabbiato. Più tardi si è appreso da
fonti israeliane che erano effettivamente avvenuti tre test di
ordigni nucleari di artiglieria israeliani miniaturizzati.
Nonostante la Francia e il Sud Africa sono stati i primi
responsabili dello sviluppo del programma nucleare israeliano, gli
USA conservano la maggior parte delle colpe. Un osservatore ha
rimarcato che il programma nucleare israeliano "è stato
possibile solo per un raggiro calcolato da parte israeliana e
un'attiva complicità da parte americana". Iniziando con la
fornitura di un piccolo reattore a metà degli anni '50, l'America
ha giocato un ruolo critico nei piani nucleari israeliani.
Nel 1971 l'amministrazione Nixon approvò la vendita a Israele di
centinaia di Kryton, un apparecchio necessario allo sviluppo di
sofisticate bombe nucleari. E nel 1979 il presidente Carter fornì
a Tel Aviv foto ad altissima risoluzione del satellite spia KH-11,
che furono poi usate due anni dopo per bombardare il reattore
iracheno Osirak. Con l'amministrazione Nixon e Carter, accelerando
poi drammaticamente sotto Reagan, i trasferimenti di tecnologia
avanzata a Israele continuarono e continuano fino ad oggi.
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Dopo la guerra del 1973 Israele ha intensificato il suo programma
nucleare, continuando la sua politica di oscuramento. Alla metà
degli anni '80 molte stime dell'arsenale nucleare israeliano erano
dell'ordine di due dozzine ma le esplosive rivelazioni di
Mordechai Vanunu, un tecnico nucleare che lavorava nel complesso
di riprocessamento di uranio di Dimona, ha cambiato tutto.
I prodotti principali dell'arsenale nucleare israeliano sono bombe
al neutrone, bombe termonucleari miniaturizzate destinate a
massimizzare l'irradiazione di raggi gamma, minimizzando gli
effetti esplosivi e le radiazioni a lungo termine (in pratica
destinate ad uccidere le persone, lasciando intatte le cose).
Le armi comprendono missili balistici e bombardieri capaci di
raggiungere Mosca, missili da crociera, mine terrestri (negli anni
'80 Israele ha impiantato mine terrestri nucleari lungo le alture
del Golan) e ordigni di artiglieria con una gittata di 45 miglia.
Dedi Zucker, membro di sinistra della Knesset, il parlamento
israeliano, ha denunciato questa ricerca dicendo:
"Moralmente, e sulla base della nostra storia, delle nostre
esperienze e delle nostre tradizioni, tale arma è mostruosa e
deve essere bloccata".
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Nell'immaginario popolare, la bomba israeliana è l'arma come
"ultima risorsa", da essere usata all'ultimo momento per
evitare la distruzione. Questa strategia, descritta dal
giornalista USA Seymour Hersh come "l'opzione Samson" è
sottoscritta da molti sostenitori di Israele.
In un altro esempio, l'esperto nucleare Oded Brosh affermò nel
1992: "non dobbiamo vergognarci del fatto che l'opzione
nucleare sia il mezzo più importante per la nostra difesa e un
deterrente contro chi ci attacchi."
Un esempio di questo scenario è illustrato nel 1987 da Amos Rubin,
consigliere economico dell'allora primo ministro Yitzhak Shamir.
"Se lasciato a se stesso Israele non avrà altra scelta se
non cadere in un livello di difesa più rischioso che metterà in
pericolo se stesso e il mondo in generale. Per impedire che
Israele dipenda dall'uso di armi nucleari chiediamo 2-3 miliardi
di dollari all'anno in aiuti USA." Da allora l'arsenale
nucleare israeliano è stato enormemente incrementato,
quantitativamente e qualitativamente, mentre il borsellino
americano è stato sempre aperto.
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E' chiaro che Israele non è interessato alla pace se non quella
dettata dai suoi propri termini, e non ha alcuna intenzione di
negoziare lealmente per tagliare il suo programma nucleare o
discutere seriamente su un medioriente libero dal nucleare.
Seymour Hersh scrive: "l'entità` e la raffinatezza
dell'arsenale nucleare israeliano permette a uomini come Ariel
Sharon di sognare il ridisegnamento della mappa del Medioriente,
aiutato dall'implicita minaccia della forza nucleare."
Ze'ev Shiff, un esperto militare israeliano che scrive su Ha'aretz
dice: "chiunque creda che Israele firmerà la Convenzione ONU
contro la proliferazione di armi nucleari sta sognando ad occhi
aperti."
Nel momento in cui la società` israeliana diventa sempre più
polarizzata, l'influenza della destra radicale si rafforza sempre
di più. Secondo Shahak: " La prospettiva che gruppi come il
Gush Emunin o altri fanatici israeliani di destra o qualcuno dei
deliranti generali dell'esercito israeliano prendano il controllo
delle armi nucleari non è da escludersi nel momento in cui la
società ebraica israeliana segue una solida polarizzazione, il
sistema di sicurezza si affida sempre più al reclutamento tra le
fila dell'estrema destra."
di Annamaria
Medri
Il 5 Ottobre 1986 l’opinione pubblica mondiale venne a conoscenza dell’entità
dell’armamento nucleare di Israele – 100 / 200 bombe atomiche comprese
quelle termonucleari e a neutroni - dal giornale London Sunday Times
attraverso l’intervista, e le foto scattate, rilasciata da Mordechai Vanunu,
un ex tecnico israeliano della centrale nucleare di Dimona costruita nelle
vicinanze della città di Beer Sheba, nel deserto del Negev.
A seguito di tali rivelazioni, Vanunu fu rapito a Roma, il 30 settembre dello
stesso anno, da agenti del Mossad, i servizi di sicurezza israeliani, e
rispedito in Israele dove fu processato per spionaggio e tradimento verso lo
Stato; condannato a 18 anni di reclusione, di cui dodici passati in stretto
isolamento, è stato rilasciato nel 2004 pur se sottoposto a stretta
sorveglianza. 
Quali sono i problemi di sicurezza legati all'uso di un reattore vecchio
di quarant'anni? Sono davvero necessari tutti gli ordigni nucleari di cui
disporrebbe Israele secondo la stampa internazionale e i ricercatori? Sono
domande che una docile opinione pubblica non si pone e alle quali il
potere si guarda bene dal fornire la minima risposta. Ambiguità e
vaghezza s'impongono lasciando mano libera al governo ma esponendolo a
pressioni pericolose in occasione di crisi regionali.
Soprattutto quando l'esecutivo è guidato da ultra-nazionalisti quali
Benyamin Netanyahu o Ariel Sharon. Soltanto una minuscola frangia
dell'opinione pubblica raccomanda la denuclearizzazione. Per i governi,
questa sarà concepibile solo vent'anni dopo l'avvio di una pace duratura
fra tutti gli stati della regione, dal Pakistan alla Libia, dopo la
distruzione di tutte le armi di annientamento di massa e... dopo l'avvio
della democrazia ovunque nella regione. Il controllo dovrà essere
effettuato dagli stessi paesi interessati, con ampie possibilità di
reciproca ispezione. In altre parole, il governo israeliano rimanda la
soluzione del problema alle calende greche e respinge gli appelli dei
paesi arabi, in particolare dell'Egitto, in vista dell'adesione al
trattato di non proliferazione nucleare (Tnp). Gli esperimenti nucleari
pakistani compiuti nel 1998 in risposta a quelli indiani, non hanno
destato particolari preoccupazioni in Israele. L'ingresso di un paese
musulmano nel"club" delle potenze nucleari legittima lo stato
ebraico e la moderazione con cui gli Stati uniti hanno reagito a questi
sviluppi ha rassicurato i responsabili. Il fondatore dello stato, David
Ben Gurion, che non credeva nella pace con i vicini arabi, aveva deciso
durante la prima guerra israelo-araba nel 1948 di esplorare l'opzione
nucleare.
Chiese ai geologi di trovare l'uranio nel Negev ma le quantità reperite
erano insignificanti per le esigenze della centrale di Dimona, la cui
costruzione iniziò nel 1958. L'uranio verrà per la maggior parte dal
Sudafrica, dove era allora al potere il regime dell'apartheid. Nel 1952,
Ben Gurion creò il Comitato per l'energia atomica, i cui membri si
dimisero in maggioranza quando seppero, nel 1957, che Israele aveva
firmato con il primo ministro francese Guy Mollet un accordo in vista
della costruzione"a fini militari" del reattore di Dimona. Nel
1960, un aereo americano di ricognizione U2 scopre che ciò che si sta
costruendo a Dimona non è uno"stabilimento tessile", come
pretendevano gli israeliani, ma un reattore nucleare. Sebbene Ben Gurion
assicuri immediatamente davanti ai deputati che si tratta di una centrale
con obiettivi esclusivamente pacifici, scoppia una grave crisi nelle
relazioni fra Israele e gli Stati uniti. Nel 1963, il presidente John
Kennedy esercita forti pressioni per imporre una visita di esperti
americani a Dimona. Ben Gurion, che è contrario il reattore è già in
funzione preferisce dare le dimissioni piuttosto che cedere alle pressioni
della Casa bianca. I suoi successori, Levy Eshkol e Golda Meòr,
autorizzano alcune visite con delle restrizioni l'ultima si svolse nel
luglio 1969. Un anno prima, il direttore della Cia aveva informato il
presidente Johnson:"Israele è una potenza nucleare a tutti gli
effetti". Nel 1969 il presidente Johnson e il primo ministro Golda Meòr
giungono a un accordo: Washington non farà più pressioni per indurre lo
stato ebraico a firmare il Tnp a condizione che Israele s'impegni a
mantenere scrupolosamente l'ambiguità sulle sue attività nucleari.
Questi impegni saranno rispettati da entrambe le parti. Al momento della
sua più severa prova militare, la guerra dell'ottobre 1973, secondo fonti
concordanti Israele ha segretamente posto in stato di allarme parte del
suo arsenale atomico. Anche nel corso della guerra del Golfo, nel 1991,
dodici missili del tipo Gerico 2 (con una portata di 1.500 km) furono
messi in stato d'allerta. Ma l'avvertimento pubblico nei confronti
dell'Iraq fu lanciato dal segretario americano alla difesa Richard Cheney
che evocò sulla Cnn il possibile uso, da parte di Israele, di queste armi
non convenzionali se Baghdad avesse utilizzato missili con testate
chimiche contro lo stato ebraico. Washington dispone di mezzi di pressione
su Israele. Nell'agosto 1998, lo stato israeliano ha cessato di opporsi
all'apertura di negoziati in vista di un trattato sull'arresto delle
produzioni di materiali fissili (uranio, plutonio) che congelerebbe la
capacità dei paesi firmatari. Israele sarebbe stato l'ultimo dei
sessantuno stati membri della commissione di disarmo dell'Onu ad esservisi
opposto. Come contropartita a questa sua accettazione, gli Stati uniti
hanno promesso di appoggiare Israele nel caso in cui i suoi"interessi
vitali" fossero minacciati. Questo trattato dovrebbe sfociare
nell'apertura di Dimona (3) agli
ispettori internazionali, ma il rappresentante israeliano ai negoziati di
Ginevra, l'ambasciatore Joseph Lamdan, ha rassicurato gli spiriti
inquieti:"I lavori della commissione sul trattato si protrarranno per
almeno cinque anni"... Altri hanno aggiunto:"Si può sempre
tornare indietro (4)".
