FISICA/MENTE

 

http://www.uominieidee.org/archivio_editoriali_2001/Il_mostro_della_guerra_10-01.htm 

Il mostro della guerra nel

 nome di Dio e di Allah tra

 petrolio, fanatismo religioso

 e nazionalismi esasperati

 

 Di Corrado Piancastelli

Nel corso del fiume retorico di parole che ormai coinvolge giornali e televisione, anche la nostra voce è contro ogni violenza terroristica. Del resto qualsiasi persona appena ragionevole e dotata di un minimo di etica sociale, non potrebbe mai schierarsi dalla parte di un terrorista, almenché questi non sia un patriota che lotti per la liberazione del proprio paese: se così non fosse dovremmo condannare tutti coloro che si sono immolati per la libertà. Anche se nelle varie rivoluzioni ci sono stati vittime innocenti, i rivoluzionari non hanno mai ucciso volontariamente e senza motivo le popolazioni inermi. Ciò nonostante nel corso delle lotte per la libertà le vittime innocenti non si possono evitare. Essere contro i terroristi non ci esime, però, dal definire atti terroristici anche quelli di coloro che costituiscono la causa del terrorismo stesso: in primo luogo le ideologie che stanno alla base di una cultura del terrorismo e che rafforzano occultamente le condizioni di miseria e ignoranza in cui sono tenute intere popolazioni del mondo. Per dirla tutta, gli americani tanto difesi da Oriana Fallaci, hanno finora appoggiato Israele contro i palestinesi, per amore della libertà o perché il Pakistan e l’Aghanistan hanno l’80% di tutto il petrolio mondiale? Sono in guerra perché Bin Laden ha abbattuto le due torri o perché vogliono ripristinare il potere in modo da trattare in modo diverso gli affari connessi al petrolio o gli aiuti ai paesi arabi? Contrariamente alla Fallaci (Corriere della Sera del 29 settembre), non siamo affatto commossi dal sig. Bush le cui radici politiche, guarda caso, affondano fra i petrolieri e che proprio due mesi fa (ancora guarda caso) ha inaugurato la trivellazione di pozzi in Alaska.

Del resto anche il mondo cattolico (non la gerarchia, però) si è diviso, tanto che il Cardinale Ruini ha bollato con parole di fuoco l’atteggiamento di quei cristiani che vedono negli U.S.A. “causa e sintesi dei mali del mondo”, controbilanciato da Mons. Cosmo Ruppi di Lecce che ha avuto, invece, il coraggio di dichiarare che l’assalto dei terroristi è stato “contro il potere economico mondiale, contro i grandi poteri che stravolgono intere nazioni, affamandole a volte a viso aperto, ma molto più spesso subdolamente”. Lo stesso “Avvenire”, che è il quotidiano dei cattolici, in prima pagina si è posto il drammatico ma ingenuo interrogativo: “Ci deve essere qualcosa nell’America che spinge certi popoli ad atti così disperati: devono sentirsi soffocati, minacciati a tal punti dal suo potere e dal modo con cui lo esercita” da compiere atti folli e suicidi. Contrari alla guerra sono poi tutti i cosiddetti preti di strada allineati con i no-global e tutti i movimenti cattolici che in questi giorni  sono impegnati anche in cortei contro la guerra americana. Sembra che a favore della guerra sia rimasta solo la gerarchia cattolica, una piccola parte dei credenti e il filo papista Rocco Bottiglione, mentre la gran parte della base è d’accordo solo su una operazione di polizia militare che catturi i terroristi.

 Del resto è verosimile che i terroristi dell’11 settembre abbiano attaccato la politica estera americana e non l’America. Nel numero di The Nation del 15 settembre, Chalmers Johnson (autore del libero Blowback, edito da Garzanti) ricorda, a chi l’avesse dimenticato, che gli Stati Uniti hanno mantenuto in tutto il mondo una rete di 800 installazioni militari e fa l’elenco di tutti i complotti, dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, operati dalla CIA: interventi a favore di regimi dittatoriali, corruzioni, assassinii in America Latina, in Africa, in Asia e nel Medio Oriente, il colpo di Stato contro Mossadeq nel 1953, seguito dall’installazione (come cita Tiziano Terzani sul “Corriere della Sera dell’8 ottobre) dello Shah in Iran, “della Guerra del Golfo con la conseguente permanenza di truppe americane nella penisola araba, in particolare l’Arabia Saudita dove sono i luoghi sacri dell’Islam”.

Bush annuncia che la guerra sarà lunga. Ma perché sarà veramente così, o perché deve essere lunga per tenere eserciti in permanenza (guarda caso) proprio dove ci sono i più grandi giacimenti  mondiali di petrolio? Siamo proprio sicuri delle colpe di Bin Laden?

Certo, dobbiamo sentirci anche noi dalla parte degli Stati Uniti perché ci unisce una comunione ideale di civiltà e di libertà occidentale, una progettualità comune di interessi a medio e lungo termine, una economia sia pure globalizzante che appartiene anche all’Europa. Nel bene e nel male gli americani fanno comunque parte del nostro occidente malato soprattutto di razionalità esasperata finalizzata alla pura vita ludica e di perversione economica mirata al solo profitto. 

In comune con gli americani abbiamo poi la nostra laicità quotidiana. Le nostre donne sono libere e possono votare, vestono come vogliono, guidano le automobili e possono raggiungere qualsiasi livello socio-economico in modo autonomo e indipendente dai propri mariti, i figli non ci appartengono più di quel tanto, la Chiesa non può più perseguitarci come una volta, non tagliamo le mani ai ladri e non lapidiamo le adultere, non infibuliamo le ragazze, nè emettiamo sentenze di morte contro gli scrittori non allineati al sistema. Grazie alla nostra carta costituzionale ( e non grazie a Dio) abbiamo una stampa libera (anche se spesso asservita e timorosa), ma possiamo dire e pubblicare qualsiasi cosa, per esempio questo articolo, senza essere imprigionati e fucilati. 

