FISICA/MENTE

 

 

 I NEOCON, RIVOLUZIONARI NATI DALLA SINISTRA NEWYORCHESE

IL FOGLIO, 28 aprile 2002

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New York. Scrive il New Yorker che uno degli effetti collaterali della guerra in Iraq sia stato lo sdoganamento della parola "neoconservative", espressione coniata dall'intellettuale newyorchese Irving Kristol un bel po' di anni fa. Con il suo consueto snobismo radical chic, il New Yorker ha colto nel segno anche perché "neoconservative" non pare la definizione migliore per il piccolo, piccolissimo, gruppo di intellettuali, giornalisti e politici più chiacchierato del momento. Quella Spectre di falchi repubblicani che in Italia viene descritta né più né meno come una setta di fanatici piduisti, secondo l'Economist sarebbe meglio chiamarla "neo radicale", perché i teorici delle azioni preventive e dell'esportazione della libertà in Medio Oriente vogliono cambiare il mondo, pensano sia possibile farlo e non si rassegnano allo status quo. Sono idealisti e rivoluzionari, come ha riconosciuto Daniel Cohn Bendit in un forum con Richard Perle pubblicato da Foreign Police e dal Foglio.
Il New York Observer, settimanale della sinistra che spesso si distanzia dai radical chic, ha raccontato una cosa poco nota: i neoconservative non sono una cricca di washingtoniani con le mani in pasta nei palazzi del potere federale. E' vero che il loro think tank di riferimento è l'American Enterprise di Washington, l'istituto di studi dal quale l'Amministrazione Bush ha preso una ventina di persone. Ma il nucleo fondatore e i finanziatori del movimento sono newyorchesi. I neocon sono nati nella culla della sinistra americana, a Manhattan risiedono i principali sponsor editoriali ed economici.
Il movimento si è consolidato sulle ceneri delle idee visionarie di Barry Goldwater, il leggendario e discusso padre nobile della rivoluzione repubblicana poi attuata da Ronald Reagan. Ma le origini intellettuali sono degli anni Trenta/Quaranta. Quelli che sarebbero poi diventati i neoconservative hanno studiato al City College di New York, ha scritto Gary Dorrien nel suo libro "The Neoconservative Mind: Politics, Culture, and the War of Ideology". I neoconservatori nascono dalla vecchia sinistra newyorchese e da uno strano miscuglio di ex trotzkisti, sindacalisti e ala destra dei Democratici che negli anni Sessanta si opponeva ai movimenti antagonisti e alle gloriose e progressive sorti del socialismo. Detestavano lo snobismo dell'elite radical chic di New York e i sentimenti antiamericani della sinistra. I neocon della prima ora criticavano la "nuova classe non produttiva" che si andava affermando in città, quella che in Italia ora si chiama burocraticamente "ceto medio riflessivo" oppure "faccio cose, vedo gente". In altre parole, i neocon avevano sul gozzo la crema della New York liberal, quella eterna terrazza di Manhattan cui partecipavano intellettuali, burocrati, psicologi, giornalisti, consulenti e avvocati.
I neocon non hanno mai costituito un blocco di potere. Come dice John Podhoretz, figlio dei fondatori di Commentary, ex capo delle pagine editoriali del Wall Street Journal e oggi opinionista del New York Post, "Bush è arrivato a queste idee da solo, non ha avuto bisogno dei libri e delle riviste che abbiamo pubblicato. Forse la nostra influenza è una specie di illusione". I neoconservatori hanno soltanto preparato una cultura di cui il presidente si è servito al momento delle decisioni post 11 settembre.
Oltre ai due genitori di Podhoretz, l'altro padre nobile è Irving Kristol, padre del William Kristol che fu capo dello staff di Dan Quayle e oggi direttore di Weekly Standard, il giornale di idee neoconservative che sta a Bush junior così come Commentary stava a Reagan. Kristol padre ha scritto parecchi libri sull'argomento, tra cui "Neo-Conservatism: The Autobiography of an Idea", e una serie di dieci audio cassette dal titolo "Reflections of a Neoconservative". Con questi saggi e con il libro di Mark Gerson "The Essential Neoconservative Reader", una raccolta di articoli definita "il meglio del pensiero neoconservative", si può tracciare il profilo del perfetto neocon: è un ex militante di sinistra, anticomunista, ferocemente capitalista, contrario all'invadenza dello Stato, che crede nell'uso del potere e della forza per promuovere gli ideali americani di democrazia e libertà in giro per il mondo. Un'altra caratteristica è: ebreo. Gli avversari puntano molto su questo particolare, con toni che si credevano dimenticati nel mondo occidentale. Ma i neocon, da buoni ebrei, sembrano divertirsi e ormai le battute non si contano più. La più famosa è questa: l'unica differenza tra un conservatore e un neoconservatore è la circoncisione. Quando ad Ann Coulter, la cattivissima e biondissima autrice di destra che dopo l'11 settembre aveva chiesto a Bush di invadere i paesi musulmani, uccidere i loro leader e convertire i loro popoli, le hanno chiesto se lei fosse una neoconservative ha risposto: "No, io sono una gentile".
Molti neocon sono di religione ebraica, quasi tutti sionisti e sostenitori di Benjamin Netanyahu. Ora si fidano anche di Ariel Sharon, al punto che il New York Sun, altro piccolo giornale di idee neoconservative, sostiene che il primo ad aver parlato di democratizzare il Medio Oriente è stato, il 18 ottobre 1991 all'Oxford University, "Woodrow Wilson Sharon" (dal nome del presidente americano di sinistra che nei primi anni del secolo scorso voleva esportare gli ideali democratici e liberali nel mondo).
Uno degli sponsor dei neocon è Rupert Murdoch, editore di Weekly Standard, e soprattutto proprietario di News Corp. la società dei newyorchesi Fox News e New York Post (hanno sede sulla Sesta Avenue). Né Fox né il Post sono organi neoconservative, ma certamente non hanno avuto un atteggiamento negativo nei confronti di Paul Wolfowitz, Richard Perle, Robert Kagan, Douglas Feith, Kristol, Michael Ledeen e degli altri. Secondo il New York Observer, tra gli uomini dello squalo Murdoch ci sono anche dei neocon dichiarati come Roger Ailes, presidente e amministratore delegato di Fox News Corporation; Bob McManus, capo delle pagine degli editoriali del New York Post. Anche il Weekly Standard, il giornale più intrinsicamente neoconservative, ha un'origine manhattanites. Il settimanale di Kristol è stato fondato in un bar dell'Upper West Side, per la precisione sulla 72esima strada, che non poteva avere un nome migliore per l'organo dei nuovi rivoluzionari: "Utopia Coffee Shop".
Le altre centrali newyorchesi del neoconservatorismo sono le pagine degli editoriali e dei commenti del Wall Street Journal, la rivista Commentary fondata da Norman Podhoretz e da sua moglie Midge Decter, e il New York Sun diretto da Seth Lipsky e finanziato da Bruce Kovner, presidente della Caxton Corporation, e Roger Hertog, vicepresidente di Alliance Capital Management. I due partecipano anche al capitale di The New Republic, autorevole settimanale della sinistra neo liberal che storicamente guarda a destra. Il legame tra i neoconservative e The New Republic, di proprietà del grande amico di Al Gore, Martin Peretz, è così forte che il direttore, Lawrence Kaplan, qualche mese fa ha scritto "The War over Iraq: Saddam's Tyranny & America's Mission", uno dei libri che meglio di altri ha spiegato la nuova politica estera americana, insieme con William Kristol, direttore del concorrente Weekly Standard. A New York c'è anche un think tank che, al pari dell'American Enterprise, diffonde le idee dei neoconservative, il Manhattan Institute for Policy Research, nel cui board siedono Kovner, Hertog, William Kristol e Mark Gerson. Hertog e Kovner sono anche nel board dell'American Enterprise, mentre il solo Hertog è uno dei principali finanziatori di Shalem Center, una specie di American Enterprise israeliano. Un altro finanziatore dei neocon è Lord Conrad Black, il magnate canadese dei media, investitore nel New York Sun, e presidente della Hollinger International, nel cui board dei direttori siede Richard Perle.
Da qualche tempo anche la rivista National Review, (splendido il sito internet curato da Kathryn Jean Lopez), una volta vetero conservatrice, strizza l'occhio ai neocon sulla politica estera. Merito di Jonah Goldberg, figlio di Lucianne Goldberg, la celebre agente letteraria dell'Upper West Side che ha consigliato a Linda Tripp di registrare quelle conversazioni con Monica Lewinsky che hanno poi portato all'impeachment di Bill Clinton. Lucianne Goldberg (secondo il NY Observer "la Elaine Stricht del movimento neoconservatore") ha anche un weblog (Lucianne.com) ed è così tosta che "se per neoconservative si intende chi ama uccidere la gente e rompere le cose, eccomi io sono una neoconservative".
Tra le case editrici vicine ai neoconservative c'è la Doubleday (Random House), guidata da Adam Bellow, figlio di Saul. Lo stesso si può dire di Crown House (a giugno esce un libro della Coulter sul tradimento della sinistra). Ora anche la Penguin si è attrezzata con una collana che darà spazio alle idee dei nuovi idealisti. Uno dei quali è Max Boot, ragazzo prodigio dell'ambiente neoconservatore, 33enne, ha già diretto le pagine degli editoriali del Wall Street Journal. Eleana Benador è la pr che cura l'immagine di Perle, James Woolsey, Ledeen, Charles Krauthammer del Washington Post, dell'esule iracheno Kanan Makiya, dell'iraniano Amir Taheri e dello stesso Boot. Quei maligni dell'Observer hanno messo dentro la galassia anche due liberal doc che sull'esportazione della libertà, nonostante i mille tentennamenti, da tempo sostengono idee simili a quelle della Spectre: sono Thomas Friedman del New York Times e Fareed Zakaria di Newsweek.
Christian Rocca

 

La missione di Bush non è ancora compiuta, ma resta il sogno rivoluzionario

IL FOGLIO, 4 settembre 2003

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La missione non è ancora compiuta. L'idea rivoluzionaria di combattere senza tregua il terrorismo antioccidentale, cambiare i regimi, abbattere le dittature, liberare i popoli e promuovere la democrazia è a un bivio. E, tra l'altro, non si capisce ancora se lo stallo e le incertezze americane siano da imputare a un problema di costi, a errori di pianificazione strategico-militare o più semplicemente all'avvicinarsi della campagna elettorale. William Kristol, sul Weekly Standard, ha scritto che le elezioni contano, ma ha ricordato che siamo all'inizio di una nuova era della politica estera: "Il ruolo dell'America non si risolverà una volta per tutte con le elezioni del 2004, ovvio. Ma certamente il risultato sarà decisivo per una generazione".
L'Amministrazione Bush dà l'impressione di non avere ancora deciso quale delle due vie imboccare. Da una parte si va per continuare la guerra antifascista contro i regimi che finanziano e promuovono il terrorismo; dall'altra si intravedono l'ordinaria amministrazione e la ricomposizione internazionale. La Casa Bianca non sceglie l'una, né abbandona l'altra. Per i sostenitori della guerra totale al terrore, l'indecisione porta diritti al disastro perché non si mostra all'avversario, anzi al nemico, la risolutezza di chi vuole andare fino in fondo. Al contrario, si trasmette una debolezza di intenti che rafforza la follia omicida degli islamofascisti. Una posizione simile a quella di chi, fin dall'inizio, ha invocato cautela, dialogo e condivisione internazionale dell'impegno antiterroristico per evitare che ogni giorno senza l'Onu allontani la possibilità di portare ordine in Medio Oriente.
Che fare, dunque? La Casa Bianca già la sera dell'11 settembre aveva promesso che dopo l'attacco alle Torri avrebbe fatto sul serio, tracciato una linea sulla sabbia, da una parte chi voleva sconfiggere il terrorismo e dall'altra i paesi dell'Asse del male, e combattuto senza cedimenti fino alla vittoria finale. Una logica da cowboy, ma è per merito di questa ferocia rivoluzionaria che in 18 mesi ha annientato due regimi fascisti, primo passo dell'ambizioso progetto di liberare e ridisegnare il Medio Oriente, e con il Medio Oriente anche le Nazioni Unite e il rapporto transatlantico con l'Europa.
Bush ieri ha autorizzato i suoi uomini a cercare un accordo per un mandato internazionale Onu in Iraq. Servono più uomini, più soldi e più civili del previsto. Secondo i liberal, la richiesta è una specie di dietrofront. Il portavoce della Casa Bianca smentisce e anche Colin Powell spiega che era tutto previsto. Lo conferma la missione americana di Franco Frattini, il quale questa mattina incontra Powell e poi Kofi Annan, a pochi giorni dal vertice sardo Berlusconi-Putin (con telefonata a Bush) che ha convinto la Russia ad accettare il comando Usa della missione Onu.

A Baghdad come in Bosnia
I neoconservatori, coloro cioè che hanno fornito al Bush post 11 settembre il progetto di esportare la democrazia per sconfiggere il terrorismo, sembrano meno baldanzosi di prima. C'è la granitica convinzione di Michael Ledeen e della National Review, ma c'è anche l'imbarazzo di Paul Wolfowitz che sul Wall Street Journal si è appellato al sostegno patriottico che meriterebbero le truppe più che a una lucida analisi della situazione. In un articolo pubblicato dal Foglio la settimana scorsa, Robert Kagan e William Kristol, avevano chiesto a Bush una cosa diversa: un maggiore impegno americano, non di scaricare le responsabilità all'Onu né di bosnizzare l'Iraq.
Bush, ha scritto Andrew Sullivan, "sta tentando di far funzionare la liberazione dell'Iraq, e sembra che si sia convinto della necessità di un coinvolgimento internazionale". Secondo il giornalista inglese, però "sta andando fuori strada", così come sbagliò quando dichiarò "compiuta" la missione in Iraq: "Sta dando l'impressione che la crescente violenza di questi giorni sia in qualche modo un'inversione di tendenza rispetto a quella vittoria, piuttosto che la continuazione della battaglia".
Interessante l'analisi di Lawrence Kaplan su The New Republic, rivista neoliberal. Sondaggi e libri di storia alla mano, Kaplan confuta l'idea secondo cui gli americani cambiano opinione se aumenta il numero delle vittime. Non è così, spiega. Gli americani non hanno la fobia delle perdite, ma quella della sconfitta. La vera sfida dei leader americani non è quella di convincere l'opinione pubblica a mantenere la linea in Iraq. La sfida è convincere se stessi.


 

