FISICA/MENTE

 

Medioriente senza Sharon
Le Monde Diplomatique, Gennaio 2006

Israele e i territori occupati


Generale e dirigente dello Stato d'Israele, erede della tradizione sionista socialista di David Ben Gourion e di quella sionista revisionista di Vladimir Jabotinsky, Ariel Sharon ha incarnato più di chiunque altro il nazionalismo israeliano. Per lungo tempo, attraverso la guerra e spesso i massacri, s'è impegnato a rendere irreversibile l'occupazione e la colonizzazione dei territori palestinesi. Le due intifada palestinesi lo persuasero che bisognava atteggiarsi a uomo di pace per neutralizzare la pressione internazionale e per salvaguardare l'essenziale della dominazione d'Israele sulla Palestina. Con il ritiro da Gaza è riuscito, come aveva annunciato il suo consigliere Dov Weissglass, a mettere la Road Map «in naftalina», mentre nel frattempo accelerava i tempi della colonizzazione e la costruzione del muro intorno ai futuri «bantustans». Per questa fatica - che gli era valsa anche l'appoggio della comunità internazionale, in primis dell'Unione europea, per il suo modo di concepire una soluzione politica del conflitto - aveva ottenuto una popolarità senza precedenti nel suo paese. L'eventuale scomparsa dalla scena politica israeliana di Ariel Sharon sconvolge il paesaggio israeliano e anche mediorientale. Rende ancora più insicure le elezioni legislative palestinesi, già minacciate dai conflitti interni al Fatah e dal divieto di fare campagna elettorale a Gerusalemme est. Moltiplica le incognite sulle elezioni legislative israeliane, previste per il 28 marzo. Prima di tutto, il partito Kadima sopravviverà al suo fondatore? Quegli israeliani che lo avrebbero votato per eleggere Sharon con un plebiscito, torneranno alla sede d'origine, il Likud o il Partito laburista? Il nuovo profilo del leader laburista - Amir Peretz è al contempo un ebreo marocchino, un sindacalista antiliberista e un fautore della pace da lungo tempo - troverà un improvviso consenso negli strati popolari, soprattutto orientali? Una volta eletta la nuova Knesset, qualora vi fosse una maggioranza di deputati favorevole al negoziato di pace con i palestinesi, quali dirigenti avrebbero la forza e l'autorità necessaria per far accettare un tale accordo? Il tempo incalza, infatti, se si vuole evitare una terza intifada e, con questa, un nuovo ciclo di drammi: è quanto mostrano nel dossier Hussein Agha e Robert Malley alle pagine 4 e 5; Alain Gresh qui di seguito.