Questi diritti e queste libertà, qualsiasi critica si possa fare in relazione al cattivo funzionamento della democrazia, noi europei e americani ce l’abbiamo e l’Islam no.

Senza scomodare la parole “civiltà” (impropria e che porterebbe ad una querelle da evitare) giudichi il lettore se si tratta di supremazia dei diritti e di conquiste civili o solo di diversità.

Nel contempo ci sentiamo lacerati, perché simpatizziamo per le povere popolazioni dominate da poteri miliardari che affamano i diseredati e li mantengono nell’ignoranza per cui dobbiamo augurarci che prima o poi il popolo trovi la forza per rovesciarli e creare Stati democratici i cui governi siano il risultato di libere elezioni popolari. Il terrorismo fanatico è sicuramente il prodotto della commistione fra Stato e Chiesa, specialmente quando le religioni  predicano le intolleranze, i pregiudizi e dottrine integraliste in base alle quali i principi sono indiscutibili e dunque dogmatici, ma si alimenta anche con motivazioni sociali, economiche e di miseria generalizzata. Noi ed i nostri figli, fortunatamente, non conosciamo più l’oppressione del fondamentalismo cattolico in Italia (tuttavia ancora presenzialista ad ogni piè sospinto) quando il Papato, fino a non tanto tempo fa, godeva del potere temporale oltre che spirituale. Molti ricorderanno che Cavour, nel 1861, fu uno dei primi a rendersi conto che urgeva la separazione dei due poteri, seguito ben 42 anni dopo da Giovanni Giolitti, che nel 1904 alla Camera dei deputati, poté dire esplicitamente: “Lo Stato e la Chiesa sono due parallele che non si debbono incontrare mai. Guai alla Chiesa il giorno in cui volesse invadere i poteri dello Stato”.

Nel 1800, appena eletto presidente degli Stati Uniti, Thomas Jefferson dette la prima impostazione laica al suo paese: “Il Congresso non emanerà alcuna legge che riguardi l’istituzione di una religione o ne impedisca il libero esercizio “.

Ecco, l’Islam è ancora attestata sulle stesse posizioni ideologiche e di struttura socio-politica che furono anche dell’Italia fino a cento anni fa e che la Chiesa ancora tenta continuamente di reintrodurre, esercitando un ferreo tentativo di controllo non solo sulle coscienze, sulla vita privata e sui costumi, ma finanche col potere temporale che la gerarchia cattolica ha conservato quasi indenne, grazie anche alle complicità della sinistra, attraverso la sua organizzazione politica ed economica, avvalendosi della proprietà di una Banca, di ingenti capitali investiti in tutte le Borse del mondo, di più giornali, di una radio propria, di Università e scuole e, soprattutto, di una fascia parlamentare che fa capo ai partiti filocattolici allineati sulle direttive del Papa a cui un giornalismo succube dà voce praticamente tutti i giorni senza alcuna riflessione critica.

E’ di una evidenza finanche banale che la politica vaticana debba allinearsi con quella americana e debba spingere a neutralizzare l’Islam che è l’unica grande religione che in Europa costituirà, nel futuro, il vero rischio per il mondo cristiano.

 

Nel nome di Dio

Non si può parlare, dunque, di terrorismo senza capire il nodo della querelle che avviluppa interessi che non hanno alcuna finalità di intervenire sulla povertà, la quale viene utilizzata solo per manovre dialettiche e retoriche.

E’ evidente che non è in discussione l’Islam nella sua complessità storica ed etnica (anche se ci andrei cauto con questo giudizio). Sono in discussione i proprietari dell’Islam, coloro che detengono il potere reale ed economico dell’Islam con la complicità degli stessi Stati Uniti che hanno necessità assoluta del petrolio, i cui pozzi sono proprio nelle mani degli stessi sceicchi che a loro volta controllano o incarnano il potere religioso imposto a tutti i musulmani attraverso l’obbedienza alla Legge di cui il Corano è il simbolo massimo.

Non simpatizziamo per il potere religioso dell’Islam come non simpatizziamo per quello cattolico. Personalmente mi sento profondamente laico. Non posso accettare che pochi uomini controllino i popoli dall’alto di una presunta verità resa arrogante da una irriducibilità che considera infedeli e falsi tutti coloro che non appartengono alla propria religione. E’ questione di etica. Perché dovremmo essere schiavi di un’ideologia o di qualcuno? O schiavi di poteri economici che ipocritamente si ammantano di virtù onorevoli? E’ da tutto questo che si sono innescate, attraverso i secoli, le vere bombe, le micidiali ed esplosive intolleranze che strumentalizzano i fedeli dall’una e dall’altra parte, amplificando l’odio e la lotta fra musulmani e cristiani, oriente e occidente.

Non sarebbe più onesto se dicessimo: ragazzi, il petrolio ci serve perché senza petrolio il mondo occidentale andrebbe rapidamente in rovina e quindi ce lo andiamo a prendere costi quel che costi, anche se è immorale? Anziché parlare di bene e male, di abbattere torri per colpire, o far finta di colpire, o crearsi alibi intelligenti; non sarebbe meglio andarci a prendere il petrolio senza tanti giri di parole e senza falsificare il bisogno come lotta del bene contro il male?

