FISICA/MENTE

 

 

L'Unità   06.12.2004
L'embargo che non c'è: l'Iveco vende alla Cina camere della morte mobili
di Paola Zanca



I “boia itineranti”, così li chiama Amnesty International. Sono quei furgoni prodotti in Cina dalla Naveco, joint-venture automobilistica di Iveco Juejin Motor, ovvero dalla Fiat, e appositamente modificati per trasformarsi in vere e proprie camere di esecuzione mobili, dove il governo cinese esegue le sue innumerevoli sentenze capitali, che solo nel 2002 hanno superato il numero di mille.

Al momento, la Fiat non ha ancora nè smentito nè confermato il suo coinvolgimento nella spinosa vicenda, nè tantomeno il governo italiano si è preoccupato di dare una risposta all’interrogazione delle due deputate, Elettra Deiana di Rifondazione Comunista e Silvana Pisa dei Ds, che hanno avuto il merito, assieme al senatore Francesco Martone dei Verdi, di provare a rompere il velo di ipocrisia che avvolge la questione dell’embargo alla Cina.

Ma non è tutto. Nell’interrogazione al ministro della Difesa, le due parlamentari avevano posto all’attenzione anche il problema del “falso embargo” alla Cina. Se infatti formalmente è dal 1989, anno della strage di piazza Tienanmen, che è stato imposto ai paesi dell’Unione Europea il divieto di commerciare armi con la Cina, in realtà questo divieto non è mai stato realmente messo in pratica.

Il rapporto di Amnesty International del 14 maggio 2004, a cui Deiana e Pisa fanno riferimento e che si intitola Undermining Global Security: the European Union's Arms Exports, evidenzia in maniera inconfutabile l’assenza di controlli sulle esportazioni di armi leggere. Il Codice di condotta sull’esportazione di armi dell’Ue, che risale al 1998, stabilisce che le armi non dovrebbero essere esportate verso paesi dove vi è il chiaro rischio che possano essere usate per la repressione interna o dove sono state riscontrate gravi violazioni dei diritti umani. Il Codice però non è legalmente vincolante e la decisione finale sulle esportazioni rimane una prerogativa dei governi nazionali.

Nel 1998 sono l’Italia ha effettuato consegne di armi per 21 miliardi delle vecchie lire. Una vera e propria violazione dell’embargo imposto dall’Unione Europea alla Cina. L’Italia, infatti, ha ovviamente fatto proprio il Codice che vieta le esportazioni di armi potenzialmente utilizzabili per attività repressive, ma riservandosi il diritto di valutare caso per caso se queste condizioni siano presenti. È così che, alla fine, il divieto di esportazione si è ridotto soltanto ad alcuni tipi di armi leggere, sfollagente e lacrimogeni.

Inoltre, l’Italia ha adottato altri stratagemmi legislativi che impediscono ulteriormente il controllo sul commercio delle armi. L’art 5 della legge 185/90 stabilisce che il Governo, entro il 31 marzo di ciascun anno, riferisca al Parlamento in merito alle operazioni autorizzate presentando una Relazione Annuale in cui ciascun Ministero informa sulle proprie attività in tema. Ma se inizialmente le Relazioni presentate al Parlamento indicavano in una tabella il tipo di arma esportata, il valore, la quantità e il Paese acquirente, dal 1993, per tutelare "la riservatezza commerciale delle imprese" è stata omessa la colonna che permetteva di individuare l’importatore. In questo modo, solo incrociando i dati delle varie tabelle si riesce a ricostruire una parte delle esportazioni.

 

il manifesto - 02 Dicembre 2004

Mari a propulsione nucleare
Il governo ammette: sottomarini atomici in 11 porti. I piani di emergenza saranno in parte resi pubblici, il top secret era contro la legge. Ma vanno riscritti
ANGELO MASTRANDREA


Saranno desecretati, anche se solo parzialmente, i piani di emergenza per gli undici porti nucleari italiani. Lo ha affermato il sottosegretario ai rapporti con il parlamento Cosimo Ventucci (Forza Italia) rispondendo a una interrogazione del verde Mauro Bulgarelli. E' la prima ammissione, quasi cinque anni dopo l'inchiesta condotta dal manifesto e dal Diario della settimana, che rivelò l'esistenza dei porti in cui possono attraccare navi e sommergibili a propulsione nucleare, pubblicando il piano di emergenza militare di La Spezia. Era il 19 febbraio del 2000, al governo c'era l'Ulivo che non mise minimamente in discussione quello che appariva evidente: il diritto dei cittadini a essere informati dei rischi e di sapere come comportarsi in caso di emergenza. Invece i piani continuarono a rimanere top secret e in alcune città si formarono comitati di cittadini che, come a Taranto, riuscirono a ottenere la visione di una parte dei piani. Mentre Venezia, il dodicesimo porto, riuscì a farsi depennare in quanto città d'arte. Manco a farlo apposta, pochi mesi dopo, a maggio, al largo delle coste della Sicilia andò in avaria il reattore di un sommergibile britannico, il Tireless, che chiese l'autorizzazione ad approdare in un porto italiano, verosimilmente Augusta o Taranto. Ma il governo italiano, nel mirino dei pacifisti e della sinistra dell'Ulivo per la vicenda dei piani di emergenza, rispose picche, e il Tireless fu costretto a trascinarsi, a reattore spento, fino a Gibilterra, dove ne nacque un caso diplomatico con la Spagna che durò alcuni mesi. Ora finalmente, dopo un altro incidente goffamente nascosto, un anno fa al sottomarino Usa Hartford tra Sardegna e Corsica, e sotto la pressione popolare, in particolare in Sardegna, il governo conferma tutto. Il numero dei porti, 11, in ordine alfabetico Augusta, Brindisi, Cagliari, Castellammare di Stabia, Gaeta, La Maddalena, La Spezia, Livorno, Napoli, Taranto e Trieste. L'esistenza di piani di emergenza militari e civili, entrambi finora «classificati», risalenti alla fine degli anni `70 e non aggiornati. L'assenza di qualsiasi copertura assicurativa per i cittadini nel caso di incidente. La particolare pericolosità del punto di approdo della Maddalena, in Sardegna, tanto che già nel 1975, appena tre anni dopo l'accordo tra il governo Andreotti e quello statunitense che concedeva agli Usa la presenza fissa di una nave approdo sull'isola di Santo Stefano, l'Italia si pose il problema di elaborare un piano di emergenza in caso di incidente nucleare. Tuttora segreto, nonostante un decreto legislativo, il 230 del `95, ne imponga invece la pubblicità, tanto che la commissione europea ha aperto una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia.