Due mesi dopo, il 23 ottobre 1998, in margine all'accordo
israelo-palestinese di Wye Plantation, il presidente degli Stati uniti e
il primo ministro israeliano hanno firmato un importante memorandum che
prevede il"rafforzamento della capacità difensiva e dissuasiva
d'Israele". Gli esperti hanno spiegato che la formula impiegata
riconferma l'accordo pubblico degli Stati uniti con la dissuasione
strategica"ambigua" di Israele (5),
accordo reso possibile dal fallimento degli sforzi di Washington per porre
termine alla diffusione dei missili balistici nella regione. L'ambiguità
è una componente della difesa nazionale del paese, e il suo compito è
essenzialmente dissuasivo, accanto a un esercito forte e ad armi
ultramoderne. Essa fu rispettata nel corso degli anni, tranne in alcuni
casi. Ad esempio, dopo la guerra dell'ottobre 1973, il presidente Ephraim
Katzir dichiarava:"Israele possiede un potenziale nucleare".
Quando diventò primo ministro in seguito all'assassinio di Yitzhak Rabin,
Shimon Peres, il padre della bomba, si rivolse al mondo arabo:"Datemi
la pace e io rinuncio al nucleare (6)".
Nel suo libro, Il nuovo Medioriente, si allontana dalla posizione
ufficiale israeliana e afferma che la centrale di Dimona è stata
costruita a scopo dissuasivo. Sebbene i paesi arabi siano consapevoli
delle potenzialità israeliane, la politica della vaghezza affievolisce la
loro determinazione di procurarsi l'arma atomica. D'altro canto, una
dichiarazione che riconosca che Israele possiede la bomba rischierebbe di
provocare sanzioni e il blocco degli aiuti economici e militari degli
Stati uniti, in conformità all'emendamento Symington del 1977 (7).
Il memorandum strategico israelo-americano dell'ottobre scorso tendeva a
rassicurare Israele, preoccupato dalla presenza di missili iraniani a
lungo raggio e dall'intenzione di Tehran di fabbricare armi nucleari.
Queste informazioni sono state amplificate dalla stampa israeliana, anche
se gli esperti americani ed europei assicurano che ci vorrà ancora molto
tempo prima che la Repubblica islamica possa disporre di una capacità
nucleare. Ciononostante, certi"falchi" come il deputato
laburista Ephraòm Sneh hanno già lanciato appelli a favore di
un"colpo preventivo contro l'Iran (8)".
Si tratterebbe di applicare"la dottrina Begin" attuata durante
il bombardamento di Osirak in Iraq: impedire la produzione della bomba
nucleare a tutti i paesi del Medioriente. Ma, forte della lezione del
raid, l'Iran ha disperso le sue istallazioni nucleari nel paese e in
rifugi sotterranei. Parallelamente, Israele sta predisponendo, con i
sommergibili, i mezzi per il"secondo colpo" che è alla base
dell'equilibrio nucleare della dissuasione. All'inizio del 1999, la marina
militare israeliana riceverà il primo sommergibile di tipo Delfino
costruito nei cantieri di Kiel in Germania (9).
Finora, la forza d'urto israeliana era composta di missili terra-terra e
di bombardieri.
Israele aveva davvero bisogno di un arsenale nucleare per dissuadere i
paesi arabi ed evitare l'annientamento? Si sa adesso con certezza che mai,
dal 1948, i paesi arabi hanno avuto questa possibilità. La capacità
nucleare di Israele non ha dunque svolto alcuna funzione dissuasiva, come
si è visto del resto con la guerra dell'ottobre 1973. Il monopolio
nucleare israeliano non potrà durare in eterno e la proliferazione delle
armi non convenzionali in Medioriente costituisce una minaccia per la
pace. Di fronte a questo equilibrio della paura, il dibattito sulla
denuclearizzazione deve essere avviato all'interno di Israele la cui
opinione pubblica è male informata, e parallelamente con gli altri paesi
della regione. Ma questo processo richiede un pensiero politico nuovo e un
diverso potere in Israele. All'indomani della guerra del Golfo, David Kay,
capo della delegazione degli ispettori nucleari dell'Onu in Irak,
esprimeva un augurio alla presenza di un giornalista israeliano:"Le
rivelazioni degli ispettori dell'Onu in Iraq devono fare capire a Israele
e ad altri paesi che occorre fermare la corsa agli armamenti nucleari e
giungere a un accordo di denuclearizzazione, che includa Israele. Mi
auguro che Israele apra le sue porte agli ispettori dell'Onu. Spero
proprio che sia questo il mio prossimo compito, dopo l'Iraq (10)".
* Giornalista, Gerusalemme.
(1) Sunday Times, Londra, 5 ottobre 1986.
(2) Strategic Assessment, n&oord 3, Jaffee
Center for Strategic Studies, Università di Tel-Aviv, novembre 1998.
(3) Haaretz, 2 ottobre 1998, che cita Guideon
Frank, presidente del Comitato per l' energia atomica di Israele.
(4) Maariv, 12 agosto 1998.
(5) Haaretz, Tel-Aviv, 3 novembre 1998.
(6) Jerusalem Post, Gerusalemme, 24 dicembre
1995.
(7) L'emendamento Symington (1976) sancisce il
blocco dell'aiuto militare nei confronti di ogni paese che importi o
esporti attrezzature o tecnologie nucleari di ritrattamento o
arricchimento.
(8) Titolo a caratteri cubitali sulla prima
pagina di Yedioth Aharonoth del 27 settembre 1998.
(9) Los Angeles Times, 9 giugno 1998. Lo stesso
giorno usciva su Haaretz un articolo analogo scritto dal giornalista
israeliano Yossi Melman, con il titolo"I sottomarini israeliani del
tipo Delfino introdurranno una nuova dimensione nucleare in Medioriente".
(10) Yedioth Aharonoth, 4 ottobre 1991.
(Traduzione di M.G.G.)
Tutta la storiografia esistente, compresa la più autorevole, ha
interpretato la storia della Guerra Fredda alla luce del Trattato di
Non-Proliferazione Nucleare (TNP): Dominique Lorentz rovescia
completamente questa interpretazione e propone una lettura assai più
convincente delle vicende internazionali, la quale approda ad un quadro
della situazione presente enormemente più limpida (se "limpidi"
si possono chiamare i giochi sporchi tramati in tutti questi decenni dalla
Casa Bianca in combutta con i loro mandatari, in primis Israele e la
Francia, ma in secondo luogo Germania Federale, Argentina, Canada, Sud
Africa, Cina, Brasile, Pakistan, ed altri). L'asse conduttore delle
relazioni mondiali del secondo dopoguerra diventa così la proliferazione
nucleare, e il TNP la copertura per questi disegni, uno "specchietto
per le allodole, coperto ed avallato dai benevoli e complici controlli
dell'Agenzia per l'Energia Atomica" (pp. 37-8). Del resto, le
tecnologie nucleari sono per loro natura intrinsecamente
"duali", cioè adatte per fini sia civili che militari, ed è
impossibile tracciare una distinzione netta tra queste due valenze: i
paesi che si sono materialmente dotati di armi nucleari lo hanno sempre
fatto dietro la copertura di un programma nucleare "civile". E
questo ha dotato del know how necessario per fabbricare la bomba
anche quei paesi che non l'hanno realmente costruita (come potrebbero
essere la Germania e il Giappone), ma potrebbero chiaramente farlo
immediatamente (qualora, come appare più probabile, non l'abbiano già
testata nelle collaborazioni fornite a paesi nucleari): come avrebbero,
altrimenti, paesi come la Germania Federale o l'Argentina potuto fornire
ad altri paesi impianti di arricchimento o di ritrattamento, con
inequivocabile valenza militare?
Gli "affari nucleari" sono stati condotti dietro le quinte,
eludendo le leggi e i controlli ufficiali, all'insaputa o contro la volontà
dei Parlamenti: gli stessi deputati e senatori americani sono stati
sistematicamente ingannati dalla Casa Bianca, o tenuti all'oscuro, sulla
natura dei commerci nucleari e sugli impegni ufficiali dei partner di
sviluppare solo programmi "civili (alcuni esempi pp. 48, 77, 304-19,
340-6, 351-3, 480, 486, 512); e quando non è stato possibile aggirare le
leggi americane, si è ricorsi all'intervento di altri paesi, i quali
hanno commercializzato impianti su licenza americana. Questi affari si
svolgevano spesso in contrasto con le relazioni ufficiali, o apparenti: un
esempio eclatante è costituito dalla Cina, il cui accesso agli armamenti
nucleari è stato voluto dalla Casa Bianca appoggiandosi alla Francia, e
che poi è stata utilizzata a sua volta per proseguire le forniture
nucleari all,Iran, oltre che al Pakistan, ma sorprendentemente anche al
nemico regionale indiano (pp. 354, 510); l'Iraq è un altro esempio
significativo, se si pensa che appena dieci mesi prima della guerra del
Golfo furono intercettati all'aeroporto di Londra 41 detonatori nucleari
di fabbricazione americana destinati a Baghdad (p. 332).
L'aspetto più sorprendente del libro è che l'autrice non è giunta a
questa ricostruzione attraverso l'esame di chissà quali documenti
segreti, o desecretati recentemente. Le sue fonti sono sempre state alla
portata di chiunque volesse leggere veramente i fatti (e in questo senso
tutti dovremmo in un certo senso fare autocritica): gli articoli ed i
commenti apparsi regolarmente su Le Monde; le memorie pubblicate
dai personaggi che hanno deciso le sorti del mondo intessendo e reggendo
questi intrighi, Truman, Eisenhower, Kissinger, de Gaulle, il suo ministro
Alain Peyrefitte, Shimon Peres, Giscard d,Estaing, lo Scià di Persia Reza
Pahlevi; saggi e storie "ufficiali" del nucleare scritte da
autorevoli personaggi che ne hanno retto le sorti (tra i quali Goldshmidt,
direttore delle relazioni internazionali del Commissariat à l'Énergie
Atomique francese; Le Guelte, aggiunto alla stessa direzione; Girard,
vicepresidente di Framatome e di Techniatome; un'opera collettiva diretta
da Paul-Marie de la Gorce), le memorie pubblicate da dirigenti di Servizi
Segreti, saggi sulle relazioni internazionali e il terrorismo. Dominique
Lorentz ha semplicemente (si fa per dire) fatto una lettura attenta,
critica e soprattutto incrociata, registrando resoconti e dichiarazioni
espliciti e inequivocabili curiosamente passati sotto silenzio dagli
storici, svelando le contraddizioni, le mistificazioni dei fatti
consegnate alla storia da alcuni protagonisti per coprire gli scacchi o le
manovre losche. Il solo appunto che farei all'autrice è di avere fatto le
numerosissime citazioni e gli abbondantissimi rimandi alle opere ed agli
articoli senza citare la pagina.
Questa ricostruzione della storia recente in termini di proliferazione
nucleare è un saggio voluminoso, ma costituisce una lettura lineare ed
avvincente, oltre che convincente: non è forse del tutto immune da alcune
ingenuità o semplificazioni eccessive, rimangono ancora molti nessi da
chiarire, ma la logica complessiva e la documentazione su cui si basa
sembrano difficilmente attaccabili. Si spiegano anzi in modo molto più
logico molti momenti cruciali delle vicende di questi decenni. Sembra
incredibile, ad esempio, che di solito non si sia osservato che molti dei
paesi che hanno voluto far credere di volere sviluppare un programma
nucleare per fini civili siano tra i maggiori produttori mondiali di
petrolio e gas naturale, o comunque ben lontani dall'avere qualsivoglia
preoccupazione di tipo energetico! Del resto, quasi tutti gli accordi e i
trattati di cooperazione nucleare siglati dagli Stati Uniti, o dai loro
mandatari, non contemplavano solo la fornitura di reattori nucleari, ma
anche di impianti di ritrattamento del combustibile esaurito (dal quale
notoriamente si estrae il plutonio, che costituisce l'esplosivo nucleare
per eccellenza) e/o di impianti di arricchimento dell'uranio: impianti la
cui vocazione militare è evidente! Del resto, non occorre un'eccessiva
perspicacia, dato che lo stesso CTBT (Comprehensive Test Ban Treaty) e
l'ONU riconoscono ufficialmente che ben 44 paesi "dispongono delle
capacità tecniche per sviluppare un armamento atomico" (Le Monde,
15/10/99; si veda la mappa alle pp. 24-25 del libro). Almeno i 35 paesi
con l'asterisco hanno avuto la tecnologia, direttamente o indirettamente,
da Washington: Algeria*, Argentina*, Australia*, Austria*, Bangladesh*,
Belgio*, Brasile*, Bulgaria, Canada*, Cile*, Cina*, Colombia*, Corea del
Nord, Corea del Sud*, Egitto*, Finlandia*, Francia*, Gran Bretagna*,
Germania*, Giappone*, India*, Indonesia*, Iran*, Israele*, Italia*,
Messico*, Norvegia*, Olanda*, Pakistan*, Peru*, Polonia, Repubblica del
Congo*, Romania, Russia, Slovacchia, Spagna*, Stati Uniti*, Sud Africa*,
Svezia*, Svizzera*, Turchia*, Ucraina, Ungheria, Vietnam.
