FISICA/MENTE

 

LE MONDE diplomatique - Aprile 2005

PRIGIONIERI SENZA FRONTIERE
Gli Stati uniti inventano il decentramento della tortura


Tutti si compiacciono che si decida di mettere sotto accusa i responsabili del colpo di stato del 1973 in Cile o o che si dia inizio ai lavori dell'Istanza di giustizia e riconciliazione che raccoglie testimonianze sugli «anni di piombo» in Marocco (leggere da pag. 7 a pag. 9). Tuttavia, malgrado queste tardive rivelazioni, si continua a torturare nel mondo. E l'11 settembre è stato il pretesto per mettere in discussione lo stato di diritto in Occidente. Mentre l'esercito americano riconosce finalmente la morte di una trentina di prigionieri affidati alla sua custodia in Afghanistan e in Iraq, la Cia moltiplica le operazioni di «subappalto», inviando i detenuti nelle galere del Maghreb o del Medio oriente, dove la tortura è merce corrente.

Stephen Grey


Ecco una strana storia, che racconta di un aereo privato che si serve della Germania come base, di un rapimento nel bel mezzo di una strada di un paese europeo, di torture peggiori di quelle di Guantanamo e di Abu Ghraib, e che ha per attori un avvocato, delle spie e un presunto terrorista. Una storia vera. E, se ha potuto verificarsi, è perché «i diritti umani sono un concetto molto elastico», come ci spiega un ex agente della Central Intelligence Agency americana (Cia).
La storia ha inizio nel pomeriggio del 18 dicembre 2001, poco dopo gli attentati dell'11 settembre, mentre Kjell Jönsson, un avvocato svedese specializzato in immigrazione, parla al telefono con uno dei suoi clienti, Mohamed Al-Zery, un egiziano che ha fatto richiesta di asilo. «D'un tratto ho sentito una voce che intimava ad Al-Zery di porre fine alla conversazione telefonica, ricorda l'avvocato Kjell Jönsson. La polizia svedese lo stava arrestando». Eppure l'avvocato aveva ottenuto dal governo svedese la promessa che non sarebbero state prese decisioni frettolose e che la richiesta, volta ad ottenere la condizione di rifugiato politico, sarebbe stata esaminata con serietà, dato che Mohamed Al-Zery rischiava la tortura, se fosse tornato al Cairo. In trent'anni di carriera, l'avvocato Kjell Jönsson non ha mai assistito ad un'espulsione così rapida.
Cinque ore dopo il suo arresto, Mohamed Al-Zery lasciava l'aeroporto Brömma di Stoccolma in compagnia di un altro egiziano, Ahmed Agiza, anch'egli arrestato. Tutta l'operazione - che è stata rivelata solo due anni dopo - si è svolta nel più grande segreto, grazie alla presenza, sulle piste di decollo di Brömma, di un aereo e di una squadra di agenti americani.
Questi ultimi hanno interrogato i due sospetti, li hanno ammanettati, rivestiti con una tuta arancione e sospinti sull'aereo, dopo avergli fatto bere una specie di droga. Chi erano questi agenti americani?
«Indossavano dei passamontagna neri, ma non avevano l'uniforme, erano in jeans - ha dichiarato l'avvocato Kjell Jönsson. La polizia svedese incaricata della sicurezza ha detto che erano molto professionali».
L'operazione è durata meno di dieci minuti. «È evidente che non erano alla loro prima missione», ha precisato l'avvocato.
Per mesi, non è filtrato niente né sull'episodio specifico, né sull'identità degli agenti americani incappucciati. Ma, moltiplicandosi i segnali di tensione in Svezia, il parlamento ha aperto un'inchiesta e i documenti pubblicati confermano l'episodio dell'aeroporto e svelano l'identità degli agenti. In uno dei rapporti, Arne Andersson, che ha diretto l'operazione come membro dei servizi di sicurezza, ammette che quella notte non era riuscito ad ottenere un aereo: «Alla fine abbiamo accettato l'offerta dei nostri amici americani, cioè dei nostri omologhi della Cia, il che ci ha permesso di disporre di un aereo autorizzato a sorvolare direttamente tutta l'Europa e in grado di farsi carico dell'espulsione in modo molto rapido».