Iraq, Israele e gli ebrei

Giorgio Gomel

http://www.iai.it/pdf/mediterraneo/Doc_Osservatio_pdf/Iraq_israele_Gomel.PDF 

Uno stereotipo diffuso fra alcuni opinion makers in Europa è che la guerra all’Iraq abbia servito gli interessi di Israele e dell’ebraismo americano e mondiale e che, quasi in una variante moderna dei Protocolli dei Savi di Sion, sia il potere degli ebrei a guidare la politica estera degli Stati Uniti e quindi, in virtù della supremazia planetaria di questi, le sorti stesse del mondo. Questo preconcetto è falso. Va confutato prima che si radichi negli orientamenti profondi dell’opinione pubblica non solo perché esso può facilmente degenerare in posizioni antisemite, ma perché è oggettivamente falso. Certamente, la deposizione, cattura o morte di Saddam Hussein e il disarmo dell’Iraq sono benefici importanti per Israele. La potenziale minaccia militare irachena sul fronte orientale è dissolta. Un canale di finanziamento del terrore suicida palestinese è reciso. Ma non è affatto certo che il trapianto forzato di democrazia occidentale in un paese arabo abbia successo, né è certo che alla vittoria dell’esercito americano non segua nel tempo un’ulteriore esplosione di radicalismo arabo-islamico volto contro l’Occidente. Né è certo che la sconfitta dell’Iraq dischiuda – se non vi sarà un’azione di pressione energica e concertata in seno al Quartetto fra Europa e Stati Uniti – spiragli di una trattativa fra Israele e Palestina, come avvenne dieci anni fa quando al termine della Guerra del Golfo prima la Conferenza di Madrid, poi la vittoria elettorale di Rabin contro il Likud di Shamir posero le premesse degli accordi di Oslo del 1993. Non resiste a un solido esame critico neppure l’opinione per cui sia stata preponderante l’influenza ebraica nel Congresso americano, in particolare attraverso l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) e il Jewish Institute for National Security Affairs, per giungere al voto quasi unanime in appoggio all’Amministrazione circa l’invasione dell’Iraq. Certamente, l’AIPAC esercita un’influenza importante nel Congresso in favore di Israele, e 2 spesso in sostegno alle posizioni più oltranziste della destra israeliana, ma nel caso dell’Iraq sono stati altri interessi organizzati a spingere potentemente per la guerra: l’industria militare, le compagnie petrolifere, le correnti fondamentaliste cristiane. La terza asserzione che si ritrova nel dibattito circa gli ebrei e la guerra attiene al numero elevato di ebrei nell’intelligentsjia neoconservative, oltreché tra i consiglieri di Bush e i policy makers più influenti nel partito repubblicano e nell’Amministrazione. Questi annoverano alcuni dei principali artefici della strategia della "guerra preventiva" e della dottrina del dominio "unilateralista" degli Stati Uniti. Ricordiamo alcuni dei più noti. Fra i primi, William Kristol1, Charles Krauthammer, Robert Kagan, Daniel Pipes. Fra i secondi, Paul Wolfowitz (Vicesegretario alla Difesa ), Richard Perle (Chairman del Defense Policy Board), Douglas Feith (uno dei Sottosegretari alla Difesa), Elliot Abrams (Direttore per il Medio Oriente del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, già incriminato perché implicato negli anni di Reagan nell’affare Iran-Contras nicaraguensi). Anche qui il giudizio è in parte viziato da una deformazione statistica. Intanto, era preponderante il numero di ebrei nell’Amministrazione Clinton – da Madeleine Albright ai Ministri del Tesoro Rubin e Summers, dal Consigliere per la Sicurezza Nazionale Samuel Berger al Ministro del Lavoro Reich, agli inviati in Medio Oriente Dennis Ross, Aaron Miller, ecc. Secondo, è molto elevato il numero di ebrei fra gli esponenti democratici più "liberal" nel Congresso e nella sinistra intellettuale2. In verità, ambedue i fatti sono epifenomeni di un comune elemento sottostante, cioè, il primato intellettuale che il mondo ebraico esercita nella società civile e nelle istituzioni negli Stai Uniti. Due sono, a mio avviso, invece le questioni veramente rilevanti. 1 William Kristol, di cui è uscito di recente con Lawrence Kaplan, "The War over Iraq: Saddam’s Tyranny and America’s Mission", Encounter, è autore del "Project for the New American Century" – il testo ideologico principale di questa corrente di pensiero. Come Kristol, anche altri sono figli – in senso biologico, non solo culturale – dei primi teorici neoconservative che ebbero grande influenza intellettuale negli anni ’80 nello spingere verso una politica estera più assertiva nei riguardi dell’URSS e del "comunismo" mondiale: Norman Podhoretz, Irving Kristol, Nathan Glazer. Ironicamente, da giovani (negli anni ’40) buona parte di costoro erano ideologicamente trotzkisti. 2 Fra questi, vi sono i 456 firmatari, di cui 125 rabbini, di un appello reso pubblico sul New York Times il 21 marzo scorso dal titolo "Perché gli ebrei dovrebbero opporsi alla guerra all’Iraq". Il messaggio principale era: "Il precetto ebraico à chiaro : persegui la giustizia, ricerca la pace, opera incessantemente per il Tikkun Olam". 3 L’una è se il peso crescente di questi ebrei neoconservative tradisca o precorra uno spostamento a destra dell’ebraismo americano e della sue tradizionali inclinazioni progressiste3. La seconda è se vi siano un’affinità ideologica e un’alleanza politica, al di là di una contingente convergenza di interessi nel favorire la guerra all’Iraq, fra questa corrente di pensiero e la destra nazionalista al potere in Israele. Circa il primo punto è possibile che gli anni a venire – sin dalle elezioni presidenziali del prossimo anno – segnino uno spostamento nel voto degli ebrei americani in favore del partito repubblicano per almeno due motivi : 1) sebbene gli ebrei restino in larga parte legati idealmente ai valori propri dei democratici (tutela delle minoranze, pluralismo religioso, separazione fra stato e chiese, antirazzismo), dal punto di vista sociale essi si vanno integrando sempre più negli strati medio-alti e conformando quindi a interessi di classe e valori conservatori; 2) come riflesso del sostegno americano a Israele e, in particolare, del sostegno dell’Amministrazione Bush a Sharon e al Likud. La novità politica importante risiede dunque, non tanto nel peso degli ebrei neoconservative – in larga parte ebrei del tutto assimilati, silenti circa la loro ebraicità –, quanto nel crescere di una presenza ebraica organizzata nel partito repubblicano, un tempo del tutto minoritaria anche negli anni di Reagan e di Bush padre. Spiccano fra questi alcuni grossi finanziatori quali il gioviale Mel Sembler, oggi ambasciatore americano a Roma, ieri esponente repubblicano nella Florida retta dal fratello di Bush. Circa il secondo punto, è vero e inquietante che si sia cementata un’alleanza ideologicopolitica fra i neoconservative negli Stati Uniti e la destra israeliana. Essi propugnano l’idea che Israele e Stati Uniti debbano muoversi all’unisono e che nel Medio Oriente la cooperazione strategica con Israele sia vitale alle esigenze di sicurezza degli Stati Uniti. Questa visione di una comunanza di interessi è stata ovviamente rafforzata dagli attentati del settembre 2001 e dall’abilità retorica di Sharon nell’equiparare Arafat a Bin Laden, l’Israele assediato dai palestinesi all’America aggredita dal terrore di Al Qaeda. Ma la sua genesi precede l’ondata terroristica recente. Già nel 1996 Richard Perle, Douglas Feith e altri, come consulenti di Netanyahu allora primo ministro di Israele, lo esortavano in un loro rapporto ad abbandonare gli accordi di Oslo e il principio di "territori in cambio di pace" e ad agire per affermare il "Grande Israele" e rimuovere dal potere Saddam Hussein. Più di recente, allorché nel giugno 2002 Bush presentò il suo piano per 3 Ancora nelle elezioni del 2000 Bush ottenne meno del 20 % del voto ebraico. 4 la ripresa delle trattative israelo-palestinesi, che pose le premesse della successiva "roadmap" formulata dal Quartetto (Stati Uniti, Unione Europea, Russia, ONU) e oggi in discussione, non pochi esponenti di associazioni ebraiche americane – religiose e laiche – non ebbero alcuna remora a firmare una petizione al Presidente contro la nascita di uno stato palestinese con la destra repubblicana e cristiano-fondamentalista. L’imperativo della difesa di Israele e, con l’inasprirsi del conflitto con i palestinesi, il sostegno alle posizioni anche più oltranziste e ostili al compromesso del suo governo, hanno spinto associazioni ebraiche di tendenza moderata-conservatrice ad accettare le seduzioni della "Christian Right" e delle sette evangeliche fondamentaliste. Queste sono strumentalmente e provvisoriamente filoisraeliane, ma nel profondo antisemite. Abbracciano l’ideologia estremista del "Grande Israele", predicano l’annessione dei territori occupati e la soggezione permanente dei palestinesi. Come ricorda acutamente Barbara Spinelli (La Stampa, 6.4.2003), Lo Stato di Israele deve esistere e grandemente espandersi affinché siano create le condizioni del Secondo avvento di Gesù: un avvento che comporterà tuttavia la fine dello Stato di Israele, la conversione in massa degli ebrei, e il loro sciogliersi definitivo nel cristianesimo che trionferà all’indomani dell’Armageddon, la finale lotta tra bene e male… Israele è al tempo stesso condizione del ritorno messianico e figura dell’anticristo… Ambedue elette da Dio, la nazione americana e quella israeliana hanno un comune compito di redenzione del mondo, ma alla fine una delle due – la nazione terrena – sarà inghiottita dall’altra, la nazione celeste. A parole Israele è difesa. In realtà viene usata". Quali sono dunque, in questo contesto, le chances effettive che gli Stati Uniti, d’intesa con il Quartetto, impongano a Israele l’accettazione della "roadmap" per la pace e la nascita di uno stato palestinese entro il 2005? Non molte, anche se dopo la guerra all’Iraq i rapporti con il mondo arabo e l’Europa e la necessità di stabilizzare la regione spingeranno Bush in questa direzione. I segnali dei mesi scorsi non sono incoraggianti. La "roadmap" doveva essere resa pubblica nel dicembre 2002. Ma Sharon ottenne in una prima fase che fosse rinviata a dopo le elezioni israeliane, ricevendo così dagli Stati Uniti un appoggio enorme alla sua campagna, poi a dopo la guerra irachena. In questi giorni il governo d’Israele ha chiesto agli americani emendamenti sostanziali al piano. Gli interessi della destra repubblicana e la prospettiva delle elezioni del 2004 indeboliranno la capacità di Bush di premere su Sharon. Eppure, soltanto le pressioni degli Stati Uniti, con il sostegno del resto del mondo e una qualche forma di presenza 5 internazionale - di osservatori oppure di una vera forza multinazionale di pace4 (4) - potranno porre un freno alla violenza, dare avvio allo smantellamento delle colonie ebraiche, condurre a una crisi di governo in Israele con l’uscita dei partiti di estrema destra contrari ad ogni accordo di pace e riportare le parti al tavolo dei negoziati sulla base dei parametri di Clinton del dicembre 2000. Giorgio Gomel 4 In un recente scritto ( "Dopo l’Iraq. Il fronte israeliano", Aspenia, 20, 2003), Shlomo Ben-Ami, Ministro degli esteri nell’ultimo governo Barak, propone che una forza internazionale di peace-keeping agisca sotto l’egida di un vero e proprio mandato internazionale nei Territori.

 

Le "radici" della guerra in Iraq....

a cura di Simone Cumbo

http://members.tripod.com/~ufocun/00055u.htm

In una lettera al presidente Clinton datata 26 gennaio 1998 richiesero "la destituzione del regime di Saddam Hussein", e in una lettera datata 29 maggio 1998, si lamentarono con il presidente della Camera dei Rappresentanti Newt Gingrich e con il Senatore Trent Lott che Clinton non li aveva presi in considerazione, reiterando al contempo il consiglio di rovesciare Saddam Hussein. E aggiunsero "Dobbiamo stabilire e mantenere una forte presenza militare statunitense nella regione, essere pronti ad usare questa forza per proteggere i nostri interessi vitali nel Golfo Persico e, se necessario, appoggiare la destituzione di Saddam". Queste lettere portavano la firma di Donald Rumsfeld; William Kristol, direttore della rivista di destra Weekly Standard e presidente del PNAC; Elliott Abrams, il cospiratore colpevole dell'affare Iran-Contra che nel 2002 Bush nominò direttore della politica del Medio Oriente del Consiglio di Sicurezza Nazionale; Paul Wolfowitz, attuale vice di Rumsfeld al Pentagono; John Bolton, attuale sottosegretario di stato per il controllo delle armi e la sicurezza internazionale; Richard Perle, attuale presidente del Defense Science Board; William J. Bennett, Segretario all'Istruzione del presidente Reagan; Richard Armitage, attuale vice di Colin Powell al Dipartimento di Stato; Zalmay Khalilzad, ex consulente della UNOCAL e ambasciatore di Bush in Afganistan; e molti altri importanti militaristi americani. Oltre ai firmatari delle lettere, vi sono anche i fondatori del PNAC, tra i tanti Dick Cheney; I. Lewis Libby, attuale capo dello staff di Cheney; e Stephen Cambone, burocrate del Pentagono in entrambe le amministrazioni Bush. Le loro idee sono state rapidamente diffuse grazie ad un rapporto datato settembre 2000 intitolato "Rebuilding America's Defenses: Strategy, Forces, and Resources for a New Century" (Ricostruire le difese dell'America: strategie, forze e risorse per il nuovo secolo - N.d.T.) e da un libro curato da Robert Kagan e William Kristol, Present Dangers: Crisis and Opportunity in American Foreign and Defense Policy.

Dopo che George W. Bush diventò presidente, molti di questi uomini ritornarono a ricoprire posizioni di potere nell'ambito della politica estera americana. Per nove mesi, erano rimasti in agguato. Stavano aspettando, per dirla con le parole del documento del PNAC "Rebuilding America's Defenses", un "evento catastrofico e catalizzante, una nuova Pearl Harbor" che avrebbe mobilitato l'opinione pubblica e avrebbe consentito loro di mettere in pratica le loro teorie e i loro piani. L'11 settembre era quello che ci voleva. Condoleezza Rice riunì i membri del Consiglio di Sicurezza Nazionale e chiese loro di "pensare al 'modo di trarre vantaggio da queste opportunità per cambiare alla base la dottrina americana e l'aspetto del mondo sulla scia degli avvenimenti dell'11 settembre". Disse "Penso davvero che questo periodo sia analogo a quello tra il 1945 e il 1947, quando la paura e la paranoia portarono gli Stati Uniti alla Guerra Fredda con l'Unione Sovietica.

January 26, 1998

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All'onorevole William J. Clinton,
residente degli Stati Uniti,
Washington, DC

 

Caro Presidente,

le scriviamo perché siamo convinti che l'attuale politica americana nei confronti dell'Iraq non stia funzionando, e che presto potremmo trovarci ad affrontare una minaccia in Medio Oriente più grave di qualsiasi altra dalla fine della guerra fredda. Nel suo prossimo intervento sullo Stato dell'Unione, lei ha l'occasione di tracciare un chiaro e determinato percorso per fronteggiare tale minaccia.

 

La esortiamo a cogliere questa opportunità e a enunciare una nuova strategia che assicuri gli interessi degli Stati Uniti e dei nostri amici e alleati in tutto il mondo. Questa strategia dovrebbe mirare, anzitutto, alla rimozione del regime di Saddam Hussein. Siamo pronti a offrire il nostro supporto in questo difficile ma necessario tentativo.

 

La politica di "contenimento" di Saddam Hussein non ha fatto altro che erodersi negli ultimi mesi. Come recenti avvenimenti hanno dimostrato, non possiamo più far affidamento sui nostri partner nella coalizione della Guerra del Golfo per continuare a sostenere le sanzioni o a punire Saddam quando ostacola o elude le ispezioni dell'Onu. La nostra capacità di assicurare che Saddam Hussein non stia producendo armi di distruzione di massa, perciò, è sostanzialmente sminuita. Se anche venissero interamente riprese le ispezioni, cosa che adesso pare molto improbabile, l'esperienza ha dimostrato che è difficile, per non dire impossibile, monitorare la produzione di armi chimiche e biologiche in Iraq. Il lungo periodo durante il quale gli ispettori non sono stati messi nelle condizioni di accedere a molti impianti iracheni, ha reso ancor meno probabile che possano scoprire tutti i segreti di Saddam. Con il risultato che, in un futuro non troppo lontano, saremo incapaci di determinare con qualche ragionevole livello di sicurezza se l'Iraq possiede o meno questo tipo di armi.

 

Tale incertezza, da sola, avrà un effetto seriamente destabilizzante nell'intero Medio Oriente. È quasi superfluo aggiungere che se Saddam acquisisse la capacità di lanciare armi di distruzione di massa, cosa che quasi certamente farà se noi continueremo sulla presente strada, la sicurezza delle truppe americane nella regione, di nostri amici e alleati come Israele e gli stati arabi moderati, oltre che di una significativa porzione delle riserve mondiali di petrolio, sarebbe messa in forse. Come lei ha giustamente dichiarato, signor Presidente, la sicurezza del mondo agli inizi del ventunesimo secolo sarà in grande misura determinata da come noi gestiremo questa minaccia.

 

Data la rilevanza della minaccia, la politica attuale, che per avere successo dipende dalla saldezza dei nostri partner nella coalizione e dalla cooperazione di Saddam Hussein, è pericolosamente inadeguata. L'unica strategia accettabile sarebbe una che eliminasse la possibilità stessa che l'Iraq sia in grado di usare o di minacciare di usare armi di distruzione di massa. Nel breve termine, ciò significa rimuovere Saddam Hussein e il suo regime. Questo deve ora diventare l'obiettivo della politica estera americana.

La esortiamo a formulare tale obiettivo e a concentrare l'attenzione della sua amministrazione su come mettere in pratica la strategia per rimuovere il regime di Saddam. Questo necessita del pieno impiego di tutti gli sforzi di tipo diplomatico, politico e militare. Benché siamo pienamente consapevoli dei pericoli e delle difficoltà comportate dalla messa in pratica di tale politica, crediamo che i pericoli conseguenti a un mancato intervento siano ben maggiori. Crediamo che gli Stati Uniti abbiano l'autorità, data dalla copertura delle esistenti risoluzioni dell'Onu, di prendere le misure necessarie, comprese quelle militari, per proteggere i nostri interessi vitali nel Golfo. In ogni caso, la politica americana non può continuare a essere paralizzata da una fuorviante insistenza sull'unanimità nel Consiglio di sicurezza dell'Onu.

La esortiamo ad agire con decisione. Se lei interverrà ora per porre fine alla minaccia di armi di distruzioni di massa contro gli Stati Uniti o i suoi alleati, agirà nel più fondamentale interesse di sicurezza nazionale del nostro paese. Accettare la strada della debolezza e dell'immobilismo, significherebbe mettere i nostri interessi e il nostro futuro in pericolo.

In fede,

Elliott Abrams, Richard L. Armitage, William J. Bennett, Jeffrey Bergner, John Bolton, Paula Dobriansky, Francis Fukuyama, Robert Kagan, Zalmay Khalilzad, William Kristol, Richard Perle, Peter W. Rodman, Donald Rumsfeld, William Schneider, Jr. , Vin Weber, Paul Wolfowitz, R. James Woolsey, Robert B. Zoellick


Nuovi nazisti?
 di Alberto Chicayban

http://lists.peacelink.it/voce/msg00282.html 

 

Nella primavera del 1997 un gruppo di cittadini nord americani creò il PNAC (Project for the New American Century), un'associazione senza scopo di lucro che niente di meno ha sviluppato un interessante e trasparente piano per sottomettere il pianeta. Il principale esponente del PNAC attualmente è William Kristol, l'erede di Irving Kristol, fonte di ispirazione della nuova destra degli Stati Uniti. I direttori dell'istituzione sono Robert Kagan, Devon Gaffney Cross, Bruce P. Jackson e John R. Bolton, con la direzione esecutiva affidata ad un certo Gary Schmitt. Questi nomi forse non sono familiari, ma leggete qui di seguito.

 

L'associazione ha sponsorizzato una ricerca fra alcuni specialisti nord americani nel campo strategico e ciò ha prodotto una sorta di rapporto dal nome Rebuilding America's Defenses (Ricostruire le difese dell'America) che è stato pubblicato nell'anno 2000 per le elezioni presidenziali. Rebuilding possiede un totale di novanta pagine e si può tranquillamente scaricare dal sito www. newamericancentury.org interamente disponibile a qualunque persona interessata ad altro che non a discorsi patetici.

 

Il testo del rapporto fu redatto da un gruppo allora sconosciuto ma destinato a far storia: Dick Cheney, l'attuale vice di Bush; Donald Rumsfeld, il segretario alla difesa; Paul Wolfowitz, vicesegretario alla difesa; Jeb Bush, fratello di George W.Bush, e Lewis Libby, coordinatore dello staff di Dick Cheney. Rebuilding è diventata la Bibbia di Donald Rumsfeld, che si è messo in testa di cimentarsi in strategia globale sfidando anche gli specialisti militari (basta vedere le ultime polemiche sui piani di invasione dell'Iraq).

 

La lettura di Rebuilding può essere molto esplicativa per capire la guerra contro l'Iraq come la punta di un iceberg di ambizione delirante che in pratica prevede il controllo del mondo. Gli autori partono della ristrutturazione delle forze armate americane e dal concetto di difesa per arrivare ai bisogni geopolitici degli Stati Uniti. In molti passi quasi si legge l'espressione spazio vitale nord americano.

Nella sezione Key Findings, il rapporto elenca quattro missioni per le forze armate degli Stati Uniti:

- "difendere i possedimenti nord americani"

- "lottare e vincere guerre multiple e simultanee"

- "realizzare lavori di polizia associati alla manutenzione della sicurezza in regioni critiche"

- "trasformare le forze armate degli Stati Uniti per sfruttare la rivoluzione nel campo militare".

 

Per arrivare a far compiere alle forze armate nord americane le quattro missioni, il documento raccomanda investimenti senza freno nel sistema militare dopo aver constatato il "declino della potenza militare degli Stati Uniti". Propone lo sviluppo di nuove armi, comprese quelle biologiche, pure capaci di distruggere "specifici genotipi", cioè, una sorta di bomba etnica come hanno sognato gli israeliani: un ordigno capace di distinguere un determinato tipo di persona destinata ad essere uccisa in mezzo ad altri individui eletti per sopravvivere. La costante presenza militare in Europa e nell'Asia e la capacità di riporre nuovi effettivi in quelle regioni vengono raccomandate per riuscire a vincere "la sfida del nuovo secolo e imporre una Pax Americana".

 

Considerando le forze armate degli Stati Uniti all'estero, il documento parla di "nuova cavalleria lungo la nuova frontiera americana" (noi probabilmente saremmo gli indiani) e raccomanda il "mantenimento della superiorità nucleare strategica". L'Inghilterra viene definita nel documento come un alleato chiave per eseguire le missioni e l'Europa considerata "un potenziale rivale degli Stati Uniti".

 

Rebuilding scarta le Nazioni Unite come garante nelle missioni di pace perché queste richiedono l'egemonia politica nord americana. Il documento consiglia anche il controllo assoluto dello spazio e del cyberspazio per aprire la strada alla creazione delle U.S. Space Forces. I militari nord americani devono riprendersi Internet e lo spazio siderale (non è fantascienza, potete leggerlo alla pagina 51 del rapporto). "La meta è preservare una sicurezza internazionale che punti agli interessi ed ideali degli Stati Uniti".

