Le Monde Diplomatique, Gennaio 2006
il manifesto 21 marzo 2006 Kadima alla prova delle alleanze
MICHELE GIORGIO il manifesto 21 marzo 2006 IL LIKUD DEI NEO-CON
Lo strano caso del dottor Benjamin Netanyahu
Alain Gresh
Negli ultimi anni, in modo sottile e
impercettibile, dirigenti e media europei hanno cambiato il loro modo di
affrontare il dramma della Palestina e la soluzione del conflitto
israelo-palestinese. Durante tutto il periodo del cosiddetto «processo di Oslo»,
era chiaro che si sarebbe arrivati a una soluzione al termine di un insieme di
trattative basate sul ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati nel
1967, compresa la parte Est di Gerusalemme, l'instaurazione di confini stabili
tra lo stato palestinese e Israele, e una soluzione accettabile per i rifugiati
palestinesi. Gli accordi di Camp David (luglio 2000) come quelli di Taba
(gennaio 2001) riguardano infatti questi nodi irrisolti.
Lo scoppio della seconda intifada, a fine settempre 2000, la repressione
sanguinosa compiuta dall'esercito israeliano fin dai primi giorni - mesi prima
che iniziassero gli attentati suicidi - , il progressivo aumento della violenza,
l'elezione di Ariel Sharon a primo ministro, la moltiplicazione degli attentati
contro i civili israeliani e poi la ripresa del totale controllo dei territori
occupati da parte dell'esercito israeliano, hanno segnato gli ultimi anni.
Eppure, sul piano del diritto internazionale e qualunque sia il giudizio sulla
strategia e la tattica dell'Autorità palestinese, i problemi di base rimangono:
la Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est restano territori occupati, Israele
resta una potenza occupante e la creazione d'uno stato palestinese indipendente
resta la chiave della pace.
Ciononostante, le dichiarazioni dei dirigenti europei e le notizie che
rimbalzano sui media producono un ribaltamento di prospettiva: ormai, tocca ai
palestinesi - e cioè agli occupati - dar prova di buona volontà. I riferimenti
dell'Unione europea agli obblighi di entrambe le parti mal nascondono l'adesione
al punto di vista del primo ministro israeliano: ogni passo avanti sulla via
della pace dipende dall'Autorità palestinese, che deve riformarsi, liquidare i
gruppi armati, dar prova di voler coabitare con Israele. Un adeguamento
altrettanto visibile nei media, inclini a cancellare la realtà della politica
israeliana, a sottovalutarne il carettere repressivo e contrario al diritto
internazionale, a nascondere i crimini di guerra che commette.
In Francia, le violente campagne condotte contro certi giornalisti e
intellettuali come Daniel Mermet o Edgar Morin o Jean Ferrat, hanno contribuito
forse a paralizzare una parte dei giornalisti, timorosi di essere tacciati -
oltre tutto a torto - di antisemitismo.
L'editoriale di Libération del 2 gennaio 2006, è un caso da manuale: ci si
rammarica per la situazione che si va verificando in Palestina.
Ma di chi è la colpa? «Un anno fa - scrive Patrick Sabatier - l'elezione di
Mahmoud Abbas al posto di Arafat era stata motivo di speranza.
Una finestra aperta all'opportunità, da cui potesse entrare al tempo stesso una
ventata di riforme e di democrazia nei Territori palestinesi (sic!, soprattutto
evitiamo la parola occupazione), e di smilitarizzazione della politica
palestinese, in vista d'una ripresa dei negoziati con Israele. Oggi, questa
finestra sta per essere sbattuta in faccia ai sostenitori del processo di pace».
A malapena si accenna alla responsabilità del governo Sharon...
Il ritiro dalla Striscia di Gaza durante l'estate 2005 costituisce, da questo
punto di vista, un altro esempio illuminante. Per settimane, i media
internazionali hanno puntato i riflettori su qualche migliaio di coloni
evacuati, dilungandosi sulla loro sofferenza e sul pianto dei soldati che
dovevano farli andare via. Pochi giornalisti hanno ricordato che, per la Corte
penale internazionale, la «colonizzazione» è un crimine di guerra. Che molti
di quei coloni sono fanatici pronti a sparare sui civili palestinesi. Che decine
di migliaia di palestinesi di Gaza sono stati deportati nel corso degli ultimi
anni, senza che ciò abbia suscitato la minima emozione in Occidente. Peggio, il
ritiro da Gaza è stato presentato come un «gesto» significativo compiuto da
Ariel Sharon, che gli ha fruttato un aumento d'immagine presso gli Stati uniti e
in Europa e gli ha aperto le porte per una visita ufficiale in Francia in pompa
magna. Eppure, come ricordano le Nazioni unite, Gaza rimane un territorio
occupato, le truppe israeliane vi compiono numerose incursioni - il governo
israeliano ha anzi deciso d'installare una «zona di sicurezza» sul territorio
palestinese e perciò di espellere una parte della popolazione... E minaccia di
staccare la luce a tutta la Striscia di Gaza - un'altra punizione collettiva
contraria alle convenzioni di Ginevra. L'organizzazione nordamericana Human
Rights Watch, in un comunicato del 23 dicembre 2005, faceva notare che una
misura simile costituirebbe una violazione delle leggi di guerra, come già era
accaduto il 24 settembre e il 12 novembre, quando Tel Aviv aveva deciso
d'impedire l'entrata sul suo territorio a 5.000 lavoratori palestinesi,
aggiungendo così altra sofferenza a una popolazione che al 68 per cento vive già
sotto la soglia di povertà. (1)
Quel che l'Unione europea potrebbe fare Mustapha Barghouti, il candidato che ha
ottenuto circa il 20 per cento dei voti durante l'elezione del presidente
dell'Autorità palestinese, svoltasi nel gennaio 2005, e che lo ha visto
competere con Mahmoud Abbas, ha recentemente scritto un articolo intitolato «La
verità che non volete sentire» (2),
in cui traccia un bilancio della situazione concreta, in Cisgiordania e Gaza: un
bilancio molto distante dalla versione israeliana che «dà un'immagine
assolutamente opposta al vero», e anche molto distante dall'immagine che ha
potuto trasmettere la maggioranza dei media occidentali. Così, la
colonizzazione avanza rapidamente. «In totale, i coloni (...) sono 436.000:
190.000 a Gerusalemme e 246.000 in Cisgiordania. Solo 8.475 coloni illegali
(ossia il 2 per cento del totale) sono stati espulsi da Gaza e dalla regione di
Jenin. Nello stesso periodo, il numero di coloni in Cisgiordania è aumentato di
15.800».
