FISICA/MENTE

 

SHALOM n° 2

http://www.shalom.it/2.02/aggiornamenti/345.htm 

 

Intervista a Bernard Lewis 

da parte della nazista Nirenstein

PRINCETON - Incontrare il professor Bernard Lewis nella sua casa di Princeton, una cittadina accademica e britannica come lui, il maggior mediorientalista del mondo, a metà strada fra Washington e New York, è come affondare in una dimensione sapienziale e remota della guerra al terrorismo.

Uscire dalla rumorosa attualità per addentrasi insieme all'Emeritus Professor che quasi ogni giorno viene consultato dalla Casa Bianca e dai ministeri degli Esteri e della Difesa americani, per guardare al conflitto col binocolo dei millenni. E troviamo un sorprendente Lewis, che guarda con spietata sincerità. Nella sua casa fra gli aceri arrossati la sua immensa biblioteca di legno chiaro parla per la sua bocca; le pareti di testi sul Medio Oriente scritti da lui stesso si sono appena arricchite di un piccolo volume nuovo, "Musica di un tamburo lontano", 129 poesie classiche arabe, persiane e turche, che ha personalmente tradotto. Un segno d'amore verso una cultura cui ha donato una vita di pensiero.

Professor Lewis, come sta andando la guerra? Gli Stati Uniti hanno fatto la scelta giusta per evitare una guerra di religione quando hanno creato una coalizione che comprende svariati Stati islamici?

"Non credo che la coalizione sia una buona idea: innanzitutto devo ancora capire che contributo può dare a una guerra contro il terrore uno Stato come l'Iran, che lo finanzia dalla rivoluzione islamica, o la Siria, che ospita e protegge molti gruppi terroristi".

Sembra che l'intenzione sia quella di incrementare l'amicizia con un Islam vasto riducendo il mondo degli estremisti.

"Valori storici fondamentali del mondo mussulmano sono: fermezza, forza, coraggio. I valori della tolleranza e della magnanimità sono molto ammirati nell'Islam, ma una posizione di forza è condizione ineliminabile per farne uso. Altrimenti il messaggio è chiaro: ti chiedo aiuto e mi avvicino cortesemente a te perché sono debole, in stato di bisogno. Cerco rifugio. Così viene letta oggi la coalizione: un gesto di debolezza, una testimonianza di paura dopo l'attacco di Bin Laden".

Davvero il mondo mussulmano può pensare che il potente Occidente abbia paura?

"Ve ne sono abbondanti prove. Fra queste, nel maggio ‘98 Bin Laden diceva a un giornalista dell'Abc: "Abbiamo visto negli ultimi anni il declino del governo americano e la debolezza dei soldati americani che sanno fare solo guerre fredde, e non hanno capacità di ingaggiare lunghi conflitti. Lo si è visto a Beirut dove i marines sono fuggiti dopo due esplosioni. Lo stesso fecero in Somalia. La nostra gioventù era sorpresa della debolezza degli americani. Dopo pochi colpi, fuggono sempre via sconfitti". L'invito a far parte della coalizione a certi Stati è visto come l'ammissione, proprio durante la guerra al terrorismo, che c'è tolleranza verso il terrore, appunto a causa della paura. E' un messaggio molto pericoloso".

Insomma, lei è contro la coalizione.

"Loro percepiscono che, invece di fare una guerra al terrorismo, mettiamo in piedi una coalizione che implicitamente lo ammette. E' pericoloso suggerire che pur di non apparire in guerra contro l'Islam, accettiamo di non apparire del tutto in guerra contro il terrorismo. E' un segnale di paura".

Lei presuppone un vasto consenso a Bin Laden.

"La maggioranza musulmana non è certo d'accordo con Bin Laden ma purtroppo è oggi una minoranza che guida i processi politici. E certamente l'odio verso l'Occidente ha radici molto profonde e antiche".

In che cosa consiste?

"Noi Occidentali abbiamo una concezione della storia meno viva del mondo musulmano. Quando Bin Laden accenna a fatti storici significativi, la sua "audience" è ben consapevole di ciò di cui lui sta parlando. Il Salahadin è là con loro. Le vittorie e le sconfitte, i riferimenti coranici sono parte della memoria collettiva più comune. E ricordi che i mussulmani si vedono non come una nazione divisa in gruppi religiosi, ma una religione divisa in nazioni. Hanno invaso tre volte l'Europa: i Mori in Spagna, i Tartari fino in Russia, i Turchi fino a Vienna. Tre volte sono stati fermati e respinti, sono tornati, sono stati ricacciati, si sono misurati con Bisanzio, con il Sacro Romano Impero e infine oggi con l'Occidente e gli Usa".

Prima lo scontro fra civiltà era una regola: ma oggi non sentiamo più forte il bisogno di convivenza e tolleranza?

"Gli ebrei, i buddhisti, gli hindu hanno nei secoli dovuto o voluto accettare la convivenza. La Cristianità e l'Islam nascono ambedue esclusivisti, per loro ogni altra religione è incompleta o falsa. Il conflitto globale fra queste due religioni ha determinato la storia finchè le cose sono cambiate per la Cristianità, che nel frattempo ha battuto l'altra religione totalitaria. Il cristianesimo si è modificato, l'Islam invece non l'ha potuto o voluto fare. Se si guardano le scritte nella Moschea della Roccia a Gerusalemme, sorta sulle vestigia sia del Tempio di Erode sia di una grande Chiesa, sono piene di espressioni tese a esaltare la superiorità dell'Islam e a negare la Trinità. L'Islam non ha mai smesso di sognare una grande rivincita sul mondo corrotto e perverso che l'ha soggiogato".

E perché proprio adesso la guerra?

"Sono circa 300 anni che l'Occidente domina il mondo: la civiltà islamica che prima era assi più ricca, più forte, più creativa, durante il suo collasso ha però assistito a una quantità di conflitti interni all'Occidente stesso. I nazisti, i sovietici, la Guerra Fredda hanno dato all'Islam l'idea che l'Occidente potesse autodistruggersi. Non solo: gli hanno fornito la possibilità di incunearsi nel conflitto, di parteggiare guadagnando in armi, speranze, rapporti internazionali. Poi, la fine della Guerra Fredda. L'America diviene l'unica superpotenza, contro la quale non vi sono alleati. E qui è successa, agli occhi di Bin Laden, una cosa terribile: l'Arabia Saudita la invita addirittura sul suo territorio nazionale, il cuore dell'Islam, le consente di violarlo come i crociati. Neppure l'Impero britannico ha mai osato spedire truppe in Arabia. Solo quando Renaul de Chatillon razzia lo Hejaz, quella è la vera minaccia per l'Islam. Non Gerusalemme, di cui non gliene è importato quasi niente fino a tempi recenti. La guerra oggi ha un nemico evidente, un invasore, un solo rappresentante della Cristianità, detto non a caso "Satana", perché Satana porta subdole tentazioni".