 

La regione del Golfo Persico viene menzionata in molte parti del documento. La guerra contro Saddam è prevista nel testo e gli autori affermano che "anche se Saddam dovesse uscire di scena le truppe nord americane dovrebbero mantenere la presenza nella regione occupando in forma permanente le basi nell'Arabia Saudita e nel Kuwait", perché anche "l'Iran potrà rivelarsi minaccioso nei confronti degli interessi nord americani". George Bush Senior viene addirittura criticato a causa della sua poca incisività: "La Guerra del Golfo nel 1991 ha rivelato i limiti della politica di Bush nell'affrontare i combattimenti in terra nell'Iraq, limitandosi ad una presenza fisica in Kuwait".

 

Il rapporto menziona esplicitamente soltanto due basi militari occupate dagli USA: Aviano e Incirlik, nella Turchia. Riguardo alla base di Aviano, "da lontano la locazione primaria per le operazioni nei Balcani: ha bisogno di essere sostanzialmente migliorata". Rebuilding considera le basi nord americane in Europa assolutamente indispensabili perché "la nascente Europa potrebbe muoversi verso la costituzione di una identità indipendente nell'ambito della difesa e della politica". Il rapporto afferma che "la NATO potrebbe essere sciolta e gli Stati Uniti resterebbero senza voce negli affari della sicurezza in Europa".

 

Un giorno Hitler convocò Erwin Von Rommel, detto "la Volpe del Deserto", per fargli vedere i suoi piani di guerra e domandò l'opinione del grande generale. Rommel rispose più o meno così:

- "Mettersi contro tutto il mondo è, anche dal punto di vista militare, una grande follia!" Hitler lo cacciò via dal suo ufficio. Per alcuni personaggi che la storia insiste ad imporci la lezione storica della Volpe del Deserto è molto difficile da capire.


 

Dossier Leo Strauss: le radici dell’utopia mondialista

http://www.movisol.org/strauss.htm

[Solidarietà, anno XI n. 2, giugno 2003]


PRIMA PARTE



Il dossier che sta cambiando la storia. Distribuito in centinaia di migliaia di copie in tutto il mondo, soprattutto negli USA, è stato ripreso dai grandi mezzi d'informazione (una lista parziale in fondo). Sta diventando l’elemento catalitico di una resistenza alla fazione guerrafondaia al potere. Oltre all'articolo introduttivo, riprodotto di seguito, il dossier comprende:
Le "ignobili bugie" dietro la guerra in Iraq: analisi delle giustificazioni assurde di una guerra a cui il gruppo di Cheney si prepara da almeno 12 anni.

— Il metodo della menzogna sistematica giustificato dalle teorie di – Leo Strauss.
— L'11 settembre 2001 come fattore "indispensabile" per imporre la politica di "guerra preventiva"
— La politica del "clean break" di Richard Perle per innescare la polveriera mediorientale
— I servizi paralleli: l'unità d'intelligence segreta del Pentagono.

"Rumsfeld come Stranamore II". Un'ampia analisi di Lyndon LaRouche che spiega come mai un gruppo di potere così ristretto, come quello che ha scatenato la guerra in Iraq, riesca a tenere in ostaggio gli USA e il resto del mondo. Messe a fuoco le debolezze ideologiche della popolazione, e non solo quella americana, l'autore pone in risalto l'alternativa rappresentata dai giovani ai quali la generazione attuale non riserva alcun futuro.

Il regno segreto di Leo Strauss.
Squarci sul "come funziona" il mondo accademico creato da Leo Strauss negli USA raccontati da Tony Papert, collaboratore di LaRouche e studioso di Platone.

Alexandre Kojeve e la "violenza rigeneratrice"
Un elemento fondamentale della "scuola" degli utopisti imperiali è rappresentato dal sinarchismo di cui l'esponente centrale è il professore parigino di origine russa Alexandre Kojeve. A lui si rifanno i moderni Robespierre decisi a decapitare ogni forma del "bene comune" dalla vita e dalla cultura politica.


Introduzione al dossier


Secondo la rivista americana Time del 17 luglio 1996, il professore dell’Università di Chicago Leo Strauss (1899-1973) è il filosofo prediletto dei politici di Washington ed è il vero ispiratore della “rivoluzione conservatrice”, allora capitanata da Newt Gingrich nel Congresso americano con il suo programma di austerità fascista, il “Contract with America”.
Dal 1996 a oggi l’influenza di Strauss è diventata sempre più egemone. Tra gli straussiani più in vista c’è il vicesegretario alla Difesa Paul Wolfowitz, che ha studiato sotto Allan Bloom, l’alter ego di Strauss all’Università di Chicago. Wolfowitz dirige al Pentagono il partito della guerra, costituito essenzialmente da elementi della burocrazia civile. A lui fa anche riferimento I. Lewis Libby, il capo dello staff del vice presidente Dick Cheney che gli ha affidato un “consiglio di sicurezza ombra” nell’Old Executive Office Building, l’edificio più prossimo alla Casa Bianca.
Saul Bellow riferisce nella sua biografia di Bloom che durante la Tempesta del Deserto del 1991, quando Bush senior respinse la proposta di Wolfowitz e di Cheney di ordinare alle truppe americane di marciare su Baghdad, Wolfowitz se ne lamentò con Bloom in una telefonata privata.
Quest’influenza nefasta è stata recente messa a fuoco da Lyndon LaRouche. Ne ha parlato il 3 marzo nel corso di un trasmissione radiofonica molto seguita, diretta da Jack Stockwell. Il candidato alla presidenza USA ha spiegato in tale occasione che Strauss, insieme a Bertrand Russell e H.G. Wells è tra i maggiori responsabili, sul piano intellettuale, del fatto che gli Stati Uniti stanno ripetendo il tragico errore delle Guerre Peloponnesiache, quando Atene cercò di sottomettere i suoi alleati, grazie ai quali aveva potuto respingere i persiani, e finì con il condurre se stessa e la cultura greca all’autodistruzione, lasciando così spazio all’emergere dell’imperialismo romano.
Nel periodo successivo a quell’intervista, il tema di Leo Strauss è stato ripreso da organi d’informazione in Germania, Francia, Italia e America (vedi scheda sotto).
Il libro di Shardia B. Drury “Leo Strauss e la destra americana”, apparso nel 1997, ci da un’idea della “nidiata” intellettuale di Strauss. Oltre a Paul Wolfowitz vi sono:
Clarence Thomas, giudice della corte suprema
Robert Bork, giudice
William Kristol, editore della rivista “Weekly Standard” a cui fanno riferimento i neo conservatori
William Bennet, ministro dell’Istruzione
William F. Buckley, editore della National Review
Alan Keyes, ex funzionario dell’amministrazione Reagan,
Francis Fukuyama, consigliere di bioetica della Casa Bianca; la sua idea sulla “fine della storia” è di stretta concezione straussiana.
John Ashcroft, Attorney General impegnato ad istituire un regime totalitario giustificandolo con l’“emergenza terrorismo”.
William Galston, ex consigliere dell’amministrazione Clinton per la politica interna e, insieme a Elaine Kamark, autore della piattaforma politica del Democratic Leadership Council, la corrente democratica egemone rappresentata da Joe Liberman.
Dopo la seconda guerra mondiale, tra gli alleati e i protetti di Strauss nel lanciare il movimento neo conservatore si contano Irving Kristol, Norman Podhoretz, Samuel Huntington, Seymour Marin Lipset, Daniel Bell, Jeane Kirkpatrick e James Q. Wilson.
L’impostazione filosofica di Strauss è caratterizzata da un’odio viscerale per il mondo moderno e dalla convinzione che occorra un regime totalitario gestito dai ‘filosofi’. Essi respingono i principi universali della legge naturale ma si considerano governanti supremi e assolutistici, capaci di mentire alle masse strumentalizzandole e spacciano questo come l’insegnamento di Platone sulla “nobile menzogna”. Ritengono la politica e la religione degli strumenti per diffondere i miti necessari a mantenere la popolazione sottomessa. Così, ciò che gli straussiani odiano di più alla fin fine sono proprio gli Stati Uniti, che in pratica considerano una riedizione patetica della “democrazia liberale” della Germania di Weimar.
Nella sua carriera Strauss ha personalmente dato la laurea a 100 studenti e la sua “scuola” è praticamente egemone in gran parte delle facoltà di scienze politiche e di filosofia.
Fuggito dalla Germania nazista perché di origine ebraica, Strauss fece proprie senza imbarazzi le teorie filosofiche e giuridiche alla radice del nazismo proposte da Friederich Nietzsche, da Martin Heidegger e da Carl Schmitt. Alcune biografie recenti di Heidegger pongono in risalto il suo entuasiasmo per Hitler ed il nazismo negli anni in cui fu rettore dell’università di Friburgo, per tutto il tempo in cui il regime fu al potere, e che promosse il revival di Nietzsche. Il presidente dei giuristi nazisti, Carl Schmitt (1888-1985), si premurò personalmente di ottenere per Strauss, nel 1934, una borsa di studio della Fondazione Rockefeller affinché potesse studiare in Francia e in Germania, prima di trasferirsi definitivamente negli Stati Uniti. Nella sua lunga carriera accademica Strauss non ha mai preso le distanze dai suoi autori preferiti: Nietzsche, Heidegger e Schmitt.
Carl Schmitt fu definito dai nazisti “Il giurista principe del Terzo Reich”, grazie al ruolo che ebbe nel sovvertire sistematicamente la costituzione della Repubblica di Weimar a partire dal 1919. Fu infatti consigliere dei governi di Brüning, Von Papen e Hitler. Si schierò contro il sistema costituzionale fondato sugli ideali del liberalismo politico e del diritto dei singoli, ritenendolo impotente e corrotto, e fu lui a proporre il governo per decreto e una temporanea dittatura commissariale presidenziale per “salvare” la costituzione. Fu un grande ammiratore di Benito Mussolini, con il quale ebbe uno scambio di vedute sul Diritto Romano. Riconosceva al Duce il merito di aver instaurato un sistema perfetto, fondato sullo stato autoritario, la chiesa e la libera impresa, e capace di gestire i miti con cui comandare alla volontà popolare.
Nel 1933 Schmitt giustificò giuridicamente la decisione di Hitler di imporre la dittatura dopo l’incendio del Reichstag e poi l’invasione della Polonia come “guerra preventiva”: secondo lui la Germania aveva diritto ad estendere il territorio per la propria sicurezza di fronte al rischio delle orde bolsceviche che volevano invaderla. Il presupposto teorico è che lo stato non è legittimato dal suo scopo morale, ma dal modo in cui reagisce di fronte al “pericolo concreto”. Al nocciolo si individua così il pensiero di Hobbes.
Heinrich Meier, professore della Fondazione Siemens, ha scritto due libri su Schmitt e Strauss, che sono egemoni negli ambienti della destra straussiana in Germania e negli USA. Meier spiega che grazie alla loro collaborazione, le idee di Schmitt sono diventate più congeniali alla “rivelazione” cristiana. Così, dice Meier, nel distinguere i nemici dagli amici si obbedisce alla forza nascosta della fede: il leader obbedisce alla rivelazione divina quando prende la decisione storica su chi è il proprio nemico. Strauss invitò Schmitt a “riconoscere apertamente” questa forza ispiratrice, e da ciò prese le mosse quell’ideologia straussiana che successivamente è sfociata nelle teorizzazioni dello “scontro di civiltà”. Strauss esortò il suo maestro a riconoscere che la “politica” non è soltanto una delle sfere dell’attività umana, ma che è piuttosto l’attività umana principale, conferendole al tempo stesso una dimensione religiosa.
Nel rielaborare il pensiero di Schmitt, Strauss sostiene che la fede in Dio costituisce la base per distinguere gli amici dai nemici e questo consente di preservare la supremazia della politica sulle altre sfere della vita sociale. La fede insegna la contrapposizione tra Dio e l’Anti-Cristo, “ma lascia all’uomo tutto lo spazio d’azione per decidere come e in che modo l’Anti-Cristo appare e come è meglio combatterlo”.
Nel criticare il liberalismo e la modernità Strauss prende di mira lo spettro di una rinuncia alla distinzione tra amici e nemici, una distinzione vantata invece come la salvaguardia della politica e della religione.
L’interpretazione straussiana di Schmitt legittimizza così ogni guerra di religione. Quando una tale definizione della politica è intesa come identità primaria di una società ne consegue che anche i rapporti entro lo stato si definiscono allo stesso modo: un “nemico interno” è chiunque si oppone a ciò che si reputa “la volontà divina”.


[Solidarietà, anno XI n. 2, giugno 2003]

SECONDA PARTE

Sinarchismo: alla radice dell'utopia imperiale

Aldo Moro: tra minacce di golpe militare e golpe tecnocratico sovranazionale.

Perché il sinarchismo è "nazi-comunismo". L’esempio messicano.

 

Proponiamo di seguito l'articolo su Aldo Moro.

Aldo Moro: tra minacce di golpe militare e golpe tecnocratico sovranazionale

Rileggendo le lettere di Aldo Moro dalla prigione delle Brigate Rosse, ci si imbatte in un tale Robert Marjolin, il quale si rese protagonista di un intervento di tale gravità che il compianto presidente della DC ritenne di doverne parlare nel famoso memoriale, cosciente che questo sarebbe probabilmente stato il suo testamento politico.
Come spiega l’articolo di Jeff Steinberg in queste pagine, Marjolin fu identificato dai servizi segreti USA, durante la guerra, come una colonna del sinarchismo. Nel 1964, in veste di vicepresidente della Commissione CEE, Marjolin si recò a Roma, dove si stavano svolgendo i negoziati per la formazione del primo governo di centrosinistra, per diffidare dall’adozione del programma di coalizione, impostato sull’idea di “programmazione” e comprendente una serie di riforme tra cui quella urbanistica. L’intervento di Marjolin fu una pesantissima interferenza, ma quel che è peggio è che essa avvenne in coincidenza (e verosimilmente in coordinamento) con il famoso “piano Solo”, la minaccia di un colpo di stato messa in atto dal Presidente della Repubblica Antonio Segni, un avversario della svolta in corso.
Scrivendo il diario di quei giorni, Moro non sa che Marjolin è il principale allievo di Alexandre Kojeve, il più stretto collaboratore transatlantico di Leo Strauss, e membro del movimento sinarchista. Scrive Moro: “Il tentativo di colpo di stato nel ‘64 ebbe certo le caratteristiche esterne di un intervento militare, secondo una determinata pianificazione propria dell’arma dei Carabinieri, ma finì per utilizzare questa strumentazione militare essenzialmente per portare a termine una pesante interferenza politica rivolta a bloccare o almeno fortemente ridimensionare la politica del centro sinistra, ai primi momenti del suo svolgimento. ... Nel frattempo però diventarono preminenti gli sviluppi politici a causa di una lettera diffida mandata al Presidente del Consiglio dal ministro del Tesoro (Emilio Colombo, ndr.) circa gli eccessivi oneri finanziari della politica di centrosinistra e di un intervento nello stesso senso, che aveva sapori d’interferenza, del sig. Marjolin della Comunità Politica (sic) Europea. Mentre si attenuava il significato del golpe in quanto tale, si accentuava la tendenza a diminuire la portata del centrosinistra e a ridurla per asserite ragioni finanziarie, ad una normale politica riformistica”. “Il fatto grave, ripeto, fu politico anche per il fatto dell’interferenza della Comunità Europea nelle cose italiane, attraverso la missione Marjolin”, ribadisce enfaticamente Moro in un’altra pagina del suo memoriale.
Occorre sottolineare che “l’interferenza” non va collocata solo nella vicenda italiana, ma in una situazione di destabilizzazione internazionale avviata con l’assassinio del presidente Kennedy, del presidente dell’ENI Enrico Mattei (entrambi sostenitori del progetto di centro-sinistra, come risulta dai documenti ufficiali) e di una serie di attentati alla vita del presidente Charles De Gaulle che si protrassero fino al 1965, quando la cordata di Marjolin fu spodestata dai vertici della CEE su intervento diretto di De Gaulle. La domanda retorica che si pone a questo punto è quella sull’esistenza di una possibile convergenza tra “l’anonima assassinii”, impegnata nei delitti politici, e i disegni mondialisti di cui Marjolin/Kojeve si fecero promotori in seno alla CEE, come il tentativo di sottrarre le entrate fiscali agli stati nazionali per “centralizzarle” nella Commissione.
Quattordici anni dopo, la mano della sinarchia si intravede ancora una volta, nella brutale reazione al nuovo tentativo riformistico di Moro, stavolta con il PCI. Un personaggio, Michael Ledeen, si insedierà al Viminale nel comitato di crisi istituito da Cossiga per coordinare le ricerche dei brigatisti che tengono prigioniero il Presidente della DC. Altri personaggi, come il musicista Igor Markevic e “l’ultimo dei Caetani”, l’ufficiale dell’intelligence britannico Hubert Howard, entrambi legati alla sinarchia internazionale, svolgono un ruolo decisivo.
Su tutto, l’ombra politica di un Henry Kissinger nemico dichiarato del progetto moroteo. Molti elementi della vicenda Moro sono venuti a galla grazie ad un efficace lavoro d’indagine che è stato svolto dalla Commissione d’inchiesta sulle stragi nella passata legislatura.
Ma già nel settembre 1978 il Partito Operaio Europeo, che rappresentava il movimento di LaRouche in Italia, aveva puntato il dito contro il partito oligarchico, i servizi segreti britannici e lo “snodo Caetani”. Una denuncia niente affatto profetica ma basata sul metodo dell’ipotesi e della verifica storica, la stessa che ci permette di denunciare e isolare i golpisti di Washington come filiazione del partito sinarchista in seno all’oligarchia finanziaria internazionale.


 

I mezzi d'informazione che hanno parlato del "dossier Leo Strauss"

 

Il «Dossier Leo Strauss» è stato distribuito negli USA ormai in 800 mila copie ed è stato ampiamente diffuso e tradotto nel resto del mondo.
Diamo di seguito una lista di alcune delle reazioni che ha suscitato:

Süddeutsche Zeitung – 5 marzo 2003
“Il partito di Zeus – La combriccola: l’influenza degli straussiani nella politica USA” di Tim B. Mueller
“Il New York Times lo chiamò il padrino del Contract with America del 1994. Per il Times è stato ‘una delle personalità più influenti nella politica americana’ e la New Republic chiama i suoi seguaci nel mondo politico ed accademico ‘una delle prime dieci combriccole del millennio’.”
“La maggior parte dei neo-conservatori sono stati studenti, o studenti degli studenti di Leo Strauss. Altri hanno studiato sotto straussiani famosi come Harvey Mansfeld e Allan Bloom”.
Mueller descrive l’influenza degli straussiani dell’American Enterprise Institute, “dove Bush ha parlato l’altro giorno”. Mueller conclude che “Non si può comprendere la politica americana oggi senza conoscere il retroterra straussiano dei suoi principali pensatori neo-conservatori”. Spiega inoltre che lo straussismo è una mistura di idee “elitarie” con uno strato di religiosita attorno al “patriottismo”, che aspira ad un ritorno all’“interventismo democratico di Teddy Roosevelt”. Con “elitismo” Strauss intendeva dire che la verità è riservata solo a pochi, “i filosofi”.