Barghouti racconta anche la quotidianità imposta dal muro che circonda
completamente una città come Qalqiya, che ha una sola porta le cui chiavi sono
nelle mani degli israeliani. «Per attraversare il muro ci vuole un permesso
quasi impossibile da ottenere. Quand'anche ci si riesca, bisogna tener conto
degli speciali orari d'apertura: nella regione di Jayus si può passare tra le
7,40 e le 8 del mattino, poi tra le 14 e le 14,15, e poi ancora tra le 18,45 e
le 19. In totale, 50 minuti al giorno. A volte l'esercito dimentica di aprire le
porte, e gli scolari, i professori, gli infermieri, i malati, e la gente normale
deve aspettare all'infinito».
Le conseguenze della costruzione del Muro di separazione sulla città di
Gerusalemme sono confermate da un recente rapporto dei responsabili di una
missione dell'Unione europea a Gerusalemme est (3).
Il documento mette in luce alcune direttive, fra le altre, che riguardano la
politica israeliana nella città santa: il completamento, ormai prossimo, della
barriera intorno a Gerusalemme est, lontano dalla linea verde (la linea del
cessate il fuoco del 1967); la costruzione e l'espansione delle colonie illegali
per iniziativa privata o del governo israeliano, all'interno e all'esterno di
Gerusalemme est; la demolizione delle case palestinesi costruite senza permesso
(permesso che è quasi impossibile ottenere); il piano d'espansione della
colonia di Maaleh Adumim, che rischia di stringere il cerchio intorno alla città
mediante l'installazione di colonie ebraiche e di dividere la Cisgiordania in
due aree geografiche.
E intanto i consoli europei a Gerusalemme sottolineano che «le azioni d'Israele
a Gerusalemme violano gli accordi della Road map e il diritto internazionale».
Il risultato di tutte queste verifiche? L'Unione europea ha coraggiosamente
deciso di non pubblicare il rapporto...
Hamira Haas, la corrispondente del quotidiano Haaretz nei territori occupati,
nota per i suoi coraggiosi resoconti, commentava così la vittoria di Hamas alle
elezioni municipali in Cisgiordania del dicembre 2005: «La vittoria di Hamas
alle elezioni locali è cresciuta su un terreno fertile. La gente ne ha
abbastanza delle menzogne che hanno accompagnato la sua vita negli ultimi
tredici anni [dopo la firma degli accordi di Oslo]; che Oslo significa pace; che
la creazione d'una Autorità palestinese è una vittoria e un simbolo che
annullerà ogni sconfitta; che l'Autorità è uno stato (4)».
Non per questo, però, la giornalista assolve Hamas, la cui propaganda
poggerebbe, a parer suo, su tre menzogne: il movimento islamico afferma che la
Striscia di Gaza è stata «liberata», mentre si è trattato di una decisione
unilaterale israeliana; sostiene che l'evacuazione è il risultato della «lotta
armata», mentre «gli attentati suicidi hanno solo aumentato il sostegno
dell'opinione pubblica israeliana a ogni forma di controllo della Cisgiordania»;
pretende che le elezioni legislative di gennaio 2006 a cui Hamas ha deciso di
partecipare, siano sostanzialmente diverse da quelle del 1996, mentre il quadro
in cui si svolgono è sempre quello degli accordi di Oslo.
Anche gli appelli alla democratizzazione dell'Autorità palestinese appaiono
privi di senso. Alle presidenziali del gennaio 2005, era evidente che l'Unione
europea volesse solo un vincitore, Mahmoud Abbas : le numerose pressioni
esercitate dal Fatah sulla commissione elettorale non furono perciò denunciate
dagli osservatori internazionali né riprese dai media (5).
Ormai, Javier Solana, commissario dell'Unione europea per la politica estera e
per la sicurezza comune (Pesc) minaccia l'Autorità palestinese di toglierle il
sostegno di Bruxelles, in caso di vittoria di Hamas nel gennaio 2006. Insomma,
l'Europa dei Venticinque accetta le elezioni a condizione che vincano i
candidati che preferisce...
Come stupirsi allora che l'Unione rafforzi le relazioni con Israele, che sia più
pronta a far pressione sull'Autorità che a mettere in atto le sanzioni previste
dagli accordi euromediterranei in caso di violazione dei diritti della persona,
violazioni quotidiane nei territori occupati; come stupirsi che riceva i
dirigenti israeliani per «incoraggiarli» a proseguire sulla stessa via, quando
questa via porta direttamente all'annessione di gran parte della Cisgiordania e
di Gerusalemme est.
La Francia, purtroppo, ha rinunciato a un'azione autonoma e visibile per i
diritti dei palestinesi: riceve il primo ministro Ariel Sharon e riprende a
cooperare sul piano militare e poliziesco con Israele (6);
la maggioranza dei suoi ministri, fra cui Nicolaz Sarkozy, moltiplica le visite
a Israele; sono due società francesi a costruire una linea tranviaria che
collega il centro di Gerusalemme a due colonie ebraiche situate all'est della
città, contribuendo così alla politica di occupazione israeliana. Questa
strategia, che s'inserisce in un più ampio piano di ravvicinamento agli Stati
uniti in Medioriente, dall'Iraq all'Afghanistan, contraddice decenni di politica
francese sul conflitto israelo-palestinese.
Il «processo di pace» aperto dagli accordi di Oslo è morto e sepolto.
Si può pensare che avrebbe potuto essere una via per la stabilità, che si sono
mancate delle occasioni. Sia come sia, non è più possibile tornare indietro. I
palestinesi continuano a vivere sotto occupazione, la loro vita quotidiana è
insopportabile, le loro aspirazioni all'indipendenza, schernite. È un'illusione
pensare che si possa assistere, nel prossimo periodo, a un cambio d'indirizzo
del governo israeliano senza costanti pressioni internazionali per fare
applicare il diritto internazionale, nient'altro che il diritto internazionale,
il completo diritto internazionale.
La resistenza dei palestinesi e la mobilitazione della frangia pacifista
dell'opinione pubblica israeliana devono essere sostenute dalle sanzioni
internazionali.
È quel che chiede Moustapha Marghouti: «Un modo per correggere la situazione
è di fare quel che è stato fatto con successo in Africa del Sud, applicare le
sanzioni. Un elemento-chiave è quello di rompere le relazioni militari con
Israele, quarto esportatore d'armi nel mondo. Noi abbiamo bisogno d'un movimento
di non cooperazione militare che s'impegni a disinvestire in questo campo e che
condizioni le relazioni economiche con Israele all'applicazione del diritto
internazionale e delle risoluzioni internazionali».
In questo senso, un forte movimento si è già sviluppato nel mondo
anglosassone. L'accordo di cooperazione tra l'Unione europea e Israele offre a
Bruxelles immense possibilità, in quanto prevede esplicitamente la possibilità
di sospendere l'accordo in caso di violazione del suo articolo 2, che recita: «Le
relazioni tra le parti, così come tutte le disposizioni del presente accordo,
si basano sul rispetto dei diritti dell'uomo e dei principi democratici,
principio guida della loro politica interna e internazionale ed elemento
essenziale di questo accordo». Perciò, in piena operazione «Muro» in
Cisgiordania, il Parlamento europeo, a larga maggioranza, aveva chiesto alla
Commissione e al Consiglio «la sospensione dell'accordo euro-mediterraneo
Ue-Israele».
