FISICA/MENTE

 

Crociati, di padre in figlio

http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Marzo-2003/0303lm07.01.html 


Dominique Vidal
Buon sangue non mente. Il sovietologo Richard Pipes, promosso nel 1981 capo dell'ufficio sovietico del Consiglio nazionale di sicurezza Usa, ha contribuito a dipingere l'Urss con i colori dell'«impero del male» contro il quale Ronald Reagan si levò per salvare l'occidente.
Vent'anni dopo, suo figlio, Daniel Pipes, è entrato nella task force anti-terrorista del dipartimento Usa della difesa.
Il Financial Times, occupandosi di questa commovente filiazione, ha osservato di recente: «adesso, le idee e le ipotesi che hanno fondato l'anticomunismo rivivono per combattere un'altra ideologia.
Proprio come erano in molti a ritenere che il comunismo rappresentasse, per la democrazia occidentale, la principale minaccia della seconda metà del XX secolo, oggi sono altrettanto numerosi coloro che considerano l'islam radicale come la più seria delle minacce».
Daniel Pipes, fondatore del Middle Est Forum, un think tank destinato a «definire e a promuovere gli interessi statunitensi in Medioriente», fino all'11 settembre passava per un estremista. Non aveva accusato, contro ogni evidenza, gli islamisti di aver perpetrato il mega-attentato di Oklahoma City il 19 aprile 1995? Gli attentati di New York e di Washington lo trasformeranno in profeta. Fin dal 12 settembre, il Wall Street Journal gli offre un'intera pagina. Sarà poi presente anche sul Washington Post, il New York Times, il Los Angeles Times, il Jerusalem Post e su una sessantina di altri quotidiani, senza dimenticare numerosi magazine, come Commentary, Atlantic Monthly, Foreign Affairs, Harpers e New Republic. Tutte le grandi trasmissioni tv lo invitano. Già autore di una decina di libri, ne ha scritto uno di più: Militant Islam Reaches America.
Modestamente, la nuova star afferma: «nel mondo della politica, sono il numero uno».
Il vero numero uno è certo George W. Bush, di cui Daniel Pipes, esperto in islamofobia, serve la macchina propagandistica. Nemico di lunga data della Siria, dell'Iraq e dell'Arabia saudita, dubbioso di fronte agli accordi di Oslo, partigiano della maniera forte cara a Ariel Sharon, raddoppia gli attacchi contro «le ambizioni dell'islam militante» che non vuole soltanto «espellere l'America dall'Arabia saudita» o «cambiare la politica americana nei confronti del conflitto isarelo-arabo» o «mettere fine alle sanzioni contro l'Iraq»: intende «cambiare la natura stessa degli Stati uniti» - o, come Daniel Pipes scriverà un giorno, «sostituire la Costituzione (statunitense) con il Corano».
Questa spada di Damocle che sarebbe sospesa sopra gli Stati uniti giustifica, ai suoi occhi, la repressione più implacabile contro tutti gli americani anti-americani, musulmani in testa: «non è il momento di preoccuparsi degli stati d'animo della gente» assicura Daniel Pipes, che giudica «assolutamente necessario» che l'Fbi mantenga dei prigionieri senza processo. «Che alcuni passino un certo tempo dietro le sbarre anche se non dovrebbero esserci, è un prezzo che sono disposto a pagare». Peggio, avendo dichiarato che l'America è in pericolo, Daniel Pipes si crede autorizzato a prendersi per McCarthy: nel suo sito Campus Watch, denuncia con nome e cognome - sovente come «antisemiti» - gli universitari ostili alla guerra che la Casa bianca sta preparando contro l'Iraq. E questo farà sì che egli sia dichiarato persona non grata in varie università...
Più bushista di Bush, questo nuovo crociato rimprovera persino all'attuale amministrazione di «fare una netta distinzione tra un buon e un cattivo islamista». Lui, difatti, non è fautore di questo tipo di sfumature: «la differenza tra un islamista moderato e un islamista radicale - assicura - è come la differenza tra un nazista moderato e un nazista radicale».
Di suo padre, il figlio tiene a precisare: «l'ho sempre ammirato.
Forse ho ereditato da lui una certa inclinazione dogmatica per l'ostinazione».
Ne dobbbiamo prendere atto.



note:

* Le citazioni provengono dal Financial Times, Londra, 10 gennaio 2003, dal Philadelphia City Paper, 18 luglio 2002 e da The Nation, 11 novembre 2002.
(Traduzione di A. M. M.) 

Campus Watch in the Media

http://www.campus-watch.org/article/id/476

Proteste alla York University di Toronto per la lezione del prof ebreo-americano Daniel Pipes
Corriere Canadese Online
January 29, 2003

http://www.corriere.com/printer.php?storyid=14591

Mai nella storia della York University di Toronto si è visto uno schieramento di polizia come ieri. L'ala convegni MacKenzie sbarrata stile bunker. La sua aula principale inaccessibile persino ai giornalisti. Addirittura il veto ai professori della stessa Università di entrarci per tutto il giorno.
No, non si trattava di proteggere Bush o bin Laden. Chi stava parlando, lì dentro era Daniel Pipes, direttore del Middle East Forum, invitato dalla Jewish Federation of Students. Uno dei principali sostenitori della necessità di fare piazza pulita di qualsiasi sospetto di antiamericanismo e antisemitismo in tutte le università occidentali. Un ebreo integralista nemico del dissenso. Un uomo da "caccia alle streghe". Teorico del pericolo che l'affluenza di arabi nei campus nordamericani sposti l'obiettivo dagli studi alla politica, favorendo il terrorismo negli Stati Uniti. E non solo (vedere riquadro).
«Shame on York!»: al grido di «York si vergogni!» una cinquantina di studenti hanno inscenato ieri una protesta davanti all'ala bunker. Vestiti da palestinesi: gli uomini con la kefiah (il copricapo portato da Arafat), le donne con un foulard in testa - un ragazzo addirittura in carrozzella sventolando la bandiera dello "Stato che non c'è" - hanno urlato contro la violazione della libertà accademica da parte della loro università e il sostanziale razzismo del professore americano, concludendo un cartello con la scritta "Flush down the Pipes" (scarica lo sciacquone).
Pipes ha aperto un sito nel settembre scorso che si chiama Campus Watch nel quale esterna tutti i suoi sospetti, a volte sottoforma di crociate vere e proprie. Avrebbe addirittura messo in rete una lista con nomi, cognomi, numeri di telefono e indirizzi Web di otto docenti di studi mediorientali "colpevoli" di aver sostenuto dei pregiudizi durante le lezioni o i discorsi pubblici. Ad esempio di aver suggerito che la politica estera americana può aver contribuito alla crescita del terrrorismo arabo o che Israele ha oppresso i palestinesi. Sul sito esiste anche una lista nera delle università e circa 200 professori hanno scritto in modo provocatorio al sito per solidarietà con gli otto accusati, creando una sezione "solidarity with Apologists". Da allora Pipes è frutto di critiche a ogni livello, tanto da averlo indotto a cancellare due conferenze di recente, perché gli isitituti che avrebbero dovuto ospitarlo non volevano guai.
Anche nell'Università York di Toronto si è dibattuto molto sulla sua presenza, non gradita da tutti. Mercoledì scorso il direttivo aveva deciso di sospendere la conferenza, con l'approvazione del congresso ebreo-canadese. Ma poi non si è trovato un altro posto che fornisse le stesse garanzie di sicurezza per ospitare Pipes. E nel frattempo l'opinione interna al campus si è fatta più morbida: «York ha una lunga tradizione nell'essere un luogo dove esprimere le più diverse opinioni, che Pipes sia il benvenuto, purché non infranga le leggi».
La Coaliton for Academic Freedom ha subito protestato. Inutilmente. E il professore interno di antropologia Malcom Blincow ha aggiunto «Il sito Campus Watch individua gli accademici che criticano Israele e il suo comportamento con i palestinesi o la politica di Washington pro-israeliani, ne pubblica i nomi e le sedi. Dopodiché gli stessi professori sono oggetto di violenza e minacce. Le loro e-mail vengono intasate da quantità impressionanti di posta-spazzatura, rendendogli impossibile non solo comunicare ma anche lavorare. Ci sono state persino minacce di morte».
Subito dopo la lezione universitaria, costata uno sproposito per la sicurezza (cifra non dichiarata, ma che per ammissione degli studenti ebrei ricadrà sulle spalle di tutti gli iscritti all'Università), Pipes ha tenuto una conferenza stampa al Canadian Jewish Congress.
«Sono abituato a queste dimostrazioni e a quello che ormai chiamano il "Pipes affair"» ha detto, «ma io sono un accademico americano, non un politico israeliano. Il mio scopo è suggerire al mio governo come deve affrontare il problema degli studi sul Medio Oriente. Le università sono importanti, sono delle istituzioni dove si fa cultura. Ebbene, il loro scopo sta cambiando. Troppi studenti le usano per fare politica e dare una visione distorta di quello che succede nei Paesi arabi. A Campus-Watch.org lo diciamo chiaramente. E per questo veniamo criticati. Non c'è intolleranza. Invito tutti, sorattutto gli studenti, a visitarlo per verificare». Nell'introduzione si legge infatti che l'obiettivo è "controllare e criticare gli studi sul Medio Oriente in Nord America, per migliorarli. In particolare rispetto a cinque problemi: le lacune nelle analisi, la confusione tra politica e dottrina, l'intolleranza di visioni alternative, l'apologia e l'abuso di potere sugli studenti". Come dice il proverbio, poi, la miglior difesa è l'attacco. Così, ai volantini distribuiti dai manifestanti, nei quali si specifica fino a che punto è arrivato il professore americano o il suo forum (per esempio che bisognerebbe tagliare i fondi ai dipartimenti di studi mediorientali e darli al ministro per la difesa per insegnare l'arabo alle spie americane), Pipes ha risposto con delle accuse. «I media e i volantini danno una visione distorta e falsa. Vogliono farmi tacere. Il loro è un metodo intimidatorio. D'altronde noi raccogliamo informazioni anche da fonti pubbliche. Basta guardare il sito per capire».

