FISICA/MENTE

 

 

Escalation


VALENTINO PARLATO


Questa guerra è già durata troppo tempo. Ogni giorno è di sangue, di morte, di lacrime e rabbia dei sopravvissuti. L'altroieri la strage del mercato, ieri la replica in una zona vicina a luoghi di culto. Ieri era venerdì, che per i musulmani è come il sabato per gli ebrei e molto di più che la domenica per noi cristiani consumisti, anche se il congresso Usa ha deciso una giornata di preghiera e digiuno perché il loro dio sostenga i loro militari. Saremmo arrivati al fondamentalismo dei ricchi, che è il peggio che si possa pensare e che ogni giorno produce la carneficina che possiamo vedere anche nelle nostre tv. Il punto - sul quale occorre interrogarsi - è che questa barbarie nasce da una scelta suppostamente razionale. «La scelta - scrive Arthur Schlesinger Jr - riflette una svolta decisiva nella politica estera americana, in cui la dottrina strategica del contenimento e dissuasione, che ci aveva portato a una vittoria pacifica durante la Guerra fredda, è stata sostituita dalla dottrina di Bush che persegue una guerra preventiva. Il presidente ha adottato una politica di autodifesa preventiva eguale a quella che il Giappone imperiale aveva applicato a Pearl Harbor». E Schlesinger prosegue: «La dottrina di Bush ci trasforma in giudici, giuria e carnefici del mondo, un'autocandidatura che porterà al ridimensionamento della nostra leadership». Charles Kupchan ha scritto un saggio che si intitola, La fine dell'era americana, ma il guaio è che questo tramonto eventuale è sicuramente sanguinoso e mortifero e non per la cattiveria dell'impero in decadenza, ma per la sua crisi di egemonia, di comprensione di come stanno le cose al mondo.

Tutti gli osservatori, anche americani, affermano che mai una guerra era stata tanto a lungo studiata e progettata come questa, appunto, preventiva. Alle spalle di questa guerra c'è almeno una decina d'anni di preparazione. Il risultato è inequivocabilmente disastroso: isolamento sul piano internazionale, mobilitazione della più grande opposizione pacifista della storia, destabilizzazione degli stati arabi moderati e poi sul fronte il totale fallimento della guerra lampo annunciata, delle bombe intelligenti e di tutto il resto. Ci vogliono altre truppe (anche dei paracadutisti di Vicenza), ci vogliono altri aerei e, a questo punto, come per altro annunciano i macelli quotidiani, bombardamenti sempre più massicci e indiscriminati e bombe sempre più grosse e meno intelligenti. Le informazioni dicono che al Pentagono c'è rissa: uno se ne è dovuto andare per conflitto di interessi, ma anche altri hanno mani in affari petroliferi e bellici.

Grande è il disordine nel cervello dell'impero e la situazione non è affatto eccellente, anzi massimamente pericolosa: i massacri di questi giorni lo confermano e ci sono molte ragioni per temere che annuncino il peggio. Sui giornali è riemersa la parola «escalation».

Da Il Messaggero on line Martedì 11 Febbraio 2003  

EUROPA ALLA DERIVA

di GIUSEPPE MAMMARELLA


CHE Saddam Hussein esca di scena scegliendo l’esilio, come è nelle speranze di molti, o che venga spazzato via "manu militari", come è nelle intenzioni di Washington, potrà vantarsi di aver messo in discussione mezzo secolo di politica europea e di aver creato un trauma che sarà difficile sanare all’interno del cosiddetto mondo occidentale. In realtà la crisi che sta investendo le grandi istituzioni su cui quel mondo si è costruito nel secondo dopoguerra ha origini lontane e la questione irachena ha solo contribuito a farla esplodere. Charles Kupchan, il politologo americano che con sofisticate argomentazioni in un saggio apparso di recente ha indicato nell’Unione europea il vero e più pericoloso concorrente degli Stati Uniti, avrà motivo di ricredersi davanti alla situazione che si sta creando in questi giorni. Nessuno si illudeva sull’esistenza di una politica estera europea, ma fino ad ora, pur con qualche funambolismo, si era sempre riusciti a nascondere le crepe più evidenti ed a recuperare un minimo di concordanza, se non di unità. Ma questa volta la rottura è clamorosa, attraversa tutto il corpo dell’Unione dividendolo nettamente e quel piano franco-tedesco, fantomatico e comunque tardivo che avrebbe voluto essere la voce indipendente dell’Europa, ha contribuito a rendere più evidente la spaccatura e ad approfondirla. La mancanza di una politica estera europea che stiamo rincorrendo invano da quella conferenza dell’Aja che nel 1969 chiuse il decennio gollista e sembrò aprire una nuova fase, nasce primariamente dalla debolezza delle soluzioni istituzionali, ma soprattutto dall’incapacità di fare chiarezza su due fondamentali questioni: quella delle sovranità statuali nel rapporto con l’Unione e l’altra delle relazioni tra Unione europea e Stati Uniti. Chi si è accorto in questi giorni, in cui i ritmi del dibattito si stavano facendo sempre più serrati, dell’esistenza di quel mister Pesc al quale il trattato di Maastricht ha affidato il compito di esprimere una politica estera e di sicurezza comune? E come si poteva pensare che un solo personaggio, per quanto prestigioso ma privo di ogni strumento di azione concreta, potesse farsi carico di elaborare una politica estera che fosse accettabile a tutti i quindici governi dell’Unione riassumendone e accordandone interessi e posizioni?
La sovranità dei governi è l’altro ostacolo, il più arduo, che da sempre si è opposto a tutti i tentativi di dar vita ad una politica estera europea. E’ il vizio di origine di tutta la storia comunitaria e va detto che non ci potrà essere una politica estera europea fino a quando i governi nazionali non riconosceranno che l’interesse, non quello contingente ma quello storico, dei rispettivi Paesi richiede una politica comune nei confronti del mondo esterno, così come è successo per il settore economico-commerciale e per tutti quei settori ai quali vanno estendendosi le politiche comunitarie. E all’istituzione cui verrà affidata la funzione di rappresentanza esterna dell’Unione dovranno essere dati gli strumenti necessari ad esercitarla con pienezza di dignità e di poteri, cioè una diplomazia e una forza armata. Fino ad allora ogni tentativo di dar vita ad una politica comune rimarrà illusorio e contribuirà al logoramento dell’idea e delle istituzioni comunitarie. Infine il rapporto con gli Stati Uniti, in crisi da troppo tempo senza che si sia intervenuti a chiarirlo e a correggerlo. L’America ha voluto e sostenuto realmente almeno per un ventennio dopo la fine della seconda guerra mondiale, la causa dell’integrazione europea; poi si è accorta di aver creato un temibile concorrente sul piano economico e commerciale (su questo punto Kupchan ha ragione) ma al tempo stesso un partner non sempre affidabile sul piano politico e militare. Ne è nata tra le due sponde dell’Atlantico una specie di guerra fredda in formato ridotto che si è manifestata soprattutto dopo la fine della guerra fredda vera prima con l’ostilità nei confronti della moneta comune e oggi con il tentativo di influenzare la politica estera europea attraverso i Paesi dell’Est già entrati nella Nato e candidati all’ingresso nell’Unione.
I Paesi della nuova Europa che Rumsfeld ha contrapposto a quelli della vecchia Europa, che ha le sue colpe, nei confronti degli Stati Uniti, per avere approfittato troppo spesso dell’ombrello statunitense senza concedere le necessarie contropartite, ma soprattutto per rifiutarsi di prendere atto dei drammatici mutamenti avvenuti nel mondo del dopo guerra fredda che sono alla base della nuova filosofia politica americana e della sua nuova politica estera. Una revisione dei rapporti tra Unione europea e Stati Uniti che tenga conto dei cambiamenti intervenuti nelle politiche degli obiettivi ma anche nei modelli sociali dei due partner non è più rinviabile ed è sperabile che proprio attraverso di essa l’Europa acquisti coscienza dei suoi interessi non più come singoli governi ma come comunità di nazioni. Nella storia dell’integrazione europea non sono mancati momenti di crisi anche profonda; pur con tempi lunghi sono stati superati. La crisi attuale è forse la più grave e non permette attese prolungate venendo alla vigilia di due importanti appuntamenti, quello dei lavori della convenzione che dovrà varare la nuova Costituzione e quelli dell’allargamento ai Paesi dell’Est.
C’è da augurarsi che proprio di fronte a queste difficili scadenze l’Europa trovi le energie e lo scatto d’orgoglio necessari per quelle decisioni storiche che, sopravvenute due o tre volte nell’ultimo mezzo secolo, hanno fatto l’Unione europea come è oggi.


Pagine di Difesa

di Andrea Tani

Iraq: l'alleanza franco-tedesca e il maremoto atlantico

Andrea Tani, 27 gennaio 2003

La scissione fra le posizioni della rinnovata "entente" franco-tedesca e quelle della Amministrazione Bush sul destino dell'Iraq costituisce come minimo un evento mediatico sensazionale o, nell'ipotesi più preoccupante, il prodromo del terzo crollo epocale che ha caratterizzato questa virata del millennio. Dopo il collasso del Muro di Berlino e delle Torri Gemelle potrebbe essere la volta di quello dell'alleanza euro-americana, formalizzato o meno in un conseguente disfacimento sostanziale della NATO, a poche settimane dalla sua rifondazione di Praga. L'ipotesi è sconvolgente - difficile trovare altri aggettivi - ma abbastanza verosimile. Charles Kupchan, celebre esperto della Georgetown University, ha scritto sul Christian Science Monitor del 24 gennaio a questo proposito che "questo avvenimento è un potenziale spartiacque storico, in grado di arrecare un colpo decisivo al sistema di relazioni internazionali che ha governato il mondo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale". Proviamo a guardare attraverso gli accadimenti cruciali che hanno portato a tanto.

La Dichiarazione franco tedesca contro la guerra in Iraq.

La vicenda è scaturita, come noto, da una solenne quanto inaspettata presa di posizione del Presidente francese Chirac e del Cancelliere tedesco Schroeder sulla questione irakena che ha avuto luogo a Parigi e a Berlino, nel quadro delle magniloquenti celebrazioni per le Nozze di Smeraldo fra il Gallo Francese e l'Aquila teutonica - quaranta anni dell'alleanza franco tedesca voluta da De Gaulle e Adenauer. La dichiarazione, ripetuta e ripresa più volte, chiarisce senza ombra di dubbio che i due Paesi hanno assunto una posizione concorde e coordinata contro l'ipotesi di una guerra contro l'Iraq senza una esplicita autorizzazione in tal senso da parte dell'ONU.

O addirittura, secondo l'interpretazione tedesca tacitamente lasciata passare dai francesi, contro l'ipotesi di una guerra tout court, considerata "sempre un'ammissione di fallimento e la peggiore di tutte le soluzioni, anche per abbattere un tiranno…" e "…deve essere evitata ad ogni modo", secondo le dichiarazioni dello stesso Chirac. La posizione sarà ribadita nel prossimo consiglio di Sicurezza, con l'autorevolezza che le deriva dall'essere stata formulata da un Membro permanente, attuale Presidente dello stesso Consiglio, e da un importante membro provvisorio, che gli succederà in tale carica nel cruciale mese di febbraio.

In sostanza, i due Governi hanno bocciato l'attuale energica linea del governo americano sulla questione, esprimendo la loro indisponibilità ad approvare un attacco preventivo all'Iraq anche nel caso gli ispettori ONU trovino evidenza di armi biologiche e chimiche o di un programma nucleare. La posizione, che conferma la tesi tradizionale della Germania ma rappresenta una significativa variante delle idee francesi, è stata resa nota con troppa enfasi per essere un incidente di percorso, e ha generato negli Stati Uniti una serie di recriminazioni che, in termini diplomatici, hanno sfiorato quasi l'insulto.

Le ragioni della mossa in questo preciso momento, alla vigilia della cruciale riunione del Consiglio di sicurezza dell'ONU del 27, possono essere svariate. Necessità strategica, esplosione di retorica da ancien regime, necessità di dare la massima solennità al Quarantennale, oppure, come suggerisce il principe dei columnist americani William Safire (International Herald Tribune, 24 gennaio), una specie di baratto fra Chirac e Shroeder.

Una copertura antiamericana ai socialdemocratici tedeschi che ne hanno bisogno per ragioni di politica interna (il 2 febbraio avranno luogo due importanti e imminenti elezioni interne dalle quali dipende il futuro e la stessa sopravvivenza politica di Schroeder) in cambio del via libera a un Presidente del Consiglio della UE scaturito dall'alchimia politica francofona (definito dallo stesso Safire il futuro "Zar" della Unione Europea, nettamente prevalente su un presidente della Commissione "toothless". Una soluzione che assicurerà a Parigi una prevalenza istituzionale nella costituenda Unione che sembrava tramontata dopo la riunificazione tedesca.

