FISICA/MENTE

 

 

 

CHI L'HA DETTO?

"Naturalmente la gente comune non vuole la guerra: né in Russia, né in Inghilterra, né in Germania. Tutto quello che dovete fare è dir loro che sono attaccati, e denunciare i pacifisti per mancanza di patriottismo in quanto espongono il Paese al pericolo" 
(
Hermann Göring, gerarca nazista)


 

CHI L'HA DETTO?

"La guerra all’Iraq non comporta un problema morale. La terza guerra mondiale è necessaria per occidentalizzare il terzo e quarto mondo"
Gustavo Selva, parlamentare di An


 

 

Lista di paesi bombardati dagli USA dopo la seconda Guerra Mondiale. 

Cina: 1945-46
Corea: 1950-53
Cina: 1950-53
Guatemala: 1954
Indonesia: 1958
Cuba: 1959-60
Guatemala: 1960
Congo: 1964
Perù: 1965
Laos: 1964-73
Vietnam: 1961-73
Cambogia: 1969-70
Guatemala: 1967-69
Granada: 1983
Libia: 1986
El Salvador: 1980
Nicaragua: 1980
Panama: 1989
Irak: 1991-99
Soudan: 1998
Afghanistan: 1998
Yugoslavia: 1999

In quanti di questi stati i bombardamenti hanno fatto sorgere un governo democratico e rispettoso dei Diritti dell'Uomo?


 

Da un intervento alla Regione Emilia di un consigliere di Rifondazione Comunista

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La domanda a cui dovremmo rispondere è la seguente. La reazione americana all’attacco terroristico dell’11 settembre è la risposta agli attentati terroristici oppure è una accelerazione esponenziale – favorita dall’attentato terroristico – di una linea da tempo in gestazione ?

    Assai prima dell’11 settembre, l’amministrazione americana aveva reso evidente il proprio obbiettivo strategico in campo internazionale: vincere la competizione globale economica e politica del 21° secolo, assicurare agli Stati Uniti una egemonia mondiale incontrastata, con una schiacciante superiorità tecnologico-militare, con l’uso spregiudicato e unilaterale di tale primato e, se necessario, con il ricorso alla guerra.

    Questa "strategia del primato" è stata elaborata dal Pentagono già nel 1992 in un documento, Defense Policy Guidance 1992-1994, all’indomani della guerra del Golfo. Il documento esortava decisamente a (cito tesualmente) "impedire a qualsiasi potenza ostile il dominio di regioni le cui risorse consentirebbero di accedere allo status di grande potenza", a "dissuadere i paesi industriali avanzati da qualsiasi tentazione che miri a contestare la nostra leadership" e a "impedire l’ascesa di un futuro concorrente globale". Queste tesi furono successivamente riprese ed elaborate in un libro di Brezinski, "La grande scacchiera", tradotto in italiano dalla Longanesi, dove si precisa che il cuore della "partita per la supremazia globale è l’Eurasia, il continente più grande del globo, dove vive il 75% della popolazione mondiale ed è concentrata gran parte della ricchezza del mondo, sia industriale che nel sottosuolo, che incide per il 60% sul Pil mondiale e per tre/quarti sulle risorse energetiche conosciute. Il noto quotidiano italiano "Il Foglio", il 26 settembre scorso, citando uno dei maggiori esperti di geopolitica asiatica, Alessandro Grossano, titola: "L’Eurasia è il cuore della Terra, chi la prende possiede il mondo".

    Per quale motivo gli Stati Uniti attribuiscono un peso così determinante alla supremazia militare nella competizione globale del 21° secolo ?

    Nel 1945, all’indomani della seconda guerra mondiale, l’economia americana incideva per il 50% sull’intero Pil mondiale. Oggi tale incidenza americana si è dimezzata, giungendo al 25%, quella dei paesi dell’Unione Europea è cresciuta a un livello equivalente, il 25%, mentre il solo Giappone si colloca all’11%. Secondo uno studio recente dell’Ocse, nel 2020 le tre maggiori entità del mondo capitalistico (Usa, Giappone e Unione europea) che oggi esprimono oltre il 60% del Pil mondiale, scenderebbero al 28% (gli Usa all’11%, il Giappone al 5%, l’Ue al 12%, la cosiddetta triade). Contestualmente, quelle che vengono considerate le cinque economie regionali emergenti (Cina, Russia, India, Brasile, Indonesia) – che oggi incidono complessivamente per il 20% sul Pil mondiale – crescerebbero fino al 35% (rispetto al 28 della triade).

    Il quadro è dunque di un costante, inesorabile declino economico degli Stati Uniti non solo rispetto ad atri paesi emergenti ma anche rispetto ai tradizionali concorrenti del mondo capitalistico. Si comprende assai bene la ragione strategica che induce la parte più aggressiva dello Stato americano a fronteggiare e bilanciare il ridimensionamento della propria influenza sull’economia mondiale con il perseguimento di una schiacciante superiorità militare. Ha sintetizzato bene Giulietto Chiesa in un articolo del 25 settembre scorso: "Per preservare il potere e la ricchezza di cui dispongono, gli Stati Uniti sono pronti ad andare ad una guerra contro i restanti cinque sesti dell’umanità".

    Dunque se vogliamo evitare di fare della propaganda e vogliamo invece elevare il nostro dibattito politico, dobbiamo riconoscere che è in questa politica imperialistica degli Stati Uniti d’America che risiedono le cause vere della guerra in corso e da qui vengono i pericoli non solo di una guerra regionale ma persino di una nuova guerra mondiale.

    Per questo motivo dobbiamo non solo fermare i bombardamenti in corso ma anche impedire lo scatenamento di una nuova guerra mondiale. E questo si può fare, in questa fase storica, costruendo un mondo multipolare e dando i poteri all’ONU per essere l’unico strumento di risoluzione delle controversie internazionali.

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E' necessaria una soluzione politica, non militare
A Political, Not a Military Solution is required
 

Tariq Ali
 

Qualche anno fa, durante un viaggio in Pakistan, parlai con un ex-generale a proposito dei guerriglieri islamici presenti in quella regione. Gli domandai perché questa gente, che era stata ben felice di ricevere fondi e armi dagli Stati Uniti all'epoca della guerra fredda, all'improvviso fosse diventata violentemente anti-americana. Mi spiegò che non era la sola. Molti ufficiali pakistani che avevano servito gli USA lealmente fin dal 1951 si sentivano umiliati per l'indifferenza di Washington.

 


"Il Pakistan è stato il preservativo che serviva agli Americani per penetrare in Afghanistan", mi disse. "Abbiamo assolto la nostra funzione e ora loro pensano di poterci semplicemente buttare nel cesso e tirare lo sciacquone".

Il vecchio preservativo è stato ripescato per usarlo ancora una volta, ma funzionerà? La nuova 'alleanza contro il terrorismo' ha bisogno dei servizi dell'esercito pakistano, ma il generale Musharraf dovrà essere estremamente cauto. Un impegno troppo forte al fianco di Washington potrebbe portare alla guerra civile in Pakistan e spaccare le forze armate. Sono cambiate molte cose negli ultimi due decenni, ma le ironie della storia continuano a proliferare.

In Pakistan la forza dell'islamismo deriva più dalla politica statale che dall'appoggio popolare. La supremazia del fondamentalismo religioso è il retaggio di un precedente dittatore militare, il generale Zia-ul-Haq, che era stato spalleggiato fortemente da Washington e Londra durante gli 11 anni del suo regime autoritario. Durante la sua dittatura (1977-89) venne creata una rete di madrassah (scuole religiose), finanziate dal regime saudita.

Ai bambini, che in seguito furono mandati a combattere come Mujahiddin in Afghanistan, insegnarono a eliminare ogni dubbio. L'unica verità è la verità divina. Chiunque si ribelli all'imam si ribella ad Allah. Le scuole madrassah avevano un unico scopo: la produzione di fanatici nel nome di un tetro cosmopolitismo islamico. Per imparare l'abc i bambini dovevano ripetere che la lettera Urdu jeem sta per 'jihad' (guerra santa); tay per 'tope' (cannone), kaaf per kalashnikov e khay per 'khoon' (sangue).

2500 scuole madrassah produssero un raccolto di 225'000 fanatici, pronti a uccidere e morire per la fede quando i loro leader religiosi lo pretendono. Mandati al di là del confine dall'esercito pakistano, furono impiegati per combattere altri Musulmani, i quali, gli venne detto, non erano veri Musulmani. Il credo dei Talebani è un'aberrazione ultra-settaria dell'islam, ispirata dalla setta Wahhabi che regna in Arabia Saudita. L'inflessibilità dei Mullah afgani è stata condannata dalle autorità religiose sunnite di al-Azhar al Cairo e dai teologi sciiti a Qom come un disonore per il Profeta.

Tuttavia i Talebani non sarebbero riusciti a impadronirsi di Kabul soltanto grazie al loro zelo religioso. Sono stati armati e comandati da 'volontari' dell'esercito pakistano. Se Islamabad decidesse di chiudere la spina, il regime talebano potrebbe essere rimosso, ma non senza seri problemi. La vittoria a Kabul è ritenuto l'unico trionfo delle forze armate pakistane.

A tutt'oggi, l'ex segretario di stato USA Zbigniew Brezinski rimane ostinatamente della sua opinione: "Cosa è stato più importante nel corso della storia mondiale?" chiede con più di una punta d'irritazione, "i Talebani o la caduta dell'Impero Sovietico? Un paio di Musulmani esaltati o la liberazione dell'Europa centrale e la fine della guerra fredda?"

Se le regole di Hollywood richiedono una guerra rapida e dura contro il nuovo nemico, allora il Cesare americano farà bene a non insistere per avere legioni pakistane. Le conseguenze potrebbero essere tremende: una guerra civile brutale e atroce, causa di ulteriore amarezza e stimolo a nuovi atti di terrorismo individuale. Islamabad farà di tutto per impedire una spedizione militare in Afghanistan: ci sono soldati, piloti e ufficiali pakistani a Kabul, Bagram e in altre basi. Quali saranno i loro ordini questa volta, e li osserveranno? E' molto più probabile che Osama bin Laden venga sacrificato nell'interesse della causa e il suo corpo, vivo o morto, consegnato a suoi precedenti datori di lavoro a Washington. Ma sarà sufficiente?

L'unica vera soluzione è quella politica. E' necessario rimuovere le cause dello scontento. E' la disperazione che alimenta il fanatismo, e la disperazione è il risultato della politica di Washington in Medio Oriente e nel mondo. La retorica ortodossa dei fedeli lacchè, cronisti e cortigiani del regime di Washington è esemplificata dall'assistente personale per gli affari esteri di Tony Blair, l'ex-diplomatico Robert Cooper, che scrive apertamente: "Dobbiamo abituarci all'idea di doppi standard". Il principio alla base di questo cinismo è: puniremo i crimini dei nostri nemici e ricompenseremo i crimini dei nostri amici. Ma questo non è forse preferibile all'impunità universale? La risposta è semplice: questo metodo di 'punire' non riduce ma produce la criminalità, e la responsabilità è di chi lo applica. La guerra del Golfo e quella nei Balcani sono due esempi tipici di come grazie a una percezione selettiva vengano staccati assegni morali in bianco. Israele può ignorare le risoluzioni dell'ONU in totale impunità, l'India può tiranneggiare il Kashmir, la Russia radere al suolo Grozny, ma è l'Iraq quello che dev'essere punito e sono i Palestinesi quelli che continuano a soffrire.