Note: Postings in "Campus Watch in the Media" do not necessarily reflect the views of Campus Watch.


 

Venti di guerra
by Daniel Pipes
Jerusalem Post December 20, 2000

Original English Item: The Winds of War

http://www.israele.net/analisi/20120pns.html

Anche se i negoziatori israeliani e palestinesi si incontrano a Washington, l'atmosfera dei rapporti arabo-israeliani resta fondamentalmente alterata rispetto a quella di tre mesi fa. Di fatto sembra piu' simile a quella dei vecchi brutti giorni alla vigilia del 1967. Allora i nemici di Israele erano ampiamente convinti che avrebbero potuto spazzare via lo stato ebraico con un unico colpo ben assestato.

E proprio questa loro eccessiva fiducia in se stessi spiega come sia scoppiata una guerra in piena regola nel giugno del 1967 senza che nessuno l'avesse veramente programmata. La strabiliante vittoria d'Israele nella guerra dei Sei Giorni sembro' allora che avesse distrutto l'euforia degli arabi e chiuso per sempre la questione dell'esistenza duratura dello stato ebraico. Ma non doveva essere cosi'. (...)

Soprattutto in questi ultimi due mesi, i nemici di Israele sono di nuovo presi dalla tentazione dell'opzione militare secondo modalita' che ricordano gli anni prima del 1967. (...)

Come al solito la parte piu' arrogante la fa l'Iraq, che invoca la jihad (guerra santa) per "liberare la Palestina" e "mettere fine al Sionismo". Saddam Hussein ha fragorosamente reclutato due milioni di volontari per combattere contro Israele e ha mandato una divisione del suo esercito al confine iracheno piu' vicino a Israele. Intanto il supremo leader iraniano ayatollah Ali Khameney definisce Israele un "cancro" che deve "essere rimosso".

L'ancora inesperto presidente siriano Bashar Assad fa tintinnare le spade con discorsi bellicosi. Al Cairo, secondo il Middle East News Line, il dibattito ruota ormai attorno al tema: "Se la mini-guerra Israele-Palestinesi subira' un'escalation verso uno scontro regionale, l'Egitto si gettera' nella mischia?". Il presidente egiziano Hosni Mubarak nega di avere in serbo piani per una guerra totale ("Una guerra fino all'ultimo soldato egiziano decisamente non e' in programma"), ma lancia sinistre minacce a proposito di un "ingresso nel tunnel dell'ignoto".

Agli osservatori israeliani non sfugge il pericolo. Per esempio un esperto come Yuval Steinitz, deputato del Likud e membro della Commissione esteri e difesa della Knesset, osserva che "l'Egitto si sta preparando a un conflitto con Israele, anche se non necessariamente a una guerra totale".

Anche il governo americano, nella persona dell'ambasciatore USA in Israele Martin Indyk, ha riconosciuto questo pericolo. Indyk ha notato come gli scontri delle ultime settimane fra Israele e i palestinesi abbiano spinto determinate persone nel mondo arabo a rispolverare l'idea del ricorso a un'opzione militare contro Israele. L'ambasciatore ha parlato di "una sfida molto pericolosa". Come potrebbe concretizzarsi alla fine una vera guerra? Molto probabilmente la chiave sta nell'organizzazione islamica libanese Hezbollah sostenuta dalla Siria, poiche' Israele si e' impegnato a non lasciare impunite le aggressioni di questo movimento colpendo anche obiettivi siriani.

Per evitare uno slittamento verso la guerra, Israele deve calibrare con cura le proprie azioni, cercando di conseguire due obiettivi contraddittori: rafforzare il proprio potere deterrente agli occhi dei potenziali nemici (cioe' dimostrarsi disposto a usare la forza anche a costo di subire perdite), e nello stesso tempo non incendiare i sentimenti delle masse arabe (cioe' fare uso della forza in modo intelligente e controllato). Si tratta di due obiettivi molto complessi, che diventano ancora piu' difficili ogni giorno che passa con nuove violenze che minano il potere deterrente israeliano e accrescono la rabbia degli arabi.

Sicuramente il governo israeliano ha preso alcuni provvedimenti (come far arrivare un avvertimento riservato a Damasco, o rafforzare le truppe sulle alture del Golan), ma questi semplici gesti da soli non bastano. Quanto prima Israele riuscira' a dissuadere seriamente i suoi potenziali nemici, tanto migliori saranno le probabilita' di disperdere i venti di guerra.

