FISICA/MENTE

 

 

La Heritage Foundation

http://www.ideazione.com/Cyberpolitics/cyberpolitics_siti/Heritage_Foundation.htm 

La Heritage Foundation di Washington è, molto probabilmente, il think-tank più autorevole ed influente di tutti gli Stati Uniti d'America. Fondata nel 1973, in piena era-Nixon, questa associazione culturale vicina al Partito Repubblicano si propone, come si legge nel suo statuto, di "elaborare e promuovere strategie politiche basate sui principi del libero mercato, della limitazione dell'interventismo statale, delle libertà individuali, dei valori tradizionali americani e della difesa nazionale".

Per raggiungere questi obiettivi, lo staff della Heritage Foundation produce, periodicamente, ricerche dedicate all'approfondimento di alcuni temi-chiave della politica interna ed estera statunitense. Molto famosa, soltanto per fare un esempio, è la classifica internazionale stilata - ogni anno - basandosi sul cosiddetto "indice di libertà economica". Di ogni nazione viene calcolato il grado di apertura al mercato nei dieci settori fondamentali del sistema economico: politica commerciale, livello di tassazione, utilizzo delle risorse da parte del governo, politica monetaria, flussi di capitale, sistema bancario, prezzi e salari, diritti di proprietà, mercato nero e livello di regolamentazione. Inutile dire che l'Italia, già prima della "cura Prodi", viaggiava malinconicamente verso metà classifica, ultima (e staccatissima) tra i paesi del G7.

Ma la Heritage Foundation non si limita a questo massiccio lavoro di ricerca. E cerca, spesso con efficacia, di coinvolgere nella discussione la classe dirigente Usa: i componenti del Congresso e quelli dell'esecutivo, i mass-media e la comunità accademica.

La fondazione, retta da un consiglio indipendente di garanti, non ha fini di lucro e vive soltanto grazie ai finanziamenti dei privati, visto che non accetta aiuti pubblici o commesse esterne. Grazie ai suoi 250mila "finanziatori", però, la Heritage Foundation è riuscita a diventare l'associazione culturale con il maggior numero di sostenitori in tutti gli Stati Uniti.

Da un paio d'anni a questa parte, poi, il suo presidente, Edward J. Feulner Jr., ha deciso di giocare la carta del Cyberspazio, dando vita alla Heritage Foundation On-Line. Feulner e i suoi collaboratori sembrano confidare molto nelle potenzialità del World Wide. E il sito della fondazione, oltre ad essere curatissimo graficamente, è pieno di materiale interessante.

Pronte per essere "scaricate" dal vostro modem, per esempio, ci sono le ultime due annate della Policy Review , un bimestrale di cultura politica che ospita regolarmente alcune tra le firme più prestigiose del mondo conservatore e libertarian statunitense, come Newt Gingrich, Phil Gramm, Dick Armey, Bill Bennett, Ralph Reed, Bill Kristol, Kate O'Beirne e Grover Norquist.

Una sezione affascinante è anche quella dedicata a Reinventing America, un forum interattivo che - fino al 31 gennaio 1997 - ha impegnato oltre duemila cittadini del Cyberspazio in una "simulazione congressuale" che ha discusso (e votato) una proposta di riforma per il Welfare State americano. Un esperimento unico, a cui hanno partecipato anche esponenti politici avversari del Grand Old Party, come l'ex governatore dello Stato di New York, il democratico Mario Cuomo.

Poi, naturalmente, è possibile consultare gli archivi di ogni singolo dipartimento di ricerca interno alla fondazione, da quello per la politica estera e la difesa al centro studi asiatico (Heritage Asia Office) con sede a Hong Kong. Senza contare l'incredibile lista di link esterni con i siti Internet delle associazioni vicine al variopinto mondo della destra a stelle e strisce: dalla American Conservative Union. al Cato Institute., dalla National Rifle Association al Libertarian Party .

Uno degli angoli più promettenti della Heritage Foundation On-Line, infine, è la Job Bank, un'associazione che si propone di favorire l'inserimento nel mondo del lavoro - nel settore privato e in quello pubblico - di individui di provata fede conservatrice. Quello che i partiti italiani fanno da sempre e di nascosto, insomma, negli Stati Uniti è una pratica alla luce del sole, partimonio sia della tradizione repubblicana che di quella democratica. Tanto che la Job Bank della Heritage (che organizza anche corsi di aggiornamento gratuiti) è considerata, dal mondo istituzionale ed imprenditoriale americano, uno degli interlocutori più affidabili nella ricerca di personale qualificato.

