FISICA/MENTE

 

 

 

LE MONDE diplomatique - Maggio 2005

8 maggio 1945
Il lato oscuro della seconda guerra mondiale


I.R.


L'8 maggio 1945, a cinque anni e otto mesi dallo scoppio del più sanguinoso conflitto che l'umanità abbia mai conosciuto, la Germania nazista capitolava. Era stata preceduta dall'Italia fascista. L'Impero giapponese reggerà per altri tre mesi, finché la folgore atomica si abbatterà su Hiroshima e Nagasaki.
Il 60° anniversario di quest'avvenimento cruciale del XX secolo ha mobilitato i grandi media. Purtroppo però - come già è avvenuto lo scorso anno per le ricorrenze dello sbarco in Normandia e della liberazione di Parigi, e nel gennaio 2005 per quella della liberazione dei prigionieri dai campi di sterminio di Auschwitz - le commemorazioni mediatiche privilegiano il lato emotivo e spettacolare, a discapito delle lezioni che se ne dovrebbero trarre. Ma il peggio è che interi capitoli del secondo conflitto mondiale, giudicati ancora troppo ingombranti da chi vorrebbe l'epurazione delle memorie, rimangono nell'ombra.
Ecco perché, per il suo dossier di maggio (da pag. 11 a pag. 17) Le Monde diplomatique ha scelto di puntare i riflettori su varie pagine dimenticate, se non occultate, della seconda guerra mondiale.
È il caso del ruolo, pure decisivo, dell'Unione sovietica, mortificato a forza di diatribe sul pro e sul contro, tanto che in Francia sono in pochi a contare l'Urss tra i principali artefici della vittoria.
Le guerre, quasi totalmente ignorate, combattute nell'Asia britannica hanno visto convergere per qualche tempo i movimenti di liberazione con l'invasore nipponico, malgrado la sua barbarie.
Altro momento quasi sconosciuto: le manifestazioni delle mogli tedesche di ebrei deportati o arrestati, che nell'inverno 1945 riuscirono a far liberare i loro mariti. Alcuni estratti del libro (inedito in francese) dello storico tedesco Götz Aly gettano una luce nuova sui motivi del consenso di cui ha beneficiato il regime nazista: i saccheggi dei territori occupati, e soprattutto la rapina dei beni di proprietà degli ebrei hanno permesso a Hitler di «comprarsi» il consenso dei tedeschi. Sempre a proposito del Terzo Reich, non tutti sanno che prima di procedere industrialmente all'eccidio degli ebrei nelle camere a gas, questa orrenda pratica è stata usata allo stadio artigianale per liquidare i malati mentali tedeschi, in nome... dell'«eutanasia»! Infine, l'8 maggio 1945, mentre la Francia festeggiava la vittoria, le sue forze di repressione perpetravano orrendi massacri nell'Africa del Nord, a Sétif e a Guelma, con la conseguenza di radicalizzare il movimento nazionalista fino alla guerra d'Algeria.
La memoria non si divide.


Il lato oscuro della II guerra mondiale
Lezioni di storia


Ignacio Ramonet


Sessant'anni fa, l'8 maggio 1945, con il tracollo del Terzo Reich tedesco finiva in Europa la seconda guerra mondiale. In Asia i combattimenti dovevano durare ancora fino al 2 settembre 1945, quando i rappresentanti del Giappone, annichiliti dal lancio delle due prime bombe atomiche, firmarono la resa del loro paese sul ponte della corazzata americana Missouri. È ancora il caso di riparlare di questo conflitto quando il gran coro dei media, in occasione delle molte cerimonie di commemorazione (1) - sbarco in Normandia, liberazione di Parigi, di Auschwitz e poi di Buchenwald - ci infliggono immagini pletoriche e commenti a non finire sui principali episodi di quella vicenda? La risposta è sì - per un motivo semplice: è proprio il cerimoniale delle commemorazioni a seppellire e soffocare il significato di queste ricorrenze. Il paradosso è che i media ricordano... per aiutare a dimenticare.
Lo storico Eric Hobsbawn ci ha messo in guardia. «Oggi - ha constatato - la storia è più che mai rivisitata, o magari inventata da gente che non desidera affatto conoscere il passato vero, ma ne vorrebbe uno in accordo con i suoi interessi. La nostra è l'epoca della grande mitologia storica (2)».
Man mano che il tempo ci allontana da quei fatti, i testimoni diretti scompaiono, e le lezioni tratte a caldo dagli avvenimenti si confondono o si dissolvono. E i grandi media, che non hanno il rigore degli storici, ricostruiscono sull'onda delle mode un passato troppo spesso riveduto e corretto... in base al presente. Un passato espurgato, epurato, ripulito da tutto ciò che oggi potrebbe creare disordine.
A questo riguardo - altro paradosso - non c'è molta differenza tra la nuova «storia ufficiale» e la censura di stato dei paesi non democratici.
In entrambi i casi, quello che si trasmette alle giovani generazioni è un passato revisionato. Ed è contro questa distorsione della storia che bisogna insorgere.
La seconda guerra mondiale, momento centrale del XX secolo, è stato uno degli avvenimenti più violenti, che più hanno segnato la storia dell'umanità. In primo luogo per la sua smisurata ampiezza, la sua portata senza precedenti. Con l'intensificazione e la progressiva estensione del conflitto, il campo di battaglia si è esteso all'intero pianeta e a tutti i continenti, tranne l'Antartico. Nel 1945, quasi tutti gli stati indipendenti si sono trovati coinvolti nella guerra.
Le grandi potenze imperiali avevano trascinato con sé nello scontro, volenti o nolenti, le loro colonie d'Africa e d'Asia. E i paesi dell'America latina si erano tutti impegnati in favore della causa alleata (3); il Brasile ha anzi a costituito un corpo di spedizione che è stato impegnato in Italia. Al momento del crollo del Reich hitleriano, erano solo nove gli stati del mondo (l'Afghanistan, la Danimarca, la Spagna, l'Irlanda, la Mongolia, il Nepal, il Portogallo, la Svezia e la Svizzera) rimasti ufficialmente neutrali.
Anche il numero dei soldati mobilitati ha superato ogni esempio precedente.
Mentre in Asia i giapponesi conducevano una guerra infinita per prendere il controllo della Cina, nel 1939 la Germania mobilitava nella Wehrmacht 3 milioni di soldati per occupare la Polonia. E presto sarebbero diventati sei milioni, chiamati a intraprendere una «guerra preventiva» contro l'Unione sovietica, che dal canto suo avrebbe contrapposto al Reich 11,5 milioni di uomini... Quando gli Stati uniti entrarono in guerra, dopo aver subito a loro volta, il 7 dicembre 1941, l'«attacco preventivo» dei giapponesi a Pearl Harbour, mobilitarono non meno di 12 milioni di uomini...
Questa guerra planetaria è stata anche una guerra totale, caratterizzata dall'estensione delle «zone di fuoco» molto al di là dei campi di battaglia propriamente detti. Le popolazioni civili di tutt'Europa, della Russia occidentale e dell'Asia orientale subirono direttamente l'impatto delle operazioni militari, della prossimità dei vari fronti, dei rastrellamenti, delle repressioni e dei bombardamenti sistematici.
Per non parlare delle persecuzioni e dei massacri, per motivi ideologici o di politica razziale, che fece milioni di vittime tra i civili (in particolare ebrei europei, zingari, cinesi e coreani) ad opera degli stati dell'Asse (Germania, Italia, Giappone) soprattutto nell'Europa orientale e in Cina.
Il costo in vite umane è il più alto della storia. Si valuta che il numero totale dei morti sia di circa 50 milioni. Il bilancio è più pesante in Europa che in Asia, e nell'Est europeo assai più che ad Ovest. Da solo, l'esercito sovietico - l'Armata rossa - ha perduto circa 14 milioni di uomini: 11 milioni sui campi di battaglia (di cui due milioni sui fronti dell'Estremo oriente) e 3 milioni nei campi di prigionia tedeschi. Alcune grandi battaglie come Stalingrado (settembre 1942-febbraio 1943), lo sbarco in Normandia (giugno 1944) o la presa di Berlino (20 aprile-8 maggio 1945) hanno causato perdite maggiori dei più cruenti scontri della prima guerra mondiale.
Per gli Alleati, il totale dei morti in combattimento è stato di 300.000 americani, 250.000 britannici e 200.000 francesi. Il Giappone ha perduto un milione e mezzo di combattenti. Ma le più pesanti perdite in vite umane sono state causate dagli scontri, nell'Europa dell'Est, tra la Wehrmacht e l'Armata rossa, che hanno lasciato sul terreno almeno 11 milioni di soldati delle due parti, e hanno fatto oltre 25 milioni di feriti...
Per la prima volta nel corso di una guerra, il numero delle vittime civili ha superato di gran lunga quello dei militari caduti in combattimento.
Per di più, spesso i civili hanno subito atrocità d'ogni genere, commesse per terrorizzare l'avversario. In Asia il Giappone, che fin dal 1937 aveva invaso la Cina del nord e occupato Pechino, lanciò il suo esercito contro Nanchino, allora sede del governo cinese, che decise di resistere. Conquistata Nanchino, i militari giapponesi fecero strage della popolazione. I cinesi che ancora si trovavano nella città - più di 200.000 - furono massacrati tutti nei modi più atroci. Le donne selvaggiamente violentate, gli uomini e i bambini sepolti vivi o sottoposti a supplizi, secondo precise direttive.
La città fu saccheggiata e infine data interamente alle fiamme.
Dopo la guerra, nessuno ha mai importunato il principe Asakasa, primo responsabile di quel carnaio. Ancora oggi, vari libri scolastici giapponesi minimizzano quei crimini - cosa che fa giustamente infuriare cinesi e coreani, come si è visto anche lo scorso aprile a Pechino in occasione delle grandi manifestazioni antinipponiche. Contrariamente alla Germania, il Giappone non ha mai riconosciuto in modo convincente i suoi abominevoli crimini di guerra contro la popolazione civile cinese e coreana. Dovunque, popolazioni sotto assedio furono decimate dalla fame. A Leningrado (oggi S. Pietroburgo) più di 500.000 civili morirono per le privazioni tra il novembre 1941 e il gennaio 1944. Vi furono anche cannoneggiamenti massicci delle città. I belligeranti in genere non ebbero scrupoli nei riguardi dei grandi agglomerati indifesi: a cominciare dalle forze hitleriane, che dal 10 settembre 1940 al 15 maggio 1941 moltiplicarono gli attacchi aerei contro le città inglesi (tra cui Coventry) facendo più di 50.000 vittime civili. Come molte altre città, Varsavia fu rasa al suolo, tra novembre e dicembre 1944, dalle truppe tedesche in ritirata. Gli Alleati replicarono il 13 febbraio 1945 con la distruzione di Dresda, causando decine di migliaia di vittime civili, tra cui molti rifugiati. Infine, l'8 e l'11 agosto 1945 le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki furono cancellate dalla carta geografica dai primi bombardamenti atomici della storia.
A tutto questo si devono aggiungere gli esodi e le marce forzate che fecero innumerevoli vittime tra i prigionieri di guerra, i deportati e le popolazioni in fuga. Per esempio, nel solo 1945 più di due milioni di tedeschi trovarono la morte nel tentativo di fuggire a piedi verso Occidente, davanti all'avanzata delle forze sovietiche. E soprattutto, il crimine dei crimini: lo sterminio sistematico da parte dei nazisti, per odio antisemita, di sei dei dodici milioni di ebrei europei.
Per le sue dimensioni apocalittiche, per gli uragani di violenza, crudeltà e morte rovesciati sul mondo, la seconda guerra mondiale non ha solo scompaginato la geopolitica internazionale, ma ha semplicemente sconvolto le mentalità. Per le generazioni che hanno vissuto questa guerra e sono sopravvissute alle sue violenze, nulla poteva essere come prima. Nel corso di quel conflitto, l'uomo era sprofondato in una sorta di abisso del male, e in qualche modo aveva finito per disumanizzarsi. Soprattutto ad Auschwitz, a guerra finita, c'era bisogno di intraprendere una rigenerazione, una ricostruzione spirituale.
Una riumanizzazione dell'uomo.
Il mondo come lo conosciamo oggi è in larga misura in risultato del trauma causato da quella guerra. Ne sono state tratte varie lezioni, due in particolare: ¥ in primo luogo, si deve evitare ad ogni costo un conflitto della stessa natura. Perciò la comunità internazionale si è dotata, a partire dal 1945, di uno strumento inedito: l'Organizzazione delle Nazioni unite (Onu) il cui fine primario resta quello di impedire le guerre.
¥ In secondo luogo, le teorie fasciste e nazional-socialiste, al pari del militarismo imperiale giapponese, sono colpevoli di aver gettato il mondo nell'abisso di una guerra tanto devastante. Perciò ogni regime politico fondato sull'antisemitismo, sull'odio razziale e sulla discriminazione è un pericolo, e non solo per il popolo del rispettivo paese, ma per tutta l'umanità. Per questo la seconda guerra mondiale ha avuto come seguito naturale la nascita di Israele e il grande risveglio dei popoli colonizzati dell'Africa e dell'Asia.
Ma gli stessi vincitori sembrano avere ormai dimenticato le lezioni della guerra. Ad esempio, la Russia del presidente Vladimir Putin si sta disonorando con la repressione cieca e l'abuso della forza in Cecenia; e negli Stati uniti, l'amministrazione del presidente George W. Bush prende a pretesto gli odiosi attentati dell'11 settembre per rimettere in forse lo stato di diritto. Washington ha ristabilito il principio della «guerra preventiva» per invadere l'Iraq; ha creato «campi di detenzione» per prigionieri spogliati di ogni diritto, e tollerato la pratica della tortura. Queste gravissime distorsioni non hanno però impedito a Putin e a Bush di troneggiare, l'8 maggio, al centro delle cerimonie di commemorazione della sconfitta del III Reich. Ben pochi media hanno osato dire che essi usurpano quel posto, per aver tradito i grandi ideali della vittoria del 1945.