Svegliatevi, la rabbia islamica vuole distruggere l' Occidente

http://www.danielpipes.org/article/1245 
by Raffaela Menichini
La Repubblica
August 3, 2003

FILADELFIA -

Se George Bush sente di avere una missione - "civilizzare l' Islam" - Daniel Pipes è il suo "profeta": «Dobbiamo svegliarci, prima che arrivi un altro massacro. Qui è in gioco il nostro modello di mondo contro il loro». Sguardo mansueto, modi affabili, voce bassa, questo giovane ricercatore ed esperto islamista, è da anni l' avanguardia del radicalismo della destra americana, il campione del "politicamente scorretto", il nemico numero uno delle comunità musulmane americane più radicali, dei pacifisti, del mondo accademico liberal - che lui ha messo sotto osservazione provocatoriamente in un sito chiamato Campus Watch. Lui si vede come un crociato globale contro il fondamentalismo islamico, l' America progressista lo chiama «islamofobo». Ma nel circo dei neoconservatori di Bush, Pipes mantiene volentieri il ruolo di scomodo outsider, e da tutte le tv e sui principali giornali teorizza quel che altri non osano neanche accennare.

Certo è che la sua non è una vocazione improvvisata: suo padre Richard, ebreo polacco, storico ed accademico consigliere di Ronald Reagan, si esercitò per anni sull' analisi dei demoni del comunismo e dell' ex Urss, influenzando le scelte dell' amministrazione. Oggi Daniel, dal piccolo ufficio di Filadelfia del suo think tank, il "Middle East Forum", adorno di kefie palestinesi e di attestati accademici, avanza come un cingolato sulle macerie dei rapporti tra Islam e Occidente dopo l' 11 settembre.

L' America è di nuovo di fronte all' incubo del terrorismo. Cosa teme di più?

«L' ideologia è la chiave di tutto. Il terrorismo è un fenomeno allarmante, sì, ma è solo il sintomo di qualcos' altro. Non è che la gente vada in giro a distruggere grattacieli senza motivo. Sono credenti, credono in un' ideologia che porta alcuni alla violenza, altri ad altre forme di contrapposizione, ma tutti agiscono con un solo obiettivo: creare un' altra forma di società. Il problema chiave, qui, è l' Islam e l' islamismo come ideologia: per certi versi simile al fascismo e al marxismo-leninismo nel suo radicalismo totalitario».

L' hanno già accusata di «islamofobia» per queste sue dichiarazioni... L' Islam moderato per lei non esiste?

«Ma certo che una distinzione va fatta tra islamismo "militante" e "moderato". I moderati sono importanti nella guerra al fondamentalismo. Ma non esistono un "buon Islam" e un "cattivo Islam". Molti governi fanno questa distinzione. Per esempio in Egitto: combattono i violenti, ma forniscono spazio politico e pubblico agli ideologi. No, troppo semplice: qui il pericolo è ovunque. Sia che l' approccio sia violento, sia che sia politico, lo scopo è sempre lo stesso: imporre un cambiamento basato sull' ideologia «.

Sta dicendo che l' Islam e la democrazia sono incompatibili?

«No, non dico questo. Dico che oggi l' Islam è in difficoltà. Se si guarda in giro, oggi al mondo ci sono pochissime democrazie islamiche. Niente lo impedirebbe, in teoria, semplicemente non funziona. L' Islam si è radicalizzato, è pieno di rabbia, frustrazione, estremismo».

Se questo è il pericolo, secondo lei cosa bisognerebbe fare?

«Capire che non si tratta di uno scontro tra civiltà o religioni, tra cristiani e musulmani. E' uno scontro tra un islam moderno e riformatore, e uno radicale e militante. E' quest' ultimo che vince, adesso. I moderati sono troppo deboli, e il dovere dell' occidente è aiutarli. Se negli anni '30 qualcuno avesse detto che c' erano in Germania gli uomini in grado di salvare quel paese, lo avrebbero preso per matto. E invece noi li abbiamo trovati, li abbiamo aiutati, e ora governano la Germania democratica. Adesso dobbiamo essere noi a trovare e sostenere l' alternativa nell' Islam».

Chi intende per "noi"?

«Le forze della civilizzazione - gli americani, gli europei - contrapposte all' ideologia radicale islamica. Prenda il Sudan: povertà, oppressione, donne ridotte in schiavitù. Prenda l' Iran, che forse sta costruendo l' arma atomica. Prenda l' Afghanistan, con i Taliban che imperversavano finché non gli è stata fatta guerra. Questi sono i modelli di "successo" per l' Islam militante. E più tardi ci accorgeremo del pericolo, peggio sarà anche per noi».

Ma è la guerra lo strumento giusto? A due anni dall' 11 settembre, e dopo due guerre, sembra che i rischi, le divisioni, l' odio, siano persino aumentati...

«Due anni non sono niente. Questa è come la Guerra fredda, è lunga. I kamikaze danno la vita per una causa che ritengono vincente: rovesciare la civiltà occidentale, che odiano perché rappresenta tutto quello che loro non riusciranno mai ad ottenere. L' unica risposta è dimostrare che non possono vincere».

Dimostrarglielo, in che modo? E' possibile una comunicazione?

«Non sono di quelli che pensano: oh, loro non ci capiscono, noi non li capiamo. No, questa è una guerra che si basa su un contrasto. Loro hanno una visione: credono di avere un modello di civiltà da offrire, vogliono sostituirlo al nostro. Detto in altro modo: sostituire la Costituzione con il Corano».

E un paese come l' Italia, che è al centro del Mediterraneo e certo è un crocevia di tante culture, cosa dovrebbe fare secondo lei?

«A volte ci vuole un atto terribile per svegliare la gente. In questo paese abbiamo subito almeno ottocento vittime prima dell' 11 settembre per il terrorismo. Ma siamo rimasti inerti, fino alla grande tragedia. L' Australia ha avuto lo stesso tipo di shock, con le bombe a Bali. Io la chiamo education by murder ("stragi istruttive"), ci svegliamo perché muore un sacco di gente. Mi piacerebbe che non fosse così, ma agli Usa l' 11 settembre è servito. Altri paesi non hanno avuto questa lezione, e non sanno come difendersi». Sorriso amabile: «Certo, non lo auguro a nessuno».

Pensa che gli Usa, con le leggi speciali antiterrorismo, abbiano trovato la via giusta?

«Sì, la linea dura funziona. Intanto perché queste misure permettono alla polizia di avere accesso ad informazioni di intelligence che prima non erano disponibili. Siamo ufficialmente in tempo di guerra, e il sistema politico, legale, di sicurezza americano si sta adattando a dare le risposte giuste».

Per ora l' unico risultato sembra una divisione ancor più profonda della società americana, con le comunità musulmane che si sentono sempre più discriminate...

«Le comunità musulmane qui sono in mano ai fondamentalisti. Non sorprende che protestino».

Non sono soli, protestano anche le associazioni per la difesa dei diritti umani e civili.

«E certo. Qui la divisione tra destra e sinistra è chiara. In America la destra è sempre stata la portatrice dei valori, della tradizione, della visione del futuro positiva. La sinistra è sempre stata ipercritica, e su questo terreno di attacco ai valori si è trovata allineata con i radicali islamici. I loro obiettivi sono poi diversissimi, ma sono alleati nell' oggetto della loro avversione».


In Iraq servono dieci anni di autoritarismo democratico

http://www.danielpipes.org/article/1212 
by Caretto Ennio
Corriere della Sera
April 22, 2003

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE WASHINGTON -

L' America ha programmato accuratamente la campagna militare e la ricostruzione economica dell' Iraq, ma sembra avere ignorato il problema politico di fondo: il dilagare del radicalismo islamico. A sostenerlo è quello che il Washington Post definisce «il più brillante e controverso esperto Usa dell' Islam»: Daniel Pipes, il figlio dell' insigne storico del comunismo Richard Pipes, direttore del Middle East Forum e dell' Istituto della pace, autore di dodici volumi di cui l' ultimo intitolato «L' Islam militante raggiunge l' America».

