FISICA/MENTE

 

Dopo i raid americani su Sudan, Pakistan e Afganistan

IL TERRORISMO IMPERIALISTA,
UN BOOMERANG PER GLI USA E L’OCCIDENTE

 

I bombardamenti e i missili americani su Khartoum, l'Afganistan e il Pakistan hanno una volta di più evidenziato quanto è esteso nel mondo islamico l’odio nei confronti dell’imperialismo yankee e dell’Occidente tutto. Non solo nella Libia messa perennemente all’indice dal fetentissimo diritto internazionale o nella Palestina sempre occupata e martoriata dallo stato di Israele, non solo in un Sudan strangolato dai killer in guanti bianchi del FMI o in un Iraq che è nuovamente sotto il ricatto d’un ulteriore prolungamento delle sanzioni ONU, ma pressocché ovunque, inclusi e in prima fila i paesi come Afghanistan e Pakistan nei quali Washington aveva goduto finora di un certa simpatia, si è toccato con mano quant’è diventato largo, ormai incolmabile, il fossato che divide la gran parte delle masse oppresse e super-sfruttate del mondo arabo-islamico (nella sua interezza) dall’establishment imperialista.

Lo testimonia, per via indiretta, anche la presa di posizione della Lega araba, che è stata unanime e tempestiva, una volta tanto, nel biasimare l’attacco yankee (una vera rarità per questo organismo borghese che da un bel po’ si segnala solo per la sua codardia filo-imperialista). Anche i regimi totalmente infeudati all’impero del dollaro non possono più (lo poterono ancora nel 1990) non tener conto dei sentimenti antimperialisti delle loro popolazioni.

Che il bersaglio gridato (altra cosa, poi, è quello effettivo) della rappresaglia statunitense sia stato lo sceicco (1) saudita Ben Laden non è né comico, né frutto dell’insipienza da fanciulloni degli yankee, come credono gli insipienti redattori di Liberazione o de il manifesto. E’, al contrario, altamente indicativo del grado di acutezza raggiunto dal contrasto di classe tra sistema imperialista e paesi da esso dominati. La provenienza nazionale di Ben Laden, la sua appartenenza di classe, la sua iscrizione nei registri degli ex-agenti della CIA: neppure questo eccellente pedigree reazionario, a metà naturale, a metà acquisito, gli è stato sufficiente a evitargli di finire sul libro nero dell’FBI&C. come il "Che Guevara islamico". Scherzi maligni di quella incontenibile forza delle contraddizioni materiali oggettive che lo stesso "ricercato n. 1" sarebbe pronto a negare (invano).

Il fatto è che non solo il riscatto sociale e la liberazione dal super-sfruttamento e dall’oppressione (anche nazionale), ma perfino, per certi versi, la stessa sopravvivenza delle classi lavoratrici dell’Islam (il petrolio è pagato ormai 11 dollari a barile, 110 lire al litro, 1/3 della più scadente delle acque minerali) reclamano come non rinviabile la guerra rivoluzionaria all’imperialismo. Una guerra in cui gli sfruttati e gli oppressi dell’Islam saprebbero rifondere -ove essa fosse seriamente e coerentemente preparata, organizzata e condotta- una immensa energia di lotta, oggi compressa e dispersa. Lo sanno molto bene i governanti arabi e islamici che se da un lato deprecano l’azione del governo Clinton, dall’altro si guardano attentissimamente dal fare alcunché di concreto e di coordinato contro di essa, sì da non dare spago alle aspettative di massa (tutti, nessuno escluso, pur se con le diversità del caso, ché Gheddafi o Saddam non sono, non possono essere, "tali e quali" un re Fahd o un Hussein di Giordania).

Lo si è visto anche nella moderatissima reazione delle forze direttamente colpite. I capi dei Taleban, benché impossibilitati (al momento) a consegnare il rifugiato-ricercato, si sono precipitati a rassicurare i loro sponsor-addestratori: "non preoccupatevi, non ci sarà alcuna vendetta contro di voi, o per lo meno alcuna vendetta in Afghanistan, o partendo dall’Afghanistan". Non meno rassicurante la risposta del governo sudanese e di al-Tourabi, da anni presentati, rispettivamente, come la centrale operativa principe e la mente-guida del "terrorismo mondiale". "Nessun atto di guerra verso gli USA. Reagiremo esclusivamente con mezzi legali", hanno giurato. E subito dopo hanno confezionato e spedito a quel covo di brigantaggio e di guerra che è l’ONU la richiesta di una commissione di inchiesta per accertare quello che l’ONU avrebbe (in astratto) potuto dire una frazione di secondo dopo l’aggressione USA, visto che dei suoi inviati l’avevan visitata di recente: e cioè che la fabbrica colpita produceva realmente e solo medicinali (anche per l’ONU).