Nel 1976 l'autorevole Le Monde rilevava che "se il TNP
(proibiva) il possesso di armi nucleari, non impediva di percorrere
tranquillamente tutto il cammino che conduce ad esse, e questo fino agli
ultimi cinque minuti" (12/08/76); e denunciava l'evidenza che
"la proliferazione delle centrali nucleari, degli impianti di
arricchimento dell'uranio e delle installazioni di ritrattamento del
combustibile provocherà, senza alcun dubbio, la proliferazione delle armi
nucleari" (8.9.10/06/75). Del resto le autorità indiane hanno
candidamente dichiarato allo stesso Le Monde che il TNP
"costituisce più un trattato di proliferazione nucleare che di
non-proliferazione" (16/05/98).
Questa storia comincia subito al finire del secondo conflitto mondiale.
Gli Stati Uniti decidono, per i propri disegni geopolitici, che una serie
di stati devono essere dotati di armamenti nucleari, ma non possono farlo
alla luce del sole. Questa politica è risultata decisiva nello sviluppo
degli avvenimenti e delle relazioni mondiali, e chiarisce molti punti
oscuri nelle ricostruzioni storiche ufficiali. Non sempre l'intenzione di
Washington è giunta a buon fine; a volte è cambiata a causa degli
sviluppi delle relazioni con i paesi designati. Spesso, come dicevamo, ha
condotto i paesi all'acquisizione del know how per la fabbricazione
delle armi nucleari, o alla loro sperimentazione nell'ambito delle
collaborazioni nucleari con altri paesi, anche se esse non sono state
materialmente realizzate (ad esempio, la Germania Federale e il Giappone
hanno la proibizione di dotarsi di questi armamenti, anche se possono
farlo in brevissimo tempo: è ben nota la polemica sul Giappone, che
ritratta il combustibile esaurito delle sue centrali in Gran Bretagna e
dispone di ingenti quantitativi di plutonio, il cui trasporto viene
puntualmente contestato da Amnesty International; la Germania ritratta il
proprio combustibile in Francia, e se anche non dispone di testate
nucleari, questo non le ha impedito di collaborare alla loro realizzazione
e sperimentazione in altri paesi).
Tra i fisici che avevano lavorato al "Progetto Manhattan" vi era
un'altissima percentuale di ebrei, in maggioranza fuggiti dai paesi
nazisti e fascisti: il neonato stato di Israele disponeva dunque di tutte
le conoscenze necessarie a realizzare armi nucleari, ma non delle
necessarie strutture industriali. La Gran Bretagna, che aveva partecipato
al programma nucleare americano durante la guerra, era autorizzata ad
avere la bomba, ma non poteva svolgere nessun commercio nucleare con stati
terzi. La prima operazione pilotata dagli Stati Uniti consistette allora
in una collaborazione sinergica, quanto segreta, in cui, con un accordo di
cooperazione del 1952, i fisici israeliani realizzarono l'armamento
nucleare francese (la force de frappe non fu affatto un'invenzione
di de Gaulle, Washington fornì l'esplosivo nucleare) e la Francia, con
l'accordo di reciprocità del 1956, dotò poi Israele delle capacità
necessarie a realizzarlo a sua volta, usufruendo direttamente dei test
nucleari francesi nel Sahara del 1960 (i parametri della bomba furono
calcolati dai fisici israeliani con un computer americano, p. 167).
Risulta davvero sorprendente che fino a non molti anni fa si sia parlato
dell'arsenale israeliano come ipotetico, quando la sua realizzazione era
ben nota sul finire degli anni 60. L'autorevole e insospettabile Le Guelte,
che abbiamo citato, scrive a p. 40 della sua memoria del 1997 "La
Francia ... (diede) nel più grande segreto il suo aiuto a Israele ... per
la realizzazione a Dimona di un grande reattore di ricerca ... e di un
impianto di ritrattamento" (p. 153). De Gaulle ha sempre fatto
credere di avere interrotto ogni collaborazione nucleare con Israele
quando giunse al governo, ma l'autrice smaschera acutamente questa
fandonia (egli non poteva farlo per la semplicissima ragione che il
programma nucleare francese dipendeva da Israele). Alain Peyrefitte
riporta un'esclamazione del Generale "Israele ha la sua bomba; anche
se non l'ha testata, la possiede; e siamo noi che gliela abbiamo
fornita!", datandola al 1963, mentre l'autrice appura che deve essere
stata successiva (p. 150: l'impianto israeliano cominciò a produrre
plutonio nel 1965). Le ricognizioni sovietiche rivelarono immediatamente
gli enormi lavori a Dimona; il 18 luglio 1960 ne parlò esplicitamente il New
York Times (p. 175). Del resto, nel 1981 il Ministro degli Esteri
iracheno, dopo il raid israeliano sulla centrale che i francesi
costruivano a Tamouz, dichiarò davanti all'Assemblea dell,ONU: "Nel
1953 (Israele) concluse un accordo di cooperazione nucleare con la Francia
... Nel 1956 si decise di costruire un reattore ultra-segreto a Dimona ...
Nel 1964 il reattore entrò in funzione con ... una produzione che poteva
raggiungere tra 5 e 7 kg di plutonio all'anno ... Si deve notare che il
reattore di Dimona è stato ottenuto dalla Francia" (pp. 142-3; anche
pp. 187-88: si osservi che Israele ordinò missili destinati ad essere
dotati di testata nucleare all'impresa francese Marcel Dassault).
L'acquisizione da parte di Israele della bomba H può venire fissato senza
errore al 1968, quando avvennero i primi test termonucleari francesi (p.
203).
La nuclearizzazione della Francia doveva costituire una difesa dell'Europa
Occidentale contro la pretesa superiorità convenzionale del Blocco di
Varsavia, e doveva coprire anche la nuclearizzazione della Germania
Federale, che non è poi stata realizzata materialmente. L'autrice
smaschera puntigliosamente la pretesa "grandeur" di de Gaulle:
formalmente la Francia uscì dalla NATO, ma non ruppe mai con Washington,
ed anzi divenne il principale esportatore delle tecnologie nucleari
americane della Westinghouse (che ha detenuto il 45 % delle azioni di
Framatom fino al 1975), essendo la Casa Bianca fortemente condizionati
dalle proprie leggi e dal controllo del Congresso. [Chi scrive era in
Francia nel 1971 e ricorda le accese polemiche per la decisione di
abbandonare le tecnologie nucleari che, almeno apparentemente, il paese
aveva sviluppato, per ripiegare interamente sulla filiera americana per il
programma "civile" francese]
Quando, nel 1963, divenne difficile nascondere la collaborazione
franco-israeliana, gli americani decisero di proseguirla in un paese
terzo, il Sud Africa, a cui Washington aveva già fornito un reattore di
ricerca, ma con cui non poteva proseguire la collaborazione fino alla
realizzazione della bomba H alla luce del sole. Si sviluppò così il
programma nucleare militare sud-africano: Pretoria divenne il principale
fornitore di uranio di Israele e della Germania Federale. Quest'ultima
aveva appreso così bene la lezione (a dispetto dei divieti ufficiali) che
venne incaricata a sua volta di altre collaborazioni nucleari, in
particolare con l'Argentina. Negli anni 90 il Sud Africa ha smantellato le
proprie testate nucleari, ma non ha certo smantellato i cervelli degli
scienziati e dei tecnici che ne detengono il know how.
La crisi di Berlino del 1961 fu motivata anche dall,opposizione dell,URSS
alla nuclearizzazione della Germania Federale, che Washington voleva come
sbarramento verso Est. Per questo aveva dislocato missili nucleari in
Turchia. Il dispiegamento dei missili nucleari sovietici a Cuba nel 1962
ristabiliva un equilibrio: la crisi apparentemente superata grazie alla
fermezza di Kennedy, segnò in realtà la vittoria di Kruscev, il quale
ottenne lo smantellamento di tutte le basi nucleari delle due
super-potenze in paesi stranieri (Capitolo 3).
Il libro ricostruisce puntigliosamente la storia e le vicende, spesso
contorte, dei progetti nucleari voluti da Washington e realizzati
attraverso i suoi partner: dopo il conflitto sino-indiano del 1962 fu la
volta dell'India (il test del 1974 era addirittura una bomba H, ed era
stata fornita dagli USA, p. 267); poi dell'Argentina (a cui i tedeschi
avevano venduto un reattore di potenza nel 1968, mentre un piccolo
impianto di estrazione del plutonio entrò in funzione verso il 1970, p.
249), del Brasile della dittatura militare; poi della Cina, dell'Egitto,
dell'Iraq, dell'Iran. "Così, la logica infernale della dissuasione
nucleare conduceva gli Americani a dotare l'India della bomba atomica
perché non fosse minacciata dalla Cina; a fornire un'arma nucleare al
Pakistan perché si proteggesse dall'Afganistan; a rafforzare il
potenziale nucleare della Cina perché non fosse aggredita dai sovietici;
a fornire la bomba atomica a Taiwan per bilanciare la potenza della Cina;
a fornirla al Giappone per proteggerlo dalla Cina, dalla Corea del Sud e
dalla Corea del Nord; a fornirla alla Corea del Sud per metterla al riparo
dalla Corea del Nord" (pp. 169-70). È veramente il corollario della
strategia ossessiva e proterva di Washington!
Molto interessante è la ricostruzione documentata della guerra del
Kippour del 1973 (Capitolo 8), dove Nixon aveva architettato una complessa
tattica per riequilibrare i poteri in Medio Oriente: l'Egitto, armato da
Washington (che voleva fornirgli anche la bomba atomica), doveva attaccare
di sorpresa, prendendo alla sprovvista Israele: quest'ultimo si trovò
effettivamente all'inizio a mal partito, finché non indusse Washington a
rifornirla di ingenti armamenti con un gigantesco ponte aereo, brandendo
la minaccia di una risposta nucleare. Fu così che si rovesciarono le
sorti del conflitto.
La Francia (che non aderiva al NPT) partecipò al programma nucleare del
Pakistan dal 1976, così come a quello dell'Iraq e dell'Iran.
Data la drammatica attualità dell'Iraq, vale la pena ricordare che fin
dagli anni '80 (quando lo stesso regime di oggi faceva comodo per la
guerra all'Iran e non faceva ancora parte dell'asse del male) Washington e
i suoi accoliti hanno fatto di tutto per fornirgli tutte le armi di
distruzione di massa. La Francia costruiva il reattore Osirak a Tamouz,
che proprio per questo Israele bombardò nel 1981 (dopo averlo addirittura
ancor prima boicottato in territorio francese); La Francia ne riprese la
costruzione; già nel 1980 Parigi aveva fornito a Baghdad un primo
quantitativo di 12 kg di uranio altamente arricchito; la tecnologia della
centrifugazione per l'arricchimento dell'uranio è di origine tedesca, e
veniva collaudata dai nazisti già durante la seconda guerra mondiale;
Saddam fu armato in funzione anti-ayatollah negli anni 80 (la lunga,
sanguinosa, inutile, dimenticata guerra tra Iraq e Iran) da Washington e
dai suoi accoliti, i quali gli fornirono evidentemente anche le tecnologie
per gli aggressivi chimici che usò contro gli iraniani ed i kurdi (come
denunciò lo stesso New York Times il 18.0.02, smentito dal
Dipartimento di Stato con parole "impubblicabili"); Washington
gli fornì anche le armi batteriologiche, come l'antrace e il botulino
(come provano documenti a disposizione del Congresso); appena dieci mesi
prima della guerra del Golfo furono intercettati all'aeroporto di Londra
41 detonatori nucleari di fabbricazione americana destinati a Baghdad.