Libération – 10 marzo 2003

Titolo: “Quegli intellettuali straussiani che riempiono i ranghi dei falchi americani”.
“Negli Stati Uniti non sono i militari che vogliono la guerra. Sono gli intellettuali. Il principale ‘falco’ nell’amministrazione Bush è Paul Wolfowitz ... è il più famoso ... ha studiato sotto Allan Bloom .... e il matematico Albert Wolhstetter, il padre della dottrina nucleare americana. [“il dott. Stranamore” – NdR]
“Non è raro vedere come i più bellicosi sono anche i letterati più raffinati. Uno è Victor David Hanson ... specialista dell’antichità greca ... e Donald Kagan professore di Yale un’altro emiente storico dell’antichità e padre di uno dei più prolifici ideologhi neo conservatori, Robert Kagan...
“Leo Strauss ... si ribellava contro la modernità che secondo lui fu la causa dell’emergenza dello stalinismo e del nazismo”.

Le Monde – 20 marzo 2003
Cita George W. Bush all'American Enterprise Institute, il “tempio” dei neo-conservatori: “Voi rappresentate alcuni dei migliori cervelli del paese” tanto che “il mio governo si avvale di una ventina di voi”.
Il quotidiano francese tornava sull'argomento il 15 aprile con un articolo intitolato “Lo stratega e il filosofo”: “I neo-conservatori non debbono essere confusi con i fondamentalisti cristiani che si trovano attorno a Bush”, provengono da una certa sinistra di New York, dalla East Coast, come anche dalla California.
“Ma, spiega Pierre Hassner, ciò che c’è di singolare nell’amministrazione Bush è di essere riuscita a fondere queste due correnti. George W. Bush induce neoconservatori e fondamentalisti cristiani a fare causa comune. Bush ... ha concepito un cocktail ideologico sorprendente -- ed esplosivo -- maritando Wofowitz e Ashcroft ... due mondi opposti”.

Il New York Times, 4 maggio 2003
“Leo-Cons, un'eredità classica: i nuovi imperialisti”. (ripreso da Gianni Riotta sul Corriere della Sera del 7 maggio).
“L'Amministrazione bush è piena di straussiani”, scrive James Atlas in un ampio articolo di prima pagina del magazine domenicale «Week in Review» del quotidiano newyorkese, corredato da una ricca galleria fotografica degli straussiani, con Wolfowitz nei panni del gladiatore in copertina. "Hanno penetrato la cultura ad ogni livello, dalle università al Pentagono, dirigono e scrivono nelle pubblicazioni grandi e piccole. Finanziano centri studi ... e dispongono di ciò che serve per mandare in onda il loro pensiero ... Sono i neo-conservatori, un nome onnicomprensivo di gruppi disparati ... che intellettualmente si rifanno ... a Leo Strauss.”

Il New Yorker (su Internet) Ha pubblicato il 5 maggio un dossier di Seymour Hersh che riprendeva le informazioni della scheda dell’EIR sull’unità d’intelligence al Pentagono. Questi servizi paralleli sono uno dei fianchi più vulnerabili per un probabile "Straussgate".


• Una calunnia molto articolata contro LaRouche e è apparsa il 9 giugno sul Wall Street Journal, firmata da Robert L. Bartley, ex direttore del Wall Street Journal. Bartley accusa il Financial Times e il New Yorker di fare causa comune con LaRouche contro la politica dell’amministrazione Bush, mentre liquida ogni critica alla scuola di pensiero straussiana come “antisemitismo”.
• Qualcosa nella stessa direzione è stato scritto da Bret Stephens, direttore del Jerusalem Post.

• Il principale giornale elvetico, Neue Zuercher Zeitung del 13 giugno, dedicava ampio spazio ad un articolo intitolato: “Tradizioni e cospirazioni in America: Leo Strauss, LaRouche e la cabala neo-conservatrice”.
L’autore, Hans-Rudolf Kamer, è stato corrispondente di Washington. Si esibisce in varie disquisizioni sui conservatori più o meno “doc” per poi dire che gente come Hillary Clinton fa subito a prendersela con le cospirazioni di destra, quando il marito rischiava l’impeachment. Ma poi ci sono quelli come LaRouche, che ha pubblicato il suo dossier sugli straussiani proprio qualche settimana prima degli articoli apparsi sul New York Times e sul New Yorker. LaRouche parla del “fascismo nicciano di Leo Strauss” e delle “utopie mondialiste” di Russell e Wells, e afferma che l’11 settembre è un nuovo “incendio del Reichstag”. Su LaRouche Kamer dice che è un misto di Kant e anti-semitismo e che calunnia chi gli viene a tiro. Strauss per Kamer non è un fascista ma un “buon democratico”.

• Numerosi gli articoli sulla stampa araba. Al Arab International, ad esempio, ha fatto pubblicità al dossier di LaRouche nell’edizione del 3 luglio con un articolo intitolato: “Il crollo del sistema finanziario internazionale è il motivo dei continui attacchi contro LaRouche” in cui denuncia la campagna di personaggi come Bartley (vedi sopra).

• Il Glasgow Herald, uno dei principali quotidiani inglesi, ha menzionato il ruolo di Lyndon LaRouche nel denunciare “la cabala di Leo Strauss” dietro la politica guerrafondaia promossa da forze egemoniche nell’amministrazione Bush. L’articolo, apparso nell’edizione del 6 giugno, è firmato dal caporedattore politico del giornale Alf Young. Young passa in rassegna gli aspetti salienti della controversia sulle “armi di distruzione di massa irachene” che infuria in Inghilterra e negli USA, i quali gettano luce su “come funziona l’amministrazione Bush e perché ha deciso in primo luogo di lanciare una guerra contro l Iraq”. Al centro delle “motivazioni profonde” c’è il ruolo “di un emigrato tedesco di origine ebraica e filosofo della politica, Leo Strauss ... i suoi insegnamenti e le sue convinzioni hanno influenzato una schiera crescente di discepoli, alcuni dei quali, come il vice segretario alla Difesa Paul Wolfowitz, ricoprono funzioni cruciali nell’amministrazione Bush. La natura di quelle convinzioni inequivocabilmente lascia intendere come e perché la Casa Bianca possa aver scelto di invadere l’Iraq, usando la minaccia delle armi di distruzione di massa di Saddam come semplice pretesto. L’eredità di Strauss fornisce una forte ispirazione intellettuale ai neo conservatori attorno a Bush, che si stanno apertamente comportando come una cabala”. Dopo aver riferito alcune osservazioni della studiosa Shadia Drury su Leo Strauss, Young scrive che “idee di questo tipo hanno condotto qualcuno in America a bollare Strauss come fascista ... Strauss sosteneva che per sopravvivere le nazioni debbono combattere. La pace finisce per condurre alla decadenza. La guerra perpetua, e non la pace perpetua, è la cosa appropriata ... La prof.ssa Drury suggerisce tra l’altro che nel pensiero di Strauss ‘dove non esiste una minaccia esterna occorre fabbricarsela’. Questo ci riporta dritti alla razionalizzazione per invadere l’Iraq e rovesciare Saddam Hussein. Oltre a Wolfowitz, tra gli altri discepoli di Strauss nell’amministrazione Bush ci sono Abram Shulsky, direttore della pianificazione speciale nel dipartimento della Difesa, Doug Feith, assistente del segretario della Difesa con responsabilità per la politica, Steve Cambone, capo dell’ente interno per l’intelligence del Pentagono e Richard Perle, commentatore televisivo che frequentemente appare alla BBC e che recentemente si è dovuto dimettere dal ruolo di consulente dello stesso ministero in quanto avrebbe personalmente approfittato dall’influenza esercitata sui vertici di Washington. “Adesso sta venendo a galla la storia dell’influenza della cabala straussiana nel cuore della politica estera e di difesa degli USA. Nelle ultime settimane, dopo le denunce da parte del candidato presidenziale minore Lyndon LaRouche, con un dossier intitolato “I figli di Satana”, articoli sull’argomento sono apparsi sul New York Times, sul New Yorker e sul Boston Globe. Hanno anche raggiunto le pagine di Le Monde”. E, occorre aggiungere, anche del Corriere della Sera.

• Il vice ministro della Difesa Paul Wolfowitz e altri “neo-conservatori” nel governo di Bush “sono sulle difensive”, ha scritto Michael Hirsh in un ampio servizio apparso il 16 giugno su Newsweek. Dopo aver presentato Wolfowitz come il principale “intellettuale dei falchi”, responsabile della guerra contro “stati sponsor del terrorismo”, Hirsh ha scritto: “Adesso il vice ministro alla difesa e i suoi amici neoconservatori sono sulle difensive. Si scontrano con critici sempre più numerosi a Capitol Hill e nel mondo mentre la credibilità dell’amministrazione Bush – e i suoi presupposti – sono messi alla prova come non mai”. “I neocons vengono caratterizzati come grupies intellettuali che venerano Leo Strauss ... Tanto che qualcuno, come Perle e Kagan, dice di non aver nulla a che vedere con Strauss, mentre Wolfowitz ridicolizza l’idea che lui sia uno straussiano ... I neo-cons, molti dei quali sono ebrei, sono talvolta anche caricaturizzati malevolmente per fare da spalla al partito Likud, la destra israeliana, anche da personaggi affermati in ambiente repubblicano”.

• Una delle prese di posizione più nette è stata pubblicata sul Die Zeit dallo storico Heinrich August Winkler: “Se il potere detta legge – Una rivoluzione conservatrice minaccia l’eredità storica dell’America – adesso l’Europa deve schierarsi a difesa dei valori occidentali ... L’America vivendo ciò che già capitò in Germania, diversi decenni or sono? una rivoluzione conservatrice? Così fu chiamato, allora, ed è chiamato oggi, il movimento degli intellettuali di destra che nel periodo successivo al 1930 lanciarono l’assalto contro lo spirito del tempo liberale. Uno dei loro rappresentanti più influenti fu l’esperto di diritto dello stato Carl Schmitt. Nel 1927 Schmitt presentò uno dei suoi saggi più famosi, “Il significato della politica”. La distinzione politica specifica è quella tra amici e nemici, che è la tesi di fondo, che fu presto discussa appassionatamente. Tra coloro che approfondirono maggiormente Schmitt ci fu il filosofo tedesco Leo Strauss. Non era contro il dogma degli amici e nemici, ma era contro la critica di Schmitt verso il liberalismo perché condotta nell’ambito del liberalismo stesso e quindi non radicale abbastanza. Tale critica poteva essere perfezionata soltanto se fosse riuscita a conquistare un orizzonte oltre il liberalismo, disse ... Dal 1937 fino alla sua scomparsa nel 1973, Strauss insegnò negli USA, principalmente alla University of Chicago. Diventò il centro di una scuola, quella dei neo-conservatori, che sotto Bush il Giovane ha trovato ciò che Carl Schmitt aveva cercato invano: l’accesso a colui che detiene il potere”. “Naturalmente i neo-conservatori americani non sono semplicemente una copia della Rivoluzione Conservatrice tedesca”, scrive ancora Winkler, ma “nel loro pensiero su amici/nemici sono ad ogni buon diritto seguaci di Carl Schmitt”. L’influenza straussiana si manifesta nella dottrina della guerra preventiva, che rappresenta “uno strappo rivoluzionario con la legge internazionale (a sua volta definita principalmente dall’America)”. Winkler incoraggia gli europei a sviluppare una propria alternativa politica che sia in grado di onorare proprio quei valori che i neo-cons statunitensi hanno sacrificato. Ma quest’alternativa, sostiene Winkler, dev’essere molto di più dell’attuale UE.

• La studiosa Shadia Drury, che ha pubblicato diversi libri sul mondo accademico di Leo Strauss, ha affidato i suoi commenti alla International Press News Service: “Strauss non era né un liberal né un democratico. [Per Strauss] l’inganno continuo dei cittadini da parte di chi è al potere è essenziale perché essi hanno bisogno di una guida, di governanti forti che dicano loro quale sia la cosa migliore”. Nel fare la distinzione tra Platone e Strauss, la Drury sostiene che per Platone i governanti debbono essere persone con una spiccata moralità, mentre Strauss dice che “sono idonei al governo coloro che si rendono conto che non c’è moralità e che c’è un solo diritto naturale, il diritto del superiore a comandare sull’inferiore ... ci vuole una popolazione manipolabile come la creta”. E ancora, Strauss “sosteneva che se non esiste la minaccia dall’esterno occorrerà allora fabbricarsela ... Secondo Strauss occorre combattere sempre [per sopravvivere]. In tal senso si rifà decisamente a Sparta. La pace conduce alla decadenza. La guerra perpetua, e non la pace perpetua, è ciò in cui credono gli straussiani”. Questo è ciò che anima gli straussiani di Washington nel perseguire “una politica estera aggressiva, belligerante”. Drury accusa l’amministrazione Bush di “infischiarsene del liberalismo e della democrazia, anche se conquista il mondo nel nome del liberalismo e della democrazia”.

• Il principale quotidiano tedesco, Frankfurter Allgemeine Zeitung ha dedicato un articolo all’argomento nell’edizione del 23 giugno, in una recensione dell’edizione tedesca del libro di Harald Bluhm “L’ordine degli ordini: la filosofia politica di Leo Strauss”. Si spiega che il libro cerca di distinguere tra Leo Strauss e il suo noto maestro, il giurista nazista Carl Schmitt. Ma Bluhm è costretto a riconoscere il marchio di Strauss in tutta l’attuale politica “neo-cons” imperante in America, e che con la sua politica della “nobile menzogna” Strauss è riuscito là dove gli ideologhi nazisti come Nietzsche e Heidegger fallirono, mantenendo una ferrea separazione tra ciò che si rifila al pubblico e le trame degli aderenti alla setta straussiana, o i circoli elitari, come dice il FAZ, che in precedenza aveva già toccato l’argomento.

• In Messico Alfredo Jalife-Rahme ha rilanciato gli attacchi contro Leo Strauss nei suoi articoli su La Jornada e El Financiero, suscitando vivaci reazioni in ambienti sionisti.

• In Colombia le critiche agli straussiani sono state riprese da Eduardo Pizarro Leongomez su El Tiempo.


 

LA DESTRA USA. I teorici della guerra preventiva che tengono in pugno Bush

di Federico Rampini

 

(la Repubblica del 07/04/2003)

http://www.lernesto.it/strutture/articolo.asp?codart=836

 

Chi sono i falchi che vogliono che gli Usa attacchino ora Iran e Siria. Giornali, televisioni, consulenti: una rete di ideologi che conta più del Pentagono. I più estremisti vedono in questo conflitto l´avverarsi delle profezie bibliche.

SAN francisco
Prossime tappe Siria e Iran. A Washington nessuno ha preso alla leggera gli avvertimenti lanciati da Donald Rumsfeld ai vicini dell´Iraq. La dottrina Rumsfeld che ha portato all´invasione dell´Iraq con una forza "leggera", contro il parere dei generali, vuol dimostrare al mondo che l´America di guerre come questa può combatterne due o tre contemporaneamente. Se il disegno è cambiare gli assetti politici di tutto il Medio Oriente, l´Iraq è solo l´inizio. Ma come si è arrivati a questo progetto? L´11 settembre è stato "usato" per rilanciare un disegno che risale alla fine della guerra fredda. I falchi della destra repubblicana lo preparavano dal 1991. Questa guerra, secondo il rapporto della Fondazione Carnegie Origins of Regime Change in Iraq, "è un caso da manuale di come dei gruppi di pressione bene organizzati possono decidere la politica di una grande nazione, trionfando contro il parere della maggior parte dei dirigenti e degli esperti".I gruppi di pressione sono la potente ragnatela dell´estrema destra repubblicana che ha in pugno l´Amministrazione Bush. E´ un universo di centri studi, giornali e tv, fondazioni miliardarie, intellettuali "falchi" che contano più del Pentagono o del Dipartimento di Stato. I suoi organi sono la tv Fox News, le radio Clear Channel, il Wall Street Journal e la rivista Weekly Standard, il capofila teorico è William Kristol, gli uomini nella stanza dei bottoni Dick Cheney, Rumsfeld e il suo braccio destro Paul Wolfowitz. Ma questo è solo il vertice di una cupola che ha ramificazioni estese, storie antiche, legami familiari, finanziatori disposti a tutto.La rete della nuova destra è la confluenza di quattro filoni. Il primo è quello dei falchi in politica estera, guidato da William Kristol con il Weekly Standard (finanziato da Rupert Murdoch, proprietario di Fox News), il gruppo degli editorialisti del Wall Street Journal, il consigliere strategico di Rumsfeld Richard Perle e i loro amici Norman Podhoretz, Elliot Abrams, Robert Kagan. Questa corrente fu allevata da Irving Kristol, padre di William, leader intellettuale di un gruppo di ex-trotskisti degli anni 30 e 40, poi diventati democratici anti-comunisti, infine approdati al partito repubblicano fondandovi una nuova ala neoconservatrice che negli anni 70 si "impadronì" della linea del Wall Street Journal. Nel 1997 Kristol junior con Kagan fonda Project for the New American Century, pensatoio della politica estera dove i neoconservatori invitano il secondo filone della destra: gli iperliberisti legati al Big Business dell´Amministrazione Reagan. Leader di questa corrente legata all´establishment capitalistico sono Cheney e Rumsfeld, eredi della rivoluzione reaganiana che partì con la rivolta anti-tasse in California nel 1979, e negli anni 80 lanciò lo smantellamento del Welfare e l´abbattimento della pressione fiscale sui ricchi e sulle grandi imprese. Un terzo gruppo, con il pensatoio "The American Enterprise Institute", si lega alla destra israeliana: ne fanno parte il consigliere strategico di Rumsfeld, Michael Ledeen, e la moglie di Cheney. Il quarto filone, decisivo per conquistare George W. e staccarlo dal moderatismo del padre, è il fondamentalismo in cui convergono le chiese protestanti dei "cristiani rinati" (a cui si è convertito l´attuale presidente) e l´estrema destra del cattolicesimo Usa. Antiabortisti, anti-evoluzionisti, vedono nella guerra in Iraq l´avverarsi di profezie bibliche. I loro leader ideologici sono Gary Bauer e William Bennett, il loro uomo al potere è John Ashcroft, ministro della Giustizia.La cerchia dei falchi sceglie le letture di Bush: "Supreme Command" di Eliot Cohen, "Autumn of War" di Victor Hanson, "What went wrong?" di Bernard Lewis sono i testi bellicosi a cui il presidente si ispira. Quando il 1º giugno 2002 Bush ha annunciato la dottrina della guerra preventiva, ha ripreso il progetto che Cheney e Wolfowitz avevano presentato a suo padre dopo la Guerra del Golfo del 1991: The Defense Policy Guidance (che Bush senior bocciò) teorizzava che dopo la fine della guerra fredda gli Stati Uniti dovevano usare la loro supremazia per colpire in anticipo ogni paese in grado di diventare una minaccia. Il 21 marzo di quest´anno, tre giorni dopo l´inizio della guerra in Iraq, Kristol, Perle e Ledeen all´American Institute hanno preannunciato le prossime tappe: "cambio di regime" in Iran e Siria, "contenimento" di Francia e Germania.