E poi Dio! Mai Dio è stato tanto (e invano) nominato come in questi giorni: del resto gli aerei esplosi sulle torri americane e su Manhattan non hanno seminato morte in suo nome? Bush, a sua volta, non continua a parlare di crociata contro Bin Laden mentre lo sceicco-terrorista, a sua volta, promuove la guerra santa per “fermare la crociata ebraica guidata dall’americano George Bush sotto la bandiera della croce”? Espressione quanto mai appropriata nei giorni in cui la gerarchia cattolica (che ignora l’esistenza del petrolio: che santi uomini!) si è schierata al fianco dell’America riproponendo la memoria, non spenta, di altre infauste crociate che in 200 anni di rapine e di massacri, seminarono in Terra Santa terrore e genocidio da parte dei cosiddetti cristiani e che nella sola notte fra il 14 e 15 luglio del 1099 uccisero più di 60.000 civili fra donne e bambini nella città di Gerusalemme appena conquistata. 

Come scrive lo storico Steven Runcimam (Storia delle crociate, Einaudi, 1995): “il massacro di Gerusalemme impressionò fortemente tutto il mondo. Nessuno può dire quante siano state le vittime, ma la città venne svuotata dei suoi abitanti musulmani ed ebrei. Anche molti cristiani rimasero inorriditi....e fra i musulmani ci fu, da allora in poi, la netta determinazione che gli occidentali dovevano essere cacciati. Quella sanguinosa dimostrazione di fanatismo cristiano risuscitò il fanatismo dell’Islam”. E’ in questo retroterra storico (che invano il Papa tenta di cancellare invocando il perdono per gli eccidi del passato) che le parole di Bin Laden, parole mitiche e antiche, sicuramente hanno destato una profonda emozione nel miliardo di donne e uomini della UMA, la comunità musulmana dispersa fra l’Indonesia e il Marocco. Entro questo mito riesumato da un Bin Laden, che nell’Islam è un eroe e un patriota nazionale, il terrorista  ha ragione a dire che la sua morte non cancellerà la Jihad perché vi sono centinaia di migliaia di islamici pronti a prendere il suo posto. Ha ragione, perché il problema non è lui, ma il rapporto fra gli Stati Uniti e i paesi arabi, di cui l’Intifada è solo uno dei focolai e neppure il principale. In questa dimensione quasi biblica l’incitamento di Osama BIn Laden non può che trovare terreno fertile in un’area in cui dominano la più nera miseria, la disoccupazione, le ferree regole religiose e, diciamolo pure, un’arretratezza dei costumi e di ciò che si intende per progresso civile, con una prevalenza generalizzata di arcaismi e regole di vita assurde per noi occidentali, e anche per i diritti umani per i quali ci siamo comunque battuti specie negli ultimi cento anni. 

Certo, stiamo parlando di popoli che non hanno avuto la fertilità dell’Illuminismo, per cui appaiono fermi (e al momento irremovibili) in una dimensione mitica i cui simbolismi conservatori proprio l’Illuminismo espunse in buona parte (forse anche con eccessi che oggi stiamo pagando come caduta finanche dei Valori laici che, invece, avrebbero dovuto uscirne irrobustiti), contribuendo in tal modo alla secolarizzazione i cui segni cominciano oggi ad essere visibili in una Europa che, al contrario, aveva vissuto per secoli  gli eccessi di un papato padrone e arrogante.

Non si deve però dimenticare, come frettolosamente fanno molti commentatori, che prima dell’Illuminismo le guerre sante erano state evenienze comuni sia al mondo islamico che a quello cristiano: la radice divina in cui affondano le due religioni, è infatti quella di un Dio guerriero che scatena calamità, tuoni e fulmini, a protezione di chiunque si fosse posto sotto il suo mantello per colpire nemici dovunque fossero.

In tale contesto culturale non sorprende più di tanto, se proprio vogliamo dirla tutta, che nel testamento di uno dei dirottatori che si è infranto sulle torri del World Trade Center ci sia scritto: 

Allah, guidami all’ultima meta. Nel nome di Dio il più misericordioso, il più compassionevole...Nel nome di Dio, di me stesso e della mia famiglia.. Ti prego, Dio, perdona tutti i miei peccati e concedimi di glorificarti in ogni modo possibile. Ricorda la battaglia del profeta...contro gli infedeli, quando cominciò a costruire lo stato islamico [....] Ti prego, con  la luce della tua fede che ha illuminato il mondo intero illuminando ogni oscurità su questa terra, di guidarmi finchè tu non mi approverai. E quando lo farai, questa sarà la mia ultima meta. Non c’è altro Dio che Dio. Non c’è nessun Dio che sia il Dio del trono più alto, non c’è altro Dio che Dio, il Dio della terra e del cielo. Non c’è altro Dio che Dio e io sono un peccatore. Siamo di Dio e a Dio torniamo”.

Può apparire delirante tutto ciò a noi cristiani, per lo più di fede sbiadita, ma è pienamente conforme alla cultura maomettana e di quello stesso Dio della Bibbia dei cristiani: solo che gli islamici ci credono ancora e noi per fortuna ci siamo liberati di questa retorica fideistica che, tra l’altro, in occidente non abbiamo mai sentito con tale intima e forte pregnanza.

 

Le guerre sante

Ricorda Umberto Galimberti (La Repubblica del 25 settembre) che “la guerra santa ebraica finì nel ‘70 dopo Cristo con la distruzione del Tempio di Gerusalemme, ma a raccoglierne l’eredità fu il Cristianesimo che già con l’Apocalisse di Giovanni riesuma l’iconografia della guerra santa con la raffigurazione di Cristo cinto di una corona d’oro, nella mano una falce affilata, con una angelo ai suoi ordini, per fare vendemmia della terra e desitarla nel torchio dell’ira divina (Apocalisse 9.19). Il Cristianesimo diverrà religione dell’Occidente sotto il segno della guerra quando Costantino vide nel sole di mezzogiorno qualcosa che assomigliava al segno della croce: In hoc signo vinces. Con quel segno si convertirono in seguito le popolazioni del nord, dette “barbari” che invadevano l’Impero Romano, sotto quel segno si riunirono le truppe di Carlo Magno che diedero origine al Sacro Romano Impero separato dall’Impero d’Oriente di fede ortodossa e dall’Islam che aveva fatto la sua comparsa nel VII secolo  in Arabia Saudita con Maometto. Maometto non ripudiava nè la rivelazione ebraica nè quella cristiana, rivendicava tra i suoi predecessori il patriarca Abramo, distruttore di idoli e adoratori di Allah, solo insisteva sul carattere definitivo della sua rivelazione rispetto a quella ebraica e cristiana, negando la proclamata divinità di Gesù Cristo.