I corposi capitoli finali del libro ricostruiscono la storia veramente
tortuosa e complessa degli "affari nucleari con l'Iran. Lo Scià
aveva contrattato con gli USA e la Francia un ambizioso programma nucleare
e l'Iran era entrato con il 10 % di capitale nel consorzio europeo Eurodif
di arricchimento dell,uranio: ma le pretese egemoniche avevano reso lo Scià
scomodo a Washington, che insieme a Parigi preparò il suo rovesciamento.
Fu allora che la CIA scelse di giocare la carta dell'islamismo radicale
dei mullah contro il comunismo e le correnti laiche alleate dell'URSS:
subito dopo la firma degli accordi di Camp David, Khomeiny, allora un
oscuro personaggio, fu portato a Parigi per venire formato e lanciato
politicamente. Ma l'illusione di Carter di poterlo controllare e manovrare
durò poco: si aprì così uno dei decenni più convulsi ed intricati del
dopoguerra, che non è possibile sintetizzare in poche righe. Dalla
vicenda degli ostaggi americani del 1979 come pressione di Teheran per la
ripresa delle forniture militari e del programma nucleare, alla disastrosa
operazione per liberarli che segnò la fine di Carter, all'Irangate, alla
guerra Iraq-Iran voluta da Washington, alla terribile serie di attentati
della Jihad che dal 1984 al 1990 ebbe come retroscena il rispetto da parte
della Francia dei precedenti accordi nucleari, la questione nucleare
rivestì un ruolo centrale. Come aveva giocato Reagan contro Carter,
Khomeiny giocò poi Chirac contro Mitterrand, finché nel 1991 Parigi
sottoscrisse l'accordo che confermava l'azionariato di Teheran in Eurodif
ed il corrispondente diritto di ritirare la quota corrispondente di uranio
arricchito (pp. 536-40). Quello che vale la pena di sottolineare è come
la Casa Bianca abbia voluto la prosecuzione del programma nucleare di un
paese che al tempo stesso denunciava come appartenente all'"asse del
male": la versione ufficiale secondo cui dal 1979 gli USA avrebbero
interrotto ogni commercio nucleare con Teheran è una grande impostura.
Washington non poteva però proseguirlo alla luce del sole, e ormai anche
Parigi era nel mirino: così lo fece attraverso Pekino (che, come Parigi,
aderì nel 1992 al NTP) e Mosca. "Riprendendo la costruzione della
centrale di Busher, la Russia si era sostituita alla Germania, la quale,
prima di nascondersi dietro l'Argentina, poi di tentare di passare
attraverso la Repubblica Ceca, aveva operato sotto licenza americana, il
tutto per conto degli Stati Uniti (p. 560): i quali tuttora fingono di
essere preoccupati per la collaborazione nucleare di Mosca con Teheran.
Gli ultimi anni del decennio videro l'ultima (almeno per ora) raffica di
test nucleari: ma anche per questi le cose stanno ben diversamente dalla
versione ufficiale. Chirac eseguì i test del 1995 anche per conto di
Washington (con cui aveva appena stipulato un accordo riservato di scambio
di dati), per sperimentare un carica nucleare a potenza variabile; alcuni
dei test dell'India del 1998 vennero eseguiti per conto di Israele (p.
579, Le Monde, 27/05/98); ed alcuni dei test del Pakistan (che in
realtà deteneva la bomba dalla fine degli anni 70, p. 578, Le Monde,
16/05/98) erano fatti per conto dell'Iran (p. 582). Appare veramente
complesso sbrogliare l'intricatissima matassa dei reali interessi
economici, strategici e geopolitici dietro la cortina fumogena abilmente
sollevata e mantenuta, con innumerevoli complicità, verso l'opinione
pubblica!
Come abbiamo sottolineato, Dominique Lorentz ha svolto tutta la sua
ponderosa ricerca analizzando in modo sistematico e intelligente la
documentazione pubblicata ufficialmente e riuscendo a presentare una
ricostruzione convincente degli avvenimenti mondiali dell'ultimo mezzo
secolo, anche di molti che apparentemente non sembravano avere a che fare
con il nucleare. Il suo saggio pertanto squarcia un velo, ma non chiude
affatto questa intricatissima storia: senza nulla togliere ai suoi meriti,
si deve riconoscere che rimangono molti punti da chiarire e approfondire.
Si apre così un vastissimo terreno di ricerca, praticamente inesplorato,
in archivi, su documenti segreti, o desecretati, come è avvenuto ad
esempio nel passato per il "Progetto Manhattan".
Si potrebbe forse trarre una morale da questa storia intrigante. Forse
l'incubo nucleare, sorto alla fine della prima guerra mondiale, ha segnato
le nostre vite mentali, spirituali e materiali molto più profondamente di
quanto la sistematica rimozione che ne è stata fatta possa far
sospettare. Così come ha condizionato pesantemente le relazioni
internazionali e l'ordine mondiale, può avere contribuito più di quanto
possiamo sospettare anche a determinare l'oscuro malessere che permea le
nostre società. Oggi l'incubo nucleare è più concreto che in tutti i
decenni della Guerra Fredda. L'India e il Pakistan si fronteggiano
minacciosamente con armi nucleari dispiegate; Israele non esiterebbe certo
a lanciare le proprie qualora qualche paese arabo rappresentasse una
minaccia concreta; Washington sta sviluppando uno sforzo senza precedenti
per sviluppare testate nucleari nuove, più moderne e micidiali, mentre si
prepara dichiaratamente a lanciare un "attacco preventivo". È
grottesco agitare la minaccia (inesistente) delle armi di distruzione di
massa di Saddam e dei paesi dell'asse del male preparandosi ad usare le
proprie! C'è da chiedersi con che faccia le potenze nucleari si
presenteranno per il rinnovo del TNP nel 2005! L'opera di Dominique
Lorentz può aiutarci a svelare questi inganni, perché la ricostruzione
del passato è un mezzo fondamentale per capire dove siamo e dove stiamo
andando.
GLI USA VOLEVANO FERMARE LA CORSA ATOMICA DI ISRAELE 25/05/2006
Richard Nixon, che nel ’69 ebbe la sicurezza che Israele aveva
la bomba, doveva decidere cosa fare: dissuadere, far finta di nulla,
tenere la cosa segreta al mondo e al Congresso? Decise per
quest’ultima opzione ma non fu una scelta a cuor leggero checché
la vulgata voglia israeliani e americani sempre e per forza
d’accordo su tutto
Il 7 febbraio del 1969 sul tavolo di Henry Kissinger arrivò un
memorandum sul possibile impatto della capacità nucleare di Israele
sulla politica degli Stati Uniti. Era un documento “sensibile”,
quindi segreto. Il primo capoverso, intitolato “Il problema”,
spiegava che le fonti di intelligence indicavano come Israele stesse
“sviluppando rapidamente la capacità di produrre e schierare armi
nucleari”: missili terra-terra oppure ordigni da sganciarsi
dall’aria. “Avendo coscienza delle implicazioni negative” che
comporterebbe rendere nota la cosa, proseguiva il documento redatto da
Henry Howen del dipartimento di Stato, Israele stava lavorando al
programma “clandestinamente” finché non fosse stato in grado di
decidere il modo in cui dispiegare la sua forza nucleare.
Vista con gli occhi di oggi, è una storia che sembra raccontare il
segreto di Pulcinella. Ma i nuovi documenti desecretati su come si
svolse la vicenda in quegli anni, intorno al 1969 in sostanza, rivelano
alcuni particolari inediti. Soprattutto rispetto all’atteggiamento
dell’Amministrazione americana. Che temeva la potenza nucleare di
Israele. Il programma era noto da almeno una decina d’anni e gli
americani sapevano già dal ’61 che Israele era ormai vicina alla
bomba, a cui lavorava dal 1958 negli impianti di Dimona. La stima
dell’intelligence Usa fu, agli inizi degli anni ’60, che era solo
questione di tempo. Al massimo una decina d’anni e sia Kennedy
(1961-’63) che Johnson (’63- ’69) avevano già espresso le loro
perplessità a riguardo. Le stime degli 007 erano azzeccate e Israele,
benché avesse deciso di non condurre test, arrivò a varcare la soglia
del nucleare a scopi militari già nel ’66. Toccò quindi a Richard
Nixon, che nel ’69 ebbe la sicurezza che Israele aveva la bomba (era
il suo primo anno di mandato), decidere cosa fare. Dissuadere, far finta
di nulla, tenere la cosa segreta al mondo e al Congresso? Nixon decise
per quest’ultima opzione. Ma non fu una scelta a cuor leggero checché
la vulgata voglia israeliani e americani sempre e per forza d’accordo
su tutto.
Dal passato una lezione per il presente
Il 1969 era un anno particolare. C’era in ballo la ratifica del
Trattato di non proliferazione (Npt) e l’entrata in scena di Israele
come attore nucleare avrebbe creato problemi. Il Trattato di non
proliferazione nucleare era stato “aperto alla firma” il 1 luglio
del 1968: fu la pietra angolare del sistema di convenzioni relative agli
armamenti e materiali nucleari. Materia sensibile che entrò poi in
vigore dal marzo del 1970. Acqua passata? Sino a un certo punto visto
che dei 188 paesi firmatari India, Pakistan e Israele non l’hanno mai
siglato e la Corea del Nord ne è uscita nel 2003. Inoltre siamo tornati
a una forte tensione sull’argomento nucleare e le “ramificazioni di
quella storia segreta”, hanno scritto i due ricercatori Avner Cohen e
William Burr, fanno ancora sensazione. Raccontano sul passato quel che
sapremo forse tra trent’anni sui tanti dossier nucleari attualmente
sul tavolo della comunità internazionale: dal negoziato con la Corea
del Nord appunto (in qualche modo ricompostosi) al tira-e-molla sul
dossier iraniano, fino alle recenti avance sull’argomento tra
Washington e Nuova Delhi. Riaprono il mai sopito dibattito sul doppio
standard. Su chi, in sostanza, può, più o meno apertamente, maneggiare
l’uranio. E chi no.
La storia che si dipana tra il febbraio e il settembre del ’69, quando
è in agenda l’incontro tra l’inossidabile premier israeliano Golda
Meir e Richard Nixon a Washington, viene rivelata da una corposa, benché
non esaustiva, mole di documenti. E’ una storia, hanno ricordato
recentemente Cohen e Burr sul Washington Post, attraversata da un senso
di “urgenza e allarme” che fa scrivere al segretario alla Difesa
Melvin R. Laird in marzo che gli sviluppi nucleari israeliani “non
sono nell’interesse degli Stati Uniti” e che “se possibile”
vanno “fermati”. Nixon e il suo gran consigliere per la sicurezza
Henry Kissinger, in seguito a capo della diplomazia americana, sono nel
mezzo di un dibattito che a volte si fa persino aspro. Stretto tra la
tradizionale amicizia di un piccolo stato circondato da nemici anche
degli Stati Uniti e la possibile pericolosa escalation che, la
divulgazione del segreto di Dimona, potrebbe innescare.
