FISICA/MENTE

 

 

Per l’America Latina, il candidato della mafia terrorista
http://web.tiscali.it/no-redirect-tiscali/cuba_2003/informazione/nuestra_america/altri3.htm 


dicembre 2001 – E’ stato colui che ha permesso al terrorista Orlando Bosch di rifugiarsi definitivamente negli Stati Uniti. In questa e in altre faccende è stato socio di Jorge Mas Canosa, fondatore della Fondazione Nazionale Cubano-Americana (FNCA), e continua a essere vincolato ai circoli anticubani più irresponsabili. Si è distinto in America Centrale come capo della campagna di disinformazione attribuendo una flotta di aerei MIG ai sandinisti. E’ in collusione con Frank Calzón, agente della CIA e cervello dell’anticubana Freedom House di Washington.
Otto Reich è un altro ‘Uomo del Presidente’. E quando George W. Bush diceva che gli avrebbe trovato un posto nella sua Amministrazione, lo diceva sul serio. Che sia un bugiardo di professione, associato a elementi screditati dell’ultradestra o che abbia condiviso i sogni dei terroristi patentati, non importa. E per questo il Presidente si ostina – o si ossessiona? – nel mantenere la sua candidatura come principale rappresentante della Casa Bianca per l’America Latina, con il titolo di Sottosegretario di Stato per l’Emisfero Occidentale.
Nel maggio scorso, il senatore Harry Reid, aiutante del leader della maggioranza democratica al Senato, rispedì la ‘trovata’ di Reich a George W. Bush, invitandolo a trovare un candidato decente. Né più, né meno. Lo scorso 11 ottobre , il senatore Christopher Dodd, in una lettera al Wall Street Journal, ha ripetuto il messaggio e ha invitato nuovamente il Presidente a trovare un candidato "competente". Ma George W. Bush non si è lasciato impressionare.
Così da pochi giorni è riapparsa la ‘nomination’ alla porta del Senato. E questa volta nelle mani dello stesso Segretario di Stato, Colin Powell, che ha messo dietro questa il suo prestigio. E un’argomentazione angelica. Per l’uomo della Guerra del Golfo, "non esiste niente" nella carriera di Reich "che lo dequalifichi" per l’importantissima carica.
Secondo l’agenzia ANSA, Powell ha assicurato che (Reich) "è stato sottoposto a indagine" per tutte le accuse contro di lui e dai risultati è emerso che "è un uomo onorevole".
Per caso, l’onorevolezza alla Casa Bianca è un concetto diverso da quello riconosciuto universalmente?
Figlio di padre austriaco e di madre cubana, Otto Juan Reich, di 56 anni, è nato a Cuba e ha lasciato l’Isola nel 1960, da adolescente, quando la sua famiglia si è stabilita a Charlotte, nel Nord Carolina.
Terminati gli studi, Otto Reich ha trascorso due anni nelle file dell’esercito, in una base di Panama. A partire dal 1972, ha vissuto a Miami ed è entrato in contatto sempre di più con i circoli repubblicani dell’ultradestra, garantendosi il suo futuro nell’Amministrazione.
Da buon opportunista, ha sempre approfittato delle sue origini cubane - anche se aveva abbandonato Cuba all’età di 15 anni – per costruirsi una retorica anticubana che presto gli avrebbe procurato i desiderati benefici. Riconoscendogli il talento per la demagogia, i dirigenti della mafia terrorista di Miami si sono incaricati di aprirgli le porte del potere.
Con l’arrivo di Ronald Regan alla Casa Bianca e durante i dodici anni di regno repubblicano. Reich si trasferì a Washington e occupò posti sempre più importanti, al ritmo delle sue dichiarazioni di assoluta fiducia nell’establishment e nell’estrema destra.
Passò dall’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale all’Ufficio per la Diplomazia Pubblica e poi a Segretario di Stato, per poi ottenere il posto di Ambasciatore in Venezuela, nel 1986.
Lì conobbe Orlando Bosch che, detenuto in un carcere di Caracas, aspettava il suo processo per il sinistro crimine di Barbados, attentato contro un aereo di Cubana de Aviación costato la vita a 73 persone – compresa la squadra cubana di scherma, al completo, che ritornava in patria al vertice della sua gloria, dopo aver trionfato in un torneo continentale.
Anticubano storico, Bosch dall’inizio degli anni ’60 si unì a qualsiasi cospirazione degli elementi più violenti della Florida del sud, con la benedizione della CIA. Si calcola, modestamente, che partecipò a un minimo di 30 attentati in vent’anni. Nel 1968 è condannato (finalmente!) a 10 anni di carcere per avere sparato con un bazooka da 57 mm. contro una nave polacca, in pieno porto di Miami.
Ma, beneficiando di protezioni, il terrorista sparì dalla Florida, approfittando di una libertà condizionata, per poi riapparire in Venezuela, dove subito venne identificato come complice di un altro pericolosissimo terrorista e socio della CIA, Luis Posada Carriles, nell’attentato contro il volo di Cubana, avvenuto di fronte alle coste di Barbados.
Nonostante le prove contundenti che dimostrano la sua colpevolezza, alcuni giudici lo condannano, allo stesso tempo altri del tribunale militare lo assolvono ... mentre Reich aveva preparato personalmente la sua rapida uscita dal paese. Da messaggi recentemente declassificati, risulta che Reich aveva insistito per ottenere il via libera da Washington e far rientrare il terrorista in territorio nordamericano.
In una nota segreta inviata prima della decisione del tribunale, Reich precisa che gli "amici" di Bosch sono già pronti "per farlo uscire dal Venezuela in meno di quattro ore a partire dalla sua liberazione".
Bosch venne, effettivamente, liberato e inviato rapidamente a Miami, dove continuò a beneficiare dell’ospitalità nordamericana, nonostante una nota dell’FBI che lo caratterizzava come uno dei più pericolosi terroristi.
Intanto, si sviluppava l’indagine sul famoso caso Iran-Contras, un’operazione grazie alla quale l’Amministrazione Regan arrivò a finanziare la guerra sporca contro i sandinisti nicaraguensi attraverso vendite segrete di armi all’Iran e di altri prodotti "non santi".
E chi apparve nel capitolo della disinformazione dell’opinione pubblica nordamericana? L’ "onorevole" Otto Reich, che, come direttore del nuovo Ufficio della Diplomazia Pubblica (OPD) aveva utilizzato tutta la sua immaginazione furibonda non solo per nascondere all’opinione pubblica nordamericana le attività criminali del tenente colonnello Oliver North, ma anche per disinformarla, disorientarla e ingannarla con qualsiasi metodo di propaganda.
Così, sotto le istruzioni di Reich, il personale della OPD, redigeva "lettere aperte" di lettori ai principali quotidiani del paese, senza rivelare la loro vera origine. In questi scritti venivano difese con ogni mezzo, compresa la menzogna, le politiche reganiane in America Centrale, con l’obiettivo di manipolare l’opinione pubblica e gli stessi mezzi di comunicazione.
Invitato dalla Casa Bianca a non mettersi troppo in evidenza fino a una possibile comparizione di fronte al Senato, secondo il Miami New Times, Reich ha ripiegato momentaneamente sul suo ufficio di Arlington, da dove – all’ombra della CIA, che ha una sede anche in questa bucolica località della Virginia – traffica con la sua ditta, un’attività che consiste nel dedicarsi a influire (se non a corrompere) i più alti circoli del potere. La RMA International, un ufficio con quattro impiegati, si dedica a rappresentare gli interessi della Lockheed-Martin, ben nota costruttrice di aerei militari, e del produttore del rum Bacardí, eterno sponsor dei settori più frustrati della mafia anticubana.
Tra le sue occupazioni, Reich mantiene attivo, fino a questo momento, il suo Centro per una Libera Cuba, una dipendenza della Freedom House, creata dalla CIA e diretta dal suo direttore a vita Frank Calzón, altra figura permanente dell’industria dell’anticubanismo, con il quale mantiene le migliori relazioni, così come continua a fare con tutti i leader e gli ex-leader della FNCA, ricordando con nostalgia il suo defunto socio Jorge Mas Canosa.
Se il suo amico John Negroponte è arrivato di corsa al suo seggio alle Nazioni Unite, nascondendosi dietro le colonne di fumo degli attentati dell’11 settembre, è sicuro che Otto Reich non godrà di questa stessa umanità momentanea del Senato.
Alcuni fattori fondamentali sono cambiati da maggio. Il vecchio senatore Jesse Helms, leader repubblicano in materia di politica estera, soprannominato "Senatore No" per la sua ostinazione reazionaria, ha già annunciato il suo ritiro, mentre la maggioranza al Senato è passata ai democratici.
C’è qualcosa in più. Vari senatori repubblicani hanno già tolto il loro appoggio al blocco contro Cuba, invenzione genocida della Guerra Fredda.
Semplicemente hanno constatato che quando una politica fallisce per 40 anni, è ragionevole pensare che sia un’aberrazione.
E la retorica obsoleta di personaggi tali come Reich, sia verso Cuba sia verso l’insieme del continente, può solo generare incomprensioni e fallimenti.
Non occorre di più per lasciare definitivamente l’ "amico del Presidente" nella sua grotta di Arlington.

 

Otto Reich in visita in Cile

http://www.resistenze.org/sito/te/po/ce/poce2l25.htm 

Profilo biografico di Otto Reich, sottosegretario di Stato USA, in visita nell’America Latina
Fonte Partito Comunista Cileno   Santiago 17 ottobre 2002 – Trad. di Flavio Rossi

Si trova in Cile, nel corso di una visita ufficiale, Otto Reich, il sottosegretario di Stato USA, uomo chiave della politica per l’America Latina e i Caraibi dell’amministrazione Bush.
La carriera di Reich per i paesi del Sudamerica è particolarmente sinistra. Nato a Cuba da padre austriaco, è portato negli USA all’età di 14 anni, dove si converte in un agente della CIA e del Dipartimento di Stato. Dal governo Reagan in poi, si occupa di allineare i governi di questa parte del mondo alla politica interventista degli Stati Uniti. Ha ricoperto la carica di ambasciatore in Venezuela, dove ha collaborato e protetto i terroristi anticubani che fecero cadere l’aereo esploso nel 1976 a Barbados. Strettamente implicato nel caso “Iran – Contras”, che come si ricorderà consisteva nel traffico di droga dal centroamerica verso gli Stati uniti. Con gli utili ricavati, la CIA comprava armi in Iran per i mercenari operanti in Nicaragua contro i sandinisti.
La presenza di Otto Reich in Cile, ricevuto con tutti gli onori dal governo cileno, non ha altro obiettivo che garantire la partecipazione del Cile a tutte le avventure terroriste di Bush. Il popolo cileno ripudia questa visita e condanna il ricevimento datogli dal governo e dal signor Lavin, come rappresentante della destra.

Dal “Granma” Organo del Partito Comunista Cubano

Cubaweb 16 ottobre 2002

Traduzione a cura di Flavio Rossi


 

Otto Reich scatena proteste in Bolivia
La Paz, 16 ottobre 2002

http://www.resistenze.org/sito/te/po/bo/pobo2l17.htm 


I precedenti golpisti del sottosegretario di Stato nordamericano Otto Reich, giunto nella capitale boliviana, sono stati ricordati da politici e organi di stampa locali.
I precedenti di Reich, hanno accresciuto le preoccupazioni di ampi settori sociali circa le pressioni che si ritiene eserciti sul presidente Gonzalo Sanchez de Lozada al fine d’impedire qualsiasi accordo con i coltivatori di foglie di coca, accordo richiesto da costoro in cambio dello smantellamento delle piantagioni.
Il prigioniero di Washington, la settimana scorsa, si è affrettato a dichiarare che l’accordo sarebbe sfavorevole per l’esportazione boliviana negli USA soggetta ad agevolazioni doganali
I partiti d’opposizione, Il Movimento per il Socialismo (MAS) guidato da Evo Morales ed il Movimento Indigeno Pachacuti (MIP), ripudiamo la presenza di Reich nel Paese, ed invitano il governo a resistere alle pressioni.
Felipe Quispe, leader aymarà del MIP, ha precisato che le pressioni USA in tal senso spingeranno il Paese ad un sanguinoso conflitto interno, e che se il presidente cede, ferirà la dignità dei boliviani.
Il sottosegretario di Stato nordamericano, ricevuto da un clima di accesa polemica, è rimasto nella capitale boliviana appena 14 ore, in mezzo ad un enorme spiegamento di forze di sicurezza, e di rifiuto popolare.