Il decreto è stato riesumato proprio da Bulgarelli, che ha recitato in aula gli articoli in cui si prevede che «le informazioni devono essere fornite alle popolazioni senza che le stesse ne debbano fare richiesta», che «la popolazione che rischia di essere interessata dall'emergenza radiologica viene informata e regolarmente aggiornata sulle misure di protezione sanitaria nonché sul comportamento da adottare in caso di emergenza radiologica», e che presso il ministero della salute avrebbe dovuto essere costituita una commissione permanente contro i rischi delle radiazioni.

Naturalmente, tutto è rimasto lettera morta. Dal sottosegretario Ventucci si apprende che l'allora Camen (Centro applicazioni militari energia nucleare), un organo tecnico del ministero della Difesa, «elaborò nel 1975, con riferimento alla base navale della Maddalena, e successivamente, nel 1979, per gli altri porti con presenza di unità navali a propulsione nucleare, i presupposti tecnici per la predisposizione dei piani di emergenza interna alle basi navali». Che questi «presupposti» costituirono la base per l'elaborazione, negli anni successivi, dei piani civili, ad opera delle prefetture. Piani oggi ritenuti obsoleti, tanto che l'Agenzia per la protezione dell'ambiente (Apat) ha avviato «i processi di revisione dei piani delle aree portuali di La Spezia, Gaeta, Napoli, La Maddalena e Augusta». Non solo. Il ministero della Salute avrebbe predisposto un decreto attuativo del ddl del `95 che prevede le procedure per informare la popolazione. Ancora troppo poco, per Bulgarelli, che sottolinea come la legge continui a essere disattesa e i piani siano assolutamente inadeguati. Un esempio? «Si prevede l'utilizzo di un medicinale a soluzione galenica, preparato da un farmacista al momento dell'incidente. Possiamo mai immaginare un farmacista, informato dal prefetto dopo che l'incidente è già avvenuto, che prepara centinaia di migliaia di soluzioni galeniche per la popolazione civile?» Soprattutto se, come prevedeva il piano spezzino, lo stesso prefetto e il sindaco dovrebbero essere informati solo se e quando i vertici militari lo ritengano opportuno. Prendendo come parametro di riferimento l'incidente all'Hartford, tutto ciò potrebbe voler dire «mai».

il manifesto - 02 Dicembre 2004

Più rischiosi di Chernobyl
Dossier del Politecnico di Torino: oltre 100 gli incidenti
A. MAS.


In gergo tecnico si definiscono «accident prone». Tradotto vuol dire che i sottomarini nucleari «possono subire vari tipi di incidenti, anche molto gravi, con frequenza notevolmente maggiore rispetto ai sistemi nucleari civili». Incidenti come quello al sommergibile inglese Tireless, nel maggio 2000, o allo statunitense Hartford, nell'ottobre 2003, non sono affatto casuali. Le cifre parlano di 12 emergenze nucleari e oltre 100 emergenze radiologiche negli ultimi 40 anni. E, a quanto si sa, sei sottomarini nucleari - due Usa e quattro russi, ultimo dei quali il Kursk - giacciono in fondo ai mari con il loro reattore in seguito a incidenti, e non si conoscono gli effetti sull'ambiente visto che i sottomarini in genere sono progettati per resistere alla pressione del mare non oltre i 500 metri di profondità. A sostenerlo è un approfondito studio realizzato da Francesco Iannuzzelli dell'associazione telematica Peacelink, Francesco Polcaro del Cnr e Massimo Zucchetti del Politecnico di Torino. Secondo la ricerca, nel mondo oggi circolano 160 sottomarini nucleari russi, inglesi, francesi e soprattutto americani. Pur essendo la loro produzione antieconomica, tanto che l'industria civile non ne utilizza, negli States il problema è il legame tra le due industrie che in regime di semi-monopolio li costruiscono, il Pentagono e la Casa bianca. La General Dynamics ha versato ai partiti dal gennaio 2003 1,3 milioni di dollari, di cui il 64% ai repubblicani, e la Northrop Grumann 1,24 milioni, il 58% ai repubblicani.