Cosa fare con Isarele
Incaricato di studiare la questione è un gruppo di lavoro sul programma
nucleare israeliano capeggiato da Kissinger e che include diverse
personalità di spicco dell’Amministrazione: dal sottosegretario di
Stato Elliot Richardson al capo di stato maggiore Earle Wheeler. Sembra
che il gruppo dei senior (Senior Review Group o Srg) fosse orientato a
una certa pressione su Israele. Kissinger un po’ meno. Tra gli
argomenti di pressione c’era la questione della vendita di alcuni
Phantom F-4 che poteva essere usata come arma di ricatto. Poi però la
cosa si sbloccò. Quanto alla completa verità su quella vicenda, sulle
carte più “sensibili” (i famosi file Nssm 40 ), resta ancora oggi
il segreto di stato.
In luglio Richardson incontra Ytzhak Rabin che è stato appena nominato
ambasciatore a Washington. C’è anche il vice della Difesa David
Packard, anche lui dei senior del gruppo di lavoro. I due pongono a
Rabin una serie di questioni dirette tra cui la posizione sul dossier
Npt e gli chiedono rassicurazioni formali sul non possesso dell’arma
atomica. Rabin glissa a parte la questione del Trattato di non
proliferazione che, dice, è allo studio. L’incontro è solo un
aperitivo. Prepara il vero appuntamento dell’anno: la visita di Golda
Meir alla Casa Bianca del 26 settembre.
Non si sa cosa si siano detti nello studio ovale la lady di ferro di
Israele e il presidente degli Stati Uniti anche se, in parte, lo hanno
poi raccontato documenti declassificati da Israele. Secondo i quali
Nixon convinse Meir che il suo paese doveva dire tutta “la verità”
sul dossier nucleare agli americani. Cohen e Burr sono convinti che in
quel colloquio, per ammissione esplicita o implicita del premier
israeliano, la verità venne fuori. Una verità che gli americani
conoscevano ma solo fino a un certo punto. Sembra di capire che Nixon,
come in parte riporta una nota di Kissinger, rese chiaro alla Meir che,
non solo la cosa doveva rimanere segreta, ma che Israele non avrebbe
dovuto fare test di alcun tipo. Una raccomandazione che il premier
israeliano condivideva pienamente.
Questione chiusa
Nell’ufficio di Nixon quel 26 settembre la questione fu chiusa. E gli
americani smisero di fare pressioni su Israele. Mesi dopo Rabin confermò
che Israele non avrebbe firmato il Tratato di non proliferazione mentre
l’atteggiamento dell’Amministrazione verso il programma nucleare
israeliano cambiò radicalmente. Secondo i ricercatori dei National
Security Archives, che hanno recentemente pubblicato i documenti
declassificati, cambiò anche l’atteggiamento verso il sito di Dimona.
La Casa Bianca aveva in piedi, sin dai tempi delle amministrazioni
precedenti, un programma di visite “segrete” al sito israeliano. Era
una forma di controllo accettata dagli israeliani anche se, sembra di
capire, facevano vedere agli ispettori quello che volevano.
Dopo l’incontro-accordo del ’69 il presidente decise che sarebbero
terminati. Ma i funzionari di medio livello non ne vennero informati così
che l’impressione per i controllori rimase quella che si continuava a
monitorare il sito sensibile. E fino al 1975 (Nixon terminò
burrascosamente il suo mandato nel ’74) il dipartimento di Stato non
fece mai sapere al Congresso degli Stati Uniti che la Casa Bianca era
certa che Israele avesse la bomba anche se ormai l’intelligence, e
come abbiamo visto non solo quella, ne era ormai più che sicura. Un
pezzo di storia ancora pieno di se e di ma e che in parte resta da
scrivere. Come ancora resta da scrivere quello sul nucleare iraniano,
coreano, indiano e così via. L’unica certezza è che la verità in
questi casi finisce sempre per restare nascosta.
L'articolo è uscito su il
manifesto del 25/05/2006
Estratti dal prossimo libro di Alain Coutte: "Israele - Uno
stato terrorista", Marzo 2004.
Israele:L'incredibile
arsenale di distruzione di massa
di Alain COUTTE
Gli europei non si sono ingannati nel recente sondaggio effettuato da
Eurobarometro pubblicato il 3 novembre 2003. In questa inchiesta,
realizzata a ottobre presso 7.515 cittadini dell'unione europea, il 59%
delle persone interrogate hanno puntato il dito su Israele rispondendo
affermativamente alla domanda: "Per ognuno dei paesi seguenti,
diteci, secondo voi, se sono o meno una minaccia per la pace nel
mondo".
Le persone interrogate dovevano pronunciarsi su una lista di paesi
preselezionati. L'Iran, la Corea del Nord e gli USA sono arrivati in
seconda posizione con ognuno il 53% di risposte. L'Irak è arrivato terzo
(52 %), seguiti dall'Afghanistan (50 %), dal Pakistan (48 %), dalla Siria
(37 %), dalla Libia (36 %), dall'Arabia saudita (36 %), dalla Cina (30 %),
dall'India (22 %), dalla Russia (21 %), dalla Somalia (16 %) e dall'UE (8
%).
15 paesi della Lega araba hanno depositato, mercoledì 17 settembre 2003,
una risoluzione alla conferenza generale dell'Agenzia Internazionale
dell'Energia Atomica (AIEA) che critica Israele per il suo rifiuto di
siglare il Trattato di non-proliferazione nucleare (TNP). La risoluzione
della Lega araba ingiunge a Israele, solo stato del Medio oriente a non
fare parte del TNP, ad associarvisi al più presto.
Il testo domanda parallelamente agli stati che forniscono materiali
nucleari, attrezzature e aiuto tecnico, che permettano allo stato ebraico
di attuare le clausole di non-proliferazione del TNP. In un memorandum, la
Lega araba afferma che "il possesso di armi atomiche di Israele
rischia di condurre, nella regione, a una corsa distruttiva alle armi
nucleari, particolarmente se le installazioni nucleari israeliane restano
fuori da ogni controllo internazionale".
La settimana scorsa, il Consiglio dei 35 governatori dell'AIEA ha dato
tempo fino al 31 ottobre all'Iran per provare che essa non stava
costruendo l'arma atomica sotto la copertura di un programma nucleare
civile. Rigettando tale ultimatum, il rappresentante iraniano nel
Consiglio, Ali Akbar Salehi, aveva dichiarato che "tra quelli che
hanno cercato e prodotto armi nucleari", cioè le cinque potenze
(USA, Cina, Russia, Francia e Gran Bretagna), "si scusa tale crimine
a Israele".
Un diplomatico ha sottolineato che, là dove si è pronti a denunciare dei
presunti programmi nucleari militari nel medio oriente, in Irak e in Iran,
il silenzio è mantenuto sul programma nucleare d'Israele. Secondo gli
esperti, lo stato ebraico possiede da molto tempo l'arma atomica, ma
questo paese ha sempre lasciato planare un "sipario" su tale
argomento considerato come un tabù.
In effetti, una dichiarazione che riconosca che Israele possiede la bomba,
potrebbe provocare delle sanzioni e la fine dell'aiuto USA economico e
militare, conformemente all'emendamento Symington del 1977.
Israele, contrariamente all'Irak, é il solo paese del Medio oriente a
possedere delle armi di distruzioni di massa. Ma l'occidente sembra
totalmente occultare il più importante deposito di armi nucleari,
chimiche e biologiche tra Parigi e Pechino, e il cui scopo non confessato
è un genocidio.
Quando fu affrontata tale anomalia, l'ambasciatore USA all'ONU, John
Negroponte, rispose con tipico cinismo: "Israele non ha utilizzato
tali armi contro il suo popolo o i suoi vicini". Si può
ragionevolmente pensare che l'ambasciatore è ben informato, ma ha
mentito. In effetti, Israele ha utilizzato le armi biologiche prima della
sua creazione, su suolo palestinese, nel 1948, ma anche dopo tale data.
L'obiettivo, secondo Ben Gurion, il fondatore dello stato di Israele, era
un genocidio e se no ci fosse riuscito, di impedire ai palestinesi di
tornare a casa loro.
In effetti, alla vigilia dell'occupazione di Haifa il 23 aprile 1948 e
sotto il naso del generale Stockwell che comandava le forze armate
britanniche, la città d'Acri, che è nota per i suoi bastioni, venne
assediata dai sionisti che bombardarono la città notte e giorno con i
mortai. L'alimentazione di acqua proveniva da un villaggio vicino, Kabri,
situato 10 km a nord, con l'ausilio dell'acquedotto. I sionisti hanno
iniettato il virus del tifo nell'acquedotto che passava attraverso certe
colonie ebraiche. Questa storia è uscita, 50 anni dopo, dagli archivi
della Croce Rossa.
Acri ha così visto partire la sua popolazione araba, immediatamente
rimpiazzata da una colonizzazione ebraica.
Due settimane dopo il loro successo a Acri, i sionisti hanno ricominciato
a Gaza. Ma i due membri del commando, David Horeen e David Mizrahi, furono
arrestati dalle forze egiziane che li hanno interrogati. Hanno confessato
di essere stati inviati dall'ufficiale Moshe per avvelenare l'esercito e i
suoi abitanti con il tifo e la dissenteria.
Tale era la dottrina di Ben Gurion: la distruzione della società
palestinese in Palestina era una condizione necessaria all'instaurazione
dello stato d'Israele sulle sue rovine. Se i palestinesi non potevano
essere eliminati con i massacri o le espulsioni, sarebbero stati eliminati
dallo "sterminio".
Con lo spopolamento di 530 città e villaggi della "Naqba" (la
tragedia) del 1948, molte case e appartamenti furono occupati, per metà
da immigrati ebrei che hanno potuto trovare un alloggio.
Il sindaco di Nes Ziona, a 10 km dal centro di Tel-Aviv si è lamentato
per qualche anno della vicinanza del centro di ricerche biologiche
israeliana e dei pericoli che avrebbe potuto causare alla popolazione in
caso di incidente. Cosa succederebbe in tale caso, una giornata di vento,
con una esplosione di decine di tonnellate che evaporano e con una
popolazione di 3 milioni di abitanti che vivono su 1.000 km quadrati? Ben
Gurion aveva previsto tale scenario catastrofico?
Secondo la Federazione degli Scienziati Americani, è dal 1948 che Israele
ha avuto l'intenzione di dotarsi di un arsenale nucleare mettendo su un
Corpo Scientifico (Hemed Gimmel) in seno dell'esercito (Forze di Difesa
d'Israele).
Il fondatore dello stato ebraico, David Ben Gurion, che non credeva nella
pace con i vicini arabi, aveva deciso, nella prima guerra israelo-araba
nel 1948, di esplorare l'opzione nucleare.
Il programma nucleare israeliano iniziò alla fine degli anni 40 sotto la
direzione di Ernst Bergmann, "il padre della bomba israeliana"
che nel 1952 creò la Commissione Israeliana dell'Energia Atomico (Israeli
Atomic Energy Commission).
Nel 1949, l'Hemed Gimmel ha esaminato il deserto del Negev alla ricerca di
giacimenti di uranio, ma le quantità trovate erano insignificanti per i
bisogni della centrale di Dimona, la cui costruzione iniziò nel 1958.
L'uranio proverrà principalmente dall'Africa del Sud, dove comandava il
regime dell'apartheid. Nel 1952, Ben Gurion creò il Comitato per
l'energia atomica, la cui maggior parte dei membri si dimisero quando
seppero, nel 1957, che Israele firmò con il primo ministro francese Guy
Mollet un accordo per la costruzione, "a fini militari", del
reattore di Dimona.
Nel 1956, la Francia accettò di fornire a Israele un reattore nucleare di
18 megawatt. Dopo l'invasione dell'Egitto da parte di Israele nel 1956,
l'accordo fu modificato affinché venisse fornito un reattore di 24
megawatt. La Francia comprò in Norvegia acqua pesante per il reattore,
violando le assicurazioni date al governo norvegese che tale acqua pesante
non era destinata a un paese terzo. I responsabili delle Dogane francesi
furono ingannati sulla destinazione finale dei componenti del reattore.