E l'Europa?

"No, l'Europa non è agli occhi dei musulmani capace di essere l'interlocutore-nemico. Non ce la fa neppure sul suo territorio, nel Kosovo. Nella storia, è stata salvata dagli americani. No, l'Europa semmai è..."

Un amico?

"No, ma è un mondo di cui si può supporre che, come si dice in arabo, provi "shamatah", la segreta soddisfazione di vedere colpito qualcuno che non ami. Un mondo che sogna di fare da contrappeso agli Usa con il mondo islamico. Illusione ferale: l'Europa deve solo capire, dopo gli ultimi terribili eventi, che non c'è futuro per lei se gli Usa perdono. Che sarà facilmente invasa, soggiogata. Se l'Europa vuole che gli Usa, che l'hanno già salvata, la salvino di nuovo, stavolta deve metterci del suo. Non c'è spazio per manovre bizantine".

Perché è così preoccupato? L'America è forte.

"Perché in realtà la vera forza con cui si può vincere una guerra è quella per cui si sente appieno la propria forza, in modo che i nemici se ne accorgano senza remissione. L'America può perdere se viene percepita come spaventata.

Attenzione: in Afghanistan alcuni anni fa la vittoria dei mujaheddin sui russi, allora l'altro grande impero, ha dato agli islamisti un enorme incoraggiamento. Eppure l'Urss era dura, e l'America è morbida, non vuole rischiare vite, cosa di cui invece ai russi importava poco. L'Islam si sente rafforzato dalle circostanze storiche, mentre noi, che ce l'abbiamo messa tutta per affermare i nostri valori di convivenza e tolleranza, francamente siamo scorati, impauriti. E così loro ci percepiscono".

Però ormai perdono da secoli.

"D'accordo, ma adesso sono favoriti da una quantità di fenomeni: per esempio la demografia, l'immigrazione a tappeto, il contatto ravvicinato con una civiltà che se prima faceva loro più rispetto adesso invece disprezzano. Disprezzo: questa è un'altra parola chiave. L'odio non mitigato da rispetto o paura. L'odio che non teme, ma spera".

Quanto è diffuso quest'odio fra le popolazioni musulmane?

"Nei Paesi autoritari non ci sono indagini d’opinione. Ma è interessante notare che tutti i dirottatori provenivano da Paesi i cui governi sono amichevoli con gli Usa, come l'Egitto, che riceve 2 miliardi e mezzo di dollari l'anno dall'America e la cui stampa è violentemente antiamericana, unica libertà concessa col permesso di Mubarak. Invece in Iran, dove il governo (salvo che con gli ultimi chiari di luna) è stato violentemente antiamericano, la folla ha appena dimostrato in piazza la sua simpatia per gli Usa colpiti. In odio ai loro governi corrotti e autoritari, la gente sceglie la strada opposta. L'odio che si esprime è un odio permesso, come quello, molto richiesto, verso Israele".

E allora che cosa sappiamo dell'opinione pubblica islamica?

"Sappiamo che l'estremismo è aizzato e fuorviato da dittatori interessati: questo indica secondo me l'unica strada d’uscita da questa situazione e l'unica strategia possibile. Molto potrebbe cambiare se svariati degli attuali governi autoritari e corrotti fossero spazzati via dalla loro gente, se si aiutassero le rivoluzioni possibili, in Iraq, dove spero che presto Saddam Hussein sparirà di scena, o in Iran, dove la gente sembra veramente satura di integralismo, o in Sudan, o in Yemen".

Che cosa pensa delle analisi secondo le quali se gli Usa non avessero sostenuto Israele, il disastro non sarebbe successo?

"E’ una stupidaggine che copre una forma consueta di antisemitismo: dar la colpa agli ebrei di tutto è una posizione molto classica. Il conflitto israelo-palestinese è stato citato solo ultimamente da Bin Laden per motivi strumentali, una vana tromba di guerra. Ma è per il mondo musulmano come lo scontro in Bosnia, o a Mindanao. E' l'ultimo fra i motivi di questo scontro globale".

Che finirà quando?

"Voglio essere positivo: io spero molto nell'incoraggiamento che gli Usa possono dare alla nascita e al consolidamento di regimi democratici. L'Occidente ha tradito l'opposizione irachena, ha tradito anche quella iraniana, ha abbandonato i dissenzienti nei Paesi Arabi. E che dire dell'Arabia Saudita, il migliore amico degli Usa, i cui legami col terrorismo sono purtroppo assai estesi? E' tempo di guardare in faccia questi regimi e il pericolo che comportano. Guai se non saremo forti".

   Fiamma Nirenstein
da La Stampa


 

Analisi   di Barbara Spinelli

Le trappole dei sionisti cristiani

http://www.lastampa.it/_WEB/_P_VISTA/spinelli/ 
6 aprile 2003

Da quando è cominciata la guerra delle truppe inglesi e statunitensi in Iraq si parla molto, a Gerusalemme, dell’Israelizzazione dell’America di Bush. E’ un termine coniato dall’editorialista Gideon Samet, sul giornale Ha’aretz, e descrive bene il rapporto fra le due nazioni man mano che procede la guerra per la conquista di Baghdad.

Fra le condotte dei due Stati sono apparentemente numerose le somiglianze, e una certa affinità sembra esistere anche sul piano psicologico, fra due nazioni che si sentono egualmente minacciate da un nemico che mette in forse la loro stessa esistenza: dal terrorismo kamikaze, e da forme d’odio che spesso paiono irrazionali, e in ambedue i casi sono comunque vissute come espressioni di rigetto razziale.