note:


(1) Dominique Vidal, «Commemorazioni...», Le Monde diplomatique/il manifesto, marzo 2005.

(2) Si legga Eric Hobsbawm, Interesting Times. A Twentieth-Century Life, Pantheon Books, Londra, 2003.

(3) La seconda guerra mondiale ha contrapposto gli «Alleati», cioè gli stati democratici raccolti intorno agli Stati uniti, al Regno unito e all'Unione sovietica, ai Paesi dell'Asse (Germania, Italia, Giappone).
(Traduzione di E. H ) 


 

Il lato oscuro della II guerra mondiale
Hitler comprò i tedeschi con le ricchezze tolte agli ebrei


La politica di Hitler ha beneficiato a lungo di un solido consenso, risultato di una massiccia propaganda e di una feroce repressione. Lo storico Götz Aly rivela in che modo i nazisti misero a profitto il saccheggio compiuto in Europa, a cominciare da quello dei beni ebraici, per assicurare ai tedeschi un elevato tenore di vita

Götz Aly


Questo libro affronta una domanda semplice, che non sempre ha trovato risposta: come si è arrivati a tanto? Com'è possibile che i tedeschi abbiano potuto, ai diversi livelli, consentire o commettere un crimine di massa senza precedenti, che ha trovato la sua massima espressione nel genocidio degli ebrei d'Europa? L'odio fomentato dallo stato verso i cosiddetti popoli «inferiori» - gli ebrei, ma anche bolscevichi e polacchi - rappresenta indubbiamente una componente necessaria, ma non una risposta sufficiente.
Prima dell'avvento al potere del regime hitleriano, il risentimento dei tedeschi non era maggiore di quello di altri popoli europei; e il nazionalismo tedesco non era più razzista che altrove. Non è mai esistito un Sonderweg, un'eccezione tedesca che consenta di stabilire una correlazione logica con Auschwitz. La tesi di chi sostiene che in Germania si fosse sviluppato da tempo un antisemitismo genocida manca di qualsiasi base empirica. Sarebbe quindi un errore voler attribuire questa aberrazione che doveva avere conseguenze tanto funeste a una causa specifica e lontana nel tempo. Se il Partito operaio nazional-socialista tedesco (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei - Nsdap) ha potuto conquistare il potere è consolidarlo, è stato a causa di un complesso di circostanze i cui fattori più importanti risalgono a un'epoca relativamente recente, successiva al 1914. In quest'analisi si pone al centro dell'attenzione il rapporto che si era venuto formando durante il regime nazional-socialista tra la popolazione e le élite politiche. È ormai accertato che fin dal primo giorno l'edificio del potere hitleriano era estremamente fragile.
Tanto che c'è da chiedersi come abbia potuto stabilizzarsi, in maniera certo approssimativa, ma pur sufficiente a mantenersi in sella per dodici lunghi anni di fuoco e devastazione. È il caso allora di precisare la domanda iniziale: com'è stato possibile arrivare a tanto? Come mai un'impresa che allo sguardo retrospettivo appare così platealmente mistificatoria, megalomane e criminale ha potuto riscuotere un consenso politico la cui ampiezza ci sembra tuttora difficile da spiegare?
Nel tentativo di dare una risposta convincente, ho cercato di esaminare il regime nazista nella veste in cui soleva presentarsi: quella di una dittatura al servizio del popolo. Le altre sue connotazioni, emerse in piena luce durante la guerra, consentiranno poi di rispondere a quelle domande di fondo in maniera anche più completa. Sia Hitler che i Gauleiter (i capi regionali del partito nazista), al pari di buona parte dei ministri, segretari di stato e consiglieri, hanno agito secondo uno schema demagogico classico, chiedendosi sistematicamente come assicurare e consolidare la soddisfazione generale. Giorno dopo giorno, hanno semplicemente comprato il consenso dell'opinione pubblica, o quanto meno la sua indifferenza. Il metodo adottato per costruire una dittatura consensuale, rimasta costantemente maggioritaria nell'opinione, era il do ut des: una tattica di welfare popolare, attuata scientemente dopo aver analizzato le cause del tracollo interno seguito alla prima guerra mondiale: un'analisi che era servita a mettere in evidenza gli scogli da evitare.
Nel corso della seconda guerra mondiale, i vertici nazisti cercarono innanzitutto di dare alle fasce di popolazione più modeste la percezione di una giustizia distributiva, soprattutto attraverso il metodo di assegnazione delle derrate alimentari. Inoltre si sforzarono di preservare, almeno in apparenza, la stabilità del marco tedesco, per contrastare sul nascere ogni inquietante richiamo all'inflazione causata dalla prima guerra mondiale e al crollo della moneta tedesca nel 1923.
Infine, a differenza di quanto era stato fatto durante la prima guerra mondiale, si preoccuparono di assicurare una remunerazione sufficiente alle famiglie dei soldati mobilitati, cui veniva versato quasi l'80% del precedente salario (contro meno del 50% percepito dalle famiglie dei militari britannici e americani). Non era raro che le mogli o le famiglie dei soldati tedeschi avessero più denaro da spendere di prima della guerra; e inoltre beneficiavano dei regali portati a casa in massa dai soldati in licenza, nonché dei pacchi dono spediti per posta dai paesi occupati. Per rafforzare l'illusione di queste «conquiste» apparentemente garantite e foriere di benefici ancora maggiori, Hitler diede disposizioni affinché le imposte di guerra gravassero il meno possibile su contadini e operai; furono in gran parte esonerati anche gli impiegati e i funzionari di basso e medio livello. Si nota qui un'altra differenza sostanziale rispetto alla Gran Bretagna e agli Stati uniti. Ma all'esenzione della grande maggioranza dei contribuenti tedeschi fa riscontro un drastico aumento dell'imposizione fiscale a carico degli strati sociali a più alto reddito. Il tributo straordinario di otto miliardi di marchi imposto ai proprietari di immobili alla fine del 1942 esemplifica nel modo più chiaro la politica di giustizia sociale ostentata dal Terzo Reich. Altro esempio: l'esenzione, decisa dopo la vittoria sulla Francia, del lavoro straordinario notturno e festivo: una misura che molti tedeschi hanno continuato a lungo a considerare come una conquista sociale.
Spietato verso gli ebrei e i popoli etichettati come «razze inferiori» o aliene (fremdvölkisch), il regime nazista era sollecito nel favorire le fasce più modeste della popolazione tedesca, ostentando qualcosa come una coscienza di classe. Ovviamente, i ceti più abbienti (in quell'epoca solo il 4% dei tedeschi disponevano di un reddito annuo superiori a 6.000 marchi) non avrebbero mai potuto fornire da soli un gettito fiscale sufficiente a coprire le spese iperboliche della seconda guerra mondiale. Come è stato possibile allora finanziare il conflitto armato più costoso della storia, gravando il meno possibile sul grosso della popolazione?
La risposta è evidente: Hitler ha potuto favorire la maggioranza dei suoi sudditi ariani semplicemente sottraendo ad altri gruppi ogni mezzo di sussistenza. Inoltre, il governo del Reich ha provocato il tracollo valutario degli altri paesi europei, ai quali ha imposto spese d'occupazione sempre più esose. Per assicurare ai tedeschi un buon livello dei vita, ha fatto razziare altrove milioni di tonnellate di derrate alimentari, da destinare al vitto dei soldati o da spedire in Germania.
E oltre alla copertura delle esigenze di vettovagliamento, le truppe tedesche avevano l'ordine - il più delle volte puntualmente eseguito - di far pagare ai paesi occupati anche le proprie spese correnti.
Tutto - dal mantenimento dei soldati tedeschi dispiegati all'estero (cioè la quasi totalità dell'esercito) alle prestazioni fornite alla Wehrmacht nei paesi occupati, alle materie prime, ai prodotti industriali, alle derrate alimentari acquisite sul posto per il vettovagliamento delle truppe o per il fabbisogno della popolazione tedesca - veniva pagato non in marchi, ma nelle altre valute. I responsabili agivano sistematicamente secondo due semplici principi: se c'era da morire di fame, che toccasse agli altri; e se l'inflazione doveva essere una conseguenza inevitabile della guerra, che colpisse gli altri stati, ma non la Germania. La seconda parte del libro analizza la strategie elaborate a questo scopo. Nella terza parte si dimostra come le casse dello Stato tedesco abbiano potuto essere alimentate in buona parte dal bottino miliardario della spoliazione degli ebrei d'Europa, descrivendo in che modo gli ebrei sono stati derubati di tutto, prima in Germania e successivamente nei paesi alleati e in quelli occupati dalla Wehrmacht.
Grazie al bottino di una guerra predatrice e razzista di immane portata, il nazional-socialismo ha potuto istituire in Germania una condizione di autentica uguaglianza, applicando una politica di promozione sociale senza precedenti: una politica criminal-popolare. I benefici materiali e tutti i vantaggi tratti - sia pure indirettamente e senza il coinvolgimento di una responsabilità personale - da quelle attività criminose condotte su vastissima scala erano solitamente bene accetti. Questo spiega perché la maggior parte dei tedeschi fosse ben disposta a credere nella sollecitudine del regime. E per converso, la loro fiducia alimentava la politica dello sterminio, che traeva la sua energia dall'assenza di una resistenza interna degna di questo nome. Da qui quella mancanza di sensi di colpa che sarà oggetto della quarta parte del libro.
