FISICA/MENTE

 

 

C'è da rimanere storditi se non si conosce già il livello criminale degli Stati Uniti. Eppure, il Paese più evoluto del mondo è anche il più criminale. Parliamo oggi dell'UNiversità della Tortura e del Terrore, di Fort Benning, la Scuola delle Americhe, nella quale hanno studiato i peggiori delinquenti che sono stati al potere nell'area centro sud americana. Qui si è superevoluti in tutto ciò che è terrore, nella tortura, nelle destabilizzazioni, negli omicidi politici e non, nelle denigrazioni, nelle calunnie, ... Tutta la scienza e la tecnologia più avanzate sono al servizio dei più orrendi crimini a solo fine di potenza e di opressione di tutti i popoli del mondo. Niente di meglio che leggere ciò che segue.

http://www.saveriani.bs.it/missioneoggi/arretrati/2005_01/osare.htm 

MISSIONE OGGI, Gennaio 2005

FORT BENNING, USA: UNA SCUOLA PER I TERRORISTI 

Roberto Cucchini

A Fort Benning, Georgia, tra il 19 e il 21 novembre del 2004 si è tenuta una grande manifestazione di protesta per la chiusura della Scuola delle Americhe dell'esercito statunitense (School of the Americas - Soa), ribattezzata “Scuola degli Assassini”. Iniziative analoghe si sono tenute contemporaneamente anche in Brasile, Cile, Colombia, Honduras, Messico, Nicaragua, El Salvador, Austria, Francia, Germania e in altre parti del mondo. Da 14 anni, studenti, veterani di guerra, lavoratori, sindacalisti e tanti altri, guidati dal sacerdote statunitense Roy Bourgeois, si riuniscono in segno di protesta davanti al portone della Soa, anche se oggi ha cambiato nome: Istituto per la cooperazione della sicurezza del mondo occidentale (Western Hemisphere Istitute for Secuirity Cooperation - Whinsec). Di questi, negli ultimi anni, ben 170 sono stati arrestati e condannati complessivamente a 75 anni di prigione: 24 attivisti sono ancora reclusi nelle carceri federali.

Pare che George W. Bush, nel maggio scorso, davanti alle foto che mostravano alcuni prigionieri torturati a Abu Ghraib (Iraq), abbia esclamato: “Queste immagini non rappresentano gli Stati Uniti che conosco”. Non solo. Le alte gerarchie dell'esercito, stigmatizzando i trattamenti usati nelle carceri di Baghdad in cui erano stati coinvolti dei graduati Usa d'ambo i sessi, hanno tentato di ridimensionare l'accaduto, parlando di arbitrarie deviazioni, di casi isolati, che interessavano solo pochi militari. Era la teoria delle “mele marce”.

LA STORIA NON COMINCIA A ABU GHRAIB

Il fatto è che i maltrattamenti inflitti a Abu Ghraib, sono da inquadrare in un contesto nel quale gli abusi sui prigionieri da parte delle forze armate Usa non sono l'eccezione ma la regola, come hanno avuto modo di riconoscere degli autorevoli esponenti di alcune istituzioni statunitensi. “Le violazioni dei diritti dei prigionieri sono molto più generalizzate di quanto si possa credere”, ha avuto modo di sottolineare Andrew Reding, direttore del progetto per la democrazia globale e i diritti umani del World Policy Istitute , un prestigioso centro di ricerca di New York. “L'interrogatorio di sospetti e nemici ha sempre creato condizioni di violenza, e non ho alcun dubbio che le forze armate, oggi come nel passato, preparano le loro élite per ottenere informazioni attraverso l'abuso fisico o psicologico delle loro vittime. Questo succede tanto nell'esercito statunitense che in quello messicano, in Israele come in Russia”. Ma per gli Stati Uniti ci sono dei precedenti che molti tendono a far dimenticare.

La Scuola delle Americhe, aperta a Panama nel 1946 e trasferitasi a Fort Benning negli anni '80, ha formato circa 64mila militari provenienti da 18 Paesi del Sud America. Tra essi i dittatori argentini Leopoldo Galtieri e Roberto Viola, il boliviano Hugo Banzer, il panamense Manuel Noriega, l'uomo forte del Perù Vladimiro Montesinos e altri ancora. Già nel '95 il Los Angeles Times denunciava: “E' difficile trovare un golpe o una violazione dei diritti umani un America latina negli ultimi 40 anni senza scoprirvi implicati gli alunni della Scuola delle Americhe”. L'anno dopo furono fatti conoscere al grande pubblico i manuali di istruzione utilizzati come libri di testo alla Soa. In quell'occasione il New York Times scrisse che “ora gli americani possono sapere qualcosa delle lezioni tremende che l'esercito degli Stati Uniti ha impartito ai soldati latinoamericani”, mentre il Chicago Tribune rincarava la dose: “Se la Scuola delle Americhe pubblicherà la lista dei suoi ‘alunni', avremo in mano uno spaventoso elenco dei più noti militari assassini”.

Eric LeCompte, coordinatore del centro School of Americas Watch (Soa Watch), l'associazione che da anni si batte per la chiusura della Scuola, ha dichiarato di recente: “Ciò che succede oggi in Iraq non è niente di nuovo. La politica del Pentagono, che si definisce democratica, in realtà promuove la tortura e la violazione dei diritti umani per spaventare i civili”. E ancora; nel marzo del 2004, il gruppo Human Rights Watch ha presentato un rapporto in cui denunciava gli abusi perpetrati nei centri di detenzione gestiti da personale statunitense a Bagram, Kandahar, Jalalabad e Asadabad, in Afghanistan. “Il Pentagono le chiama ‘tecniche di stress e durezza', però è un eufemismo per un trattamento che può arrivare sino alla tortura”, ha sostenuto Marc Garlasco, un analista militare del Human Rights Watch, fino al 2002 e per sette anni agente del dipartimento della difesa Usa. “Sono tecniche cruente, inumane e degradanti che, come tali, sono proibite dal diritto internazionale, specialmente dalla convenzione di Ginevra. Il Pentagono invece le considera accettabili…”. Al tempo del lancio della “guerra preventiva”, sempre il presidente Usa aveva ripetuto che si sentiva impegnato davanti al suo popolo a individuare e colpire manu militari ogni Paese che desse ospitalità ai terroristi, o che offrisse loro rifugio o campi in cui esercitarsi. “Qualunque governo, se sponsorizza fuorilegge e assassini di innocenti - aveva annunciato il giorno stesso in cui dava l'ordine di bombardare l'Afghanistan - diventa esso stesso fuorilegge e assassino”. Se fosse coerente con tale affermazione, qualche pensierino in più sul suo Paese dovrebbe ben farselo.

DALLA GEORGIA ALL'IRAQ

Se la definizione che l'Fbi ha dato del terrorismo è vera (“atti violenti…miranti a intimidire o a coartare la popolazione civile, a influenzare la politica di un governo, o a interferire nella condotta di un governo”), allora l'attività svolta dalla Soa le risponde esattamente. In un suo comunicato, la Soa Watch sostiene che ciò che è avvenuto ad Abu Ghraib, “fa parte di una condizione più ampia di abusi e torture perpetrati da militari Usa, o da graduati di altri Paesi formati però sempre dagli statunitensi”. I media Usa e dell'Inghilterra hanno ricordato che le pratiche utilizzate in Iraq sembrano direttamente ispirate dai manuali che la Cia usò in America centrale negli anni '80. Quello dell'83, come hanno scritto il Baltimore Sun e il Guardian , fu preparato per un suo uso in Honduras. Esso contempla pratiche come l'umiliazione sessuale dei prigionieri, fotografare tale atto, terrorizzarli e minacciarli con apparecchi elettrici. Secondo i due quotidiani, il manuale insegna la tecnica di denudare i detenuti, incappucciarli, mantenerli isolati, privarli del sonno e disorientarli. Proprio come è accaduto ad Abu Ghraib! Negli ultimi trent'anni, 100mila latinoamericani sono stati torturati, sequestrati, assassinati, spariti nel nulla, massacrati o costretti a rifugiarsi fuori dai propri Paesi. Mentre i responsabili della Scuola amano far credere al pubblico che le atrocità commesse hanno coinvolto solo alcuni graduati (la famose “mele marce” di cui sopra), la verità è che la stragrande maggioranza degli ufficiali e sottufficiali implicati nelle più gravi violazioni dei diritti umani in America latina, si sono diplomati o hanno comandato soldati usciti dai suoi corsi. “Da dove arrivavano, ad esempio, i responsabili delle torture e del genocidio? Venivano dalla Soa e da altre accademie militari del cosiddetto leader mondiale della democrazia”, come ha denunciato il premio Nobel per la pace Pérez Esquivel, imprigionato e sottoposto a torture per 14 mesi in Argentina.

In un rapporto della Commissione per la verità delle Nazioni Unite, si può leggere che ben 60 ufficiali salvadoregni sono stati implicati in tali sistematiche violazioni. Una buona parte di loro sono stati istruiti presso la Soa: 19 dei 26 citati per l'assassinio dei sei gesuiti dell'università centroamericana di El Salvador; 10 dei 12 chiamati in causa per il massacro di 600 abitanti di El Mozote; due dei tre rinviati a giudizio per l'assassinio di mons. Romero; tre dei cinque citati per quello di quattro suore statunitensi; tutti e tre gli inquisiti per l'assassinio di leader sindacali. Human Rights Watch sta ultimando un rapporto che interessa ben 247 ufficiali colombiani, dei quali 124 sono dei graduati diplomatisi alla Soa. Tra questi tre dei citati per il massacro di Trujillo, dove furono uccisi 107 abitanti; nove dei chiamati in giudizio per il massacro di Segovia (43 assassinati, tra i quali molti bambini); otto dei citati per quello di Urabà, dove morirono 20 bananeros.

LA CAMPAGNA PER CHIUDERE LA SOA

Il 16 novembre del 1989 sei gesuiti, più un loro collega e sua figlia, furono uccisi a El Salvador. Una commissione speciale del Congresso degli Stati Uniti accertò che i responsabili di quel massacro erano stati dei militari formati alla Scuola delle Americhe. Un anno dopo un gruppo di attivisti del gruppo nonviolento “Osservatorio sulla Scuola delle Americhe” ( School of Americas Watch - Soa Watch ) aprì una piccola sede vicino alla porta principale di Fort Benning. Padre Roy Bourgeois, coraggioso animatore del movimento, dava così inizio a una lunga lotta di opposizione. Il suo obiettivo era e rimane quello di far chiudere la Soa promuovendo una resistenza creativa: dal suo digiuno durato 37 giorni, nell'89, all'entrata di 600 nonviolenti nel recinto di Fort Benning nel '97, al corteo del ‘99 che vide la partecipazione di 4500 persone tra le quali Daniel Berrigan, uno dei più prestigiosi leader del movimento contro la guerra del Vietnam. Sulla spinta di tale movimento, in quello stesso anno, alcuni membri del Congresso americano avevano avanzato la richiesta di chiudere la Soa, ma la mozione non passò per soli dieci voti. Subito dopo, il dipartimento della difesa dava inizio ad una sorta di contro campagna per convincere i senatori che la Scuola era stata riformata tanto da includervi corsi sui diritti umani e la democrazia. Del resto lo stesso Comando di addestramento e teoria dell'esercito statunitense, nel 1995, aveva dovuto riconoscere che la “negativa pubblicità sulla Scuola sarebbe probabilmente continuata, e che un nuovo nome avrebbe potuto essere un mezzo adeguato per rompere col passato”. Così, davanti alle pressioni esercitate dalle varie organizzazioni e dallo stesso Congresso, la risposta dell'esercito è stata quella di considerare il problema dal punto di vista delle “pubbliche relazioni”.

DALLA SOA AL WHINSEC

Il 17 gennaio del 2001 veniva così inaugurato l'Istituto di cooperazione per la sicurezza mondiale. Che la vecchia Soa abbia cambiato nome, non ha di certo fatto venire meno le preoccupazioni di molti sulla formazione che viene tutt'oggi impartita. In un recente rapporto alcune organizzazioni accademiche rivelano che le supposte riforme apportate all'ex Soa non sono altro che un'operazione di cosmesi.

La stessa Amnesty International sostiene che il Whinsec non è altro che la vecchia Scuola delle Americhe; il cambio di nome non assolve il governo Usa dalla responsabilità di identificare e mettere in stato d'accusa i responsabili delle violazioni dei diritti umani perpetrate nel passato. Washington, sempre secondo Amnesty, dovrebbe anzi formare una commissione proprio allo scopo di indagare sulle reali attività della Soa e sugli ufficiali che hanno frequentato le sue aule.

I nuovi terroristi sono vecchi

Di recente l'università del Wisconsin-Madison ha condotto un'analisi statistica su un campione di 11.797 graduati di sei Paesi latinoamericani che hanno frequentarono la Scuola delle Americhe dal 1960 al 2000. Tale studio ha indagato sulle probabili violazioni dei diritti umani compiute dagli allievi. La ricerca ha dimostrato che la possibilità di commettere violenza aumentava in base al numero di corsi che lo “studente” aveva frequentato. Se aveva partecipato a due o più corsi, le sue probabilità di esercitare abusi erano quattro volte più elevate di chi ne aveva frequentato uno solo. Inoltre, gli studenti, se ufficiali, avevano un tasso di predisposizione alla violenza quattro volte maggiore dei soldati semplici. Questo dato è importante per smentire i portavoce dell'esercito Usa i quali sostengono che la violazione dei diritti umani sono il risultato di una preparazione inadeguata.

I responsabili del “nuovo” Istituto sostengono che sui precedenti personali dei militari che chiedono l'iscrizione ai suoi corsi, vengono fatte delle indagini molto rigorose. In realtà molti allievi responsabili di atti criminosi documentati, hanno potuto studiare al Whinsec. Alcuni esempi. Nel 1983 il colonnello salvadoregno Francisco del Cid Diaz comandava una unità che catturò 16 membri della cooperativa Las Hojas. Furono tutti prelevati e fucilati. L'alto ufficiale si è potuto iscrivere al nuovo Istituto nel 2003, dopo aver partecipato ai corsi della Soa nell'88 e nel '91. Bolivia 1997; il capitano Filmann Urzagaste Rodriguez fu uno dei responsabili del sequestro e della tortura di Waldo Albarracin, direttore dell'assemblea popolare dei diritti umani del Paese. Nel 2002 l'ufficiale boliviano, attualmente maggiore, ha partecipato al corso di comando dello stato maggiore per ufficiali (49 settimane), sempre presso l'ex Soa. Tre ufficiali della polizia colombiana sono stati inquisiti per aver fatto uso personale di fondi destinati a combattere il narcotraffico; avevano parteciparono agli stage dell'Istituto nello stesso periodo in cui era in corso l'inchiesta giudiziaria a loro carico.

Non c'è dubbio che tutti i capi e i loro gregari implicati nelle azioni terroristiche di al-Qaeda dovrebbero finire davanti ad un tribunale per essere processati e eventualmente condannati, se ritenuti colpevoli; ma non di meno non si capisce perché dovrebbero essere esentati da tale destino i comandanti della Scuola della Americhe, e un buon numero dei loro allievi, affinché siano inquisiti e processati per complicità nei crimini contro l'umanità.


© MISSIONE OGGI

 

http://www.stpauls.it/jesus/0504je/0504je70.htm

ROY BOURGEOIS

Un prete contro il Pentagono
di Mauro Castagnaro

  

Prima il Vietnam. Poi, la conversione e i voti come missionario in America latina, dove ha scoperto gli orrori delle dittature "made in Usa". Da allora, padre Roy lotta per la chiusura della scuola militare in cui si insegnano le torture.
 

L'altra America, quella che manifesta contro la guerra in Iraq ignorata dai mass media in patria e fuori, quella che ha riempito le strade di New York per protestare contro la politica dell’amministrazione Bush, ha tra le sue fila, e qualche volta alla sua testa, molti religiosi cattolici.

Tra essi, uno dei più noti è padre Roy Bourgeois, missionario di Maryknoll – un ordine nato nel 1911 negli Stati Uniti e oggi impegnato in tutto il mondo a favore della pace e della giustizia – e promotore della lotta per la chiusura della Scuola delle Americhe (Soa). Questo impegno, che gli è già costato oltre quattro anni di carcere, inflittogli per azioni di disobbedienza civile, ne fa l’erede dei fratelli Philip e Daniel Berrigan, i due religiosi (l’uno giuseppino, morto nel 2002, l’altro gesuita) divenuti famosi negli anni ’60 per l’opposizione alla guerra nel Vietnam e poi protagonisti di clamorose iniziative di protesta contro il riarmo nucleare e il sostegno di Washington ai regimi repressivi in America centrale.