La tribù dei neoconservatori USA

http://www.panorama.it/mondo/americhe/articolo/ix1-A020001018978

 
di  Marco De Martino


8/5/2003  

Ignorati fino all'11 settembre 2001, oggi elaborano le idee che stanno rivoluzionando gli Stati Uniti. Da giovani militavano a sinistra, poi hanno riscoperto il valore della libertà. E della lotta contro i suoi nemici.


 
È tra gli indirizzi più importanti del potere diWashington: 1175, 17ª strada. Concentrati in un solo palazzo, per la gioia di chi crede alle teorie del complotto, sono tre centri nevralgici della rivoluzione ideologica che ha portato l'America a invadere l'Iraq.

Al decimo piano c'è l'American enterprise institute, da cui l'amministrazione Bush ha prelevato 20 fra i suoi uomini chiave e che dà lavoro alla moglie del vicepresidente, Lynn Cheney. Cinque piani più sotto ci sono gli uffici del Project for a New American century, think tank i cui documenti ispirano direttamente la nuova politica estera americana, che crede più nell'uso della forza che nell'arma della diplomazia. E sullo stesso piano ha sede il Weekly Standard, il settimanale che nonostante le sole 55 mila copie vendute, è considerato ora dal NewYork Times il più influente giornale americano, se non altro perché alcuni dei suoi lettori abitano alla Casa Bianca.

Per capire dove va l'America non si può che partire da qui. È giovedi 1° maggio e, attorno alla scrivania del direttore del giornale William Kristol, si festeggia la vittoria in Iraq. In televisione Fox news accompagna l'atterraggio di George Bush sulla portaerei Lincoln con una scritta esagerata: «Breaking news, il presidente approccia una nave in movimento». Kristol, che deciderà poi di dare la copertina all'evento, ironizza: «Posso solo immaginare la domanda accorata del Washington Post di domani: perché il presidente non ha scelto una nave che porta i soccorsi umanitari?».

Con un po' di arroganza e molta sfrontatezza il Weekly Standard è diventato il punto di riferimento dei neoconservatori americani, lo strano gruppo le cui idee prima dell'11 settembre 2001 sembravano destinate alla marginalità e che invece ora stanno cambiando il mondo. «Siamo falchi in politica estera, tolleranti e spesso democratici in politica interna» fa l'autoritratto David Brooks, autore di Bobos in paradise, che scrive sullo Standard. «Non c'entriamo niente con i paleoconservatori alla Pat Buchanan, che sono ancora a battersi contro l'immigrazione ed erano contro l'intervento in Iraq. Siamo poco attenti alle istanze della destra religiosa, che pure io rispetto. E consideriamo ancora legati alla visione della storia emersa dal Congresso di Vienna i realisti come George Bush padre, Henry Kissinger o Brent Scowcroft, che pensano che la politica sia un'esclusiva delle élite della East Coast e che in politica estera cercano la stabilità. Ma siamo anche più idealisti dei conservatori europei: loro guardano al passato, noi a un futuro in cui vediamo sempre più paesi diventare democratici».
I veri rivoluzionari, come amano definirsi i «neo-con», pranzano nella mensa dell'American enterprise institute, dove invece dell'odiata acqua francese Perrier ora si servono solo bottigliette di americana Polar Spring. Ai tavoli si incontrano lo storico Michael Ledeen, l'ex presidente della Camera Newt Gingrich, che ha appena accusato Colin Powell di andare contro gli interessi dell'amministrazione, e David Frum, lo speech writer che ha inventato l'espressione «asse del male». Ma è facile vedere anche il capo dei falchi Paul Wolfowitz, viceministro della Difesa, con il suo grande alleato Richard Perle.
Convinti che i consiglieri spesso siano più importanti del re, i neocon occupano posti chiave ma non di primo piano nell'amministrazione Bush: si considerano parte del movimento Douglas Feith e John Bolton (sottosegretari al Pentagono e al dipartimento di Stato), l'esperto di questioni mediorientali Elliott Abrams al Consiglio per la sicurezza nazionale e il capo di staff della vicepresidenza Scooter Libby.

Ma il network della lobby comprende anche anchorman di successo come Bill O'Reilly sul network Fox e Rush Limbaugh alla radio. Case editrici come la Regnery che produce bestseller a ripetizione (dopo Bias, il saggio di Bernard Goldberg contro la stampa liberal, ora è il turno di Dereliction of Duty sulla presidenza Clinton). Editori simpatizzanti come Rupert Murdoch, che finanzia il Weeekly Standard e Fox, e il canadese Conrad Black che ha dato il via al quotidiano Sun di New York. E ancora blog di successo come quello di Andrew Sullivan, siti trafficati come quello della National Review e un esercito di convertiti.

L'ultimo e più clamoroso è Christopher Hitchens, l'iconoclastico giornalista inglese che ha abbandonato il settimanale The Nation in disaccordo con la linea sull'Iraq. I primi furono i fondatori del movimento, Norman Podhoretz e Irving Kristol (il padre di William), intellettuali ebrei newyorkesi che negli anni Cinquanta e Sessanta abbandonarono la sinistra per fondare le riviste Commentary e National Interest.

«I neoconservatori sono liberal assaliti dalla realtà» disse allora Kristol. Ma in realtà la storia del movimento non si può ridurre a un pentimento formale. Sia lui sia Podhoretz erano grandi ammiratori di Leo Strauss, che nei vent'anni precedenti il 1968 insegnò filosofia politica negli edifici neogotici della University of Chicago. Tra i libri meno noti di Strauss, un classicista che per il resto studiava Platone e Aristotele, c'è quello che sembra ora il più importante. Si intitolava Della tirannia, e vi si leggeva tra l'altro: «Quando fummo messi a faccia a faccia con la tirannia, la nostra scienza politica non la riconobbe». Convinto che per evitare certi pericoli tutti i paesi del mondo debbano diventare democratici, Strauss ebbe un'influenza decisiva su Allan Bloom, autore del saggio La chiusura della mente americana, protagonista del ritratto spietato e affettuoso che gli fece Saul Bellow nel libro Ravelstein. Ma tra i suoi discepoli ci fu anche Albert Wohlstetter, lo stratega militare che fu tra i primi a predicare guerre contenute e basate su armi intelligenti. Tra gli studenti di Wohlstetter c'erano anche Richard Perle, che finì per sposare la figlia del professore, e Paul Wolfowitz.
La loro posizione, e la prevalenza di ebrei tra i «neocon», ha portato i critici del movimento a definirli una cabala al servizio di Israele. «Neoconservatore è una parola yiddish per conservatore» è la battuta che circola all'American enterprise institute, dove però il filosofo della politica Michael Novak ha un'altra interpretazione.«Tra i neo-con ci sono anche molti cattolici» spiega. «Quello che ci accomuna tutti è la nostra religiosità: ci si vede molto nelle chiese e nelle sinagoghe. E questo spiega anche perché Bush ci sente vicini: anche lui è molto religioso».

Per capire se il presidente continuerà a essere influenzato dalle idee neoconservatrici bisogna scendere al quinto piano del palazzo e visitare gli uffici del Project for a new American century: «Abbiamo sicuramente vinto sull'Iraq e prima ancora in Kosovo, ma alla Casa Bianca molti ci odiano, anche se di recente Cheney è più vicino alle nostre posizioni» sostiene Gary Schmitt, direttore del think tank. «A differenza di quello che si pensa, i nostri strumenti sono artigianali: produciamo un documento, lo faxiamo a 2 mila persone al Congresso e cerchiamo di fare circolare le idee su riviste e nei talk show».
Il prossimo banco di prova secondo lui è l'Iran: «Prima o poi un confronto è inevitabile: che a deciderlo sia l'amministrazione o la sequenza degli eventi scatenati dall'invasione in Iraq è ancora da vedere. Di certo noi ancora una volta saremo pronti a far fronte alle sfide della storia».

 

Chi sono e da dove vengono 

http://www.lernesto.it/strutture/articolo.asp?codart=784 

di Angela Pascucci

 

(il manifesto del 31/03/2003)

 

Perle, Wolfowitz, Leeden, Kristol, Sikorsk, l'ala pensante dei neo-conservatori Usa


Washington, 21 marzo. La guerra all'Iraq è iniziata da meno di due giorni e un gruppo di falchi neo-conservatori si incontra alle 8.30 del mattino nella sede dell'American Enterprise Institute (Aei), uno dei think tank di punta del nuovo liberal-imperialismo americano. Un «serbatoio di idee» altamente infiammabili. I Black Coffee Briefings hanno cadenza settimanale e quella mattina Richard Perle, Bill Kristoll, Michael Ledeen e qualche altro scelto commensale marciano alla grande sulla Road to War...and Beyond, (La via della guerra...e oltre), come si chiama il ciclo di incontri. Qui di seguito pubblichiamo alcuni stralci di quello scambio. Richard Perle, da quel giorno, è stato colpito da un missile collaterale e ha perso la presidenza del Board dei consiglieri militari del Pentagono per il «confilitto di interessi» che lo vedeva spremere molti soldi, nell'attività di mediatore d'affari, grazie alla sua carica. Principio che, se applicato integralmente, costringerebbe ad evacuare il Pentagono e la Casa bianca.

Comunque Richard Perle resta nel Board dei consiglieri, come restano in posizioni di preminenza ai vertici politici e militari americani i suoi compagni del Project for New American Century (Pnac), la creatura di William Kristol e Robert Kagan strettamente legata all'Aei, tenuta a battesimo nel 1997 dal vicepresidente Dick Cheney, da Donald Rumsfeld, capo del Pentagono, da Paul Wolfowitz, vice-segretario alla difesa, da Lewis Libby, capo dello staff di Cheney.

Il credo ufficiale del Project, un peana al reaganismo, si riassume nella convinzione del «ruolo unico dell'America nel preservare ed estendere un ordine internazionale favorevole alla nostra sicurezza, alla nostra prosperità, ai nostri principi», con quel che ne discende. Nel `97 sembravano ancora deliri. In definitiva, i neo-cons non ce l'avevano fatta con Bush padre, nel `92, quando Wolfowitz aveva sottoposto all'allora segretario alla difesa Cheney una bozza di Defense Policy Guidance centrata su tre punti: prevenire ogni «potere ostile» dal dominare regioni con risorse tali da consentirgli di diventare un grande potere; dissuadere ogni paese industrializzato dal tentativo di sfidare la leadership Usa; impedire l'emergere di un concorrente globale. Progetto mai accantonato e riemerso nel 2000, con Bush figlio, in un rapporto del Project che sarà interamente assunto dalla National Security Strategy che Bush annuncia nel settembre 2002, scardinando la dottrina di deterrenza in vigore nel dopo-guerra. Le macerie del World Trade Center sono la breccia attraverso cui passerà l'armamentario unilateralista, guerrafondaio, coperto da messianismo internazionalista, dei neo-cons.

Aspetto non secondario della grande avanzata, i forti legami tra l'Aei e il Likud israeliano. E' nel 1996 che Richard Perle e Douglas Feith, oggi potentissimo vice-segretario alla difesa per gli affari politici scrivono il programma per Benjamin Netanyahu, prossimo premier. In cui si raccomandava di archiviare gli accordi di Oslo e il concetto «terra in cambio di pace», e di annettere definitivamente la striscia di Gaza e la Cisgiordania. Il Financial Times del 6/3/2003 rileva che, se molti della prima generazione di neo-cons erano ebrei, oggi lo sono praticamente tutti. Il 26 febbraio Bush dichiarava che l'imminente guerra all'Iraq era parte di una più vasta battaglia per portare al potere in Medioriente governi più filo-occidentali.

Qualche nota biografica, infine, dei partecipanti al «dibattito»: Michael Leeden è uno studioso dell'Aei che gli italiani possono leggere su Panorama. Radek Sikorski, ex-vice-ministro degli difesa (1992) e degli esteri (1998-2001) in Polonia, è oggi è direttore esecutivo all'Aei della New Atlantic Initiative. William Kristol dirige anche la rivista Weekly Standard, punta di lancia del pensiero neo-con e perciò chiamata Hawk Central, finanziata da Rupert Murdoch.

 

Tutti gli uomini del presidente

Tom Barry e Jim Lobe*

http://members.xoom.virgilio.it/infocontro/SocFor2003/NoWar468.htm

Liberazione 11 maggio 2003

Nella primavera del 1992, il New York Times pubblicò il testo di un documento riservato: un memorandum, scritto poco dopo la fine della guerra del Golfo da due funzionari politici relativamente oscuri del personale civile del Pentagono. Il progetto auspicava la supremazia militare statunitense sull’Eurasia, nonché la prevenzione della nascita di qualunque potenza in grado di divenire ostile, con tanto di guerra preventiva contro gli stati sospettati di procurarsi armi di distruzione di massa. Vi si presagiva un mondo in cui l’intervento militare statunitense oltreoceano sarebbe diventato "una caratteristica costante", senza neanche citare l’Onu. Esso occupava un posto di primo piano nel cuore e nella mente dei suoi due autori, Paul Wolfowitz e I.Lewis "Scooter" Libby, ma anche del loro capo, allora al Pentagono, Dick Cheney. Dieci anni dopo, la teoria si è tradotta in pratica, a seguito del catastrofico attentato terroristico dell’11 settembre. Ma a quel punto, Dick Cheney era già diventato il più potente vicepresidente della storia degli Stati Uniti, e i due autori del memorandum, il sottosegretario alla Difesa Paul Wolfowitz e il capo di gabinetto di Cheney, Lewis Libby, erano ormai assurti ad un ruolo centrale nell’elaborazione della politica estera dell’Amministrazione Bush. Questi personaggi, insieme al capo del Pentagono, Donald Rumsfeld, hanno guidato una coalizione di forze che è riuscita con successo ad elaborare quella che l’ex ambasciatore all’Onu, Richard Holbrooke, ha recentemente definito «una rottura radicale con 55 anni di tradizione bipartisan» nella politica estera degli Stati Uniti. (...)

Nell’elaborare questa rottura radicale nella politica estera statunitense, Wolfowitz, Rumsfeld e Cheney si sono basati su alcune think tank ed associazioni i cui iscritti hanno prestato servizio nei consigli di amministrazione delle stesse aziende e hanno origini comuni nelle organizzazioni di destra e neoconservatrici degli anni ’70. Organizzazioni come Project for a New American Century (Pnac) e il Center for Security Policy (Csp), nonché l’American Enterprise Institute (Aei) hanno fornito all’Amministrazione un afflusso ininterrotto di consulenze in materia politica e di uomini – essendo quasi tutti di sesso maschile – da mettere al timone dello Stato. Questi uomini non sono affatto nuove reclute nel quadro dell’élite della politica estera, ma si sono fatti le ossa occupandosi dei dibattiti più accesi degli ultimi trent’anni in materia di politica estera. Il loro motto era "pace attraverso la forza" ed erano assai orgogliosi delle loro credenziali in quanto anticomunisti militanti e paladini della potenza bellica statunitense. Fino ad oggi, le loro esperienze più significative avevano avuto luogo durante il primo mandato di Reagan, quando la maggioranza di loro deteneva elevate cariche istituzionali. Ma oggi, in un mondo senza più l’Unione Sovietica, le loro ambizioni sono notevolmente aumentate.

Come si nota dal memorandum, i neoconservatori intravidero per la prima volta la loro opportunità nel "momento unipolare" che seguì alla guerra del Golfo, ma furono ostacolati dalla "spaccatura tra i conservatori" avvenuta dopo il crollo dell’Unione Sovietica, per non parlare del cauto realismo della stessa Amministrazione di Bush padre. Perciò, gli anni ’90 segnarono un periodo di profonda frustrazione per questi uomini, che non provavano altro che disprezzo per i discorsi alla moda che pronunciava Clinton su problematiche transnazionali come il mutamento climatico, l’Aids, l’intervento umanitario, il peacekeeping, la prevenzione dei conflitti, gli standard sociali ed ambientali per l’economia globale e la creazione di nuovi meccanismi multilaterali come la Corte Penale Internazionale (ICC). In questi obiettivi di carattere transnazionale e in queste azioni multilaterali, i neoconservatori non ravvisavano altro se non un limite alla libertà d’azione di Washington e deviazioni rispetto alla vera missione, che consisteva a loro avviso nell’individuare ed affrontare potenziali rivali in materia militare per la conquista della supremazia. Per i neoconservatori, la politica estera americana nell’era Clinton, che talora definivano sprezzantemente "balle globali", era pericolosamente miope. Al tempo stesso, erano allarmati dalla linea fortemente isolazionista di molti dei repubblicani che avevano ottenuto la maggioranza al Congresso nelle elezioni di medio termine del 1994. Pur plaudendo al disprezzo di questi nuovi venuti nei confronti dell’Onu e di altri organismi multilaterali, non nascondevano la propria ansia per la crescente opposizione da parte repubblicana a qualunque forma di impegno militare all’estero, specialmente in zone come i Balcani, da loro considerati vitali per gli interessi nazionali statunitensi.

Il "Nuovo secolo americano"

Nel 1997, un gruppo di figure di spicco tra i neoconservatori, social-conservatori e rappresentanti del "complesso militarindustriale" (secondo la definizione di Eisenhower) si riunì per dar vita ad un’organizzazione chiamata Project for a New American Century (Progetto per un nuovo secolo americano).

I conservatori non erano riusciti a "proporre con fiducia una visione strategica del ruolo dell’America nel mondo", lamentava l’organizzazione nella propria dichiarazione di intenti. "Ci proponiamo di invertire questa tendenza e raccogliere consensi per la leadership globale statunitense".

Tra i venticinque firmatari figuravano Wolfowitz, Libby, Rumsfeld, Cheney, Elliott Abrams, Zalmay Khalilzad ed altri nomi famosi della destra. Ben lungi dall’essere una think tank del calibro dell’Heritage Foundation o dell’Aei, lo Pnac è di fatto un’associazione che emana comunicati in occasioni specifiche, spesso sotto forma di lettere aperte al Presidente. Fondato dagli opinionisti del settimanale Weekly Standard, William Kristol e Robert Kagan, lo Pnac rappresenta la più recente incarnazione di una serie di associazioni a maggioranza neoconservatrice come la Coalition for a Democratic Majority (Cdm) e il Committee on the Present Danger (Cpd). Negli anni ’70, queste associazioni ebbero un ruolo di primo piano nel compattare svariate anime della destra intorno ad una comune politica estera e nell’organizzare campagne mediatiche molto sofisticate.

I bersagli principali, all’epoca, erano Jimmy Carter e la distensione e gli accordi con l’Unione Sovietica per il controllo degli armamenti. Queste associazioni diedero fondo al loro gusto per lo scontro ideologico e politico - per esempio, lo scudo stellare, le crociate anticomuniste in America Centrale, Africa meridionale ed Afghanistan, nonché la creazione di un’"alleanza strategica" con Israele. Insomma, emarginate sotto Bush padre e Clinton, le stesse organizzazioni (in molti casi, le stesse persone) che avevano ricoperto cariche nell’Amministrazione Reagan e che sarebbero tornate alla ribalta con Bush figlio, per gran parte degli anni ’90 cercarono di ricostituire una nuova coalizione analoga a quella che tanta influenza aveva avuto nel corso del primo mandato di Reagan.