Il governo svedese, che ha dato il suo consenso al trasferimento dei due prigionieri in Egitto, afferma di avere ottenuto la garanzia diplomatica che i due uomini non sarebbero stati sottoposti a sevizie e che avrebbero potuto ricevere visite regolari di diplomatici del consolato svedese al Cairo. Ma la Svezia si è ben guardata dal fare conoscere i maltrattamenti denunciati dai prigionieri. Al contrario, le autorità hanno dichiarato al Parlamento e a un comitato delle Nazioni unite che i prigionieri non avevano mai formulato tali accuse.
In realtà, non appena avevano potuto ricevere una visita in prigione, i due uomini avevano dichiarato di essere stati brutalmente torturati.
Secondo l'avvocato Kjell Jönsson, «Al-Zery è stato torturato. È stato rinchiuso in una cellula minuscola e gelida, è stato bastonato. Le torture più gravi sono state praticate con l'elettricità, con elettrodi messi a più riprese in tutte le zone sensibili del corpo, sotto la sorveglianza di un medico».
In seguito, Mohamed Al-Zery è stato liberato e non gli è stata contestata alcuna imputazione. Ma non ha il diritto di lasciare l'Egitto, né di parlare pubblicamente del suo soggiorno in carcere. Ahmed Agiza è ancora in prigione. Interrogata al Cairo, sua madre, Hamida Shalibai, che lo ha visitato più volte in galera, ci ha raccontato: «Quando è arrivato in Egitto, lo hanno portato, incappucciato e ammanettato, nel sottosuolo di un edificio. Qui sono cominciati interrogatori e sevizie. Se non ottenevano risposta alla loro domanda, lo sottoponevano a scosse elettriche e lo picchiavano. (...) Durante il primo mese d'interrogatori, era completamente nudo. È quasi morto di freddo».
La pratica della restituzione La conferma del coinvolgimento degli agenti americani nella vicenda svedese, così come nelle torture successive, ha fornito le prime prove concrete di quanto si sospettava dall'11 settembre: gli Stati uniti sono coinvolti nell'organizzazione di un traffico mondiale di detenuti. Le inchieste, sia ufficiali che giornalistiche, fatte un po' in tutto il mondo, dimostrano che gli Stati uniti organizzano sistematicamente la deportazione di militanti islamici nei paesi del Maghreb e del Medio oriente, dove i prigionieri corrono il rischio di subire quel genere di interrogatori violenti che gli agenti americani non sono autorizzati a praticare in prima persona. Alcuni definiscono questo sistema una «tortura per procura».
I trasferimenti di presunti terroristi rapiti dagli americani non avvengono solo in zone di conflitto come l'Afghanistan e l'Iraq, ma in tutto il mondo, Bosnia, Croazia, Macedonia, Albania, Libia, Sudan, Kenya, Zambia, come pure Pakistan, Indonesia e Malesia. Il termine impiegato ufficialmente dalla Cia per indicare queste operazioni è «restituzione straordinaria» e nessun responsabile americano in carica oserà affrontare questo argomento in pubblico. In compenso, un ex responsabile di alto livello della Cia, Michael Scheuer, che ha diretto alla fine degli anni '90 l'unità incaricata di braccare Osama bin Laden e che ha lasciato l'agenzia solo nel novembre 2004, ne ha fornito una dettagliata spiegazione in un'intervista alla Bbc (1), confermando che quanto è successo in Svezia è parte di un sistema molto più vasto.
A suo dire, «la pratica di intercettare delle persone e trasferirle in paesi terzi è stata messa a punto perché l'esecutivo ha assegnato [alla Cia] il compito di disorganizzare e smantellare le cellule terroristiche e di arrestarne i membri. Quando la Cia ha chiesto dove mettere questi terroristi, le è stato risposto: è compito vostro.
Così, abbiamo messo a punto un sistema per aiutare i paesi che ricercano persone imputate o condannate: fermiamo queste persone all'estero e le riportiamo nel paese dove sono inquisite».