Frenate i vostri impulsi italici, però. Se quello che vi serve è una raccomandazione per fare l'usciere nella Usl sotto casa, avete sbagliato indirizzo. La Heritage Foundation lavora solo nella zona di Washington.

a cura di Andrea Mancia


 

EMPORION on line n° 23  del 15 gennaio 2003

  La misura del benessere dei popoli
di Andrea Mancia

http://www.emporion-online.it/23-2002/mancia2.htm 

La Heritage Foundation è, molto probabilmente, il "think tank" più autorevole del mondo liberista e conservatore statunitense. Forte dei suoi 250mila finanziatori privati (non sono accettati aiuti pubblici o commesse esterne), la fondazione si propone, come si legge nello statuto, di "elaborare e promuovere strategie politiche basate sui principi del libero mercato, della limitazione dell'interventismo statale, delle libertà individuali, dei valori tradizionali americani e della difesa nazionale". Per raggiungere questi obiettivi, lo staff della Heritage Foundation produce periodicamente ricerche dedicate all'approfondimento di alcuni temi-chiave della politica interna ed estera statunitense. E cerca poi, spesso con efficacia, di coinvolgere nella discussione intorno ai temi affrontati la classe dirigente Usa: i componenti del Congresso e dell'esecutivo, i mass-media e la comunità accademica.

Tra tutte le attività svolte dalla Fondazione, in ogni caso, nessuna può essere consideratà più utile ed interessante della pubblicazione dell’Index of Economic Freedom, elaborato ogni anno (a partire dal 1995) in collaborazione con il Wall Street Journal. L’indice misura in modo sintetico il grado di libertà economica esistente in un numero crescente di paesi (156 stati nell’ultima edizione). L’analisi affronta una cinquantina di variabili indipendenti che vengono poi raggruppate in 10 fattori-chiave: politiche commerciali, pressione fiscale, intervento pubblico nell’economia, politiche monetarie, flussi di capitali e investimenti stranieri, attività bancaria, salari e prezzi, diritti di proprietà, regolazione, mercato nero. Ogni paese riceve, in ognuno di questi fattori, un punteggio compreso tra 1,00 (massimo grado di libertà economica) e 5,00 (minimo grado di libertà economica). E la media ponderata di questi risultati fornisce il punteggio finale complessivo (indicatore del grado di libertà economica) per ciascuno stato. Punteggi tra 1,00 e 1,95 connotano paesi come "liberi", tra 2,00 e 2,95 "prevalentemente liberi", tra 3,00 e 3,95 "prevalentemente non liberi", tra 4,00 e 5,00 "repressi".

Una sorta di “Top Ten” della libertà economica, dunque, che però fornisce diversi elementi di valutazione per la comprensione della natura e delle dinamiche dei sistemi politici. Come dimostrato ampiamente dai curatori dell’Index, infatti, il grado di libertà economica di un paese è strettamente ed indissolubilmente correlato con il suo tasso di sviluppo e prosperità. I cittadini dei paesi "liberi" guadagnano più del doppio - a parità di potere d'acquisto - di quelli che vivono in paesi "prevalentemente liberi" (26.855 dollari pro-capite contro 12.569). Per non parlare dei salari medi dei paesi "repressi" (3.585 dollari all'anno). Si tratta di un dato di fatto quasi scontato, che dovrebbe però far riflettere i tenaci avversari di qualsiasi politica orientata verso la “liberazione” del mercato ma anche (e soprattutto) i governanti del mondo occidentale.