Nel cercare le risposte alla domanda iniziale: «come si è potuto arrivare a tanto?» si eviterà di cadere nel riduzionismo pedagogico di semplici formule antifasciste. Ma si tratterà di risposte inadatte ad essere affisse sui muri, e difficilmente isolabili dalle vicende del dopoguerra nella Germania dell'Est e dell'Ovest e da quelle dell'Austria.
Il regime nazista dev'essere visto anche come una forma di socialismo nazionalista, se non si vuole cedere alla tentazione ricorrente di circoscrivere le colpe a determinati individui o gruppi molto ristretti - il dittatore carismatico, delirante e malato con i suoi più stretti collaboratori, gli ideologi del razzismo, o ancora i grandi proprietari e i generali, o qualche gruppo di assassini in preda a raptus sanguinari.
In questo senso sono state adottate nella Rdt, in Austria e nella Germania occidentale strategie diverse, ma sempre volte a placare la coscienza delle maggioranze garantendo loro una vita tranquilla.
Spesso si ha troppa fretta di concludere che i profittatori dell'arianizzazione fossero per lo più grossi industriali e banchieri. E anche le ricerche dei gruppi di storici di vari stati europei che negli anni 1990 hanno indagato sul periodo nazista tendono a rafforzare quest'impressione.
La storiografia presenta nel complesso un quadro più articolato, aggiungendo al novero dei profittatori anche molti funzionari di rango più o meno elevato; e da qualche anno si presta maggiore attenzione al ruolo di molti comuni cittadini, in particolare i vicini di casa, non solo tedeschi ma anche polacchi, cechi o ungheresi: gente che non di rado veniva remunerata per gli sporchi servizi resi alla potenza occupante con il dono di beni «degiudeizzati». Sarebbe però un errore concentrarsi esclusivamente su questi profittatori privati, perdendo così di vista la questione cruciale: che fine hanno fatto i beni espropriati agli ebrei europei mandati al massacro? (...) Il più delle volte, le ricerche che inquadrano questo tema in un'ottica giuridica, storiografica o morale trascurano l'aspetto relativo alla tecnica di finanziamento delle spese di guerra applicata in Germania fin dal 1938: la conversione forzata di patrimoni privati in titoli di stato. Su questa pratica, e sull'entità dei beni così saccheggiati, veniva mantenuto il segreto. Le somme così razziate non sono mi state rese note, per la precisa volontà dei vertici del Terzo Reich di evitare ogni pubblicità al lato utilitaristico dell'antisemitismo.
Le vittime inermi di quest'immane rapina erano insistentemente descritte come nemici che meritavano solo disprezzo: la persecuzione degli ebrei doveva apparire all'opinione pubblica come una faccenda puramente ideologica. In questo senso vale la pena di citare un esempio: nel 1943 l'alto comando della Wehrmacht aveva composto un elenco di 19 domande su questioni politiche e militare che spesso turbavano i soldati, invitando gli ufficiali a dare risposte omogenee. A chi chiedeva se nella questione ebraica non si fossero oltrepassati i limiti, l'ordine era di rispondere: «Domanda sbagliata! La questione non si discute. È un principio nazional-socialista, parte integrante della nostra Weltanschauung (concezione del mondo) (1)» Ma non è il caso di confondere gli argomenti forniti alla manovalanza dall'indottrinamento nazista con i dati di fatto della realtà storica.
(...) Senza alcun dubbio, c'era in Germania un grandissimo numero di scettici.
E anche tra i seguaci di Hitler, molti lo hanno sostenuto in nome di un particolare punto del suo fumoso programma. C'è stato chi ha aderito al partito nazional-socialista in odio al nemico ereditario, la Francia; altri perché il giovanilismo delle camice brune rappresentava un momento di rottura con la morale tradizionalista. Non pochi ecclesiastici cattolici hanno benedetto le armi per la crociata contro l'ateismo bolscevico - salvo poi a opporsi alla confisca dei beni della Chiesa e alla cosiddetta «eutanasia»; e d'altra parte molti Volksgenossen (letteralmente: compagni del popolo) con alle spalle un passato socialista apprezzavano le proclamazioni anticlericali e antielitarie del partito di Hitler. L'atteggiamento gregario di milioni di tedeschi, così devastante nelle sue conseguenze, era confortato dalle motivazioni e affinità parziali più eterogenee. In un'ottica retrospettiva, c'è stato chi ha riformulato questa complessa situazione in maniera alquanto superficiale, parlando di una «resistenza» priva di efficacia storica.
L'attore Wolfgang Goette, citato nel capitolo sugli «allegri rapinatori di Hitler», non era più vicino all'ideologia nazista di quanto potesse esserlo un Heinrich Böll. Per lui la politica del Terzo Reich era «vomitevole», e «si vergognava tremendamente» quando incontrava per strada qualcuno con la stella gialla. Ma a differenza di Böll, almeno in un primo tempo aveva apprezzato il film propagandistico sull'«eutanasia» dal titolo Ich klage an (Io accuso), giudicandolo come un'opera d'arte di grande potenza evocativa, «espressione di un orientamento pulito e corretto», che faceva toccare con mano la necessità di abbreviare le sofferenze delle persone «affette da alcuni mali incurabili».
In un secondo tempo aveva però confessato di nutrire qualche lieve dubbio «quando un regime dispotico proclama un'idea del genere».
Ma al di là dei giudizi sulle singole iniziative politiche, Goette apprezzava le possibilità di carriera offertegli dal regime nazista, e le piacevolezze di una città di cuccagna come Praga. Preso dai suoi piccoli interessi personali, era politicamente neutralizzato.
Solo il ritmo sfrenato di un continuo attivismo poteva consentire a Hitler di mantenersi in equilibrio nel magma perennemente instabile dei più variegati interessi e delle diverse posizioni politiche.
Questo il segreto dell'alchimia politica del suo regime, che evitava il tracollo grazie a un vertiginoso susseguirsi di decisioni e colpi di scena. Fin dal 1933. il Führer aveva adottato una tattica che si era dimostrata vincente: quella di dare la preminenza al partito unico, non lasciando mai che si riducesse a un'appendice dello stato, e di valorizzare i militanti della prima ora, i Gauleiter e i Reichsleiter, più dei suoi stessi ministri. In questo modo riuscì dove il Sed (Partito socialista unificato della Rdt) doveva poi fallire: in una mobilitazione senza precedenti dell'apparato dello stato, sollecitato alla creatività per perseguire l'obiettivo dell'«elevazione nazionale», in una tensione incessante e sempre crescente, fino al collasso finale. In maggioranza, i tedeschi hanno ceduto inizialmente a un senso di vertigine, per poi lasciarsi trascinare da una sorta di ebbrezza della velocità nel turbine degli eventi storici. E infine, dopo Stalingrado, hanno subito i traumi dei bombardamenti a tappeto e il terrore apertamente scatenato all'interno del paese, con effetti non meno paralizzanti.
Sotto gli attacchi aerei la gente reagiva con una sorta di «menefreghismo fatalista», più con indifferenza che con paura. E le notizie delle perdite sul fronte orientale non facevano che rafforzare la tendenza a restringere la visuale e a focalizzarsi sulle preoccupazioni quotidiane, o sull'attesa di un segno di vita da parte del figlio, del marito o del fidanzato (3).
I tedeschi hanno trascorso i dodici anni del regime nazista in uno stato di permanente urgenza. Nel turbine degli eventi, hanno perso ogni nozione di equilibrio e di misura. «È come stare in un film» (4), dice Vogel, il droghiere descritto da Viktor Klemperer, nel 1938, in piena crisi dei Sudeti. Un anno dopo, e a nove giorni dall'aggressione alla Polonia, Hermann Göring parla agli operai della Reinmetall-Borsig di Berlino, assicurando che possono fare assegnamento su una classe dirigente «che sprizza un'energia direi quasi frenetica (5)». Nella primavera 1941 Joseph Goebbels ribadisce lo stesso concetto nel suo diario: «Per tutto il giorno mantengo un ritmo pazzesco»; «Ora sta riprendendo la vita frenetica dell'offensiva», oppure, nel pieno dell'ebbrezza di una vittoria contro i britannici: «Ho vissuto l'intera giornata con un senso di gioia febbrile» (6).
Per intrattenere questo ritmo forsennato, indispensabile all'equilibrio politico del suo regime, Hitler accennava spesso, nella cerchia dei suoi più stretti collaboratori, all'eventualità di una sua imminente dipartita. Il suo comportamento era quello di un funambolo dilettante, che riesce a mantenersi in bilico solo agitando le braccia con movimenti sempre più ampi, affannosi e scomposti, fino all'inevitabile caduta.
Ecco perché chi cerca di interpretare le decisioni politiche e militari di Hitler è tanto più vicino alla verità, quanto più fa astrazione dalle roboanti proclamazioni propagandistiche, per ricercare invece le motivazioni immediate che intervenivano di volta in volta, e gli effetti che si volevano ottenere a breve o brevissimo termine.


