LA LOBBY ISRAELIANA E LA POLITICA ESTERA DEGLI STATI UNITI
JOHN MEARSHEIMER E STEPHEN WALT
Nell’autunno
del 2001, e soprattutto nella primavera del 2002, l’amministrazione Bush tentò
di porre un freno al dilagante sentimento antiamericano nel mondo arabo e di
evitare che alcuni paesi sostenessero gruppi terroristici come Al-Quaeda,
mettendo dei limiti alla politica israeliana di espansione
nei Territori Occupati e cercando di favorire la creazione di uno stato
palestinese. Bush aveva a disposizione mezzi di
persuasione molto efficaci. Avrebbe potuto minacciare Israele di
limitare il sostegno economico e diplomatico, e quasi tutta l’opinione
pubblica negli Usa sarebbe stata certamente dalla sua parte. Un sondaggio del
maggio 2003, riportò che più del 60 per cento degli statunitensi era
d’accordo nel bloccare gli aiuti se Israele si fosse
rifiutato di interrompere il conflitto, e la percentuale saliva al 70 per
cento fra le persone “politicamente attive”. Inoltre, il 73 per cento era
convinto che gli Usa non dovessero favorire nessuna
delle due parti.
Non essendo Washington riuscita a cambiare la politica di Israele, ha finito col
sostenerla. Nel tempo, l’amministrazione ha anche adottato le stesse
giustificazioni di Israele per legittimare le sue
posizioni, così la retorica statunitense è diventata un’imitazione di quella
israeliana. Nel febbraio 2003, un titolo del Washington
Post riassumeva così la situazione: “Bush e Sharon, politica
quasi identica in Medio Oriente”. La principale ragione di questa svolta sta
nella Lobby.
La storia inizia alla fine di settembre del 2001, quando Bush esortava Sharon a
mostrare una certa moderazione nei Territori Occupati. Inoltre faceva pressioni
affinché permettesse al ministro degli Esteri Shimon Peres di incontrare Yasser
Arafat, nonostante anche Bush fosse decisamente
critico nei confronti della condotta del leader palestinese. Il presidente Usa
arrivò perfino a dichiarare di essere favorevole
alla costituzione di uno stato palestinese. Allarmato,
Sharon lo accusò di cercare di “placare gli arabi a nostre spese”,
avvertendo che “Israele non è la Cecoslovacchia.”
Bush s’infuriò all’idea di essere stato paragonato a Chamberlain, e
l’ufficio stampa della Casa Bianca definì le parole di Sharon
“inaccettabili”. Sharon presentò delle formali scuse di facciata, e subito
dopo iniziò a collaborare con la Lobby per persuadere il governo e il popolo
statunitense che Usa e Israele si trovavano a
fronteggiare una comune minaccia terroristica. Funzionari del governo israeliano
e rappresentanti della Lobby insistettero sul fatto che non c’era nessuna
differenza fra Arafat e Osama bin Laden: Usa e Israele avrebbero
dovuto isolare il leader palestinese in modo da non avere più niente a che fare
con lui.
La Lobby si mise anche al lavoro all’interno del Congresso. Il 16 novembre, 89
senatori inviarono a Bush una lettera, pregandolo di rifiutarsi di incontrare
Arafat, ma chiedendo anche che gli Stati Uniti non limitassero Israele nelle sue
rappresaglie contro i palestinesi; l’amministrazione, recitava il documento,
deve dichiarare pubblicamente di essere al fianco di Israele.
Secondo il New York Times, quella lettera “era
figlia” di un meeting che aveva avuto luogo due settimane prima, fra “i capi
della comunità ebraica statunitense e importanti senatori”, aggiungendo che
l’AIPAC era stata “particolarmente attiva nel dispensare consigli riguardo
alla lettera.”
A fine novembre, le relazioni fra Washington e Tel Aviv erano decisamente
migliorate, in parte grazie agli sforzi della Lobby, e in parte grazie
all’iniziale vittoria degli Usa in Afghanistan, che diede agli Stati Uniti la
fallace sensazione di non aver bisogno del sostegno arabo nella guerra contro
Al-Quaeda. Sharon andò in visita alla Casa Bianca ai primi di dicembre, ed ebbe
con Bush un incontro molto amichevole.
Nell’aprile del 2002 iniziarono di nuovo i guai,
quando l’esercito israeliano lanciò l’Operazione Scudo Difensivo e
riassunse il controllo di praticamente tutte le maggiori aree palestinesi nella
Cisgiordania. Bush sapeva che le azioni di Tel Aviv avrebbero danneggiato
l’immagine degli Stati Uniti nel mondo islamico e reso più difficoltosa la
guerra al terrorismo, così chiese a Sharon di “bloccare le incursioni e
iniziare il ritiro delle truppe.” Il messaggio fu sottolineato
due giorni più tardi, quando ribadì la richiesta di un “ritiro immediato”
da parte delle truppe israeliane. Il 7 aprile, Condoleezza Rice, allora
consigliere per la sicurezza nazionale di Bush, disse ai giornalisti:
“Immediato significa immediato. Significa subito.” Lo stesso giorno, Colin
Powell partì per il Medio Oriente per convincere le due parti ad interrompere i
combattimenti e dare il via ad un negoziato di pace.
Israele e la Lobby si misero immediatamente in
azione. Funzionari filo-israeliani dell’ufficio del
vicepresidente e del Pentagono, ed esperti neoconservatori come Robert Kagan e
William Kristol, misero pressione su Powell. Lo accusarono perfino di aver
“dimenticato la differenza fra i terroristi e chi combatte contro i
terroristi”. Bush stesso era manovrato da capi ebraici e cristiani evangelici.
Soprattutto Tom DeLay e Dick Armey furono molto convincenti
riguardo alla necessità di sostenere Israele, e DeLay e Trent Lott,
leader di minoranza al Senato, si recarono alla Casa Bianca per intimare a Bush
di fare marcia indietro.
Il primo indizio sul fatto che Bush stesse tornando sui suoi passi comparve l’11
aprile – una settimana dopo che aveva intimato a Sharon di ritirare le sue
truppe –, quando l’ufficio stampa della Casa Bianca fece sapere che il
presidente riteneva Sharon “un uomo di pace”. Bush ribadì
pubblicamente il concetto in occasione del ritorno di Powell dalla sua
fallimentare missione, e raccontò ai giornalisti di aver avuto da Sharon
risposte soddisfacenti in merito alla sua richiesta di un totale e immediato
ritiro delle truppe. Sharon ovviamente non aveva fatto nulla del genere, ma Bush
non era più disposto ad affrontare la questione.
Nel frattempo, anche il Congresso si preparava a prendere la stessa direzione.
Il 2 maggio, incurante delle obiezioni dell’amministrazione, approvò due
risoluzioni che riaffermavano il pieno supporto ad Israele (il risultato delle
votazioni al Senato fu di 94 a 2; alla Camera, 352 a 21). Entrambe le
risoluzioni stabilivano che gli Stati Uniti “offrivano piena solidarietà ad
Israele”, e che i due paesi, per citare i documenti, “erano ora impegnati in
una comune battaglia contro il terrorismo.”. La versione della Camera di quel
documento, condannava anche “la coordinazione e il continuo sostegno ai gruppi
terroristici offerto da Yasser Arafat”, dipinto come la colonna portante del
sistema terroristico. Entrambe le risoluzioni furono redatte con l’aiuto della
Lobby. Alcuni giorni dopo, una delegazione bipartisan del Congresso in missione
in Israele, dichiarò che Sharon avrebbe resistito alle pressioni statunitensi
per un negoziato con Arafat. Il 9 maggio, apposite
sottocommissioni della Camera si riunirono per esaminare l’ipotesi di
finanziare Israele con 200 milioni di dollari extra, con lo scopo di combattere
il terrorismo. Powell era contrario, la Lobby era
favorevole, e Powell perse.
In breve, Sharon e la Lobby hanno sfidato il
presidente degli Stati Uniti, e ne sono usciti da trionfatori. Hemi Shalev, un
giornalista del quotidiano israeliano Ma’ariv, ha riferito che l’entourage
di Sharon “non riuscì a nascondere la
soddisfazione per il fallimento della missione di Powell. Sharon guardò il
presidente Bush negli occhi, fece lo sbruffone, e il presidente abbassò lo
sguardo per primo.” Ma furono i difensori di
Israele negli Usa a giocare un ruolo fondamentale nella sconfitta di Bush,
non Sharon o il governo di Tel Aviv.
Da allora, la situazione è leggermente cambiata. L’amministrazione Bush ha
continuato a rifiutare ogni contatto con Arafat. Dopo la sua morte, ha
appoggiato il nuovo leader palestinese, Mahmoud Abbas, facendo però ben poco
per aiutarlo. Sharon ha continuato a sviluppare il suo piano per imporre
unilateralmente ai palestinesi un accordo, basato sul “disimpegno”
da Gaza, e sulla contemporanea continua espansione nella Cisgiordania.
Rifiutandosi di trattare con Abbas, e rendendogli dunque impossibile mostrare al
popolo palestinese progressi tangibili, Sharon ha di fatto
contribuito all’arrivo al potere di Hamas. Comunque,
con la vittoria elettorale di Hamas ora Israele ha un’altra ottima scusa per
non trattare. Il governo Usa ha sostenuto l’operato
di Sharon (e ora del suo successore, Ehud Olmert). Bush ha persino approvato
l’annessione unilaterale dei Territori Occupati, ribaltando le consuetudini
politiche di tutti i presidenti, da Lyndon Johnson in poi.
I governanti statunitensi hanno blandamente criticato alcune azioni israeliane,
ma nello stesso tempo hanno fatto davvero poco per contribuire alla creazione di
una vera nazione palestinese. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale
Brent Scowcroft, nell’ottobre del 2004, ha detto: “Sharon riesce a
manipolare Bush come e quando vuole.” Se Bush
cercasse di prendere le distanze da Israele o addirittura criticarne l’operato
nei Territori Occupati, si troverebbe a dover fare i conti con l’ira della
Lobby e dei suoi esponenti al Congresso. Anche i
candidati presidenziali democratici sanno che questo è inevitabile, ragion per
cui John Kerry nel 2004 si è premurato di ostentare incondizionato supporto ad
Israele, e lo stesso sta facendo oggi Hillary Clinton (nella foto).
Una politica a favore degli israeliani e contraria ai palestinesi, è in cima
alle preoccupazioni della Lobby, ma le sue ambizioni non si fermano qui. Vuole
anche che gli Stati Uniti aiutino Israele a rimanere la potenza dominante nella
regione. Il governo di Tel Aviv e i gruppi ebraici statunitensi agiscono in
collaborazione per plasmare la politica Usa nei confronti di
Iraq, Siria e Iran, secondo un grande progetto di riordino del Medio
Oriente.
Le pressioni da parte di Israele e della Lobby non sono state l’unico fattore
che ha determinato l’attacco all’Iraq nel 2003, ma sicuramente uno dei più
importanti. Alcuni pensano che questa guerra sia stata fatta per il petrolio, ma
non esiste nessuna prova diretta a supporto di questa tesi. La guerra è invece
stata motivata soprattutto dal desiderio di rendere lo stato di
Israele più sicuro. Secondo Philip Zelikow, ex
membro del Foreign Intelligence Advisory Board (un
organo consultivo per le questioni strategiche insediato presso
la Casa Bianca. N.d.T.), direttore
esecutivo della commissione che indaga sui fatti dell’11 Settembre, e
attualmente consigliere di Condoleezza Rice, la “vera minaccia” dell’Iraq
non era diretta agli Stati Uniti. La “minaccia sottintesa” era “nei
confronti di Israele”, ha detto Zelikow in un
discorso all’Università della Virginia nel settembre del 2002. “Il governo
degli Stati Uniti”, ha aggiunto, “non vuole esporsi troppo, perché la
questione non è una delle più popolari”.
Il 16 agosto del 2002, 11 giorni prima che Dick Cheney desse inizio alla guerra
con un discorso intransigente ai Veterani di Guerra, il Washington
Postriportò che “Israele esortava gli ufficiali statunitensi
a non rimandare oltre un attacco militare contro l’Iraq di Saddam Hussein”.
A questo punto, secondo Sharon, la coordinazione strategica fra Israele e Stati
Uniti aveva raggiunto “una dimensione senza
precedenti”, e ufficiali dei servizi segreti israeliani fornivano a Washington
una grande quantità di preoccupanti rapporti che riguardavano i programmi
iracheni per la costruzione di Armi di Distruzione di Massa. Come ha esposto in
seguito un generale israeliano in pensione, “L’intelligence israeliana era
in gran parte responsabile del quadro sulle armi non convenzionali irachene,
descritto dai servizi segreti statunitensi e britannici.”