Anche il governo americano corre il pericolo di perdere la vittoria che sta per ottenere, così come le classi dirigenti d’Israele hanno perso successivamente la vittoria ottenuta trentasei anni fa nella guerra dei Sei giorni, e poi in maniera ancora più palese la guerra del Libano nell’82. I commentatori israeliani non si stancano di mettere in guardia l’alleato Usa: «State attenti a non agire come noi abbiamo agito in Libano» - ripetono - e cercate di capire meglio i paesi in cui entrate, le passioni che agitano la loro storia, le nascoste aspirazioni che li animano. Anche Israele fu accolta con entusiasmo dagli sciiti del Libano, quando li liberò militarmente dal dispotismo arabo-nazionalista dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina: ma poco dopo finirono col ribellarsi a quella che presto non fu più interpretata come liberazione, ma come occupazione.

Il governo di Begin voleva ridisegnare il Medio Oriente e insediare a Beirut un governo amIco, proprio come oggi desidera Bush. Ma il premier cristiano-maronita Bashir Gemayel venne assassinato da agenti siriani, pochi giorni dopo esser nominato grazie all'intercessione di Israele, e il figlio Amin Gemayel deluse il governo Begin. Contemporaneamente, nel settembre ‘82, vi fu il massacro di civili palestinesi a Sabra e Chatila, commesso da milizie cristiane con la complicità dei soldati di Sharon. Alla fine gli estremisti sciiti che avevano tanto applaudito i liberatori dettero vita alla più micidiale delle organizzazioni anti-israeliane: il gruppo terrorista dei Folli di Dio, gli Hezbollah. Ha detto una volta Henry Kissinger che Israele non ha una vera politica estera ma solo esigenze di politica esterna, e spesso questa caratteristica sembra dominare anche il comportamento del governo Bush.

Ancor più spettacolare è l’affinità che sembra esistere sul piano spirituale e culturale, fra Israele e una parte consistente del conservatorismo cristiano americano. E’ un’affinità che risale agli anni in cui il Likud di Menahem Begin consolidò il proprio potere, nei primi Anni Ottanta, e nel mondo americano iniziarono a moltiplicarsi le correnti fondamentaliste e apocalittiche delle sette evangelicali. George W. Bush ha rapporti stretti con queste sette, anche se a più riprese - da quando è Presidente - ha dovuto distanziarsi dalle loro dichiarazioni anti-musulmane e anti-arabe. Il cristianesimo cattolico è in forte conflitto con il loro radicalismo, come ha spiegato lucidamente Enzo Bianchi, priore del monastero di Bose, su La Stampa (28-3-03).

Sono affinità messe in rilievo con frequenza da chi oggi si sente protetto dalla politica americana, e in modo speciale dal filoebraismo che sembra ispirarla. E i dibattiti ne risentono al punto da risultare non di rado infecondi, anche in Italia: se sei amico degli ebrei non puoi che appoggiare l’America; e se critichi l’America, sei sospettabile di antisemitismo. Ma queste somiglianze tra America e mondo ebraico possono divenire una trappola mortale per Israele, qualora i suoi dirigenti si aggrappassero a esse con eccessiva fiducia e compiacimento. In primo luogo possono divenire una trappola politico-religiosa, perché il fondamentalismo cristiano negli Stati Uniti è solo strumentalmente e provvisoriamente filo-israeliano, filo-ebraico.

Nella visione apocalittica delle sette evangelicali, lo Stato d’Israele deve esistere e grandemente espandersi affinché siano create le condizioni del Secondo Avvento di Gesù: un avvento che comporterà tuttavia la fine dello Stato d’Israele, la conversione in massa degli ebrei, e il loro sciogliersi definitivo nel cristianesimo che trionferà all’indomani dell’Armageddon, la finale lotta tra bene e male.

Nelle stesse visioni, Israele è al tempo stesso condizione del ritorno messianico e figura dell’Anticristo: il diabolico nemico di Gesù «è ebreo e maschio», annuncia il tele-evangelista reverendo Falwell, e Auschwitz non è stato «altro che il preludio» del giudizio di Armageddon, secondo il reverendo Chuck Missler. Questi sono i tele-evangelisti che oggi sostengono le guerre preventive, che si dicono sionisti cristiani, e che favoriscono un’offensiva in Iraq per la difesa di una Grande Israele. Ambedue elette da Dio, la nazione americana e quella israeliana hanno un comune compito di redenzione del mondo, dicono ancora gli evangelicali, ma alla fine una delle due - la nazione terrena - sarà inghiottita dall’altra, la nazione celeste. A parole Israele è difesa. In realtà viene usata.

Tutto questo getta una luce altamente equivoca, sull'entusiasmo che Israele suscita nel nuovo conservatorismo rivoluzionario americano e in chi acriticamente lo caldeggia in Italia o Europa. La storia del fondamentalismo «cristiano-sionista», la sua predicazione, sono caratterizzate da correnti antisemite che possono tornare alla luce, se perdura l'offensiva terrorista all’America e se il dopo-guerra in Iraq si complica o degenera. Da questo punto di vista l’Inghilterra di Blair ha una visione più lungimirante, profonda. Non è traversata da correnti evangelicali, ed è più attenta - grazie all’esperienza coloniale e alla lotta anti-terrorista in Irlanda - alle possibili suscettibilità nazionali o religiose delle etnie che abitano l’Iraq: sciite, sunnite e curde.

La seconda trappola è più politica, e riguarda le trattative di pace in Medio Oriente. Il presidente Bush ha volutamente ignorato il monito di molti avversari di una guerra unilaterale - compresi avversari repubblicani come Baker, Scowcroft - e non ha ascoltato le parole di chi sconsigliava un intervento prima che fosse ripreso un fruttuoso negoziato nel vicino Oriente. Ma è probabile che la posizione della Casa Bianca muti, a guerra finita, perché alla lunga Washington non può convivere con un mondo arabo ed europeo ostile: alla lunga, le arti della diplomazia e della politica torneranno a essere indispensabili, e il peso dei fondamentalisti cristiani potrebbe diminuire dopo il cambio di regime in Iraq. L’alleanza tra Bush e Sharon potrebbe esser messa a dura prova, come già lasciano presagire le dichiarazioni di Condoleezza Rice: appena conclusa la guerra occorrerà mettersi a lavorare seriamente attorno alla realizzazione del piano di pace Usa, ha detto il consigliere per la sicurezza nazionale, e avviare il negoziato in due fasi per la creazione di uno Stato Palestinese entro il 2005.