L’allora mondo conosciuto si divise in tre parti: l’Ortodossia occupò, a partire da Costantinopoli, il mondo slavo, mentre nel Mediterraneo rimasero, a contendersi le terre, l’Islam e il Cristianesimo, entrambi a colpi di “guerre sante” o come da noi si diceva “crociate”, dove gli arabi distinguevano la terra della pace (dar al-Islam) dalla terra della guerra (dar al-harb), a cui corrispondeva da parte cristiana la terra dei fedeli (partes fidelium) da quella degli infedeli (partes infidelium). Questa mentalità, nel mondo cristiano non si estingue nel Medioevo, ma inaugura l’età moderna con Cristoforo Colombo che nel suo “Giornale di bordo” precisa gli obiettivi della sua avventura. Il primo è quello di un figlio devoto della cristianità che vuol salvare il mondo portando il battesimo ai pagani. Il secondo è quello in cui il mondo moderno si riconoscerà: riportare in patria tanto oro (“il Signore nella sua bontà mi faccia trovare questo oro”, 23 dicembre 1492). Costo dell’operazione: quella “moltitudine di ignudi e indifesi”, come li chiama Colombo nel suo “Giornale di bordo”, erano sette milioni al suo arrivo e saranno appena quindicimila sedici anni dopo”.

Questo significa che soltanto la “gloriosa” conquista di Colombo si realizzò con l’eccidio, durato ben sedici anni, di 1200 nativi al giorno, una cifra impressionante a fronte della quale il massacro dei kamikaze su New York diventa un giochino. Massacro che continuò ad opera dei successivi eserciti invasori e ancora dopo, quando il nuovo Stato istituzionale, emerso dalla lotta fra Nord e Sud, iniziò lo sterminio dei Pellerossa e nel razzismo verso i neri che ancora attraversa vasti strati della popolazione degli Stati Uniti.

 

La memoria storica degli orrori non può fermarsi all’olocausto

Quel che però Galimberti non scrive, ma indubbiamente sa benissimo, è che tutti questi massacri si contraddistinsero per essere benedetti da Dio, così come oggi sostengono i Talibani per i morti di New York. Tra il 1600 e il 1900, nel nome di Cristo perirono 80 milioni di nativi e in paesi come il Brasile, il Guatemala o la regione messicana del Chiapas la decimazione degli indios è ancora in atto. Nessuno ha mai letto le cronache delle conquiste in cui è annotato che gli indios fuggivano terrorizzati davanti al Crocefisso che precedeva gli eserciti europei perchè la croce, portata da sacerdoti, era diventata simbolo di morte? Il conquistatore Oviedo osò affermare: “Chi vorrà negare che usare la polvere da sparo contro i pagani è come offrire incenso a Nostro Signore ? (Tzvetan Todorov, Georges Bandot, Racconti atzechi della conquista, Einaudi, 1988). L’elenco degli orrori potrebbe continuare per molte pagine, a cominciare dalla tratta degli schiavi guidata da missionari, di preti che benedivano i winchester che decimavano i nativi americani del Nord, la tratta degli schiavi dall’Africa, con un calcolo per difetto che gli storici fissano nella cifra orribile di oltre 190 milioni di morti. 

Ricordo tutto ciò non per il gusto sadico di rinvangare la storia del cristianesimo, bensì perché credo sia un dovere morale ricordare che, similmente all’olocausto degli ebrei nei campi nazisti, la Storia ha avuto olocausti anche più orribili, per cui dalla religione cattolica è assai difficile poter accettare lezioni di etica in materia di terrorismo e di diritti civili. Trovo assai discutibile e di basso livello morale l’opinione di taluni per i quali - se dobbiamo trasmettere alle nuove generazioni la storia dei massacri del nazismo - dovremmo invece dimenticare gli altri stermini dell’occidente solo perché operati dalle religioni, riportando il calendario all’anno zero con la sola eccezione dei lager tedeschi, oppure criminalizzando gli eccidi degli infedeli musulmani come se solo loro rappresentassero il male (come vorrebbe farci credere Bush) e noi il bene.

Leggo dappertutto che gli americani sono sorpresi e increduli che il mondo non li ami come vorrebbero e come suppongono di meritare. Bush dimentica che se oggi nonostante pochi lo evidenziano, è in atto una ventata di antiamericanismo è perchè di colpo ci ricordiamo di tutto, non avendo la memoria corta come taluni commentatori. Ci ricordiamo, ad esempio, dell’atomica su Hiroshima e Nagasaki, delle bombe al napalm in Vietnam, in Corea, in Cambogia, dei bombardamenti sull’Irak ancora in atto (e nessuno ne parla) e ci ricordiamo finanche, dopo cinquant’anni, delle selvagge incursioni delle superfortezze volanti che nell’ultima guerra miravano alle popolazioni e non agli obiettivi militari, come si è verificato a Napoli sulla cui città venivano lanciate a casaccio, oltre le tonnellate di bombe, anche stilografiche esplosive e cioccolatini avvelenati per mutilare  e avvelenare la popolazione.