A lui la Casa Bianca ha affidato «l' iniziativa speciale per il mondo musulmano». Pipes ritiene che «gli Stati Uniti vinceranno la battaglia per la democrazia in Iraq con le armi della società civile», ma crede che per prevenire l' instaurazione di un regime religioso musulmano serva una fase di «autoritarismo democratico di 5-10 anni», forse di più.

«Il modello turco», esemplifica. Fino a che punto il problema è grave?
«Al punto che se non si corre in fretta ai ripari, l' Iraq rischia di fare la fine dell' Algeria o della Jugoslavia. Non si può dire nulla di buono di Saddam Hussein, tranne una cosa: che reprimeva l' integralismo. La fine del suo regime minaccia di lasciare il campo libero agli estremisti sciiti, se non anche sunniti».
Come mai l' amministrazione Bush appare impreparata?
«Non so quanto lo sia. Non so, per esempio, che strategia seguirà il generale Jay Garner, l' amministratore civile in Iraq. Ma temo che la Casa Bianca abbia sottovalutato questo problema perché troppo impegnata sul fronte militare e su quello economico. E anche per un difetto culturale: non tutta l' America è consapevole di cosa significa la militanza islamica: un' ondata che travolse l' Iran e rischia di travolgere altri Paesi».
Che cosa intende per «armi della società civile»?
«La libertà di pensiero, di parola, di stampa. I diritti umani. Le riforme sociali. Il mercato. Tutti i capisaldi delle democrazie occidentali. L' unica maniera di neutralizzare le spinte fondamentaliste in Iraq è di farne uno Stato aperto, moderno, un esempio per il Medio Oriente e il Golfo Persico».
Come? Trasformandolo in un protettorato americano?
«No. Noi dobbiamo andarcene il più in fretta possibile. Una nostra presenza prolungata aggraverebbe il problema. La soluzione è un regime autoritario, secolare e benevolo, con un impegno preciso a democratizzare il Paese nel corso di un decennio, se necessario di più. Un processo dall' alto in basso, come avvenne in Turchia o a Taiwan».
Niente libere elezioni?
«Non a breve termine, sarebbe un errore. Non parliamo di ex Paesi comunisti dove la maggioranza della popolazione era d' accordo sul cambiamento e lo fece partire dal basso. Parliamo di un Paese dove si stanno regolando i conti, dove le etnie e le religioni sono in conflitto tra loro, dove si rischia il caos. Il nostro compito è di sponsorizzare un governo illuminato e forte».
E chi ne sarebbero i leader?
«Secondo me, non gli esponenti dell' opposizione interna, senza rapporti con il mondo esterno, ma quegli iracheni in esilio che si sono preparati a gestire il potere e sentono di appartenere alla comunità internazionale. Sono nostri alleati, e sono certi che il totalitarismo religioso possa essere sconfitto. Uno è Ahmed Chalabi».
Lei è accusato di essere un nemico dell' Islam.
«Non lo sono affatto. Sono nemico dei fanatici religiosi e dei dittatori, che è diverso. Di gente come Bin Laden, il mullah Omar, Saddam Hussein, che sono scomparsi come dei capi mafiosi, ma che non contano più nulla. Contro di loro, l' Occidente non conduce guerre tradizionali o di religione, ma operazioni di polizia. Agiamo da poliziotti contro criminali locali per salvare le vittime, le loro popolazioni».
Anche in Siria?
«L' America non ha bisogno di fare guerra alla Siria per favorirne il cambiamento. Bastano dure pressioni, come stiamo facendo adesso, dopo avere chiuso gli occhi per vent' anni».
L' Iraq favorirà il dialogo tra israeliani e palestinesi?
«Un passaggio precipitoso dal problema dell' integralismo religioso in Iraq alla crisi fra Israele e i palestinesi sarebbe controproducente. Prima occorre dare una politica solida all' Iraq. Saltare subito a Israele sarebbe come se, nel 1945, invece di pensare alla Germania e al Giappone, l' America si fosse dedicata alla questione irlandese».


L'America che non aveva paura conosceva davvero l'Islam?

http://www.danielpipes.org/article/1117 
by Franco Zerlenga
Il Foglio
25 marzo 2003

Original English Item: Murder in the 101st Airborne

Pubblichiamo un'intervista del Foglio, realizzata da Franco Zerlenga, con Daniel Pipes, uno dei più autorevoli esperti americani di Medio Oriente.

Daniel Pipes, già arabista alla Harvard University, è autore di dieci libri sul Medio Oriente. E' direttore del Middle East Forum Institute, con sede a Philadelphia. Il suo ultimo libro, Militant Islam reaches America, è stato pubblicato nel 2002 dalla casa editrice Norton.

La campagna in Iraq è in pieno svolgimento. Come vede, in questo momento, il futuro del paese? "Ho grandi speranze che le truppe americane, insieme ai loro alleati, vinceranno senza grandi difficoltà, e prenderanno seri provvedimenti per riabilitare il paese. Dopodiché, Washington trarrà notevoli vantaggi da questi cambiamenti nell'intera regione. Potremmo trovarci in un momento di svolta costruttiva per il Medio Oriente".

Ha sostenuto, nei suoi interventi e nei suoi studi, che dobbiamo "fare attenzione" all'Islam. Perché, a suo avviso, non l'abbiamo fatto prima d'ora? "Penso che il problema sia consistito nella nostra eccessiva confidenza. Non avevamo paura. Non abbiamo preso il problema sul serio. E non lo facciamo ancora. In parte, è un fatto strutturale. Siamo molto più grandi e più forti. L'Unione Sovietica aveva, grosso modo, una popolazione, un'economia e un servizio segreto simili ai nostri. C'era una corrispondenza. Ma Al Qaida non sembrava un vero nemico".

Molto americani sono ancora inconsapevoli della natura intrinsecamente politica dell'islam. Perché? "Ritengo sia il riflesso di qualcosa di profondamente americano, vale a dire un'incapacità di comprendere il male. E' molto difficile comprendere la natura del male per gli americani, che hanno avuto, per la gran parte, una storia felice. Il padre di John Walker Lindt (il talebano americano fatto prigioniero in Afghanistan), per esempio, non ha capito la questione. E' un fenomeno per noi sconosciuto".

Pensa che l'Amministrazione Bush comprenda la complessità del mondo islamico? "L'islam è un problema relativamente nuovo per il governo degli Stati Uniti, quindi non ha di esso una conoscenza molto profonda. I funzionari, in un certo senso, stanno imparando".

O con noi o contro di noi

Perché, nonostante tutto quello che l'Amministrazione americana sa dell'Arabia Saudita, nessuno sembra disposto a criticarla? Qual è la nostra strategia nei confronti di questo paese? "Credo che dovremmo applicare il concetto di Bush: ‘O siete con noi o siete contro di noi'. Bisogna costringere i sauditi a prendere decisioni difficili. I retaggi della cultura dell'intimidazione e della corruzione rendono difficile per le istituzioni statali esistenti affrontare questi problemi con efficacia. Abbiamo una lunga storia di incuranza per il nostro interesse nazionale".