Invano... Non è forse tempo, allora, di tornare a chiedere quella misura, che
permetterebbe all'Unione europea di far seguire alle parole i fatti, di
sostenere l'applicazione del diritto internazionale e di giocare un ruolo attivo
in Medioriente?
note:
(1) http://hrw.org/english/docs/2005/12...
(2) «The truth you won't hear»,
Al-Ahram Weekly, Il Cairo, 1-7 dicembre 2005.
(3)
www.france-palestine.org/article286...
(4) Haaretz.com, 21 dicembre 2005.
(5) Leggere l'eccellente analisi de
Roger Heacock, «Les élections palestiniennes», Confluences Méditerranée, n°55,
autunno 2005, L'Harmattan.
(6) In dicembre 2005, il ministro degli
interni israeliano Gideon Ezra, e il capo della polizia iraeliana Moshe Karadi,
sono stati a Parigi per quattro giorni, su invito di Sarkozy, con l'obiettivo -
secondo Haaretz - di consigliare ai poliziotti francesi i metodi più efficaci
per gestire rivolte come quelle che hanno interessato le periferie francesi ...
(Traduzione di E. G.)
Medioriente senza Sharon
Il potere palestinese con il fiato
in gola
Nelle principali città della
Cisgiordania, l'ultima tornata delle elezioni municipali ha visto
prevalere Hamas su al Fatah. La vittoria dell'organizzazione islamista,
quasi a ridosso delle elezioni legislative del 25 gennaio, riflette le
indecisioni della strategia incerta di Mahmud Abbas, fondata su un
accordo di pace definitivo che Ariel Sharon ha rifiutato invece
ostinatamente. I dubbi ormai serpeggiano anche nello stato maggiore del
presidente palestinese.
Hussein Agha e Robert Malley
Molto probabilmente, Mahmud Abbas (Abu
Mazen) passerà alla storia per essere stato il miglior presidente nel
momento peggiore. Uomo del negoziato in tempi di unilateralismo, figura
di portata nazionale proprio quando il movimento nazionale gli crolla
sotto i piedi, e di portata internazionale quando l'interesse mondiale
tende sempre più a ridursi. Per quest'uomo di parola in un'epoca in cui
solo gli atti hanno voce in capitolo, con un'inveterata fiducia nella
pace finale quando l'orizzonte intorno a lui si restringe al
provvisorio, sembra che non esista alcuna via d'uscita. Forse il suo
momento è già passato, o forse è ancora di là da venire. In ogni
caso, per lui il periodo attuale sta diventando un vero e proprio incubo
(1).
Sul versante opposto, il primo ministro israeliano Ariel Sharon, prima
che le sue condizioni di salute lo obbligassero a uscire dal gioco,
teneva magistralmente in pugno la situazione. Con Kadima, il suo nuovo
partito, non solo aveva occupato il centro dello scacchiere politico, ma
lo aveva fagocitato. Aveva il polso del suo popolo, di cui esprimeva la
volontà profonda, ma anche quello della comunità internazionale: è
lui a dettarne le reazioni. Tutto gravitava intorno a Sharon. Nel
complesso, i due movimenti nazionali presentavano bilanci nettamente
contrastanti: divisioni, caos e paralisi sul versante palestinese;
coerenza, dinamismo e coesione su quello israeliano.
Indubbiamente Mahmud Abbas sognava uno scenario totalmente diverso.
Dopo due anni di scontri selvaggi, contava sullo sfinimento dei
palestinesi e sulla stanchezza degli israeliani, oltre che sulla volontà
internazionale di vedere la fine di quest'interminabile conflitto.
Pensava che esaurite le forze, i palestinesi avrebbero aspirato a un
clima più calmo, il quale a sua volta avrebbe consentito un
allentamento delle restrizioni israeliane. Questo sviluppo avrebbe dato
luogo a sua volta a pressioni popolari su Hamas e sugli altri gruppi
armati, costringendoli a rispettare una tregua. E infine lo stesso Hamas,
dovendo ripiegare su una strategia elettorale, avrebbe obbligato al
Fatah all'autodisciplina, e costretto l'Autorità palestinese a
riformarsi per far fronte alla minaccia incombente posta dal movimento
islamista alla sua egemonia politica.
Una volta conseguite le condizioni poste dall'amministrazione americana
- cessazione delle violenze e avvio di riforme istituzionali - per
rinnovare il proprio impegno, Washington non avrebbe avuto altra scelta
che rilanciare il processo diplomatico e chiedere a Israele maggiori
concessioni. Grazie a questo circolo virtuoso e al conseguente
miglioramento delle condizioni di vita dei palestinesi nei territori
occupati, si sarebbe arrivati a stabilizzare il cessate il fuoco,
incoraggiando l'attivismo degli Stati uniti e costringendo Israele a dar
prova di maggiore generosità. Tutto questo avrebbe portato, a un dato
momento, alla ripresa dei negoziati, e infine a un accordo di pace
finale.
Per un breve periodo è sembrato che questo calcolo avesse qualche
probabilità di riuscita. Mahmud Abbas, eletto nel gennaio 2005 alla
guida dell'autorità palestinese, poteva contare su un capitale politico
di tutto rispetto: sulla scena internazionale e anche in Israele, molti
erano disposti a offrirgli, come minimo, il beneficio del dubbio, mentre
in campo palestinese nessun avversario era in grado di tenergli
seriamente testa. Molti contavano, è vero, sul suo insuccesso, ma pochi
si azzardavano a remargli contro. I suoi rivali in seno alla direzione
di al Fatah non potevano far altro che attendere gli eventi, oppure
schierarsi al suo fianco, benché segretamente ne auspicassero il
fallimento.
Persino Hamas aveva le sue ragioni per adeguarsi, scosso com'era
dall'uccisione di molti suoi dirigenti e spossato dalla seconda Intifada.
Mahmud Abbas gli offriva una tregua, oltre alla promessa di elezioni
legislative a breve scadenza e dell'inserimento nell'arena politica.
Ma soprattutto, Hamas vedeva in Mahmud Abbas un uomo degno di fiducia,
in netto contrasto con gli esponenti dell'Autorità palestinese.
Cerchiamo ora di spiegare perché questo scenario non si è realizzato.
Indipendentemente alle condizioni di Sharon, sia per gli americani che
per gli israeliani e per molti palestinesi, il primo responsabile è lo
stesso Mahmud Abbas, giudicato colpevole di indecisione e lassismo.
