LA DESTABILIZZAZIONE DEL LIBANO PROGETTATA NEL 1996 DA SIONISTI AMERICANI
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R.R.
La lobby israeliana
Paolo Barnard, "Perché ci odiano", Bur 2006.
Esistono due distinti meccanismi che impediscono alla realtà del conflitto israelo-palestinese di essere giustamente divulgata, e sono i due bavagli con cui i leader israeliani, i loro rappresentanti diplomatici in tutto il mondo, i simpatizzanti d'Israele e la maggioranza dei politici, dei commentatori e degli intellettuali conservatori di norma zittiscono chiunque osi criticare pubblicamente le condotte dello Stato ebraico nei Territori Occupati, o altri aspetti controversi della storia e delle politiche di quel Paese.
Il primo bavaglio è l'impiego a tutto campo dei gruppi di pressione ebraici, le cosiddette lobby, per dirottare e falsificare il dibattito politico sul Medioriente (negli USA in primo luogo); il secondo è l'accusa di antisemitismo che viene sempre lanciata, o meglio sbattuta in faccia ai critici d'Israele.
Nel capitolo 3 di questo libro ho già anticipato una parte del materiale che forma l'insieme dei capi d'imputazione di cui Israele dovrebbe rispondere. Qui l'approfondimento, e inizio proprio dall'operato delle lobby ebraiche.
Per far luce su questo punto è necessario analizzarlo nel contesto americano, poiché è innegabile che l'orientamento degli Stati Uniti nei confronti di Israele e della crisi in
Medioriente sia ciò che fissa le coordinate cui tutti gli altri governi occidentali, incluso il nostro, sono tenuti a conformarsi, con poche ed effimere differenze più cosmetiche che di sostanza. Inoltre l'America, in virtù della straordinaria dipendenza di Israele dagli aiuti economici e militari di Washington, è la potenza nelle cui mani giacciono i destini del processo di pace, e questo ne cementifica la centralità nel discorso.
Ma negli Stati Uniti oggi un dibattito franco sulla questione ai livelli che contano, e cioè sui grandi media e in
parlamento, è del tutto impossibile. Infatti l'ordine di scuderia tassativo ai vertici di quel Paese è: i palestinesi stanno alla fonte della violenza e a essi tocca cessarne l'uso prima di ogni discussione su qualsiasi cosa; le vittime sono gli israeliani, martirizzati in patria nonostante la loro incessante ricerca della
pace, full stop, che in inglese sta a significare «è così e non se ne discute».
Non per nulla anche in occasione della recente vittoria elettorale di Hamas nelle elezioni parlamentari palestinesi (25 gennaio 2006) la parola d'ordine lanciata dal Dipartimento di Stato americano e rimbalzata ovunque, dall'ONU ai parlamenti europei e nei mass media, è stata «First, Hamas must renounce violence» («Per prima cosa Hamas deve rinunciare all'uso della violenza»), e di certo nessuno a Washington né altrove in Occidente avrebbe osato sussurrare neppure di sfuggita che anche Israele deve per prima cosa smettere di massacrare e di opprimere i civili palestinesi.
E questa non è una caricaturizzazione né un'estremizzazione della realtà americana. Anzi, spesso la linea è anche più intransigente. Nella primavera del 2002, proprio mentre l'esercito di
Tel Aviv invadeva di nuovo i Territori Occupati con l'assedio di Jenin a fare da apogeo della violenza contro la popolazione civile araba, un gruppo di eminenti sostenitori americani d'Israele teneva una conferenza a Washington dove a rappresentare l'Amministrazione di George W. Bush fu invitato l'allora viceministro della Difesa Paul Wolfowitz, noto neoconservatore di destra e aperto sostenitore della nazione ebraica. Lo scomparso Edward Said, professore di Inglese e di Letteratura Comparata alla Columbia University di New York e uno degli intellettuali americani più rispettati del XX secolo, ha raccontato un particolare di quell'evento con le seguenti parole: «Wolfowitz fece quello che tutti gli altri avevano fatto — esaltò Israele e gli offrì il suo totale e incondizionato appoggio - ma inaspettatamente durante la sua relazione fece un fugace riferimento alla "sofferenza dei palestinesi". A causa di quella frase fu fischiato così ferocemente e così a
lungo che non potè terminare il suo discorso, abbandonando il podio nella
vergogna».4
Stiamo parlando di uno dei politici più potenti del terzo millennio, di un uomo con un accesso diretto alla Casa Bianca e che molti accreditano come l'eminenza grigia dietro ogni atto dello stesso presidente degli Stati Uniti, prima, durante e dopo la sua ascesa al potere. Eppure gli bastò sgarrare di tre sole parole nel suo
asservimento allo Stato d'Israele per essere umiliato in pubblico e senza timori da chi, evidentemente, crede di contare più di lui nell'America di oggi.
AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), ZOA (Zionist Organization of America), AFSI (Americans for a Safe Israel), CPMAJO (Conference
of Presidents of Major American ]ewish Organisatios), INEP (InstituteforNearEastPolicy),JDL (Jewtsh Defense League), B'nai Brith, ADL (Anti Defamation League), AJC (American ]ewish Committee), Haddasah sono gli acromini e i nomi di alcune di quelle lobby, che a noi risultano pressoché sconosciute ma che nei corridoi del Congresso americano possono creare seri grattacapi a senatori e deputati indistintamente. Un fronte compatto che secondo lo stesso Edward Said
«può distruggere una carriera politica staccando un assegno», in riferimento alle generose donazioni che quei gruppi elargiscono ai due maggiori partiti d'oltreoceano.
Come se non bastasse, lo schieramento lobbistico prò Israele è stato oggi rafforzato oltre ogni immaginazione dallo sposalizio con un altro fronte di potere assai in auge in America, quello dei gruppi di cristiani fondamentalisti vicini al presidente George W. Bush e che controllano i voti dalla cosiddetta Bible Beli (cintura della Bibbia), e cioè la fascia di Stati americani del centro e del sud del Paese (circa il 18% dell'elettorato totale). Ed è così che negli USA è possibile oggi sentir parlare di Christian Zionists, sionisti cristiani, un ibrido che stride a un orecchio anche solo mediamente colto e che ci riserva il meglio di quel crogiolo di assurdità e
bizzarrie che talvolta è la società americana. Infatti quella alleanza si regge solidamente e apertamente proprio su ciò che in teoria dovrebbe renderla impossibile.
La teologia dei cristiani fondamentalisti d'America professa e attende la seconda venuta del Cristo e la conseguente fine del mondo, secondo una interpretazione della Bibbia resa immensamente popolare dai libri di un certo reverendo
Tim LaHaye (che nel 2001 hanno venduto più di John Grisham). Ma quell'evento sarà possibile, secondo loro, solo quando gli ebrei avranno stabilito uno Stato ebraico su tutta la Palestina, e cioè ben oltre gli odierni confini di Israele. Ecco dunque la ragione per cui quei gruppi di estremisti della Bibbia lavorano alacremente fianco a fianco con le lobby ebraiche americane per difendere, colonizzare ed espandere con ogni mezzo le aree dei Territori Occupati già in mano a
Tel Aviv, contraddicendo ogni mediazione di pace e ovviamente negando ogni possibilità all'esistenza di uno Stato palestinese. Ma qui arriva il guizzo di follia su cui tutto ciò si regge. Infatti, sempre secondo la teologia cristiana
fondamentalista di cui sopra, esiste una seconda condizione per la venuta di Cristo, a dir poco assai più problematica della prima: e cioè che tutti gli ebrei che oggi incitano alla conquista della Palestina dovranno in ultimo convertirsi al cristianesimo, pena l'annientamento fra le fiamme di un olocausto infernale. Niente meno.
E gli ebrei americani in tutto questo? Senza dubbio ne sono consapevoli, e sorvolano su quel credo sostanzialmente antisemita perché, come disse tempo fa uno dei più pungenti commentatori israeliani antagonisti, «semplicemente se ne fregano, a patto che oggi appoggino
Israele».5
Ora, per sottolineare l'elemento al limite dell'irreale in questo incrocio, si provi a immaginare la scena frequentemente reiterata all'esterno degli incontri al vertice fra Stati
Uniti e Israele a Washington o a New York dove è capitato che si siano fronteggiati gruppi di rabbini ebrei ultraortodossi ma antisionisti la cui interpretazione della Bibbia dice categoricamente «No a
Israele!.», e gruppi di cristiani fondamentalisti ma non ebrei la cui interpretazione della Bibbia dice categoricamente «Viva
Israele!». Questi ultimi sarebbero farseschi, se non fosse che le realtà alle loro spalle sono più che serie.
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I metodi di questi gruppi di pressione
pro-Israele sono stupefacenti nel fatto che la loro opera di vigilanza e di attivismo si estende ben oltre i due rami del Parlamento americano, e va dal monitoraggio della piccola radio locale di provincia a quello dei grandi network come la CBS o la NBC, dal giornalino di facoltà di Berkeley al «New York Times». Nulla gli sfugge e nessuno ne esce
indenne [si tenta qualcosa di simile anche in Italia, con molto minor successo
però. Basta dare un'occhiata a www.informazionecorretta.com,
un sito di apprendisti goebbels sionisti - Giorgio Israel, Fiamma Nirenstein,
Angelo Pezzana, Federico Steinhaus, Deborah Fait, ... - che dà le pagelle a
tutto e a tutti, purché si aggirino nei dintorni di Israele, ndr].