Il mare Mediterraneo, nuova frontiera militare tra occidente e paesi arabi, è quello che maggiormente ne fa le spese. Da qui l'allarme per la sicurezza, dovuto all'alto numero di incidenti e all'inquinamento radioattivo nei mari e nei porti in cui sostano, alla gestione delle scorie e del reattore, una volta che il sommergibile sarà smantellato.

L'incidente più comune, lo stesso accaduto al Tireless, è l'avaria all'impianto di raffreddamento «con perdita di refrigerante», «un incidente pericoloso perché può generare il surriscaldamento del reattore», tanto che nelle centrali nucleari esiste un sistema di raffreddamento d'emergenza che nei sottomarini non c'è. Secondo gli scienziati «ci ritroviamo con il paradosso che reattori nucleari che non otterrebbero la licenza di esercizio in nessuno dei paesi che utilizzano l'energia atomica, circolano invece liberamente nei mari», in «condizioni operative pericolose per via del loro impiego militare anche in tempo di pace, che possono comportare altri incidenti (esplosione di siluri, collisioni, urti con il fondale) dalle conseguenze pericolose per il reattore a bordo».

Ma allora perché ostinarsi a tenerli in funzione? Perché «non ci sono i soldi per smantellarli», è la risposta dei tre esperti.

il manifesto - 02 Dicembre 2004

E alla Maddalena ora indaga la Regione
La giunta Soru annuncia una commissione internazionale sull'inquinamento della base Usa
GIUSEPPE FARRIS


LA MADDALENA (Sassari)
I francesi lo sanno già che nelle acque dell'arcipelago della Maddalena il tasso di radioattività è superiore ai minimi di sicurezza. Una commissione di scienziati, istituita dal governo, ha analizzato l'acqua poche settimane dopo che un sommergibile nucleare Usa, di stanza nella base sarda, si era schiantato, qualche mese fa, contro uno scoglio nelle Bocche di Bonifacio. Da parte italiana, invece, solo le analisi dell'Azienda sanitaria locale di Olbia, che dice di monitorare regolarmente il mare e di non aver mai trovato niente di preoccupante. Ha ragione la Asl o hanno ragione i fisici e i biologi francesi? Il ministro Altero Matteoli, messo alle strette dalla commissione Ambiente della Camera, ha promesso che esami seri li farà lui, esattamente come ha già fatto il suo collega parigino. Ma non ha detto né come né quando. Un impegno generico che, passato ormai più di un mese, non ha avuto sinora alcun riscontro di fatto. Insomma, tra Asl e ministro c'è poco da stare tranquilli. E' per questo che la giunta regionale della Sardegna ha deciso di farsele da sola, le analisi. L'intenzione di affidare ad un team di scienziati di livello internazionale il compito di campionare le acque dell'arcipelago e di valutare il grado d'inquinamento radioattivo è stata resa pubblica dal presidente della giunta, Renato Soru, durante la sua visita alla Maddalena, a fine ottobre. Ora viene ufficialmente confermata.

Al momento dell'apertura della base, nel 1971, l'accordo tra il governo, allora presieduto da Giovanni Spadolini, e la Regione Sardegna conteneva due clausole che ora Soru e la sua giunta chiedono che siano applicate. La prima prevedeva che la base sarebbe stata smantellata nel caso fosse venuta a mancare la motivazione strategica che ne aveva determinato la nascita: in quegli anni, il confronto mondiale con l'Unione sovietica. La seconda, che la Regione i controlli sulla sicurezza degli impianti militari li potesse fare di propria iniziativa, in accordo con il ministero della Difesa. Sul primo punto, Soru e la sua maggioranza sono stati chiari: la Sardegna è un soldato stanco, ha già dato moltissimo e ora chiede il cambio. Nessuna regione italiana ha servitù miliari così estese come quelle che esistono nell'isola. Gli americani dalla Maddalena se ne devono andare.

Sul secondo punto, dopo anni di silenzio e d'immobilismo, la Regione vuole muoversi per proprio conto. Se ci sono rischi per la salute di chi vive alla Maddalena, bisogna che lo si sappia subito. Senza contare il fatto che l'arcipelago è un parco naturalistico e che in estate i turisti arrivano a decine di migliaia. Non è pensabile che si continuino a correre rischi d'inquinamento nucleare o, peggio, d'incidenti di proporzioni catastrofiche legati alla presenza dei sottomarini Usa.

Sul fronte dei porti nucleari, però, la Maddalena non è, in Sardegna, l'unica emergenza. C'è anche il caso di Capo Sant'Elia, massiccio roccioso sulla costa a ovest di Cagliari dove la Marina italiana ha un enorme deposito di carburante: 533 mila metri quadrati, ricavati nelle gallerie scavate sotto il promontorio. Del deposito si servono anche navi statunitensi e di altri paesi della Nato in transito nel Mediterraneo. La vicinanza di Capo Sant'Elia a Cagliari pone problemi di sicurezza, resi ancora più seri dal fatto che nella rada di fronte alla città la Us Navy ha un punto di attracco per i suoi sommergibili. La prefettura ha reso noto un piano d'emergenza destinato a scattare in caso d'incidente. Ma su quali siano le effettive misure di sicurezza, c'è il buio più totale.