E’ importante che Blair insista con forza su questo punto, oltre che sulla futura centralità dell’Onu. Nel discorso di fine anno, il 1° gennaio 2003, il premier inglese è stato particolarmente severo: «Dobbiamo al più presto riprendere le trattative di pace in Medio Oriente, altrimenti ci renderemo davvero colpevoli della doppiezza morale di cui oggi siamo accusati». E ancora: «Dobbiamo tendere la mano al mondo arabo e musulmano, e provare a capire la collera che esso sente di fronte a una trattativa di pace che ha dimostrato di essere così lenta, dolorosa, e letale». Questo significa due cose, per Sharon: la lotta al terrorismo kamikaze è giustificata, ma Israele deve al contempo riprendere il dialogo con i palestinesi e smantellare le colonie nelle terre occupate.

Per il momento, il fondamentalismo cristiano consola Israele, la riempie d’orgoglio. Sharon si sente confortato, quando il ministro della Difesa Rumsfeld parla di «territori cosiddetti occupati». Ma le sette evangelicali americane contribuiscono alla fossilizzazione dogmatica dei dirigenti israeliani: sono potentemente anti-islamiche senza avere un piano che tuteli Israele nel lungo periodo, sono contrarie a qualsiasi accordo di pace come all'internazionalizzazione di Gerusalemme, hanno legami intensi con i coloni nei territori occupati, sono favorevoli a un’Israele che non rinunci a Gaza, alla Cisgiordania, al Golan. Solo in apparenza sono amiche di Israele. Alla lunga, sono i complici di quello che potrebbe divenire, apocalitticamente, il suo suicidio.

A meno che la guerra non si estenda a Siria e Iran, l’America potrebbe prendere le distanze da Israele più celermente del previsto. Quello sarà un giorno di amaro risveglio, per gli ebrei di Israele come per parte degli ebrei nella diaspora. Si capirà, allora, che gli amici tanto vantati erano falsi amici. Che la prudenza di Giovanni Paolo II e il suo costante richiamo all’Onu sono preferibili alla retorica del fondamentalismo cristiano statunitense, troppo filosemita per poterci fare sopra un investimento. Che il sionismo cristiano è un’insidia, tesa da chi crede con tutta l’anima nell’Israelizzazione dell’America, e nella violenza creativa delle guerre condotte in nome di Dio.

http://www.movisol.org/huntington.htm 

[Solidarietà, anno V n. 3, giugno 1997]

Geopolitica:
guerre di religioni e di culture

L’antica dottrina del “divide et impera” riproposta da Huntington
prevede una crociata anglo-americana contro Cina e paesi islamici

A Londra e a Washington, così come in altre capitali occidentali, i cultori della “geopolitica” sono in preda ad una ossessione di fondo: al centro del loro “pensiero strategico” c’è l’urgenza di mobilitare il “mondo occidentale” contro quelle nazioni che si stanno impegnando alla realizzazione del Ponte di Sviluppo Eurasiatico. Si tratta delle nazioni che compongono quella regione che il fondatore della geopolitica inglese, sir Halford Mackinder, chiamò, tra fine ottocento e inizio novencento, “il cuore territoriale eurasiatico”. Diceva che chi controlla questa regione controlla il mondo. Oggi, alla fine degli anni Novanta, gli eredi della geopolitica di Mackinder ritengono che la Russia, che prima dominava la regione, sia di fatto “neutralizzata” dalle difficoltà gravissime che attraversa e che occorra quindi passare a contenere e combattere la Cina, l’Iran, l’India, la Turchia di Erbakan e gli altri paesi per stabilire il controllo delle élite geopolitiche su questa immensa regione in cui sono stanziati tre quarti della popolazione mondiale.

La teorizzazione più nota di questa ossessione è quella del professore di Harward Samuel Huntington, pubblicata nel 1993 come tesi dello “scontro delle civiltà” su Foreign Affairs, la rivista del Council on Foreign Relations.

Uno che si fa avanti a parlare di fantomatici “stati confuciano-islamici” normalmente dovrebbe essere preso per pazzo. Invece, siccome fa comodo, la sua teoria bislacca ha finito per suscitare un gran dibattito, tanto che intellettuali rispettabili del terzo mondo si sono sentiti in dovere di reagire all’ingiuria, di fronte alla calda accoglienza che i media hanno riservato a quei deliri, in particolare nel periodo successivo alla guerra di Bush e della Thatcher in Irak. Dopo la pubblicazione della sua tesi su Foreign Affairs Huntington continua a visitare le capitali di innumerevoli paesi per propagandare le sue teorie. È diventato un segno dei tempi: non c’è conferenza su temi strategici in cui in una forma o nell’altra non si finisca per dover discutere di Huntington.

Visto il successo, l’autore ha deciso di allargarsi. Nel 1996 ha riproposto la sua tesi non più in un articolo ma in un libro intitolato «The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order», lo scontro delle civiltà e la ridefinizione dell’ordine mondiale (Simon and Schuster, New York, 1996).

Lo scopo è sempre quello: insistere che qualcuno è il tuo nemico giurato fino a quando non si riesce a venire alle mani. A parte il tedio dell’erudizione accademica, le quasi quattrocento pagine del libro riservano al lettore tutti gli stimoli di un vecchio disco incantato.


Dalla Harvard di Kissinger
al NSC di Brzezinski

Prima di analizzare il succo della teoria di Huntington è necessario inquadrare chi e come mette in giro cose del genere.

Lo “scontro delle civiltà”, prima di essere un articolo o un libro, è un progetto che si colloca ben al di sopra di Huntington. È un vero e proprio “piano di guerra” messo a punto da un raggruppamento di potere tra le due sponde dell’Atlantico che fa capo all’Inghilterra. La sovraccoperta del libro mette in evidenza gli elogi di due esponenti di questo mondo: Henry Kissinger e Zbignew Brzezinski. Il primo promuove gli schemi geopolitici sin dalla sua tesi di laurea ad Harvard, «A World Restored» in cui elogiava la diplomazia dell’“equilibrio delle forze” che fu instaurata al Congresso di Vienna del 1815 dal ministro degli Esteri britannico lord Castlereagh e dal Cancelliere austriaco principe di Metternich. Dopo la laurea, negli anni Cinquanta, Kissinger si dedicò a costruire quella rete harvardiana nelle varie amministrazioni democratiche e repubblicane di cui oggi Huntington è una delle figure di primo piano. Huntington è stato addestrato a ripetere quello che diceva Kissinger. Un esempio è il suo articolo apparso sul numero di Survival di gennaio-febbraio 1991, quando Bush e la Thatcher scatenarono la guerra del Golfo. Su quella rivista del britannico International Institute for Strategic Studies (IISS) Huntington scriveva che la politica americana nei confronti dell’Eurasia deve avere come premessa le teorie geopolitiche di Mackinder e adottare lo stesso approccio seguito da lord Castlereagh al Congresso di Vienna del 1815.