Cooper continua: "Un consiglio agli stati post-moderni: accettate che la necessità di intervenire negli stati pre-moderni è un dato di fatto. Tali interventi potranno non risolvere i problemi, ma possono placare le coscienze. E non necessariamente sono peggiori per questo". Provi a spiegarlo ai sopravvissuti di New York e Washington.

Negli Stati Uniti sta crescendo un'esaltazione frenetica. I suoi ideologi parlano di questo come di un attacco alla 'civiltà', ma che tipo di civiltà è quella che ragiona in termini di vendetta di sangue? Negli ultimi sessant'anni e più gli Stati Uniti hanno rovesciato leader democratici, bombardato paesi in tre continenti, usato armi nucleari contro civili giapponesi, ma non hanno mai saputo cosa si provi nell'avere le proprie città sotto attacco. Ora lo sanno. Verso le vittime dell'attacco e i loro congiunti non si può che provare la più profonda solidarietà e compassione, come verso tutte le persone che il governo degli Stati Unti ha sulla coscienza. Ma pensare che in qualche modo una vita americana valga più di quella di uno Jugoslavo, un Vietnamita, un Coreano, un Giapponese, un Palestinese, un abitante del Ruanda... no, questo è inaccettabile.



 

Da Il Manifesto,  11 luglio 1999

POLITICA ESTERA

A Political, Not a Military Solution is required

 

L'Iran rompe l'isolamento, nasce l'asse con Atene e Erevan

Mentre la Nato, dopo la guerra in Kosovo, aggrega i paesi turcofoni e anti-russi

- FABRIZIO VIELMINI * -

 

É passata inosservata nella stampa nazionale degli ultimi giorni una dichiarazione del ministro della Difesa greco Apostolos-Athanasios Tsokhatzopoulos riguardo un possibile risvolto militare del vertice trilaterale fra il suo paese l'Iran e l'Armenia, che si terrà ad Atene domani, 12 luglio. Tale ipotesi - che ha sollevato il panico fra gli ultrà dell'atlantismo - subito rientrata in seguito alle smentite ufficiali della diplomazia greca ed armena. La boutade del ministro greco è comunque servita ad evidenziare una relazione in via di consolidamento - fra i tre paesi negli ultimi due anni si sono susseguiti numerosi incontri, anche ministeriali, che hanno approfondito la cooperazione economica e commerciale, costituito commissioni congiunte nei sui trasporti, servizi postali, industria del turismo e tecnologia. Solo apparentemente quest'asse trilaterale può apparire paradossale. Esso costituisce al contrario un portato quasi automatico dell'assetto delle relazioni internazionali fuoriscite dall'aggressione della Nato alla Jugoslavija.

Dal punto di vista greco in particolare le ragioni alla base dell'intesa appaiono perfettamente logiche. In seguito all'aggressione euro-anglo-americana, Atene si ritrova confinante con una Grande Albania che la Turchia sta strutturando in modo che diventi il braccio settentrionale di una tenaglia pronta a chiudersi sui greci - la Turchia partecipa all'ammodernamento della base navale di Pasaliman, ufficiali turchi insegnano all'Accademia navale di Valona, incursori dei reparti d'élite di Ankara addestrano la Guardia Repubblicana albanese, mentre il gen. D. Bak, Alto responsabile della logistica turca, ha dichiarato il 18 giugno in un incontro con lo Stato maggiore albanese che che la coperazione militare con Tirana resta fra le priorità di Ankara (per citare i soli fatti divenuti di dominio pubblico).

Il narco-stato Albania

Bisogna inoltre considerare come Stati Uniti e grande capitale europeo favoriscano il potenziamento del narco-stato albanese affinchè divenga uno dei terminali occidentali del grande corridoio di trasporti ed oleodotti conosciuto come "via della Seta del XXI secolo". Ora, da tale azzardata operazione geo-economica l'economia greca non ricaverà alcun vantaggio rimanendone totalmente bypassata.

Già all'alba della dissoluzione dell'Unione Sovietica, la nuova posizione geopolitica dell'Armenia aveva attirato l'attenzione della Grecia (un attaché militare di Atene è presente a Erevan dal 1992, mentre dal 1996 un accordo di cooperazione militare unisce i due paesi). Ogni intesa fra Iran e Grecia costituisce musica per le orecchie dell'Armenia: il portato automatico di tali intese è l'aumento del valore strategico di Erevan che, oltre ad essere un elemento fondamentale della politica estera russa, diviene lo snodo necessario dei contatti fra Iran ed Europa. Per gli armeni è poi fondamentale premunirsi da che il contenzioso con l'Azerbaijan - tappa fondamentale della "via della seta" e beniamino di Washington ed Ankara - nel Nagorno-Karabakh, sempre aperto e sanguinoso dall'inizio del decennio, non venga utilizzata da turchi ed americani per qualche bombardamento "umanitario" nel Caucaso.

Infine dal punto di vista di Tehran, l'accordo permette al paese di ammorbidire il proprio isolamento internazionale e di sporgersi in direzione di Bruxelles nella speranza che anche il resto dell'Europa riveda la posizione nei suoi confronti.

É poi interessante notare come i tre paesi abbiano cercato di rendere partecipe della loro intesa anche la Georgia. Tuttavia, l'oligarchia di Shevarnadze è per il momento fermamente intenzionata a trasformare il paese in un vassallo di Washington attraverso il cosidetto blocco regionale del "GUUAM" - acronimo delle iniziali dei suoi partecipanti Ukraina, Uzbekistan, Azerbaijan e Moldavia.

La scacchiera eurasiatica

Insieme ad etno-nazionalisti, islamisti e narcotrafficanti, tali stati sono le principali pedine Usa sulla "grande scacchiera" eurasiatica teorizzata da Zbigniew Brzezinski (già consigliere di Kissinger, ed attuale maitre-à-penser della geopolitica angloamericana). Nella visione di Brezinski, sempre di gran voga al dipartimento di Stato, qualsiasi mezzo è giustificato dall'esigenza vitale del controllo della grande massa continentale fra Europa e Pacifico da perte dell""ultimo impero universale". A tal scopo Brezinski ha riunito gli autocrati alla testa dei citati stati a margine del summit Nato di Washington. Sotto l'elegante paravento della "via della seta", l'oggetto delle discussioni è stato come spiazzare completamente la Russia dai suoi interessi vitali in Eurasia.

Oltre che una sfida diretta all'arroganza della Nato, l'intesa fra Armenia, Iran e Grecia riflette la presa di coscienza dei tre stati, tradizionali alleati dei russi, delle conseguenze derivanti dal sucesso di tali manovre. Tali rialinneamenti non hanno per niente l'aria di poter passare in modo indolore ed è su questo piano che dobbiamo misurare gli effetti della nuova strategia americana in Eurpaa, altrettanto perniciosi ed interconnessi al vaso di Pandora delle rivendicazioni etniche susseguite alla secessione de facto del Kosovo. Completamente sfalsata dal tiro incrociato delle lobbies, la politica Usa crea una serie di distorsioni che retroagiscono sui propri progetti.

Innanzi a ciò i primi a mobilitarsi sono i grandi stati multietnici quali l'Iran - senza dimenticare Cina, India e Russia - sempre più minacciati dal nuovo scenario di proliferazione dei micronazionalismi e degli estremismi religiosi. Ne risultano queste nuove ed ardite alleanze che, al di là della forte eterogeneità, cercano disperatamente di stabilizzare il quadro regionale.: Grecia ed Armenia comprendono perfettamente che la politica estera iraniana ha da tempo saltato il fosso dell'attivismo islamista per posizionarsi su una visione pragmatica e razionale, attenta agli interessi nazionali.

A margine della "nuova via della Seta" converrebbe infine interrogarsi su quali vantaggi l'Europa dei mercanti, sempre più incapace di vedere ciò che la distrugge, pensi di ricavare dall'affidare l'approvvigionamento delle prprie risorse ad una nebulosa di stati para-fascisti, mafie etniche e narcotrafficanti, oltretutto totalmente antieconomico in virtù del percorso tortuoso inframmezzato. Se tutto ciò può essere considerato normale da parte di una nazione che ha costruito la propria posizione mondiale sulle aggressioni ed il gangsterismo, dovrebbe al contrario provocare qualche reazione più consistente in un'Europa sempre più "discarica" di questo degrado criminale.

* Esperto di Asia centrale dell'Observatoire Géopolitique des drogues, Dottorato di ricerca presso l'EHESS (Centro di storia del mondo turco), di Parigi. Collaboratore di "NarcoMafie" e "LiMes".


 


Samir Amin: «Contro il governo clandestino del pianeta»

Sara Fornabaio

Liberazione 28 novembre 1999

Parla il grande studioso della mondializzazione a ridosso del vertice di Seattle. L'egemonia Usa e il liberismo. La subalternità dell'Europa. Gli embrioni di una alternativa.

Samir Amin è stato uno degli ospiti del: primo incontro italiane del Forum Mondiale delle Alternative, organizzato da Punto Rosso e da Mani Tese a Milano dal 19 al 21 novembre 1999. Una occasione sentire la sua opinione sul panorama internazionale, sulle caratteristiche mafiose di questa liberalizzazione e sulle nuove forme di organizzazione dell'alternativa.

Come descriveresti lo scenario attuale?