Secondo loro avrebbe dovuto imporre immediatamente la sua volontà,
ristabilire l'ordine, punire i ribelli e disciplinare fin dai primi mesi
i gruppi armati - soprattutto quelli emananti delle brigate dei martiri
di al Aqsa, affiliati ad al Fatah. In altri termini, Mahmud Abbas viene
accusato di aver perso tempo prezioso, sprecando un'occasione unica:
anche perché le sue ingiunzioni, che ancora ieri sarebbero state
rispettate, in futuro non lo saranno più. Ora, in quest'analisi c'è
indubbiamente del vero, ma manca un punto essenziale, attinente alla
natura del contesto politico e della società palestinese: una società
tradizionale in una condizione di dispersione e sotto occupazione, con
modalità di funzionamento elastiche, portata essenzialmente a
rispondere a forme d'autorità diffuse e deistituzionalizzate; e quindi
restia nei confronti di catene di comando gerarchiche. In altri termini,
una società semplicemente inadatta alla chiarezza e alla logica del suo
nuovo leader, riluttante a comprendere le ragioni di fondo dei suoi
ordini e ad accettarli. Non si può quindi parlare di scarsa fermezza da
parte di Mahmud Abbas, ma piuttosto di una totale mancanza di sintonia
tra la sua impostazione, razionale e ordinata, e la realtà del contesto
politico e sociale. Peraltro, il calcolo di Mahmud Abbas si basava su
una serie di presupposti, purtroppo vanificati da malintesi e
incomprensioni che nessuna dose di autoritarismo avrebbe consentito di
superare. Il suo obiettivo politico - un accordo di pace finale - non
era quello di Sharon, che mirava invece a un accordo ad interim a lungo
termine, mentre dal canto suo il presidente americano George W. Bush non
aveva obiettivi di alcun genere. Si consideri inoltre che il presidente
palestinese contava sull'opinione pubblica della base per contenere
Hamas e gli altri gruppi militanti, e sullo stesso Hamas per
condizionare al Fatah e l'Autorità palestinese; faceva assegnamento
sugli impegni presi dagli americani per richiamare il presidente Bush ai
suoi obblighi, infine puntava sull'insieme di questi fattori per far
pressione su Israele. In altri termini, la sua era una linea politica
fondata innanzitutto sui comportamenti dei suoi avversari, e quindi
dipendente dalla volontà autonoma delle altre parti in causa.
Vincitori e vinti nei due campi Un altro ostacolo a ogni progresso
diplomatico è la divergenza sull'atteggiamento da adottare nei
confronti di Hamas. Finché durerà l'occupazione israeliana, per Mahmud
Abbas un confronto militare è impensabile: attaccare Hamas vorrebbe
dire rischiare una scissione profonda in seno al movimento nazionale, se
non addirittura la guerra civile. E tutto questo in cambio delle
promesse (giudicate poco attendibili) della road map (2),
o delle assicurazioni di un presidente americano che nessun palestinese
è ormai disposto a prendere per buone. Mahmud Abbas puntava piuttosto a
cooptare il movimento islamista, contando sul suo inserimento nel gioco
politico per convincerlo a rispettare le leggi votate da un'istituzione
parlamentare della quale dovrebbe entrare a far parte.
E sperava che in questo modo, messo alle strette dall'opinione pubblica
e dalle sue proprie scelte, Hamas non avesse altra scelta che quella di
seguire una logica politica al posto di quella militare. Nell'attesa di
questo sviluppo, il mondo doveva accettarlo così com'è: una formazione
ibrida, a un tempo partito politico, istituzione caritativa, strumento
di predicazione e ovviamente organizzazione armata.
Al contrario, Bush e Sharon si auguravano che lo scontro tra l'Autorità
palestinese e Hamas, ritenuto inevitabile, esplodesse al più presto.
Per loro sarebbe stato ingenuo credere che il movimento islamista fosse
disposto a cambiare. E citavano ad esempio e ammonimento il
comportamento di Hezbollah, che ha continuato a mantenere la propria
autonomia militare anche dopo il ritiro israeliano dal Libano del Sud,
pur essendo entrato a far parte del governo libanese. In conclusione,
quando Mahmud Abbas dichiara che affronterà il problema di Hamas, si
riferisce a qualcosa di completamente diverso da ciò che ha in mente il
presidente Bush. E il risultato è la paralisi del processo diplomatico.
Questi malintesi hanno conseguenze politiche molto gravi. Oggi il gruppo
dei più fermi sostenitori di Mahmud Abbas appare disorientato e si va
sempre più diradando. Nel suo ambiente c'è ancora chi continua ad
assicurargli il proprio appoggio, ma tra i suoi fedeli solo pochi hanno
un reale peso politico. D'altra parte, il presidente palestinese non sa
o non vuole condurre lo stesso gioco politico di Yasser Arafat, che
corteggiava i quadri e i militanti di al Fatah per poter contare sul
loro appoggio. Da qui le delusioni e i dubbi. I suoi rivali rialzano a
poco a poco la testa e il tono di voce. I capi dei diversi servizi di
sicurezza non esitano più a criticare il presidente in privato, ben
sapendo che i loro commenti non tardano a diventare di pubblico dominio;
e cercano di dissociarsi nettamente dall'anarchia imperante.
Ma per ora gli oppositori di Mahmud Abbas si stanno ancora studiando a
vicenda, e ciascuno confida nelle proprie possibilità - anche se
nessuno di essi è in una posizione tale da neutralizzare i propri
rivali. E tutti rifiutano di designare un successore. Perciò nessuno si
muove per accelerare la caduta del presidente, ma neppure per dare un
contributo al suo successo.
Corrono però numerose voci sui possibili scenari per il dopo-elezioni
(la data prevista per le legislative è il 25 gennaio). Si parla ad
esempio di costituire un governo di coalizione formato da tecnocrati e
responsabili dei servizi di sicurezza, con il sostegno di Washington: e
in tal modo si pensa di emarginare il presidente. E' infatti poco
probabile che il voto legislativo porti a chiarire la situazione o a
rovesciarla, dando vita a una leadership coerente. Anche nell'ipotesi di
un successo dei candidati di al Fatah, la loro vittoria non potrebbe che
essere parziale. Il partito è tanto diviso da non poter parlare con una
sola voce, e Mahmud Abbas è troppo contestato perché questa voce possa
essere la sua. Le recenti primarie, già inficiate da accuse di frode,
intimidazioni violenze, illustrano perfettamente questo stato di cose.
Non che i «giovani» abbiano avuto la meglio sui «vecchi», o la base
sui cacicchi del comitato centrale, o i riformisti sui conservatori.
Sia tra i vincitori che tra i perdenti sono rappresentate tutte le
generazioni, affiliazioni istituzionali e tendenze politiche. Dal
risultato si è potuta trarre una sola lezione: evidentemente, sono i
combattenti e gli ex detenuti delle carceri israeliane a riscuotere il
favore dell'elettorato. Ma al di là di questa constatazione, hanno
avuto un ruolo dominante i legami familiari, i clan e i gruppi armati.