NEL MEDITERRANEO
Nel fondo del Mediterraneo giacciono due non meglio definite «capsule nucleari», perdute a seguito di un incidente aereo di cui non si è mai saputo nulla. Il 20 agosto 1959 la città di Napoli «rischiò la catastrofe» per un incendio a bordo del caccia Decour. Nel 1976 in Sicilia la collisione tra due navi Usa (la portaerei J.F.Kennedy e l'incrociatore Belknap, entrambe dotate di armi nucleari) avvenuta durante un'esercitazione al largo della Sicilia, stava per causare un grave incidente nella santabarbara nucleare. In quell'occasione fu lanciato l'allarme Broken Arrow, il più grave secondo la classificazione Usa.

 

INCIDENTI FRANCESI
Tre sottomarini sui sei della flotta francese hanno subito gravi incidenti. Nell'agosto del `93 il Rubis urtò una petroliera al largo di Fos, sfiorando la catastrofe ambientale. Nel febbraio del `94 ci fu un incendio a bordo dell'Amethiste. Un mese dopo un altro incendio, a bordo dell'Emeraude, fece dieci vittime tra l'equipaggio. Il governo francese non ha mai reso pienamente note la dinamica e gli esiti degli incidenti. La portaerei francese a propulsione nucleare Charles de Gaulle, inoltre, entrata in mare per dei test nel luglio 2000, è dovuta rientrare alla base per dei problemi alla propulsione e non è mai più salpata.
 

LE NAVI DA GUERRA
Dall'immediato dopoguerra al 1988 nel Mediterraneo si sono verificati 114 incidenti in cui sono state coinvolte navi da guerra. Le tre flotte nucleari che pattugliano il Mediterraneo (Usa, Gran Bretagna e Francia) hanno subito rispettivamente 61, 16 e 12 incidenti.
 

UN NUKE DI NOME LENIN
Il rompighiaccio sovietico Lenin è stata la prima nave civile a propulsione nucleare. Ironia della sorte, è stato decommissionato nel 1989, l'anno del crollo del muro di Berlino. Il nucleare applicato alle imbarcazioni civili si è dimostrato nella sostanza un fallimento. Attualmente, rimangono in circolazione solo alcune rompighiaccio russe.
 

Iraq, Bush invia altri 12.000 soldati
Il contingente Usa salirà a 150.000 uomini. Nuovi combattimenti per le strade di Falluja
Armi italiane per il governo filo-Usa di Allawi. Si tratterebbe di navi, elicotteri, blindati. L'ha annunciato il ministro della difesa iracheno H. Shalaan

STEFANO CHIARINI


L'impossibilità di controllare il territorio del paese all'indomani delle massicce offensive di queste ultime settimane, a cominciare dalla stessa Falluja, avrebbe spinto l'Amministrazione Bush a decidere l'invio in Iraq di altri 12.000 soldati in vista delle elezioni del prossimo gennaio. Il contingente Usa salirà così da 138.000 a 150.000 uomini ai quali vanno aggiunti altri 20.000 soldati dei vari contingenti e circa 15.000 mercenari. Oltre ovviamente alle milizie locali filo-Usa della polizia e della Guardia nazionale irachena composta in gran parte dai perhmerga kurdi e dai militanti dei movimenti pro-iraniani. L'aumento degli effettivi dell'esercito americano in Iraq, al termine di un mese come quello di novembre che ha visto -insieme ad aprile - il maggior numero di caduti Usa dall'inizio dell'occupazione ( 134, con una media giornaliera di circa 4 caduti al giorno) verrà realizzato trattenendo per alcune settimane i reparti che avrebbero dovuto lasciare il paese dopo un anno di duri combattimenti e anticipando l'arrivo di truppe fresche. La notizia dell'aumento del contingente Usa è venuta nel giorno in cui alcuni comandanti americani a Falluja hanno ammesso che gruppi di resistenti iracheni continuano ad attaccare le truppe Usa anche nelle zone ritenute «bonificate» della città. Alcuni gruppi di resistenti sarebbero rimasti in città nascosti in una rete di tunnel sotterranei mentre altri sarebbero tornati indietro dopo esserne usciti utilizzando alcune fogne e tubi che sboccano lungo gli argini dell'Eufrate. In uno di questi scontri, lunedì sera, un marine è stato ucciso e altri tre sono stati feriti. La città è ancora inaccessibile ai suoi abitanti e i soldati americani - veri e propri «combattenti stranieri che compiono atti di terrorismo) - continuano ad «aiutare» la popolazione locale completando l'opera di demolizione dei pochi edifici rimasti ancora in piedi. Drammatica la situazione di oltre 200.000 profughi accampati in gran parte in miseri campi nella città di Baghdad. Ad aiutarli alcune Ong e gruppi di medici iracheni che hanno denunciato ieri alla stampa il fatto che il ministero della sanità, non solo non ha fatto nulla per assistere la popolazione durante l'assedio ma neppure sta facendo nulla oggi per alleviare le misere condizioni dei rifugiati. Non solo, come denunciato dalla dottoressa Aisha Mohammed, il ministero della sanità avrebbe dato disposizione ai medici degli ospedali di non aiutare gli abitanti di Falluja.