Da alcuni anni ci traviamo a confrontarci con un progetto di organizzazione mondiale della società e delle relazioni internazionali. Un progetto di liberismo economico, di «neoclassicismo» più o meno mondializzato, che si vuole valida per tutti i popoli, in ogni condizione, e che viene presentata come l'espressione della razionalità pura, trans-storica dell'economia. Su un altro piano vediamo svilupparsi gli obiettivi strategici perseguiti dalla potenza dominante indiscussa, gli Usa: per cui possiamo parlare di un progetto egemonico americano. Spesso non è evidente - purtroppo neanche a sinistra - il collegamento tra questi diversi progetti, quello della mondializzazione liberista economica e quello egemonico americano. Io credo che siano intimamente legati: non è possibile un progetto di liberismo economico mondializzato senza l'egemonia americana, né questa si può affermare se la gente non accetta il liberismo economico. E non sono io a dirlo, ma Henry Kissinger, che qualche settimana fa ha dichiarato che «la mondializzazione è solo un altro termine per indicare il dominio degli Stati Uniti». Credo che vada ringraziato per la franchezza e la correttezza dell'analisi. Dunque, c’è la gestione economica del sistema attraverso il neoliberismo, cioè la cosiddetta deregulation dei mercati. Osservo che lo stesso termine deregulation è improprio, non esiste mercato deregolamentato; semmai il problema è chi lo regola, in che modo e al servizio di quali interessi sociali. Si possono concepire due tipi di regolazione del mercato: quella prodotta da un compromesso, sia esso sociale, cioè prodotto da interessi di classe che si riconoscono reciprocamente come differenti, oppure politico, cioè indotto da un accordo tra Stati a un livello diverso di sviluppo economico. Questa è una regolamentazione almeno potenzialmente democratica, perché è trasparente. E poi c'è l'altro tipo, quella concepita in modo completamente unilaterale dal capitale - nel caso specifico da quello dominante nel nostro tempo, cioè le transnazionali. È una regolazione che può essere solo clandestina, e quindi inconfessabile ed è il motivo per cui viene chiamata deregulation; non dobbiamo accettare questo termine, dobbiamo dire deregulation, cioè la regulation unilaterale e clandestina. E il Wto, come ha ben spiegato Susan George, è la cristallizzazione del concetto di governo della dimensione economica sulla base di questo principio. Un principio completamente antidemocratico, un'idea mafiosa di gestione economica. La mafia è un'organizzazione molto ben strutturata, con pene molto severe per chiunque infranga le regole. Ma non è democratica e le regole non vengono discusse in pubblico.

Tutto questo sembra particolarmente vero nel caso delle sanzioni economiche e degli embarghi...

Esattamente. Sono come le sanzioni mafiose. È questa, dunque, la visione del governo economico mondiale, detta del liberismo mondializzato. Ma l'economia non può funzionare da sola se non ci sono sistemi politici per sostenerla e se non c'è una forza militare per imporre le sanzioni, per piegare i popoli che in qualche modo si ribellano contro questo sistema. Abbiamo visto all'opera, nel corso degli ultimi dieci anni, la concezione di questo governo politico mondiale: è la Nato, un'alleanza militare, non un governo politico eletto.

C'è una relazione diretta tra l'incidente all'ambasciata cinese durante la guerra e le successive negoziazioni per ingresso al Wto?

Certo, e si è visto un primo round, quello della guerra del Golfo, decisa dalla Nato, cioè dagli Usa.

E gli inglesi?

Gli inglesi non esistono, gli inglesi... basta che gli Usa decidano qualche cosa perché essi siano alleati incondizionati. E lo riconoscono. Ma anche i paesi dell'Unione europea lo sono, individualmente e collettivamente.

Quindi tu dici che l'Europa è stata totalmente subalterna nei confronti degli Stati Uniti? Non ha un suo ruolo autonomo?

No, nel quadro della Nato non può averlo. La concezione stessa dell'alleanza atlantica poggia sullo strumento principale dell'egemonia americana, che è la superiorità militare. E nella misura in cui gli europei accettano il principio, accettano il governo del mondo da parte degli Stati Uniti, accettano l'egemonia americana. E lo si è visto durante la guerra nei Balcani, in modo ancora più eclatante che nella guerra del Golfo: perché la guerra nei Balcani è stata notoriamente decisa dagli Stati Uniti, rovesciando la tavola negli incontri di Rambouillet, cioè imponendo una situazione nella quale non c'erano alternative al bombardamento della Serbia. Loro lo hanno imposto unilateralmente, gli europei li hanno seguiti.

Lo hanno ulteriormente dimostrato subito dopo la "vittoria", cioè dopo aver stabilito ciò che è ora diventato in tutta evidenza il protettorato americano del Kosovo, così come ci sono un protettorato americano in Bosnia e un protettorato americano in Kuwait.

Tu credi che quest'esigenza sia legata più a una questione di controllo economico o di controllo politico?

È una questione di controllo politico, che non riguarda ovviamente la piccola regione del Kosovo. D'altronde è apparso chiaro subito dopo la guerra del Kosovo, quando gli Usa hanno imposto - e gli europei accettato - l'allargamento delle responsabilità della Nato dandosi il potere di intervenire praticamente ovunque in Asia e in Africa. In Europa non se ne parla: non ho visto nei giornali europei, neanche di sinistra, commenti accettabili su questa decisione estremamente grave presa dalla Nato. E questo principio, che nell'establishment e nella stampa americani ha degli echi molto forti, ha obiettivi strategici chiarissimi: è il Caucaso, l'Asia centrale e il Medio Oriente. Cioè la grande regione, insieme, del petrolio e dello smantellamento - dopo l'Unione Sovietica - della Russia. Brezinski dice con chiarezza che bisogna spaccare la Russia in tre stati. È il piano rivelato con altrettanta chiarezza di far implodere la Cina: da qui le campagne per il Tibet, il Sinkiang, e così via.

Si tratta, alla fin fine, di rendere l'Europa vassalla - azzardo questo termine - cioè di proibire agli europei di concepire una politica autonoma, al di fuori dell'orbita della decisione unilaterale americana. Secondo, di completare lo smantellamento della Russia e della Cina, anche se purtroppo i regimi e i poteri in campo, soprattutto in Russia, contribuiscono oggettivamente ad aiutare questi piani (penso alla guerra in Cecenia). Terzo, di assicurarsi il dominio esclusivo della regione petrolifera del Medio Oriente, tramite il sostegno assoluto all’espansionismo israeliano.

E la Turchia?

Turchia ed Israele sono alleati incondizionati ed importanti del progetto Usa - e di questi due paesi bisogna ricordarsi quando parliamo di politiche di pulizia etnica sistematica. Poi ci sono le piccole guerre locali, come in Africa centrale. Anche qui è all'opera una pratica del governo mondiale che non ha niente a che vedere con la democrazia. Si può rimproverare tutto quel che si vuole alle Nazioni Unite (è vero che spesso si sono dimostrate impotenti), ma i principi dell'Onu almeno sono democratici e trasparenti; ci sono discussioni, c'è un'Assemblea generale, un Consiglio di Sicurezza. Tutto ciò scompare: la gestione politica del mando retrocede a beneficio di una gestione unilaterale clandestina della Nato. È il ritorno al Congresso di Vienna del 1815 e all'Europa dell'epoca.

Tu credi che la guerra delle banane sia parte di tutto questo?

Evidentemente. E in queste condizioni gli europei, accettando la mondializzazione economica, accettano fino in fondo l'egemonia americana tramite la Nato, in funzione di semplici associati.

Come aggiorneresti, alla luce degli sviluppi politici ed economici attuali, una proposta alternativa sulla relazione tra commercio e sviluppo? Come si può pensare un progetto che riporti la sovranità della politica sull'economia e che contribuisca a stabilire dei meccanismi più equi per tutti?

È evidente, intanto, che il principio è quello di una regolazione del mercato la più trasparente possibile e quindi potenzialmente la più democratica possibile, per aprire una strada al miglioramento dei rapporti sociali in favore delle classi lavoratrici e dei popoli. In grado, cioè, di costringere il capitale ad adattarsi alle domande che provengono da logiche diverse dalla ricerca del profitto. È il contrario dell'adattamento attuale. E comincia a livello nazionale, perché la politica continuerà ad essere guidata dalle lotte a livello nazionale (gli stati ci sono e continueranno ad esserci).

A questo livello deve svilupparsi il concetto di regolazione del mercato. Ma anche a livello mondiale perché la mondializzazione - che non è cosa nuova - da un periodo storico all'altro si approfondisce. Come diceva Susan George, ci sono degli embrioni di principi di gestione politica mondiale democratica: il principio dei diritti dell'uomo, per esempio, e ora si può aggiungere il principio dei diritti sociali, cioè il diritto al lavoro, il diritto a un trattamento corretto dei lavoratori, il diritto all'educazione, alla sanità, e così via. Quindi diritti politici, democratici, di libertà di espressione e organizzazione, di protezione dell'ambiente. Bisogna dare a questi embrioni di nuovo diritto internazionale la priorità sui diritti della cosiddetta deregulation del mercato e del commercio internazionale.

Però da un punto di vista dei soggetti che possono far sviluppare questi embrioni, cosa pensi di quella che viene chiamata "società civile"? Perché non si parla più di classi, ma di un concetto così vago, complesso e contraddittorio?

Quando si parla di società civile, in realtà ci si riferisce ad un soggetto molto confuso: ed è il sintomo di una crisi ideologica e teorica, perché non si sa esattamente quali sono i soggetti sociali, i soggetti storici attivi. Allora si parla della società civile, che vuol dire tutto e niente. Ma bisogna porsi la domanda su che cosa è permanente nel capitalismo e che cosa è variabile da un momento all'altro della sua storia. Quel che è permanente, secondo me è il capitale espresso dagli individui, come lavoratori: ciò che non significa che la struttura di classe del capitalismo sia rimasta e rimanga la stessa nei secoli. Il capitalismo è passato attraverso tre momenti storici successivi, che si possono facilmente individuare: rivoluzione industriale, scientifica e tecnologica. La prima rivoluzione industriale (fine 18° - inizio 19° secolo) è simbolizzata dall'industria del tessile, del carbone e dell'acciaio; la seconda (fine 19° secolo - inizio 20°) è caratterizzata dall'elettricità, dal petrolio, dall'automobile e l'aereo; ed ora abbiamo una terza rivoluzione, tecnologica incarnata dall'informatica e dall'elettronica. Ognuna di queste rivoluzioni ha determinato forme diverse di organizzazione del lavoro sfruttato dal capitale, e forme di resistenza delle classi sfruttate. Nel 19° secolo avevamo un modello di classe operaia ancora molto vicina all'artigianato con un know-how autoctono; poi abbiamo avuto la fase della taylorizzazione, quella che Charlie Chaplin ha così ben reso in caricatura in Tempi moderni. E ora abbiamo una terza forma di organizzazione del lavoro. Ad ogni forma di resistenza, corrisponde in ogni momento storico una forma di organizzazione, e di azione, che ne aumenta l'efficacia. Nella fase precedente, per esempio, gli attori principali sono stati i partiti, fossero essi socialdemocratici, socialisti o comunisti; forme sindacali, forme di lotta, lo sciopero, le manifestazioni, le elezioni. Forme che hanno espresso soggetti riconoscibili, come il proletariato, i contadini, la sinistra elettorale, che sentivano di essere una classe. Le nuove strutture non appaiono spontaneamente, miracolosamente, dalla sera alla mattina. Tra i periodi che io chiamo d'accumulazione, che riproducono il sistema di classe e quindi anche i soggetti, ci sono momenti di caos, dove il vecchio scompare gradualmente, e il nuovo lentamente si forma. Sono momenti di sconcerto ideologico, anche perché i nuovi soggetti non appaiono chiaramente. Oggi siamo in uno di questi momenti: appaiono movimenti sociali, al plurale, con proposte a volte concrete, a volte solo difensive (ad esempio difendendo la scuola pubblica e gratuita o invece la previdenza sociale), a volte propongono una nuova organizzazione della trattativa collettiva, o altro. Questi movimenti sono attualmente molto frammentati, ma miglioreranno la loro capacità organizzativa. Quando si parla di "società civile", si dà per scontato che i partiti non ne facciano parte - anzi la società civile si caratterizza "a contrario", per una non appartenenza partitica. Perché i partiti politici hanno perduto la propria efficacia, e il linguaggio politico lo riflette: si parla di alternanza, che è cosa ben diversa dall'alternativa. L'alternanza significa cambiare le figure di governo per fare le stesse cose. La democrazia diventa quella che io chiamo democrazia a bassa intensità: si può votare, liberamente, bianco, rosa, rosso, verde, giallo, ma comunque il governo si dichiara impotente ed è il mercato che decide. Ma questa è una delegittimazione della democrazia, di tutti i partiti politici, di destra o di sinistra, che infatti vivono tutti una fase critica.