Nel passaggio dal 2002 al 2003, malgrado il difficile periodo di transizione dell’economia mondiale, 74 nazioni hanno fatto registrare un punteggio migliore rispetto all'anno precedente, mentre 49 paesi hanno peggiorato la loro valutazione (e 32 hanno lo stesso "score"). In ultima analisi, 15 nazioni sono considerate "libere", 56 "prevalentemente libere", 76 "prevalentemente non libere" e 11 "represse". La macroregione più libera, naturalmente, resta quella composta da Nord-America ed Europa, che raggruppa 6 delle 10 nazioni con il punteggio più alto. Mentre le altre quattro (Hong Kong, Singapore, Nuova Zelanda e Australia) sono ex-colonie britanniche anch'esse "baciate" dalla Rule of Law. Delle 26 nazioni dell'area latino-americana e caraibica, invece, 11 hanno un risultato migliore rispetto all'Index del 2002, mentre 10 sono peggiorate. Merita una citazione, malgrado una lieve inversione di tendenza, l'economia cilena, che resta l'unica "libera" del sub-continente. Vanno meglio le cose anche in Nord Africa e Medio Oriente (11 paesi in crescita, 5 in calo), nella regione sub-sahariana (19-13) e in quella che comprende Asia e Pacifico (15-9). Tra le nazioni che si segnalano per la crescita maggiore rispetto allo scorso anno, spiccano Madagascar, Libia, Islanda, Sud Africa, Slovenia e Croazia. Mentre peggiora ancora una volta l'Argentina, che ha ottenuto un pesante 0.45 in meno rispetto al 2002. Negli ultimi due anni, l'Argentina ha perso addirittuta 0.85 punti e si trova ormai al "confine" con i paesi "prevalentemente non liberi". E poi dicono che la colpa è del libero mercato...

15 gennaio 2003

mancia@ideazione.com 


 