Una marcia di protesta contro la Soa.
Una marcia di protesta contro la Soa (foto AP/K. Bui).

La storia di padre Roy Bourgeois potrebbe intitolarsi «la conversione di un americano qualunque» o rappresentare una parabola sul valore di un’etica della responsabilità personale unita alla fede. Nato nel 1938 in una piccola città della Louisiana, «Roy era un ragazzo americano al cento per cento», scrive Mike Wilson, che ne ha curato la biografia oggi tradotta in italiano (Padre Roy contro il Pentagono, Edizioni San Paolo, 2004): «Viveva a Lutcher, frequentava le scuole pubbliche del luogo, andava a pesca sul Mississippi e una delle cose che per lui contavano di più era diventare un buon giocatore di football americano». Dopo essersi diplomato, si iscrisse alla Facoltà di geologia dell’Università statale della Louisiana, con la speranza di potersi arricchire lavorando nei giacimenti petroliferi in Sudamerica. Nel 1962 si laureò e indirizzò la sua carriera verso questo settore.

Ma il Vietnam avrebbe cambiato la sua vita. Allo scoppio della guerra, da giovane conservatore fedele all’ideale della patria ed educato all’importanza del servizio per il proprio Paese, pensò che fosse suo dovere di buon americano arruolarsi. «I generali, il Presidente, i membri del Congresso, tutti dicevano che era necessario andare in Vietnam per fermare il diffondersi del comunismo», afferma oggi padre Roy. «Io me ne convinsi e decisi di partire».

Padre Roy Bourgeois.
Padre Roy Bourgeois (foto AP/P. White).

Entrò nella Marina militare, dove divenne ufficiale e vi trascorse i quattro anni successivi. In Indocina le scene di morte cui assistette, la violenza, la sofferenza, gli amici persi lo trasformarono profondamente. Ben presto si offrì di prestare volontariato nell’orfanotrofio creato, nei pressi della base militare dove era di stanza, da un redentorista canadese, padre Lucien Olivier. 
Una notte, però, un vietcong kamikaze si lanciò con un autocarro carico di esplosivo contro la caserma in cui Bourgeois dormiva a Saigon. Morirono diversi soldati statunitensi, ma egli rimase solo ferito. Per questo episodio fu insignito del Purple Heart per meriti di guerra e poté tornare a Lutcher, dove fu accolto come un eroe, essendo l’unico giovane del paese partito per il Vietnam.

Ma prima di tornare negli Stati Uniti, aveva chiesto a un cappellano dell’esercito qualche consiglio sul lavoro dei missionari e questi gli aveva suggerito di mettersi in contatto con l’ordine di Maryknoll, perché questo «lavorava nei luoghi più duri, come i marines, e con i più poveri dei poveri»: la «giovane promessa del football americano che aveva sognato di diventare un magnate del petrolio, l’eroe di guerra, sarebbe diventato un prete guerriero», conclude Wilson.

El Salvador: una donna piange i propri familiari, vittime del massacro di El Mozote.
El Salvador: una donna piange i propri familiari, vittime
del massacro di El Mozote (foto AP/ L. Romero).

Nel 1966 Bourgeois chiese di essere ammesso nella congregazione. Durante il primo anno, arrivò in seminario Daniel Berrigan, ma il novizio, che nel credo politico rimaneva un conservatore, cercò di convincere i compagni a boicottarne la conferenza. «Lo vedevo come un traditore», dice oggi padre Roy. Egli maturò a fatica la consapevolezza che le sofferenze di cui era stato testimone erano conseguenza della politica estera degli Stati Uniti. Solo dopo tre anni prese parte per la prima volta a una dimostrazione per la pace. Dopo una lunga riflessione decise di unirsi a un gruppo di veterani contrari alla guerra del Vietnam e si recò a Washington per restituire il Purple Heart. Da quel momento il suo impegno pacifista sarebbe andato di pari passo con quello a favore dei sofferenti.

Così, quando nel 1972 fu ordinato sacerdote, partì per la Bolivia – a quel tempo governata, col sostegno di Washington, dal generale Hugo Banzer – lavorando per cinque anni in un quartiere marginale della periferia di La Paz, dove assisteva ogni giorno alla violenza dei militari contro i lavoratori. «Il tempo che ho trascorso in Bolivia mi ha istruito sulla politica estera del mio Paese», dice Bourgeois. «Appoggiavamo un dittatore. La Cia era molto attiva. Arrivavano le multinazionali e spogliavano i poveri delle loro risorse». 
Quando la repressione arrivò a colpire gli esponenti della Chiesa che difendevano i poveri, alcuni preti stranieri furono arrestati. 
Tra essi anche padre Roy, colpevole di aver fatto giungere all’amministrazione statunitense denunce sulle torture inflitte ai prigionieri politici. Liberato per intervento di monsignor Jorge Manrique, poco tempo dopo fu sequestrato da due uomini armati, portato in prigione e torturato, venendo rilasciato solo perché durante un trasferimento era riuscito a farsi riconoscere da un altro prete. Ma le minacce lo costrinsero a lasciare il Paese e sul suo passaporto fu impressa la dicitura «persona non gradita».

El Salvador, 16 novembre 1989: gli investigatori esaminano i cadaveri dei sei gesuiti della Uca, massacrati dall'esercito.
El Salvador, 16 novembre 1989: gli investigatori esaminano i cadaveri
dei sei gesuiti della Uca, massacrati dall’esercito (foto AP/Gentileza).

Comunque, racconta Mike Wilson, padre Roy aveva «visto di persona che in America latina era in corso una guerra. Da una parte c’erano i poveri, privi di tutto. Dall’altra i ricchi, con i militari. E gli Stati Uniti stavano dalla parte sbagliata». Fu perciò profondamente colpito dall’assassinio di monsignor Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, ucciso il 24 marzo 1980 dagli "squadroni della morte" legati all’esercito, che il 2 dicembre dello stesso anno massacrarono quattro religiose statunitensi: Maura Clarke, Ita Ford, Dorothy Kazel e Jean Donovan. Le prime due erano amiche di padre Roy, che partì per il Salvador, restandovi alcuni mesi prima di diventare anche qui «persona non gradita» per aver denunciato che i soldati del battaglione Atlacatl, un’unità d’élite antiguerriglia responsabile del massacro di 900 civili a El Mozote, erano stati addestrati negli Stati Uniti.

Protesta pacifista davanti a Fort Benning.
Protesta pacifista davanti a Fort Benning (foto AP/E. Minor).

Tornato in patria, nel 1983, dopo aver letto sul New York Times che 525 ufficiali salvadoregni sarebbero arrivati a Fort Benning, in Georgia, per un corso di formazione, decise, col permesso dei superiori, di protestare davanti alla base militare. Da quel momento comincia la lotta contro la Scuola delle Americhe. All’inizio Bourgeois era solo, ma presto a lui si unirono Linda Ventimiglia e Larry Rosembaugh, un religioso della congregazione degli oblati. 
Creò allora Casa Romero, in onore dell’arcivescovo ucciso, dando vita a una comunità ecclesiale di base. Gli incontri nelle chiese e nelle scuole si moltiplicavano, come i digiuni e le veglie di preghiera, finché, un giorno, travestiti da ufficiali, i tre entrarono nella base, salirono su un albero e appena fu buio fecero partire a massimo volume un nastro con registrata l’ultima omelia di monsignor Romero. I soldati salvadoregni uscirono dai loro alloggi sparando nella direzione da cui proveniva la voce. I tre furono arrestati e condannati a vari mesi di carcere. Padre Roy ne scontò diciotto a Sandstone e per trenta giorni venne rinchiuso in isolamento per essersi rifiutato di svolgere un lavoro.

Protesta pacifista davanti a Fort Benning.
Padre Roy Bourgeois, al centro, guida una manifestazione
di protesta contro la School of the Americas (foto AP/E. Minor).

Solo nel «buco», come veniva chiamata la cella di due metri per tre, fu assalito dallo sconforto, percependo l’inutilità del suo gesto che non aveva fermato l’addestramento dei militari e tantomeno le stragi. «La disperazione cominciava a impadronirsi di me», racconta. «Ma avvenne qualcosa. Ebbi una specie di illuminazione spirituale. Mi raggiunsero le parole di Dorothy Day e di altri, quelle che dicevano di non preoccuparsi di ottenere risultati, ma di provare solo a concentrarsi su di sé e a rimanere fedele alla verità, a quanto è nella tua coscienza, a quanto è nel tuo cuore».

Il cartello di un dimostrante che chiede la chiusura della Soa.
Il cartello di un dimostrante che chiede
la chiusura della Soa (foto AP/E. Minor).

Uscito di prigione, quando la Commissione d’inchiesta del Congresso degli Stati Uniti stabilì che a trucidare sei gesuiti e due donne di servizio all’Università Centroamericana (Uca) di San Salvador il 16 novembre 1989 era stato il battaglione Atlacatl e alcuni dei suoi membri erano appena tornati da Fort Benning, padre Roy, col permesso e il sostegno economico dell’ordine, decise di fondare, in un appartamento davanti al cancello principale della base, l’Osservatorio sulla Scuola delle Americhe (Soa Watch). Ben presto scoprì che la scuola formava ogni anno dagli 800 ai 2 mila soldati (per un totale di 60 mila in mezzo secolo), provenienti da 18 Paesi latinoamericani, addestrati al combattimento e ad azioni di guerra psicologica e di intelligence. I manuali in uso alla Soa prevedevano il ricorso all’estorsione, alla tortura e alle esecuzioni sommarie, considerando sovversivi gli attivisti delle organizzazioni «giovanili, dei lavoratori, quelle politiche e quelle che avevano scopi caritatevoli».

Padre Roy racconta: «I diplomati della Soa includono alcuni dei più noti colpevoli di crimini contro i diritti umani, come il generale Banzer in Bolivia, il generale Manuel Noriega, dittatore di Panama e trafficante mondiale di droga che ora sconta una pena di 40 anni in un carcere americano, e Roberto D’Aubuisson, leader degli squadroni della morte che imperversavano nel Salvador», riconosciuto come mandante dell’omicidio di monsignor Romero.

Una marcia di protesta di fronte a Fort Benning.
Una marcia di protesta di fronte a Fort Benning (foto AP/E. Minor).

Dalla Soa sono passati il generale guatemalteco Hector Gramajo, indagato da un tribunale statunitense per lo stupro e la tortura di Diana Ortiz, una suora orsolina rapita il 2 novembre 1989; tre dei cinque salvadoregni della Guardia nazionale incriminati per l’omicidio delle quattro religiose statunitensi e il generale Leopoldo Galtieri, membro della giunta militare negli ultimi due anni della dittatura argentina, che tra il 1976 e il 1982 fece 30 mila desaparecidos; il capo dei servizi segreti peruviani Vladimiro Montesinos, vera eminenza grigia del presidente Alberto Fujimori, e centinaia di ufficiali colombiani risultati autori di stragi come quella di Trujillo, in cui avevano perso la vita 107 persone, di cui almeno 26 bruciate e smembrate con la sega elettrica mentre erano ancora vive, compreso il prete diocesano Tiberio de Jesus Fernandez.

«Dovunque c’è una relazione sulle atrocità commesse in America latina, noi possiamo essere certi di trovare un collegamento con uno o più alunni della Soa. Questa scuola ha lasciato una scia di sangue e di morte», sottolinea padre Roy. Lo stesso Los Angeles Times scriveva nel 1995: «È difficile trovare un golpe o una violazione dei diritti umani in America latina negli ultimi 40 anni senza scoprirvi implicati gli alunni della Scuola delle Americhe». 
I direttori della Soa si vantano del fatto che 100 allievi siano divenuti poi comandanti dell’esercito, 34 ministri e 10 capi di Stato.
Tuttavia nessuno di questi presidenti è stato eletto democraticamente e molti di quei diplomati sono stati accusati dall’Onu, da Amnesty International e da tribunali degli Stati Uniti per crimini.

Manifestanti preparano delle croci con i nomi delle persone uccise in America latina da militari "allievi" della Soa.
Manifestanti preparano delle croci con i nomi delle persone uccise
in America latina da militari "allievi" della Soa (foto AP/R. Bowmer).

Le proteste, iniziate con un digiuno di 37 giorni di padre Roy e altre nove persone, si sono moltiplicate e allargate, con iniziative anche clamorose; nel 1990 i dimostranti si diressero verso la base armati di fiale contenenti il loro stesso sangue, che versarono su una piccola croce deposta sull’insegna del quartier generale e sui ritratti di coloro che si erano diplomati nella Soa esposti lungo il muro, lasciando accanto le foto delle vittime della strage della Uca. 
Nel 1995 in tredici entrarono nella base e misero in scena il massacro della Uca. Nel 1997 furono in 600 a varcare il recinto della base portando otto scatole contenenti il milione di firme raccolte in calce alla petizione che chiedeva la chiusura della Soa.
Nel 1999, 4.500 persone parteciparono al corteo guidato dentro la base da Daniel Berrigan, che indossava una tunica rossa da celebrante ed era accompagnato da due accoliti; seguivano 60 dimostranti in abiti neri e bianche maschere della morte che mormoravano lamenti funebri portando delle bare; quando ebbero percorso mezzo miglio dentro Fort Benning si versarono addosso bottigliette di sangue finto e caddero a terra. La polizia dovette portarli fuori in pullman.

Durante la stessa protesta, una pacifista viene arrestata e condotta via di peso dalla polizia.
Durante la stessa protesta, una pacifista viene arrestata
e condotta via di peso dalla polizia (foto AP/R. Bowmer).

Per queste azioni nonviolente i dimostranti hanno subito decine di processi e trascorso in prigione molti anni. Nonostante la durezza della vita da detenuto, padre Bourgeois ha più volte dichiarato: 
«Ho iniziato a pensare alla mia condanna come a un lungo ritiro. 
Un tempo per pregare di più, per purificare il cuore ed essere più vicino a Dio. Un tempo, inoltre, di rinnovamento della mia speranza per un nuovo mondo di pace. E un’opportunità per parlare della Soa. 
Se finisci in prigione per la tua fede e per i poveri, Dio ti darà la forza di resistere. Ben pochi hanno il privilegio di avere tutto questo tempo a disposizione per pensare, pregare e studiare».

Con la sua tenacia, padre Roy è riuscito a ottenere non solo l’appoggio di molti ordini religiosi e associazioni cattoliche, ma anche l’adesione di 150 vescovi statunitensi, inizialmente molto tiepidi, e 140 latinoamericani, a un appello per la chiusura della Soa, peraltro giudicata un «valore prezioso» dal vescovo castrense, monsignor Francis Roque.

Una dimostrazione a Philadelphia per chiedere la chiusura della Soa.
Una dimostrazione a Philadelphia per chiedere
la chiusura della Soa (foto AP/R. Bowmer).

Dal 1993 la campagna per la chiusura della Soa ha raggiunto anche il Congresso, dove le risoluzioni per la sospensione dei finanziamenti all’istituto, presentate dal democratico Joseph Kennedy, hanno ottenuto crescenti consensi, coinvolgendo anche il democratico John Kerry, finché, quando sembrava ormai prossima l’approvazione di una mozione per la definitiva chiusura, nel maggio del 2000 il Congresso votò la sua trasformazione in Istituto dell’emisfero occidentale per la cooperazione alla sicurezza
«Ma il nuovo istituto non è diverso dalla scuola che sostituisce», denuncia padre Roy. «Militari latinoamericani vanno lì a imparare a combattere. Se gli Stati Uniti hanno seriamente intenzione di diffondere la democrazia e il rispetto dei diritti umani in America latina, devono mandare gli ufficiali presso istituzioni civili dove possano apprendere che l’esercito deve essere al servizio dei cittadini. Non si costruisce la democrazia puntando la pistola in faccia al prossimo». La lotta per la chiusura della Soa, quindi continua.