note:

* Storico, Berlino. Questo testo è estratto dal suo libro Hitlers Volkstaat. Raub, Rassenkrieg und Nationaler Sozialismus (Lo stato popolare di Hitler. Rapine, guerre razziali e nazional-socialismo).
Pubblicato nel marzo 205 per i tipi di S. Fischer (Francoforte), uscirà in traduzione francese (Flammarion, Parigi) nell'ottobre 2005.
Götz Aly
(1) Servizi amministrativi della Wermacht, Point discutés (maggio 1943), NA, RG, 238, box 26 (Reinecke Files).

(2) Wolf Goette (1909-1945) alla famiglia e a A., Archivi Wolk Goette, Praga, 1939-1942, WOGOs Briefe.

(3) Birthe Kundrus, Kriegerfrauen, Familienpolitik und Geschlechterverhältnisse im Ersten und Zweiten Weltrieg, Amburgo, 1995, p. 315.

(4) Victor Klemperer, Mes soldats de papier: Journal 1933-1941, vol 1, Seuil, Parigi, 2000, p. 397.

(5) Völkischer Beobachter, 11 settembre 1939.

(6) Elke Fröhlich (éd), Die Tagebücher von Joseph Goebbels, Monaco 1997, parte I, vol. 9, p. 171 (5 marzo 1941), p. 229 (6 aprile 1941), p. 247 (14 aprile 1941).
(Traduzione di E. H.)