 

La difficile anomalia di essere Cuba

http://www.lernesto.it/strutture/articolo.asp?codart=904 

di Gianni Minà

 

(Il Manifesto del 20/07/2003)

 

Solo tre giorni prima che il manifesto contro la rivoluzione cubana voluto dai Democratici di sinistra (l'ex Partito comunista italiano) fosse affisso nelle principali città, la Corte costituzionale del Guatemala ha autorizzato il generale Efrem Rios Montt a presentarsi candidato alla presidenza della Repubblica nonostante la Costituzione di quel paese vietasse a chi ha capeggiato un colpo di stato una simile possibilità. Il mio amico Michele Serra che su Repubblica ha lodato il «coraggio» dell'iniziativa Ds a questo punto potrebbe chiedermi «che c'entra questo argomento con Cuba?». Lo potrebbe fare se come la segreteria Ds e il suo ineffabile dipartimento per l'America latina, non sapesse però perfettamente che Rios Montt è uno dei tre generali autori, con la complicità del governo degli Stati uniti, dell'ultimo genocidio del secolo appena trascorso, quello delle popolazioni maya avvenuto per tutti gli anni `80 e fino all'inizio degli anni `90. Questo genocidio non è stato mai condannato dalla Commissione dei diritti umani dell'Onu e sulle gesta recenti del generale Rios Montt i Ds non hanno mai chiesto un dibattito parlamentare, né faranno affiggere manifesti di protesta. Eppure Cuba è lì, nello stesso continente, nella stessa area geografica e quando si prendono atteggiamenti plateali per stigmatizzare la sua illiberalità bisogna pure chiedersi, se non si è ipocriti, contro cosa sta lottando ciò che resta della revolucion .

Cuba sta lottando contro il terrorismo che viene dalla Florida e che mira, con sequestri di aerei o di barche, a fomentare un nuovo esodo dall'isola in modo di avere la giustificazione per un intervento militare che cancelli, definitivamente, l'anomalia dell'isola. Ma se perde la sua indipendenza, la sua decorosa povertà, il domani della stessa isola potrà solo avvicinarsi o alla disperazione del Guatemala, o alla violenza della Colombia (dove il presidente Uribe governa concedendo mano libera ai paramilitari che hanno trucidato mille persone in sei mesi) o alla tragedia del Perù dove la polizia del presidente Toledo manda i carri armati a sparare sulla folla che protesta per le nuove restrizioni economiche imposte dal Fondo monetario, o rischiare la fame inaudita dell'Argentina svenduta dall'economia neoliberale. Perché sicuramente, a Cuba liberata dalla rivoluzione e da Castro non toccherà certo la vita del Lussemburgo, dell'Olanda. Ai cubani, insomma, nell'era di Bush jr (che deve pagare il debito elettorale agli anticastristi della Florida che gli hanno fatto vincere in modo rocambolesco le elezioni) toccherà la vita miseranda che le multinazionali e la finanza speculativa degli Stati uniti (e anche del Ue?) sceglieranno per loro. Così quando arriverà un giovane inviato del Corriere della Sera oppure di Repubblica gli adolescenti cubani non dovranno più esprimere la loro insoddisfazione per l'impossibilità di partire o di accedere ai consumi, perché staranno già sniffando colla, magari con un telefonino rubato in mano, come fanno 20 milioni di minori in America latina per vincere la fame. Perché questa è la turlupinatura della comunicazione che promette loro un mondo che non vivranno, come accadeva agli albanesi che sognavano una vita migliore guardando Rai Uno.

Per questo se non si è ipocriti non è fuori luogo ricordare la quotidianità del Guatemala oggi parlando di Cuba. Magari per cercare di capire cosa sta accadendo nell'Isola dove la sindrome dell'assedio Usa ha portato purtroppo il governo a scegliere scorciatoie brutali invece di aperture democratiche. Il generale Rios Montt, seguace di una di quelle sette religiose che negli Stati uniti sono la base elettorale del presidente Bush jr, nel frattempo ha fondato, infatti, un partito che la gente, condizionata dal terrore, ha votato portandolo alla guida del Parlamento, carica con la quale il vecchio generale condiziona e controlla il presidente eletto Portillo. Così Rios Montt, invece di essere processato dalla corte dell'Aja come ad esempio Milosevic, può ancora tenere in pugno il paese dei maya, magari con l'aiuto di sicari che, solo un anno fa, hanno assassinato il contabile della Fondazione Rigoberta Menchu, colpevole di aiutare economicamente le migliaia di famiglia che vorrebbero far causa allo stato e ai militari man mano che la ricerca dei medici patologi, al lavoro nelle tremila fosse comuni (ripeto il dato, 3.000), riportano alla luce i resti dei loro disgraziati congiunti. Qual è allora non dico la morale, ma almeno la logica con la quale si muove il partito che fu quello storico della sinistra italiana? Non si discosta dalla strategia di James Cason, l'aggressivo nuovo incaricato di affari nordamericano a l'Avana che è stato dotato di 52 milioni di dollari da usare per costruire un'opposizione all'interno di Cuba. E il partito dei Ds, in questo caso, non è per nulla turbato dall'idea che la democrazia si possa comprare. Con tanti saluti al diritto di autodeterminazione dei popoli. Nel numero doppio di Latinoamerica Maria Còrdoba, insegnante all'Istituto superiore d'arte all'Avana, si chiede: «Chi ci critica sa cosa vuol dire esattamente e concretamente vivere un embargo? Essere un paese del Terzo mondo al collasso perché punito duramente da un blocco economico che dura da decenni? O essere in balia dei periodi speciali causati magari dal crollo del blocco socialista?» e aggiunge: «Noi madri cubane siamo state punite dall'Impero fino all'infinito e all'impossibile ed abbiamo anche sacrificato molto del meglio di noi stesse per una semplice ragione: non vogliamo bambini trascurati, mendicanti, drogati, trafficanti, analfabeti, abbandonati, assassinati, venduti interi o a pezzi». E questa è invece la realtà all'ordine del giorno di un continente per il quale la comunità europea ora fa finta di preoccuparsi mettendo però all'ordine del giorno, della prima riunione dei ministri degli esteri sotto la presidenza italiana, proprio l'unico paese del continente dove questi problemi elementari di dignità umanità o di rispetto per l'infanzia sono stati risolti.

«Come faccio a parlare di diritti umani a Cuba - ha dichiarato una volta Frei Betto, t eologo della liberazione - quando in America latina milioni di persone non hanno conquistato ancora i diritti animali, quelli di avere un tetto, uno straccio per ripararsi dalla pioggia o dal sole, il cibo di tutti i giorni da dare ai propri figli e ai più deboli?».

E allora, come mi ha chiesto Maria Suino consigliere regionale Ds del Piemonte, sconcertata dall'iniziativa del suo partito, «è legittimo giudicare un paese non per ciò che ha conquistato (educazione, sanità, tutele sociali, cultura, pratica sportiva) ma per ciò che ha fallito (diritti politici, libertà di informazione)?».

Io dico che è legittimo perché ogni coercizione va respinta. Quello che non è accettabile è favorire con le proprie azioni chi ha deciso di cancellare a qualunque costo, anche con la provocazione e il terrorismo, uno straordinario momento di emancipazione collettiva come è stata la rivoluzione cubana, pur fra tante contraddizioni, errori, miopie, durezze.

In questi giorni molti funzionari nordamericani erano in Italia. C'è chi doveva incontrare Berlusconi e lo ha fatto nelle sedi più disparate. C'erano altri, come Otto Reich che ha dato una grintosa intervista al Corriere della Sera ma non si sa perché fosse a Roma nello stesso giorno in cui Fini riceveva Alina, una dei sette figli di Fidel Castro, che da anni (alternando momenti d'amore o di insofferenza per gli Stati uniti) fa parte del mondo degli oppositori di suo padre.

Otto Reich è lo stratega da anni di tutte le guerre sporche in America latina ed anche di tutti i piani illegali contro la revolucion, è un cubano americano che negli anni Reagan è stato uno degli autori della disinformazione sul governo sandinista ed è stato molto vicino al famigerato generale Oliver North, quello che, a Sigonella, con modi da cow boy si voleva portar via i sequestratori della «Achille Lauro» rischiando un conflitto a fuoco con i carabinieri. Più volte Otto Reich è stato accusato di aver mentito al Congresso tanto che George W. Bush non è riuscito ad avere la sua riconferma a vicesegretario di stato per l'America latina e ora lo utilizza come consigliere personale per portare avanti progetti scabrosi come può essere l'attacco frontale al regime dell'Avana. Ma Bush jr, dopo la piega che ha preso la storia sui falsi rapporti con i quali è stata giustificata la guerra in Iraq, certe iniziative per destabilizzare Cuba non le può più prendere esplicitamente. Lo possono aiutare però Berlusconi (che incontrerà fra pochi giorni nel suo ranch in Texas) e Aznar, premendo sulla comunità europea, e specie se non trovano resistenza in chi, fino a ieri, cantava «Guantanamera», magari alla scuola di partito delle Frattocchie.

g.mina@giannimina.itTratto dal n. 83/84 di Latinoamerica in uscitail 1 agosto in tutte le librerie Feltrinelli

 

La Rivista del Manifesto:

numero  28  maggio 2002  http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/28/28A20020505.html 

Il golpe di Caracas

SCACCO ALL’IMPERATORE
Maurizio Matteuzzi  

 

