FISICA/MENTE

 

Paul Johnson, storico di destra. "...alcuni stati non sono in grado di governarsi da soli [...] e' una missione del mondo civilizzato governare queste zone disperate". L'occidente "avra' la soddisfazione di ricevere la gratitudine di milioni di persone che, grazie a questa rinascita altruista  del colonialismo, troveranno l'unica via d'uscita possibile dalla loro miseria".  "The New Colonialism"  in The New York Times Sunday Magazine del18 aprile 1993.

LO STORICO PAUL JOHNSON ELENCA TUTTI GLI ERRORI DI NAPOLEONE - UN LIBRO CHE UTILIZZA IL PASSATO PER AMMONIRE IL PRESIDENTE USA


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George W. Bonaparte

Le gesta dell’imperatore «da non imitare mai»: strumentalizzando la richiesta di riforme e di libertà diede vita al primo regime totalitario

di Maurizio Molinari

«All'inizio del XXI secolo dobbiamo imparare dagli errori di Napoleone Bonaparte per capire che cosa non si deve fare per guidare un impero». Inizia così il saggio Napoleon (190 pagine, edito dalla Viking Book di New York) con cui lo storico Paul Johnson descrive freddamente il decalogo del non fare per chiunque voglia guidare una nazione egemone nella propria epoca. E’ il terzo libro uscito nell’America di George Bush che affronta, fra politica e storia, il tema di come un impero deve essere gestito, quali devono essere i suoi valori e principi fondamentali. Il dibattito che tiene banco è sulle caratteristiche che il primo impero del XXI secolo deve, o non deve, avere per garantirsi progresso economico e successo politico.

Il primo a gettare il sasso nello stagno fu l’ex Segretario di Stato dell’amministrazione Nixon, Henry Kissinger, con il suo Does Us Need a Foreign Policy? (Gli Stati Uniti hanno bisogno di una politica estera?) nel quale suggeriva a Bush di mandare in soffitta una volta per tutte l’isolazionismo dei repubblicani duri e puri in favore di una nuova proiezione americana nel mondo con primo obiettivo la creazione di una grande area di democrazia e libero scambio dall’America Latina alla Siberia.

Poi è stata la volta del saggista Robert Kaplan, penna di punta di Atlantic Monthly, che con Warrior Politics indicò alla Casa Bianca come via da seguire gli esempi che vengono dai grandi imperi dell’Antichità classica al fine di indovinare come vincere guerre ed anarchia nel nuovo secolo.

Adesso a dire la sua è lo storico britannico Paul Johnson che rovescia l’approccio di Kissinger e Kaplan e anziché dare suggerimenti sul «cosa fare» enumera freddamente gli atti e le scelte che un buon condottiero imperiale non deve «mai» compiere. La riflessione di Johnson ruota attorno alle gesta del còrso Napoleone Bonaparte, l’imperatore di Francia «da non imitare mai» perché strumentalizzando la richiesta di riforme e libertà del suo popolo diede vita al primo dei regimi totalitari dell’epoca moderna, precursore dell’assolutismo e delle dittature del Novecento a partire da Mussolini, Stalin e Hitler. Johnson parla di Napoleon rivolgendosi chiaramente a Bush - pur non nominandolo mai a differenza di Kissinger e Kaplan - ed elenca quindi con freddezza le caratteristiche che un leader non deve avere, pena la perdita dell’impero e la morte in esilio: opportunismo politico, violenza militare distruttiva, carenza di immaginazione, passione per la guerra totale, disattenzione per l’economia, sfruttamento alla cultura nazionale come un’arma.

L’opportunismo politico. Napoleone non fu un ideologo ma un opportunista che sfruttò l’incidente della rivoluzione francese per proiettarsi in cima al potere. I casi di Gran Bretagna e Svezia dimostrano che i francesi ottennero con la forza e con il sangue ciò che avrebbe potuto essere ottenuto con mezzi pacifici. La rivoluzione in Francia portò ad un assolutismo di cui beneficiò solo Napoleone. Invece di prendere esempio da George Washington che trasformò le vittorie militari in progressi civili e rinunciò al ruolo della forza in favore dello stato di diritto, Napoleone ripose sempre fiducia nelle baionette perché la violenza era l’unica lingua che capiva.