L’appello alla legalità internazionale (è il medesimo appello che i palestinesi fanno da mezzo secolo contro le "violazioni israeliane", con quale esito si sa) degli stessi ambienti islamici istituzionali più "radicali", è suonato tanto più impotente e dimissionario perché è caduto mentre Clinton, l’Albright ed il ministro della guerra statunitense pisciavano ostentatamente sulle "prerogative" dell’ONU, la autorizzazione preventiva a fare questo e quello, la fornitura di prove, e consimili bazzecole da causidici che tanto elettrizzano i sacchi vuoti pacifisti. Gli USA colpiranno dovunque siano in qualche modo toccati i propri interessi (di sfruttamento, di dominio e di saccheggio), e nessuno ha il diritto di chiedere loro alcunché, né prima, né dopo (poiché il diritto lo ha chi ha la forza). Onore al merito della chiarezza di questi banditi!

La scelta di colpire proprio Sudan, Afghanistan e Pakistan non ha nulla di casuale e di incomprensibile.

Dopo il mancato blitz anti-iracheno della scorsa primavera, le masse arabo-islamiche dovevano essere aiutate a non dimenticare la frusta del padrone e a non illudersi di poterlo ancora impunemente sfidare. Ed i governi arabo-islamici che col loro sgradimento avevan concorso a fermarlo, a non attribuirsi erroneamente una sorta di potere di veto sulle iniziative del padrone. Per questo era necessario colpire dentro il mondo arabo, ed il Sudan (nonostante la sua buona condotta "anti-terroristica" certificata dalla consegna di Carlos e dalla cacciata di Ben Laden) era il bersaglio appopriato. Sia in quanto centro di irradiazione dell’islamismo in tutta l’Africa, che per essere uno degli stati arabi più dinamici nel tentare di tessere una trama di cooperazione economica e di "mutuo aiuto" tra gli stati islamici, uno tra gli stati del Terzo Mondo non ancora completamente proni agli ukase del FMI. Vero è che il FMI aveva appena giudicato "soddisfacente" la performance economica del Sudan, assoggettato anch’esso alle sue amorevoli cure (Paesi arabi, luglio 1998); ma una raffica di bombe può essere un buon coadiuvante nel convincere i governanti sudanesi a proseguire senza ripensamenti sulla via delle famigerate riforme strutturali, delle privatizzazioni, dell’apertura ai capitali occidentali, dell’immissione nel governo di esponenti al guinzaglio di Washington, etc. Colpire il Sudan, dunque, per colpire l’intero Islam arabo (altro che diversivo dal sexy-gate!).

D’altra parte, diciamoci la verità, poteva Washington lasciare senza la loro meritata razione di bombe gli islamici d’Asia, e i pakistani per primi, che così spropositatamente si erano esaltati per la conquista dell’atomica? E poteva forse mancare di ammonire i taleban in rapida avanzata verso le regioni a tradizione islamica dell’ex-URSS a non sognare di alcuna confederazione islamica d’area dotata di benché minima indipendenza, essendo quell’area di gas e petrolio a profusione destinata allo stretto, totalitario, esclusivo controllo USA? Certo che non poteva.

Lo stato complessivo sempre più critico del capitalismo mondiale non consente più al paese capofila del sistema imperialista d’esercitare "pacificamente" il suo dominio sui continenti di colore in nome dell’anti-colonialismo. Pur incubando da tempo, la catastrofica esplosione della crisi del sistema nel suo centro è stata finora evitata solo attraverso lo schiacciamento, la frammentazione, lo scannamento reciproco degli oppressi islamici e terzomondiali (mai dimenticare la guerra tra Iran e Iraq e le tante consimili guerre in questi anni impulsate dall’imperialismo). Per assolvere un tale compito l’imperialismo yankee, e l’imperialismo tutto, dovranno fare ricorso sempre più alla guerra aperta di lungo periodo all’Islam (ed al Terzo Mondo nel suo insieme), una soluzione questa per cui stanno accanitamente spingendo negli USA e fuori le potenti lobbies sioniste. "La guerra al terrorismo (islamico) è appena cominciata", ammonisce la Washington Post del 25 agosto. Un’altra via, più soft, non c’è. Il suggerimento di "prendersi cura dei problemi islamici", infatti, è solo una misura complementare all’uso del terrorismo di stato, e non ha altra valenza del pretesco consiglio di un Prodi: "colpiamoli, ma stiamo anche attenti a manovrare in modo accorto per dividerli e impedire loro qualsiasi risposta unitaria". Un consiglio dalla sostanza interamente imperialista dietro al quale si allineano in buon ordine i terribili "comunisti" di Rifondazione, candidandosi (come i non proprio antagonisti Fanfani, Mattei, Moro e così via) a viscidi sensali tra un Islam azzannato alla gola e il Dracula imperialista azzannatore, per non parlare poi dei pidiessini alla Ranieri che vestono il Dracula aggressore dei panni della vittima, per cui se "gli americani reagiscono, vanno compresi in pieno"...