Nell'ambito del rafforzamento delle milizie locali pro-occupazione il governo Berlusconi si appresterebbe non solo a mantenere in Iraq il nostro contingente di occupazione ma anche a fornire al governo Allawi, nominato dagli Usa, «navi militari con attrezzature tecnologicamente avanzate, blindati, elicotteri, visori per carri armati». Lo ha sostenuto ieri il ministro della difesa iracheno Hazem Shalaan, in visita a Roma, dove ha incontrato il suo omologo italiano Antonio Martino. Il ministro della difesa di Baghdad non ha precisato le dimensioni economiche dell'intesa limitandosi a sostenere che si tratta di «cifre consistenti». I singoli contratti saranno esaminati la prossima settimana nel corso di un viaggio a Roma di una missione militare irachena. Al di là del fatto di fornire mezzi bellici ad un governo che sta collaborando con gli occupanti nel reprimere la propria popolazione, e senza contare che di tutto la popolazione irachena ha bisogno tranne che di altre armi, non è chiaro chi pagherà il conto. Probabilmente i contribuenti italiani.


Repubblica 5 dicembre 2004

Roma, 19:42
Iraq, allievi ufficiali iracheni ad accademia Modena

Alcuni allievi ufficiali iracheni frequenteranno i corsi dell'Accademia militare di Modena. Lo ha detto il capo di Stato maggiore della Difesa, l'ammiraglio Giampaolo Di Paola, il quale ha aggiunto che l'impegno dell'Italia per l'addestramento delle forze armate del dopo Saddam è "a tutto campo". Quindi "una decina" gli istruttori italiani che parteciperanno, forse già da gennaio, alla missione Nato per l'addestramento degli ufficiali iracheni, che è stata organizzata e pianificata anche con il contributo di personale italiano della Nato.

 

Kosovo, il premier è un criminale di guerra
Haradinaj, eletto dall'assemblea di Pristina, è nel mirino della corte dell'Aja. I serbi all'Onu: annullate la nomina
Dall'Uck al governo Il politico, con un passato nella Legione straniera, è noto per le sue efferatezze contro civili serbi

S. LI.


La nomina a premier del Kosovo di Ramush Haradinaj - annunciata alla fine di novembre e ufficializzata l'altroieri dal parlamento di Pristina - sta scatenando un putiferio sia in Serbia che nella provincia semi-autonoma a maggioranza albanese. Accolta con disappunto dai politici kosovari esclusi dall'accordo tra il presidente «moderato» Ibrahim Rugova - che si è assicurato così la rielezione per un secondo mandato - e dal leader dell'Alleanza per il futuro del Kosovo (Aak) assurto al ruolo di premier, la mossa è considerata quasi una dichiarazione di guerra a Belgrado. «Una provocazione politica», l'ha definita il premier Vojislav Kostunica, riprendendo le dichiarazioni al vetriolo di qualche giorno fa del presidente Boris Tadic. A poche ore dal voto dell'Assemblea di Pristina, le autorità serbe hanno chiesto al capo dell'Unmik (la Missione Onu in Kosovo), Soren Jessen Petersen, di annullare la nomina. Da parte loro, i partiti kosovari rimasti all'opposizione - il Partito democratico del Kosovo (Pdk) di Hasim Thaqi e dell'ex premier Bajram Rexhepi e il movimento Ora guidato dall'intellettuale-magnate Veton Surroj - annunciano battaglia. E, certo, hanno tutti i numeri per dare filo da torcere al nuovo governo, la cui maggioranza risicata (62 seggi su 120) lo rende estremamente fragile: subito dopo il voto, Surroj ha dichiarato alle agenzie di stampa che «ben presto si andrà incontro a una crisi di governo».

Ma, al di là della situazione politica interna del Kosovo e dell'irritazione serba, è un evento esterno a mettere a rischio il già precario governo della provincia: il possibile deferimento del nuovo premier al Tribunale internazionale dell'Aja per «crimini di guerra». La «spada di Damocle» di Carla del Ponte pende pericolosamente sulla testa del leader dell'Aak. Il suo curriculum come comandante dell'Uck nella regione occidentale di Pec, Decani e Djakovica tra il 1998 e il 1999 è denso di episodi di documentata violenza, che potrebbero presto portarlo alla sbarra. Tre uomini a lui vicini sono già sotto processo all'Aja per «uccisioni, trattamenti crudeli, atti disumani» commessi contro civili serbi e albanesi moderati.

Intervenendo nella seduta inaugurale del Parlamento, Haradinaj ha cercato di gettare acqua sul fuoco, affermando che «le priorità di questo governo saranno l'applicazione degli standard democratici per la metà del 2005, lo sviluppo economico e la creazione di un Kosovo indipendente».

Secondo il processo avviato dalle Nazioni Unite, che amministrano la provincia ancora formalmente parte della Serbia-Montenegro, a metà dell'anno prossimo dovrebbe iniziare la verifica degli accordi di pace di Kumanovo del 1999. Data la situazione di profonda tensione tra le parti -rinfocolata oggi dalla nomina del sanguinario Haradinaj a capo del governo - è difficile che si giungerà a un accordo à l'amiable tra le parti. Non è un caso che già nei giorni scorsi l'Alto rappresentante per la politica estera dell'Unione europea Javier Solana ha detto di dubitare che «una persona in una tale posizione, se incriminata dall'Aja, possa essere la persona più adatta per far lavorare all'applicazione degli standard per il Kosovo».

