FISICA/MENTE

Chi, come e perché ha distrutto la Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia

comitato unitario contro la guerra alla Jugoslavia

Indice

 

I.         Tappe dello squartamento della Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia

II.       IL RUOLO DELLA TURCHIA NELLA CRISI JUGOSLAVA

III.      IL RUOLO DELLA GERMANIA NELLA DISTRUZIONE DELLA JUGOSLAVIA

IV.      LE RESPONSABILITA' VATICANE NEL CONFLITTO BALCANICO: ALCUNI ELEMENTI.

V.       SI STANNO REALIZZANDO GLI AUSPICI DEL "VECCHIO LEONE" CHURCHILL?

VI.      La NATO in Jugoslavia. Perché?


… se restiamo uniti
– aveva detto nel suo ultimo discorso a Capodanno –
non dobbiamo aver paura di niente….

(intestazione del fondo de L’Unità del 5 maggio 1980,
riportante la notizia della morte di Jozip Broz Tito

  Tko nece brata za brata,
on ce tudjinca za gospodara

(proverbio slavo)


TAPPE DELLO SQUARTAMENTO DELLA RFS DI JUGOSLAVIA

Nel corso degli anni Ottanta il sistema sociale e politico della Repubblica Federativa e Socialista di Jugoslavia (RFSJ) entra progressivamente in crisi a causa delle fortissime pressioni cui e' soggetto ad opera del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. A cavallo del 1990 il premier Markovic tenta la via liberista, con effetti ulteriormente disastrosi (9). Di fronte allo scontento popolare ed alla crisi si rafforzano da una parte le tendenze centrifughe dei micronazionalismi, finanziati e sponsorizzati in Occidente, a loro volta eredi del nazifascismo; dall'altra le politiche centralistiche e socialdemocratiche dei socialisti serbi. Nell'occasione del 600esimo anniversario della battaglia di Campo dei Merli il leader socialista Slobodan Milosevic, facendosi portavoce delle preoccupazioni dei serbi del Kosovo, dichiara che saranno prese tutte le misure atte ad impedire la secessione del Kosovo dalla Serbia. In effetti, con il consenso della maggioranza dei membri della Presidenza collegiale della RFSJ, nel giro di alcuni mesi vengono abrogate alcune prerogative dell'autonomia politica della provincia(5) mentre viene conservata l'autonomia culturale (bilinguismo). Nel 1990 tuttavia, dinanzi all'atteggiamento di sloveni e croati all'ultimo Congresso della Lega dei Comunisti, di stampo analogo a quello dei leghisti italiani, anche i socialisti serbi mostrano di rinunciare al patrimonio ideale della RFSJ sancendo la disgregazione della Lega e del paese intero.

4 ottobre 1990: la Croazia ottiene un prestito ad interesse zero attraverso il Sovrano Militare Ordine di Malta (SMOM), per l'esattezza due miliardi di dollari USA restituibili entro 10 anni ed un giorno (1).

Il 5 novembre 1990 Il Congresso degli USA, "grazie" all'impegno del senatore Bob Dole, approva la legge 101/513, che sancisce la dissoluzione della Jugoslavia attraverso il finanziamento diretto di tutte le nuove formazioni "democratiche" (nazionaliste e secessioniste) (2). A fine mese un rapporto della CIA "profetizza" che la Jugoslavia ha solamente pochi mesi di vita; la notizia viene diffusa dalle agenzie di stampa occidentali e viene pubblicata il 29 novembre, giorno della Festa Nazionale della RFSJ (si celebra la fondazione della Repubblica avvenuta a Jajce, in Bosnia, nel 1943).

Il 22 dicembre 1990 il Sabor (parlamento) della Repubblica di Croazia, controllato dall'HDZ di Franjo Tudjman che aveva vinto le prime elezioni multipartitiche il 30 maggio precedente, emana la "nuova Costituzione" in base alla quale la Croazia e' "patria dei croati" (non piu' quindi dei croati e dei serbi, entrambi fino allora "popoli costituenti") ed e' sovrana sul suo territorio. Il 25 maggio 1991 il Papa riceve Tudjman in Vaticano; tre giorni dopo nello stadio di Zagabria Tudjman tiene un inquietante raduno circondato da esponenti del clero, nel quale sfila la nuova Guardia Nazionale Croata.

Il 25 giugno 1991 i parlamenti sloveno e croato proclamano l'indipendenza. Incomincia la campagna di stampa contro l'esercito federale, impropriamente definito "serbo". Notizie incontrollate, come quella del bombardamento di Ljubljana, campeggiano sulle prime pagine dei giornali e nessuno si preoccupera' di smentirle, benche' false. Solo dopo anni l'allora Ministro degli Esteri italiano De Michelis rivelera', sulla rivista "LIMES" ed in vari dibattiti pubblici, che la campagna disinformativa era stata pianificata da ambienti filosloveni dell'Universita' di Gorizia e dell'Austria, ma continuera' ad essere reticente sui nomi.

Gli scontri in Slovenia causano decine di vittime (alcune slovene) nelle fila dell'Esercito federale, ed una decina di vittime tra gli indipendentisti. Alla conferenza di Brioni del 7 luglio si decide di sospendere gli effetti delle dichiarazioni di indipendenza per tre mesi, in attesa di ridiscutere le struttura federale della RFSJ.

La campagna di stampa contro l'esercito federale, contro la Jugoslavia in quanto tale e contro i serbi prosegue forsennata. Otto d'Asburgo dichiara il 15 agosto su "Le Figaro": "I croati, che sono nella parte civilizzata dell'Europa, non hanno niente a che spartire con il primitivismo serbo nei Balcani. Il futuro della Croazia risiede in una Confederazione Europea cui l'Austria-Ungheria puo' servire come modello". Nell'ottobre, piu' di 25mila serbi sono scacciati dalla Slavonia Occidentale; ancora in novembre infuriano gli scontri nella Vukovar occupata dalle milizie irregolari di Mercep, legate al partito di governo di Tudjman. Dopo settimane di stallo l'esercito federale interviene bombardando massicciamente e ri-occupando la citta'. I reportage sull'avvenimento sono unilaterali se non bugiardi: per aver raccontato aspetti meno noti di quella battaglia, la giornalista della RAI Milena Gabanelli e' vittima di un linciaggio cui partecipano anche settori del Vaticano. Dopo di allora non l'abbiamo piu' vista in TV... La sua vicenda e' stata da lei stessa narrata nell'appendice al libro di M. Guidi "La sconfitta dei media" (Baskerville, Bologna 1993).

Solo nel settembre 1997 Miro Bajramovic, un miliziano di Mercep, raccontera' in dichiarazioni a "Feral Tribune" (10) che cosa fecero le milizie paramilitari croate in quel periodo.

Il 17 dicembre 1991 a Maastricht si pongono le fondamenta della Unione Europea, che iniziera' a concretizzarsi nel 1999 con la introduzione dell'Euro, ma contemporaneamente si decide di sancire lo squartamento della Jugoslavia: il documento UE numero 1342, seconda parte, del 6/11/1992 indichera' che in quella sede l'unita' europea era stata raggiunta proprio a scapito della Jugoslavia, con una cinica manovra da parte essenzialmente della Germania. Il 23 dicembre la Germania dichiara unilateralmente e pubblicamente il suo riconoscimento delle repubbliche di Croazia e Slovenia, con effetto a partire dal 15 gennaio successivo. Per questo "regalo di Natale" tedesco si organizzano festeggiamenti nelle piazze croate. Il giorno dopo (24 dicembre) i serbi della Croazia proclamano a loro volta la "autodeterminazione" costituendo formalmente la Repubblica Serba della Krajina nelle zone, da secoli a maggioranza serba, situate lungo il confine con la Bosnia-Erzegovina. La "Comunita' Internazionale" si rifiuta di considerare il problema e prosegue nella guerra mediatica e militare contro i serbi.

Il 13 gennaio 1992 lo Stato della Citta' del Vaticano riconosce la Croazia come Stato indipendente, seguita due giorni dopo da tutti i paesi della UE che riconoscono anche la Repubblica di Slovenia.

Gennaio 1992: Alija Izetbegovic, musulmano presidente di turno della Bosnia-Erzegovina, manca di passare la consegna al serbo Radovan Karadzic: si tratta di un vero "golpe bianco" che infrange la regola della "presidenza a rotazione".

La storia politica di Izetbegovic e' tuttora ignota al pubblico occidentale. Basti dire che era uscito dal carcere solo nel 1988, dopo aver scontato 6 anni su 14 di pena che gli erano stati inflitti per "istigazione all'odio tra le nazionalita'".

Febbraio 1992: staccate la Bosnia! La "Comunita' Internazionale" promette agli islamisti sarajevesi aiuto ed accoglienza nelle istituzioni euro-atlantiche in cambio della proclamazione della indipendenza della Bosnia-Erzegovina. Viene percio' indetto un referendum (anticostituzionale) per il giorno 29 dello stesso mese, che sara' boicottato dal 35 per cento degli aventi diritto. Solo il 65% dei votanti, essenzialmente croati e musulmani di Bosnia, voteranno a favore della secessione.

La creazione di uno Stato indipendente nei confini della ex-repubblica federata di Bosnia ed Erzegovina e' il colpo piu' grave inferto ai valori della "Fratellanza ed Unita'" ed alla struttura multi-nazionale della Jugoslavia dall'inizio della crisi. Ogni discorso su "Sarajevo multietnica" diventa a quel punto demagogico: era la Jugoslavia stessa ad essere multietnica. I serbi e chi si proclama jugoslavo si rifiutano di diventare minoranza discriminata in uno Stato retto da settori islamisti legati ad alcuni paesi arabi, all'Iran ed alla Turchia (vedi Parte II). Pesa come un macigno la memoria dei crimini commessi durante la II Guerra mondiale dalle divisioni inquadrate nelle SS, collaborazioniste degli ustascia croati, contro antifascisti ed ortodossi.

I serbi scelgono dunque a loro volta l'"autodeterminazione" nei confini della "Republika Srpska" [RS], corrispondente al territorio abitato prevalentemente da contadini di religione ortodossa. Le piu' importanti citta', i collegamenti ed i centri produttivi della Bosnia-Erzegovina, a parte Banja Luka, restano invece nelle mani dei musulmani e dei cattolici (Sarajevo, Zenica, Mostar, Neum).

Anche i quartieri di Sarajevo a maggioranza serba si aggregano alla RS: la citta' risulta divisa, il cuore della Bosnia e della Jugoslavia multinazionale e' lacerato. Mentre la leadership musulmana fa base nel centro storico di Sarajevo, capitale della RS e' Pale, ex sobborgo residenziale a poca distanza. Con lo scoppio del conflitto, tra i serbi di Bosnia prevale la posizione nazionalista del Partito Democratico di Radovan Karadzic e Biljana Plavsic, che rivendicano una continuita' con la monarchia serba di prima della II Guerra mondiale e con le milizie serbiste dei cetnici; le posizioni scioviniste della leadership di Pale contribuiscono ad aumentare la frattura tra le varie nazionalita' ed a cancellare la memoria della Jugoslavia unitaria e socialista e della guerra partigiana. I serbi di Bosnia giocheranno il ruolo di "macellai pazzi" nella truffa massmediatica scatenata in tutto il mondo occidentale e nei paesi islamici, mentre la leadership islamista parlera' di "assedio" da parte dei serbi, indicati come "invasori" ed "aggressori" di una Bosnia-Erzegovina mai esistita storicamente come Stato a se'. Intellettuali e politici di mezzo mondo si impegneranno per mesi ed anni a creare e vezzeggiare una "identita' nazionale bosniaca" inesistente, contribuendo di fatto alla propaganda bellica contro una delle parti in causa.

A marzo del 1992, quando la guerra non e' ancora scoppiata, la prima Conferenza per la pace in Bosnia, a Lisbona, si conclude con un accordo (il "piano Cutileiro") per la cantonalizzazione della ex-repubblica federata. Immediatamente rappresentanti delle delegazioni croata e musulmana sono convocati negli Stati Uniti, dove l'ex-ambasciatore a Belgrado Zimmermann li persuade a ritirare la loro firma dall'accordo. Lo stesso Cutileiro imputera' alle parti musulmana e croata la rottura del patto, ad esempio nella lettera pubblicata sull'"Economist" del 9/12/1995, e Zimmermann in persona raccontera' quei fatti, come riportato da David Binder sul "New York Times" del 29/8/1993.

Il 6 aprile 1992, anniversario della invasione della Jugoslavia da parte dei tedeschi nel 1941, Europa ed USA riconoscono la Bosnia-Erzegovina come Stato indipendente. L'iniziativa contraddice persino le raccomandazioni di politici e mediatori occidentali come Lord Carrington. Per tutta risposta i serbi proclamano la costituzione della Repubblica Serba di Bosnia nei territori a maggioranza serba (7-8 aprile), vale a dire circa il 65 per cento del territorio. La bandiera adottata e' quella tradizionale della Serbia, con la croce e le quattro "C" nel centro, diversa dalla bandiera jugoslava.

Quattro giorni dopo la neonata Armija (esercito) bosniaca attacca le caserme federali. Due settimane dopo il governo jugoslavo decide il ritiro delle forze armate dalla Bosnia, ritiro che viene incominciato il 19 maggio e sara' completato il 6 giugno.

Il 27 aprile 1992 Serbia e Montenegro proclamano la nuova Federazione Jugoslava.

Il 22 maggio Croazia e Slovenia sono ammesse all'ONU. Lo stesso giorno la indipendenza della Repubblica ex-Jugoslava di Macedonia (FYROM), proclamata il 17/9/1991 ma ancora non riconosciuta dalla UE, viene sancita a livello internazionale.

Il 27 maggio 1992 avviene la prima grande strage a Sarajevo: persone in fila per il pane a Vasa Miskin sono bersaglio di un colpo di mortaio. Le telecamere erano state piazzate in precedenza, pronte a filmare. Anche grazie all'emozione suscitata da questo episodio il 30 maggio al Consiglio di Sicurezza dell'ONU viene fatta passare una risoluzione che condanna la Jugoslavia come paese aggressore ed occupatore della Bosnia, ed un'altra (la 757) che impone sanzioni economiche contro la nuova Federazione.

Il 2 luglio i croati dell'Erzegovina proclamano la Repubblica Croata di Erzeg-Bosnia, con la stessa bandiera, la stessa valuta, le stesse targhe automobilistiche adottate in Croazia, lo Stato con il quale esiste una unita' territoriale de facto; ciononostante nessun provvedimento viene preso dall'ONU nei confronti della Croazia.

Solo successivamente emerge un rapporto confidenziale dell'ONU che afferma che la strage di Vasa Miskin e' stata commessa da estremisti musulmani; lo stesso viene scritto sul rapporto della Task Force antiterrorismo del governo USA intitolato "Iran's European Spring board?", datato 1/9/1992.

Il 9 ottobre un'altra risoluzione ONU (la 816) decreta il divieto di sorvolo della Bosnia-Erzegovina - divieto che negli anni successivi verra' largamente disatteso da croati e musulmani, viceversa armati ed addestrati con il contributo statunitense e tedesco.

Per la Bosnia, a partire dal 1992, pacifisti e sinistra in trappola: si scatena la campagna "Sarajevo assediata". Dalla citta' partiranno a ripetizione falsi "scoop" giornalistici su atrocita' gratuite delle truppe serbe. Vengono organizzate spedizioni a Sarajevo, generalmente presentate come iniziative di protesta nonviolenta contro la guerra ("interposizione non armata"), in effetti pero' si parla unilateralmente di "assedio" e si rifiuta una presenza di pace nella parte serba della citta'. In una di queste iniziative, organizzata dall'associazione cattolica "Beati i Costruttori di Pace", viene assassinato il pacifista Moreno Lucatelli: solo dopo anni un film di Giancarlo Bocchi sull'omicidio svela le responsabilita' delle milizie islamiste, impegnate a montare le strumentalizzazioni in chiave antiserba e ad attizzare l'odio tra le nazionalita' (11).

Nel luglio 1992 gli USA effettuano il primo tentativo di rovesciamento del governo della nuova Repubblica Federale di Jugoslavia. Giunge a Belgrado Milan Panic, miliardario cittadino americano di origine serba, accompagnato da un codazzo di consiglieri statunitensi; la leadership jugoslava si lascia convincere che quello sia l'uomo giusto per la normalizzazione delle relazioni con la Comunita' Internazionale, ed il 14 luglio Panic viene designato Primo Ministro - benche' non ancora cittadino jugoslavo! L'11 agosto, insieme al Presidente federale recentemente eletto, il nazionalista-liberista Dobrica Cosic, Panic incontra i mediatori Vance ed Owen a Ginevra. Il primo settembre in TV Panic afferma che "per il mondo Milosevic [Presidente della Repubblica di Serbia] e' una persona che non mantiene la parola". Il 10 settembre il Ministro degli Esteri della RFJ si dimette, mentre sono in corso i colloqui a Ginevra, accusando Panic di lavorare contro gli interessi dei serbi. Due mozioni di sfiducia sono presentate contro Panic in quel periodo, ma non passano in Parlamento per un soffio. Alle elezioni per la Presidenza della Repubblica di Serbia, il 20/12/1992, Panic si candida ed ottiene solo il 34 per cento contro il 56 per cento di Milosevic (il resto va ai candidati di destra) nonostante la enorme pressione americana a favore della sua elezione. Il governo Panic viene comunque sfiduciato.

Fine 1992: Bill Clinton sostituisce George Bush alla Presidenza degli Stati Uniti. Inizia la fase dell'interventismo militare diretto degli USA contro la Jugoslavia.

Su "Defence and Foreign Affairs Strategic Policy" del Dicembre 1992 vengono elencati con dovizia di particolari i rifornimenti di armi leggere e pesanti (60 panzer) alla Croazia da parte soprattutto tedesca.

All'inizio del 1993, su iniziativa della Danimarca, la Repubblica Federale di Jugoslavia viene estromessa persino dalla Organizzazione Mondiale della Sanita'. Questo in un momento in cui il paese registrava un afflusso di circa 600mila profughi da varie parti della RFSJ. Alla fine dell'anno nel paese si registrera' una inflazione pari a circa il 300.000.000 per cento.

Il 1993 e' anche l'anno delle "rivelazioni" di Roy Gutman, giornalista destinato a vincere il Premio Pulitzer, sui "campi di sterminio", e del Ministro degli Esteri bosniaco-musulmano Haris Silajdzic sulle "decine di migliaia di donne musulmane fatte oggetto di violenza sessuale a scopo di pulizia etnica" (3). In effetti la disinformazione sulle questioni bosniache, come in tutto il corso della crisi jugoslava a partire dal 1990, non e' episodica o casuale ma strategica e persistente. Sempre nel 1993 esce in Francia un libro dal titolo "Le verita' jugoslave non sono tutte buone a dirsi", nel quale J. Merlino dimostra il ruolo avuto da agenzie specializzate come la "Ruder&Finn Global Public Affairs", il cui direttore afferma di aver lavorato per i governo sloveno, croato, bosniaco-musulmano e per il governo del "Kosova", cioe' per i secessionisti albanesi di Rugova (8). Su "Foreign Policy" Peter Brock pubblica un lungo articolo in cui elenca tutta una serie di falsificazioni, scatenando un putiferio ed una levata di scudi da parte dei suoi colleghi giornalisti in mezzo mondo (12).

Il 1993 e' anche l'anno in cui Slovenia, Croazia e Repubblica Federale di Jugoslavia (Serbia e Montenegro) consolidano o rinnovano le loro legislazioni e strutture istituzionali.  In particolare, la Croazia introduce la nuova moneta, denominata "kuna" - nel segno della continuita' con la moneta in corso legale sotto Pavelic - le cui banconote vengono stampate in Germania.

Nell'aprile 1993 Clinton invia a Belgrado Mr. Ralph Reginald Bartholomew, accompagnato da pezzi grossi del Dipartimento di Stato e delle Forze Armate. Al loro arrivo, i delegati creano momenti di tensione cercando di imporre incontri separati con i rappresentanti delle istituzioni e dell'esercito, e chiedendo che si prema sui serbi di Bosnia per l'accettazione incondizionata del piano Vance-Owen. In quella occasione i toni della discussione sono particolarmente aspri con gli ufficiali dell'Esercito Jugoslavo (JNA), che alludono al Vietnam. Ad un ricevimento presso l'ambasciata USA vengono invitati solamente i rappresentanti della opposizione.

8 aprile 1993: la FYROM diventa membro dell'ONU nonostante le gravi questioni rimaste in sospeso con la Grecia.

Il 20 settembre 1993 i musulmani della regione del Bihac, fedeli a Fikret Abdic, proclamano l'indipendenza dal governo di Sarajevo. Abdic, uomo d'affari della Agrokomerc buttatosi in politica nel 1991 quando aveva ottenuto piu' voti dello stesso Izetbegovic nelle elezioni presidenziali, aveva dovuto rinunciare all'incarico a causa di pressioni dal carattere mai chiarito. Con la proclamazione dell'indipendenza Abdic e decine di migliaia di musulmani scelgono la strada della collaborazione con i croati e con i serbi.

5 febbraio 1994: prima strage di Markale, la principale piazza del mercato di Sarajevo. Il 6 giugno successivo Jasushi Akashi, delegato speciale ONU per la Bosnia, dichiara alla Deutsche Presse Agentur che un rapporto segreto ONU aveva attribuito da subito ai musulmani la paternita' della strage, ma che il Segretario Generale Boutros Ghali non ne aveva parlato per ragioni di opportunita' politica. Poco tempo dopo Akashi viene rimosso dall'incarico. Alla Conferenza di Ginevra il clima e' decisamente sfavorevole ai serbi. Gli americani dichiarano apertamente di voler accrescere il sostegno alla parte musulmana.