Ne sa qualcosa Dennis Bernstein, ebreo e conduttore di un programma presso una radio libera piuttosto nota fra i progressisti in California, la KPFA, e che solo per aver scelto di discutere (sic) con autorevoli ospiti in studio la sanguinosa occupazione israeliana di Jenin nell'aprile del 2002 ha subito un assalto fatto di diffide e di critiche da varie organizzazioni, e persino di lettere minatorie private come questa: «Stronzo di un ebreo che odia la sua razza, che scopa sua madre, pezzo di merda... Hitler ha ammazzato gli ebrei sbagliati, avrebbe dovuto uccidere i tuoi genitori così che un pezzo di merda ebrea come te non sarebbe mai nato. Se Dio vorrà, un terrorista arabo ti farà a pezzi così come è successo a Daniel Pearl
[reporter del "Wall Street Journal" sgozzato dagli islamici in Pakistan nel 2002, nda]»; o come quest'altra: «Dio volendo, un palestinese ti ammazzerà, violenterà tua moglie e
agiterà la gola ai tuoi bambini».6
Barbara Lubin, attivista ebrea dell'organizzazione americana Middle East Children's Alliance che ha avuto l'ardire di collaborare con progetti scolastici palestinesi, ne ha ricevute di peggio, ed essendo di sesso femminile si può immaginare cosa le hanno scritto. Va sottolineato che fra le accuse di regola rivolte a questi personaggi c'è invariabilmente quella di essere un
Self Hating Jew, un ebreo che si odia. Questo perché, di nuovo dalle parole del professor Said, «il Sionismo americano ha reso tabù qualsiasi discussione pubblica
sul passato o sul futuro di Israele. . . l'aborto, l'omosessualità, la pena di morte, la moralità del bombardamento di Hiroshima e penino la "sacra" spesa militare possono essere dibattuti con un minimo di libertà... si può persino bruciare la bandiera americana in pubblico, ma la sistematica continuità di mezzo secolo di oppressione israeliana e di maltrattamenti dei palestinesi è
impronunciabile»7 e dunque se un cittadino ebreo di quel Paese viola quel tabù deve necessariamente essere uno psicopatico, ovvero un povero mentecatto che odia se stesso e le sue radici. Naturalmente simili tentativi di
censura bersagliano chiunque altro in quel Paese, indipendentemente dalla razza o dalla religione; e questo è vero soprattutto per i docenti scolastici di ogni livello, quello universitario in particolar modo, al punto che da diversi atenei americani è partito un allarme per una sorta di paralisi del libero insegnamento sulle materie attinenti alla Storia
mediorientale.8
A livelli più alti, e cioè nella politica nazionale americana, la cronaca dimostra oltre ogni dubbio che le lobby ebraiche sono in grado di assestare colpi pericolosi e di condizionare perciò l'intero dibattito nazionale sul Medioriente a favore esclusivo di Israele.
Vi sono esempi storici, .......
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E giungo al secondo bavaglio che viene spesso usato per sopprimere un libero e franco dibattito sui gravi torti d'Israele, e cioè l'accusa di antisemitismo, usata implacabilmente per tacitare i critici dello Stato ebraico. Essa ha lo strabiliante potere di ingenerare in quasi tutti, e soprattutto in noi europei, una vera paralisi dell'intelletto e delle coscienze, per cui cessiamo di ragionare liberamente e di provare pari orrore per le vittime israeliane e per quelle palestinesi, in un evidente sbilanciamento a favore delle prime.
Ma chi è propriamente un antisemita oggi? In genere si definisce tale chiunque esprima avversione o compia atti discriminatori, oltraggiosi o violenti contro gli ebrei; o chiunque professi ancora simpatie per l'ideologia nazifascista. Fin qui nulla da obiettare.
Ma che dire di coloro che, per esempio, ritenessero che il fenomeno dell'immigrazione ebrea sionista in Palestina agli albori del XX secolo, il suo radicamento in quelle terre, le modalità della nascita dello Stato d'Israele e infine la condotta militare di quella nazione attraverso tutta la sua giovane storia rappresentano un gigantesco torto storico fatto ai palestinesi? Chi muovesse allo Stato ebraico simili accuse è antisemita? E se poi si volesse aggiungere che quel torto fu attuato dai sionisti in passato, ed è perpetuato dagli israeliani oggi, attraverso l'uso sistematico del terrorismo?
Personalmente non ho dubbi che l'esposizione in pubblico e nei grandi media delle tesi sopraccitate verrebbe accolta da parte ebraica o israeliana al grido scandalizzato di «rigurgiti antisemiti», a dir poco. E dunque è bene informare tutti coloro i quali hanno invece da tempo sposato quelle convinzioni, che nell'essere «antisemiti» in quel senso essi sono in ottima compagnia. Mi riferisco ad alcune delle più riverite guide spirituali del Medioriente, e ai loro solenni pronunciamenti che hanno tuonato su quelle terre e valicato quei confini per essere uditi in tutto il mondo. Di seguito alcune loro dichiarazioni che trattano del diritto alla sovranità territoriale palestinese, dell'esistenza di Israele, e dei sionisti:
«Le case dei palestinesi sono state demolite, i loro quartieri confiscati, i loro giovani sottoposti a infinite torture, hanno pagato tasse e tariffe
senza ricevere in cambio alcun diritto, e la lista delle barbarie che hanno subito è senza fine.»
«I palestinesi sono il popolo che ha il pieno diritto di governare in Palestina. Ne consegue che gli ebrei non hanno alcun diritto di governare oggi in Palestina.»
«Noi sappiamo che le radici degli spargimenti di sangue nel Medioriente stanno nella filosofia del Sionismo e nel suo prodotto: l'esistenza dello Stato d'Israele.»
«Un giorno di lutto per ricordare la nascita del Sionismo e dello Stato d'Israele deve essere sancito.»
«Stiamo aspettando la cancellazione del Sionismo e lo smantellamento del regime dello Stato d'Israele.»
«Non sono malvagi perché sono sionisti. Sono sionisti perché
sono malvagi.»
«Così come è certo che il sole nasce, è certo che la lena [la Palestina, nda] vomiterà via i sionisti... »25
Bieco antisemitismo? Per nulla. Anatemi di rabbiosi Ayatollah che brandiscono e agitano il Corano? Meno che meno. Proclami di Hezbollah? Hamas? Al Qaida? Assolutamente no.
Chi ha pronunciato quelle parole sono alcuni fra i più devoti ebrei del mondo; sono i rabbini ultraortodossi che brandiscono la Torah (la «Legge» religiosa ebraica) di cui vantano l'interpretazione più fedele alle parole del Messia; sono coloro che rivendicano la vera e unica possibile rappresentanza dell'ebraismo così come fu sancito dalla volontà del Divino nelle sacre pagine della loro Bibbia.
L'incontro con l'esistenza di eminenti religiosi e studiosi ebrei che implacabilmente condannano tutto ciò che abbiamo sempre creduto fosse l'essenza del mondo ebraico moderno — dal Sionismo fino all'esistenza stessa d'Israele — è destabilizzante e sorprendente insieme. Da decenni essi si sono riuniti in gruppi sparsi nel mondo, in particolare negli Stati
Uniti e in Gran Bretagna, dai nomi come Bene Yoel-Breslov - Brisk - Hazon hh - Kaschau - Kretsheniff- Malochim -Neturei Karta - Satmar - Skullene - Toldoth Aharon, e vantano fra i loro aderenti rabbini noti quali Dovid Weiss, Avraham Yoshe Freund di Mansod, Elchonon Wasserman, Ahron Cohen, Baruch Kaplan, Yosef Tzvi Dushinsky e altri.
In sostanza ciò che essi vanno predicando senza sosta è che a partire dalla fine dell'Ottocento una potentissima minoranza israelita rappresentata dalle comunità d'affari degli ebrei occidentali e riunitasi attorno al Movimento sionista ha, per così dire, scippato l'identità ebraica, l'ha riconfezionata, impacchettata e venduta al mondo intero in una versione artefatta e apocrifa, riuscendo spettacolarmente nell'intento.
Questa straordinaria tesi comporterebbe da parte nostra il dover accettare che quasi tutto quello che credevamo formasse le fondamenta stesse dell'essere ebrei e soprattutto israeliani oggi - fra cui il tenace attaccamento alla Terra Santa intesa unicamente come il luogo della necessaria creazione dello Stato d'Israele; la cronica incapacità di convivere con gli arabi musulmani cui vengono addossate le maggiori colpe; la certezza che un'esistenza sotto i governi di questi ultimi li avrebbe portati all'annientamento e la conseguente aggressività militare di un Israele perennemente sulla difensiva; la diffusa convinzione che le sofferenze dei palestinesi derivano unicamente dalla loro innata violenza e dalla meschinità dei loro incapaci leader - sarebbe il prodotto di una pianificata distorsione culturale inculcataci da una minoranza di potenti sionisti piazzati nei posti chiave delle società occidentali. Nel saggio
Ideologia Sionista, i Non-Ebrei e lo Stato d'Israele del luglio 2004, il linguista ebreo Ur Shlonsky, docente presso l'Università di Ginevra, ha scritto: «L'autoproclamata dirigenza delle comunità ebraiche ha un compito solo: trasmettere e alimentare un'identità ebrea centrata sulla totale identificazione con Israele, e denigrare e marginalizzare ogni altra forma di identità possibile... il rabbino ultraortodosso e antisionista Leibele
Weisfisch una volta mi disse: "II Nazismo ha distrutto il giudaismo fisicamente, il Sionismo l'ha distrutto spiritualmente"».
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Ma non solo. Essi giudicano ugualmente blasfemi e criminosi proprio gli atti di guerra e le violenze perpetrati dai sionisti, e più tardi dall'esercito d'Israele, per raggiungere i loro scopi illegittimi, e su questo usano parole durissime: «Le
rivendicazioni sioniste furono criminali» - «Il curriculum del sionismo è chiaro: ha nutrito una guerra dopo l'altra» - «La Torah ci proibisce di rubare la terra, di schiavizzare e di opprimere un popolo. Le radici dell'infinita sofferenza e detto spargimento di sangue nella Sacra Terra stanno nel Sionismo e nello Stato d'Israele».
Riconoscono appieno il torto fatto ai palestinesi e la loro tragedia (e non di rado hanno organizzato manifestazioni a loro favore, sia in Occidente che in Israele medesimo dove sono stati arrestati o picchiati dalla polizia e dall'esercito di
Tel Aviv): «L'ideologia sionista... è di forzare gli eventi senza riguardo per chiunque si trovi nel mezzo. I palestinesi si
trovarono nel mezzo...» - «Vogliono farvi pensare che l'odierna causa delle violenze è solo l'aggressività palestinese. Questa è una menzogna. I palestinesi sono stati esiliati e oppressi per 52 anni...»- «Le accuse di odio rivolte ai palestinesi dai rabbini come Avi Weiss e Shlomo Riskin aumentano il rancore fra i nostri due popoli... Questi fautori dell'odio vorrebbero farci credere che gli ebrei sono insensibili alle sofferenze dei palestinesi» - «Secondo la Torah e la fede ebraica, l'odierna pretesa degli arabi palestinesi di governare la Palestina è giusta. La pretesa sionista è sbagliata e criminale... È una tragedia per i palestinesi e anche per il popolo ebraico».