Il lato oscuro della II guerra mondiale
Dall'«eutanasia» alla «soluzione finale»


Tra il gennaio 1940 e l'agosto 1941, un terzo dei malati mentali tedeschi viene ucciso dai nazisti: è il banco di prova - tecnico e politico - del genocidio perpetrato poi nei confronti degli ebrei

Susanne Heim


Nella primavera del 1944 i servizi segreti nazisti diramarono da Berlino l'ordine di svolgere in tutto il paese una serie di sondaggi su una questione specifica: le voci che circolavano sulla pratica di accelerare il decesso dei malati anziani. (1) L'inchiesta ha fatto emergere una profonda diffidenza nei confronti del sistema sanitario nazionalsocialista.
Buona parte della popolazione tedesca sospettava che lo stato lesinasse sistematicamente le cure agli anziani, considerati improduttivi, e in quanto tali un peso superfluo da eliminare. Si diceva in giro che per risparmiare farmaci preziosi e ridurre i costi, i medici adottassero mezzi «appropriati» per sbarazzarsi dei malati in età avanzata. O anche che le autorità avessero dato ordine di sospendere le cure a questi malati, negando loro le protesi e i medicinali contingentati, come ad esempio l'insulina. In alcuni circondari gli anziani evitavano ormai di consultare i medici o di assumere i farmaci prescritti, nel timore che si trattasse di veleni; e molti preferivano rivolgersi al farmacista, o mettersi nelle mani dei guaritori. Altre lamentele riguardavano l'assegnazione delle razioni alimentari, e soprattutto dei prodotti a più alto valore nutritivo quali il latte, la frutta e gli ortaggi, o i criteri discriminanti nelle evacuazioni per allarme aereo: la precedenza si dava sempre ai giovani, e soprattutto alle donne in età fertile.
In alcune regioni queste voci hanno continuato a circolare insistentemente per anni, perché nell'opinione pubblica era rimasto vivo il ricordo dell'eliminazione clinica degli «inservibili» per decreto statale.
Si parlava animatamente e quasi apertamente delle esecuzioni di malati in vari istituti e case di cura, ponendole in relazione con le nuove voci in circolazione. Dopo gli handicappati, si diceva, il «lancio nell'aldilà» mediante iniezione letale sarebbe toccato agli anziani.
Ma non si notavano segni di rivolta; pur essendo al corrente di questa politica dell'«eutanasia», la gente sembrava rassegnata. Tra il gennaio 1940 e l'agosto 1941 il regime nazista ha assassinato circa 70.000 persone ricoverate in ospedali psichiatrici. La strage, organizzata da un'istituzione designata con la sigla T4, era etichettata come «segreto di stato» e camuffata sotto una serie di formule amministrative.
All'inizio della guerra, Hitler aveva autorizzato questa pratica, redigendo personalmente un decreto formulato in termini volutamente vaghi, che delegava agli esperti medici e amministrativi l'organizzazione del programma e la definizione delle varie categorie di vittime.
Per ragioni di segretezza, aveva rifiutato di promulgare una legge sull'eutanasia, sebbene i medici coinvolti avessero chiesto una copertura legale. Vari indizi concorrono peraltro a confermare che la fuga di notizie su queste pratiche non sia stata fortuita, ma intenzionale.
La liquidazione dei malati mentali ha costituito per il regime un importante banco di prova: quel massacro non aveva suscitato una vera rivolta tra la popolazione. Una constatazione di importanza cruciale per passare all'attuazione della strage programmata dei detenuti nei campi di concentramento, nella stragrande maggioranza ebrei e zingari sinti e rom. L'operazione fu dunque affidata alle strutture amministrative e al personale che già avevano dato «buon prova» nella sterminio degli handicappati. In altri termini, l'«eutanasia» ha costituito un test, che peraltro era in preparazione da tempo. In previsione della guerra, come ha testimoniato nel 1947 il direttore di un ospedale psichiatrico, il ministero dell'interno aveva in programma di ridurre drasticamente le razioni alimentari dei pazienti ricoverati in queste strutture.
A chi obiettava che in questo modo i malati avrebbero finito per morire d'inedia, si decise «di incominciare col tastare cautamente il terreno, chiedendo alla Missione interna (2) quale sarebbe stata la sua posizione se in caso di guerra lo Stato avesse preso in considerazione la possibilità di eliminare determinate categorie di malati, nel caso in cui i viveri non bastassero più a nutrire l'intera popolazione (3)».
Nell'estate del 1939 il medico personale di Hitler, Theo Morell, formulò una perizia nello stesso senso. Sulla base di un'inchiesta svolta già nei primi anni 1920 tra i genitori di bambini affetti da handicap gravi, Morell era arrivato alla conclusione che la maggioranza avrebbe consentito a «far abbreviare senza sofferenze la vita del loro figlio». Alcuni di dissero più propensi a delegare questa decisione a un medico, piuttosto che prenderla personalmente. Di conseguenza, Morell proponeva di praticare l'«eutanasia» possibilmente in segreto e senza l'accordo esplicito dei familiari, facendo assegnamento soprattutto sul loro desiderio di non sapere (4). Per ostacolare le ricerche dei familiari più preoccupati, le vittime venivano trasferite in tempi brevi da un istituto all'altro, per poi finire nei centri di eliminazione (5). Alle famiglie si comunicava il decesso improvviso del loro congiunto, adducendo una causa fittizia, e l'avvenuta cremazione.
Ma nonostante queste precauzioni, in breve l'eliminazione dei malati divenne un segreto di pubblico dominio, sia tra il personale degli istituti che nei dintorni dei centri di eliminazione.
La fragilità del tabù si manifestò in tutta la sua evidenza nell'agosto 1941, quando il vescovo di Münster, il conte Clemens August von Galen, denunciò apertamente la strage in occasione di una predica. Altre proteste si erano levate soprattutto negli ambienti cattolici. Poche settimane dopo il pubblico scandalo seguito al sermone di von Galen, Hitler ordinò una battuta d'arresto del programma di «eutanasia».
Ma neppure allora l'attività dei centri l'eliminazione fu sospesa: gli omicidi proseguirono più o meno allo stesso ritmo, tanto che il numero delle vittime di quel periodo corrisponde alla cifra fissata nel 1939 dai programmatori. Si prevedeva fin da allora di «inserire nel piano» un malato mentale su dieci, per un totale di 65.000- 70.000 persone. Gli esperti di statistica avevano persino calcolato i risparmi che questo programma avrebbe consentito di ottenere, in una proiezione prospettica che arrivava fino al 1951! Oltre alle economie in termini di spazio abitativo, viveri e vestiario, andavano messi in conto anche i vantaggi di poter «liberare» posti letto negli ospedali, e avere a disposizione più medici e infermieri per altre mansioni.
Già nel coso della prima guerra mondiale la popolazione era stata ripartita in più categorie, che a seconda del loro «valore» ricevevano un trattamento alimentare diverso. E fin da allora si tagliavano le razioni alimentari ai pazienti degli ospedali psichiatrici, con la conseguenza di un drastico aumento della mortalità (6). Ma solo con la seconda guerra mondiale questa selezione divenne di fatto la base stessa della politica sociale dello stato nazista, e venne messa in pratica sistematicamente, con misure politiche coercitive.
Neppure la sospensione decretata nel 1941 ha fermato l'attuazione di questo piano, che è stato ripreso quasi subito, anche se in forma decentrata e con nuove tecniche. I malati a questo punto non erano più deportati e convogliati nelle camere a gas dei centri di eliminazione, ma assassinati con iniezioni letali negli stessi ospedali psichiatrici o case di cura, sotto la supervisione dei rispettivi dirigenti. Questa nuova prassi ebbe però l'effetto di moltiplicare il numero delle persone direttamente coinvolte o informate. Al tempo stesso, dalla primavera del 1941 gli specialisti in «eutanasia», già incaricati di prelevare dalle varie strutture i pazienti da mandare al massacro, potevano «rendersi utili» nei campi di concentramento per la selezione degli ebrei da destinare alle camere a gas. I dirigenti dei lager di Belzek, Treblinka e Sobibor ebbero modo di mettere a frutto la competenza dei veterani della «T4», esperti oltre tutto anche in materia di rapporti con l'opinione pubblica. I dati raccolti nell'aprile 1941 sulle reazioni della popolazione all'eliminazione dei malati avevano dato un primo esito positivo: «I familiari sono d'accordo nell'80% dei casi, il 10% protesta, un altro 10% è indifferente (7)». I rapporti dei servizi di sicurezza del 1944 si possono leggere anche come indizi di una certa cautela, o come operazioni volte a sondare il clima generale; difatti, oltre alle ipotesi sull'origine delle voci in circolazione, contengono alcuni consigli alle autorità sui comportamenti da adottare. Più che strumenti di manipolazione e di propaganda, erano tentativi di tastare il terreno per vedere fino a che punto si poteva arrivare...



note:

* Ricercatrice, autrice, con Götz Aly, di Vordenker der Vernichtung.
Auschwitz und die deutschen Pläne für eine neue Europäische Ordnung (Precursori dello sterminio. Auschwitz e il piano tedesco di un nuovo ordine europeo), Hoffman und Campe, Amburgo, 1991.

(1) Ex Archivio speciale, Mosca, 500/4/330.

(2) Organizzazione di assistenza protestante, la cui direzione si era pronunciata fin dal 1931 in favore di un programma di sterilizzazione eugenetica. Cfr. Ernst Klee, Euthanasie im NS-Staat, Fisher, Francoforte, 1985.

(3) Ludwig Schaich, Lebensunwert ? (Non merita di vivere?), citato da Götz Aly e Susanne Heim, Vordenker, op. cit., p. 271.
Susanne Heim
(4) Idem, p. 273.

(5) Grafeneck, Brandenburg, Bernburg, Hadamar, Harteheim, Pirna.