Brzezinski, invece, quando nel 1976 divenne Consigliere di Sicurezza Nazionale sotto Jimmy Carter, sviluppò una sua teoria geopolitica chiamata “l’Arco di Crisi”. Calcolava che tutta l’ampia regione lungo il fianco meridionale dell’Unione Sovietica sarebbe stata percorsa da instabilità sempre più destabilizzanti (a causa del “fondamentalismo islamico” oppure di conflitti tribali e razziali), e che questo doveva essere geopoliticamente sfruttato come un’arma contro l’impero sovietico. Nel National Security Council diretto da Brzezinski l’incarico di direttore della pianificazione della sicurezza era affidato ad Huntington. Brzezinski e Huntington erano giunti nell’amministrazione Carter passando per la Commissione Trilaterale, un’organizzazione fondata e finanziata da David Rockefeller nel 1974. Nel 1975 Huntington aveva realizzato per la Trilaterale lo studio «The Crisis of Democracy» in cui sosteneva che il matenimento delle democrazie rappresentative e delle istituzioni che hanno una base popolare non è più affatto facile e garantito in un’epoca in cui l’imposizione di misure di austerità “richiede” regimi post-democratici e non-democratici.

La teoria dell’Arco di Crisi di Brzezinski proveniva in realtà dall’opera di Bernard Lewis, professore di Princeton, nel New Jersey, che si è specializzato presso l’Arab Bureau inglese di Oxford, uno dei vivai più esclusivi della geopolitica inglese. Anche Huntington ammette di essere in debito con Lewis, quando riconosce che il termine “scontro di civiltà” lo ha ripreso da un articolo pubblicato dal professore di Princeton sul numero del settembre 1990 di Atlantic Monthly. In quell’articolo Lewis spiegava come la “rabbia musulmana” stava portando “niente meno che ad uno scontro di civiltà – reazione forse irrazionale, ma certamente storica, di un antico rivale contro l’eredità giudeo-cristiana”.


Alle fondamenta
di “Project democracy”

Nell’autunno del 1996 Brzezinski ha preso parte alla costituzione del nuovo Central Asia Institute presso la School of Advanced International Studies della John Hopkins University. I soldi per il nuovo istituto provenivano dalla Smith Richardson Foundation, nella cui direzione figura Brzezinski, e la stessa fondazione ha finanziato Huntington per la realizzazione del suo libro, come ammette egli stesso nell’introduzione. Altri soldi Huntington li ha ottenuti dalla Fondazione John M. Olin nella quale egli dirige l’istituto di studi strategici ad Harward. La sua teoria sullo “scontro delle civiltà”, dice, è scaturita da un progetto intitolato “Gli interessi nazionali americani rispetto ai cambiamenti riguardanti la sicurezza” che realizzò presso l’Olin Institute for Strategic Studies all’inizio degli anni Novanta, “che fu possibile grazie alla Fondazone Smith Richardson”.

Le due fondazioni in questione sono le principali finanziatrici di progetti per la promozione del neo-liberismo economico e al tempo stesso dello “scontro geopolitico” con i paesi in via di sviluppo. Negli anni Ottanta furono le principali finanziatrici “private” del programma “Project Democracy”, coordinato dall’allora vice presidente George Bush, con il quale quest’ultimo costituì la sua rete privata e semi privata di trafficanti di armi e di droga – una parte di questa rete rimase allora coinvolta nello scandalo Iran-Contras. Lo Smith Richardson ha tra l’altro finanziato, nel 1989, uno squallido libro diffamatorio contro Lyndon LaRouche scritto da Dennis King, rudere della sinistra maoista sessantottina.

Per completare il quadro si tenga presente che Brzezinski è stato uno dei primi promotori della carriera di Madeleine Albright, attuale segretario di Stato USA, prima alla Columbia University poi, nel 1978, portandola con sé, insieme ad Huntington, nel Consiglio di Sicurezza Nazionale di Carter per affidarle l’incarico di collegamento con il Congresso USA.

Sebbene quest’eredità non definisca necessariamente ogni passo della Albright, resta il fatto che quando ha voluto a tutti i costi le sanzioni contro il Sudan, si è rivelata un’entusiasta promotrice della “crociata” della baronessa inglese Caroline Cox, vice presidente della Camera dei Lord, contro il Sudan. Come Solidarietà ha documentato nel numero dello scorso aprile, la Cox si distingue per lo zelo con cui propaganda, anche alla Camera dei Lord, la tesi di Huntington. La sua organizzazione, Christian Solidarity International ha distribuito tra il 1993 ed il 1994 centinaia di copie dell’articolo di Huntington facendone praticamente il vessillo della propria crociata contro il Sudan, l’Egitto, l’Iran, l’India e altre nazioni.


Gli assiomi

Quando si va a stringere, nel libro di Huntington si trovano due argomenti semplicistici di fondo, presentati come verità autoevidenti, assiomatiche, che si possono così riassumere: 1) il mondo è un’accozzaglia di tribù, 2) quelli della mia tribù sono gli amici e tutti gli altri sono i nemici.

Leggiamo: “La divisione dell’umanità lungo le linee della guerra fredda è finita. Resta ora la divisione più fondamentale lungo le linee etniche, religiose e di civiltà che producono nuovi conflitti”. Lo stesso punto è ribadito poi in maniera ancora più cruda: “Le civiltà sono le forme tribali ultime e lo scontro tra le civiltà è il conflitto tribale su scala globale... I rapporti tra gruppi di civiltà diverse... non saranno quasi mai stretti, ma piuttosto freddi e spesso ostili”. È il vecchio adagio di mettere tutti contro tutti che gli inglesi hanno ereditato dalla sottile diplomazia veneziana. Già nella seconda pagina Huntington ammette questo debito nei confronti della Serenissima quando cita dal libro «Dead Lagoon» di Michael Dibdin. Fa parlare un “demagogo nazionalista veneziano” che dice: “Non ci possono essere veri amici senza veri nemici. Se non odiamo ciò che non siamo non possiamo amare ciò che siamo. Sono verità antiche che dolorosamente riscopriamo dopo un secolo e più di sentimentali eufemismi. Chi le nega nega la propria famiglia, la propria eredità, la propria cultura, i propri diritti di nascita, negando perfino sé stessi. Esse non possono essere dimenticate tanto facilmente”.