E infine, ribaltano radicalmente tutto ciò che Israele e i suoi alleati nel mondo danno per scontato in un futuro accordo di pace in Medioriente, con una premessa: «La connessione fra ebrei e arabi si perde nei secoli passati. Sostanzialmente i rapporti erano amichevoli e dì mutuo beneficio; spesso gli ebrei che erano perseguitati in Europa trovarono rifugio nei Paesi musulmani. Il nostro atteggiamento verso gli arabi e i musulmani può solo essere di amicizia e di
rispetto». E la conclusione:
«L'esilio del popolo ebraico significa che gli ebrei devono essere cittadini fedeli delle nazioni in cui vivono e non tentare di soggiogare le preesistenti popolazioni indigene di quelle nazioni. E naturalmente ciò include i palestinesi» - «La nostra preghiera a Dio è che la transizione dallo Stato d'Israele atto
Stato palestinese avvenga presto e pacificamente senza altro spargimento di sangue... Se Dio vorrà torneremo a vivere fianco a fianco» — «Attendiamo la cancellazione del Sionismo e del suo regime, accogliamo l'opportunità di vivere in pace nella Terra Sacra sotto un governo che sia interamente in accordo coi desideri dei palestinesi
(sic)».29
Ma le sorprese non finiscono qui. Neturei Karta, l'organizzazione che oggi maggiormente rappresenta le istanze di questi rabbini dissidenti, ha affrontato anche l'annosa questione delle accuse di antisemitismo tipicamente lanciate contro i critici d'Israele, e lo ha fatto all'interno di un documento dal titolo Statement on the World Court Case of the Barrier Wall, pubblicato il 9 luglio del 2004 a New York. In esso si leggono righe che hanno suscitato clamore poiché di nuovo ribaltano assiomi dati per scontati dalla maggioranza delle opinioni pubbliche sia occidentali che israeliane: «L'opposizione al Sionismo e ai suoi crimini non significa odio per gli ebrei, il cosiddetto "antisemitismo". Al contrario: sono proprio il Sionismo e i suoi misfatti a rappresentare la maggior minaccia al giudaismo, e sono inoltre la più comune causa
dell'antisemitismo».30
Quanto si è appena letto dovrebbe essere sufficiente a demolire le basi stesse dell'odiosa accusa di antisemitismo con cui da decenni si è tentato di imbavagliare chi invoca un'aperta e onesta discussione sulle controverse politiche che hanno partorito e nutrito lo Stato d'Israele. Infatti i rabbini ultraortodossi appartenenti al Movimento antisionista tutto possono essere chiamati meno che antisemiti.
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Tutto ciò, dovrebbe servire a tre scopi: primo, suggerire ai lettori che esiste un'autorevole interpretazione dell'essere popolo ebraico radicalmente antagonista a quasi tutto quello che ci avevano convinto fossero i capisaldi di quel popolo.
In secondo luogo, come si diceva, dimostrare che le vicende legate all'immigrazione sionista in Palestina fra la fine del XIX secolo e la prima metà del XX mettono in chiaro quanto sia errato giudicare oggi il torto e la ragione nel conflitto israelo-palestinese basandosi solo sulle cronache degli ultimi decenni, senza considerare che quei due popoli sono giunti alla Storia contemporanea già carichi di sofferenze e di odii pressoché intrattabili, per i quali la colonizzazione sionista in Palestina porta le maggiori responsabilità. Futile oltre che disonesto dunque puntare il dito solo contro la violenza palestinese dell'OLP, di Hamas o della Jihad islamica, per quanto orribile essa sia stata, e da lì trarre conclusioni a senso unico.
In ultimo, introdurre nel dibattito sulla violenza mediorientale l'urgente necessità di riconoscere che Israele fu e rimane uno Stato terrorista, per l'uso su larga scala che ha
fatto della violenza contro i civili per fini politici, di cui fornirò ulteriori prove più avanti.
Il sospetto è proprio che vi sia un acuto interesse da parte dello Stato ebraico, da parte dei suoi sostenitori e di una influente minoranza ebrea nel mondo, che gli avvenimenti di cui si è trattato non giungano alla consapevolezza delle opinioni pubbliche occidentali, da qui l'uso massiccio e violento dell'accusa di antisemitismo contro chiunque tenti di rompere il muro del silenzio per riportare il dibattito a una maggiore obiettività.
note:
4 Crisis For American Jews, by Edward Said, Al Haram, 17 maggio 2002.
5 Uri Avenery, leader di Gusb Shalom, ONG pacifista israeliana, in una dichiarazione riportata dal quotidiano inglese «The Independent» il 13 luglio 2002.
7 Edward Said: America's Lasi Taboo. Znet, Mideast, 13 dicembre 2001.
8 In Italia ho avuto personalmente occasione di sperimentare quanto ho appena scritto, quando il preside di un liceo bolognese che mi aveva chiamato /per una mattinata di confronto con gli studenti sulla questione mediorientale mi avvisò trafelato a poche ore dall'inizio che i dirigenti della comunità ebraica cittadina, informati chissà da chi, avevano preteso la presenza al mio fianco di ben tre controparti da loro nominate e incaricate di sorvegliare sull'andamento della discussione. Obiettai che sarebbe stato più giusto concedergli un'altra mattinata per controbattere, piuttosto che scatenare un vespaio da cui i giovanissimi avrebbero tratto ben poca utilità e chiarezza. Il povero preside mi rispose: «Sarei d'accordo, ma non ho potere di scelta. . .». E vespaio è stato, tutto a danno degli studenti.
25 Citazioni tratte dalle pubblicazioni dei maggiori gruppi di ebrei ortodossi antisionisti del mondo, come: Bene Yoel - Breslov - Hazon Ish -Malochim - Neturei Karta - Satmar - Toldoth Aharon et al. I rabbini citati sono: Dovid Weiss, Avraham Yoshe Freund di Mansod, Elchonon Was-serman, Ahron Cohen.
29 Dichiarazioni tratte da: Rabbts Declare «Return Jerusalem and Ali of Israel to thè Palestinias!» 11 gennaio 2001, «Israel's Existence is thè Source of the Bloodshed» 19 novembre 2000, «Zionism Insensitive to Jewish and Palestinian Lasso of Life» 19 novembre 2000, Theodore Herzl, Zionism and the State of Israel, the Nemesis of jewish Representation 26 giugno 2004, Neturei Karta International, New York.
30 Statement on the World Court Case of the Carrier Wall, Neturei
Karta, 9 luglio 2004, New York.
Già ho avuto modo di parlare del documento che segue , scritto nel 1996 in seno all'americano The Institute for Advanced Strategic and Political Studies, in occasione del realizzarsi di una sua parte. Ora stiamo sulla strada di ulteriori realizzazioni (uccisione di Hariri e tentativo di distruzione del Libano). Ricordo solo che tale documento è stato scritto da sionisti ebrei americani ed indirizzato direttamente al partito della destra israeliana (anche se non sono davvero capace di cogliere una qualche differenza con i laburisti di Peres e Peretz) Likud di Sharon. Vi si tracciano i piani di azione di Israele per il futuro, piani che, con l'ascesa al potere di Bush sostenuto dalle stesse menti che hanno elaborato il documento e dai sionisti cristiani che, nella generica sigla di neoconservatori, lavorano a braccetto per il nuovo ordine mondiale, si vanno realizzando.
Che le cose stiano così è una semplice constatazione. Mentre è ancora giustificabile (ma fino a che punto ?) che l'opinione pubblica del nostro Paese non conosca queste cose, è di una gravità sensazionale che non siano conosciute dai leader politici del Paese. L'alternativa (le conoscono ma fanno finta di no) merita maggiore ludibrio e ripulsa.
In ogni caso ogni dichiarazione di tali politici ignora totalmente i termini del problema indugiando colpevolmente su tutti i più triti luoghi comuni abilmente indotti.
IASPS, 8 juillet 1996
Following is a report prepared by The Institute for Advanced Strategic and Political Studies (IASPS) "Study Group on a New Israeli Strategy Toward 2000." The main substantive ideas in this paper emerge from a discussion in which prominent opinion makers, including Richard Perle, James Colbert, Charles Fairbanks, Jr., Douglas Feith, Robert Loewenberg, David Wurmser, and Meyrav Wurmser participated. The report, entitled "A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm," is the framework for a series of follow-up reports on strategy.
Israel has a large problem. Labor Zionism, which for 70 years has dominated the Zionist movement, has generated a stalled and shackled economy. Efforts to salvage Israel’s socialist institutions—which include pursuing supranational over national sovereignty and pursuing a peace process that embraces the slogan, "New Middle East"—undermine the legitimacy of the nation and lead Israel into strategic paralysis and the previous government’s "peace process." That peace process obscured the evidence of eroding national critical mass— including a palpable sense of national exhaustion—and forfeited strategic initiative. The loss of national critical mass was illustrated best by Israel’s efforts to draw in the United States to sell unpopular policies domestically, to agree to negotiate sovereignty over its capital, and to respond with resignation to a spate of terror so intense and tragic that it deterred Israelis from engaging in normal daily functions, such as commuting to work in buses.
Benjamin Netanyahu’s government comes in with a new set of ideas. While there are those who will counsel continuity, Israel has the opportunity to make a clean break; it can forge a peace process and strategy based on an entirely new intellectual foundation, one that restores strategic initiative and provides the nation the room to engage every possible energy on rebuilding Zionism, the starting point of which must be economic reform. To secure the nation’s streets and borders in the immediate future, Israel can:
This report is written with key passages of a possible speech marked TEXT, that highlight the clean break which the new government has an opportunity to make. The body of the report is the commentary explaining the purpose and laying out the strategic context of the passages.
A New Approach to Peace
Early adoption of a bold, new perspective on peace and security is imperative for the new prime minister. While the previous government, and many abroad, may emphasize "land for peace"— which placed Israel in the position of cultural, economic, political, diplomatic, and military retreat — the new government can promote Western values and traditions. Such an approach, which will be well received in the United States, includes "peace for peace," "peace through strength" and self reliance: the balance of power.
A new strategy to seize the initiative can be introduced:
TEXT:
Israel’s quest for peace emerges from, and does not replace, the pursuit of its ideals. The Jewish people’s hunger for human rights — burned into their identity by a 2000-year old dream to live free in their own land — informs the concept of peace and reflects continuity of values with Western and Jewish tradition. Israel can now embrace negotiations, but as means, not ends, to pursue those ideals and demonstrate national steadfastness. It can challenge police states; enforce compliance of agreements; and insist on minimal standards of accountability.
Securing the Northern Border
Syria challenges Israel on Lebanese soil. An effective approach, and one with which American can sympathize, would be if Israel seized the strategic initiative along its northern borders by engaging Hizballah, Syria, and Iran, as the principal agents of aggression in Lebanon, including by:
Israel also can take this opportunity to remind the world of the nature of the Syrian regime. Syria repeatedly breaks its word. It violated numerous agreements with the Turks, and has betrayed the United States by continuing to occupy Lebanon in violation of the Taef agreement in 1989. Instead, Syria staged a sham election, installed a quisling regime, and forced Lebanon to sign a "Brotherhood Agreement" in 1991, that terminated Lebanese sovereignty. And Syria has begun colonizing Lebanon with hundreds of thousands of Syrians, while killing tens of thousands of its own citizens at a time, as it did in only three days in 1983 in Hama.