Che qualcosa presto o tardi – più presto che tardi – sarebbe successo nel ‘Venezuela bolivariano’ di Hugo Chávez Frías era nell’aria. In pochi credevano che sarebbe riuscito a restare senza problemi al palazzo Miraflores di Caracas, la sede della presidenza, a cui era stato eletto con una valanga di consensi nel dicembre ‘98, fino al 2006 o tantomeno, in caso di un secondo mandato, fino al 2012. Ragione per cui il golpe dell’11 e 12 aprile non è stato una sorpresa, ma semmai lo è stato – eccome – il contro-golpe del 13 e 14 aprile.
Nel pieno del nuovo ordine mondiale e della globalizzazione il tempo dei golpe sembrava finito. Era stato ufficialmente dichiarato morto il fatidico 11 settembre 2001 dai ministri degli esteri delle Americhe, il segretario di stato Usa Colin Powell in testa, convocati a Lima per la firma della Carta democratica interamericana, nella quale si stigmatizzavano non solo i golpe militari vecchia maniera ma anche «le alterazioni incostituzionali dei regimi costituzionali». Che sarebbero state automaticamente condannate, con l’esclusione dall’Osa (l’Organizzazione degli stati americani) e l’imposizione di sanzioni.
A quel tempo Chávez era già marchiato. Per i gusti dominanti il cavallo pazzo di Caracas ne aveva già fatte e dette troppe, dentro e fuori il suo paese. L’amicizia con Fidel Castro e gli accordi petroliferi con Cuba del 2000; le visite a Baghdad e Teheran e Tripoli; l’opposizione all’Alca e al Plan Colombia; la posizione del Venezuela chávista nell’Opec.
Per George Bush ce n’era abbastanza. Il Venezuela è il quarto produttore mondiale di petrolio e la metà del suo export – fra i 2.6 e i 3.1 milioni di barili al giorno – finisce negli Stati Uniti, di cui è il terzo fornitore e copre il 13% del fabbisogno petrolifero. Ai primi di febbraio, Powell accusò Chávez di «non collaborare con la campagna internazionale contro il terrorismo», di «avere idee molto particolari sulla democrazia» e di avvicinarsi «troppo a regimi dispotici».
Le voci di golpe si rincorrevano in Venezuela e dall’inizio del 2002 erano cominciati i ‘contatti’, secondo il settimanale «Newsweek» e altre fonti, fra i settori golpisti venezuelani, civili e militari, e ambienti dell’amministrazione Usa (l’ambasciata a Caracas, il Dipartimento di Stato, la Cia, l’esilio anti-castrista cubano). Il golpe doveva scattare il 27 febbraio, ma poi fu rinviato.
Voci e ‘contatti’ favoriti dalla polarizzazione interna al paese. Dopo tre anni e mezzo di Chávez al potere il Venezuela era a un bivio. Da ogni punto di vista. La ‘Rivoluzione bolivariana’ non era stata con le mani in mano. L’economia, sostenuta dal rialzo dei prezzi del greggio, è cresciuta del 3.2% nel 2000 e del 2.7% nel 2001, in un contesto sfavorevole dal momento che l’America latina è bloccata a crescita praticamente zero nel biennio 2000-2001 (più 0.5%).
Ma la voragine aperta dai capitali venezuelani in fuga (21 miliardi di dollari l’anno, secondo l’Fmi) era sempre più drammatica, nonostante la retorica anti-liberista del caudillo di Caracas fosse sfociata nella ‘piena ortodossia’, a metà febbraio, con l’adozione di un programma di austerità fiscale, che sanciva la libera fluttuazione del bolívar e il drastico taglio del 22% del bilancio statale. Un passo salutato dal Fondo monetario internazionale come «il provvedimento nella direzione appropriata».
Chávez non perdeva occasione di presentare i risultati dei suoi primi tre anni di governo: riforma «bolivariana» dell’educazione, che ha riportato più di un milione di bambini a scuola; riduzione dal 18 al 13% della disoccupazione ufficiale; «vistosa» caduta dell’evasione fiscale; abbassamento della mortalità infantile dal 21 al 17 per mille.
Sul piano politico la situazione si faceva però sempre più tesa. Dopo avere spazzato via a suon di elezioni e referendum la vecchia «oligarchia putrefatta» – il duopolio socialdemocratico-socialcristiano di Acción democrática e del Copei, al potere dal ‘58 al ‘98 –, lo scontro con l’oligarchia economica si è rivelato assai più duro. I risultati nel campo della corruzione, della sicurezza e della povertà – che nel ‘Venezuela saudita’ ha raggiunto lo strabiliante picco dell’80-85% dei 24 milioni di venezuelani – tardavano ad apparire o erano troppo modesti. Si moltiplicavano le accuse e le rotture interne al Mvr chavista, il confuso Movimiento Quinta República di stampo nazional-populista.
Anche fra i militari cresceva il fermento e alcuni ufficiali si pronunciavano apertamente contro Chávez, reo di «politicizzare» le forze armate, di voler fare del Venezuela «un’altra Cuba», di avere stretto rapporti troppo amichevoli con i guerriglieri colombiani delle Farc.
Chávez era ormai in guerra aperta con tutti i poteri forti. L’imprenditoria, riunita in Fedecámaras, la confindustria locale, che Chávez accusava di «complotto e sovversione»; la Conferenza episcopale venezuelana, duramente critica e da lui liquidata come «un tumore nel processo della rivoluzione bolivariana»; parte dei vertici delle forze armate, molti dei quali laureati nella School of Americas di Fort Benning; i principali network privati della stampa scritta e radiotelevisiva, che sparavano ad alzo zero contro Chávez e che Chávez ricambiava, denunciandone il «terrorismo psicologico»; il sindacato tradizionale, Ctv, Confederación de Trabajadores de Venezuela, guidata da Carlos Ortega e Manuel Cova, legata al vecchio duopolio Ad-Copei; la Pdvsa, Petróleos de Venezuela, la vacca sacra da cui il paese trae l’80% delle sue entrate da esportazione, che Chávez in febbraio aveva tentato di mettere in riga, licenziando tutto lo staff dirigente e nominando al loro posto uomini più affidabili (o malleabili). Troppi nemici per una «rivoluzione pacifica».
La classe media commerciale e professionale scendeva per le vie di Caracas, con i suoi cacerolazos – come a Buenos Aires in dicembre – al grido di «Fuera el Loco». Il 10 dicembre l’inedita alleanza Fedecámaras-Ctv proclamava una prima giornata di paro. Era un fatto che la popolarità di Chávez era caduta a picco. Dall’80-90% del ‘99 al 25-35% di tre anni dopo.
Al di là delle bordate retoriche, la crisi è precipitata – e il golpe è arrivato – quando il focoso caudillo ha messo le mani su due tabù finora intoccabili. La proprietà privata della terra e la Pdvsa. Il 14 novembre del 2001 Chávez ha promulgato 49 decreti legge, che intaccano a fondo il potere economico costituito. La pietra dello scandalo sono due di quei decreti: la Ley de Tierras e la Ley de Hidrocarburos. Ossia una rifoma agraria, che prevede l’esproprio di terre «sotto-utilizzate» (in Venezuela, come in altri paesi dell’America latina, il 50% delle terre agricole appartiene all’1% di terratenientes) e un aumento delle royalities sul petrolio e la partecipazione nazionale al 51% nelle imprese del settore degli idrocarburi.
Pedro Carmona, il leader di Fedecámaras, parlava della «più grande confisca» nella storia del paese, e chiedeva l’immediata sospensione dei 49 decreti economici. «Non ci sarà alcuna transazione con gli squallidi esponenti di un’oligarchia putrida», era la risposta di Chávez. Poi fu la volta della Pdvsa, che il 25 febbraio ha aperto il conflitto contro «la politicizzazione» della compagnia. La produzione e la raffinazione del greggio caddero subito del 20%. Nelle strade si facevano sempre più frequenti e più aspri gli scontri e le manifestazioni fra chavisti e anti-chavisti, con l’attiva partecipazione dei controversi Circulos Bolivarianos, attivati da Chávez nel giugno 2001 e definiti da una parte «gli organismi di base del popolo di Bolívar» e dall’altra una milizia paramilitare dai metodi spicci.
Martedì 9 aprile il connubio Fedecámaras-Ctv ha lanciato un secondo paro di 48 ore, poi esteso «a oltranza». Il golpe era cominciato.
Giovedì 11 aprile una grande manifestazione di massa, guidata da Padro Carmona e da Carlos Ortega, si dirige prima verso la sede della Pdvsa e poi punta direttamente sul palazzo Miraflores. Per esigere «le dimissioni immediate di Chávez, in nome del popolo venezuelano», dice Carmona. Chávez vuole lanciare un appello in una catena nazionale di radio e Tv contro «i cospiratori e traditori», ma riesce ad apparire solo sugli schermi delle due emittenti statali, perché le private lo oscurano e continuano a trasmettere la diretta della marcia dell’opposizione. Con Chávez vanno in Tv anche i militari del Comando unificato delle forze armate, che leggono un comunicato in cui si riafferma la lealtà al presidente legittimo. Davanti a Miraflores, guardato dal Reggimento presidenziale, si sono radunati anche gli uomini dei Circulos Bolivarianos.
Si comincia a sparare e sul terreno restano almeno 17 morti (alla fine saranno in tutto una sessantina). Circolano video che mostrano come si sia sparato da tutte le parti. I morti in realtà fanno comodo a tutti. Ma i generali rifiutano di mandare i tank per strada e si schierano dalla parte di Carmona. Tre di loro si presentano nell’ufficio di Chávez a Miraflores e gli chiedono di dimettersi.
A questo punto le versioni restano (ancora) confuse. Sta di fatto che nella sera di giovedì 11 Chávez è arrestato e viene portato, in un primo momento, a Forte Tiuna, alla periferia di Caracas. Pedro Carmona entra subito dopo a Miraflores e, sulla base dell’assicurazione ricevuta dai militari, dice che Chávez si è dimesso, e assume la presidenza ad interim della repubblica. Si scatena la ‘caccia al chavista’.
Il giorno dopo, venerdì 12, Carmona si insedia con il suo nuovo governo, mentre di Chávez si perdono le tracce e si teme per la sua vita. A Miraflores convoca una platea di invitati assai selezionata. Quello è il secondo o terzo errore fatale che il capo degli industriali – un economista sessantenne laureato alla Libera università di Bruxelles – commette. La cerimonia, trasmessa in diretta da tutte le Tv private, è uno choc: «sembrava quasi una seduta di Fedecámaras», scrive l’«Universal», pur furiosamente anti-chavista: industriali e terratenientes; vecchie facce conosciute della Ad e del Copei; l’Alto comando militare; il cardinale di Caracas Ignacio Velasco e il vescovo di Merida, monsignor Baltasar Porras, presidente della Conferenza episcopale; e anche, seppure un po’ in disparte, i leaders della Ctv.
Il secondo errore di Carmona è il programma, corredato dai nomi impresentabili dei ministri del suo governo. Carmona legge gli 11 articoli dell’Atto di costituzione del governo di transizione e unità nazionale. Via l’Assemblea nazionale, via il Tribunale supremo di giustizia, via il Procuratore generale, via governatori e sindaci, ma soprattutto via i 49 decreti legge economici, via i nuovi dirigenti di Pdvsa, elezioni entro un anno e un Consiglio di Stato esecutivo di 35 persone, rappresentantive «della società civile». Tutti sottoscrivono, ma non la Ctv, che pure è presente ma già sente puzza di bruciato. Anche i 10 nuovi ministri, 4 militari e 6 civili, fanno discutere. Quello degli esteri è un uomo dell’ultra-conservatrice Opus dei; quello degli interni è un generale legato all’ex presidente del Copei, Rafael Caldera; il nuovo Procuratore generale, Daniel Romero, è il segretario particolare dell’ex presidente di Ad, Carlos Andrés Pérez.
Nelle strade e nelle caserme la situazione è incandescente. Qualcuno, dentro e fuori il paese, fa notare che se Chávez non si è dimesso, la presidenza doveva passare al suo vice, Diosdado Cabello, e in ogni caso un nuovo presidente avrebbe dovuto essere eletto dall’Assemblea nazionale. Che Carmona ha appena sciolto. Dall’esterno i riconoscimenti tardano a venire. I ministri degli esteri dei 19 paesi del Gruppo di Rio, riuniti a San José di Costa Rica, diffondono un comunicato in cui «condannano l’interruzione del processo costituzionale in Venezuela». La Unione europea è prudente, anche se il premier spagnolo Aznar già il venerdì ha telefonato a Carmona. Solo gli Stati Uniti traccheggiano e il portavoce della Casa bianca, Ari Fleischer, già il venerdì afferma che è stato Chávez «a provocare» la sua caduta, mentre il responsabile per l’emisfero occidentale del Dipartimento di Stato, il terrorista di nascita cubana Otto Reich, telefona anche lui un paio di volte a Carmona. Solo Cuba reagisce con estrema durezza e il «Granma» parla di «un golpe controrivoluzionario, padronale e dei ricchi».
Il sabato 13 i settori delle forze armate leali a Chávez si muovono. Dai ranchitos comincia a scendere «il popolo bolivariano», che punta verso il palazzo Miraflores. Le Tv private impongono un black-out totale. I generali ci ripensano. Non si doveva sciogliere l’Assemblea nazionale. Carmona allora la richiama in vita. Ma a quel punto è perduto. Chávez, che è stato confinato in una sperduta isola caraibica, ritorna e rientra, domenica prima dell’alba, a Miraflores. Carmona si dimette e viene posto agli arresti domiciliari.
Reinsediatosi, Chávez assicura pubblicamente di avere capito i suoi errori ed eccessi, propone «una grande dialogo nazionale» e la riconciliazione, invoca la mediazione della Chiesa, insedia il Consiglio federale di governo aperto a tutti i settori della società, scagiona in qualche misura Carmona («è stato manipolato, i responsabili veri sono altri»), dà garanzie agli Usa per il petrolio, elogia la posizione «degna» di Brasile, Messico, Argentina. Conclude teatralmente giurando di «rinfoderare la spada». Ma ammonisce anche che la Costituzione bolivariana non si tocca.
Chi c’era dietro il golpe? Gli americani con certezza sapevano e con probabiltà avevano dato luce verde. I cubani parlano delle «impronte di Otto Reich». È un fatto che forse il venerdì stesso e di certo il sabato mattina l’ambasciatore Usa a Caracas, Charles Shapiro, è andato a trovare Carmona a Miraflores. In compagnia di Manuel Viturro, l’ambasciatore spagnolo. La «France presse» scrive che «l’addetto militare americano in Venezuela la sera di giovedì 11 si è incontrato con i golpisti».
Non si sa cosa accadrà adesso in Venezuela. Il paese resta diviso in due (l’80% povero e il resto), le forze armate in tre (gli ultrà, i ‘costituzionalisti’, i ‘chavisti’). Carmona, in varie interviste dopo l’arresto, nega di essere stato manipolato da Andrés Péres (che da New York parla di «auto-golpe») o da Washington; dice di non essere un «Pinochet light» ma un «democratico di centro», che lui voleva nominare un governo che andasse fino «alla sinistra moderata di Miquilena», con Carlos Ortega alla vicepresidenza, ma che è stato «tradito». I latino-americani, che non amano Chávez, tirano però un sospiro di sollievo, perché si sentono sempre più spesso ronzare nelle orecchie le vecchie parole del de te fabula narratur. Gli Stati Uniti ne escono peggio di tutti. Hanno firmato il documento di condanna dell’Osa solo il sabato, ma Bush resta minaccioso e dice di sperare che «Chávez abbia appreso la lezione».
Dal 2000 al 2002 quattro presidenti hanno gia dovuto dare forfait sotto la spinta della piazza – in Ecuador, Paraguay, Perù e Argentina. Spinta che non ha lasciato lo spazio, come in passato, a regimi militari ma non per questo è meno preoccupante per la stabilità della regione. Quest’anno si voterà in Brasile, Colombia, Bolivia ed Ecuador. È da vedere se il golpe-controgolpe del Venezuela giocherà a sfavore dei candidati «populisti» – a cominciare da Lula in Brasile –, come già si affannano a garantire gli opinion makers americani, o se invece si dimostrerà vero il contrario: che la strategia economica dominante e gli uomini chiamati ad applicarla non funzionano e hanno fallito.