Un'altra ragione si potrebbe trovare in un'osservazione del tutto casuale che Sergio Romano ha fatto durante una conferenza al CASD, tenuta il 20 gennaio a Palazzo Salviati, a Roma. Replicando a una domanda sul perché gli USA si comportano in un modo con l'Iraq e in modo completamente opposto con la Corea del Nord, l'Ambasciatore ha osservato che se l'Europa volesse veramente solidificarsi si dovrebbe procurare un nemico che catalizzi il processo, come prima di lei Francia, Spagna, Olanda, Stati Uniti, Francia rivoluzionaria, Italia, Germania, Norvegia, Israele. Insomma tutti coloro che l'hanno preceduta e che sono riusciti a unificarsi. L'osservazione è stata fatta un giorno prima dell'annuncio franco-tedesco e due prima delle reazioni americane. Una coincidenza piuttosto curiosa e sintomatica del fatto che forse i tempi erano maturi perché l'evidenza si materializzasse.

Reazioni americane e britanniche.

La reazione anglo-americana è stata immediata e ha inondato le cronache e i commenti dei principali media. Il Presidente Bush non è sceso direttamente in campo, anche se ha dichiarato il giorno dopo della dichiarazione franco tedesca: "Anch'io desidero la pace, ma è in nome della pace che abbiamo il dovere morale di tenere fede agli impegni; per questo gli Stati Uniti e i Paesi amici della libertà terranno fede agli impegni insieme". I suoi consiglieri hanno aggiunto che il Presidente "respinge la facile retorica di alcuni Paesi europei e promuove l'etica della responsabilità e del rispetto delle regole e delle risoluzioni dell'ONU". Sono invece scesi in campo di persona e con irruente energia i suoi principali collaboratori. Colin Powell, una colomba normalmente vicina alle posizioni delle Cancellerie europee, sembrerebbe essere rimasto particolarmente ferito da quella che ha giudicato una pugnalata alle spalle dei suoi amici transatlantici che mette in notevole difficoltà la complessiva strategia di pressione adottata dal Governo americano nei confronti del regime iracheno.

Il Generale ha rivestito i suoi panni marziali, messo da parte la diplomazia e reagito in modo esplicitamente adirato. Ha parlato di Nazioni che "girano la testa dall'altra parte (del problema iracheno) pretendendo che esso non esista", e ha aggiunto di dubitare che la Francia "sia seria" a proposito della sfida irachena alle Nazioni Unite. Ha accennato anche a una sua incoerenza, considerato l'appoggio che Parigi ha dato alla prima risoluzione delle Nazioni Unite, quella che ha dato il via alle ispezioni. Alcuni suoi stretti collaboratori hanno parlato di una "vanità francese", e del fatto che Parigi utilizza il suo seggio al Consiglio di Sicurezza per enfatizzare l'effetto della sua posizione contro la guerra". "I francesi non riescono normalmente a influenzare il Consiglio più di tanto - ha detto un funzionario (The Times, 24 gennaio) - quando ci riescono sono felici del loro momento di celebrità". Sullo stesso giornale è comparsa anche una dichiarazione dello stesso Powell secondo la quale gli USA non avrebbero mire sul petrolio iracheno, il convitato di pietra dell'intera questione. E questo forse è un po' troppo, anche per una reazione a caldo.

Lo stesso argomento è stato sviluppato con ben altri toni in una approfondita e interessante analisi di un gruppo di noti esperti petroliferi comparsa sul Guardian del 23 gennaio. Nell'ambiente degli addetti ai lavori sarebbe stranoto che l'intera questione irachena ha una sola vera ragione: tutelare il sistema di estrazione e diffusione internazionale del greggio da un possibile crollo saudita, dato per molto probabile in tempi brevi, che si combina con altre perturbazioni esistenti qua e là, come ad esempio nel Venezuela di Chavez e nella Nigeria potenzialmente scissionista.. Le armi di sterminio di Saddam costituirebbero la fortunata circostanza che avrebbero permesso di prendere il toro per le corna. I temi espressi nell'analisi sono completamente differenti dalle utopistiche e forse un po' ingenue dichiarazioni di un Segretario di Stato, il quale forse è in buona fede essendo un ex militare, e non un ex autorevole petroliere come molti dei suoi colleghi di governo, come - tra l'altro - risulta nei minimi dettagli dal citato articolo del Guardian.

Il Segretario alla Difesa Rumsfeld ha parlato di una Vecchia Europa esplicitamente intesa nel senso del rimbambimento e dell'impotenza, più che in quello della saggezza (pateticamente enfatizzata, quest'ultima qualità, da un Romano Prodi che forse poteva assumere una posizione più defilata, non essendo stata chiamata in causa né la Commissione, né tantomeno l'Unione in quanto tale), aggiungendo che per fortuna c'è un'altra Europa, quella dell'Est, che "sta con gli Stati Uniti" e soggiungendo arditamente che l'intero continente "sta spostandosi verso Oriente". Intendendo che la NATO ha assorbito nuovi membri dell'ex Patto di Varsavia e dimenticandosi che l'Alleanza Atlantica e l'Europa non sono sinonimi, contrariamente a quanto può sembrare sulle rive del Potomac..

Ari Flesher, il portavoce della Casa Bianca, ha detto dal canto suo che è chiaro che la posizione franco tedesca va rispettata ma che è altrettanto chiaro che l'assenza delle due Nazioni europee dal campo di battaglia iracheno non muterà l'esito dell'inevitabile scontro. Muterà, invece, l'influenza e la presenza mediorientale delle suddette Nazioni nel dopoguerra, soprattutto quella della Francia, che ci tiene molto. Su questo tasto ha battuto senza interruzione anche tutta la stampa americana, non si capisce se per piaggeria verso la propria nomenclatura politica o per omaggio agli stereotipi francofobi.

Anche il governo britannico ha manifestato la sua irritazione per la presa di posizione di Chirac e Schroeder, che ha avuto luogo proprio nel momento nel quale gli alleati anglosassoni stanno cercando di esercitare la massima pressione su Saddam Hussein. I pragmatici politici d'Oltremanica sono particolarmente seccati con i loro colleghi francesi, dei quali conoscono e apprezzano il realismo e la spregiudicatezza di consapevoli servitori di una Grande Potenza. La posizione tedesca è più comprensibile, dato il forzato anelito verso l'utopia e il buonismo assoluto ai quali i cugini sassoni sono stati obbligati da due disastrose sconfitte militari in un quarto di secolo, senza contare le ragioni elettorali.

Londra non crede all'improvvisa resipiscenza moralistica di Chirac e sospetta ragioni più prosaiche. Esse sono giudicate del tutto legittime ma al momento interferiscono pesantemente sulla citata stretta alla nomenklatura irachena, nella quale il Regno Unito sta impegnando un quarto del suo esercito e la sua reputazione. Si tratta di una sbavatura realpolitica non degna di professionisti seri come i francesi, secondo il Foreign Office. Blair ha comunque fatto sapere che il Governo di Sua Maestà è intenzionato ad andare avanti con la "coalizione dei volenterosi" verso la soluzione militare, anche se si dovesse verificare un "blocco irragionevole" di una nuova risoluzione ONU che autorizzi esplicitamente l'uso della forza. Cosa che il leader britannico si augura comunque, differendo in ciò dal suo omologo statunitense. Secondo il Los Angeles Times del 24 gennaio la citata soluzione militare dovrebbe verificarsi, secondo il governo inglese, ove si raggiunga in sede ONU una credibile evidenza su uno dei tre seguenti punti: smoking gun, fraudolenza sistematica dei governanti iracheni, prova inequivocabile che Baghdad sta bloccando il processo ispettivo.

Controreazioni europee e di altri.

Su questo lato dell'Atlantico, le reazioni alle reazioni sono state risentite e altrettanto esplicite. Una per tutti, quella del ministro delle Finanze francese, Francis Mer, che ha dichiarato: "Vorrei ricordare a tutti che la Vecchia Europa è piuttosto coriacea e in grado di rimandare al mittente gli sgarbi e le offese. Al momento buono lo dimostrerà". Il Ministro dell'Ambiente, Roselyn Bachelot, ha lasciato trapelare la celebre espressione di Cambronne a Waterloo, che mal si attaglia a quella che sembra profilarsi come una vittoria francese, anche se di misura, sia nei riguardi dei rivali tedeschi che dei competitori anglosassoni. Volker Ruhe, Presidente della Commissione Esteri del Bundestag, ex Ministro della Difesa e amico degli americani, ha rimproverato Rumsfeld per le sue parole, imputandogli una scarsa saggezza. Fisher ha suggerito a sua volta (allo stesso Rumsfeld) di "calmarsi". Il Ministro degli esteri francese de Villepin ha messo in evidenza la incompatibilità fra la volontà del Governo americano ad agire in modo unilaterale contro Saddam Hussein e il desiderio del medesimo di ricevere un sostegno dalla comunità internazionale per fronteggiare il problema nordcoreano. E' molto difficile che il secondo obiettivo possa essere conseguito - ha concluso i responsabile del Quay d'Orsai - se Washington non tiene nella dovuta considerazione le perplessità dei suoi alleati sulla questione irakena.

La questione ha riverberato anche nelle sedi NATO. Il 22 scorso in Consiglio Atlantico si è formato un blocco ostile alle richieste americane di supporto dell'Alleanza a USA e Turchia in caso di guerra all'Iraq (accesso alle basi, spazi aerei, dislocazione di velivoli AWACS e caccia). Il blocco comprendeva, oltre a Francia e Germania, anche Belgio, Norvegia e Lussemburgo ed è riuscito a sospendere pro-tempore il processo decisionale dell'Alleanza sulla specifica questione provocando uno scambio di accuse e clamori non consueti dalle parti di Evère. La cosa non ha una grande rilevanza pratica, dato che i diritti fondamentali di sorvolo e di utilizzo delle basi sono comunque assicurati agli americani dal Trattato del Nord Atlantico, ma una risonanza politica di non scarso rilievo sì, nel caso tale sospensione si prolungasse. Soprattutto perché rappresenterebbe una decisa inversione di tendenza rispetto alla comprensione e solidarietà mostrata dalla NATO agli Stati Uniti dopo l'11 settembre. Adesso la situazione si è invertita e se questo smarrimento della NATO su una questione tanto cruciale dovesse continuare e approfondirsi le conseguenze sarebbero di estrema gravità. Si può persino ipotizzare un virtuale superamento dell'Alleanza, oltre che l'allontanamento di buona parte degli attuali membri europei dalle ragioni e dalle iniziative americane nella lotta al terrorismo internazionale.

Per quanto riguarda specificatamente la Turchia, essa è molto combattuta sull'atteggiamento da prendere sull'imminente conflitto, dato che ha contemporaneamente un governo islamico, il controllo delle sorgenti del Tigri e dell'Eufrate, due alleati strategici del calibro e della collocazione di USA e Israele (che hanno una decisiva influenza sul Fondo Monetario e sulla Banca Mondiale dai quali dipende il presente e l'immediato futuro del Paese) e un problema curdo alle frontiere che rischia di deflagrare e tracimare verso l'Anatolia in caso di un collasso iracheno. I turchi paventano un milione di rifugiati in caso di guerra. Nella stessa settimana nella quale si sviluppava la polemica euro-americana, Ankara ha coordinato un gruppo regionale dei Paesi confinanti con l'Iraq (Egitto, Giordania, Arabia Saudita, Siria) che ha discusso il modo di evitare un conflitto deciso da altri che non farebbe gli interessi di nessuno di essi. Risultato: parole vuote che nascondono soprattutto una grande preoccupazione: che un crollo dell'Iraq, ma ancora di più l'auspicata democratizzazione postbellica promessa (o minacciata) dagli americani senza molta considerazione che le specificità locali destabilizzino completamente la regione facendo il gioco del fondamentalismo militante. Per contrastare il quale dovrebbe essere scatenata questa nuova Tempesta nel Deserto, almeno così è stato detto da qualcuno.

Anche la Russia sta partecipando al dibattito, seppure con un profilo più basso. I suoi dirigenti sostengono la posizione franco-tedesca anche se non ne accentuano le valenze antiamericane. Putin ne ha parlato esplicitamente con Schroeder. Non vede nessuna ragione per iniziare operazioni militari contro l'Iraq in questo momento, augurandosi una soluzione politica del problema. Ivanov, il Ministro degli Esteri di Putin, ha aggiunto: "Ci auguriamo che nessun Paese intraprenderà azioni individuali fuori dal contesto decisionale delle Nazioni Unite". Tutto sommato la Dottrina Primakov potrebbe avere acquisito due altri adepti, oltre ai tre soci fondatori, Cina , Russia e India (quest'ultima ormai è passata al "nemico"). E Primakov era un illustre russo.