Under Syrian tutelage, the Lebanese drug trade, for which local Syrian military officers receive protection payments, flourishes. Syria’s regime supports the terrorist groups operationally and financially in Lebanon and on its soil. Indeed, the Syrian-controlled Bekaa Valley in Lebanon has become for terror what the Silicon Valley has become for computers. The Bekaa Valley has become one of the main distribution sources, if not production points, of the "supernote" — counterfeit US currency so well done that it is impossible to detect.
Text:
Given the nature of the regime in Damascus, it is both natural and moral that Israel abandon the slogan "comprehensive peace" and move to contain Syria, drawing attention to its weapons of mass destruction program, and rejecting "land for peace" deals on the Golan Heights.
Moving to a Traditional Balance of Power Strategy
TEXT:
Israel can shape its strategic environment, in cooperation with Turkey and Jordan, by weakening, containing, and even rolling back Syria. This effort can focus on removing Saddam Hussein from power in Iraq — an important Israeli strategic objective in its own right — as a means of foiling Syria’s regional ambitions. Jordan has challenged Syria's regional ambitions recently by suggesting the restoration of the Hashemites in Iraq. This has triggered a Jordanian-Syrian rivalry to which Asad has responded by stepping up efforts to destabilize the Hashemite Kingdom, including using infiltrations. Syria recently signaled that it and Iran might prefer a weak, but barely surviving Saddam, if only to undermine and humiliate Jordan in its efforts to remove Saddam.
But Syria enters this conflict with potential weaknesses: Damascus is too preoccupied with dealing with the threatened new regional equation to permit distractions of the Lebanese flank. And Damascus fears that the 'natural axis' with Israel on one side, central Iraq and Turkey on the other, and Jordan, in the center would squeeze and detach Syria from the Saudi Peninsula. For Syria, this could be the prelude to a redrawing of the map of the Middle East which would threaten Syria's territorial integrity.
Since Iraq's future could affect the strategic balance in the Middle East profoundly, it would be understandable that Israel has an interest in supporting the Hashemites in their efforts to redefine Iraq, including such measures as: visiting Jordan as the first official state visit, even before a visit to the United States, of the new Netanyahu government; supporting King Hussein by providing him with some tangible security measures to protect his regime against Syrian subversion; encouraging — through influence in the U.S. business community — investment in Jordan to structurally shift Jordan’s economy away from dependence on Iraq; and diverting Syria’s attention by using Lebanese opposition elements to destabilize Syrian control of Lebanon.
Most important, it is understandable that Israel has an interest supporting diplomatically, militarily and operationally Turkey’s and Jordan’s actions against Syria, such as securing tribal alliances with Arab tribes that cross into Syrian territory and are hostile to the Syrian ruling elite.
King Hussein may have ideas for Israel in bringing its Lebanon problem under control. The predominantly Shia population of southern Lebanon has been tied for centuries to the Shia leadership in Najf, Iraq rather than Iran. Were the Hashemites to control Iraq, they could use their influence over Najf to help Israel wean the south Lebanese Shia away from Hizballah, Iran, and Syria. Shia retain strong ties to the Hashemites: the Shia venerate foremost the Prophet’s family, the direct descendants of which — and in whose veins the blood of the Prophet flows — is King Hussein.
Changing the Nature of Relations with the Palestinians
Israel has a chance to forge a new relationship between itself and the Palestinians. First and foremost, Israel’s efforts to secure its streets may require hot pursuit into Palestinian-controlled areas, a justifiable practice with which Americans can sympathize.
A key element of peace is compliance with agreements already signed. Therefore, Israel has the right to insist on compliance, including closing Orient House and disbanding Jibril Rujoub’s operatives in Jerusalem. Moreover, Israel and the United States can establish a Joint Compliance Monitoring Committee to study periodically whether the PLO meets minimum standards of compliance, authority and responsibility, human rights, and judicial and fiduciary accountability.
TEXT:
Israel has no obligations under the Oslo agreements if the PLO does not fulfill its obligations. If the PLO cannot comply with these minimal standards, then it can be neither a hope for the future nor a proper interlocutor for present. To prepare for this, Israel may want to cultivate alternatives to Arafat’s base of power. Jordan has ideas on this.
To emphasize the point that Israel regards the actions of the PLO problematic, but not the Arab people, Israel might want to consider making a special effort to reward friends and advance human rights among Arabs. Many Arabs are willing to work with Israel; identifying and helping them are important. Israel may also find that many of her neighbors, such as Jordan, have problems with Arafat and may want to cooperate. Israel may also want to better integrate its own Arabs.
Forging A New U.S.-Israeli Relationship
In recent years, Israel invited active U.S. intervention in Israel’s domestic and foreign policy for two reasons: to overcome domestic opposition to "land for peace" concessions the Israeli public could not digest, and to lure Arabs — through money, forgiveness of past sins, and access to U.S. weapons — to negotiate. This strategy, which required funneling American money to repressive and aggressive regimes, was risky, expensive, and very costly for both the U.S. and Israel, and placed the United States in roles is should neither have nor want.
Israel can make a clean break from the past and establish a new vision for the U.S.-Israeli partnership based on self-reliance, maturity and mutuality — not one focused narrowly on territorial disputes. Israel’s new strategy — based on a shared philosophy of peace through strength — reflects continuity with Western values by stressing that Israel is self-reliant, does not need U.S. troops in any capacity to defend it, including on the Golan Heights, and can manage its own affairs. Such self-reliance will grant Israel greater freedom of action and remove a significant lever of pressure used against it in the past.
To reinforce this point, the Prime Minister can use his forthcoming visit to announce that Israel is now mature enough to cut itself free immediately from at least U.S. economic aid and loan guarantees at least, which prevent economic reform. [Military aid is separated for the moment until adequate arrangements can be made to ensure that Israel will not encounter supply problems in the means to defend itself]. As outlined in another Institute report, Israel can become self-reliant only by, in a bold stroke rather than in increments, liberalizing its economy, cutting taxes, relegislating a free-processing zone, and selling-off public lands and enterprises — moves which will electrify and find support from a broad bipartisan spectrum of key pro-Israeli Congressional leaders, including Speaker of the House, Newt Gingrich.
Israel can under these conditions better cooperate with the U.S. to counter real threats to the region and the West’s security. Mr. Netanyahu can highlight his desire to cooperate more closely with the United States on anti-missile defense in order to remove the threat of blackmail which even a weak and distant army can pose to either state. Not only would such cooperation on missile defense counter a tangible physical threat to Israel’s survival, but it would broaden Israel’s base of support among many in the United States Congress who may know little about Israel, but care very much about missile defense. Such broad support could be helpful in the effort to move the U.S. embassy in Israel to Jerusalem.
To anticipate U.S. reactions and plan ways to manage and constrain those reactions, Prime Minister Netanyahu can formulate the policies and stress themes he favors in language familiar to the Americans by tapping into themes of American administrations during the Cold War which apply well to Israel. If Israel wants to test certain propositions that require a benign American reaction, then the best time to do so is before November, 1996.
Conclusions: Transcending the Arab-Israeli Conflict
Notable Arab intellectuals have written extensively on their perception of Israel’s floundering and loss of national identity. This perception has invited attack, blocked Israel from achieving true peace, and offered hope for those who would destroy Israel. The previous strategy, therefore, was leading the Middle East toward another Arab-Israeli war. Israel’s new agenda can signal a clean break by abandoning a policy which assumed exhaustion and allowed strategic retreat by reestablishing the principle of preemption, rather than retaliation alone and by ceasing to absorb blows to the nation without response.
Israel’s new strategic agenda can shape the regional environment in ways that grant Israel the room to refocus its energies back to where they are most needed: to rejuvenate its national idea, which can only come through replacing Israel’s socialist foundations with a more sound footing; and to overcome its "exhaustion," which threatens the survival of the nation.
Ultimately, Israel can do more than simply manage the Arab-Israeli conflict though war. No amount of weapons or victories will grant Israel the peace its seeks. When Israel is on a sound economic footing, and is free, powerful, and healthy internally, it will no longer simply manage the Arab-Israeli conflict; it will transcend it. As a senior Iraqi opposition leader said recently: "Israel must rejuvenate and revitalize its moral and intellectual leadership. It is an important — if not the most important - element in the history of the Middle East." Israel — proud, wealthy, solid, and strong — would be the basis of a truly new and peaceful Middle East.
Participants in the Study Group on "A New Israeli Strategy Toward 2000:"
Richard Perle, American Enterprise Institute, Study Group Leader
James Colbert, Jewish Institute for
National Security Affairs
Charles Fairbanks, Jr., Johns Hopkins University/SAIS
Douglas Feith, Feith and Zell Associates
Robert Loewenberg, President, Institute for Advanced Strategic and
Political Studies
Jonathan Torop, The Washington Institute for Near East Policy
David Wurmser, Institute for Advanced Strategic and Political Studies
Meyrav Wurmser, Johns Hopkins University
[...] Cambiare la natura delle proprie relazioni con i Palestinesi, compreso rivendicare il diritto di intervento militare (hot-pursuit) per l'auto-difesa in tutte le aree palestinesi e sostenere alternative alla presa esclusiva di Arafat sulla società palestinese. La Siria sfida Israele sul suolo libanese. Un approccio efficace, con cui l'America può simpatizzare, sarebbe se Israele prendesse l'iniziativa strategica lungo i propri confini settentrionali sfidando Hezbollah, Siria e Iran, quali principali agenti di aggressione in Libano, e questo comprende:[...]
I
neoconservatori e la politica del «costruttore
di caos»
A cura di Thierry
Meyssan
Tratto da www.voltairenet.org/article142364.html
A Washington ed a Tel-Aviv, ci si rallegra delle operazioni militari in corso in Medio Oriente. Secondo l'espressione di Condoleezza Rice, i dolori del Libano sono le «contrazioni della nascita di un nuovo Medio Oriente». Per i teorici del «costruttore di caos», è necessario fare colare il sangue per imporre un ordine nuovo in una regione ricca in idrocarburi. Pianificata da lunga data, l'offensiva di Tsahal contro il Libano è sorvegliata dal dipartimento della difesa degli Stati Uniti.

Nel corso dei suoi contatti con la stampa al dipartimento di Stato, il 21 luglio 2006, Condoleezza Rice è stata interrogata sulle iniziative che intendeva prendere per riportare la pace in Libano. Ha risposto: «Non vedo l'interesse della diplomazia se è per ritornare alla situazione precedente tra Israele ed il Libano. Penso sarebbe un errore. Ciò che vediamo qui, in un certo modo, è l'inizio, le contrazioni della nascita di un nuovo Medio Oriente e quantunque noi facciamo, dobbiamo essere certi di spingere verso il nuovo Medio Oriente per non tornare al vecchio "(1)."
