FISICA/MENTE

 

Antonio Pagliarone interviene in relazione a due articoli di Enzo Modugno pubblicati in questo sito. Mi auguro che il dibattito, a mio giudizio di grande interesse, prosegua.

R.R.


 

Forzature keynesiane

di Antonio Pagliarone

 

Con l’articolo su Il Manifesto del 4 Novembre 05 “La discesa di Keynes negli atelier della guerra globale” Enzo Modugno ci propone ancora sulle pagine di questo giornale una tesi assai fantasiosa e povera di evidenze empiriche nota come “keynesismo militare”, ed alla quale avevamo già risposto nell’articolo “Come i morti anche le mode ogni tanto ritornanoriportato su www.countdownnet.info. Riprendendo numerosi contributi, anch’ essi assai discutibili per la povertà di dati empirici, Modugno sposa la tesi della “guerra continua” che gli Stati Uniti avrebbero portato avanti, a partire dal II Conflitto Mondiale, come fattore indispendabile per sostenere l’economia o meglio per regolarla secondo i canoni del keynesismo classico. Risparmio ai lettori una dissertazione che tenderebbe a dimostrare il grande imbroglio dell’ideologia keynesiana classica che tanta influenza ha avuto sul marxismo a partire dagli anni sessanta, intendo invece dimostrare, dati alla mano, quanto sia infondata tale impalcatura neokeynesiana.

Innanzitutto occorre precisare che negli USA il tasso d’indebitamento del settore pubblico rispetto al PIL nominale è diminuito a partire dalla fine degli anni ’90 (dal 50% a poco più del 35%, mentre il tasso di indebitamento privato, sempre rispetto al PIL, ha raggiunto i massimi storici superando il valore del 300% nel 2002, e questo dato sarebbe già sufficiente a contrastare una sorta di classica politica da deficit pubblico del cosiddetto keynesismo classico. Ma passiamo direttamente alle spese militari.

Di seguito riporto il grafico relativo alle spese per la difesa in rapporto al PIL USA a partire dal 1929 fino al 2001.


 

Il grafico mostra che dopo il picco delle spese militari in rapporto al PIL durante la II Guerra Mondiale vi è una ripresa (fino al 15%) durante la Guerra di Corea, in seguito la tendenza è declinante anche durante la guerra del Vietnam. Dalla fine degli anni ‘60 le spese militari diminuiscono del 67%, con una debole ripresa durante il periodo reaganiano dei primi anni ’80, ma dal 1984 si sono dimezzate. Nel 2003-2004 le spese militari USA ammontano a 348.500 milioni di dollari corrispondenti al 3,3% del PIL (dati ISS e Dipartimento di Stato). Allo stesso tempo assistiamo ad un massiccio ridimensionamento dell’occupazione civile e militare nel Complesso Militare Industriale USA, che perdura sin dall’amministrazione Clinton, causato dalle continue privatizzazioni ed utilizzo di contractors in tutti i relativi settori.  

Interessante è di conseguenza osservare l’andamento della produzione industriale negli Stati Uniti nei primi anni del nuovo millennio; si è passati da un tasso di crescita (rispetto all’anno precedente) del 5,5% nel 2000 a -0,4% nel 2001 e -1% nel 2003 e la situazione non è rosea nell’ultimo anno. Le cause di questo declino sono da imputare, come numerosissimi studi rilevano, al continuo prevalere, sin dagli anni ‘80, nelle imprese americane delle attività finanziarie su quelle produttive.

Strani fondamentali per un paese che ha sempre cercato di utilizzare i conflitti bellici per rivitalizzare l’economia. Infatti se osserviamo l’andamento del PIL americano dal 1869 al 2002 osserviamo che, oltre al continuo declino di lungo periodo, le oscillazioni non hanno alcuna correlazione (a parte qualche casualità) con i supposti incrementi delle spese militari. Resta comunque un mistero l’ipotesi di Joxe riportata da Modugno secondo la quale il totale delle spese militari USA avrebbero un effetto moltiplicatore di 2,5 assicurando un quinto del PIL. Per confermare tale andamento generale nei paesi OCSE possiamo riportare l’andamento delle spese militari ed il rapporto di queste al PIL per la Gran Bretagna.