Alain Gresh


Negli ultimi anni, in modo sottile e impercettibile, dirigenti e media europei hanno cambiato il loro modo di affrontare il dramma della Palestina e la soluzione del conflitto israelo-palestinese. Durante tutto il periodo del cosiddetto «processo di Oslo», era chiaro che si sarebbe arrivati a una soluzione al termine di un insieme di trattative basate sul ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati nel 1967, compresa la parte Est di Gerusalemme, l'instaurazione di confini stabili tra lo stato palestinese e Israele, e una soluzione accettabile per i rifugiati palestinesi. Gli accordi di Camp David (luglio 2000) come quelli di Taba (gennaio 2001) riguardano infatti questi nodi irrisolti.
Lo scoppio della seconda intifada, a fine settempre 2000, la repressione sanguinosa compiuta dall'esercito israeliano fin dai primi giorni - mesi prima che iniziassero gli attentati suicidi - , il progressivo aumento della violenza, l'elezione di Ariel Sharon a primo ministro, la moltiplicazione degli attentati contro i civili israeliani e poi la ripresa del totale controllo dei territori occupati da parte dell'esercito israeliano, hanno segnato gli ultimi anni. Eppure, sul piano del diritto internazionale e qualunque sia il giudizio sulla strategia e la tattica dell'Autorità palestinese, i problemi di base rimangono: la Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est restano territori occupati, Israele resta una potenza occupante e la creazione d'uno stato palestinese indipendente resta la chiave della pace.
Ciononostante, le dichiarazioni dei dirigenti europei e le notizie che rimbalzano sui media producono un ribaltamento di prospettiva: ormai, tocca ai palestinesi - e cioè agli occupati - dar prova di buona volontà. I riferimenti dell'Unione europea agli obblighi di entrambe le parti mal nascondono l'adesione al punto di vista del primo ministro israeliano: ogni passo avanti sulla via della pace dipende dall'Autorità palestinese, che deve riformarsi, liquidare i gruppi armati, dar prova di voler coabitare con Israele. Un adeguamento altrettanto visibile nei media, inclini a cancellare la realtà della politica israeliana, a sottovalutarne il carettere repressivo e contrario al diritto internazionale, a nascondere i crimini di guerra che commette.
In Francia, le violente campagne condotte contro certi giornalisti e intellettuali come Daniel Mermet o Edgar Morin o Jean Ferrat, hanno contribuito forse a paralizzare una parte dei giornalisti, timorosi di essere tacciati - oltre tutto a torto - di antisemitismo.
L'editoriale di Libération del 2 gennaio 2006, è un caso da manuale: ci si rammarica per la situazione che si va verificando in Palestina.
Ma di chi è la colpa? «Un anno fa - scrive Patrick Sabatier - l'elezione di Mahmoud Abbas al posto di Arafat era stata motivo di speranza.
Una finestra aperta all'opportunità, da cui potesse entrare al tempo stesso una ventata di riforme e di democrazia nei Territori palestinesi (sic!, soprattutto evitiamo la parola occupazione), e di smilitarizzazione della politica palestinese, in vista d'una ripresa dei negoziati con Israele. Oggi, questa finestra sta per essere sbattuta in faccia ai sostenitori del processo di pace». A malapena si accenna alla responsabilità del governo Sharon...
Il ritiro dalla Striscia di Gaza durante l'estate 2005 costituisce, da questo punto di vista, un altro esempio illuminante. Per settimane, i media internazionali hanno puntato i riflettori su qualche migliaio di coloni evacuati, dilungandosi sulla loro sofferenza e sul pianto dei soldati che dovevano farli andare via. Pochi giornalisti hanno ricordato che, per la Corte penale internazionale, la «colonizzazione» è un crimine di guerra. Che molti di quei coloni sono fanatici pronti a sparare sui civili palestinesi. Che decine di migliaia di palestinesi di Gaza sono stati deportati nel corso degli ultimi anni, senza che ciò abbia suscitato la minima emozione in Occidente. Peggio, il ritiro da Gaza è stato presentato come un «gesto» significativo compiuto da Ariel Sharon, che gli ha fruttato un aumento d'immagine presso gli Stati uniti e in Europa e gli ha aperto le porte per una visita ufficiale in Francia in pompa magna. Eppure, come ricordano le Nazioni unite, Gaza rimane un territorio occupato, le truppe israeliane vi compiono numerose incursioni - il governo israeliano ha anzi deciso d'installare una «zona di sicurezza» sul territorio palestinese e perciò di espellere una parte della popolazione... E minaccia di staccare la luce a tutta la Striscia di Gaza - un'altra punizione collettiva contraria alle convenzioni di Ginevra. L'organizzazione nordamericana Human Rights Watch, in un comunicato del 23 dicembre 2005, faceva notare che una misura simile costituirebbe una violazione delle leggi di guerra, come già era accaduto il 24 settembre e il 12 novembre, quando Tel Aviv aveva deciso d'impedire l'entrata sul suo territorio a 5.000 lavoratori palestinesi, aggiungendo così altra sofferenza a una popolazione che al 68 per cento vive già sotto la soglia di povertà. (1) Quel che l'Unione europea potrebbe fare Mustapha Barghouti, il candidato che ha ottenuto circa il 20 per cento dei voti durante l'elezione del presidente dell'Autorità palestinese, svoltasi nel gennaio 2005, e che lo ha visto competere con Mahmoud Abbas, ha recentemente scritto un articolo intitolato «La verità che non volete sentire» (2), in cui traccia un bilancio della situazione concreta, in Cisgiordania e Gaza: un bilancio molto distante dalla versione israeliana che «dà un'immagine assolutamente opposta al vero», e anche molto distante dall'immagine che ha potuto trasmettere la maggioranza dei media occidentali. Così, la colonizzazione avanza rapidamente. «In totale, i coloni (...) sono 436.000: 190.000 a Gerusalemme e 246.000 in Cisgiordania. Solo 8.475 coloni illegali (ossia il 2 per cento del totale) sono stati espulsi da Gaza e dalla regione di Jenin. Nello stesso periodo, il numero di coloni in Cisgiordania è aumentato di 15.800».
Barghouti racconta anche la quotidianità imposta dal muro che circonda completamente una città come Qalqiya, che ha una sola porta le cui chiavi sono nelle mani degli israeliani. «Per attraversare il muro ci vuole un permesso quasi impossibile da ottenere. Quand'anche ci si riesca, bisogna tener conto degli speciali orari d'apertura: nella regione di Jayus si può passare tra le 7,40 e le 8 del mattino, poi tra le 14 e le 14,15, e poi ancora tra le 18,45 e le 19. In totale, 50 minuti al giorno. A volte l'esercito dimentica di aprire le porte, e gli scolari, i professori, gli infermieri, i malati, e la gente normale deve aspettare all'infinito».
Le conseguenze della costruzione del Muro di separazione sulla città di Gerusalemme sono confermate da un recente rapporto dei responsabili di una missione dell'Unione europea a Gerusalemme est (3). Il documento mette in luce alcune direttive, fra le altre, che riguardano la politica israeliana nella città santa: il completamento, ormai prossimo, della barriera intorno a Gerusalemme est, lontano dalla linea verde (la linea del cessate il fuoco del 1967); la costruzione e l'espansione delle colonie illegali per iniziativa privata o del governo israeliano, all'interno e all'esterno di Gerusalemme est; la demolizione delle case palestinesi costruite senza permesso (permesso che è quasi impossibile ottenere); il piano d'espansione della colonia di Maaleh Adumim, che rischia di stringere il cerchio intorno alla città mediante l'installazione di colonie ebraiche e di dividere la Cisgiordania in due aree geografiche.
E intanto i consoli europei a Gerusalemme sottolineano che «le azioni d'Israele a Gerusalemme violano gli accordi della Road map e il diritto internazionale». Il risultato di tutte queste verifiche? L'Unione europea ha coraggiosamente deciso di non pubblicare il rapporto...
Hamira Haas, la corrispondente del quotidiano Haaretz nei territori occupati, nota per i suoi coraggiosi resoconti, commentava così la vittoria di Hamas alle elezioni municipali in Cisgiordania del dicembre 2005: «La vittoria di Hamas alle elezioni locali è cresciuta su un terreno fertile. La gente ne ha abbastanza delle menzogne che hanno accompagnato la sua vita negli ultimi tredici anni [dopo la firma degli accordi di Oslo]; che Oslo significa pace; che la creazione d'una Autorità palestinese è una vittoria e un simbolo che annullerà ogni sconfitta; che l'Autorità è uno stato (4)».
Non per questo, però, la giornalista assolve Hamas, la cui propaganda poggerebbe, a parer suo, su tre menzogne: il movimento islamico afferma che la Striscia di Gaza è stata «liberata», mentre si è trattato di una decisione unilaterale israeliana; sostiene che l'evacuazione è il risultato della «lotta armata», mentre «gli attentati suicidi hanno solo aumentato il sostegno dell'opinione pubblica israeliana a ogni forma di controllo della Cisgiordania»; pretende che le elezioni legislative di gennaio 2006 a cui Hamas ha deciso di partecipare, siano sostanzialmente diverse da quelle del 1996, mentre il quadro in cui si svolgono è sempre quello degli accordi di Oslo.
Anche gli appelli alla democratizzazione dell'Autorità palestinese appaiono privi di senso. Alle presidenziali del gennaio 2005, era evidente che l'Unione europea volesse solo un vincitore, Mahmoud Abbas : le numerose pressioni esercitate dal Fatah sulla commissione elettorale non furono perciò denunciate dagli osservatori internazionali né riprese dai media (5). Ormai, Javier Solana, commissario dell'Unione europea per la politica estera e per la sicurezza comune (Pesc) minaccia l'Autorità palestinese di toglierle il sostegno di Bruxelles, in caso di vittoria di Hamas nel gennaio 2006. Insomma, l'Europa dei Venticinque accetta le elezioni a condizione che vincano i candidati che preferisce...
Come stupirsi allora che l'Unione rafforzi le relazioni con Israele, che sia più pronta a far pressione sull'Autorità che a mettere in atto le sanzioni previste dagli accordi euromediterranei in caso di violazione dei diritti della persona, violazioni quotidiane nei territori occupati; come stupirsi che riceva i dirigenti israeliani per «incoraggiarli» a proseguire sulla stessa via, quando questa via porta direttamente all'annessione di gran parte della Cisgiordania e di Gerusalemme est.
La Francia, purtroppo, ha rinunciato a un'azione autonoma e visibile per i diritti dei palestinesi: riceve il primo ministro Ariel Sharon e riprende a cooperare sul piano militare e poliziesco con Israele (6); la maggioranza dei suoi ministri, fra cui Nicolaz Sarkozy, moltiplica le visite a Israele; sono due società francesi a costruire una linea tranviaria che collega il centro di Gerusalemme a due colonie ebraiche situate all'est della città, contribuendo così alla politica di occupazione israeliana. Questa strategia, che s'inserisce in un più ampio piano di ravvicinamento agli Stati uniti in Medioriente, dall'Iraq all'Afghanistan, contraddice decenni di politica francese sul conflitto israelo-palestinese.
Il «processo di pace» aperto dagli accordi di Oslo è morto e sepolto.
Si può pensare che avrebbe potuto essere una via per la stabilità, che si sono mancate delle occasioni. Sia come sia, non è più possibile tornare indietro. I palestinesi continuano a vivere sotto occupazione, la loro vita quotidiana è insopportabile, le loro aspirazioni all'indipendenza, schernite. È un'illusione pensare che si possa assistere, nel prossimo periodo, a un cambio d'indirizzo del governo israeliano senza costanti pressioni internazionali per fare applicare il diritto internazionale, nient'altro che il diritto internazionale, il completo diritto internazionale.
La resistenza dei palestinesi e la mobilitazione della frangia pacifista dell'opinione pubblica israeliana devono essere sostenute dalle sanzioni internazionali.
È quel che chiede Moustapha Marghouti: «Un modo per correggere la situazione è di fare quel che è stato fatto con successo in Africa del Sud, applicare le sanzioni. Un elemento-chiave è quello di rompere le relazioni militari con Israele, quarto esportatore d'armi nel mondo. Noi abbiamo bisogno d'un movimento di non cooperazione militare che s'impegni a disinvestire in questo campo e che condizioni le relazioni economiche con Israele all'applicazione del diritto internazionale e delle risoluzioni internazionali».
In questo senso, un forte movimento si è già sviluppato nel mondo anglosassone. L'accordo di cooperazione tra l'Unione europea e Israele offre a Bruxelles immense possibilità, in quanto prevede esplicitamente la possibilità di sospendere l'accordo in caso di violazione del suo articolo 2, che recita: «Le relazioni tra le parti, così come tutte le disposizioni del presente accordo, si basano sul rispetto dei diritti dell'uomo e dei principi democratici, principio guida della loro politica interna e internazionale ed elemento essenziale di questo accordo». Perciò, in piena operazione «Muro» in Cisgiordania, il Parlamento europeo, a larga maggioranza, aveva chiesto alla Commissione e al Consiglio «la sospensione dell'accordo euro-mediterraneo Ue-Israele».
Invano... Non è forse tempo, allora, di tornare a chiedere quella misura, che permetterebbe all'Unione europea di far seguire alle parole i fatti, di sostenere l'applicazione del diritto internazionale e di giocare un ruolo attivo in Medioriente?