Pubblichiamo 

l'editoriale di Gianni Minà, 

direttore della rivista "Latinoamerica".
La redazione di Archphoto ringrazia l'autore e Loredana Macchietti per aver concesso l'utilizzo del testo

http://www.archphoto.it/mina.htm 

 

 

Mentre inizio a scrivere questo editoriale per il n. 81 di Latinoamerica, da due settimane, in Venezuela, uno sciopero generale, goffamente organizzato dalla Federcamaras (la Confindustria locale) o, per essere precisi, dalla maggior parte dei suoi iscritti, tenta di paralizzare il paese caraibico che si rifà a Simon Bolivar, tentando di defenestrare il tenente colonnello Hugo Chavez, confermato presidente dai cittadini solo due anni fa con una elezione democratica che gli ha assicurato il 60% dei suffragi.
I lavoratori (funzionari, impiegati, operai) sono pagati dagli imprenditori per stare a casa o organizzare manifestazioni per strada mentre quelli impegnati nell'estrazione e nella prima lavorazione del petrolio, vera e ambita ricchezza della nazione, sono esortati a bloccare gli impianti, o addirittura a danneggiarli. E questo perché il presidente, oltre ad aver varato una serie di misure sociali e anticorruzione ha osato espropriare gli enormi latifondi di quell'1% di cittadini che possiede il 60% delle terre coltivabili e, inaudito, ha fatto varare dal Parlamento una legge che sanciva come l'estrazione e la prima lavorazione del petrolio potesse essere realizzata solo da società in cui lo stato avesse almeno il 51% del capitale, alzando la tassazione sui guadagni relativi alle altre fasi di trasformazione del greggio.
Una politica che, insieme al rilancio dato all'Opec (Associazione dei paesi produttori di idrocarburi) grazie al suo attivismo ("Un barile di oro nero non può valere meno di una Coca Cola") gli ha procurato una dichiarata antipatia da parte del governo di George Bush jr..
Il Venezuela infatti, produce il 15% di tutto il petrolio del pianeta ed è il secondo fornitore di greggio degli Stati Uniti. In prospettiva della imminente e insensata guerra all'Iraq, è chiaro dunque che il paese di Chavez sia diventato di interesse strategico per il governo di Washington.
Così, nelle manifestazioni e negli scioperi pilotati che durano da tempo, malgrado il popolo venezuelano nella maggioranza, abbia respinto lo sconsiderato invito alla sollevazione delle televisioni private, tutte in mano agli imprenditori della Federcamaras, si sente, inquietante, la mano degli Stati Uniti in spregio di tutte le conclamate dichiarazioni sul rispetto dovuto alle scelte autonome dei popoli.
E' agghiacciante, per esempio, la dichiarazione resa recentemente da Otto Reich, inviato speciale per l'emisfero occidentale del Dipartimento di Stato e denunciata con una lettera a Bush da cinque rappresentanti democratici del Congresso nordamericano. Reich, rabbioso come molti cubano-americani di Miami, ha dichiarato, riguardo alla legittimità del governo di Chavez: "L'esistenza di elezioni non è sufficiente per affermare che un paese sia democratico". Un'affermazione imbarazzante per il sottosegretario di una nazione come gli Stati Uniti che, nel '99, un rapporto dell'Onu accusò di essere complice del genocidio delle popolazioni maya in Guatemala negli anni '80 e considerando che, per il veto del governo nordamericano, il feroce Guatemala della dittatura militare non è stato mai condannato per violazione dei diritti umani.
Ma l'affermazione è ancor più imbarazzante perché, dolorosamente, fa ritornare alla memoria una esternazione dell'ex segretario di stato Henry Kissinger sull'elezione di Salvador Allende, nel '70, in Cile: "Non dobbiamo certo accettare che un paese diventi marxista per l'irresponsabilità del suo popolo".
Sappiamo tutti come le cose sono andate a finire nel '73 per la democrazia cilena e le coincidenze con l'attuale situazione del Venezuela non sono poche:
- la campagna furibonda dei mezzi di informazione contro il presidente sgradito agli interessi della finanza speculativa, delle multinazionali e degli Stati Uniti (la Cia ha recentemente declassificato i documenti che provano il sostegno dato dall'agenzia, trent'anni fa, a giornali e televisioni ostili ad Allende);
- l'organizzazione di scioperi di settori vitali che possano mettere in ginocchio il paese (in Cile dove il trasporto delle derrate è quasi esclusivamente su gomma, allora furono fermati i camionisti).
Anche questa volta, insomma, la strategia ricalca uno spettacolo indecente, già montato, come è noto, nello stesso Venezuela, nell'aprile del 2002. In quell'occasione, Pedro Carmona Estanga, allora presidente della Federcamaras (ora esiliato in Colombia) guidò un improbabile colpo di stato contro Chavez che abortì in 48 ore malgrado fosse la prima volta, in America Latina, che i dinosauri della finanza speculativa e corrotta del continente, avessero assunto in prima persona la responsabilità di una decisione eversiva senza nascondersi dietro le divise dei militari.
Purtroppo per loro, la maggior parte dell'esercito del Venezuela, o per solidarietà di casta verso l'ex tenente colonnello diventato presidente, o per convinzione nelle idee sociali di Chavez (chiaramente espresse a Roma alla Conferenza per la pace nel mondo che Carmina Avorio documenta in questo numero della nostra rivista) non li ha seguiti nel loro piano di destabilizzazione. E anche adesso, se non cambieranno idea, le forze armate sembrano voler ribadire questa lealtà.
D'altronde, non solo decine di ufficiali occupano cariche di responsabilità nell'apparato politico e amministrativo del paese, ma addirittura l'istituzione stessa si incarica di migliorare le condizioni di vita dei settori più indigenti. Medici, dentisti, ingegneri dell'esercito appoggiati da civili e da migliaia di soldati, hanno inaugurato il Plan Bolivia 2000, un progetto di costruzione di abitazioni, strade, scuole, di assistenza medica gratuita, di distribuzione alimentare. Insomma una serie di misure per attenuare gli effetti dell'esclusione di molti dei settori più svantaggiati in una società che, dopo anni di spoliazione e corruzione dei governi "democratici" dei vari Caldera e Carlos Andrés Péres, vede l'80% della popolazione vivere sotto la soglia di povertà, malgrado la ricchezza delle terre e del sottosuolo del Venezuela.
Così, è comprensibile che, malgrado la retorica e i discorsi a volte demagogici di Chavez, la popolazione, finora, invece di accettare l'invito all'eversione dei finanzieri spregiudicati e dei sindacati corrotti, abbia continuato a far funzionare, pur a fatica, la macchina dello stato. Gli operai del settore petrolifero, per esempio, con uno scatto d'orgoglio, dopo aver preso possesso di raffinerie e stazioni di rifornimento insieme all'Esercito, si sono improvvisati tecnici per riparare le pompe danneggiate e pur non potendo azionare i comandi automatici o informatizzati, siano riusciti a riempire manualmente le navi cisterne garantendo fino al 60% della produzione e lavorazione normale.
Non sappiamo se, quando uscirà questo n. 81 di Latinoamerica, il Venezuela sarà riuscito ancora a salvare la sua democrazia. Certo, come ha scritto Eduardo Galeano, "il disprezzo per la volontà popolare è una delle molte coincidenze fra il terrorismo di stato e il terrorismo privato". Anche se il nostro mondo privilegiato fatica ad accettare il concetto di terrorismo di stato.
E' sufficiente considerare come i mezzi di informazione, italiani ed europei, salvo poche eccezioni, hanno praticamente ignorato il tentativo di destabilizzazione in corso in Venezuela e l'ammirevole resistenza del popolo di quel paese. Con un atteggiamento che rivela una palese doppia morale, hanno perfino ignorato l'aspra denuncia proposta con una lettera aperta a George W. Bush dai cinque rappresentanti democratici del Congresso americano: Kucinich, Conyers jr., Serrano, Frank e Owens: "Il ruolo del governo degli Stati Uniti nel tentato golpe a Caracas dell'11 aprile risulta poco chiaro. Sappiamo che alcuni funzionari degli Stati Uniti si sono riuniti con i leader golpisti del Venezuela nei mesi anteriori alle operazioni dell'aprile 2002". E ancora: "Gruppi coinvolti nel tentativo di colpo di stato hanno ricevuto finanziamenti dal governo degli Stati Uniti e la sua amministrazione ha espresso apertamente la sua ostilità al governo del presidente Chavez. Secondo l'ufficio dell'ispettore generale del Dipartimento di stato, infatti, una delle ragioni di questa frizione con il governo venezuelano è stato l'intervento diretto dello stesso Chavez nelle strategie della compagnia petrolifera venezuelana e le conseguenze che questo intervento potrebbe avere sul costo del petrolio".
I cinque congressisti del partito di Clinton non potevano essere più espliciti. Ma l'informazione, evidentemente, quel giorno si era distratta.
D'altronde, non diverso è stato l'atteggiamento dei media al momento della elezione di Lula da Silva alla presidenza del Brasile. Un evento storico, non solo per la storia personale di Lula che Frei Betto racconta con affetto in questo numero della nostra rivista, ma per la novità politica che preannuncia. Perché Lula ha forse attenuato i furori dei suoi inizi di leader sindacale, ma non la coerenza e l'etica che hanno contraddistinto tutto il suo cammino politico. Eppure, una parte della informazione occidentale, anche quella ritenuta più prestigiosa, non potendo criminalizzarlo ideologicamente perché la sua provenienza e militanza cattolica non lo permetteva, l'ha descritto in modo folkloristico, superficiale, a volte perfino grottesco, se si pensa che dal primo gennaio è il leader di un popolo di 176 milioni di abitanti, che è fra i primi sei produttori di alimenti del mondo, pur mantenendo -come ha scritto proprio Frei Betto- il primato delle ingiustizie sociali.
Il lavoro che aspetta quest'uomo è immane, ma, come affermò una sera di settembre del '99 alla festa dell'Unità di Modena "Se avessi voluto diventare presidente del Brasile rapidamente, sarebbe bastato che io avessi accettato le ricette del Fondo monetario internazionale senza batter ciglio, avessi optato per le scelte dell'economia neoliberale, avessi abbandonato l'idea di combattere l'ingiustizia sociale e di fare finalmente, nel mio paese, quella riforma agraria capace di affrancare i contadini dei latifondi dal Medioevo restituendoli al mondo che viviamo. Magari avrei dovuto andare anche a far visita alla City di Londra. Ma avrei tradito tutti gli ideali per i quali ho combattuto in questi anni difficili e per i quali ho accettato di fare politica".
Quella sera a Modena in cui Lula, il fondatore del Pt (Partito dei lavoratori) aveva accompagnato Rigoberta Menchù insieme ad Eduardo Galeano, Frei Betto, Dante Liano per presentare il libro "Guatemala nunca mas" (che raccoglieva i rapporti della Chiesa cattolica e dell'Onu sul genocidio delle popolazioni maya negli anni '80) nessun dirigente della festa dell'Unità o della sinistra italiana venne a salutare il candidato per il quale già tre volte 50 milioni di brasiliani progressisti avevano votato. Probabilmente lo consideravano un perdente, tant'è vero che qualche mese dopo, quando D'Alema riunì a Firenze i più prestigiosi leader della nuova sinistra internazionale, non lo invitarono nemmeno. Anzi, al colmo della disinvoltura, preferirono far venire Henrique Cardoso, presidente della coalizione di centro-destra che aveva battuto Lula due volte alle elezioni e che di sinistra, forse, era stato anni prima, quando insegnava sociologia alla Sorbona, non certo in quel novembre del '99. In quel momento, infatti, era il leader della coalizione eletta anche dai i terratenientes, i grandi latifondisti i cui vigilantes ammazzano ogni anno, impuniti, decine di contadini che occupano le terre o i sindacalisti dei siringueiros, gli estrattori di caucciù.
Ora D'Alema afferma che "Lula da Silva è una speranza per l'America Latina". Spero lo pensi veramente, perché percorsi come quelli di questo ex operaio che si è acculturato nel tempo, possono insegnare qualcosa alla presuntuosa sinistra del nostro paese e sono forse più al passo con i tempi di quanto molti pensano: "I no global?
Non nuocciono ai partiti ma solo al neoliberismo" mi ha fulminato il nuovo presidente brasiliano quando, a Porto Alegre, gli ho chiesto che cosa i partiti rappresentassero ancora nella politica del tempo che viviamo.
D'altronde, cos'è ormai la politica in un'epoca in cui il governo imperiale di George Bush junior, il 22 aprile 2002, riesce a far rimuovere dal suo incarico, Josè Bustani, direttore dell'Opcw (Organizzazione dell'Onu per la proibizione dell'armamento chimico-batteriologico)? Bustani stava convincendo il governo iracheno ad aprire le porte a nuove ispezioni mandando a monte il piano di guerra previsto dal Pentagono per la fine dell'anno. Nello stesso momento Washington riusciva ad evitare ogni ispezione al proprio arsenale chimico-batteriologico.
Che notizie abbiamo su queste contraddizioni? Sul fatto che, fra i tanti trattati internazionali rifiutati in meno di due anni, dall'amministrazione di George Bush junior, molti avevano a che fare proprio con lo scontro che gli Stati Uniti sostengono di avere con l'Iraq, cioè la proliferazione delle armi?
Così, mentre impongono il disarmo al governo di Bagdad, gli Stati Uniti hanno unilateralmente abbandonato il "Antiballistic missile treaty" per poter sviluppare un sistema missilistico di difesa nazionale e inoltre hanno accantonato anche il "Comprehensive test ban treaty" perché considerato un intralcio alle possibilità di sviluppare e testare nuove armi nucleari.
Tutto questo mentre l'amministrazione di George Bush jr. sta pianificando di annullare un protocollo concernente il trattato del 1972 sulla messa al bando dello sviluppo, della produzione e del possesso di armi biologiche. Anzi, è già stata approvata una legislazione speciale che permette al presidente di bloccare ispezioni non annunciate da parte dell'Onu e proibire agli ispettori di prelevare campioni di composti chimici.
Dov'è la politica, ma più ancora, dov'è la morale in tutto questo?
E l'informazione che ruolo gioca in questo mare di ambiguità?
Gianni Minà