Avvocato presso il Centro per i diritti costituzionali (Center for Constitutional Rights), Barbara Olshansky è tra coloro che indagano sul sistema della «restituzione straordinaria», studiando sia i casi particolari che i fondamenti giuridici del sistema. Gli Stati uniti, spiega, non utilizzano solo paesi terzi per interrogare i prigionieri, ma anche centri di detenzione off-shore, posti sotto il controllo della Cia. Secondo l'avvocato, da più di un secolo gli Stati uniti intercettano fuggitivi fuori dalla loro giurisdizione e li rimpatriano sul suolo americano per consegnarli alla giustizia. L'ex presidente panamense, Manuel Antonio Noriega, ne è un caso esemplare (2). In quella circostanza, però, si trattava di «restituzione» ordinaria.
La nozione di «restituzione straordinaria», secondo la quale il prigioniero non è arrestato per essere rimandato negli Stati uniti, ma per essere trasferito altrove, è invece comparsa da quando la Cia è impegnata nella lotta contro al Quaeda, e soprattutto dopo l'11 settembre.
«L'origine della pratica della restituzione risale agli anni 1880 - spiega Olshansky. Gli Stati uniti ricorrevano a qualunque mezzo per riprendere un individuo che dovesse essere giudicato da un tribunale americano. L'importante era portare in aula questa persona. Oggi, l'idea è completamente snaturata. Restituzione straordinaria vuol dire che gli Stati uniti arrestano delle persone e le inviano in certi paesi per farle interrogare sotto tortura (...). Senza che sia previsto alcun intervento giudiziario.» Fatto singolare: la Cia e altri servizi americani hanno spesso utilizzato aerei privati per trasferire i rapiti sospettati. Abbiamo ottenuto i giornali di bordo di uno degli aerei, un Gulfstream-V privato a lunga percorrenza, che sembra trovarsi al centro di questi traffici.
Dal 2001, l'aereo ha girato il mondo per raggiungere più di 49 destinazioni, situate fuori dal territorio americano. Si è recato molte volte in Giordania, Egitto, Arabia saudita, Marocco e Uzbekistan - tutti paesi in cui gli Stati uniti hanno trasferito dei sospetti per farli imprigionare.
L'aereo, di colore bianco, fino a poco tempo fa aveva, quale unica scritta, il suo numero d'immatricolazione come aereo civile: N379P.
Il suo impiego è provato dal fatto che, nel dicembre 2001, è stato utilizzato per espellere i due egiziani dalla Svezia. In precedenza, nell'ottobre 2001, l'aereo era stato notato anche a Karachi, in Pakistan, da alcuni testimoni che avevano visto un gruppo di uomini mascherati imbarcare un presunto terrorista a bordo di un aereo con destinazione Giordania.
Secondo Robert Baer, ex ufficiale segreto della Cia che ha preso visione dei giornali di bordo, il Gulfstream è certamente implicato in operazioni di «restituzione». L'ufficiale, che ha lavorato per la Cia in Medio oriente per ventuno anni, fino alla metà degli anni '90 quando ha lasciato l'agenzia, ha spiegato che questo tipo di aereo civile è utile all'organizzazione, perché non presenta simboli militari. «Si possono far volare questi aggeggi tramite società di comodo. Si assemblano e poi, se vengono individuati, si smontano, magari in una sola notte. Se necessario, si cambia aereo. È una pratica molto comune».
Baer sostiene che ogni paese presenta una sua specificità: «Se si manda un detenuto in Giordania, l'interrogatorio sarà fatto meglio.
Se lo si manda in Egitto, ad esempio, probabilmente non lo si rivedrà più. La stessa cosa vale per la Siria». Paesi come la Siria sono visti come nemici degli Stati uniti, ma rimangono alleati nella guerra segreta contro i militanti islamici. «In Medio oriente vige una regola molto semplice: il nemico del mio nemico è mio amico, è così che funziona. Tutti questi paesi soffrono in un modo o nell'altro a causa dell'integralismo islamico, dell'islam militante», afferma Baer.