Gli argomenti centrali di Huntington sono altrimenti quelli di Thomas Hobbes, il filosofo inglese di scuola veneziana del XVII secolo. Fa propria una “teoria della distintività”, elaborata dalla moderna sociologia sperimentale, secondo la quale “la gente definisce se stessa da ciò che la rende differente dagli altri in un dato contesto... La gente definisce la propria identità in rapporto a ciò che essa non è. Mentre l’aumento delle comunicazioni, del commercio e dei viaggi moltiplicano le interazioni tra le civiltà, la gente accorda un significato sempre maggiore alla civiltà su cui fonda la propria identità”.

Altrove spiega di ispirarsi alla “teoria britannica sulle relazioni internazionali”, mentre per la nozione generale di “storia delle civiltà” Huntington fa continuo riferimento ad Arnold Toynbee, uno dei principali guru del pensiero strategico britannico che per diversi decenni ha diretto il Royal Institute for International Affairs.



I nemici: la crescita economica e demografica

Date queste premesse assiomatiche si fa subito a concludere che le guerre siano inevitabili. “Nel mondo che emerge, tra gli stati ed i gruppi di civiltà diverse non vi saranno rapporti stretti ma piuttosto antagonistici. Ed inoltre alcune relazioni tra le civiltà sono più predisposte di altre alla conflittualità. A livello di microscala, la spaccatura più violenta è quella che separa l’Islam dai suoi vicini Ortodossi, Hindu, Africani e Cristiani occidentali. A livello di macroscala, la divisione dominante è tra “l’occidente e tutto il resto”, dove i conflitti più intensi si verificano tra società musulmane e quelle asiatiche da una parte e l’Occidente dall’altra. I pericolosi scontri del futuro deriveranno probabilmente dall’interagire di arroganza occidentale, intolleranza islamica e invadenza cinese.”
Pertanto, dice, noi occidentali siamo in una inevitabile rotta di collisione con i musulmani che sono intolleranti e con i cinesi che sono invadenti. Perché mai? Perché gli asiatici ci minacciano con la loro “crescita economica” mentre i musulmani con i loro “tassi elevati di crescita demografica”.

“L’invadenza asiatica – scrive Huntington – affonda le radici nella crescita economica. L’invadenza musulmana deriva in massima parte dalla mobilità sociale e dalla crescita demografica. Ciascuna di queste sfide ha e continuerà ad avere nel XXI secolo un effetto altamente destabilizzante sulla politica globale. ...Lo sviluppo economico della Cina e delle altre società asiatiche fornisce a quei governi gli incentivi e le risorse per diventare più esigenti nei rapporti con gli altri paesi. La crescita demografica nei paesi musulmani, specialmente l’espansione della fascia d’età compresa tra i 15 ed i 24 anni, fornisce nuove leve per il fondamentalismo, il terrorismo, l’insurrezione e i moti migratori... All’inizio del XXI secolo si assisterà probabilmente al risorgere di culture e forze non occidentali e allo scontro di popolazioni di civiltà non occidentali con l’occidente e tra di loro”.

La “minaccia islamica” è descritta in questi termini: “Le popolazioni più numerose hanno bisogno di più risorse, pertanto le popolazioni di società dense o che crescono rapidamente tendono a spingere verso l’esterno, ad occupare territori, ad esercitare pressioni sulle popolazioni demograficamente meno dinamiche. La crescita della popolazione islamica è pertanto un fattore che contribuisce notevolmente ai conflitti lungo i confini del mondo islamico, tra i Musulmani e le altre popolazioni”.


“Una marcia in Piazza Tienanmen”

Huntington paragona quindi la Cina alla “Germania guglielmina”, nel periodo tra il 1872 e la prima guerra mondiale. Scrive: “Se continua, l’emergere della Cina e la crescente invadenza di questo ‘giocatore più grosso nella storia dell’uomo’ comporterà uno stress tremendo per la stabilità internazionale all’inizio del XXI secolo. L’emergere della Cina come potenza dominante nell’Asia dell’Est e del Sud sarebbe contrario agli interessi americani come essi sono storicamente determinati”.

Non dice cosa vorrebbe dare ad intendere per “storicamente determinati” – dato che nella realtà la Repubblica Americana fu fondata su quei principi cristiani e rinascimentali che Huntington è votato a cancellare dalla faccia della terra con la sua demagogia guerrafondaia. Ma questo gli guasterebbe le pagine più eccitanti, che fanno seguito a questa domanda: “Dati questi interessi americani, come potrebbe svilupparsi una guerra tra Stati Uniti e Cina?” Risponde lasciandosi andare finalmente alla piromania geopolitica: la Cina entra in guerra col Vietnam, poi scende al suo fianco il Giappone, che insieme combattono contro gli Stati Uniti. Intanto – nemmeno ce ne siamo accorti – l’India ha già iniziato le sue ostilità contro il Pakistan, gli Arabi naturalmente si scontrano con gli Israeliani, cosa a cui fa seguito lo scontro tra Russia e Cina. Si entra quindi nel vivo: i missili nucleari raggiungono la Bosnia e l’Algeria, e anche Marsiglia, dando vita a complicati scenari di guerra sul teatro dei Balcani e dell’Egeo. Stati Uniti, Europa, Russia ed India si ritrovano “in uno scontro davvero globale contro la Cina, il Giappone e gran parte dell’Islam” e il lieto fine del delirio è quello di “una probabile marcia dei russi e delle forze occidentali sulla Piazza Tienanmen”.