Il leader israeliani furono profondamente angosciati
quando Bush decide di chiedere al Consiglio di Sicurezza dell’ONU
l’autorizzazione per la guerra, e lo furono ancor di più quando Saddam accettò
di lasciar entrare gli ispettori delle Nazioni Unite. “La campagna contro
Saddam Hussein è un dovere”, dichiarò Shimon Peres ai giornalisti nel
settembre del 2002. “Le ispezioni e gli ispettori vanno bene per le persone
rispettabili, ma per i disonesti è facile raggirarli.”
Allo stesso tempo, Ehud Barak, scrisse un articolo sul New
York
Times in cui avvertiva che “In questo momento il pericolo
maggiore sta nell’inazione.” Il suo predecessore alla carica di Primo
Ministro, Benyamin Netanyahu, scrisse sul Wall
Street Journal un pezzo simile, intitolato “Il motivo per
rovesciare Saddam”, in cui affermava: “In questo momento l’unica cosa da
fare è rovesciare il dittatore. Credo di parlare a
nome della stragrande maggioranza degli israeliani, favorevoli ad un attacco
preventivo contro il regime di Saddam.” E l’Ha’aretz
riferiva nel febbraio 2003: “I capi politici e militari
desiderano intensamente una Guerra in Iraq.”
Tuttavia, come faceva notare Netanyahu, il desiderio di una guerra non era
limitato solo alle alte sfere. A parte il Kuwait, che Saddam aveva invaso nel
1990, Israele era l’unico paese al mondo in cui sia
i politici che l’opinione pubblica erano d’accordo sulla guerra. Il
giornalista Gideon Levy, all’epoca notava che:
“Israele è l’unico paese i cui leader sostengono senza riserve una guerra,
e in cui nessun’altra opinione alternativa ha diritto di esistere.” Infatti,
il fanatismo degli israeliani era talmente accentuato, che i loro stessi alleati
negli Stati Uniti dovettero dir loro di smorzare la retorica, altrimenti c’era
il pericolo che sembrasse una guerra combattuta nel
nome di Israele.
All’interno degli Stati Uniti, la più importante corrente a favore della
guerra era un pugno di neo-conservatori, molti dei quali strettamente legati al
Likud, ma anche i capi delle maggiori organizzazioni che facevano parte della
Lobby, fecero sentire la loro voce. Il Forward riferì che “Non appena Bush
iniziò a parlare […] di guerra in Iraq, le più importanti organizzazioni
ebraiche statunitensi si riunirono per correre in suo aiuto. Dichiarazione dopo
dichiarazione, i vari leader sottolinearono la
necessità di liberare il mondo da Saddam Hussein e dalle sue armi di
distruzione di massa. Gli editorialisti affermarono che “Le preoccupazioni per
la sicurezza di Israele, costituiscono legittimamente
un fattore primario nelle decisioni dei maggiori gruppi ebraici.”
Benché i neoconservatori e gli alti esponenti della
Lobby fossero impazienti di entrare in guerra, così non era per gran parte
della comunità ebraica statunitense. Appena la guerra iniziò, Samuel Freedman
scrisse che “un sondaggio di opinione su scala
nazionale operato dal Pew Research Center, dimostra che gli ebrei sono meno
favorevoli alla guerra in Iraq del resto della popolazione, il 62 per cento
contro il 52.” Ovviamente sarebbe sbagliato gettare la colpa della guerra in
Iraq tutta sull”influenza ebraica”; piuttosto gran parte della responsabilità
è da ascrivere all’influenza della Lobby, e dei
neo-conservatori che ne fanno parte.
La determinazione dei neo-con a rovesciare Saddam risale a prima che Bush
diventasse presidente. Essi provocarono una certa agitazione già nel 1998,
quando fecero pubblicare due lettere aperte indirizzate a Clinton, in cui
chiedevano che Saddam fosse rimosso dal potere. I firmatari, molti dei quali
avevano stretti legami con grandi organizzazioni
filo-israeliane quali la JINSA o il WINEP, e che comprendevano nomi come Elliot
Abrams, John Bolton, Douglas Feith, William Kristol, Bernard Lewis, Donald
Rumsfeld, Richard Perle e Paul Wolfowitz, avevano poche difficoltà a persuadere
l’amministrazione Clinton a considerare l’ipotesi di spodestare Saddam, ma
non potevano arrivare a proporre una guerra per raggiungere quell’obiettivo. E
nemmeno nei primi mesi dell’amministrazione Bush, furono capaci di rendere
attraente l’idea di un’invasione dell’Iraq. Per raggiungere il loro scopo
avevano bisogno di aiuto. Quest’aiuto arrivò
provvidenziale l’11 settembre del 2001. Più
precisamente, gli eventi di quel giorno convinsero Bush e Cheney a cambiare la
loro linea politica e diventare così fervidi sostenitori della guerra
preventiva.
Durante un importante vertice con Bush a Camp David, il 15 settembre, Paul
Wolfowitz sostenne la tesi di attaccare l’Iraq prima ancora
dell’Afghanistan, nonostante non esistesse alcuna prova che Saddam fosse in
qualche modo coinvolto negli attentati, e si avesse
invece la certezza che Bin Laden si trovava in Afghanistan. Bush rifiutò il
consiglio, e decise di attaccare prima l’Afghanistan, pur considerando
seriamente la possibilità concreta di una guerra contro l’Iraq. Infatti
il 21 novembre il presidente incaricò i suoi strateghi militari di sviluppare i
piani per un’invasione.
Nel frattempo altri neoconservatori lavoravano alacremente nelle stanze del
potere. Ancora non conosciamo tutta la storia, ma sappiamo per certo che
studenti come Bernard Lewis di Princeton e Fouad Ajami della Johns Hopkins
rivestirono un ruolo importante nel convincere Cheney che la guerra fosse l’opzione
più giusta, sebbene anche il suo staff di neo-con – Eric Edelman, John Hannah
e “Scooter” Libby, capo dello staff di Cheney, nonché una delle persone più
potenti dell’intera amministrazione – abbia fatto la sua parte. Entro
l’inizio del 2002, Cheney era riuscito a convincere Bush, e con Bush e Cheney
in ballo, la guerra era inevitabile.
Al di fuori dell’amministrazione, gli esperti neoconservatori non persero
tempo nel sottolineare che l’invasione l’Iraq
fosse un passo necessario per vincere la guerra al terrorismo. I loro sforzi
erano diretti in parte a mantenere alta la pressione su Bush, e in parte ad
aggirare il movimento di opposizione alla guerra
fuori e dentro il governo. Il 20 settembre, un gruppo di potenti neo-con insieme
ai loro alleati, fecero pubblicare un’altra lettera
aperta in cui si diceva: “Anche nel caso in cui non venissero trovati legami
diretti fra l’Iraq e gli attacchi, qualunque strategia diretta allo
sradicamento del terrorismo e dei suoi sostenitori, deve necessariamente
includere un deciso sforzo per rovesciare il regime di Saddam Hussein.” La
lettera ricordava anche a Bush che “Israele è stato ed è
tuttora il più fedele alleato nella lotta contro il terrorismo
internazionale.” Nel numero del 1° ottobre del Weekly
Standard, Robert Kagan e William Kristol invocavano
un cambio di regime in Iraq non appena i Talebani fossero stati sconfitti. Lo
stesso giorno, dalle pagine del Washington
Post, Charles Krauthammer spiegava che quando gli Stati Uniti
avessero finito in Afghanistan, l’obiettivo successivo sarebbe dovuto essere
la Siria, seguita da Iran e Iraq: “La guerra al terrorismo si concluderà a
Baghdad, quando spazzeremo via il più pericoloso regime del terrore al
mondo.”
Questo fu l’inizio di una propaganda senza sosta, con lo scopo di ottenere il
sostegno unanime sui programmi di invasione dell’Iraq, manipolando
l’informazione in modo da dipingere Saddam come un’imminente minaccia per
gli Stati Uniti. Per esempio, Libby fece pressione sugli analisti della CIA
affinché trovassero prove valide come pretesto per una guerra, e lo aiutassero
a preparare l’informativa che un ormai screditato Colin Powell avrebbe dovuto
presentare al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. All’interno del
Pentagono, il Gruppo di Valutazione delle Politiche Antiterrorismo fu incaricato
di trovare quei legami fra Al-Quaeda e l’Iraq che potevano essere sfuggiti ai
servizi segreti della comunità internazionale. I due membri chiave di questo
gruppo erano David Wurmser, un neoconservatore
intransigente, e Michael Maloof, un libanese-americano molto legato a Richard
Perle. Un altro gruppo del Pentagono, l’Ufficio Piani Speciali, ebbe il
compito di scoprire prove da usare per poter vendere la storia della guerra
. Era capeggiato da Abram Shulsky, un neo-con amico
di lunga data di Wolfowitz, e fra le sue file militavano reduci dei
famigerati “think tanks” filo-israeliani. Entrambe queste organizzazioni
furono create all’indomani dell’11 settembre, e
facevano capo a Douglas Feith.
Come in teoria tutti i neo-con, anche Feith aveva
forti legami con Israele, oltre ad essere uno storico sostenitore del Likud. Negli
anni ’90, ha scritto svariati articoli in favore degli insediamenti,
affermando anche che Israele doveva mantenere il controllo dei Territori
Occupati. Inoltre, fatto ancora più importante, insieme a Perle e
Wurmser, nel giugno del 1996 scrisse per l’allora neoeletto
Primo Ministro Netanyahu, la famosa relazione dal titolo “Un Taglio Netto”.
Fra le altre cose, in quella relazione si raccomandava a Netanyahu di
“impegnarsi ad eliminare il regime di Saddam in Iraq, essendo questo un
importante obiettivo strategico anche per Israele.”
Vi erano anche esortazioni affinché anche Israele facesse la sua parte nel
riordino dell’intero Medio Oriente. Netanyahu non seguì i loro consigli, ma
Feith, Perle e Wurmser sarebbero molto presto diventati
uomini chiave dell’amministrazione Bush, riuscendo così a perseguire
ugualmente i loro scopi. Un cronista dell’Ha’aretz, Akiva Eldar, avvertiva
che Feith e Perle “si trovavano su quella sottile linea che separava la lealtà
al loro governo dagli interessi di Israele.”
Wolfowitz è altrettanto devoto ad Israele. Il Forward
una volta l’ha definito come “la più aggressiva voce
filo-israeliana dell’intera amministrazione”, ponendolo nel 2002 in cima ad
una lista di 50 personalità che “avevano deliberatamente sostenuto
l’attivismo ebraico”. Più o meno nello stesso periodo il
JINSA conferiva a Wolfowitz un premio, l’Henry M. Jackson Distinguished
Service Award, per aver contribuito a creare un forte legame fra Israele e Stati
Uniti, e il Jerusalem
Post, descrivendolo come “ferventemente filo-israeliano”, lo
nominava “Uomo dell’Anno” nel 2003.
Per finire, è d’obbligo spendere qualche parola sul supporto che prima della
guerra è stato dato dai neo-con ad Ahmed Chalabi, l’esule senza scrupoli che
ha guidato il Congresso Nazionale dell’Iraq (INC). Lo hanno spalleggiato, e in
cambio Chalabi, una volta arrivato al potere, ha stretto rapporti con i
gruppi ebraici statunitensi, e si è impegnato a stabilire buone relazioni con
Israele. Questo era esattamente ciò che i promotori di un cambio di regime in
Iraq volevano ottenere. Matthew Berger, sul Jewish
Journal, ha messo in luce l’essenza di questo scambio:
“L’INC ha giudicato queste migliorate relazioni come un modo per sfruttare a
suo favore l’influenza degli ebrei a Washington e a Gerusalemme, e per cercare
di ottenere consenso verso la sua causa. Da parte loro, i gruppi ebraici hanno
visto in tutto questo una buona opportunità per
aprire la strada a relazioni più amichevoli fra Israele e Iraq, se e quando
l’INC fosse salito al potere rimpiazzando il regime di Saddam Hussein.”