Bush afferma di volere combattere il terrorismo, ma allo stesso tempo riceve nel suo ranch il principe Abdullah, e il suo Dipartimento di Stato tiene gli occhi chiusi sul pessimo atteggiamento saudita nei confronti delle libertà di culto. "Sono sempre stato molto critico con la politica americana per l'Arabia Saudita, anche prima dell'11 settembre. Penso che abbiamo, nei confronti di questo paese, una linea ossequiosa e debole, che non ci permette di difendere i nostri diritti".

Che cosa cambiare nel Dipartimento di Stato? "Il vero problema è questo: i funzionari americani si aspettano che, non opponendosi frontalmente ai sauditi, saranno personalmente ricompensati quando lasceranno il proprio posto di governo. I sauditi cercano di incoraggiare questo convincimento, e così alcuni funzionari hanno in mente gli interessi sauditi più ancora di quelli americani. Il modo per rompere questa pessima tendenza è quello di proibire ai funzionari che trattano con l'Arabia Saudita di ricevere qualsiasi tipo di finanziamento da quel paese".

L'arma demografica

Ma l'idea di uno Stato palestinese è davvero "sbagliata e pericolosa"? "Nel 1993 gli israeliani hanno accettato l'idea di un Arafat diplomatico e statista. In seguito alle violenze cominciate nel settembre 2000, hanno cominciato a cambiare atteggiamento. Il governo degli Stati Uniti, invece, nel 1967 giunse alla conclusione che la vittoria israeliana era stata così schiacciante che gli arabi non avrebbero più avuto l'interesse, né tantomeno i mezzi per fare una guerra; perciò inaugurò una politica che prevedeva la restituzione israeliana di territori in cambio della promessa di pace. Quest'idea è in circolazione da 35 anni, ed è ancora ampiamente condivisa. L'idea opposta, ossia che gli arabi non hanno accettato l'esistenza di Israele e continuano a volerla distruggere, è considerata radicale ed è sostenuta da una piccola minoranza".

Bush ha detto che c'è la prospettiva di uno Stato palestinese nel prossimo futuro. "Gli israeliani, da Peres a Barak a Sharon, hanno detto la stessa cosa. L'idea è che per risolvere il problema bisogna dare a entrambe le parti quello che desiderano. Gli israeliani ricevono Israele, e i palestinesi la Palestina. E' una bella idea. Molto attraente. Non sono contrario, ma non funzionerà, perché i palestinesi non l'accetteranno. I palestinesi vogliono tutto, il che significa che vinceranno tutto o perderanno tutto. La soluzione non è trovare confini giusti; è convincere i palestinesi che non possono vincere. L'attuale politica del governo Sharon è fondamentalmente giusta perché manda un segnale concreto ai palestinesi: il vostro atteggiamento non funziona perché vi allontana dai vostri obiettivi".

Qual è il peso reale dei palestinesi nel mondo arabo? "I palestinesi non hanno molta importanza dal punto di vista economico, militare o culturale. Sono in pochi e sono deboli. Ma sono importanti dal punto di vista politico, perché, se diranno che la battaglia con Israele è terminata, l'impatto su altri interlocutori arabi e musulmani sarà molto grande".

Gli arabi pensano che, nel giro di vent'anni, i palestinesi surclasseranno Israele da un punto di vista demografico. "In effetti è la demografia la vera strategia degli arabi contro Israele. Non è chiaro se si tratterà soltanto degli arabi che vivono all'interno dei confini israeliani anteriori al 1967, o anche di quelli della Cisgiordania e di Gaza, o di altri ancora, ma non c'è dubbio che la straordinaria differenza nel tasso di natalità rappresenta una concreta opportunità per convincere i nemici di Israele che vinceranno semplicemente grazie alla loro superiorità numerica. Un bombardamento con armi nucleari potrebbe distruggere Israele quasi completamente. Potrebbe distruggere anche la Siria, ma la Siria è solo uno dei tanti paesi arabi. Il governo degli Stati Uniti sbaglia a pensare che gli arabi abbiano rinunciato al loro tentativo di annientare Israele".

Che cosa possono fare gli Stati Uniti per fare sì che gli arabi accettino Israele? "Gli Stati Uniti possono fare molto, ma se si concentreranno su questo problema. Fino a ora, invece, non hanno fatto praticamente nulla. Il mio lavoro è in gran parte dedicato a convincere gli americani che la questione dell'esistenza di Israele è ancora il problema numero uno. Lo era prima del 1967, e continua a esserlo anche oggi".

Ma il "nemico" è l'Islam? "Il nemico non è il terrorismo. Non è nemmeno l'islam. Il nemico è la versione terroristica dell'Islam".

L'Arabia Saudita, però, sostiene Hamas, sovvenziona un network mondiale di scuole religiose (madrasa) radicali, disinforma in modo sistematico gli americani e offre denaro alle famiglie dei terroristi. "La risposta alla violenza deve articolarsi in due forme: la prima è combattere il nemico, fermare il flusso di denaro, sconfiggere i nemici sul campo di battaglia; la seconda è cambiare le proprie politiche. L'idea che il nostro nemico sia il terrorismo è del tutto superficiale. E' come dire che il nostro nemico sono le mitragliatrici".

Le cospirazioni di oggi

Qual è la sua opinione sulle posizioni che vengono espresse nei centri di studi mediorientali? "Gli accademici si sono spinti fino alla menzogna. Per esempio, sebbene storicamente il termine ‘jihad' abbia sempre significato ‘l'estensione con la forza del territorio controllato dall'islam', questi studiosi lo negano. Ho fatto uno studio su ciò che dicono ai mezzi di informazione, e su ciò che scrivono. Praticamente senza eccezioni, sostengono che il jihad non ha niente a che fare con la violenza o che si tratta di una violenza esclusivamente difensiva. Questo è del tutto falso. E' una rinuncia alle proprie responsabilità. Ho creato un sito web, ‘campus-watch.org', con lo scopo dichiarato di criticare gli accademici e di spronarli a migliorarsi".

Ha scritto un libro sulle cospirazioni. Quali sono le principali "conspiracy theories" oggi in circolazione? "La più nuova è, in verità, la teoria dell'anti globalizzazione. E' una forma della cospirazione capitalista, ma con questa nuova caratteristica della globalizzazione. Poi c'è il complotto anti-ebraico, che proviene soprattutto dal mondo musulmano. Mi colpisce vedere come le fobie europee delle società segrete e degli ebrei siano stati trasformati tra i musulmani nella paura degli imperialisti, in primo luogo inglesi, americani e israeliani. E' un insulto per tutti, perché gli europei hanno avuto queste idee che non esito a definire stupide, e ora i musulmani le prendono da loro. I Protocolli di Sion sono stati tradotti molte volte in arabo. Sembra quasi che i musulmani non siano capaci di pensare da soli le proprie idee, e che debbano andare a prenderle dagli europei. I musulmani hanno reintrodotto queste idee in Europa e negli Stati Uniti".

Alcuni pensano che, in sostanza, in Europa l'antisemitismo è finito perché la Chiesa cattolica ha mutato atteggiamento fin dal Concilio Vaticano Secondo nel 1964. "L'antisemitismo si è ridotto fin quasi a scomparire, ma ora sta risorgendo, soprattutto in Francia. Anche l'Italia è un caso molto interessante, perché in questo paese si sono alzate voci autorevoli, che non si sono invece sentite in Francia. Non si sentono in Inghilterra o in Germania, ma in Italia sì. Ed è un fatto degno di nota".