Che cosa pensi del movimento di protesta di Seattle?

È un momento importante. La presa di coscienza di organizzazioni estremamente diverse e sparse ai quattro angoli del mondo, rappresentanti forze diverse, è la sfida al governo economico clandestino del mondo. Ma l'azione dov'essere principalmente nazionale: un problema per gli europei, cioè come sviluppare il progetto europeo, dargli un contenuto sociale e politico, di solidarietà. È il contrario della terza via: Blair e Schroeder, insieme a D'Alema, sono il peggio che si possa immaginare. Rappresentano la rinuncia a centocinquanta anni della propria storia. È la capitolazione totale: non c'è più nessuna distinzione tra la destra rispettabile (non quella fascista) e questa sedicente sinistra. Da questo punto di vista, Kohl era sicuramente meglio di Schroeder. Gli americani dicono che "il XXI secolo sarà il secolo americano". Io direi che il XXI secolo sarà il secolo della lotta contro questo progetto.


 

La guerra

La "grande scacchiera" e la guerra della Nato

Fausto Sorini

Liberazione 5 giugno 1999

"

La grande scacchiera" è il titolo di un recensissimo libro di Zbigniew Brzezinski, già consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter, una delle teste pensanti della politica estera degli Stati Uniti. Esso espone, con esemplare chiarezza e senza infingimenti "umanitari", il quadro strategico globale entro cui collocare e comprendere le ragioni essenziali dell'aggressione della Nato alla Repubblica Federale Jugoslava, fortissimamente voluta dagli Stati Uniti.

"Il crollo dell'Unione Sovietica - scrive l'autore - ha fatto sì che gli Stati Uniti diventassero la prima e unica potenza veramente globale, con una egemonia mondiale senza precedenti e oggi incontrastata. Ma continuerà ad esserlo anche in futuro? Per gli Stati Uniti, il premio geopolitico più importante è rappresentato dall'Eurasia, il continente più grande del globo", che "occupa, geopoliticamente parlando, una posizione assiale, dove vive circa il 75% della popolazione mondiale ed è concentrata gran parte della ricchezza del mondo, sia industriale che nel sottosuolo. Questo continente incide per circa il 60% sul PIL mondiale e per 3/4 sulle risorse energetiche conosciute ... L'Eurasia - sintetizza Brzezinski - è quindi la scacchiera su cui si continua a giocare la partita per la supremazia globale".

"Ma se la Russia - prosegue l'autore - dovesse respingere l'Occidente, diventare una singola entità aggressiva e stringere un'alleanza con il principale attore orientale (la Cina) ", e con l'India, "allora il primato americano in Eurasia si ridurrebbe sensibilmente". E così pure se i partner euro-occidentali, soprattutto Francia e Germania, "dovessero spodestare gli Stati Uniti dal loro osservatorio nella periferia occidentale" (così viene definita l'area dell'Unione Europea), "la partecipazione americana alla partita nello scacchiere eurasiatico si concluderebbe automaticamente".

Quindi, conclude Brzezinski, "la capacità degli Stati Uniti di esercitare un'effettiva supremazia mondiale dipenderà dal modo con cui sapranno affrontare i complessi equilibri di forza nell'Eurasia: e la priorità deve essere quella di tenere sotto controllo l'ascesa di altre potenze regionali (predominanti e antagoniste) in modo che non minaccino la supremazia mondiale degli Stati Uniti".

"Per usare una terminologia che riecheggia l'epoca più brutale degli antichi imperi, tre sono i grandi imperativi della geo-strategia imperiale: impedire collusioni e mantenere tra i vassalli la dipendenza in termini di sicurezza, garantire la protezione e l'arrendevolezza dei tributari e impedire ai barbari di stringere alleanze".

Gli Stati Uniti vogliono in primo luogo evitare che in Russia si affermi un potere politico influenzato dai comunisti, avverso al liberismo selvaggio che ha precipitato il Paese nella crisi più nera e volto a ristabilire una collocazione internazionale della Russia non subalterna all'Occidente. Per questo il deposto premier Primakov era ed è considerato un avversario temibile: è sostenuto da una Duma dominata dai comunisti, sorretto da un consenso popolare dell'80%, favorito alle elezioni presidenziali dell'anno prossimo, mentre il consenso degli uomini di fiducia degli Stati Uniti, come Eltsin e Cernomyrdin è precipitato al 5-10%. Anche per questo Eltsin lo ha destituito (rendendo ormai drammatico il fossato tra paese reale e paese "legale", ai limiti di uno scontro interno che potrebbe precipitare in forme drammatiche), dopo avergli sottratto il dossier "guerra in Jugoslavia" per affidarlo a Cernomyrdin. In modo che l'eventuale successo di una mediazione diplomatica russa avvenga su una linea più docile alle volontà della Nato, e che sia il nucleo eltsiniano (e non Primakov e la sua squadra) a trarne i maggiori benefici di immagine, in vista delle prossime scadenze elettorali in Russia.

Gli Usa vogliono inoltre favorire una evoluzione della Cina per cui le forze espressione di una nuova borghesia interna legata al mercato internazionale (che auspica un legame preferenziale e docile con gli Stati Uniti) prendano gradualmente il sopravvento sulle forze sociali e politiche che restano legate a un progetto originale e inedito di lunga transizione al socialismo, con una economia mista in cui il pubblico resti comunque prevalente sul privato. Il bombardamento pianificato dell'ambasciata cinese a Belgrado, era certo un test per vedere fino a che punto la Cina era in grado di assumere sulla guerra in Jugoslavia un profilo forte e autonomo dagli Usa e la reazione degli studenti cinesi (da molti considerati ormai succubi del modello americano) è stato un segnale più che incoraggiante di tenuta di un orientamento antimperialista, di dignità nazionale, di autonomia di valori, che parla alle nuove generazioni del mondo intero. Ma quelle bombe si proponevano, da parte dei fautori della guerra totale contro la Jugoslavia, anche l'obbiettivo di inasprire le relazioni internazionali e rendere impossibile in sede Onu una risoluzione ragionevole e negoziata (non imposta dalla Nato) tra tutte le parti in causa del conflitto balcanico.

Anche sull'India, potenza nucleare, gli Usa premono per sottrarla alla sua storica collocazione di non allineamento, che conserva forti radici nel Paese, per imporle una linea di privatizzazioni selvagge e di smantellamento del ruolo dello Stato in economia (tuttora consistente) e omologarla al modello neo-liberale.

In Europa si cerca di impedire che si affermi un modello sociale diverso da quello neo-liberale ed un sistema di sicurezza alternativo alla Nato e alla tutela americana sull'Europa. Tanto più se ciò dovesse prefigurare un quadro di cooperazione economica, politica e militare di tutta l'Europa, dall'Atlantico agli Urali, passando per i Balcani. Il che configurerebbe una entità economica geopolitica e di sicurezza di prima grandezza nel panorama mondiale e scalzerebbe l'influenza predominante degli Usa sul vecchio continente. Proprio Primakov è stato e rimane uno dei più convinti assertori di questo asse Russia-Unione Europea ad Ovest, e di un altro asse Russia-Cina-India ad oriente, che marcherebbero una evoluzione multipolare degli assetti planetari e degli stessi rapporti in seno alle Nazioni Unite, minando il progetto americano di egemonia globale unipolare, che comporta invece l'affossamento dell'Onu e la trasformazione della nuova Nato a guida americana in regolatore supremo di ogni controversia internazionale.

Sul solo terreno della competizione economica l'imperialismo americano non è in grado oggi di dominare il mondo e di subordinare i suoi stessi alleati/concorrenti come Unione Europea e Giappone. Gli Usa incidevano nel dopoguerra per il 50% del PIL mondiale: oggi la percentuale si è dimezzata, ed è di poco inferiore a quella dell'Unione Europea. Spostare la competizione sul terreno militare, dove la potenza Usa è ancora di gran lunga preponderante, significa usare la guerra come strumento di egemonia economica e politica.

Anche contro l'Europa: costringendola a subire l'iniziativa e l'interventismo anglo-americano o ad entrare nel gioco della grande spartizione delle zone di influenza, ma in posizione subalterna. Come appunto è avvenuto con questa guerra.

Siamo partiti, in apparenza, da lontano, ma la conclusione è sintetica e ci tocca da vicino. Il controllo dei Balcani è strategico nella competizione per il controllo dell'Eurasia. I Balcani sono storicamente la porta per l'Oriente; da lì passano oggi oleodotti e gasdotti che trasportano le vitali risorse energetiche tra Europa e Asia. Nella contigua regione del Mar Caspio, del Mar Nero, del Caucaso gli scienziati stimano esservi giacimenti di petrolio e di gas naturale tra i maggiori del mondo. L'allargamento della Nato ad Est si propone di inglobare gradualmente tutti i paesi dell'Europa centro-orientale e dei Balcani, incluse le repubbliche europee dell'ex Unione Sovietica, per farne un grande protettorato atlantico: per controllarne le risorse e circondare una Russia non ancora "normalizzata" e dal futuro incerto. Mentre all'altro capo del continente eurasiatico, proprio in queste settimane, è andata strutturandosi una "Nato asiatica", che comprende, in un sistema militare e di "sicurezza" integrato, gli Stati Uniti, il Giappone, la Corea del Sud e strizza l'occhio a Taiwan, cui si assicura "protezione".

Che cosa accadrebbe domani se gli Stati Uniti decidessero di dare vita ad una nuova UCK in Cecenia, in Daghestan; in Tibet o magari a Taiwan?

La Jugoslavia rappresentava, agli inizi degli anni '90, un ostacolo alla normalizzazione dei Balcani. Facendo leva su processi disgregativi interni e ataviche tensioni etniche e nazionali, alimentate dalla crisi dell'esperienza socialista jugoslava (che richiederebbe un discorso a parte), la Germania prima e gli Usa poi hanno spinto per la disintegrazione del paese (attizzare il fuoco, disgregare, per poi intervenire, assumere il controllo, colonizzare). Da qui la secessione della Slovenia, della Croazia, della Macedonia, della Bosnia, e la trasformazione dell'Albania in una grande base Nato nel Mediterraneo. Restava ancora da spappolare la Repubblica Federale Jugoslava, e soprattutto l'indocile Serbia. Così fu aperto il dossier Kossovo, dove certo non mancavano i presupposti per gettare benzina sul fuoco. E dove la parte più estrema del nazionalismo serbo, con forti appoggi nel governo di Belgrado, aveva colpevolmente contribuito ad esasperare i rapporti con la popolazione kossovara di origine albanese: a sua volta sospinta dall'UCK, armata dagli americani, a precipitare la regione nella guerra civile, per poi invocare l'intervento "liberatore" della Nato.. Ma questa è storia dei giorni nostri; anzi, cronaca.