Considerando la devozione verso Israele da parte dei neoconservatori, la loro
ossessione per l’Iraq, e la loro influenza sull’amministrazione Bush, non è
certo sorprendente che molti statunitensi sospettino che la guerra sia iniziata
solo per fare un favore ad Israele. Nel marzo scorso, Barry Jacobs, della
Commissione Ebraica Statunitense, ha ammesso che l’idea che Israele e i
neo-con abbiano cospirato per trascinare gli Stati
Uniti in una guerra contro l’Iraq, era “molto diffusa” fra gli ambienti
dell’intelligence internazionale. Comunque, poche
persone lo dichiarerebbero pubblicamente, e quei pochi che l’hanno fatto –
compresi il senatore Ernest Hollings e il deputato James Moran – sono stati
condannati solo per aver sollevato la questione. Alla fine del 2002, Michael
Kinsley ha scritto che “la mancanza di una discussione pubblica sul vero ruolo
di Israele…è come il proverbiale elefante nella
stanza.” La ragione principale della reticenza su questo argomento,
continua Kinsley, è la paura di passare per antisemita, ma non ci sono dubbi
sul fatto che Israele e la Lobby siano stati fattori chiave nella decisione di
entrare in guerra, una decisione che senza il loro operato, gli Stati Uniti
avrebbero probabilmente preso con molta più difficoltà. E
questa guerra è programmata per essere solo il primo passo. Un
titolo sulla prima pagina del Wall Street Journal subito dopo l’inizio del
conflitto, recitava: “Il Sogno del Presidente: cambiare non solo il regime, ma
l’intera regione. Un’area democratica e filo-statunitense è
un obiettivo che ha radici israeliane e neoconservatrici.”
Per lungo tempo, forze filo-israeliane hanno avuto interesse a coinvolgere
militarmente gli Stati Uniti in Medio Oriente in modo più diretto, ma durante
la Guerra Fredda con scarso successo, poiché in quel momento gli Stati Uniti
fungevano da “bilanciatore esterno” nella regione. La maggior parte delle
forze destinate al Medio Oriente, come le Forze di Spiegamento Rapido, venivano
tenute al sicuro, lontano dalle linee di fuoco. L’idea era quella di mettere
l’uno contro l’altro i poteri locali – ecco perché l’amministrazione
Reagan sostenne Saddam contro l’Iran rivoluzionario ai tempi della guerra
Iraq-Iran – per poter mantenere un equilibrio favorevole agli Stati Uniti.
Questa politica cambiò all’indomani della prima Guerra del Golfo, quando
l’amministrazione Clinton adottò la strategia del “doppio contenimento”.
Grandi contingenti di forze armate avrebbero stazionato
nella regione con il compito di contenere sia l’Iran che l’Iraq, invece di
usare ognuno dei due paesi per tenere sotto controllo l’altro. Il padre del
doppio contenimento altri non era che Martin Indyk, il quale prima aveva
abbozzato questa teoria nel maggio del ’93, quando era al WINEP, e poi
l’aveva perfezionata quando era direttore degli Affari per il Medio Oriente e
il Sud Est Asiatico al Consiglio di Sicurezza Nazionale.
A metà degli anni ’90, c’era non poco malcontento riguardo al doppio
contenimento, in quanto quel tipo di strategia aveva
trasformato gli Stati Uniti in un mortale nemico per entrambi i paesi, che
peraltro si odiavano l’un l’altro, e costretto Washington a sopportare un
peso economico non indifferente. Ma era una strategia
gradita alla Lobby, che si dava molto da fare all’interno del Congresso per
cercare di preservarla. Pressato dall’AIPAC e non solo, nella
primavera del 1995, Clinton diede un giro di vite alla sua politica nella
regione, ed impose un embargo economico all’Iran, ma l’AIPAC e i suoi
alleati volevano di più. Il risultato fu l’Iran
and Libya Sanctions Act, un provvedimento del 1996 che imponeva
sanzioni su qualunque compagnia straniera che investisse più di 40 milioni di
dollari per lo sviluppo delle risorse petrolifere di Iran
e Libia. Come notò all’epoca Ze’ev Schiff, corrispondente di guerra dell’Ha’aretz,
“Israele è solo un piccolo elemento in un grande schema, ma
chiunque può notare quanto sia capace di influenzare tutti gli altri.”
Alla fine degli anni novanta, tuttavia, i neoconservatori si resero conto che il
doppio contenimento non era più sufficiente, e che era necessario che il regime
in Iraq venisse abbattuto. Rovesciando Saddam e
trasformando l’Iraq in una democrazia, pensavano, gli Stati Uniti avrebbero
innescato una catena di cambiamenti in tutto il Medio Oriente. La medesima linea
di pensiero era evidente nel documento “Taglio Netto” che i neo-con avevano
redatto per Netanyahu. Nel 2002, quando oramai l’invasione dell’Iraq era
alle porte, la trasformazione della regione era il vangelo dei circoli
neoconservatori.
Charles Krauthammer descrive questo grande progetto
come un’invenzione di Natan Sharansky, ma in realtà tutti gli israeliani, di
qualunque tendenza politica, pensavano che l’eliminazione di Saddam avrebbe
alterato gli equilibri del Medio Oriente a vantaggio di Israele. Aluf Benn
scriveva sull’Ha’aretz
(17 febbraio 2003):
“Alti ufficiali dell’esercito e funzionari vicini al Primo Ministro Ariel
Sharon, come il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Ephraim Halevy, dipingono
un meraviglioso quadro del roseo futuro che attende Israele alla fine della
guerra. Loro immaginano un effetto domino, con la caduta di Saddam Hussein
seguita da quella di tutti gli altri nemici del nostro paese…Con questi
leader, il terrorismo e le armi di distruzione di massa scompariranno per
sempre.”
Dopo la caduta di Baghdad, a metà aprile del 2003, Sharon e i suoi luogotenenti
iniziarono a fare pressioni affinché Washington
puntasse su Damasco. Il 16 aprile Sharon, intervistato dallo Yedioth
Ahronoth, richiedeva agli Stati Uniti di esercitare “forti
pressioni” sulla Siria, mentre il ministro della Difesa Shaul Mofaz, dalle
pagine del Ma’ariv, affermava: “Abbiamo una lunga lista di questioni da
chiarire con i siriani, e sarebbe appropriato se ciò venisse
fatto attraverso la mediazione di Washington.” Ephraim Halevy, parlando ad una
riunione del WINEP, disse che era importante che gli Stati Uniti avessero un
atteggiamento duro nei confronti della Siria, e il
Washington Post scriveva che Israele stava “alimentando la campagna”
contro la Siria, fornendo ai servizi segreti statunitensi rapporti
sull’operato di Bashar Assad, il presidente siriano.
Importanti esponenti della Lobby usarono gli stessi argomenti. Wolfowitz dichiarò:
“E’ necessario un cambio di regime in Siria.”, e Richard Perle disse
ad un giornalista che “un breve messaggio, un messaggio di sole tre parole
deve essere recapitato ad un altro regime ostile in Medio Oriente. Il messaggio
è: Voi siete i prossimi.” Ai primi di aprile, un
documento bipartisan redatto dal WINEP, affermava che la Siria “deve tenere
ben presente che i paesi che seguono il comportamento sprezzante, irresponsabile
e avventato di Saddam, potrebbero finire col fare la sua stessa fine.” Il 16
aprile, Yossi Klein Halevi scriveva un articolo sul Los
Angeles Times, intitolato “Prossima Mossa: Giro di Vite in
Siria.”, mentre il titolo di un articolo di Zev Chafets comparso il giorno
dopo sul New
York Daily News recitava: “Anche la Siria filo-terrorista ha
bisogno di un cambiamento.” Per non essere da meno, Lawrence Kaplan scriveva
sul New
Republic del 21 aprile che Assad era una seria minaccia per gli
Stati Uniti.
Tornando al Campidoglio, il membro del Congresso Eliot Engel, aveva reintrodotto
l’Atto per la Responsabilità della Siria e il Ripristino della Sovranità
Nazionale del Libano. Quest’atto minacciava sanzioni nei confronti della Siria
se non avesse ritirato le sue truppe dal Libano,
consegnato le sue armi di distruzione di massa e smesso di fiancheggiare i
terroristi; inoltre invitava Siria e Libano a fare passi concreti per
ristabilire rapporti di pace con Israele. Questo documento era stato
fortemente voluto dalla Lobby – e soprattutto dall’AIPAC – e
“formulato”, secondo la Jewish
Telegraph Agency, “da alcuni dei migliori amici di Israele al
Congresso.” L’amministrazione Bush non ne era
particolarmente entusiasta, ma l’atto passò con una maggioranza schiacciante
(398 a 4 alla Camera, 89 a 4 al Senato), e il 12 dicembre del 2003 Bush lo firmò,
facendolo diventare legge.
La stessa amministrazione era ancora divisa sull’opportunità di un attacco
alla Siria. I neoconservatori erano ansiosi di attaccare Damasco, mentre la CIA
e il Dipartimento di Stato si opponevano all’idea. E perfino Bush, dopo aver
firmato la nuova legge, sottolineava il fatto che
bisognava andarci cauti nell’applicarla. Quest’ambiguità era
incomprensibile. Oltretutto il governo siriano aveva non solo fornito agli Stati
Uniti importanti informazioni su Al-Quaeda dopo l’11
settembre, ma aveva anche messo in guardia Washington su previsti attacchi
terroristici nel Golfo e concesso alla CIA libero accesso agli interrogatori di
Mohammed Zammar, il presunto reclutatore di alcuni dei dirottatori degli
attentati. Prendere di mira il regime di Assad
avrebbe significato mettere a repentaglio quella preziosa collaborazione, e
dunque rendere più difficoltosa la guerra al terrorismo.
In più, la Siria fino a prima della guerra in Iraq, era sempre stata in buoni
rapporti con Washington (aveva perfino votato per la risoluzione ONU 1441), e
certamente non costituiva una minaccia per gli Stati Uniti. Adottare la linea
dura con Damasco avrebbe fatto sembrare gli Usa come
i soliti prepotenti, insaziabilmente desiderosi di colpire gli stati arabi.
Ultimo fattore, mettere la Siria nella lista nera, avrebbe significato darle un
ottimo pretesto per provocare guai in Iraq. Per quanta fretta si potesse avere,
il buon senso consigliava di aspettare che le acque in Iraq si fossero calmate. Ma
il Congresso, ovviamente manovrato dai funzionari israeliani e da gruppi come
l’AIPAC, insisteva sul giro di vite a Damasco. Senza la Lobby, non ci sarebbe
stato alcun Atto per la Responsabilità della Siria, e la politica statunitense
nei confronti dei siriani sarebbe stata molto più in linea con gli interessi
nazionali.
Gli israeliani tendono a descrivere qualsiasi minaccia nei termini più crudi
possibili, ma l’Iran è unanimemente considerato il loro nemico più
pericoloso, perché probabilmente sul punto di dotarsi di armi
atomiche. Tutti gli israeliani vedono un paese islamico in Medio Oriente in
possesso di armi nucleari come una minaccia alla loro
stessa esistenza. Un mese prima che scoppiasse la
guerra in Iraq, il ministro della Difesa israeliano Binyamin Ben-Eliezer,
sottolineava che “l’Iraq è certamente un problema, ma a mio parere, oggi
per noi l’Iran è molto più pericoloso.”
Sharon iniziò a spingere gli Stati Uniti contro l’Iran nel novembre del 2002,
in un’intervista al Times. Descrivendo l’Iran come “il centro del mondo
del terrore”, teso ad acquisire armi atomiche, Sharon dichiarava che
l’amministrazione Bush avrebbe dovuto iniziare ad usare le maniere forti con
l’Iran “il giorno dopo” aver conquistato l’Iraq. Alla fine di
aprile 2003, l’Ha’aretz scriveva che l’ambasciatore israeliano a
Washington chiedeva a gran voce un cambio di regime in Iran. La sconfitta di
Saddam, continuava, “non era sufficiente”. Secondo lui “gli Stati Uniti
non devono fermarsi, poiché siamo ancora fortemente minacciati sia dalla Siria
che dall’Iran.” Naturalmente anche i
neoconservatori non persero tempo nel cavalcare l’onda del rovesciamento del
regime di Teheran. Il 6 maggio, l’AEI (American
Enterprise Institute, una fra le più potenti organizzazioni degli Usa, un altro
dei famigerati Think Tank, in questo caso una delle massime roccaforti del
pensiero neo-con. N.d.T.) finanziò,
insieme alla Fondazione per la Difesa delle Democrazie e all’Istituto Hudson,
una conferenza sull’Iran. I relatori erano tutti palesemente filo-israeliani,
e molti richiesero che il regime iraniano fosse rimpiazzato
da una democrazia. Come al solito, una frotta di
articoli scritti da influenti neo-con esposero le ragioni di un attacco
all’Iran. “La liberazione dell’Iraq è stata solo
la prima grande battaglia per il futuro del Medio Oriente, ma la prossima grande
sfida – speriamo non militare – sarà con l’Iran.”, così scriveva
William Kristol sul Weekly
Standard del 12 maggio.