La Cina ha discretamente sposato le posizioni franco tedesche nel Consiglio di Sicurezza ed è presumibile che le sostenga senza portare all'esasperazione il gigante americano, della cui buona disposizione ha bisogno. Tutto sommato da punto di vista dei futuri rifornimenti energetici è con questi che ha le maggiori affinità: Cina e Stati Uniti saranno i principali utenti mondiali del petrolio mediorientale prossimo venturo insieme al Giappone e condividono lo stesso tipo di preoccupazioni relative alla possibilità alquanto verosimile - a detta dei ben informati - di un'implosione saudita che porterebbe ad un'apnea petrolifera su scala planetaria. Tutta la vicenda irakena sarebbe fortemente condizionata da questa prospettiva, che non può essere utilizzata per giustificare Desert Storm II presso le masse geopoliticamente incolte, ma sembra sia alla base di tutte le questioni che stiamo esaminando. Inoltre, la Dottrina preventiva di Bush e la sua pratica applicazione fra il Tigri e l'Eufrate potrebbe trovare qualche imitazione altrove, ad esempio nel Mar della Cina, nei confronti di Taiwan o di qualche concorrente al petrolio delle Spratleys. Paragrafando Amitav Acharya, che ne ha scritto sull'International Herald Tribune del 23 gennaio, la Cina è ancora "una seguace di Hobbes", come gli Stati Uniti; non è ancora Kantiana come l'Europa, ed è difficile che lo diventi nel corso di questo secolo.

Infine, più gli americani rimangono impegolati in qualche lontano teatro operativo eccentrico rispetto all'Impero di Mezzo, più la Cina può proseguire indisturbata nelle sue modernizzazione a accorciare la distanza con il pivot, mettendosi al riparo dai suoi scatti di umore. Queste sono le ragioni per le quali non è presumibile che i dirigenti di Pechino si straccino le vesti né per il dittatore di Baghdad né per i grandi principi del multilateralismo che essi condividono solo quando sono in accordo con i loro interessi. D'altra parte l'egemonismo americano di oggi è talmente straripante che non può essere assecondato da chi non ne condivide gli oneri e soprattutto gli onori. E certamente la Cina non è fra questi. Si spiega così quello che alle nostre latitudini verrebbe definito il suo cerchiobottismo.

Discorso diverso per il Giappone, che comunque non fa parte del Consiglio di Sicurezza e cerca di rimanere defilato il più possibile da tutte le questioni che mettono in evidenza la sua minorità strategica. Non c'è dubbio che un Paese che non riesce a riconoscere la guerra neanche come sostantivo non possa che condividere, dal punto di vista filosofico, le utopie franco-tedesche. D'altra parte la politica è solo parzialmente filosofia e quasi per niente utopia, e quindi Tokio deve fare i conti con la realtà e con le esigenze del suo alleato americano, che vicaria le sue Forze Armate in termini di difesa in profondità e sicurezza preventiva dell'ex Impero, oltre a fornire la copertura strategica della quale il Giappone ha bisogno, in un'Asia nella quale è ormai la sola grande potenza non nucleare. Il Generale Mayer, Chairman of the Joint Chiefs of Staff del Pentagono, è anche il virtuale Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate del Tenno e quindi i sudditi nipponici lo stanno a sentire con attenzione prendendo appunti.

Reazioni interne negli Stati Uniti

Oltre alle reazioni dei Governi si sono avuti molti commenti non ufficiali presso le sedi e gli ambienti più disparati, come accade sempre per questioni di questa importanza, e anche per altro. Alcuni di essi meritano una menzione speciale per la loro autorevolezza e anche per l'influenza che possono avere sui decisori, in prospettiva. Provengono dalla coscienza critica americana di questa politica, che comprende i tradizionali avversari dell'Amministrazione in carica - nonché dei sostenitori della linea scelta dall'America del dopo 11 settembre - oltre a frange dell'idealismo più utopico dell'American Dream e della sinistra extraparlamentare.

Molti senatori democratici hanno preso posizione contro la determinazione dell'Amministrazione a perseguire a tutti i costi la guerra, invitando il Presidente Bush a dare maggior tempo agli ispettori. L'acritico patriottismo bipartsan del dopo 11 settembre sta svanendo. Strobe Talbott, già Sottosegretario di Stato con l'Amministrazione Clinton e oggi influente presidente della Brooking Institution, ha criticato con molta energia e un'indubitabile eloquenza (International Herald Tribune, 24 gennaio) la politica della Amministrazione. Questa avrebbe raggiunto il suo Rubicone - secondo Talbott - e dovrebbe essere consapevole che saranno le conseguenze della sua decisione di andare alla guerra, non le motivazioni che ne stanno alla base, che determineranno il modo con il quale la sua politica - il suo gamble, come ironizza lo stesso Talbott - sarà giudicata (dalla Storia ma anche dall'elettorato delle prossime elezioni presidenziali del 2004, si intuisce). Tali conseguenze potrebbero essere devastanti, soprattutto in Asia meridionale, qualunque sia l'esito del conflitto.

Il Presidente Pakistano Musharraf, in particolare, potrebbe essere spazzato via dalla piazza fondamentalista aizzata dalle passioni antiamericane scatenate dall'ennesima umiliazione dei "crociati" contro l'Islam. Sarebbe ipotizzabile a quel punto una pressoché certa reazione indiana dalle connotazioni "preventive", (secondo la dottrine imperanti presso l'alleato-maestro statunitense), e naturalmente nucleari. Analoghe jatture sono prevedibili per l'Indonesia e le Filippine.

Anche l'ipotesi migliore (un conflitto in Iraq vittorioso e rapido quanto si vuole) comporterebbe un dopo guerra confuso, protratto e estremamente oneroso, impegnando un'armata di occupazione per chissà quanti anni e uno sforzo di ricostruzione materiale e amministrativa su una scala mai vista nei tempi recenti. E anche se gli Stati Uniti dovessero avere successo in questa difficile impresa, si ritroverebbero con molto orgoglio e pochissimi amici e un'eccessiva propensione a cercarsi altri guai e altri nemici. E' anche vero che niente ha più successo del successo, e che quello che diceva Longanesi per gli italiani, che "corrono in soccorso del vincitore", è estendibile a tutti i cortigiani di questo volubile pianeta.

A queste posizioni delle élite corrisponde un analogo sentire dell'opinione pubblica americana. Secondo un sondaggio del Post/ABC il 58% degli statunitensi vorrebbero vedere una maggiore evidenza nelle menzogne o nelle armi degli iracheni prima di andare alla guerra. E l'81% vorrebbe comunque farlo nel quadro di una chiara ed esplicita risoluzione ONU. Questi sondaggi sono forse l'arma segreta di Chirac e di Schroeder e la ragione della reazione così stizzita dei governanti di Washington.

E' vero che Bush non è stato eletto per farsi condizionare dai sondaggi, ma è altresì vero che sarebbe stupido ("foolish" come recita il citato Christian Science Monitor del 23 gennaio) lanciarsi in una guerra in presenza di un calo così evidente di consensi. Senza contare che l'elezione discussa e di misura di tre anni fa dovrebbe consigliare maggiore cautela e minore arroganza. A meno che l'arroganza non sia segno di debolezza, e questa potrebbe essere un'altra intuizione dei "vecchi europei" delle due rive del Reno. Per rimanere in controllo della situazione Bush dovrebbe quindi riuscire a mantenere credibile la minaccia (il bluff) nei confronti degli iracheni e nel contempo persuadere gli americani della immanenza e veridicità del pericolo della dittatura Saddamita.

Sul fronte opposto dei critici, Condoleza Rice ha scritto un appassionato articolo su Herald Tribune del 24 gennaio con un titolo che riassume gli argomenti esposti: "We know Baghdad is lying". Sarebbe il caso che "all know", tutti sapessero che "Baghdad is lying" e che fossero fornite prove convincenti. In fondo, gran parte del problema è qui, come ha lasciato capire Berlusconi nell'indiscrezione di Palazzo Chigi sui suoi argomenti telefonici con Bush. Se anche Germania e Francia approfittassero dell'ambiguità della situazione per dare una spallata all'egemonia dell'Impero americano, per loro ambizione o per sviluppare l'Europa, questo sarebbe nel loro diritto geopolitico: l'unico modo per svelare il loro eventuale bluff è quello della trasparenza di una grande democrazia sicura di sé e dei suoi argomenti.

Non sarà qualche rivelazione sulle prestazioni dei mezzi della DIA o della CIA o su qualche fonte della cerchia di Saddam a mettere in crisi l'intelligence americana. Mentre il sospetto che gli americani stiano perseguendo un loro scopo nazionale alle spalle della comunità internazionale, gonfiando a dismisura un modesto pericolo - tale almeno a paragone delle altri catastrofi incombenti che minacciano il Pianeta - e deliberatamente ingannandola anche in vista di un (loro) nobile scopo superiore, questo sì potrebbe mettere in crisi il modello americano di correttezza e lealtà istituzionale che nonostante tutto è ancora una delle maggiori patrimoni di seduzione della Repubblica Stellata. Il suo maggior Soft Power, per dirla con Joseph Nye. Il quale ha anche aggiunto: "Noi siamo la sola Superpotenza, ma non fino al punto da poter fare tutto da soli ".

Se gli Usa dovessero intraprendere un'iniziativa unilaterale, con i pochi fedelissimi che li seguiranno (fra i quali non ci sarebbe il Canada, che ha sorprendentemente sposato giovedì scorso, il 23 gennaio, le tesi franco-tedesche, con una inequivocabile dichiarazione del Ministro degli Esteri Graham alla CBS Newsworld, mentre ci sarà l'Australia) non è chiaro quali saranno i costi materiali e diplomatici di qualsiasi risultato dovessero essere conseguito e soprattutto la solidità politica della più che certa vittoria militare sul campo. E non è chiaro quanto l'unilateralismo americano influirà sulla disponibilità della comunità internazionale a sostenere le priorità geopolitiche degli USA, in primis la lotta al terrorismo.

Prospettive.

Vediamo di riassumere le prospettive dell'immediato futuro. Oggi viene presentato il rapporto degli ispettori al Consiglio di Sicurezza e domani si avvierà la discussione sul "che fare". Quello che è successo nei giorni scorsi non ha precedenti. La Francia e la Germana hanno concordato di mettere a fattor comune la loro politica estera, coordinandola strettamente e amalgamandola progressivamente. Il primo banco di prova di questa strategia è stato la decisione di mettersi di traverso rispetto alla locomotiva americana lanciata in piena corsa verso un obiettivo cruciale e di rimanerci fino alla sua frenata, o finché la stessa locomotiva non sia rientrata nei binari dai quali sta deragliando, secondo il punto di vista franco-tedesco.

Si tratta di una sfida ai governi e alle opinioni pubbliche di tutte le parti in causa, oltre che al mondo, ed è in gioco la credibilità di antiche, nobili e orgogliose Nazioni. Non è del tutto verosimile che un impegno così pregnante, preso in una circostanza così solenni, si squagli al primo canto delle sirene anglosassoni che promettano un ottimo posto al sole (naturalmente dopo che la famiglia principale si sarà accomodata) alla vanagloria gollista. Tutto è possibile, ma potrebbe essere la credibilità della corsa di Washington e Londra a soffrire maggiormente.

D'altra parte l'Amministrazione americana, per superare la crisi in corso nello schieramento che dovrebbe appoggiarla, punta molto sulle tradizionali divisioni dei Paesi europei e sulle velleità da grande potenza mondiale della Francia. Questa ha bisogno del consenso angloamericano al suo citato posto al sole più di quanto gli angloamericani abbiano bisogno del via libera francese per l'Iraq. Sulla Germania e le vulnerabilità dell'attuale Governo si è già detto. Gli altri staranno sostanzialmente a guardare, anche se con educata contrarietà, preparandosi ad accodarsi al carro del vincitore.

E' possibile che in seguito all'esito di questa crisi il sistema di relazioni internazionali in vigore dalla fine della Seconda guerra Mondiale, basato sulla gestione della forza da parte della legge, mutuata da quanto succede nella società civile, venga superato da nuove regole che devono essere ancora formalizzate, derivate probabilmente da qualcosa di analogo alla Dottrina della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti applicata su scala globale. Una vittoria rapida e decisiva contro l'Iraq spianerebbe la strada a questo processo che vedrebbe una nuova Pax Americana (o Texana) imposta con la forza delle armi in virtù di una superiorità etica innata nella civiltà occidentale, che si coniuga con una incolmabile supremazia tecnologica, e trova la sua più completa applicazione nel Nuovo Mondo, Emisfero Boreale.