In marzo gli USA impongono la costituzione di una Federazione tra croati e musulmani. Questo passo consente la cessazione dei violenti scontri in atto da un anno tra queste due parti in conflitto. Ricordiamo ad esempio le distruzioni avvenute a Mostar, dove persino tre giornalisti italiani sono stati uccisi dai croati per avere filmato "altre verita'", distruzioni culminate con l'abbattimento del ponte simbolo della citta' e della Bosnia. L'ultranazionalismo croato in Erzegovina, regione di cui Mostar e' il capoluogo, continuera' comunque a rendere impossibile la convivenza con i musulmani, impedendo persino all'incaricato europeo Koschnik di ristabilire condizioni minime di vivibilita': Koschnik si dimettera' dopo pochi mesi.

Ma con la costituzione formale di una Federazione tra croati e musulmani gli USA intendono concentrare gli sforzi contro la parte serba. Nei mesi successivi, sotto l'egida USA, viene creato un comando congiunto delle forze armate croato-musulmane, mentre aumentano le indicazioni della presenza di volontari mujaheddin arruolati tra gli islamisti. La brigata dei mujaheddin fa capo a Zenica, dove pure e' accampato il battaglione turco della missione ONU e sono concentrate 14 organizzazioni umanitarie islamiche. A comandare i mujaheddin ci sono il saudita Abdul Aziz, reduce dell'Afghanistan, un libico,  ed altri strani personaggi, come raccontato ad es. da Rampoldi su "Repubblica" del 27/11/1994.

Il 12 giugno 1994 il presidente Clinton, in visita a Berlino, tiene un discorso altamente simbolico dinanzi alla Porta di Brandeburgo: la Germania e' ormai il partner privilegiato degli USA in Europa, e la leadership tedesca nella UE e' nell'interesse degli Stati Uniti, che vi si appoggiano per realizzare la penetrazione militare, politica ed economica verso Est. Le dichiarazioni di Clinton creano un incidente diplomatico con la stessa Gran Bretagna.

Il 19 agosto 1994 il V corpo d'armata bosniaco-musulmano attacca la sacca di Bihac generando molti morti e la fuga di decine di migliaia di persone. La sorte di questa gente a tutt'oggi non e' ancora chiara. In ogni caso, di questi musulmani di Bosnia non legati all'SDA di Izetbegovic i media occidentali si sono occupati in misura irrilevante, magari solo per denigrarli come "traditori", probabilmente in quanto rappresentavano un grande punto interrogativo sulla natura "democratica e pluralista" dello Stato bosniaco governato dagli ultranazionalisti dell'SDA.

Nei primi mesi del 1995 aumentano fortemente i rifornimenti di armi ai croato-musulmani: all'aereoporto di Tuzla e' segnalato un traffico intenso di Hercules C130. Sulla "Frankfurter Rundschau" del 11/3/1995, ad esempio, si rivela il misterioso carattere dei traffici verso l'aeroporto di Tuzla e le dichiarazioni in proposito di vari esponenti UNPROFOR. Tuttavia sulla stampa occidentale e in particolare negli ambienti pacifisti si sottolinea solo il carattere di Tuzla città "modello di convivenza multietnica" minacciata dal terrore serbo, omettendo completamente la questione dell'aeroporto. Si noti che dagli accordi di Dayton in poi l'aeroporto di Tuzla diverrà cuore dell'impegno militare statunitense in Bosnia.

Primo maggio 1995. Il regime croato sceglie una data assai particolare per attaccare la Slavonia occidentale: la Festa dei Lavoratori. Nel giro di due giorni tutta questa parte del territorio della Repubblica Serba di Krajina viene occupata, compresa l'area del lager-memoriale di Jasenovac, dove durante la Seconda Guerra Mondiale centinaia di migliaia di persone erano state trucidate dagli ustascia. La forza di protezione ONU sembra inesistente.

L'"Operazione Lampo" (come in tedesco "Blitzkrieg") si avvale della preparazione acquisita con il supporto degli Stati Uniti e della Germania. In particolare, agenzie di mercenari e generali-addestratori dell'esercito USA hanno lavorato e lavoreranno negli anni successivi per le truppe croate. L'operazione Train and Equip proseguira' anche dopo gli accordi di Dayton, a sostegno di croati e musulmani ed in vista dell'annientamento della Repubblica serbobosniaca.

Il 3 maggio anche i musulmani attaccano su piu' fronti, specialmente sulle alture dello strategico Monte Igman a Sarajevo, con la copertura di aerei NATO impegnati a colpire obbiettivi militari serbi. Gli attacchi aerei cessano solo quando i serbo-bosniaci prendono in ostaggio militari ONU. Contemporaneamente i croati attaccano a Livno e Drvar. Oltre Sarajevo, verso Srebrenica, i serbi lasciano avanzare i musulmani chiudendoli infine in trappola in una valle, dove scatenano una carneficina. In seguito a questa, i musulmani attaccano da tutte le "enclave" (Gorazde, Srebrenica, Tuzla, Bihac, Zepa) verso i dintorni, abitati da serbi. A giugno i serbo-bosniaci occupano Srebrenica. Negli anni precedenti le milizie musulmane, guidate da Naser Oric, avevano raso al suolo circa trenta villaggi serbi situati attorno l'enclave protetta dall'ONU. L'attacco dei serbi causa 1430 vittime: altri circa seimila musulmano-bosniaci vengono segretamente allontanati dalla cittadina poco prima dell'ingresso dei serbi. L'operazione, curata dall'Armata musulmana, sara' descritta nel documento della Croce Rossa Internazionale ICRC n.37 del 13/9/1995. Negli anni successivi i media racconteranno incessantemente la storia dello "sterminio di ottomila civili di Srebrenica" e delle relative "fosse comuni".

Nell'agosto 1995 l'esercito croato attacca le zone della Croazia ancora sotto controllo serbo, teoricamente "protette" da una forza di interposizione ONU, costringendo alla fuga la popolazione nella sua totalita', circa 170mila persone (cfr. il libro di Giacomo Scotti "Operazione Tempesta", Ed. Gamberetti, 1996). In quella occasione diviene palese il sostegno strutturale dato dall'Occidente al regime di Tudjman. In particolare vengono fuori la fornitura di armi da parte tedesca e l'addestramento dato da agenzie USA specializzate, pseudo-private, come la Military Professional Resources Inc., che impiegano militari USA in "prepensionamento". La suddetta agenzia ha lavorato anche per il governo di Izetbegovic, per il quale ha offerto una prestazione del valore di 400 milioni di dollari, in gran parte sborsati da Stati islamici come la Malaysia e l'Arabia Saudita (6).

28 agosto 1995: la seconda strage a Markale suscita fortissima emozione nell'opinione pubblica. All'inizio di settembre la NATO attacca i serbi della Bosnia, distruggendone gran parte delle potenzialita' militari. In seguito emergera' l'uso di proiettili all'uranio impoverito, per i quali in Jugoslavia si pensa di denunciare la NATO al Tribunale dell'Aia per i crimini di guerra.

Solo successivamente (7) emergera' che pure la strage del 28/8 ha ben altri responsabili: si parla di strutture segrete, appoggiate dai servizi occidentali, impegnate nella strategia della tensione contro la popolazione della Bosnia. A dicembre gli accordi di Dayton consentono comunque la cessazione delle ostilita'. Il prezzo da pagare per i serbi e' la rinuncia a parte del territorio ed ai quartieri a maggioranza serba di Sarajevo (in piu' di centomila li abbandoneranno all'inizio del 1996). Il prezzo da pagare per i musulmani e' la rinunzia ad una Bosnia unitaria, da loro dominata. Il prezzo da pagare per i croati e' la rinunzia formale alla costituzione di una loro entita' separata, da annettere alla Croazia. Il prezzo da pagare per tutti i cittadini della Bosnia sono le conseguenze di tre anni di conflitto e la occupazione militare da parte delle truppe straniere, a controllare un territorio ormai privato di qualsiasi sovranita' reale.

 

LA STRATEGIA DELLA TENSIONE CONTINUA IN KOSOVO

 

Dal 1997 il movimento separatista kosovaro-albanese acquista un fortissimo impulso dal punto di vista strettamente militare a causa degli appoggi in Albania, Turchia ed Occidente, dopo che per anni il governo "parallelo" di Rugova, con la sua politica del separatismo su base etnica e del boicottaggio totale, e' stato non solo finanziato ed appoggiato a livello propagandistico, ma anche incensato dai "pacifisti" che hanno visto con favore la spartizione della Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia.

In seguito alla rivolta delle "piramidi" un fiume di armi ed equipaggiamento passa le frontiere in sostegno di una organizzazione militare detta UCK ("Esercito di Liberazione del Kosovo").

Dietro all'exploit di questa organizzazione c'e' anche l'interessamento di George Tenet, attuale capo della CIA, di origine albanese: sua madre "ha lasciato l'Albania meridionale alla fine della Seconda guerra mondiale, a bordo di un sottomarino britannico, per sfuggire al comunismo... Lei e' un vero eroe. E' con queste esperienze di vita e di valori in mente che io spero di guidare la nostra comunita' di intelligence..." ("il manifesto" 24/2/1999). L'irredentismo panalbanese e' appoggiato dalla lobby schipetara degli USA, che fa capo alla Albanian-American Civil League vicina a Bob Dole ed al suo protetto Joseph Dioguardi. Come per le precendenti secessioni jugoslave, anche nel caso del "Kosova" la disinformazione mirata a suscitare un clima di mobilitazione bellica nelle popolazioni dei paesi aggressori, e' mossa da agenzie di pressione specializzate come la "Ruder&Finn" (8), e da tutto l'immenso apparato legato alla "Fondazione Soros", legata alla CIA.

Per L'UCK si raccolgono fondi, e su giornali come il "Washington Post" appaiono interviste a questi "freedom fighters". Il 9 marzo 1998 Madeleine Albright enuncia la nuova dottrina statunitense, in base alla quale la crisi del Kosovo "non e' un affare interno della RF di Jugoslavia". Anche gli estremisti albanesi della FYROM godono dell'appoggio dato da pseudo organizzazioni umanitarie (Fondazione Soros, Partito Radicale, ecc.) nonostante le preoccupazioni per la tenuta pure di quel paese, dove un terzo della popolazione e' di lingua albanese. Una destabilizzazione della Macedonia porterebbe alla sua spartizione tra Albania e Bulgaria, proprio come durante il nazifascismo. Progressivamente anche la Macedonia si va riempiendo di truppe occidentali, mentre diventano esplicite le mire della Bulgaria, ad esempio con il documento "Dottrina Nazionale Bulgara" e con le dichiarazioni del presidente Petar Stojanov (13).

Nell'agosto 1998 Erich Rathfelder, giornalista tedesco gia' noto per reportage faziosi sulla guerra in Croazia e Bosnia, sulla "Tageszeitung" denuncia la strage di 567 albanesi del Kosovo, dei quali 430 bambini, nei pressi di Orahovac. La notizia non ha alcuna conferma, ne' puo' averla essendo falsa, ma sortisce ugualmente un forte effetto.

Tra l'ottobre 1998, quando ha inizio la missione OSCE in Kosovo in seguito ai ricatti della NATO contro la Jugoslavia, e l'inizio di marzo secondo la Tanjug nell'area ci sono 975 attacchi terroristici che causano 141 morti, 305 feriti ed 86 scomparsi. Armi dirette ai secessionisti panalbanesi vengono sequestrate nei porti italiani, conti in banca vengono aperti in Europa per il finanziamento dell'UCK (vedasi tra l'altro l'interrogazione parlamentare di G. Russo Spena a riguardo), le polizie di molti paesi europei individuano i legami tra l'UCK ed i traffici di droga e prostituzione.

Alla fine del 1998 una campagna stampa del Partito Radicale Transnazionale per la incriminazione del Presidente della Jugoslavia dinanzi al Tribunale dell'Aia raccoglie il consenso e la firma anche di esponenti dell'UCK come Adem Demaci, nonche' di ultranazionalisti albanesi della Macedonia, di Sali Berisha e leader albanesi di ogni orientamento. Ancora all'inizio del 1999 il premier Majko chiede che Milosevic sia processato per crimini contro l'umanita' ("il manifesto" 20/1/1999), appellandosi alla NATO, agli USA ed alla UE.

Il 15 gennaio 1999 in seguito agli scontri attorno a Racak tra le forze jugoslave ed i miliziani dell'UCK, il capo degli osservatori OSCE William Walker, noto "falco" USA in Vietnam e America Latina (caso Iran-contras, squadroni della morte in Salvador, e cosine simili), inscena in collaborazione con i terroristi uno spettacolo macabro indicando come "civili inermi" le vittime. I cadaveri sono stati ammucchiati in un fossato e cambiati di abiti, ma sono guerriglieri dell'UCK. Le immagini e le parole di Walker fanno il giro del mondo ad attestare la "gratuita ferocia dei serbi contro i civili" (4).

La vicenda di Racak e' il culmine di una serie di operazioni di disinformazione strategica. L'anno precedente erano state segnalate fosse comuni inesistenti, come ad Orahovac, ed anche sui profughi le speculazioni della stampa sono ripugnanti. Le azioni dell'UCK, tese a far crescere la tensione, scatenare la reazione jugoslava ed indurre l'Occidente all'intervento militare diretto, non destano preoccupazione nei nostri media: quasi inosservate passano le stragi di Klecka - quando per la prima volta dalla fine della II Guerra mondiale ritornano in funzione i forni crematori - e Pec - in dicembre un gruppo di ragazzini serbi della cittadina viene massacrato.

La violenta pressione psicologica esercitata dai mass-media, mirata dall'inizio a montare un clima di mobilitazione bellica nelle opinioni pubbliche in Occidente, impedisce strutturalmente lo sviluppo di movimenti di opposizione alla NATO e contro le scelte strategiche euro-atlantiche. L'irredentismo kosovaro diventa "lotta per la liberta'", l'idea di diritti di cittadinanza per tutti indipendentemente da dove passino i confini statuali e' considerata antiquata: secondo i redattori della rivista "Guerre&Pace", capofila del pacifismo italiano, la autonomia politica della provincia sarebbe ormai "una concessione dall'alto", percio' si punta direttamente al protettorato e/o alla Grande Albania mascherandola come "auto-determinazione". Informazioni "fuori dal coro" vengono censurate da tutti i media, anche dai settori della sinistra "antagonista". Gli "autodeterminatori" del "Kosova" abitano in Occidente.

In Albania in piu' occasioni si manifesta solidarieta' con il movimento irredentista kosovaro e con l'UCK, soprattutto da parte della destra di Berisha. Il 5 febbraio 1999 la dimostrazione per le strade di Tirana e' unitaria, e si scandisce continuamente la sigla UCK ("il manifesto" 6/2)

A Rambouillet vicino Parigi, in seguito alla impressione suscitata dalla macabra sceneggiata di Racak, l'Occidente organizza un falso negoziato: le due parti vengono fatte incontrare un'unica volta in circa venti giorni di sedute (in due riprese tra febbraio e marzo), ed alla fine la delegazione albanese-kosovara, che e' guidata dall'UCK, firma un "accordo" che prevede il referendum per l'indipendenza e l'occupazione militare da parte della NATO. Consiglieri del Dipartimento di Stato e della NATO stessa accompagnano l'UCK a Rambouillet. Anche il Ministro degli Esteri albanese Milo li assiste (B92, 17 marzo 1999). Pure Filippo di Robilant, ex-portavoce della leader radicale italiana Bonino, fa parte del codazzo dell'UCK (Corriere della Sera). Alla fine, la Jugoslavia viene accusata all'unisono per non avere firmato un "accordo" che tale non e' - poiche' un accordo presuppone due parti consenzienti.

Il 22 marzo 1999 rappresentanti dell'UCK si accordano a Tirana con le istituzioni albanesi per una piu' stretta collaborazione, secondo quanto riportato dalla stessa televisione di Stato albanese. Un altro tassello della ridefinizione degli assetti europei secondo il modello definito dal nazismo si sta realizzando. La guerra puo' ricominciare.

Il 24 marzo la NATO scatena i bombardamenti su tutto il territorio della Repubblica Federale di Jugoslavia.

NOTE:

(1) Rajko Dolecek: "J'accuse  L'Unione Europea, la NATO e l'America" (Ed. Futura, Praga 1998 - in lingua ceca), e T.W. "Bill" Carr: "German and US Involvement in the Balkans" (intervento al Simposio "Jugoslavia: passato e presente", Chicago 31/8-1/9/1995). Nel 1994 l'ambasciata croata a Washington nega che questo prestito sia mai avvenuto; T.W. Carr, editore associato della "Defense & Foreign Affairs Publications" di Londra, elenca allora le persone direttamente coinvolte nella faccenda, mentre lo SMOM le invita ad esibire tutta la documentazione a riguardo. Firmatari per parte croata risultano essere il vicepresidente della Repubblica Mate Babic e la signora Maksa Zelen Mirijana, autorizzata ad agire in nome e per conto del Ministero delle Finanze di Zagabria.

Il ruolo dello SMOM nella crisi jugoslava e' tanto importante quanto sconosciuto... A Zagabria la villa sede nel 1990-'91 dell'HDZ di Tudjman diventera' Ambasciata dello SMOM in Croazia dopo l'indipendenza. Lo SMOM e' una potente organizzazione direttamente legata al Vaticano che dopo l'89 ha enormemente accresciuto la sua influenza nell'Europa centroorientale: praticamente in tutte le capitali dell'Est europeo esiste ormai una rappresentanza diplomatica dell'Ordine. Tra gli aderenti allo SMOM spicca, per il ruolo specifico avuto come "sponsor" di Slovenia e Croazia, Francesco Cossiga. Lo SMOM fu, insieme al Vaticano ed alla Croce Rossa, una delle ancore di salvezza per i nazisti ustascia in fuga alla fine della II G.M. (cfr. "Ratlines" di M. Aaron e J. Loftus, Ed. Newton Compton 1993)

(2) Cfr. "Nato in the Balkans", AAVV., edito dall'IAC (New York 1998)

(3) Dichiarazione rilasciata alla Conferenza di Pace di Ginevra. Nell'ottobre 1993 la Commissione ONU per i crimini di guerra sara' in grado di contare in tutto 330 casi di stupro, relativamente cioe' a tutte e tre le parti in conflitto.

(4) Vedansi gli articoli apparsi su "Le Monde" e "Le Figaro" nei giorni successivi.

(5) La "autonomia speciale", in vigore in Kosovo sia dal 1974, prevedeva il diritto di veto della minoranza sulle decisioni della Repubblica di Serbia (e non il viceversa), nonche' la non-giudicabilita' degli albanesi da parte di corti che non fossero quelle kosovare. Norme del genere rappresentavano chiaramente una non-reciprocita' normativa tra istituzioni serbe e gruppo nazionale serbo da una parte, istituzioni kosovare e gruppo nazionale albanese dall'altra. Oltre a questo, la "autonomia speciale" istituiva uno status di "Settima Repubblica" de facto per il Kosovo nella RFSJ, e ciononostante per tutti gli anni Ottanta si erano intensificati gli episodi e si era rafforzato l'indirizzo centrifugo-secessionista negli ambienti politici albanesi-kosovari.

(6) Cfr. ad es. Ken Silverstein su "The Nation", 28/7/1997.

(7) Cfr. il dispaccio ITAR-TASS 6/9/1995 che fa riferimento alle operazioni segrete "Ciclone Uno" e "Ciclone Due", coordinate dal capo dell'esercito musulmano Rasim Delic. Vedansi anche Michele Gambino su "Avvenimenti" del 20/9/1995 e Tommaso Di Francesco sul "Manifesto" del 3/10/1995.

 (8) Sulla disinformazione strategica nel caso jugoslavo si vedano ad es. i libri POKER MENTEUR ("Il poker dei bugiardi", in francese), di Michel Collon (Ed. EPO e M. Collon, 20A Rue Hozeau de Lehaie, 1080 Bruxelles, Belgio - tel. +32-2-414 2988, fax +32-2-414 9224, e-mail: editions@epo. be), e "Le verites yougoslaves ne sont pas toutes bonne a dire", di Jacques Merlino (Ed. Albin Michel, 1993).

(9) Sulle politiche economiche degli anni Ottanta si veda di M. Chossudovsky "La globalizzazione della poverta'", Ed. Gruppo Abele 1998, ed il capitolo 4 di "NATO in the Balkans", Ed. International Action Center, New York 1998.

(10) "Feral Tribune", 1/9/1997; cfr. la trad. italiana su "Internazionale" n.202, 10/10/1997 pg.39.

(11) Vedansi gli articoli di G. Bocchi apparsi sul "Manifesto" tra settembre '98 e gennaio 1999, nonche' l'apposito capitolo dedicato al caso Lucatelli sul libro di Luca Rastello "La guerra in casa", Einaudi 1998.

(12) Si veda la traduzione italiana (non integrale) apparsa su "Internazionale" del 26/2/1994.

(13) Alla fine del 1997 i giornali di Sofia pubblicano alcuni estratti di un documento intitolato "Dottrina Nazionale Bulgara", redatto da vari accademici, nel quale si lascia intendere che la Macedonia e' territorio storicamente bulgaro. Il 12 maggio 1998 Stojanov dice testualmente: "La Bulgaria e' pronta a intervenire militarmente in Macedonia, qualora il conflitto in Kosovo si allarghi a questo paese che, nei fatti, e' una provincia bulgara" (cfr. "Notizie Est #46" - http://www.ecn.org/est/balcani).