La pronta risposta dell’amministrazione alle pressioni della Lobby fu un
superlavoro per far interrompere all’Iran il suo programma nucleare. Con poco
successo, in verità, visto che l’Iran sembra
determinato a crearsi un arsenale atomico. Di conseguenza la Lobby ha
intensificato la pressione. Editoriali e articoli non fanno altro che mettere in
guardia su un imminente pericolo nucleare iraniano, raccomandano cautela nei
confronti di qualunque concessione da parte di un regime “terroristico”, e
fanno sottili allusioni ad un’azione preventiva, nel caso la diplomazia dovesse
fallire. La Lobby sta spingendo il Congresso ad approvare l’Atto per il
Supporto alla Libertà dell’Iran, che dovrebbe ampliare le sanzioni già
esistenti. Anche il governo di Israele avverte che
potrebbe dare il via ad un’azione preventiva, se l’Iran persistesse nel suo
programma nucleare, ma sembra una minaccia fatta più che altro per attirare
l’attenzione di Washington sul problema.
Qualcuno potrebbe obiettare che in fin dei conti Israele e la Lobby non hanno
influenzato più di tanto la politica nei confronti dell’Iran, visto che gli
Stati Uniti hanno le loro ragioni per impedire che l’Iran diventi una potenza
nucleare. C’è qualcosa di vero, ma le ambizioni nucleari dell’Iran in realtà
non costituiscono una minaccia per gli Usa. Se Washington è riuscita a
convivere con un Unione Sovietica nucleare, una Cina
nucleare e perfino con una Corea del Nord nucleare, allora può convivere anche
con il nucleare iraniano. E questo è il motivo per cui
la Lobby deve mantenere alta la pressione sui politici statunitensi. Anche se la
Lobby non esistesse, difficilmente Teheran e Washington sarebbero
alleati, ma sicuramente la politica statunitense sarebbe molto più moderata, e
un’ipotesi di guerra preventiva non verrebbe neanche presa in considerazione.
È alquanto prevedibile il desiderio da parte di Israele
e dei suoi sostenitori americani che gli Usa affrontino qualunque problema
relativo alla sicurezza di Israele. Se i loro sforzi per indirizzare la politica
americana andranno a buon fine, tutti i nemici di Israele
verranno indeboliti o sconfitti, Israele avrà mano libera con i palestinesi, e
la maggior parte dei combattimenti, dei morti, della ricostruzione e dei
risarcimenti ricadrà sulle spalle degli Stati Uniti. Ma anche nel caso in cui
Washington fallisse nei suoi progetti di
trasformazione del Medio Oriente, e si ritrovasse a combattere contro l’intero
mondo fondamentalista arabo e islamico, Israele finirà comunque sotto l’ala
protettiva dell’unica superpotenza esistente al mondo. Dal punto di vista
della Lobby, quest’ultimo non sarebbe il risultato perfetto, ma sarebbe
ovviamente meglio che rimanere isolati, o essere addirittura costretti ad una
pace con i palestinesi.
Può dunque il potere della Lobby essere in qualche modo limitato? Data la
debacle irachena, la conseguente necessità da parte degli Stati Uniti di
ricostruirsi un’immagine nel mondo arabo, e le recenti rivelazioni riguardo
alcuni esponenti dell’AIPAC che hanno passato segreti governativi statunitensi
ad Israele, si potrebbe rispondere affermativamente.
Si potrebbe anche pensare che la morte di Arafat, e
l’elezione del più moderato Mahmoud Abbas possa indurre Washington a
sostenere con vigore e imparzialità un accordo di pace. In pratica, ci
sarebbero svariati motivi per prendere le distanze dalla Lobby e adottare una
politica mediorientale più aderente agli interessi nazionali. Inoltre, usare
tutto quel grande potere per ottenere la pace fra Israele e Palestina,
aiuterebbe il processo di democratizzazione in tutta
la regione.
Ma tutto questo non accadrà, almeno non a breve termine,
perché l’AIPAC e suoi alleati (inclusi i Sionisti Cristiani) non hanno alcun
serio avversario nel mondo delle lobby. Sanno che sta diventando sempre più
difficile sostenere la causa di Israele, e reagiscono
reclutando sempre più persone ed ampliando il loro campo d’azione. Per di più,
i politici statunitensi sono sempre molto sensibili ai finanziamenti elettorali
e ad altre forme di pressione politica, e i grandi canali informativi sono
propensi a rimanere dalla parte di Israele, qualunque
cosa succeda. Il potere della Lobby crea problemi su più fronti. Incrementa il
rischio di attacchi terroristici in tutto il mondo,
soprattutto nei paesi europei alleati degli Stati Uniti. Ha reso impossibile
arrivare alla conclusione del conflitto Israelo-Palestinese, una situazione che
fornisce agli estremisti uno straordinario mezzo persuasivo nel reclutamento dei
volontari, incrementando le file di terroristi e simpatizzanti, e contribuisce
all’espansione del fondamentalismo islamico in Europa e Asia. Fatto non meno
preoccupante, le pressioni della Lobby potrebbero portare gli Stati Uniti ad un
attacco contro Iran e Siria, con conseguenze potenzialmente devastanti. Nessuno
ha bisogno di un altro Iraq. Bene che vada,
l’ostilità della Lobby nei confronti di quei due paesi, renderà quasi
impossibile per Washington chiedere loro un sostegno nella battaglia contro
Al-Quaeda, o contro la resistenza irachena, quando il loro aiuto è invece
necessario. C’è anche un aspetto morale da sottolineare.
Grazie alla Lobby, gli Stati Uniti sono diventati de facto fautori
dell’espansione israeliana nei Territori Occupati, rendendosi dunque complici
dei crimini perpetrati nei confronti dei palestinesi. Questa situazione taglia
le gambe agli sforzi da parte di Washington di “esportare la democrazia”, e ne
evidenzia l’ipocrisia di fondo, nel momento in cui esorta altre nazioni
a rispettare i diritti umani. Ugualmente ipocrita appare il tentativo di
limitare gli arsenali nucleari, dato che poi accetta supinamente l’arsenale
nucleare israeliano, che oltretutto costituisce uno dei motivi per
cui anche altri paesi desiderano dotarsi dell’atomica.
Inoltre, la volontà della Lobby di soffocare qualunque dibattito su Israele è
insano per una democrazia. Imbavagliare gli scettici organizzando schedature e
boicottaggi – oppure accusandoli di antisemitismo
– viola il principio della libertà di opinione su cui si basa qualsiasi
democrazia. L’impossibilità da parte del Congresso di condurre una
discussione aperta su questioni di tale importanza, paralizza l’intero
processo decisionale democratico. I fiancheggiatori di Israele
devono essere liberi di sostenere le loro ragioni e di sfidare chi è in
disaccordo con loro, ma i tentativi di reprimere le opinioni contrarie tramite
l’intimidazione vanno duramente condannati.
Tirando le somme, l’influenza della Lobby è stata controproducente anche per
Israele. La sua abilità di convincere Washington a sostenere politiche
espansionistiche, ha dissuaso Israele dal cogliere opportunità – quali un
trattato di pace con la Siria o una pronta e piena applicazione degli Accordi di
Oslo – che avrebbero salvato molte vite israeliane e ridotto il numero
di estremisti palestinesi. Negare ai palestinesi i loro legittimi diritti
politici, non ha certamente reso Israele un paese più sicuro, e la tattica di
uccidere o emarginare una generazione di leader ha conferito sempre più potere
a gruppi estremisti come Hamas, e reso difficile per un capo palestinese avere
la volontà di accettare un accordo onesto, e la possibilità di metterlo in
pratica. Sarebbe stato molto meglio anche per Israele se la Lobby avesse avuto
meno potere, e se la politica degli Stati Uniti fosse stata più equidistante.
Tuttavia, esiste ancora una punta di speranza. Nonostante
la Lobby sia ancora una forza molto potente, sta diventando sempre più
difficile nascondere i disastrosi effetti della sua politica. Una nazione
potente può condurre una politica errata per un certo periodo, ma la realtà
non può essere ignorata per sempre. Ciò di cui si ha bisogno è una
discussione schietta sul reale potere della Lobby, e un dibattito molto
più aperto sugli interessi degli Stati Uniti in quella regione di vitale
importanza. Il benessere di Israele è certamente uno
di quegli interessi, ma la sua continua occupazione della Cisgiordania e i suoi
progetti espansionistici nella regione non lo sono. Un dibattito serio
porterebbe alla luce i limiti strategici e morali di questo sostegno univoco e
incondizionato, e potrebbe portare gli Stati Uniti su posizioni maggiormente
coerenti con i loro interessi, con gli interessi degli altri paesi della
ragione, e perfino con gli interessi a lungo termine di Israele.
Nei
decenni scorsi, soprattutto dopo la fine della Guerra dei Sei Giorni del
1967, le relazioni fra Stati Uniti e Israele hanno costituito il cardine della
politica mediorientale statunitense. L’incondizionato supporto ad Israele e i
tentativi di “esportare la democrazia” in tutta la regione hanno gettato
benzina sul fuoco della contestazione araba e islamica, e messo a
repentaglio la sicurezza non solo degli Stati Uniti, ma anche di gran
parte del resto del mondo. Questa situazione non ha precedenti nella storia
politica statunitense. Perchè gli Stati Uniti hanno voluto compromettere la
loro stessa sicurezza e quella dei loro alleati, per difendere gli interessi di
un’altra nazione? Si potrebbe sostenere che il legame tra i due paesi sia
fondato sulla condivisione dei medesimi interessi strategici e di rigorosi
imperativi morali, ma nemmeno questa spiegazione può giustificare l’enorme
mole di materiale e di supporto diplomatico fornito ad Israele."
In realtà, le ingerenze degli Usa nella regione
derivano quasi interamente dalla politica interna, e soprattutto dall’attività
della cosiddetta “Lobby Ebraica”. Altri gruppi di potere sono riusciti ad
indirizzare la politica estera, ma nessuna lobby è mai riuscita a dirottarla
così lontano dagli interessi nazionali, riuscendo nello stesso tempo a
convincere l’opinione pubblica che gli interessi degli Stati Uniti
coincidevano perfettamente con quelli di Israele.
Dalla Guerra del Kippur di Ottobre 1973, Washington ha fornito ad Israele un
supporto tale da fare impallidire quello dato a qualunque altro paese. Dal 1976
in poi, è stato il maggiore beneficiario annuale di sovvenzioni militari ed
economiche, e il maggior beneficiario in assoluto dalla fine della Seconda
Guerra Mondiale, avendo ricevuto la gigantesca somma di 140 miliardi di dollari.
Israele riceve circa 3 miliardi di dollari all’anno
in finanziamenti diretti, all’incirca un quinto dell’intera cifra destinata
agli aiuti esteri, il che significa 500 dollari all’anno per ogni israeliano.
Tutta questa generosità colpisce in modo particolare, soprattutto perché oggi
Israele è una ricca potenza industriale, con un reddito pro capite molto simile
a quello della Corea del Sud o della Spagna.
Gli altri beneficiari ricevono il denaro con cadenza trimestrale, invece Israele
riceve l’intera somma all’inizio di ogni anno
fiscale, avendo quindi anche la possibilità di percepirne gli interessi. Molti
destinatari che ricevono aiuti per scopi militari, sono obbligati a spendere
tutta la cifra negli Stati Uniti, mentre ad Israele è concesso di utilizzare
circa il 25 per cento dei suoi finanziamenti per sostenere la propria industria
bellica. E’ l’unico beneficiario che non è tenuto a rendere conto su come
spende i soldi degli aiuti, il che rende virtualmente impossibile evitare che il
denaro venga impiegato per scopi a cui gli Usa sono
contrari, come ad esempio la costruzione di insediamenti nella Cisgiordania.