Un talebano val bene l'URSS
autout - Geopolitica 09.11.2001

 

 

 

Dal libro più importante di Zbygniew Brzezinsky consigliere di Jimmy Carter, capo degli strateghi USA, "creatore" dei Mujaheddin in funzione antisovietica.

Zbygniew Brzezinsky (consigliere di H.Kissinger), da 

La grande scacchiera



"

L'Eurasia occupa la scacchiera sulla quale si svolge la lotta per il dominio sul mondo. La maniera in cui gli Usa 'gestiscono' l'Eurasia è di importanza cruciale. Il più grande 'continente' sulla faccia del pianeta ne costituisce anche l'asse geopolitico. Qualunque potenza che la controlli, controlla anche due delle tre aree più sviluppate e maggiormente produttive. Il compito più urgente per gli Usa è sorvegliare affinché nessuno stato o gruppo di stati abbia la possibilità di cacciarli dall'Eurasia o anche solo di indebolirne il ruolo di arbitro."



Zbigniew Brzezinsky:
Come io e Jimmy Carter abbiamo creato i Mujaheddin

Intervista a Zbigniew Brzezinsky da Le Nouvel Observateur (Francia) 15
Gennaio 1998 pag. 76.

Domanda: Il precedente direttore della CIA, Robert
Gates, ha dichiarato nel suo libro di memorie (?Dalle ombre?), che i
servizi segreti americani hanno cominciato ad aiutare i Mujaheddin Afghani
sei mesi prima dell'intervento sovietico in Afghanistan. In questo periodo
lei era il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter.
Lei ha quindi giocato una parte in tutto questo, vero?

Brzezinsky: Si'. Secondo la versione ufficiale della faccenda, gli aiuti ai
Mujaheddin da parte della CIA sono cominciati durante il 1980, ovvero, dopo
che l'armata rossa aveva cominciato l'invasione dell'Afghanistan il 24
Dicembre 1979. La realta', rimasta fino ad oggi strettamente celata, e?
completamente diversa: e' stato il 3 luglio 1979 che il presidente Carter
ha firmato la prima direttiva per aiutare segretamente gli oppositori del
regime filo sovietico di Kabul.
Quello stesso giorno ho scritto una nota al presidente nella quale si
spiegava che a mio parere quell'aiuto avrebbe determinato un intervento
armato dell'unione sovietica in Afghanistan.

D: nonostante questo rischio lei ha sostenuto questa azione segreta. Ma lei
stesso desiderava questo intervento sovietico ed ha cercato di provocarlo?

Brzezinsky: non e' proprio cosi?. Non abbiamo spinto i russi ad
intervenire, ma abbiamo consapevolmente aumentato le probabilita' di un
loro intervento.

D: quando i sovietici hanno giustificato il loro intervento con la
necessita' di contrastare un coinvolgimento segreto degli Stati uniti in
Afghanistan, nessuno li ha creduti. Invece c'era un fondamento di verita'.
Lei ha qualche rimorso, oggi?

Brzezinsky: rimorso di che tipo? Quell?operazione segreta e' stata
un'ottima idea. Ha avuto l'effetto di attirare i Russi nella trappola
Afghana ed io dovrei pentirmene? Il giorno che i sovietici hanno varcato il
confine afghano ho scritto al presidente Carter che finalmente avevamo
l'opportunita? di dare all'Unione Sovietica la sua guerra del Vietnam.
Infatti per circa dieci anni Mosca ha dovuto portare avanti una guerra
insostenibile da parte del governo, un conflitto che ha demoralizzato ed
infine sgretolato l'impero sovietico.

D: e nessuno di voi e' pentito di avere supportato l'integralismo ed il
terrorismo islamico con armi ed addestramento?

Brzezinsky: cosa e' piu' importante per la storia del mondo? I talebani od
il collasso dell?impero sovietico? Qualche musulmano esaltato o la
liberazione dell'europa centrale e la fine della guerra fredda?

D: qualche esaltato musulmano? Ma e' stato detto e ripetuto che il
fondamentalismo islamico rappresenta oggi una minaccia mondiale.

Brzezinsky: balle. Si dice che l'occidente abbia una politica globale
riguardo all'islam. Cio' e' stupido. Non esiste un Islam globale. Prova a
guardare all'Islam in modo razionale e senza demagogia o emozione. E' la
religione principale al mondo ed ha un miliardo e mezzo di seguaci. Ma cosa
lega il fondamentalismo Saudita, la moderazione di stati quali il Marocco,
il militarismo Pakistano, il filo occidentalismo Egiziano e gli stati laici
dell?Asia centrale? Nulla piu' di cio' che unisce le nazioni cristiane.

Petrolio: la posta in gioco
Tra speculazione finanziaria e competizione tra Europa e Stati Uniti il petrolio torna ad infiammare le relazioni internazionali. Una crisi pilotata? E' all'orizzonte una nuova guerra contro l'Iraq? Come evolveranno i conflitti nella regione del Caucaso? Inquietanti scenari per il futuro.

Da mesi ormai l'economia internazionale - e l'area europea soprattutto - sta facendo i conti con l'escalation dei prezzi petroliferi.
Sulle cause di questa nuova crisi, si confrontano tesi diverse e si delineano scenari differenti tra loro. Cercare di mettere a fuoco le dinamiche in corso, le cause e le conseguenze, potrebbe non risultare appassionante per chi é impegnato nella lotta politica quotidiana, eppure questa "quarta crisi petrolifera" negli ultimi trenta anni va compresa a fondo (1).
Occorre partire da una domanda di fondo e dalla sua risposta. Questa crisi é connaturata agli andamenti del mercato mondiale o é una crisi "pilotata"? E se in essa convivono le due cause, quale delle due ha assunto un peso decisivo nelle conseguenze sue geopolitiche ed economiche?

1. Una prima chiave di lettura offerta in pasto alle opinioni pubbliche in questi mesi, sostiene che la colpa dei paesi produttori che hanno tagliato la produzione e dunque alzato i prezzi. I paesi petroliferi sono fortemente indebitati e un aumento dei prezzi gli consentirebbe di riequilibrare la bilancia commerciale e ridurre il debito estero accumulato. In questa chiave lettura c'é una parte di verità e una menzogna: quest'ultima é fondamentale.
Innanzitutto occorre avere chiaro chi sono i paesi produttori, qual'è la loro struttura economica e quali sono le loro possibilità reali sul mercato in base alle loro ragioni di scambio.
Per quindici paesi sui ventuno paesi produttori, il petrolio rappresenta più del 60% della loro economia. (raggiunge il 92% per la Nigeria, il 91% per la Libia e il 90% per l'Oman).
Per tutti i paesi petroliferi le ragioni di scambio nell'epoca dei prezzi bassi erano fortemente negative (nel 1998 si andava dal -28% di Nigeria, Libia e Oman al -8 della Norvegia. Nel 1999 l'indice negativo si è fortemente abbassato dal -14 del piccolo sultanato del Brunei al -1 del Barhein. Nel 2000 sono tornati tutti in attivo dal + 38 della Nigeria al +11 della Russia.

I maggiori produttori mondiali di petrolio (1)
(in decine di migliaia di barili al giorno)

 
1994
1997
2000
Arabia Saudita*
8.96
8.88
8.50
Stati Uniti
8.35
8.29
8.06
Russia
6.38
6.20
7.99**
Iran*
3.60
3.70
3.65
Messico
3.26
3.06
3.61
Cina
2.90
2.99
3.23
Norvegia
2.75
2.99
3.26
Venezuela*
2.67
2.84
2.93
Gran Bretagna
2.67
2.75
2.73
Emirati Arabi Uniti*
2.49
2.48
2.28
Canada
2.28
2.39
2.64
Kuwait*
2.08
2.10
1.82
Indonesia*
1.58
1.57
1.31
Libia*
1.41
1.41
1.43

(fonte: Economist Intelligence Unit) (fonte: AIE)

(1) Nelle graduatorie internazionali, a causa dell'embargo, continua ad essere escluso l'Iraq che però ha capacità produttive superiori all'Arabia Saudita
* Paesi membri dell'OPEC
** Il dato del 2000 è conteggiato come ex URSS e non disaggregato per le singole repubbliche
come Russia, Azerbajian, Kazachistan etc.


I maggiori consumatori mondiali di energia

Petrolio
Gas naturale
Carbone
Stati Uniti
Stati Uniti
Cina
Giappone
Russia
Stati Uniti
Cina
Ucraina
India
Russia
Germania
Russia
Germania
Canada
Germania
Corea del Sud
Gran Bretagna
Giappone
Italia
Giappone
Sudafrica
Francia
Italia
Polonia
Canada e Gran Bretagna
Uzbekistan
Gran Bretagna
Messico
Arabia Saudita
Ucraina

(dati del 1998 dell'Economist Intelligence Unit)

I paesi petroliferi (siano essi membri dell'OPEC o no) hanno indubbiamente tratto dei vantaggi dall'aumento dei prezzi del petrolio, ma tali vantaggi sono equivalenti o inferiori a quelli delle grandi compagnie multinazionali che gestiscono la parte del ciclo petrolifero che produce maggior valore aggiunto cioé quella successiva alla fase della mera estrazione della materia prima.
Inoltre, il vantaggio é indubbiamente inferiore a quello fiscale dei governi dei paesi consumatori che tassano pesantemente i derivati del petrolio, determinandone così un "prezzo elevato" al consumo.
I governi europei lamentano l'appesantimento della bolletta petrolifera, ma ne approfittano per incamerare un assai congruo prelievo fiscale su tutti gli idrocarburi e i suoi derivati (luce, gas etc.) (2)

2. Una seconda chiave di lettura addossa la responsabilità della crisi ad un "eccesso di domanda" dei prodotti petroliferi dovuta alla ripresa economica dei paesi asiatici dopo il crack del '97 e a quella dei paesi europei dopo la stagnazione degli anni di Maastricht.
A questo eccesso di domanda (che tra l'altro era stata ampiamente prevista già negli anni di prezzi bassi), i paesi produttori non riescono a rispondere sul piano dell'offerta.

La domanda mondiale di petrolio
1997: 73,7 mln di barili;
1998: 73,6 mln;
1999: 75,3 mln;
2000: 77,1 mln

Significative in questo senso sono le previsioni dell'Outlook dell'Agenzia Internazionale per l'Energia avanzate a metà degli anni '80 e cioè all'indomani delle due maggiori crisi petrolifere ('73 e '79) ed in piena guerra del Golfo tra Iran e Iraq (3).
Queste previsioni parlavano di una domanda tra i 58 e i 74 milioni di barili di petrolio al giorno
Questa tesi, esposta piuttosto chiaramente dall'economista e premio Nobel, Samuelson, o dal capo economista della Deutsche Bank, Norbert Walter, viene contestata da altri economisti (4).
Se questa tesi corrisponde al vero, la crisi sarebbe stata innescata - paradossalmente - dalla ripresa dell'economia mondiale in due aree: quella europea e quella asiatica.