IL RUOLO DELLA TURCHIA NELLA CRISI JUGOSLAVA

 

Il panturchismo e' una ideologia diffusa nei Balcani, dalla quale dipende molto delle sorti della pace, ed e' strano che in questi anni i nostri commentatori ne abbiano parlato cosi' poco. Non ci riferiamo qui all'idea di unificare tutti i popoli che appartengono al gruppo linguistico turcofono (turchi, tartari, kasachi, usbechi, turkmeni, azeri, altri caucasici ecc.), esplicitamente perseguita dai Lupi Grigi e dai loro sponsor, bensi' della espansione dell'influenza economica e culturale turca anche all'interno dell'Europa. Piu' precisamente, le ambizioni pan-turche conprendono tutti quei popoli convertiti al credo islamico sotto l'Impero Ottomano, indipendentemente dalla loro origine "etnica". Percio piu' che di pan-turchismo si deve forse parlare di neo-turchismo, una politica che e' divenuta politica ufficiale dello Stato turco da anni ed e' stata formulata in termini espliciti da alti esponenti delle istituzioni e della cultura, a partire dal presidente della republica Süleyman Demirel quando ha affermato che la Turchia si estende dal mare Adriatico alla muraglia cinese ("Politika" 25/2/1992).

E' un progetto che riguarda l'area jugoslava ed albanese, ma anche Cipro, Grecia e Bulgaria. Ricordiamo in particolare che la occupazione militare di Cipro continua ormai da piu' di venti anni.

Per quanto riguarda la ex Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia le zone interessate sono la Bosnia Erzegovina, il Sangiaccato, la provincia di Kosovo e Metochia (Kosmet) e la Macedonia. Gli Stati Uniti d'America, oggi unica superpotenza mondiale, esprimono dichiaratamente da anni il loro sostegno alla Turchia come potenza regionale e nei Balcani hanno appoggiato e continuano a sostenere la secessione dei suddetti territori e la creazione di una catena di protettorati  che alcuni definiscono "trasversale" o "dorsale verde" (cfr. LIMES 4/1998).

Queste aree assumono un particolare valore strategico come futura direttrice per il trasporto delle materie prime dall'Asia Centrale ex-sovietica all´Europa, attraverso lo storico "corridoio" Turchia-Bulgaria-Macedonia-Albania che taglierebbe fuori definitivamente la Russia. Questo quadro strategico e'anche all'origine dell'accanimento repressivo contro il popolo Kurdo, che ha la sola colpa di vivere nel posto sbagliato, e della crescente instabilita' dell'area caucasica.

Questo avviene grazie alla potenza militare americana ma anche grazie al sostegno di paesi islamici come l'Arabia Saudita, che controlla fondamentali strutture finanziarie, lobby di pressione ed agenzie di informazione. Contemporaneamente gli USA riescono in questo modo a destabilizzare il polo imperialistico europeo. Ricordiamo anche che da alcuni anni a questa parte lo Stato turco sta sviluppando legami militari, politici ed economici con Israele, ad esempio il progetto della diga dell'Eufrate che concentrerebbe nelle mani dei due Stati i "rubinetti" idrici di tutto il Medio Oriente.

Nel breve termine gli USA mirano alla costituzione di una grande Albania che comprenda il Kosovo, e di uno Stato islamico dei musulmani di Bosnia e Sangiaccato. Questo progetto implica la scomparsa della Republica Federale di Jugoslavia, la riduzione della Serbia e dei serbi ad entita' irrilevante, la destabilizzazione della Macedonia e la costrizione di Grecia e Bulgaria nella morsa del pan-turchismo. Ha scritto il giornalista Nazmi Arif sul giornale turco "Turkiye Gazetesi" (citato su "Politika", 21/2/1993): "I popoli turchi, cui e' stato impedito fino a poco tempo fa di esprimere i loro sentimenti nazionali e religiosi... in Bulgaria, Romania" potranno ora liberarsi "alla condizione, che questi popoli a breve si riuniscano alla madre patria". Questo spiega perche' la Turchia si sia prodigata per la indipendenza di Bosnia Erzegovina e Macedonia come primo passo per altri tipi di pressioni sui popoli dell'area. Per questo la Turchia non puo' accontentarsi di manovrare la piccola minoranza turca della ex RFS di Jugoslavia (centotrenta mila persone secondo il censimento del 1971) ma deve fare leva sui sentimenti di slavi e schipetari di religione musulmana. Tra questi ultimi il turco e' ormai la prima o la seconda lingua straniera, le comunicazioni ed i commerci sono massicciamente orientate in direzione di Ankara cosi' come i rapporti politici, finanziari, commerciali e militari delle leadership islamiste locali a cominciare dal Partito di Azione Democratica [SDA] di Alija Izetbegovic in Bosnia.

Particolarmente forte e' il senso di appartenenza al mondo turco nella cultura e nella ideologia schipetara tradizionale, oggi strumento dei leader albanesi "democratici" dell'anticomunismo post-ottantanove.

"Noi vediamo come impossibile vivere sotto una amministrazione qualsivoglia, piu' indipendente o piu' autonoma, che non sia la amministrazione ottomana, ne' di poter essere cittadini di alcuno che non sia il sultano", scrissero alla fine del secolo scorso i rappresentanti politici degli albanesi di Tetovo, oggi in Macedonia, in un telegramma all'ambasciatore francese a Costantinopoli in un momento critico per il loro futuro politico ("La lingue albanaise de Prizren 1878-1881", Documents I, Tirana, 1988, pag. 21).

Durante la prima Guerra mondiale, tra il 1914 e il 1915 al centro dell'Albania, gia' Stato indipendente,  esplose una rivolta contadina che tra le altre rivendicazioni espresse quella della unione con lo Stato ottomano. Dopo la guerra una parte rilevante degli schipetari del Kosovo preferi' trasferirsi in Turchia anziche' rimanere a far parte della Jugoslavia monarchica, optando per lo Stato di Kemal Ataturk piuttosto che per lo Stato albanese e per la lingua turca piuttosto che per quella albanese. In seguito al "Patto balcanico" del 1934 ancora 200mila albanesi del Kosmet si trasferirono in Turchia, ed oggi si calcola che circa tre milioni di turchi siano di origine albanese.

Questi fatti illustrano la possibile identificazione, in certi settori della cultura albanese, della antica conversione religiosa con la fedelta' verso lo Stato ottomano, legame che puo' essere alla radice di rinnovati contrasti con il mondo slavo, innanzitutto con i serbi ortodossi principali artefici della distruzione di quello Stato. Lo si vede oggi nelle dichiarazioni di intellettuali e uomini politici, come Adil Zulfikarpasic, fondatore della Libera Organizzazione dei Bosgnacchi (translitterazione italiana del termine "bosnjak" con il quale si definiscono gli slavi di religione musulmana, non solo della Bosnia, distinto da "bosanac" - "bosniaco" - ovvero abitante della Bosnia) ed ex-vicepresidente della SDA: "E' noto che fino alle guerre balcaniche su questi territori c'era lo Stato turco ... era il nostro Stato. Uno Stato che faceva i nostri interessi... cioe' la nostra emancipazione, la nostra prosperita', il nostro futuro erano legati a questo Stato turco e miravano a rafforzarlo ... perche' noi, voglio dire serbi e musulmani, eravamo allora grandi nemici. Quando l'Impero turco si e' ritirato, abbiamo continuato ad essere avversari" ("Stav", 21.02.1992, Novi Sad, p. 21). In effetti nello Stato ottomano la conversione all'Islam garantiva uno status sociale privilegiato, benche' le altre religioni fossero tollerate nella misura in cui non mettevano in pericolo l'ordine politico-sociale (nel qual caso la repressione poteva raggiungere livelli disumani). Dopo l'assassinio negli anni Ottanta dell'ambasciatore turco nella RFS di Jugoslavia, pure attribuito ad estremisti musulmani, i rapporti tra i due Stati si deteriorarono ed aumentarono invece le relazioni tra Istanbul e Novi Pazar, principale citta' e centro politico-culturale del Sangiaccato. Il numero degli autobus di linea tra le due citta' e' cresciuto enormemente durante gli ultimi anni insieme a traffici di ogni tipo, i cui intermediari sono spesso bosgnacchi o albanesi con cittadinanza turca. Con l'introduzione del sistema multipartitico in Jugoslavia tanti legami che prima esistevano in forma piu' o meno clandestina sono venuti alla luce, e sono cosi' usciti allo scoperto i referenti politici della influenza turca in questa parte dei Balcani.

Il principale partito politico di questo spettro e' l'SDA, fondato e tuttora guidato dal Presidente bosniaco Izetbegovic che non ha mai fatto mistero delle sue convinzioni islamiste, messe nero su bianco gia' negli anni Settanta nel suo libro "Dichiarazione Islamica" (stralci sono stati pubblicati su LIMES 1-2/1993; cfr. anche http://marx2001.org/crj/DOCS/alija.html ). L'SDA ha una ramificazione in Serbia, con centro a Novi Pazar dove i personaggi piu' influenti sono Sulejman Ugljanin, Rizah Gruda, Alija Mahmutovic ed altri. La cooperazione privilegiata e' dall'inizio quella con i partiti islamisti e nazionalisti della Turchia, come il Partito del Benessere (Refah Partisi) di Erbakan, la cui linea politica e' persino anticostituzionale in Turchia perche' estremamente antilaicista. Ugljanin e' stato spesso in missione politica ad Ankara, ospite anche del Refah. Questo fino a venire incriminato per sospette mire insurrezionali e a dovervi dunque rimanere a lungo. La polizia jugoslava aveva infatti trovato a Novi Pazar armi e munizioni presso diversi militanti dell'SDA, e le armi provenivano soprattutto da Turchia ed Albania. Nel giugno 1991 alla vigilia delle dichiarazioni di indipendenza di Slovenia e Croazia, che diedero il via alla guerra, Ugljanin partecipo' ad Istanbul ad un raduno del Refah dove retoricamente chiese alla folla "perche' la Turchia non abbia mai sufficientemente aiutato i musulmani di Jugoslavia, ne' politicamente ne' economicamente" ("Muslimanski glas" - Voce Musulmana -, organo dell´SDA, 14/6/1991 p.18). In tutto il periodo successivo si sono moltiplicate le dichiarazioni di questo tipo, volte in particolare ad auspicare un intervento turco non solo nello scenario bosniaco ma nella stessa Serbia: sempre Ugljanin dichiara nel 1992: "non appena [in Sangiaccato] sara' sparato il primo colpo, Demirel arrivera' " (Vecernje Novosti, 26/7/1992).

Due mesi dopo il riconoscimento dell'indipendenza della Bosnia Erzegovina (aprile 1992) Ugljanin ritorna a visitare la Turchia incontrando il Ministro degli Esteri Hikmet Cetin e lo stesso Demirel. Il crescendo di pressione anti-serba nell´opinione pubblica turca e' opera soprattutto dai partiti dell´estrema destra, tanto che il 3 giugno 1992 il consolato Jugoslavo a Istanbul viene preso a sassate dai manifestanti. Il primo ministro Ecevit propone in quei giorni un patto militare per la sicurezza comune tra Turchia e Bosnia Erzegovina, patto che avrebbe consentito l'invio di aiuti militari e di truppe, come espressamente richiesto dai rappresentanti turchi alla riunione della Conferenza Islamica tenutasi ad Istanbul (giugno 1992). La richiesta di sollevare la Bosnia dall'embargo sui rifornimenti di armi viene presentata anche all'ONU. Particolarmente  pesante e' la pressione turca, a nome della Conferenza Islamica, alla Conferenza di Londra, tenutasi nell'agosto 1992, e poi di nuovo in occasione della visita al Consiglio di Sicurezza dell'ONU in novembre: l'idea e' quella di rifornimenti di armi ai musulmano-bosniaci di Izetbegovic, rifornimenti che in assenza di una iniziativa da parte dell'ONU i paesi della Conferenza Islamica riunitisi in Senegal i primi di gennaio del '93 mostrano di voler attuare unilateralmente. Ed in effetti forniture di armi e munizioni da parte della Turchia avranno luogo per tutta la durata del conflitto in Bosnia, sia per via aerea che attraverso il porto croato di Spalato.

I rapporti internazionali dell'SDA sono stati rivolti anche alle minoranze turche e musulmane di altri paesi limitrofi, come la Bulgaria dove esiste un "Movimento per i diritti e le liberta'". Il dirigente di questo movimento Ridvan-Malik Kadiov visito' Sarajevo gia' nel '91, dove fece visita ad una classe di scolari bulgari giunti a studiare presso gli Imam della Bosnia ("Muslimanski Glas" 1/3/1991, pg. 10).

Un altro scenario assai delicato per i rapporti tra mondo ortodosso e mondo islamico nei Balcani e' quello macedone. Nella Repubblica ex-Jugoslava di Macedonia (FYROM) esiste una minoranza di lingua albanese, concentrata nelle zone occidentali, nel seno della quale pure negli ultimi 10 anni si e' sviluppata una tendenza irredentista-separatista che mette in pericolo il sistema multinazionale su cui si fonda questo piccolo Stato. Nel luglio 1997 ad esempio, mentre Ugljanin veniva arrestato in Serbia a causa di certe dichiarazioni di segno secessionista, a Tetovo e Gostivar si verificavano dimostrazioni ed incidenti con la polizia macedone. Due i problemi principali: quello della "Universita' parallela" di Tetovo, gestita dai nazionalisti panalbanesi con il sostegno di finanziatori occidentali (es: la Fondazione Soros), e quello della esposizione delle bandiere albanesi e - per l'appunto - turche sulle facciate dei municipi e di altre istituzioni locali. Al centro dello "scandalo delle bandiere" esposte a Gostivar fu ad esempio il sindaco Osmani, membro dell'ultradestra nazionalista di Xhaferri, che dovette scontare un anno e mezzo di prigione fino all'inizio del 1999. Merita attenzione il fatto che a questi settori e' andato in tutti questi anni il sostegno del Partito Transnazionale Radicale di Pannella, che ha organizzato campagne per la liberazione di Osmani, dunque contro il carattere multinazionale dello Stato macedone.

Lo stesso dicasi per il Kosovo, dove dagli anni Ottanta, nonostante l'alto grado di autonomia della provincia nella RFSJ, sono riemerse le tendenze irredentiste. Dopo la abrogazione degli aspetti piu' politici di detta autonomia, alla vigilia dello scoppio del conflitto inter-jugoslavo, i settori panalbanesi guidati da Ibrahim Rugova, leader della "Lega Democratica del Kosovo", hanno iniziato a praticare il boicottaggio assoluto della vita politica e sociale jugoslava costruendo un sistema "parallelo" in tutte le attivita' - dalla sanita' all'istruzione - che ha configurato un vero e proprio "separatismo etnico". Questo sistema parallelo e' stato visto con apprezzamento in Occidente, anche dai settori "pacifisti" entusiasmati dal suo carattere non-violento, ed e' stato sostenuto con finanziamenti di vario tipo provenienti dall'estero, soprattutto Germania, Svizzera ed USA. Oltre alla lobby albanese-americana, merita menzione in particolare il "governo in esilio" di Bukoshi, con sede in Germania.

Rugova e' stato piu' volte in Turchia, dove ha incontrato l'allora Presidente Özal che gli ha garantito il suo appoggio (Vecernje Novosti, 17/2/1992). E' curioso che da noi di Rugova si sia detto solamente che e' un "pacifista", mentre nessuno ha mai citato le sue dichiarazioni, piu' volte rilasciate agli organi di stampa stranieri, come lo zagrebino "Danas" (1992), secondo le quali l'ideale per il Kosovo e' uno status transitorio di protettorato internazionale, per poi unirsi all'Albania.  

La collaborazione politica e militare tra Turchia ed Albania e' nota da anni ormai. Lo scenario e' particolarmente preoccupante a causa dell'aggravarsi della situazione nel Kosmet, dove a partire dal 1997 si e' scatenata l'attivita' terroristica, gia' presente, dell'UCK ("Esercito di Liberazione del Kosovo"), sostenuto dalla lobby albanese negli USA (spec. la Albanian-American Civil League legata a J. Dioguardi e Bob Dole) attraverso la destra di Sali Berisha in Albania.

Cristophe Chiclet rivela su "Le Monde Diplomatique" di gennaio 1999 che il nucleo fondatore dell'UCK fu costituito dal Movimento Popolare del Kosovo (LPK), una organizzazione apparentemente marxista-leninista in conflitto con le dirigenze della provincia autonoma del Kosovo, ai tempi di Tito, e con la leadership di Rugova successivamente.

In effetti pero' il Movimento Popolare del Kosovo e' stato fondato nel 1982, nella citta' TURCA di IZMIR (Smirne). Non ci vuole molto a capire il perche'.

Nel 1982 in Turchia governava una feroce cricca militarista-fascista che aveva effettuato un golpe due anni prima contro il legittimo governo socialdemocratico. Questa cricca era (e') specializzata nel reprimere i movimenti, i partiti e le organizzazioni di sinistra, comuniste, marxiste, leniniste, socialiste, rivoluzionarie e operaie dei popoli turchi, alawiti, kurdi, armeni e siriani.

Poteva il governo militar-fascista di Ankara concedere graziosamente, al sedicente movimento "marxista-leninista" kosovaro, di indire il suo congresso di fondazione? Piu' realisticamente l'UCK deve essere visto come uno strumento della guerra a bassa intensita' contro la Repubblica Federale di Jugoslavia, atto alla sua destabilizzazione.

In questa organizzazione sono stati arruolati mercenari da svariati paesi islamici; nel 1998, nei giorni della caccia ad Osama Bin Laden, la CIA ha dovuto persino fare irruzione nella rappresentanza UCK a Tirana, in cerca di documenti.

Tuttavia la strategia della tensione in Kosmet ha mostrato di non dare immediatamente i suoi frutti, pertanto nella seconda meta' del 1998 si e' andati ad un crescendo di minacce di bombardamenti contro la RF di Jugoslavia, fino al reale, brutale attacco del 24 marzo 1999, giustificato con la non accettazione da parte jugoslava dell'"accordo"-capestro di Rambouillet, che prevedeva la occupazione militare NATO nel Kosmet ed una consultazione popolare che avrebbe portato alla secessione della provincia nel giro di tre anni. Durante i bombardamenti i diplomatici USA (es. E. Luttwak alla trasmissione televisiva italiana "Pinocchio") hanno incominciato a dire apertamente che la loro cessazione e' condizionata alla rinunzia da parte jugoslava alla sovranita' sulla provincia. Ma il Kosmet, oltre ad essere il cuore storico-culturale della Serbia, e' anche ricco di materie prime e nelle sue centrali a carbone si produce una rilevante quantita' di energia elettrica, della quale deve viceversa usufruire tutta la popolazione della Repubblica Federale.


 

IL RUOLO DELLA GERMANIA NELLA DISTRUZIONE DELLA JUGOSLAVIA

 

[l'articolo, di Rudiger Göbel, è comparso sui Marxistische Blätter - Fogli marxisti - del marzo 1995]

Secondo la propaganda occidentale, la convivenza dei popoli della Jugoslavia era stata imposta attraverso la repressione di Stato sotto il "regime monopartitico", perciò lo sfascio ed i conflitti armati erano inevitabili con la crisi del sistema socialista. Questa tesi è priva di qualsivoglia fondamento. Viceversa: la Jugoslavia si formò dopo la II Guerra Mondiale come unione libera e volontaria di tutte le popolazioni. La guerra civile è iniziata in seguito alla divisione del paese nel 1991/'92.

La crisi della Jugoslavia e la conseguente guerra civile nella ex Bosnia-Erzegovina certo non si lasciano spiegare soltanto adducendo la politica interventista degli Stati imperialisti, e da sola la spinta al riconoscimento di Croazia e Slovenia da parte della diplomazia tedesca non è certo ragione e cagione dello smembramento della Jugoslavia (1). Tuttavia essa ha esercitato un influsso determinante per lo scoppio della crisi e l'escalation di questi giorni, rendendo i problemi connessi davvero irrisolvibili. Gli interessi perseguiti in questo caso non sono così univocamente riconoscibili come ad es. nella guerra contro l'Iraq. Gli Stati imperialisti perseguono chiaramente molteplici obiettivi, in parte persino differenti. Erano tutti d'accordo sulla necessità di farla finita, anche in Jugoslavia, con i resti di una società socialista, e sulla cancellazione del paese in quanto soggetto autonomo nello scenario internazionale. Tutti gli Stati hanno ora la possibilità di avere un'influenza la più grande e diretta possibile sugli avvenimenti dei Balcani.

Gli interessi più facili da riconoscere sono quelli dell'imperialismo tedesco, che si riallaccia immediatamente alla sua politica per l'Europa del Sudest dalla seconda metà del XIX secolo sino al 1945. Proprio come allora, questo guarda ai Balcani come al suo naturale "cortile" e ponte verso la Turchia e più avanti, fino al Medio Oriente. Pertanto si è potuto riportare in vita il tradizionale stereotipo dei "Serbi assetati di sangue", utile a sostegno della politica estera tedesca.

GERMANIA - LA POTENZA CENTRALE D'EUROPA

Lo storico conservatore e biografo di Adenauer Hans-Peter Schwarz apre il suo ultimo lavoro sul ruolo della Germania in quanto "potenza centrale d'Europa" con la considerazione che tra le grandi svolte della storia tedesca è da annoverare il 1 Settembre 1994, giorno della partenza delle ultime unità russe dalla Germania. "Con ciò un'epoca, iniziata mezzo secolo prima, volge alla fine" (2). Cosicchè, quattro anni dopo l'annessione della RDT, la RFT è di nuovo tre cose in una: è uno Stato nazionale, è una grande potenza europea ed è la potenza centrale d'Europa. "Perchè esiste un solo paese che, grazie alla sua posizione geografica, alle sue potenzialità economiche ed alla sua influenza culturale, grazie alle sue dimensioni ed ancora grazie al dinamismo di cui dispone può sentire il compito di una potenza centrale - e questo è proprio la Germania" (3). La Germania è già una grande potenza europea. Ma poichè il concetto di "grande potenza" risveglia il ricordo di sfrenata politica egemonica, guerra ed annientamento, Schwarz propone il nuovo concetto di "potenza centrale d'Europa" - che vuol dire la stessa cosa.