Per anni, i siriani hanno proposto agli americani di lavorare con loro contro i fondamentalisti islamici. «Fino all'11 settembre queste richieste sono state respinte. Generalmente evitavamo sia gli egiziani che i siriani per la loro brutalità». L'ex responsabile della Cia ritiene che l'agenzia faccia ricorso alle «restituzioni» da anni.
Ma che, dopo gli attentati al World Trade Center, le abbia rese sistematiche e le pratichi su vasta scala. Secondo Baer, centinaia di persone sarebbero state rapite e inviate dagli Stati uniti nelle prigioni del Medio oriente - molte più che a Guantanamo. «L'11 settembre è stato il pretesto per fare scempio della Convenzione di Ginevra - afferma. Questa data ha segnato la fine del primato del diritto, così come lo avevamo conosciuto in Occidente».
Per alcuni dei suoi difensori in seno al governo americano, la «restituzione» mira unicamente a sradicare il terrorismo. Una volta che il presunto terrorista è stato inviato in Egitto, ad esempio, gli Stati uniti si disinteressano di ciò che succede. Ma il caso di un sospettato australiano, Mamdouh Habib, dimostra che queste «restituzioni» servono anche a raccogliere informazioni - per mezzo di sevizie che gli agenti americani ufficialmente non possono utilizzare. L'uomo, ex gestore di un caffè di Sydney, in Australia, è stato arrestato un mese dopo l'11 settembre, in Pakistan, vicino alla frontiera afgana. Malgrado fosse cittadino australiano, Mamdouh Habib è stato rapidamente consegnato ad agenti americani che lo hanno trasferito al Cairo. È lì, spiega il suo avvocato, il professor Joe Margulies, del MacArthur Justice Center dell'Università di Chicago, che è stato torturato in modo continuativo per sei mesi.
«Le sevizie erano indicibili - racconta Joe Margulies. Habib veniva picchiato regolarmente. Lo portavano in una stanza, lo ammanettavano e poi riempivano la stanza d'acqua fino al livello del suo mento.
Riuscite a immaginare il terrore che provereste, all'idea di non poter fuggire?» In un'altra occasione è stato appeso a un muro. «I piedi poggiavano su un tamburo attraversato da una sbarra di metallo.
Quando gli aguzzini facevano passare la corrente elettrica nel tamburo, lui subiva una scossa ed era costretto a spostare i piedi, così restava sospeso solo per le mani. La tortura è proseguita fino a che non ha perso conoscenza. Nel corso dell'interrogatorio, Mamdouh Habib ha confessato la sua appartenenza ad al Qaeda e ha firmato tutti i documenti che gli hanno presentato».
Successivamente, Habib è stato riconsegnato, sorvegliato a vista, agli americani, prima in Afghanistan, poi a Guantanamo. Qui, le confessioni che aveva firmato in Egitto sono state utilizzate contro di lui dai tribunali militari. Alla fine, è stato liberato da Guantanamo nel gennaio 2005, e ha potuto tornare in Australia, grazie alle proteste pubbliche contro le sevizie da lui subite, che sono state sostenute, tra gli altri, anche dal suo avvocato. Il governo australiano ha dichiarato che non ci sono capi di accusa a suo carico, benché alcuni agenti dei servizi segreti continuino ad accusarlo di appartenere ad al Quaeda.
La maggior parte dei sospettati, mandati dagli Stati uniti nelle carceri in Medio oriente, non può raccontare quanto è capitato loro, né come sono stati trattati. Ma i fatti riportati da un cittadino canadese, Maher Arar, un tecnico addetto alla telefonia mobile che gli americani hanno fatto incarcerare in una prigione siriana e che oggi è libero di esprimersi, confermano che i prigionieri sono mandati all'estero per esservi interrogati. Nel settembre 2002, mentre cambiava volo all'aeroporto JFK di New York per tornare a casa, a Ottawa, dopo le vacanze in Tunisia, Arar è stato arrestato (3). Nato in Siria, ma cittadino canadese, Arar pensava di rientrare rapidamente a casa.