Mauro Castagnaro
   

Il filo rosso che va dalla Soa fino ad Abu Ghraib

La School of the Americas (Soa - Scuola delle Americhe) dell’esercito degli Stati Uniti fu fondata nel 1946, con sede a Panama, dove divenne ben presto impopolare, tanto da suscitare frequenti proteste e ricevere il soprannome di «Scuola degli assassini». Nel 1984 fu trasferita in Georgia a Fort Benning, dov’è tuttora. Questa istituzione militare, rinominata nel 2001 Western Hemisphere Institute for Security Cooperation (Whisc - Istituto dell’emisfero occidentale per la cooperazione alla sicurezza), addestra gli ufficiali latinoamericani a metodi di combattimento controinsurrezionali poi utilizzati contro i cittadini comuni.Copertina del volume.
Il governo ne motiva ufficialmente l’esistenza sostenendo che essa «educa i militari all’esercizio della democrazia». Ma se i militari latinoamericani vengono educati così bene alla democrazia, perché migliaia di persone sono morte, vittime degli ufficiali addestrati alla School of the Americas? L’unica risposta possibile è: la Soa, alias Whisc, insegna a uccidere e questo rappresenta un problema per l’umanità, se è vero che siamo chiamati a costruire la pace e la democrazia. Nel 1990 ho fondato Soa Watch (Osservatorio sulla Scuola delle Americhe) con l’obiettivo di farla chiudere. Abbiamo protestato davanti ai cancelli della Soa e siamo stati arrestati. L’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 ha reso molto più difficile agli attivisti dei diritti umani organizzare qualsiasi manifestazione per la pace e la giustizia. Da quando è partito il nostro movimento, più di 170 persone hanno trascorso oltre 75 anni nelle carceri federali. Ma non smetteremo di lavorare per far chiudere la Soa finché non lo sarà davvero. L’attuale guerra preventiva condotta contro l’Iraq ha diviso i cittadini americani sul terrorismo e la giustizia o meno della guerra. Le immagini delle torture inflitte dai soldati americani ai prigionieri iracheni nel carcere di Abu Ghraib mostrano come il ricorso alla tortura sia sistematico e sia necessaria una forte volontà politica per debellarlo, prima che gli Stati Uniti possano pensare di guidare l
egittimamente il mondo nella lotta contro il terrorismo.

Roy Bourgeois
(tratto dal libro di Mike Wilson,
Padre Roy contro il Pentagono
, San Paolo)

 

 

http://www.stpauls.it/jesus/0404je/0404je70.htm 

Suor Kathy Long

LETTERE DAL CARCERE
di Mauro Castagnaro
  

Domenicana e pacifista, ha preso parte a una protesta nonviolenta contro la "Scuola degli assassini" dell’esercito Usa. L’irruzione nella zona "off limits" di Fort Benning le è costata tre mesi di reclusione: una testimonianza evangelica, anche dietro le sbarre della prigione.
  

«Sono stata accusata di un reato penale, ma non mi sento una criminale e mi dichiaro non colpevole. Le mie azioni, basate sulla fede, sono state nonviolente e derivano da una lunga tradizione domenicana di predicazione della verità, in difesa di coloro che vengono colonizzati e dominati con durezza da poteri stranieri. Io non ho nulla da nascondere, ma so che c molto di celato tra le attività della Soa, questa famosa scuola di assassini. Il Dipartimento della difesa, il Pentagono e il Governo degli Stati Uniti hanno nascosto la verità per anni. Il mio oltrepassare quella linea sulla proprietà di Fort Benning è un spirituale, una teologia pratica di resistenza nonviolenta per salvare delle vite da coloro che vengono addestrati in questo istituto di guerra. Cammino sulle orme di Gesù Cristo, che ci sfida a essere portatori di pace, ci chiede di abbracciare la croce e cercare la verità».

Un militare Usa.
Un militare Usa (foto AP/A. Favila).

Così cominciava, il 28 gennaio 2003, l ‘autodifesa di suor Kathleen Long, religiosa della Congregazione domenicana del Santissimo Rosario di Sinsinawa, condannata a scontare tre mesi di carcere nella prigione federale di Pekin, nell’Illinois, per essere penetrata, con altre 95 persone, tra cui 7 suore, anch’esse tutte arrestate, nel perimetro dell’Istituto dell’emisfero occidentale per la cooperazione alla sicurezza (Whisc), già Scuola delle Americhe (Soa) dell’esercito degli Stati Uniti. Da questo centro di addestramento sono usciti molti dittatori latinoamericani dagli argentini Leopoldo Galtieri e Roberto Viola al boliviano Hugo Banzer, dal panamense Manuel Noriega all’haitiano Raoul Cedras, dal paraguayano Alfredo Stroessner al guatemalteco Efrain Rios Montt e centinaia di ufficiali regolarmente coinvolti nelle peggiori violazioni dei diritti umani registratesi nel subcontinente, come la strage dei 6 gesuiti dell’Università centroamericana (Uca) di San Salvador, ammazzati nel 1989 insieme a due donne di servizio dai soldati del Battaglione Atlacatl, una "unità d’elite" specializzata nella lotta antiguerriglia già protagonista, otto anni prima, del massacro di El Mozote, in cui furono trucidati quasi mille contadini.

Suor Long è un’attivista dell’Osservatorio della Scuola delle Americhe (Soa Watch), fondato da padre Roy Bourgeois, ex veterano del Vietnam e oggi religioso di Maryknoll, che dal 1990 ogni anno, in occasione dell della strage della Uca, organizza proteste davanti al Whisc reclamandone la chiusura. D’altro canto, religiose e religiosi delle maggiori congregazioni sono sempre più in prima fila in quell’"altra America" pacifista, che si oppone alla politica imperiale e alla guerra preventiva del presidente Bush. 
E non solo a parole.

Manifestazione contro il "ritorno" l'ex presidente guatemalteco Rios Montt.
Manifestazione contro il "ritorno" l’ex presidente guatemalteco
Rios Montt (foto AP/R. Abd).

Suore e frati organizzano marce e sit-in, veglie di preghiera e digiuni, promuovono il boicottaggio delle imprese del complesso militare industriale e premono sul Congresso, violano le installazioni dell’esercito e dell’aviazione. Praticano con rigore la resistenza nonviolenta, si tratti di mettere fuori uso un missile Trident, rifiutarsi di pagare le tasse destinate alle spese belliche o superare la zona off limits della base navale di Vieques, sull’isola di Portorico. E ne accettano le conseguenze. Qui una fede senza compromessi si sposa con la cultura anglosassone della disobbedienza civile e con quel femminismo che invita ad agire «in prima persona» e «a partire dal proprio corpo». Così suor Long si è trovata a festeggiare il 25° anniversario dei propri voti dietro le sbarre.

Durante la detenzione le è stato permesso di scrivere solo una lettera la settimana, ma questi testi testimoniano una serena e lucida radicalità evangelica. In esse si intrecciano un forte afflato spirituale e una solida coscienza politica, tenute assieme da una sensibilità spiccatamente femminile che sa indignarsi davanti alle ingiustizie e mostrare compassione verso chi le subisce, siano le vittime della repressione militare in Centroamerica o le compagne di prigione.

Gruppo di religiose a una marcia di protesta contro la "Scuola" di Fort Benning, un paio di anni fa; la seconda da destra è suor Kathy Long, finita in carcere per aver violato -  pacificamente - i confini del complesso.
Gruppo di religiose a una marcia di protesta contro 
la "Scuola" di Fort Benning, un paio di anni fa; la seconda
da destra è suor Kathy Long, finita in carcere per aver violato
- pacificamente - i confini del complesso (foto AP/E. Minor).

L’esperienza del carcere è per suor Kathy una tappa in un «viaggio di fede e resistenza» iniziato nel 1992, quando, con un gruppo di consorelle, assunse l’impegno di «resistere alle attuali manifestazioni di ingiustizia agendo nella fede, attraverso la preghiera, lo studio e la conversione personale. In collaborazione con altri ci impegneremo in azioni di resistenza nonviolenta. La nostra resistenza, fondata sulla fede, ci consentirà di cercare, creativamente, soluzioni alternative per dare vita a relazioni e strutture nuove». Perciò «la mia detenzione è una presa di posizione religiosa e basata sulla fede contro l’impero americano che si espande nel mondo. Quando rifletto sulle Scritture lette in questa Pasqua, sento la conferma di questo. Sono alla ricerca di una direzione e della saggezza di Dio. Il mio tempo di servizio qui è una pubblica dimostrazione della forza trovata in un Dio misericordioso. Non posso interpretare quanto dice Gesù nel Vangelo di Giovanni "la pace sia con voi" come la necessità di costruire un mondo col potere delle armi di distruzione di massa detenuto dagli Stati Uniti».

L’impegno antimilitarista è prima di tutto una scelta etica cristiana: «La mia fedeltà è a Cristo, non al Governo americano. Come Oscar Romero ha predicato, "niente è più importante della vita umana". Né oleodotti petroliferi né imperi militari e poteri politici. Come Chiesa – popolo di Cristo – noi accogliamo la vita umana come dono e benedizione del Signore».

Roy Burgeois, il religioso di Maryknoll che nel 1980 ha creato l'organizzazione umanitaria Soa Watch, indica i "linits" da non oltrepassare del centro militare.
Roy Burgeois, il religioso di Maryknoll che nel 1980 ha creato
l’organizzazione umanitaria Soa Watch, indica i "linits"
da non oltrepassare del centro militare (foto AP/E. Minor).

A ciò segue una critica della politica estera statunitense dal punto di vista degli esclusi: «Ho oltrepassato il perimetro a Fort Benning nel tentativo di attirare l’attenzione sulla Soa e indurre il nostro Governo a chiudere questa scuola di tortura e repressione. Sono stata arrestata perché coinvolta in attività politiche. Ma, come dice, monsignor Romero, "il sangue dei poveri va oltre ogni politica". Io ho manifestato il mio dissenso con la nonviolenza perché sono venuta a sapere delle vittime. Accetto tre mesi di prigione per onorarle. Questa è la teologia della resistenza che abbraccio. Sono sicura che la violenza in Colombia potrebbe fermarsi se gli Stati Uniti cambiassero la loro politica estera. Il denaro inviato in Colombia non serve a sradicare la droga, ma sta uccidendo vittime innocenti. Attivisti, responsabili di associazioni, religiosi sono presi di mira perché promuovono il rispetto dei diritti umani. E il Whisc-Soa continua ad addestrare i soldati colombiani e i loro capi. I contadini sono bersagliati come i loro raccolti, gli animali e le fattorie dalle fumigazioni aeree che servono, si dice, per distruggere le piantagioni di coca, ma si estendono ben oltre queste. Il Governo americano continua a finanziare il Plan Colombia, ignorando i ben noti abusi dei diritti umani dell’esercito colombiano. C’è il petrolio in Colombia, non solo in Iraq!».

Un cartello contro la base navale Usa di Vieques, a Portorico.
Un cartello contro la base navale Usa di Vieques,
a Portorico (foto AP/L. Sladky).

Lotta e contemplazione vanno di pari passo: «Un’azione di resistenza nonviolenta è basata sull’accettazione delle conseguenze. La nonviolenza attiva mi ha portato a dissentire dal militarismo della politica estera degli Usa in America latina. Sono contro l’addestramento militare del personale alle tecniche di guerra di bassa intensità. In questa Pasqua ho riletto gli Atti degli Apostoli, raccogliendo la sfida di abbracciare il Gesù risorto e il messaggio evangelico dell’amore, della verità, della compassione e della giustizia. Il Gesù che seguo mi ha portato a rompere il silenzio sull’addestramento dei militari americani al Whisc-Soa. La mia condanna è segno di un uso oltraggioso del sistema penale. Questo periodo di carcere mi permetterà di denunciare con forza la violenza impartita dentro i cancelli di Fort Bennig. Il silenzio è stato rotto dagli arresti. Le sentenze sembrano essere un modo per farci stare zitti e spaventarci. Ma noi non abbandoneremo la lotta finché la "Scuola degli assassini" non sarà chiusa». E d’altra parte, «stare nella prigione di Pekin è la volontà del Signore per me in questo momento. Questi tre mesi sono una vera esperienza di contemplazione. Qui vedo più chiaramente il mio servizio come un e un dono agli altri dei frutti di questa contemplazione».

Il generale Raoul Cedras (a sinistra).
Il generale Raoul Cedras (a sinistra - foto AP/M. Stravato).

In prigione suor Long sperimenta, con stupore, impotenza e dipendenza, ma riesce a ritrovare libertà interiore: «Non ho nessun potere per adattare o cambiare le regole che determinano la mia quotidianità. La punizione è la minaccia per la loro violazione. Mi rendo conto sempre più chiaramente dei limiti nei quali vivo. Tuttavia mi sento libera nello spirito. Posso scegliere ogni minuto come stare qui, come vivere, come accettare me stessa, come rapportarmi con gli altri. Io ho scelto la nonviolenza come stile di vita. Ciò si è espresso nell’apertura a tutte le nuove persone che sono entrate nella mia vita. Ci sono 276 donne e 30-40 guardie e impiegati. Nessuno qui è "nemico". Il nemico che affronto è la violenza sistematica perpetrata dalla "Scuola degli assassini", l’eccessivo militarismo della politica estera degli Usa, che abusa degli esseri umani nel mondo, in particolare in America latina. Tutto ciò va contro il Gesù nonviolento di cui celebro la Pasqua».

Un deposito di coca.
Un deposito di coca (foto Reuters/D. Munoz).

C’è poi la riflessione, in cui si sente l’eco del pensiero femminista, sul proprio ruolo e sulla solidarietà tra donne: «Oggi, durante una preghiera, ho condiviso la mia vulnerabilità, perché lavorando tanti anni in parrocchia durante la Settimana Santa mi sono sempre sentita in una posizione di autorità e di potere. Ora non lo sono: sono una che riceve. Qui comanda il sistema carcerario, anche se sono le detenute che in questi primi giorni mi stanno aiutando a orientarmi. Dipendo da loro per tutto. Sono così care e generose con me. Sono immersa in una comunità di donne che cercano la giustizia e il cambiamento nelle loro vite, lottano perché separate dai loro figli, combattono economicamente nella nostra società. Vivendo in mezzo a questo sistema oppressivo vedo donne incoraggiarsi a vicenda e cooperare affinché esso non uccida il loro potere personale. Parlare, condividere emozioni, ridere, cantare, giocare a carte o a softball sono tutte strategie per praticare la nonviolenza. Intorno è tutta una preghiera! Dio è in mezzo a noi!».

Polizia colombiana.
Polizia colombiana (foto AP/F. Vergara).

La stessa spiritualità è vissuta al femminile: «Mi sento circondata dallo Spirito del Signore da quando sono qui. L’amore delicato di Sophia mi sostiene e mi guida in questa esperienza unica di ministero. In questa Pentecoste io sento lo Spirito di Dio, la saggezza di Sophia che mi chiama».

Progressivamente cresce anche la critica degli aspetti vessatori dell’apparato carcerario: «Qui a Pekin i tentativi di intimidazione continuano. Il sistema penale è un controllo militaresco delle persone. Questa prigione federale è piena di donne accusate di crimini nonviolenti. Le pressioni psicologiche sono nella norma. Il controllo e la manipolazione sembrano far parte del manuale di addestramento degli impiegati. Ma io lo accetto. Io sono qui perché un mondo di giustizia e speranza possa essere costruito».

L'attuale presidente colombiano Uribe.
L’attuale presidente colombiano Uribe (foto AP/M. Solano).

Più avanti la denuncia si fa più circostanziata: «A Pekin la vita è opprimente per tutte le donne detenute. Essere qui è una forma di punizione. Al di là della sentenza, ogni giorno lo staff della prigione cerca tutti i modi per irritarci, dominare e opprimerci. Le inutili regole e i regolamenti vengono cambiati secondo il capriccio dei responsabili. Nulla è mai logico o utile. Il sistema di questa prigione è un modello militaristico e non di ristabilimento della giustizia. L’assistenza sanitaria è pessima. Il benessere e la salute delle prigioniere non sono importanti. Una donna ha avuto due piccoli attacchi di cuore per aver ricevuto dai medici una dose eccessiva di insulina. L’organizzazione medica è un altro aspetto di questo ambiente oppressivo».

Manifestazione contro la Soa, che, da quando è diventata Whisc, dipende dal segretario americano alla Difesa, Donald Rumsfeld.
Manifestazione contro la Soa, che, da quando è diventata Whisc,
dipende dal segretario americano alla Difesa,
Donald Rumsfeld (foto AP/E. Minor)

Qualche settimana dopo suor Kathy racconta: «Alcune donne sono arrivate qui da altre prigioni, con capi di vestiario acquistati altrove. Ora a Pekin le autorità dicono che possiamo indossare solo abiti venduti qui. Così è stato detto loro di comprarne di nuovi e spedire a casa quelli delle altre carceri. Questa istituzione pretende conformismo, uniformità, anche se l’Ufficio dei prigionieri vende diversi tipi di abbigliamento per i detenuti ed essi sprecano i soldi perché sono obbligati a comprarli».