D'altra parte la Francia e la Germania hanno espresso educatamente le motivazioni etiche che stanno alla base della loro posizione, che poi coincidono con quelle di un movimento di resistenza globale in solidificazione contro l'egemonia statunitense. Non si tratta di voci isolate e sparpagliate. Quasi tutti gli antichi alleati, coreani, giapponesi, ASEAN, latino-americani, europei continentali - non menzionando gli ex nemici russi e cinesi e la galassia islamica - condividono una crescente estraneità ai valori che l'America di oggi esprime. E anche la comunità transnazionale degli affari e del commercio, che rappresenta da sempre uno dei punti di forza della leadership americana, comincia a innervosirsi, come si è visto a Davos, per certi comportamenti americani - protezionismo commerciale e indifferenza per i problemi globali del pianeta che non li riguardano direttamente - e per questa recessione alimentata dai venti di una guerra che non viene mai.

La tentazione di distinguersi dal clan di petrolieri al potere a Washington deve essere molto forte. Se tutto ciò sia causato dalla grossolanità texana di questi ultimi, dalle difficoltà di comunicazione dell'America del post 11 settembre o perché effettivamente quello che esprime non viene più accettato, non ha molta importanza. Forse la vera ragione è che i sudditi (come gli alleati si sentono, a torto o a ragione) hanno acquistato consapevolezza della loro condizione e il "soft Power" americano, il fascino della modernità realizzata nel Nuovo Mondo, non basta più a compensare le crescenti durezze che l'egemonia stellata impone a se stessa ma anche agli altri, nonché le sue insensibilità ai guai altrui.

La risposta degli Stati Uniti a queste estraneità potrebbe essere di venire incontro allo smarrimento dei suoi antichi e fedeli clienti oppure di scegliere la linea dura, ricondurre i riottosi all'ordine e imporre alla Francia e alla Germania di sostenerli nella guerra contro l'Iraq, facendo balenare, in alternativa, una crisi dell'ONU che si rivelerebbe esiziale per la fragile e stentata organizzazione newyorkese, che tutto sommato protegge più gli interessi dei Paesi non egemonici che quelli degli Stati Uniti. Senza contare le ritorsioni commerciali e finanziarie, nei confronti delle quali, però, sia i tedeschi che i francesi sono abbastanza difesi.

Nella settimana che è iniziata, l'Amministrazione Bush sta preparandosi a sciogliere questi e altri nodi. Il primo passo è un cruciale confronto con i quattordici membri del Consiglio di Sicurezza. Le asperità che si sono evidenziate la settimana che si è chiusa potrebbero anche spiegarsi come una lotta per la cattura delle posizioni dominanti dalle quali condurre il suddetto confronto, come è successo in misura più ridotta prima della 1441. L'argomento fondamentale degli americani potrebbe consistere nell'evidenziare il pericolo già citato. Un fallimento nel gestire la questione irakena rischierebbe di distruggere definitivamente l'autorità delle Nazioni Unite, spingendo gli Stati Uniti verso quell'unilateralismo da Iperpotenza solitaria che paventano soprattutto i loro critici.

D'altra parte non è detto che il rapporto degli ispettori porti acqua al mulino americano. Al Baradei, forse non appropriatamente un arabo, data la circostanza, ha dichiarato ieri che la sua Agenzia non ha alcuna prova in mano che inchiodi Saddam alle sue responsabilità nucleari. Oltre alla credibilità dei carolingi europei e delle Nazioni Unite è quindi in gioco anche la credibilità della attuale Amministrazione. Con il rafforzamento del dispositivo militare nel Golfo non preceduto dalla raccolta di prove inoppugnabili sulle armi irakene, essa potrebbe aver lanciato, secondo il Christian Science Monitor del 23 gennaio, un gigantesco, incauto e costoso bluff diretto a Saddam ma che viene chiamato, nel momento più cruciale e delicato del gioco, proprio dai più stretti alleati.

Il Segretario Powell ha comunque confermato che il processo di negoziazione all'interno del Consiglio di Sicurezza non si è affatto esaurito, ma è appena cominciato: "Questo è l'inizio, non la fine del dibattito". Durante una conferenza stampa congiunta seguita al loro incontro del 23 scorso, lo stesso Powell e il collega britannico Straw hanno lasciato intendere che ci potrebbe essere una seconda risoluzione dopo il 27 purché vengano salvaguardati tre punti principali: credibilità del Consiglio e delle sue decisioni, identificazione delle violazioni irachene rispetto alla risoluzione 1441, riconoscimento delle suddette violazioni da parte del Consiglio nella sua collegialità. Solo allora gli Stati Uniti comunicheranno le notizie certe sulle violazioni irachene in loro esclusivo possesso, nonché le modalità e i dettagli delle operazioni che intendono sviluppare per dare concretezza alle serie conseguenze per l'Iraq delle quali parla già la 1441. Esternamente o sempre più auspicabilmente nel contesto di una nuova risoluzione o di un seguito della suddetta 1441.

Secondo il Los Angeles Times del 24 gennaio ancora Powell, e Rumsfeld, avrebbero dichiarato a porte chiuse, in una audizione al Foreign Relation Committee del Senato di questa settimana, che l'Amministrazione sarebbe disponibile a "far lavorare gli ispettori dell'ONU un po' più a lungo". Un mese o poco più , secondo indiscrezioni del Congresso e degli inglesi. In cambio di queste concessioni probabili, la delegazione americana al Consiglio di Sicurezza potrebbe cercare di conseguire un risultato minimo, quello del riconoscimento da parte di tutti i membri, compresi i critici francesi, tedeschi e russi, che l'Irak non ha ottemperato alla risoluzione riguardante le sue armi di distruzioni di massa. Parzialmente o totalmente, è relativamente secondario. In tal modo si eviterebbe di allentare la pressione sul Rais e di fornire erronee e fuorvianti segnali sulla determinazione della comunità internazionale ad avere ragione delle sue armi di sterminio. Comunque vada la polemica euro-americana, questa determinazione è ormai un fatto acquisito dal quale nessuno si sogna di tornare indietro.

In conclusione. E' ormai pressoché certo - lo ha ripetuto ieri Powell a Davos - che gli USA andranno in guerra, con o senza ONU. A meno di un crollo iracheno, nel qual caso avanzeranno lo stesso su Baghdad, pur senza combattere. Dovranno riempire un vuoto di potere senza il quale si scatenerebbero faide terribili contro gli scherani di Saddam. I tempi dell'attesa, secondo il Guardian del 24 gennaio, si misurano ormai in settimane, non più mesi: "mesi è una parola bandita dagli americani - ha dichiarato un diplomatico europeo - almeno a proposito della guerra".

Secondo le previsioni più accreditate questa durerà poco, meno di una trentina di giorni, e servirà anche a provare le nuove tecniche di guerra cibernetica anticipate in Afghanistan. Con in più qualche primizia inedita, come la "E-bomb" che dovrebbe neutralizzare tutta l'elettronica e l'elettrotecnica del nemico nel raggio di chilometri, generando un impulso elettromagnetico che una volta era generato dalle sole armi nucleari e costituiva una delle loro più verosimili applicazioni militari. La sola sperimentazione di quest'arma - se sono autentiche le indiscrezioni che circolano - potrebbe giustificare una campagna veloce e relativamente incruenta, almeno agli occhi del Pentagono.

A parte queste sperimentazioni, i motivi veri sono quelli già sottolineati. Anche se non quelli che sembrano o vengono dichiarati ufficialmente, si tratta comunque di argomenti seri e credibili. Fosse pure il petrolio che rischia di scarseggiare drammaticamente proprio quando enormi conglomerati sociali si affacciano alla modernità - si pensi solo alla Cina e all'India - non è un'inezia. Tutto il sistema di vita dell'Occidente e del mondo ne sarebbe sconvolto. Il progresso dei non abbienti che tanto sta a cuore degli anti-americani di Porto Alegre si bloccherebbe indefinitamente.

Tedeschi e francesi, russi e cinesi lo sanno benissimo. Quello che pretendono, è che gli Stati Uniti agiscano per fare la cosa giusta nel modo giusto. Su mandato della comunità internazionale e in suo nome, non in virtù di un diritto divino che li ha nominati contemporaneamente carabinieri, investigatori, giudici e guardie carcerarie. Lasciando anche gli spazi del caso agli interessi e alle visibilità di chi ha legittime aspirazioni e storia per sostenerle. Non sembra una pretesa irragionevole. Se non dovessero accoglierla - cosa che sembra assai improbabile, al di là di come e quanto i vari attori perderanno o manterranno la rispettiva faccia - gli Stati Uniti potrebbero finire per vincere la guerra in Iraq ma perdere, in tempi non così lunghi come si può credere, quella egemonia mondiale alla quale sono così comprensibilmente affezionati.


Documenti/Dagli Usa  


La grande strategia dell’aquila

di Bruno Colson

 

Si evoca spesso una “grande strategia” americana per designare, in realtà, una politica estera mondiale o globale. Le due espressioni sono talvolta utilizzate congiuntamente, persino da uno specialista di “questioni strategiche” come Edward Luttwak. A suo parere, la maggior parte dei governi del mondo accetta “vie con una serenità straordinaria” la superiorità militare senza precedenti degli Stati Uniti, perché non avverte presso questi ultimi alcuna visione strategica globale1.
Numerosi specialisti americani amano diffondere quest’idea, che gli Stati Uniti non hanno una visione a lungo termine e nemmeno coerenza nella loro politica estera.
Ciò nonostante molti documenti ufficiali, diffusi in cerchie non ristrette, descrivono una “strategia” americana in cui non è impossibile notare una certa coerenza. Gli americani distinguono una National Security Strategy, definita dalla Casa Bianca, una Defense Strategy organizzata dal segretario alla Difesa e una Military Strategy sviluppata dal presidente dei capi di stato maggiore interforze. Le intersezioni tra queste tre elaborazioni sono evidentemente numerose, essendo la strategia per sua definizione all’interfaccia del politico e del militare.
La gerarchia è evidente, tuttavia. La strategia di difesa e la strategia militare sono elaborate proprio per attuare le linee d’azione stabilite dalla Casa Bianca. Qui saranno esaminati gli aspetti più politici della strategia americana, la “grande strategia”.
In una prima parte sarà presentata la strategia ufficialmente proclamata, la National Security Strategy. Per dare maggior rilievo e sapore al testo ufficiale, l’accento sarà messo sugli aspetti più politici nel senso del criterio di Carl Schmitt: la distinzione amico-nemico. La preoccupazione particolare per ciò che riguarda l’Europa giustificherà il trattamento privilegiato assegnato al ruolo della NATO. Seguirà una spiegazione globale dei fondamenti della grande strategia americana, qual è formulata da alcuni analisti americani che la chiamano “strategia della preponderanza” e che non esitano a scorgervi un “keynesismo militare”.
Una quarta ed ultima parte fornirà un’idea delle alternative proposte, in modo sempre più ricorrente,da alcuni specialisti americani; fatto questo, che annuncia una possibile rimessa in questione della strategia nazionale di sicurezza.
 