Dopo dodici giorni di detenzione, si è ritrovato, incatenato, a bordo di un aereo privato. «In quell'aereo arredato con poltrone di cuoio, mi sono chiesto a cosa dovessi un tale trattamento di favore. Che genere di informazioni potevo fornire?».
«Costretti a lavorare col diavolo» Arar racconta di essere stato portato nel quartier generale della polizia segreta siriana, di essere stato messo in una cella appena più grande di una bara, dove è rimasto per più di dieci mesi, e di essere stato torturato: «L'uomo che mi interrogava mi ha chiesto di aprire la mano destra e mi ha colpito selvaggiamente. Il dolore era tale che ho cominciato a piangere e allora mi ha ordinato di aprire la mano sinistra. Ha sbagliato il colpo e ha preso il polso.
Poi mi ha fatto delle domande. Quando pensava che non dicessi la verità, mi colpiva di nuovo. Questo poteva durare una o due ore.
A volte mi lasciavano solo in una stanza, da cui potevo sentire i lamenti di altre persone che venivano torturate».
Dopo quasi un anno di detenzione in Siria, Arar è stato liberato e riportato a Ottawa in aereo. Non gli è stato contestato nessun capo di accusa né dal Canada, né dalla Siria. In Canada, il suo caso ha provocato una levata di scudi a livello politico ed è stata aperta un'inchiesta pubblica. Come molte vittime della tortura moderna, Arar non porta tracce fisiche delle sevizie subite. Le sue cicatrici sono prima di tutto di natura psicologica.
Alex Neve, responsabile di Amnesty International in Canada, si dice convinto, per più di un motivo, che Arar dica la verità sul modo in cui è stato trattato: «Nei miei lunghi anni di lavoro con Amnesty International ho interrogato gente sopravvissuta alla tortura qui in Canada e nei campi di rifugiati, ho parlato con persone appena uscite dal carcere, e ho trovato che la sua esperienza personale corrispondeva a quanto sapevo, a quello che avevo saputo parlando con altre vittime».
Chi è dunque responsabile del sistema detto di «restituzione straordinaria»?
Chi lo appoggia nei centri di potere a Washington? Ci siamo recati a Fall's Church in Virginia, dove vive Michael Scheuer, per saperne di più sui metodi impiegati nella guerra contro il terrorismo e chiedergli perché, quando era a capo dell'unità della Cia incaricata di ritrovare bin Laden, la restituzione era diventata una pratica corrente. Scheuer in genere ama parlar chiaro: ha scritto due opere su al Qaeda - usando la firma di «Anonimo» quando ancora lavorava alla Cia - , di cui l'ultimo uscito si intitola Imperial Hubris («L'orgoglio imperiale»). Ma non si era mai espresso con una tale franchezza su un argomento così delicato.
Ha sottolineato che tutte le operazioni di «restituzione» erano approvate da avvocati. «All'interno della Cia opera un notevole servizio giuridico, mentre una sezione del dipartimento di giustizia è incaricata di dare al lavoro dell'agenzia una base giuridica, inoltre un plotone di avvocati lavora all'interno del Consiglio nazionale di sicurezza.
Tutti questi legali, in un modo o nell'altro, lavorano su queste faccende e convalidano la procedura. L'idea che possa trattarsi di una pratica scellerata inventata da un singolo individuo è semplicemente assurda». Scheuer ricorda che, quando organizzava questo tipo di operazioni, il via libera doveva arrivare dal direttore della Cia o dal vice direttore. «Erano solo ed esclusivamente i numero uno e due della agenzia d'informazione che firmavano».
Ogni volta che eseguiva un'operazione di «restituzione», l'ex agente era convinto che la persona interessata «meritasse di scomparire dalla circolazione». Anche se «è impossibile non commettere errori in un lavoro di spionaggio e informazione. Ma le operazioni non sono mai state condotte in modo superficiale. Si trattava di un lavoro serio come pochi, e se si sbagliava, si sbagliava. I fatti si ritorcevano contro di noi».