(6) Heinz Faulstich, Hungersterben in der Psychiatrie 1914-1949, (Morte per inedia nel reparto psichiatrico 1914- 1949) Lambertus, Fribourg- en- Brisgau, 1998.

(7) Susanne Heim e Götz Aly, op. cit., p. 275.
(Traduzione di E. H.)


Il lato oscuro della II guerra mondiale
Unione sovietica, la vittoria sottratta


Sessantanni fa, il 57% dei francesi considerava l'Unione sovietica il principale vincitore della guerra. Nel 2004, la percentuale era ridotta al 20%. La progressiva dimenticanza del ruolo di Mosca, amplificata dai media, si deve anche alle polemiche sulla politica di Stalin tra il 1939 e il giugno 1941, pur inquadrata sotto un'altra luce da recenti ricerche storiche. Ma, qualunque cosa si pensi del patto germano-sovietico, come negare che, per tre anni, i russi hanno costituito la gran parte della resistenza - e poi della controffensiva - alla Wehrmacht? Al prezzo di 20 milioni di morti

Annie Lacroix-Ritz


A due anni dalla sua vittoria contro il nazismo, la guerra fredda trasforma l'Armata rossa in una minaccia per i popoli dell'«Occidente» (1). A sei decenni di distanza, la storiografia francese, completata la sua mutazione filo-americana, mette alla gogna l'Unione Sovietica non solo per la fase del patto germano-sovietico, ma oramai anche per quella della sua «grande guerra patriottica». I nostri manuali, surclassando gli storici dell'Europa orientale (2), assimilano il comunismo al nazismo. Ma le fonti originali che hanno alimentato queste conclusioni fanno emergere un quadro completamente diverso dell'Urss nella seconda guerra mondiale.
La principale accusa contro Mosca riguarda il patto germano-sovietico del 23 agosto 1939, e in particolare i suoi protocolli segreti. La schiacciante vittoria della Wehrmacht nella guerra lampo in Polonia è di fatto il segnale per l'occupazione sovietica della Galizia orientale (l'est della Polonia) e dei paesi baltici (3). Espansionismo, realpolitik o strategia difensiva?
Riprendendo le tesi dei prestigiosi storici Lewis B. Namier e Alan John Pecival Taylor, così come del giornalista Alexander Werth, i nuovi studi di alcuni storici anglofoni gettano luce sulle condizioni nelle quali l'Urss è arrivata a questa decisione. E dimostra come l'ostinazione della Francia e della Gran Bretagna - incoraggiata dagli Stati uniti - nella loro politica di «pacificazione», ossia di capitolazione a fronte delle potenze fasciste aveva vanificato il progetto sovietico di «sicurezza collettiva » degli stati minacciati dal Reich. Con gli accordi di Monaco (29 settembre 1938) Parigi, Londra e Roma consentono a Berlino di annettersi, due giorni dopo, i Sudeti. Isolata a fronte di un Terzo Reich che ha ormai «le mani libere ad Est», Mosca firma con Berlino il patto di non aggressione, che provvisoriamente risparmia l'Unione Sovietica. Si conclude così la missione franco- britannica inviata a Mosca (11-24 agosto) per placare l'opinione di chi reclamava - dopo l'annessione tedesca della Boemia-Moravia e la satellizzazione della Slovacchia - un fronte comune con l'Urss. Mosca puntava all'alleanza automatica e reciproca del 1914, che doveva associare la Polonia e la Romania, capisaldi del «cordone sanitario» antibolscevico del 1919, così come i paesi baltici, vitali per la «Russia d'Europa» (4). L'ammiraglio britannico Drax e il generale francese Doumenc dovevano accollare a Mosca tutta la responsabilità del fiasco. Si pensava che bastasse «lasciare la Germania sotto la minaccia di un patto militare anglo-franco-sovietico per guadagnare tempo, rinviando la guerra a dopo l'autunno e l'inverno».
Quando, il 12 agosto, Clement Voroshilov, capo dell'Armata rossa, propone loro in termini «precisi e diretti», «l'"esame concreto" dei piani operativi contro il blocco degli stati aggressori», confessano di non avere i necessari poteri. Parigi e Londra, decise a non fornire alcun aiuto ai loro alleati dell'Est, avevano delegato il compito all'Urss rendendolo al tempo stesso impossibile. Da sempre sia Bucarest che soprattutto Varsavia rifiutano all'Armata rossa in diritto di transito. Dopo aver «garantito» la Polonia senza consultarla, Parigi e Londra sostengono di avere le mani legate dal veto (incoraggiato sottomano) del colonnello filotedesco Josef Beck, che invocava il «testamento» del suo predecessore Josef Pilsudski: «Con i tedeschi rischiamo di perdere la nostra libertà; con i russi perdiamo la nostra anima».
La faccenda in realtà è più semplice. Con l'aiuto militare francese, la Polonia aveva strappato ai sovietici, nel 1920-1921, la Galizia orientale (5). Cieca, fin dal 1934, agli appetiti tedeschi, trema all'idea che l'Armata rossa si impadronisca agevolmente di quei territori.
Dal canto suo, la Romania teme di perdere la Bessarabia, strappata ai russi nel 1918 e conservata grazie alla Francia. L'Urss non ottiene neppure una «garanzia» dai paesi baltici, che devono tutto - dall'indipendenza del 1919-1920 al mantenimento dell'influenza tedesca - al «cordone sanitario». A partire dal marzo, e soprattutto dal maggio 1939 Mosca è corteggiata da Berlino, che preferisce - per esperienza - fare la guerra su un solo fronte; e prima di scagliarsi contro la Polonia promette ai sovietici di rispettare la loro «sfera d'influenza» in Galizia orientale, nella regione baltica e in Bessarabia. Se l'Urss all'ultimo momento finisce per cedere, non è in nome di una fantasticata «rivoluzione mondiale» o del «Drang nach Westen» (la pulsione verso l'Occidente tanto cara all'autore tedesco di estrema destra Ernst Nolte), ma perché rifiuta - visto che Londra e Parigi continuano a blandire Berlino - di «essere coinvolta da sola in un conflitto contro la Germania» - come dice testualmente il Segretario del Foreign Office Charles Lindsley Halifax il 6 maggio 1939. L'Occidente finge di trasecolare davanti alla «sinistra notizia che esplode nel mondo come una bomba (6)» e grida al tradimento. In realtà, era dal 1933 che le delegazioni francese e britannica a Mosca facevano la parte delle Cassandre, avvertendo che in mancanza di una Triplice Intesa l'Urss avrebbe dovuto venire a patti con Berlino per ottenere il «respiro» necessario a prepararsi economicamente e militarmente alla guerra.
Il 29 agosto 1939 il luogotenente Luguet, addetto aereonautico francese a Mosca (e futuro eroe della squadriglia Normandie-Niémen), attesta la buona fede di Voroshilov e definisce Stalin il «glorioso successore (...) di Alexander Nevsky e di Pietro I»: «Il Trattato pubblicato è completato da una convenzione segreta ove si definisce, a distanza dai confini sovietici, una linea che le truppe tedesche non dovranno superare, e che l'Urss considera in qualche modo la sua linea di copertura (7)».
La Germania apre il conflitto generale il 1° settembre 1939, in assenza dell'Intesa che nel settembre 1914 aveva salvato dall'invasione la Francia. Michael Carley incolpa la politica di pacificazione dei governi britannico e francese, nata dalla «paura di vincere contro il fascismo». A spaventare Londra e Parigi è il timore che il ruolo di guida promesso a Mosca in una guerra contro la Germania consenta all'Urss di estendere il suo sistema a tutti i belligeranti: perciò l'«anticomunismo», decisivo in ciascuna delle fasi chiave fin dal 1934-35, ha costituito «una causa importante della seconda guerra mondiale (8)».
Il 17 settembre l'Urss, allarmata per l'avanzata tedesca in Polonia, proclama la propria «neutralità» nel conflitto, non senza occupare la Galizia orientale. E in settembre-ottobre esige «garanzie» dai paesi baltici - «"occupazione mascherata", accolta con rassegnazione (9)» da Londra, a questo punto non meno preoccupata dal Reich che da una «Russia protesa verso l'Europa». Avendo invano chiesto a Helsinki, alleata di Berlino, una rettifica del confine (dietro compenso) l'Urss entra in guerra contro la Finlandia, incontrando una resistenza agguerrita.
La propaganda occidentale compiange la piccola vittima e ne esalta il coraggio. Weygand e Daladier progettano - un «sogno», anzi un «delirio», secondo lo storico Jean-Baptiste Duroselle - una guerra contro l'Urss, all'estremo Nord e quindi nel Caucaso. Ma Londra plaude al compromesso finno-sovietico del 12 marzo 1940 e alla nuova avanzata dell'Armata rossa seguita al tracollo francese (occupazione dei paesi baltici a metà giugno 1940, e della Bessarabia e Bucovina del Nord alla fine di giugno). Dopo di che invia a Mosca Stafford Cripps, unico filosovietico dell'establishment. Per Londra, a questo punto, meglio un'avanzata sovietica che tedesca nel Baltico. Dopo decenni di polemiche, gli archivi sovietici hanno confermato che 5.000 ufficiali polacchi, i cui cadaveri furono scoperti dai tedeschi a Katyn, presso Smolensk, nel 1943, erano stati giustiziati nell'aprile 1940 per ordine di Mosca. Feroci con i polacchi, i sovietici hanno però salvato, nelle zone di cui avevano ripreso il controllo, più di un milione di ebrei, dei quali hanno organizzato l'evacuazione prioritaria nel giugno 1941 (10). Il periodo compreso tra il 23 agosto 1939 al 22 giugno 1941, è oggetto di un altro dibattito, che verte sull'attuazione del patto germano-sovietico da parte di Stalin. Alcuni studiosi sottolineano ad esempio le forniture sovietiche di materie prime alla Germania nazista, o il cambiamento di strategia imposto, nell'estate 1940, al Komintern e ai partiti comunisti - come l'invito a denunciare la «guerra imperialista» ecc.
Dal canto loro, gli storici qui citati tendono a ridimensionare quest'interpretazione, se non a contestarla (11). Notiamo che gli Stati uniti, persino dopo la loro entrata in guerra contro Hitler (nel dicembre 1941), così come la Francia, ufficialmente belligerante dal 3 settembre 1939, avevano assicurato al Reich abbondanti forniture industriali (12).
I rapporti germano-sovietici, in crisi fin dal giugno 1940, sfiorano la rottura in novembre. «Tra il 1939 e il 1941, l'Urss imprime un considerevole sviluppo ai suoi armamenti terrestri e aerei, e ammassa da 100 a 300 divisioni (2- 5 milioni di uomini) lungo i suoi confini occidentali e nelle aree adiacenti. (13)». Il 22 giugno 1941 il Reich lancia l'assalto, già preannunciato dalla concentrazione delle sue truppe in Romania. Nicolas Werth parla di un «tracollo militare nel 1941», seguito (nel 1942- 1943) «da un soprassalto del regime e della società».