Come questo sviluppo di avvenimenti possa rientrare negli “Interessi Americani” è fuori dalla portata dei comuni mortali mentalmente sani. La polemica contro i tentativi dell’amministrazione Clinton di stabilire buoni rapporti con i paesi lungo la Via della Seta è tutt’altro che moderata. Aggredisce la tendenza politica statunitense che cerca “di sviluppare rapporti stretti con gli stati primari delle altre civiltà, nella forma di un ‘impegno costruttivo’ con la Cina, di fronte ai naturali conflitti d’interesse” tra Stati Uniti e Cina. Gli Stati Uniti e l’Europa dovrebbero, secondo Huntington, imporre alla Cina ed agli altri paesi un apartheid tecnologico, fare in modo da “limitare lo sviluppo delle capacità militari convenzionali e non convenzionali dei paesi islamici e sinici” e “mantenere la superiorità tecnologica e militare dell’occidente sulle altre civiltà”.

In una intervista del 28 gennaio al quotidiano tedesco Hamburger Abendblatt Huntington ha fatto appello all’Europa affinché si unisca agli Stati Uniti in un fronte comune contro la Cina.


Occidente o Impero britannico?

Se la civiltà cinese e quella islamica sono presentate da Huntington in maniera così becera, quando passa a parlare del nostro “Occidente” sconfina nel ridicolo. La civiltà occidentale di cui si propone paladino, è in realtà la cosa che odia maggiormente. È nata nel XV secolo, nel Rinascimento, sulla base di principi che le hanno permesso di catalizzare il più alto tasso di sviluppo demografico, scientifico e culturale che, con tanti alti e bassi, si è rapidamente diffuso in tutto il mondo nel corso di cinque secoli.

Lui invece, con “Occidente” intende il sistema imperiale britannico e l’Illuminismo del XVIII secolo. Per lui il termine “imperialismo occidentale” è perfettamente interscambiabile con “Civiltà Euro-Americana” e “Cristianesimo occidentale”. Solo così il termine acquista un senso nella logica dello “scontro delle civiltà”, in quanto “l’Occidente” diventa la perfetta immagine del nemico per le “civiltà non occidentali”. Per dimostrare quella che chiama “espansione europea” e “assalto dell’occidente”, scrive che: “Nel 1800 l’Impero Britannico comprendeva 4 milioni di chilometri quadrati e 20 milioni di persone. Nel 1900 l’impero vittoriano su cui non tramontava mai il sole comprendeva territori per 29 milioni di chilometri quadrati e 390 milioni di persone”.

Infine perde ogni ritegno quando tesse gli elogi della “democrazia parlamentare inglese” fino ad affermare che la democrazia e le istituzioni rappresentative sarebbero nate dalla forza dell’artistrocrazia feudale. E questo avrebbe anche il suo corollario: “il Giappone e l’India hanno un sistema di classe che è analogo a quello occidentale (e forse di conseguenza sono le uniche grandi società non occidentali in cui un governo democratico può durare a lungo)”!

Come Lyndon LaRouche ha spiegato in numerose occasioni, “l’occidente” in realtà è caratterizzato da una coesistenza tutt’altro che pacifica tra due forze opposte e contrarie. Da una parte c’è la tradizione del Rinascimento, che risale al XV secolo, e dall’altra c’è la tradizione di un’oligarchia, sia fondiaria che mercantile, che nei secoli ha avuto la Repubblica di Venezia come principale centro di controllo, e che ha dato vita all’Illumunismo britannico del XVIII secolo, al quale si ricollega grossa parte della cultura moderna. La tradizione rinascimentale è quella secondo cui l’uomo è fatto ad immagine di Dio ed è pertanto capace di contribuire creativamente all’opera del suo Creatore. Per questa tradizione, lo scontro delle culture fomentato da Samuel Huntington è tutt’altro che inevitabile come felicemente dimostrato cinque secoli or sono dal Cardinale Niccolò Cusano nel dialogo «De Pace Fidei». In quello scritto filosofico il grande pensatore del Rinascimento espone i termini di come tutte le culture possano riconciliarsi tra loro nella misura in cui condividono la concezione più elevata dell’uomo, perché tale concezione è il tratto più caratteristico di ogni individuo a prescindere da razze e culture. La tradizione oligarchica, oggi espressa dalla cultura britannica e illuministica, poggia sul presupposto che l’uomo sia un animale, o che comunque non vi sia una distinzione qualitativa di fondo, assoluta, tra l’uomo e la bestia.

Nelle varie civiltà non-occidentali menzionate da Huntington questo scontro tra le due concezioni diverse dell’uomo è comunque presente, sia storicamente che oggi. Questo è il vero “scontro” che caratterizza il presente e non lo scenario hobbesiano costruito da Huntington nel suo libro. Per uscire dalla crisi mortale dove l’hanno trascinato i padroni di Huntington, oggi l’occidente deve rivolgersi soprattutto alla Cina ed ai paesi islamici per cementare nuove e concrete capacità di sviluppo comune.


ENEL        EMPORION (geopolitica del petrolio) n° 8

http://www.emporion-online.it/08-2002/mezran.htm 

Equilibri.

Il pericolo del fondamentalismo
di Karim Mezran



Le cronache quotidiane che ci provengono dal Medio Oriente e che riempiono di orrore le pagine dei media, si sono recentemente arricchite di un nuovo elemento: la minaccia di alcuni Stati produttori di petrolio di tagliare i rifornimenti ai paesi occidentali rei, a loro giudizio, di sostenere Israele nell’occupazione dei territori. Tali minacce, che hanno allarmato profondamente cancellerie e borse finanziarie di mezzo mondo, sono state accolte in modi diversi. Si va dalla reazione di Condoleeza Rice, National Security Advisor del presidente Bush, per la quale “sarà dura per i paesi arabi mangiarsi il loro petrolio”, a quelle meno estemporanee di esperti come Edward N. Luttwak e Strobe Talbott, i quali hanno fatto notare che l’utilizzo della cosiddetta “arma del petrolio” - e cioè il taglio dei rifornimenti petroliferi e di gas ai paesi occidentali - potrebbe derivare non da una conscia azione delle élites dei governi arabi, troppo deboli, corrotti, e in genere profondamente legati all’Occidente da una pletora di interessi economici e politici, ma come conseguenza del loro crollo causato da problemi interni, quali rivolte e pesanti manifestazioni di piazza e/o recrudescenza del terrorismo islamico. L’amministrazione americana si è fidata troppo dell’opinione del noto esperto di cose mediorientali, lo storico Bernard Lewis, il quale sostiene che tale eventualità è scarsa e remota in quanto la tenuta del potere delle élites arabe è solida come non mai. L'analisi di Lewis, giusta forse da un punto di vista storico-politico, sembra non tenere conto della delicatezza del momento economico e della fragilità delle riforme intraprese da poco più di una decade.