Quanto al rischio di sevizie per i sospettati, Scheuer non si emoziona: «Il problema di fondo è questo: far sparire dalla circolazione una persona di cui sei sicuro che sia coinvolta (o pensi possa esserlo), in operazioni in grado di provocare vittime americane, rappresenta un'azione che vale le pena di fare». Anche se la persona rischia di essere torturata? «Non siamo noi a torturarli. E il quadro che è stato fatto della tortura in Egitto e in Arabia saudita ha fortemente subìto l'influenza di Hollywood. È ipocrita preoccuparsi di quello che fanno gli egiziani a individui che sono terroristi e non condannare gli israeliani per quello che fanno a gente che considerano terroristi.
I diritti umani sono un concetto molto flessibile. Tutto dipende dal grado di ipocrisia per cui si opta di giorno in giorno».
Per rendere giustizia a Scheuer, precisiamo che si interroga almeno sulla «restituzione» come tattica a lungo termine. Ritiene che, almeno in parte, l'esistenza dell'estremismo islamico si debba proprio a regimi autoritari come l'Egitto e la Giordania e che, da un punto di vista strategico, il fatto di lavorare a così stretto contatto con tali regimi non abbia gran senso. «L'arresto di un individuo sospetto rappresenta un successo tecnico, ma noi perdiamo sul piano strategico proprio a causa del sostegno che offriamo alle dittature del mondo musulmano».
Tuttavia, aggiunge, cosa possono fare gli Stati uniti di questi detenuti?
I dirigenti politici non vogliono che i terroristi siano riportati sul suolo americano e giudicati da tribunali americani. «Ci sono molte situazioni nel mondo in cui non abbiamo poi tanta possibilità di scelta e, talvolta, siamo costretti a lavorare col diavolo». Fin quando chi deve decidere non si pronuncerà sul modo in cui trattare questi prigionieri nel quadro del sistema giuridico americano, la Cia non ha altra scelta che «fare quello che può con i mezzi a disposizione».
Secondo Scheuer, il numero di «restituzioni» di presunti terroristi sunniti da parte della Cia ammonterebbe a cento. Ma altri, tra i quali Baer, ritengono che la cifra sia in realtà molto più alta.
Pensano che dopo l'11 settembre, il dipartimento della difesa di Donald Rumsfeld abbia iniziato a trasferire prigionieri in tutto il mondo e che l'esercito americano abbia inviato centinaia di detenuti nelle carceri del Medio oriente.
Rapimento americano in Italia Il ministero della difesa e la Cia rifiutano di parlare del sistema di «restituzione». Ma noi abbiamo interrogato Danielle Pletka, vice presidente dell'American Enterprise Institute, un gruppo di ricerca che condivide le idee dell'amministrazione Bush. «Non sono certo una sostenitrice della tortura», ci ha dichiarato, precisando che disapprova il modo in cui Siria o Egitto gestiscono sia le carceri che il loro sistema di sicurezza. Ma «ci sono casi, in tempo di guerra, in cui è necessario fare le cose in modo totalmente inaccettabile per la maggior parte della gente perbene. Non voglio dire che gli Stati uniti si dedichino regolarmente a questo tipo di pratiche, perché non credo affatto che sia un modo di agire sistematico. Detto questo, se a un certo momento è assolutamente necessario trovare qualcosa, bisogna assolutamente trovarla, e non è una cosa che si possa fare al "Club Med"».
Tralasciando per un attimo considerazioni di ordine morale o di efficienza, in che misura queste operazioni sono legali? Pletka ci ha risposto che, non essendo avvocato, non può pronunciarsi su questo punto.