Ma il 16 luglio a Vichy il generale Doyen annuncia a Pétain la fine delle guerre lampo. «Se in Russia il Terzo Reich ha conseguito innegabili successi strategici, la piega che stanno prendendo le operazioni non corrisponde alle previsioni dei suoi dirigenti. Non avevano previsto una resistenza tanto accanita del soldato russo, un così appassionato fanatismo della popolazione, una guerriglia così estenuante nelle retrovie, né la gravità perdite, il vuoto totale davanti all'invasore, le considerevoli difficoltà dei rifornimenti e delle comunicazioni (...) Incurante di come si sfamerà domani, la Russia incendia i suoi raccolti coi lanciafiamme, fa saltare in aria i villaggi, distrugge il suo materiale rotabile, sabota le sue strutture produttive (14)».
Ai primi di settembre 1941 il Vaticano - la migliore rete di intelligence mondiale - si allarma per le difficoltà «dei tedeschi», paventando un esito «tale da far sì che Stalin venga chiamato a organizzare la pace di concerto con Churchill e Roosevelt». Ai suoi occhi il «punto di svolta della guerra» era stato raggiunto prima che la Wehrmacht si bloccasse davanti a Mosca (alla fine d'ottobre), e molto prima di Stalingrado. Si conferma così il giudizio espresso fin dal 1938 da Auguste-Antoine Palasse, addetto militare francese a Mosca: a suo parere la potenza militare sovietica non era stata affatto intaccata dalle purghe seguite ai processi e alle esecuzioni del maresciallo Michael Tukacevski e degli alti gradi dello stato maggiore dell'Armata rossa nel giugno 1937 (15).
L'Armata rossa, scrive Palasse, si rafforza, sviluppando uno straordinario «patriottismo»: lo status dell'esercito, la formazione militare e un'efficace propaganda «mantengono in tensione le energie del paese e alimentano la fiducia incrollabile nella sua forza difensiva e l'orgoglio delle gesta compiute». Nell'agosto 1938 Palasse aveva posto in rilievo le sconfitte nipponiche al confine Urss-Cina-Corea.
La qualità così attestata dell'Armata rossa doveva servire da lezione.
Facendo infuriare Hitler, il Giappone firma a Mosca, il 13 aprile 1941, un «patto di neutralità», liberando così l'Urss dall'incubo di una guerra su due fronti (dopo l'attacco alla Manciuria nel 1931 e a tutta la Cina nel 1937). Dopo essere stata piegata per lunghi mesi sotto l'assalto della formidabile macchina da guerra nazista, l'Armata rossa passerà nuovamente all'offensiva. Se nel 1917-18 il Reich è battuto a Occidente soprattutto dall'esercito francese, tra 1943 e 1945 finisce per soccombere sul fronte orientale all'Armata rossa. Preoccupato di alleggerire la pressione che grava sul suo esercito, Stalin insiste, fin dall'agosto-settembre 1941, per l'apertura di un «secondo fronte» (invio di divisioni alleate in Urss o sbarco sulle coste francesi). Ma deve accontentarsi degli elogi del primo ministro britannico Winston Chruchill, subito imitato dal presidente americano Franklin D. Roosevelt, per l'eroismo delle forze combattenti sovietiche. E di un prestito americano (rimborsabile dopo la guerra) valutato da uno storico sovietico a 5 miliardi di rubli, pari al 4% del reddito nazionale nel periodo 1941- 1945. Il rifiuto di aprire quel secondo fronte e l'emarginazione dell'Urss nelle relazioni interalleate (nonostante la sua presenza al vertice di Tehran, nel novembre 1943) riattizzano nei sovietici l'ossessione di un ritorno al «cordone sanitario» e alle «mani libere ad Est».
La questione dei rapporti di forze in Europa si acutizza quando la capitolazione del generale Friedrich von Paulus a Stalingrado, il 2 febbraio 1943, porta all'ordine del giorno la pace futura. Poiché Washington conta sulla sua egemonia finanziaria per sottrarsi alle norme militari di regolamento dei conflitti, Franklin D. Roosevelt rifiuta di negoziare sugli «obiettivi della guerra» presentati a Churchill da Stalin nel luglio 1941 (ritorno ai confini europei dell'ex impero raggiunti nel 1939-1940): una «sfera d'influenza sovietica» avrebbe limitato quella americana. Il finanziere Averell Harriman, ambasciatore a Mosca, pensava nel 1944 che data la situazione disastrata dell'Urss, l'attrattiva di un «aiuto economico» avrebbe «evitato lo sviluppo di una sfera d'influenza (...) sovietica in Europa orientale e nei Balcani». Ma bisogna fare i conti con Stalingrado, dove dal luglio 1942 si scontrano «due armate di oltre un milione di uomini». Le forze sovietiche hanno la meglio in quella «accanita battaglia» - seguita giorno per giorno dall'Europa occupata - che «supera in violenza ogni precedente della prima guerra mondiale (...) [si combatte] per ogni casa, ogni cisterna, ogni cantina, ogni frammento di muro in rovina». La vittoria di Stalingrado «ha avviato l'Urss al ruolo di potenza mondiale», così come quella «di Poltava del 1709 (contro la Svezia) aveva fatto della Russia una potenza europea». L'effettiva apertura del «secondo fronte» tarda fino al giugno 1944, periodo durante il quale l'avanzata dell'Armata rossa - al di là dei confini sovietici del 1940 - rende ineludibile la ripartizione delle «sfere d'influenza». Nel febbraio 1945 la Conferenza di Yalta, che ratifica la posizione dell'Urss in quanto belligerante decisivo, non è il prodotto dell'astuzia di Stalin che depreda la Polonia martire contro un Chrchill impotente e un Roosevelt moribondo; è il risultato di un rapporto di forze militari. Questo rapporto si era ribaltato durante la corsa-rincorsa negoziale di resa della Wehrmacht «alle armate anglo-americane e di riporto delle forze ad Est»: a fine marzo, «26 divisioni tedesche rimanevano sul fronte occidentale, (...) contro 170 divisioni su quello orientale (16)», dove i combattimenti infuriarono fino all'ultimo. Nel marzo- aprile 1945 l'operazione Sunrise fu uno sfregio per Mosca: il finanziere Allen Dulles, capo dell'Office of Strategic Services (antenato della Cia) a Berna, negoziò qui con il generale delle SS Karl Wolf, capo dello stato maggiore personale di Himmler (responsabile dell'assassinio di 300,000 ebrei) la capitolazione dell'esercito di Kesselring in Italia. Ma era praticamente escluso che Berlino andasse agli occidentali: dal 25 aprile al 3 maggio, in quella battaglia dovevano cadere altri 300.000 soldati sovietici: l'equivalente del totale delle perdite americane (292.000), «unicamente militari», sul fronte europeo e su quello giapponese, dal dicembre 1941 all'agosto 1945 (17).
Secondo Jean-Jacques Becker, «a prescindere dal suo dispiegamento su spazi molto più vasti e dal costo esorbitante dei metodi di combattimento arcaici dell'armata sovietica, sul piano militare la seconda guerra mondiale è stata forse meno violenta della prima (18)». Ma chi parla così dimentica che se l'Urss ha pagato da sola la metà del tributo complessivo di vittime del conflitto 1939-1945, la ragione principale va ricercata nel progetto del Terzo Reich di condurre una guerra di sterminio, destinata a liquidare, oltre alla totalità degli ebrei, da 30 a 50 milioni di slavi (19). Un'azione la cui principale artefice è stata la Wehrmacht, feudo pangermanista facilmente disponibile alla nazificazione, che considerava i russi come «asiatici degni solo del più assoluto disprezzo»: e nella sua ferocia antislava, antisemita e antibolscevica descritta al processo di Norimberga (1945- 1946) e ricordata recentemente in Germania da alcune mostre itineranti (20), ma a lungo taciuta in Occidente, rifiutava di applicare ai sovietici le «leggi di guerra» (convenzione dell'Aja 1907).
Ne danno testimonianza i suoi ordini: il cosiddetto decreto «del commissario» dell'8 giugno 1941, che prescrive l'esecuzione dei commissari politici comunisti integrati nell'Armata rossa; l'ordine di «non fare prigionieri», per cui sui campi di battaglia, a combattimenti conclusi, i soldati della Wehrmacht trucidarono 600.000 prigionieri di guerra (e la stessa disposizione fu estesa un mese dopo anche ai «civili nemici»); l'ordine Reichenau per lo «sterminio definitivo del sistema giudeo-bolscevico», ecc. (21). Fu così che negli anni 1941- 1942 ben 3,3 milioni di prigionieri di guerra - più di due terzi del totale - furono vittime della «morte programmata» - assoggettati a un lavoro da schiavi e uccisi dalla fame e la sete (l'80%), dal tifo e dalla fatica. Nel 1941 alcuni prigionieri «comunisti fanatici», consegnati alle SS, furono usati come cavie per i primi esperimenti di Auschwitz con il gas Zyklon B.
La Wehrmacht ha partecipato attivamente, a fianco delle SS e della polizia tedesca, alle stragi di civili, ebrei ma non solo. Ha aiutato gli Einsatzgruppen delle SS incaricate delle «operazioni mobili di eliminazione» (Raul Hilberg). Come il massacro perpetrato dal gruppo C nella forra di Babi Yar alla fine di settembre 1941, dieci giorni dopo l'ingresso delle sue truppe a Kiev (quasi 34.000 morti). E questo è stato solo uno degli innumerevoli massacri perpetrati insieme agli «ausiliari» polacchi, lettoni, lituani, ucraini, descritti dallo sconvolgente Libro nero di Ilya Ehrenburg e Vassili Grossman (22).
Slavi ed ebrei (1.100.000 su 3.300.000) furono massacrati in massa a Oradour-sur-Glâne e nei lager. I 900 giorni dell'assedio di Leningrado (luglio 1941- gennaio 1943) uccisero un milione di abitanti su 2,5 milioni, di cui più di 200.000 morirono per inedia nell'estate 1941-1942.
In totale «furono rase al suolo 1700 città, 70.000 villaggi e 32.000 stabilimenti industriali». Un milione di Ostarbeiter (operai dell'Est) deportati in Occidente morirono di sfinimento o per le sevizie delle SS e dei kapò nei campi di concentramento, nelle miniere, negli stabilimenti di grandi aziende o nelle filiali di gruppi stranieri - tra cui la Ford, fabbricante dei camion da 3 tonnellate del fronte orientale.
L'8 maggio 1945 l'Urss estenuata aveva già perso il beneficio della «Grande Alleanza», imposta agli alleati anglo-americani dall'immane contributo del suo popolo alla loro vittoria. Per il contenimento della guerra fredda e sotto l'egida di Washington, si poteva oramai ristabilire quel «cordone sanitario», «prima guerra fredda» condotta sotto la guida di Londra e Parigi tra il 1919 e il 1939.