E puntualmente, proprio il giorno della grande svolta, 1 Settembre 1994, il leader della frazione CDU/CSU Wolfgang Schäuble insieme con il portavoce per la politica estera del gruppo parlamentale, Lamers, hanno pubblicato un documento strategico contenente "Riflessioni sulla politica europea". Ivi sono formulati gli obiettivi della nuova politica tedesca da grande potenza - proprio nello stesso senso di Schwarz - e ci si pronunzia a favore della costruzione di un "nocciolo duro europeo" comprendente Germania, Francia e gli Stati del Benelux come nocciolo, mentre Germania e Francia sarebbero il "nocciolo del nocciolo duro" - con l'intenzione di risorgere finalmente dopo quasi 50 anni d'astinenza come potenza ordinatrice nel continente. Di fianco alla "stabilizzazione dell'Est" Schäuble e Lamers citano l'accesso allo spazio mediterraneo e lo sviluppo di una partnership strategica con la Turchia come ulteriori obiettivi strategici.

Il loro testo di 14 pagine può essere considerato come abbozzo strategico di base per il salto della RFT a potenza mondiale. I suoi autori ritengono che il paese sia destinato a diventare una grande potenza "in base alla sua posizione geografica, alle sue dimensioni ed alla sua storia". E se la Francia e gli Stati del Benelux non dovessero essere d'accordo sulla costruzione del nocciolo europeo, la RFT potrebbe "essere tentata, in base a considerazioni sulla propria sicurezza, di effettuare da sola la stabilizzazione dell'Europa orientale, nella maniera tradizionale" (4). Le "tradizionali" risistemazioni tedesche dell'Est in questo secolo hanno causato al mondo per due volte milioni di morti ed anni di oppressione e distruzione bellica.

Per le loro tesi sull'"Europa del nocciolo duro" Schäuble e Lamers hanno trovato sostegno nel portavoce della direzione della Deutsche Bank, Hilmar Kopper, che nell'edizione domenicale della FAZ [Frankfurter Allgemeine Zeitung, il più influente quotidiano tedesco, legato all'apparato industriale-finanziario, ndt] rendeva noto che nel documento della Unione era stato detto solamente ciò che tutti in effetti già "pensavano, sapevano o temevano". Nello stesso tempo il presidente della Bundesbank, Hans Tietmeyer, riproponeva alla discussione il concetto dei "cerchi concentrici", relativamente al futuro della politica europea della Germania (5).

In conclusione del turno di presidenza tedesco della UE il governo Kohl, in occasione del vertice di Essen del Dicembre '94, decideva un "approccio strategico" per gli Stati dell'Europa orientale, mirante all'estensione ad Est dell'Unione Europea - attualmente la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l'Ungheria, la Romania e la Bulgaria sono associati all'Unione, mentre con gli Stati Baltici e la Slovenia si preparano i relativi accordi. Sarà innanzitutto la RFT a trarre profitto dall'allargamento della Unione, visto che il 50 per cento degli scambi commerciali della UE con l'Europa dell'Est toccano alla RFT. Pertanto l'Est è visto come "campo d'azione della politica estera tedesca".

 

LA FINE DEL BLOCCO DELL'IMPERIALISMO TEDESCO

Con la fine della contrapposizione Est-Ovest e lo scioglimento dell'Unione Sovietica, dopo circa 50 anni di interdizione in politica estera nella RFT si discute apertamente delle ambizioni politiche da grande potenza in direzione Est, e si passa anche alle azioni concrete. Il riconoscimento di Croazia e Slovenia nel Dicembre 1991 - contro gli intendimenti degli alleati occidentali - doveva dimostrare a tutti il ritorno della Germania nella sua posizione di potenza mondiale a tutti gli effetti. I vecchi piani di pressione verso Est poterono esser nuovamente tirati fuori dal cassetto.

Già Friedrich Naumann sapeva bene che la costruzione di uno spazio d'influenza economica sarebbe stata possibile solo sfruttando le tendenze indipendentiste di parte dei Cechi, degli Slovacchi, dei Croati, degli Sloveni e così via. A lui parevano essenziali due elementi chiave: l'unione economica dell'Europa centrale e gli "Stati del nocciolo mitteleuropeo" (6). Al presente questi due elementi chiave sotto un certo punto di vista sono l'Unione Europea ed i già esposti pensieri sugli Stati del nocciolo duro, attraverso i quali si perseguirebbe una estensione ulteriore dell'egemonia tedesca. Dopo il 1945 tutto questo non era ancora stato possibile. La "'Mitteleuropa' appariva come pallida immagine di una storia irriproponibile" (7).

Il pensiero di una "Mitteleuropa" tornò in auge solamente negli anni '70 ed '80 - esso doveva essere usato solo in funzione della destabilizzazione degli Stati del blocco dell'Est. La "Mitteleuropa" fu invocata dagli intellettuali ungheresi, croati e polacchi tanto apprezzati qui in Occidente, poichè d'opposizione, a partire dalla metà degli anni '80. A ciò aveva contribuito l'allora Vicepresidente degli USA, George Bush, che nel Settembre 1983 dopo un viaggio in Jugoslavia, Romania ed Ungheria tenne una conferenza nella Hofburg viennese, proclamandosi a favore di una politica della differenziazione regionale, allo scopo di favorire l'indipendenza di questi Stati - già allora quindi la sovranità jugoslava era messa apertamente in questione. Il concetto per mezzo del quale egli identificava questa regione - Ungheria, Slovenia, Croazia, Cecoslovacchia, Polonia, ecc. - era espresso dalla parola tedesca "Mitteleuropa" (8). Tra gli intellettuali di quell'area "Mitteleuropa" divenne così una specie di parola in codice che doveva segnalare che si sentivano parte della cultura politica dell'Ovest.

Nel 1991 veniva pubblicato un discorso, nel quale si dava rilievo al ruolo della Germania per il futuro. "Se le difficoltà dell'unificazione verranno superate - tra cinque, dieci o venticinque anni - la Germania non eluderà affatto la penetrazione economica dell'Europa orientale, e probabilmente le toccherà su questa strada di arrivare a ciò che il Terzo Reich con alcune centinaia di divisioni non aveva raggiunto - il predominio su quelle aree estese a perdita d'occhio tra Weichsel, Bug, Dnjepr e Don". Questa la predizione dell'editore conservatore Wolf Jobst Siedler. E per di più questi sosteneva che la Germania sarebbe nuovamente la potenza egemone di tutta la Mitteleuropa: "essa sarà per i Cecoslovacchi, per gli Ungheresi ed in parte anche per i Polacchi la potenza-guida" (9).

"Per lungo tempo in Europa orientale non ci sarà più di fatto alcuno Stato veramente sovrano; tutti, chi più chi meno, si dovranno inchinare dinanzi al dettato del Leviatano germanico. No, la futura, già avviata germanizzazione dell'Europa orientale non avverrà più per mezzo della guerra e della violenza, bensì sarà una versione allargata della 'Mitteleuropa' concepita nei primi decenni di questo secolo da Friedrich Naumann, una specie di costruzione k.u.k. ingrandita [kaiserlich und königlich - imperiale e reale, detto dell'Impero Austroungarico, ndt]", secondo il pubblicista spagnolo Heleno Saña nel suo libro "Il quarto Reich - la vittoria ritardata della Germania" (10).

I rapporti economici con la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, l'Ungheria, la Bulgaria e la Slovenia già oggi riportano al modello degli anni '30: con bilanci commerciali asimmetrici, a favore della RFT, che rappresenta in questa area l'effettiva potenza economica, insieme alla Francia. Il consulente imprenditoriale tedesco Roland Berger ha descritto il ruolo della Germania proprio nel senso della politica dei "cerchi concentrici", di intensità e pressione economica via via minore, in una intervista allo Spiegel nel 1992: "I tedeschi dovrebbero rendersi conto della propria forza ed innanzitutto lasciar stare ciò che altri già possono (perdipiù con minori costi). (...) Noi siamo forti in tutti i lavori ad alta intensità di sapere ed in quelli creativi, nell'inventare, nello sviluppare, nel costruire, nella realizzazione di parti essenziali e prodotti tecnologici all'avanguardia. (...) Il nostro futuro in quanto paese industriale è quello di un cervello del sistema, non quello d'un produttore di profilati in alluminio o d'un sarto di camicie. (...) Il mercato mondiale diviene unitario, pertanto dobbiamo riorganizzare la divisione del lavoro tra i vari paesi, secondo il motto: il know-how in Germania, più componenti da fuori ed assemblaggio sul posto (dentro o fuori il paese)" (11).

 

L'INTERVENTO DELLA RFT NELLA GUERRA CIVILE JUGOSLAVA

Negli ultimi anni uno slogan essenziale della politica tedesca riguardo l'attuazione dei suoi interessi in Europa orientale e meridionale è stato quello del "diritto all'autodeterminazione dei popoli". Con questo la RFT cerca di ricollegarsi ai conflitti esistenti tra gruppi di diversa lingua o Weltanschauung all'interno di uno stesso Stato o di una Federazione di Stati. Conflitti, che riportano più che altro a problemi e diseguaglianze di tipo economico - diverso livello di sviluppo tecnico o industriale, mancanza di beni di consumo, ecc. -, sono esplicitati per il loro carattere etnico (la "etnicizzazione del sociale"). Così è stato ad es. per le Repubbliche baltiche della ex Unione Sovietica o per le Repubbliche slovena e croata all'interno dello Stato federale jugoslavo, che pure avevano una posizione economica privilegiata. "La politica della RFT si riallaccia a queste contraddizioni interne dei paesi, con l'obiettivo della frammentazione o della riduzione dello Stato o Federazione, oppure con l'obiettivo della cancellazione o separazione della parte in questione dalla Federazione di Stati" (12). Questo tuttavia soltanto allo scopo di portare le parti distaccate verso la dipendenza economica e politica.

Possiamo attualizzare meglio le riflessioni che fanno da sfondo riferendoci forse alla teoria "dell'arancia" di Paul Rohrbach, politico del colonialismo: essa intendeva portare l'Impero russo a sciogliersi nelle sue varie componenti, o perlomeno ridurlo in parti controllabili dalla Germania; l'Impero degli Zar, secondo Rohrbach, era scomponibile nelle sue varie parti come un'arancia - se si suddivide abilmente un'arancia non si ottiene un insieme caotico inutilizzabile, nè distruzione, bensì i vari spicchi restano intatti ed appetibili (13). Dietro la politica della RFT di sconvolgere la Jugoslavia tramite "il piede di porco (...) del riconoscimento di Croazia e Slovenia" (14) nel Dicembre 1991 non c'è nient'altro che l'antica tattica del divide et impera - niente a che vedere con l'"umanità", i "diritti umani" o il "diritto all'autodeterminazione dei popoli".

A Slovenia e Croazia era assegnata una particolare e specifica funzione nel mercato interno della Jugoslavia. Lo standard di vita di queste regioni industrializzate era più alto che in qualunque altra parte della Federazione jugoslava. Mentre durante la crisi politico-economica degli anni '80 lo sviluppo era in stagnazione, i rapporti di scambio con le Repubbliche più povere avuti fino allora furono percepiti come "zavorra" e si cercarono prospettive nell'annessione al mercato CEE o a quello mondiale.

Che la strada di Slovenia e Croazia verso la "autodeterminazione" avrebbe portato alla rovina lo avevano pronosticato già il FMI e la Banca Mondiale nell'estate del 1991. Il Vicepresidente della Banca Mondiale, Wapenhans, aveva detto allora: "Secondo la nostra opinione non sussiste alcun dubbio sul fatto che nessuna delle parti componenti la Jugoslavia trarrà profitto dallo sfascio della Jugoslavia o della sua economia nel breve e medio periodo" (15). In tale maniera egli ammetteva indirettamente che con la salvaguardia della Federazione e del mercato interno jugoslavo era sì dato un fondamento per la sopravvivenza anche di Croazia e Slovenia, piuttosto che con uno status slegato da questa base comune - cioè l'"indipendenza", che sfocia per forza di cose nel legame con l'area tedesco-europea.

Sicuramente esiste anche una continuità storica, che ha determinato la spinta e l'appoggio di una grande parte della popolazione slovena e croata alla svolta verso la Germania. L'antico legame nella "divisione del lavoro" con l'economia globale tedesco-imperiale e pantedesca è rimasta nella coscienza di parte di quelle popolazioni come un fatto positivo. L'odierno Presidente croato Tudjman potè trovare parecchi sostenitori promettendo che alla separazione dalla Federazione jugoslava sarebbe conseguito l'"appoggio" della Comunità Europea, ed in particolare della vecchia amica Germania. Gli slogan anticomunisti hanno fatto il resto.

Il giornalista americano John Newhouse aveva reso noto sulla rivista The New Jorker dell'agosto 1992 che "Genscher era stato quotidianamente in contatto col Ministro degli Esteri croato. Egli incitava i Croati ad abbandonare la Federazione e a dichiarare l'indipendenza" (16). E questo benchè i leader politici della Bosnia premessero sulle potenze occidentali perchè si ritirasse il riconoscimento di Slovenia e Croazia, altrimenti sarebbero stati costretti essi stessi a chiedere l'indipendenza. La loro sicurezza, dicevano, era fondata sull'esser parte di uno Stato multinazionale (17).

Nel Novembre 1991 il Presidente bosniaco Izetbegovic' aveva fatto visita al Ministero degli Esteri di Bonn. Egli si opponeva alla politica dei riconoscimenti, poichè era convinto che questa avrebbe "invitato" Serbia e Croazia ad aggredire la Bosnia, con la conseguenza di un inimmaginabile bagno di sangue. Anche l'Ambasciatore tedesco a Belgrado considerava il riconoscimento come una cattiva idea ed aveva fornito ad Izetbegovic' argomenti per il suo colloquio con Genscher, ci informa Newhouse (18). Ciò che ad Izetbegovic' fu promesso da Genscher non ci è ancora dato di sapere: fatto sta che, dopo il colloquio, egli aveva ripiegato dalla sua iniziale posizione apprensiva.

Prima ancora delle sanzioni ufficiali da parte del Consiglio di Sicurezza dell'ONU la RFT, durante l'inverno, poco prima del suo riconoscimento di Croazia e Slovenia, aveva imposto unilateralmente il blocco dei traffici con la RFJ; poi, puntualmente a Natale, ebbe luogo il promesso riconoscimento - e la prevedibile e fino ad oggi proseguita escalation della guerra civile jugoslava. In tal modo l'imperialismo tedesco manifestava il suo ritorno alla "normalità" dopo la fine del "blocco". Il 23 Dicembre 1991 va pertanto segnato sul calendario - analogamente al 1 Settembre 1994 di Hans-Peter Schwarz - tra le "svolte importanti" della storia tedesca.

 

LA JUGOSLAVIA E LA "NORMALIZZAZIONE" TEDESCA

La discussione sui riconoscimenti ed il conseguente dibattito sulla Bosnia è nel segno del "ritorno alla normalità", un obiettivo dello Stato preordinato dall'alto con il quale dovrebbe concludersi la fase quarantennale di interdizione della Germania dai traffici di politica estera.

In politica interna, sin dall'inizio della guerra in Jugoslavia, si persegue "una quasi-normalizzazione del Nazionalsocialismo per mezzo della moltiplicazione delle sue forme di apparizione", e la corrispondenza giornalistica tedesca mira a creare "una, due, tante Auschwitz" per poter gettare finalmente nella spazzatura dodici anni di storia propria. Così esistono persino "campi di sterminio serbi", "campi di concentramento", la "Grande Serbia", una "Endlösung" [soluzione finale, detto per l'Olocausto degli Ebrei, ndt] operata dai Serbi e la "follia di dominio" serba, stese a copertura della propria storia (19). Con l'istituzione, su iniziativa della RFT, di un Tribunale internazionale per i crimini di guerra a L'Aia, si cerca da parte tedesca di relativizzare finalmente lo "smacco di Norimberga". Naturalmente a Bonn si nega ogni corresponsabilità nei crimini e nella guerra in Jugoslavia: nella versione ufficiale c'è solo un gruppo di responsabili e criminali di guerra - i Serbi. Quale sia lo scopo dell'arresto e dell'atteso processo contro Dusko Tadic', un serbo abitante a Monaco, lo ha chiarito un avvocato di Amburgo, che avrebbe condotto le autorità tedesco-federali sulle tracce di Tadic', nel corso di una trasmissione speciale della ARD: Tadic' sarebbe in effetti soltanto un Hess, un guardiano di campi di concentramento; per suo tramite si vuole arrivare ad Himmler - Karadzic' - ed Hitler - Milosevic'.

Questo genere di demagogia e revisionismo storico hanno permesso al giornalista americano David Binder, pure conservatore, di chiedere che anche Kohl e Genscher vengano messi nella lista dei criminali di guerra in un procedimento giudiziario sulla guerra in Bosnia, poichè questi "hanno preso decisioni che hanno portato all'estensione e all'intensificazione della guerra" (20).

Attraverso il riconoscimento della anticostituzionale secessione delle Repubbliche ex-jugoslave alla politica tedesca ed occidentale era riuscito di internazionalizzare un conflitto essenzialmente di carattere interno, impegnandosi più apertamente per un intervento nel senso di "garantire la pace". Persino Genscher ha potuto farsi passare da critico difensore dei diritti umani, mentre spingeva gli alleati europei al riconoscimento: "Anche nel futuro la Germania si porrà dalla parte dei diritti umani, dei diritti delle minoranze e del diritto all'autodeterminazione, contro l'aggressione e l'oppressione. (...) Alla Comunità Europea si impone di aprire una prospettiva europea ai popoli della Jugoslavia per il futuro" (21). Avendo sottolineato, come premessa, che soltanto ai popoli della Jugoslavia spetta di decidere sul proprio futuro, egli metteva poi in guardia esplicitamente: "Non possiamo lasciare da sole le Repubbliche indipendenti (...). Non le possiamo spingere nell'isolamento rispetto alla comunità internazionale degli Stati!". Con ciò egli riusciva a dare al "futuro dei popoli jugoslavi" una precisa prospettiva nel quadro comunitario, con l'obiettivo (suddetto) della decomposizione o del rimpicciolimento di quello Stato, e della conseguente annessione di queste parti distaccate ad una vasta area di influenza in qualità di soggetti economicamente e politicamente dipendenti, nel quadro della gerarchia raffigurata dal già citato Roland Berger.

L'Handelsblatt [importante quotidiano economico e finanziario, ndt] descriveva nel Settembre 1991 lo sviluppo economico dell'Europa nella seguente maniera: la "storia dell'economia [insegna] che la dinamica economica non si sviluppa mai in senso superficiale-orizzontale, bensì di regola a partire da centri le cui attività si estendono verso l'esterno come anelli che si allargano. Così lo sviluppo economico del continente ha potuto evolvere secondo i seguenti binari: i centri mitteleuropei si irradiano verso Est, conquistando innanzitutto gli ex paesi satelliti. Solo in seguito verranno raggiunte le regioni di confine dell'impero sovietico. Tralasciando alcuni punti di forza industriali propri presenti sul territorio dell'Unione Sovietica, attorno al nocciolo duro europeo si formeranno anelli concentrici con livelli di attività economica decrescente, il cui standard produttivo fluttua nel contatto con l'Europa..." (22).

Per poter esercitare più influenza su questi "anelli concentrici che circondano il nocciolo dell'Europa con attività economica decrescente", e per controllarli meglio, tramite lo slogan dell'"autodeterminazione" è stata distrutta la Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia.

"L'attuale politica interventista contro la Jugoslavia, in interazione con gli attuali meccanismi di formazione della opinione pubblica all'interno della RFT, ancora non si configurano come uno stato di guerra [palese, nda]. Si mira però a raggiungere una capacità di mobilitazione bellica, tanto all'esterno quanto all'interno" (23).

Come questo può avere luogo ce lo indica la seguente considerazione: "Le circostanze mi hanno costretto per anni a parlare quasi soltanto di pace. Solo tramite la costante proclamazione del desiderio tedesco di pace e delle intenzioni pacifiche mi è stato possibile procacciare al popolo tedesco la libertà, pezzetto per pezzetto, e l'equipaggiamento che fu sempre necessario come condizione per poter fare il passo successivo (...). E' stato altresì indispensabile mutare a poco a poco la psicologia del popolo tedesco, e chiarirgli lentamente che esistono cose che vanno ottenute per mezzo della violenza, se non possono esserlo con mezzi pacifici. Tuttavia a tale scopo si è reso necessario non solo propagandare la violenza in quanto tale, bensì illuminare il popolo tedesco in merito a certi accadimenti di politica estera, in modo che nel cervello delle masse si generasse lentamente la seguente convinzione: se questo non si può cambiare con le buone, allora lo sarà con la violenza". Così si esprimeva Adolf Hitler dinanzi alla stampa tedesca il 10-11-1938 (24).

La "illuminazione" sistematica e persuasiva su avvenimenti di politica estera, compiuta in maniera tale da indurre gran parte della popolazione ad esprimersi a favore di misure violente contro un altro Stato, è un costituente essenziale della formazione di una propria capacità bellica. E sotto questo aspetto vanno analizzati anche gli ultimi tre anni di politica riguardo la Jugoslavia.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

L'economista egiziano e teorico marxista Samir Amin ha recentemente individuato quali compiti oggi si pongano concretamente nella discussione riguardante interventi propagandati con la copertura dell'umanitarismo e dei diritti umani: "Sotto ogni aspetto, in ogni tempo ed in ogni forma, il fatto che il Nord si immischi negli affari del Sud (ed a maggior ragione quando si tratta di un intervento violento, militare o politico) è un fatto negativo. Gli eserciti occidentali non porteranno mai pace, benessere o democrazia ai popoli di Asia, Africa ed America Latina. In futuro come da cinque secoli a questa parte potranno portare solo schiavitù, sfruttamento del loro lavoro e delle loro ricchezze, negazione dei loro diritti. E' compito delle forze progressiste dell'Ovest capire questo" (25).