La strategia nazionale di sicurezza

La national security strategy è dunque chiamata anche grand strategy. Il Department of Defense Dictionary of Military Terms la definisce come «l’arte e la scienza di sviluppare, di mettere in opera e di coordinare gli strumenti della potenza nazionale (diplomatici, economici, militari e dell’informazione) per raggiungere degli obiettivi che contribuiscono alla sicurezza nazionale»2. La “strategia nazionale di sicurezza” indica gli obiettivi generali e la “spinta” (thrust) degli Stati Uniti, piuttosto che una lista esaustiva delle loro politiche e dei loro interessi3. «Essa riflette decisioni politiche del più alto livello coprendo tutte le attività dello Stato. Gestisce, coordina e, se è necessario, crea strumenti appropriati per attuare la politica dello Stato, drenando tutti gli elementi della potenza nazionale, includendo la pressione diplomatica, la forza militare, le risorse industriali, la posizione commerciale, la base tecnologica, i dati dell’informazione, l’attrattiva ideologica e la coesione politica. Mentre la strategia militare si occupa in primo luogo dell’utilizzazione della potenza militare, la grande strategia guida l’impiego di tutta la gamma degli strumenti della politica in pace come in guerra. La “grande strategia” fa dunque riferimento allo sviluppo e all’applicazione coordinata degli strumenti politici, economici e militari della potenza per difendere gli interessi e gli obiettivi nazionali in tutte le circostanze.»4
La grande strategia riflette anche la percezione collettiva delle condizioni che dovrebbero esistere affinché la nazione conosca la sicurezza e la prosperità5. Gli americani fanno forse un uso smodato del concetto di strategia per designare la loro politica. Capita che usino concetti di strategia militare operativa come la manovra o il logoramento per designare opzioni di politica estera6. Servirsi di metafore in materia è perfettamente legittimo e non è, in se stesso, proprio degli americani, ma, secondo Stanley Hoffmann, c’è qualcosa di più. A suo parere la riduzione della politica estera alla strategia è dovuta a un approccio manageriale e tecnico tipicamente americano che egli chiama skill thinking. L’uso del concetto di strategia darebbe l’illusione dell’oggettività e della razionalità in una società affascinata dalla tecnica e poco incline alla riflessione filosofica7. La strategia è considerata allora come «un metodo di pensiero che permette di classificare e gerarchizzare gli avvenimenti e poi di scegliere i procedimenti più efficaci»8. Per gli americani il concetto di strategia evoca inoltre una visione a lungo termine, un quadro di analisi che permette di guidare la politica, implicando quest’ultima, quando si traduce con policy, una gestione giorno per giorno in risposta agli avvenimenti9.
L’ultima versione della strategia nazionale di sicurezza è stata esposta dal presidente Clinton nell’ottobre del 1998. Le versioni precedenti erano state date da Bill Clinton nel maggio del 1997 e nel febbraio del 1995, da George Bush nell’agosto del 1991 e da Ronald Reagan nel gennaio del 1988. Si può costatare dunque un’accelerazione del ritmo di elaborazione di questo documento, come se la nostra epoca necessitasse di un adeguamento costante dei grandi obiettivi degli Stati Uniti. Dopo che Bill Clinton è arrivato alla Casa Bianca, tuttavia, la strategia americana di sicurezza si prefigge sempre i tre stessi obiettivi: rafforzare la sicurezza degli Stati Uniti grazie ad una diplomazia efficace e ad una forza militare pronta a combattere e a vincere, promuovere la prosperità interna e incoraggiare la democrazia nel mondo. Per Bill Clinton, gli Stati Uniti possono e devono utilizzare la loro leadership per «promuovere le forze globali d’integrazione, rimodellare la sicurezza esistente, le strutture economiche e politiche e costruirne di nuove che siano d’aiuto per creare le condizioni necessarie per il buon andamento dei valori e degli interessi americani»10. Il bisogno di una leadership americana è considerato come più necessario che mai all’estero. Questa necessità della leadership è più accentuata nelle due ultime versioni di National Security Strategy (Nss) che nelle precedenti.
Nella versione dell’ottobre 1998 trapela una certa inquietudine nei riguardi della mondializzazione. Sempre di più, dice questo testo, «siamo colpiti come nazione da avvenimenti al di fuori delle nostre frontiere. […]Altri problemi che sembravano piuttosto lontani un tempo – come l’esaurimento delle risorse, la crescita rapida della popolazione, il degrado dell’ambiente, le nuove malattie infettive e le migrazioni incontrollate dei profughi – hanno importanti implicazioni per la sicurezza degli Stati Uniti»11. Questi ultimi devono, di conseguenza, esercitare più che mai la loro leadership all’esterno per stare sicuri in casa propria. Devono essere pronti a impiegare tutti gli strumenti della loro potenza per influenzare le azioni degli altri Stati e dei protagonisti indipendenti. Alla complessità del mondo odierno necessita un’integrazione effettiva di tutti gli strumenti della potenza nazionale. L’America deve mostrare la volontà e le capacità di esercitare questa leadership globale e «restare il partner di sicurezza privilegiato per la comunità degli Stati che sono partecipi dei suoi interessi». L’estensione della democrazia e dei liberi mercati nel mondo promuove gli interessi americani. Uno dei primi mezzi per mettere in opera questa strategia è di rafforzare e di adattare le relazioni di sicurezza che gli Stati Uniti hanno tessuto con le nazioni-chiave intorno al mondo e di creare nuove strutture laddove è necessario. L’allargamento della Nato e il Partenariato per la Pace ne sono un esempio.
Fedele a ciò che Max Weber chiamava “l’etica di convinzione”, l’America di Bill Clinton dichiara che non permetterà a una potenza ostile di dominare una regione del mondo d’importanza cruciale per i suoi interessi12. Nel valutare i propri bisogni di sicurezza, gli Stati Uniti fanno riferimento a minacce e prevedono un “approccio integrato” per farvi fronte. Essi tengono a preservare una vasta gamma “di strumenti di politica estera”. Questi strumenti devono essere capaci di “foggiare l’ambiente di sicurezza”, favorendo il concorso di molte agenzie federali, alcune delle quali non erano state considerate sino ad ora come aventi un ruolo internazionale. Alla diplomazia, all’assistenza internazionale, alla regolazione degli armamenti, alle iniziative di non proliferazione, alle attività militari, si aggiungono ormai la cooperazione in materia d’imposizione del diritto internazionale (enforcement) e le iniziative in materia d’ambiente. La lista delle minacce si è considerevolmente precisata nell’ultima versione della Nss. La Casa Bianca identifica minacce transnazionali (terrorismo, crimine internazionale, traffico di droga) ma anche, e questa è una novità, minacce at home, dove gruppi di terroristi potrebbero ricorrere ad armi di distruzione di massa e prendere di mira importanti infrastrutture. Poi vengono le operazioni militari su scala ridotta (smaller-scale contingencies), come l’assistenza umanitaria, il mantenimento della pace, l’attuazione degli embarghi, l’evacuazione di cittadini americani, o le azioni d’urto, o gli interventi limitati. Le forze armate devono infine prepararsi al loro ultimo test, vale a dire «essere capaci, di preferenza di concerto con gli alleati, di dissuadere e sconfiggere un’aggressione transfrontaliera di grande portata su due teatri separati in periodi che si sovrappongono» (in overlapping time frames)13.
Per il segretario alla Difesa William S. Cohen, se gli Stati Uniti non fossero capaci di affrontare che una sola grande guerra di teatro alla volta, gli alleati vi vedrebbero il segnale che l’America non potrebbe difenderli se fosse già impegnata altrove. Una capacità di condurre la guerra su un solo teatro minerebbe l’effetto di dissuasione e la credibilità degli impegni di sicurezza americani nelle regioni-chiave del mondo. In conseguenza di ciò gli alleati e gli amici potrebbero adottare politiche e posizioni di difesa divergenti, che indebolirebbero la rete delle alleanze e delle coalizioni tessuta dagli Stati Uniti per difendere i loro interessi all’estero14.
La strategia di difesa delineata dal Pentagono precisa la messa in opera in tutto ciò che attiene alle forze armate. Lo spiegamento oltremare, la cooperazione in materia di difesa, l’assistenza di sicurezza, l’allenamento e le esercitazioni con gli alleati e gli amici contribuiscono, su base quotidiana, a promuovere la “stabilità regionale”15. Nel periodo successivo alla fine della guerra fredda, la cooperazione militare è concepita come una strategia di prevenzione. «Con quei paesi che non sono né alleati sicuri né nemici dichiarati, la cooperazione militare serve spesso da mezzo positivo di arruolamento, costruendo oggi relazioni di sicurezza per impedire che domani alcuni di questi paesi non diventino degli avversari»16. Gli accordi molteplici conclusi in questi ultimi anni dagli Stati Uniti in materia di difesa e di sicurezza mostrano in che cosa consiste questa «foggiatura dell’ambiente mondiale”: l’allargamento della Nato, il Partenariato per la Pace, l’atto fondativo Nato-Russia, la carta Nato-Ucraina, la revisione delle Guidelines for Defense Cooperation con il Giappone, il dialogo di sicurezza trilaterale con il Giappone e la Corea del Sud, l’instaurazione di Defense Consultative Talks con la Cina, ecc. Infine la preparazione ad un futuro incerto include lo sforzo di modernizzazione e lo sviluppo di nuovi concetti operativi destinati a trarre il massimo profitto dalle nuove tecnologie. Senza di questo, “la nostra attitudine a esercitare una leadership globale e a creare delle condizioni internazionali che favoriscano la realizzazione dei nostri obiettivi nazionali sarebbe messa in discussione»17.
I due nuovi concetti militari sono quelli di operazioni integrate e di Revolution in Military Affairs (Rma). Risalendo all’inizio degli anni novanta, il primo si esprime oggi nel testo Joint Vision 2010 elaborato dal presidente dei capi di stato maggiore18. Le nuove tecnologie devono permettere agli Stati Uniti di continuare ad esercitare la loro potenza nazionale dappertutto nel mondo. Secondo la versione 98 della Nss, la Rma deve essere accompagnata da una revolution in business affairs, vale a dire da privatizzazioni, una riforma del sistema di acquisizione e l’eliminazione d’infrastrutture in eccesso con la riconversione o la soppressione delle basi militari. Una delle grandi motivazioni è di far fronte all’emergere d’una eventuale «grande potenza regionale prima del 2015»19. Fino ai dintorni del 2015, la Casa Bianca non prevede l’apparizione di un «concorrente globale del medesimo livello» (global peer competitor). Ma dopo il 2015 la Russia e la Cina potrebbero affermarsi. La seconda sembra avere maggiori possibilità della prima.
Nella strategia americana, gli interessi economici e gli interessi della sicurezza sono sempre più inseparabili. «La nostra prosperità dipende dalla stabilità in alcune regioni-chiave con le quali commerciamo o dalle quali importiamo derrate essenziali, come il petrolio e il gas naturale. La prosperità richiede altresì che esercitiamo la nostra leadership all’interno delle istituzioni che si occupano dello sviluppo, delle finanze e del commercio internazionali»20. L’ex segretario di Stato Warren Christopher aveva dichiarato che la sua priorità era di mettere in piedi il sistema commerciale globale più aperto della storia21. Il suo successore, Madeleine Albright, ha espresso il medesimo auspicio in maniera più esplicita: «Noi dobbiamo, ha dichiarato, continuare a foggiare un sistema economico globale che lavori per l’America.»22
Per questo, le strategie sono molteplici. Prima di tutto bisogna stimolare la competitività americana riducendo il deficit federale, ristrutturando la ricerca-sviluppo di difesa per mettere l’accento sulle tecnologie duali, che risponderanno non solo ai bisogni militari ma anche ai criteri della competizione economica. Il partenariato col mondo degli affari e del lavoro è fondamentale. Lo Stato federale deve fare l’avvocato degli interessi del business americano, preparare il terreno sui mercati internazionali. L’accesso ai mercati esteri deve estendersi: gli accordi di libero scambio devono moltiplicarsi. Secondo il professor Eliot Cohen, non c’è e non ci può essere altro progetto globale per la politica estera americana che la promozione, a livello mondiale, di un ordine aperto in materia di commercio e di comunicazione23. La nozione di ampliamento sviluppata dall’amministrazione Clinton si applica a questo obiettivo. Come ha scritto Douglas Brinkley, professore all’Università di New Orleans, la dottrina Clinton si fonda essenzialmente sull’ampliamento dell’economia di mercato. Ma, «dinanzi all’unilateralismo della legge Helms-Burton, che si proponeva di isolare economicamente Cuba, e al sostegno dato dall’amministrazione al senatore repubblicano Alfonse D’Amato e alla sua legge sul commercio con l’Iran e la Libia, che si proponeva di accentuare lo statuto di paria di questi paesi, deve essere chiaro che la dottrina del libero scambio vuol dire libero scambio secondo i criteri americani. Adottando questa strategia di ampliamento, Clinton spera di restare nella storia come il presidente del libero scambio e il primo architetto di un nuovo ordine mondiale»24.
L’entusiasmo per la liberazione mondiale del commercio si è un po’ smorzato nell’ultima versione della Nss. Vi si nota, infatti, un’insistenza nuova sul fatto che non deve realizzarsi a spese della sicurezza nazionale o della protezione dell’ambiente. Bisogna ben valutare le cose. Mentre l’amministrazione Bush aveva ritirato numerosi prodotti commerciali dalla lista soggetta al controllo del dipartimento di Stato per facilitare le esportazioni, l’amministrazione Clinton, nel 1995, ha esteso il diritto di controllo dei dipartimenti di Stato, della Difesa e dell’Energia e dell’Arms Control and Disarmement Agency25.
L’incoraggiamento della democrazia chiude questa esposizione generale di grandi obiettivi della strategia nazionale di sicurezza. Vi si trovano sviluppi più ampi che in passato quanto ai diritti umani fondamentali dovunque nel mondo. Gli Stati Uniti intendono mettersi alla testa delle nuove iniziative di protezione dei più vulnerabili, in particolare le donne e i bambini26.
 