note:


(1) http://hrw.org/english/docs/2005/12...

(2) «The truth you won't hear», Al-Ahram Weekly, Il Cairo, 1-7 dicembre 2005.

(3) www.france-palestine.org/article286...

(4) Haaretz.com, 21 dicembre 2005.

(5) Leggere l'eccellente analisi de Roger Heacock, «Les élections palestiniennes», Confluences Méditerranée, n°55, autunno 2005, L'Harmattan.

(6) In dicembre 2005, il ministro degli interni israeliano Gideon Ezra, e il capo della polizia iraeliana Moshe Karadi, sono stati a Parigi per quattro giorni, su invito di Sarkozy, con l'obiettivo - secondo Haaretz - di consigliare ai poliziotti francesi i metodi più efficaci per gestire rivolte come quelle che hanno interessato le periferie francesi ...
(Traduzione di E. G.)


 

Medioriente senza Sharon

Le Monde Diplomatique, Gennaio 2006


Il potere palestinese con il fiato in gola


Nelle principali città della Cisgiordania, l'ultima tornata delle elezioni municipali ha visto prevalere Hamas su al Fatah. La vittoria dell'organizzazione islamista, quasi a ridosso delle elezioni legislative del 25 gennaio, riflette le indecisioni della strategia incerta di Mahmud Abbas, fondata su un accordo di pace definitivo che Ariel Sharon ha rifiutato invece ostinatamente. I dubbi ormai serpeggiano anche nello stato maggiore del presidente palestinese.