Nel Vietnam, ad esempio, gli americani hanno scritto una delle più sporche pagine di guerra della storia umana. Hanno ucciso bambini e vecchi, stuprato e massacrato donne indifese, torturato nel modo orribile come solo l’Inquisizione di Santa Romana Chiesa seppe fare e molto bene.

Adriano Sofri si chiede “come avremmo reagito a un 11 settembre durante la guerra in Vietnam. Avremmo probabilmente dissociato le vittime dai governanti americani, imputando a questi la responsabilità ultima dell’attacco ai loro concittadini e alle loro città e della stessa disperazione degli attaccanti”. Anche oggi questo distinguo deve essere fatto. I musulmani, secondo una perversa logica religiosa e fondamentalista, per noi non sono fratelli, sono gli infedeli, così come i cristiani sono gli infedeli per i musulmani. Se non si spezza questa perversione socio-religiosa ogni colloquio sarà solo una perdita di tempo. Il problema, tuttavia, non è solo questo. I musulmani sono in lotta anche fra loro, come già era accaduto in Europa nelle due ultime grandi guerre che videro paesi tradizionalmente vicini e cristiani, in guerra fra loro per motivi non religiosi. Tra il 1980 e il 1988 nella guerra fra l’Iraq e l’Iran si ebbero ben 750.000 morti secondo la stima dell’Istituto Strategico di Londra e, come è stato scritto da Jean Daniel, da “entrambi le parti gli imam hanno benedetto gli adolescenti che venivano mandati al macello”.

Il terrorismo islamico nella sola Algeria ha prodotto 100.000 morti tra gli stessi musulmani. Non viene il sospetto che, alla fine, le nostre vite sono tenute nelle mani dai poteri religiosi  politicizzati che si nascondono ipocritamente dietro ai loro Dio virtuali? 

Come si fa a non associare nella memoria, in questa circostanza, che nel 1212, benedetti dei sacerdoti, ben 30.000 bambini dell’Europa centrale partirono per le Crociate, da Marsiglia, soli e senza armi, per liberare il Sepolcro di Cristo? E che in gran parte morirono e coloro che sopravvissero vennero venduti ai turchi come schiavi? Possibile che il clero non disse loro: ragazzi perché non ve ne tornate a casa a giocare?

Certo, forse siamo commossi dai morti americani, ma perché non dovremmo commuoverci anche per i morti musulmani? Anche senza i terrorismi e le guerre dichiarate, nel mondo ogni anno, ben 6 milioni di bambini muoiono fisicamente di fame e il ricco e potente occidente cristiano non muove un dito, se non a parole e solo quando i morti colpiscono aree geografiche nei quali ci sono possibilità di sfruttamento politico ed economico. Ogni tanto qualcuno si ricorda di fare collette pubbliche e occorrono spettacoli con gag e cantanti famosi per smuovere la nostra sporca coscienza e radunare aiuti umanitari regolarmente sperperati o saccheggiati a spettacolo finito. 

Il volto di un bambino afgano morto è tanto diverso da quello di un bambino americano o europeo? Sono d’accordo con Sofri: non riesco a persuadermi che ci siano morti senza valore come quelli iracheni o afgani e morti di pregio come quelli americani che, tra l’altro, non erano nemmeno solo americani, ma di ben 65 nazionalità diverse, compreso italiani. Uccidere tanta gente che non ha alcuna responsabilità personale e diretta, come accade nella truce guerriglia tra Israele e la Palestina, è un’infamia, chi può negarlo? Ma anche l’olocausto è stata un’infamia, anche i bombardamenti su Hiroshima e Nagasaki o su città come Napoli, Berlino, anche per il modo cinico in cui furono fatti, restano un’infamia. Anche i bombardamenti tedeschi su Londra e Parigi e il muro di Berlino furono un’infamia. Anche i terremoti sono un’infamia: in Irpinia e nel Friuli, per parlare solo di casa nostra, sono periti migliaia di nostri connazionali. Anche la Rivoluzione francese e quella sovietica, anche 50 anni di comunismo e di maoismo e tante altre angherie guerresche hanno prodotto decine di milioni di morti. Milioni di uomini, donne e bambini in America perirono anche nel corso della guerra fra Sudisti e Nordisti o durante lo sterminio dei pellerossa o la persecuzione dei neri ancora in atto in molte parti degli Stati Uniti. Per non parlare della distruzione della civiltà incaica. E non sono infami tutti i consigli d’amministrazione delle grandi lobbies finanziarie che hanno consentito, per solo profitto, l’inquinamento delle acque dei mari, dei fiumi, dell’aria che respiriamo. E non è un’infamia il buco nell’ozono prodotto dalle grandi industrie o il disboscamento della foresta amazzonica con tutti gli impliciti danni all’ecosistema che ha alterato i ghiacciai del polo e sovvertito i ritmi delle stagioni? Chi dovrà pagare per questi genocidi che fanno impallidire ogni altro delitto, di Bin Laden o di Hitler, di Hiroshima o dell’Inquisizione? Come mai sono terroristi solo i kamikaze e non chi fornisce loro le armi? Possibile che tutti i servizi segreti dell’Oriente e dell’Occidente non sappiano chi è che vende le armi ai terroristi? Lo sapete che anche in Italia si fabbricano le piccole mine antiuomo che non uccidono ma creano solo mutilazioni ai piedi e alle mani e che, nella maggior parte dei casi, invalidano quasi sempre bambini?

Bush ha dichiarato più volte di rappresentare il Bene contro il Male, ma dimentica che solo l’America gettò le bombe atomiche sulla popolazione giapponese e che ancora oggi vivono migliaia di sopravvissuti mutilati e deformati. Pensa forse, il signor Bush, di essere amato da questi sopravvissuti e dai loro discendenti?  Da quale parte fu il male in quella e nelle altre circostanze? Pensa che i vietnamiti, i cambogiani, gli iracheni, i coreani, figli di madri e padri uccisi o orribilmente mutilati senza un solo motivo che non fosse puramente strategico, straripino d’amore per la bandiera americana?