L’Europa e la Nato

Nella visione globale degli Stati Uniti, l’Europa, alla quale è associata l’Eurasia, è fatta oggetto di un “approccio regionale integrato”, prima ma allo stesso titolo di altre quattro regioni del mondo: l’Asia orientale-Pacifico, l’emisfero occidentale, il Medio oriente/Asia del sud e del sud-ovest, l’Africa.
Il primo obiettivo americano in Europa è chiaro e si coniuga di primo acchito su di un doppio registro. È il caso che l’Europa sia stabile e sicura affinché i soldati americani non debbano più versarvi il loro sangue. È altresì il caso che le economie europee siano sufficientemente in buono stato per offrire possibilità d’investimenti e per creare posti di lavoro negli Stati Uniti. Tutto ciò sarà possibile con un’Europa democratica integrata e cooperante con gli Stati Uniti. C’è un’istituzione centrale capace di assicurare la sicurezza dell’Europa ma anche di promuovere la sua “integrazione”: la Nato. Dopo il 1998, la Nss enuncia un secondo obiettivo che è di lavorare con gli alleati e i partner d’oltre Atlantico per «andare incontro alle sfide globali che nessuna nazione può affrontare da sola, vale a dire lavorare insieme per sostenere gli sforzi di pace nelle regioni attraversate da conflitti, per bloccare le minacce globali come quella della proliferazione delle armi di distruzione di massa e delle tecnologie duali, e per costruire un’economia mondiale più aperta, senza barriere per il commercio e gli investimenti transatlantici»27.
Il segretario aggiunto al Commercio Stuart Eizenstat, già ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Unione europea, ha legato esplicitamente gli obiettivi economici degli Stati Uniti in Europa ai loro obiettivi di politica estera28. Lo affermano anche alcuni esperti della Rand Corporation: una cancellazione progressiva della Nato arrecherebbe un danno considerevole agli interessi vitali degli Stati Uniti, ridurrebbe il loro potere e la loro influenza in Europa, cruciali per la sicurezza e la prosperità del paese; ciò accrescerebbe le differenze tra europei e americani, soprattutto in materia di commercio e di finanze29. La dichiarazione più esplicita a questo proposito è probabilmente quella pronunziata dal segretario aggiunto al Tesoro Lawrence Summers davanti alla Camera americana di Commercio l’11 aprile del 1997. Egli, affermando che l’allargamento della Nato ha «implicazioni economiche vitali», sottolinea che l’esperienza americana in Europa dopo la seconda guerra mondiale «dimostra che la prosperità economica e la sicurezza sono inestricabilmente legate». Rende noto, inoltre, che l’amministrazione Clinton ha sviluppato e perseguito «un insieme di politiche» (a set of policies) dopo il 1992 che fondono le preoccupazioni economiche e quelle della sicurezza. Una Nato allargata e aggiornata contribuirà a preservare l’ambiente di sicurezza in Europa, prerequisito per la crescita degli affari. Egli precisa, facendo balenare agli occhi degli uomini d’affari americani il potenziale di crescita del mercato dell’Europa centrale, che l’amministrazione Clinton ha preso numerose iniziative affinché il business americano se ne ritagli una parte consistente30. Nonostante la scomparsa della minaccia sovietica, gli interessi americani in Europa restano gli stessi: impedire che il continente sia dominato da una potenza o da un sistema di potenze ostile agli Stati Uniti; disporre di partner prosperi aperti alle idee, ai prodotti e agli investimenti americani; formare una comunità di valori che si estenda il più lontano possibile in Europa e che faciliti la cooperazione con gli Stati Uniti in un numero crescente di dossier a livello mondiale; vigilare affinché l’Europa non ricada in discordie che renderebbero necessarie spese straordinarie da parte degli Stati Uniti31.
Nel 1995, un rapporto del Pentagono dedicato alla Nato e alla strategia americana in Europa afferma che «un aspetto spesso ignorato dell’importanza dell’Europa per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti è il beneficio economico enorme che gli americani ricavano dalla loro relazione di cooperazione con questa regione prospera e dinamica»32. Davanti alle commissioni del Congresso, i responsabili americani devono giustificare in termini di stretto interesse nazionale i crediti che essi richiedono, soprattutto quando la maggioranza del Congresso è poco favorevole alle spese estere. L’ex comandante in capo delle forze della Nato in Europa, generale Joulwan, ha così ricordato che gli Stati Uniti dovevano continuare ad impegnarsi come leader della Nato, per «aiutare a modulare gli avvenimenti al fine che essi corrispondano all’obiettivo nazionale americano»33. Per il generale Shalikashvili, la leadership «ci ha dato l’influenza per ridisegnare l’ordine economico mondiale in una maniera conveniente sia al nostro proprio sistema sia alle nostre proprie necessità economiche»34. Esercitando la nostra potenza militare in Europa attraverso la Nato, confidava un giorno un diplomatico americano, noi siamo capaci «di dettare agli europei quello che vogliamo in una serie di campi: il commercio, l’agricoltura, il Golfo e quant’altro»35.
La Nato ha finalmente dovuto provare di essere capace di agire nell’interminabile conflitto iugoslavo, ha dovuto essere convalidata in quanto strumento di sicurezza per l’Europa del dopo-Guerra fredda, altrimenti tutta la strategia americana in Europa rischiava di trovarsi in equilibrio instabile. Il generale Odom, ex capo della National Security Agency, ha chiaramente indicato, nel novembre del 1992, che gli imperativi economici imponevano agli Stati Uniti di intervenire militarmente con la NATO nell’ex-Jugoslavia. «Solo una NATO forte, diceva il generale, con al centro l’implicazione degli Stati Uniti, può impedire all’Europa occidentale la deriva verso lo spirito campanilistico e un’eventuale regressione in rapporto al suo livello attuale di cooperazione economica e politica…Questa tendenza al disordine colpirà non solo gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti, ma anche i loro interessi economici. La nostra interdipendenza economica con l’Europa occidentale crea un gran numero di posti di lavoro negli Stati Uniti. E così la Jugoslavia costituisce un test capacità di ripresa della comunità atlantica. Si tratta infatti di una sfida strategica di primaria importanza per la leadership americana.»36
 

Un Keynesismo militare?

Per Melvyn P. Leffler, Christopher Layne e Benjamin Schwarz, il rapporto NSC-68 del National Security Council aiuta sempre a capire la grande strategia degli Stati Uniti all’alba del XXI secolo, soprattutto in ciò che concerne l’Europa37. Questo rapporto ha definito tutto il comportamento degli Stati Uniti durante la Guerra fredda. È accessibile dal 1975. Redatto principalmente da Paul Nitze, rifletteva le idee del segretario di Stato Dean Acheson38. Vi si affermava che la politica americana di sviluppo di “una comunità internazionale sana” sarebbe proseguita «anche se non c’era la minaccia sovietica»39. Una comunità internazionale sana significava la restaurazione di un’economia mondiale aperta in cui i beni e i capitali potessero circolare al di sopra delle frontiere nazionali, per rispondere alle forze del mercato. I redattori del NSC-68, nel 1950, collegavano tuttavia l’ordine economico internazionale alla rivalità con l’Unione sovietica. Per prima cosa le nazioni che fossero dovute cadere sotto l’influenza sovietica non avrebbero certamente contribuito ad edificare quest’ordine economico internazionale. In secondo luogo l’insuccesso della sistemazione di quest’ultimo avrebbe potuto portare al potere in Europa dei regimi di sinistra che avrebbero guardato all’Unione sovietica con maggior simpatia. Una politica di riarmo presentava il vantaggio di rispondere alle due sfide. A breve termine, i redattori del NSC-68 alimentavano la confusione tra le motivazioni politico-militari e le motivazioni economiche, alfine di ottenere il sì del Congresso. Essi tenevano però a ricordare la distinzione «per degli obiettivi strategici a lungo termine»40.
I dirigenti americani temevano soprattutto che l’Europa, la cui posizione economica si era deteriorata rispetto all’anteguerra, potesse isolarsi rispetto all’economia americana e che potesse organizzare il commercio con le sue colonie o ex colonie d’Asia e d’Africa in modo bilaterale che avrebbe scoraggiato la penetrazione americana in queste regioni. Nel 1947, le importazioni di prodotti americani in Europa avevano già subito un declino per mancanza di mezzi per finanziare gli acquisti e il controllo dell’economia stava per essere intensificato. In questo contesto fu lanciato il piano Marshall. Questo permise agli europei di continuare a comprare americano. Ma per convincere il Congresso fu necessario brandire la minaccia sovietica, esagerandola alquanto. I dirigenti americani sostennero gli sforzi di integrazione europea per accrescere l’efficacia dei nuovi investimenti e, soprattutto, perché quest’integrazione servisse da tappa intermedia alla partecipazione degli europei a un’economia mondiale aperta.
Nel 1947 l’Unione sovietica faceva esplodere la sua prima bomba atomica. Gli Stati Uniti si misero allora a temere una “finlandizzazione” dell’Europa, e in particolare una neutralizzazione della Germania. Per evitarla, i dirigenti americani si sforzarono di includere la Germania dell’Ovest in un’alleanza occidentale e il segretario di Stato Dean Acheson non accettò di negoziare una riduzione delle tensioni che in posizione di forza. Il NSC-68 proponeva giusto di creare questa posizione di forza con una politica di riarmo massiccio. Le spese militari americane sarebbero triplicate e i paesi alleati avrebbero ricevuto un aiuto sostanziale per riarmarsi anch’essi.
Pare che i redattori del NSC-68 siano stati influenzati dal pensiero di John Maynard Keynes e che essi abbiano considerato le spese militari un mezzo per stimolare l’attività economica41. La logica del NSC-68 era semplice. Per risolvere il problema del capitalismo mondiale e le difficoltà di creare un’economia mondiale aperta, un espediente a breve termine consisteva nel subordinare tutto alla risposta alla sfida militare. Alcune voci si opposero a questa strategia, specialmente quella di George Kennan, che non era personaggio di secondo piano. Ma la guerra di Corea venne a dare una potente giustificazione agli orientamenti del NSC-68. La politica del riarmo si caricò di tutto il suo significato nel contesto teso degli anni cinquanta. Essa attraversò comunque la politica estera americana per generazioni militarizzandola.
L’eredità del NSC-68 ha pesato sulle amministrazioni Kennedy e Carter quando, messe di fronte ad ostacoli seri nelle loro iniziative di politica interna e ad un deterioramento delle relazioni con gli alleati europei, hanno rimilitarizzato la politica estera aumentando il budget della difesa e adottando toni più fermi verso Mosca. Secondo questa tesi, l’Alleanza atlantica agisce da allora come una struttura creata in gran parte dal NSC-68 che impedisce ai dirigenti americani di allontanarsi troppo dal keynesismo militare. Via via che l’Europa occidentale ha sviluppato la sua potenza economica, i conflitti d’interesse potenziali si sono moltiplicati con gli Stati Uniti e questi ultimi hanno sempre più messo in vista il carattere indispensabile della loro protezione militare, al punto di convincerne la maggior parte delle élite europee. La fine della Guerra fredda avrebbe dovuto porre fine a questa pratica. Ma gli Stati Uniti hanno fatto di tutto perché non se ne facesse niente, arrivando fino a riaccendere le tensioni con Mosca con il lancio del programma di allargamento della Nato.
Il keynesismo militare è in contraddizione con la teoria economica liberale, di cui la strategia americana accetta, in materia di libero scambio, le implicazioni economiche ma non le implicazioni politiche. Anziché sottoscrivere la concezione liberale classica secondo la quale il libero scambio crea automaticamente un’armonia d’interesse naturale tra gli Stati, ciò che porta alla pace, la grande strategia degli Stati Uniti affida allo strumento militare il compito d’imporre l’armonia perché il libero scambio possa funzionare. Gli impegni americani in materia di sicurezza sono considerati come indispensabili al buon funzionamento dell’interdipendenza economica. Anziché stimolare la pace, quest’ultima è a sua volta invocata per giustificare una presenza militare americana in Europa dopo la Guerra fredda. La Nato serve spesso da alibi al mantenimento di un livello elevato delle spese militari e molti non ci tengono per niente a che gli europei spendano di più per la loro difesa perché questo li porterebbe anche a sviluppare di più le loro proprie industrie belliche42. Tutto avviene come se la guerra o la sua preparazione continua fosse necessaria alla prosperità economica americana.
La grande strategia messa a punto negli anni cinquanta è sempre valida. Secondo alcuni esperti della Rand Corporation, è riuscita talmente bene agli Stati Uniti che sarebbe follia cambiarla43. Cinquant’anni prima di Bill Clinton, il segretario di Stato James Byrnes sottolineava già che per gli stati Uniti la politica internazionale era inseparabile dalla politica interna e che le relazioni estere incidevano sull’occupazione negli Stati Uniti. Secondo quest’equazione, più debole è la crescita economica americana, più l’America deve perseguire con energia la stabilizzazione del mondo. Il senatore repubblicano Richard Lugar l’ha detto molto chiaramente nel luglio del 1993 quando ha fatto appello ad una leadership americana per rivitalizzare la Nato44. A suo parere, la capacità americana di esportare sui mercati esteri dipende dal grado di stabilità e di sicurezza nell’ambiente internazionale, che soltanto la potenza e la leadership degli Stati Uniti possono assicurare.
Qualificata come “strategia della preponderanza”, questa grande strategia degli Stati Uniti ha come principale caratteristica questo gioco reciproco tra i fattori di sicurezza e i fattori economici. Dal punto di vista geografico, essa identifica l’Europa, l’Asia orientale e il golfo Persico come le regioni in cui gli Stati Uniti hanno interessi di sicurezza vitali. L’Europa e l’Asia orientale, che formano insieme all’America del Nord la zona di pace e di prosperità, hanno un’importanza supplementare perché è là che potrebbero emergere nuove grandi potenze e che potrebbe svolgersi in avvenire una guerra tra grandi potenze. Ciò che è fondamentale nel mantenimento della strategia della preponderanza è il timore di ciò che potrebbe accadere in un mondo che non fosse più modellato dalla preponderanza americana. Le strutture relative alla sicurezza e le strutture economiche impiantate dopo il 1945 formano un tutto e levare un elemento equivarrebbe a far crollare tutto l’edificio. La continuazione dell’egemonia americana è fondamentale perché è vista come un prerequisito della stabilità sistemica del mondo: la supremazia americana è l’ordine mondiale. Il timore dell’emergere di nuove grandi potenze riflette la convinzione che i sistemi multipolari sono instabili e generatori di guerre.
 