Per ospitare il reattore, venne costruito un complesso a Dimona, nella
parte settentrionale del deserto del Negev. Al fine di proteggere il
programma d'armamenti nucleari d'Israele e conservare il segreto, fu
creata una organizzazione speciale, l'Ufficio delle relazioni
scientifiche. Uno stratagemma d'Israele per nascondere la natura del
progetto di Dimona, fu quello di presentarlo come "una fabbrica di
manganese".
Tale segreto fu così ben conservato, fino al 1967, che Israele ha
abbattuto un dei suoi aerei da cacci che si avvicinava troppo a Dimona e,
nel 1973, un aereo di linea civile libico che era uscito dalla rotta,
uccidendo 104 persone.
Nel 1960, vi fu un disaccordo sul progetto tra i governi israeliano e
francese. La Francia domandava che Israele rendesse pubblico il progetto
di Dimona e permettesse delle ispezioni internazionali.
Perciò, la Francia accettò di finire di consegnare gli ultimi componenti
del reattore e Israele assicurava Parigi che non avrebbe costruito armi
nucleari. Nel 1964, il reattore divenne operativo. Sembrava egualmente che
Israele abbia partecipato attivamente ai test nucleari francesi in
Algeria.
Gli USA, principale fornitore di aiuti militari a Israele, furono parte
principale nel progetto nucleare d'Israele. Secondo Sir Timothy Garden,
dell'Università dell'Indiana, Israele siglò un accordo di cooperazione
nucleare con gli USA nel 1954. Israele acquisì dagli Stati Uniti un
reattore più piccolo (inadeguato per servire alla produzione di armi
nucleari) che divenne operativo nel 1960.
Nel 1960, un aereo statunitense da ricognizione U-2 scoprì ciò che si
costruiva a Dimona non era una "fabbrica tessile", come
pretendevano gli Israeliani, ma un reattore nucleare. Mentre Ben Gurion
affermava, davanti ai deputati, che questa centrale aveva scopi
"puramente pacifici", cosa che non impedisce una crisi grave tra
Israele e gli USA.
Nel 1963, il presidente John F. Kennedy esercitò delle pressioni reali
per imporre una visita di esperti statunitensi a Dimona.
Alla fine del 1964, Dimona produceva quasi 8 kg di plutonio all'anno,
sufficienti a Israele per costruire una o due armi nucleari, una volta
ritrattati.
Ben Gurion, che si opponeva - il reattore funzionava già - preferiva dare
le sue dimissioni piuttosto che cedere alle pressioni della Casa Bianca.
I successori di Ben Gourion, Lévy Eshkol e Golda Meir, permisero alcune
visite con delle restrizioni - l'ultima ebbe luogo nel luglio 1969.
Un anno prima, il direttore della CIA aveva informato il presidente Lyndon
Johnson: "Israele é una potenza nucleare in tutti i sensi della
parola".
Nel 1969, il presidente Johnson e il premier Golda Meir arrivarono a un
accordo: Washington non esercitava pressioni per condurre lo stato ebraico
a firmare il TNP, a condizione che quest'ultimo mantenga scrupolosamente
nell'ambiguità le sue attività nucleari. Tali impegni saranno rispettati
da una parte e d'altra.
Un memorandum del governo USA dell'ottobre 1969, basato sul rapporto dei
colloqui tra i responsabili del Dipartimento di Stato e un rappresentante
dell'AEC ("US Atomic Energy Commission" - Commissione
dell'Energia Atomica degli USA), concludeva, in modo rivelatore, che il
governo degli USA non vedeva il problema quanto al fatto che Israele
disponga dei mezzi per costruire delle armi nucleari, sottolineando che
"l'équipe (dell'AEC) è giunto alla conclusione che il governo USA
non era animato dalla volontà di sostenere un vero sforzo nelle
ispezioni, una reale ispezione durante la quale i membri dell'équipe
avrebbero potuto sentirsi autorizzati a porre in modo diretto delle
domande pertinenti e/o a insistere perché gli sia permesso di vedere e di
prendere conoscenza dei documenti, dei materiali usati, degli elementi
tecnici e tutto il resto. In modo sottile, l'équipe è stato messo in
guardia per evitare tutto ciò che poteva prestarsi a una controversia, a
comportarsi da "gentlemen" e a preoccuparsi degli evidenti
desideri dei loro ospiti. In una occasione, apparve che l'équipe fu
fortemente criticata dagli Israeliani per "essersi comportati come
degli ispettori".
Garden ha scritto in "Can Deterrence Last?" (Buchan &
Enright, London 1984): "Avendo creato un sistema affidabile e serio
di produzione di plutonio fissile, si rivelò necessario dotarsi di
installazioni che permettessero il suo ritrattamento per poterlo usare nel
processo di fabbricazione degli armamenti. La gestione di una tale
industria è particolarmente identificabile e ci sarebbe stato un accordo,
allora, affinché Israele non la costruisse.
La ragione di queste lacune apparvero presto quando fu stabilito che
Israele avesse potuto, con successo, acquistare illegalmente un stock
significativo di uranio arricchito. Dei rapporti della CIA affermano che
Israele ottenne "grandi quantità di uranio arricchito per vie
clandestine". Il New York Times rivelò ai suoi lettori la scomparsa
di uranio altamente arricchito del "Nuclear Materials and Equipment
Corporation" di Apollo, in Pennsylvania nel 1965... Se Israele
ottenne materiale militare nucleare nel 1965, ciò spiegherebbe perché
l'impianto di ritrattamento di plutonio non fu costruito. Avendo a sua
disposizione dell'uranio, era possibile usare un metodo più lento, ma
politicamente controverso, consistente nel procedere alla separazione del
plutonio in un "laboratorio caldo" e progressivamente aumentare
il suo stock.
Nel 1968, Israele collaborava con la Germania dell'Ovest per dirottare 200
tonnellate di uranio!
Dopo, fino agli anni '80, Israele poté contare sull'Africa del Sud
dell'apartheid per la fornitura di circa 550 tonnellate di uranio
destinato al complesso di Dimona. Nel settembre 1979, i due paesi
avrebbero effettuato un test comune di armi nucleari nell'Oceano Indiano.
In un articolo del 20 aprile 1997, Ha'aretz affermò che Israele aveva
aiutato l'Africa del Sud a sviluppare l'armamento nucleare all'inizio
degli anni '80. L'ex capo di stato maggiore dell'esercito sud-africano,
Constand Viljoen, dichiarò a Ha'aretz: "volevamo ottenere dati sul
materiale nucleare, da qualunque parte, compreso Israele".
Nel complesso nucleare di Dimona, nel deserto del Neguev, con molti piani
sotterranei, Israele ha prodotto centinaia di ogive nucleari. Il numero di
queste ogive è certamente raddoppiato o triplicato da allora, poiché
nessuno, né nella regione, né tra i paesi "che vogliono dare una
lezione al popolo iracheno" se n'è preoccupato. Il silenzio
ufficiale, il mutismo dell'AIEA (Agenzia Internazionale dell'Energia
Atomica - International Atomic Energy Agency) e dei differenti organismi
di controllo degli armamenti nucleari, tra cui la COCOVINU (COmmissione de
COntrollo, di Certificazione e d'Ispezione delle Nazioni Unite), così
come quella più inquietante della stampa specializzata, resta fino a oggi
totale.
L'impianto è nascosto nel deserto e produce ogive nucleari dal 1966. nel
frattempo, esso ha certamente, dopo alcuni articoli apparsi in certa
stampa israeliana, fabbricato delle armi termonucleari di una capacità
sufficiente per distruggere città intere. Secondo fonti israeliane a metà
degli anni '60, dei fisici e dei tecnici di Dimona hanno compiuto, almeno
un test nucleare di piccola potenza in una caverna sotterranea del deserto
del Negev presso la frontiera israelo-egiziana. Sembra che la
deflagrazione abbia distrutto certe parti del Monte Sinai. (L'Opzione H di
Seymour M. Hersch del 1992).
Quando ebbe la sua più grande prova militare, la guerra d'ottobre 1973,
secondo fonti concordi, Israele ha messo segretamente una parte del suo
arsenale atomico in stato d'allerta. Durante la guerra del Golfo nel 1991,
dodici missili Jericho 2 (gittata di 1500 km) furono ugualmente messi in
stato d'allerta. Ma l'avvertimento pubblico riguardo l'Irak fu lanciato
dal segretario USA alla difesa Richard Cheney, che ha evocato sulla CNN la
possibilità dell'uso di Israele di tali armi non convenzionali se Baghdad
utilizzava dei missili con delle testate chimiche contro lo stato ebraico.
Washington ha i mezzi di pressione su Israele. Nell'agosto 1998, lo stato
ebraico mise fine alla sua opposizione all'apertura dei colloqui, in vista
del trattato per la fine delle produzioni riguardo la fissione (uranio,
plutonio), che fermerebbe la capacità nucleari dei paesi firmatari.
Israele diverrebbe l'ultimo dei sessantuno stati membri della commissione
sul disarmo dell'ONU a esservi opposto fino allora. La sua accettazione è
stata ottenuta in cambio della promessa USA di sostenere Israele nel caso
in cui i suoi "interessi vitali" sarebbero in pericolo. Questo
trattato dovrebbe portare all'apertura di Dimona agli ispettori
internazionali, ma il rappresentante d'Israele nei colloqui di Ginevra,
l'ambasciatore Joseph Lamdan, ha calmato gli animi inquieti: "I
lavori della commissione sul trattato continuano per almeno cinque anni
"... Altri responsabili hanno aggiunto: "Si può sempre fare
marcia indietro".
Due mesi più tardi, in margine dell'accordo israelo-palestinese di Wye
Plantation del 23 ottobre 1998, il presidente degli USA e il premier
israeliano hanno firmato un memorandum importante, che evoca il
"rafforzamento della capacità di difesa e della dissuasione
d'Israele". Degli esperti hanno spiegato che la formula usata
riconferma l'accordo pubblico degli USA con la dissuasione strategica
"ambigua" d'Israele, l'accordo rende possibile con lo scacco
degli sforzi di Washington di mettere un termine alla diffusione dei
missili balistici nella regione.
L'ambiguità rappresenta una componente della difesa nazionale del paese,
il cui compito è essenzialmente dissuasivo, accanto a un esercito forte e
delle armi ultramoderne. Fu rispettato per anni, con qualche eccezione.
Così, un anno dopo la guerra d'ottobre 1973, il presidente Ephraïm
Katzir dichiarava: "Israele possiede un potenziale nucleare".
Quando divenne premier dopo l'assassinio di Itzhak Rabin, M. Shimon Pérès,
il padre della bomba, si è rivolto al mondo arabo: "Datemi la pace e
io rinuncio al nucleare".
Nel 1986, un ex tecnico nucleare israeliano, Mordechai Vanunu, era stato
rapito dai servizi segreti israeliani a Roma e trasferito nello stato
ebraico. È stato condannato l'anno dopo a 18 anni di prigione per
tradimento e spionaggio, per aver rivelato al Sunday Times che Israele
possedeva un arsenale composto da 200 bombe atomiche.
L'armamento nucleare israeliano è stato denunciato nel 1986
dall'ingegnere israeliano Mordechaï Vanunu, sul "Sunday Times"
inglese del 5 e 12 ottobre 1986 che ha trasmesso delle foto delle
installazioni nucleari d'Israele.
Vanunu lavorava a Dimona nella installazione "Machon 2" dal 1976
al 1985, prima di essere costretto alle dimissioni per via del suo impegno
politico in favore dei Palestinesi. Fu così provato che "Machon
2" produceva plutonio e componenti per le bombe nucleari.