Hussein Agha e Robert Malley


Molto probabilmente, Mahmud Abbas (Abu Mazen) passerà alla storia per essere stato il miglior presidente nel momento peggiore. Uomo del negoziato in tempi di unilateralismo, figura di portata nazionale proprio quando il movimento nazionale gli crolla sotto i piedi, e di portata internazionale quando l'interesse mondiale tende sempre più a ridursi. Per quest'uomo di parola in un'epoca in cui solo gli atti hanno voce in capitolo, con un'inveterata fiducia nella pace finale quando l'orizzonte intorno a lui si restringe al provvisorio, sembra che non esista alcuna via d'uscita. Forse il suo momento è già passato, o forse è ancora di là da venire. In ogni caso, per lui il periodo attuale sta diventando un vero e proprio incubo (1).
Sul versante opposto, il primo ministro israeliano Ariel Sharon, prima che le sue condizioni di salute lo obbligassero a uscire dal gioco, teneva magistralmente in pugno la situazione. Con Kadima, il suo nuovo partito, non solo aveva occupato il centro dello scacchiere politico, ma lo aveva fagocitato. Aveva il polso del suo popolo, di cui esprimeva la volontà profonda, ma anche quello della comunità internazionale: è lui a dettarne le reazioni. Tutto gravitava intorno a Sharon. Nel complesso, i due movimenti nazionali presentavano bilanci nettamente contrastanti: divisioni, caos e paralisi sul versante palestinese; coerenza, dinamismo e coesione su quello israeliano.
Indubbiamente Mahmud Abbas sognava uno scenario totalmente diverso.
Dopo due anni di scontri selvaggi, contava sullo sfinimento dei palestinesi e sulla stanchezza degli israeliani, oltre che sulla volontà internazionale di vedere la fine di quest'interminabile conflitto. Pensava che esaurite le forze, i palestinesi avrebbero aspirato a un clima più calmo, il quale a sua volta avrebbe consentito un allentamento delle restrizioni israeliane. Questo sviluppo avrebbe dato luogo a sua volta a pressioni popolari su Hamas e sugli altri gruppi armati, costringendoli a rispettare una tregua. E infine lo stesso Hamas, dovendo ripiegare su una strategia elettorale, avrebbe obbligato al Fatah all'autodisciplina, e costretto l'Autorità palestinese a riformarsi per far fronte alla minaccia incombente posta dal movimento islamista alla sua egemonia politica.
Una volta conseguite le condizioni poste dall'amministrazione americana - cessazione delle violenze e avvio di riforme istituzionali - per rinnovare il proprio impegno, Washington non avrebbe avuto altra scelta che rilanciare il processo diplomatico e chiedere a Israele maggiori concessioni. Grazie a questo circolo virtuoso e al conseguente miglioramento delle condizioni di vita dei palestinesi nei territori occupati, si sarebbe arrivati a stabilizzare il cessate il fuoco, incoraggiando l'attivismo degli Stati uniti e costringendo Israele a dar prova di maggiore generosità. Tutto questo avrebbe portato, a un dato momento, alla ripresa dei negoziati, e infine a un accordo di pace finale.
Per un breve periodo è sembrato che questo calcolo avesse qualche probabilità di riuscita. Mahmud Abbas, eletto nel gennaio 2005 alla guida dell'autorità palestinese, poteva contare su un capitale politico di tutto rispetto: sulla scena internazionale e anche in Israele, molti erano disposti a offrirgli, come minimo, il beneficio del dubbio, mentre in campo palestinese nessun avversario era in grado di tenergli seriamente testa. Molti contavano, è vero, sul suo insuccesso, ma pochi si azzardavano a remargli contro. I suoi rivali in seno alla direzione di al Fatah non potevano far altro che attendere gli eventi, oppure schierarsi al suo fianco, benché segretamente ne auspicassero il fallimento.
Persino Hamas aveva le sue ragioni per adeguarsi, scosso com'era dall'uccisione di molti suoi dirigenti e spossato dalla seconda Intifada.
Mahmud Abbas gli offriva una tregua, oltre alla promessa di elezioni legislative a breve scadenza e dell'inserimento nell'arena politica.
Ma soprattutto, Hamas vedeva in Mahmud Abbas un uomo degno di fiducia, in netto contrasto con gli esponenti dell'Autorità palestinese. Cerchiamo ora di spiegare perché questo scenario non si è realizzato.
Indipendentemente alle condizioni di Sharon, sia per gli americani che per gli israeliani e per molti palestinesi, il primo responsabile è lo stesso Mahmud Abbas, giudicato colpevole di indecisione e lassismo.
Secondo loro avrebbe dovuto imporre immediatamente la sua volontà, ristabilire l'ordine, punire i ribelli e disciplinare fin dai primi mesi i gruppi armati - soprattutto quelli emananti delle brigate dei martiri di al Aqsa, affiliati ad al Fatah. In altri termini, Mahmud Abbas viene accusato di aver perso tempo prezioso, sprecando un'occasione unica: anche perché le sue ingiunzioni, che ancora ieri sarebbero state rispettate, in futuro non lo saranno più. Ora, in quest'analisi c'è indubbiamente del vero, ma manca un punto essenziale, attinente alla natura del contesto politico e della società palestinese: una società tradizionale in una condizione di dispersione e sotto occupazione, con modalità di funzionamento elastiche, portata essenzialmente a rispondere a forme d'autorità diffuse e deistituzionalizzate; e quindi restia nei confronti di catene di comando gerarchiche. In altri termini, una società semplicemente inadatta alla chiarezza e alla logica del suo nuovo leader, riluttante a comprendere le ragioni di fondo dei suoi ordini e ad accettarli. Non si può quindi parlare di scarsa fermezza da parte di Mahmud Abbas, ma piuttosto di una totale mancanza di sintonia tra la sua impostazione, razionale e ordinata, e la realtà del contesto politico e sociale. Peraltro, il calcolo di Mahmud Abbas si basava su una serie di presupposti, purtroppo vanificati da malintesi e incomprensioni che nessuna dose di autoritarismo avrebbe consentito di superare. Il suo obiettivo politico - un accordo di pace finale - non era quello di Sharon, che mirava invece a un accordo ad interim a lungo termine, mentre dal canto suo il presidente americano George W. Bush non aveva obiettivi di alcun genere. Si consideri inoltre che il presidente palestinese contava sull'opinione pubblica della base per contenere Hamas e gli altri gruppi militanti, e sullo stesso Hamas per condizionare al Fatah e l'Autorità palestinese; faceva assegnamento sugli impegni presi dagli americani per richiamare il presidente Bush ai suoi obblighi, infine puntava sull'insieme di questi fattori per far pressione su Israele. In altri termini, la sua era una linea politica fondata innanzitutto sui comportamenti dei suoi avversari, e quindi dipendente dalla volontà autonoma delle altre parti in causa.
Vincitori e vinti nei due campi Un altro ostacolo a ogni progresso diplomatico è la divergenza sull'atteggiamento da adottare nei confronti di Hamas. Finché durerà l'occupazione israeliana, per Mahmud Abbas un confronto militare è impensabile: attaccare Hamas vorrebbe dire rischiare una scissione profonda in seno al movimento nazionale, se non addirittura la guerra civile. E tutto questo in cambio delle promesse (giudicate poco attendibili) della road map (2), o delle assicurazioni di un presidente americano che nessun palestinese è ormai disposto a prendere per buone. Mahmud Abbas puntava piuttosto a cooptare il movimento islamista, contando sul suo inserimento nel gioco politico per convincerlo a rispettare le leggi votate da un'istituzione parlamentare della quale dovrebbe entrare a far parte.
E sperava che in questo modo, messo alle strette dall'opinione pubblica e dalle sue proprie scelte, Hamas non avesse altra scelta che quella di seguire una logica politica al posto di quella militare. Nell'attesa di questo sviluppo, il mondo doveva accettarlo così com'è: una formazione ibrida, a un tempo partito politico, istituzione caritativa, strumento di predicazione e ovviamente organizzazione armata.
Al contrario, Bush e Sharon si auguravano che lo scontro tra l'Autorità palestinese e Hamas, ritenuto inevitabile, esplodesse al più presto.
Per loro sarebbe stato ingenuo credere che il movimento islamista fosse disposto a cambiare. E citavano ad esempio e ammonimento il comportamento di Hezbollah, che ha continuato a mantenere la propria autonomia militare anche dopo il ritiro israeliano dal Libano del Sud, pur essendo entrato a far parte del governo libanese. In conclusione, quando Mahmud Abbas dichiara che affronterà il problema di Hamas, si riferisce a qualcosa di completamente diverso da ciò che ha in mente il presidente Bush. E il risultato è la paralisi del processo diplomatico.