Date le fratture in seno ad al Fatah e l'assenza di un progetto politico
coerente, sembra che le primarie e la lista dei candidati scelti da
Mahmud Abbas e dal Comitato centrale abbiano contribuito ad inasprire le
tensioni piuttosto che a scioglierle. In queste condizioni, non ci si può
sorprendere del moltiplicarsi delle liste indipendenti o ribelli, che
annoverano ex membri di al Fatah e candidati non aderenti
all'organizzazione, e ripongono essenzialmente le loro speranze nella
crescente disaffezione verso il movimento nazionalista e nelle
persistenti apprensioni destate da Hamas. E neppure può destare
sorpresa la generale confusione che regna a questo riguardo in seno ad
al Fatah. D'altra parte, le quotazioni del presidente palestinese non
sono certo migliori sul versante di Hamas. A rendere il quadro più
oscuro hanno contribuito vari fattori: il rinvio delle elezioni, già
previste per luglio 2005, e il mancato rispetto di altri impegni;
l'annullamento delle elezioni municipali vinte dagli islamisti a Gaza, e
infine certe dichiarazioni degli israeliani, volte a ostacolare la
partecipazione di questi ultimi alle legislative di gennaio. Ma Hamas
conta tuttora di presentarsi, e ha composto una lista in cui figurano
moltissimi esponenti della società civile, molti dei quali, per quanto
è dato sapere, non affiliati al movimento. Ma ormai il seme del dubbio
è stato gettato: Mahmud Abbas e l'Autorità palestinese non godono più
della fiducia di Hamas, e la transizione verso la sua partecipazione
politica è sempre più condizionata da esitazioni e timori. D'altra
parte, il tempo ha permesso a Hamas di rimettersi in forze, come si è
potuto constatare alle elezioni municipali del dicembre scorso, ove
nelle principali città della Cisgiordania il movimento islamista ha
avuto la meglio su al Fatah. Allo slogan scelto da Mahmud Abbas «Una
sola autorità, una sola legge, una sola arma» se ne contrappone ormai
un altro: «Sotto l'occupazione la prima legge è la resistenza».
In questo oscuro quadro resta però la speranza che Mahmud Abbas riesca
a persuadere gli israeliani e gli americani a fornirgli i mezzi per
portare avanti la sua politica di promozione delle condizioni di vita
dei palestinesi. Il ritiro da Gaza non entra in questo conto, dato che
è stato deciso unilateralmente, e prima dell'elezione di Mahmud Abbas.
I palestinesi dovrebbero poter ottenere molto di più, segnatamente
attraverso negoziati bilaterali.
Ma anche su questo persistono i dubbi. Difatti, uno degli aspetti più
sorprendenti di questo periodo è l'incapacità dei palestinesi di
ottenere aiuti concreti da parte americana. Non si può dubitare che
Bush abbia bisogno di Mahmud Abbas e sia fortemente interessato a un
miglioramento dei rapporti di Washington con i palestinesi: è in gioco
non solo l'immagine dell'America, in questa regione cruciale dove la
catastrofe irachena ha gravemente danneggiato la credibilità della Casa
bianca, ma anche la stessa stabilità regionale, minacciata da ogni
parte. Eppure i palestinesi non sono riusciti a far valere questo punto
di forza così importante. Hanno offerto invece al presidente americano
quella momentanea schiarita che tanto gli serviva, in cambio di qualche
banale frase elogiativa (del genere «Abbas è un uomo di pace») di cui
il presidente palestinese avrebbe fatto volentieri a meno. Nel
frattempo, sul versante israeliano ferveva l'attività. Sharon aveva
ormai l'iniziativa quasi dovunque. Sul piano interno era inarrestabile:
una calamita attorno alla quale ruotava tutta la classe politica, punto
di convergenza delle sensibilità più contrastanti. Con il ritiro da
Gaza e le misure politiche di accompagnamento, aveva dato concreta
attuazione ai sentimenti da tempo diffusi tra la popolazione: la voglia
di maniere forti per dare una lezione ai palestinesi, la diffidenza più
totale verso i loro dirigenti, ma al tempo stesso anche un desiderio
latente di prendere le distanze da quella realtà, di non dover più
vivere come ostaggi di una situazione di costante sospetto. Grazie
all'opzione del ritiro unilaterale da Gaza, ma senza rinunciare alle sue
operazioni militari aggressive, Sharon era riuscito a mobilitare intorno
a la sfasatura, più volte constatata, tra un'opinione pubblica che
chiedeva un accordo di pace e una classe dirigente apparentemente restia
a realizzarlo. Per molto tempo i leader laburisti hanno sostenuto di
voler smantellare le colonie di popolamento, ma il solo ad averlo fatto
davvero è stato Ariel Sharon: un uomo che incarnava, paradossalmente,
un processo di «arafatizzazione» del mondo politico israeliano. E che
aveva ottenuto una duplice vittoria sul suo nemico giurato: una volta
uscito di scena il vecchio capo palestinese, il leader israeliano ha
ricalcato politicamente il suo modus operandi: identificare un uomo con
una nazione, personalizzare il sentimento collettivo, superare i partiti
politici, tradurre in azioni concrete un tacito consenso nazionale. Come
già Yasser Arafat, Sharon rappresentava il centro politico del suo
paese. E non attraverso un programma chiaro - nessuno sa esattamente
dove volesse arrivare - ma attraverso la forza di una personalità nella
quale tutti potevano riconoscersi. Certo, aveva molti nemici.
Ma era riuscito a irrompere prepotentemente sulla scena politica e a
togliere ossigeno ai suoi avversari costringendoli a definirsi rispetto
a lui. Anche in questo, seguiva l'esempio di Arafat, che riusciva a
dissimulare le contraddizioni e le rivalità in seno ad al Fatah e al
tempo stesso a contenere Hamas. In Palestina, il centro è in via di
dispersione, mentre in Israele si sta consolidando. Sharon aveva ripreso
l'iniziativa anche sul piano regionale e internazionale.
Con lui l'unilateralismo era diventato sinonimo di dinamismo, il
bilateralismo di status quo. Chi può ancora dubitare che se il ritiro
da Gaza fosse stato negoziato, a quest'ora si sarebbe ancora al tira e
molla tra le richieste israeliane di disarmo di Hamas e quelle
palestinesi, di un gesto significativi in Cisgiordania? In queste
condizioni, il mondo ha applaudito all'iniziativa unilaterale; i critici
tacevano, e tutti sembravano pronti a mettersi nelle mani di Sharon. Con
il disimpegno, la costruzione del muro di separazione (3),
il consolidamento dei grandi complessi di colonie in Cisgiordania e il
diktat su Gerusalemme Est, Israele sta avviando la fase di definizione
dei suoi confini e rafforzando il proprio controllo sui territori
ritenuti vitali, e al tempo stesso si libera dalla zavorra di quelli che
considera superflui. Dal canto suo, l'Autorità palestinese si vede
costretta a gestire quel fazzoletto di terra che è la Striscia di Gaza:
un'area sovrappopolata, priva di istituzioni e di risorse, assediata e
in preda al caos. Sul piano internazionale è in atto un sorprendente
ribaltamento.