©copyright archphoto 2003-Gianni Minà-Latinoamerica

 

Un delitto perfetto

http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Giugno-2002/0206lm01.01.html 


di Ignacio Ramonet
Torniamo al colpo di stato dell'11 aprile in Venezuela, contro il presidente Hugo Chávez (1), quasi subito reintegrato nelle sue funzioni.
Sembra però che si sia ben lontani dall'aver appreso la lezione di questo singolare putsch - un vero e proprio caso emblematico - mentre questa lezione è indispensabile per tentare di evitare la nuova sollevazione militare che si preannuncia a Caracas...
È stupefacente, innanzitutto, la quasi totale assenza di emozione internazionale davanti a un'iniquità commessa contro un governo che sta portando avanti, nel massimo rispetto delle libertà, un programma moderato di trasformazioni sociali: un governo che incarna l'unica esperienza di socialismo democratico in America latina.
Ed è desolante constatare che i partiti socialdemocratici europei, tra cui il partito socialista francese, sono rimasti in silenzio durante la breve parentesi di soppressione delle libertà in Venezuela.
E che alcuni dei dirigenti storici della socialdemocrazia, come Felipe Gonzalez, hanno avuto l'indecenza di giustificare il colpo di stato (2), e non hanno esitato ad associarsi all'euforia manifestata dal Fondo monetario internazionale, dal presidente degli Stati uniti e dal primo ministro spagnolo José Maria Aznar, presidente in carica dell'Unione europea...
L'ultima volta che i militari rovesciarono un presidente in America latina fu ad Haiti, nel settembre 1991, quando le forze armate deposero Jean Bertrand Aristide. Si credeva che una volta finita la guerra fredda, Washington avesse accantonato anche lo spirito dell'«operazione Condor», con la quale, in nome dell'anticomunismo, gli Stati uniti favorirono l'insediamento di varie dittature in America del Sud negli anni '70 e '80. Si pensava che ogni cospirazione contro regimi liberamente eletti sarebbe stata condannata. Ma, dall'11 settembre 2001, lo spirito bellicista che soffia su Washington sembra aver spazzato via questi scrupoli (3). Oramai, come ha detto il presidente George W. Bush, «chi non è con noi è con i terroristi».
E Hugo Chávez era decisamente troppo indipendente. Non aveva forse rilanciato l'Opec, il cartello degli esportatori di petrolio, cercando di dotarlo di una maggiore autonomia rispetto a Washington? Non aveva incontrato Saddam Hussein? Non si era recato in Iran e in Libia?
Non aveva stabilito relazioni normali con Cuba? Non aveva rifiutato di sostenere il Plan Colombia contro la guerriglia? Chávez era diventato l'uomo da abbattere. Ma Washington non poteva più farlo con i metodi sanguinosi del passato: quelli adottati ad esempio nel 1954 in Guatemala, nel 1965 a Santo Domingo e nel 1973 in Cile. Incaricato della faccenda, Otto Reich, sottosegretario di Stato agli affari interamericani, ha osservato che nel corso dell'ultimo decennio, sebbene non vi fossero stati colpi di stato, ben sei presidenti latinoamericani democraticamente eletti - e da ultimo l'argentino De la Rua - sono stati deposti. Non dall'esercito, ma dal popolo.
Sarà dunque questo il modello adottato per rovesciare Hugo Chávez.
Innanzitutto, una coalizione formata dai ceti benestanti - che comprendeva la Chiesa cattolica (rappresentata soprattutto dall'Opus Dei), l'oligarchia finanziaria, il padronato, la borghesia bianca e un sindacato corrotto - viene ribattezzata «società civile». Dopo di che, i proprietari dei grandi media stabiliscono tra loro un patto mafioso, impegnandosi a sostenere la campagne lanciate da varie parti contro il presidente, in nome della difesa della «società civile»...
Non c'è menzogna capace di far indietreggiare i media, che arroventano al calor bianco l'opinione pubblica ribadendo ossessivamente un'idea fissa: «Chávez è un dittatore»; e alcuni non esitano a definirlo «un Hitler», benché nel paese non ci sia neppure un detenuto per reati d'opinione; e martellano sempre la stessa parola d'ordine: «Bisogna rovesciarlo!». Mentre i loro proprietari cospirano per abbattere un presidente democratico, i media rigurgitano di termini quali «popolo», «democrazia», «libertà»...
E organizzano manifestazioni di piazza; trasformano la minima critica governativa nei loro riguardi in «gravissimi attacchi contro la libertà d'espressione», che denunciano agli organismi internazionali (5); reinventano lo sciopero insurrezionale, e incitano all'assalto del palazzo presidenziale e al colpo di stato...
Trascinati dalla loro naturale inclinazione alla propaganda, i media hanno confuso il popolo virtuale, in nome del quale è stato commesso il colpo di stato dell'11 aprile, con il popolo reale, che in meno di 48 ore ha riportato Chávez al potere. Ma il loro pentimento è stato di breve durata. Con raddoppiata ferocia, approfittando di un'insolita impunità, i media venezuelani stanno proseguendo attualmente, a colpi di bugie e di falsa propaganda, la più grande operazione di destabilizzazione portata avanti contro un governo democratico.
Tra l'indifferenza generale, stavolta vogliono realizzare il delitto perfetto...


note:


(1) Si legga Maurice Lemoine, «Hugo Chávez salvato dal popolo», Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 2002.

(2) El País, Madrid, 12 aprile 2002.

(3) Si legga Ignacio Ramonet, Guerres du XXIe siècle, Galilée, Parigi, 2002.

(4) Si legga l'editoriale del mensile Exceso, Caracas, aprile 2002.

(5) L'associazione Reporters sans frontières, chiudendo gli occhi su una delle campagne mediatiche più odiose che siano mai state condotte contro un governo democratico, si è lasciata manipolare al punto da pubblicare diverse relazioni contro il governo di Chávez, che pure non ha mai attentato alla libertà d'espressione, né vietato un qualsiasi organo di stampa o di comunicazione, né arrestato un solo giornalista!

 

Nome in codice "democrazia"

http://www.alpcub.com/ned.html 


Si chiama Ned, National Endowment for Democracy. E' lo strumento con cui gli Stati uniti forniscono soldi e sostegno ai propri alleati nel mondo, facendo apertamente quel che la Cia faceva segretamente, iniziative di "politica estera". A tutto campo: dal Nicaragua alla Mongolia, dall'Albania al Portogallo. Ultima missione, fallita, la rivolta contro Chavez in Venezuela
RITT GOLDSTEIN (*) 

il manifesto 06/06/02


E'un "mondo nuovo con colpi di stato senza spie", rivelò il Washington Post nel `91 riferendosi alla nascita di "programmi per la democrazia" statunitensi. Un esempio adeguato lo ha fornito il colpo di stato in Venezuela, dove gli Usa hanno versato all'opposizione di Chavez 877.000 dollari, quadruplicando il finanziamento nei mesi immediatamente precedenti il colpo di stato. Come rilevava l'articolo sul Post, il sostegno degli Usa alla democrazia "fa in pubblico ciò che la Cia era solita fare in privato: fornire soldi e sostegno morale... lavorare alla sovversione". A condurre il gioco è il National Endowment for Democracy (Ned). Pur presentandosi come una organizzazione "privata non-governativa", la Ned è finanziata quasi completamente dagli Usa, cosa che riflette la sua vera missione. Ufficialmente la Ned è stata creata nel 1983 per "rafforzare le istituzioni democratiche nel mondo", ma in molti casi è accusata di non averlo fatto. L'ex funzionario del Dipartimento di Stato William Blum l'ha descritta come un "capolavoro di politica, pubbliche relazioni e cinismo".

È stata la Ned a fornire 877.000 dollari al Venezuela, importante dal punto di vista petrolifero. Inoltre la Ned è accusata di avere manipolato le elezioni in Nicaragua (1990) e Mongolia (1996), nonché di aver contribuito al rovesciamento di leader democraticamente eletti in Bulgaria (1990) e Albania (1991-1992). La Ned ha anche finanziato programmi in paesi come la Francia, la Spagna e il Portogallo.

Barbara Conry del Cato Institute ha stigmatizzato la Ned per aver finanziato "gruppi di interessi particolari affinché disturbassero i governi regolarmente eletti di paesi amici, interferissero in elezioni straniere e favorissero la corruzione di movimenti democratici". Altri le muovono accuse peggiori, ricordando il coinvolgimento della Ned nelle Guerre Sporche degli anni '80.

Era il 1982 quando Ronald Reagan inaugurò la campagna Guerre Sporche, incaricando Walt Raymond della Cia di organizzare il "Progetto democrazia". Poco dopo cominciarono le guerre dell'America Centrale per "sostenere la democrazia".

Secondo un articolo apparso in prima pagina sul New York Times nel 1987, il Progetto Democrazia orchestrava un "programma segreto istituito dalla Casa Bianca almeno quattro anni fa per condurre iniziative di politica estera sotto copertura". L'articolo definiva la Ned come il "braccio pubblico" dell'operazione, le operazioni clandestine di Oliver North come il braccio segreto. Il direttore della Ned successivamente ha negato qualunque coinvolgimento organizzativo.

Questi eventi sono venuti alla luce durante lo scandalo Iran-Contras, del quale un certo numero di personaggi chiave sono oggi nell'amministrazione Bush, compresi Otto Reich e Elliot Abrams. Reich e Abrams erano famosi per il loro ruolo nei killing fields dell'America Centrale, e fonti dell'Oas (Organizzazione degli stati americani, ndt) sostengono che entrambi avrebbero avuto un ruolo nel recente colpo di stato in Venezuela.

Mediante dei grant (sovvenzioni o donazioni, ndt) la Ned distribuisce i suoi fondi attraverso quattro organismi principali: l'American Center for International Labor Solidarity (Acils), il Center for International Private Enterprise (Cipe), l'International Republican Institute (Iri) e il National Democratic Institute for International Affairs (Ndi). I programmi di questi organismi spesso forniscono una copertura appena velata per la promozione di politiche americane segrete.

In Venezuela 154.377 dollari sono andati all'Acils. Secondo il New York Times, "apparentemente per sostenere il principale sindacato venezuelano nella promozione dei diritti dei lavoratori". Ma il sindacato, il Ctv (Confederación de Trabajadores de Venezuela, ndt), ha guidato gli scioperi contro Chavez. Il suo leader è uno stretto alleato di Pedro Carmona, che ha preso brevemente il potere.

Plaudendo al colpo di stato, il presidente dell'Iri ha proclamato che "il popolo venezuelano è insorto per difendere la democrazia"; il grant destinato all'Iri per il Venezuela è stato di 339.998 dollari per "costruzione di partiti politici". L'Iri ha anche organizzato viaggi a Washington per fare incontrare i leader dell'opposizione a Chavez con uomini di Bush. Come riferito dai media, in tali incontri si è discusso anche del colpo di stato. E tattiche simili avevano già interessato gli organismi destinatari dei grant. Tutti quanti hanno avuto un ruolo nelle Guerre Sporche.

Mentre la lotta "per la democrazia" ha fornito alla Ned una vetrina adeguata, essa serve gli interessi statunitensi su mandato del Congresso Usa. Storicamente il Dipartimento di stato ha dato il beneplacito ai grant della Ned e, nella pratica, costruire la democrazia ha significato sostenere un gruppo politico considerato compiacente nei confronti degli Usa a danno di un altro. Questo accadde, tra l'altro, nelle isole Fiji subito prima del colpo di stato del 1987.

La portata del coinvolgimento statunitense resta un mistero, ma il colpo di stato avvenne dopo che le isole Fiji si erano dichiarate "zona libera dal nucleare" e avevano bandito di fatto le navi da guerra Usa dai loro porti. Come per il Venezuela, gli Usa negano il loro coinvolgimento nel colpo di stato, ma una fonte del Pentagono gioiva: "siamo felici... improvvisamente le nostre navi non potevano più recarsi alle isole Fiji, e ora possono".

Come avverte lo stimato America's Institute for Policy Studies, "la democrazia deve essere promossa di per sé, e non semplicemente come strumento per favorire la sicurezza o gli interessi economici degli Stati uniti".

Traduzione di Marina Impallomeni

(*)Ritt Goldstein,
americano, è clandestino in Svezia. Leader di un movimento per la trasparenza nell'operato della polizia, negli Usa ha subito aggressioni, sabotaggi e un tentativo di assassinio. Ha chiesto asilo in Svezia, dove vive, che non glielo ha concesso, nonostante i fatti siano documentati, perché proveniente da un paese democratico.