da "Le Monde Diplomatique - il manifesto " del Settembre 1996

fondi e fondazioni
Come il pensiero diventa unico

http://www.ilmanifesto.it/g8/archivio/neoliberismo_e_debito/3b334d5d3035d.html 


Susan George*

Se i neoliberali (1) e il pensiero unico (2) sembrano oggi padroni del campo ideologico, non è sempre stato così. Nei primi anni dopo la seconda guerra mondiale il neoliberalismo era ovunque meno che minoritario. Negli Stati uniti i suoi padri fondatori non disponevano, all'inizio, di molte carte vincenti, ma in compenso avevano assimilato un principio essenziale: le idee hanno conseguenze. Nel 1948 Richard Weaver aveva scelto questa massima come titolo di un libro che avrebbe conosciuto una lunga carriera e suscitato una vasta eco oltre Atlantico (3).
Non a caso, il libro era stato pubblicato dalla University Press di Chicago: è infatti l'università di questa città (4) che ha costituito il nocciolo duro del neoliberalismo nascente. Di August Friedrich von Hayek, economista e filosofo austriaco in esilio, quest'editrice aveva pubblicato nel 1944 un libro molto influente, La via della schiavitù (5); e ha inoltre fatto conoscere, accanto ai lavori di vari astri nascenti del movimento, le opere di un altro giovane e brillante economista, un certo Milton Friedman (6). La scuola di Chicago, costituita da economisti familiarmente chiamati Chicago Boys, è divenuta celebre, e i suoi membri ne hanno portato l'influenza in tutto il mondo, e in particolare nel Cile del generale Pinochet. La sua dottrina economica, oltre che filosofica e sociale, è insegnata urbi et orbi. I libri di Milton Friedman ad esempio Capitalismo e libertà sono divenuti successi editoriali (7).
Per il neoliberale la libertà individuale non risulta affatto dalla democrazia politica o dai diritti garantiti dallo stato: libertà significa, al contrario, essere liberi dall'ingerenza dello stato, che deve limitarsi a stabilire una cornice per consentire il libero gioco del mercato. E' indispensabile la proprietà privata di tutti i mezzi di produzione, e dunque la privatizzazione di tutti quelli appartenenti allo stato. Il mercato ripartisce nel migliore dei modi le risorse, gli investimenti e il lavoro, mentre la beneficenza e il volontariato privati devono sostituire la quasi totalità dei programmi pubblici destinati ai gruppi socialmente meno favoriti.
L'individuo ridiventa così interamente responsabile della propria sorte. Per mettere in pratica un programma del genere che è l'esatto contrario del New Deal o della dottrina dello stato sociale i neoliberali hanno sempre saputo che bisognava incominciare dalla trasformazione del paesaggio intellettuale.
Prima di avere conseguenza per la vita dei cittadini e della società, occorre infatti che le idee vengano propagate. Bisogna permettere a chi le produce, le pubblica, le insegna e le diffonde di farlo in condizioni favorevoli. Per questo, fin dal 1945 il movimento neoliberale non ha mai cessato di reclutare pensatori e finanziatori, e di dotarsi di importanti mezzi finanziari e istituzionali. Il suo arsenale si compone in parte da "think-tanks", i più influenti dei quali hanno sede negli Stati uniti. Non è superfluo ricordare qui ancora una volta (8) le attività di alcuni di essi.
La Hoover Institution on War, Revolution and Peace è stata fondata nel 1919 dal futuro presidente Herbert Hoover, e ha la sua sede nel campus dell'università di Stanford. E' celebre per le sue raccolte di documenti sulle rivoluzioni russa e cinese.
Alla sua vocazione iniziale di combattente nella guerra fredda (in particolare attraverso il suo annuario International Communist Affairs) ha affiancato, a partire dal 1960, un settore economico. Grazie al suo budget annuo di circa 17 milioni di dollari, quest'istituzione ha finanziato, accanto a molti altri, anche i lavori di Edward Teller (uno dei padri della bomba atomica, generalmente considerato come l'ispiratore del personaggio del dottor Stranamore) e quelli di economisti quali George Stigler e Milton Friedman, che fanno la spola tra Stanford e Chicago.
Anche l'American Enterprise Institute (Aei) è un'istituzione di vecchia data: è stata infatti fondata nel 1943 da alcuni uomini d'affari, in contrapposizione a vari aspetti del New Deal. L'Aei, che ha la sua sede a Washington, si distingue per il suo senso delle pubbliche relazioni intellettuali e del marketing delle idee, e lavora a diretto contatto con i membri del Congresso, la burocrazia federale e i media. Negli anni 80 l'Istituto aveva alle sue dipendenze circa 150 persone, delle quali una cinquantina esclusivamente dedite alla ricerca, alla produzione di libri e di rapporti e all'elaborazione di analisi e raccomandazioni politiche ed economiche. Il suo budget annuo, che riflette il declino relativo della sua influenza, era di 12,8 milioni di dollari nel 1993, un po' inferiore a quello raggiunto dieci anni prima. La Heritage Foundation è la più nota, in quanto più strettamente associata alla presidenza di Ronald Reagan. In attività dal 1973, dispone di un budget annuo che si aggira sui 25 milioni di dollari e produce annualmente circa 200 documenti. Particolarmente attiva presso i media, è la più citata tra tutte le istituzioni, e pubblica tra l'altro un annuario degli esperti in materia di politica pubblica (public policy), contenente i nomi di 1500 ricercatori ed esperti neoliberali, repertoriati sotto settanta voci. Una vera pacchia per i giornalisti frettolosi, che possono ricorrere al loro avallo "scientifico" citandone le enunciazioni a sostegno dei loro articoli. Vanno menzionati inoltre due centri intellettuali: il Cato Institute, in piena ascesa, sostenitore del "governo minimalista" e specializzato in studi sulla privatizzazione, e il Manhattan Institute for Policy Research, fondato nel 1978 da William Casey, futuro direttore della Cia, che ha esercitato una grande influenza con le sue critiche ai programmi governativi di redistribuzione dei redditi. Questi due "think-tanks" raccomandano invariabilmente il mercato come soluzione di tutti i problemi sociali. Tra i "think tanks" e il governo esiste un sistema di vasi comunicanti che ha permesso agli ex combattenti della presidenza Nixon di trovare rifugio durante l'interregno di James Carter; e lo stesso avviene per quelli del periodo Reagan-Bush sotto l'attuale presidenza Clinton. Fuori dagli Stati uniti, la rete delle istituzioni intellettuali neoliberali è meno fitta. Nel Regno unito, i "commandos di Mrs.