Questi malintesi hanno conseguenze politiche molto gravi. Oggi il gruppo dei più fermi sostenitori di Mahmud Abbas appare disorientato e si va sempre più diradando. Nel suo ambiente c'è ancora chi continua ad assicurargli il proprio appoggio, ma tra i suoi fedeli solo pochi hanno un reale peso politico. D'altra parte, il presidente palestinese non sa o non vuole condurre lo stesso gioco politico di Yasser Arafat, che corteggiava i quadri e i militanti di al Fatah per poter contare sul loro appoggio. Da qui le delusioni e i dubbi. I suoi rivali rialzano a poco a poco la testa e il tono di voce. I capi dei diversi servizi di sicurezza non esitano più a criticare il presidente in privato, ben sapendo che i loro commenti non tardano a diventare di pubblico dominio; e cercano di dissociarsi nettamente dall'anarchia imperante.
Ma per ora gli oppositori di Mahmud Abbas si stanno ancora studiando a vicenda, e ciascuno confida nelle proprie possibilità - anche se nessuno di essi è in una posizione tale da neutralizzare i propri rivali. E tutti rifiutano di designare un successore. Perciò nessuno si muove per accelerare la caduta del presidente, ma neppure per dare un contributo al suo successo.
Corrono però numerose voci sui possibili scenari per il dopo-elezioni (la data prevista per le legislative è il 25 gennaio). Si parla ad esempio di costituire un governo di coalizione formato da tecnocrati e responsabili dei servizi di sicurezza, con il sostegno di Washington: e in tal modo si pensa di emarginare il presidente. E' infatti poco probabile che il voto legislativo porti a chiarire la situazione o a rovesciarla, dando vita a una leadership coerente. Anche nell'ipotesi di un successo dei candidati di al Fatah, la loro vittoria non potrebbe che essere parziale. Il partito è tanto diviso da non poter parlare con una sola voce, e Mahmud Abbas è troppo contestato perché questa voce possa essere la sua. Le recenti primarie, già inficiate da accuse di frode, intimidazioni violenze, illustrano perfettamente questo stato di cose. Non che i «giovani» abbiano avuto la meglio sui «vecchi», o la base sui cacicchi del comitato centrale, o i riformisti sui conservatori.
Sia tra i vincitori che tra i perdenti sono rappresentate tutte le generazioni, affiliazioni istituzionali e tendenze politiche. Dal risultato si è potuta trarre una sola lezione: evidentemente, sono i combattenti e gli ex detenuti delle carceri israeliane a riscuotere il favore dell'elettorato. Ma al di là di questa constatazione, hanno avuto un ruolo dominante i legami familiari, i clan e i gruppi armati.
Date le fratture in seno ad al Fatah e l'assenza di un progetto politico coerente, sembra che le primarie e la lista dei candidati scelti da Mahmud Abbas e dal Comitato centrale abbiano contribuito ad inasprire le tensioni piuttosto che a scioglierle. In queste condizioni, non ci si può sorprendere del moltiplicarsi delle liste indipendenti o ribelli, che annoverano ex membri di al Fatah e candidati non aderenti all'organizzazione, e ripongono essenzialmente le loro speranze nella crescente disaffezione verso il movimento nazionalista e nelle persistenti apprensioni destate da Hamas. E neppure può destare sorpresa la generale confusione che regna a questo riguardo in seno ad al Fatah. D'altra parte, le quotazioni del presidente palestinese non sono certo migliori sul versante di Hamas. A rendere il quadro più oscuro hanno contribuito vari fattori: il rinvio delle elezioni, già previste per luglio 2005, e il mancato rispetto di altri impegni; l'annullamento delle elezioni municipali vinte dagli islamisti a Gaza, e infine certe dichiarazioni degli israeliani, volte a ostacolare la partecipazione di questi ultimi alle legislative di gennaio. Ma Hamas conta tuttora di presentarsi, e ha composto una lista in cui figurano moltissimi esponenti della società civile, molti dei quali, per quanto è dato sapere, non affiliati al movimento. Ma ormai il seme del dubbio è stato gettato: Mahmud Abbas e l'Autorità palestinese non godono più della fiducia di Hamas, e la transizione verso la sua partecipazione politica è sempre più condizionata da esitazioni e timori. D'altra parte, il tempo ha permesso a Hamas di rimettersi in forze, come si è potuto constatare alle elezioni municipali del dicembre scorso, ove nelle principali città della Cisgiordania il movimento islamista ha avuto la meglio su al Fatah. Allo slogan scelto da Mahmud Abbas «Una sola autorità, una sola legge, una sola arma» se ne contrappone ormai un altro: «Sotto l'occupazione la prima legge è la resistenza».
In questo oscuro quadro resta però la speranza che Mahmud Abbas riesca a persuadere gli israeliani e gli americani a fornirgli i mezzi per portare avanti la sua politica di promozione delle condizioni di vita dei palestinesi. Il ritiro da Gaza non entra in questo conto, dato che è stato deciso unilateralmente, e prima dell'elezione di Mahmud Abbas. I palestinesi dovrebbero poter ottenere molto di più, segnatamente attraverso negoziati bilaterali.
Ma anche su questo persistono i dubbi. Difatti, uno degli aspetti più sorprendenti di questo periodo è l'incapacità dei palestinesi di ottenere aiuti concreti da parte americana. Non si può dubitare che Bush abbia bisogno di Mahmud Abbas e sia fortemente interessato a un miglioramento dei rapporti di Washington con i palestinesi: è in gioco non solo l'immagine dell'America, in questa regione cruciale dove la catastrofe irachena ha gravemente danneggiato la credibilità della Casa bianca, ma anche la stessa stabilità regionale, minacciata da ogni parte. Eppure i palestinesi non sono riusciti a far valere questo punto di forza così importante. Hanno offerto invece al presidente americano quella momentanea schiarita che tanto gli serviva, in cambio di qualche banale frase elogiativa (del genere «Abbas è un uomo di pace») di cui il presidente palestinese avrebbe fatto volentieri a meno. Nel frattempo, sul versante israeliano ferveva l'attività. Sharon aveva ormai l'iniziativa quasi dovunque. Sul piano interno era inarrestabile: una calamita attorno alla quale ruotava tutta la classe politica, punto di convergenza delle sensibilità più contrastanti. Con il ritiro da Gaza e le misure politiche di accompagnamento, aveva dato concreta attuazione ai sentimenti da tempo diffusi tra la popolazione: la voglia di maniere forti per dare una lezione ai palestinesi, la diffidenza più totale verso i loro dirigenti, ma al tempo stesso anche un desiderio latente di prendere le distanze da quella realtà, di non dover più vivere come ostaggi di una situazione di costante sospetto. Grazie all'opzione del ritiro unilaterale da Gaza, ma senza rinunciare alle sue operazioni militari aggressive, Sharon era riuscito a mobilitare intorno a la sfasatura, più volte constatata, tra un'opinione pubblica che chiedeva un accordo di pace e una classe dirigente apparentemente restia a realizzarlo. Per molto tempo i leader laburisti hanno sostenuto di voler smantellare le colonie di popolamento, ma il solo ad averlo fatto davvero è stato Ariel Sharon: un uomo che incarnava, paradossalmente, un processo di «arafatizzazione» del mondo politico israeliano. E che aveva ottenuto una duplice vittoria sul suo nemico giurato: una volta uscito di scena il vecchio capo palestinese, il leader israeliano ha ricalcato politicamente il suo modus operandi: identificare un uomo con una nazione, personalizzare il sentimento collettivo, superare i partiti politici, tradurre in azioni concrete un tacito consenso nazionale. Come già Yasser Arafat, Sharon rappresentava il centro politico del suo paese. E non attraverso un programma chiaro - nessuno sa esattamente dove volesse arrivare - ma attraverso la forza di una personalità nella quale tutti potevano riconoscersi. Certo, aveva molti nemici.
Ma era riuscito a irrompere prepotentemente sulla scena politica e a togliere ossigeno ai suoi avversari costringendoli a definirsi rispetto a lui. Anche in questo, seguiva l'esempio di Arafat, che riusciva a dissimulare le contraddizioni e le rivalità in seno ad al Fatah e al tempo stesso a contenere Hamas. In Palestina, il centro è in via di dispersione, mentre in Israele si sta consolidando. Sharon aveva ripreso l'iniziativa anche sul piano regionale e internazionale.
Con lui l'unilateralismo era diventato sinonimo di dinamismo, il bilateralismo di status quo. Chi può ancora dubitare che se il ritiro da Gaza fosse stato negoziato, a quest'ora si sarebbe ancora al tira e molla tra le richieste israeliane di disarmo di Hamas e quelle palestinesi, di un gesto significativi in Cisgiordania? In queste condizioni, il mondo ha applaudito all'iniziativa unilaterale; i critici tacevano, e tutti sembravano pronti a mettersi nelle mani di Sharon. Con il disimpegno, la costruzione del muro di separazione (3), il consolidamento dei grandi complessi di colonie in Cisgiordania e il diktat su Gerusalemme Est, Israele sta avviando la fase di definizione dei suoi confini e rafforzando il proprio controllo sui territori ritenuti vitali, e al tempo stesso si libera dalla zavorra di quelli che considera superflui. Dal canto suo, l'Autorità palestinese si vede costretta a gestire quel fazzoletto di terra che è la Striscia di Gaza: un'area sovrappopolata, priva di istituzioni e di risorse, assediata e in preda al caos. Sul piano internazionale è in atto un sorprendente ribaltamento.