Visto
da Washington, quello che avviene oggi in Libano non ha alcuna relazione con il
recupero di soldati catturati dagli Hezbollah. Si tratta della messa in pratica
della teoria del «produttore di caos». Secondo i seguaci del filosofo Leo
Strauss, il cui ramo mediatico è conosciuto sotto la denominazione di
“neo-conservatori", il vero potere non si esercita nell’immobilismo, ma
al contrario con la distruzione di qualsiasi forma di resistenza. È immergendo
le masse nel caos che le èlite possono aspirare alla stabilità della loro
posizione.
Sempre secondo i seguaci di Leo Strauss, è soltanto in questa violenza che gli
interessi imperiali degli Stati Uniti si confondono con quelli dello Stato
ebraico.

Leo Strauss (1899-1973)
La
volontà israeliana di smantellare il Libano, di creare uno ministato cristiano
e annettersi una parte del suo territorio non è nuova. Fu enunciata, nel 1957,
da David Ben Gourion in una lettera famosa, pubblicata in allegato alle sue
memorie postume (2). Soprattutto, fu inserita in un vasto progetto di
colonizzazione del Vicino-Oriente che fu redatto nel 1996 sotto il titolo: «Taglio
netto: una nuova strategia per la sicurezza del regno» (di Israele) (3).
Questo documento, redatto nell'ambito di un think tank neo-conservatore, l’IASPS
(Institute for
Advanced Strategic and Political Studies),
è stato preparato da un gruppo di esperti riuniti da Richard Perle e Benjamin
Netanyahu. È rappresentativo del pensiero sionista revisionista di Vladimir
Jabotinsky (4).
Questo
documento prevedeva:
- l'annullamento degli accordi di pace di Oslo;
- l'eliminazione di Yasser Arafat;
- l’annessione dei territori palestinesi;
- il rovesciamento di Saddam Hussein in Iraq per destabilizzare a cascata Siria
e Libano;
- lo smantellamento dell’Iraq con creazione di uno Stato palestinese sul suo
territorio;
- l'utilizzo di Israele come base complementare del programma degli Stati Uniti
nella guerra stellare.
Questo
documento ispirò il discorso pronunciato il giorno dopo da parte di Benjamin
Netanyahu al Congresso degli Stati Uniti (5). Vi si trovano tutti gli
ingredienti della situazione attuale: minacce contro l'Iran,
Questo punto di vista raggiunge quello dell'amministrazione degli Stati Uniti.
Il controllo delle zone ricche in idrocarburi che Zbignew Brzezinki e Bernard
Lewis chiamavano «l'arco di crisi», cioè l'arco tra il Golfo di Guinea e il
Mar Caspio passando per il Golfo Persico, suppone una ridefinizione delle
frontiere, degli stati e dei regimi politici: un «rimodellamento
del grande Medio Oriente», secondo l'espressione di George Walker Bush. È
questo nuovo Medio Oriente di cui
L'idea
è semplice: sostituire agli stati ereditati del crollo dell'impero ottomano
delle entità più piccole a carattere monoetnico,
e neutralizzare questi ministati elaborandoli in modo permanente gli uni contro
gli altri. In altri termini, si tratta di ritornare agli accordi conclusi
segretamente, nel 1916, dagli imperi francese e britannico, detti accordi di
Sykes-Picot (6) e di consacrare il dominio e la sovranità totale degli
anglosassoni sulla regione. Ma per definire nuovi stati, ancora inesistenti,
bisogna distruggere quelli che esistono. È quello che sé impegnata a fare
l'amministrazione Bush ed i suoi alleati da cinque anni.
Basta
giudicare dai risultati:
-
-
L'ONU ha ingiunto il Libano di disarmarsi espellendo le forze
siriane e sciogliendo gli Hezbollah; l'ex primo ministro Rafic Hariri è stato
assassinato e l'influenza francese è scomparsa con lui; le infrastrutture
economiche del paese sono state distrutte; più di 500.000 profughi vagano nella
regione;
-
La dittatura di Saddam Hussein è stata sostituita in Iraq da un
regime ancora più crudele che fa più di 3000 morti al mese; in piena anarchia,
il paese è pronto alla frammentazione in tre entità distinte;
-
Lo pseudo-emirato talebano ha lasciato posto ad una
pseudo-democrazia dove imperversa l'interpretazione più oscurantista della charia,
la cultura del papavero in più. De facto,
l'Afghanistan è già diviso tra signori della guerra e i combattimenti sono
all’ordine del giorno. Il governo centrale ha rinunciato a farsi obbedire
anche nella capitale.
A
Washington, i discepoli di Leo Strauss, sempre più impazienti, sognano di
estendere il loro caos al Sudan, alla
Siria ed all'Iran. In questo periodo di transizione, non è più questione di «democrazia
da mercato», appena di sangue e lacrime.
Jacques Chirac, che desiderava intervenire in Libano per difendere gli ultimi
interessi francesi e vi aveva inviato il suo primo ministro Dominique de
Villepin, ha dovuto cambiare tono: durante il vertice del G8 a San Pietroburgo,
George W. Bush gli ha detto che non si trattava di un'operazione israeliana
approvata dagli Stati Uniti, ma di un'operazione degli Stati Uniti eseguita da
Israele!
Più
precisamente, il progetto di distruzione del Libano è stato presentato da
Tsahal all'amministrazione Bush, un po' più di un anno fa, come ha rivelato il
San Francisco Chronicle (7). È stato oggetto di discussioni politiche nel corso
del Forum Mondiale che American
Enterprise Institute ha organizzato, come ogni anno, il 17 ed il 18 giugno
Quest'ultimo
determina la strategia e la scelta degli obiettivi. Il ruolo principale è
assegnato al generale Bantz Craddock nella sua qualità del comandante del
Commando Sud. Craddock è uno specialista dei movimenti di blindati, come lo ha
dimostrato durante la “Tempesta del deserto” e soprattutto quando ha
comandato le forze terrestri della NATO in Kossovo. È un uomo di fiducia di
Donald Rumsfeld, di cui ha diretto lo stato maggiore speciale e per conto del
quale ha sviluppato il campo di concentramento di Guantanamo. In novembre
prossimo, dovrebbe essere nominato comandante del Commando Europeo e della NATO.
Per questo titolo, potrebbe dirigere la forza d'interposizione che
Per approfondimenti
su Leo Strauss
- Dossier
Leo Strass (Movisol)
- L’ideologia
dei neoconservatori viene da lontano (Disinformazione)
- Maschera
e volto di Leo Strauss (Kelebek)
Note:
[1]
« But I have no interest in diplomacy for the sake of returning
[2]
« Lettre
de David Ben Gourion à Moshe Sharett sur la constitution d’un État maronite
au Liban »,
document consultable dans la bibliothèque électronique du Réseau Voltaire.
[3]
A Clean Break : A New Strategy for Securing the Realm, IASPS, 8 juillet
1996. Une version
abrégée est
disponible sur le site de l’IASPS. Le contenu complet du document est connu
par les compte rendus que le Guardian en fit à l’époque.
[4]
Le père de Benjamin Netanyahu, Ben-Zion Netanyahu était le secrétaire
particulier de Vladimir Jabotinsky, fondateur du sionisme révisionniste. Ehud
Olmert appartient au même courant.
[5]
Discours
au Congrès des Etats-Unis
par Benjamin Netanyahu, 9 juillet 1996.
[6]
Ce traité secret fut signé le 16 mai 1916 par Sir Mark Sykes et François
Georges-Picot, pour le Royaume-Uni et
http://www.disinformazione.it/lagrandeisraele.htm
La grande Israele sul Tigri
Di
Stefano Chiarini – «Il Manifesto» del 19 ottobre 2003
IRAQ: la ricostruzione nelle mani di avvocati del Likud e dei coloni
Il
sogno di «Heretz Israel», della «Grande Israele» dal Nilo all’Eufrate,
caro all’ultradestra sionista potrebbe, almeno a livello economico, diventare
realtà. La guerra e l’occupazione dell’Iraq, frutto di una totale identità
di vedute tra il governo Sharon e l’Amministrazione USA, costituiscono
un’occasione forse irripetibile per la destra israeliana animatrice del
movimento dei coloni e per il «Likudnik» neoconservatori che hanno gestito la
guerra, il dopoguerra e la ricostruzione dell’Iraq. Un’occasione che Marc
Zell, avvocato, colono con cittadinanza americana, non ha voluto perdere tanto
da dar vita alla prima società di consulenza congiunta israelo-irachena con il
compito di «promuovere» gli investimenti stranieri in Iraq insieme a «Sam»
Chalabi, il quarant’enne nipote di Ahmed Chalabi, leader del Consiglio
nazionale iracheno, già pupillo dei neocon del Pentagono, e attualmente una
delle figure più influenti del Consiglio provvisorio.
La società di Marc Zell e «Sam» Chalabi, l’«Iraqi International Law
Group (Iilg)» è stata fondata la scorsa estate ed è temporaneamente
alloggiata all’Hotel Palesatine di Baghdad. Tra i suoi obiettivi troviamo il
«fornire alle imprese estere quelle informazioni e quegli strumenti di cui
hanno bisogno per entrare e per avere successo nel nuovo Iraq che sta nascendo».
Secondo un’indagine del quotidiano britannico «The Guardian» in realtà
gran parte delle operazioni e lo stesso aggiornamento del sito della società
verrebbero in realtà gestite dagli uffici di Gerusalemme di Zell.
Quest’ultimo non è un semplice avvocato o un comune colono ma anche un
esponente dei «neoconservatori» USA vicino a Douglas Feith, sottosegretario
alla Difesa, con il quale aveva uno studio legale a Washington.
Feith, capo dell’Ufficio di pianificazione del Pentagono, con vaste
responsabilità nella ricostruzione (e prima nella distruzione) dell’Iraq (e
sostenitore delle forniture ad Israele del petrolio iracheno), nel 1996 fu uno
degli esponenti neoconservatori – insieme a Richard Perle e a David Wurmser
– che prepararono un nuovo programma di politica estera per il premier
israeliano Benyamin Netanyahu intitolato «For a Clean Break, a new strategy
for securing the realm» che prevedeva «la rottura» del processo di pace
di Oslo.
Israele avrebbe dovuto invece rivendicare senza esitazione il controllo della
West Bank e di Gaza e avrebbe dovuto «plasmare il panorama strategico» del
Medioriente rimovendo il regime iracheno e successivamente i governi della
Siria, del Libano e dell’Arabia Saudita e dell’Iran. Un programma di guerra
che l’amministrazione Bush-Sharon ha già cominciato a realizzare.
L’avvocato Zell – simpatizzante del gruppo estremista dei coloni del «Gush
Emunim», il blocco della fede, per quale sarebbe stato Dio a dare agli ebrei
l’intera Palestina – nel 1988, all’inizio della prima Intifada, si trasferì
con la sua famiglia nell’insediamento ebraico di Alon Shevut, nella West bank,
e acquistò la nazionalità israeliana sulla base della «legge del ritorno».