Thatcher", come volentieri si definiscono, hanno tuttavia segnato importanti punti a proprio vantaggio nella lotta ideologica. Vanno menzionati il Centre for Policy Studies, l'Institute of Economic Affairs, l'elenco delle cui pubblicazioni si legge come un Whos Who degli economisti conservatori, e soprattutto l'Adam Smith Institute di Londra che, a detta di Brandon Martin, esperto in materia, (9) "ha fatto più di qualsiasi altro gruppo di pressione in seno alla nuova destra per promuovere nel mondo intero la dottrina della privatizzazione".
La palma dell'anzianità e dell'influenza a lungo termine spetta però alla Société du Mont Pèlerin. Nell'aprile 1947, una quarantina di personalità americane ed europee si sono incontrate, su invito del professor Friedrich von Hayek, per un colloquio di dieci giorni nel villaggio svizzero di Mont Pèlerin, nei pressi di Montreux. Dopo aver sottolineato la gravità del momento "i valori fondamentali della civiltà sono in pericolo" , il gruppo dichiarò che la libertà era minacciata dal "declino delle idee favorevoli alla proprietà privata e al mercato concorrenziale; infatti, senza la diffusione del potere e dell'iniziativa che queste istituzioni consentono, è difficile immaginare una società in cui la libertà possa essere effettivamente preservata (10)". Tra il 1947 e il 1994, la Società di Mont Pèlerin ha svolto 26 colloqui, tutti della durata di una settimana, in città sempre diverse. Nel 1994 è stata la volta di Cannes. Nel settembre prossimo i suoi membri, il cui numero è passato da 40 a oltre 450, torneranno alle origini austriache di Hayek riunendosi a Vienna. La società vanta volentieri i sei premi Nobel per l'economia usciti dai suoi ranghi, ma è più reticente per quanto riguarda l'elenco dei suoi membri, tutti aderenti a titolo personale: preferisce evitare "la pubblicità e la mediatizzazione". (11) Da molti anni, centinaia di milioni di dollari vengono spesi per la produzione e la diffusione dell'ideologia neoliberale. Da dove viene questo denaro? Nella fase iniziale, negli anni tra il 1940 e il 1950, il William Volker Fund ha giocato un ruolo centrale. Al suo intervento si deve il salvataggio di riviste traballanti, il finanziamento di numerosi libri pubblicati a Chicago, il pagamento delle cambiali scoperte dell'influente Foundation for Economic Education, o l'organizzazione di colloqui in varie università americane. Sempre il Volker Fund ha finanziato la partecipazione degli esponenti americani alla prima riunione della Società di Mont Pèlerin.
Già negli anni 60 i neoliberali non erano più del tutto marginali. Numerose fondazioni di grandi famiglie americane hanno iniziato allora a sostenerli, e non hanno mai cessato di finanziare le loro istituzioni. La Fondazione Ford, vero e proprio "elefante" della munificenza, aveva dischiuso le porte di molte altre fonti di centro-destra e di centro concedendo 300.
000 dollari di sovvenzioni all'American Enterprise Institute. La Fondazione Bradley (28 milioni di dollari erogati nel 1994) finanzia tra l'altro la Heritage Foundation, l'American Enterprise Institute e varie riviste e pubblicazioni (12). Così, tra il 1990 e il 1993, quattro riviste neoliberali tra le più importanti (The National Interest, The Public Interest, New Criterion, American Spectator) hanno ricevuto da varie fonti 27 milioni di dollari. A titolo comparativo, le sole quattro riviste progressiste americane di diffusione nazionale (The Nation, The Progressive, In These Times, Mother Jones) hanno beneficiato collettivamente, durante lo stesso periodo, di un totale di contributi volontari di soli 269.000 dollari (13).
Alcune fondazioni che poggiano su grandi e antichi patrimoni industriali americani, quali la Coors (birra), la Scaife e la Mellon (acciaio) e soprattutto la Olin (prodotti chimici) finanziano anche alcune cattedre presso le più prestigiose università statunitensi. Si tratta di "rafforzare le istituzioni economiche, politiche e culturali sulle quali si basa l'impresa privata", secondo l'opuscolo della Fondazione Olin, che già nel 1988 aveva stanziato per questo obiettivo 55 milioni di dollari. E' ovvio che con importi simili il generoso donatore ha il diritto di nominare i professori che occuperanno le cattedre, e di dirigere i centri studi (14). Esistono ormai cattedre Olin di diritto e di economia presso le università di Harvard, Yale, Stanford e in numerose altre, tra cui ovviamente quella di Chicago (15). Lo storico francese François Furet, che ha ricevuto 470.000 dollari in quanto direttore del programma John M. Olin di storia della cultura politica all'università di Chicago, è uno degli illustri beneficiari di queste liberalità.
Il denaro permette così di organizzare la notorietà e il "campo" nel quale si svolgeranno i dibattiti, costruiti di sana pianta.
Nel 1988 Allan Bloom, direttore del centro Olin per lo studio della teoria e della prassi della democrazia all'università di Chicago (che percepisce annualmente dalla Fondazione Olin 36 milioni di dollari) invita un oscuro funzionario del dipartimento di stato a pronunciare una conferenza. L'oratore si esibisce proclamando la vittoria totale dell'Occidente e dei valori neoliberali come risultato della guerra fredda. La sua conferenza è immediatamente ripresa sotto forma di articolo da The National Interest (rivista che riceve un milione di dollari di sovvenzioni Olin) il cui direttore è un notissimo neoliberale, Irving Kristol, finanziato all'epoca a un livello di 326.000 dollari dalla Fondazione Olin in quanto professore alla Business School della New York University. Irving Kristol invita Bloom, insieme a un altro rinomato intellettuale di destra, Samuel Huntington (direttore dell'Istituto Olin di studi strategici a Harvard, creato grazie a un finanziamento Olin di 14 milioni di dollari) a "commentare" quest'articolo sullo stesso numero della rivista. A sua volta, Kristol interviene con un suo "commento".
Il "dibattito", così lanciato da quattro beneficiari di fondi Olin, a proposito di una conferenza Olin su una rivista Olin, è riprodotto subito dopo sulle pagine del New York Times, del Washington Post e del Time. Oggi, tutti hanno sentito parlare di Francis Fukuyama e della Fine della storia, divenuto un bestseller in varie lingue! Il cerchio ideologico si chiude quando si arriva a occupare le pagine dedicate ai dibattiti sui grandi quotidiani, la radiodiffusione e gli schermi. Questo trionfo è stato ottenuto praticamente senza colpo ferire. Se non si crede che le idee abbiano conseguenze, si finisce per subirle.