In passato erano i palestinesi a chiedere con insistenza la creazione di uno stato. Oggi Israele e gli Stati uniti ne parlano, mentre i palestinesi vedono questa prospettiva con preoccupazione. A una questione di merito è subentrata una questione di diritto: se lo Stato palestinese tarda a configurarsi non è a motivo dell'occupazione israeliana, bensì... a causa dell'incompetenza palestinese. Per avere uno stato proprio, i palestinesi dovrebbero dimostrarsene degni. Magari incominciando da un semi-stato, su una qualche area libera da ogni presenza israeliana - come ad esempio Gaza - o da uno stato dai confini provvisori secondo l'ipotesi della road map, di cui senza dubbio si tornerà a parlare.
Agire come uno stato per poter diventare uno stato: ecco la nuova sfida. Stesso discorso per l'intervento internazionale, un tempo reclamato dai palestinesi, mentre oggi è Israele a volerlo: e non mediante un intervento politico per regolare il conflitto, bensì con misure tecniche puntuali, concepite più per rassicurare Israele che per spingerlo ad agire. Da qui il ruolo egiziano in seno ai servizi di sicurezza a Gaza, e la presenza di osservatori europei ai confini egiziani della Striscia di Gaza. In entrambi i casi, si tratta di stabilizzare la situazione sul piano della sicurezza. Con la prevedibile conseguenza di [maggiori] esigenze nei confronti dell'autorità palestinese, di una crescente impazienza verso i gruppi militanti, di un riorientamento di Gaza verso l'Egitto a spese della Cisgiordania, e fors'anche di un'erosione di quell'indipendenza decisionale che tanto sta a cuore ai palestinesi. Nel complesso, tutto il paesaggio si trasforma e riflette il contrasto tra il dinamismo da un lato, la paralisi dall'altro. Da parte di Israele, disincanto e scetticismo sui negoziati e le prospettive di un accordo di pace; unilateralismo e un nuovo consenso; costruzione del muro di separazione e rafforzamento della presenza israeliana a Gerusalemme Est e nei grandi complessi di colonie della Cisgiordania.
Da parte palestinese, divisioni, disordine e cacofonia; ruolo sempre maggiore dei gruppi armati nei territori occupati; inserimento di Hamas nell'arena politica, regionalizzazione della geopolitica palestinese, verso l'Egitto nel caso di Gaza, e forse verso la Giordania in quello della Cisgiordania. Dall'insieme di questi fattori sta progressivamente emergendo un paesaggio diverso.
L'eredità di Ariel Nel caso di una vittoria alle elezioni israeliane del 28 marzo 2006, questo contesto avrebbe offerto a Sharon un ampio margine di manovra.
La sua dichiarata ambizione - quella di arrivare a un accordo ad interim a lungo termine - non sembra attualmente raggiungibile, dato l'atteggiamento sospettoso dei palestinesi. Restano però altri scenari indipendenti dalla loro volontà. Ad esempio, nell'ipotesi di rigurgiti di violenza da parte palestinese o di caos generalizzato a Gaza, avrebbe potuto bloccare totalmente il processo di pace e rafforzare il suo controllo territoriale sulla Cisgiordania, esigendo lo smantellamento delle infrastrutture del terrorismo previste dalla road map; e indebolire così il movimento nazionale palestinese fino al suo totale disfacimento.
E tutto questo senza subire pressioni da parte della comunità internazionale, troppo occupata a deplorare le inadempienze da parte palestinese.
Ma a questa prospettiva potrebbero frapporsi vari ostacoli. Ad esempio, i palestinesi potrebbero comportarsi meglio del previsto. È anche possibile che gli Stati uniti chiedano la riapertura di negoziati, o che i membri della coalizione di Sharon e l'opinione pubblica israeliana esigano qualcosa di diverso dallo status quo. In precedenza, circostanze analoghe hanno convinto Sharon dell'opportunità di una concessione anticipata, cioè il ritiro da Gaza. In tal caso, l'ipotesi più plausibile è che il primo ministro israeliano, una volta «dimostrata» l'incapacità palestinese di rispettare gli obblighi della road map, avrebbe sfoderato un nuovo piano unilaterale per il centro della Cisgiordania. Alcuni dei suoi consiglieri hanno fatto balenare uno scenario anche più ambizioso: il ritiro dall'80-90% della Cisgiordania, con la seguente contropartita: annettersi di fatto alcuni grandi complessi di colonie, e stabilire di fatto, ma durevolmente, i confini dello stato di Israele...
Molto probabilmente prima dell'ictus, lo stesso Sharon non sapeva quale sarebbe stata la sua linea di condotta. Del resto, era raro che le sue iniziative nascessero da piani preordinati e a lungo termine.
In genere erano il risultato di una vita di esperienze e di riflessi appresi e messi in atto migliaia di volte, nonché delle sue convinzioni, in particolare in merito alla sicurezza di Israele. All'inizio egli era solo vagamente consapevole della piega che avrebbero preso le sue decisioni. Ma è dal paesaggio israelo-palestinese, così come lo vediamo emergere, che possiamo farci un'idea abbastanza chiara del futuro.
Di fatto, Ariel Sharon lascia in eredità risposte e soluzioni. Mentre Mahmud Abbas eredita - probabilmente per lungo tempo - innumerevoli punti interrogativi. Ai tempi di Arafat, bastava spesso la sola presenza del rais a dare le risposte, dato che i suoi atti esprimevano, più o meno, un consenso nazionale. Ma quella stessa incertezza e ambiguità che un tempo favorivano l'unità dei palestinesi, oggi la danneggiano.
Perché oggi serve chiarezza.
L'elenco delle domande è lungo. La lotta armata è compatibile con i negoziati? È un complemento indispensabile, o è antitetica alle trattative? Tra coloro che respingono la violenza non c'è consenso sui possibili mezzi alternativi di resistenza attiva. Gli accordi di Oslo, firmati nel settembre 1993, hanno deluso; ma in assenza di prospettive per una soluzione permanente, sta ai palestinesi devono decidere se un accordo ad interim sia meglio di niente. Le domande sono le stesse per quanto riguarda uno stato dai confini provvisori: per alcuni è una tappa necessaria alla rilegittimazione del movimento nazionale, mentre altri lo vedono come l'anticamera del suo annientamento. Dopo la morte di Arafat, il dibattito sulla creazione di istituzioni semi-statali ha contribuito a riaccendere i contrasti sui rispettivi ruoli dell'Autorità palestinese e dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), e quindi sulla rappresentanza politica della diaspora. Non c'è accordo neppure sull'opportunità di un intervento internazionale, che per gli uni potrebbe riequilibrare i rapporti di forza con Israele, mentre per altri rischia di pregiudicare l'indipendenza palestinese e di accrescere le pressioni contro la resistenza armata. La capacità di trovare posizioni consensuali a fronte di questi interrogativi è diventata ormai una questione di sopravvivenza. L' unità è la condizione indispensabile per poter dare una risposta coerente alle mosse israeliane, e soprattutto per sviluppare una strategia pianificata. Il nuovo periodo si apre, evidentemente, nel segno di un nuovo unilateralismo israeliano. Per i palestinesi è un'occasione per affrontare questa problematica e cercare le risposte attraverso un ampio dibattito, sia all'interno di al Fatah che tra al Fatah, Hamas e altre formazioni politiche, oltre che in seno alla società civile, ai sindacati e alle università. Ovviamente, nulla di tutto questo sarà d'aiuto a Mahmud Abbas, prigioniero di una situazione che gli è fondamentalmente sfavorevole. Per carattere e temperamento politico è l'uomo del negoziato, del processo diplomatico per un accordo di pace finale. L'unilateralismo vanifica il suo principale punto di forza: la capacità di convincere, di ottenere concessioni dai suoi interlocutori. In un momento più opportuno e in circostanze diverse, Mahmud Abbas sarebbe probabilmente in grado di arrivare a quel compromesso storico con Israele che ha perseguito prima di altri, e per il quale continua a lottare.
Se questo non sarà possibile, dovrà assistere impotente alle iniziative israeliane, senza poter rivendicare meriti di sorta, né attivarsi per impedire atti ostili. In caso di scontri tra gli israeliani e Hamas, la Jihad islamica o le Brigate dei martiri di al Aqsa, è relegato al rango di spettatore, non potendo far altro che disapprovare gli uni e condannare gli altri. La sua eccezionale visione strategica non gli è di nessun aiuto, dato che è costretto a tenere lo sguardo fisso sul quotidiano - sull'ultima crisi a Gaza o sui più recenti sussulti all'interno di al Fatah. Avrebbe sicuramente meritato una sorte diversa.