Tra il 1982 e il 1984, Mordechai Vanunu si consacrò allo studio della
filosofia e frequentò l'ambiente progressista e palestinese
dell'università Ben Gurion di Beersheba; era un noto portavoce degli
studenti in occasione di un congresso a Parigi. Benché sorvegliato
dallo Shin Bet, il quadro della centrale di Dimona non sembra essersene
accorto e, soddisfatto del suo lavoro, gli permisero di seguire i corsi di
perfezionamento in chimica e fisica.
Nel frattempo Vanunu si rese conto che il programma nucleare d'Israele,
dal presunto uso pacifico, è incaricato di produrre un numero notevole di
armi nucleari molto sofisticate che rappresentano un arsenale comparabile
a quello della Francia, per esempio. Minacciato di trasferimento in un
altro servizio, prese 57 foto dei laboratori e servizi che frequentava; il
27 ottobre 1985, abbandonò Dimona dopo esser stato licenziato per
ristrutturazione.
Dopo i suoi contatti con la stampa, é chiamato a Londra dalla direzione
del Sunday Times per verificare l'autenticità delle sue dichiarazioni su
Dimona. Sarà lì che lo catturano gli agenti segreti israeliani, che lo
seguivano da Sidney e che hanno ricevuto istruzioni precise da Shimon
Peres, con la benedizione della Thatcher.
Invitato da Cindy Hanin, agente del Mossad, abbandonò volontariamente
Londra il 30 settembre 1986 alle 21.00 per Roma dove è catturato e
drogato all'aeroporto di Fiumicino, prima di essere spedito
clandestinamente per nave in Israele.
Secondo Vanunu, Israele possedeva 200 armi nucleari nel 1986. Tenendo
conto dei progressi scientifici, si può ragionevolmente pensare che
questo numero sia raddoppiato, triplicato e si situerebbe, vent'anni dopo
tra 400 e 500!
Prima della pubblicazione del suo scritto sul Times, Vanunu fu attirato a
Roma da un agente del Mossad, il servizio segreto israeliano. Fu allora
rapito e condotto in Israele, per essere condannato in un processo segreto
e imprigionato. Le minute del processo di Vanunu sono rimaste
"segreto militare" fin quando alcune sue parti furono svelate
dal governo israeliano nel novembre 1999, in seguito all'inchiesta del
giornale israeliano Yediot Aharonot dopo che la Corte del Distretto di
Gerusalemme riesaminò il caso.
Secondo Vanunu, un impianto di estrazione di plutonio, equipaggiato con un
sistema francese, ha trasformato Dimona da stabilimento di ricerca in
fabbrica di produzione di bombe. La produzione di plutonio si situa negli
anni '80 sui 40 kg all'anno, sufficienti per produrre 10 bombe. Le
informazioni sulla capacità d'Israele di fabbricare la bomba provengono
soprattutto da questo ingegnere israeliano, Mordechai Vanunu che ha
lavorato come tecnico nucleare per dieci Machon 2, il bunker
sotterraneo top secret costruito per fornire i componenti di base
necessari alla produzioni d'armamenti a Dimona, il centro di ricerca
nucleare. Le prove, come le fotografie portate da Vanunu, avevano sorpreso
il mondo così come gli esperti in armamenti nucleari, e avevano mostrato
che Israele era divenuto, nella totale impunità, una potenza nucleare.
Sviluppando delle tecniche sofisticate e altamente specializzate, lo stato
aveva costruito un temibile arsenale nucleare. Théodore Taylor, uno degli
esperti USA più competenti, aveva stimato che la testimonianza di Vanunu
dava da pensare che Israele aveva la capacità di produrre 10 bombe
atomiche all'anno, sensibilmente più piccole, più leggere, e più
efficaci che quelle dei primi tipi di bombe realizzate dalle cinque grandi
potenze nucleari.
Vanunu, rapito dai servizi segreti israeliani a Londra è detenuto da più
di dodici anni nelle galere israeliane. È stato accusato di essere un
traditore calcolatore che ha venduto dei segreti di stato per odio del suo
paese e per avidità. Abbiamo, con l'aiuto di qualche pacifista, creato un
comitato di sostegno a questo giovane ingegnere coraggioso. Pochi
Palestinesi hanno voluto sostenere tale azione, non comprendendo,
all'epoca l'importanza di tali rivelazioni.
Vanunu è stato condannato a 18 anni di prigione. Ha passato i primi 11
anni e mezzo in isolamento totale. Secondo il suo fratello Asher, la
prigione d'Ashkelon, dov'è imprigionato, non lo rilascerà prima del 22
aprile 2004, cinque mesi prima la fine della condanna.
Dopo aver compiuto i due terzi della sua pena, Vanunu ha sollecitato la
sua libertà condizionale. La sua richiesta è stata rigettata nel 1998 la
prima volta, poi ogni semestre seguente. La Corte di Bersheva doveva
pronunciarsi sulla domanda di rilascio di Vanunu nell'ottobre 2002.
Secondo l'edizione di Ha'aretz del 9 ottobre, "Vanunu poteva far
valere il fatto che nel 2001, Shimon Peres aveva rivelato sulla catena 2 (Channel
Two) israeliana le informazioni sulle capacità militari israeliane nel
campo nucleare che Vanunu aveva potuto rivelare al Sunday Times".
La polemica concernente Vanunu e l'arsenale segreto d'armamenti nucleari
d'Israele sfociò in un dibattito alla Knesset, nel 2000, il primo mai
avutosi sulla politica nucleare. Il 3 febbraio 2000, l'Yediot Aharonot
descriveva il dibattito: "Il deputato Issam Makhoul (del Hadash) ha
fatto la storia quando ha dichiarato: "Israele possiede 200-300 bombe
atomiche". Il Ministro Ramon, che rispondeva in nome del governo, ha
ripetuto la dichiarazione: "Israele non sarà il primo a introdurre
le armi nucleari in Medio-Oriente".
"Non è il fatto che Vanunu abbia fatto delle rivelazioni che
costituiscono il problema, ma piuttosto la politica di tutti i governi
israeliani, che hanno trasformato questo piccolo pezzo di terra in un
velenoso e avvelenato angolo nucleare, cosa che ci può mandare all'aria
in fungo nucleare" ha avvertito Issam Makhoul.
I membri del Likoud, del Partito nazionalreligioso, del Shass e altri
hanno scelto di abbandonare l'assemblea in segno di protesta quando
Makhoul ha parlato.
Il deputato Makhoul ha detto che Israele era al sesto posto per quantità
di plutonio di alta qualità in suo possesso. "Il mondo sa che
Israele é un enorme deposito di armi chimiche, biologiche e nucleari, che
gioca il ruolo di pietra angolare nella corsa agli armamenti nucleari in
Medio-Oriente" ha accusato Makhoul. Secondo lui, Israele ha
"200-300 bombe atomiche".
I membri della Knesset hanno risposto con grida al discorso del deputato
Makhoul. "Commettete, oggi, un crimine contro gli arabi
israeliani" ha gridato Ophir Pinnes, presidente della coalizione.
"Se qualcuno aveva bisogno di trovare una giustificazione al fatto
che i deputati arabi della Knesset non possano essere membri della
Commissioni agli esteri e della Sicurezza, l'avete data" ha gridato
il deputato del Shinouy, Yosef Pritzky.
La Francia, che ha "dato la bomba a Israele e all'Irak", deve
oggi assumere una eredità assai pesante da tale doppia responsabilità,
presa tra il 1956 e il 1975, di aiutare successivamente due paesi
belligeranti del Medio-Oriente. Quando l'armamento nucleare iracheno venne
denunciato e le misure militare furono prese per la sua
eliminazione, utilizzando armi nucleari (di uranio impoverito), condannato
da altri, tanto più che un grande mutismo ha circondato l'affaire
israeliano. Questo vero accanimento ha sorpreso tutti, soprattutto se tale
accanimento serve a denunciare l'altro "belligerante". Perché
non occuparsi del disarmo d'Israele? Perché "due pesi, due
misure"?
L'aviazione israeliana s'era permessa nel 1981 di distruggere il reattore
nucleare iracheno Osirak, facendo passare l'atto inammissibile per una
legittima difesa preventiva, nascondendo la propria produzione atomica.
Era soprattutto per evitare un riequilibro delle forze ai danni dello
stato ebraico, sostenuto dall'occidente, che vuole conservare la
superiorità atomica nella regione.
Il memorandum strategico israelo-statunitense dell'ottobre 2003 scorso era
destinato a assicurare Israele, inquietato dall'apparizione dei missili
iraniani a lunga gittata e dallo sforzo di Tehran per fabbricare armi
nucleari. Tali informazioni sono state gonfiate dalla stampa israeliana,
benché gli esperti USA e europei affermano che la Repubblica islamica é
ancora lontana dal possedere una capacità nucleare. Pertanto, i
"falchi", come il deputato laburista Ephraïm Sneh, hanno già
fatto appello in favore di un attacco "preventivo contro
l'Iran". Si tratterebbe di applicare la "dottrina Begin"
attuata con il bombardamento di Osirak in Irak: non permettere a nessun
paese del Medio-Oriente di produrre una bomba nucleare. Ma l'Iran ha
tratto la lezione del raid e ha disperso le sue installazioni nucleari nel
paese e in bunker.
Parallelamente, Israele prepara, con dei sottomarini, i mezzi per il
"secondo colpo", che è alla base di un equilibrio nucleare
della dissuasione. All'inizio di questo anno, la marina militare
israeliana riceverà il primo sottomarino tipo Dauphin costruito nei
cantieri di Kiel, in Germania. Fino a oggi, i vettori della forza
d'attacco israeliana si componevano di missili balistici e di bombardieri.
Israele aveva realmente bisogno di un arsenale nucleare alfine di
dissuadere i paesi arabi e evitare la sua distruzione? Si sa ormai con
certezza, che mai i paesi arabi, dopo il 1948, hanno avuto questa
possibilità. La capacità nucleare d'Israele non ha dunque giocato alcun
ruolo di dissuasione; la guerra d'ottobre 1973 l'ha provato.
Il monopolio nucleare israeliano non potrà eternizzarsi e una
proliferazione delle armi non convenzionali nel Medio-Oriente minaccia la
pace. Il dibattito sulla denuclearizzazione di fronte all'equilibrio del
terrore deve impegnarsi all'interno di Israele, dove l'opinione pubblica
è mal informata, e assieme con gli altri paesi della regione. Tale
compito esige un nuovo pensiero politico e un altro potere in Israele.
All'indomani della guerra del Golfo, M. David Kay, il capo della
delegazione dei giornalisti nucleari dell'ONU in Irak, formulava un
desiderio davanti un giornalista israeliano: "Le rivelazioni degli
ispettori dell'ONU in Irak devono far comprendere a Israele e ad altri
paesi che bisogna fermare la corsa agli armamenti nucleari e arrivare a un
accordo di denuclearizzazione, che comprenderà Israele. Spero che Israele
apra le sue porte davanti gli ispettori dell'ONU. Spero che ciò sarà il
mio prossimo compito, dopo l'Irak".
Appartiene dunque oggi alla Francia, in seno alla comunità europea,
affrontare le sue responsabilità. Deve oggi mettere tutto il suo peso,
seguire lo smantellamento integrale dell'armamento iracheno, per
costringere ugualmente gli israeliani a smantellare le loro installazioni
di armi di distruzioni di massa, alfine di costruire un Medio-Oriente
denuclearizzato e privo di armi chimiche e biologiche, affinché nessun
paese possa prendere gli altri in ostaggio.
L'Irak era certamente disarmato e nell'incapacità di riarmarsi, il
momento ci sembra propizio per cercare di spingere al disarmo nucleare
d'Israele. Come provare ai differenti popoli della regione che è
possibile costruire la pace, continuando a chiudere gli occhi sulla una
potenza militare che continua a fabbricare armi nucleari e altre armi di
distruzione di massa? Come pensare di costruire questa pace reale e
globale desiderata da tutti, finché Israele continuerà a tenere in
ostaggio con la minaccia nucleare i popoli arabi?