Alla vigilia della fine della pena conclude: «Da quando sono qui, ho visto le maggiori ingiustizie proprio nel sistema. La scorsa settimana sei donne sono state punite per un problema legato a ciò che devono pagare. Per la maggior parte di loro nella sentenza è prevista una multa, le cui rate vengono detratte ogni mese dall’Ufficio dei prigionieri direttamente dal loro conto. Questa volta un impiegato ha spostato per via telematica la cifra dal fondo delle detenute a quello della prigione, ma per una differenza di orario tra il pagamento e il deposito i soldi non erano disponibili in quel momento e il computer ha rifiutato l’operazione. Così le sei donne sono state spostate dai loro letti nella stanza comune e si vedranno tagliate le paghe per 30 giorni. A una delle donne mancava solo un centesimo! E dovrebbe andare via tra sei giorni! Qui a Pekin niente ha una logica. Molte di noi hanno offerto quel centesimo, ma non ci è stato permesso di darlo».

Il segretario americano alla Difesa, Donald Rumsfeld.
Il segretario americano alla Difesa, Donald Rumsfeld
(foto Reuters /D. H. Kennerly).

A volte la realtà esterna fa drammaticamente breccia nelle mura della prigione: «Abbiamo appena appreso che il nipote di una detenuta è stato ucciso a Baghdad. Era un militare. Che tragedia». E tuttavia non manca lo spazio per qualche considerazione divertita: «Sono una delle poche detenute a non avere un tatuaggio!».

Suor Long ha potuto contare, durante la detenzione, sul forte sostegno della Congregazione. Il maestro dell’Ordine dei domenicani, padre Carlos Azpiroz, scrive, riferendosi anche ad Ardette Platte, Carol Gilbert e Jackie Hudson, le tre consorelle condannate a pene comprese tra 30 e 41 mesi di carcere per essere penetrate nel perimetro della base militare di Greely, in Colorado, dove sono custoditi i missili Minuteman a testata nucleare, e aver inscenato un "sabotaggio" cercando di "disabilitare" un ordigno con piccoli martelli: «Le vostre azioni simboliche e le vostre posizioni per un mondo senza guerre sono state per me una splendida messa in pratica del messaggio cristiano. Come Gesù vi siete dimostrate disponibili a soffrire affinché l’azione profetica e un mondo nuovo possano realizzarsi. 
A nome dell’Ordine ti ringrazio per la tua poderosa predicazione».

Il generale Hugo Banzer (al centro), dittatore in Bolivia dal 1971 al '78.
Il generale Hugo Banzer (al centro),
dittatore in Bolivia dal 1971 al ’78 (foto AFP).

Arresti e processi non hanno comunque fermato la lotta. Nel novembre scorso oltre 10 mila persone, tra cui diverse centinaia di gesuiti, religiosi di altre congregazioni ed esponenti di diverse confessioni cristiane, hanno dato vita alla più grande manifestazione davanti alla Soa, chiedendo pure il ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq. Anche questa volta una cinquantina di presenti hanno realizzato un’azione di disobbedienza civile, violando il perimetro dell’installazione, sono stati arrestati e condannati a diversi mesi di carcere, che stanno ancora scontando. Tra essi ci sono un pastore presbiteriano e cinque religiosi cattolici, tra cui padre José Mulligan, gesuita impegnato con le comunità ecclesiali di base in Nicaragua e nel far luce sulla morte di padre James "Guadalupe" Carney, che – ironia della sorte! – era stato addestrato nella Soa prima della II Guerra mondiale e che nel 1983 fu torturato e fatto scomparire, dopo essersi unito a un gruppo di guerriglieri locali, da militari honduregni usciti dallo stesso centro di formazione.

Mauro Castagnaro
(ha collaborato Laura Ferrari)

 

Il terrorismo nel loro cortile


A Fort Benning, in Georgia, è aperta dal 1946 la "Scuola delle Americhe". Lì gli Stati uniti hanno "laureato" terroristi, torturatori, dittatori latinoamericani: Salvador, Guatemala, Cile, Argentina, Perù, Colombia. Oggi cambia nome, azzerando così i delitti pregressi.

di George Monbiot* dal MANIFESTO del 7 novembre 2001

" Qualunque governo, se sponsorizza fuorilegge e assassini di innocenti – ha annunciato Bush il giorno in cui ha cominciato a bombardare l'Afghanistan – diventa esso stesso fuorilegge e assassino. E prende questa strada solitaria a suo rischio e pericolo". Mi fa piacere che abbia detto "qualunque governo", perché ce n'è uno che richiede urgentemente la sua attenzione, sebbene non sia stato ancora identificato come sponsor del terrorismo.

Da cinquantacinque anni a questa parte, esso gestisce un campo di addestramento terroristico le cui vittime superano di molto le vittime dell'attacco a New York, delle bombe alle ambasciate e delle altre atrocità attribuite, a ragione o a torto, a al-Qaeda. Il campo si chiama Western Hemisphere Institute for Security Cooperation (Whisc). Si trova a Fort Benning, Georgia, ed è finanziato dal governo Bush.

Fino al gennaio di quest'anno, esso si chiamava "Scuola delle Americhe", o Soa. Dal 1946 ha addestrato oltre 60.000 poliziotti e soldati dell'America Latina. Tra i suoi "laureati" vi sono molti dei torturatori, omicidi di massa, dittatori e terroristi di stato più famosi del continente. Come dimostrano centinaia di pagine di documentazione compilate dal gruppo di pressione Soa Watch, l'America Latina è stata fatta a pezzi dagli uomini che lo hanno frequentato.

Nel giugno di quest'anno il colonnello Byron Lima Estrada, che è stato addestrato in questa scuola, è stato condannato a Città del Guatemala per l'omicidio del vescovo Juan Gerardi avvenuto nel 1998. Gerardi fu ucciso perché aveva contribuito a redigere un rapporto sulle atrocità commesse dal D-2, l'agenzia di intelligence militare del Guatemala diretta da Lima Estrada con l'aiuto di altri due uomini usciti anche loro dal Soa. Il D-2 ha coordinato la campagna "anti-insurrezionale" che ha distrutto 448 villaggi Mayan Indian e ha assassinato decine di migliaia dei loro abitanti.

Alla Scuola delle Americhe ha studiato il 40% dei ministri che hanno preso parte ai regimi genocidi di Lucas Garcia, Rios Montt e Mejia Victores. Nel 1993 la commissione Onu per la verità sul Salvador ha dato un nome agli ufficiali dell'esercito che hanno commesso le peggiori atrocità della guerra civile. Due terzi di loro erano stati addestrati alla Scuola delle Americhe. Tra loro vi erano il capo degli squadroni della morte Roberto D'Aubuisson, gli uomini che hanno ucciso l'arcivescovo Oscar Romero, e 19 dei 26 soldati che uccisero i padri gesuiti nel 1989. In Cile, la polizia segreta di Augusto Pinochet e i suoi tre principali campi di concentramento erano diretti da uomini addestrati alla Scuola delle Americhe. Uno di essi ha partecipato all'uccisione di Orlando Letelier e Ronni Moffit a Washington nel 1976.

I dittatori argentini Roberto Viola e Leopoldo Galtieri, i panamensi Manuel Noriega e Omar Torrijos, il peruviano Juan Velasco Alvarado e l'equadoregno Guillermo Rodriguez, si sono tutti avvalsi dell'addestramento ricevuto in questa scuola. Altrettanto hanno fatto il capo dello squadrone della morte "Grupo Colina" nel Perù di Fujimori, quattro dei cinque ufficiali che comandavano l'infame Battaglione 3-16 in Honduras (che negli anni '80 controllava gli squadroni della morte in questo paese), e il comandante responsabile del massacro di Ocosigo avvenuto in Messico nel 1994.

Tutto questo, assicurano i difensori della scuola, è storia vecchia. Ma gli uomini addestrati alla Scuola delle Americhe sono coinvolti anche nella sporca guerra che si combatte attualmente in Colombia con il sostegno Usa.

Nel 1999 il rapporto del Dipartimento di stato americano sui diritti umani cita due uomini, addestrati in questa scuola, come gli assassini del commissario di pace Alex Lopera. L'anno scorso Human Rights Watch ha rivelato che sette uomini provenienti dalla stessa scuola comandano gruppi paramilitari in quel paese e hanno commissionato rapimenti, sparizioni, omicidi, massacri. Nel febbraio di quest'anno un altro uomo addestrato alla Scuola delle Americhe è stato condannato per complicità nella tortura e nell'uccisione di trenta contadini da parte dei paramilitari in Colombia. Nella scuola attualmente arrivano più studenti dalla Colombia che da qualunque altro paese.

L'Fbi definisce il terrorismo come "atti violenti... miranti a intimidire o a coartare la popolazione civile, a influenzare la politica di un governo, o a interferire nella condotta di un governo", una definizione che descrive precisamente le attività degli uomini Soa.

Ma come possiamo essere certi che il loro centro di addestramento abbia avuto una parte in tutto questo? Bene, nel 1996 il governo Usa è stato costretto a rendere pubblici sette dei manuali di addestramento della scuola. Tra gli altri consigli per i terroristi, essi raccomandavano il ricatto, la tortura, l'esecuzione e l'arresto dei parenti dei testimoni.

L'anno scorso, grazie anche alla campagna condotta da Soa Watch, molti membri del Congresso americano hanno cercato di far chiudere la scuola. Sono stati sconfitti per dieci voti. La Camera dei Rappresentanti ha votato invece per chiuderla e poi riaprirla immediatamente, sotto un altro nome.

Perciò, proprio mentre Windscale diventava Sellafield nella speranza di eludere la memoria pubblica, la Scuola delle Americhe si è lavata le mani del suo passato prendendo il nome di Western Hemisphere Institute for Security Cooperation (WHISC). Come il colonnello della scuola Mark Morgan ha spiegato al Dipartimento della difesa, subito prima del voto del Congresso: "alcuni dei vostri capi ci hanno detto di non poter sostenere una cosa chiamata 'Scuola delle Americhe'. La nostra proposta risponde a questa preoccupazione. Il nome è cambiato".

Paul Coverdell, il senatore della Georgia che si era battuto per salvare la scuola, ha dichiarato ai giornali che i cambiamenti sarebbero stati "fondamentalmente cosmetici".

Ma visitate il sito web del WHISC e vedrete che la Scuola delle Americhe è stata praticamente rimossa. Anche la pagina denominata "Storia" evita di nominarla. I corsi del WHISC, ci viene detto, "coprono un ampio spettro di aree rilevanti, come la pianificazione operativa per le operazioni di pace; i soccorsi in caso di disastri; le operazioni civili-militari; la pianificazione tattica e l'esecuzione di operazioni anti-droga". Molte pagine descrivono le iniziative del centro a favore dei diritti umani. Ma, sebbene diano indicazioni su quasi l'intero programma di addestramento, non si parla di tecniche di combattimento e di commando, contro-insurrezione e

interrogatorio. Né si parla del fatto che le opzioni sulla "pace" e i "diritti umani" della scuola erano offerte anche dalla Scuola delle Americhe, per tenere a bada il Congresso e preservare il budget. Ma difficilmente gli studenti sceglievano di frequentare quei corsi.

Non possiamo aspettarci che questo campo di addestramento terrorista si auto-riformi: dopo tutto, esso rifiuta persino di riconoscere il proprio passato, per non parlare della possibilità di imparare da esso. Perciò – dato che le prove che collegano questa scuola alle atrocità che ancora avvengono in America Latina sono più schiaccianti delle prove che collegano i campi di addestramento di al-Qaeda all'attacco di New York – che cosa dobbiamo fare con i "cattivi" di Fort Benning, Georgia? Be', possiamo chiedere ai nostri governi di esercitare la massima pressione diplomatica chiedendo l'estradizione dei comandanti della scuola, affinché siano processati per complicità in crimini contro l'umanità. In alternativa, potremmo domandare che i nostri governi attacchino gli Stati Uniti, bombardando le loro installazioni militari, le città e gli aeroporti. Il tutto nella speranza di rovesciare il suo governo non eletto e di sostituirlo con una nuova amministrazione sotto la supervisione dell'Onu.

Nel caso che questa proposta risulti impopolare presso il popolo americano, possiamo conquistare il loro consenso lanciando pane "naan" e curry essiccato in buste di plastica con sopra stampigliata la bandiera afghana.

Obietterete che questa proposta è ridicola, e io vi do ragione. Ma, per quanto ci provi, non riesco a vedere la differenza morale tra un simile comportamento e la guerra che si sta combattendo oggi in Afghanistan.

* Scrittore e giornalista, Monbiot è editorialista del Guardian e docente universitario a Keele, East London, Oxford, Bristol. Traduzione di Marina Impallomeni

 

 

http://www.adista.it/numeri/adista03/adi89/adi89-3.html 

ADISTA NOTIZIE

N°89 del 13 dicembre 2003

SEMPRE PIÙ FORTE LA PROTESTA CONTRO LA "SCUOLA DEGLI ASSASSINI"

32125. COLUMBUS-ADISTA. Preti, suore, studenti, operai, veterani di guerra e tanti altri sono accorsi all'appuntamento annuale davanti a Fort Benning, in Georgia, sede dell'attuale "Istituto di cooperazione per la sicurezza emisferica", l'ex Escuela de las Americas (Soa, nella sigla inglese), tristemente nota come "scuola degli assassini" per la lunga fila di dittatori, torturatori, militari omicidi che in essa hanno ricevuto solidi principi controrivoluzionari e corrispondente efficientissimo addestramento. C'è chi sperava che bastasse cambiare il nome della scuola e riverniciare un po' i programmi per far tacere le polemiche. Vana speranza: le proteste sono continuate, assumendo, anzi, un carattere sempre più di massa. Anche quest'anno, sotto la guida dell'ong School of Americas Watch diretta da p. Roy Bourgeois, oltre 10mila persone, tra cui moltissimi religiosi e religiose (la più grande manifestazione nei 14 anni di storia di tale iniziativa), hanno partecipato a una tre-giorni di proteste, dal 21 al 23 novembre, conclusasi con una processione funebre davanti a Fort Benning, in ricordo dei gesuiti della Uca (Università centroamericana di San Salvador), della loro donna di servizio e di sua figlia adolescente - massacrati il 16 novembre del 1989 proprio da alcuni alunni della Soa - e di tutte le vittime dei militari passati per la Scuola degli assassini. E anche quest'anno, mentre la polizia cercava di coprire gli slogan dei manifestanti con musica ad altissimo volume, un gruppo di persone ha oltrepassato la linea di demarcazione del Forte chiedendo la chiusura dell'accademia e il cambiamento della politica estera che essa rappresenta: "Dalla Scuola delle Americhe, passando per l'Alca e l'invasione dell'Iraq, la politica estera del nostro governo - ha dichiarato p. Bourgeois - ci sta portando molti nemici".
51 persone, tra cui il gesuita Joe Mulligan (secondo l'agenzia "Vidimus Dominum", la Compagnia di Gesù degli Stati Uniti ha partecipato con ben 600 religiosi), sono stati arrestati per la violazione del perimetro della base militare: un gesto di disobbedienza civile che è già costato, sommando le singole condanne, oltre 30 anni di prigione. "Le autorità - afferma p. Bourgeois - dicono che, così facendo, violiamo la legge, ma noi pensiamo che esiste una legge più alta che dice di non uccidere, una legge che dice che noi dobbiamo essere solidali con le nostre sorelle e i nostri fratelli dell'America Latina". Una legge che impone, dunque, la chiusura della Scuola, fondata nel 1946 a Panama, e trasferita nel 1984, in seguito ai Trattati Torrijos-Carter per la restituzione del Canale di Panama, a Fort Benning, in Georgia.