L'emergere dello stato teocratico fascista americano

di John Stanton e Wayne Madsen Online Journal , 17 February 2002



Gli storici registreranno che tra il novembre 2000 ed il febbraio 2002 la democrazia - come immaginata dai redattori della Dichiarazione di Indipendenza e della Costituzione USA - è realmente finita. Mentre moriva la democrazia, nasceva lo Stato fascista teocratico americano ["Lo Stato"]. Tale nuova era fascista venne creata e portata a conclusione soprattutto da organizzazioni repubblicane e da individui che finanziarono, sostennero ed infine misero in carica George Bush II. Ugualmente complice di questa atrocità fu il Partito Democratico, divenuto corrotto esso stesso ed attento ai propri interessi. Ma la maggiore tragedia di questa orribile svolta negli eventi è stata l'accettazione del nascere del fascismo da parte dell'opinione pubblica e dei media. Si deve notare che i valorosi sforzi del Partito dei Verdi sono stati troppo esigui e tardivi.
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Sono tre gli eventi che hanno accelerato la fine della democrazia americana. Le elezioni del 2000 (la versione americana di un colpo di stato), gli attacchi al WTC ed al Pentagono dell'11/9 da parte soprattutto di terroristi dall'Arabia Saudita (vantato ma corrotto "alleato" USA che finanziava sia i terroristi della rete Al Qaeda che i talebani) e la risposta degli USA a questi, ed un gran numero di fallimenti di società, la più nota la Enron, che procurarono la prova evidente - a coloro che osavano osservarlo - che il sistema democratico americano era una finzione. L'amministrazione Bush, composta nei suoi ruoli più elevati da numerosi ex funzionari Enron, potè solamente descrivere il peggiore crollo finanziario nella storia mondiale una "tragedia", come se fosse simile ad un uragano o ad un terremoto e non causata dall'uomo. L'amministrazione quindi proseguì col convincere una nazione di polli che la Enron non era uno scandalo politico ma solamente uno sfortunato errore che non doveva essere ripetuto. Comunque, cominciarono ad essere rilevati altri crolli simili a quello della Enron con uguali conseguenze disastrose per lavoratori e pensionati. Una lunga serie di abusi ed usurpazioni ebbe luogo a grande velocità nel breve periodo di 15 mesi. Prima dell'11/9, i promotori dello Stato, erano occupati nello smantellare validi trattati ed accordi, come il Trattato sui missili antibalistici del 1972, faticosamente elaborato dal Presidente Richard Nixon e dal leader sovietico Leonid Brezhnev - ed eliminandone altri come l'Accordo di Kyoto sull'ambiente e l'Accordo di Oslo sulla pace israelo-palestinese. Vale la pena notare che durante quel periodo gli USA ottennero un voto negativo della Commissione Diritti Umani dell'ONU e, nonostante ciò, nominarono ad alte cariche nel Dipartimento di Stato e nel Consiglio per la Sicurezza nazionale tre sospetti violatori dei diritti umani (John Negroponte, Otto Reich e Elliott Abrams). Il periodo post 11/9 vide la sospensione della legge costituzionale ed internazionale USA e modifiche per soddisfare ai bisogni dello Stato. Subito dopo, una legge impropriamente chiamata USA PATRIOT Act e l'istituzione dei Tribunali Militari USA sarebbero entrati in vigore con lo stesso fulmineo stile con il quale Adolph Hitler stracciò la Costituzione tedesca in seguito all'incendio del Reichstag del 1933. I portavoce del Pentagono cominciarono a guardare oltre l'11/9. Essi marchiarono gli "attivisti, anarchici ed opportunisti" come i terroristi di domani. Infatti, l'FBI iniziò a scansionare Internet in cerca di siti che avevano quel che Lo Stato considerava contenuto sedizioso ed antipatriottico ed in qualche caso cominciò a chiuderli in una specie di versione cibernetica del rogo dei libri nazista. Con la cattura di John Walker Lindh nel nord dell'Afganistan, gli americani sono stati travolti con una valanga di cattive azioni del "Talebano americano", il Traditore. Era dai tempi della caccia alle streghe di Joe McCarthy e dell'esecuzione dei Rosenberg che il paese non veniva spazzato da una tempesta di facili accuse di attività di tradimento. Sui teleschermi orwelliani delle tre reti TV di notizie non si faceva alcun accenno agli stretti contatti tra le compagnie petrolifere americane, come l'UNOCAL, ed i talebani, ed al fatto che le aziende, diversamente da Lindh, pagavano il regime in contanti in cambio della desiderata pipeline di petrolio e gas naturale transafgana. Le leggi USA che proibiscono la corruzione, come la Foreign Corrupt Practices Act, vennero ignorate. Tale ipocrisia e la dominante influenza del petrolio nella politica estera dello Stato vengono descritte in un nuovo libro dell'ex agente della CIA Robert Baer, un veterano delle operazioni segrete nel mondo islamico. Egli dichiara di aver scoperto "che i tentacoli delle grandi compagnie petrolifere si allungano del Mar Caspio alla Casa Bianca". Il Grande Petrolio convince l'amministrazione Bush a convertire una mal guidata ed inefficace guerra alla droga in Colombia in un'operazione antiinsurrezionale mirata a proteggere le pipeline delle compagnie petrolifere USA. La legge del Congresso che limita a cinquecento il numero del personale militare USA in Colombia venne superata. Bush annunciò che voleva il numero di militari necessari per "stabilizzare" l'intera regione andina. Nel frattempo, le truppe d'urto della CIA cominciavano a destabilizzare il governo del Presidente venezuelano Hugo Chavez, che iniziava ad apparire come un candidato per "l'Asse del Male" a causa della sua indipendenza nei confronti della politica estera USA. Con la dichiarazione "Siete con noi o contro di noi" Lo Stato indicava agli alleati di lunga data che esso si riservava il diritto di istituire un nuovo ordine mondiale basato sulla grande Via Occidentale. Le dittature ed i regimi totalitari ora venivano lodati da funzionari governativi come nazioni amanti della libertà. I dittatori militari divennero eroi. George Bush II usò l'apertura delle Olimpiadi Invernali di Salt Lake City per spingere il nazionalismo americano ed il suo ghigno di pietra diretto alla squadra dell'Iran - una delle nazioni dell' "Asse del Male" di Bush - mentre sfilava, evocava le memorie di un'altra cerimonia d'apertura delle Olimpiadi basata sul nazionalismo, quella di Berlino nell'estate del 1936, una cerimonia che vide Hitler fare osservazioni di disprezzo ai suoi luogotenenti alla presenza del velocista afroamericano Jesse Owens nella squadra americana. Con il pretesto di una guerra che non doveva finire mai, Lo Stato diveniva sfacciato nella propria missione. Sul fronte domestico, la netta distinzione tra il governo e le corporations e tra il governo ed i militari era evaporata. I propagandisti governativi, ex propagandisti delle corporations, proclamarono che Lo stato sarebbe stato un articolo facile da vendere al popolo. Infatti, il Dipartimento di Stato nominò un dirigente pubblicitario della Madison Avenue a capo del suo Ufficio di Diplomazia Pubblica Internazionale per propagandare "America" all'estero come se fosse un marchio di scarpe da corsa, un detersivo o un deodorante. Nel frattempo, Lo Stato dava carta bianca alla CIA per l'assassinio di leader stranieri - abrogando l'Executive Order del Presidente Gerald Ford del 1976 che vietava tali omicidi. In risposta alle politiche dello Stato, anziani ufficiali cominciavano ad interrogarsi sul perchè gli elementi di estrema destra nominati da Bush al Dipartimento di Stato stracciassero i concetti della coalizione militare/internazionale per operazioni di pace ed umanitarie in favore di "operazioni di stabilità" e "unilateralismo". Il bilancio della difesa schizzò a 400 miliardi di dollari mentre i più ricchi ottenevano dal governo riduzioni fiscali e sovvenzioni. Questi stessi licenziarono quasi un milione di persone e rapinato i loro fondi pensione, costringendoli opportunamente a rientrare nel posto di lavoro. Lo Stato predò i fondi della sicurezza sociale e della sanità per trasferire miliardi di dollari ai contraenti della difesa tirandoli fuori dalle tasche degli anziani cui veniva promessa assistenza con medicine prescritte con un imbroglio ora completamente esposto - una "compassionevole amministrazione conservatrice Bush". In un paese impazzito, il bestiame ed i raccolti sarebbero divenuti materia di "sicurezza nazionale" come dichiarò disarticolatamente un non eletto occupante della Casa Bianca, "la nazione deve mangiare". Nel frattempo, la macchina dei mezzi d'informazione dello Stato riproduceva i discorsi di George Bush II, un individuo che si affida ad alcune linee di comunicazione con una breve lista di coppie di concetti opposti tra loro come "buono" e "cattivo", diversamente da Franklin Delano Roosevelt e Abraham Lincoln. I funzionari governativi proclamarono in molte occasioni che il ogni forma di dissenso con e dalle iniziative di governo sarebbe stato etichettata come antipatriottica e terrorista. In quella situazione migliaia di americani e gente di colore erano esposti al disprezzo dal governo e da altri cittadini per aver messo in dubbio le azioni dello Stato. I dimostranti che si opponevano al potere corporativo in un mondo che ignorava il lavoro e la protezione sociale venivano descritti come terroristi economici e commerciali. L'Ufficio Stampa della Casa Bianca spinse gli americani a guardare cosa essi avessero detto e fatto in risposta ad osservazioni aggressive di un attore televisivo. Cosa arrivò dopo, la creazione di una Stasi americana? Solamente questo. Lo Stato istituì il Corpo Cittadino, nel quale i residenti locali venivano incoraggiati a formare propri consigli, riferire attività sospette e raccogliere informazioni, cementando così il sostegno popolare per Lo Stato. Lo Stato agì velocemente per riprogrammare la cultura americana. L'arte fortemente contrastata dai funzionari del Dipartimento della Giustizia veniva nascosta al pubblico da un Ministro della Giustizia contrario agli stessi passatempi culturali e sociali per i quali una volta un editto dei talebani condannava a morte - il ballo, l'alcol, guardare sculture. Il divieto di bruciare la bandiera divenne legge. Dio, il cui nome era stampato sulla valuta USA ed inserito nel Giuramento di Fedeltà negli anni '50, divenne indistinguibile dallo Stato. La religione canonica dello Stato era il paternalismo biblico letterale, a proprio modo militante. In questo ambiente non fu una sorpresa che le donne, ancora una volta, persero il dominio di se stesse e dei loro uteri dato che lo stato proclamò che tutti i nati e i non nati erano sudditi dello Stato. I teorici dello Stato asserivano che la libertà doveva essere definita come la capacità di massimizzare la ricchezza. In tale forma di materialismo grezzo, "la vita, la libertà e la ricerca della felicità..." - concetti trascendentali caldamente ed apertamente dibattuti dagli autori della Costituzione USA - divennero merci essiccate. Lo Stato fondeva Dio, Paese e Affari in un unico credo. Con la Corte Suprema fermamente dalla parte dello Stato - avendo sanzionato l'accesso al potere di un presidente senza un'elezione con più di due opzioni nelle contestate elezioni in Florida o negli Stati Uniti - esso, insieme ad un esecutivo detenuto da zeloti religiosi, programmava nel lungo termine di sopprimere altre leggi, compreso il diritto di scelta della donna. Ma apparve il 911. Le Corti Federali videro il loro potere di sanzionare le irruzioni in case e uffici, controllare i telefoni e le e-mail, ed installare microspie usurpato da forze di polizia e servizi di informazione che, invece di essere costretti a rispondere alla loro mancanza di conoscenza sugli eventi dell'11/9, vennero beneficiati di miliardi di dollari e di nuovi incontrollati poteri. Visto dall'interno del bagno acido della massimizzazione della ricchezza, il 911 divenne un regalo inaspettato allo Stato per la sua missione di costruire le fondamenta fasciste e teocratiche del proprio governo. Con Un Congresso impaurito, corporate media favorevoli, ed opinione pubblica in gran parte diseducata e nervosa, Lo stato orchestrò brillantemente la distruzione della società aperta. Prima dell'11/9, Lo Stato sapeva che, ad eccezione di pochi patetici, che il Congresso poteva essere comprato. Ma vedeva i media ed il pubblico come ostacoli e temeva la ribellione negli editoriali e nelle cabine elettorali. Dopo il 911, con i media ora facenti parte dello "sforzo bellico" ed il pubblico istruito a volare e comprare per patriottismo Lo Stato ottenne in soli 15 mesi l'assoluta distruzione della democrazia americana.