Violenza distruttiva. Napoleone travolse l’Europa con le guerre più distruttive che il continente avesse mai conosciuto fino a quel momento, per la prima volta grandi eserciti ebbero un ruolo decisivo sui campi di battaglia ed i loro scontri si trasformarono in guerre di popoli. Prima l’Italia poi l’Europa Centrale ed infine Spagna e Russia divennero vittima delle conquiste di Napoleone. La Germania venne invasa a ripetizione e fu così che si generò un nazionalimo destinato a diventare aggressivo nei 150 anni seguenti.

Carenza di immaginazione. L’acquisto della Louisiana fu il più grande esempio di fallimento. La regione era talmente grande che avrebbe dato origine a 13 Stati degli Usa, la Francia si fece pagare appena quattro centesimi per ettaro per darla via. Se Napoleone avesse esplorato il territorio e creato un enorme dominio oltreatlantico, invece di costruire l’impero con le guerre in Europa, avrebbe arricchio e non impoverito la Francia.
Guerra totale. Con Bonaparte si affermò un nuovo concetto di guerra articolato in nuove istituzioni: la polizia segreta, lo spionaggio su larga scala da parte di professinisti, la macchina di propaganda del governo, la falsificazione di movimenti ed elezioni in apparenza democratiche. Durante la campagna in Egitto Napoleone sfruttò abilmente le informazioni in possesso per far credere a Parigi che la sconfitta subita non fosse davvero tale.

Disattenzione per l’economia. La Francia pagò un prezzo molto alto alle guerre di Napoleone in Africa e in Europa perché nel periodo in cui l’Europa crebbe velocemente i francesi si impantanarono nella stagnazione passando da potenza di prima classe a potenza di seconda classe.
La cultura come arma. Nato quasi italiano, Napoleone divenne francese e sfruttò la cultura francese come una quinta colonna nel campo nemico per sedurre defettori ed anche intellettuali come Hegel. Lo Stato totalitario del 20° secolo in Russia, Italia e Germania, che sovrapponeva cultura, Stato e potere, fu conseguenza dell’eredità del modello di totalitarismo di Napoleone.

Il messaggio di Johnson è paludato ma tagliente: prima di studiarsi le battaglie dell’antichità e progettare la diplomazia dei prossimi 50 anni, Bush farebbe bene a tenere a mente i sei errori che furono fatali a Napoleone Bonaparte ed alla Francia. Al fine di non commetterli mai. Immergere i consigli di Johnson nell’agenda del presidente ne consegue il suggerimento che Bush deve scommettere sull’immaginazione personale e l’affidabilità economica per vincere le sfide che ha di fronte, respingendo chi gli suggerisce di condurre guerre totali in giro per il mondo e di applicare leggi illiberali negli Stati Uniti.

25 luglio 2002


PEACELINK

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IL MONDO A SENSO UNICO

WALDEN BELLO

 

[Walden Bello e' una delle voci piu' autorevoli del movimento per la globalizzazione dei diritti. Questo articolo e' apparso in due puntate sul quotidiano "Il manifesto" il 10 e il 12 gennaio. Alcune tesi qui sostenute andrebbero discusse ed a nostro avviso diversamente articolate, contestualizzate e complessificate; ma il testo e' significativo anche perche' esemplare non solo di alcune delle giuste ragioni, delle corrette interpretazioni e delle opportune proposte, ma anche delle semplificazioni, delle reticenze, delle mezze verita', delle aporie e degli errori (anche gravissimi) presenti nel riflettere e nell'agire del plurale ed assai contraddittorio movimento che si oppone alla globalizzazione neoliberista, ed anche per questo ci pare utile proporlo ai nostri interlocutori]