In passato erano i palestinesi a chiedere con insistenza la creazione di
uno stato. Oggi Israele e gli Stati uniti ne parlano, mentre i
palestinesi vedono questa prospettiva con preoccupazione. A una
questione di merito è subentrata una questione di diritto: se lo Stato
palestinese tarda a configurarsi non è a motivo dell'occupazione
israeliana, bensì... a causa dell'incompetenza palestinese. Per avere
uno stato proprio, i palestinesi dovrebbero dimostrarsene degni. Magari
incominciando da un semi-stato, su una qualche area libera da ogni
presenza israeliana - come ad esempio Gaza - o da uno stato dai confini
provvisori secondo l'ipotesi della road map, di cui senza dubbio si
tornerà a parlare.
Agire come uno stato per poter diventare uno stato: ecco la nuova sfida.
Stesso discorso per l'intervento internazionale, un tempo reclamato dai
palestinesi, mentre oggi è Israele a volerlo: e non mediante un
intervento politico per regolare il conflitto, bensì con misure
tecniche puntuali, concepite più per rassicurare Israele che per
spingerlo ad agire. Da qui il ruolo egiziano in seno ai servizi di
sicurezza a Gaza, e la presenza di osservatori europei ai confini
egiziani della Striscia di Gaza. In entrambi i casi, si tratta di
stabilizzare la situazione sul piano della sicurezza. Con la prevedibile
conseguenza di [maggiori] esigenze nei confronti dell'autorità
palestinese, di una crescente impazienza verso i gruppi militanti, di un
riorientamento di Gaza verso l'Egitto a spese della Cisgiordania, e
fors'anche di un'erosione di quell'indipendenza decisionale che tanto
sta a cuore ai palestinesi. Nel complesso, tutto il paesaggio si
trasforma e riflette il contrasto tra il dinamismo da un lato, la
paralisi dall'altro. Da parte di Israele, disincanto e scetticismo sui
negoziati e le prospettive di un accordo di pace; unilateralismo e un
nuovo consenso; costruzione del muro di separazione e rafforzamento
della presenza israeliana a Gerusalemme Est e nei grandi complessi di
colonie della Cisgiordania.
Da parte palestinese, divisioni, disordine e cacofonia; ruolo sempre
maggiore dei gruppi armati nei territori occupati; inserimento di Hamas
nell'arena politica, regionalizzazione della geopolitica palestinese,
verso l'Egitto nel caso di Gaza, e forse verso la Giordania in quello
della Cisgiordania. Dall'insieme di questi fattori sta progressivamente
emergendo un paesaggio diverso.
L'eredità di Ariel Nel caso di una vittoria alle elezioni israeliane
del 28 marzo 2006, questo contesto avrebbe offerto a Sharon un ampio
margine di manovra.
La sua dichiarata ambizione - quella di arrivare a un accordo ad interim
a lungo termine - non sembra attualmente raggiungibile, dato
l'atteggiamento sospettoso dei palestinesi. Restano però altri scenari
indipendenti dalla loro volontà. Ad esempio, nell'ipotesi di rigurgiti
di violenza da parte palestinese o di caos generalizzato a Gaza, avrebbe
potuto bloccare totalmente il processo di pace e rafforzare il suo
controllo territoriale sulla Cisgiordania, esigendo lo smantellamento
delle infrastrutture del terrorismo previste dalla road map; e
indebolire così il movimento nazionale palestinese fino al suo totale
disfacimento.
E tutto questo senza subire pressioni da parte della comunità
internazionale, troppo occupata a deplorare le inadempienze da parte
palestinese.
Ma a questa prospettiva potrebbero frapporsi vari ostacoli. Ad esempio,
i palestinesi potrebbero comportarsi meglio del previsto. È anche
possibile che gli Stati uniti chiedano la riapertura di negoziati, o che
i membri della coalizione di Sharon e l'opinione pubblica israeliana
esigano qualcosa di diverso dallo status quo. In precedenza, circostanze
analoghe hanno convinto Sharon dell'opportunità di una concessione
anticipata, cioè il ritiro da Gaza. In tal caso, l'ipotesi più
plausibile è che il primo ministro israeliano, una volta «dimostrata»
l'incapacità palestinese di rispettare gli obblighi della road map,
avrebbe sfoderato un nuovo piano unilaterale per il centro della
Cisgiordania. Alcuni dei suoi consiglieri hanno fatto balenare uno
scenario anche più ambizioso: il ritiro dall'80-90% della Cisgiordania,
con la seguente contropartita: annettersi di fatto alcuni grandi
complessi di colonie, e stabilire di fatto, ma durevolmente, i confini
dello stato di Israele...
Molto probabilmente prima dell'ictus, lo stesso Sharon non sapeva quale
sarebbe stata la sua linea di condotta. Del resto, era raro che le sue
iniziative nascessero da piani preordinati e a lungo termine.
In genere erano il risultato di una vita di esperienze e di riflessi
appresi e messi in atto migliaia di volte, nonché delle sue
convinzioni, in particolare in merito alla sicurezza di Israele.
All'inizio egli era solo vagamente consapevole della piega che avrebbero
preso le sue decisioni. Ma è dal paesaggio israelo-palestinese, così
come lo vediamo emergere, che possiamo farci un'idea abbastanza chiara
del futuro.
Di fatto, Ariel Sharon lascia in eredità risposte e soluzioni. Mentre
Mahmud Abbas eredita - probabilmente per lungo tempo - innumerevoli
punti interrogativi. Ai tempi di Arafat, bastava spesso la sola presenza
del rais a dare le risposte, dato che i suoi atti esprimevano, più o
meno, un consenso nazionale. Ma quella stessa incertezza e ambiguità
che un tempo favorivano l'unità dei palestinesi, oggi la danneggiano.
Perché oggi serve chiarezza.