Il lettore lo sa che gli Stati Uniti sono l’unico paese che non ha ancora ratificato né il Trattato costitutivo della Corte Internazionale di Giustizia, né quello per la messa al bando delle mine antiuomo, né quella di Kyoto sulle mutazioni climatiche? 

Lo sà il lettore che Henry Kissinger è stato consulente della grande azienda americana di petrolio, la Unocal, la quale costruirà un oleodotto attraverso l’Afghanistan e che da questo accordo (economico) i Talebani (udite, udite, gli orribili Talebani!) nel 1997 sono stati ricevuti a Washington e al Dipartimento di Stato? E che tale oleodotto servirà ad aggirare l’Iran attraverso il Pakistan, l’India fino ai Paesi del Sud-Est asiatico? Vogliamo ancora seriamente parlare di guerre sante e di guerre demoniache?

Ma il male più grande resta sempre quello di uccidere in nome di un Dio o di una presunta supremazia razziale o di civiltà. Un Dio che non ha nulla da spartire col Dio dei filosofi, col Dio dell’ontologia e della riflessione intima col mistero.  

Questo Dio politicizzato ed eticizzato ben fece Nietzche a ucciderlo, dilatando in tal modo il principio della ragione che sostituisce la retorica del mito che crea i mostri. Ciò che offende la mia ragione è che tali delitti, perpretati nel nome di Dio, si mascherano in modo tale da confondere aggrediti e aggressori, giusti e ingiusti, miseria e ricchezza, virtù e profanazione, causa ed effetto, libertà e oppressione, quasi sempre in una miscela inestricabile resa oscura dai segreti di Stato, miscela dirompente, con la quale si perpetuano l’ignavia, la cattiva fede, l’ignoranza e i pregiudizi dei mass media e dei politici asserviti a questo o quell’altro leader emergente.

 Ha ragione Josè Saramago ( La repubblica del 20 settembre): “ E’ stato già detto che le religioni tutte, senza eccezione, non serviranno mai per avvicinare e riconciliare gli uomini e che, al contrario, sono state e continuano a essere causa di sofferenze inenarrabili, di stragi, di mostruose violenze fisiche e spirituali che costituiscono uno dei più tenebrosi capitoli della misera storia umana. Almeno come segno di rispetto per la vita, dovremmo avere il coraggio di proclamare in tutte le circostanze questa verità evidente e dimostrabile, ma la maggioranza dei credenti di qualsiasi religione non solo finge di ignorarla, ma si leva iraconda e intollerante contro coloro per i quali Dio non è altro che un nome, nient’altro che un nome, il nome che, per paura di morire, un giorno gli abbiamo messo e che sarebbe venuto a sbarrarci il passo per un’umanizzazione reale. In cambio, ci hanno promesso paradisi e ci hanno minacciato con inferni, tanto falsi, gli uni come gli altri, insulti sfacciati a un’intelligenza e a un senso comune che ci è costato tanto far crescere”.

 

Chi sono i terroristi ?

Ancora non abbiamo una definizione decente della parola terrorista. Ogni secolo ha avuto terroristi o patrioti secondo il criterio soggettivo di chi li definiva. Terroristi sono stati, ad esempio, secondo i rispettivi osservatori, la cavalleria statunitense e i guerrieri del pellerossa Geronimo, i crociati e i musulmani, gli inquisitori italiani e spagnoli e gli eretici, i monarchici e i rivoluzionari francesi, i fascisti e gli antifascisti e, molto più indietro, i cristiani e i pagani.

Tutti costoro, nelle opposte sponde, facevano esattamente le stesse cose dei talibani di oggi anche se con armi e tattiche diverse. Però se la cavalleria statunitense a quell’epoca avesse avuto i missili o la bomba atomica certamente i pellerossa sarebbero stati sterminati assai prima e così dicasi dei Crociati contro i musulmani (e viceversa). In tempi recenti i palestinesi  accusano Israele di essere terroristi perché sta affamando e uccidendo il loro popolo sottraendogli perfino il territorio legale. Naturalmente gli israeliani chiamano terroristi i palestinesi. Si sono accusati i kamikaze di essere vili perché hanno ucciso cittadini inermi, tralasciandosi di annotare due cose: la prima è che i kamikaze sono sicuramente fanatici, ma certamente non vili perché sono morti eroicamente per una causa da loro ritenuta giusta, mentre i piloti americani hanno sganciato tonnellate di bombe in tutto il mondo protetti da aerei perfetti e con alle spalle un’America inespugnabile perché lontanissima dai campi di battaglia e dunque con la tranquillità delle loro famiglie al sicuro mentre altre, sotto le loro bombe, morivano senza sapere perché.

La verità non si può leggere solo da una parte. Quale è la differenza fra patriottismo e terrorismo? I Carbonari e la Giovane Italia, gli insorti alla Bastiglia, Garibaldi e i partigiani, i musulmani contro i Crociati, furono terroristi o patrioti ? Non è solo un problema di lessico o di definizione formale. Per esempio che differenza si deve fare fra terrorismo e lotta di liberazione? La lotta di liberazione è legittima solo quando un paese è invaso dal nemico o anche quando il nemico, occultato dietro le strategie diplomatiche e finanziarie, detta legge sul proprio territorio attraverso governi corrotti o ricattati e dunque scientemente o involontariamente collusi? D’altra parte pretendere che una lotta di liberazione si svolga senza violenza, alla Gandhi per intenderci, non solo è utopia ma sarebbe come pretendere di fare una guerra moderna con le lance e le frecce.