Critiche e alternative

Per Christopher Layne la strategia di preponderanza è forse sostenibile fino al 2010 circa, ma non potrà essere mantenuta oltre questo termine45. La necessità di fare affidamento su una “dissuasione estesa” per mantenere le condizioni di interdipendenza conduce inesorabilmente alla “sovraestensione strategica”. È un circolo vizioso: l’incertezza porta all’estensione, che a sua volta produce nuove incertezze e un’estensione supplementare46. Questa logica può portare gli Stati Uniti a intervenire non importa dove. La tendenza ad esagerare le minacce è strettamente legata alla strategia della preponderanza e alla preoccupazione di mantenere la “credibilità” americana47. Anche se la dissuasione estesa ha “funzionato” in Europa durante la guerra fredda, niente assicura che “funzionerà” altrettanto bene all’inizio del XXI secolo.
Christopher Layne propone un’alternativa: l’offshore balancing, il «bilanciamento a partire dal mare». Gli interessi americani potrebbero essere definiti in modo più ristretto dalla difesa dell’integrità territoriale degli Stati Uniti e dalla prevenzione dell’ascesa di una potenza egemonica in Eurasia. Gli Stati Uniti si ritirerebbero dai loro impegni militari in Europa, in Giappone e in Corea del Sud48. Essi farebbero affidamento su una solida dissuasione nucleare, sulla potenza aerea e soprattutto su una potenza navale senza pari. È illusorio cercare di mantenere l’egemonia americana: questo non farà che spingere altri Stati a cercare di fare da contrappeso agli Stati Uniti, che sarebbero molto più sicuri se ritirassero l’ombrello nucleare e permettessero agli altri di difendersi da soli. Il Giappone e l’Europa occidentale hanno da lungo tempo le capacità economiche e tecnologiche per difendersi da soli, ma gli Stati Uniti li hanno sempre attivamente scoraggiati a farlo. In realtà, prosegue Christopher Layne, gli Stati Uniti sarebbero i primi beneficiari delle rivalità che non mancherebbero di nascere in un mondo multipolare. L’offshore balancing offrirebbe agli Stati Uniti il grande vantaggio di una libertà di scelta ritrovata e, contrariamente alla strategia della preponderanza, un grado sostanziale di controllo sul loro destino.
David Calleo, professore di studi europei all’università Johns Hopkins di Washington, osserva che il secondo mandato di Bill Clinton ha visto un’affermazione aggressiva degli Stati Uniti in Europa e in Asia, un ritorno al ruolo tradizionale degli Stati Uniti in queste regioni. Ciò rischia di rovesciare la tendenza alla diminuzione dei costi in materia di difesa prodottasi con la fine della Guerra fredda. Egli ritiene che gli Stati Uniti siano entrati in una nuova era di “sovrestensione geopolitica” (overstretch), in cui le priorità interne come il pareggio del bilancio federale entreranno in competizione con il costo dell’egemonia mondiale49. Ritiene anche che per gli Stati Uniti «non c’è niente di allarmante nella prospettiva di un euro forte che porta ad un’Europa più forte economicamente e politicamente e più autosufficiente in materia militare. […] A colpo sicuro, sarà nell’interesse degli Stati Uniti avere un’Europa che è un serio alleato piuttosto che una costosa dipendenza. Nel ventesimo secolo l’Europa è stata il più grande problema mondiale. Il nostro mondo non può più tollerare questo genere d’Europa»50.
Il padre della dottrina del containment, George Kennan, non ha mai approvato l’allargamento della Nato ai polacchi, ai cechi, agli ungheresi. La Nato rimane, egli dice, nella sua idea e molto nella sua sostanza, un’alleanza militare. Se c’è un paese contro il quale essa è intrinsecamente diretta, quello è la Russia. Egli disapprova anche altri aspetti della strategia della preponderanza. Ritiene che gli Stati Uniti non debbano mettersi pubblicamente a fare gli avvocati della democrazia e dei diritti dell’uomo. Questo non deve entrare nelle considerazioni diplomatiche. La tendenza degli americani a vedere se stessi come il centro della politica illuminata e a comportarsi come datori di lezioni di fronte al resto del mondo gli appare «sconsiderata, prova di vanagloria e indesiderabile»51.
Professore all’università di Georgetown e senior fellow al Council on Foreign Relations, Charles Kupchan esamina il dopo-pax americana. La pace e la prosperità del nostro tempo fanno affidamento in modo veramente eccessivo su di un solo elemento: la potenza americana. Questo non può durare. L’unipolarità americana dovrà gradualmente cedere il posto a una «tripolarità benevola»52. Gli Stati Uniti devono dedicarvisi badando alla consolidazione di nuclei pluralisti in Europa e in Asia orientale. Anche se questo comporta per l’America una certa perdita d’influenza nel mondo, è nel suo interesse a lungo termine che sorgano centri di potenza in queste due regioni. In Europa, gli Stati Uniti vi potrebbero contribuire prendendo l’abitudine di trattare con la Francia e la Germania insieme piuttosto che separatamente. Il dialogo tra Washington e l’asse Parigi-Berlino potrebbe essere formalizzato da incontri ministeriali regolari. Gli Stati Uniti dovrebbero anche incoraggiare la Francia e la Germania a una maggiore cooperazione e a un maggiore attivismo nella gestione della sicurezza in Europa. In Asia, dovrebbero indurre la Cina e il Giappone a una forma di partenariato, ma il compito è molto più complicato che in Europa.
Il conflitto del Kosovo e il suo “trattamento” da parte della Nato non ha fatto altro che rafforzare Charles Kupchan nella sua convinzione. L’operazione Allied Force si è rivelata secondo lui costosa e illusoria. Non ha potuto proteggere i kosovari dal regime di Belgrado. Peggio ancora, l’Alleanza atlantica è stata incapace di offrire una visione strategica per l’avvenire di questa regione. Bisogna ripensare il ruolo della Nato e, più in generale, rimettere in discussione «la logica del ruolo strategico dalla mano pesante degli Stati Uniti in Europa». Essi non possono restare all’infinito il pacificatore dell’Europa. È venuto il tempo per l’Europa di organizzare il proprio ordine di sicurezza53.
I fatti del Kosovo, la realizzazione dell’Unione monetaria europea, le prese di posizione del presidente della Commissione Romano Prodi e di Tony Blair, le dichiarazioni del vertice di Colonia spingono un numero sempre maggiore di americani, nelle sfere private e pubbliche, ad augurarsi un’Europa militare. Sottolineano quanto l’Europa ci guadagnerebbe, non soltanto sul piano politico ma anche sul piano economico. La costruzione di un’Unione militare imporrebbe infatti un rilancio delle industrie di difesa europee, fatto che offrirebbe numerosi impieghi. L’Europa spende molto meno per la sua difesa degli Stati Uniti. Commesse più importanti e ben mirate sarebbero a lungo termine un saggio investimento. Il conflitto del Kosovo ha messo bene in luce tutto ciò che mancava agli Europei: capacità di controllo aereo del territorio, aerei da trasporto per equipaggiamenti pesanti come i carri, missili da crociera a lunga gittata, un solo satellite di ricognizione militare (francese). Ristrutturando i loro eserciti, i paesi europei dovrebbero spendere di più per la ricerca e l’acquisizione di materiali e meno per il personale. La prima voce non rappresenta attualmente che il 12% dei loro bilanci militari, contro il 40% degli Stati Uniti. Se da un lato la leva può contribuire a ridurre il tasso di disoccupazione giovanile, dall’altro si rivela inadatta alla nuova economia globale quanto i grandi eserciti alla nuova distribuzione della sicurezza. Il Primo ministro italiano Massimo D’Alema ha riconosciuto che un serio progetto militare europeo necessiterebbe di una spesa maggiore per la difesa. Come è stato sottolineato dal consulente americano Richard Medley, un’Unione militare europea non cambierebbe soltanto la politica mondiale, ma cambierebbe anche le economie europee, con ricadute benefiche che è difficile immaginare: il keynesismo militare potrebbe giovare anche all’Europa […]54.
 

Conclusione

Gli Stati Uniti sono di fronte a un dilemma. La strategia della preponderanza, rassicurante a prima vista perché praticata dal 1950, li spinge a proteggere gli interessi di tutte, di fatto, le grandi potenze affinché non acquisiscano le capacità di proteggersi da sole, vale a dire affinché non agiscano come grandi potenze, perché questo ostacolerebbe l’egemonia americana, cruciale per la stabilità del mondo55. Il commentatore Walter Russell Mead si è fatto il portavoce di questo grande dilemma della politica di sicurezza. Perché ha spesso raccomandato una riduzione degli impegni americani all’estero e una relazione più cooperativa che dominatrice con gli alleati. Ciò non gli impedisce, però, di essere spaventato dalle conseguenze che avrebbe per gli Stati Uniti un abbandono della loro leadership. A suo parere, gli Stati Uniti non possono nemmeno permettere ai loro “partner” di assumere la responsabilità primaria per le questioni di instabilità che colpiscono, tuttavia, in primo luogo questi partner. Egli afferma che un’Europa chiusa economicamente sarebbe «una pistola puntata al cuore dell’America»: «In uno sforzo ben intenzionato per stabilizzare l’Europa orientale, l’Europa occidentale, guidata dalla Germania, potrebbe dar vita a qualcosa di simile al sistema continentale previsto da Napoleone. L’Europa dell’est e l’Africa del nord fornirebbero le materie prime, alcuni prodotti agricoli e una manodopera industriale a buon mercato. L’Europa dell’ovest fornirebbe il capitale e ospiterebbe le industrie di punta e ad alto valore aggiunto […]. Una simile Europa investirebbe inevitabilmente la maggior parte del suo capitale nel proprio “cortile di casa” e chiuderebbe i propri mercati ai suoi competitori del resto del mondo. Produrrebbe i suoi magnetoscopi in Polonia piuttosto che in Cina; comprerebbe il suo grano in Ucraina piuttosto che nei Dakota.»56
La formazione di un blocco europeo, economico e militare insieme, suscita ancora numerose opposizioni in certi ambienti americani. La National Review se n’è fatta portavoce nel 1999 a proposito del conflitto commerciale sulla banana e delle ambizioni europee del dopo-Kosovo. Sotto molti aspetti organizzativi, sociali e intellettuali, ritiene David Pryce-Jones a proposito del primo problema, l’Unione europea è il successore dell’Unione sovietica57. Per un altro polemista, anonimo, un “colosso europeo” non mancherebbe di deviare progressivamente fuori dall’orbita degli Stati Uniti. Per impedirlo, questi devono usare strumenti sottili e indiretti: assicurarsi per esempio che tutte le nuove spese militari alimentino essenzialmente progetti patrocinati dalla Nato, insistere per un ruolo per i turchi, chiedere al “pilastro europeo” dell’Alleanza di concentrarsi sulla messa a livello dei nuovi membri della Nato, ecc. Cosa ancora più importante, bisogna bloccare la “trappola europea” proprio sul suo terreno e mettere in piedi un’organizzazione economica e commerciale che coincida con la Nato, un accordo di libero scambio transatlantico che coprirebbe l’Unione e ingloberebbe le nuove democrazie dell’Europa centrale e orientale. Così unito sui due piani, militare ed economico, l’Occidente potrebbe affrontare tutte le sfide della Storia58.l