Successivamente Marc Zell fu tra i protagonisti della campagna elettorale di
Netanyahu nel 1996, divenne membro dell’ufficio politico e del Comitato
centrale del Likud ed uno dei più noti portavoce del movimento dei coloni più
radicali. Il compito di Marc Zell, titolare della società «Zell Goldberg
and Co.» con sede a Gerusalemme, è quello di aiutare le società
israeliane a fare affari sui mercati esteri e ora, tramite la Iilg, ad assumere
posizioni rilevanti nel mercato iracheno approfittando del programma di
privatizzazioni gestito dalle stesse autorità di occupazione e dal Consiglio
provvisorio. Alle prime penserà Zell al secondo «Sam» Chalabi.
Quest’ultimo, da parte sua, non è solo il nipote del bancarottiere sciita, ma
è anche uno degli autori del documento «Transition to Democracy»,
della ex opposizione irachena pro-USA, basato sulla necessità di «privatizzare»
il paese, spezzarne l’unità con una esasperata «devolution», e
de-arabizzarlo riallacciando i rapporti con lo stato ebraico. Sam Chalabi è ora
«consigliere» del nuovo governo sugli investimenti e il commercio.
Sam e Marc: due volti del futuro Iraq, con uomini di questo tipo la
colonizzazione israeliana della Mesopotamia è solo questione di tempo.
http://www.aljazira.it/index.php?option=content&task=view&id=544
I PIANI DEL COMITATO AMERICANO PER UN LIBANO LIBERO
di Reseau Voltaire
sabato, 02 aprile
2005
La preparazione della "rivoluzione nel paese dei cedri"
Da otto anni a questa parte, il Comitato Statunitense per un Libano libero ha pazientemente elaborato un dossier mediatico e giuridico che ha portato alla situazione attuale. Il Comitato, legato ai falangisti, filo-israeliano e filo-statunitense, ha organizzato l’attacco della Siria e manipolato l’assassinio dell’ex primo ministro Rafik Hariri. E’ riuscito ad intossicare l’opinione pubblica internazionale e a far credere che i responsabili di questo attentato siano i ba’asisti. Fino a quando ieri, un milione e mezzo di Libanesi manifestano contro l’ingerenza degli Stati Uniti ed in sostegno della Siria.
Il Comitato statunitense per un Libano libero (U.S. Committee for a
Free Lebanon – USCFL) è stato creato alla fine del 1997 da un
banchiere di Wall Street, Ziad K. Abdelnour. Questo finanziere, di
doppia nazionalità , statunitense e libanese, proviene da una famiglia
di politici libanesi: suo padre, Khalil Abdelnour, fu deputato dal 1992
al 2000; suo zio, Salem Abdelnour, dal 1960 al ’64, poi dal 1972 al
’92; suo cugino acquisito, Karim Pakradouni, è il Presidente delle
Falangi.
Il Comitato fu creato per soddisfare il desiderio dei neoconservatori di
“rimodellare il Vicino-Oriente” e faceva parte della strategia
formulata all’interno dell’Istituto Americano per l’Impresa e dei
suoi elettori, il Progetto per un nuovo secolo Americano, coadiuvata dal
Likud israeliano tramite il Jewish Institute for National Security
Affaire (JINSA). L’USCFL era concepito affinché svolgesse , nel suo
raggio d’azione, un ruolo equivalente a quello dell’Iraqi National
Congress di Ahmed Chalabi per l’Iraq. D’altronde, il suo obiettivo
principale non era quello di prendere il potere in Libano, ma di far
cadere il regime in Siria.
A partire dal 1999, il Comitato cominciò a pubblicare il Middle East Intelligence Bulletin (MEIB), nella cui redazione lavorano Michael Rubin e Thomas Patrick Carrol, sotto la direzione di Gary C. Gambill.
Gary Gambill
Questi tre uomini sono noti per i loro legami con la CIA. Michael Rubin è stato, per un anno e mezzo dopo l’invasione dell’Iraq, consigliere speciale di Donald Rumsfeld e di L. Paul Bremer III; Thomas Patrick Caroll è un ex agente della CIA. Quanto al redattore capo, Gary C. Gambill, è stipendiato dalla Freedom House, un ufficio dell’Agenzia.
Nel maggio 2000, l’USCL ed il Middle East Forum di Daniel Pipes (1) hanno creato un Gruppo di lavoro comune sul Libano e pubblicato un rapporto intitolato Mettere fine all’occupazione siriana in Libano: il ruolo degli Stati Uniti (2). In questo rapporto si evidenzia come sia interesse degli Stati Uniti utilizzare il Libano quale mezzo di pressione sulla Siria in modo da costringerla ad accettare l’occupazione israeliana del Golan ed a smettere di appoggiare le rivendicazioni palestinesi. Raccomanda inoltre di appoggiare l’opposizione libanese, di emettere sanzioni economiche contro la Siria e addirittura di intraprendere un’azione militare contro la stessa. A questo proposito, sottolinea che Washington deve affrettarsi perché Damasco si starebbe procurando armi di distruzione di massa. La lettura a posteriori di questo documento, all’epoca passato quasi inosservato, sorprende per la sua franchezza. Esso prende in prestito certi elementi da un progetto redatto nel 1996 per Benjamin Netanyahu dal titolo Una rottura netta: una nuova strategia per mettere al sicuro il regno (d’Israele) (3). La retorica e gli obiettivi della futura amministrazione Bush vi sono già esposti al completo.
Il rapporto è firmato dai 31 membri del Gruppo di lavoro, tutte personalità neoconservatrici e sioniste. Molti di loro oggi occupano dei posti chiave nell’amministrazione Bush: Elliott Abrams (4) è il numero due del Consiglio Nazionale di Sicurezza; Paula Dobriansky è sotto-segretario di Stato; Douglas Feith è sottosegretario alla Difesa; Jeane Kirkpatrick è ambasciatrice a Ginevra; Richard Perle è consigliere all’ombra del Pentagono; David Wumser è diventato consigliere del Vice-Presidente Cheney.
Nel 2002, alla redazione del MEIB arriva Daniel Pipes. Di colpo, i legami tra l’USCFL ed il Forum per il Medio Oriente sembrano più stretti che mai. Il 18 aprile 2002 il rappresentante (repubblicano) del Texas, Dick Armey, presentava alla Camera un progetto di legge sulla “responsabilità siriana” (5) con il suo amico Eliot Engel, rappresentante (democratico) del Bronx.
Dick Armey
Engel era membro del Gruppo di Lavoro congiunto sul Libano del Mef e dell’USCFL. Si era già messo in luce promuovendo la campagna per il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele. Questa iniziativa è sostenuta implicitamente dal Presidente Gorge W. Bush, nel suo celebre appello del 24 giugno 2002 per una nuova leadership palestinese, suggerito, oggi lo sappiamo, dal ministro israeliano Natan Sharansky (6). Da quel momento appare evidente che la strategia del MEF/USCFL è stata adottata dalla Casa Bianca: si tratta di far cessare il sostegno siriano al movimento di resistenza palestinese, utilizzando il Libano come mezzo di pressione su Damasco.
Tuttavia, quel testo si rivela insufficiente. Inoltre, il 12 aprile 2003, vale a dire due settimane dopo l’inizio delle operazioni militari in Iraq, Eliot Engel torna alla carica presentando un nuovo progetto di legge sulla “responsabilità siriana e la restaurazione della sovranità libanese” (7). L’articolo primo ne esplicita gli obiettivi: “Porre fine al sostegno siriano al terrorismo, alla sua occupazione del Libano, fermare il suo sviluppo di armi di distruzione di massa, far cessare l’importazione illegale di petrolio iracheno ed i carichi illegali di armi ed altri materiali militari iracheni, rendere la Siria responsabile dei seri problemi di sicurezza internazionale che ha causato al Vicino-Oriente ed altri scopi” (8). Si volle che i dibattiti parlamentari fossero di ordine marziale.
Eliot Engel
Il 17 settembre, il generale Michel Aoun testimonia davanti ai Rappresentanti e chiede agli Stati Uniti di intervenire militarmente affinché gli venga reso il potere che ha perso quindici anni prima. Per i membri del Congresso, era così chiaro che la Siria sarebbe stato il loro prossimo bersaglio che diedero carta bianca al presidente Bush per attaccarla qualora lo ritenesse necessario. La legge sarà approvata definitivamente solo il 15 ottobre 2003. Ma il dispositivo è già predisposto.
Nel settembre 2003, David Wurmser, un membro aggiunto del Gruppo di
lavoro del MEF/USCFL, è nominato membro del gabinetto del
vice-presidente Dick Cheney, per preparare l’attacco alla Siria.
Wurmser e sua moglie, Meyrav, hanno partecipato alla redazione del
progetto del 1996 per Netanyahu. Meyrav è anche una delle fondatrici
del MEMRI, un ufficio di propaganda dello Tsahal.
Il 5 ottobre, giorno del trentesimo anniversario della guerra del Kippur,
lo Tsahal viola lo spazio aereo siriano e bombarda dei villaggi intorno
Damasco, con il pretesto che avrebbero nascosto dei “campi
terroristi”. Nel passaggio, gli aerei effettuano dei loopings sopra la
casa della famiglia di Bachar el-Assad, mostrando così di poter colpire
dove e quando vogliono il presidente siriano.
A novembre, la National Endowment for Democracy (NED/CIA) crea a
Washington un gruppo fantoccio, la Syrian Democratic Coalition, attorno
al Reform Party of Syria, presidiato dal trafficante d’armi Farid N.
Ghadry. Il 18 ed il 19 gennaio 2004 viene organizzato a Bruxelles un
congresso che però fallisce nel tentativo di trovare una personalità
da piazzare a capo della Siria in caso di “liberazione” da parte
degli Stati Uniti.
Da quel momento in poi, i membri dell’USCFL montano il caso contro
la Siria (9) che viene quindi accusata di servire da rifugio a Saddam
Hussein in fuga, poi di nascondere le armi di distruzione di massa
irachene che non si riescono a trovare, di rilanciare il terrorismo
palestinese, ecc.
L’USCFL attiva sostegni politici all’estero appoggiandosi
all’agenzia di pubbliche relazioni Benador Associates. Nel luglio
2004, una delegazione costituita da Farid N. Ghadry, un rappresentante
del generale Aoun e Walid Phares, incontra in Francia gli ex ministri
François Léotard, Alain Madelin e Philippe de Villiers.
E’ necessario confezionare anche delle giustificazioni giuridiche. Il
2 settembre 2004, gli Stati Uniti, appoggiati dal Regno Unito, dalla
Francia e dalla Germania, fanno adottare dal Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite la risoluzione 1559 che ingiunge le forze straniere
(vale a dire sia siriane che israeliane) di lasciare il Libano.