Leggevo recentemente che neppure i cosiddetti Grandi della terra sarebbero in grado di definire la figura del terrorista. Il 13 marzo del 1996 i capi di 27  Paesi, tra cui Clinton e Eltsin, si riunirono a  Sharm el Sheikn per concordare una linea comune contro il terrorismo, ma nel corso della riunione quei Grandi si accorsero che per definire una strategia bisognava prima definire chi fossero i terroristi e poiché non furono in grado di farlo, la riunione si svuotò di significato concreto. Poco più tardì anche il G7 di Lione incontrò la stessa difficoltà e non trovò un accordo significante anche perché - si disse nell’occasione - il terrorismo è, praticamente, una forma di aggressione reattiva quasi sempre a carattere difensiva, nel senso che l’atto terroristico in sé è un messaggio in codice o esplicito per richiamare l’attenzione su situazioni che, esposte in forme pacifiche, restano inascoltate. Nessuno, a meno che non sia un paranoico omicida, fa esplodere bombe provocando massacri di innocenti, senza una motivazione talmente alta da diventare, in chi la vive, una pulsione addirittura sacrale. E forse ci avviciniamo al nodo del significato. La pulsione diventa sacrale quando è sorretta da suggestioni religiose e da verità che sono al di sopra di tutto e di tutti, verità indiscutibili per le quali può anche essere necessario immolarsi. Se a questo imperativo si aggiungono reali torti subiti, in senso sociale, economico, di identità territoriale, da un definibile nemico politico o religioso, le guerre diventano sante e di liberazione, guerre che si ritiene di dover assolutamente privilegiare a costo della vita presupponendosi di non poter risolvere i problemi col solo uso della ragione o con le mobilitazioni civili. La sacralità del gesto è sostenuta, in altri termini, da una miscela esplosiva social-religiosa interpretata e vissuta senza alcun’altra alternativa possibile. Ma deve anche essere detto che l’alternativa illuministica della ragione da far prevalere sull’irrazionalità religiosa fondamentalistica è possibile solo nei Paesi democratici dove c’è una separazione fra Stato e Chiesa, dove non vigono regimi militari o di polizia, dove ci sono parlamenti eletti dal popolo, la liceità di costituire partiti politici, libertà di stampa e di opinione, tribunali non asserviti ai parlamenti, emancipazione della vita pubblica, parità fra i sessi, libertà di voto e, soprattutto, scuole pubbliche laiche con l’obbligo dello studio.

Umberto Eco(La Repubblica del 5 ottobre) ha ragione nel pretendere che per giudicare se una cultura è superiore bisogna fissare i parametri. Ma i diritti civili non sono forse parametri quando vengono fondati su weltaushauung e su  filosofie morali laiche?

Tra l’altro i diritti civili nascono sempre come conquiste. Nessuna politica, come nessuna religione li regalano La Chiesa ha potuto mandare sul rogo gli eretici e trucidare gli indios o i musulmani perché c’era la commistione fra Stato e Chiesa; la tratta degli schiavi fu resa possibile dall’assenza di una carta mondiale dei diritti; gli ebrei furono uccisi da Hitler perché la Germania non aveva un Parlamento democratico. Ad ogni buon conto, nel secondo millennio abbiamo anche noi occidentali prodotto guerre, persecuzioni e genocidi di popoli inermi, ma alla fine ce l’abbiamo fatta e ci siamo separati da quelle cause genetiche che si riparavano dietro gli altari di Dio per portare dovunque la morte: in questo tipo di rivoluzione illuminista noi ci ritroviamo e per questo motivo, come abbiamo detto all’inizio, restiamo ideologicamente accanto alla “civiltà” occidentale anche se siamo rancorosi e pieni di critiche, anche se marciamo con gli antiglobal, anche se siamo contrari alla globalizzazione che annulla l’autonomia dei soggetti e ci rende schiavi della dittatura finanziaria che ha occupato il mondo. Ma indietro non torneremo, non desideriamo affatto tornare, perché é mille volte meglio perfezionare i diritti, le libertà e la razionalità scientifica che possediamo, anziché ripartire daccapo come società tribali e medioevali. Conosciamo, ormai, pregi e difetti di questa libertà perché ce la siamo conquistati anche per mezzo di morti innocenti, dei martiri, dei patrioti, di lotte parlamentari democratiche. Oggi possiamo parlare liberamente, come stiamo facendo in questo momento, senza che qualcuno mozzi la nostra testa, perché siamo in uno stato laico con diritti costituzionali. Il che non esclude una visione metafisica del mondo e della Persona, ma la deriva dall’osservazione anziché dalle rivelazioni.

 

SULLA TOLLERANZA

Il destino dell’Islam é nelle mani degli islamici, nella loro presa di coscienza della libertà e di ciò che può significare una democrazia parlamentare: credo che questi, alla fine, siano i pre-requisiti ed anche i parametri invocati da Eco per sedersi ad un futuro tavolo alla pari, senza l’utopia di dialettiche che, in condizioni diverse, resterebbero solo chiacchiere da salotto.

Il bene della tolleranza ha i suoi limiti oltre i quali c’é il masochismo e l’auto-distruttività. L’illimitata tolleranza non può far parte dei diritti umani, non entra nel nostro sistema dei Valori se deve accettare l’illimitata intolleranza degli altri. In questo gli europei devono fare attenzione. Oggi abbiamo paura di fare confronti di civiltà, ma temo che proprio di un confronto di civiltà si tratta. Per prudenza stiamo spostando il discorso sul confronto fra i diritti, ma sappiamo bene che i diritti rientrano in un’etica di civiltà. Si invoca il dovere del rispetto del diverso: siamo proprio sicuri di non essere ipocriti? Sofri, ad esempio, sostiene che c’è ipocrisia nel parlare di parità fra occidente e Islam perché in effetti ciascuno si ritiene superiore all’altro. Sofri – e in questo ha ragione – ci ricorda che il voto alle donne in Italia noi lo abbiamo dato solo nel 1946 e che fino a ieri nel Nord c’erano i cartelli “non si affitta a meridionali” e in Italia, fino a pochi anni fa, era contemplato il delitto d’onore che i siciliani hanno utilizzato ampiamente. Forse pensando a questo dobbiamo pensare alla tolleranza storica e rinunciare al termine “superiorità”.