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John Stanton vive in Virginia e scrive di argomenti relative alla sicurezza nazionale e Wayne Madsen è un giornalista investigativo di Washington, D.C. che scrive e commenta frequentemente su temi relativi alle libertà civili ed ai diritti umani. Copyright John Stanton and Wayne Madsen, 2002. Reprinted for fair use only 


 

Colombia:Preparatevi a quattro anni del modello Uribe

  • To: <latina@peacelink.it>
  • Subject: Colombia:Preparatevi a quattro anni del modello Uribe
  • From: "Nello Margiotta" <animarg@tin.it>
  • Date: Sat, 1 Jun 2002 23:34:11 +0200

Znet Latin American Watch 30 Maggio 2002

Cambiamento e continuità dopo le elezioni colombiane
Justin Podur e Manuel Rozental

"Un onorato Presidente, il Dott. Alvaro Uribe Velez, è stato eletto
consapevolmente ed in maniera definitiva al primo turno, da e per una Patria
che ambisce alla pace e che vuole crescere nella solidarietà". - Salvatore
Mancuso, Comandante delle Forze di Autodifesa Unite della Colombia (AUC), 26
Maggio 2002.
L'appoggio altisonante delle forze paramilitari colombiane avrebbe dovuto
far temere il neo-presidente colombiano Alvaro Uribe Velez per la sua
reputazione politica.
Dati i precedenti sanguinari dei paramilitari, che hanno commesso numerosi
omicidi proprio in quest'ultimo mese, ci si aspettava che Uribe dichiarasse
che non vuole avere niente a che fare con leAUC, di non essere loro amico, e
che il loro appoggio è un gesto vergognoso di cui li farà pentire portandoli
di fronte alla giustizia e smantellando la loro organizzazione.
L'appoggio altisonante delle forze paramilitari colombiane avrebbe dovuto
far temere il neo-presidente colombiano Alvaro Uribe Velez per la sua
reputazione politica.  Dati i precedenti sanguinari dei paramilitari, che
hanno commesso numerosi omicidi proprio in quest'ultimo mese, ci si
aspettava che Uribe dichiarasse che non vuole avere niente a che fare con
leAUC, di non essere loro amico, e che il loro appoggio è un gesto
vergognoso di cui li farà pentire portandoli di fronte alla giustizia e
smantellando la loro organizzazione.
Nel suo discorso inaugurale, invece, il neo-presidente Alvaro Uribe Velez
non ha detto niente di tutto questo.
Oh, sono state pronunciate molte banalità sui diritti umani.  C'è stato un
momento commovente in cui Uribe Velez ha ricordato sua madre in paradiso e
suo padre, ucciso dalle FARC (sebbene non abbia ricordato tutti i padri e le
madri il cui viaggio in paradiso è stato facilitato dalle AUC).  C'è stato
persino un momento in cui ha detto che bisogna smettere di assassinare i
sindacalisti.  Ma una rinuncia definitiva alle AUC?  Nossignore.
Questo è perché Uribe ed i paramilitari sono tutt'altro che nemici.  I
paramilitari fanno parte del "Modello Uribe" che i colombiani possono
aspettarsi nei prossimi quattro anni.  Il "modello Uribe" è in realtà solo
una versione più aggressiva di quello che la Colombia ha sofferto fino ad
ora, così come il terrorismo di Bush è solo una versione più aggressiva del
terrorismo che gli Stati Uniti hanno imposto storicamente in tutto il mondo.
Per la maggior parte il contesto non è cambiato,  la situazione è soltanto
notevolmente peggiorata.  Questo significa che il lavoro del movimento per
la pace e la giustizia in Colombia non è cambiato:  ci aspetta soltanto una
vita più travagliata.

COSA NON È CAMBIATO

Il piano per la ricolonizzazione delle Americhe, inclusa la Colombia, non è
cambiato con l'elezione di Uribe.  Il piano per la Colombia consiste ancora
in uno "sviluppo accelerato":  mega-progetti nelle campagne svuotate dai
suoi abitanti, da dove vengono estratti petrolio, legno, acqua e prodotti
agricoli ad alto rendimento; spiagge deserte in cui le comunità vengono
sostituite dai grandi hotels; grandi città dove una forza lavoro
disciplinata, disperata e senza alcun potere sgobba per un salario da fame,
senza tutele o servizi.
L'ostacolo principale a questa visione del mondo esiste ancora presso quelle
organizzazioni e comunità che hanno le proprie idee circa il paese: un paese
multietnico e multiculturale, che rispetti l'autonomia territoriale degli
Afrocolombiani, degli indigeni e delle comunità contadine; un'economia di
solidarietà che rispetti i diritti e la dignità dei lavoratori, ed il
bisogno di un salario che consenta di vivere degnamente; una riforma agraria
che garantisca la sicurezza alimentare ed una gestione ecologica e sensata
delle immense risorse del paese.
Affinché le élites possano realizzare i loro piani, devono distruggere
queste visioni e speranze nella gente.  La strategia per ottenere ciò è
familiare per coloro che seguono la politica colombiana: guerre, e tante.
La guerra alla droga per fumigare i contadini e cacciarli così dalle loro
terre;  la guerra sporca per uccidere sindacalisti, attivisti di pace,
attivisti donne, e leader contadini;  la guerra al terrorismo, per ottenere
ancora maggiori aiuti dagli USA;  la guerra economica, con i piani di
aggiustamento strutturale del FMI, le privatizzazioni, che portano le
persone alla disoccupazione ed alla disperazione; la guerra delle bugie, che
rende le persone invisibili e presenta il quadro di un governo sotto
pressione che deve affrontare la guerra ai narcotrafficanti ed alla
guerriglia.  Tutte queste guerre erano in corso prima delle elezioni di
Uribe il 26 Maggio, e sono ancora in corso.

COSA È CAMBIATO

Ciò che ci si può aspettare sotto Uribe è un'intensificazione della
strategia.  Si possono indovinare i contorni del "modello Uribe" dalle sue
attività precedenti fino al momento delle elezioni.  Numerosi articoli su
Znet (di Al Giordano, di Sean Donahue, e di Lazala/Ferrer) descrivono l'
affascinante carriera di Uribe.  È sufficiente qui menzionare solo alcuni
punti:
Creare disperazione e limitare il potere.  Da parlamentare, Uribe si è fatto
promotore della Legge 50, che smantella le leggi sul lavoro e le tutele dei
diritti dei lavoratori; e della Legge 100, che ha privatizzato il sistema
previdenziale così come Bush sognava di fare negli Stati Uniti.  Questo è
parte della famosa "corsa verso il fondo", ed una peculiarità della corsa
verso il fondo è che, dal momento che la Colombia è in gara, tutti devono
darsi da fare per raggiungerla - inclusi i lavoratori, dal Brasile fino al
Nord America.
Promuovere le forze paramilitari e la violenza: Quando era Governatore di
Antoquia, tra il 1995 ed il 1997, Uribe si fece promotore di "CONVIVIR", un
tentativo di legalizzare il paramilitarismo.  In quegli anni, i sindacati
vennero destabilizzati:  nel 1996, ad Antioquia, vennero uccisi 198
sindacalisti,  nel 1997 ne vennero uccisi 210.  Alla fine del suo mandato,
Uribe dichiarò Uraba, una regione caratterizzata un tempo da una grande
mobilitazione sindacale dei lavoratori bananieri, "rappacificata".  La
"rappacificazione" era stata ottenuta uccidendo più di 3500 persone in tre
anni.  Nel 1999 Uribe dichiarò il suo supporto ai generali Rito Alejo e
Fernando Milan, che erano stati sospesi dal servizio per i loro legami con i
paramilitari.  La campagna elettorale di Uribe era basata interamente sul
"fallimento delle negoziazioni" tra Pastrana e le FARC. (Qui, in parentesi,
vale la pena di menzionare che in realtà non ci sono mai state negoziazioni
tra Pastrana e le FARC.  Le parti facevano a gara nel commettere atrocità
contro gente innocente nel corso dell'intero processo di "negoziazione", e
mentre il governo ha sicuramente vinto la competizione, le FARC sono state
un avversario duro da battere.  Uribe può essere altrettanto grato alle FARC
per la sua vittoria elettorale che a chiunque altro).  Le sue promesse
includono il pugno di ferro contro la guerriglia, un milione in pi di
Colombiani armati, e interventi dall'esterno.
Riconoscere i paramilitari come partners negoziali:  L'ultima novità di
Uribe è la proposta di portare i paramilitari al tavolo delle negoziazioni.
Gli autori di questo articolo lo avevano già previsto e temuto da tanto
tempo (vedi "The War Foretold" - "La Guerra Annunciata").  Il processo è il
seguente:  prima, si applica alla guerriglia la dottrina di Bush "niente
negoziazioni con i terroristi", aggiungendo i paramilitari solo in un
secondo momento alla lista dei terroristi.  Successivamente, si ammette con
riluttanza che le negoziazioni sono necessarie per la pace.  Si applica poi
il principio che le negoziazioni sono per loro natura selettive, così che i
paramilitari sono "terroristi con cui bisogna negoziare", mentre la i
guerriglieri sono "terroristi che bisogna elimiare".  Otto Reich, che ha un
curriculum notevole di suo (si veda l'articolo "Reich Reich" di Turnipseed,
http://www.zmag.org/content/LatinAmerica/Turnipseedlam.cfm) è d'accordo con
questo piano.  Tra il portare i paramilitari al tavolo delle negoziazioni,
ed il reiterare che oltre il 30% dei legislatori è adesso in qualche modo
legato ai paramilitari, vale la pena di ricordare quanto Arundhati Roy ha
detto dell'India: "Non ci saranno sempre stragi spettacolari di cui parlare.
Il fascismo è anche la lenta, inesorabile infiltrazione di tutti gli
strumenti del potere di Stato."  Anche questo è parte del "modello Uribe".
Essere amico dei narcotrafficanti:  Mentre era sindaco di Medellin nel 1982,
Uribe e suo padre vennero pubblicamente associati al Clan Ochoa del cartello
di Medellin.  Nel 1989 Uribe si oppose all'estradizione dei
narcotrafficanti.
Insomma, ciò che ci si può aspettare da Uribe è simile a quanto descritto
finora - solo peggio.

COSA FARE

I movimenti sociali proveranno, sotto Uribe, a fare quello che hanno fatto
finora:  sopravvivere alle campagne di sterminio contro di loro.  La cosa
più importante che il movimento di solidarietà può fare è aiutarli in questo
compito, continuando a fare, ancora di più, ciò che è stato fatto finora -
portare alla luce le menzogne, lavorare contro l'ALCA; contro il complesso
FMI/WB/WTO, contro l'intervento militare statunitense, andare in Colombia ad
accompagnare la gente e a presenziare i processi, seguire la situazione e
rispondere agli appelli per le campagne e per l'invio di lettere,
organizzare ed andare alle dimostrazioni di massa, fare pressione per una
risoluzione negoziale del conflitto armato.
Nel lungo periodo, saranno i movimenti sociali nel Nord America a porre un
freno al modello Uribe, dal momento che il modello Uribe non è una sua
invenzione, ma una creazione delle élites nordamericane.  Il compito nel
breve periodo è fare in modo che ci sia un lungo periodo.  In altre parole,
fare avere ai movimenti colombiani le risorse, i testimoni, la protezione e
la solidarietà di cui hanno bisogno per sopravvivere, mentre noi costruiamo
i nostri movimenti qui.
È importante ricordare che mentre Uribe ha ricevuto il 53% dei voti, con il
secondo avversario al 31,7%, e la vera opposizione, quella di sinistra, di
Lucho Garzon al 5,82%, il vero vincitore delle elezioni colombiane è stato l
'assenteismo.  Uribe ha ottenuto 5,8 milioni di voti da un elettorato di
24,2 milioni di persone.  Citando Luis Guillermo Perez Casas, non c'è stato
un plebiscito a favore della guerra in Colombia, né per una soluzione
militare al conflitto armato.  Meno di 6 milioni di persone su 44 milioni di
colombiani non possono rappresentare il volere del popolo."  Quel popolo non
può abbandonare la lotta, né possono farlo quelli che simpatizzano con loro.


Tra scandali e corruzione il Nicaragua si mobilita

http://users.libero.it/itanica/aggiorn/anno2002/Tra_scandali_e_corruzione_il_Nicaragua_si_mobilita.htm

 di Giorgio Trucchi

Durante la giornata del 27 agosto 2002, migliaia di persone hanno risposto all’appello lanciato dal Frente Sandinista di marciare per chiedere al Parlamento la desaforaciòn (voto per togliere l’immunità parlamentare) dell’ex Presidente della Repubblica, Arnoldo Alemàn e di sua figlia Maria Dolores, entrambi accusati dalla Procura della Repubblica di numerosi delitti tra cui riciclaggio di denaro, associazione per delinquere, truffa ai danni dello Stato, deviazione di fondi statali.

Alla marcia, che era solo a livello del Dipartimento di Managua, si sono aggiunti gli studenti e molti cittadini confermando un gran fermento che sta sfociando sempre di più in modo spontaneo al fianco delle organizzazioni della Società Civile come la Red Nacional de Defensa de los Consumidores, la Mesa Alternativa Nicaraguense Frente al ALCA (MANFA), il Movimiento Comunal.