Mentre i giochi politici portano alla poltrona di premier la persona meno indicata per il già difficile processo di riconciliazione tra le componenti etniche della provincia, la realtà sul terreno rimane disastrosa, tanto per gli albanesi (che soffrono di una disoccupazione cronica e della totale mancanza di investimenti nella regione), che per gli 80mila serbi costretti a vivere come prigionieri in enclaves protette dai soldati della Nato-Kfor.


IL RACCONTO DEL SOLDATO PENTITO: ''CIVILI UCCISI SENZA UN PERCHE'''

«Gli Stati Uniti stanno compiendo un genocidio, e lo stanno facendo volontariamente. 100.000 morti? Nessuno saprà mai il numero esatto». «È stato un massacro. Il mio battaglione era stato dispiegato in una zona periferica di Baghdad. Qui avevamo allestito un posto di blocco. Gli ordini erano precisi: sparare alle macchine che non si fossero fermate al nostro segnale di alt. Nel giro di quarantotto ore abbiamo ucciso trenta civili. Dentro le loro automobili non abbiamo trovato nessuna arma. Abbiamo finito il lavoro gettando i loro corpi in una fossa, come ci era stato ordinato dai nostri superiori». Jimmy Massey  parla con distacco dell'inferno che ha visto e vissuto in prima persona in Iraq. Le sue parole sono misurate, il tono della sua voce è calmo e piatto, il suo sguardo molto spesso si abbassa a guardare le sue mani, mani che hanno sparato e ucciso altri esseri umani. Quando venne richiamato negli Stati Uniti, nel dicembre del 2003, il sergente Massey del corpo dei Marines venne colpito da una forte crisi depressiva. «Non ci sono medicine per poter curare le ferite dell'anima: sono sfregi interiori che rimarranno per sempre».
Jimmy Massey, 33 anni, dodici dei quali spesi nell'Esercito, è giunto a Toronto in occasione dell'inizio delle udienze presso l'Immigration and Refugee Board di Jeremy Hinzman, il soldato americano che, dopo essersi rifiutato di partire per l'Iraq, è fuggito dagli Stati Uniti e sta cercando ora di ottenere asilo politico in Canada. Massey porterà le sue esperienze vissute in Iraq di fronte alla commissione, per ribadire che «la guerra fatta dagli Stati Uniti è illegale e rifiutare di parteciparvi è un diritto».

«Ho fatto parte del corpo dei Marines per dodici anni -racconta l'ex soldato - in questo periodo ho avuto molti compiti, ho partecipato a varie missioni. Nell'inverno del 2002, nella nostra base nel North Carolina, iniziammo un'esercitazione specifica sulla guerriglia
urbana che durò parecchie settimane. Quindi la preparazione venne incentrata sulla chiusura e il sabotaggio di pozzi petroliferi: nelle esercitazioni utilizzavamo le mappe di Ar Rumaylah, una località meridionale dell'Iraq. Il 2 gennaio ricevetti la telefonata dai miei superiori: sarei stato dislocato in Kuwait, in una missione top secret».

«Arrivammo in Kuwait il 22 gennaio. In tutto eravamo circa 1.200 marines. Qui iniziò la nostra preparazione specifica per l'invasione dell'Iraq. A metà febbraio 2003 eravamo pronti, aspettavamo da un giorno all'altro l'ordine per iniziare l'attacco». Le operazioni di
guerra partirono il 22 marzo e Massey si trovò sin da subito in prima linea. «Non ci furono grossi problemi - ricorda - la resistenza che ci trovammo di fronte era male armata,
disorganizzata. I vertici militari hanno parlato dell'uso di armi intelligenti, capaci di centrare obiettivi specifici con grande precisione. In realtà fin dall'inizio del conflitto l'esercito americano fece un largo utilizzo di "cluster bomb" e bombe al napalm: era facile vedere civili iracheni morti sui bordi delle strade, completamente dilaniati, sfigurati, divorati dai vermi e dalle mosche».

Il punto di vista di Massey sull'intervento in Iraq ha vissuto con il passare dei mesi una parabola tipica di molti altri suoi commilitoni. Partito dagli Stati Uniti con la convinzione «che l'Iraq avesse armi di distruzione di massa e che il regime di Saddam andasse neutralizzato» con il passare delle settimane la sua posizione è radicalmente cambiata. «La nostra avanzata verso nord procedeva senza troppi intoppi - ricorda l'ex sergente - il mio battaglione fu assegnato alla presa di Salman Pak, quello che secondo la stampa americana doveva essere un campo d'addestramento per terroristi e che in realtà era il centro dell'Intelligence irachena: la struttura era occupata solamente da civili, ma questo
lo scoprimmo solamente in un secondo momento. Il blitz scattò di notte, entrammo dentro e iniziammo a sparare all'impazzata, come "cowboy", uccidendo chiunque vedessimo di fronte a noi».
«Nei dintorni di Salman Pak, la mattina seguente, le mie convinzioni iniziarono a vacillare. Ci stavamo riposando, io ero stremato, stavo cercando di scaricare tutta l'adrenalina accumulata la notte precedente. Un uomo iracheno mi venne incontro, con il figlio in
braccio. Il bambino avrà avuto non più di due anni. L'uomo si avvicinò e mi mise in braccio il figlio. In quel momento realizzai l'assurdità di quello che stavo facendo: l'umanità di quel gesto, fatto da uno sconosciuto contro il nostro folle atteggiamento, mi aprì gli occhi. Mi guardai allo specchio. Avevo il volto completamente sporco di sabbia, il sudore che mi colava dalla fronte e le mani impastate di sangue: ero un mostro, ero un demone e lo
sarei stato per sempre».