note:

* Rispettivamente: esperto dei problemi israelo-palestinesi, Senior Associate al St. Anthony's College (Oxford); ex consigliere del presidente William Clinton, direttore del programma per il Medioriente e il Nordafrica all'International Crisis Group (Bruxelles).

(1) Leggere «Abou Mazen, le dernier Palestinien», Le Monde diplomatique, febbraio 2005.

(2) Iniziativa definita e sostenuta dal Quartetto (Stati uniti d'America, Unione europea, Federazione di Russia, Organizzazione delle Nazioni unite, ratificata dalla risoluzione 1515 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite il 19 novembre 2003, che prevedeva, com'è noto, la creazione di uno Stato palestinese nel ... 2005. Leggere il testo integrale: http://www.un.org/french/newscentre/infocus/middle_east/roadmapF2003.pdf.

(3) Willy Jackson «Cisgiordania, distruggere quel muro illegale», Le Monde diplomatique/il manifesto, novembre 2004.
(Traduzione di E. H.)


il manifesto 21 marzo 2006

Kadima alla prova delle alleanze


Israele, il partito del premier Olmert dato in flessione nei sondaggi studia le alleanze possibili dopo il voto di martedì. E per una maggioranza solida ci sarà bisogno degli ultra nazionalisti e degli ortodossi

MICHELE GIORGIO
GERUSALEMME


A tre giorni dall'apertura delle urne in Israele i giochi appaiono fatti. Kadima, il partito del premier ad interim Ehud Olmert, forte del suo piano di «disimpegno » unilaterale dai palestinesi, ovvero di annessione ad Israele di ampie porzioni di Cisgiordania di costituzione di cantoni palestinesi, continua a riscuotere ampi consensi tra gli israeliani. Nonostante il calo subìto in queste ultime settimane, il suo vantaggio rimane ampio sui laburisti di Amir Peretz e il Likud di Benyamin Netanyahu. Secondo i sondaggi pubblicati ieri dai due principali quotidiani Maariv e Yediot Ahronot, Kadima riceverà 37 seggi (su un totale di 120) mentre i laburisti il Likud non andranno oltre rispettivamente 20-21 e 14-15 seggi. Il dato significativo è che la lieve emorragia di voti che ha leggermente ridimensionato Kadima non è andata ad accresce i consensi per gli altri due partiti principali, ma invece sarebbe appannaggio dei partiti ultranazionalisti religiosi ortodossi. In modo particolare Israel Beitenu (destra russofona) di Avigdor Leiberman che vuole ridisegnare radicalmente confini di Israele nella zona adiacente al nord della Cisgiordania, in modo lasciare al di là del muro di separazione circa mezzo milione di palestinesi con cittadinanza israeliana che vivono in quell'area (tutti gli altri, invece, dovrebbero giurare fedeltà piena a Israele perderanno i diritti politici). In recupero appare anche lo Shas (ortodossi sefarditi) grazie agli ammonimenti del suo leader spirituale, il rabbino Ovadia Yossef, secondo il quale chi voterà per le liste laiche andrà all'inferno mentre il paradiso è garantito a coloro che 28 marzo sceglieranno il suo partito. Così giunti quasi al termine di una campagna elettorale fiacca, senza spunti di rilievo, ed ormai deciso il risultato del voto, l'incertezza riguarda solo le alleanze di governo che Olmert proverà a stabilire dopo il voto, sulla base del suo piano unilaterale per la Cisgiordania. Davanti a sé il futuro premier ha la possibilità di un patto col partito laburista di Amir Peretz - che non a caso continua a rimanere ambiguo sul piano di «separazione » dai palestinesi - ma dovrà necessariamente cercare altri alleati se vuole costituire una maggioranza solida. Olmert, secondo gli analisti israeliani, punterebbe ad una maggioranza di almeno 70 seggi per essere sicuro di portare avanti senza intoppi il suo programma e potrebbe rivolgersi anche a Lieberman. Quest'ultimo, astutamente, da un lato condanna la possibile evacuazione di alcune colonie ebraiche dalla Cisgiordania come propone Olmert, ma dall'altro non esclude una sua partecipazione al futuro governo. In sostanza se il futuro premier accettasse l'idea dell'espulsione di mezzo milione di arabi, Israel Beitenu potrebbe garantire sostegno pieno ad un ritiro parziale di soldati e coloni israeliani dalla Cisgiordania. Lieberman peraltro non ha aderito al «blocco delle destre », proposto da Netanyahu per tentare di far naufragare i progetti di Olmert. Peretz che da tempo sa - dichiarazioni elettorali a parte - che non sarà lui a formare il prossimo governo, ora si sta concentrando su quali ministeri chiedere nei negoziati con Kadima. Il Labour pretenderà le Finanze - in modo da metter fine alla politica liberista di questi ultimi anni e privilegiare poveri e disoccupati - ma anche i ministeri dell'Industria, del Lavoro, della Giustizia e l'Agricoltura. Kadima in ogni caso non rinuncerà in alcun caso al ministero degli Esteri e Olmert ha già annunciato che a guidarlo sarà ancora Tzipi Livni. Le aspirazioni di Peretz si scontrano tuttavia con le pressioni dell'ex leader laburista Shimon Peres, ora «numero due» di Kadima, tenacemente contrario all'idea che ad occupare un ministero tanto importante come quello delle Finanze sia proprio colui che lo ha sconfitto alle primarie laburiste dello scorso autunno.