Traduzione di Aldo Piccato


 

Corriere della Sera, 20/08/2003

di Caretto Ennio

http://www.archiviostampa.it/art.asp?art_id=2571 

«Lasciamo le città alla polizia locale»

Pipes, consulente della Casa Bianca: «Il Paese va gestito in modo indiretto»

«Siamo a una svolta. L'attentato di Bagdad è il preludio a una massiccia campagna terroristica non soltanto in Iraq ma anche in America e in Europa. Le truppe della coalizione devono abbandonare le città e arroccarsi sulle postazioni più strategiche nel deserto. Nelle città l' ordine va tenuto da un governo e da forze iracheni scelti con attenzione». Al telefono dalla sua casa di campagna in Pennsylvania, il consulente della Casa Bianca Daniel Pipes, direttore dell'Istituto del Medio Oriente, ammonisce che il tempo stringe: «Fin dalla vittoria osservai che se l' occupazione dell' Iraq fosse durata troppo a lungo - e purtroppo non se ne vede la fine - la violenza sarebbe divenuta endemica. La strage di ieri lo ha confermato».

Ma non è una misura rischiosa? Non è meglio che gli Usa affidino l'Iraq all'Onu?
«Non è una misura rischiosa: per le nostre truppe è più facile difendersi nel deserto e al tempo stesso appoggiare le forze irachene nelle città. Quanto all' Onu, gli Usa non vogliono delegarle il potere, il presidente Bush lo ha detto molto chiaramente. E, in maggioranza, il popolo iracheno è contrario a qualsiasi presenza straniera, che essa porti il cappello dell' Onu o no».

A che governo e a che forze iracheni pensa? Chi e come li sceglierebbe?
«La selezione e l'addestramento dell' esercito e del corpo di polizia sono incominciati già il mese scorso. Lo stesso vale per il governo. Si tratta di accelerare il ritmo al massimo. Il nostro dovere è di incoraggiare gli iracheni a realizzare la democrazia. E' un sistema indiretto di gestire il Paese».

Lei ritirerebbe dalle città anche le truppe italiane, spagnole, polacche e così via?
«Sicuro, e una parte la manderei a casa. Siamo noi e gli inglesi, non voi, che vogliamo una solida presenza in Medio Oriente, per ragioni politiche, economiche, strategiche. Parte delle truppe potrebbe tornare più tardi».

Che messaggio gli attentatori hanno cercato di inviare attaccando l'Onu?
«Che nessuno che interferisce nelle questioni irachene o si schiera contro il terrorismo è protetto da rappresaglie. Ripeto: Al Qaeda, i nostalgici di Saddam Hussein, i nemici dell'Occidente in genere sono partiti all'offensiva. Ogni nostra mossa in Iraq va sorretta da operazioni in altre nazioni contro i terroristi, Bin Laden in testa».

Lei sta delineando due guerre parallele...
«Esattamente. Una guerra tradizionale, quella dell'Iraq, che adesso è degenerata in guerriglia. E una guerra assai più ampia in cui, sì, ci sono necessari l'apporto dell'Onu, quello dell' Islam moderato, e quello del Terzo Mondo. Una guerra che deve mobilitare tutti, e costringere l' Italia a sorvegliare, che so, la moschea di Roma come l' America sorveglia la moschea di Portland e l'Inghilterra sorveglia le moschee di Londra».

Pensa che si possano vincere le due guerre?
«Sì. In questo momento, incomincia la fase forse più difficile dei due conflitti: dobbiamo aspettarci attentati ovunque, ma se serreremo le file, il terrorismo verrà sconfitto».

Nella lotta al terrorismo lei include l'eliminazione dei kamikaze in Israele?
«Inevitabilmente. Gli eventi in Iraq, che adesso è una nazione aperta come non lo fu mai, e quelli in Israele non sono identici, ma l'obbiettivo è lo stesso: impedire la stabilizzazione e la pace della regione».

Certi media americani definiscono l'Iraq «un Vietnam di sabbia» e scrivono che potrebbe costare caro a Bush.
«Sono esagerazioni. Gli ultimi sviluppi iracheni non giovano al presidente, ma è assurdo paragonare l'Iraq al Vietnam. Con provvedimenti analoghi a quelli da me indicati, la situazione potrebbe essere sotto controllo in un anno circa».

ANALISI E COMMENTI

L'amaro destino dei profughi per nascita

Da un articolo di Daniel Pipes
2 settembre 2003


Domanda: qual e' la differenza fra i profughi palestinesi e gli oltre 135 milioni di altri profughi del XX secolo? Risposta: in tutti gli altri casi, con il tempo sono andate scomparendo la sofferenza per la perdita, le privazioni, la condizione di apolide. I profughi che non hanno potuto rientrare subito nelle loro case, alla fine si risistemano da altre parti. E con il tempo invecchiano e muoiono. I loro figli, che vivano in Sud Corea, in Vietnam, in Pakistan, in Israele, in Turchia, in Germania o in America, si sbarazzano dello status di profugo ed entrano a far parte della maggioranza della popolazione.
Non cosi' per i palestinesi. Per loro la condizione di profugo passa eternamente in eredita' da una generazione all'altra, creando un inestinguibile serbatoio sempre piu' grande di afflizione e malcontento.
Diversi sono i fattori che spiegano questa anomalia, ma uno degli elementi chiave e' la struttura burocratica di cui si sono dotate le Nazioni Unite per affrontare il problema. L'Onu ha creato due enti distinti che si occupano di profughi, e ognuno di questi due enti ha la propria definizione del concetto di "profugo".
Uno e' l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che si occupa dei profughi in tutto il mondo e che definisce come "profugo" colui che "a causa del fondato timore di essere perseguitato [...] si trova al di fuori dal paese di cittadinanza". Questa definizione non comprende come "profughi" i discendenti del profugo: per l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite, i cubani che sono fuggiti dal regime castrista sono profughi, ma non lo sono i loro figli nati in Florida. Gli afgani che sono fuggiti dal proprio paese sono profughi, non lo sono i loro figli nati in Iran. E cosi' via.
L'altro ente e' l'agenzia UNRWA, creata appositamente per i profughi palestinesi nel 1949, e che definisce il concetto di profugo palestinese in modo diverso da quello valido per tutti gli altri profughi del mondo. Secondo l'UNRWA, sono profughi coloro che vivevano nella Palestina Mandataria "tra il giugno 1946 e il maggio 1948" e che "hanno perduto le loro case e i loro mezzi di sostentamento in conseguenza del conflitto arabo-israeliano del 1948". E' particolarmente rilevante il fatto che l'UNRWA estende lo status di profugo "ai discendenti delle persone divenute profughi nel 1948". Considera profugo addirittura chi ha un solo genitore profugo.
In pratica, la definizione di profugo dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite tende a ridurre e far scomparire la popolazione di profughi; la definizione di profugo dell'UNRWA tende al contrario a farla aumentare all'infinito. Proviamo ad applicare le due diverse definizioni al caso dei profughi palestinesi causati dalla guerra araba contro Israele nel 1948, che all'epoca furono, secondo i dati Onu, 726.000 (stime di altri studiosi variano tra i 420.000 e i 539.000). Secondo l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite, oggi i profughi palestinesi sarebbero quelli ancora vivi di quei 726.000, cioe' circa 200.000. L'UNRWA invece a questi 200.000 aggiunge i figli dei profughi (o di un solo profugo), i nipoti e i pronipoti, oltre ai palestinesi che hanno abbandonato le loro case nel 1967 con a loro volta i loro figli e nipoti, fino ad arrivare a un totale di circa 4 milioni e 250.000 profughi. I 200.000 profughi palestinesi secondo la definizione che vale in tutto il resto del mondo sono meno del 5% dei 4,25 milioni secondo la definizione dell'UNRWA. Per lo standard internazionale, il restante 95% non sono profughi. In realta', attribuendo lo status di profugo a questi milioni di palestinesi che non sono mai fuggiti da nessuna parte, l'UNRWA condanna di fatto un popolo creativo e intraprendente a vivere una vita di esclusione, autocommiserazione e di nichilismo.
La politica adottata in tutti questi anni dai paesi arabi non ha fatto che peggiorare le cose, mantenendo i palestinesi (profughi e loro discendenti) bloccati in una artificiale condizione di profughi eternamente provvisoria. In Libano, ad esempio, vivono 400.000 apolidi palestinesi cui non viene riconosciuto il diritto di frequentare le scuole pubbliche, di possedere proprieta' e nemmeno di apportare migliorie alle proprie condizioni abitative.
Cio' che bisognare fare urgentemente, invece, e' aiutare queste generazioni di non-profughi a uscire dalla condizione di profugo affinche' possano diventare cittadini, assumersi le loro responsabilita' e costruire il loro futuro. La cosa migliore per loro sarebbe chiudere del tutto l'UNRWA e lasciare che l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite si occupi dei veri profughi palestinesi, in costante diminuzione. Cio' potra' avvenire solo se Stati Uniti e comunita' internazionale prenderanno consapevolezza del ruolo che l'UNRWA ha giocato nel perpetuare la miseria dei palestinesi.