In un saggio comparso nel 1996 su Foreign Affairs, dal titolo "Verso una politica estera neo-reaganania", i direttori dello Pnac, Robert Kagan e William Kristol, segnalavano che la destra stava preparando una nuova agenda in materia di politica estera, in base alla quale si sarebbe approfittato del "momento unipolare" per estenderlo a tempo indeterminato nel secolo successivo. Durante le presidenziali del 2000, Kagan e Kristol curarono Present Dangers:Crisis and Opportunities in American Foreign and Defense Policy [Pericoli attuali: crisi ed opportunità per la politica estera e di difesa americana], un libro dello PNAC contenente capitoli scritti da molti dei principali teorici e studiosi neoconservatori, tra cui Richard Perle, Reuel Marc Gerecht, Peter Rodman, Elliott Abrams, Fredrick Kagan, William Bennett e Paul Wolfowitz. Il volume (che esortava ad una politica all’insegna del "cambiamento di regime" in Iraq, Cina, Corea del Nord ed Iran, caldeggiava il mantenimento della "supremazia americana", raccomandava la costruzione di sistemi di difesa missilistica a livello globale e l’allontanamento di Washington dai trattati per il controllo degli armamenti, oltre a prendere posizione in favore del Likud), è stato presentato come un modello per la nuova amministrazione repubblicana. Osservando quanto l’amministrazione Bush abbia attinto a questi programmi e fino a che punto abbia inserito i loro autori tra le "menti" della sua politica estera, si può valutare il successo dello Pnac, un’associazione che non ha ricevuto alcuna attenzione durante la campagna elettorale e che, malgrado continui a contare molto, rimane ancora nell’ombra nel dibattito politico.

Come i loro predecessori venticinque anni fa, i membri dello Pnac alla fine degli anni Novanta sono riusciti a riunire importanti personalità della destra, compresi uomini della destra cristiana come Gary Bauer ed altri social-conservatori come William Bennett, sotto l’egida della loro visione imperiale della supremazia statunitense. Non si tratta di un successo di poco conto in quanto, negli anni Ottanta e primi anni Novanta, la destra cristiana si interessava assai più di problematiche morali e culturali che di politica estera. Inoltre, queste figure erano state attratte dal "candidato indipendente" di destra Pat Buchanan, che aderiva ai "valori tradizionali", ma era anche fortemente contrario alla guerra del Golfo e lamentava da tempo la deriva imperiale e neoconservatrice del partito repubblicano.

Il nesso tra strateghi della Difesa e industria militare trova la sua massima espressione nell’associazione di destra chiamata Center for Security Policy (Centro per la politica di sicurezza), che ha stretti collegamenti sia con le aziende con contratti di appalto nel settore della Difesa. Il direttore del Centro, Frank Gaffney, uno dei primi firmatari del documento dello Pnac nel 1997, si rallegra che i principi della "pace attraverso la forza" perorati dalla sua associazione abbiano ritrovato posto nel governo americano. Come nell’era Reagan, quando molti degli attuali iscritti al Centro dirigevano la politica militare statunitense, l’attuale Amministrazione conta tra le sue fila un gran numero di membri del Consiglio consultivo del Center for Security Policy. Uno tra i primi consiglieri di amministrazione del Centro è Dick Cheney, mentre il Segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, è stato insignito del premio "Keeper of the Flame" rilasciato dal Centro. Era dagli anni ’70 che i neoconservatori analizzavano le connessioni globale-locale della "guerra culturale". Secondo la destra cristiana, i valori centrali americani sarebbero stati attaccati da un’élite culturale liberal che aderiva ad un umanesimo laico e al relativismo etico. Per i neoconservatori, tuttavia, la guerra culturale assumeva una dimensione internazionale che minacciava tutta la cultura giudaico-cristiana. Una delle prime associazioni a prendere questa posizione fu Ethics and Public Policy Center (Centro per l’etica e la politica), costituito nel 1976 "per chiarire e rafforzare il legame tra la tradizione morale giudaico- cristiana e il dibattito pubblico politico sulla politica interna ed estera". Ethics Public Policy Center, di cui Elliott Abrams è stato membro negli anni ’90, prima di entrare a far parte dell’Amministrazione Bush, analizzava le radici morali comuni (e le preoccupazioni comuni) che i conservatori ebrei e cattolici condividevano con la destra cristiana. Da molto tempo all’ordine del giorno nella politica statunitense, l’idea della supremazia culturale americana e della necessità di difenderla dalle crescenti insidie internazionali era ormai, alla fine degli anni ’90, un tema di spicco nel dibattito politico in corso negli Stati Uniti. Lo storico neoconservatore Samuel Huntington ha fornito una copertura teorica a questa idea paranoica della supremazia culturale nella sua nota opera intitolata Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale.

Uno sguardo d’insieme

Come durante l’Amministrazione Reagan, le "think tanks" di destra rivestono un ruolo chiave nella strutturazione del nuovo quadro politico. Particolarmente importante si rivela l’American Enterprise Institute (Aei), che ha in Richard Perle il suo membro di spicco. Perle, un sostenitore dello Pnac, ha contribuito alla realizzazione del Center for Security Policy e del Jewish Institute for National Security (Junsa), la cui rilevanza è in continua crescita. Nel corso degli anni, l’Aei si è schierato in prima linea nel chiedere attacchi militari preventivi contro gli "stati canaglia" e ha denunciato come "distensione" tutti gli sforzi condotti da Washington e dai suoi alleati europei per "dialogare" con la Corea del Nord, l’Iran o l’Iraq. L’Amministrazione Bush ha di fatto abbracciato tutte le posizioni politiche sostenute dall’AEI per il Medio Oriente. L’analisi politica dell’AEI – fatta propria dall’Amministrazione Bush – è percorsa dalla profonda fiducia nella intrinseca rettitudine e nella missione redentrice negli Stati Uniti, dalla critica contro la codardia morale dei "liberal" e delle "élite europee", dall’imperativo del sostegno a Israele contro l’"odio implacabile" dei musulmani e dalla convinzione del primato del potere militare, in una visione del mondo che ricorda da vicino quella di Hobbes.

Sebbene non sia ancora integrata nella retorica ufficiale, l’idea dell’AEI per cui un conflitto con la Cina sarebbe inevitabile è sostenuta da diversi "falchi" all’interno dell’Amministrazione. Negli editoriali apparsi sulle pagine del settimanale Weekly Standard (pubblicato da William Kristol, co-fondatore dello Pnac), dal Wall Street Journal, dal National Review, dal Commentary Magazine, dal Washington Times così come sulle colonne delle agenzie di stampa nazionali scritte da William Safire, Michael Kelly e Charles Krauthammer, il Dipartimento di Stato (e in particolare la sezione Vicino Oriente) ha subito continue critiche. Ma queste nuove figure intransigenti in materia di politica estera si sono fatte strada anche all’interno del Dipartimento di Stato.

Nonostante le obiezioni di Powell, Bush ha nominato John Bolton, un sostenitore ad oltranza dell’unilateralismo ed ex vicepresidente dell’AEI, come sottosegretario di Stato per il controllo degli armamenti e per la sicurezza internazionale. La maggioranza dei politici di destra di orientamento neoconservatore si è concentrata sulla necessità che l’America imponga il suo potere militare e diplomatico. In netto contrasto con quanto accadeva nell’era Clinton, i teorici neoconservatori, d’accordo con i "falchi", hanno messo in secondo piano il dibattito pubblico sulla globalizzazione. Anziché sugli standard ambientali e sociali della globalizzazione, i riflettori dell’economia sono infatti puntati sugli interessi della sicurezza nazionale americana, in particolare per quanto riguarda le risorse energetiche, e quindi sulla prosecuzione della supremazia economica statunitense. Questa ristretta cerchia di teorici, ideologi ed attivisti di destra, riuniti nelle "think tanks", nelle associazioni e nei nuovi media, ha preso possesso della politica estera e militare Usa. Il problema non è tanto nel fatto che questo cambiamento in politica estera sia stato concepito da una ristretta élite – la politica estera è da sempre appannaggio delle élite conservatrici e liberal – quanto piuttosto nelle conseguenze di questa svolta a destra.

Una nuova visione della politica estera per far fronte alla nuova realtà globale era necessaria. Ma è proprio questa dimostrazione della supremazia americana a sostanziare quella strategia di grandezza in grado di servire al meglio gli interessi nazionali e la sicurezza statunitensi? Alla fine, l’elettorato americano dovrà decidere se far proseguire o meno questa dimostrazione di superiorità e potenza. Saremo noi americani a decidere se adesso ci sentiamo più sicuri, se i nostri interessi economici e morali sono meglio rappresentati e se una politica estera basata sull’estensione della supremazia Usa ci rende fieri di essere americani.

Foreign Policy in Focus (www.fpif.org)

* Tom Barry è analista politico dell’Interhemispheric Resource Center e codirettore di Foreign Policy in Focus.Jim Lobe collabora spesso con Foreign Policy in Focus e con Inter Press Service.


 

 

I neoconservatori criticano Bush: svegliati

by dal Foglio di oggi Tuesday August 26, 2003 at 07:56 PM

....perfino loro cominciono a riconoscere il fallimento dell'iraq

 

 

Robert Kagan e William Kristol sul Weekly Standard

Robert Kagan e William Kristol, tra i più autorevoli esponenti neoconservatori, hanno scritto questo editoriale sul numero di The Weekly Standard uscito ieri negli Stati Uniti. Il consigliere per la Sicurezza Nazionale, Condoleezza Rice, qualche settimana fa, ha fatto un importante discorso con il quale ha chiesto agli Stati Uniti un “impegno generazionale” per portare riforme politiche e economiche nel troppo a lungo trascurato Medio Oriente – un impegno non diverso da quello che ci ha impegnato nel ricostruire l’Europa dopo la Seconda Guerra mondiale.
Un discorso energico, reso ancora più potente dalla consapevolezza che riflettesse la visione del presidente stesso. Il presidente Bush riconosce che gli ideali americani e gli interessi americani convergono in un tale progetto e che un Medio Oriente più democratico migliorerà la vita di popoli che hanno sofferto a lungo e aumenterà la sicurezza nazionale americana. Per quanto la nostra ammirazione per questa audace visione a lungo termine sia grande, tuttavia c’è ragione di essere preoccupati per l’esecuzione di questa politica nel primo e probabilmente più importante test del nostro “impegno generazionale”. Nessun dubbio: l’idea del presidente, nei prossimi mesi, o sarà lanciata con successo in Iraq oppure morirà in Iraq.
Infatti, ci sono più cose in gioco in Iraq che la semplice visione di un Medio Oriente migliore e più sicuro. Sono in gioco il futuro della politica estera americana, la leadership americana nel mondo e la sicurezza americana. Un fallimento in Iraq sarebbe un colpo devastante per tutto quello che gli Stati Uniti sperano di realizzare e devono realizzare nei prossimi decenni.
Crediamo che il presidente e i suoi più alti consiglieri capiscano l’importanza di questo compito.

E’ per questo che è così sconcertante che finora l’Amministrazione Bush abbia fallito nell’impegnare risorse nella ricostruzione dell’Iraq proporzionate a quest’altissima posta in gioco. Di certo gli sforzi americani in Iraq dalla fine della guerra non sono stati un fallimento. E considerando quello che sarebbe potuto andare storto – e che così tanti critici avevano predetto sarebbe andato storto – il risultato è stato in molti versi ammirevole. L’Iraq non è sprofondato in violenze inter-religiose o inter-etniche. Ci sono cibo e acqua. Gli ospedali ci sono e funzionano. Il mondo arabo e quello musulmano non sono scoppiati creando caos o rabbia, come molti dei nostri amici europei avevano fiduciosamente predetto.
Ma l’assenza di un catastrofico fallimento, sfortunatamente non è indizio di un imminente successo. Come hanno raccontato molti rispettati analisti che sono stati in Iraq e come hanno dimostrato recenti e terribili eventi, c’è molto da preoccuparsi.
Manca un livello di sicurezza minimo per gli iracheni, per le forze della coalizione e per gli altri lavoratori internazionali in Iraq. I continui tagli di corrente elettrica attraverso gran parte del paese hanno danneggiato la reputazione degli Stati Uniti come potenza occupante responsabile, e hanno portato molti iracheni a dubitare delle intenzioni americane.

Le continue uccisioni e i sabotaggi delle infrastrutture pubbliche a opera di forze saddamite e, può darsi, di terroristi entrati nel paese dalla vicina Siria e dall’Iran, minacciano di destabilizzare la debole pace che viene mantenuta in Iraq dalla fine della guerra. In breve, mentre è in realtà possibile che, con un po’ di fortuna, gli Stati Uniti possano cavarsela e avere successo in Iraq nei prossimi mesi, il pericolo è che le risorse che l’Amministrazione ora sta consacrando all’Iraq non siano sufficienti, e che la velocità con cui queste vengono dispiegate non sia abbastanza elevata. Questi difetti, se non vengono corretti in fretta, potrebbero con il tempo portare al disastro. Vengono alla luce tre questioni.
Dove sono le truppe? E’ dolorosamente ovvio che ci sono troppo poche truppe americane che operano in Iraq. Ufficiali superiori dell’esercito hanno informalmente suggerito che abbiamo bisogno di due divisioni in più. La questione è semplice, ora ci sono troppo pochi buoni a caccia dei cattivi – da qui i continui sabotaggi. Ci sono troppe poche forze a pattugliare i confini siriani e iraniani per prevenire le infiltrazioni dei terroristi internazionali che cercano di aprire un nuovo fronte contro gli Stati Uniti in Iraq. Ci sono troppe poche forze a proteggere infrastrutture vitali ed edifici pubblici. E, al contrario di quanto qualcuno afferma, più truppe non significa avere più perdite. Più truppe significa avere meno perdite – sia americane, sia irachene.


La vera brutta notizia è che il Pentagono sta pianificando di diminuire ulteriormente nei prossimi mesi le forze americane. La loro speranza è che i soldati statunitensi vengano rimpiazzati da nuove forze irachene e da un afflusso di truppe alleate dal resto del mondo. Temiamo che si tratti di un’illusione. Sembra improbabile che una qualsiasi forza irachena capace di fornire sicurezza possa essere pronta entro la primavera. E per quanto riguarda la comunità internazionale – non importa se non riusciremo mai a convincere la Francia e altri paesi a contribuire in maniera seria. In realtà, i nostri alleati europei non hanno così tante truppe da offrire.

E si considerino i possibili sfortunati effetti di affidare l’incarico della sicurezza dell’Iraq a un mosaico di forze mal preparate e provenienti da ogni parte del mondo. Ecco perché gli appelli dei membri del Congresso a “internazionalizzare” le forze e a dare all’Onu un ruolo preminente non sono d’aiuto, e non sono veramente pertinenti in questo frangente. Il senatore Biden dice bene quando afferma che “abbiamo un signor team laggiù, eppure gli manca qualsiasi cosa.” Ma sbaglia quando suggerisce che una parte significativa della soluzione potrebbe essere “internazionalizzare” l’operazione. E quando il repubblicano Mark Kirk dice che “ogni peacekeeper internazionale in più è un’opportunità per rimpiazzare un americano”, solleva false speranze nel popolo americano. Simili appelli all’internazionalizzazione segnalano anche ai baathisti iracheni e agli estremisti islamici una tendenza americana a tagliare e scappare. E’ vero che, sfortunatamente, anche noi non abbiamo abbastanza truppe da offrire: avremmmo dovuto iniziare a ricostruire il nostro esercito due anni fa. Ed è vero che aumentare la dimensione delle nostre forze, sia in Iraq sia a livello globale, non piace ai funzionari dell’Amministrazione. E’ tempo di ingoiare il rospo e pagarne il prezzo.
La prossima primavera, se il disastro incombe, sarà più difficile. E potrebbe essere troppo tardi. Dove sono i soldi?

Vale lo stesso per le risorse finanziarie che l’Amministrazione ha cercato per la ricostruzione dell’Iraq. E’ semplicemente inconcepibile che la debilitante mancanza di corrente persista in Iraq, portando l’opinione pubblica irachena contro gli Stati Uniti.

Questo è uno dei problemi che può essere risolto con i soldi necessari. E i soldi non sono stati ancora resi disponibili. Questo è solo l’esempio più fastidioso tra i tanti.

L’economia irachena ha bisogno di un apporto di assistenza, per costruire infrastrutture, per migliorare la vita quotidiana del popolo iracheno, per mettere un po’ di soldi nelle tasche degli iracheni in modo da trasformare il pessimismo in ottimismo.


C’è anche stata una sbalorditiva mancanza di assistenza democratica, in un momento in cui, secondo un sondaggio del National Democratic Institute for International Affairs, l’Iraq sta vivendo un’esplosione di attività politica. Comprendiamo il timore dell’Amministrazione di chiedere al Congresso i fondi necessari per l’Iraq. Il costo, che potrebbe aggirarsi attorno ai 60 miliardi di dollari, fornirà materiale a quegli opportunisti candidati Democratici alle presidenziali che già si lamentano che i soldi spesi in Iraq sarebbe stato meglio spenderli negli Stati Uniti.
Ma, ancora una volta, il momento di ingoiare il rospo è adesso, non fra sei mesi quando l’Iraq sarà in crisi e la stagione della campagna americana sottotono.

Se la Rice e gli altri sono seri nel voler costruire un “impegno generazionale” equivalente a quello che seguì la Seconda guerra mondiale, allora questo è il momento necessario per pagare. Dov’è il personale?

L’esercito americano non è il solo ad affrontare una carenza di personale. Tutti coloro che ritornano dall’Iraq osservano anche la sorprendente mancanza di civili americani. Finora solo un gruppetto di dipendenti del Dipartimento di Stato è al lavoro in Iraq. Ne deduciamo che il Dipartimento di Stato ha avuto difficoltà nell’attirare volontari per lavorare in Iraq. E’ comprensibile. Ma è inaccettabile.

Se l’Amministrazione è seria nel tracciare un’analogia con i primi anni della Guerra fredda dovrebbe ricordarsi che l’intero governo degli Stati Uniti si orientò allora verso la nuova sfida. E’ necessario fare lo stesso ora. L’Amministrazione deve insistere affinché il Dipartimento di Stato faccia il proprio dovere. Infatti, è necessario mettere in campo diplomatici e funzionari di Stato, assumere lavoratori a contratto, mobilizzare persone e risorse con urgenza e seriamente. L’ordinaria amministrazione non è accettabile. Portare a compimento il lavoro in Iraq è la nostra più alta priorità, e il nostro governo deve trattare la cosa come tale. Questi sono i principali problemi sui cui l’Amministrazione Bush si deve concentrare. Il successo in Iraq è alla nostra portata.


Ma ci sono dei motivi per temere che seguendo l’attuale traiettoria, non ci arriveremo. Il presidente sa che un fallimento in Iraq è intollerabile. Ora è il momento di agire in modo deciso per prevenirlo.