Come se non bastasse, gli Stati Uniti hanno messo a disposizione di
Israele quasi 3 miliardi di dollari per lo sviluppo dei suoi armamenti,
oltre a permettergli l’acquisto di armamenti di primo livello, come gli
elicotteri Blackhawk o i caccia F-16. Per chiudere, gli Usa concedono ad Israele
libero accesso alle informazioni dei servizi segreti, negate invece ai loro
alleati della NATO, ed hanno chiuso entrambi gli
occhi quando Israele si è dotato di armi nucleari.
Washington si occupa anche di fornire un consistente sostegno diplomatico. Dal
1982, gli Stati Uniti hanno posto il veto su 32 risoluzioni del Consiglio di
Sicurezza dell’ONU contrarie ad Israele, più del numero totale di veti
posti da tutti gli altri membri del Consiglio. Inoltre gli Usa continuano a
contrastare gli sforzi compiuti dagli stati arabi affinché l’arsenale
nucleare israeliano venga inserito nel programma di
controlli della IAEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica).
Gli Stati Uniti corrono in soccorso di Israele in
tempo di guerra, e si schierano al suo fianco in tempo di pace.
L’amministrazione Nixon lo ha protetto dalla minaccia di un’invasione
sovietica, e lo ha sovvenzionato durante la Guerra del Kippur. Washington è
intervenuta pesantemente durante i negoziati che posero fine a quella guerra,
così come nel lungo processo “passo a passo” che ne seguì, e allo stesso
modo giocò un ruolo fondamentale nei negoziati che precedettero e seguirono gli
accordi di Oslo del 1993. In ognuno di questi casi ci
furono sporadici attriti fra Stati Uniti e Israele, ma il supporto alle
posizioni di Israele fu sempre molto consistente. Un
funzionario statunitense che partecipò agli incontri di Camp David del 2000, in
seguito affermò: “Troppo spesso la nostra funzione è stata quella di fare
l’avvocato di Israele.” In definitiva,
l’ambizione del governo Bush di trasformare il Medio Oriente è, almeno
parzialmente, rivolta al miglioramento della situazione strategica di
Israele.
Questa straordinaria generosità sarebbe comprensibile se Israele fosse una
risorsa strategica vitale, oppure se esistesse un obbligo morale di protezione
da parte degli Stati Uniti, ma nessuna di queste due ragioni suona
convincente. Qualcuno potrebbe obiettare che, durante la Guerra Fredda, Israele
è stato un prezioso alleato, fungendo da mandatario degli Usa.
Dopo il 1967 inoltre, contribuì a contenere l’espansione sovietica nella
regione, ed inflisse sconfitte militari umilianti ad alleati dell’URSS come
Siria ed Egitto. Occasionalmente offrì anche protezione ad alleati statunitensi
(ad esempio Re Hussein di Giordania), e le sue capacità militari costrinsero
Mosca a spendere molto di più per supportare adeguatamente i suoi stati
clienti. Fornì poi agli Stati Uniti utili informazioni riguardo al potenziale
sovietico.
Tuttavia, l’appoggio ad Israele è stato tutt’altro che a buon mercato, e ha
complicato le relazioni fra gli Stati Uniti e il mondo arabo. Per esempio, la decisone
di dare ad Israele 2,2 miliardi di dollari in aiuti militari di emergenza
durante la Guerra d’Ottobre (o Guerra del Kippur), innescò un embargo
petrolifero da parte dell’OPEC che ebbe conseguenze catastrofiche sulle
economie occidentali. Da parte loro, le forze armate israeliane non erano nelle
condizioni di ricambiare il favore, proteggendo gli interessi degli Usa nella
regione, e infatti, gli Stati Uniti non poterono
contare su Israele quando la Rivoluzione Iraniana del 1979 sollevò
preoccupazioni riguardo alla sicurezza delle forniture di petrolio, e dovettero
invece istituire una propria Forza di Spiegamento Rapido.
La prima Guerra del Golfo rivelò la vera dimensione dell’importanza
strategica che Israele stava assumendo. Gli Stati Uniti non avrebbero potuto
usare la basi israeliane senza mandare all’aria la coalizione
anti-Iraq, e furono costretti a dirottare notevoli risorse (come la batterie di
missili Patriot) per evitare che Tel Aviv prendesse iniziative che potessero
mettere in pericolo l’alleanza contro Saddam Hussein. La storia si è ripetuta
nel 2003: nonostante Israele fosse un accanito sostenitore dell’attacco
all’Iraq, Bush non potè chiedergli aiuto per non scatenare l’opposizione
araba, e così ancora una volta Israele rimase in
panchina.
All’inizio degli anni 90, e soprattutto dopo l’11 settembre, il sostegno da
arte degli Usa è stato giustificato con il fatto che entrambe le nazioni sono
minacciate dal terrorismo arabo e musulmano, e da quegli “stati canaglia”
che appoggiano gruppi terroristici e preparano armi di distruzione di massa.
Questo sta a significare che non solo Washington
dovrebbe dare carta bianca ad Israele nel trattare con i palestinesi, senza
quindi obbligarli a fare concessioni fino a quando i terroristi non saranno
stati tutti catturati e uccisi, ma che anche gli Stati Uniti devono perseguitare
paesi come l’Iran e la Siria. Di conseguenza, Israele viene
presentato come un alleato fondamentale nella guerra al terrorismo, perché i
suoi nemici sono anche i nemici degli Stati Uniti.
Il “Terrorismo” non è un unico avversario, ma una tattica impiegata da un
vasto assortimento di gruppi politici. Le organizzazioni terroristiche che
minacciano Israele non sono le stesse che minacciano gli Stati Uniti, tranne
quando intervengono contro di loro (come in Libano nel 1982). Oltretutto il
terrorismo palestinese non è una violenza casuale diretta contro Israele o
contro un generico “Occidente”, ma la risposta alla reiterata campagna di colonizzazione
della Cisgiordania e della Striscia di Gaza condotta dagli israeliani.
Dire che Israele e Stati Uniti condividono una comune minaccia terroristica
significa stabilire una relazione di causa-effetto rovesciata: gli Stati Uniti
sono minacciati dal terrorismo a causa della loro stretta alleanza con Israele,
e non il contrario. Quest’alleanza non è l’unica causa del terrorismo, ma
sicuramente una delle più importanti, e rende ancora più difficile la vittoria
nella guerra contro il terrore. Non c’è alcun dubbio sul fatto che molti dei
capi di Al-Quaeda, incluso Bin Laden, traggano
motivazioni dalla presenza israeliana a Gerusalemme e dalla difficile situazione
dei palestinesi. Un incondizionato sostegno ad Israele non fa
altro che facilitare il compito degli estremisti nel portare dalla propria parte
l’opinione pubblica e nel reclutare volontari.
Così, i cosiddetti stati canaglia in Medio Oriente non sono una vera minaccia
per gli interessi vitali degli Stati Uniti, ma lo diventano nel momento in cui
lo sono per Israele. Perfino se questi stati acquisissero armi atomiche, cosa
ovviamente non auspicabile, né gli Usa né Israele potrebbero
essere davvero ricattabili, poiché il ricattatore non potrebbe mettere in atto
le minacce senza poi dover subire una terribile rappresaglia. Il pericolo che i
terroristi vengano in possesso di armi nucleari è
comunque remoto, perché uno stato canaglia non potrebbe avere la certezza che
la consegna passerebbe inosservata, o che non verrebbero accusati e
immediatamente puniti. Le attuali relazioni con Israele rendono sempre più
difficile per gli Stati Uniti trattare con questi paesi. L’arsenale nucleare
israeliano è una delle ragioni per cui alcuni degli stati vicini pretendono
l’atomica, e minacciare di invaderli non fa altro che alimentare questo
desiderio.
Un’ultima ragione per mettere in dubbio il reale valore strategico di
Israele è il fatto che non si comporta da alleato leale. I funzionari
israeliani spesso ignorano le richieste degli Usa e si rimangiano le promesse
(inclusi gli impegni a non costruire più insediamenti e ad astenersi dagli
“omicidi mirati” dei leader palestinesi). Israele ha fornito tecnologia
militare a potenziali avversari degli Stati Uniti, come la
Cina, in quello che un ispettore generale del Dipartimento di Stato ha
definito “un sistematico e crescente processo di trasferimenti non
autorizzati”. Secondo il General Accounting Office (l’Ufficio
Contabile del Congresso, l’equivalente della nostra Corte dei Conti.
N.d.T.), Israele conduce anche “la
più aggressiva campagna di spionaggio nei confronti degli Usa di qualunque
altro alleato”. Come se non fosse bastato il caso di Jonathan Pollard, che nei
primi anni ’80 consegnò ad Israele un’enorme quantità di materiale
classificato (materiale che venne in seguito passato all’Unione Sovietica in
cambio di visti d’uscita per molti ebrei russi), una nuova controversia è
scoppiata nel 2004, quando si è venuto a sapere che un alto funzionario del
Pentagono, Larry Franklin, aveva passato informazioni riservate ad un
diplomatico israeliano. Israele non è certamente l’unico paese che spia gli
Stati Uniti, ma la sua tendenza a spiare i suoi principali benefattori getta
parecchi dubbi sul suo effettivo valore strategico.
Ma il valore strategico di Israele non è l’unica
questione in discussione. I suoi sostenitori affermano che il paese merita
appoggio incondizionato perché è debole e circondato da nemici; perché è un
paese democratico; perché il popolo ebraico ha subito in un recente passato
terribili crimini e dunque merita un trattamento di favore, e perchè la linea
di condotta di Israele è moralmente superiore a
quella di tutti suoi nemici. Ad un esame più attento, nessuna di queste ragioni
è convincente. Difendere l’esistenza di Israele è
sicuramente un dovere morale, ma la sua esistenza non è in pericolo. Guardando
le cose in modo più obiettivo, il suo comportamento passato e presente non offre
alcuna base che giustifichi il dovere morale di privilegiarlo rispetto ai
palestinesi.
Israele viene spesso dipinto come Davide che affronta
Golia, ma probabilmente l’esempio opposto è molto più vicino alla realtà.
Al contrario di quello che la gente pensa, durante la
Guerra d’Indipendenza del 1947-49, i Sionisti avevano l’esercito più
grande, meglio equipaggiato e meglio guidato; inoltre le forze armate israeliane
ottennero vittorie facili e rapide contro l’Egitto nel 1956, e contro Egitto,
Giordania e Siria nel 1967. Tutto questo ben prima che gli Stati Uniti
iniziassero la loro politica di aiuti su larga scala.
Oggi Israele è la più potente forza militare in
tutto il Medio Oriente. Le sue forze convenzionali sono di
gran lunga superiori a quelle dei suoi vicini, ed è l’unico paese
della regione a possedere armi atomiche. Egitto e Giordania hanno
firmato trattati di pace, e l’Arabia Saudita si è offerta di farlo; la Siria
ha perso la protezione dell’Unione Sovietica; l’Iraq è uscito devastato da
tre guerre disastrose e l’Iran è distante centinaia di chilometri. I
palestinesi hanno a malapena una forza di polizia effettiva,
figuriamoci un esercito in grado di costituire una minaccia per Israele.
Secondo un rapporto del Centro per gli Studi Strategici dell’Università di
Tel Aviv, “la bilancia strategica pende decisamente
dalla parte di Israele, che continua ad ampliare il gap qualitativo fra la
propria capacità militare e quella dei paesi confinanti”. Se tifare per il più
debole fosse un bisogno irresistibile, allora gli Stati Uniti dovrebbero
sostenere i nemici di Israele.
La scusa che Israele sia un’indifesa democrazia circondata da dittature
ostili, non giustifica l’attuale livello di sostegno che riceve: esistono in
tutto il mondo molte democrazie, ma nessuna di esse riceve un tale sontuoso
supporto. Oltretutto, in passato gli Stati Uniti hanno rovesciato governi
democratici e sostenuto dittature quando ciò andava
incontro ai loro interessi, e tuttora hanno ottime relazioni con parecchi
dittatori.
Alcuni aspetti della democrazia in Israele sono in
contraddizione con i valori degli Stati Uniti. Ad esempio, a differenza degli
Usa, dove le persone si suppone debbano avere eguali
diritti senza distinzioni di razza o religione, lo Stato di Israele è stato
esplicitamente fondato come stato Ebraico, e il diritto di cittadinanza è
basato sul principio della consanguineità. Dunque non sorprende affatto che un
milione e trecentomila arabi vengano trattati come
cittadini di serie b, o che una recente commissione governativa abbia rilevato
che Israele si comporta nei loro confronti in modo “noncurante e
discriminatorio”. Inoltre la loro posizione democratica è indebolita dal
rifiuto di garantire ai palestinesi un loro proprio
stato e pieni diritti politici.