Alunni 'eccellenti'
La fama sinistra dell'accademia, nei cui manuali di addestramento si insegnavano, come emerso nel 1996, le più avanzate tecniche di tortura, si deve alle gesta compiute dai suoi migliori allievi, undici dei quali sono diventati nientedimeno che dittatori, dagli argentini Roberto Viola e Leopoldo Gualtieri al boliviano Hugo Bánzer, dal guatemalteco Efraín Ríos Montt al paraguaiano Alfredo Stroessner. Ma non vanno dimenticati neppure Roberto D'Aubuisson, riconosciuto come mandante dell'omicidio di mons. Oscar Romero, Vladimir Montesinos, il braccio destro di Fujimori, il generale Carlos Molina Johnson, uomo di fiducia di Pinochet e unico cileno ad occupare la carica di vicedirettore della Soa.
Dal 1996 al 2000, sono stati il Cile, la Colombia e il Messico a inviare alla scuola il più alto numero di soldati: come riporta la "Argenpress", sono oltre 100 gli ufficiali cileni che continuano a ricevere addestramento controrivoluzionario in suolo statunitense. E dal conflitto in Chiapas alla guerra in Colombia, sono i militari addestrati nell'accademia di Fort Benning a svolgere il ruolo più attivo. Anche il popolo venezuelano ha i suoi conti in sospeso con la scuola: due dei generali venezuelani che appoggiarono l'imprenditore Pedro Carmona nel golpe, fallito, dell'aprile del 2002, si formarono nella Escuela de las Americas. E nulla sembra cambiato con la trasformazione dell'accademia in Istituto di cooperazione per la sicurezza emisferica, il 17 febbraio del 2001: a detta del quindicinale "The Clinic", appena un'operazione di facciata, avendo l'Istituto conservato, oltre ai locali, gli stessi istruttori e le stesse lezioni di "crudeltà e controversa legalità". Non è un caso che nella giunta direttiva dell'istituto sieda un nemico giurato dei popoli e dei governi progressisti latinoamericani: Otto Reich, inviato speciale della Casa Bianca per l'America Latina, già consigliere di Reagan, anticastrista dei più duri, e ora anche antichavista dei più duri. Una garanzia.

 

http://www.kontrokultura.org/archivio2001/soa/soa.html 

Escuela de las Américas(S.O.A.): Il lupo perde il pelo ma...

La famigerata S.O.A. ha recentemente effettuato una operazione di immagine cambiando nome e inserendo alcune modifiche ai programmi. Nei due articoli che seguono la storia della Escuela de las Americas e gli attuali dubbi degli oppositori sul processo di rinnovamento.

LA "ESCUELAS DE LAS AMERICAS" INSEGNO' AI MILITARI LATINO AMERICANI A TORTURARE ED ASSASSINARE

Antonio Caño - El Pais

Decine di anni dopo che i movimenti di sinistra di tutto il mondo lo denunciassero, gli Stati Uniti hanno ora riconosciuto che la loro celebre "Escuela de las Americas" servì ad addestrare migliaia di militari latino americani alla tortura, al ricatto e all'assassinio. Fra di loro, secondo documenti segreti dati a conoscere dal Pentagono, c'erano 19 dei soldati salvadoregni che presero parte alla morte nel 1989 di Padre Ignacio Ellacuria e altri cinque sacerdoti gesuiti dell'Università Centroamericana. I più sinistri sistemi di allenamento insegnati dalla Escuela de las Americas, in accordo con i documenti ufficiali, sono raccolti in un piano degli anni sessanta denominato Programma di Assistenza e Spionaggio per Eserciti Stranieri, però più conosciuto come Progetto X. In esso, secondo l'estratto che consta di un testo del Dipartimento di Difesa, si insegnava ad usare "la paura, il pagamento di ricompense per la morte dei nemici, la tortura, le false detenzioni, le esecuzioni e l'uso del siero della verità". Fra gli ex alunni della scuola figurano il maggiore Roberto D'Aubuisson, responsabile della creazione degli squadroni della morte in Salvador, il generale Manuel Antonio Noriega, attualmente detenuto per narcotraffico negli Stati Uniti e il colonnello Julio Roberto Alpírez, accusato di innumerevoli assassinii di guerriglieri e presunti collaboratori della guerriglia in Guatemala, incluso un nord americano. Durante i suoi 50 anni di esistenza, attraverso questa istituzione sono passati migliaia di militari di 11 paesi del Centro America e Sud America. La Escuela de las Americas rimase nelle basi nord americane di Panama fino al suo trasferimento, nel 1984, a Fort Benning, in Georgia. Giovedì notte, poco dopo che il Pentagono rendeva pubblici i documenti citati, il membro del Congresso Joseph Kennedy, un duro critico delle attività della Escuela, chiese la sua chiusura immediata. "I dati rivelati", afferma una nota resa pubblica dal membro del Congresso, "provano quello che per tanto tempo si è sospettato: che il denaro dei contribuenti è stato utilizzato per addestrare all'abuso fisico". I documenti conosciuti ieri sono il risultato di ciò che è filtrato da una indagine interna che il Pentagono ha fatto nel 1992. Venerdì notte il Pentagono rese pubblici i risultati di questa indagine, nella quale si afferma che la Escuela utilizzò sistemi "che non avevano avuto la necessaria approvazione dottrinale", così come alcuni dei manuali usati nell'addestramento dei militari latino - americani. Uno di questi manuali, intitolato "El manejo de las fuentes" ( l'uso delle fonti), afferma che "gli agenti di controspionaggio possono procedere alla detenzione dei padri degli impiegati (termine con cui si definiscono gli informatori), la detenzione dell'impiegato o la sua "bastonatura" per ottenere informazioni. Un altro manuale, che si riferisce a Terrorismo e guerriglia urbana, insegna: "Una delle funzioni degli agenti è quella affidare obiettivi di controspionaggio per la loro neutralizzazione. Alcuni esempi di questi obiettivi sono funzionari del Governo e leaders politici". Un funzionario del Pentagono consultato dal quotidiano The Washington Post chiarì che la parola "neutralizzare" equivale in questi manuali all'assassinio di una persona. Il Dipartimento di Difesa ha assicurato che, come risultato dell'indagine del 1992, tutti questi manuali sono stati ritirati dalla Escuela che oggi opera, secondo il Pentagono, conforme a strette norme di rispetto dei diritti umani. Nonostante che l'indagine del 1992 scoprì l'uso di metodi tanto brutali, la relazione ufficiale assicura che non si sono trovate prove del fatto che questo facesse parte di una "intenzione deliberata di violare le norme di condotta" delle Forze Armate degli Stati Uniti. Il manuale El manejo de las fuentes, raccomanda che alcune delle attività di controspionaggio siano realizzate in forma "clandestina", che pare essere la base sulla quale agiscono le Forze Armate dell'Argentina, del Cile e di altri paesi del continente nella creazione di squadroni della morte e nella pratica di far scomparire i detenuti politici. Migliaia di persone sono scomparse in America Latina nei decenni dei regimi militari dopo essere stati sequestrati dal personale dell'Esercito.

(tradotto dal Comitato Chiapas di Torino)

 

LA SCUOLA DEGLI ASSASSINI SI RIFÀ IL TRUCCO. MA NON INCANTA NESSUNO.

FONTE: ADISTA

Un'operazione di pura cosmesi, una presa in giro, un semplice cambiamento di nome. Così gli oppositori alla "Escuela de las Americas" (Soa) - l'accademia militare di Fort Benning in Georgia, nel sud degli Stati Uniti, nota anche come scuola degli assassini per l'alto numero di dittatori, torturatori e criminali che vi sono stati addestrati - hanno interpretato l'annuncio della chiusura della scuola militare, avvenuta il 15 dicembre, e la sua riapertura il 17 gennaio sotto altro nome, quello di "Istituto dell'Emisfero Occidentale per la Cooperazione alla Sicurezza", e con altri programmi. La ex Scuola delle Americhe, creata ufficialmente a Panama nel 1946 e trasferitasi nel 1984 negli Stati Uniti, "chiude" lasciando dietro di sé una lunga scia di sangue. Vi si sono diplomati più di 60mila militari, da cui sono usciti 11 presidenti, 40 ministri della Difesa e 75 comandanti in capo delle Forze Armate. Sono passati per la scuola, tra gli altri, più della metà dei responsabili delle atrocità avvenute in Colombia, più di due terzi dei militari citati nel rapporto della Commissione per la Verità sui crimini commessi in El Salvador, tra cui il maggiore Roberto D'Aubuisson (indicato come mandante dell'omicidio dell'arcivescovo Oscar Romero) e 19 dei 26 militari implicati nel massacro della Uca. Tra gli "eroi" della scuola - quelli che più hanno preso sul serio la scritta posta all'ingresso: "Sono lo spirito della Scuola delle Americhe. Sto tra quegli uomini che anelano ad arrestare il comunismo nelle Americhe" - risaltano i nomi degli ex dittatori argentini Roberto Viola e Leopoldo Galtieri, dell'ex dittatore e oggi presidente della Bolivia Hugo Banzer, dell'ex dittatore guatemalteco Efraín Ríos Montt, dell'ex dittatore panamense Manuel Antonio Noriega, nonché, ultimo tra gli alunni più brillanti, Vladimiro Montesinos, l'ex consigliere - destituito per corruzione - dell'ex presidente peruviano Fujimori. Ma sono solo "alcune mele marce", secondo il segretario dell'esercito Louis Caldera. Mentre a giudizio del comandante della Soa, il colonnello Glenn Weidner, se "non si può negare che alcuni abbiano commesso abusi", sostenere "che è stata la loro permanenza nella scuola a renderli capaci di ciò è falso". Lo sostiene invece, e con convinzione, il direttore per l'America Latina dell'organizzazione non governativa Human Rights Watch José Manuel Vivanco: "La scuola - afferma - ha insegnato e perfezionato in alto grado la dottrina della sicurezza nazionale in tutta l'America Latina. Questa dottrina è servita per giustificare una lotta senza quartiere, senza alcun limite, contro ciò che all'epoca si intendeva per comunismo". Con la caduta del Muro di Berlino e la fine della guerra fredda la scuola ha poi riformulato i suoi obiettivi, individuando nel narcotraffico il nuovo nemico da combattere, ma continuando a definire "una minaccia persistente" il rischio di insurrezioni. Quanto al "nuovo" istituto, esso non dipenderà più dall'esercito statunitense, ma dal Ministero della Difesa. Avrà tra i suoi corsi quelli sullo sminamento, le operazioni antidroga, la reazione ai disastri naturali, le operazioni di pace, i diritti umani, il diritto internazionale. E avrà come obiettivo quello di offrire una formazione professionale "nel contesto dei principi democratici stabiliti nella Carta dell'Organizzazione degli Stati Americani" e diretta a promuovere "la fiducia e la cooperazione mutua tra le nazioni", nonché "i valori democratici, il rispetto per i diritti umani, la conoscenza e la comprensione dei costumi e delle tradizioni degli Stati Uniti". A non credere affatto ad una trasformazione reale della scuola è il sacerdote della congregazione di Maryknoll Roy Bourgeois, fondatore dell'organizzazione School of Americas Watch, in prima fila nella lotta per la chiusura dell'istituto militare: "Per noi - ha affermato in un'intervista concessa a "Pagina 12" del 17 dicembre - continua ad essere una scuola di assassini perché i corsi di combattimento non sono terminati" e alla riapertura dell'istituto "non vi sarà nulla di nuovo: ci sono gli stessi soldati, gli stessi istruttori, gli stessi corsi in operazioni di comando, di intelligence militare. (...) Chiaro, hanno inserito alcune ore di diritti umani, ma i soldati che arrivano qui non vengono a studiare diritti umani, bensì ad imparare come difendere un sistema in cui le risorse e il potere sono nelle mani dei ricchi". La scuola, secondo Bourgeois, serve precisamente a questo: ad assicurare che i militari latinoamericani continuino a proteggere gli interessi economici statunitensi. Se anche la chiusura fosse stata definitiva, poi, sarebbe comunque avvenuta, ha sottolineato Bourgeois, "senza nessun riconoscimento, nessuna richiesta di scuse, senza nemmeno un'assunzione di responsabilità per quello che i suoi alunni hanno fatto in El Salvador, Perù, Guatemala e Cile". Ci avevano provato alcuni congressisti democratici, in realtà, a chiedere un'indagine parlamentare sull'impatto della Soa rispetto alle violazioni dei diritti umani in America Latina. Ma l'emendamento al progetto di legge che ha portato al cambiamento del nome della scuola (tra l'altro con un stretto margine: 214 voti a favore e 204 contro) è stato respinto dalla maggioranza del Congresso.[...] Erano più di 11mila persone, lo scorso 19 novembre, a manifestare di fronte alla scuola e in più di 3.600 hanno oltrepassato il limite consentito entrando nella base: un'azione di massa di disobbedienza civile che ha portato all'arresto di circa 2000 manifestanti.

 

http://www.repubblica.it/online/mondo/bushdue/bragg/bragg.html 

A Fort Bragg, nel Nord Carolina, 45 mila uomini
delle truppe speciali si preparano alla "guerra sporca"


Dove si addestrano i commandos
che colpiranno Bin Laden



dagli inviati CARLO BONINI e GIUSEPPE D'AVANZO

FORT BRAGG (North Carolina) - Steven Demetreus Cypres da Newport News, Virginia, si è arruolato nell'Air Force alle 12.06 di domenica 23 settembre, al pianterreno dell'Eutaw Shopping Center di Bragg boulevard a Fayetteville, North Carolina. Il "mall", a quell'ora, è vuoto come una casa sgomberata. I soli spazi vivi sono i centri di reclutamento dei Marines, dell' Aeronautica e dell'Esercito. Tre vetrine illuminate, tra un negozio di jeans e un altro di elettrodomestici, che dalla mattina del 12 settembre ricevono in media trenta visite al giorno.

Steven è un nero macilento, con una ricciuta peluria che gli incornicia la faccia invecchiando i suoi ventuno anni. Riempie i sei moduli dell'Air Force pensoso, mentre mangia patatine fritte che insaporisce nel ketchup. AllA fine della fatica burocratica, dice: "Ci pensavo da tempo e, dopo quello che è successo alle Twin Towers, non ho avuto più dubbi. Ho il solo desiderio di servire il mio Paese contro i suoi nemici, e non penso che tutti gli islamici lo siano. Alcuni di loro vedono gli Stati Uniti come un potente fattore di interferenza negli affari di casa loro. Credo che non si debba fare la guerra all'Islam, ma soltanto ai nemici degli Stati Uniti. Purtroppo, non sono sicuro che andrà così".

Non sarà Steven Demetreus Cypres a combattere questa guerra. E' sufficientemente chiaro chi e come la combatterà se si ascoltano le parole di Donald Rumsfeld, il ministro della Difesa: "Abbiamo di fronte un nemico che in tempi non convenzionali si muove in maniera non convenzionale. Bene. Gli butteremo contro gente non convenzionale". Quelli che Rumsfeld chiama "gente non convenzionale" possono essere definiti con maggior concretezza "i commandos della guerra sporca". Sono le unità di élite dell'Esercito, della Marina, dell'Aviazione, capaci di distruggere il nemico sul suo terreno in tempi estremamente rapidi; uomini preparati a conquistare un villaggio in quindici minuti, "prendere" un aeroporto in dodici, sequestrare un target in quattro. Questi soldati si raccolgono in alcune "forze speciali" in un immaginario e sbilenco rettangolo che è possibile disegnare intorno a quattro basi sul confine di tre Stati. A Fort Bragg, Nord Carolina, con l'82esima divisione aviotrasportata dell'Esercito, ci sono i Berretti Verdi e la Delta Force. A Fort Benning, Georgia, i Rangers. A Fort Campbell, Kentucky, la mitica 101esima divisione aviotrasportata che conquistò le spiagge della Normandia. A Camp Lejeune, i Marines e i Seals (sea air land teams). Sono questi uomini - circa 45 mila - che combatteranno la guerra annunciata da Bush. Gli analisti del Pentagono la immaginano così: Rangers e Berretti Verdi, durante la notte, vengono paracadutati in Afghanistan, circondano un campo, lo proteggono da un attacco esterno. Contemporaneamente, Ac130 dell'Airforce si levano in volo da dietro le montagne e preparano l'intervento della Delta Force "spazzando" il terreno con proiettili di mitragliatrice grandi come palle da baseball. Ora, dodici uomini con la faccia sporca di grasso nero si calano nell'antro dove si nasconde Osama Bin Laden per sequestrarlo o finirlo come, a quel punto, avranno già fatto per mesi con tutti i capi di Al Qaeda in Sudan, in Siria, in Cecenia, nella valle della Bekaa in Libano, sui monti del Kashmir in Pakistan, a Kandahar nella provincia di Helmand in Afghanistan. Come saranno individuati gli obiettivi è faccenda della Cia, ed è un'altra storia. Ecco come sarà questa guerra. Dopo una prima rumorosa, dolorosissima e spettacolare azione militare, raccontata per immagini dalla Cnn, la battaglia diventerà muta, notturna, invisibile, segreta. Lo conferma Donald Rumsfeld: "Faremo passi in avanti che saranno sotto gli occhi di tutti e passi in avanti che non saranno mai visti. I nostri passi si muoveranno in modi diversi, in luoghi diversi, in tempi diversi". Questa guerra fatta da assassini più che da soldati, o da soldati programmati per diventare assassini, è in preparazione a Fort Bragg, Nord Carolina.