Mentre un tempo ampi settori della sinistra solidarizzavano con i movimenti di liberazione, si preoccupavano dello sfruttamento dei paesi del cosiddetto Terzo Mondo e dimostravano contro FMI e Banca Mondiale, oggi in Occidente si è sviluppata una cultura di stampo chauvinista che non ha origine dagli ambienti conservatori e nazionalisti, bensì dal centrosinistra liberale - dal luogo politico cioè in cui era situato il movimento pacifista. Sorprendentemente l'idea che la Germania sia una grande potenza, che cerca senza riguardi di perseguire il proprio interesse, è assolutamente scomparsa, anche in Germania - e nella stessa sinistra. Tanto quanto il concetto di imperialismo è passato di moda (innanzitutto in relazione alla società tedesca).

E così non sono stati nè gli incitamenti all'odio di Herr Reißmüller sulla FAZ nè i racconti dell'orrore del deputato CDU Stefan Schwarz a far sì che, dopo lo scoppio del conflitto in Jugoslavia, si proclamasse da ogni parte ad alta voce e per la strada la necessità dell'intervento occidentale contro i Serbi. Sono stati al contrario partiti come i Grünen [Verdi, ndt] e fogli liberali (di sinistra) come la TAZ, il Frankfurter Rundschau, Die Zeit, il francese Liberation e il britannico Guardian a diffondere un panico antiserbo tale da influenzare fino ad oggi la percezione del conflitto degli intellettuali occidentali. Frattanto il movimento pacifista e terzomondista gioca qui un ruolo non sottovalutabile, rendendo popolari gli interventi occidentali nei paesi del Tricontinente. Da questa parte è giunta la maggioranza delle proposte, ad es. quella di porre termine finalmente al conflitto jugoslavo attraverso un intervento (militare o meno). Purtroppo in questi ambienti l'antico slogan del tempo della I Guerra Mondiale

"il principale nemico si trova nel proprio paese" è finito nel dimenticatoio, e conseguentemente la protesta non è diretta contro lo chauvinismo occidentale di fronte agli altri popoli, nè contro l'intromissione del proprio Stato nelle faccende degli altri Stati sovrani. Al contrario, le campagne dell'opposizione antimilitarista sono dirette in primo luogo ad es. contro l'esportazione di armamenti, quindi contro la fornitura di armi a regimi considerati particolarmente terribili, e non contro il militarismo tedesco. Il messaggio lanciato da tali campagne può essere considerato a tutt'oggi uno solo: ci sono due categorie di Stati - quelli per i quali il possesso di armamenti è legittimo e senza problemi (l'Occidente), e quelli per i quali è interdetto (i paesi del cosiddetto Terzo Mondo) (26).

Un "movimento per la pace" che incita il proprio Stato ad immischiarsi nelle questioni di altri popoli non è un movimento per la pace. Questo deve essere chiarito assolutamente. E conseguentemente il vecchio slogan "combattere il nemico nel proprio paese" deve essere rimesso all'ordine del giorno dell'agenda politica della sinistra - contro qualsiasi forma di preparativo alla guerra, all'interno come all'estero, sia essa di tipo economico, politico, militare o ideologico.

Rispetto al conflitto in Jugoslavia, ciò significa concretamente schierarsi contro ogni tipo di intervento ed anzi chiederne la cessazione. Perchè, come ci ha detto Samir Amin, una intromissione dell'imperialismo non può mai portare nè pace, nè benessere nè democrazia (27). Questa deve essere la posizione di partenza inalienabile di un lavoro internazionalista ed antiimperialista, ed a partire da questa si possono discutere ulteriori rivendicazioni e prospettive politiche.

 

NOTE

1. Sui retroscena del conflitto Jugoslavo sia a livello politico che economico cfr. il contributo di Jochen Gester: Retroscena economici del conflitto jugoslavo, sui Marxistische Blätter 1-'95, ppgg. 8-17.

2. H.-P. Schwarz: Die Zentralmacht Europas - Deutschlands Rückkehr auf die Weltbühne [La potenza centrale d'Europa - Il ritorno della Germania sul proscenio mondiale]. Berlino 1994. Pag. 7.

3. H.-P. Schwarz, op. cit., pag. 8.

4. Citato dai Politische Berichte 19-'94, pag.3.

5. Cfr. il Frankfurter Rundschau del 13-9-1994, a pag. 1.

6. Cfr. Schwarz, op. cit., pag. 245.

7. Schwarz, op. cit., pag. 248.

8. Schwarz, op. cit., pag. 249.

9. Schwarz, op. cit., pag. 251.

10. Heleno Saña: Das Vierte Reich - Deutschlands später Sieg. Amburgo 1990. Pag. 108.

11. Der Spiegel n.18-'94, pag. 154. Queste considerazioni non sono nuove, bensì sono in continuità con la costruzione di una vasta area d'influenza durante il fascismo. Già nel 1941 Theo Suranyi-Unger aveva formulato riflessioni di questo tipo sulla Zeitschrift für die gesamte Staatswirtschaft - Rivista per l'economia statale globale: "I paesi subordinati potranno coprire non soltanto il loro fabbisogno (...) bensì anche quello del paese-guida, mentre quest'ultimo si dedicherà sempre più a quei rami dell'industria che richiedono manodopera altamente qualificata e processi produttivi particolarmente lunghi...". Citato da: Hunno Hochberger, Sull'intervento della RFT nella guerra civile jugoslava - Alcune riflessioni sull'espressione "europa tedesca". In: A. Meurer, H. Vollmer, H. Hochberger: Die Intervention der BRD in den jugoslawischen Bürgerkrieg. Hintergründe, Methoden, Ziele. GNN-Verlag. Colonia 1992. Pag. 33.

12. Hochberger, op. cit., pag. 30.

13. Cfr. Wolf-Dieter Gudopp: Auf dem Weg in den dritten Weltkrieg ? [Verso la terza guerra mondiale?] Verein Wissenschaft und Sozialismus e.V.- Francoforte 1993, pag.18.

14. Schwarz, op. cit., pag. 156.

15. Citato da: Hochberger, op. cit., pag. 31.

16. John Newhouse: Bonn, der Westen und die Auflösung Jugoslawiens. Das Versagen der Diplomatie - Chronik eines Skandals [Bonn, l'Occidente e il disfacimento della Jugoslavia. La sconfitta della diplomazia - cronaca di uno scandalo]. In: Blätter für deutsche und internationale Politik 10-'92, pag.1195.

17. Newhouse, op. cit., pag.1193.

18. Newhouse, op. cit., pag.1196.

19. Tutte le citazioni da: Arthur Heinrich: Wunderbare Wandlung. Die Nachkriegsdeutschen und der Bosnien-Einmarsch. Ein Frontbericht [Metamorfosi miracolosa. I tedeschi del dopoguerra e la marcia sulla Bosnia. Un reportage dal fronte]. In: Blätter für deutsche und internationale Politik 4-'93, pag.411.

20. Citato da: Heinrich, op. cit., pag. 413.

21. Citato da: Hochberger, op. cit., pag.32.

22. Hochberger, op. cit., pag. 33.

23. Hochberger, op. cit., pag. 42.

24. Gudopp, op. cit., pag. 3.

25. Samir Amin: Das Reich des Chaos - Der neue Vormarsch der Ersten Welt [L'impero del caos - la nuova avanzata del Primo Mondo]. VSA-Verlag. Amburgo 1992, pag. 18.

26. Cfr. Sabine Reul: Friedenslobby und politisch korrekter militarismus [Lobby pacifista e militarismo politically correct]. In: NOVO n.13, 11/12-1994, ppgg. 35-37; Ernst Woit: Imperialistische Ziele und Strategien [Obiettivi e strategie imperialiste]. In: Marxistische Blätter 5-'94, ppgg. 55-59.

27. Fuori luogo è appellarsi ad una "razionalità del capitalismo", e sperare in una "politica socioeconomica di pace a livello globale", come fa Werner Ruf sui Marxistische Blätter 5-1994. Cfr. Rüdiger Göbel in: Prokla n.95, 24-6-'94, ppgg. 287-301.

[Tratto da: Jugoslawien-Bulletin 4-'95, raccolta di documentazione "contro le sanzioni, l'incitamento guerrafondaio e la politica tedesca da grande potenza". Per contatti, contributi e abbonamenti: Jugoslawien-Bulletin c/o Friedensladen, Schillerstr. 28, 69115 Heidelberg (Germania)]


 

LE RESPONSABILITA' VATICANE NEL CONFLITTO BALCANICO: ALCUNI ELEMENTI.

 

• Nei primi anni '80, subito dopo la morte di Josip Broz Tito, viene segnalata l'apparizione della Madonna ad alcuni giovani croati a Medjugorje, una località della Erzegovina dove già durante la seconda Guerra mondiale i fascisti si erano scatenati con violenze ed uccisioni contro la popolazione di religione ortodossa. La gerarchia cattolica non ha mai voluto ufficialmente riconoscere la veridicità delle apparizioni di Medjugorje, ma il clero locale (i frati francescani dell'Erzegovina noti da secoli per il loro fondamentalismo e, nel Novecento, per il loro supporto alla causa degli ustascia) se ne è avvalso per fini propagandistici. Anche dall'Italia sono stati organizzati pellegrinaggi.

Sarebbe interessante sapere che fine hanno fatto oggi quei ragazzi "visionari" o "miracolati": sappiamo ad esempio che Marija Pavlovic, che aveva fatto voto di entrare in convento, è oggi felicemente sposata; pare anzi che anche gli altri quattro ragazzi protagonisti della vicenda abbiano messo su famiglia, e che tre di loro siano emigrati all'estero.

Molti dicono che le cose, in Jugoslavia, cominciarono a precipitare con la morte di Tito. Ma si può anche dire che le cose cominciarono ad andare a rotoli quando "apparve" la Madonna a Medjugorje. Probabilmente sono vere entrambe le affermazioni...

• Il 1990 è l'anno dedicato a Madre Teresa di Calcutta. Pochi sanno che questa suora era originaria di Skopje, nella ex repubblica federata di Macedonia, ed apparteneva al gruppo etnico albanese. Lo stesso anno raggiungono il culmine le tensioni tra albanesi e serbi nella regione del Kosmet (Kosovo e Metochia). Dinanzi a personalità albanesi Giovanni Paolo II, in uno dei paesini albanesi del meridione d'Italia, celebra la Madonna di Scutari, patrona e protettrice dell'Albania. Durante la celebrazione il papa afferma: "Madre della speranza regalaci il giorno Leeeeeenel quale questo popolo generoso possa essere unito", dichiarando così esplicitamente il sostegno del Vaticano alla causa degli albanesi del Kosovo.

Negli anni successivi segnaliamo tra l'altro la visita del papa in Albania (paese - per inciso - a stragrande maggioranza atea o, al limite, musulmana) e la frequentazione di Madre Teresa con pezzi grossi dello Stato quali la vedova di Hoxha, con la quale presenzia ad una cerimonia dinanzi ad un monumento alla "Grande Albania".

• Nel 1991 scoppia la guerra. Il papa parla all'Angelus delle "legittime aspirazioni del popolo croato". Il riconoscimento ufficiale della Croazia indipendente da parte del Vaticano avviene il 13 gennaio del 1992, contro il parere del resto della comunità internazionale, almeno apparentemente: gli altri paesi si adegueranno dopo due giorni.

• Nel 1992 la guerra civile si estende in Bosnia-Erzegovina, repubblica a maggioranza relativa di musulmani. I serbi (cristiani ortodossi) costituiscono un terzo della popolazione, mentre circa il 15% sono croati (cattolici). Durante il conflitto i soldati croati compiranno i crimini più efferati (semmai sia possibile compilare statistiche su queste cose... noi comunque ci riferiamo ai dati del londinese Institute for Strategic Studies - cfr. LIMES n.3/'95, pg.60). Le cronache parlano di soldati che vanno in guerra con il rosario al collo, di preti e frati francescani erzegovesi che vanno in giro con la pistola (alcuni intervistati anche dall'italiano Avvenire) o tuonano dai pulpiti delle loro chiese, di ingiustizie nella distribuzione degli aiuti della Caritas (secondo il criterio "etnico", applicato d'altronde da tutte le organizzazioni umanirie religiose)...

• Il culmine dell'interventismo vaticano viene raggiunto nel 1994 con la visita del papa a Zagabria. Il viaggio di Karol Wojtyla in Croazia avviene nel pieno del conflitto bosniaco, mentre è ancora aperta la ferita delle Krajne (territori dell'odierna Croazia a maggioranza serba, in quel periodo autonomi e sotto il controllo di truppe ONU), ed è una evidente boccata d'aria per il regime di Tudjman, con il quale il papa si incontra e presenzia a cerimonie pubbliche. Scriveva La Repubblica del 12/9/1994: "...il contatto con la folla fa bene a Giovanni Paolo II. I fedeli lo applaudono ripetutamente. Specie quando ricorda il cardinale Stepinac, imprigionato da Tito per i suoi rapporti con il regime di Ante Pavelic, ma sempre rimasto nel cuore del Croati come un'icona del nazionalismo. Wojtyla, che sabato sera ha pregato sulla sua tomba, gli rende omaggio, però pensa soprattutto al futuro."

Da una mezza frase di un articolo di giornale veniamo dunque a conoscenza del fatto che il papa ha pregato sulla tomba del collaborazionista dei nazisti Stepinac, nell'entusiasmo dei seminaristi di San Girolamo (la chiesa croata di Roma, all'inizio di Via Tomacelli, nota tra l'altro per avere ospitato Pavelic in fuga dopo la guerra; cfr. il libro "Ratlines" di M. Aaron e J. Loftus) presenti a Zagabria per l'occasione.

Il 26 novembre successivo Vinko Puljic, arcivescovo cattolico di Sarajevo, è nominato cardinale dal papa insieme ad altri 30 che rispecchiano le tendenze della geopolitica vaticana. Citiamo ad es. Mikel Loliqi, 92enne cardinale di Scutari (Albania). In onore di Puljic due giorni dopo si tiene un concerto sinfonico nella stessa chiesa di San Girolamo.

1995: è l'anno risolutivo. Dopo una primavera in cui la tensione cresce enormemente (Srebrenica ecc.), e si parla insistentemente di una visita del papa a Sarajevo, in luglio Giovanni Paolo II in una dichiarazione ai giornalisti si schiera per l'intervento militare (contro i "tentennamenti" della comunità internazionale, perchè si faccia finalmente "il necessario" per punire gli aggressori, e così via). Pochi giorni dopo Tudjman ordina il definitivo "repulisti" della Krajna, mentre in settembre, dopo l'ennesimo grande attentato sarajevese stile "strategia della tensione" (v. Cronologia), la tanto invocata "comunità internazionale" interviene a forza di bombe contro i serbobosniaci.

In dicembre, con gli accordi di Dayton, la guerra si interrompe.

Nell'ottobre 1996 il rettore della chiesa di San Girolamo (di cui sopra), monsignor Artur Benvin, viene trovato impiccato. La notizia non "passa" sui giornali. Noi l'abbiamo trovata sull'Evropske Novosti, giornale serbo, che ipotizza triangolazioni di danaro per comprare armi tra il clero croato, pezzi grossi musulmani di Sarajevo e la Trzaska Kreditna Banka di Trieste, la banca della minoranza slovena in Italia dichiarata fallita proprio in quelle settimane.

• Durante la primavera 1997 (12 e 13 aprile) si realizza la "tanto attesa" visita del papa a Sarajevo. La visita ha un contenuto palesemente politico, essendo stata preceduta da varie polemiche (cfr. ad es. Predrag Matvejevic su "la Repubblica" del 5/3/1997, e come risposta ad es. le dichiarazioni del vescovo di Mostar in visita a Trieste) e da vari attentati alle istituzioni cattoliche in Bosnia, tra cui uno, sventato, contro il papa (i giornali parlano di un ponte nella zona musulmana da far esplodere al momento del passaggio del papa, ma la bomba sarebbe stata disinnescata dai militari stranieri della missione SFOR - cfr. i giornali di quei giorni).

• Nel maggio 1998 viene ufficialmente annunciata la prossima visita del papa in Croazia. Nell'ottobre successivo il papa andra' a Zagabria ed a Marija Bistrica, il principale santuario cattolico della Croazia, dove celebrera' la cerimonia per la beatificazione di Alojzije Stepinac. Sulle responsabilita' di Stepinac in quanto collaborazionista del regime genocida di Ante Pavelic nello "Stato Croato Indipendente" instaurato durante la II Guerra mondiale suggeriamo la lettura del libro "L'Arcivescovo del genocidio", di M.A. Rivelli (Ed. Kaos 1999).

• Durante la sua visita in Croazia all'inizio di ottobre 1998 Karol Wojtyla oltre a beatificare Stepinac pronunzia alcune frasi rispetto alla situazione in Kosovo, oggetto di una violentissima campagna-stampa, che alludono al diritto di "ingerenza umanitaria" da parte della "Comunita' Internazionale", cioe' alla liceita' di un intervento armato per "aiutare chi soffre".

 

  Quando il 24 marzo 1999 la NATO effettivamente attacca la Repubblica Federale di Jugoslavia con il pretesto del Kosovo, il papa cita una frase di Pio XII, vale a dire di quel suo predecessore che non solo non aveva fatto nulla per denunziare e fermare il nazifascismo, ma che viceversa benedi' Pavelic e lo sostenne tramite il clero croato (si veda a proposito il libro di Carlo Falconi "Il silenzio di Pio XII" uscito nel 1965, nonche'i gia'citati "Ratlines" e "L'Arcivescovo del genocidio"). La frase recita: "Con la guerra tutto e' perduto, con la pace niente e' perduto". All'Angelus pasquale, una settimana dopo, il papa afferma retoricamente: "Ma come si puo' parlare di pace quando si costringono le popolazioni [albanesi] a fuggire... e se ne incendiano le abitazioni?... E come rimanere insensibili di fronte alla fiumana dolente dei profughi dal Kosovo?". Percio', a parte la discutibile richiesta di una "pausa" nei bombardamenti in occasione della Pasqua (cattolica, non ortodossa), il Papa non fa appello per la loro cessazione incondizionata.

  Nei giorni successivi la stampa riporta anche le dichiarazioni del Cardinale croato di Sarajevo Vinko Puljic che rivendica la giustezza dell'intervento militare argomentandola con la necessita' "di estirpare la malattia" e di sconfiggere una volta per tutte "il creatore della guerra" Slobodan Milosevic. 

 


SI STANNO REALIZZANDO GLI AUSPICI DEL "VECCHIO LEONE" CHURCHILL?

di Dara Janekovic (da "Hrvatska Ljevica" - Sinistra croata, 1996)

 

 (...) Quelli che da vicino seguivano l'azione e le intenzioni di Winston Churchill, uomo politico dallo "sguardo offuscato dal whiskey", come disse a suo tempo anche De Gaulle, affermano che [questi] aveva la fissazione dei Balcani e del loro futuro. Lo dicono nelle loro memorie sia il figlio di Churchill che quello di Roosevelt, ma anche il Comandante in Capo del II Fronte alleato antifascista in Europa nel 1944, Dwight Eisenhower. In una occasione, questi ha affermato che Churchill non riusciva a concentrarsi sul problema militare immediato, cioè sull'apertura del II fronte, perché "il suo primo pensiero era il futuro dei Balcani". E quale futuro egli desiderasse per i nostri territori e per la penisola balcanica in generale, lo ha testimoniato lui stesso nelle sue memorie, per le quali ha ricevuto anche il premio Nobel per la letteratura nel 1953.

Churchill voleva una variante aggiornata della monarchia austroungarica, con la formazione di una Federazione danubiano-cattolica che avrebbe compreso Croazia, Slovenia, una parte dell'Italia, cioè tutto il suo Nord, l'Austria, l'Ungheria, la Baviera, per un totale di 267.389 kmq (nel cuore dell'Europa) con 37 milioni di abitanti! Per realizzare questa sua idea ossessiva, Churchill si è impegnato fino all'ultimo momento perché il II fronte (nel 1944) si aprisse nei Balcani, cioè nella Jugoslavia alleata nella grande coalizione antifascista, che si trovava già verso la fine della grande guerra di liberazione di tutti i popoli jugoslavi, con a capo Josip Broz Tito.

Perché allora uno sbarco sulla costa adriatica? Soltanto perché così si sarebbe potuto realizzare il suo intento di dividere la Jugoslavia e i Balcani in "penisola asiatica" e "paesi cattolici" i quali sarebbero rientrati nella "sua" federazione Pandanubiana e si sarebbero legati all'Europa Centrale.

Di questa sua intenzione Churchill ha parlato pubblicamente in varie occasioni. Era un accanito sostenitore dell'attacco alleato alla Germania dai Balcani, con la scusa che l'Istria e Trieste sono "l'ascella dell'Europa"...

In una parte delle sue memorie egli scrive: "Sono molto interessato a quello che riguarda l'Austria e spero che Vienna possa diventare capitale di una grande federazione pandanubiana". Il suo progetto Churchill lo sottopose a Stalin e Roosevelt in occasione della Conferenza a Teheran nel 1943. Diceva che l'asse di questa federazione danubiana sarebbe stato formato dall'Austria e dalla Baviera. Sembra che Stalin gli abbia chiesto che cosa ne sarebbe stato dell'Ungheria. Il premier britannico gli rispose che l'avrebbe vista bene all'interno delle frontiere di questa federazione.

Delle intenzioni e dei desideri di Churchill era informato anche Josip Broz Tito, il comandante supremo dell'Armata Popolare di Liberazione e dei reparti partigiani della Jugoslavia... [Tito] si opponeva fermamente allo sbarco degli alleati in Jugoslavia, preparandosi anche, nel caso che questo fosse avvenuto senza il consenso dell'Armata popolare e suo personale, a reagire con le armi. Questo lo disse anche pubblicamente. Ricordo molto bene quei giorni e mesi del 1944. (Tito si incontrò con Churchill quello stesso anno a Napoli).