(Jerusalem Post, 20.08.03)


The New York Post, 28/1/2002, articolo di Daniel Pipes:

NY.POST.COM

“Francia e Germania continuano a opporsi a un intervento militare degli Stati Uniti in Iraq. L'Europa, in questa fase, può essere definita 'l'asse dell'appeasement' (l'asse favorevole a una poltica di concessioni). La poltica dell'appeasement ha una lunga storia in Europa. Negli anni Trenta del secolo scorso Francia e Gran Bretagna tentarono di comprarsi la benevolenza di Hitler con una serie di concessioni, allo scopo di evitare la guerra. Ma il tentativo di trattare con un regime come quello nazista non poteva che produrre effetti disastrosi, come poi è stato. Questo ha screditato la politica dell'appeasement, soprattutto quando si ha a che fare con nemici totalitari. Durante la guerra fredda, sembrava che gli europei avessero imparato per sempre la lezione. Invece è bastato il crollo dell'Unione Sovietica perché la dimenticassero. L'Europa di oggi somiglia in modo incredibile a quella degli anni Venti, anche per l'antisemitismo strisciante. Il fatto che voglia evitare il confronto con Saddam Hussein significa che la lezione della Seconda guerra mondiale (colpire prima che un tiranno diventi troppo forte) ha ceduto il passo all'atteggiamento anni Venti (niente giustifica un'operazione militare). Questa debolezza condurrà l'Europa al disastro, come già nel secolo scorso".


Messaggio inviato in data 12/04/2003 17.29.15 

"Dietro la Bufala del Dossier Iraq"