3. La terza chiave di lettura assegna alla speculazione finanziaria il boom dei prezzi petroliferi che verrebbero fissati non più sulla base dei costi di produzione, raffinazione, distribuzione, ma sulle "scommesse" (i famosi futures) che ormai sembrano dominare i mercati finanziari mondiali, sempre più simili ad un casinò e sempre più lontani dall'economia reale.
Il segretario dell'OPEC, il nigeriano Lukman, nel recente vertice di Caracas, ha denunciato questa situazione molto chiaramente."L'OPEC è ormai il capro espiatorio per gli aumenti dovuti a speculazioni di mercato, costi di trasporto,tasse. Il mercato del petrolio è tenuto in scacco dai derivati, le vecchie regoole della domanda e dell'offerta sono state distorte" .
Ancora più esplicito é stato il presidente dell'OPEC, il venezuelano Rodriguez, il quale ha denunciato che almeno 8 dollari sulle quotazioni sono da imputare alla speculazione (5).
I fatti sembrano dare ragione a questa tesi. Infatti anche quando l'OPEC ha deciso di tagliare la produzione, le quotazioni del petrolio sono salite invece che scendere, ciò significa che il prezzo è stato condizionato dai futures} più che dalla legge dell'offerta e della domanda.
Una conferma di questa dominanza della speculazione finanziaria sui prezzi petroliferi, viene dai suggerimenti e dai servizi agli investitori forniti da gruppi come l'Unicredito a partire dal febbraio di quest'anno. "Grazie ad un nuovo strumento, i covered warrant , ora anche i piccoli investitori possono speculare sull'andamento dei prezzi del greggio, un pò come fanno gli investitori professionali" annuncia la pagina dedicata a"patrimoni e finanza" del CorrierEconomia. Il quale precisa che i covered (esattamente come i futures) }hanno la caratteristica di amplificare al rialzo o al ribasso le variazioni di prezzo dello strumento a cui sono collegate (6).
Ma è proprio questa invadenza della speculazione finanziaria, rivela una quarta possibile chiave di lettura o meglio l'interconnessione con la precedente: la competizione tra euro e dollaro come valute nelle transazioni internazionali. L'andamento dei tassi di cambio tra euro e dollaro, entrata già prepotentemente nelle variabili determinanti delle scommesse alla base dei futures e dell'alveare di derivati finanziari
messi in campo dalla speculazione. Ad esempio i covered warrant sono quotati in euro ma il sottostante è in dollari. Per portare a casa i profitti occorre dunque scommettere non solo sul prezzo del greggio ma anche sul rischio di cambio tra le due valute.


Il "grande manovratore"

Le chiavi di lettura presentate antecedentemente, contengono buona parte della verità sulla recente escalation petrolifera, ma in queste occorre portare alla luce un manovratore soggettivo: gli Stati Uniti.
Storicamente gli USA hanno utilizzato l'arma del petrolio - di cui dispongono in grandi riserve e di cui controllano la gran parte del ciclo tramite le grandi multinazionali - contro le ambizioni dell'Europa e del Giappone.
La perfetta sintonia tra la politica internazionale degli USA e i progetti delle multinazionali petroliferi, ha determinato buona parte della storia recente dell'umanità. Golpes, guerre, conflitti di bassa intensità, corruzione, sono stati gli strumenti con cui il "grande manovratore" si è sempre assicurato il pieno controllo del mercato mondiale del petrolio. Ma non c'è solo il ricorso alla guerra (che tutto sommato resta l'estrema risorsa) c'è anche il tentativo di mantenere il controllo dei flussi economici mondiali.
Se confrontiamo il processo di fusione e concentrazione avvenuto tra il 1998 e il 2000 tra i grandi gruppi petroliferi con la situazione esistente solo tre anni fa, emerge piuttosto chiaramente il processo di concentrazione monopolista in corso a livello mondiale su risorse strategiche come il petrolio e il gas.
In questo mercato, le multinazionali che hanno come "riferimento" il polo anglosassone (USA e Gran Bretagna) controllano quasi il 70% del mercato mondiale e l'86% della capitalizzazione delle società petrolifere.
Con il petrolio a dieci dollari il barile, le prime dieci compagnie multinazionali nel 1998 hanno incassato profitti netti per 30 miliardi di dollari. Con un prezzo triplicato è facile prevedere quanto stanno incassando tenendo conto che - a differenza dei paesi produttori- non hanno alcun bisogno di "redistribuire" tali profitti all'interno del paese. Non solo, l'ambizione delle multinazionali è quella di elevare la quota di profitto dal ciclo petrolifero operando in due direzioni: aumentando la concentrazione monopolistica (come dimostra la tabella) e arrivando a controllare anche il processo di estrazione (i pozzi) che fino ad oggi sono rimasti di proprietà degli stati produttori di petrolio.

Chi controlla il mercato del petrolio
Tra la fine del 1998 e il 1999, abbiamo assistito ad un impressionante processo di fusioni e concentrazioni tra le grandi multinazionali del petrolio.
Ad aprire i giochi sono state la fusione tra Exxon e Mobil e quella tra British Petroleum (BP) e Amoco. Contemporaneamente la Total acquistava la Petrofina. Ad aprile del 1999 la BP-Amoco acquisivano la Atlantic Richfield (ARCO), a maggio la Repsol acquisiva la compagnia argentina YPF le norvegiesi Norsk Hydro e Saga Petroleum si fondevano tra loro. A luglio la Totalfina si fondeva con la ELF lasciando a becco asciutto l'italiana ENI.

 

La situazione
nel 1973
(le Sette Sorelle)
Paese di "riferimento" I grandi gruppi prima delle fusioni del 1999 Paese di "riferimento"
Exxon Stati Uniti Exxon Stati Uniti
Royal Dutch Shell
Texaco
Olanda-Gran Bretagna
Stati Uniti
Royal Dutch Shell
British Petroleum
Olanda-Gran Bretagna
Gran Bretagna
Mobil Stati Uniti Mobil Corp Stati Uniti
Gulf Oil Stati Uniti Amoco Stati Uniti
Socal Stati Uniti Total Francia
British Petroleum Gran Bretagna Chevron Stati Uniti
    ENI Italia
    ELF Francia
    Schlumberger Stati Uniti
    Atlantic Richfield Stati Uniti
    Repsol Spagna
    Haliburton Stati Uniti
    Petrofina Belgio
    Boc Group Gran Bretagna
    Imperial Oil Stati Uniti

(Fonte : Morgan Stanley capital international)


La nuova mappa del potere economico nel mercato del petrolio

Multinazionale
Quota del mercato
Capitalizzazione
(in mld di dollari
Paese di "riferimento"
Exxon-Mobil
26,2%
244
Stati Uniti
Royal Dutch-Shell
18,6%
178
Gr.Bretagna-Olanda
BP-Amoco-Arco
15,0%
190
Stati Uniti-Gr.Bretagna
Totalfina-Elf
13,0%
77
Francia-Belgio
Texaco-Chevron*
11,7%
87
Stati Uniti
ENI
5,3%
48
Italia
Repsol-YPF
3,5%
30
Spagna

 

* Texaco e Chevron hanno dato vita ad una fusione nel mese di ottobre.Il nuovo gruppo è il quinto nel mondo per quote di controllo del mercato petrolifero ma diventa il quarto per capitalizzazione.

I conflitti tra le grandi compagnie (vedi i datidi Challenge)

Il petrolio come "arma da guerra"
Il "Piano Kissinger" del 1973 scatenato contro le "pruderie europee" tese a sottrarsi dall'egemonia del dollaro, può essere definito chiaramente come l'ispiratore dello shock petrolifero dei primi anni '70.
In questi due anni gli Stati Uniti sono intervenuti pesantemente contro l'ambizione dell'euro a diventare una valuta idonea nelle transazioni internazionali e capace di competere con il dollaro (a questo obiettivo non é affatto estranea la guerra scatenata contro la Jugoslavia lo scorso anno).
Il mix tra la guerra per abbassare il valore dell'euro e l'escalation dei prezzi petroliferi in dollari (in cui l'Europa paga ancora una forte dipendenza), si é rivelato micidiale.
Due anni fa, il falco Paul Wolfowitz curò la stesura di un documento in cui denunciava che il prezzo del petrolio era troppo basso e bisognava alzarlo (7).
Un commentatore economico, rivela come gli Stati Uniti abbiano apertamente lavorato dal 1998 in poi per far salire il prezzo del greggio facendo pressione sui paesi produttori (oggi accusati a fini elettorali di aver alzato troppo i prezzi) affinché tagliassero la produzione. Poi ha imposto un aumento della produzione ed infine ha fatto ricorso alle riserve strategiche per avere un'arma di ricatto (8).
Gli USA, inoltre, continuano ad opporsi ferocemente al rientro dell'Iraq sul mercato petrolifero, un fattore questo che avrebbe immediate ripercussioni sia sulla offerta mondiale che sull'andamento dei prezzi. Occorre tenere conto che l'Iraq oggi può portare solo 2,3 milioni di barili al giorno sul mercato (ma potrebbe portarne fino a 6 milioni se non fosse sotto embargo) mentre l'Arabia Saudita (che non è sottoposta alle limitazioni dell'embargo e del progetto "food for oil") ne porta sul mercato solo 2,5 milioni. Per bloccare l'Iraq e mantenere il controllo sul mercato mondiale del petrolio, gli USA hanno già dimostrato - in questi dieci anni - di essere disposti a fare la guerra.