note:
* Direttore associato, Transnational Institute, Amsterdam; autrice, tra l'altro (con Fabrizio Sabelli) di Crediti senza frontiere, Ediz. Gruppo Abele, 1994.

(1) La terminologia può prestarsi a confusione. Negli Stati uniti i neoliberal si definiscono neoconservatori (o neocon), dato che qui essere liberal vuol dire essere piuttosto di sinistra, e comunque votare per i democratici.
(2) Il "pensiero unico" è stato identificato, definito e denunciato per la prima volta da Ignacio Ramonet nel suo editoriale de le Monde diplomatique del gennaio 1995.

(3) Richard Weaver, Ideas Have Consequences, University of Chicago Press, Chicago, 1948.

(4) Leggere Serge Halimi, "L'universita di Chicago, un angolo di paradiso ben difeso", le Monde diplomatique/il manifesto, aprile 1994.

(5) August Friedrich von Hayek, La via della schiavitù, Rusconi, 1995.

(6) Ad esempio, Russel Kirk (The Conservative Mind, 1953), Leo Strauss, (Natural Right and History, 1953).

(7) Milton Friedman, Capitalismo e libertà. Studio Tesi, 1995.
Il testo originale, Capitalism and Freedom, era stato pubblicato nel 1962.

(8) Leggere l'inchiesta di Serge Halimi, "Dove nascono le idee della destra americana", le Monde diplomatique/il manifesto, marzo 1995. Sullo stesso tema, James Allen Smith, The Idea Brokers: Think-Tanks and the Rise of the New Policy Elites, The Free Press, New York, 1991; e George H. Nash, The Conservative Intellectual Movement since 1945, Basic Books, New York 1976.

(9) Brandan Martin, In the Public Interest?, Zed Books, Londra, 1993, p. 49.

(10) Statement of Aims, Mont Pèlerin Society, adottato l'8 aprile 1947, citato da George Nash, op. cit., p. 26.

(11) Queste indicazioni sulle attività intellettuali della Société du Mont Pèlerin ci sono state cortesemente fornite dal suo attuale presidente, Pascal Salin, docente all'università Paris-Dauphine e consulente molto vicino a Alain Madelin.

(12) Leggere Beth Schulman, "Foundations for a Movement: How the Right Wing Subsidises its Press", Extra!, Fairness and Accuracy in Reporting (FAIR) New York, marzo-aprile 1995.

(13) Leggere David Callahan, "Liberal Policy's Weak Foundations", The Nation, 13 novembre 1995.

(14) Jon Weiner, "Dollars for Neocon Scholars", The Nation, 1 gennaio 1990.

(15) Jon Weiner, ibid.
(Traduzione di P.M.)

 

Torna alla pagina principale