Ma per il sergente Massey il precipizio che porta dritto all'inferno non finì quel giorno. «Con il passare delle settimane la situazione continuò a peggiorare. Durante una manifestazione pacifica organizzata su un ponte nella zona dell'aeroporto della Capitale
sentimmo esplodere alcuni colpi che passarono sopra le nostre teste: aprimmo il fuoco sulla folla fino a quando non si mosse più nulla.
Andammo a controllare i cadaveri: erano tutti civili disarmati. Tra loro c'era un bambino di sei anni, colpito da un proiettile in mezzo alla fronte. Il giorno successivo, nel consueto briefing con la stampa, i vertici militari definirono l'episodio come "un'azione contro un gruppo di ribelli" e i media lo riportarono come tale. Ora la mia domanda è questa: come si può definire quello che abbiamo fatto come "un'azione contro dei ribelli"? Cosa ci farebbe un bambino di sei anni in mezzo a dei terroristi? Il signor Bush può forse darmi una risposta? Lo possono fare i vertici militari?».

Il giorno successivo accadde un nuovo, sconvolgente episodio. «Eravamo di turno in un posto di blocco su una autostrada, nella periferia di Baghdad. Una Kia con quattro persone a bordo non si fermò al nostro segnale di stop: aprimmo il fuoco contro i
quattro occupanti. Solo uno rimase ferito di striscio, gli altri tre morirono poco dopo. Ho ancora di fronte l'immagine di questo uomo, la rabbia e la dignità del suo volto: uscì dalla macchina con le mani in alto e si avvicinò a noi. "Perché avete ucciso mio fratello? - chiese - Cosa vi abbiamo fatto? Perché avete sparato?". Nessuno di noi rispose, nessuno di noi avrebbe potuto farlo. Controllammo a fondo il veicolo, dentro non c'era nessuna arma. Queste persone non erano ribelli, non erano terroristi, non costituivano alcuna minaccia. Sono state semplicemente assassinate».

Il tono di Massey diventa più duro. Non riesce più a controllarsi, a tenere dentro il senso di colpa e la rabbia. «Dobbiamo uscire da un luogo comune che ci viene ripetuto tutti i giorni: non siamo portatori di pace, non siamo liberatori. I marines hanno un unico scopo: uccidere e distruggere. Questo è il nostro lavoro, questo è il nostro mestiere, questo è ciò che ci insegnano. Non abbiamo compiti umanitari, non facciamo azioni di peacekeeping: il nostro obiettivo è semplicemente uccidere e distruggere, siamo pagati per fare questo».

Il calvario di Massey finì nel dicembre del 2003, quando fu rispedito a casa a causa di «una forte depressione e disordini dovuti a stress post-traumatico». Da quel momento ha lasciato il corpo dei Marines e ha deciso di aderire al movimento pacifista. «Gli Stati Uniti stanno diventando una nazione di guerra. I ragazzi e le ragazze delle classi sociali a basso reddito si arruolano perché è l'unico modo per poter guadagnare qualche soldo: per poter studiare, per poter essere indipendenti dai genitori. In certe realtà locali la scelta di entrare nella Guardia Nazionale o di fare carriera nell'esercito è l'unico modo per potersi costruire una vita. Io sono stato per dodici anni nel corpo dei Marines: anche nel mio caso la scelta non fu dettata da convinzioni ideologiche, ma dalla situazione economica. Avevo semplicemente bisogno di soldi».

L'esperienza vissuta in Iraq segnerà per sempre Jimmy Massey. Ma non sono stati solamente gli episodi di sangue a sconvolgere il suo modo di pensare. «È assurdo come si sta comportando la stampa in Iraq. Nessuno sta raccontando veramente il conflitto, ma semplicemente vengono riportate le notizie che sono passate dall'esercito. La maggior parte di queste sono finzioni, bugie, dati e numeri sbagliati. I giornalisti sono "incorporati" nell'esercito, seguono le azioni dei soldati dall'interno dei carri armati e vengono portati laddove hanno deciso i vertici militari». «Il numero dei civili uccisi a causa del nostro intervento è altissimo - conclude Massey - alcune stime parlano di almeno 100.000 vittime. Credo che un dato certo e definitivo non potremo mai averlo. Bisogna tenere conto delle decine di migliaia di persone che muoiono di stenti. Di una cosa comunque sono certo: in Iraq stiamo commettendo un genocidio, e lo stiamo facendo volontariamente».