Josip Broz Tito sapeva anche di quel famoso biglietto sul quale Churchill scrisse "fifty-fifty", che passò a Stalin durante la conferenza di Jalta, quando si parlò della Jugoslavia. Tito menzionò tante volte quel biglietto e quel "fifty-fifty", quando si esprimeva pubblicamente contro "l'oppressione e le imposizioni dei potenti, anche nei confronti dei popoli e degli stati che hanno pagato cara la propria libertà".

A Jalta, città di villeggiatura e porto in Crimea, Churchill, dopo il fallito sbarco sulla costa adriatica nel 1944 (al quale era decisamente contrario anche l'allora presidente americano F. D. Roosevelt, che aveva l'ultima parola), voleva imporre ancora una volta la sua visione per quanto riguardava il futuro della Jugoslavia e dei Balcani, ma nemmeno questa volta ebbe successo.

La Jugoslavia aveva grandi meriti come alleata nella lotta antifascista. Naturalmente Churchill era di nuovo scontento e arrabbiato; però, si dice, rimase convinto che la Jugoslavia fosse destinata a morire e che la sua idea, riguardo alla divisione, prima o poi, si sarebbe avverata.

Non sta succedendo questo adesso negli anni Novanta in una maniera simile o peggiore ancora? Perché proprio l'Austria era ed è rimasta così interessata alla spaccatura della Jugoslavia? E la Germania, naturalmente, in prima fila?

Leggendo le memorie di Churchill è possibile capire anche tutta la sua titubanza e le sue contraddizioni riguardo il movimento partigiano, la Jugoslavia, il governo jugoslavo in esilio a Londra, e verso il capo cetnico Draza Mihajlovic. Dovette passare del tempo prima che lo stesso Churchill riconoscesse i veri combattenti contro il fascismo e mandasse suo figlio Randolph da Tito. Ma, dicono, nemmeno allora aveva desistito dalla sua idea della spartizione della Jugoslavia.

Churchill è morto il 24 gennaio 1965, ma con lui non è morta la sua idea di dividere la Jugoslavia e i Balcani. Su questo lavoravano con fervore diverse forze nel Paese e nel mondo, preparando il male, l'odio e la divisione, nella quale sono stati gettati tutti i popoli della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, per qualcuno fino al completo sterminio.

Voglio ricordare altri fatti ai quali bisognerebbe pensare e ricordare in questi tempi malvagi e malsani, con delle persone ancora peggiori, che non cercano di placare i loro impulsi guerrafondai e barbari!

Getto di nuovo uno sguardo nelle memorie di Churchill, parte VI, "Il trionfo e la tragedia", pag. 677 e 678! "Il vecchio leone" - come lo chiamavano i suoi compatrioti durante la II guerra mondiale - pubblicò alcune delle sue tipiche lettere, che sono più attuali ora di allora, dell'aprile 1945, quando Churchill scriveva al suo Ministro degli Esteri, Anthony R. Eden, e nelle quali tra l'altro diceva anche questo: "A questa guerra non si sarebbe mai arrivati se, sotto la spinta dell'America e dei tempi moderni non avessimo cacciato gli Asburgo dall'Austria e Ungheria e gli Hohenzollern dalla Germania".

Diciotto giorni più tardi, in un'altra lettera, Churchill scriveva (lo stesso anno, il 1945, subito dopo la disfatta del nazifascismo di Hitler): "Il mio governo non si opportà all'iniziativa di Otto von Habsburg  per la restaurazione dell'Austria-Ungheria..." (...)

E chi è questo signor arciduca Otto d'Asburgo [ora deputato europeo per la CSU bavarese e leader del movimento "Paneuropa"- n.d.t.]? "Legittimo erede al trono", come si presenta lui stesso. Pronipote dell'imperatrice Maria Teresa! Per quanto si sa dai giornali, questo signore, con l'epiteto di "Sua Maestà Reale" è partito nel 1940 per gli USA, ma con la speranza che il suo desiderio si avverasse, cioè che un giorno gli venisse restituito il trono e alla fine della II Guerra mondiale venissero fissate nuove frontiere, come avviene dopo ogni guerra. In questo senso Sua Maestà Reale svolgeva un'attività molto impegnativa, e in ciò veniva aiutato, con anima e corpo, dal vescovo cattolico newyorchese Speelman [si veda "Ratlines" di Aaron-Loftus, n.d.t.], il quale già nel 1943 aveva visitato il Vaticano e dialogato per la creazione di un nuovo stato cattolico in europa, del quale sarebbe stato capo l'arciduca. L'intento era naturalmente anche quello di aiutare il Vaticano a far ritornare la stima offuscatasi a causa della politica prohitleriana e promussoliniana, e così aiutare e salvare i fedeli criminali fascisti e i fedeli "quisling" di Hitler, nell'Ungheria del regente Horthy, nella Slovacchia di monsignor Tiso, nella Croazia di Ante Pavelic. L'arcivescovo newyorchese si è incontrato in Vaticano (se i documenti non mentono!) anche con l'inviato di A. Pavelic, malgrado Pavelic avesse dichiarato guerra agli USA!.

Ma le cose non seguivano un corso favorevole a Otto d'Asburgo, in quel periodo. Non si è realizzata l'idea alla quale aspiravano Churchill e, naturalmente, anche il Vaticano. Non è  forse stata ormai ridisegnata ufficialmente, questa Europa centrale cattolica, con Otto d'Asburgo quale imperatore, e che riunirebbe intorno a sé Croazia, Slovenia, Vojvodina, Bosnia, Austria, Ungheria, Slovacchia e Cechia?! Eccoci qui! Anche la Bosnia e la Vojvodina!

Che gli storici e i politici contrari a un tale "impero" riflettano su tutto quello che si è tentato dopo e che si è svolto dietro le quinte, affinché nel momento giusto, in qualche maniera, questo "impero" si realizzasse. L'iniziativa "Alpe-Adria", di collegamento e cooperazione tra gli stati, viene già denominata a Zagabria "Danubio-Alpe-Adria"! E risulta evidente anche da tutto quello che si fa (in questo senso) con la Bosnia e la Vojvodina - in quest'ultima vivevano ca. 340.000 ungheresi, mentre i croati, secondo il censimento del 1991, erano soltanto 74.000.

Ogni persona coscienziosa si dovrebbe domandare: non si poteva sviluppare la cooperazione tra i popoli, forse, senza la guerra, senza distinzione di religione o nazionalità? Quanta gente ancora dovrà perdere la vita, quante generazioni saranno distrutte o storpiate dall'odio e dalle guerre, perché si realizzino le intenzioni anche del Vaticano, che ancora non si è pacificato con lo scisma della Chiesa greco-ortodossa e dei suoi fedeli, nel 1054?

La Chiesa cattolica, il potente Vaticano, sono molto attivi nell'espansione dell'ecumenismo e, nello stesso tempo, di un forte anticomunismo...  Soltanto chi è cieco per ignoranza non può ravvisare l'eccezionale ruolo attivo del Vaticano nei Balcani, particolarmente sul territorio dell'ex-Jugoslavia (sia verso l'ortodossia che verso l'Islam). Era da molto tempo, nella storia, che non si assisteva ad una così impetuosa, aperta e aggressiva ascesa delle principali religioni monoteiste anche su questi nostri spazi.

Di questi tempi, mentre il ruolo della religione di fronte al fantastico sviluppo della scienza e la computerizzazione globale, la rivoluzione informatica, dovrebbe secondo ogni logica indebolirsi, assistiamo invece a un suo ampliamento e rafforzamento, e in alcune regioni quasi si torna al Medioevo, non soltanto nei Balcani, in Russia e nei paesi dell'Europa Orientale, ma anche altrove.

 

  Quasi che le strutture conservatrici nel mondo non stiano cedendo, ma si stiano momentaneamente rinforzando; malgrado ostinatamente dappertutto si faccia molto parlare di "democrazia", sembra che sul piano mondiale si stiano facendo passi avanti verso un totalitarismo dalle sfumature e dai colori più vari. Siamo già alle soglie di pericolosi incendi mondiali di grandi dimensioni? Nell'imminenza di mosse pazze e incontrollate di alcuni estremisti conservatori, di alcuni Hitler contemporanei?! Forse anche peggiori, perché in possesso di armi nucleari ancora più pericolose (...)

(traduzione di Ivan Istrijan)


La NATO in Jugoslavia. Perché?

di Sean Gervasi
Praga, 13-14 gennaio 1996

Introduzione

L'organizzazione del Trattato del Nord Atlantico ha mandato recentemente in Jugoslavia una ingente forza militare per imporre l'accordo raggiunto a Dayton, Ohio, alla fine del 1995 sulla guerra in Bosnia. Le forze impiegate sono valutate nell'ordine dei 6 0.000 uomini, equipaggiati con carri armati, blindati e artiglieria. Le truppe di terra sono sostenute da un formidabile schieramento aereo e navale. In effetti, se si considera il totale delle forze di appoggio impegnate, comprese quelle dislocate nei paesi vicini, si vede che vengono impegnati almeno 200.000 uomini. Sono cifre confermate da fonti della difesa USA (1).

Da qualsiasi punto di vista lo si voglia considerare, l'invio di ingenti forze militari occidentali nell'Europa centro-orientale e' un fatto che desta sorpresa, anche nella situazione fluida creata dalla pretesa fine della guerra fredda. Il corpo di spedi zione nei Balcani costituisce la prima vasta operazione militare della NATO, ed e' un'operazione "fuori area", cioe' fuori dall'ambito geografico originariamente stabilito per l'azione militare della NATO.

L'invio di forze NATO nei Balcani e' pero' il risultato delle enormi pressioni per un'estensione generale della NATO verso est. E se l'impresa jugoslava e' il primo passo concreto nell'espansione della NATO, altri passi si prevede seguiranno in un futuro assai ravvicinato. Alcuni paesi occidentali premono infatti perche' i paesi di Visegrad diventino membri a pieno titolo della NATO entro la fine del secolo. Altri paesi occidentali per un po' hanno resistito alle pressioni in favore dell'estensione, ma i recalcitranti sono stati costretti ad accettare la pretesa necessita' di allargamento della NATO.

Qual'e' la ragione che spinge le potenze occidentali a premere per l'espansione della NATO? Perche' rinnovare e allargare la NATO se la "minaccia sovietica" e' scomparsa? E' chiaro che c'e' in gioco assai piu' di quel che appare dalle dichiarazioni uffici ali. L'imposizione di una pace precaria in Bosnia non e' che il pretesto per mandare le forze NATO nei Balcani.

Le ragioni che portano a dislocare forze NATO nei Balcani e soprattutto ad estendere la NATO in tempi relativamente rapidi alla Polonia, alla Repubblica Ceca e all'Ungheria sono assai piu' profonde. Si tratta di ragioni legate a una scelta strategica che si sta delinenado per controllare le risorse della regione intorno al Mar Caspio e per "stabilizzare" i paesi dell'Europa Orientale e in ultima analisi per "stabilizzare" la Russia e i paesi della Comunita' degli Stati Indipendenti. Si tratta, per dirla con qualche eufemismo, di una politica estremamente ambiziosa e potenzialmente contraddittoria. E' importante che ci si interroghi a fondo sulle ragioni che vengono addotte per giustificarla.

Perche' l'idea di "stabilizzare" i paesi che facevano parte del blocco socialista in Europa non significa semplicemente assicurare la stabilita' politica di quei paesi, facendo rimanere in sella i regimi che hanno liquidato il socialismo, ma significa far e in modo che rimangano immutate le condizioni politiche e sociali. E poiche' la cosiddetta transizione alla democrazia nei paesi colpiti ha prodotto un'incipiente deindustrializzazione e un crollo del tenore di vita della maggioranza della popolazione, e ' lecito chiedersi se un obiettivo di questo genere sia auspicabile che venga raggiunto.

La questione e' tanto piu' pertinente dato che nell'accezione occidentale della parola, "stabilizzazione" significa riprodurre nei paesi dell'ex blocco socialista condizioni economiche e sociali simili a quelle attualmente prevalenti in occidente. Le economie dei paesi industriali dell'occidente in effetti sono in uno stato di semicollasso e, anche se i rispettivi governi non accetterebbero mai di riconoscerlo, qualsiasi analisi ragionevolmente obiettiva della situazione economica dell'occidente porta a q uesta conclusione, suffragata dalle statistiche ufficiali e dalla maggior parte degli studi prodotti dagli economisti piu' quotati.

E' chiaro inoltre che il tentativo di "stabilizzare" i paesi dell'ex blocco socialista crea grosse tensioni con la Russia e potenzialmente con altri paesi. Non pochi commentatori si sono spinti fino ad affermare che le iniziative occidentali per l'allarga mento della NATO accrescerebbero i rischi di un conflitto nucleare (2).

Basta accennare a questi problemi per vedere che l'allargamento della NATO, iniziato di fatto in Jugoslavia e proposto per altri paesi, si basa in larga misura su ragionamenti confusi e persino irrazionali. Si sarebbe tentati di dire che esso e' il frutto delle paure e dell'ostinazione di certi gruppi dirigenti. Per dirlo con schiettezza, non si vede proprio per quale ragione il mondo dovrebbe augurarsi l'estensione forzata ad altri paesi del caos economico e sociale che domina l'occidente, tanto piu' che si tratta di un processo che accresce i rischi di guerra nucleare.

Questa relazione si propone di descrivere i retroscena degli attuali tentativi di allargamento della NATO e di sollevare alcuni interrogativi di fondo circa la logica e la sensatezza di questa operazione.  

La NATO in Jugoslavia

La NATO fu fondata nel 1949. Lo scopo dichiarato era proteggere l'Europa Occidentale da una possibile aggressione militare da parte dell'Unione Sovietica e dei suoi alleati. Con la dissoluzione nel 1990 e '91 dei regimi comunisti nell'ex blocco socialista , la possibilita' di una tale aggressione, se mai era esistita, veniva a cadere completamente. I cambiamenti nei paesi ex comunisti rendevano inutile la NATO. La sua ragion d'essere era venuta meno. Ciononostante, determinati gruppi nei paesi della NATO i ncominciarono quasi subito a premere per il "rinnovamento" dell'organizzazione e anche per il suo allargamento all'Europa centrale e orientale. Questi gruppi iniziatrono ad elaborare nuove idee, che consentissero di continuare ad operare come se niente fosse.

La piu' importante fu l'idea che, nonostante tutti cambiamenti determinati dalla fine della guerra fredda, i paesi occidentali dovevano affrontare nuovi "problemi di sicurezza" fuori dall'ambito geografico tradizionale della NATO, tali da giustificare il permanere dell'organizzazione. La NATO, sostenevano gli interpreti di questo punto di vista, doveva trovare nuovi compiti che ne giustificassero l'esistenza.

La premessa implicita era che la NATO doveva rimanere in piedi per assicurare la leadership americana negli affari europei e mondiali. Questa fu certo una delle ragioni che portarono al massiccio intervento occidentale nel Kuwait e in Iraq nel '90 e '91, in cui la partecipazione degli alleati NATO degli USA fu relativamente modesta. La coalizione che doveva prender parte alla guerra contro l'Iraq era stata messa insieme con grande difficolta', ma il governo degli Stati Uniti la considerava necessaria per la credibilita' degli USA all'interno dell'Alleanza occidentale e sulla scena mondiale.

«NATO: fuori area o fuori servizio». Questo slogan avanzato dai primi sostenitori dell'allargamento della NATO, centrava in modo esplicito la questione, anche se lasciava in ombra le motivazioni (3).

Anche la Jugoslavia e' stata un banco di prova e naturalmente assai piu' importante. La crisi jugoslava era esplosa in Europa e i paesi dell'Europa occidentale dovevano affrontarla in un modo o nell'altro. La Germania e gli Stati Uniti pero', che sembrava no auspicare la fine delle guerre civili in Jugoslavia, nei fatti fecero quanto era in loro potere per prolungarle, soprattutto per la guerra in Bosnia. Le loro iniziative ebbero l'effetto di perpetuare e approfondire vieppiu' la crisi jugoslava

E' importante osservare che la NATO ha cercato di inserirsi nella crisi jugoslava fin dall'inizio. L'intervento divenne del tutto manifesto nel 1993, quando la NATO incomincio' ad appoggiare le operazioni dell'UNPROFOR in Jugoslavia, soprattutto con il blocco contro la Repubblica Federale di Jugoslavia e l'imposizione di una zona di interdizione dei voli nello spazio aereo bosniaco.

L'intervento tuttavia ha inizi assai meno appariscenti e bisogna ricordare che la NATO in quanto tale fu implicata nella guerra in Bosnia gia' nei suoi primissimi stadi. Nel 1992, la NATO aveva inviato in Bosnia-Erzegovina un gruppo di circa 100 ef fettivi col compito di organizzare un centro militare a Kiseljak, non lontano da Sarajevo. La missione ufficiale era appoggiare le forze ONU in Bosnia.

Si capiva benissimo pero' che la missione aveva un altro scopo. Ecco come un diplomatico della NATO descriveva all'epoca quell'operazione a «Intelligence Digest»:

«Si tratta di un primo passo assai cauto e stiamo cercando di non fare troppo rumore, ma potrebbe essere l'inizio di qualcosa di assai piu' grosso... Si potrebbe dire che adesso la NATO ha messo un piede nella porta. Non sappiamo se potremo apri rla quella porta, ma abbiamo incominciato» (4).

E' evidente che i comandi NATO stavano gia' anticipando la possibilita' che le resistenze alle pressioni USA e tedesche fossero superate e che l'impegno della NATO in Jugoslavia venisse gradualmente accresciuto.

La NATO dunque ha incominciato a lavorare per una vasta operazione "fuori area" praticamente fin dall'inizio della guerra in Bosnia-Erzegovina. La dislocazione recente di decine di migliaia di soldati in Bosnia, Austria, Ungheria, Croazia e Serbia non e' che il culmine di un processo iniziato quasi quattro ani fa. Altro che proposte e conferenze. Il vero problema era concepire un'operazione che, con l'appoggio di alcuni paesi chiave, portasse alla fine all'impegno attivo della NATO "fuori area", rinnovando in questo modo l'organizzazione.

L'espansione della NATO verso Est

La NATO non ha prodotto studi ufficiali sull'allargamento dell'alleanza fino a una fase assai recente, quando e' stata pubblicata la relazione del Gruppo di Lavoro sull'Allargamento della NATO. Sicuramenti ci sono stati studi di carattere riservato, ma al l'esterno nulla e' dato sapere circa il loro contenuto.

Pur in assenza di chiare analisi pero' la macchina per spingere in avanti la situazione lavorava a tutto vapore fin dalla fine del 1991. Alla fine di quell'ano la NATO creo' il Consiglio di Cooperazione Nord Atlantico (NACC). I paesi membri della NATO inv itarono 9 paesi dell'Europa centrale e orientale a entrare nel NACC per dare impulso alla cooperazione tra le potenze della NATO e gli ex membri del Patto di Varsavia.

Si trattava di un primo passo per offrire qualcosa ai paesi dell'Europa orientale che volevano entrare nella NATO. Il NACC pero' non rispondeva alle aspettative di quei paesi, percio' all'inizio del '94 gli USA lanciarono l'idea della Partnership for Peac e. La PFP dava agli stati che volevano far parte della NATO la possibilita' di partecipare a varie attivita' della NATO, comprese esercitazioni militari e operazioni di "peacekeeping". Piu' di 20 paesi, compresa la Russia, fanno attualmente parte della PFP.

Molti di questi paesi vogliono arrivare allo status di membri effettivi della NATO, ma non naturalmente la Russia, che ritiene che la NATO non dovrebbe espandersi verso est. Secondo il Center for Defense Information di Washington, che e' un autorevole cen tro di ricerca indipendente sui problemi militari, la Russia parteciperebbe alla Partnership «per non essere tagliata fuori del tutto dal sistema della sicurezza europea» (5).

Il movimento per l'allargamento della NATO ha acquistato percio' un peso sempre crescente. La creazione del Consiglio di Cooperazione Nord Atlantico era gia' espressione di simpatia e apertura verso i paesi che aspiravano a divenire membri della NATO, ma non porto' molto lontano. La creazione della Partnership for Peace era un fatto piu' concreto, perche' coinvolgeva nella NATO paesi che avevano appartenuto al Patto di Varsavia e iniziava una politica di "doppio binario" verso la Russia, a cui veniva offerto un rapporto con la NATO praticamente inconsistente, che aveva pero' lo scopo di calmare le sue apprensioni per l'espansione della NATO.

Eppure, nonostante questo incessante sviluppo, la logica addotta a sostegno dell'espansione poggiava quasi sempre su presupposti piuttosto vaghi. Tutto cio' porta a chiedersi quali siano le motivazioni effettive che hanno spinto negli ultimi quattro anni per l'espansione della NATO. La questione va posta relativamente a due aree: quella balcanica e quella dei paesi dell'Europa centrale. I Balcani infatti sono il teatro di una lotta importante, in particolare per la supremazia nei Balcani meridionali, in cui ora e' coinvolta anche la NATO. Chiaramente poi alcuni paesi occidentali stanno ritornando alle politiche della Guerra Fredda ed e' proprio questo che porta la NATO nell'Europa centrale.

La lotta per il controllo dei Balcani

E' dal 1990 che assistiamo all'agonia e alla lunga crisi della Jugoslavia che ha causato decine di migliaia di morti, ha costretto qualcosa come due milioni di persone a lasciare la propria casa e ha sconvolto la regione balcanica. Nei paesi occidentali l 'opinione comune e' che questa crisi, comprese le guerre civili in Croazia e Bosnia-Erzegovina, sia il risultato di conflitti interni jugoslavi, in particolare tra Croati, Serbi e musulmani Bosniaci. Ma questa spiegazione e' ben lungi dal cogliere l'essen za del problema.