il manifesto 21 marzo 2006

IL LIKUD DEI NEO-CON

Lo strano caso del dottor Benjamin Netanyahu


PAOLO DI MOTOLI


Nonostante i sondaggi in Israele diano il Likud tra i 17 e i 23 seggi (pubblicati di recente dal giornale Makor Rishon), la probabilità di vedere un ritorno in grande stile di Benjamin Netanyahu non è sottovalutata. Secondo l'opinionista di Haaretz e del Forward Bradley Burston, come già avvenne nel 1996 non è escluso che Hamas, dopo aver eletto il suo candidato elegga anche quello di Israele. Nel 1996 Netanyahu arrivò al potere sull'onda dell'insicurezza creata dalla miriade di attentati suicidi di Hamas nelle strade e negli autobus di Israele. Non a caso gli slogan elettorali del Likud puntano sulla rabbia e la paura nei confronti degli integralisti palestinesi ora al governo. Nello slogan televisivo del partito di Netanyahu «Forti contro Hamas» la parola Likud è più piccola della parola Hamas. Il consenso perso da Netanyahu tra i lavoratori con le sue politiche liberiste da ministro delle finanze potrebbe essere recuperato con l'insistenza sulle questioni della sicurezza. Netanyahu è un uomo che ha costruito la sua carriera e le sue preziose relazioni internazionali proprio come esperto di terrorismo. Dopo aver studiato Business Administration negli Stati uniti e aver servito l'esercito israeliano nelle unità di élite, venne nominato ambasciatore israeliano alle Nazioni unite (1984-1988). Negli Usa venne frequentemente invitato in trasmissioni televisive riguardanti le questioni legate al terrorismo esponendo la versione dei fatti del Likud. La famiglia Netanyahu costituì un Istituto dedicato alla memoria di Jonathan fratello di Benyamin, caduto nel 1976 durante l'operazione di recupero ostaggi a Entebbe. L'obiettivo dell'istituto era quello di mobilitare governi e opinione pubblica in occidente per muovere guerra al terrorismo e agli stati che lo appoggiavano. Un piccolo volumetto, curato da Netanyahu, intitolato «Terrorismo. Come l'occidente può sconfiggerlo», tradotto in Italia da Mondadori, impressionò fortemente il Presidente Reagan e pare ispirò l'attacco alla Libia del 1986. Netanyahu è anche autore del testo «Fighting terrorism», una sorta di manuale in cui dimostra una certa conoscenza di fatti e situazioni locali, al punto che in Italia si sofferma sulla figura di Pietro Secchia, sulla «Volante rossa» e su Giangiacomo Feltrinelli. Il Jonathan Institute organizzò alcune conferenze internazionali sul terrorismo, la prima si tenne nel luglio del 1979 a Gerusalemme e vi parteciparono giornalisti, studiosi e governanti provenienti da una dozzina di nazioni, la seconda si tenne a Washington nel giugno del 1984 e, dalle sue conclusioni, Netanyahu trasse il materiale per il suo volume sul terrorismo. Se si guardano i nomi di coloro che intervennero alla conferenza si notano esponenti neoconservatori americani come Charles Krauthammer, Jeane Kirkpatrick, Michael Ledeen, Daniel Patrick Moynihan, Midge Decter, Walter Berns e altri. I neoconservatori già presenti nell'amministrazione Reagan e poi nella prima amministrazione di George W. Bush hanno sostenuto le politiche più intransigenti di Israele nei confronti del mondo arabo. I coniugi neoconservatori David e Meyrav Wurmser assieme a Richard Perle e Douglas Feith avevano preparato nel 1996 un dossier per il neo primo ministro Netanyahu, che auspicava la rottura del processo di pace e l'invasione dell'Iraq come primo passo verso la trasformazione del Medio Oriente. Anche in economia il report chiedeva un taglio con il passato laburista e statalista che indeboliva la nazione portandola alla paralisi strategica. Il famoso Pnac (Project for the New American Century) fondato da Robert Kagan e William Kristol costituito nel 1997 preparò un piano per cambiare il Medioriente che prevedeva, l'invasione dell'Iraq, il sostegno a una repressione israeliana nei territori, il bombardamento delle basi Hezbollah nel sud del Libano e campagne militari contro Siria e Iran. Il Pnac fu il fattore chiave per l'alleanza tra neoconservatori, destra cristiana e destra repubblicana di Donald Rumsfeld e Dick Cheney che contribuì alla prima elezione di George Bush. Il sostegno di Rupert Murdoch si aggiungeva a quello di Conrad Black proprietario di National Interest e del quotidiano israeliano Jerusalem Post. Quando il 19 Gennaio del 1998 il primo ministro Netanyahu arrivò a Washington per un incontro con il presidente americano Clinton sulle difficoltà del processo di pace in Medio oriente simbolicamente incontrò prima 1000 esponenti della destra cristiana guidati da Jerry Falwell che lo salutò come «il Ronald Reagan di Israele». Netanyahu si poneva in continuità con la visione del Likud che oltre al governo degli Stati uniti riteneva importante coltivare buone relazioni con la Christian Right per la sua influenza politica e il suo sostegno finanziario. La galassia delle organizzazioni della Christian Right in maggioranza sostiene il Likud e le organizzazioni ad esso affiliate negli Stati uniti specie per quanto concerne alcune questioni come Gerusalemme unita sotto la sovranità israeliana, assistenza militare ed economica allo stato d'Israele e l'espansione delle infrastrutture e degli insediamenti ebraici nei territori occupati. Netanyahu, come avvenuto in America con Bush, potrebbe mettere insieme degnamente le due destre israeliane: quella religiosa e fondamentalista e quella neoconservatrice, liberale in economia e «iperattivista » in politica estera. Il neoconservatorismo si è radicato anche in Israele grazie a uomini vicini a Netanyahu. La fondazione Shalem Center è il perno di questa operazione e ha curato la traduzione dei classici del conservatorismo e del liberismo come Friedrich Von Hayek e Milton Friedman oltre che gli articoli del famoso Irving Kristol. La rivista dello Shalem Center, che si può considerare l'organo dei neoconservatori israeliani, si chiama Azure ed è stata fondata nel 1996 l'anno della vittoria di Netanyahu alle elezioni.

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