La Convenzione delle Nazioni unite contro la tortura, ratificata dagli Stati uniti e sostenuta dal presidente George W. Bush, prevede che «nessuno stato membro espellerà, rimanderà indietro o estraderà una persona verso un altro stato, dove ci siano seri motivi di credere che rischi di essere sottoposta a tortura». E tutti gli anni, il dipartimento di stato americano condanna le violazioni dei diritti umani e le torture commesse in paesi come l'Egitto, la Siria e l'Arabia saudita. Il rapporto dell'anno scorso sull'Egitto, per esempio, sottolineava che la tortura è «consueta e persistente.» Come può la «restituzione» essere legale? Nessuno ha voluto risponderci, al dipartimento di giustizia. Per il momento, il fondamento giuridico di questa pratica da parte degli Stati uniti è coperto dal segreto di stato. Ma l'atteggiamento evasivo tenuto da Washington a livello ufficiale, potrebbe anche essere dovuto al pericolo crescente di doverne rispondere in tribunale. Oltre al rischio di azioni giudiziarie intentate da tribunali americani, sono state aperte varie inchieste su presunti rapimenti da parte della Cia sul suolo europeo. La Germania funziona come base privilegiata per gli aerei dell'agenzia che effettuano espulsioni nel quadro delle «restituzioni». La consultazione dei giornali di bordo mostra molti scali del Gulfstream e di un Boeing 737, utilizzato per gli stessi scopi, all'aeroporto di Francoforte.
In Germania è stata aperta un'inchiesta giudiziaria sul caso Khaled El-Masri, un cittadino tedesco residente a Ulm, che afferma di essere stato rapito a Skopje, in Macedonia, il 31 dicembre 2003. Tre settimane più tardi, è stato trasferito in aereo in una prigione americana in Afghanistan, dove sarebbe stato picchiato molte volte prima di essere liberato, quattro mesi più tardi, e abbandonato lungo una strada in Albania. In un primo momento, le sue affermazioni sono apparse poco plausibili, ma i giornali di bordo indicano con chiarezza che è stato veramente trasportato da Skopje, il 23 gennaio 2004, a bordo del Boeing 737 della Cia. Questi documenti provano che l'aereo, proveniente da Majorca, ha imbarcato Khaled El-Masri a Kabul via Baghdad. L'episodio rischia di mettere la Cia in una situazione delicata nei confronti dei suoi omologhi tedeschi, che saranno probabilmente costretti a considerare il caso di Khaled El-Masri un rapimento illegale.
Anche in Italia è in corso un'inchiesta giudiziaria per quanto riguarda il rapimento in una strada di Milano, in pieno giorno, di un presunto militante di al Quaeda. Alcuni agenti americani sono sospettati di averlo rapito senza alcun mandato, in un paese che è uno degli alleati europei più vicini agli Stati uniti. Il 16 febbraio 2003, a mezzogiorno, in via Guerzona a Milano, scompare Abu Omar di nazionalità egiziana. L'uomo era appena uscito di casa per recarsi alla moschea, che dista dieci minuti a piedi. Secondo un testimone, è stato arrestato per strada da tre uomini bianchi, che avevano parcheggiato un camioncino sul marciapiede. Abu Omar era sorvegliato dalle autorità italiane, le quali hanno però negato qualsiasi coinvolgimento nell'azione. Si suppone che sia stato rapito da agenti americani, condotto alla base aerea statunitense di Aviano e trasferito in Egitto.
Armando Spataro, il procuratore aggiunto di Milano incaricato dell'inchiesta, rifiuta, in questa fase, di accusare esplicitamente gli americani, ma tratta il caso come un rapimento e afferma di essere certo che Abu Omar si trovi attualmente in Egitto. Una partecipazione americana a questa operazione, ci ha spiegato, «rappresenterebbe una grave violazione del diritto italiano. Un'azione di questo tipo è assolutamente illegale».
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note


(1) Intervista per un programma radiofonico della Bbc (File on 4), 8 febbraio 2005.

(2) «Uomo forte» di Panama, ex agente della Cia legato al narcotraffico, il generale Noriega, arrestato il 3 gennaio 1990, è stato poi estradato in Florida nel corso dell'operazione «Giusta causa», che ha visto gli Stati uniti invadere Panama. Giudicato in condizioni poco chiare, nel luglio 1992 è stato condannato a quarant'anni di carcere.

(3) Si legga Michel Gourd, «Canada: la rapida diffusione dell'arbitrio di polizia», Le Monde diplomatique/il manifesto, febbraio 2005.
(Traduzione di G. P.)


 

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