La terza giustificazione è la storia delle sofferenze inflitte al popolo
ebraico dall’occidente cristiano, con particolare riferimento all’Olocausto.
Poiché gli ebrei sono stati perseguitati per secoli
e possono sentirsi al sicuro soltanto in uno stato ebraico, molta gente pensa
che gli Stati Uniti debbano loro un trattamento di favore. La creazione di uno
stato d’Israele ha senza dubbio rappresentato un’efficace risposta al lungo
elenco di crimini perpetrati contro gli ebrei, ma ha anche costituito il
pretesto per i verificarsi di nuovi crimini contro un terzo soggetto
assolutamente innocente: i palestinesi.
Quest’aspetto era stato preso in considerazione dai primi leader di
Israele. David Ben Gurion disse una volta a Nahum Goldmann, presidente
del Congresso Ebraico Mondiale: “Se io fossi un leader arabo, non vorrei mai
trovarmi a fare i conti con Israele. E’ naturale, noi abbiamo preso il loro
paese…Veniamo da Israele, ma duecento anni fa, e cos’ha questo a che vedere
con loro? Ci sono stati l’anti-semitismo, il
Nazismo, Hitler, Auschwitz, ma loro di cosa hanno colpa? I palestinesi sanno
solo che noi siamo arrivati qui e ci siamo
appropriati del loro paese. Perché dovrebbero
accettarlo?”
Da allora, i capi di governo israeliani hanno più volte cercato di negare le
ambizioni nazionalistiche dei palestinesi. Golda Meir, al tempo in cui era Primo
Ministro, pronunciò la famosa frase “Il popolo palestinese non esiste”. Le
pressioni violente da parte degli estremisti e la crescita della popolazione
palestinese hanno costretto Israele ad abbandonare la
Striscia di Gaza e a prendere in considerazione alcuni compromessi territoriali,
ma nemmeno Yitzhak Rabin è stato in grado di offrire ai palestinesi un vero e
proprio stato. Le “generose” offerte di Ehud
Barak a Camp David hanno concesso loro solo un pugno di Bantustans (una
sorta di ghetto. N.d.T.), di fatto
sotto il controllo di Israele. In definitiva, la tragica storia del popolo
ebraico non legittima gli Stati Uniti ad aiutare Israele sempre e comunque.
I suoi fiancheggiatori sostengono inoltre che Israele abbia sempre cercato la
pace e dimostrato grande moderazione anche quando è
stato provocato. Per contro, gli arabi hanno sempre agito con grande
malvagità. La verità è che il passato di Israele
non è diverso da quello dei suoi nemici. Ben Gurion ammetteva che i primi
Sionisti furono tutt’altro che benevoli nei
confronti degli arabi palestinesi che resistettero all’invasione, cosa non
certo sorprendente, dato che i sionisti cercavano di crearsi un loro stato in
terra araba. Allo stesso modo, la creazione di Israele
nel 1947-48 necessitò di atti di pulizia etnica, incluse esecuzioni, massacri e
stupri, e da allora la condotta di Israele è sempre stata brutale,
contraddicendo così qualunque affermazione sulla sua presunta superiorità
morale. Ad esempio, fra il 1949 e il 1956 le forze di sicurezza israeliane
uccisero fra i 2700 e i 5000 infiltrati arabi, e la maggior parte di essi
erano disarmati. L’IDF (l’esercito israeliano) ha assassinato centinaia di
prigionieri di guerra egiziani, catturati durante le guerre del 1956 e del 1967,
mentre nel 1967 espulse fra i 100.000 e i 260.000 palestinesi dai Territori
Occidentali appena conquistati, e deportò 80.000
siriani dalle Alture del Golan.
Durante la prima Intifada, l’IDF distribuì manganelli alle proprie truppe,
incoraggiandole ad usarli contro i manifestanti palestinesi. La sezione svedese
di Save The Children ha calcolato che “nei primi due anni di
Intifada, dai 23.600 ai 29.900 bambini ebbero bisogno di cure mediche a
causa delle ferite inferte loro dai manganelli”. Circa un terzo di loro aveva
dieci anni, o meno. La reazione alla seconda Intifada fu
persino più violenta, spingendo l’Ha’aretz
(importante quotidiano liberal israeliano. N.d.T.)
a dichiarare: “L’IDF…si sta trasformando in una macchina di morte la cui
scioccante efficienza incute terrore”. L’IDF, nei primi giorni
dell’insurrezione, esplose un milione di proiettili. Da allora, per ogni
israeliano ucciso sono morti 3,4 palestinesi, la maggior parte dei quali
innocenti vittime collaterali, e il rapporto fra bambini palestinesi e
israeliani uccisi è perfino superiore (5,7:1). Vale
anche la pena ricordare che i sionisti contarono sulle bombe dei terroristi per
far arrivare gli inglesi dalla Palestina, e che Yitzhak Shamir, prima terrorista
e poi divenuto Primo Ministro, dichiarò: “Né la morale e né la tradizione
degli ebrei possono impedire che il terrorismo venga
usato come mezzo per combattere”.
L’uso del terrorismo da parte dei palestinesi può essere sbagliato, ma non
deve sorprendere, visto che ritengono di non avere nessun altro modo per
ottenere concessioni da parte di Israele. Anche Ehud
Barak una volta ha ammesso che se fosse stato palestinese “sarebbe entrato a
far parte di un’organizzazione terroristica”.
In definitiva, se non vi sono né motivazioni strategiche né morali, allora
come si spiega questo sostegno incondizionato ad Israele da parte degli Stati
Uniti?
La spiegazione sta nel potere incontrastato della Lobby Ebraica. Per indicare
questa larga coalizione di individui e organizzazioni
che lavora alacremente per indirizzare la politica estera statunitense in una
direzione filo-israeliana, basta semplicemente un nome: la “Lobby”. Questo
non sottintende il fatto che “la Lobby” sia un
movimento unificato, con una leaderhip centrale, o che alcuni individui che ne
fanno parte non siano a volte in disaccordo su alcune questioni. Non tutti gli
ebrei americani fanno parte della Lobby, perché per molti di loro la questione
israeliana non riveste grande importanza. In un sondaggio del 2004, per esempio,
circa il 36 per cento di ebrei americani ha
dichiarato di essere “poco” o “per niente” coinvolto emotivamente dal
problema.
Inoltre, gli ebrei americani dissentono su alcune specifiche linee politiche di
Israele. Molte delle organizzazioni chiave che fanno parte della Lobby, come
l’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee - Comitato
americano-israeliano per gli affari pubblici) o la Conference of Presidents of
Major Jewish American Organisations (Conferenza dei presidenti delle principali
organizzazioni ebraiche americane), sono guidate da integralisti che sostengono
la politica espansionista del partito Likud (il
partito conservatore israeliano – N.d.T.) e la sua ostilità
al processo di pace di Oslo. Il grosso degli ebrei
americani è invece maggiormente incline a fare delle concessioni ai
palestinesi, e alcuni gruppi come il Jewish Voice for
Peace, invocano a gran voce una politica di questo tipo. Nonostante
queste differenze, moderati e integralisti si trovano d’accordo sul dare un
deciso supporto ad Israele.
Non deve affatto sorprendere che i leader ebrei americani consultino
spesso i governanti israeliani, per essere certi che le loro azioni siano in
linea con gli interessi del paese. Un attivista di una grande
organizzazione ebraica ha scritto: “Per noi è ordinaria
amministrazione dire: questa è la nostra posizione su un determinato argomento,
ora dobbiamo sapere cosa ne pensa Israele. Siamo una comunità, e ci comportiamo
come tale”. Esistono forti remore nel criticare la politica di
Israele, e fare pressione su Israele è considerato un atto di
insubordinazione. Edgar Bronfman Sr, presidente del Congresso Ebraico Mondiale,
è stato accusato di “perfidia” quando a metà del 2003 scrisse
una lettera al presidente Bush, in cui lo esortava a persuadere Israele affinché
bloccasse la costruzione del controverso “Recinto di Sicurezza”. Chi lo
criticò, disse: “Sarebbe osceno se il presidente del Congresso Ebraico
Mondiale costringesse il presidente degli Stati Uniti a contrastare la condotta
politica dello stato di Israele.”
Allo stesso modo, quando il presidente del Forum sulle Politiche di Israele,
Seymour Reich, nel novembre 2005 consigliò a Condoleezza Rice di chiedere ad
Israele la riapertura di un passaggio al confine con la Striscia di Gaza, la sua
azione venne definita “irresponsabile”. Si disse: “Nella principale
corrente ebraica non c’è assolutamente spazio per iniziative che sollecitino
azioni in contrasto con la sicurezza di Israele.”
Intimorito dagli attacchi, Reich fece un passo indietro, dichiarando: “Quando
si tratta di Israele, la parola “pressione” non
fa parte del mio vocabolario.”
Per influenzare la politica estera degli Usa, gli ebrei americani hanno messo in
piedi un’impressionante spiegamento di organizzazioni, la più potente e
conosciuta delle quali è l’AIPAC. Nel 1997, la rivista Fortune
chiese ai membri del congresso e ai rispettivi staff di stilare
una lista delle più influenti lobby di Washington. L’AIPAC si classificò al
secondo posto, dietro all’AARP (Associazione Americana dei Pensionati),
ma davanti ai sindacati dell’AFL-CIO (Federazione Americana del lavoro ed
Associazione delle Organizzazioni Industriali) e alla NRA (National Rifle
Association, l’Associazione dei Produttori di Armi). Uno studio del National
Journal del marzo 2005 è arrivato alle stesse conclusioni, posizionando
l’AIPAC in seconda posizione a pari merito con l’AARP.
La Lobby include anche personalità di spicco della chiesa Cristiana Evangelica,
come Gary Bauer, Jerry Falwell, Ralph Reed e Pat Robertson, così come Dick
Armey e Tom DeLay, ex membri della Camera dei Rappresentanti al Congresso, tutti
convinti che la rinascita dello stato di Israele
rappresenti la realizzazione delle profezie bibliche, e dunque entusiasti
sostenitori delle sue politiche espansioniste; non esserlo, pensano, sarebbe
contrario al volere di Dio. Fanno parte della Lobby anche neo-conservatori
moderati come John Bolton; Robert Bartley, l’ex direttore del Wall Street
Journal; William Bennett, ex Segretario all’Istruzione; Jeane Kirkpatrick, ex
ambasciatrice delle Nazioni Unite, e il potente columnist Gorge Will.
La particolare forma di governo degli Stati Uniti offre
ai lobbisti molte possibilità di influenzare il processo politico. I gruppi di
influenza possono controllare i rappresentanti e i membri del potere
esecutivo, finanziare i partiti, votare alle elezioni, o cercare di plasmare
l’opinione pubblica. Essi dispongono di un potere
spropositato quando si interessano di questioni che la maggioranza della
popolazione ignora. In questo caso, i politici tendono ad accontentarli, sapendo
che la gente, essendo all’oscuro della questione, non potrà mai penalizzarli
per averlo fatto.
Nelle sue operazioni di base, la Lobby non si comporta in modo diverso dalle
lobby degli agricoltori, dai sindacati degli operai tessili o dalle lobby
etniche. Quando gli ebrei americani e i loro alleati
cristiani tentano di influenzare la politica, non fanno niente di scorretto:
l’attività della Lobby non è una cospirazione del genere descritto in
documenti come i Protocolli dei Savi di Sion. In sostanza, gli individui e i
gruppi che ne fanno parte, si comportano come si comportano tutti gli altri
grandi gruppi di influenza, solo che lo fanno molto
meglio. Per contro, i gruppi di interesse filo-arabo,
ammesso che ne esistano, sono molto deboli, il che rende il lavoro della Lobby
ancora più semplice.
La Lobby porta avanti due strategie di base. Primo,
esercitare la sua notevole influenza a Washington, facendo pressione sia sul
Congresso che sul ramo esecutivo. Qualunque possa
essere la visione individuale di legislatori e politici, la Lobby cerca sempre
di far passare il sostegno ad Israele come la scelta più “intelligente” da
fare. Secondo, battersi per far sì che nei discorsi pubblici, Israele venga
sempre ritratto sotto una luce positiva, ripetendo le leggende sulla sua
fondazione e favorendo il suo punto di vista nei dibattiti politici.