http://www.portalefilosofia.com/forum/archivio/mostramessaggio_7074.php 

Dietro la bufala del Dossier Iraq Una ricetta di intelligence preparata in Israele di Jeffrey Steinberg Secondo le descrizioni dei media, il “dossier” del n. 10 di Downing Street, citato positivamente dal segretario di Stato USA Colin Powell nel suo disastroso rapporto del 5 febbraio al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, è un plagio da tesina di scuola media superiore americana, basata su informazioni che risalgono a oltre dieci anni fa. Lo scandalo che è scoppiato quando la bufala del dossier di Blair ha inondato la stampa, ha minacciato seriamente la credibilità di quei sostenitori del partito della guerra che propugnano un’immediata invasione anglo-americana dell’Iraq. Come ha scritto Lyndon LaRouche, Powell è stato indirizzato da una gang di agenti di pubbliche relazioni che non può pensare in modo onesto. Fin qui tutto bene. Ma un’ulteriore approfondimento dello scandalo rivela che c’era una buona ragione per cui i maestri del raggiro del Centro Informazioni della Coalizione - l’unità civile di propaganda governativa di Washington-Londra che ha creato sia il dossier Blair che la maggior parte dell’evanescente libro delle prove del Segretario Powell - non hanno rivelato la fonte della loro informazione. L’intero quadro della ricetta di intelligence è "Made in Israele." Essa è stata predisposta da un complesso di esperti della destra, noto come un focolaio della propaganda radicale del Likud e con collegamenti all’Ufficio del Vice Presidente Dick Cheney, tramite il suo Capo Staff Lewis Libby ed il suo cliente Marc Rich. I fatti essenziali sono i seguenti: due giorni prima della comparsa di Powell alle Nazioni Unite, il n. 10 di Downing Street pubblicava un documento di 16 pagine, "Iraq: La sua infrastruttura di occultamento, inganno ed intimidazione," che pretendeva fondato su dati di alto livello dell’intelligence britannica. In realtà, almeno 11 delle 16 pagine erano state letteralmente prese da un giornale israeliano, Middle East Review of International Affairs, il cui unico proprietario è il Dr. Barry Rubin, un cittadino israeliano nato in America. Le 11 pagine provengono da due articoli di Ibrahim al-Marashi e Robert Rabil, comparsi nell’edizione di settembre di quel giornale. . L’articolo di Al-Marashi, un profilo dell’intelligence irakena, è largamente tratto da documenti del governo irakeno, confiscati durante la Guerra del Golfo Persico del 1991. Al-Marashi, a sua volta ha inserito molte note nel suo articolo, riferendosi ad altre storie pubblicate in precedenza su un oscuro giornale online di Rubin, da Amazia Baram, vice-editore del giornale. É stato un plagio da scuola elementare. La stessa squadra di pubbliche relazioni che ha messo insieme l’idiozia propagandistica di Blair e Powell è collegata a Rubin ed ai suoi compagni buontemponi israeliani attraverso lo screditato Ahmed Chalabi e il corrotto Congresso Nazionale Irakeno (INC). Chalabi, protégé all’Università di Chicago dal vecchio utopista Albert Wohlstetter, poi truffatore in fuga, fu adottato negli anni 1980 come oppositore irakeno scelto, dall’agente dell’israeliano “Comitato X” e presidente del Consiglio per la Politica di Difesa Richard Perle e dal suo uomo al British Arab Bureau, Dr. Bernard Lewis.. Rubin e l’agenzia di intelligence dei falchi-conigli Rubin ha fatto una dichiarazione in seguito all’agitazione sul dossier di Downing Street, dando pieno credito al rapporto imbastito dall’intelligence. La sua unica lamentela è stata che, mentre il governo Blair si era scusato con Al-Marashi, una simile dichiarazione pubblica non è stata fatta verso di lui ed il suo giornale. Averlo fatto sarebbe stato suicida, come evince chiaramente da una rapida occhiata al pedigree di Rubin. Secondo le tre correnti biografie, il Prof. Barry Rubin è vice-direttore del Begin-Sadat Center per gli Studi Strategici in Israele e membro anziano dell’ Harry Truman Centre presso la Hebrew University e del Centro Ebraico-Arabo presso la Haifa University. È direttore del Centro di Ricerca Globale di Questioni Internazionali, direttore della ricerca alla Scuola Lauder di Politica e Diplomazia Governativa e membro anziano del Centro Internazionale per la Politica Antiterroristica (ICT) - tutto ciò è parte del Centro Interdisciplinare, la prima università privata d’Israele, a Herzliya. La Scuola Lauder è intitolata a Ronald Lauder, ex Ambasciatore di Reagan in Austria, ex presidente del Congresso dei Presidenti delle Maggiori Organizzazioni Ebraiche Americane, destinato ad essere il successore di Edgar Bronfman Sr. come capo del Congresso Ebraico Mondiale e noto finanziatore del Primo Ministro israeliano Ariel Sharon e dell’ex Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu. L’ICT, che il 26 maggio 2002 ha co-sponsorizzato al centro di Herzliya una conferenza sul terrorismo suicida con l’Anti-Defamation League del B'nai Brith, è finanziato dalla Fondazione Marc Rich, il rifugio fiscale del fuggiasco russo mafioso don Marc Rich. Avner Azulay, un ex ufficiale del Mossad e direttore della Fondazione Rich, è un direttore dell’ICT.. Un altro pubblico associato dell’ICT è il maggiore generale Meir Dagan, uno dei più noti criminali di Ariel Sharon e attuale capo del Mossad. Rubin, un cittadino trapiantato in Israele, trascorre ancora buona parte del suo tempo negli Stati Uniti. Il 4 febbraio, è stato uno degli oratori ad un pranzo al Willard Hotel di Washington sponsorizzato dalla Eleana Benador Associates, una società di New York City di pubbliche relazioni che conta tra i propri clienti l’intero apparato dei falchi-conigli. Tra gli altri oratori vi erano con Rubin i clienti di Benador, Perle, Michael Ledeen, Frank Gaffney, Laurie Mylroie, l’ex ispettore per gli armamenti dell’ONU, Richard Spertzel, e l’ex scienziato bellico irakeno Khidhir Hamza. Rubin è anche capo columnist sul Medio Oriente per l’Hollinger Corp di Conrad Block - di proprietà del Jerusalem Post e membro anziano del Washington Institute per le politiche nel Vicino Oriente (WINEP), la commissione di esperti partorita dall’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), la lobby ufficiale israeliana in America. I suoi scritti compaiono di frequente su Middle East Quarterly, l’iper-chiassoso giornale propagandistico di Daniel Pipes. Rubin e Pipes sono entrambi finanziati dalla Bradley Foundation, uno del quartetto di fondi esentasse dell’ultradestra, accanto alla Smith Richardson Foundation, alla Olin Foundation e alla Mellon Scaife Foundation. Tipico tra i prolifici scritti di Rubin è stato quello comparso il 3 dicembre 2002 sul Wall Street Journal, intitolato "Sharon il Centrista?" L’articolo celebrava la vittoria di Sharon alle primarie del Likud su Netanyahu, e assimilava Netanyahu al candidato del Partito Laburista, Gen. Amram Mitzna, che Rubin etichettava come apologeta di Yasser Arafat che definiva un impenitente terrorista. Nel suo intervento alla Benadorl, Rubin faceva eco alla strategia di Perle e Doug Feit di "Un’irruzione di pulizia”, sostenendo che l’invasione irakena da parte degli USA e il rovesciamento di Saddam Hussein annuncerebbero la “terza rivoluzione araba” del periodo post-bellico dando l’avvio allo spontaneo manifestarsi della democrazia, dei diritti umani e del libero commercio in tutto il mondo arabo. La semplicistica fantasia di Rubin di un Medio Oriente rifatto ad immagine israelo-americana, ha dato lo spunto a qualche vero esperto per denunciarlo come il "Bernard Lewis per i dummies." Il Professor Lewis di Princeton è l’autore della strategia dell’ “Arco di Crisi” per una permanente instabilità nel Medio Oriente. . Il Centro informazioni della coalizione Ne occorrono due per fare un tango. Il dossier Blair - basato sulla ricetta propagandistica israeliana di Rubin - e il discorso di Powell alle Nazioni Unite, sono entrambi in gran parte il prodotto del Centro Informazioni della Coalizione (CIC), un’unità di propaganda governativa anglo-americana creata per contrastare l’opposizione ai bombardamenti USA dell’Afghanistan ed in seguito trasformata , in un’impresa permanente in compartecipazione tra la Casa Bianca e il n. 10 di Downing Street. Secondo le recenti notizie presentate dal New Yorker magazine e dal New Republic, il CIC è stato un parto del Gen. Wayne Downing (USA-ret.) - capo dell’anti-terrorismo al National Security Council fino al giugno scorso - e del suo vice, ex funzionario della CIA Linda Flohr. I due assumevano una screditata società di pubbliche relazioni, il Rendon Group, che aveva fama di essersi bruciata con fondi governativi, ma che era servita a lanciare l’INC di Chalabi. Downing, prima di unirsi alla squadra della Casa Bianca era stato “consigliere militare” per l’INC. A metà febbraio, Downing è stato in India, facendo parte di una delegazione dell’Istituto Ebraico per le Questioni di Sicurezza Nazionale (JINSA), un altro fronte mascherato israeliano di spionaggio e reclutamento che mira ad ufficiali americani in pensione, militari e dell’intelligence. John Rendon, un direttore esecutivo del Comitato Democratico Nazionale dell’era di Jimmy Carter, si collegò al Team di Bush nel 1989, quando lavorò nella propaganda per eliminare il Gen. Manuel Noriega. A Panama, si agganciò con l’operativo CIA per l’Iran-Contra Flohr, che ottenne per Rendon il contratto di propaganda per l’operazione Desert Storm. Nel 1991, il Presidente Bush firmò un decreto presidenziale, autorizzando una campagna coperta per destabilizzare Saddam Hussein e Rendon ottenne una soma valutata in 150 milioni di dollari di fondi della CIA per costruire un’opposizione da Potemkin Village al regime di Baghdad, attorno a Chalabi. Secondo i reporter investigativi Seymour Hersh e Jeff Stein, la maggior parte del denaro della CIA andò a superpagati consulenti di pubbliche relazioni, in eleganti appartamenti a Londra, in voli sul Concorde e, cosa ancora più sospetta, in storni di fondi. Infine, l’Ispettore Generale della CIA entrò in azione e Rendon fu buttato fuori dall’Agenzia. Le cose migliorarono di nuovo per quest’accozzaglia quando arrivò "Bush 43°". Flohr, che era andata a operare per il Rendon Group dopo il suo ritiro dalla CIA nel 1994 - e stava lavorando per la compagnia occidentale a prova di proiettile di Oliver North - ricevette un cenno da Downing per unirsi al National Security Council (ora è ufficialmente direttore dell’antiterrorismo per il NSC e direttore della sicurezza per l’Ufficio della Sicurezza Interna). Non solo ha inserito Rendon al CIC ma, dopo l’11 settembre, egli ottenne un contratto da 100.000 dollari al mese dal Pentagono per lavorare al temporaneo Ufficio di Influenza Strategica (OSI). Era questa una unità di disinformazione all’interno della “agenzia di intelligence dei falchi-conigli” di Feith, guidata da William Luti, un capitano della Marina in pensione che fu appoggiato al Pentagono dall’Ufficio del Vice Presidente Dick Cheney. Quando il New York Times denunciò la progettata unità agitprop OSI, i piani furono scartati, ma Rendon si trattenne i fondi del Pentagono.

Questo articolo compare sul numero del 21 febbraio 2003  e di Executive Intelligence Review. TRADUZIONE DALL'INGLESE A CURA DI BELGICUS.


 

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