Secondo la logica di Washington ormai si dovrebbe festeggiare dappertutto coi fuochi d'artificio, mentre i crociati dell'anti-terrorismo mirano al nascondiglio di Osama bin Laden a Tora Bora. Invece l'Europa resta fredda, c'e' apprensione in tutto il Sud, e un profondo sconforto attanaglia molta parte del mondo arabo e musulmano. Le ragioni sono evidenti: almeno 4.000 morti, molti dei quali civili, quattro milioni di profughi, il ritorno a un caos tribale accompagnato dallo smembramento dell'autorita' centrale. Cio' che bin Laden e la sua organizzazione hanno fatto e' stato orribile e ingiustificabile - ma e' lecito fare questo a un paese in nome della giustizia? Ancora una volta, gli americani hanno distrutto la citta' allo scopo di salvarla. Washington, comunque, non permettera' che simili inezie sciupino il suo stato d'animo da trionfatore. I Taleban e Al Qaeda sono stati annientati, ma questa vittoria ha per il Pentagono un significato piu' ampio. Una forza aerea massiccia e dotata di strumenti di precisione pu' far vincere le guerre senza quasi impiegare le truppe di terra e, dunque, quasi senza vittime americane. Con questa rinnovata fiducia in cio' che lo storico militante Russel Weigley ha chiamato "the American Way of War" - massiccia potenza di fuoco, alta tecnologia, vittoria totale - Washington sta ora prendendo seriamente in considerazione lo stesso tipo di intervento in altri stati, accusati di fornire aiuto e sostegno ai terroristi. I principali candidati sono Yemen, Sudan, Somalia e Iraq. E sarei stupito se gli eventi in Afghanistan non avessero contribuito a rafforzare il ruolo militare degli Usa nella guerra alla droga in Colombia. Newsweek riferisce che le autorita' colombiane, alla ricerca di un ruolo piu' risolutivo degli Usa, stanno ora "cercando di dimostrare i paralleli tra i Taliban e i loro movimenti guerriglieri...". Insieme al ritorno della fiducia nell'"American Way of War", l'intervento diretto negli affari dei paesi in via di sviluppo sta ottenendo una rinnovata rispettabilita'. A Washington e a Londra, da settembre, il rispetto per la sovranita' nazionale e per l'autodeterminazione si e' ulteriormente ridotto. Gli intellettuali conservatori danno voce alle opinioni che stati potenti non possono esprimere... ancora. Una formulazione arrogante viene da Paul Johnson, autore di Modern Times: "... la miglior soluzione a medio termine sara' riportare in vita il vecchio sistema della Lega delle nazioni, basato sul "mandato", che ha ben funzionato come forma rispettabile di colonialismo tra le guerre... I paesi che non possono vivere in pace con i loro vicini e che combattono una guerra nascosta contro la comunita' internazionale non possono aspettarsi l'indipendenza totale. Con tutti i membri permanenti del Consiglio di sicurezza che ora appoggiano, in gradi diversi, l'iniziativa americana, non dovrebbe essere difficile escogitare una nuova forma di "mandato" alle Nazioni Unite che ponga gli stati terroristici sotto una supervisione". Non sorprende che poche di queste analisi affrontino le ragioni fondamentali di risposte estreme come il terrorismo: confini coloniali che hanno assicurato conflitti post-coloniali, marginalizzazione persistente dei nuovi paesi in un ordine economico globale iniquo, il persistente controllo del Nord di aree contenenti massicce riserve di petrolio e gas per rifornire di petrolio la civilta' ad alto consumo energetico dell'Occidente. La prossima fase in Afghanistan si sta trasformando nell'ultimo esperimento del nuovo sistema basato sull'"amministrazione fiduciaria" o sul "mandato" che fa seguito al fallimento della prima importante iniziativa, fallimento dovuto all'atteggiamento recalcitrante della Somalia nel 1993. All'Unione europea si chiede di fornire - sotto la leadership britannica, naturalmente - una forza di occupazione permanente mentre l'Onu, per riempire il vuoto politico, dovrebbe mediare per un "governo rappresentativo" tra i gruppi tribali in competizione tra loro. Washington sembra operare in base al seguente principio: unilateralismo nell'azione militare, multilateralismo nell'ingegneria politica - in modo da far ricadere la colpa sugli altri, se la struttura politica dovesse crollare. Intanto, sul fronte interno, le leggi e i decreti presidenziali che restringono i diritti alla privacy e alla libera circolazione sono stati approvati con una rapidita' e una facilita' stupefacenti. Nemmeno la guerra fredda era stata presentata in termini cosi' totalitari come la guerra al terrorismo. Scrivendo su The Nation, David Corn osserva che a sole nove settimane dall'inizio di questa guerra, negli Usa