Fort Bragg potrebbe essere un piacevole luogo per il corpo e lo spirito, se non fosse una città di 50 mila soldati. Laghi, boschi, prati verdissimi si alternano in un paesaggio che sembra disegnato da un artista in vena di malinconie romantiche e crepuscolari. Fort Bragg oggi è già in guerra. In questo lunedì 24 settembre, vedi lunghi convogli militari, truppe in addestramento che già vivono come in combattimento sotto le tende e nei boschi, elicotteri che vanno e vengono dall'aeroporto. Check-point e cavalli di frisia a ogni curva...

I paracadutisti dell'82esima divisione aviotrasportata, i Berretti Verdi, i Rangers possono muoversi in due ore dal momento dell'ordine. Vivono, si addestrano, lavorano come se dovessero partire subito, ora. E, quando partono, hanno l'autosufficienza per restare novanta giorni in zona di operazione senza aver bisogno né di un cavo elettrico né di un bicchiere di latte. A Fort Bragg c'è chi si occuperà delle loro mogli e delle loro cure quotidiane. L'ufficio legale amministrerà il conto in banca e terrà d'occhio il mutuo. Se c'è da pagare gli alimenti alla moglie divorziata o la retta scolastica ai ragazzi, saranno pagati. La moglie del comandante della divisione convocherà periodiche riunioni del "family support" per verificare "lo stress psicologico" di chi è rimasto a casa senza notizie.

Quando non è stato in giro per il mondo a far la guerra, il mondo del sergente maggiore Cary White è stato Fort Bragg. Cary è ora seduto nel bar della libreria Books-a-Millions al bivio che da Fayetteville porta, dopo qualche miglio verso ovest, a Fort Bragg. "Per quel che ne so io, tutte le guerre sono sporche, non ce n'è una meno sporca di un'altra. Tutte le guerre che ho combattuto sono state sporche e inutili. Quella che comincia ora sarà la più sporca di tutte, la combatteranno in luoghi che ignoreremo, contro uomini di cui non conosciamo la vita e di cui non conosceremo la morte. Vedremo, alla fine, se sarà una guerra inutile come le altre".

Il sergente maggiore Cary White - un veterano del Vietnam e del Golfo - ha la faccia buona (non c'è altro modo per dirlo). Cary è stanco di guerre ed è felice di non farne mai più. Né questa, né un'altra. Dal 29 aprile, è fuori da tutto. Dall'Esercito, dalla "sua" 82a divisione aviotrasportata. Fuori anche dalla riserva attiva. Ha la faccia buona e gli occhi gentili e un sorriso che si allarga spesso in una piega ironica e rassegnata anche quando parla delle sue guerre, il Vietnam, Panama, Granada, Desert Storm, e di quella prossima ventura che si combatterà chissà dove. "Noi avevamo un nemico visibile con una divisa e una bandiera. E una linea del fronte che significava fuoco e morte. In questa guerra non c'è nulla di tutto questo. E' questa la ragione per cui tocca a quelli là combatterla".

Quelli là sono i 1200 uomini della Delta Force e neanche si vedono. Per il Pentagono, che non ne ha mai confermato la costituzione, non esistono. Anche se da vent'anni li schiera in ogni operazione "coperta". Brian Sutton, sergente di prima classe del Comando Operazioni Speciali di Fort Bragg, dice: "La verità è che un reparto Delta non ci risulta, e se anche esistesse noi non siamo tenuti a discuterne... ". Se vai a cercare i "barracks" della Delta Force, trovi soltanto, in un angolo appartato delle migliaia di ettari di bosco di Fort Bragg, un gran silenzio, una rete metallica, del filo spinato, un corridoio di pini largo venti metri, un'altra rete metallica e, dietro tutto questo, Dio solo sa che cosa. Dicono, ad esempio, che ci siano le strade e le case di una città di cartapesta dove i Delta si addestrano alle "operazioni speciali in aree urbane". Meglio comunque andar via da qui e ascoltare il consiglio di Cary: "Se non hai l'autorizzazione ad avvicinarti a quella rete, fai bene a starne molto lontano".

I Delta Force, dicono, non sono come te li aspetti. Non hanno crani rasati e la postura del militare e quel modo di scandire ogni frase concludendola con yessir, sissignore. Non sono nemmeno tutti americani,a quanto pare, e potresti avere a che fare con loro da Red Ruby's, all you can eat, il ristorante fuori della base. Magari sono come quello che se ne sta laggiù a mangiare da solo il suo pollo fritto con i muscoli che gli guizzano ad ogni movimento sotto la camicia larga e discreta, i capelli lunghi, l'aria svagata, interessato - pare - a sentire soltanto del buon rock. Che magari può aiutarlo a rilassarsi dall'addestramento e ora anche dai corsi di pashto e dari, i dialetti delle vallate settentrionali dell'Afghanistan.

Ogni anno, due volte all'anno, i Delta selezionano, tra i migliori duecento uomini delle Forze armate degli Stati Uniti, i dodici "nuovi arrivi" che affronteranno un addestramento diviso in due parti. Il primo è fisico e psicologico. Il secondo, lo chiamano di "routine", prevede roba come il lancio da un elicottero senza paracadute, la resistenza per settimane in un bosco senza cibo e acqua, esercizi ripetuti fino alla nausea di combattimenti in "cornice urbana". Ti spiegano che Delta combatte un nemico invisibile ai satelliti, in battaglie che non hanno una prima linea: sono cacciatori che combattono di notte con "metodi che sono lasciati all'immaginazione di chi li teme", ed è una frase che raggriccia la pelle. Nel 1983 i Delta furono i primi a toccare Grenada, dopo essere stati lanciati in mare nella notte, alcune miglia lontano dalla spiaggia. Nel 1991, "lavorarono" nel Golfo Persico. Si lanciarono dietro le linee irachene per disegnare la mappa completa delle batterie mobili degli Scud di Saddam. Le seguirono poi passo passo nei loro spostamenti segnalandone la posizione ai caccia bombardieri. Nel '99, i Delta furono l'unico reparto dell'Alleanza atlantica a entrare in Kosovo per mettere fuori uso le batterie antiaeree dell'esercito di Slobodan Milosevic. A Waco, Texas, nel 1993, una loro squadra - erano in tre, uno "shooter", un "operator", un "doorknocker", un cecchino, un tecnico, uno "sfondaporte" - fece un massacro. Settantacinque morti della setta dei Davidiani. Eric Haney è stato nella Delta Force. Nel 1980 soltanto per un fortunato soffio salvò la pelle nel disgraziato raid a Teheran per la liberazione degli ostaggi americani. Gli chiedi se saranno i Delta ad arrestare Osama Bin Laden. Risponde: "Fare arresti non è il mestiere della Delta Force. Il mestiere della Delta Force è uccidere. Uccidere in un sol modo. Con un colpo al collo. Perché ci hanno insegnato che tutto quel che è vitale per un uomo è nel collo". Sarà così la nuova guerra?

Sarà così, ti dicono i Rangers a Fort Benning, Georgia, e non sai dire se per rassegnazione o per desiderio. I Rangers sono il primo gradino dell'"eccellenza" nell'arte della "guerra non convenzionale". Sono squadre di incursori lanciati in territorio nemico prima di ogni attacco. Terrorizzano l'avversario nel luogo in cui si ritiene più protetto. Il loro mestiere, con un "tempo di mobilitazione" di 18 ore, è conquistare "obiettivi strategici limitati", un campo, un aeroporto, un edificio, un centro comunicazione. Il 3 ottobre del 1993 erano a Mogadiscio per sequestrare il "signore della guerra" Mohamed Farah Aidid. Fecero 500 morti. Diciotto di loro furono uccisi, settantatré feriti. John Marsh, il medico che li vide arrivare all'ospedale da campo, l'ha raccontata così: "Era un incubo medioevale. Si tenevano con le mani gli arti staccati. Si chiudevano le ferite stringendosi tra loro. Urlavano per il dolore, ma non li ho mai visti mollare da qualche parte l'M16". A due di loro, i somali non risparmiarono la profanazione. Il ranger Janes Smith, 19 anni, fu trascinato come un trofeo, morto e nudo, per le strade di Mogadiscio appeso a una jeep. Jim, il padre di Janes, confessò: "Di mio figlio non sapevo quasi niente. Non sapevo neanche che fosse un ranger". Cary racconta: "Nell'82esima avevo due ragazzi che mi amavano come un padre. Oggi li vedo gironzolare fuori della base di Fort Bragg e quando gli chiedo: "Ehi, ragazzi, che fate qui?", mi rispondono: "Abbiamo dovuto consegnare della posta". Io so che sono nelle unità speciali. E so che, se sei delle unità speciali, non puoi raccontarlo nemmeno a tuo padre".

Lungo la statale 24, che da Fort Bragg conduce a Camp Lejeune, dove si addestrano i Marines e i Seals, incontri ogni dieci miglia un convoglio militare. Sembra la Bosnia, è il Nord Carolina. Nel 1991, i sea air land teams "esfiltrarono" il generale Aristide dall'isola di Haiti. Nel dicembre '93, i Seals, dopo due anni di indagine della Cia, andarono nella Sierra colombiana all'assalto del padrone del "cartello di Medellin", Pablo Escobar. Lo stanarono, uccisero i trecento narcotraficantes che lo proteggevano. Lasciarono che a finire Pablo fossero i colombiani. I Seals sono già partiti. E con loro i Marines di Camp Lejeune. Il 24esimo corpo di spedizione, il 20 settembre, ha preso il largo verso il Mediterraneo. Ha lasciato le paludi di Atlantic beach, i panini al pollo di Andy's e i bar di Cedar Point che sono ora deserti. Come semideserta è la pista della base Pope all'interno di Fort Bragg, dove abitualmente stazionano decine di Hercules C130, aerei cargo per il trasporto di mezzi e materiali. Alla base di Camp Lejeune, Nord Carolina, dicono che "quelli del 24esimo sono nel Mediterraneo in attesa di istruzioni". Le darà lo Special operations command. Il quartiere generale è a Fort Bragg in uno scrostato e modestissimo parallelepipedo bianco di tre piani. E' qui che il generale Charles R. Holland, comandante in capo delle Operazioni speciali, riceverà dalla Casa Bianca la telefonata del Capo di stato maggiore della Difesa Henry Shelton. Da quel momento, in due ore, Delta Force, Berretti Verdi, Rangers, Seals potranno cominciare la loro "guerra sporca".

Cary White, al bar di Book-a-Millions, finalmente accetta di ordinare un caffè. "Sapete, spesso mi sorprendo di quanto poco ho imparato dalla guerra. Quando sei lì, pensi soltanto a salvare la pelle: non ti interessa altro. Quando ne sei fuori, pensi soltanto a dimenticare quel che hai visto. Finisce così che non hai, non vuoi avere opinioni. Vuoi soltanto cancellare, cancellare, cancellare quei giorni e quell'incubo. Così, anche se la guerra è stato il mio mestiere, io non so dire oggi se quel che sta cominciando abbia un senso. Dopo tanti anni in divisa, sono stufo delle giaculatorie sulla nostra potenza e sulla nostra determinazione. Eravamo potenti in Vietnam: è finita come è finita. Eravamo determinati nel Golfo Persico e Saddam è ancora a Baghdad. Io sono un veterano di guerre inutili, in fondo. So però che qualcosa oggi bisogna fare. Questo nostro sentimento nazionale di dolore e di rancore - vedete lì le bandiere alle finestre, sulle auto e addirittura in miniatura sui french toast - va incanalato da qualche parte contro i nemici veri, prima che si allarghi e diventi odio per l'Islam e per tutti gli islamici. Ho capito in un ristorante di Teheran perché ci odiano: gli uomini da una parte, le donne dall'altra, gli era negato uno sguardo o stringersi la mano. Erano prigionieri e io ero libero. Libero di dire quel che pensavo, libero di andare dove mi pareva, libero di amare. Può essere molto duro vedere da lontano, senza toccarla mai, quella libertà. C'è chi prende ad ammirarla, e sono i più. Chi a odiarla, e sono i nostri nemici. Quale che sia questa sporca guerra, io mi chiedo se riusciremo a distinguere gli uni dagli altri".
Ha collaborato Riccardo Staglianò

(26 settembre 2001)

 

 

http://italy.peacelink.org/pace/articles/art_4969.html 

"Si conosca in anticipo che tipo di corrente elettrica ci sia"

Imparare a torturare. 

Dalla School of the Americas al manuale segreto della Cia per la tortura

Dalla "Scuola delle Americhe" sono stati licenziati 60 mila poliziotti, ufficiali e soldati provenienti dai vari paesi dell'America latina. Dalle sue aule sono usciti a pieni voti torturatori, omicidi, dittatori e terroristi di stato.

Alessandro Marescotti

14 maggio 2004

Il sito http://www.benning.army.mil/whinsec/ si presenta bene, con una bella home page: Libertad, Paz y Fraternitad.
Siamo alla Western Hemisphere Institute for Security Cooperation (WHINSEC), US Army, Fort Benning.
Sembra una scuola per "militari pacifisti". Invece è un istituto che ha preso il posto di quella che è stata una scuola americana per torturatori: la famigerata School of the Americas. Dal quotidiano Usa Today del 12/5/04
A svelarne i retroscena è il sito
http://www.soaw.org/new/
Da 55 anni, Washington ospita un campo di addestramento dal quale sono usciti diplomati, ufficiali che nella loro carriera hanno certamente ucciso molte più persone di quelle sepolte dal crollo delle Torri Gemelle. Fino al gennaio del 2001, si chiamava "Scuola delle Americhe". Si trova a Fort Benning, in Georgia. E' il centro d'addestramento americano più noto. Altri 150 sono sparsi sul territorio degli Stati Uniti e all'estero. Dalla Scuola delle Americhe sono stati licenziati 60 mila poliziotti, ufficiali e soldati provenienti dai vari paesi dell'America latina. Dalle sue aule sono usciti a pieni voti torturatori, omicidi, dittatori e terroristi di stato. Si veda http://spazioinwind.libero.it/usacrimes/scuola_americhe.htm

Ed ecco il manuale segreto della Cia: "Così si tortura un prigioniero"
http://www.repubblica.it/2004/e/sezioni/esteri/iraqtorture/manualecia/manualecia.html
Vi si legge: "Si conosca in anticipo che tipo di corrente elettrica ci sia, così che il trasformatore o gli altri apparecchi modificati siano a portata di mano".
Il manuale nella sua versione originaria viene tradotto in spagnolo per sette edizioni diverse e distribuito - tra il 1987 e il 1991 - in migliaia di copie ai vari corpi militari e di intelligence delle allora dittature militari: in Salvador, in Guatemala, in Ecuador, in Honduras, in Perù e nella "School of the Americas", dove vennero addestrati alcuni dei più feroci torturatori dell'epoca.

Qui trovate le fotocopie del manuale di tortura della Cia
http://www.gwu.edu/%7ensarchiv/NSAEBB/NSAEBB27/02-01.htm

Quali pressioni fisiche sono "legali" per la Casa Bianca? Ecco la lista
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2004/05_Maggio/10/manuale.shtml
Nella lista passata ai secondini si precisa ciò che è autorizzato:
1) Privazione del sonno. 2) Esposizione del detenuto a sbalzi di temperatura estremi. 3) Bombardamento «sonoro» all’interno della cella. 4) Luci accese notte e giorno nella cella. 5) Cappuccio in testa al prigioniero. 6) Tenere il detenuto nudo, magari in presenza di donne-soldato. 7) Costringerlo a subire perquisizioni e controlli da parte delle donne-soldato. 8) Spezzare il suo equilibrio biologico, facendogli perdere il senso del tempo. 9) Tenerlo in posizione di stress per fiaccare la sua resistenza.
Piccola osservazione sul metodo n.9: nel museo della tortura di San Giminiano si classifica come vera e propria tortura che porta alla pazzia la posizione accovacciata con le gambe legate al busto. Provate a stare accovacciati sulle gambe per un'ora (ad esempio per mettere in ordine delle carte per terra), la testa in su e le gambe ben serrate, i piedi che poggiano sul pavimento; a volte bastano pochi minuti per avvertire prima un senso prima di indolenzimento e di crampi muscolari, poi di ansia sempre più incontenibile, poi di soffocamento, se le gambe poggiano fortemente sul petto.