Anche qui mi sembra che, però, si stia facendo eccessiva retorica, come se avessimo paura di voler stabilire principi che porterebbero ad un confronto fra civiltà. Alla fine ci stiamo privando anche della facoltà di critica al punto da non poter dire il bene o il male delle civiltà i musulmani e gli occidentali incarnano temendo che ciò diventi un confronto.

La tolleranza ad oltranza che, ad esempio Eco propugna è sicuramente eccessiva: dovremmo tollerare anche il taglio delle mani ai ladri e l’infibulazione alle donne? Come ci ha ricordato Salman Rushdie i fondamentalisti “sono contro la libertà di parola, il sistema politico multipartitico, il diritto di voto universale, gli stati democratici, gli ebrei, gli omosessuali, i diritti delle donne, il pluralismo, il secolarismo, le gonne corte, la danza, l’assenza di barba, la teoria evolutiva e il sesso”.

Dove deve finire la nostra tolleranza? Beh, se proprio dobbiamo essere onesti e non stupidamente tolleranti, quale occidentale potrebbe essere a favore dell’incompleto elenco di Rushdie? La tolleranza non può essere infinita, deve pur fermarsi davanti alla ragione che, a sua volta è stata una conquista dolorosa perché è stata intrisa della passione e del sangue per il riscatto della libertà dall’intolleranza dei fondamentalismi nostrani.

A questo punto, però, dobbiamo dircela tutta. Dobbiamo dirci che abbiamo conquistato diritti civili che l’Islam non ha ma abbiamo posto il denaro fra i valori principali della vita, con tutte le conseguenze e le connessioni che tale stravolgimento comporta. Il dio danaro è un cattivo amico: porta con sé il tradimento, il narcisismo economico, la sopraffazione, l’egoismo, il razzismo economico, la protervia, il servilismo, l’ipocrisia, la deformazione dei valori umani, l’incattivimento dei rapporti sociali.

Non sono questi i mali dell’Occidente?

Ma il male del dio-danaro non finisce qui perché porta con sé, come una luce nefasta, la perdita della spiritualità laica, cioè la solidarietà non ipocrita verso il diverso, crea crisi di identità per la caduta di valori sociali e umani, povertà morale, la disaffezione verso l’autoconoscenza e l’impegno sociale. Questa è la malattia dell’Occidente, ma è una malattia che conosciamo e verso la quale sono impegnate le intelligenze, i mass-media, gli opinionisti: non credo che gli islamici abbiano un tale apparato critico di fronte a questa malattia che dilania anche loro, visto che se noi siamo nelle mani dei grandi capitali e delle sue lobbies, loro sono nelle mani degli sceicchi e dei capi religiosi.

Noi abbiamo tolto (ma davvero?) i cartelli “non si affitta ai meridionali”, ma non il razzismo strisciante che è ancora fra noi ed abbiamo cancellato dal codice il delitto d’onore; i musulmani quando toglieranno i cartelli “non si affitta agli occidentali?”.

La libertà, anche con tutti i guasti dell’Occidente è o non è un Valore primario che dobbiamo sicuramente perfezionare, ma al quale non si può rinunciare, costi quel che costi proprio perché ci è già costato molto? Se tolleranza significa aspettare che l’Islam si evolva verso la libertà così come hanno aspettato i popoli dell’Occidente, sicuramente aspetteremo, ma se l’intolleranza verrà portata in casa nostra io non credo che gli intellettuali italiani l’accetteranno. Come si dovrebbe rispondere all’islamico che, su una rete nazionale, sere fa ha detto che una moglie perfetta è quella che obbedisce al marito e all’autorità religiosa?

Se in televisione Berlusconi o D’Alema, o un qualsiasi giornalista avesse parlato così della propria moglie avremmo avuto un’insurrezione: e invece nessuno gli ha contestato niente. E’ questa la tolleranza?

Come dovremmo reagire se in una strada qualsiasi delle nostre città un qualsiasi islamico dovesse picchiare una islamica a lui sconosciuta solo perché le si vedrebbero le caviglie?

Detto con molta sincerità, su questi punti credo che la tolleranza confini con l’indifferenza morale e con la vigliaccheria, ed ha ragione Oriana Fallaci nel dire che non potremo mai né riconoscere, né giustificare certe protervie maschiliste. Stiamo parlando di diritti elementari per i quali ci siamo battuti da ragazzi e non solo nel ’68, e che non svenderemo al primo islamico che pretenda di demonizzarci. Alla fine, è sempre meglio avere sangue anziché acqua nelle vene anche se qualche imbecille ci scambierà per fascisti solo per averlo detto.

Certo, perché no?, dovrà tentarsi ogni dialogo anche se non sapremo mai cosa gli americani e gli islamici potranno dirsi e quali patti scellerati stabilirono per il futuro a nostra insaputa. Finiremo certamente per trovarci alle prese con alleanze e compromessi di cui dovremo pentirci e con ambiguità con cui faremo i conti troppo tardi,, i governi prenderanno impegni senza di noi e magari ci ritroveremo invasi da disoccupati islamici che verranno nelle nostre città senza che abbiano preventivamente accettato i nostri usi e la nostra democrazia, o rinunciato al loro fondamentalismo, come accade per i 700.000 giovani che già abitano le nostre contrade e di cui non sappiamo praticamente nulla, tranne i profili depositati negli archivi di polizia.


 

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