© The Weekly Standard - Il Foglio traduzione di Rolla Scolari


Progetto per un Nuovo Secolo Americano

http://www.disinformazione.it/nuovosecoloamericano.htm


Tratto dal sito www.newamericancentury.org 3 giugno 1997
Si ringrazia per la traduzione Bruno Stella

 
La politica estera e di difesa Americana è alla deriva. I conservatori hanno criticato le incoerenti politiche dell’Amministrazione Clinton. Essi hanno anche resistito agli impulsi isolanti provenienti dall’interno delle loro schiere. Ma i conservatori non anno avanzato con fiducia una visione strategica sul ruolo dell’America nel mondo. Non hanno avanzato dei principi guida per la politica estera americana. Hanno permesso alle discrepanze, a discapito delle tattiche, di oscurare potenziali accordi su obiettivi strategici. E non hanno combattuto per un budget da adibire alla difesa che avrebbe mantenuto la sicurezza dell’America e portato avanti gli interessi della Nazione per il nuovo secolo.
Il nostro obiettivo è di cambiare tutto ciò. Noi ambiamo a farlo e a raccogliere sostegno per il dominio globale americano.
In un 20esimo secolo che volge al termine, gli Stati Uniti rappresentano la principale potenza del mondo. Avendo guidato l’Occidente al trionfo nella Guerra Fredda, l’America si trova di fronte a un’opportunità e ad una sfida: Hanno gli Stati Uniti una visione costruttiva in virtù dei successi dei decenni passati? Gli Stati Uniti hanno l’intenzione di modellare un secolo nuovo che sostenga i principi e gli interessi americani?
Noi rischiamo di sprecare l’opportunità e fallire nella prova. Stiamo depauperando i fondi - sia con investimenti militari sia con ciò che abbiamo realizzato dalla politica estera - creati dall’amministrazione passata. Tagli negli affari esteri e spese per la difesa, disattenzione verso gli strumenti dell’arte politica e una leadership incostante stanno rendendo incredibilmente difficile il mantenimento dell’influenza americana nel mondo. E la promessa di benefici commerciali a breve termine minaccia di prevalere sulle considerazioni strategiche. Come conseguenza di tutto ciò, stiamo mettendo in pericolo la capacità della Nazione di andare incontro alle attuali minacce e di affrontare sfide potenzialmente più grandi che ci aspettano.
Sembra che abbiamo dimenticato gli elementi essenziali del successo dell’amministrazione Reagan: Un esercito che sia forte e sempre pronto a far fronte a sfide sia presenti sia future; una politica estera che promuova i principi americani all’estero fermamente e con audacia.
Naturalmente, gli Stati Uniti devono essere prudenti sul come esercitare il proprio potere. Ma non possiamo evitare in maniera sicura le responsabilità di un dominio globale o il costo di questo impegno. L’America esercita un ruolo vitale nel mantenimento della pace e della sicurezza in Europa, Asia e nel Medio Oriente. Se noi fuggiamo dalle nostre responsabilità, mettiamo in discussione i nostri stessi interessi. La storia del 20esimo secolo avrebbe dovuto insegnarci che è importante prendere atto degli avvenimenti prima che le crisi emergano, e di affrontare le minacce prima che diventino atroci. La storia di questo secolo avrebbe dovuto insegnarci ad cogliere la ragione di una leadership americana.
E’ nostro intento ricordare agli americani queste lezioni e abbozzare le conclusioni per i giorni d’oggi. Eccone alcune.
• dobbiamo ampliare il nostro apparato di difesa spendendo cifre adeguate se vogliamo portare a compimento le nostre responsabilità globali oggi e modernizzare le nostre forze armate per il futuro. >• dobbiamo rinforzare i legami con gli alleati democratici e sfidare i regimi ostili ai nostri interessi e valori.

• dobbiamo promuovere la causa della libertà politica ed economica all’estero
• dobbiamo accettare le responsabilità per il ruolo unico dell’America nel preservare e nell’estendere un ordine internazionale benevolo per la nostra sicurezza, la nostra prosperità e i nostri principi.
Tale politica Reaganiana di forza militare e trasparenza morale potrebbe non essere comune oggi. Ma è necessaria se gli Stati Uniti vogliono costruire sui successi del secolo passato e per tutelare la nostra sicurezza e la nostra grandezza di domani.
Elliott Abrams
(Consigliere principale per il Medio Oriente governo USA)
Gary Bauer 
(Attivista repubblicano cristiano)
William J. Bennett (Segretario all'istruzione durante la presidenza di Reagan)
Jeb Bush (Repubblicano, governatore e fratello di George W. Bush)
Dick Cheney (Vicepresidente Stati Uniti)
Eliot A. Cohen (Analista e commentatore militare della Johns Hopkins University)   
Midge Decter (Autore, editore e membro del Hoover Institution Board Overseers)
Paula Dobriansky (Sottosegretario di Stato per gli affari globali)   Steve Forbes
Aaron Friedberg (Professore di scienze politiche a Princeton)
Francis Fukuyama (Docente di Storia)
Frank Gaffney (Presidente del Centro per le Politiche sulla Sicurezza)
Fred C. Ikle (Ex ministro della Difesa)
Donald Kagan (Yale University)  
Zalmay Khalilzad (Ambasciatore speciale di Bush)
Lewis Libby (Capo dello staff di Cheney)
Norman Podhoretz (Neoconservatore ed editore di «Commentary»)
Dan Quayle (Vicepresidente Bush)
Peter W. Rodman (Vice di Rumsfeld)
Stephen P. Rosen
Henry S. Rowen
(Stanford University)
Donald Rumsfeld
(Segretario della Difesa)
Vin Weber (dirigente del centro di ricerche conservatore Empower America)
George Weigel   
Paul Wolfowitz (Vice Segretario di Stato alla difesa)

Direttori del progetto
William Kristol, Presidente
Robert Kagan
Bruce P. Jackson
Lewis E. Lehrman
Mark Gerson
Staff del progetto 
Gary Schmitt, Executive Director
Daniel McKivergan, Deputy Director
Ellen Bork, Deputy Director
Thomas Donnelly, Senior Fellow
Reuel Marc Gerecht, Senior Fellow, Director of the Middle East Initiative
Christopher Maletz, Assistant Director


 

Nuovo obiettivo: Iran?
Analisi di Jim Lobe

http://www.asslimes.com/documenti/mondialismo/nuovoobiettivo.htm 

 

Con l’Iraq sotto l’occupazione USA e la Siria scossa da una serie di minacce ad alto livello da parte dell’Amministrazione, l’Iran si sta ora profilando come il principale obiettivo della pressione USA. 

WASHINGTON, 5 maggio (IPS) – Con I funzionari di Washington che parlano in modo oscuro di “agenti iraniani” che attraverso il confine dell’Iraq per fomentare problemi all’occupazione USA, uno dei principali strateghi neo-conservatori ha detto lunedì che gli Stati Uniti sono pronti ad una “lotta mortale” con Teheran ed ha esposto all’Amministrazione del presidente George W. Bush l’urgenza di  "intraprendere la lotta contro l’Iran'', tra le altre misure, attraverso ''operazioni coperte''.

L’appello da parte del redattore capo del 'The Weekly Standard' [periodico di proprietà di R. Murdoch, n.d.r]
, William Kristol, ha fatto seguito all’annuncio a sorpresa che le forze militari USA avevano firmato un accordo con le forze ribelli iraniane stanziate in Iraq che permette loro di mantenere le loro armi ed equipaggiamenti, compresi i blindati, nonostante le loro formale definizione di gruppo terroristico da parte del Dipartimento di Stato. L’accordo tra i militari e i Mujahadeen Khalq ha innescato l’idea che Washington possa schierare il gruppo, che era stato sostenuto da Baghdad per più di 20 anni, contro Teheran o i suoi alleati in Iraq, nonostante le sue tattiche terroristiche. ''La liberazione dell’Iraq è  stata la prima grande battaglia per il futuro del Medio Oriente,'' ha scritto Kristol sull’ultimo numero di Standard. ''La prossimna grande battaglia – speriamo non militare – sarà per l’Iran. Siamo pronti ad una lotta mortale con l’Iran sul futuro dell’Iraq,'' ha aggiunto l’editore, il quale è strettamente associato con Richard Perle ed altri neo-conservatori del Consiglio per le Politiche di Difesa del Pentagono (DPB).
La sparata di Kristol riflette la crescente intensità del dibattito politico in corso all’interno dell’amministrazione tra i falchi del Dipartimento della Difesa e l’ufficio del Vice-Presidente Dick Cheney da una parte, e i “realisti” del Dipartimento di Stato e della Central Intelligence Agency (CIA) dall’altro.
Il governo islamico di Teheran, da lungo tempo accusato da Washington di essere uno dei più attivi supporti mondiali del terrorismo internazionale, prima di tutto per il suo sostegno agli Hezbollah del Libano, è stato un bersaglio particolare per i neo-conservatori come Kristol, che lo vedono come la più grande minaccia a lungo termine per Israele, specialmente adesso che Baghdad è nelle mani degli USA.
In una lettera aperta inviata a Bush il 20 settembre 2001 – dopo soli nove giorni dagli attacchi terroristici dell’11 settembre su New York e sul Pentagono, l’influente Project for the New American Century (PNAC), presieduto da Kristol, faceva appello affinché Washington inviasse un ultimatum sia alla Siria che all’Iran chiedendo loro di arrestare il loro supporto ad Hezbollah.
''Se l’Iran e la Siria dovessero rifiutarsi di acconsentire, l’amministrazione dovrebbe prendere in considerazione delle misure appropriate di ritorsione contro questi stati noti sponsor del terrorismo,'' sollecitava la lettera, la cui agenda per la campagna anti-terroristica è stata finora seguita praticamente in ogni dettaglio dalla cacciata dei Talebani dall’Afghanistan e di Saddan dall’Iraq, all’eliminazione del supporto USA al leader palestinese Yasser Arafat.
In effetti, i rapporti di intelligence sottolineano che i rifornimenti a Hezbollah sono diminuiti assai nettamente nell’ultimo anno, ma i neo-conservatori ed altri falchi stanno ora protestando che Teheran sia determinata a rendere difficile la permanenza di Washington in Iraq. 
Nonostante i contatti informali , ma relativamente di alto livello, tra i due paesi – che avevano interrotto i vecchi legami dopo la presa dell’ambasciata USA a Teheran sul finire del  1979 – nella marcia verso la guerra, i falchi accusano l’Iran di non aver cooperato durante le attuali ostilità e di lavorare ora attivamente per minacciare lo sforzo USA di stabilizzare l’Iraq.
In un articolo che compare su 'The New Republic' della settimana scorsa, Eli Lake, un reporter  con stretti legami con i duri dell’amministrazione, accusava che l’Iran non solo ha fornito un rifugio sicuro a numerosi rifugiati irakeni e islamici ricercati da Washington, ma ha pure progettato di infiltrare proprie unità paramilitari per creare confusione sul campo. Inoltre, i servizi dei media USA  sono stati infarciti nelle scorse due settimane con asserzioni su “agenti iraniani” nella comunità sciita in Iraq, il cui obiettivo è sostenere il clero locale in un tentativo di creare una “Repubblica islamica in stile iraniano”. Gli Sciiti costituiscono circa il 60% della popolazione irakena. Loro principale strumento in questo sforzo, secondo i calcoli, è il Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq, con base a Teheran (SCIRI) guidato da Abdulaziz Hakim e da suo fratello l’Ayatollah Mohammed Bakir Hakim. Essi sono stati restii nella loro partecipazione al tentativo USA di formare nel corso del mese prossimo un consiglio per governare l’Iraq. L’articolo di Kristol riflette il pensiero di numerosi strateghi neo-conservatori i quali stanno ragionando virtualmente sin dall’11 settembre  sul fatto che il popolo iraniano, specialmente i giovani, è pronto ad insorgere contro i mullah, compresi i riformisti guidati dal Presidente Mohammed Khatami, nel momento in cui Washington installi un governo secolare, democratico nel paese a fianco, l’Iraq.
”Il teocrati che reggono l’Iran comprendono che la posta in gioco è ora doppia o nulla,'' secondo Kristol. ''Essi possono rimanere al potere scompaginando gli sforzi di creare nel paese a fianco uno stato pluralistico, non teocratico, a maggioranza sciita – oppure essi possono crollare, perché questo esito in Iraq suonerebbe come una campana a morto per la rivoluzione iraniana.''
I falchi sono stati incoraggiati in questo modo di vedere da gran parte della comunità degli esuli iraniani, secondo Gary Sick, un esperto della Columbia University che prestò servizio presso il Consiglio per la Sicurezza Nazionale durante l’amministrazione Carter.  "L’argomento tra gli ayatollah americani (del conservatorismo) è che la sola soluzione per l’Iran è far cadere il regime", dice Sick.
”Essi affermano che il popolo iraniano è pronto ad insorgere, il regime è pressoché al collasso, ma la gente in Iran dice che questo è proprio un nonsenso. "La situazione in Iran era molto più instabile nel 1999 che ora,'' ha aggiunto Sick, il quale ha sottolineato che i sospetti tra gli Iraniani che Washington stia già cercando di manipolare la situazione interna sta ”complicando la vita ai riformisti (dell’Iran)''.
Il fatto che esponenti di spicco neo-conservatori, strettamente legati ai falchi dell’amministrazione stiano ora facendo appello per un’azione coperta contro Teheran, combinato con l’accordo di resa con i Mujahadeen, alimenta verosimilmente quei sospetti e, in ogni caso, renderà assai più difficile alle forze con una certa influenza in Iran fare pressione per una cooperazione con Washington.
Sick ha affermato di essere stato ''totalmente sorpreso" dall’accordo di resa, i cui particolari non sono stati ancora resi noti. ''La nozione che noi dovremmo unire le forze (con i Mujahadeen) svilisce realmente l’intera idea della nostra lotta contro il terrorismo,'' ha sottolineato e precluderà  ''qualsiasi tipo di lavoro in comune con l’Iran''.
 Ma Kristol e i suoi compari dentro e fuori l’amministrazione insistono che non vi è nessun punto su cui lavorare in qualsiasi modo con Teheran e che molto si può ottenere aiutando la cacciata dei “teocrati”. ''L’Iran è il punto saliente della Guerra alla proliferazione, della Guerra al terrore e dell’impegno per rimodellare il Medio Oriente. Se l’Iran diviene filo-occidentale e anti-terroristico, ne seguiranno assai più agevolmente dei cambiamenti positivi in Siria e in Arabia Saudita. E le possibilità per una regolazione israelo-palestinese miglioreranno grandemente,'' scrive Kristol.  

Copyright © 2003 IPS-Inter Press Service. All rights reserved.


 

Tratto dal sito http://globalresearch.ca
Traduzione dall'inglese
per l'Associazione Limes
  a cura di Belgicus

 

La notte dopo

http://members.xoom.virgilio.it/infocontro/SocFor2003/NoWar438.htm

Uri Avnery (Uri Avnery è un giornalista israeliano. I suoi saggi sono contenuti anche in "The Other Israel: Voices of Refuses and Dissent")

Liberazione 22 aprile 2003 

Oggi è di moda parlare del "giorno dopo". Ma dobbiamo parlare piuttosto della notte dopo. Al termine dei combattimenti in Iraq il mondo si troverà ad affrontare due elementi decisivi. Primo: l’immensa superiorità militare statunitense in grado di sconfiggere qualsiasi popolo del mondo, per quanto sia coraggioso. Secondo: il piccolo gruppo che ha deciso di iniziare questa guerra, costituita da un’alleanza di fondamentalisti cristiani e di ebrei neoconservatori, può cantare vittoria e d’ora in poi controllerà Washington quasi senza limiti. La combinazione di questi due elementi costituisce un pericolo per il pianeta, specialmente per il Mediooriente, per i popoli arabi e per il futuro di Israele. Questa alleanza, infatti, è nemica delle mediazioni dei conflitti, nemica dei governi arabi, nemica del popolo palestinese e soprattutto nemica degli israeliani favorevoli alla pace.

Non sogna soltanto un impero statunitense, nello stile di quello romano, ma anche un mini-impero israeliano, sotto il controllo della estrema destra e dei coloni. Vuol cambiare i governi in tutti i paesi arabi. Causerà un caos permanente nella regione le cui conseguenze sono impossibili da prevedere. Il suo universo di riferimento consiste in un insieme di fervore biologico e di rozzi interessi materiali, un patriottismo statunitense esasperato e un sionismo di estrema destra. E’ un miscuglio pericoloso.

C’è in questo, qualcosa di Ariel Sharon, un uomo che ha sempre coltivato piani grandiosi per stravolgere la regione, personalmente caratterizzato da un’immaginazione creativa, uno sciovinismo fuori da ogni controllo e una fiducia primitiva nell’uso brutale della forza.

Chi sono i vincitori?

Sono i cosiddetti neocons, o neoconservatori. Un gruppo compatto, i cui membri sono quasi tutti ebrei. Occupano posizioni chiave nell’amministrazione Bush, così come nei gruppi strategici che giocano un ruolo importante nella formulazione della politica statunitense e nelle pagine d’opinione dei giornali influenti.

Per molti anni questo è stato un gruppo marginale che ha promosso un programma di estrema destra in tutti i settori. Hanno lottato contro l’aborto, contro l’omosessualità, contro la pornografia e le droghe. Quando Binyamin Netanyahu arriva al potere in Israele, offrono i propri consigli su come combattere gli arabi. La loro grande occasione giunge però col crollo delle Torri Gemelle. L’opinione pubblica e i politici statunitensi erano in uno stato di choc, completamente disorientati, incapaci di comprendere un mondo stravolto da un giorno all’altro. I neocons sono l’unico gruppo ad avere a portata di mano una spiegazione e una soluzione. Solo nove giorni dopo l’attentato, William Kristol (figlio del fondatore del gruppo, Irving Kristol) pubblicò una lettera aperta al presidente Bush, dichiarando che non sarebbe stato sufficiente annientare la rete di Osama Bin Laden, ma che era ormai un imperativo «cacciare Saddam Hussein dal potere» e «organizzare rappresaglie» contro la Siria e l’Iran per il loro appoggio agli Hezbollah.

La lettera aperta fu pubblicata dal Weekly Standard, fondato da Kristol con il denaro del magnate di ultradestra della stampa Rupert Murdock, che aveva donato 10 milioni di dollari alla causa.

Richard Perle, in questo quadro, è il personaggio principale. Fino a poco tempo prima era stato presidente dell’Ufficio politico di Difesa, del Defense Department, del quale fanno parte anche Eliot Cohen e Devon Cross. Perle è uno dei direttori del Gerusalem Post attualmente in mano a sionisti di estrema destra. Recentemente si è visto obbligato a rinunciare al suo incarico nel dipartimento di Difesa perché si è saputo che una corporazione privata gli aveva promesso quasi un milione di dollari per poter contare sulla sua influenza nell’amministrazione.