note:

* Docente di storia contemporanea, Università Paris-VII, autrice dei saggi Le Vatican, l'Europe et le Reich 1914- 1944, Armand Collin, Parigi, 1996, e Le choix de la défaite: les élites françaises dans les années 1930, che uscirà prossimamente per i tipi dello stesso editore.

(1) «1947-1948. Du Kominform au "coup de Prague", l'Occident eut-il peur des Soviets et du communisme?», Historiens et géographes (Hg) n° 324, agosto- settembre 1989, pp. 219-243.
(2) Diana Pinto, «L'Amérique dans les livres d'histoire et de géographie des classes terminales françaises », Hg, n° 303, marzo 1985, pp.
611-620 ; Geoffrey Roberts, The Soviet Union and the origins of the Second World War, 1933- 1941, Saint Martin's Press, New York, 1995, introduzione.

(3) Leggere inoltre Geoffrey Roberts, op. cit., p. 95-105, e Gabriel Gorodetsky, «Les dessous du pacte germano-soviétique», Le Monde diplomatique, luglio 1997.
(4) Salvo indicazioni diverse, le fonti citate si trovano negli archivi del ministero francese degli affari esteri o delle Forze armate terrestri (Shat), o ancora nelle pubblicazioni degli archivi tedeschi, britannici e americani. Per quanto riguarda i numerosi libri, in buona parte poco noti in Francia, sui quali si basa questo articolo, il lettore troverà un'ampia bibliografia sul sito Internet del Monde diplomatique : www.monde-diplomatique.fr/2005/LACROIX_RIZ/12117
(5) Ndr: La Galizia è passata, nel corso della storia, dai russi ai mongoli, ai polacchi, ai lituani, agli austriaci e poi di nuovo ai russi e ai polacchi. Nel 1919 lord Curzon aveva assegnato la Galizia orientale alla Russia (linea Curzon).

(6) Winston Churchill, Mémoires, vol. I, The gathering storm, Houghton Mifflin Company, Boston, 1948, p. 346.

(7) Lettera a Guy de la Chambre, ministro dell'aviazione, Mosca, 29 agosto 1939 (Shat).

(8) Michael J. Carley, 1939, The alliance that never was and the coming of World War 2, Ivan R. Dee, Chicago, 2000, pp. 256-257.

(9) Lettera 771 di Charles Corbin, Londra, 28 ottobre 1939, archivi del Quai d'Orsay (MAE).

(10) Dov Levin, The lesser of two evils : Eastern European Jewry under Soviet rule, 1939-1941, The Jewish Publications Society, Philadelphia-Jérusalem, 1995.

(11) Leggere, in particolare, i testi già citati di Geoffrey Roberts e Gabriel Gorodetsky, ma anche di Bernhard H. Bayerlin et al., Moscou, Paris-Berlin [...] 1939-1941, Taillandier, Paris, 2003. Nelle sue Memorie, la comunista libertaria Margarete Buber-Neumann accusa il regime sovietico di aver consegnato alla Gestapo molti antifascisti tedeschi.

(12) Charles Higham, Trading with the enemy 1933-1949, Delacorte Press, New York, 1983 ; e Industriels et banquiers français sous l'Occupation, Armand Colin, Parigi, 1999.

(13) Geoffrey Roberts, op. cit., pp. 122-134 et 139.

(14) La Délégation française auprès de la commission allemande d'armistice de Wies-baden, 1940-1941, Imprimerie nationale, Paris, vol. 4, pp.
648-649.

(15) 16 giugno 2004, www.oui-socialiste.fr.
Annie Lacroix-Ritz
(16) Radio France internationale, 6 aprile 2005.

(17) Si legga Corinne Gobin, «L'Europa sociale, ingannevole apparenza», Le Monde diplomatique/ il manifesto, novembre 1997.

(18) Pierre Bourdieu, Contrefeux II, Liber-Raison d'agir, Parigi 2001, p.17, edizione italiana, ....

(19)Si legga, Jacques Généreux, Manuel critique du parfait européen, Seuil, Parigi, 2005.

(20)Raoul Marc Jennar, Europe: La trahison des élites, Fayard, Parigi, 2004.

(21) Corinne Gobin «L'Union Européenne: un état de perte di conscience publique?», in Attac, Une autre Europe pour une autre mondialisation, Editions Luc Pire Bruxelles, 2001, p.70.

(22) Alain Lipietz, Politis, 24 marzo 2005 (Traduzione di E. H.)

 

 

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