Gli esperti concordano che la regione mediorientale, con l’esclusione di Israele, si sta progressivamente distaccando dall’economia globale. Per tutti gli anni Novanta la regione è cresciuta a meno della metà del tasso degli altri paesi in via di sviluppo. Il commercio estero è cresciuto in proporzione ancora minore. Inoltre, la sua percentuale degli export mondiali è passata dal 3,1% del 1990 all’1,9% del 1999. A causa della mancanza di fiducia nelle infrastrutture economiche domestiche la regione mediorientale detiene la più alta percentuale di ricchezze all’estero del mondo, con circa 350 miliardi di dollari che percepiscono interessi all’estero invece che nelle istituzioni bancarie domestiche. Aggiungiamo un basso standard di vita, comparabile a quello di molti paesi dell’Africa subsahariana, un tasso di crescita della popolazione pari al 2,4% e una disoccupazione già fortissima e crescente, per avere un quadro - seppur parziale - della difficoltà economica nella quale si dibattono la maggior parte dei paesi arabi.

L’Arabia Saudita, per esempio, si trova in un momento di transizione a dir poco drammatico. Il petrolio contribuisce ancora per un terzo alla formazione del Pil e per il 70% alle entrate di bilancio. Riad pompa oggi circa 8 milioni di barili al giorno – l’11% di tutta la produzione mondiale, il 30% di quella OPEC - ed è teoricamente in grado di produrne di più. E’ evidente come l’economia dipenda ancora in maniera pesante dal petrolio. La casa regnante saudita si è impegnata a ridurre tale dipendenza attraverso una serie di riforme ed investimenti per spingere lo sviluppo di settori alternativi e privati. Il nuovo piano quinquennale cerca di spingere settori quali quello dell’industria petrolchimica e dei minerali solidi, quello dell’industria manifatturiera e delle infrastrutture sociali. Il settore privato, in base al piano, dovrebbe crescere di oltre il 5% l’anno, ma sinora non è riuscito ad andare oltre il 2,5. Forti investimenti sono previsti anche nel settore educazione e formazione professionale. Tuttavia, gran parte del fabbisogno finanziario per questi progetti proviene dai proventi del petrolio. In realtà, l’economia Saudita sta andando a rotoli. Lo Stato si trova a corto di liquidità, ha accumulato debiti per oltre 200 miliardi di dollari, di cui 170 miliardi di debito interno e 30 miliardi di debito estero. Solo per il servizio del debito, lo Stato versa annualmente 10 miliardi di dollari. Inoltre spende tra i 10 e i 12 miliardi di dollari annui per delle commesse di armi già stipulate e per le spese della difesa. Tenuto conto delle ingenti spese della famiglia reale e dei vari principi, di tangenti e altre amenità, gli esperti calcolano che di fatto rimangono tra gli 8 e i 15 miliardi di dollari per la gestione dello Stato. Decisamente troppo poco per sopperire ai fabbisogni di una popolazione di circa 20 milioni di abitanti. Infatti il Regno ha visto la sua economia crescere di poco più dell’1% negli ultimi 10 anni a fronte di un incremento demografico del 4% annuo, ed un relativo tasso di disoccupazione, tra la popolazione maschile, che ha oggi raggiunto la ragguardevole cifra del 25-30%. Il malcontento interno è alle stelle, così come la popolarità dei predicatori islamisti. Ecco che il paese si trova stretto in una tenaglia: da un lato l’impossibilità del governo di agire contro l’Occidente, sua prima fonte di sostentamento; dall’altro, data la fragilità dell’economia e della politica, sarebbe un errore non tenere conto delle spinte interne verso il confronto anti-Occidente, come affermano Luttwak e Talbot tra gli altri.

Molto simile a quella Saudita è la situazione algerina, paese devastato da una terribile guerra civile e alle prese con un tentativo di ricostruzione economica. L’Algeria è infatti interamente dipendente dall’export di petrolio e gas. Più del 50% degli introiti del governo derivano dalla vendita dei prodotti petroliferi. L’importanza del petrolio per la sopravvivenza dell’economia algerina è pertanto assoluta. Ma anche qui, come per l’Arabia Saudita, gli introiti del petrolio sembrano non essere più sufficienti a mantenere il controllo di una situazione interna esplosiva, non solo per l’effetto della guerriglia islamica, oggi perlopiù sotto controllo, ma proprio per il deteriorarsi della situazione economica, crescita economica del 3%, incremento demografico del 4%, disoccupazione al 30% , inflazione al 10% e così via. Il governo algerino si trova sempre più in una condizione di dipendenza economica che ne limita di molto il movimento. Pertanto, anche nel caso dell’Algeria, la minaccia di usare l’arma del petrolio a sostegno della lotta dei fratelli palestinesi, resta tale e non ha alcuna chance di diventare realtà operativa, a meno che, come affermato sopra, a causa delle fragilità economiche del momento, si venga a creare nel paese una situazione insostenibile che potrebbe portare ad un rovesciamento del regime militare e all’ascesa, come da tempo sostiene l’analista della Rand Graham Fuller, di un regime fondamentalista. Inoltre, anche se in molti paesi arabi nel corso degli anni Ottanta e Novanta si è venuta creando una borghesia a tratti anche intraprendente e dinamica, la realtà è che anche questo sviluppo è legato alla compiacenza e collaborazione di un apparato statale sempre comunque gigantesco, malgrado ogni tentativo di riforma.

Insomma, il vero rischio di scompaginare gli equilibri che attualmente garantiscono l’Occidente da una crisi petrolifera è legato a un rovesciamento dei regimi arabi. Evento che, dopo l’attacco terroristico dello scorso settembre, non è però da sottovalutare. La crisi israelo-palestinese è venuta a frapporsi ad altre crisi, politiche ed economiche, rendendo la congiuntura temporale incandescente. L’amministrazione americana scherza con il fuoco pensando di poter continuare ad appoggiare la politica israeliana e al tempo stesso preparare i piani per attaccare l’Irak, tutto ciò nella convinzione che la situazione politica negli altri Stati dell’area rimanga stabile. E’ una scommessa pericolosa che potrebbe compromettere non solo gli equilibri sempre precari del Medio Oriente, ma anche destabilizzare la ripresa economica dei paesi occidentali.

24 aprile 2002

 

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