L’obiettivo è quello di evitare che nell’arena politica vengano
alla luce commenti critici. Controllare il dibattito è essenziale per
garantire il sostegno degli Stati Uniti, perché un confronto aperto
e libero sulle relazioni Usa-Israele potrebbe facilmente portare ad una politica
differente.
Il pilastro su cui si regge l’efficacia della Lobby è la sua influenza sul
Congresso, luogo in cui Israele è virtualmente immune da ogni critica. Questo
fatto è già di per sé rimarchevole, visto che il raramente il Congresso
glissa su questioni importanti, mentre invece, quando si parla di
Israele, tutti i potenziali avversari ammutoliscono. Una delle ragioni è
che alcuni membri chiave sono cristiani sionisti,
come Dick Armey, che nel settembre del 2002 affermò: “In politica estera, la
mia prima preoccupazione è la protezione di Israele.” Si potrebbe anche
obiettare che la prima preoccupazione di un rappresentante del Congresso
dovrebbe essere quella di proteggere gli Stati Uniti. Ci sono poi senatori e
membri del Congresso ebrei che lavorano per assicurare che la politica estera
Usa sia in linea con gli interessi di Israele.
Un’altra fonte da cui nasce il potere della Lobby
è il suo utilizzo di membri filo-israeliani negli staff dei politici. Come ha
ammesso una volta Morris Amitay, ex capo dell’AIPAC,:
“Ci sono molti ragazzi ebrei che lavorano al Campidoglio, desiderosi di
interessarsi a questioni che riguardano la loro ebraicità […] Tutti questi
ragazzi sono nella posizione di poter influenzare le decisioni dei loro senatori
riguardo a questi problemi […] Si possono fare davvero un sacco di cose a
livello di staff.”
Tuttavia il cuore dell’influenza della Lobby sul congresso è costituito dalla
stessa AIPAC. Il successo è dovuto alla sua abilità
di ricompensare i legislatori e i candidati che sostengono il suo programma, e
di punire coloro che lo contrastano. Nelle elezioni americane, i soldi sono
fondamentali (come dimostra lo scandalo dei loschi traffici del lobbista Jack
Abramoff), e l’AIPAC fa sempre in modo che i suoi amici ricevano forti
finanziamenti dai tanti comitati politici filo-israeliani. Chiunque venga
considerato ostile ad Israele può essere certo che l’AIPAC dirigerà i suoi
finanziamenti verso il suo oppositore politico. L’AIPAC organizza anche grandi
campagne di invio di lettere, e incoraggia i
direttori dei giornali ad appoggiare candidati filo-israeliani.
Sull’efficacia di queste tecniche non vi sono dubbi. Ecco un esempio: nelle
elezioni del 1984, l’AIPAC favorì la sconfitta del senatore dell’Illinois
Charles Percy, il quale, secondo un membro di rilievo della Lobby, “aveva
dimostrato insensibilità, e perfino ostilità verso la nostra causa”. Thomas
Dine, all’epoca direttore dell’AIPAC, spiegò così
l’accaduto: “Tutti gli ebrei americani, da costa a costa, si unirono per
estromettere Percy, e i politici, sia quelli che ricoprivano cariche pubbliche
che quelli che vi aspiravano, colsero il messaggio.”
L’influenza dell’AIPAC sul Campidoglio sta diventando sempre maggiore.
Secondo Douglas Bloomfield, un ex membro dello staff dell’AIPAC, “Per i
membri del Congresso e i loro staff, è normale, quando hanno bisogno di
informazioni, rivolgersi all’AIPAC prima ancora di consultare la
Biblioteca del Congresso, il Servizio Ricerche o gli esperti.” Cosa ancora più
importante, Bloomfield fa notare che l’AIPAC “viene
spesso chiamata in causa per scrivere discorsi, intervenire sulla legislazione,
consigliare sui metodi, fare ricerche, trovare finanziatori e raccogliere i voti
dei funzionari.”
Il risultato di tutto questo è che l’AIPAC, è di fatto un agente al servizio
di un governo straniero; tiene per la gola il Congresso, e di conseguenza la
politica Usa nei confronti di Israele non viene mai discussa in quella sede,
nemmeno quando quella politica ha pesanti ripercussioni nel resto del mondo. In
altre parole, uno dei tre più importanti rami del governo è
strettamente vincolato al sostegno ad Israele. Ernest Hollings, ex senatore
democratico, fa notare che “non si possono avere idee su Israele diverse da
quelle che vengono imposte dall’AIPAC.” Una
volta Ariel Sharon, in un discorso pubblico agli americani, disse: “Quando la
gente mi chiede in che modo può aiutare Israele, io rispondo loro: aiutate l’AIPAC.”
Anche grazie al peso esercitato dai votanti ebrei nelle elezioni presidenziali,
la Lobby influisce notevolmente anche sul ramo esecutivo. Nonostante
essi costituiscano meno del 3% della popolazione, organizzano enormi campagne
per finanziare i candidati di ambedue gli schieramenti. Il Washington
Post ha calcolato che i candidati democratici alla presidenza
ricevono dai sostenitori ebrei fino al 60% dell’intera somma per la campagna
elettorale, e poiché gli elettori ebrei hanno un’alta percentuale di
affluenza alle urne e sono concentrati in stati chiave come California, Florida,
Illinois, New York e Pennsylvania, i candidati fanno di tutto per non
inimicarseli. Le grandi organizzazioni che fanno parte della Lobby, lavorano
affinché gli oppositori di Israele non possano
occupare posti importanti in politica estera. Jimmy Carter avrebbe voluto
nominare George Ball segretario di Stato, ma sapeva che Ball
era sempre stato critico nei confronti di Israele, e che di conseguenza
la Lobby si sarebbe opposta alla nomina. Stando così le cose, qualunque
aspirante politico non può far altro che mostrarsi come un sostenitore della
causa israeliana, facendo così diventare una specie in via di
estinzione coloro che criticano apertamente.
Quando Howard Dean esortò gli Stati Uniti a prendere “una posizione più
imparziale” in merito al conflitto arabo-israeliano, il senatore Joseph
Lieberman lo accusò di aver tradito la fiducia di Israele, e definì le sue
parole “irresponsabili”. Praticamente tutti i
capi democratici firmarono un documento che stigmatizzava le affermazioni di
Dean, e il Chicago
Jewish Star scrisse: “aggressori anonimi stanno intasando le
caselle email dei leader ebrei in tutto il paese, avvertendo che Dean potrebbe
in qualche modo rappresentare un pericolo per Israele.”
Questa preoccupazione era assurda. Dean è infatti
abbastanza protettivo nei confronti di Israele: il suo vice in campagna
elettorale era un ex presidente dell’AIPAC, e lo stesso Dean afferma che le
sue idee sul Medio Oriente riflettono molto di più quelle dell’AIPAC che
quelle del ben più moderato Americans for Peace Now. Egli aveva solo detto che
Washington, per “riconciliare le due parti”, dovrebbe
agire come un onesto intermediario. Questa non è certamente un’idea
estremista, ma la Lobby non tollera nemmeno un’ombra di imparzialità.
Durante l’amministrazione Clinton, la politica in Medio Oriente era molto
influenzata da funzionari strettamente legati ad Israele, o facenti parte di
importanti organizzazioni filo-israeliane; eccone alcuni: Martin Indyk, ex
vicedirettore responsabile delle ricerche dell’AIPAC e co-fondatore del
filo-israeliano Istituto di Washington per la Politica nel Vicino Oriente
(Washington Institute for Near East Policy - WINEP); Dennis Ross, entrato a far
parte del WINEP dopo aver lasciato il governo nel 2001, e Aaron Miller, vissuto
in Israele e spesso in visita in quel paese. Questi uomini erano fra i più
stretti collaboratori di Clinton durante il vertice di Camp David, nel luglio
del 2001. Nonostante tutti e tre sostenessero il processo di pace di
Oslo, e fossero favorevoli alla creazione di uno stato palestinese,
agirono solo entro i limiti stabiliti dai desiderata di Israele. La delegazione
statunitense si accodò ad Ehud Barak, coordinando in anticipo la sua posizione
nel negoziato con Israele, e non offrendo alcuna proposta indipendente.
Com’era prevedibile, i negoziatori palestinesi si lamentarono del fatto di
“dover trattare con due governi israeliani, uno sotto la bandiera di
Israele, e l’altro sotto la bandiera degli Stati Uniti.”
Questa situazione si è ulteriormente accentuata con l’amministrazione Bush,
in cui militano molti ferventi sostenitori della causa israeliana, come Elliot
Abrams, John Bolton, Douglas Feith, I. Lewis ‘Scooter’
Libby, Richard Perle, Paul Wolfowitz e David Wurmser. Come vedremo, questi
funzionari hanno pesantemente indirizzato la politica in favore di
Israele, spalleggiati dalle organizzazioni della Lobby.
Ovviamente la Lobby non desidera un dibattito pubblico, perché esso potrebbe
portare le persone a chiedersi quale siano i reali legami con Israele; di
conseguenza le organizzazioni filo-israeliane fanno di tutto per controllare le
istituzioni in grado di plasmare l’opinione pubblica.
Sui grandi mezzi di comunicazione predomina il punto di vista della Lobby: il
giornalista Eric Alterman scrive che i dibattiti fra esperti di Medio Oriente
“sono dominati da persone che non possono nemmeno pensare di criticare
Israele.” Alterman ha stilato una lista di 61 “editorialisti e commentatori
che appoggiano Israele senza alcuna riserva.”
Dall’altra parte, ha contato cinque opinionisti critici nei confronti di
Israele, e che appoggiano le posizioni arabe. Solo
raramente sui giornali appaiono editoriali in contrasto con la politica
israeliana, e naturalmente la bilancia pende nettamente dall’altra parte.
E’ molto difficile pensare che un grande giornale
negli Stati Uniti possa pubblicare un articolo come questo.
“Shamir, Sharon, Bibi (Benyamin
Netanyahu. N.d.T.) – qualunque cosa
vogliano questi ragazzi, per me va più che bene.”, ha confessato Robert
Bartley, e infatti il giornale da lui diretto, il Wall Street Journal, pubblica
regolarmente articoli che esaltano le virtù di Israele, esattamente come fanno
altre importanti testate quali il Chicago
Sun-Times o il Washington
Times. Anche riviste come Commentary,
New Republic o Weekly
Standard sostengono Israele
incondizionatamente.
Editoriali schierati si trovano anche su giornali come il New
York Times, che comunque occasionalmente si azzarda perfino a
criticare Israele e ad ammettere che le lamentele dei palestinesi hanno qualche
fondamento, senza però che ciò lo renda un giornale equidistante. Nelle sue
memorie, l’ex direttore editoriale del NYT
Max Frankel, riconosce l’impatto che hanno avuto sulla sua linea editoriale le
sue personali convinzioni: “Sono stato molto più profondamente legato ad
Israele di quanto non abbia il coraggio di ammettere…Corroborato dalla mia
conoscenza della situazione israeliana e dalle mie amicizie in quel paese, ho
scritto io stesso la maggior parte dei nostri editoriali sul Medio Oriente, e
come molti lettori, sia arabi che ebrei, hanno notato, li ho scritti da una
prospettiva decisamente filo-israeliana.”
Le inchieste giornalistiche sono invece, per forza di cose, molto più
obiettive, non solo perché i reporter si sforzano di esserlo, ma anche perché
è difficile descrivere gli eventi nei Territori Occupati senza riconoscere le
responsabilità delle azioni israeliane. Per scoraggiare inchieste scomode, la
Lobby organizza massicce campagne di invio di
lettere, manifestazioni e boicottaggi nei confronti di canali informativi il cui
contenuto è considerato anti-israeliano. Un dirigente della CNN ha raccontato
che più di una volta gli è capitato di ricevere oltre 6000 mail in un solo
giorno, da parte di persone scontente per un servizio andato in onda. Nel maggio
2003, la filo-israeliana Committee for Accurate
Middle East Reporting in America (Commissione per un’Accurata Informazione sul
Medio Oriente – CAMERA) organizzò in 33 città, manifestazioni davanti alle
stazioni della National Public Radio (NPR): cercava di persuadere la gente a non
versare più i contributi alla NPR fino a quando i suoi servizi dal Medio
Oriente non fossero diventati più indulgenti nei confronti di Israele. A
quel che si dice, la stazione NPR di Boston, la WBUR, perse più di un milione
di dollari di sovvenzioni a causa di quelle manifestazioni. Ulteriori
pressioni sulla NPR arrivano dagli amici di Israele al Congresso, i quali hanno
richiesto una maggiore accuratezza e una verifica interna riguardo ai servizi
dal Medio Oriente.