Sin dall'inizio il problema principale in Jugoslavia e' stato l'intervento straniero nelle affari interni del paese. Due potenze occidentali, gli Stati Uniti e la Germania, hanno deliberatamente indirizzato i loro sforzi a destabilizzare e smantellare il paese. Il processo, gia' in pieno svolgimento negli anni '80, (6) e' stato ulteriormente accelerato all'inizio dell'attuale decennio. Le due potenze hanno accuratamente pianificato, preparato e assistito le secessioni che hanno mandato in pezzi la Jugosl avia e hanno fatto il possibile per allargare e prolungare le guerre civili iniziate in Croazia e continuate poi in Bosnia Erzegovina. Dietro le quinte il loro coinvolgimento non e' mai venuto meno in nessuna delle fasi della crisi.

L'intervento straniero doveva servire a creare quegli stessi conflitti che le potenze occidentali tanto deprecavano perche' quei conflitti, una volta innescate le guerre civili, fornivano i migliori pretesti per intervenire apertamente.

Le affermazioni di questo tipo, naturalmente, sono accolte con sdegno nei paesi occidentali. Ma cio' avviene solo perche' l'opinione pubblica occidentale e' stata sistematicamente disinformata dalla propoganda di guerra e ha accettato praticamente fin dal primo momento la versione dei fatti fornita dai governi e diffusa dai mass media. Rimane il fatto inoppugnabile che la Germania e gli USA sono stati i principali responsabili dello smantellamento della Jugoslavia e della diffusione del caos nel paese.

Si tratta di un fatto terribile che segna la nuova fase di real-politik e di lotte per l'egemonia seguita all'ordine della Guerra Fredda. Recentemente alcune fonti dei servizi segreti hanno incominciato ad accennare a questi fatti in maniera sorprenden temente chiara. Nell'estate del '95, per esempio, un'autorevole rivista pubblicata in Inghilterra, l' «Intelligence Digest» riferiva che: «Il disegno originale tedesco-americano per la ex Jugoslavia [prevedeva] una Bosnia-Erzegovina indipendente dominata dai musulmani e dai croati, alleata a una Croazia indipendente accanto a una Serbia fortemente indebolita» (6).

Non c'e' alto funzionario della maggior parte dei governi occidentali che non sappia che questa descrizione e' assolutamente esatta. Naturalmente questo vuol dire che i discorsi correnti sulla «aggressione serba» come causa scatenante di tutti i problemi o sulla «nuova democrazia» croata non sono solo falsi, ma sono fatti apposta per trarre in inganno.

Ma perche'? Che ragione avevano i mass media di cercare di ingannare l'opinione pubblica occidentale? Certo, l'intervento flagrante e su larga scala negli affari jugoslavi doveva essere nascosto agli occhi del pubblico. Ma questa non era la sola ragione. Il fatto e' che la gente si sarebbe chiesta come mai la Germania e gli stati Uniti stessero deliberatamente cercando di creare il caos nei Balcani e inevitabilmente avrebbe voluto conoscere le ragioni di quelle iniziative. Ma queste dovevano essere tenute nascoste con piu' cura delle attivita' disgregatrici delle grandi potenze.

In sostanza, il problema vero stava nei piani estremamente ambiziosi degli stati Uniti per tutto il continente europeo. Gli Stati Uniti si considerano, come vien detto ormai senza nessuna reticenza, «una potenza europea». Negli anni '80 un'affe rmazione di questo genere non avrebbe potuto esser fatta con altrettanta facilita', perche' avrebbe sollevato troppi dissensi tra gli alleati occidentali, ma la spinta a stabilire il dominio americano in Europa era comunque un dato di fatto e gli Stati Un iti stavano gia' preparando quello che oggi e' di dominio comune.

Di recente Richard Holbrook, vicesegretario di stato per gli affari europei, scrivendo sull'influente rivista «Foreign Affairs», ha reso esplicita la posizione ufficiale. Nell'articolo Holbrook non si limita a parlare degli Stati Uniti come "pot enza europea", ma delinea i piani ambiziosi del suo governo per l'insieme del continente europeo. Riferendosi al sistema di sicurezza collettiva, comprendente la NATO, creato dagli Stati Uniti e dai loro alleati dopo la seconda guerra mondiale, Egli scriv e: «Questa volta gli Stati Uniti devono esercitare la loro leadership per creare un'architettura di sicurezza che comprenda e percio' stabilizza tutta l'Europa - quella occidentale, gli ex satelliti sovietici dell'Europa centrale e, cosa piu' diffic ile, la Russia e le ex repubbliche sovietiche» (7).

Insomma adesso e' la politica ufficiale: bisogna puntare all'integrazione di tutto il continente europeo in un sistema politico ed economico occidentale, e farlo mediante l'esercizio della leadership americana. Questo non e' che un modo gentile e fuorvian te di parlare dell'incorporazione degli ex paesi socialisti in un nuovo vasto impero (8).

Non c'e' da stupirsi se il resto dell'articolo di Holbrook parla della necessita' di allargare la NATO, soprattutto nell'Europa centrale, per garantire la "stabilita'" di tutto il continente europeo. Per Holbrook «l'allargamento della NATO e' una conseguenza essenziale della caduta della Cortina di Ferro» (9).

Dietro i ripetuti interventi nella crisi jugoslava ci sono dunque i piani strategici a lungo termine per tutto il continente europeo.

Nel quadro dell'evoluzione di queste linee strategiche, la Germania e gli Stati Uniti dapprima decisero di dar vita nei Balcani a un nuovo ordine basato sull'organizzazione di mercato delle economie e sulla democrazia parlamentare. L'obiettivo era la liqu idazione definitiva del socialismo nei Balcani (10). La posizione ufficiale era che, incoraggiando dichiarazioni di indipendenza come quella croata, si voleva "far crescere la democrazia". La realo'ta' era quella di un complotto per dividere l'area balcan ica in staterelli minuscoli e vulnerabili. Sotto la maschera della "promozione della democrazia" veniva in realta' aperta la strada alla ricolonizzazione dei Balcani.

Col 1990 la maggior parte dei paesi dell'Europa orientale si era piegata alle pressioni occidentali per avviare quelle che, con espressione assai fuorviante, venivano definite "riforme". Alcuni aveva accettato interamente le condizioni poste dagli occiden tali per gli aiuti e il commercio. Altri, e in particolare la Bulgaria e la Romania, le avevano accettate solo parzialmente.

In Jugoslavia pero' c'era una certa resistenza. Le elezioni del 1990 in Serbia e Montenegro avevano mantenuto al potere un partito socialista o socialdemocratico. Il governo della Federazione restava pertanto nelle mani di politici che, pur cedendo di vol ta in volta alle pressioni per le "riforme", si opponevano pero' alla ricolonizzazione dei Balcani. E molti di loro si opponevano alla frammentazione della Jugoslavia. La terza Jugoslavia, formata nella primavera del 1992, disponeva di una base industrial e e di un grosso esercito: per questo il paese doveva essere distrutto.

Dal punto di vista tedesco, questa non era altro che la continuazione di una politica portata avanti gia' dal Kaiser e poi dai nazisti.

Una volta disintegrata e gettata nel caos la Jugoslavia, si poteva incominciare a riorganizzare questa area centrale dei Balcani. La Slovenia, la Croazia e la Bosnia-Erzegovina dovevano entrare nella sfera di interessi tedesca. La Germania otteneva l'acce sso al mare sull'Adriatico e in prospettiva, se si fosse riusciti a piegare totalmente i Serbi, al nuovo canale Reno-Danubio, una via d'acqua che puo' trasportare navi da 3.000 tonnellate dal Mare del Nord al Mar Nero. Le parti meridionali della Jugoslavi a dovevano cadere in una sfera di interessi americana. La Macedonia, che controlla gli unici valichi tra est e ovest e tra nord e sud nelle montagne dei Balcani doveva essere il centro di una regione americana. Ma la sfera americana doveva includere anche l'Albania e, se si fosse riusciti a strappare quelle regioni alla Serbia, anche il Sangiaccato e il Kosovo. Alcuni esperti americani hanno parlato anche dell'emergere eventuale di una Grande Albania sotto tutela USA e turca, comprendente una serie di sta terelli musulmani, compresa se possibile la Bosnia-Erzegovina, con accesso all'Adriatico.

Non c'e' da stupirsi se la Germania e gli USA, pur avendo lavorato di concerto per la disintegrazione della Jugoslavia, sono ora in competizione per il controllo di varie parti del paese, specialmente la Croazia e la Bosnia-Erzegovina. In effetti in tutta l'area balcanica c'e' un grosso scontro per l'influenza e i vantaggi commerciali (11). I contendenti principali sono la Germania e gli Stati Uniti, le due potenze responsabili della disintegrazione della Jugoslavia. Alla corsa partecipano pero' anche imp ortanti societa' e banche di altri paesi europei. La situazione e' simile a quella creata in Cecoslovacchia dall'accordo di Monaco del 1938, raggiunto per dividersi le spoglie in modo da evitare scontri che avrebbero condotto immediatamente alla guerra.

La nuova «Grande Partita» nel Mar Caspio

La Jugoslavia e' importante non solo per la posizione che occupa sulla carta geografica, ma anche per le regioni a cui consente l'accesso. Influenti analisti americani la considerano adiacente a un'area di interesse vitale per gli USA, quella del Mar Nero e del Caspio.

Questa potrebbe essere la vera ragione della presenza NATO in Jugoslavia.

Gli Stati Uniti stanno cercando attualmente di consolidare un nuovo blocco di paesi tra l'Europa e il Medio Oriente e si presentano come leader di un gruppo informale di paesi musulmani che vanno dal Golfo Persico ai Balcani. Questo gruppo comprende la Tu rchia, che e' di importanza cruciale nel nuovo blocco emergente. La Turchia fa parte della regione balcanica meridionale ed e' una potenza dell'Egeo, ma confina anche con l'Iraq, l'Iran e la Siria, unendo cosi' l'Europa meridionale e il Medio Oriente, dov e gli USA ritengono di avere interessi vitali.

Gli USA sperano di allargare questa alleanza informale di stati musulmani del Medio Oriente e dell'Europa meridionale fino a comprendere alcuni dei nuovi paesi del margine meridionale dell'ex Unione Sovietica.

Non e' difficile capirne le ragioni. Gli USA si sentono impegnati in una nuova competizione per il controllo delle risorse mondiali, in cui il petrolio riveste particolare importanza. Con la guerra contro l'Iraq, gli USA si sono insediati piu' forti che m ai nel Medio Oriente. La disintegrazione quasi simultanea dell'Unione Sovietica ha aperto le porte allo sfruttamento occidentale delle risorse petrolifere della regione del Mar Caspio.

Si tratta di una regione assai ricca di petrolio e di gas. Alcuni esperti occidentali ritengono che potrebbe avere per l'occidente un'importanza pari a quella del Golfo Persico.

Paesi come il Kazakistan dispongono di riserve petrolifere enormi, probabilmente piu' di 9 miliardi di barili. Si ritiene che il Kazakistan possa estrarre 700.000 barili al giorno. Come per altri paesi dell'area, il problema, dal punto di vista dei paesi occidentali, e' far viaggiare il petrolio e i gas verso l'occidente per vie sicure. E non e' solo un problema tecnico, ma anche politico.

Per gli Stati Uniti e per altri paesi occidentali nella situazione attuale mantenere buoni rapporti con paesi come il Kazakistan e' di importanza cruciale. Soprattutto quello che piu' importa e' la certezza che i diritti acquisiti per l'estrazione del pet rolio o per la costruzione degli oleodotti per trasportarlo verranno comunque rispettati, perche' le somme che si prospettano per gli investimenti nella regione sono enormi.

Insomma le imprese occidentali, le banche, le societa' proprietarie degli oleodotti, vogliono avere la certezza che la regione sia "politicamente stabile", che non ci siano cio' in futuro cambiamenti politici che possano minacciare i loro nuovi o potenzia li interessi.

Recentemente un importante articolo del «New York Times» forniva il quadro di quella che viene definita la nuova «grande partita» nella regione facendo un'analogia con la contesa tra Russia e Gran Bretagna alla frontiera nordoccidental e del suncontinente indiano nel XIX secolo. Gli autori dell'articolo scrivevano che: «Adesso, negli anni post guerra fredda, gli Stati Uniti stanno nuovamente assumendo il controllo dell'impero di un ex nemico. La disintegrazione dell'Unione Sovietica ha indotto gli Stati Uniti ad allargare l'area della loro egemonia militare nel l'Europa orientale (tramite la NATO) e nella gia' neutrale Jugoslavia, e - cio' che piu' conta - ha consentito all'America di impegnarsi piu' a fondo nel Medio Oriente» (12).

Naturalmente le ragioni che hanno spinto i leaders occidentali in direzione dell'allargamento della NATO sono piu' d'una, ma una ragione importante e' chiaramente di carattere economico.

La cosa appare in piena evidenza se si guarda piu' attentamente al parallelismo tra lo sviluppo dello sfruttamento commerciale nella regione del Mar Caspio e la penetrazione della NATO nei Balcani.

Il 22 maggio del 1992 la NATO rilasciava una dichiarazione davvero stupefacente riguardo ai combattimenti allora in corso nella Transcaucasia. In essa si diceva. «Gli alleati esprimono grave preoccupazione per il perdurare del conflitto e le perdite di vite umane. Il problema del Nagorno Karabak, con le tendioni che ha prodotto tra l'Armenia e l'Azerbaijan, non puo' essere risolto mediante la forza. Quals iasi azione contro l'integrita' territoriale dell'Azerbaijan o di qualunque altro stato, o mirante al raggiungimento di obiettivi politici con l'uso della forza, rappresenterebbe una violazione flagrante e inaccettabile del diritto internazionale. In part icolare noi [la NATO] non potremmo accettare che lo status riconosciuto del Nagorno Karabak o del Nakicevan venga cambiato unilateralmente con la forza» (13).

Si tratta di una dichiarazione notevole da tutti i punti di vista, dato che di fatto la NATO faceva una velata minaccia di prendere "misure" adeguate a impedire iniziative dei governi della regione del Mar Caspio supposte lesive degli interessi occidenta li.

Due giorni prima che la NATO rilasciasse questa dichiarazione d'interessamento per le questioni transcaucasiche, una societa' petrolifera americana, la Chevron, aveva firmato un accordo col governo del Kazakistan per lo sfruttamento dei giacimenti petrol iferi di Tengiz e Korolev nella parte occidentale del paese. I negoziati per questo accordo erano andati avanti per due anni prima della firma e, come riferiscono fonti attendibili, si era corso il rischio di rottura perche' la Chevron temeva l'instabilit a' politica nella regione (14).

All'epoca della dichiarazione, comunque, la NATO avrebbe avuto ben scarse possibilita' di dar seguito ai suoi moniti. In primo luogo perche' non esisteva alcun precedente di interventi NATO su vasta scala fuori area e, in secondo luogo, perche' le forze N ATO erano assai lontane dalla Transcaucasia. Basta uno sguardo alla carta dei Balcani, del Mar Nero e del Mar Caspio per capire che la situazione sta cambiando.

Il passo successivo: la "stabilizzazione" dell'est

La pressione attuale per l'allargamento della NATO nell'Europa centrale e orientale si inserisce nei tentativi di dar vita al preteso "nuovo ordine mondiale" e costituisce il complemento politico-militare delle politiche economiche avviate dalle maggiori potenze occidentali allo scopo di trasformare le societa' dell'Europa centrale e orientale.

Gli Stati Uniti, la Germania e alcuni loro alleati cercano di costruire intorno all'economia del bacino nordatlantico un sistema veramente globale. A dire il vero, il tipo di ordine che vogliono imporre non presenta grandi novita': esso dovra' basarsi sul le istituzioni del capitalismo. Il fatto nuovo e' il tentativo di estendere "il vecchio ordine" ai vasti territori gettati nel caos in seguito alla disintegrazione del comunismo e di incorporarvi paesi che in precedenza non ne avevano fatto pienamente par te.

Insomma, stanno cercando di creare un sistema capitalista funzionante in paesi che per decenni hanno vissuto in regime socialista o che, come nel caso dell'Angola, hanno provato a liberarsi dal sistema capitalista.

Visto che vogliono costruire un "nuovo ordine mondiale", le potenze occidentali devono anche pensare a come difenderlo. Da qui nasce l'idea di estendere il controllo militare alle nuove regioni europee che cercano di agganciare al bacino nord atlantico e quindi il ruolo che la NATO dovrebbe assumere nel nuovo ordine europeo.

I due maggiori architetti della futura nuova Europa capitalista integrata, sono gli USA e la Germania, che lavorano con un coordinamento particolarmente stretto sulle questioni dell'est europeo e hanno formato di fatto una stretta alleanza, nell'ambito de lla quale gli USA si aspettano la collaborazione tedesca nella gestione degli affari non solo dell'Europa occidentale ma anche di quella orientale. Per usare le parole di George Bush a Mainz nel 1989, la Germania e' «associata nell'esercizio della leadership».

Questa stretta collaborazione lega gli USA al punto di vista tedesco su quella che gli esperti tedeschi e americani chiamano ora Europa centrale. E' un punto di vista che prevede: 1) l'espansione dell'Unione Europea verso est; 2) una leadership tedesca in Europa; e 3) una nuova divisione del lavoro in Europa.

Proprio l'idea di una nuova divisione del lavoro in Europa riveste particolare importanza. Nella visione tedesca, l'Europa in futuro sara' organizzata in cerchi concentrici intorno a un centro costituito dalla Germania. Il centro sara' la regione piu' svi luppata da tutti i punti di vista: sara' la piu' avanzata tecnologicamente e la piu' ricca; avra' i livelli salariali piu' alti e i redditi pro capite maggiori; si dedichera' esclusivamente alle attivita' economiche piu' profittevoli, quelle che la pongon o in posizione di comando del sistema. La Germania si occupera' percio' di pianificazione industriale, progettazione, sviluppo tecnologico, ecc., di tutte le attivita' insomma di programmazione e coordinamento dell'economia delle altre regioni.

Via via che ci si allontana dal centro, i vari cerchi concentrici avranno livelli di sviluppo, ricchezza e redditi piu' bassi. L'anello immediatamente adiacente la Germania dovrebbe essere caratterizzato da molteplici attivita' produttive e di servizio ad elevato profitto e comprenderebbe parte della Gran Bretagna, la Francia, il Belgio, l'Olanda e l'Italia settentrionale. Il livello generale del reddito vi sarebbe alto, ma inferiore a quello tedesco. L'anello successivo comprenderebbe le parti piu' pover e dell'Europa occidentale e parti dell'Europa orientale, con alcune produzioni, assemblaggio, produzioni alimentari. I livelli stipendiali e salariali vi sarebbero considerevolmente piu' bassi che al centro.

Inutile dire che in questo schema la maggior parte delle regioni dell'Europa orientale apparterrebbero a un anello periferico. L'Europa orientale sarebbe tributaria del centro. Produrrebbe alcuni generi di merci, ma non primariamente per il proprio consum o. Una parte considerevole della produzione, con el materie prime e anche i generi alimentari, verrebbe destinata all'estero. Anche l'industria pagherebbe inoltre stipendi e salari bassi e il livello generale di stipendi e salari, e dunque dei redditi, sa rebbe piu' basso che in passato.

Insomma, nel nuovo sistema integrato la maggior parte dell'Europa orientale sara' piu' povera di quanto non sarebbe stata se i paesi dell'Europa orientale avessero potuto decidere autonomamente quale tipo di sviluppo perseguire. Il solo sviluppo perseguib ile in societa' esposte alla potente penetrazione del capitale estero e bloccate dalle regole del Fondo Monetario Internazionale e' lo sviluppo dipendente.

Cio' vale anche per la Russia e gli altri paesi della Comunita' degli Stati Indipendenti. Anch'essi diverrebbero tributari del centro e la Riussia non avrebbe nessuna possibilita' di perseguire una via di sviluppo indipendente. In Russia rimarranno benint eso alcune produzioni industriali, ma senza la minima possibilita' di uno sviluppo industriale equilibrato, perche' le priorita' dello sviluppo saranno dettate sempre piu' dall'esterno. Le societa' occidentali, come dimostrano i dati sugli investimenti es teri, non hanno nessun interesse a promuovere lo sviluppo industriale della Russia.

L'interesse principale dell'occidente nella Comunita' degli Stati Indipendenti sta nello sfruttamento delle sue risorse. La disintegrazione dell'Unione Sovietica ha rappresentato un passaggio decisivo per aprire le possibilita' di un tale sfruttamento, pe rche' le repubbliche ex sovietiche, una volta indipendenti sono divenute assai piu' vulnerabili. Le societa' occidentali, inoltre, non hanno interesse a sviluppare le risorse della CSI per l'uso locale, ma sono interessate alle esportazioni verso occident e. Cio' vale in particolare per il gas e il petrolio. Buona parte dei benefici delle esportazioni di materie prime andrebbero percio' ad arricchire paesi stranieri. Gran parte dell'ex Unione Sovietica si verra' percio' quasi sicuramente a trovare in una s ituazione simile a quella dei paesi del terzo mondo.

La Germania dunque, coll'appoggio degli Stati Uniti, punta a una razionalizzazione capitalista di tutta l'economia europea intorno a un potente nucleo tedesco. La crescita e gli alti livelli di ricchezza del nucleo devono essere sostenuti dalle attivita' subordinate della periferia. La periferia deve produrre generi alimentari, materie prime e prodotti industriali per l'esportazione verso il nucleo e i mercati d'oltremare. L'Europa del futuro, se la si paragona all'Europa, tanto occidentale che orientale, degli anni '80, dovra' essere ristrutturata da cima a fondo, con livelli di sviluppo sempre piu' bassi via via che ci si allontana dal centro tedesco.

Gran parte dell'Europa orientale e dell'ex Unione Sovietica e' dunque destianata a rimanere un'area permanentemente arretrata o relativamente sottosviluppata. Realizzare la nuova divisione del lavoro in Europa significa vincolare per sempre queste regioni a una condizione di arretratezza economica.

Per l'Europa orientale e per i paesi della CSI la creazione di un'Europa "integrta" in un quadro capitalista comporta dunque un'ampia ristrutturazione. Questa ristrutturazione puo' risultare assai vantaggiosa per la Germania e per gli USA, ma per le parti dell'Europa che verranno collegate all'occidente significhera' una retrocessione.