 

 

Anche in questo caso, poiché i valori assoluti riportati da Modugno non vogliono dire nulla, si nota un andamento oscillante a partire dal dopoguerra con una ripresa nel periodo tatcheriano,  tuttavia anche per il Regno Unito il progressivo declino delle spese militari rispetto al PIL è evidente, a parte il debole incremento, come effetto 11 settembre, riscontrabile anche nel grafico per gli USA. Nel 2002 le spese destinate alla difesa ammontano a 37.300 milioni di dollari pari al 2,4% del PIL inglese. Per lo stesso anno potremmo aggiungere, per coloro che amano porre l’asse franco-tedesco in antitesi allo strapotere degli USA, che l’ammontare delle spese militari sul PIL della Germania è dell’1,5% (33.300 milioni di $) e quello della Francia del 2,5% (40.200 milioni di $), mentre il grande orso russo, con 50.800 milioni di $, sale al 4,8% (ricordiamoci però la condizione devastante in cui si trova il complesso militare industriale russo dopo il crollo del regime sovietico) e se vogliamo introdurre anche i dati per il nostro beneamato paese siamo ad un modesto 1,9% del PIL.

I dati riportati dal Dipartimento della Difesa (confrontabili con quelli del SIPRI) invece evidenziano valori interessanti del rapporto spese militari/ PIL per numerosi paesi emergenti e del terzo mondo che non hanno certo subito gli incrementi di crescita economica conseguenti alla tesi fantasiosa riportata da Modugno. Possiamo citare il dato della Repubblica Democratica del Congo del 21,7%, chissà che tasso di crescita faraonico sta vivendo questo paese, e non sottovalutiamo il 25% della “ricchissima” Corea del Nord  che dovrebbe garantire un futuro di sviluppo mai visto. Ma non sono i soli. Ad esempio il 12% dell’Arabia Saudita, il 10,7% del Kuwait, il 10,6% del Qatar ed il 13,4% del sultanato dell’Oman dimostrerebbero più un fiorente mercato per le bande che vendono armi e per i contractors militari piuttosto che il presupposto per uno sviluppo economico di tipo keynesiano. Israele sta al passo con il suo 9,7%, ma il rapporto spese militari/PIL dopo aver raggiunto il picco di massima nel 1974 (quasi il 33%) ha continuato a declinare sino al periodo attuale in cui il paese sta vivendo comunque una delle crisi economiche più gravi. Attenzione al 4,1% della Cina che rende ridicola la tesi di un pericoloso armamento del “gigante” asiatico (dedicato agli amanti della geopolitica). E per concludere con il 4,6% del temutissimo Iran che dovrebbe essere secondo argutissimi osservatori la prossima preda del cosiddetto Impero.

Per concludere, qualche considerazione sulla guerra di rapina cui accenna Modugno nel suo articolo. Un semplice calcolo fatto da Cyrus Bina sul possibile sfruttamento del petrolio iracheno ci dimostra che - una volta risanati i pozzi obsoleti sia per la vecchia tecnologia di estrazione sia per le devastazioni provocate dalla guerra e dopo aver effettuato nuove ricerche nel territorio per sfruttare nuovi giacimenti - si realizzerebbe nei prossimi 60 anni un guadagno poco superiore ai 110 miliardi di dollari (vedi “La distruzione creativa” di Antonio Pagliarone, in www.countdownnet.info). Per cui  valeva la pena imbarcarsi in una avventura di questo genere?

Occorre infine svolgere una semplice quanto determinante constatazione. In linea teorica lo stesso impulso reale o presunto keynesiano sull’economia in una fase di crisi avrebbe avuto luogo, come sappiamo, se la  spesa pubblica, in qualunque modo finanziata, fosse stata indirizzata alla costruzione di scuole, biblioteche e ospedali. Perché invece, secondo Modugno e gli autori citati, avrebbe preso il percorso del cosiddetto “keynesismo militare”? Ora, come non è in corso il secondo così non è in corso neppure una crescita della prima in rapporto alla PIL sia negli Stati Uniti che in Europa.

Se si è assistito in questi ultimi anni ad un crescita modestissima in assoluto delle spese militari  negli USA essa va semplicemente spiegata alla luce “di chi si è impadronito” della Casa Bianca e delle convenienze politiche, più in generale, che la fantomatica guerra al terrorismo produce in un contesto di stagnazione prolungata.

Un'altra constatazione determinante che è d’uopo ricordare riguarda il fatto che l'economia di guerra avutasi con la seconda guerra mondiale si è accompagnata ovunque e negli Stati Uniti per quanto ci riguarda ad un arresto degli investimenti, ad un periodo di pura riproduzione semplice del capitale, il boom di investimenti è solo successivo al periodo bellico e richiede un’altra spiegazione.

Forse il “keynesismo militare” di cui si ciancia è il corollario di una certa prospettiva ideologica nel considerare gli eventi politico-militari odierni. Fa comodo vedere i governi come in grado di “compiere scelte” ed elaborare strategie politiche, economiche e militari, così da confinare l' ”opposizione” a tutto ciò ad una semplice dimensione politico-intellettuale.

 

Torna alla pagina principale