La strategia della tensione viene pianificata scrupolosamente: il 31 marzo 2004, Farid N. Ghadry, lancia dalla zona turca di Cipro il canale radiofonico Radio Free Syria che è palesemente finanziato dalla NED/CIA. Il Presidente Bush, nel suo discorso del 2 febbraio 2005 sullo stato dell’Unione, dichiara ai parlamentari: “Al fine di promuovere la pace nel Grande Medio Oriente, siamo costretti ad affrontare regimi che danno rifugio ai terroristi e che cercano di procurarsi armi di distruzione di massa. La Siria permette ancora che il suo territorio, così come alcune aree delimitate del Libano, siano utilizzate dai terroristi che cercano di distruggere ogni possibilità di pace nella Regione. Voi avete votato e noi applichiamo la Legge sulla responsabilizzazione della Siria: siamo in attesa che il governo siriano interrompa ogni sostegno al terrorismo ed apra la porta alla libertà”.
David Satterfield
Il 7 febbraio 2005, il Dott. Imad Mustafa, ambasciatore siriano a Washington, viene convocato al dipartimento di Stato e ricevuto dal responsabile del Dipartimento Vicino-Oriente, David Satterfield, che lo prega di comunicare al Presidente Bachar el-Assad l’ultimatum per il ritiro delle sue truppe dal Libano.
Il 14 febbraio, l’assassinio dell’ex Primo Ministro libanese, Rafic Hariri, dà il via all’operazione. L’attentato è concepito in modo particolarmente spettacolare al fine di colpire l’opinione pubblica. Nei minuti che seguono, l’USCFL diffonde un comunicato dal titolo: Mettiamo fine al regime basista siriano e mettiamo in ginocchio il presidente Emile Lahoud e gli altri fantocci libanesi. Ecco il testo: “Con l’assassinio del Primo Ministro Rafic Hariri in Libano, i basisti siriani sono fuori controllo. Chi sarà il prossimo? I Siriani uccidono gli Americani, gli Iracheni ed i Libanesi e noi cerchiamo invece di confrontarci con loro per vie diplomatiche. Vi chiediamo di unirci a noi e di trovare insieme un’intesa nel limite del possibile scrivendo ed intervenendo tramite ogni possibile mass-media per affrettare il cambio di regime in Siria.
E’ il solo modo per salvare gli Stati Uniti dalle politiche estremiste baasiste, di liberare il Libano e salvare i Siriani dai nazisti baasisti. E’ evidente che la nascente coalizione del Primo Ministro Hariri con l’opposizione ed in particolare con il leader druso Walid Jumblatt avrebbe ottenuto la maggioranza dei seggi a Beirut e fatto avanzare il voto cristiano… era il solo modo per i Siriani di arrestare tale processo. L’occupazione siriana in Libano ha i giorni contati” (11). In questo modo viene lanciata l’accusa, senza alcuna prova e contro ogni logica, secondo la quale elementi incontrollati del Ba’as siriano avrebbero organizzato l’assassinio. In pochi minuti, la notizia viene diffusa in tutto il mondo da uomini dell’USFCL, manifestamente contro l’ingerenza degli Stati Uniti ed in sostegno della Siria.
Per gentile comncessione di Reseau Voltaire
8.03.05
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Nicoletta
Note:
[1] " Daniel Pipes, expert de la haine ", Voltaire, 5 mai 2004.
[2] Ending Syria's Occupation of Lebanon : The U.S. Role
[3] A Clean Break, a New Strategy for Securing the Realm, Institute of Advanced Strategic and Political Studies, Jérusalem-Washington.
[4] " Elliott Abrams, le gladiateur converti à la Théopolitique " par Thierry Meyssan, Voltaire, 14 février 2005.
[5] Syrian Accountabilty Act, H.R. 4483, S. 2215.
[6] " Natan Sharansky, idéologue de la démocratisation forcée ", Voltaire, 7 mars 2005.
[7] The Syria Accountability and Lebanese Sovereignty Restauration Act, H.R. 1828, S. 982.
[8] " To halt Syrian support for terrorism, end its occupation of Lebanon, stop its development of weapons of mass destruction, cease its illegal importation of Iraqi oil and illegal shipments of weapons and other military items to Iraq, and by so doing hold Syria accountable for the serious international security problems it has caused in the Middle East, and for other purposes ".
[9] " La cible syrienne " par Paul Labarique, Voltaire, 27 janvier 2004.
[10] To promote peace in the broader Middle East, we must confront regimes that continue to harbor terrorists and pursue weapons of mass murder. Syria still allows its territory, and parts of Lebanon, to be used by terrorists who seek to destroy every chance of peace in the region. You have passed, and we are applying, the Syrian Accountability Act -- and we expect the Syrian government to end all support for terror and open the door to freedom.
[11] " End Syria's Ba'athist Regime and bring President Emile Lahoud and other Lebanese puppets to their knees (February 14, 2005) With the killing of Prime Minister Rafik Hariri in Lebanon, Syrian Ba'athists are out of control. Who's next ? It is anybody's guess at this time given the timid policies of the United States vis-a-vis Syria ? Syrians are killing Americans, Iraqis, and Lebanese and we still "talk" to them through diplomacy. Please join us in being as voiceful as you can by writing and appearing on every media outlet you can think of to push for the agenda of REGIME CHANGE in Syria. This is the ONLY way to save the United States from the egregious Ba'athist policies, to liberate Lebanon, and to save Syrians from the Nazi Ba'athists. Obviously, with Prime Minister Hariri joining the opposition and teaming up with Druze leader Walid Jumblatt, his block was going to win the majority of the seats for Beirut and win the Christian vote... which was the only way for the Syrians to stop him. Syria's days in Lebanon are numbered ".
http://www.comedonchisciotte.net/modules.php?name=News&file=article&sid=151
LA
MORTE DI RAFIK HARIRI
A chi giova la destabilizzazione del Libano?
Gli Stati Uniti ed Israele sperano ancora che un cambiamento di regime a Damasco
potrebbe indebolire considerevolmente le posizioni di queste due organizzazioni,
permettendo così ad Israele di controllare la sua frontiera settentrionale.
"Hariri è stato un reale custode della stabilità e delle buone relazioni
tra gli Stati arabi e l'occidente", ricorda Khalil. Poco tempo prima della
sua morte, i servizi segreti francesi l'avrebbero avvertito che si preparava un
complotto contro lui.

ISRAELE, IL PETROLIO E LA ‘DISTRUZIONE PIANIFICATA’ DEL LIBANO
DI MIKE WHITNEY
Uruknet
I PIANI DEL
COMITATO AMERICANO PER UN LIBANO LIBERO
LA PREPARAZIONE DELLA " RIVOLUZIONE DEI CEDRI "
Da otto anni a questa parte, il Comitato Statunitense per un Libano libero ha pazientemente elaborato un dossier mediatico e giuridico che ha portato alla situazione attuale. Il Comitato, legato ai falangisti, filo-israeliano e filo-statunitense, ha organizzato l’attacco della Siria e manipolato l’assassinio dell’ex primo ministro Rafik Hariri. E’ riuscito ad intossicare l’opinione pubblica internazionale e a far credere che i responsabili di questo attentato siano i ba’asisti. Fino a quando ieri, un milione e mezzo di Libanesi manifestano contro l’ingerenza degli Stati Uniti ed in sostegno della Siria.
Il Comitato statunitense per un Libano libero (U.S. Committee for a Free Lebanon
– USCFL) è stato creato alla fine del 1997 da un banchiere di Wall Street,
Ziad K. Adbelnour. Questo finanziere, di doppia nazionalità , statunitense e
libanese, proviene da una famiglia di politici libanesi: suo padre, Khalil
Abdelnour, fu deputato dal 1992 al 2000; suo zio, Salem Abdelnour, dal 1960 al
’64, poi dal 1972 al ’92; suo cugino acquisito, Karim Pakradouni, è il
Presidente delle Falangi.
Il Comitato fu creato per soddisfare il desiderio dei neoconservatori di
“rimodellare il Vicino-Oriente” e faceva parte della strategia formulata
all’interno dell’Istituto Americano per l’Impresa e dei suoi elettori, il
Progetto per un nuovo secolo Americano, coadiuvata dal Likud israeliano tramite
il Jewish Institute for National Security Affaire (JINSA). L’USCFL era
concepito affinché svolgesse , nel suo raggio d’azione, un ruolo equivalente
a quello dell’Iraqi National Congress di Ahmed Chalabi per l’Iraq.
D’altronde, il suo obiettivo principale non era quello di prendere il potere
in Libano, ma di far cadere il regime in Siria.
A partire dal 1999, il Comitato cominciò a pubblicare il Middle East Intelligence Bulletin (MEIB), nella cui redazione lavorano Michael Rubin e Thomas Patrick Carrol, sotto la direzione di Gary C. Gambill.
Gary Gambill
Questi tre uomini sono noti per i loro legami con la CIA. Michael Rubin è stato, per un anno e mezzo dopo l’invasione dell’Iraq, consigliere speciale di Donald Rumsfeld e di L. Paul Bremer III; Thomas Patrick Caroll è un ex agente della CIA. Quanto al redattore capo, Gary C. Gambill, è stipendiato dalla Freedom House, un ufficio dell’Agenzia.
Nel maggio 2000, l’USCL ed il Middle East Forum di Daniel Pipes (1) hanno creato un Gruppo di lavoro comune sul Libano e pubblicato un rapporto intitolato Mettere fine all’occupazione siriana in Libano: il ruolo degli Stati Uniti (2). In questo rapporto si evidenzia come sia interesse degli Stati Uniti utilizzare il Libano quale mezzo di pressione sulla Siria in modo da costringerla ad accettare l’occupazione israeliana del Golan ed a smettere di appoggiare le rivendicazioni palestinesi. Raccomanda inoltre di appoggiare l’opposizione libanese, di emettere sanzioni economiche contro la Siria e addirittura di intraprendere un’azione militare contro la stessa. A questo proposito, sottolinea che Washington deve affrettarsi perché Damasco si starebbe procurando armi di distruzione di massa. La lettura a posteriori di questo documento, all’epoca passato quasi inosservato, sorprende per la sua franchezza. Esso prende in prestito certi elementi da un progetto redatto nel 1996 per Benjamin Netanyahu dal titolo Una rottura netta: una nuova strategia per mettere al sicuro il regno (d’Israele) (3). La retorica e gli obiettivi della futura amministrazione Bush vi sono già esposti al completo.