sono state approvate leggi, e firmati decreti presidenziali, che istituiscono tribunali militari segreti per giudicare cittadini non statunitensi; criminalizzano gli immigrati; autorizzano il procuratore generale a mettere gli stranieri sotto chiave a tempo indeterminato sulla base di semplici sospetti; estendono l'uso di intercettazioni e perquisizioni segrete; consentono il ricorso a prove segrete nei procedimenti di immigrazione a cui gli stranieri non possono accedere, ne' possono respingere; distruggono la segretezza della relazione cliente-avvocato consentendo al governo di spiarla; istituzionalizzano i profili razziali ed etnici. Allo stesso modo, molti alleati europei degli Stati Uniti hanno subito approfittato del clima di lotta al terrorismo per cercare di far passare un insieme di leggi che prima dell'11 settembre erano ferme. In Europa, comunque, i cittadini e i parlamenti non si stanno dimostrando cosi' disponibili - compreso, a sorpresa, il parlamento britannico. Quest'ultimo ha bocciato la proposta draconiana di Tony Blair che avrebbe permesso ai rappresentanti dell'accusa di arrestare e tenere in carcere a tempo indeterminato qualunque straniero sospettato di terrorismo. La legislazione post-11 settembre e' altrettanto preoccupante per le sue conseguenze internazionali. Cio' a cui assistiamo e' l'istituzionalizzazione di un regime di unilateralismo legale: l'ultimo pacchetto di leggi e decreti presidenziali ha dato a Washington il potere di fare all'estero praticamente qualunque cosa per catturare i terroristi. Le forze armate americane ne hanno dato prova proprio di recente quando, in un'azione del tutto simile alla pirateria, sono salite senza autorizzazione a bordo di una nave di Singapore nel Mare Arabico, hanno immobilizzato l'equipaggio e lanciato un'infruttuosa ricerca dei terroristi. Se in quella ricerca fosse stato scoperto un sospetto, il Pentagono avrebbe potuto trasferirlo in una base Usa, per esempio in Germania, processarlo li' in un tribunale militare segreto e, se fosse stato giudicato colpevole in un processo molto meno rigoroso della giustizia civile, sarebbe stato trasportato negli Stati Uniti per essere ucciso o imprigionato, magari anonimamente. La collaborazione da parte degli stati nel cui territorio i terroristi saranno catturati sarebbe gentile ma non serve, grazie. Gli attacchi di Al Qaeda su New York e Washington sono stati il miglior regalo che gli Usa e l'establishment globale potessero ricevere nella congiuntura storica precedente l'11 settembre. Soltanto poche settimane prima, circa 300.000 persone avevano marciato a Genova nella piu' grande dimostrazione di forza mai data dal movimento contro la globalizzazione capitalistica (anti-corporate globalisation movement). Le proteste di Genova sottolineavano il fatto che la legittimita' delle principali istituzioni del governo globale dell'economia - il Fondo monetario internazionale (Fmi), la Banca mondiale e l'Organizzazione mondiale per il commercio (Wto) - era piu' che mai in ribasso, cosi' come lo era l'intera dottrina di liberalizzazione, deregulation e privatizzazione che va sotto il nome di economia neo-liberale o "Washington consensus". Questa crisi di legittimita' era accresciuta dal fatto che si intrecciava con una profonda crisi strutturale dell'economia globale. Prima dell'11 settembre, una erosione di legittimita' offuscava anche le istituzioni del governo politico nel Nord, in particolare negli Stati Uniti. Un numero crescente di americani aveva cominciato a rendersi conto che la loro democrazia liberale era stata corrotta in modo cosi' pervasivo dalla politica del capitale (corporate money politics), da meritare piuttosto la definizione di plutocrazia. Nelle elezioni presidenziali Usa del 2000, il senatore John McCain aveva condotto una campagna "popolare" incentrandola su una questione: la riforma di un sistema di controllo capitalistico (corporate control system) del sistema elettorale che, fatte le debite proporzioni, non ha eguali al mondo. Il fatto che il candidato piu' favorito dal "big business" avesse perso il voto popolare - e, secondo taluni studi, anche il voto elettorale - e fosse comunque stato eletto presidente, non aveva certo contribuito ad affermare la legittimita' di un sistema politico che era stato descritto da molti osservatori come uno stato di "guerra civile culturale" tra conservatori e liberals. Pur capendo il profondo senso di ingiustizia che trasforma persone comuni in terroristi, i progressisti hanno sempre condannato il terrorismo non solo perche' esso prende vite innocenti, ma anche perche' apre la strada alla controrivoluzione. In