Alessandro Marescotti
presidente di PeaceLink
a.marescotti@peacelink.it

 

http://www.ecn.org/vittoria/materiale_print.php?ID=21 

La NATO e l'America Latina di Massimo Rondine



E' sotto gli occhi di tutti il fatto che la NATO, l'alleanza militare più potente al mondo, attraversi una fase di frenetica espansione. Dall'integrazione di Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia, ai candidati paesi baltici, agli aeroporti e territori di Croazia, Bosnia, Albania e, tra breve pure Kosovo, l'egemonia totalitaria delle potenze occidentali pare non avere nessun freno (da leggere: trattati, tribunali e/o convenzioni internazionali). Quello che ci preme sottolineare é che questa galoppante espansione non é il frutto di una politica militarista fine a se stessa. Non illudiamoci, come fa certo pacifismo filosofico-morale, che si tratti di una "follia" reazionaria. Non ci troviamo di fronte a dei pazzi scatenati ma a dei lucidi, freddi, razionali calcolatori. L'aspetto militare é l'argine, il fronte dello sfruttamento capitalistico. La funzione della NATO é semplicemente quella di garantire l'oligopolio, il controllo e lo sfruttamento dei mercati, delle risorse energetiche e dei lavoratori necessari all'industria occidentale. Attraverso criminali e vigliacche aggressioni (dall'alto dei cieli) o utilizzando il peggio del neofascismo paramilitare, i militari hanno cioé lo specifico compito di intervenire laddove i "pacifici" meccanismi di indebitamento forzato imposti da FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE e BANCA MONDIALE non siano sufficienti a sottomettere un popolo. Non a caso i paesi che dettano legge in seno a queste due istituzioni di strozzinaggio internazionale sono gli stessi paesi che dettano legge in seno alla NATO.
Questa breve introduzione serviva per focalizzare meglio l'oggetto vero di questo breve intervento: Gli U.S.A. e l'America Latina.
Il cortile dello Zio Sam
E' risaputo pure che l'America Latina é suddivisa in svariati differenti stati i cui lavoratori, contadini, operai, minatori e braccianti sono completamente asserviti agli interessi ed alle esigenze delle imprese multinazionali statunitensi (con un certo spazio concesso alle multinazionali europee -il libero mercato non é ancora scomparso-).
In America Latina la mole degli investimenti nord-americani, le risorse minerarie, le monocolture di caffé, frutti tropicali e legnami, rendono necessario il mantenimento e lo sviluppo di un sistema di dominio spietato. Essendo strategici gli interessi degli Stati Uniti in quelle terre, diventa strategico per gli Stati Uniti mantere su quelle terre un controllo militare pressocché assoluto.
Questo controllo militare si concretizza in quattro modi:
1- Attraverso attività di consulenza, addestramento e supporto informativo rivolte alla crema degli ufficiali di tutti gli eserciti e forze di polizia latino-americane.
Oltre ai consulenti militari statunitensi che infestano quelle zone, la struttura permanente creata allo scopo di fornire la più bestiale educazione militare ai giovani ufficiali latino-americani é la "School Of Americas" (Scuola delle Americhe) con sede a Fort Benning, Georgia (USA) e Fort Gulick, Panama. In queste strutture solo dal 1995 al 1997 sono stati "istruiti" 2390 cani da guerra. Inutile approfondire il tipo di addestramento impartito: guerra psicologica, contro-insorgenza, tortura, formazione e gestione di forze paramilitari, ecc. (per approfondimenti: http://www.soaw.org/ -sito web della associazione "School Of Americas Watch").
Le tattiche della guerra a bassa intensità (Low Intensity Conflict-LIC) vengono inculcate in quanto nuova frontiera (in realtà un aggiornamento delle tattiche contro-insorgenti naziste sperimentate in tutta Europa e URSS nella II guerra mondiale) della più ampia strategia contro-rivoluzionaria. Non a caso, da quando in Messico si sono manifestati l'Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (1994) e l'Esercito Popolare Rivoluzionario (1996) gli ufficiali messicani graduati a Fort Benning raggiungono nel 1997 il 30% del numero totale degli ufficiali latino-americani ivi addestrati.
Sul bollettino internazionalista Quemada così come in questo stesso osservatorio, è stata presentata ai lettori una recensione abbastanza particolareggiata del manuale da campo della guerra a bassa intensità, l'FM-100, reso pubblico dal Dipartimento della Difesa USA (http://www.atsc-army.org/cgi-bin/atdl.dll/fm/100-20/). In questo manuale si può leggere la teoria generale dell'intervento militare degli Stati Uniti in paesi terzi. Cioé l'aggressione "a bassa intensità" di questo o quel paese a seconda, ovviamente di come si collocano gli interessi nazionali USA. Vi sono alcuni passaggi molto chiari.
Gli USA possono sostenere "... un governo esistente (es. Turchia contro PKK, ndr) o una insorgenza (come l'UCK o la guerriglia contras in america centrale, ndr). Entrambe nell'ambito e tramite una mobilitazione del popolo..." e ancora "...sotto la direzione delle autorità nazionali le forze militari statunitensi devono assistere gli insorti o i governi che vi si oppongono (...) Se gli Usa sostengono gli insorti (fornendo loro conoscenze) gli aiutano con avvisi, equipaggiamento e altre forme appropriate (... se invece) scelgono l'opposizione all'insorgenza, queste conoscenze vengono trasmesse per disarticolare i movimenti degli insorti...".
Sono previsti inoltre "...Bombardamenti e attacchi aerei e navali per distruggere obiettivi dall'alto valore o dimostrare la capacità di farlo. I raid sono operazioni di bassa intensità operativa con penetrazione nel territorio ostile per carpire informazioni, selezionare gli obiettivi e distruggerli..." (Panama, Iraq e Jugoslavia insegnano...).
2- Con la scusa della lotta al narco-traffico (e lo sanno tutti che la CIA é uno dei cartelli di narco-trafficanti con la rete più potente del mondo) gli Stati Uniti possono giustificare la presenza fisica di discreti contingenti militari che operano sotto la copertura della DEA (Drug Enforcement Administration) con funzioni di repressione dei movimenti sociali e delle guerriglie rivoluzionarie (tacciate appunto di essere terroriste e narco-trafficanti).
3- Attraverso una politica di riarmo per tutto il continente fomentata dall'amministrazione Clinton, e attraverso l'agganciamento come "socios especiales" (soci speciali) dei paesi latino-americani al carrozzone NATO.
L'asse Washington-Buenos Aires é una alleanza militare che già nel 1998 ha permesso alla borghesia argentina di diventare "alleato principale" degli stati Uniti ai margini della NATO. Questo trattamento "privilegiato" permetterà al governo argentino di ottenere "gratuitamente" o acquistare a buon prezzo armamento americano. Con questa sottile operazione gli USA intendono sconvolgere l'equilibrio militare sudamericano in modo da attivare programmi di riarmo in tutti gli altri paesi della regione.
4- Creando e/o fomentando (come in Europa) scontri etnico-religiosi in situazioni sociali esplosive per meglio attuare la arci-nota e sempre utile strategia del divide et impera. Il terreno su cui si muovono gli aguzzini americani, spesso sotto copertura di missioni religiose o antropologiche, é quello delle infinite sfumature "etniche" delle minoranze indigene.
Noi e loro
E' importante rendersi conto della dimensione mondiale, internazionale della militarizzazione dei territori e delle società, comprenderne le ragioni di fondo. Ciò che accade ad Aviano e più in generale in Italia, é soltanto un tassello di uno scacchiere ben più ampio. Attualmente mentre LORO hanno una chiara visione d'insieme in quanto sono i pianificatori di tale scacchiere NOI, in questo senso, abbiamo ancora grosse difficoltà conoscitive ed interpretative. Il lavoro di contro-informazione ed inchiesta ha il preciso scopo di sopperire a questa lacuna, cercando di portare compagni e compagne ad un livello adeguato di conoscenza delle LORO strategie e dei LORO mezzi.
Le lotte sociali e contro la militarizzazione che qui, purtroppo in modo ancora frammentato, si stanno sviluppando non potranno, nel medio-lungo periodo non fare i conti organizzativamente con le lotte sociali e contro la militarizzazione che si portano avanti in altri paesi. Questo per ragioni ovvie: LORO questa integrazione e coordinazione internazionale la stanno già da tempo ampiamente dispiegando a tutti i livelli (economico-politico-militare). L'internazionalismo tra i lavoratori e gli oppressi di tutto il mondo rimane ancora (ad ormai cento e cinquanta anni dalla sua "scoperta") l'unica forza ispiratrice in grado di sfidare e sperare di rovesciare la LORO internazionale, quella del profitto e dello sfruttamento, dell'armamentismo, della distruzione dell'ambiente.



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un articolo di Ettore Masina apparso su "Segno nel Mondo" (2003)