La natura dei cambiamenti in corso e' gia' stata prefigurata dagli effetti delle "riforme" attuate in Russia dai primi anni '90. Naturalmente si e' detto che quelle riforme avrebbero finito per portare la prosperita'. Ma questa era un'affermazione falsa f in dal principio, perche' le "riforme" attuate su insistenza occidentale non erano nient'altro cge le solite ristrutturazioni imposte dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale ai paesi del terzo mondo, e hanno anche avuto gli stessi effett i.

Il piu' appariscente e' la caduta verticale del livello di vita. Un terzo della popolazione della Russia sta cercando ora di sopravvivere con redditi al di sotto del livello ufficiale di poverta'. Dal 1991 la produzione e' caduta di piu' della meta'. L'in flazione corre a un tasso annuale del 200%. La speranza di vita di un maschio russo e' caduta da 64,9 anni nel 1987 a 57,3 nel 1994 (15). Sono cifre paragonabili a quelle di paesi come l'Egitto e il Bangladesh. E, nelle circostanze attuali, non c'e' assol utamente nessuna prospettiva di miglioramento delle condizioni economiche e sociali in Russia. Il livello di vita continuera' anzi quasi certamente a scendere.

Chiaramente c'e' un sentimento assai diffuso e giustificato di rabbia in Russia e in altri paesi per il crollo dei livelli di vita che ha accompagnato le prime fasi della ristrutturazione, e cio' ha contribuito a una crescente reazione politica, in Russia e in altri paesi, la cui manifestazione piu' evidente la si e' potuta vedere nei risultati delle elezioni parlamentari di dicembre in Russia. E' chiaro altresi' che l'ulteriore caduta dei livelli di vita in futuro creera' nuove reazioni di rabbia.

L'estensione del vecchio ordine mondiale all'Europa orientale e alla CSI e' un'operazione delicata, piena di incertezze e di rischi. Le maggiori potenze occidentali sono molto ansiose di realizzarla con successo, anche perche' in quel successo, definibile in termini di sfruttamento efficiente di queste nuove regioni, vedono una soluzione parziale dei loro stessi gravi problemi economici. C'e' una tendenza sempre piu' marcata nei paesi occidentali a dislocare i loro problemi e a vedere nell'attuale concorr enza internazionale per lo sfruttamento dei niuovi territori una qualche possibilita' di superamento della stagnazione economica mondiale.

Gli esperti occidentali giustamente prevedono che il futuro sara' portatore di instabilita' politica. Per dirla con le parole recenti del senatore Bradley, «il problema della Russia e' sapere se le riforme siano reversibili o meno» (16) . Gli esperti militari traggono le conseguenze logiche: maggiore sara' la potenza miliater che puo' esser concentrata potenzialmente contro la Russia, minore sara' la possibilita' di ritorno indietro rispetto alle "riforme". Questo e' il segno di questa a ffermazione davvero notevole del Gruppo di Lavoro sull'Allargamento della NATO: «I compiti di sicurezza della NATO non sono piu' limitati al mantenimento di una posizione difensiva rispetto a una forza contrapposta. Non ci sono minacce immediate alla sicurezza militare dell'Europa occidentale, ma l'instabilita' politica e l' insicurezza nell'Europa centrale ed orientale ha conseguenze gravi per la sicurezza dell'area NATO. La NATO dovrebbe rispondere ai bisogni di sicurezza e di integrazione nelle strutture occidentali dell'Europa centrale e orientale, e in questo modo servir ebbe gli interessi di sicurezza dei propri membri» (17).

Si tratta di una posizione del tutto nuova da parte della NATO, una posizione che alcuni paesi NATO ritenevano imprudente non molto tempo fa. Ed e' una posizione allarmante, perché non affronta le vere ragioni che stanno dietro l'attuale pressione per l' allargamento della NATO. Nonostante i ragionamenti sfumati e capziosi del Gruppo di Lavoro, sembra che il dibattito in molti paesi sia ormai chiuso. Sarebbe assai preferibile, naturalmente, che le questioni vere fossero discusse pubblicamente. Ma per il m omento questa possibilita' non esiste e la pressione per l'allargamento della NATO e' destinata a continuare

I pericoli dell'allargamento della NATO

L'attuale proposta di allargare la NATO verso est crea molti pericoli.  C'e' da dire che molte voci influenti nei paesi occidentali sono contrarie all'allargamento della NATO e hanno spesso spiegato quali ne sarebbero i rischi. E' importante osservare che, nonostante la posizione ufficiale della NATO e la relazione recente de l Gruppo di Lavoro, l'allargamento della NATO verso est incontra forte opposizione, anche se, per ora, le tesi favorevoli all'allargamento hanno avuto il sopravvento.

Quattro pericoli insiti nell'allargamento della NATO devono essere discussi in particolare in questa sede.  Il primo consiste nel fatto che l'allargamento portera' nuovi membri sotto "l'ombrello" NATO. Cio' significa, per fare un esempio, che gli Stati Uniti e altri membri occidentali sarebbero obbligati a difendere mettiamo la Slovacchia contro un attacco. Ma da dove potrebbe venire un attacco? E davvero la NATO sarebbe pronta a difendere la Slovacchia in caso di conflitto con un altro paese dell'Europa orientale?

  In un paese come gli Stati Uniti sarebbe una cosa assai impopolare. Come diceva nell'ottobre scorso il senatore Kassebaum: «Sarebbe disposto il popolo americano, a norma del Trattato Nordatlantico, a impegnarsi a considerare un attacco contro uno o piu' di questi nuovi possibili membri come un attacco contro tutti?» (18).

La questione dell'estensione dell' "ombrello" e' assai delicata, perche' le potenze NATO sono potenze nucleari. La relazione del Gruppo di Lavoro afferma che, in determinate circostanze, le forze degli alleati NATO potranno essere dislocate nei territori dei nuovi membri e il Gruppo di Lavoro non ha affatto escluso, come avrebbe dovuto, la dislocazione in quesi territori di armi nucleari. La mancata esclusione di questa possibilita' significa che la NATO sta imboccando una strada pericolosa, una strada ch e accresce i rischi di guerra nucleare.

Il silenzio del Gruppo di Lavoro su questa questione non puo' non suonare minaccioso per i paesi che non entreranno nella NATO, tra i quali il piu' importante e' chiaramente la Russia, che possiede anch'essa armi nucleari, cosi' come l'Ucraina e il Kazaki stan.

Il secondo pericolo e' che l'allargamento metta in crisi i rapporti tra gli Stati Uniti e la Russia e produca una seconda guerra fredda. I paesi della NATO presentano l'organizzazione come un'alleanza difensiva, ma la Russia la vede in modo assai diverso. Per piu' di 40 anni la Russia ha visto nella NATO un'alleanza offensiva diretta contro tutti i paesi del Patto di Varsavia. E' ancora opinione generale in Russia che la NATO sia un'alleanza offensiva. L'ex ministro degli esteri, Kozyrev, lo aveva detto e splicitamente ai paesi della NATO. Potra' la Russia cambiare opinione in futuro?

E' inevitabile che l'allargamento della NATO sia visto in Russia come accerchiamento, il cui tacito presupposto e' la previsione occidentale di una Russia nuovamente aggressiva. Ma la conseguenza pressoche' certa di questo presupposto non potra' essere ni ent'altro che una nuova risposta di carattere militare. Esso non e' certo fatto per calmare le apprensioni russe sugli obiettivi della penetrazione NATO nell'Europa orientale. A proposito della decisione della NATO sull'allargamento, ecco come si esprimev a recentemente il direttore dell'Istituto di Studi sugli USA e il Canada dell'Accademia delle Scienze russa: «La Russia e' ancora una superpotenza militare, con un'enorme estensione territoriale e una popolazione numerosa. E' un paese con enormi capacita' economiche, che ha un potenziale straordinario, nel bene o nel male. Ma attualmente e' un paese umi liato, in cerca di identita' e di orientamento. L'occidente, con la posizione che prendera' sull'allargamento della NATO, puo' in certa misura determinare la direzione che la Russia prendera'. Il futuro della sicurezza europea dipende da questa decisione » (19).

Il terzo pericolo che l'allargamento della NATO comporta e' che mette a repentaglio l'adempimento del Trattato START I e la ratifica dello START II, come pure altri trattati sul controllo e la limitazione degli armamenti miranti ad accrescere la sicurezza in Europa. I russi, per esempio, hanno detto chiaramente che andranno avanti nell'adempimento del trattato sulle armi convenzionali in Europa (CFE) «se la situazione in Europa rimarra' stabile». Ma l'allargamento della NATO nell'Europa oriental e cambia in modo significativo l'attuale equilibrio in Europa. I paesi della NATO mettono percio' a repentaglio molti dei risultati raggiunti negli ultimi 25 anni nel campo del disarmo. Alcuni sostengono anche, con argomenti convincenti, che l'allargamen to della NATO metterebbe a rischio il trattato di non proliferazione nucleare.

Queste conseguenze non renderanno certo piu' sicura in futuro l'Europa ne' il mondo.

Il quarto pericolo insito nell'allargamento della NATO e' che esso puo' determinare una situazione di instabilita' nell'Europa orientale. La NATO sostiene che l'allargamento contribuirebbe a garantire la stabilita', ma l'Europa orientale e' gia' un'area i nstabile, soprattutto dopo i cambiamenti degli ultimi anni. Allargare la NATO aggiungendovi un pezzo dopo l'altro non potra' che accrescere le tensioni tra i nuovi membri e i paesi che rimangono fuori. E' inevitabile che sia cosi'. I paesi che rimarranno fuori, una volta che la NATO si sia insediata in un paese confinante non potranno che sentirsi piu' insicuri. Verrebbero a trovarsi in mezzo tra la NATO che si espande e la Russia e le loro reazioni non potranno essere che di paura e anche di ostilita'. L 'espansione della NATO pezzo dopo pezzo potrebbe anche scatenare una corsa agli armamenti nell'Europa orientale.

La debolezza della posizione occidentale

A un'analisi piu' attenta, la proposta di allargare la NATO verso est non e' soltanto pericolosa, ma ha anche le caratteristiche di un gesto disperato. Ed e' manifestamente irrazionale, perche' puo' evocare l'oggetto stesso dei suoi timori, provocando una seconda guerra fredda tra le potenze NATO ela Russia o addirittura innescando una guerra nucleare. C'e' da ritenere che nessuno si auguri un esito di questo tipo.

Ma allora perche' i paesi della NATO insistono in questa direzione? Perche' appaiono incapaci di soppesare oggettivamente la pericolosita' delle loro azioni?

Una risposta parziale potrebbe essere che la decisione e' stata presa da gente che ha considerato il problema in una prospettiva assai ristretta, senza guardare al contesto piu' ampio entro il quale l'allargamento della NATO verrebbe a collocarsi. Se si c onsidera il contesto piu' ampio, la proposta di allargamento della NATO appare chiaramente irrazionale.

Consideriamo questo contesto piu' ampio. La NATO propone di ammettere presto come membri a pieno titolo dell'alleanza alcuni paesi dell'Europa centrale. Altri paesi dell'Europa orientale potranno essere ammessi in una fase successiva. L'allargamento ha du e possibili obiettivi: il primo e' impedire il "fallimento della democrazia in Russia", cioe' garantire la continuazione dell'attuale regime o di qualcosa di simile in Russia. Il secondo e' mettere la NATO in una posizione favorevole nel caso scoppi una g uerra tra la Russia e l'occidente.

In un'epoca di armi nucleari, perseguire il secondo scopo e' forse ancor piu' pericoloso di quanto non lo fosse negli anni della guerra fredda, perche' ora ci sono vari paesi dotati di armi nucleari che potenzialmente sarebbero schierati contro la NATO. L 'argomento che la NATO va allargata verso est per assicurare all'occidente un vantaggio in caso di guerra nucleare non e' molto convincente e certo, se fosse esplicitato, non suonerebbe convincente per i paesi centroeuropei che sarebbero le piu' probabili vittime nelle prime fasi di tale guerra. La loro situazione somiglierebbe a quella della Germania nella guerra fredda, come ben comincio' a comprendere il movimento per la pace tedesco negli anni '80.

L'obiettivo principale dell'allargamento della NATO, come viene quasi universalmente riconosciuto, e' garantire che i cambiamenti introdotti in Russia negli ultimi cinque anni non vengano rimessi in discussione. Cio' porrebbe termine al sogno di un'Europa a tre stadi, unita sotto le insegne del capitalismo, e chiuderebbe i nuovi vasti spazi apertisi alle iniziative del capitale occidentale. La presenza della NATO nell'Europa centro-orientale non e' altro che un modo per esercitare una maggiore pressione s u chi volesse tentare di cambiare la situazione attuale in Russia.

Come abbiamo visto, pero', cio' significa bloccare la Russia e gli altri paesi della CSI in una situazione di sottosviluppo e di crisi economica e sociale permanente, in cui milioni di persone sono condannati a terribili privazioni senza che ci sia alcuna possibilita' per la societa' di cercare una via di sviluppo economico e sociale in cui le priorita' economiche siano dettate dai bisogni dell'uomo.

L'amara ironia della situazione sta nel fatto che i paesi occidentali offrono il loro modello di organizzazione economica per risolvere il problema della Russia. Chi analizza la situazione con realismo si rende pero' perfettamente conto che il punto e' un altro. Il loro unico interesse e' l'ulteriore estensione del dominio occidentale verso est e se propongono la loro esperienza come modello per altri e' solo per ingannarli. L'idea della "transizione alla democrazia", come spesso viene chiamata l'instaura zione di regole di mercato, ha la sua importanza pero' nella battaglia mondiale per guadagnare l'opinione pubblica ed e' servita a giustificare e sostenere le politiche che l'occidente ha iniziato a perseguire verso i paesi della CSI.

I paesi occidentali sono pero' preda essi stessi di una crisi economica che non riescono a padroneggiare. A incominciare dai primi anni '70 i profitti sono caduti, la produzione ha incominciato a vacillare, la disoccupazione di lungo periodo ha iniziato a crescere, i livelli di vita hanno incominciato a scendere. Ci sono stati naturalmente gli alti e bassi del ciclo economico, ma la cosa importante e' la tendenza di fondo. E la tendenza nella crescita del PIL nei maggiori paesi industrializzati e' stata n egativa a partire dalla grande recessione del 1973 - 1975. Negli Stati Uniti per esempio il tasso di crescita e' caduto da circa 4% all'anno negli anni '50 e '60 a 2,9% negli anni '70, fino a 2,4% circa negli anni '80 e le proiezioni attuali di crescita s ono ancora piu' basse.

Ne' la situazione e' stata assai diversa in alttri paesi occidentali, in cui il ritmo di crescita e' stato si' un po' piu' rapido, mala disoccupazione e' stata parecchio piu' alta. I tassi attuali di disoccupazione nell'Europa occidentale sono in media de ll'11%, e le statistiche nascondono in parte la disoccupazione a causa dei vari piani governativi di pseudolavori.

Tanto l'Europa occidentale quanto il Nordamerica hanno conosciuto una prolungata stagnazione economica, e le economie capitalistiche non possono sostenere l'occupazione e i livelli di vita se non in presenza di una crescita relativamente rapida. Nei 25 an ni che seguirono la seconda guerra mondiale, la maggior parte dei paesi occidentali conobbe una crescita rapida, dell'ordine del 4 e 5% all'anno. Fu quella crescita che rese possibile il mantenimento di alti livelli di occupazione, la crescita dei salari e il miglioramento del tenore di vita. Larghi strati delle classi lavoratrici ebbero la possibilita' di raggiungere livelli di vita dignitosi, mentre le classi medie e alte conobbero un periodo di prosperita' e raggiunsero spesso livelli di vita che si po ssono senz'altro considerare di lusso.

Adesso pero' quel periodo e' chiaramente tramontato. La grande "rivoluzione capitalisa" strombazzata dai Rockefeller non esiste piu'. Il "capitalismo dal volto umano" non esiste piu'. La crescita sempre piu' contenuta ci ha ripiombati nel "capitalismo sel vaggio" e ha innescato una crisi economica e sociale in tutti i paesi occidentali, mettendo in forse tutte le conquiste del periodo postbellico. In Europa sono gia' 15 anni che lo stato sociale subisce l'attacco di chi vorrebbe spostare il peso della cris i sulle spalle dei meno fortunati. Negli Stati Uniti una "rete sociale" di protezione dei poveri relativamente modesta viene fatta a pezzi dai difensori aggressivi e gretti degli interessi dei proprietari, decisi a far si' che l'impatto della crisi di sta gnazione del sistema vada a colpire quelli che meno sono attrezzati a sostenerlo.

L'occidente dunque e' esso stesso in preda a una crisi. E non e' una crisi transeunte o un "ciclo lungo", come direbbero gli apologeti accademici, ma una crisi di sistema. Il sistema di mercato non puo' piu' assicurare neanche una parvenza di prosperita'. I mercati che avevano trainato l'economia capitalista nel dopoguerra - automobili, beni di consumo durevole, costruzioni, ecc. - sono tutti saturi, come dimostrano sfilze di statistiche governative in tutti i paesi. Il sistema non ha trovato nuovi mercat i che possano creare una ondata di prosperita' di quellivello. Inoltre l'accelerazione del progresso tecnico negli ultimi anni ha incominciato a eliminare dappertutto posti di lavoro a un ritmo stupefacente. Non c'e' nessuna possibilita' di compensare que sto effetto creando nuova occupazione in quantita' sufficiente e a livelli alti di salario.

Da un certo punto di vista coloro che dirigono i governi e le economie occidentali sono perfettamente consapevoli della situazione. Conoscono le statistiche; sanno quali sono i problemi. Ma non sono in grado di capire che il problema sta nell'attuale sist ema capitalista che, dopo aver raggiunto altissimi livelli di produzione, reddito e ricchezza, non ha piu' sbocchi. Soluzioni di compromesso beninteso si potrebbero trovare, ma i leaders occidentali non sono disposti a fare le concessioni politiche che es se richiederebbero. In particolare, le grandi concentrazioni di capitale dei paesi occidentali sono guidate da persone costituzionalmente incapaci di capire che c'e' un vizio di fondo nel sistema. Sarebbe come chiedere loro di consentire a una diminuzione del loro potere.

Per questo gli uomini che dirigono governi e industrie continuano ad andare avanti alla cieca, indisponibili ad accettare politiche che potrebbero avviare l'attuale sistema sulla via di una transizione a modi piu' razionali e umani di organizzare la vita economica. E' questa cecita', basata su confusione e paura, che ha offuscato la capacita' dei leaders occidentali di inquadrare con chiarezza i rischi dell'allargamento della NATO nell'Europa orientale. Il sistema occidentale sta vivendo una profonda cris i economica, sociale e politica, e i leaders dell'occidente, a quanto pare, vedono nello sfruttamento dell'est il solo grande progetto a portata di mano per poter stimolare la crescita, specie nell'Europa occidentale.

Per questo sono pronti ad affrontare grossi rischi. Il problema e' se il mondo sara' disposto ad affrontare i rischi di conflitto est - ovest e di guerra nucleare per congelare per sempre in una regione del globo un tipo di relazioni economiche che stanno gia' crollando altrove.

Sean Gervasi

  ------------------------------------------------------------------------

NOTE

 

1. DEFENSE NEWS, 25 novembre 1995; vedi anche Gary Wilson, "Anti‑War Activists Demand: No More US Troops to the Balkans", Workers World News Service, 7 dicembre 1995.

2. Vedi per esempio: "NATO Expansion, Flirting with Disaster", THE DEFENSE MONITOR, Novembre/Dicembre 1995, Center for Defense Information, Washington, D.C.

3. Senatore Richard Lugar, "NATO: Out of Area or Out of Business", Note consegnate all'Open Forum del Dipartimento di Stato USA il 2 agosto 1993, Washington, D.C.

4. "Changing Nature of NATO", INTELLIGENCE DIGEST, 16 ottobre 1992.

5. THE DEFENSE MONITOR, loc. cit., pag.2.

6. "Bonn's Balkans-to-Teheran Policy", INTELLIGENCE DIGEST, 11 - 25 agosto 1995.

7. Richard Holbrooke, "America, A European Power", FOREIGN AFFAIRS, Marzo/Aprile l995, pag.39.

8. II punto fondamentale è che l'Europa Orientale e i paesi dell'ex Unione Sovietica dovranno adottare le istituzioni prevalenti nell'Europa Occidentale, cioè capitalismo e democrazia parlamentare.

9. Holbrooke, loc. cit., pag.43.

10. Si veda la Direttiva di Sicurezza Nazionale "United States Policy toward Yugoslavia", segreta, declassificata, Casa Bianca, Washington D.C., marzo 1984.

11. Joan Hoey,"The U.S.'Great Game' in Bosnia", THENATION, 30gennaio 1995.

12. Jacob Heilbrunn e Michael Lind, "The Third American Empire", THE NEW YORK TIMES, 2 gennaio 1996.

13. "The Commercial Factor Behind NATO's Extended Remit", INTELLIGENCE DIGEST, 29 maggio 1992.

14. Idem.

15. Senatore Bill Bradley, "Eurasia Letter: A Misguided Russia Policy", FOREIGN POLICY, inverno 1995-1996, pag.89.

16. Ibid. pag. 93.

17. Draft Special Report of the Working Group on NATO Enlargement, maggio 1995.

18. Citato in THE DEFENSE MONITOR, loc. cit., pag. 5.

19. Dr. Sergei Rogov, direttore dell'Istituto per gli Studi su Stati Uniti e Canada dell'Accademia delle Scienze Russa, citato in DEFENSE MONITOR, loc. cit. pag.4

   

 [tratto dal sito Internet della Fondazione Pasti -  http://www.mclink.it/assoc/fondpasti]

 

Torna alla pagina principale