Durante le ultime settimane, inoltre, si è costituito il movimento Conciencia Nacional, formato e finanziato per la maggior parte da vasti settori dell’imprenditoria nicaraguense che ha iniziato una raccolta di firme contro la corruzione e per desaforar Alemàn. Attualmente le firme raccolte stanno toccando le 500 mila e verranno presto presentate in Parlamento alla Giunta Direttiva affinché dia corso alla denuncia presentata dalla giudice Juana Méndez.

Durante i primi giorni di agosto, infatti, la Procura della Repubblica, durante un vero e proprio show montato ad arte dal Presidente della Repubblica, Enrique Bolaños, ha presentato un vero e proprio "teorema delinquenziale" secondo il quale, Arnoldo Alemàn, sua figlia Maria Dolores Alemàn, sua sorella Amelia Alemàn, suo fratello Alvaro Alemàn, suo nipote Arnoldo Antonio Alemàn, sua cognata Mayra Estrada, il suo segretario privato Alfredo Fernàndez, l’ex Direttore della DGI (Direcciòn General de Ingresos) Byron Jerez, la moglie di quest’ultimo Ethel Gonzales, l’ex Presidente di ENITEL (Impresa dei Telefoni) Jorge Solìs, l’ex Ministro del Tesoro e Finanza Esteban Duquestrada ed alcune loro segretarie, hanno dirottato fondi statali per quasi un miliardo e 400 milioni di cordobas (100 milioni di dollari) su conti personali.

La macchina della corruzione

Il complicato sistema, scoperto con il fondamentale aiuto di specialisti nordamericani e dell’Amministrazione panameña, prevedeva un’intera rete per poter "lavare" il denaro sottratto. Molte le Imprese Statali saccheggiate tra cui ENITEL, il Ministero del Tesoro, la DGI, INISER (Istituto di Assicurazioni), Petronic, Concretosa, Mayco (Imprese di Costruzioni e di Materiali per la Costruzione), il Canale Televisivo 6.

In pratica avveniva così: le imprese statali, ad esempio, pagavano alte somme alla DGI ed alcune persone fidate andavano presso Istituti privati di Cambio, come MULTICAMBIOS, a cambiare gli assegni in dollari. Queste somme, poi, venivano girate ad Imprese private fittizie od a conti bancari sparsi in vari paesi come Panama e l’Isola Gran Caimàn i cui intestatari erano sempre Arnoldo Alemàn e Byron Jerez. In un secondo momento venivano fatti confluire in un conto intestato alla Fondazione Democratica Nicaraguense (FDN) a Panama, i cui soci principali sono sempre i "due compari" e la figlia di Alemàn e da questo conto, venivano fatti riconfluire, sotto forma di presunti pagamenti o donazioni, ad altre Imprese fittizie intestate sempre ad Alemàn e Jerez. Altre volte, semplicemente, venivano prelevati per coprire spese o debiti personali o di imprese intestate ai famigliari di Alemàn e Jerez.

A tutto ciò si aggiungono gli scandali già famosi delle Carte di Credito della American Express con cui, Alemàn, addebitava sul conto del Banco Central de Nicaragua milioni di dollari di spese personali come il matrimonio della prima figlia, i viaggi con comitive formate da ministri e famiglie, gioielli, quadri, tappeti, etc.

In dettaglio, quello che si è scoperto fino ad ora e che sembra essere solo la punta dell’iceberg, vede sottrazioni ad ENITEL per 2 milioni e 600 mila dollari, al Tesoro per 7 milioni, a la DGI per 1 milione e 800 mila, al Banco Central attraverso le Carte di Credito per 66 milioni, ad INISER per 18 milioni, al Canal 6 per 500 mila dollari, a Concretosa per 1 milione e 250 mila, a Mayco per 1 milione e 200 mila ed a Petronic per 2 milioni di dollari.

Di fronte a tutte queste prove supportate da documenti, assegni debitamente firmati da Alemàn e soci, l’ex presidente ha reagito facendo quadrato con l’intera famiglia, spalleggiato dai settori più reazionari del PLC (Partido Liberal Constitucionalista), e denunciando che, anche l’attuale Presidente Bolaños e Vicepresidente Rizo, ricevevano soldi quando facevano parte della sua amministrazione e durante la loro campagna elettorale e che, questi soldi, venivano proprio dal famoso conto della FDN che, secondo Alemàn, è un conto del PLC "per aiutare i processi democratici del paese e che veniva rimpinguato da impresari vicini al partito che non vogliono farsi conoscere". In pratica una tacita ammissione che "se io sono un ladro lo siete anche voi".

Da quei primi giorni di agosto, in cui è scoppiato lo scandalo, è stato tutto un susseguirsi di accuse, minacce, ritorsioni, prove di forza ed il PLC sta attualmente vivendo uno dei periodi più delicati della sua storia: un partito diviso in due, con due Giunte Direttive, due Presidenti e due Assemblee e con un Consejo Supremo Electoral allo sbando e senza la possibilità di dichiarare quale dei due PLC è legittimo dato che sopravvive da più di un mese senza un proprio Presidente per il rifiuto da parte dei Magistrati sandinisti di rieleggere il discusso ex Presidente Roberto Rivas, amico fedelissimo di Alemàn.

Intanto la giudice Juana Méndez ha spiccato ordini di arresto per tutte le persone denunciate dalla Procura ed ha cominciato a bloccare numerosi conti bancari in Nicaragua ed a Panama intestati ad Alemàn e Jerez, oltre che a mettere sotto sequestro numerose proprietà dei due tra cui la tanto discussa "Chinampa" di proprietà di Amelia Alemàn. Di tutte le persone accusate le uniche due agli arresti restano Byron Jerez, già in carcere per i fatti dei traffici tra DGI e l’acquisto di numerosi veicoli che poi rivendeva e la sorella di Alemàn, Amelia, che resta agli arresti domiciliari per problemi di salute. Tutte le altre persone sono profughe della giustizia essendo fuggite o residenti all’estero.

La prima vera reazione di Byron Jerez è stata quella di denunciare, mentre continua a rimanere in prigione, tutte le persone che nella passata amministrazione ricevevano, secondo lui, soldi che venivano dal conto bancario della FDN per integrare i loro stipendi.

La giudice Méndez, accogliendo questo tipo di denuncia ha commesso l’errore di accorpare questa denuncia a quella già esistente della Procura e ciò ha provocato un intasamento che sta ritardando l’intero processo e l’attesa sentenza.

La situazione politica

Ancora più delicata resta la situazione in Parlamento. Per poter togliere l’immunità parlamentare ad Alemàn ed alla figlia sono necessari almeno 47 dei 92 voti, ma soprattutto che la Giunta Direttiva, formata da 5 fedelissimi di Alemàn ed un sandinista, René Nuñez, accettino la richiesta della giudice Mèndez e formino la Commissione ad Hoc per studiare il caso e poi presentarlo in Assemblea per la votazione. La Giunta, nei giorni scorsi, ha immediatamente considerato "non a procedere" la richiesta della giudice con la motivazione che si tratta di un processo politico ed un montaggio orchestrato dal Presidente Bolaños per liberarsi di Alemàn ed impadronirsi del Partido Liberal. A questa decisione è subito seguita quella dello stesso Alemàn, Presidente del Parlamento, di sospendere i lavori fino al 12 settembre e quindi, rinviare qualsiasi decisione.

Tale atto è dovuto anche al fatto che vari membri del gruppo parlamentare liberale stanno cominciando a spostarsi verso il gruppo "Azul y Blanco", che appoggia l’operato di Bolaños e che i sandinisti, finalmente e dopo mesi di silenzio e leziosa attesa per vedere chi dei due contendenti avesse la meglio, hanno proclamato il voto dei loro 38 deputati a favore della desaforaciòn del sempre più sudato e nervoso Alemàn. Secondo gli ultimi calcoli i 47 voti dovrebbero essere già acquisiti e durante la manifestazione proclamata dal FSLN, Daniel Ortega ha già garantito che nei prossimi giorni verrà richiesta una seduta straordinaria del Parlamento per effettuare la votazione tanto attesa e che, se ciò non fosse possibile, lo stesso 12 settembre il FSLN proporrà una votazione per destituire l’attuale Giunta Direttiva e nominarne una nuova. In caso anche questa azione venga in qualche modo impedita, ha detto Ortega, il FSLN con tutta la Convergencia Nacional chiamerà in strada una quantità inimmaginabile di gente che andrà ad occupare il Parlamento in segno di protesta.

Era da molto tempo che non si sentiva un Daniel Ortega tanto combattivo ed un FSLN così presente, ma è importante segnalare come, questo atteggiamento, sia "risorto" solo durante l’ultima settimana e cioè quando la Procura e lo stesso Bolaños avevano messo Alemàn con le spalle al muro grazie anche al notevole aiuto ricevuto dagli Stati Uniti che, sempre di più, stanno spingendo per "eliminare" Alemàn e pacificare il paese. La politica attendista e fin troppo strategica del FSLN, nonostante ora gridi ai sette venti la propria rabbia contro Alemàn e riprenda i toni antimperialisti degli anni ’80 contro gli USA, continua a non convincere ed a volte sembra il classico salto sul carro del vincitore.

Gli USA, la Chiesa, l’Impresa Privata ed Arnoldo

Sempre di più il declino di Alemàn assomiglia a quello di Somoza.

Pur con le dovute differenze, ma c’è da chiedersi cosa sarebbe stato Alemàn se fosse vissuto durante un altro periodo storico ed avesse avuto il controllo dell’Esercito e della Polizia (e qui non finiremo mai di ringraziare la grande opera della Rivoluzione Sandinista per aver formato un Esercito ed una Polizia indipendente ed ancora in parte slegata dal potere politico), l’epopea alemanista ricalca quella somozista e cioè un dittatore, messo a governare dagli Stati Uniti per mantenere la calma nel paese, permettere alle proprie imprese multinazionali di fare i propri comodi sfruttando il paese ed impedire il solito vecchio discorso "dell’arrivo del comunismo" nel loro "patio trasero" (giardino), che sfugge loro di mano inimicandosi tutti i settori della società, meno la Chiesa sempre fedele al potere, che, alla fine, si alleano contro di lui per la voracità, la corruzione, la violenza e l’incapacità a rendersi conto che il tempo passa ed è ora di fare spazio ad altre esperienze. Come allora l’intera società si unisce per spodestare il "dittatore", ognuno con i propri obiettivi ed i propri interessi e gli Stati Uniti lo abbandonano perché, a loro, preme avere un paese "pacificato" e pronto per i vari TLC (Trattato di Libero Commercio), ALCA o Plan Puebla-Panama. Non a caso, in questi giorni, è arrivato in Nicaragua un vecchio falco dell’Amministrazione Reagan, il cubano-gusano Otto Reich, che ora lavora nel Dipartimento di Stato di Bush, a controllare gli avvenimenti e dare il totale appoggio a Bolaños.

Più di vent’anni fa non ci riuscirono perché si scontrarono con un movimento sociale capeggiato dal Frente Sandinista che ribaltò la situazione ed iniziò una grande esperienza a cui tagliarono immediatamente le ali. Oggi la società è prostrata con indici di povertà e disoccupazione che mettono il Nicaragua al penultimo posto in America Latina e tra gli ultimi a livello mondiale e la gente sembra aver perso la forza e l’orgoglio di lottare per un futuro più giusto. Il FSLN si è trasformato ed è diventato, nonostante le impennate di questi ultimi giorni, un partito da Parlamento e sempre meno di massa, molto più attento ai giochi di palazzo ed a mantenere quote di potere che a vivere la triste realtà della gente.

Il futuro

L’ubriacatura antialemanista di questi giorni porterà, probabilmente, alla prossima caduta dell’ex Presidente della Repubblica. Non sembra esserci via di scampo anche se, Alemàn, ha dimostrato più volte di avere sette vite e forse qualcuna di più.

Il futuro, comunque, sembra essere sempre più nero per il paese.

La politica di Bolaños continua ad essere la politica degli Stati Uniti, che in qualche modo mostreranno la fattura per l’appoggio fondamentale che gli stanno dando e del FMI: privatizzazioni, misure palliative e non strutturali per il settore agricolo, apertura totale dei mercati pronti ad essere invasi dai surplus produttivi nordamericani che arriveranno con prezzi bassissimi per i continui sussidi statali, divieto di qualsiasi sussidio ai produttori nazionali.

La fine di Alemàn non è indizio di riattivazione del paese, anzi, siamo in attesa di una nuova invasione mascherata da "opportunità per il futuro".

Oggi più che mai è importante che, i movimenti della società civile che si stanno organizzando e che si sono ritrovati a livello mesoamericano nel 3° Forum qui a Managua, continuino il loro lavoro di coscientizzazione e coinvolgimento della gente per impedire le ultime privatizzazioni, come quella dell’acqua che sembra sempre più vicina e chiedano al governo Bolaños di rispettare le promesse fatte durante la Campagna Elettorale.

E’ un momento cruciale per il paese in cui si sta per definire la sorte del prossimo futuro e sarebbe importantissimo che, anche un partito che continua dirsi rivoluzionario, cominci a togliersi la giacca e cravatta ed indossi ancora una volta la pelle della gente più povera ed abbandonata.


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