Traduzione a cura di Francesca Bucci Margheri

1 Edward N. Luttwak, Why we need Incoherent Foreign Policy?, The Washington Quaterly, inverno 1998, pp. 21-31.
2 http://www.defenselink.mil/pubs.
3 The White House, A National Security Strategy of Engagement and Enlargement, Washington, D. C., Government Printing Office (GPO), 1995, p.25.
4 John J. Kohout III et al., Alternative Grand Strategy Options for United States, Comparative Strategy, vol. 14, 1995, pp. 362-363.
5 Ibid., pp. 363-364.
6 David M. Abshire, U.S. Global Policy: Toward an Agile Strategy, The Washington Quaterly, vol.19, 1996-2, pp.45-46.
7 Stanley Hoffmann, Gulliver’s Troubles, or the Setting of American Foreign Policy, New York, McGraw-Hill, 1968, pp. 148-161.
8 André Beaufre, Introduction à la stratégie, 3° éd., Paris, Armand Colin, 1965, p.11.
9 Zalmay Khalilzad, U.S. Grand Strategies: Implications for the United States and the World, Strategic Appraisal 1996, sotto la dir. di Z. Khalilzad, Santa Monica, RAND Corporation, 1996, p.15.
10 The White House, A National Security Strategy for a New Century, Washington, D.C., GPO, maggio 1997=http://www.whitehouse.gov/WH/EOP/NSC/Strategy, p.2.
11 The White House, A National Security Strategy for a New Century, Washington, D.C., GPO, ottobre 1998, p.1 (testo disponibile sul sito http://www.defenselink.mil/pubs).
12 Ibid., p.5.
13 Ibid., p.22.
14 William S. Cohen, Annual Report to the President and the Congress, Washington, D.C., GPO, 1998, II, p.10 (versione del testo disponibile sul sito http://www.defenselink.mil/pubs).
15 The White House, A National Security Styrategy…, maggio 1997, p.11.
16 Ibid., p.12.
17 The White House, A National Security Strategy…, ottobre 1998, p.24.
18 Ugualmente disponibile sul sito http://www.defenselink.mil/pubs.
19 W. S. Cohen, op. cit., I, p.1.
20 The White House, A National Security Strategy…, ottobre 1998, p.27.
21 Christopher Cites Key Principles, Agenda for Foreign Policy, Bruxelles, Ambasciata degli Stati Uniti, United States Information Service (USIS), in Foreign Policy, 23 gennaio 1995, p.1.
22 Madeleine Albright Statement before SFRC Ian.8, USIS, 9 gennaio 1997, p.8.
23 Eliot Cohen, What to do About National Defense, Commentary, novembre 1994.
24 Douglas Brinkley, Democratic Enlargement: The Clinton Doctrine, in Foreign Policy, primavera 1997, pp.111-127.
25 The White House, A National Security Strategy…, ottobre 1998, p.32.
26 Ibid., p.34.
27 Ibid., p.37.
28 Eizenstat on Emerging Markets, U. S. –European Trade, USIS, 20 giugno 1996, p.2.
29 Ronald D. Asmus, Robert D. Blackwill e F. Stephen Larrabee, Can NATO Survive?, The Washington Quaterly, vol. 19, 1996-2, p.86.
30 Summers on Economic Benefits of NATO Expansion, USIS, 14 aprile 1997.
31 Holbrooke Discusses the Future of NATO, USIS, NATO, 6 aprile 1995, pp.1-2.
32 U.S. Department of Defense, United States Security Strategy for Europe and NATO, Bruxelles, USIS, autunno 1995, p.2.
33 Joulwan says U. S. Must Remain Involved in Europe, USIS, 6 marzo 1995, p.1.
34 John Shalikashvili, U.S. Military Strategy for the 1990’s, USIS, 18 marzo 1994, p.3 (discorso pronunciato alla National Defense University, a Washington).
35 John S. Duffield, NATO’s Functions After the Cold War, in Political Science Quaterly, inverno 1994-1995, pp. 785-786.
36 Citato da Christopher Layne e Benjamin Schwarz, American Hegemony – Without an Enemy, Foreign Policy, n° 92, autunno 1993, p.11.
37 Ibid.; Benjamin C. Schwarz, Cold War Continuities: US Economic and Security Strategy Towards Europe, in Journal of Strategic Studies, vol. 17, 1994-4, pp. 82-104; Melvyn P. Leffler,  The American Conception of National Security and the Beginnings of the Cold War, 1945-48, American Historical Review, vol. 89, 1984-2, pp. 346-381 (v. anche i commenti critici di John Lewis Gaddis e di Bruce Kuniholm, poi la risposta di Melvyn Leffler alle pp. 382-400); Melvyn Leffler, A Preponderance of Power. National Security, the Truman Administration, and the Cold War, Stanford University Press, 1992, 689 p. (recensione di André Kaspi nel Bulletin de la Société d’Histoire moderne et contemporaine, 1994, n° 1-2, pp. 111-112).
38 Bruce Cumings, Kennan, Containment, Conciliation: The End of Cold War History, Current History, novembre 1995, p. 361.
39 Fred Block, Economic Instability and Military Strength: The Paradoxes of the 1950 Rearmement Decision, in Politics and Society, vol. 10, 1980-1, p. 38.
40 Ibid., p. 41.
41 Ibid., p. 47.
42 David Garnham, Ending Europe’s Security Dependence, Journal of Strategic Studies, vol. 17, 1994-4, p. 138.
43 R. D. Asmus et al, art. cit., p. 86. Per un’altra difesa implicita del keynesianismo militare, v. Diane B. Kunz, Butter and Guns: America’s Cold War Economic Diplomacy, New York, Free Press, 1997.
44 Richard Lugar, NATO: Out of Area or Out Of Business, USIS, 8 luglio 1993, pp. 3-4.
45 Christopher Layne, From Preponderance to Offshore Balancing: America’s Future Grand Strategy, in International Security, vol. 22, 1997-1, pp. 86-124, p. 87.
46 Ibid., p. 101; Robert H. Johnson, Improbable Dangers: U. S. Conceptions of Threats in the Cold War and After, New York, St.Martin’s Press, 1994, p. 206.
47 John A. Thompson, The Exaggeration of American Vulnerability: The Anatomy of a Tradition, Diplomatic History, vol. 16, 1992-1, pp. 23-43.
48 Ch. Layne, art. cit., p. 112.
49 David Calleo, A New Era of Overstretch? American Policy in Europe and Asia, in World Policy Journal, primavera 1998, pp. 11-25.
50 D. Calleo, The Strategic Implications of the EURO, Survival, primavera 1999, pp.5-19.
51 Richard Ullman, The US and the World: An Interview with George Kennan, in The New York Review of Books, 12 agosto 1999, pp. 4-6.
52 Charles A. Kupchan, After Pax Americana: Benign Power, Regional Integration, and the Sources of a Stable Multipolarity, in International Security, vol. 23, 1998-2, pp. 40-79.
53 Charles A. Kupchan, Rethinking Europe, in The National Interest, estate 1999, pp. 73 e seg.
54 Richard Medley, Europe’s Next Big Idea: Strategy and Economics Point to a European Military, in Foreign Affairs, vol. 78, 1999-5, pp. 18-22.
55 B. C. Schwarz, art.cit, p. 89.
56 Walter Russell Mead, An American Grand Strategy: The Quest for Order in a Disordered World, World Policy Journal, vol. 10, primavera 1993, p.21.
57 David Pryce-Jones, Bananas are Beginning, in National Review, 12 luglio 1999, pp. 16-17.
58 European Colossus, National Review, 12 luglio 1999, pp. 16-17.


Una profezia americana

  Il filo sottile fra conflitto e convivenza

di Gianni Riotta, 

Corriere della Sera 24.10.2002

L’America ha tre libri sul comodino. Li sta leggendo ma alla fine seguirà l’insegnamento solo di uno. Il testo prescelto determinerà molto della sorte del pianeta, pace o guerra in Iraq, alleanza o tensione con l’Europa, chiusura al mondo o egemonia benevola. Tanta parte del futuro nostro e dei nostri figli: andiamo a dare un’occhiata a queste pagine così cruciali. Il primo titolo è The tragedy of great power politics dello studioso John Mearsheimer. Bentornati a Niccolò Machiavelli: come il segretario fiorentino, Mearsheimer è convinto che la tragedia storica sia dominata da chi usa il «potere fisico», vale a dire eserciti, supremazia economica, massa geografica, milioni di cittadini. Non vi aspettate nulla di gentile: «Il ciclo della violenza continuerà a lungo. Le speranze di pace saranno deluse perché i poteri che guidano il mondo si temono a vicenda e sono in attrito. Cercano di ottenere una posizione di dominio assoluto, persuasi che sia la sola strada per sopravvivere. Unica alternativa sarebbe un governo mondiale, purtroppo utopico». Quale sarà il prossimo nemico di Washington? Mearsheimer non ha dubbi: la Cina. A Pechino il suo testo è già in traduzione e politici e generali lo valutano, corrucciati.
La pensa in modo opposto Joseph Nye, ex sottosegretario di Bill Clinton, che allo scenario feroce di Mearsheimer contrappone il «potere soffice» di un’America capace di convincere oltre che di vincere (il testo è tradotto in italiano da Einaudi, Il paradosso del potere americano ). Nel secondo dopoguerra gli Stati Uniti, solo Paese nucleare, producevano più del resto del pianeta. Eppure la loro leadership , da Roosevelt a Truman, progettò il Piano Marshall e le Nazioni Unite, la coesistenza armata contro l’Urss di Stalin, la ricostruzione della democrazia in Italia, Germania e Giappone, la Banca Mondiale e il Fondo monetario. Accompagnate dai blue jeans, dal rock and roll e dagli artisti ribelli, Elvis Presley, James Dean e Allen Ginsberg, le istituzioni americane crearono adesione e simpatia. Per Nye il «governo mondiale», consenso Usa-Europa attorno all’Onu, non è un’utopia: è la faticosa, alternativa che le democrazie abbiano a lacrime e sangue.
Quale libro sceglierà il presidente George W. Bush? Quale vorrà sfogliare l’America alle elezioni parlamentari di novembre? La risposta non è scontata. E prima di provare a indovinarla, consultiamo il terzo vaticinio. Un testo ancora inedito, scritto dal giovane studioso Charles Kupchan The end of the American Era , la fine dell’era americana. Verrà uno scontro di civiltà, ammonisce Kupchan, ma non tra Occidente e Islam, bensì tra Europa e Stati Uniti. Capito bene? Sì: la lotta per l’egemonia sul pianeta sarà tra gli uomini di Bush, alla testa di un’economia di 10 mila miliardi di dollari e i cittadini europei di Romano Prodi, forti di un salvadanaio da 8.500 miliardi di euro. Come le colonie britanniche in America formarono una confederazione e poi diventarono superpotenza militare a spese degli inglesi, così l’Unione Europea finirà per sfidare gli ex alleati Usa. La guerra civile occidentale non è remota.
Non lasciatevi dunque ipnotizzare dalla grave tensione con l’Iraq. Caduto o no Saddam Hussein, la posta in gioco è assai più tragica. O Stati Uniti ed Europa sapranno superare la frizione fratricida, da una parte rinunciando allo sterile unilateralismo, dall’altra all’ipocrisia neutralista, o la cupa profezia di Mearsheimer si avvererà. Poco importa, a quel punto, chi vincerà la guerra civile d’Occidente. Nella mischia per prevalere contro se stesse, le democrazie perderanno quel che ce le rende care e preziose: la tolleranza, la trasparenza, la libertà di sapere e comunicare, la giustizia come mezzo, le regole condivise e la pace come fine. Nascerà un mondo oscuro, ostile, più povero e rimpiangeremo la nostra colorata vita quotidiana, che tanto lamentiamo.
gianni.riotta@rcsnewyork.com
 

_____________________________

NOTA A MARGINE

Del futuro del dopoguerra per l'Iraq potrebbe non fare parte il GSM. Un deputato americano, Darrell Issa, ha infatti presentato una richiesta formale al Dipartimento della Difesa USA affinché dopo la guerra si imponga la creazione di un network basato sul CDMA. Questa richiesta da parte di Issa è motivata dal fatto che il GSM è uno standard creato in Europa e i cui maggiori produttori di infrastrutture e terminali sono europei, anche francesi e tedeschi. Per questo motivo non sembra giusto ad Issa che chi adesso si batte contro la guerra in futuro debba ottenere dei benefici dalla sua soluzione. (Fonte : telefonino.net).


 

 

Torna alla pagina principale