Fonte:www.tandemnews.com/viewstory.phpstoryid=34075  -   6.12.04

 

Il manifesto 7 dicembre 2004
Iraq, 1300 soldati Nato. No di Parigi, Berlino, Madrid
Elezioni, prove Usa di guerra civile. Esame del Dna, lavoro coatto e marchio sui vestiti per gli abitanti di Falluja
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Falluja, via i soccorsi I comandi americani hanno cacciato ieri medici e infermieri della «mezzaluna rossa» appena giunti in città per soccorrere i sopravvissuti
STEFANO CHIARINI


Prima di quanto molti potessero immaginare i soldati della Nato potrebbero prendere direttamente parte alla guerra in Mesopotamia. I militari inviati in Iraq dovrebbero oscillare tra i 1000 e i 1300 uomini ma tra questi non ci sarà alcun ufficiale o soldato di alcuni importanti paesi europei come Francia, Germania, Spagna, Belgio, Lussemburgo, Spagna, i paesi contrari ad un progressivo scivolamento dell'Alleanza nella palude irachena. Prenderanno parte alla nuova guerra contro il popolo iracheno, soldati e ufficiali americani, britannici, italiani, olandesi, danesi e di alcuni paesi dell'est come Romania, Polonia e Ungheria. Lo hanno confermato ieri alla stampa «autorevoli fonti» della Nato alla vigilia della riunione del Consiglio Atlantico al quale parteciperanno i ministri degli esteri dei 26 paesi membri. L'invio del contingente è stato voluto con determinazione dall'amministrazione Bush per coinvolgere nel disastro iracheno altri importanti paesi, per mascherare di fronte alle opinioni pubbliche, come quella italiana, un simbolico ma politicamente importante aumento nel numero dei soldati presenti in Mesopotamia e infine per avere una «copertura politica» anche da quei paesi che si rifiutarono di partecipare alla guerra in Iraq. Quest'ultimo obiettivo non sarebbe stato però raggiunto. I sei paesi già contrari all'invio di truppe hanno mangiato la foglia e si sono detti indisponibili ad una loro partecipazione, a qualsiasi livello, al conflitto in Iraq. Sessanta ufficiali Nato sono già sul posto mentre l'azione dell'Alleanza si svilupperà su due direttrici: la prima riguarderà la costruzione del quartier generale delle forze collaborazioniste irachene a Baghdad e la seconda l'apertura di un'Accademia militare nei pressi della capitale. Nell'ambito di questi due programmi la Nato ha preventivato l'invio di circa 300 alti ufficiali con funzioni di «addestramento» ai quali si aggiungeranno circa 1000 uomini responsabili della logistica, delle comunicazioni e soprattutto della protezione della missione. I sei paesi dissidenti avrebbero però fatto sapere negli ultimi giorni di non essere disposti ad inviare in Iraq neppure i loro ufficiali inquadrati nell'ambito dello «Shape», il comando militare dell'Alleanza situato a Mons, a sud di Bruxelles. Su questo veto si sarebbero create nell'Alleanza forti tensioni dal momento che, sostengono americani e inglesi, gli ufficiali in questione risponderebbero direttamente al Comandante supremo delle forze armate Nato e non ai rispettivi ministri della difesa. Intanto in Iraq si combatte pressoché in tutto il centro-nord del paese - nelle ultime 48 ore sono stati uccisi altri sei marine - e si vanno materializzando i miasmi del piano Usa - gestito dall'ambasciatore John Negroponte, già coinvolto nella «guerra sporca» in Nicaragua - per dividere il popolo iracheno su basi etniche e confessionali. L'istituzionalizzazione delle appartenenze etniche e religiose avvenuta con il primo governo ad interim dopo l'occupazione, la costituzione provvisoria, il governo Allawi, lo scioglimento dell'esercito, l'esclusione ad ogni livello dei sunniti da ogni ganglio del potere, l'arruolamento nelle nuove forze di sicurezza degli uomini delle milizie sciite e curde e infine gli stessi regolamenti elettorali stanno producendo i risultati sperati a Washington e Tel Aviv: Alle elezioni farsa di gennaio, se mai avranno luogo, potrebbero prendere così parte liste sostanzialmente confessionali ed etniche: una coalizione per i curdi, un'altra per gli sciiti guidata dai due partiti filo-iraniani (al Dawa e Sciri) con forse la partecipazione dello stesso Moqtada al Sadr, mentre la comunità sunnita, che ieri ha chiesto inutilmente - insieme ad alcuni esponenti curdi e sciiti - un rinvio di almeno tre mesi delle elezioni, potrebbe astenersi in massa privandole di qualsiasi legittimità. Interessante da questo punto di vista la campagna elettorale nella città morta di Falluja dalla quale le truppe di occupazione hanno di nuovo cacciato ieri, a poche ore dal suo arrivo, la mezzaluna rossa irachena. Si calcola che i circa 200.000 profughi di Falluja, accampati in condizioni igieniche disastrose nella capitale, non potranno tornare nella loro città prima del prossimo gennaio. Non solo. La città sarà trasformata in un grande campo di concentramento: ogni abitante prima di tornarvi dovrà presentarsi presso alcuni centri per essere identificato attraverso un'analisi del Dna, protesi dentarie etc. Una volta completato il processo gli verrà consegnato una specie di marchio da portare sulla giacca sul quale compariranno i suoi dati e il suo indirizzo . Gli uomini saranno poi avviati al lavoro coatto organizzato su base militare per la ricostruzione della città. Un ufficiale Usa ha però precisato ieri che riceveranno una piccola paga. Perché grande è la generosità degli occupanti.

 

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