Il dibattito su un Medio-Oriente denuclearizzato e senza armi di
distruzione di massa non è sempre stato aperto, malgrado la sua estrema
importanza per stabilire la fiducia tra i popoli della regione. Al di là
delle riflessioni di tutti per criticare i governi in piazza, per
denunciare gli attentati ai diritti dell'uomo, il processo di disarmo
nucleare generale nella polveriera medio-orientale, resta a mio avviso
prioritario.
I test nucleari pakistani effettuati nel 1998, in risposta a quelli
indiani, non hanno sollevato preoccupazioni particolari in Israele,
considerato come una potenza nucleare totale - la sesta del mondo - benché
teoricamente "non dichiarata".
L'entrata di un paese musulmano nel "club" delle potenze
nucleari non preoccupa lo stato ebraico, e il modo moderata con cui gli
USA hanno reagito a tale evento ha assicurato i responsabili.
L'ambiguità mantenuta dal governo israeliano riguardo alla "bomba
ebraica" é pertanto poco a poco dissipata, e la questione non è più
di sapere se Israele possiede armi nucleari, ma quale è il posto che tale
arsenale ha nella sua strategia regionale.
In Israele, le autorità usano sempre il condizionale quando si tratta
della bomba o delle armi chimiche e biologiche. Evocano l'"opzione
nucleare" e ripetono a sufficienza che "Israele non sarà il
primo a introdurre le armi nucleari in Medio-Oriente", anche se
aggiungono che "lo stato ebraico non sarà, il secondo a
farlo"... E si lascia a tutti il compito di interpretare il
significato di tali parole enigmatiche.
Tale ambiguità non è scomparsa, anche se dopo le rivelazioni allarmanti
di un tecnico israeliano che aveva lavorato nella sezione dove si
producono il plutonio, nella centrale nucleare di Dimona. Come ha detto
durante il suo processo, voleva avvertire l'opinione israeliana, ma questa
non ha voluto ascoltare il suo messaggio, preferendo considerarlo un
traditore.
Quando un Boeing 747 della compagnia El Al si è schiantato il 4 ottobre
1992 nei Paesi Bassi, contaminando una regione, fu scoperto che Israele
fabbricava anche armi chimiche. Nel 1998 la El-Al ha confermato che il suo
aereo-cargo trasportava dei prodotti tossici, che all'occorrenza
compongono il gas sarin.
Dopo l'incidente, molti casi di leucemie, cancro e altre malattie legate
alla disseminazione di tali prodotti s'erano presentati alla popolazione.
Gli ecologisti olandesi e il movimento antinucleare avevano denunciato
questa catastrofe. Purtroppo l'incidente, avendo avuto delle così
terribili ripercussioni sulla salute della popolazione, è stata nascosta
a tutto il mondo e ai media.
Israele possiede infine un programma di ricerche assai avanzato sulle armi
biologiche e ciò ben prima la creazione dello stato ebraico.
Unità speciali israeliane hanno deliberatamente introdotto degli agenti
batteriologici del tifo e della dissenteria nel sistema idrico di Acri
(vicino Haifa) durante la guerra di Palestina del 1948.
Nello stesso modo, Israele possiede anche missili balistici e da crociera
per lanciare queste armi di distruzione di massa come anche i sistemi di
difesa anti-missile e i drone da ricognizione. Tale programma ha avuto
inizio negli anni '60. La serie dei missili balistici Jericho-1 a corto
raggio fu sviluppato con l'aiuto della Francia, con una gittata di 500 km.
Negli anni '70, Israele ha sviluppato dei missili a media portata
Jericho-2 possedenti una gittata di 1.500/3.000 km. Certi rapporti non
confermati lascerebbero intendere che Israele avrebbe sviluppato il
missile Jericho-3 dalla gittata di 4.800 km che forse può essere stato
usato per lanciare un satellite spaziale israeliano, lo Shavit. Con il
concorso finanziario degli USA, Israele ha creato il sistema di difesa
anti-missile Arrow che è ora il solo operativo nel mondo (*). Infine,
Israele é anche un esportatore di drone di cui gestisce perfettamente la
tecnologia.
* Falso, tale sistema lo possiedono anche i russi dagli anni '60 (NdT)
Traduzione di Alessandro Lattanzio
E-mail: alexlattanzio@yahoo.it
URL: http://members.xoom.it/sitoaurora
Israele
possiede oltre 200 testate nucleari, che fanno temere per la
stabilita' nel Medio Oriente e lo rendono la sesta potenza mondiale in
materia nucleare. E' quanto denuncia l'agenzia di stampa iraniana Irna
in un dispaccio intitolato ''Gli ispettori dell'Onu restano ai margini'',
nel quale si accusa Israele di aver accresciuto il suo arsenale
nucleare.
(Pubblicato il 02 gennaio 2004)
(Aggiornato il 02 gennaio 2004 alle ore 12:23)
La
missione del direttore dell’Agenzia internazionale per
l’energia atomica (IAEA), Mohamed El Baradei, in Israele si è
conclusa con un nulla di fatto. El Baradei era giunto in Israele
lunedì scorso per far luce sulla presunta forza nucleare
israeliana, far aderire lo Stato ebraico al Trattato di non
proliferazione nucleare (NPT), e avviare i negoziati per la
creazione di una “nuclear-free zone” in Medio Oriente.
Rai.it
Articolo stampato dal portale rai.it
Un mese fa il Mossad aveva lanciato il suo portale
Israele apre le
porte del fortino nucleare
Presentato dal governo un sito dove e' possibile per
la prima volta acquisire informazioni sulla attivita' nel settore
atomico fin ora argomento tabu'. Martedi' a Gerusalemme arriva
l'osservatore Onu El Baradei
Finalmente
sarà possibile vedere le foto della base militare israeliana
di Dimona dove, si dice, da anni siano in corso studi per preparare armi
atomiche.
Il
Negev sulle mappe è un cuneo che occupa tutta la parte
meridionale di Israele, ma dal di dentro è un deserto in
miniatura, silenziosamente conteso e intensamente popolato da
militari, coloni e beduini che, almeno sulla carta, sono
israeliani.
Oggi
metà della popolazione, 70 mila beduini, vive confinata in
sette insediamenti permanenti, mentre altrettanti vivono in
alcune dozzine di Unrecognized Villages, agglomerati urbani non
riconosciuti da Tel Aviv. Entro i confini di Israele ce ne sono
oltre cento di questi villaggi di cui sulle carte geografiche
non v’è traccia; in essi non v’è traccia nemmeno della
civiltà visto che mancano di tutto: i servizi sanitari
basilari, il collegamento alla rete elettrica, le strade, le
fognature, l’acqua corrente e, manco a dirlo, le scuole. Non
basta, nella maggior parte dei casi questi villaggi trovano
spazio solo in zone troppo vicine a discariche, inceneritori,
basi militari o industrie. Il governo israeliano tenta da anni
di forzare queste persone a lasciare gli Unrecognized Villages
per stabilirsi nelle Township, gli insediamenti permanenti. E i
sistemi sono molti: la negazione del riconoscimento è solo il
primo passo, in questo modo il governo può negare la fornitura
di tutti i servizi basilari a decine di migliaia di persone.
L’azione dissuasoria procede con la sistematica negazione
delle concessioni edilizie per espandere le abitazioni
sovraffollate e all’opposto, l’emissione di numerosi ordini
di demolizione delle costruzioni illegali -puntualmente eseguiti
con i tristemente noti caterpillar. Ma anche la frequente
distruzione delle coltivazioni con diserbanti spruzzati dagli
aeroplani e le angherie da parte di un corpo di polizia che il
Ministero dell’Interno ha specificamente dedicato ai beduini:
la Green Patrol. Gli occupanti dei villaggi non
riconosciuti cercano di resistere il più possibile a questo
forzato inurbamento, anche perché la qualità della vita negli
insediamenti permanenti non può certo dirsi migliore. Anche le
township infatti sono come dei ghetti, con tassi esorbitanti di
disoccupazione, criminalità e uso di droghe. I beduini che vi
giungono non possono più esercitare la pastorizia e possono
sperare di trovare lavoro soprattutto nel settore delle
costruzioni di insediamenti ebraici.
Tutto
questo rientra senza eccezioni in un progetto che porta il nome
dell’attuale Primo Ministro Israeliano: il Piano Sharon per i
Beduini del Negev. Il piano, votato alla Knesset nell'aprile
2003, prevede la completa concentrazione dei beduini nei sette
insediamenti esistenti e ha ricevuto pesanti critiche anche da
parte israeliana, soprattutto per due questioni di metodo: non
sono state in alcun modo consultate le comunità beduine e i
fondi stanziati sono stati impiegati in gran parte nei costi
delle demolizioni, delle operazioni della Green Patrol, per
diserbare i campi e pagare le spese legali necessarie ad
appianare le dispute territoriali. Sebbene i beduini sulla carta
godano dello status di cittadini israeliani, tanto che spesso
accade che prestino servizio nell’esercito israeliano, nei
fatti fanno parte della società israeliana come una sottoclasse
marginalizzata. Nel dicembre 1997, molte associazioni israeliane
per i diritti civili si appellarono all’Alta Corte di Israele
perché imponesse al governo la costruzione di 12 cliniche negli
Unrecognized Villages del Negev. La corte ne stabilì la
costruzione di 6 entro 60 giorni e ancora oggi se ne attende
l’applicazione. Infine, al di fuori dei villaggi e dalle
riserve etniche, rimangono ancora un certo numero di tribù di
beduini che non hanno rinunciato alla tradizione nomade basata
sull’allevamento e il commercio di capre e dromedari. Si
muovono continuamente in piccoli nuclei, con gli animali, le
tende tradizionali di pelli di capra e pochi oggetti consunti,
solo che non gli è più possibile coprire le distanze tra una
fonte e l’altra lungo quella che una volta era nota come Via
delle Spezie. Non possono per via della costante minaccia delle
jeep verdi, per le continue denuncie da parte dei lavoratori dei
kibbutz, ma soprattutto perché il deserto del Negev oggi è
prima di tutto la caserma di Israele.
Chi
si trovasse a percorrere la Road 25, da Beersheva verso la
Giordania, sul lato destro della strada non vedrebbe altro che
muri e recinzioni per decine di chilometri. E’
l’installazione nucleare di Dimona, che proprio in questi
giorni è al centro delle attenzioni dell’Agenzia
Internazionale per l’Energia Atomica per via del segreto
strategico steso attorno alle sue 100 testate nucleari. Non è
tutto: l’intero Negev è costellato di basi militari le cui
lunghe antenne sbucano dietro le spettacolari rocce d’argilla
e basalto e il proverbiale silenzio del deserto viene
continuamente violato dal fragore degli F16 e degli elicotteri
Apache. Da Beer Sheva, fin quasi alle spiagge di Elat - nella
punta meridionale del paese - il deserto è prevalentemente
fire.zone, zona di esercitazioni militari giorno e notte; tranne
nel week-end, quando i suoi luoghi più spettacolari vengono
aperti al pubblico e diventano meta surreale di turisti e
inconsapevoli escursionisti.
Con
tutto questo devono convivere questi ultimi gruppi di beduini
nomadi, impossibilitati persino a raggiungere il vicino Sinai in
cerca di spazi autenticamente sterminati, perché quella rete di
basi militari si stende proprio tra loro e l’Egitto. Alcune
famiglie, in un posto in mezzo alle dune dalle parti di Mash’abbè
Sadè, allevano dromedari e ogni tanto ne vendono qualcuno
-mille/duemila euro, destinati ai turisti sulle spiagge del mar
Morto: esibiscono con quegli animali un rapporto di amicizia e
profondo rispetto, come da tradizione, per la reciproca
sopravvivenza.