1 Qualche volta, molto raramente, mio padre raccontava della guerra che aveva combattuto: quella del 1915-1918, che a noi bambini, a scuola, insegnavano a chiamare con venerazione (perche' l'Italia l'aveva vinta) "la Grande Guerra". Una sera mio padre narro' di quando gli austriaci avevano lanciato i gas asfissianti sui nostri soldati alle falde del Monte San Michele che sbarrava le porte di Gorizia. Diceva che da quel settore erano arrivate dapprima urla altissime e un gran numero di spari, cui era seguito un profondissimo silenzio. Per un gioco del vento lui e il suo battaglione non erano stati investiti dalle nubi velenose. L'artiglieria aveva bloccato l'avanzata austriaca e quando mio padre e i suoi compagni erano riusciti ad andare al soccorso dei commilitoni, avevano trovato centinaia di cadaveri dal volto verdastro, i ventri mostruosamente rigonfi. Ne avevano seppelliti a decine, poi era sopraggiunta la notte. Allora, tornati in trincea, mio padre e i soldati che erano con lui avevano sentito correre per la landa arsa e sconvolta del campo di battaglia immense torme di topi che andavano a rodere quei corpi. Dopo quel racconto, quella notte non riuscivo a dormire: anche a me, mentre mi tiravo le coperte sul capo, sembrava di sentire il lavorio frenetico di migliaia di piccole mandibole. Ho ripensato spesso a quel racconto. L'orrore e' rimasto ma vi si e' unita una considerazione anche piu' spaventosa, questa: i figli dei poveri soldati morti sul San Michele furono condannati alla tragedia dell'orfananza, ma l'arma che aveva ucciso i loro genitori non li raggiunse; adesso, invece, le guerre si protraggono molto al di la' degli armistizi, colpiscono per generazioni. In Vietnam, a Hochiminhville, cioe' Saigon, conobbi anni fa la dottoressa Thi Ngoc Phuong. La chiamavano "la madre dei mostri" perche', con infinita pieta' e con una maestria che le aveva valso una grande fama internazionale, riusciva a dare sembianze umane a qualcuna delle creature nate deformi (ma deformi e' un eufemismo) in seguito alla irrorazione di defolianti operata dagli americani per stanare i viet-cong. La guerra era formalmente finita ventidue anni prima, ma nell'ospedale Tu Du continuavano ad arrivare bambini che sembravano (non so come dirlo) granchi umani. Venivano da tutti i villaggi dell'ansa del Mekong o dalla cordigliera centrale, ma erano una parte minima di quella sfida della chimica di guerra al Creatore, perche' molti e molti altri rimanevano senza cure nei villaggi devastati delle zone piu' impervie. Adesso la dottoressa Thi Ngoc Phuong, nel cui studio stavano due grandi vasi di vetro con due bambini a due teste, nati-morti per fortuna, e' andata in pensione, ma migliaia di bambini deformi (ricordate: deformi e' un eufemismo) continuano a nascere nelle zone irrorate di diossina. Nel Kosovo e in Iraq accade lo stesso per l'uso ormai "antico" dei proiettili all'uranio impoverito. E negli Stati Uniti il Pentagono ha un gran daffare a nascondere la quantita' di bambini "anormali" nati dai veterani in Vietnam, nei Balcani e nel Golfo del 1991. Ogni tanto un giudice americano condanna una delle societa' chimiche produttrici di veleni a risarcire (anche questo e' un eufemismo) i genitori di quei piccini "sfigurati al punto da non parere piu' un uomo". Nessun giudice si occupa dei bambini del Vietnam, del Kosovo e dell'Iraq. Ne' delle altre devastazioni di guerre "di tanto tempo fa": anche la catena alimentare, infatti, risulta ancora inquinata da radiazioni e veleni; e molte falde acquifere. Tante piccole Hiroshima "periferiche" continuano a perpetuare l'orrore radioattivo o (Dio non voglia) ne preannunzino uno ben piu' grave. Intanto in tutto il mondo, ogni giorno, in zone in cui teoricamente la pace e' tornata da anni e anni decine di bambini rimangono mutilati dai milioni di mine sparse su campi di battaglie che sembrano lontanissime nel tempo. Una mina rimane in funzione vent'anni e quando domandai a uno dei tecnici della produzione italiana (i cui ordigni sono disseminati tuttora in immense aree) perche' non si pensasse di dare a questi strumenti di ferocia tecnologica una efficacia limitata nel tempo, mi guardo' sorpreso: "Nessuno ce l'ha mai chiesto". Ricordo di avere visto a Beled Wayn, nell'Ogaden, due bambini che erano saltati su una delle tante mine italiane vendute imparzialmente alla Somalia e all'Etiopia in guerra fra loro. In un fatiscente ospedale, li curavano amorosamente medici italiani. "Sono condannati all'ergastolo" mi disse un dottore; e poiche' io mostravo di non capire, spiego': "Sono figli di una tribu' di pastori, nomadi che ogni giorno si spostano per 15-20 chilometri. Quando usciranno di qui, i genitori non potranno fare altro che appoggiarli all'ombra di un muretto dove camperanno la vita del mendicante". La guerra era finita da quattro anni. E non e' soltanto questione di mali fisici: un orfano di soldato, un ragazzino che ha visto morire la madre in un bombardamento, un bambino che ha vissuto terribili traumi diventa assai spesso, ci dicono gli psicologi, un padre che trasmette ai sui figli il marchio delle psicosi. Basterebbe questa constatazione - che le guerre continuano per decenni, per generazioni successive a quella che ha firmato un trattato di pace, a infierire su bambini (almeno loro!) totalmente innocenti - per dire che le guerre moderne sono legate alla ferocia dei secoli piu' bui della storia: o che forse, nonostante tanti progressi, questo in cui viviamo e' uno di quei secoli. 2 La guerra moderna ha anche un'altra caratteristica: colpisce non piu' soprattutto i soldati ma soprattutto gli inermi. Sempre i "civili" (le donne, i vecchi i bambini) sono stati coinvolti nella tragedia delle guerre: guerra non significava soltanto vedove e orfani, ma eserciti che avanzavano, si scontravano in battaglia, si ritiravano su ampi territori; e dunque distruzione di ponti e di case, di strade, di coltivazioni e di pozzi; e fame e terrore e stupri; e odio che sarebbe durato per decenni. Ma dal 193/ in poi, dalla distruzione di Guernica ad opera dell'aviazione nazista prestata ai falangisti, la guerra ha cominciato a uccidere intenzionalmente anche e soprattutto lontano dai fronti di battaglia. I generali hanno compreso che i nemici combattono piu' fiaccamente, demoralizzati e sconvolti, quando sanno che la guerra sta distruggendo le loro case e i loro figli. E' nata cosi' la guerra-terrorismo, quella che colpisce gli inermi per disarmare gli armati: la distruzione di citta' come Coventry in Gran Bretagna o Dresda in Germania e' l'emblema di questa violenza insieme selvaggia e astuta. Hiroshima e Nagasaki sono la vergogna incancellabile della storia del mondo cosiddetto libero, democratico. Avvennero nella prima meta' del secolo XX: ma i bombardamenti sulle popolazioni del Vietnam del Nord sono della fine degli anni '60, quelli su Bagdad e su Belgrado sono degli anni '90, i missili sulle case di Gaza, di Janina e di Ramallah hanno inaugurato l'orrore del secolo XXI. Del resto, 13 mila testate atomiche intatte sono l'eredita' lasciata dal 1900 al nostro oggi. 3 I governanti che hanno scatenato le guerre hanno sempre sostenuto di voler restaurare la giustizia e la razionalita', cioe' i presupposti della pace. In realta' la guerra ha ormai trascinato nel fango tutte le sue bandiere perche' ha assunto il peggio della storia. Come una conchiglia oceanica, che costruisce il suo guscio non elaborandolo con un proprio materiale ma usando pezzi di altre conchiglie, o come una spugna immersa in un liquido velenoso, la guerra e' andata assumendo in se', lungo la storia umana, il peggio delle ideologie distruttive, del nichilismo, delle perversioni, del fanatismo scientifico che indaga le proprie potenzialita' e celebra le proprie vittorie senza curarsi delle sofferenze dell'uomo. Gli arsenali di certi paesi - forse l'Iraq, certamente gli USA, certamente Israele - sembrano essere progettati non tanto dal dottor Stranamore, terribile macchietta inventata, quanto dal dottor Mengele, quello dei lager nazisti che studiava la sopravvivenza dei torturati: sono armi proibite da tutte le convenzioni internazionali eppure considerate "contro l'umanita" soltanto se in possesso degli avversari. La possibilita' di un loro uso, giustamente negata ai dittatori, sembra resa lecita dal fatto che la possa decidere un governante il cui nome sia uscito dalle urne di un processo democratico (o quasi). Se il terrorismo e' negazione dell'uomo, allora possiamo leggere il suo contagio su tutte le divise e le bandiere: Basterebbe pensare alle condizioni in cui vengono tenuti i prigionieri delle nuove guerre. Si nega loro la qualifica di combattenti, e cosi' gli accordi umanitari internazionali si perdono nel vento dell'ipocrisia. Si e' andati alla guerra contro il governo dei talebani (governo ex amico, non lo si scordi, riconosciuto ai massimi livelli in tutte le sedi internazionali, grazie al patrocinio degli USA) ma alle sue milizie non e' stato riconosciuto lo status di prigionieri di guerra: percio' a centinaia i soldati di Kabul sono morti di freddo, di fame, di mancanza d'ossigeno, chiusi in contenitori; centinaia sono stati massacrati in carcere; centinaia sono stati deportati in un'isola lontanissima della quale tuttora non conoscono l'ubicazione: trascinati su aerei militari, incatenati mani e piedi, probabilmente drogati, gli occhi bendati, tamponi alla bocca e alle orecchie in modo di non poter comunicare fra loro, costretti a orinarsi e defecarsi addosso nel corso di un viaggio di 18 e piu' ore. Viene in mente, anche se la citazione e' impropria, la disperata constatazione di Primo Levi: "Se questo e' un uomo". Qualche centinaio di casi, certamente, e non la mostruosa apocalisse nazista, imparagonabile con qualunque altra tragedia della storia; e tuttavia quando aberrazioni del genere vengono accettate e addirittura studiate dagli "esperti" di un esercito, allora questo esercito regredisce ai tempi dell'Inquisizione. 4 Otto piccole suore americane sono state condannate il mese scorso da sei a dodici mesi di reclusione per avere partecipato nel novembre 2002, alle manifestazioni che si svolgono tutti gli anni davanti alla "Escuela de las Americas", che ha sede in Georgia in una base militare chiamata Fort Benning. La "Escuela", un tempo, era situata nella Zona del Canale di Panama, poi e' stata trasferita negli States. Vi sono passati, complessivamente, in trent'anni di attivita', decine di migliaia (80 mila, secondo alcuni) di "quadri" degli eserciti delle dittature militari latino-americane: dal colonnello Noriega, losco dittatore di Panama e gia' figlio diletto della Casa Bianca al colonnello D'Aubuisson, mandante dell'assassinio del vescovo Romero e agli autori dell'uccisione dei 6 gesuiti di San Salvador, dai torturatori brasiliani a quelli cileni a quelli uruguaiani. Ricordate "L'Amerikano" di Costa Gavras? Ecco, gente cosi'. E' possibile - e quasi certo - che in altri paesi esistano scuole "contro-insurrezionali" del genere, e certamente il regime di Saddam Hussein non e' secondo ad altri nell'uso della tortura e dell'eliminazione dei torturati: ma, per l'appunto, parlando di Saddam Hussein, parliamo di un feroce dittatore da rimuovere al piu' presto: la vergognosa bandiera di Fort Benning, detta l'Universita' della Tortura, sventola invece nel cielo del grande paese che fu di Lincoln e di Franklin Delano Roosevelt, il presidente che porto' l'America in lotta contro il nazismo.. 5 Molte sono le ragioni per le quali non si puo' vincere il terrorismo con la guerra. La prima e' che il terrorismo non e' un'entita' statale, non ha un esercito, non ha strutture pubbliche, non si immedesima con un governo: L'Afghanistan e' stato arato di bombe e di carri armati, ma e' mancata la cattura di bin Laden, dichiarato obiettivo della guerra. Ne', per quanto la Casa Bianca parli di un Grande Satana Terrorista, c'e' un solo terrorismo: quello. filippino non ha niente a che vedere con quello palestinese o con l'Eta o con gli epigoni delle Brigate Rosse italiane ne' con il terrorismo di stato nord-coreano o colombiano. Percio' la guerra a un dato paese non sradichera' mai il terrorismo, il terrorismo puo' essere vinto soltanto tagliandogli i collegamenti con i grandi potentati economici che lo sostengono e risanando le spaventose situazioni di ingiustizia dalle quali provengono tanti suoi esponenti. Al contrario, le guerre, aumentando le zone dell'ingiustizia e della disperazione dei popoli, aumentano a dismisura le nascite dei terrorismi. Da questo punto di vista le guerre sono, con ogni evidenza, del tutto controproducenti. Ma la ragione principale per la quale il terrorismo non puo' essere definitivamente vinto e' che il terrorismo ha gia' vinto molte battaglie e continua a vincerne. Se infatti, per combatterlo, le democrazie rinunciano alle garanzie proclamate dalle loro costituzioni, se un numero crescente di cittadini si trova di fronte a uno stato di polizia, a pratiche illegittime, a sospensioni o violazioni di diritti, alla degradazione (ormai evidente) del diritto internazionale, alla violenza fatta alle grandi istituzioni, allora c'e' gia' del terrorismo nel cuore di quegli stati, il serpente della ferocia ha gia' posto le sue uova nel nido delle aquile. 6 La propaganda di guerra tiene altissima la voce come fanno i ciarlatani e sventola immagini a non finire per alimentare il furore irrazionale del pubblico. Ma poi la guerra dei nostri anni agisce nella segretezza assoluta alla stregua degli assassini. Fu nel 1983 che il Grande Comunicatore, il presidente Ronald Reagan, nel momento in cui mandava le sue truppe a invadere la piccola repubblica di Grenada, troppo vicina a Cuba per i suoi gusti, decise che i giornalisti non potessero piu' seguire le operazioni delle forze armate americane. Egli non dimenticava che il ritiro degli USA dal Vietnam era dovuto al fatto che quella guerra era stata portata dai mass-media sin nelle case degli States e che la vista di quegli orrori aveva provocato una profonda rivolta politica. Oggi Reagan brancola nelle nebbie dell'Alzhaimer ma i due Bush, suoi legittimi discendenti ideologici, e del resto anche Clinton a suo tempo, hanno fatto tesoro di quella prudenza. Abbiamo visto e vedremo, delle guerre di questi anni, soltanto quello che i comandi supremi vorranno farci sapere: giochi di luce, eventi elettronici e, tutt'al piu' le immagini dei profughi a stimolare il buon cuore del pubblico televisivo. E anche questa segretezza indica la volonta' di spossessare l'opinione pubblica di ogni responsabilita' e capacita' di reazione. E' un'altra negazione della democrazia: una casta politico-militare pretende di avere mano libera e di agire "per il nostro bene". 7 Viviamo giorni terribili e meravigliosi. Contro ogni previsione dei professionisti della politica e della psicologia delle masse, da tutta la Terra si e' levata un'ondata di NO alla guerra, una immensa protesta globale. Benche' io abbia ormai vissuto una lunga vita, non ricordo di avere mai assistito a un fenomeno cosi' imponente. E' una gigantesca forza politica della quale e' impossibile prevedere come si esprimera' localmente ma i cui principi appaiono inequivocabili: NO alla ferocia, alla degradazione del diritto, alla logica delle armi, SI' alla custodia del Creato, alla giustizia internazionale, al dialogo, alle istituzioni di pace. Proprio nel momento in cui l'arroganza imperiale minaccia di smantellare politicamente il Palazzo di Vetro, sembra risuonare la parola del Dio di Isaia. "Non indugiatevi a parlare del passatoŠEcco - non vedete? - io sto creando in mezzo a voi una cosa nuova". La volonta' di pace apre nuove strade all'ecumenismo. Le grandi chiese cristiane, da Mosca a Canterbury, riecheggiano le parole del Vecchio di Roma; una delegazione della Chiesa metodista americana, cui appartiene il presidente Bush, viene a dire a Giovanni Paolo II affetto e consenso. Dall'epoca della "Pacem in terris" il vangelo di giustizia e di pace non era apparso agli uomini cosi' amabile e forte. Tocca a noi, adesso, esserne viventi testimoni.

Ettore Masina

 

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«Stati uniti, Stato canaglia»
Di Maurizio Matteuzzi - «Il Manifesto» 15 settembre 2003

Da «L'altro terrorismo», il documentatissimo servizio di Report andato in onda martedì sera, viene fuori un quadro agghiacciante (e inoppugnabile) del ruolo avuto dagli Usa, dall'Inghilterra, dall'Occidente e dalla Russia negli ultimi 40 anni. America latina e centrale, Indonesia, Cecenia, Timor, Turchia e altro ancora. Una interminabile sequela di nefandezze.

L'«altro» terrorismo? Stando a quello che si è visto martedì sera nel programma di Report su Raitre, l'altro terrorismo è quello degli Osama e dei kamikaze. Roba da dilettanti. Quello buono, quello vero, quello storico, quello doc, è il «nostro». Quello dell'Occidente democratico e campione dei diritti umani. Quello degli americani e dell'America che, come ci ha confermato domenica il presidente Bush ancora, «è una nazione buona, autenticamente buona». Quello degli inglesi di Tony Blair, il modello della nostra sinistra «riformista», le cui parole chiudevano (in)degnamente il programma: «a sconfiggere quel male», il terrorismo, «alla fine non saranno i nostri fucili ma i nostri valori». Quello della Russia di Putin - occidente in fieri - che, dopo avere aderito alla crociata anti-terrorista post-settembre 2001, si è visto abbonare gli orrori commessi dai russi in Cecenia. Il programma di Milena Gabanelli e i servizi di Paolo Barnard e Giorgio Fornoni sono un grande momento di giornalismo investigativo e un esempio di cosa potrebbe e dovrebbe essere la televisione.
Ne viene fuori un quadro agghiacciante ed esauriente. Come mai l'America così «autenticamente buona», tutrice e garante dei diritti umani - non solo quella dei Bush padre e figlio, o della mefitica accoppiata Nixon-Kissinger, o del criminale Reagan, ma anche quella veltroniana di Kennedy o del rimpianto Clinton - ha potuto fare, e può continuare a fare, quelle nefandezze? E l'Inghilterra culla della democrazia e del liberalismo - non solo quella dei reazionari Churchill e Thatcher, ma anche quella del laburista Tony Blair?
Barnard è andato a Miami e a New York a cercare Orlando Bosch, un terrorista cubano «indifferente alle leggi e alla decenza umana» (parole che si leggono su un documento dell'Fbi), e Emmanuel Constant, un killer e torturatore haitiano, entrambi sul libro paga della Cia. Dopo l'11 settembre 2001 l'amministrazione Bush chiese all'Afghanistan dei taleban la consegna di Osama bin Laden. Non la ebbe e, per questo sgarro e in nome della libertà, seppellì di bombe l'Afghanistan. Stesso mese, stesso anno - come mostra un ritaglio del
New York Times - il presidente di Haiti Aristide chiese per via diplomatica l'estradizione di Constant.
Per quanto colpito come Bosh da un ordine di espulsione, entrambi continuano a vivere tranquilli, uno a Miami, l'altro a New York. Un documento di Amnesty international s'intitola: «United States, a safe haven for torturers»,. Rifugio sicuro per torturatori, purché i torturatori abbiano ammazzato e torturato dalla parte giusta.
I governi americani sono mai stati terroristi, hanno mai sostenuto il terrorismo? Risponde David Mac Michael, ex agente della Cia distaccato negli anni `80 in Centramerica: «Sì lo sono stati, lo hanno fatto». Non solo: «Secondo la definizione che ne dà la presente amministrazione americana, penso che sì, gli Stati uniti possano essere definiti uno Stato canaglia».
Gli esempi - alcuni dei quali presentati e documentati nel programma di Report - sono infiniti. Noam Chomsky ne ricorda alcuni. La guerra sporca lanciata da Reagan contro il governo sandinista del Nicaragua nell'81 per mano di «squadre della morte chiamate contras». Il golpe del `65 contro Sukarno in Indonesia con il massacro di «uno o due milioni» di comunisti del Pki. La Corte internazionale dell'Aja nell'86 condannò l'America di Reagan per «terrorismo».
Che come risposta intensificò la guerra sporca fino alla caduta dei sandinisti. Alcuni degli gentlemen di allora sono ancora in prima linea. John Negroponte, che coordinava le atrocità dei contras dal suo posto di ambasciatore in Honduras, è il rappresentante all'Onu; Elliot Abrams che era il responsabile per l'America latina, è oggi responsabile per i diritti umani di Bush.
In Indonesia i massacri di militanti e gente del Pki non suscitarono lo scalpore e l'indignazione di quelli che avrebbero poi condannato all'abominia il regime comunista di Pol Pot in Cambogia. Anzi, dice Chomski, «gli americani sapevano e applaudirono. Il New York Times scrisse di Suharto "è un raggio di luce in Asia"». E gli fa eco lo storico inglese Mark Curtis: «L'Inghilterra appoggiò con entusiasmo il massacro in Indonesia».
Ma è nel cortile di casa degli Stati uniti che il terrorismo di stato dell'America così «autenticamente buona» diede il meglio di sé. Brasile, Cile, Argentina, Uruguay (qualcuno ricorda il nome di Don Mitrione?), Bolivia, Paraguay (e ora il Venezuela di Chavez...), Cuba, Nicaragua, El Salvador, Guatemala, Haiti, Santo Domingo, Grenada, il Panama dell'ex amico (come Osama e Saddam) Noriega.
Immagini, documenti, episodi. Il documento «
top se cret» del `62 con cui i servizi indicano allo stato maggiore dell'esercito Usa le opzioni strategiche contro Cuba («Potremmo fare esplodere una nave americana a Guantanamo e incolpare Cuba. Si potrebbe organizzare una falsa campagna terroristica comunista a Miami o persino a Washington che deve colpire i rifugiati cubani. Potremmo affondare una barca piena di rifugiati cubani, oppure incoraggiare i tentativi di omicidio contro i rifugiati cubani negli Stati uniti»). Le liste di persone da far sparire fornite dall'ambasciata Usa in Guatemala. L'assassinio di monsignor Romero a San Salvaror nel marzo `80, per mano del maggiore D'Aubuisson, le 4 suore americane assassinate in Salvador nel dicembre `80, la strage dei 1200 abitanti (tutti civili, fra cui 400 bambini) del villaggio salvadoregno di El Mozote nell'81 ad opera del battaglione d'élite Atlacatl, addestrato dagli americani e con la partecipazione diretta di «consiglieri» americani; l'assassinio dei sei padri gesuiti dell'Università centramericana del Salvador nell'89. Il tutto inoppugnabilmente sostenuto da documenti (non più) riservati e da testimonianze dei protagonisti di allora, nonché dalla forza delle immagini. Poi i manuali e le pratiche di tortura a Fort Benning, in Georgia, la famosa «School of the Americas» per dove sono passati tutti i killer e torturatori della «parte giusta»: «A school of assassins and terrorists», dice Roy Bourgeois, un ex veterano del Vietnam fattosi prete. Poi i massacri della fine anni `90 contro la popolazione kurda. Non per mano di Saddam ma del governo e dei militari turchi armati dagli Stati uniti del liberal Clinton, dall'Inghilterra del laburista Blair, dalla Germania del socialdemocratico Schroeder. Poi le stragi a Timor est, non solo i 200 mila morti del `75 per mano delle truppe indonesiane di Suharto, che aveva chiesto - e ottenuto - il permesso all'accoppiata Ford-Kissinger, ma anche i 4 mila morti del `99 con Clinton-Albright al timone, quelli dell'«interventismo umanitario». Poi la Cecenia di Putin, «2879 decessi avvenuti al di fuori di ogni scontro armato o bombardamento nel solo anno 2002» e «con il plauso di gran parte dell'occidente democratico» .
Meravigliarsi? Indignarsi? E perché mai: «Noi scegliamo la libertà e la dignità della vita». Parola di Bush.


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