Il rapporto è firmato dai 31 membri del Gruppo di lavoro, tutte personalità neoconservatrici e sioniste. Molti di loro oggi occupano dei posti chiave nell’amministrazione Bush: Elliott Abrams (4) è il numero due del Consiglio Nazionale di Sicurezza; Paula Dobriansky è sotto-segretario di Stato; Douglas Feith è sottosegretario alla Difesa; Jeane Kirkpatrick è ambasciatrice a Ginevra; Richard Perle è consigliere all’ombra del Pentagono; David Wumser è diventato consigliere del Vice-Presidente Cheney.
Nel 2002, alla redazione del MEIB arriva Daniel Pipes. Di colpo, i legami tra l’USCFL ed il Forum per il Medio Oriente sembrano più stretti che mai. Il 18 aprile 2002 il rappresentante (repubblicano) del Texas, Dick Armey, presentava alla Camera un progetto di legge sulla “responsabilità siriana” (5) con il suo amico Eliot Engel, rappresentante (democratico) del Bronx.
Dick Armey
Engel era membro del Gruppo di Lavoro congiunto sul Libano del Mef e dell’USCFL. Si era già messo in luce promuovendo la campagna per il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele. Questa iniziativa è sostenuta implicitamente dal Presidente Gorge W. Bush, nel suo celebre appello del 24 giugno 2002 per una nuova leadership palestinese, suggerito, oggi lo sappiamo, dal ministro israeliano Natan Sharansky (6). Da quel momento appare evidente che la strategia del MEF/USCFL è stata adottata dalla Casa Bianca: si tratta di far cessare il sostegno siriano al movimento di resistenza palestinese, utilizzando il Libano come mezzo di pressione su Damasco.
Tuttavia, quel testo si rivela insufficiente. Inoltre, il 12 aprile 2003, vale a dire due settimane dopo l’inizio delle operazioni militari in Iraq, Eliot Engel torna alla carica presentando un nuovo progetto di legge sulla “responsabilità siriana e la restaurazione della sovranità libanese” (7). L’articolo primo ne esplicita gli obiettivi: “Porre fine al sostegno siriano al terrorismo, alla sua occupazione del Libano, fermare il suo sviluppo di armi di distruzione di massa, far cessare l’importazione illegale di petrolio iracheno ed i carichi illegali di armi ed altri materiali militari iracheni, rendere la Siria responsabile dei seri problemi di sicurezza internazionale che ha causato al Vicino-Oriente ed altri scopi” (8). Si volle che i dibattiti parlamentari fossero di ordine marziale.
Eliot Engel
Il 17 settembre, il generale Michel Aoun testimonia davanti ai Rappresentanti e chiede agli Stati-Uniti di intervenire militarmente affinché gli venga reso il potere che ha perso quindici anni prima. Per i membri del Congresso, era così chiaro che la Siria sarebbe stato il loro prossimo bersaglio che diedero carta bianca al presidente Bush per attaccarla qualora lo ritenesse necessario. La legge sarà approvata definitivamente solo il 15 ottobre 2003. Ma il dispositivo è già predisposto.
Nel settembre 2003, David Wurmser, un membro aggiunto del Gruppo di lavoro del
MEF/USCFL, è nominato membro del gabinetto del vice-presidente Dick Cheney, per
preparare l’attacco alla Siria. Wurmser e sua moglie, Meyrav, hanno
partecipato alla redazione del progetto del 1996 per Netanyahu. Meyrav è anche
una delle fondatrici del MEMRI, un ufficio di propaganda dello Tsahal.
Il 5 ottobre, giorno del trentesimo anniversario della guerra del Kippur, lo
Tsahal viola lo spazio aereo siriano e bombarda dei villaggi intorno Damasco,
con il pretesto che avrebbero nascosto dei “campi terroristi”. Nel
passaggio, gli aerei effettuano dei loopings sopra la casa della famiglia di
Bachar el-Assad, mostrando così di poter colpire dove e quando vogliono il
presidente siriano.
A novembre, la National Endowment for Democracy (NED/CIA) crea a Washington un
gruppo fantoccio, la Syrian Democratic Coalition, attorno al Reform Party of
Syria, presidiato dal trafficante d’armi Farid N. Ghadry. Il 18 ed il 19
gennaio 2004 viene organizzato a Bruxelles un congresso che però fallisce nel
tentativo di trovare una personalità da piazzare a capo della Siria in caso di
“liberazione” da parte degli Stati Uniti.
Da quel momento in poi, i membri dell’USCFL montano il caso contro la Siria
(9) che viene quindi accusata di servire da rifugio a Saddam Hussein in fuga,
poi di nascondere le armi di distruzione di massa irachene che non si riescono a
trovare, di rilanciare il terrorismo palestinese, ecc.
L’USCFL attiva sostegni politici all’estero appoggiandosi all’agenzia di
pubbliche relazioni Benador Associates. Nel luglio 2004, una delegazione
costituita da Farid N. Ghadry, un rappresentante del generale Aoun e Walid
Phares, incontra in Francia gli ex ministri François Léotard, Alain Madelin e
Philippe de Villiers.
E’ necessario confezionare anche delle giustificazioni giuridiche. Il 2
settembre 2004, gli Stati Uniti, appoggiati dal Regno Unito, dalla Francia e
dalla Germania, fanno adottare dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la
risoluzione 1559 che ingiunge le forze straniere (vale a dire sia siriane che
israeliane) di lasciare il Libano.
La strategia della tensione viene pianificata scrupolosamente: il 31 marzo 2004, Farid N. Ghadry, lancia dalla zona turca di Cipro il canale radiofonico Radio Free Syria che è palesemente finanziato dalla NED/CIA. Il Presidente Bush, nel suo discorso del 2 febbraio 2005 sullo stato dell’Unione, dichiara ai parlamentari: “Al fine di promuovere la pace nel Grande Medio Oriente, siamo costretti ad affrontare regimi che danno rifugio ai terroristi e che cercano di procurarsi armi di distruzione di massa. La Siria permette ancora che il suo territorio, così come alcune aree delimitate del Libano, siano utilizzate dai terroristi che cercano di distruggere ogni possibilità di pace nella Regione. Voi avete votato e noi applichiamo la Legge sulla responsabilizzazione della Siria: siamo in attesa che il governo siriano interrompa ogni sostegno al terrorismo ed apra la porta alla libertà”
David Satterfield
Il 7 febbraio 2005, il Dott. Imad Mustafa, ambasciatore siriano a Washington, viene convocato al dipartimento di Stato e ricevuto dal responsabile del Dipartimento Vicino-Oriente, David Satterfield, che lo prega di comunicare al Presidente Bachar el-Assad l’ultimatum per il ritiro delle sue truppe dal Libano.
Il 14 febbraio, l’assassinio dell’ex Primo Ministro libanese, Rafic Hariri, dà il via all’operazione. L’attentato è concepito in modo particolarmente spettacolare al fine di colpire l’opinione pubblica. Nei minuti che seguono, l’USCFL diffonde un comunicato dal titolo: Mettiamo fine al regime basista siriano e mettiamo in ginocchio il presidente Emile Lahoud e gli altri fantocci libanesi. Ecco il testo: “Con l’assassinio del Primo Ministro Rafic Hariri in Libano, i basisti siriani sono fuori controllo. Chi sarà il prossimo? I Siriani uccidono gli Americani, gli Iracheni ed i Libanesi e noi cerchiamo invece di confrontarci con loro per vie diplomatiche. Vi chiediamo di unirci a noi e di trovare insieme un’intesa nel limite del possibile scrivendo ed intervenendo tramite ogni possibile mass-media per affrettare il cambio di regime in Siria.
E’ il solo modo per salvare gli Stati Uniti dalle politiche estremiste baasiste, di liberare il Libano e salvare i Siriani dai nazisti baasisti. E’ evidente che la nascente coalizione del Primo Ministro Hariri con l’opposizione ed in particolare con il leader druso Walid Jumblatt avrebbe ottenuto la maggioranza dei seggi a Beirut e fatto avanzare il voto cristiano… era il solo modo per i Siriani di arrestare tale processo. L’occupazione siriana in Libano ha i giorni contati” (11). In questo modo viene lanciata l’accusa, senza alcuna prova e contro ogni logica, secondo la quale elementi incontrollati del Ba’as siriano avrebbero organizzato l’assassinio. In pochi minuti, la notizia viene diffusa in tutto il mondo da uomini dell’USFCL, manifestamente contro l’ingerenza degli Stati Uniti ed in sostegno della Siria.
Per gentile comncessione di Reseau Voltaire
8.03.05
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Nicoletta
Note:
[1] " Daniel Pipes, expert de la haine ", Voltaire, 5 mai 2004.
[2] Ending Syria's Occupation of Lebanon : The U.S. Role
[3] A Clean Break, a New Strategy for Securing the Realm, Institute of Advanced Strategic and Political Studies, Jérusalem-Washington.
[4] " Elliott Abrams, le gladiateur converti à la Théopolitique " par Thierry Meyssan, Voltaire, 14 février 2005.
[5] Syrian Accountabilty Act, H.R. 4483, S. 2215.
[6] " Natan Sharansky, idéologue de la démocratisation forcée ", Voltaire, 7 mars 2005.
[7] The Syria Accountability and Lebanese Sovereignty Restauration Act, H.R. 1828, S. 982.
[8] " To halt Syrian support for terrorism, end its occupation of Lebanon, stop its development of weapons of mass destruction, cease its illegal importation of Iraqi oil and illegal shipments of weapons and other military items to Iraq, and by so doing hold Syria accountable for the serious international security problems it has caused in the Middle East, and for other purposes ".
[9] " La cible syrienne " par Paul Labarique, Voltaire, 27 janvier 2004.
[10] To promote peace in the broader Middle East, we must confront regimes that continue to harbor terrorists and pursue weapons of mass murder. Syria still allows its territory, and parts of Lebanon, to be used by terrorists who seek to destroy every chance of peace in the region. You have passed, and we are applying, the Syrian Accountability Act -- and we expect the Syrian government to end all support for terror and open the door to freedom.
[11] " End Syria's Ba'athist Regime and bring President Emile Lahoud and other Lebanese puppets to their knees (February 14, 2005) With the killing of Prime Minister Rafik Hariri in Lebanon, Syrian Ba'athists are out of control. Who's next ? It is anybody's guess at this time given the timid policies of the United States vis-a-vis Syria ? Syrians are killing Americans, Iraqis, and Lebanese and we still "talk" to them through diplomacy. Please join us in being as voiceful as you can by writing and appearing on every media outlet you can think of to push for the agenda of REGIME CHANGE in Syria. This is the ONLY way to save the United States from the egregious Ba'athist policies, to liberate Lebanon, and to save Syrians from the Nazi Ba'athists. Obviously, with Prime Minister Hariri joining the opposition and teaming up with Druze leader Walid Jumblatt, his block was going to win the majority of the seats for Beirut and win the Christian vote... which was the only way for the Syrians to stop him. Syria's days in Lebanon are numbered ".