Il nuovo ruolo strategico dell'area del Mar Caspio
Ma l'obiettivo degli Stati Uniti non é solo quello di vincere la competizione con l'area dell'euro o di mantenere il controllo del mercato petrolifero. La loro ambizione è il dominio globale e questo ha bisogno di sistematizzazione di tutti i fattori: economici e geopolitici.
Per comprendere le direttrici della la politica statunitense rinviamo alla lettura attenta del "nuovo Mein Kampf" redatto da Zbignew Brzezinski nel suo libro "La Grande Scacchiera".
In questo senso va analizzato lo scontro in corso con la Russia nell'area del Mar Caspio per la definizione della mappa dei corridoi energetici capaci di portare il petrolio di questa regione sui mercati ricchi.
L'amministrazione Clinton ha dovuto forzare la mano alle multinazionali petrolifere per convincerle a sostenere il progetto dell'oleodotto da Baku (Azerbaijan) a Ceyhan (Turchia) mentre le compagnie ritenevano economicamente più vantaggioso quello che attraversava la Russia (inclusa la Cecenia) e finiva nel terminale russo sul Mar Nero di Novorossik.
Le pressioni del Dipartimento di Stato e una riduzione fiscale, hanno infatti "persuaso" le grandi compagnie ad assecondare gli assetti geopolitici delineati dall'amministrazione USA. I teorici della indipendenza delle multinazionali dai governi in questo caso sembrano essere stati smentiti dai fatti.
Certo su questo mutamento di rotta hanno pesato anche le valutazioni economiche. Con un prezzo del greggio troppo basso, gli investimenti nell'area del Caspio non erano convenienti sul piano economico anche se necessari sul piano del controllo geopolitico.
Con un prezzo più alto, i costi di estrazione, raffinazione e distribuzione del petrolio del Mar Caspio diventano appetibili."Con l'aumento dei prezzi, la pipeline tra Baku e Ceyhan, il terminale turco sul Mediterraneo, torna ad essere un investimento attraente" commenta il Sole 24 Ore (9)
Secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia "le riserve del Caspio, in sé per sé, potrebbero essere una significativa fonte alternativa di offerta mondiale di petrolio e gas". Nell'ipotesi ottimistica, quella di prezzi alti del petrolio, la regione del Caspio potrebbe fornire nel 2010 "il 50% dell'incremento della produzione non OPEC" (10).
Nell'ultimo numero di Le Monde Diplomatique, due ricercatori ricostruiscono e disegnano piuttosto nitidamente lo scontro che si va addensando nell'area Caspico-Cucasica tra USA e Russia. (11).
Gli fa eco un altro falco come Caspar Weinberger che sintetizza bene questo disegno: "Se Mosca riuscisse a dominare il Mar Caspio, sarebbe per lei una vittoria più importante di quella che l'Ovest ha ottenuto con l'allargamento della NATO a Est" ha dichiarato all'International Herald Tribune. La guerra in Cecenia va inquadrata concretamente in tale contesto.
La posta in gioco è dunque altissima. La storia dell'oro nero continua ad essere mischiata con quella delle guerre del passato e del prossimo futuro.

OTTOBRE 2000

NOTE:
(1) Le altre crisi sono quelle del '73 ( guerra del Kippur), quella del '79 (rivoluzione iraniana), quella del '90/'91 (guerra del Golfo).
(2) Secondo l'OPEC, la ripartizione dei guadagni sul petrolio è la seguente: 16% ai paesi produttori,
16% alle compagnie di distribuzione, 68% ai governi dei paesi consumatori.
(3) Le previsioni dell'AIE sono pubblicate in appendice a "Energia e strategia" curato dall'Istituto Affari Internazionali e pubblicato da Sugarco nel 1983.
(4) "Petrolio, crisi da eccesso di domanda" in Sole 24 Ore del 1 ottobre 2000.
(5) Sole 24 Ore del 26 settembre 2000
(6) CorrierEconomia del 9 ottobre 2000.
(7) Paul Wolfowitz é stato il sottosegretario alla Difesa dell'Amministrazione Bush che nel 1992 curò il famoso rapporto del Pentagono che minacciava i "partner" a non nutrire ambizioni di mettere in discussione la leadership mondiale degli Stati Uniti. Attualmente insegna alla Jhon Hopkins University ed \'8f nello staff del candidato presidenziale George Bush jr.
(8) Franco Zallio "Crisi petrolifera? L'Europa può evitarla" in CorrierEconomia del 16 ottobre 2000
(9) "La nuova geopolitica dell'oro nero" in Sole 24 Ore del 29 marzo 2000
10) International Energy Outlook 2000, segnalato da Cesare Giannoni in "Autocombustione.Petrolio e dintorni del mercato mondiale", la Contraddizione nr.79, agosto/settembre 2000.
(11) "I conflitti nel Caucaso e il braccio di ferro russo-americano" in Le Monde Diplomatique,ottobre 2000. Sulla questione dei corridoi energetici e del conflitto nell'area del Mar Caspio-Caucaso vedi anche
"Riflessioni sulla guerra imperialista in Jugoslavia", Quaderni del CESTES, giugno 1999


 

11 settembre: I conti non tornano

L’intervista che segue ad Andreas Von Bülow, ex ministro della Ricerca e della tecnologia della RFT, è stata publicata dal giornale tedesco Tagesspiegel del 13 gennaio 2002