Quella lettera aperta, in realtà, costituì l’inizio della guerra contro l’Iraq. Fu ricevuta con entusiasmo dall’amministrazione Bush, dove alcuni membri del gruppo erano già fermamente insediati in posizioni di primo piano. Paul Wolfowitz, padre della guerra, è il numero due nel dipartimento della Difesa, dove un altro amico di Perle, Douglas Feith, dirige il Consiglio di pianificazione del Pentagono.

John Bolton è sottosegretario del dipartimento di Stato. Eliot Abrams, responsabile del Medioriente nel Consiglio Nazionale di Sicurezza, era coinvolto nello scandalo Iran-Contras-Israele. Il principale eroe dello scandalo, Oliver North, fa parte dell’istituto ebraico delle questioni di sicurezza nazionale, insieme a Michael Ledeen, altro protagonista della storia. E’ favorevole alla guerra totale non solo contro l’Iraq, ma anche contro altri nemici di Israele: Iran, Siria, Arabia Saudita e l’Autorità palestinese. Dov Zakheim è un componente del Dipartimento della difesa. La maggior parte di queste persone, insieme al vicepresidente Dick Cheney e al segretario della Difesa, Donald Rumsfeld, sono associate al "Progetto per un Nuovo Secolo Americano", che ha pubblicato un Libro bianco nel 2002, con l’obiettivo di «preservare e affermare la pace statunitense» intendendo con queste espressioni il controllo Usa del mondo.

Il generale sionista

L’uomo che simboleggia la vittoria è il generale Jay Garner, appena nominato capo dell’amministrazione civile dell’Iraq. Non è un generale anonimo scelto casualmente. Garner è il partner ideologico di Paul Wolfowitz e dei neocons.

Due anni fa ha firmato, insieme ad altri 26 ufficiali, una petizione organizzata dall’Istituto Ebraico per gli Affari di Sicurezza Nazionale, lodando l’esercito di Israele per «la sua notevole prudenza di fronte alla violenza letale orchestrata dalla leadership dell’Autorità palestinese», decisamente una novità per le forze israeliane che cercano la pace. Ha anche dichiarato che «un’Israele forte è un fattore sul quale possono contare gli strateghi militari e i dirigenti politici statunitensi».

Nella prima guerra del Golfo scelse l’utilizzo dei missili Patriot, scelta rivelatasi sbagliata. Dopo aver lasciato l’esercito nel ’97 si è convertito, senza sorprendere nessuno, in consulente della Difesa specializzato nell’uso di missili. Si disse che aveva conseguito contratti con il Pentagono assolutamente fuori mercato. Quest’anno ha ottenuto un contratto di 1500 milioni di dollari, nonché un contratto per la costruzione del sistema Patriot. Non ci può essere, quindi, un candidato migliore per il ruolo di capo dell’amministrazione civile in Iraq, visto che c’è da decidere a chi affidare contratti per la ricostruzione che valgono miliardi di dollari e che saranno pagati con il petrolio iracheno.

Una nuova Balfour

L’ideologia di questo gruppo, che punta a un impero mondiale degli Usa, ma anche a una Grande Israele, ricorda un fatto storico.

La dichiarazione di Balfour del 1917 che promise agli ebrei una patria in Palestina, ebbe due genitori. La madre fu il sionismo cristiano (tra i cui aderenti si contavano illustri statisti come Lord Palmerston e Lord Shaftesbury, molto prima della fondazione del movimento sionista), il padre è stato l’imperialismo britannico. L’idea sionista permise ai britannici di cacciare i loro rivali francesi e di prendere possesso della Palestina, necessaria a proteggere il canale di Suez nonché la rotta diretta verso l’India. Ora succede nuovamente la stessa cosa. L’anno passato Richard Perle ha organizzato un incontro pubblico in cui uno dei relatori propose la guerra non solo contro l’Iraq, ma anche contro l’Arabia Saudita e l’Egitto per assicurarsi il cuore del petrolio mondiale. L’Iraq, affermò, era solo l’inizio. Una delle giustificazioni proposte per questo piano era la necessità di difendere Israele.

Il nostro futuro

All’apparenza tutto favorisce Israele. Gli Usa controllano il mondo, noi controlliamo gli Stati Uniti. Mai prima d’ora gli ebrei hanno esercitato un’influenza comparabile nel centro del potere mondiale.

Questa tendenza mi preoccupa, sembriamo un giocatore d’azzardo che punta tutto il suo denaro e il suo futuro su un solo cavallo. Un buon cavallo, certo, un cavallo senza rivali al momento, ma comunque un solo cavallo.

I neocons provocheranno un lungo periodo di caos nel mondo arabo-musulmano. La guerra in Iraq ha già mostrato che la loro comprensione della realtà araba è molto limitata. Le loro supposizioni politiche non hanno resistito alla prova dei fatti. Ma solo l’uso della forza bruta ha portato a termine la loro impresa.

Un giorno gli statunitensi torneranno a casa, ma noi rimarremo qua. Dobbiamo convivere con i popoli arabi, il caos nel mondo arabo mette in pericolo il nostro futuro.

Wolfowitz e compagnia potranno sognare un Medioriente democratico, liberale, sionista che adora gli Usa, ma il risultato delle loro avventure rischia di concretizzarsi in una regione fanatica e fondamentalista che minaccerà la nostra esistenza. L’alleanza tra neocons e fondamentalisti cristiani può generare forze antagoniste a Washington. E se Bush verrà sconfitto alle prossime elezioni, come lo fu suo padre dopo la vittoria nella prima guerra del Golfo, i piani dell’alleanza saranno stravolti.

La Bibbia ci parla dei re della Giudea che si basarono sulla potenza mondiale di allora, l’Egitto. Non si resero conto della crescita delle forze orientali, dell’Assiria e della Babilonia. Un generale assiro disse al re di Giudea: «Confidi in queste canne, confidi nell’Egitto. Se qualcuno si appoggerà su di loro, gli si conficcheranno nella mano e gliela trapasseranno» (2° dei rei, 18,21)

Bush e il suo gruppo di neoconservatori non sono esili canne. Lontano dall’esserlo, formano invece un bastone molto forte. Basterà per appoggiare su di esso tutto il nostro futuro?


 

La vecchia illusione dei media liberal

http://www.italian.it/isf/home614.htm 

di Eric Alterman *

11 aprile 2003


Negli Stati uniti il dibattito sull'orientamento politico dei media si articola principalmente intorno a due poli. Secondo la destra, i grandi mezzi di informazione, sebbene in mano a multinazionali come Disney (Abc), General Electric (Nbc) o America Online (Cnn) favoriscono le idee della sinistra. Secondo i giornalisti, citando David Broder, icona del giornalismo moderato di Washington, «l'ideologia che può avere un giornalista medio non basta per riempire un ditale» (1). L'idea che i media, per ragioni legate alla proprietà, all'economia, alla classe sociale dei giornalisti o alle pressioni esterne (per esempio quelle dei finanziatori dei programmi) possano essere più ben disposti verso le cause conservatrici che verso quelle liberal viene considerata decisamente e semplicemente inaccettabile.
In realtà, l'idea che i media siano liberal è assolutamente un'invenzione.
Anche se la maggior parte degli elettori di destra ci crede in buona fede, i più maliziosi sanno che fare le vittime costituisce un buon mezzo per comunicare le proprie idee - o magari per impedire ai propri avversari di farlo. A volte i conservatori onesti lo ammettono. Richard Bond, quando era presidente del partito repubblicano, protestò all'epoca delle elezioni presidenziali del 1992 dicendo: «credo che tutti sappiano chi i media si augurino vinca questo scrutinio - e non si tratta di George Bush (2)». Lo stesso Bond fece tuttavia notare, durante le stesse consultazioni, che «da parte nostra [quando critichiamo i media] c'è un po' di strategia. Se osservate un qualsiasi allenatore durante una partita vedrete che tenta sempre di fare pressione sull'arbitro perché questo conceda alla sua squadra un po' di più di quanto non sia permesso (3)».
William Kristol, uno tra i più influenti pensatori e propagandisti neoconservatori ha confessato anch'egli: «Lo ammetto. I media di sinistra non sono mai stati molto potenti e lo sdegno sull'argomento ha soprattutto permesso ai conservatori trovare una scusa alle proprie sconfitte». Ciò nonostante Kristol, mentre invitava ad abbonarsi a un periodico finanziato da Rupert Murdoch (le cui opinioni politiche non sono un segreto per nessuno (4)) si è ugualmente lamentato: «Il problema con la politica e il modo in cui ne parlano i media, è che essi tendono troppo a sinistra. Difendono le sconfitte della sinistra e appoggiano i suoi candidati e le sue cause».
In uno studio pubblicato nel 1999 dalla rivista universitaria Communications Research, quattro esperti hanno esaminato l'impiego dell'espressione «liberal media» e hanno scoperto che il numero di americani che vede tendenze liberal nei media è quadruplicato. Ma segni evidenti, raccolti e codificati su un periodo di dodici anni, non corroborano affatto questa visione. La conclusione? I consumatori di informazioni sono sensibili soprattutto «alla crescente copertura delle accuse di favoritismo nei confronti della sinistra, provenienti sempre di più da candidati e da rappresentanti eletti del partito repubblicano (5)». Fox News e i valori del presidente La destra fa pressione sugli arbitri. E funziona. Una ragione per cui tanta gente, inclusi alcuni liberal, crede nel mito dei media liberal è che non si rende conto di quanto estesi e influenti siano i media conservatori rispetto ai media liberal esistenti. Di fatto, già sommando la diffusione o la penetrazione di Fox News, delle pagine editoriali del Wall Street Journal, del Weekly Standard, della National Review, dell'American Spectator, di Human Events, dell'opinione dominante dei commentatori, di Rush Limbaugh conduttore di programmi alla radio, e dell'intero universo dei talk show radiofonici (6), si ottiene una parte considerevole dei media. L'abilità di tali mezzi, così profondamente di parte e spesso inaffidabili, nel modellare l'universo della stampa nel suo insieme conferisce loro un grado di potere e un'influenza che va al di là della propria pur considerevole diffusione.
Prendiamo il caso di Fox News. Quando il canale venne lanciato nel 1996, con a capo Roger Ailes, responsabile della campagna elettorale (particolarmente sporca) del 1988 di George H. Bush (7), i conservatori si diedero un gran da fare per lodarlo. L'allora governatore del Texas, George W. Bush, registrò un elogio promozionale del programma di Tony Snow, ex collaboratore di suo padre alla Casa Bianca, in cui lodava il suo «fortunato passaggio al giornalismo». L'orientamento a destra di Fox News costituisce un valore incalcolabile per i conservatori. Non solo perché li mobilita, ma anche perché fa scivolare ancora più a destra l'intero sistema dell'informazione.
Nel novembre 2000, Fox News e il suo esperto elettorale John Ellis, cugino di George W. Bush, ebbero un ruolo cruciale nel diffondere l'idea che in Florida i giochi fossero conclusi. Ma il reclutamento di John Ellis da parte di Fox News non era un caso isolato. Quando, poco prima delle elezioni, i media scoprirono che Bush aveva nascosto una condanna per guida in stato di ebbrezza (il tipo di argomento su cui i giornalisti normalmente si precipitano...) Fox News si affidò al lavoro di un addetto stampa ansioso di insabbiare una notizia compromettente. «Conta meno di una nota a fondo pagina» disse uno dei commentatori, Morton Kondracke, democratico neoconservatore.
«Una bazzecola» sostenne John Fund del Wall Street Journal. «Sì, sono d'accordo, è una bazzecola», concluse nel corso della stessa trasmissione Mara Liasson giornalista alla National Public Radio.
E il programma in questione preferì dedicarsi al tema scelto per il contrattacco repubblicano: era stata l'équipe del candidato democratico Albert Gore ad aver orchestrato la fuga di notizie. Tony Snow, senza la minima prova, si spinse fino a dar credito alle «voci» sul coinvolgimento dell'amministrazione Clinton nella vicenda, sostenendo che tutto ciò avrebbe provocato a un aumento di simpatia per Bush. All'epoca degli attacchi repubblicani contro il presidente Clinton, Fox News non aveva fatto ricorso a quel tipo di sondaggi sull'esasperazione del pubblico americano davanti all'accanimento dei parlamentari.
Su Fox News un favoritismo del genere è diventato la norma. Uno dei commentatori di politica estera è l'ex presidente repubblicano della Camera dei rappresentanti Newton Gingrich. Una discussione dedicata a Ronald Reagan si può facilmente riassumere in un dialogo tra sei amici dell'ex presidente degli Stati uniti o tra membri della sua amministrazione. Il trattamento della guerra in Afghanistan da parte di Fox News non è sfuggito a questa regola: il giornalista Geraldo Riveira, non contento di essersi recato sul posto munito di un'arma augurandosi di uccidere bin Laden con le sue mani, annunciò di trovarsi sul campo di una battaglia da cui distava più di trecento chilometri.
Ailes, il direttore della stazione televisiva, non esitò dal canto suo a offrire il suo parere a George W. Bush: «L'opinione pubblica americana è disposta a mostrarsi paziente a condizione di avere la sicurezza che Bush metterà in atto le misure più dure».
Anche la maggior parte dei giornalisti ha privilegiato il punto di vista «patriottico». Si è quindi mostrata contemporaneamente favorevole all'esercito e ostile o preoccupata di fronte a un nemico che non esitava a prendersela con i giornalisti, a volte in maniera atroce (8). I reporter sono per di più intimiditi da un'accusa, ereditata dalla guerra del Vietnam, secondo cui sarebbero «anti-americani».
Nel caso della Fox News e della Cnn, sono stati anche esplicitamente avvertiti di questo rischio...
Un punto di vista molto patriottico Un'accusa infondata, come dimostra un semplice paragone tra i media americani, britannici ed europei nel trattamento delle informazioni sulla guerra in Afghanistan. Il 30 dicembre 2001 trenta bombe americane cadono sul villaggio di Niazi Kala (chiamato anche Qalaye Niaze) nell'est dell'Afghanistan e uccidono decine di civili. La stampa britannica giudica importante la notizia. I titoli non danno adito a equivoci: «Gli Stati uniti accusati di aver ucciso più di cento civili durante un bombardamento» (The Guardian, 1¼ gennaio 2002); «Cento civili uccisi da un bombardamento americano» (The Times, 1¼ gennaio 2002). Contemporaneamente, il New York Times decide di titolare: «Un dirigente afghano sostiene senza entusiasmo il bombardamento americano» (2 gennaio 2002). È necessario ricordare che il New York Times è uno dei bersagli preferiti della destra conservatrice nelle accuse di anti-americanismo rivolte alla stampa.
Fox News ha potuto distinguersi anche nel clima nazionalista del dopo 11 settembre 2001. I presentatori e i giornalisti di questa emittente la cui audience media, ancora modesta (poco più di un milione di telespettatori), ha recentemente sorpassato quella della Cnn, fanno a gara a chi insulta meglio bin Laden e i suoi «sicari». I danni dei raid americani in Afghanistan importano poco alla Fox.
«Siamo in guerra, è forse una notizia che della gente muoia?» ha spiegato Brit Hume.
Nel caso dell'Iraq la stampa dimostra la stessa assenza di spirito critico. Quando Hans Blix ha presentato il suo primo rapporto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, il Washington Post ha ripreso la linea della Casa bianca senza cambiarne una virgola. «Blix - spiega un editoriale - ha parlato, con molta cautela, di una lista schiacciante di menzogne, omissioni ed evasioni perpetrate dall'Iraq da quando il Consiglio ha adottato la risoluzione 1441, il cui oggetto era offrire a Saddam Hussein una "ultima possibilità" di rinunciare alle sue armi di distruzione di massa. (...) Invece di cedere alle richieste degli ispettori e di offrire all'Iraq un'altra possibilità, il Consiglio dovrebbe conformarsi alla risoluzione che soltanto undici settimane fa ha adottato all'unanimità (9)». Poco importa che non siano in molti al di fuori dell'amministrazione Bush ad avere inteso così il rapporto di Blix.
Appena prima di far sapere che non si sarebbe candidato alla Casa bianca nel 2004 Albert Gore, in un'intervista al New York Observer, ha notato qualcosa di evidente: «In questo paese ci sono voci istituzionali interamente nelle mani del partito repubblicano (...) Fox News Network, Washington Times, Rush Limbaugh... e tra queste voci molte vengono finanziate da miliardari ultraconservatori che fanno affari con le amministrazioni repubblicane e il resto dei media».
Un tale, banale, commento ha provocato ugualmente indignazione. Howard Kurtz giornalista che si occupa di stampa al Washington Post e animatore dell'unica trasmissione di critica dei media sulla Cnn, ha giudicato Gore un semplice paranoico: «Sembra che se ne stia lì a piagnucolare.
Sempre che non voglia portare acqua al suo mulino, un po' come la destra quando protesta contro la tendenza a proprio sfavore dei media».
Per poi concludere: «Gore dev'essere amareggiato per il fatto che il suo libro non si venda così bene nonostante i miliardi di trasmissioni televisive a cui ha partecipato insieme a sua moglie».
I media non possono, da soli, rendere ingovernabili gli Stati uniti nell'ipotesi molto aleatoria in cui vincesse la sinistra democratica.
Possono però legittimare comportamenti poco democratici che andrebbero in questo senso. Abbiamo già potuto osservarlo al momento della procedura di impeachment contro il presidente Clinton. L'abbiamo osservato di nuovo al momento dei conteggi e dei ri-conteggi delle schede che hanno seguito le ultime elezioni presidenziali americane. La guerra certo non migliorerà questa situazione.



note:

* Giornalista e autore di What Liberal Media? The Truth about Bias and the News, Basic Books, 2003.

(1) David Broder Beyond the front page, Simon and Schuster, New York, 1987.

(2) Al termine di un'elezione triangolare, il padre dell'attuale presidente venne battuto dal democratico William Clinton.

(3) The Washington Post, 20 agosto 1992.

(4)
Interpellato sulla guerra in Iraq, Rupert Murdoch ha spiegato: «Credo che Bush abbia ragione. Non possiamo più tornare indietro.
Secondo me agisce in modo molto morale, molto corretto. (...) La cosa migliore che potrebbe venir fuori da tutta questa storia per l'economia mondiale sarebbe un barile di petrolio a venti dollari».
(Newsweek, 17 Febbraio 2002)
(5) «Elite Cues and Media Bias in Presidential Campaigns: Explaining Public Perceptions of a Liberal Press» Communications Research, Minnesota, n¼ 26, 1999.

(6) Si legga «La sinistra nel suo ghetto, la destra alla radio», Le Monde diplomatique/il manifesto (controllare), ottobre 1994.

(7) Si legga Serge Halimi «Dans les bas-fonds de la campagne électorale americaine», Le Monde diplomatique, dicembre 1988.

(8) Daniel Pearl del Wall Street Journal fu così torturato e massacrato e la scena venne filmata dai suoi boia. Daniel Pearl aveva tuttavia provato la sua indipendenza pubblicando (con Robert Block) il 31 dicembre 1999 un'inchiesta sull'opera di indottrinamento propagandistico della Nato durante la guerra del Kosovo.

(9) 28 gennaio 2003.
(Traduzione di P. B.)

Fonte: Le Monde Diplomatique


 

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