verita', gli eventi successivi all'11 settembre si sono svolti secondo il copione classico. Mentre il fumo delle rovine del World Trade Center era ancora denso, il responsabile Usa per il commercio Robert Zoellick ha approfittato dell'occasione per rilanciare la globalizzazione capitalistica (corporate-driven globalization). Sostenendo che era necessario accelerare la liberalizzazione per contrastare il colpo subito dall'economia mondiale con l'11 settembre, Zoellick, il commissario europeo per il commercio Pascal Lamy e il direttore del Wto Mike Moore, hanno provveduto a intimorire i paesi in via di sviluppo costringendoli ad approvare il lancio di una nuova fase di liberalizzazione del commercio durante il quarto meeting del Wto a Doha, in Qatar, lo scorso novembre. La Dichiarazione di Doha ha rimesso in piedi il processo di liberalizzazione del commercio, cioe' il Wto, dopo la sconfitta patita a Seattle. Anche Horst Kohler, direttore del Fondo monetario internazionale, e Jim Wolfensohn, presidente della Banca mondiale, hanno visto la guerra come un'opportunita' per contrastare la crisi delle loro istituzioni. Kohler ha allegramente collaborato a trasformare il Fondo in un elemento chiave del programma complessivo di Washington su stati strategici come il Pakistan e l'Indonesia, abbandonando a se stesso un paese non strategico come l'Argentina, che e' sull'orlo della bancarotta. E Jim Wolfensohn, la cui presidenza e la cui istituzione erano minacciate dalle critiche da destra e da sinistra, ha usato l'11 settembre per proiettare la Banca mondiale come partner privilegiato del Pentagono nella guerra contro il terrorismo, rivestendo il ruolo "soft" consistente nell'affrontare la poverta' che nutre il terrorismo. Per quanto riguarda la crisi del governo politico negli Usa, l'11 settembre ha fatto di George W. Bush, da presidente di una minoranza il cui partito ha perso il controllo del Senato, il presidente forse piu' potente che gli Usa abbiano avuto in tempi recenti - con un gradimento del suo operato dell'86%, secondo un recente sondaggio del New York Times. I liberals, nel frattempo, si sono fatti vieppiu' intimidire. Lo studioso costituzionalista liberal di Harvard Laurence Tribe ha giustificato l'uso dei tribunali militari e la detenzione a tempo indeterminato di oltre 1200 persone, mentre il suo altrettanto famoso collega Alan Dershowitz, riferisce The Nation, "ha suggerito che l'uso della tortura possa essere giustificato, a patto che sia stato autorizzato". Il livello cui gli attacchi alle liberta' tradizionali possono ora arrivare impunemente e' apparso chiaro recentemente, quando il ministro della giustizia John Ashcroft ha deriso quanti avevano criticato le misure di sicurezza dell'amministrazione Bush definendoli allarmisti "che spaventano le persone amanti della pace con fantasmi di liberta' perdute e aiutano i terroristi". Tre sviluppi sono particolarmente pericolosi per il movimento contro la globalizzazione capitalistica. Primo: la polizia, dopo essere stata messa alla berlina per la sua tattica basata sulle provocazioni a Genova, ha ritrovato fiducia nel nuovo contesto, segnato da una maggiore accettazione da parte del pubblico di limitazioni ai diritti politici fondamentali. Secondo: la definizione di "terrorista" in uso sia nella legislazione europea che in quella americana e' talmente vaga da poter essere applicata a gruppi non violenti che sposano la disobbedienza civile, un'arma essenziale del movimento, o a gruppi che causino qualche danno alla proprieta', ma con modalita' simboliche che non nuocciono a nessuno. Terzo: l'afflusso di centinaia di migliaia di persone alle frontiere per i grandi eventi può ora facilmente essere contrastato, invocando la nuova legislazione che legalizza il ricorso arbitrario all'interrogatorio, alla detenzione, all'espulsione o al divieto di ingresso per gli stranieri, sulla base del semplice sospetto che si tratti di terroristi, fiancheggiatori di terroristi, o compagni di viaggio dei terroristi. Tutto questo sta avendo un effetto raggelante sulle proteste di massa. Tuttavia, l'11 settembre potrebbe rivelarsi una impasse temporanea da cui il movimento contro la globalizzazione capitalistica puo' trarre maggiore forza. In verità, se c'e' un aspetto chiaramente positivo nella situazione attuale, questo e' che tre movimenti che prima avevano proceduto separatamente - il movimento pacifista, il movimento per i diritti umani e il movimento contro la globalizzazione capitalistica - considerano ora cruciale collaborare più strettamente l'uno con l'altro.


 

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