Tagesspiegel

Mi sembra che Lei sia molto in collera e veramente preoccupato
Von Bülow Posso spiegare quel che mi tormenta. Sto constatando che dopo i terribili attacchi dell’11 settembre tutta l’opinione pubblica viene canalizzata a forza in una direzione che ritengo falsa.
Tagesspiegel Che cosa intende dire?
Von Bülow Mi preoccupo per le tante domande che non vengono poste. Normalmente, dopo un fatto così eclatante ci sono piste ed indizi che vengono commentati dagli investigatori, dai media, dal governo: sono cose concrete o no? Le spiegazioni che vengono date sono plausibili? ... Questa volta invece non c’è stato niente del genere. Si è visto già a poche ore dagli attaccchi a New York e Washington...
Tagesspiegel Sono state ore di orrore e di dolore.
Von Bülow E’ vero, ma rimane un fatto assai strano: gli USA contano non meno di 26 servizi di informazione che da soli assorbono un bilancio di 30 miliardi di dollari...
Tagesspiegel Più dell’intero bilancio della difesa della Germania
Von Bülow ... e non sono stati in grado di evitare questi attacchi. Non avevano il minimo sospetto di quello che stava per accadere. Nei 60 minuti decisivi, i militari e i servizi di informazione hanno tenuto a terra gli aerei da caccia. Però 48 ore dopo l'FBI presentava già una lista di attaccanti kamikaze. Dieci giorni dopo furono costretti a constatare che sette di loro erano vivi e vegeti.
Tagesspiegel Davvero?
Von Bülow Sì. E perchè il capo dell' FBI non ha preso nessuna misura di fronte a queste incoerenze? Da dove veniva quella lista, perchè era sbagliata? Se fossi al posto del procuratore generale in un caso simile mi rivolgerei regolarmente al pubblico per fornire informazioni sulle piste ritenute valide e su quelle che si rivelano false.
Tagesspiegel Il governo degli USA ha parlato di una situzione di emergenza in seguito agli attacchi. Hanno detto che erano in guerra. Non è comprensibile che non si voglia far sapere al nemico che cosa si sa di lui?
Von Bülow Naturalmente. Ma un governo che parla di guerra deve innanzitutto stabilire chi è che lo ha attaccato, chi è il nemico. Ha il dovere di fornire le prove. Per propria ammissione il governo USA non è stato invece in grado di fornire prove che potessere essere considerate valide da un tribunale.
Tagesspiegel Alcune informazioni relative agli attacchi sono state confermate da documenti. Il capo presunto, Mohammad Atta, la mattina dell’11 settembre aveva lasciato Portland per Boston dove doveva prendere l’aereo che avrebbe colpito il World Trade Center.
Von Bülow Se Atta era l’uomo che ha diretto l’operazione è davvero strano che abbia rischiato un margine di tempo così ristretto per prendere il volo di coincidenza. Se il suo volo avesse avuto qualche minuto di ritardo non avrebbe potuto salire sull’aereo dirottato. Possibile che un terrorista così sofisticato agisca in questo modo? Inoltre si può vedere sulla CNN (internet) che nessuno dei nomi appare sulla lista ufficialedei passeggeri e nessuno è stato sottoposto ai controlli di sicurezza al momento dell’imbarco. Perchè nessuno dei piloti minacciati ha mandato il segnale segreto «7700» alla torre di controllo? E ancora: perchè le scatole nere che sono a prova di fuoco e d’urto e le registrazioni delle voci non contengono alcun dato utile?...
Tagesspiegel Si ha quasi l’impressione di......
Von Bülow ... di trovarsi di fronte ad attaccanti che nel preparare l’azione lasciano più tracce di un branco di elefanti in preda al panico. Hanno pagato con carte di credito, hanno dato ai loro istruttori di volo i nomi veri. Si sono lasciati dietro automobili noleggiate con manuali di volo per aerei jumbo in arabo. Si sono portati dietro per il viaggio suicida testamenti e lettere d’addio che sono caduti in mano dell' FBI perchè messi nei posti sbagliati o male indirizzati. Sono stati lasciati indizi da seguire come nei giochi per bambini.
C’è anche la teoria avanzata da un ingegnere aereonautico inglese secondo cui il pilotaggio, il controllo dell’aereo, può essere assunto dall’esterno. Gli USA avevano sviluppato questa tecnologia negli anni settanta proprio per poter soccorrere aerei dirottati intervenendo sul sistema di pilotaggio automatico. Secondo questa teoria saremmo in presenza di una manipolazione di questa tecnica. E’ solo una teoria ...
Tagesspiegel Davvero sconcertante. E questa ipotesi non è stata mai presa in considerazione.
Von Bülow Appunto! Io non ritengo valida questa teoria, ma penso che valga la pena di prenderla in considerazione. E che dire a proposito delle transazioni di borsa oscure? Nella settimana che ha preceduto gli attacchi, il volume delle transazioni di azioni d American Airlines, United Airlines e di alcune compagnie di assicurazione è aumentato del 1200% per un totale di 15 miliardi di dollari. Qualcuno doveva dunque sapere qualcosa. Chi?
Tagesspiegel Perchè non prova Lei a dire chi potrebbe esserci dietro la speculazione?
Von Bülow Questi attacchi terrificanti hanno permesso il lavaggio del cervello delle masse nelle democrazie occidentali. L’immagine del nemico propria dell’anticomunismo non funziona più e deve essere sostituita da quella dei popoli islamici. Sono accusati di aver fatto nascere il terrorismo suicida.
Tagesspiegel Lavaggio del cervello? E’ un termine pesante.
Von Bülow Davvero? Ma questa idea dell’immagine del nemico non l’ho inventata io. Viene da Zbigniew Brzezinski e Samuel Huntington, due consiglieri incaricati di elaborare la politica dei servizi di informazione e la politica estera del governo degli Stati Uniti. Già a metà degli anni ’90 Huntington riteneva che le opinioni pubbliche in Europa e negli Stati Uniti avessero bisogno di odiare quaalcuno, in modo da rafforzare il senso di appartenenza nella loro società. E Brezinski, il cane rabbioso, consigliere del presidente Carter, si batteva perchè gli Stati Uniti avessero il diritto esclusivo di impadronirsi di tutte le materie prime del mondo, soprattutto del petrolio e del gas naturale.
Tagesspiegel Vuol forse dire che gli avvenimenti dell’11 settembre ...
Von Bülow ... si iscrivono perfettamente nelle strategie dell’industria bellica, dei servizi segreti e di tutto il complesso militare-industriale-accademico. E’ un fatto che colpisce con grande evidenza. Le enormi riserve di materie prime nell’ex Unione Sovietica sono adesso a loro disposizione e lo stesso vale per le vie del petrolio e ...
Tagesspiegel Su questo punto Erich Follach ha scritto molte pagine col titolo "E’ una faccenda di basi militari, di droga e di riserve di petrolio e gas naturale" (Spiegel)
Von Bülow Posso dire che la pianificazione degli attacchi è stata magistrale dal punto di vista tecnico e organizzativo. Dirottare qattro enormi aerei in pochi minuti e portarli con manovre aeree complesse nell’arco di un’ora sugli obiettivi! E’ impensabile senza l’appoggio, e per anni, degli apparati segreti dello stato e dell’industria.
Tagesspiegel Lei è dunque un fautore della teoria della cospirazione!
Von Bülow Sì, certo. Così vengono ridicolizzati coloro che sollevano questi problemi da parte di quanti preferiscono seguire la linea ufficiale, politicamente corretta. Anche i giornalisti di inchiesta sono ubriacati di propaganda e di disinformazione. Chi mette in dubbio la versione ufficiale non può essere del tutto sano di mente. E’ così che li presentate!
Tagesspiegel La Sua carriera milita contro l’idea che lei non sia sano di mente. Lei è stato ministro della difesa già nel 1970 e poi nel 1993 rappresentante del partito socialdemocratico SPD nella Commissione di Inchiesta Schalck-Golodkowski.
Von Bülow E tutto ha avuto inizio proprio in quel periodo. Fino ad allora non avevo particolari conoscenze sul lavoro dei servizi segreti. E in quel periodo siamo stati costretti a fare i conti con una profonda contraddizione: abbiamo fatto luce sulle trame della STASI e di altri servizi segreti del blocco orientale nel campo della criminalità economica, ma non appena cercavamo di sapere qualcosa delle attività del BND (servizio segreto tedesco) o della CIA venivamo subito bloccati. Nessuna informazione. Nessuna cooperazione. Niente. Per la prima volta mi sono sentito impotente.
Tagesspiegel Schalk-Golodkowski tra l’altro era legato a diverse attività all’estero. Quando seguivate quella pista da vicino ...
Von Bülow ... abbiamo trovato per esempio una pista a Rostock, dove Schalk aveva organizzato un deposito di armi. E poi ci siamo imbattuti nella filiale di Schalk a Panama e poi in Manuel Noriega, che per molti anni è stato insieme presidente, trafficante di droga e tramite per il lavaggio di denaro sporco. E Noriega era anche sul libro paga della CIA per 200.000 dollari all’anno. Sono cose che mi hanno dato da pensare.
Tagesspiegel Lei ha scritto un libro sulle trame della CIA e consorti ed è divenuto esperto degli strani fenomeni legati all’attività dei servizi segreti.
Von Bülow "Strani fenomeni" non è il termine adatto. Quello che si faceva e ancora si fa in nome dei servizi segreti è una vera e propria attività criminale.
Tagesspiegel Che definizione darebbe del lavoro dei servizi?
Von Bülow A scanso di equivoci, io ritengo del tutto ragionevole avere dei servizi segreti.
Tagesspiegel Lei non sembra affatto convinto della proposta dei Verdi che vorrebbero smantellare i servizi.
Von Bülow No infatti. Bisogna essere in grado di dare un’occhiata dietro le quinte. Cercare di ottenere informazioni sulle intenzioni del nemico è una cosa logica. E’ importante cercare di mettersi nei suoi panni. Ma per comprendere i metodi della CIA bisogna prendere in esame i suoi compiti più importanti che sono le operazioni clandestine: a un livello più basso di quello della guerra aperta e prescindendo completamente dal diritto internazionale, alcuni stati esteri vengono presi di mira mediante l’organizzazione di insurrezioni, di attacchi terroristici, legati spesso al commercio della droga e delle armi e al lavaggio di denaro sporco. La sostanza è molto semplice. Gruppi violenti vengono riforniti di armi.. Siccome però si deve evitare ad ogni costo che si sappia che dietro c’è un servizio segreto, tutte le tracce vengono occultate con l’impiego di enormi risorse. I servizi segreti di questo tipo impiegano, penso, il 90% del loro tempo in questo modo, cioè per creare false piste. Così se qualcuno sospetta la collaborazione di questi enti viene accusato di soffrire di cospirazionite. La verità verrà fuori solo molti anni dopo. Il capo della CIA Allen Dulles lo aveva detto chiaramente: "in caso di dubbio mentirei anche di fronte al Congresso!"
Tagesspiegel Il giornalista statunitense Seymour M. Hersh ha scritto sul New York Times che anche gli esperti della CIA e del governo ritenevano che certe piste fossero state fabbricate per confondere gli inquirenti. Chi avrebbe potuto far ciò, signor Von Bülow?
Von Bülow Questo non lo so. Come potrei? Mi limito a usare il semplice buon senso e ... Insomma. I terroristi hanno agito in modo da attirare l’attenzione. Come la storia dei musulmani praticanti che entrano in un locale di spogliarello, si ubriacano e mettono dei biglietti di banca nelle mutande della ballerina.
Tagesspiegel Succede anche questo.
Von Bülow Forse. Lottando da solo non posso certo provare niente. E’ al di là delle mie possibilità. E tuttavia ho qualche difficoltà a immaginare che tutto ciò sia opera dello spirito di un uomo malvagio dalla sua caverna.
Tagesspiegel Signor Von Bülow, Lei stesso dice di essere solo a sostenere questa critica. In passato Lei era parte del mondo politico, adesso è piuttosto in disparte.
Von Bülow Questo a volte può rappresentare un problema, ma ci si abitua. Tra parentesi, conosco molta gente, anche personaggi influenti, che sono d’accordo con me, ma solo a bassa voce, mai in pubblico.
Tagesspiegel Ha ancora contatti con i suoi vecchi compagni della SPD come Egon Bahr e l’ex cancelliere Helmut Schnidt?
Von Bülow Non ho più contatti stretti. Volevo andare all’ultimo congresso dell’SPD ma mi sono ammalato.
Tagesspiegel Si considera il prtavoce tipico dell’antiamericanismo?
Von Bülow E’ assurdo. Quello che penso non ha niente a che vedere con l’antiamericanismo. Sono un grande ammiratore di quella società aperta e libera e lo sono sempre stato. Ho studiato negli Stati Uniti.
Tagesspiegel Come Le è venuta l’idea che ci possa essere un rapporto tra gli attacchi e i servizi segreti statunitensi? Von Bülow Si ricorda del primo attacco contro il Worl Trade Center nel 1993?
Tagesspiegel Ci sono stati sei morti e più di un migliaio di feriti per l’esplosione di una bomba.
Von Bülow Al centro c’era il costruttore della bomba, un ex ufficiale egiziano, che ha raccolto intorno a sè alcuni musulmani per l’attacco. La CIA li ha fatti entrare nel paese nonostante il divieto di reingresso da parte del Dipartimento di Stato. Il capo della banda era al tempo stesso anche informatore dell’FBI e si era accordato con le autorità: all’ultimo momento l’esplosivo doveva essere sostituito con una polvere inoffensiva. L’FBI non ha rispettato l’accordo. La bomba dunque è esplosa con la conoscenza, per così dire, dell’FBI. La storia ufficiale del crimine fu poi presto scritta: i responsabili erano dei criminali musulmani.
Tagesspiegel Quando le truppe sovietiche entrarono in Afghanistan lei era al governo con Helmut Schmidt. Come fu presa la cosa?
Von Bülow Gli statunitensi premevano per sanzioni commerciali e pretendevano il boicottaggio dei giochi olimpici di Mosca ...
Tagesspiegel ... che il governo tedesco adottò.
Von Bülow E oggi sappiamo che si trattava di una strategia formulata da Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza del governo degli Stati Uniti, per destabilizzare l’Unione Sovietica partendo dai paesi musulmani confinanti. Hanno attirato i russi in Afghanistan e poi gli hanno preparato l’inferno in terra, il loro Vietnam. Col sostegno decisivo dei servizi segreti statunitensi almeno 30.000 combattenti musulmani erano stati addestrati in Afghanistan e Pakistan, un’accozzaglia di elementi fanatici che erano e tuttora sono pronti a tutto. Uno di loro si chiamava Osama Ben Laden. Già diversi anni or sono ebbi modo di scrivere che «da quella nidiata sono venuti i Talebani che, cresciuti nelle scuole coraniche finanziate con fondi statunitensi e sauditi, si sono impadroniti dell’Afghanistan che ora terrorizzano e distruggono».
Tagesspiegel Lei dice che per gli Stati Uniti è un problema di materie prime nella regione e tuttavia il punto di partenza dell’aggressione è stato l’attacco terroristico che è costato migliaia di vite umane.
Von Bülow E’ vero. Non dobbiamo perdere di vista l’attacco terroristico. Tuttavia, analizzando politicamente i processi è lecito porsi degli interrogativi e constatare chi ne ha tratto vantaggio e chi è stato danneggiato e i fattori attribuibili a coincidenze. Per chi ha dei dubbi vale la pena guardare una carta geografica e segnarvi le principali fonti di materie prime e le vie che le collegano. Poi le si può sovrapporre una mappa delle guerre civili e dei conflitti e si vedrà che coincidono. E anche una terza carta coincide con le prime due: quella che riporta gli snodi fondamentali del commercio della droga. Queste coincidenze dimostrano che i servizi segreti non sono lontani. Bisogna anche sapere che la famiglia Bush è legata al petrolio, al gas e al commercio delle armi tramite la famiglia Ben Laden.
Tagesspiegel Che cosa pensa dei video di Ben Laden?
Von Bülow Quando si ha a che fare con i servizi segreti non è difficile immaginare manipolazioni di ogni sorta. Hollywood avrebbe potuto fornire le tecniche Non ritengo affatto che i video rappresentino una prova adeguata.
Tagesspiegel Pensa che la CIA sia capace di qualsiasi cosa?
Von Bülow La CIA nel quadro degli interessi dello stato non è tenuta a rispettare nessuna legge nei suoi interventi all’estero e non è limitata dal diritto internazionale. Il presidente dà le direttive. Se poi vengono ridotti i fondi e all’orizzonte si intravede la pace, allora da qualche parte esplode una bomba. Ciò dimostra che non si possono trascurare i servizi segreti e si comprende che i loro critici siano considerati "dei pazzi", secondo l’espressione usata da Bush senior, capo della CIA e presidente. Bisogna rendersi conto che gli Stati Uniti spendono 30 miliardi di dollari per i servizi segreti e 13 miliardi per l’attività antidroga. E il risultato qual'è? Il capo di un’unità speciale antidroga, in preda allo sconforto dopo trent’anni di servizio, dichiarò che ogni volta che mettevano le mani su qualche cosa di importante, interveniva la CIA per sottrarre loro la competenza.
Tagesspiegel Lei critica il governo tedesco per le sue reazioni dopo l’11 settembre?
Von Bülow No. Ritenere che il governo potesse essere indipendente su queste faccende sarebbe ingenuo.
Tagesspiegel Signor Von Bülow, che farà ora?
Von Bülow Niente. Il mio compito è concludere dicendo che non è possibile che i fatti si siano svolti come ci viene raccontato. Cercate la verità.

 

 

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