L'elenco delle domande è lungo. La lotta armata è compatibile con i
negoziati? È un complemento indispensabile, o è antitetica alle
trattative? Tra coloro che respingono la violenza non c'è consenso sui
possibili mezzi alternativi di resistenza attiva. Gli accordi di Oslo,
firmati nel settembre 1993, hanno deluso; ma in assenza di prospettive
per una soluzione permanente, sta ai palestinesi devono decidere se un
accordo ad interim sia meglio di niente. Le domande sono le stesse per
quanto riguarda uno stato dai confini provvisori: per alcuni è una
tappa necessaria alla rilegittimazione del movimento nazionale, mentre
altri lo vedono come l'anticamera del suo annientamento. Dopo la morte
di Arafat, il dibattito sulla creazione di istituzioni semi-statali ha
contribuito a riaccendere i contrasti sui rispettivi ruoli dell'Autorità
palestinese e dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp),
e quindi sulla rappresentanza politica della diaspora. Non c'è accordo
neppure sull'opportunità di un intervento internazionale, che per gli
uni potrebbe riequilibrare i rapporti di forza con Israele, mentre per
altri rischia di pregiudicare l'indipendenza palestinese e di accrescere
le pressioni contro la resistenza armata. La capacità di trovare
posizioni consensuali a fronte di questi interrogativi è diventata
ormai una questione di sopravvivenza. L' unità è la condizione
indispensabile per poter dare una risposta coerente alle mosse
israeliane, e soprattutto per sviluppare una strategia pianificata. Il
nuovo periodo si apre, evidentemente, nel segno di un nuovo
unilateralismo israeliano. Per i palestinesi è un'occasione per
affrontare questa problematica e cercare le risposte attraverso un ampio
dibattito, sia all'interno di al Fatah che tra al Fatah, Hamas e altre
formazioni politiche, oltre che in seno alla società civile, ai
sindacati e alle università. Ovviamente, nulla di tutto questo sarà
d'aiuto a Mahmud Abbas, prigioniero di una situazione che gli è
fondamentalmente sfavorevole. Per carattere e temperamento politico è
l'uomo del negoziato, del processo diplomatico per un accordo di pace
finale. L'unilateralismo vanifica il suo principale punto di forza: la
capacità di convincere, di ottenere concessioni dai suoi interlocutori.
In un momento più opportuno e in circostanze diverse, Mahmud Abbas
sarebbe probabilmente in grado di arrivare a quel compromesso storico
con Israele che ha perseguito prima di altri, e per il quale continua a
lottare.
Se questo non sarà possibile, dovrà assistere impotente alle
iniziative israeliane, senza poter rivendicare meriti di sorta, né
attivarsi per impedire atti ostili. In caso di scontri tra gli
israeliani e Hamas, la Jihad islamica o le Brigate dei martiri di al
Aqsa, è relegato al rango di spettatore, non potendo far altro che
disapprovare gli uni e condannare gli altri. La sua eccezionale visione
strategica non gli è di nessun aiuto, dato che è costretto a tenere lo
sguardo fisso sul quotidiano - sull'ultima crisi a Gaza o sui più
recenti sussulti all'interno di al Fatah. Avrebbe sicuramente meritato
una sorte diversa.
note:
* Rispettivamente: esperto dei problemi israelo-palestinesi, Senior
Associate al St. Anthony's College (Oxford); ex consigliere del
presidente William Clinton, direttore del programma per il Medioriente e
il Nordafrica all'International Crisis Group (Bruxelles).
(1) Leggere «Abou Mazen, le
dernier Palestinien», Le Monde diplomatique, febbraio 2005.
(2) Iniziativa definita e
sostenuta dal Quartetto (Stati uniti d'America, Unione europea,
Federazione di Russia, Organizzazione delle Nazioni unite, ratificata
dalla risoluzione 1515 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite il
19 novembre 2003, che prevedeva, com'è noto, la creazione di uno Stato
palestinese nel ... 2005. Leggere il testo integrale: http://www.un.org/french/newscentre/infocus/middle_east/roadmapF2003.pdf.
(3) Willy Jackson «Cisgiordania,
distruggere quel muro illegale», Le Monde diplomatique/il manifesto,
novembre 2004.
(Traduzione di E. H.)
Israele, il partito del premier Olmert dato in flessione
nei sondaggi studia le alleanze possibili dopo il voto di martedì. E per una
maggioranza solida ci sarà bisogno degli ultra nazionalisti e degli ortodossi
GERUSALEMME
A tre giorni dall'apertura delle urne in Israele i giochi
appaiono fatti. Kadima, il partito del premier ad interim Ehud Olmert, forte del
suo piano di «disimpegno » unilaterale dai palestinesi, ovvero di annessione
ad Israele di ampie porzioni di Cisgiordania di costituzione di cantoni
palestinesi, continua a riscuotere ampi consensi tra gli israeliani. Nonostante
il calo subìto in queste ultime settimane, il suo vantaggio rimane ampio sui
laburisti di Amir Peretz e il Likud di Benyamin Netanyahu. Secondo i sondaggi
pubblicati ieri dai due principali quotidiani Maariv e Yediot Ahronot, Kadima
riceverà 37 seggi (su un totale di 120) mentre i laburisti il Likud non
andranno oltre rispettivamente 20-21 e 14-15 seggi. Il dato significativo è che
la lieve emorragia di voti che ha leggermente ridimensionato Kadima non è
andata ad accresce i consensi per gli altri due partiti principali, ma invece
sarebbe appannaggio dei partiti ultranazionalisti religiosi ortodossi. In modo
particolare Israel Beitenu (destra russofona) di Avigdor Leiberman che vuole
ridisegnare radicalmente confini di Israele nella zona adiacente al nord della
Cisgiordania, in modo lasciare al di là del muro di separazione circa mezzo
milione di palestinesi con cittadinanza israeliana che vivono in quell'area
(tutti gli altri, invece, dovrebbero giurare fedeltà piena a Israele perderanno
i diritti politici). In recupero appare anche lo Shas (ortodossi sefarditi)
grazie agli ammonimenti del suo leader spirituale, il rabbino Ovadia Yossef,
secondo il quale chi voterà per le liste laiche andrà all'inferno mentre il
paradiso è garantito a coloro che 28 marzo sceglieranno il suo partito. Così
giunti quasi al termine di una campagna elettorale fiacca, senza spunti di
rilievo, ed ormai deciso il risultato del voto, l'incertezza riguarda solo le
alleanze di governo che Olmert proverà a stabilire dopo il voto, sulla base del
suo piano unilaterale per la Cisgiordania. Davanti a sé il futuro premier ha la
possibilità di un patto col partito laburista di Amir Peretz - che non a caso
continua a rimanere ambiguo sul piano di «separazione » dai palestinesi - ma
dovrà necessariamente cercare altri alleati se vuole costituire una maggioranza
solida. Olmert, secondo gli analisti israeliani, punterebbe ad una maggioranza
di almeno 70 seggi per essere sicuro di portare avanti senza intoppi il suo
programma e potrebbe rivolgersi anche a Lieberman. Quest'ultimo, astutamente, da
un lato condanna la possibile evacuazione di alcune colonie ebraiche dalla
Cisgiordania come propone Olmert, ma dall'altro non esclude una sua
partecipazione al futuro governo. In sostanza se il futuro premier accettasse
l'idea dell'espulsione di mezzo milione di arabi, Israel Beitenu potrebbe
garantire sostegno pieno ad un ritiro parziale di soldati e coloni israeliani
dalla Cisgiordania. Lieberman peraltro non ha aderito al «blocco delle destre
», proposto da Netanyahu per tentare di far naufragare i progetti di Olmert.
Peretz che da tempo sa - dichiarazioni elettorali a parte - che non sarà lui a
formare il prossimo governo, ora si sta concentrando su quali ministeri chiedere
nei negoziati con Kadima. Il Labour pretenderà le Finanze - in modo da metter
fine alla politica liberista di questi ultimi anni e privilegiare poveri e
disoccupati - ma anche i ministeri dell'Industria, del Lavoro, della Giustizia e
l'Agricoltura. Kadima in ogni caso non rinuncerà in alcun caso al ministero
degli Esteri e Olmert ha già annunciato che a guidarlo sarà ancora Tzipi Livni.