Il punto di vista israeliano oggi domina anche nei “think tank” (lett.
“serbatoio di idee”, l’espressione indica
gruppi di ricerca o luoghi di pensiero che riuniscono intellettuali e
professionisti di vari settori al fine di indirizzare o dettare linee politiche,
economiche o scientifiche. N.d.T.),
che giocano un ruolo fondamentale nel plasmare l’opinione pubblica. La Lobby
ha creato un suo personale think tank nel 1985, quando Martin Indyk contribuì
a fondare il WINEP. Nonostante il WINEP tenda a minimizzare i propri legami con
Israele, dichiarando di fornire una visione “equilibrata e realistica” sulla
questione mediorientale, è stato fondato e guidato da persone fortemente
impegnate a promuovere i programmi di Israele.
L’influenza della Lobby si estende tuttavia ben oltre il WINEP. Negli ultimi
25 anni, forze filo-israeliane hanno preso possesso
di organizzazioni come l’American Enterprise Institute, il Brookings
Institution, il Center for Security Policy, il Foreign Policy Research Institute,
l’Heritage Foundation, l’Hudson Institute, l’Institute for Foreign Policy
Analysis e il Jewish Institute for National Security Affairs (JINSA). In tutte
queste istituzioni sono presenti pochissimi critici, se non nessuno, che
dissentono sul sostegno degli Usa ad Israele.
Prendiamo ad esempio il Brookings Institution (un
centro studi vicino ai Democratici. N.d.T.).
Per molti anni, il suo maggiore esperto di Medio Oriente è stato William Quandt,
ex funzionario dell’NSC (Consiglio della Sicurezza Nazionale) con una meritata
reputazione di grande equilibrio. Oggi le inchieste del Brookings vengono
condotte attraverso il Centro Saban per gli Studi sul Medio Oriente, un centro
finanziato da Haim Saban, uomo d’affari israelo-statunitense e fervente
sionista. Il direttore del centro è l’ubiquo e onnipresente Martin Indyk.
Quello che una volta era un’istituzione fuori dal
coro, oggi è l’ennesimo sostenitore della politica israeliana.
Dove però la Lobby trova una certa difficoltà a soffocare il dibattito, è nei
campus universitari. Negli anni ’90, mentre il processo di
Oslo prendeva l’avvio, esisteva solo un blando dissenso nei confronti
di Israele, dissenso che è poi cresciuto esponenzialmente in seguito al
fallimento di Oslo e all’arrivo al potere di Sharon, diventando addirittura
veemente quando l’esercito israeliano nella primavera del 2002 ha rioccupato
la Cisgiordania, e ha soffocato in un bagno di sangue la seconda Intifada.
Lo slogan della Lobby divenne immediatamente “riprendiamoci i campus”.
Spuntarono nuovi gruppi, come Caravan for Democracy, che portò relatori
israeliani nei college statunitensi. Iniziarono ad entrarvi anche associazioni
già esistenti come il Jewish Council for Public
Affairs o Hillel, e venne costituito un nuovo gruppo, l’Israel on Campus
Coalition, per coordinare le varie associazioni che cercavano di imporre la
questione israeliana. Infine, l’AIPAC triplicò i fondi destinati al
monitoraggio delle attività universitarie, e alla formazione di giovani
sostenitori, in modo da “espandere considerevolmente il numero di studenti nei
campus…mettendo in atto un’operazione filo-israeliana a livello
nazionale.”
La Lobby controlla perfino quello che i professori
scrivono o insegnano. Nel settembre 2002, Martin
Kramer e Daniel Pipes, due appassionati neo-conservatori filo-israeliani,
crearono un sito (Campus Watch) che pubblicava dossier su accademici sospetti, e
incoraggiava gli studenti a riferire osservazioni o comportamenti che potevano
considerarsi ostili ad Israele. Questo evidente tentativo di schedatura e di
intimidazione degli studenti, provocò una violenta reazione, e Pipes e
Kramer dovettero rimuovere i dossier, ma ancora oggi il sito invita gli studenti
a riferire su eventuali attività anti-israeliane.
I gruppi che fanno parte della Lobby, esercitano una pressione particolare su
alcuni accademici e università. La Columbia è stata spesso un bersaglio,
certamente a causa della presenza nella sua facoltà di Edward
Said. Jonathan Cole, il rettore, ha dichiarato: “Si può essere certi che
qualunque dichiarazione pubblica in favore dei palestinesi fatta dall’eminente
critico letterario Edward Said, susciterà una valanga di mail, lettere e
articoli giornalistici che ci esorteranno a
denunciarlo, a sanzionarlo e perfino a licenziarlo.” Quando
la Columbia assunse lo storico Rashid Khalidi da Chicago, successe la stessa
cosa. Qualche anno dopo, Princeton considerò l’ipotesi di strappare Khalidi
alla Columbia, e si trovò ad affrontare il medesimo problema.
Un classico esempio del lavoro di questa sorta di polizia accademica: verso la
fine del 2004, il Progetto David produsse un film che affermava che membri del
programma Studi sul Medio Oriente della Columbia
erano antisemiti e minacciavano studenti ebrei che prendevano le parti di
Israele. La Columbia ricevette una strigliata, ma una commissione di facoltà
incaricata di condurre un’indagine, non scoprì alcuna prova di questo
presunto antisemitismo, e l’unico episodio degno di nota fu quando un
professore “rispose con veemenza” alla domanda di uno studente. La
commissione peraltro scoprì anche che lo stesso professore era stato oggetto di
una plateale campagna intimidatoria.
L’aspetto forse più disturbante di questa faccenda, è la spinta
esercitata dai gruppi ebraici sul Congresso affinché si costituisca un
organismo di controllo sui professori universitari. Se riusciranno
a far passare questa proposta, tutte le università ritenute colpevoli di una
condotta anti-israeliana potrebbero perdere i fondi federali. Ciò non è ancora
avvenuto, ma è un’indicazione di quanto sia
importante il problema del controllo. Un gruppo di filantropi ebrei ha
recentemente dato il via ad un programma di Studi su Israele (come se non
bastassero i circa 130 programmi analoghi già esistenti) così da aumentare il
numero di studenti filo-israeliani nei campus. Nel maggio 2003, la New York
University ha annunciato l’istituzione del Taub Center for Israel Studies; la
stessa cosa hanno fatto Berkeley, Brandeis ed Emory.
I dirigenti universitari enfatizzano il valore pedagogico di questi studi, ma la
verità è che essi servono solo a promuovere l’immagine di
Israele. Fred Laffer, capo della Taub Foundation, chiarisce che la sua
fondazione ha finanziato il centro della NYU per contrastare il “punto di
vista arabo [sic]”, a suo dire predominante nei programmi di studio sul Medio
Oriente della NYU.
Nessuna discussione sulla Lobby sarebbe completa senza prendere in esame una
delle sue armi più potenti: l’accusa di antisemitismo.
Chiunque osi criticare le azioni di Israele o
sostenere che i gruppi ebraici influenzano significativamente la politica
mediorientale degli Stati Uniti – un’influenza peraltro sbandierata dall’AIPAC
– ha ottime probabilità di essere tacciato di antisemitismo. Anzi, basta
semplicemente dichiarare che una Lobby Ebraica esiste, per venire
travolti dalla medesima accusa, nonostante gli stessi media Israeliani parlino
apertamente di una Lobby Ebraica negli Stati Uniti. In parole povere, la Lobby,
prima si vanta del suo potere, e poi attacca chiunque richiami l’attenzione su
di essa. Naturalmente è una tattica molto efficace,
perchè a nessuno piace sentirsi accusare di essere
antisemita..
Gli europei sono sempre stati molto più propensi a criticare la politica di
Israele, tanto che si parla di una recrudescenza di antisemitismo in Europa.
All’inizio del 2004, l’ambasciatore Usa all’Unione Europea ha detto:
“Stiamo tornando al punto in cui eravamo negli anni 30.”
Misurare l’antisemitismo non è una cosa semplice, ma molti indizi puntano decisamente
nella direzione opposta. Nella primavera del 2004, quando le voci di un
antisemitismo europeo giunsero negli Stati Uniti, ricerche separate condotte
sull’opinione pubblica europea da organismi statunitensi come la Lega
Anti-Diffamazione e il Pew Research Center for the People and the Press (uno
dei più prestigiosi istituti demoscopici Usa. N.d.T.),
hanno rilevato che l’antisemitismo è in declino. Per fare un paragone, negli
anni ’30, non solo l’antisemitismo era un sentimento diffuso fra gli europei
di tutte le classi sociali, ma anche considerato tutto sommato accettabile.
La Lobby e i suoi amici dipingono spesso la Francia
come il più antisemita fra i paesi europei, anche se nel 2003, il capo della
comunità ebraica francese dichiarò che “la Francia non è più antisemita
degli Stati Uniti.” Secondo un recente articolo apparso sull’Ha’aretz,
la polizia francese ha riferito che nel 2005 i crimini di matrice antisemita
sono calati di quasi il 50 per cento, e questo nonostante in
Francia viva la più grande comunità musulmana d’Europa. Inoltre, quando il
mese scorso a Parigi, un ebreo francese è stato ucciso da una banda di
islamici, decine di migliaia di persone si sono riversate nelle strade
per manifestare contro l’antisemitismo. Sia Jacques Chirac che Dominique de
Villepin hanno assistito ai funerali della vittima
per testimoniare la loro solidarietà.
Nessuno vuole negare il fatto che esista l’antisemitismo fra i musulmani
europei, in parte provocato dalla violenza di Israele nei confronti dei
palestinesi, e in parte puramente razzista, ma è una cosa talmente diversa, da
rendere assurdi i paragoni fra l’Europa di oggi e quella degli anni trenta.
E’ d’altra parte innegabile che ci sia ancora un
certo numero di violenti antisemiti autoctoni in Europa (così come ci sono
negli Stati Uniti), ma sono pochi, e le loro idee vengono stigmatizzate dalla
larga maggioranza degli europei.
I difensori di Israele, se spinti a fornire qualcosa di più di semplici
asserzioni, sostengono che c’è un “nuovo antisemitismo”, che va di pari
passo con l’ostilità politica nei confronti di Israele. In altre parole,
criticare la politica di Israele fa di una persona un
antisemita per definizione. Quando il sinodo della Chiesa d’Inghilterra ha di
recente votato un documento in cui si decideva di disinvestire dalla
Caterpillar Inc. (alla
fine del 2004, la Chiesa d’Inghilterra possedeva azioni della Caterpillar per
un valore di 2,2 milioni di sterline. N.d.T.),
responsabile di produrre i bulldozer usati da Israele per demolire le abitazioni
dei palestinesi, il Rabbino Capo ha avvertito che ciò “avrebbe avuto
ripercussioni molto negative sulle relazioni fra ebrei e cristiani in Gran
Bretagna.”, e il Rabbino Tony Bayfield, capo del movimento riformista, ha
dichiarato: “Esiste un evidente problema: un sentimento anti-Sionista – che
rasenta l’antisemitismo – sta emergendo e prendendo piede, perfino nel cuore
della Chiesa.” In realtà, l’unica colpa della Chiesa è quella di
protestare contro la politica di Israele.
Chi critica viene anche accusato di voler tenere Israele su un basso livello
qualitativo di vita, e di mettere in discussione perfino il suo stesso diritto
di esistere, ma anche queste sono accuse campate in aria. Gli oppositori
occidentali di Israele non hanno la minima intenzione
di negargli questo diritto, si limitano a criticare il suo comportamento verso i
palestinesi, cosa che fanno anche gli stessi israeliani. Queste critiche non
possono nemmeno considerarsi inique. Il trattamento nei confronti dei
palestinesi suscita critiche perché è contrario al concetto universale di
“diritti umani”, alle leggi internazionali e al principio di
auto-determinazione dei popoli, e da questi punti di vista non è certo
l’unico paese al mondo ad essere osteggiato.
John Mearsheimer insegna Scienze Politiche a Chicago, ed è l’autore di The
Tragedy of Great Power Politics.
Stephen Walt insegna Affari Internazionali alla Kennedy School of Government di
Harvard. Il suo ultimo libro è Taming American Power: The Global Response
to US Primacy.
Fonte: www.lrb.co.uk
Link: http://www.lrb.co.uk/v28/n06/mear01_.html
Marzo 2006
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIUSEPPE SCHIAVONI