Le aspirazioni di Peretz si scontrano tuttavia con le pressioni dell'ex leader
laburista Shimon Peres, ora «numero due» di Kadima, tenacemente contrario
all'idea che ad occupare un ministero tanto importante come quello delle Finanze
sia proprio colui che lo ha sconfitto alle primarie laburiste dello scorso
autunno.
PAOLO DI MOTOLI
Nonostante i sondaggi in Israele diano il Likud tra i 17 e i
23 seggi (pubblicati di recente dal giornale Makor Rishon), la probabilità di
vedere un ritorno in grande stile di Benjamin Netanyahu non è sottovalutata.
Secondo l'opinionista di Haaretz e del Forward Bradley Burston, come già
avvenne nel 1996 non è escluso che Hamas, dopo aver eletto il suo candidato
elegga anche quello di Israele. Nel 1996 Netanyahu arrivò al potere sull'onda
dell'insicurezza creata dalla miriade di attentati suicidi di Hamas nelle strade
e negli autobus di Israele. Non a caso gli slogan elettorali del Likud puntano
sulla rabbia e la paura nei confronti degli integralisti palestinesi ora al
governo. Nello slogan televisivo del partito di Netanyahu «Forti contro Hamas»
la parola Likud è più piccola della parola Hamas. Il consenso perso da
Netanyahu tra i lavoratori con le sue politiche liberiste da ministro delle
finanze potrebbe essere recuperato con l'insistenza sulle questioni della
sicurezza. Netanyahu è un uomo che ha costruito la sua carriera e le sue
preziose relazioni internazionali proprio come esperto di terrorismo. Dopo aver
studiato Business Administration negli Stati uniti e aver servito l'esercito
israeliano nelle unità di élite, venne nominato ambasciatore israeliano alle
Nazioni unite (1984-1988). Negli Usa venne frequentemente invitato in
trasmissioni televisive riguardanti le questioni legate al terrorismo esponendo
la versione dei fatti del Likud. La famiglia Netanyahu costituì un Istituto
dedicato alla memoria di Jonathan fratello di Benyamin, caduto nel 1976 durante
l'operazione di recupero ostaggi a Entebbe. L'obiettivo dell'istituto era quello
di mobilitare governi e opinione pubblica in occidente per muovere guerra al
terrorismo e agli stati che lo appoggiavano. Un piccolo volumetto, curato da
Netanyahu, intitolato «Terrorismo. Come l'occidente può sconfiggerlo»,
tradotto in Italia da Mondadori, impressionò fortemente il Presidente Reagan e
pare ispirò l'attacco alla Libia del 1986. Netanyahu è anche autore del testo
«Fighting terrorism», una sorta di manuale in cui dimostra una certa
conoscenza di fatti e situazioni locali, al punto che in Italia si sofferma
sulla figura di Pietro Secchia, sulla «Volante rossa» e su Giangiacomo
Feltrinelli. Il Jonathan Institute organizzò alcune conferenze internazionali
sul terrorismo, la prima si tenne nel luglio del 1979 a Gerusalemme e vi
parteciparono giornalisti, studiosi e governanti provenienti da una dozzina di
nazioni, la seconda si tenne a Washington nel giugno del 1984 e, dalle sue
conclusioni, Netanyahu trasse il materiale per il suo volume sul terrorismo. Se
si guardano i nomi di coloro che intervennero alla conferenza si notano
esponenti neoconservatori americani come Charles Krauthammer, Jeane Kirkpatrick,
Michael Ledeen, Daniel Patrick Moynihan, Midge Decter, Walter Berns e altri. I
neoconservatori già presenti nell'amministrazione Reagan e poi nella prima
amministrazione di George W. Bush hanno sostenuto le politiche più
intransigenti di Israele nei confronti del mondo arabo. I coniugi
neoconservatori David e Meyrav Wurmser assieme a Richard Perle e Douglas Feith
avevano preparato nel 1996 un dossier per il neo primo ministro Netanyahu, che
auspicava la rottura del processo di pace e l'invasione dell'Iraq come primo
passo verso la trasformazione del Medio Oriente. Anche in economia il report
chiedeva un taglio con il passato laburista e statalista che indeboliva la
nazione portandola alla paralisi strategica. Il famoso Pnac (Project for the New
American Century) fondato da Robert Kagan e William Kristol costituito nel 1997
preparò un piano per cambiare il Medioriente che prevedeva, l'invasione
dell'Iraq, il sostegno a una repressione israeliana nei territori, il
bombardamento delle basi Hezbollah nel sud del Libano e campagne militari contro
Siria e Iran. Il Pnac fu il fattore chiave per l'alleanza tra neoconservatori,
destra cristiana e destra repubblicana di Donald Rumsfeld e Dick Cheney che
contribuì alla prima elezione di George Bush. Il sostegno di Rupert Murdoch si
aggiungeva a quello di Conrad Black proprietario di National Interest e del
quotidiano israeliano Jerusalem Post. Quando il 19 Gennaio del 1998 il primo
ministro Netanyahu arrivò a Washington per un incontro con il presidente
americano Clinton sulle difficoltà del processo di pace in Medio oriente
simbolicamente incontrò prima 1000 esponenti della destra cristiana guidati da
Jerry Falwell che lo salutò come «il Ronald Reagan di Israele». Netanyahu si
poneva in continuità con la visione del Likud che oltre al governo degli Stati
uniti riteneva importante coltivare buone relazioni con la Christian Right per
la sua influenza politica e il suo sostegno finanziario. La galassia delle
organizzazioni della Christian Right in maggioranza sostiene il Likud e le
organizzazioni ad esso affiliate negli Stati uniti specie per quanto concerne
alcune questioni come Gerusalemme unita sotto la sovranità israeliana,
assistenza militare ed economica allo stato d'Israele e l'espansione delle
infrastrutture e degli insediamenti ebraici nei territori occupati. Netanyahu,
come avvenuto in America con Bush, potrebbe mettere insieme degnamente le due
destre israeliane: quella religiosa e fondamentalista e quella neoconservatrice,
liberale in economia e «iperattivista » in politica estera. Il
neoconservatorismo si è radicato anche in Israele grazie a uomini vicini a
Netanyahu. La fondazione Shalem Center è il perno di questa operazione e ha
curato la traduzione dei classici del conservatorismo e del liberismo come
Friedrich Von Hayek e Milton Friedman oltre che gli articoli del famoso Irving
Kristol. La rivista dello Shalem Center, che si può considerare l'organo dei
neoconservatori israeliani, si chiama Azure ed è stata fondata nel 1996 l'anno
della vittoria di Netanyahu alle elezioni.