Questa radicalizzazione obbligata dell’aggressione imperialista agli sfruttati del Terzo Mondo, mentre fa crescer le ragioni di scontento delle stesse classi borghesi e piccolo-borghesi terzomondiali, riduce però progressivamente i margini di manovra delle borghesie "nazionali", anche di quelle meno strettamente allineate, facendone risaltare, più che l’inconseguenza, l’impotenza a contrastare gli assalti reiterati delle potenze imperialiste. Alle masse sfruttate dell’Islam e del Terzo Mondo, per converso, l’esperienza diretta sta insegnando che l’imperialismo non può essere battuto senza la lotta più determinata, senza la vera jihad di classe, senza l’unificazione internazionale del fronte degli sfruttati.

A questo bisogno acuto di una vera guerra all’imperialismo e di un vero internazionalismo degli oppressi che sta maturando nell’Islam (e nel Terzo Mondo), nessuna frazione dell’islamismo militante potrà mai dare una risposta soddisfacente, così come non l’hanno potuto in passato né il nazionalismo arabo, né il "fronte" (mai realmente poi costituitosi) dei paesi "non allineati" né il khomeinismo. Figurarsi se lo potrà un Bin Laden (ancorché la sua organizzazione si chiami, emblematicamente, se le informazioni sono esatte, "Musulmani contro l’oppressione globale"). Lo potrà solo ed esclusivamente un proletariato occidentale, un proletariato internazionale ritornato a combattere coerentemente contro l’imperialismo, per il comunismo. E’ a questa rinascita, che passa oggi per la solidarietà incondizionata e militante alle masse lavoratrici oppresse dall’imperialismo, che i comunisti internazionalisti consacrano tutta la loro attività.

Note

(1) Come spiega G. Vercellin, Istituzioni del mondo musulmano, Einaudi, 1996, il termine sceicco (in arabo: shaykh) è un termine che nel corso della lunga storia dell’Islam (che attraversa più modi di produzione e più continenti) ha assunto molteplici significati: da quello di vecchio o anziano capo-tribù scelto dall’assemblea tribale per il suo carisma, a quello più generico di dotto o maestro di religione e di vita (talvolta a capo di una confraternita), fino a quello di capo-villaggio (in Egitto), di autorità governativa pure urbana (in Mesopotamia) o finanche di capo-gilda o corporazione. Anche oggi il termine mantiene, in contesti sociali molto diversi da quelli che l’hanno originato, una sua polivalenza. E’ riservato, in ogni caso, a persone cui viene riconosciuta una particolare autorità morale.


 

http://www.sgrtv.it/archivio_link/08062000/esteri/corno_africa/scheda_sudan.html 

Sudan: la scheda

Tutte le notizie sono tratte dalla Federation of american scientist (FAS)

Il Sudan del sud è un campo di battaglia da sempre, con l'eccezione di una pace fragile stabilita nel 1972, con le trattative fra i ribelli sudanesi del sud (l'Anya Nya) ed il governo del Sudan ad Addis Abeba. Pace durata fino alla ripresa del conflitto nel 1983. La distinzione nord-sud e l' ostilità fra le due regioni del Sudan è collegata a un conflitto religioso come pure a un conflitto fra popolazioni di cultura e lingua diverse. La lingua e la cultura del nord sono basati sull' arabo e la fede islamica, mentre il sud è caratterizzato da una grande varietà, principalmente linguaggi non-arabi, culture con poche eccezioni non-musulmane e caratteri religiosi indigeni (tradizionali o cristiani).

Le origini della guerra civile nel sud risalgono agli anni 50. Il 18 agosto 1955,  un' unità militare del sud del paese si ammutinò a Torit. Piuttosto che la resa alle autorità sudanesi, molti ammutinati si diedero alla macchia con le loro armi: questo è stato l' inizio della prima guerra nel Sudan del sud. Alla fine degli anni 60, la guerra aveva provocato la morte di circa 500.000 persone. Diverse centinaia di migliaia di nuovi guerriglieri si nascosero nelle foreste o negli accampamenti nei paesi limitrofi. Intorno al 1969 i ribelli avevano sviluppato contatti con paesi stranieri per ottenere armi e rifornimenti. Israele, per esempio, ha fornito l'addestramento delle reclute dell'Anya Nya e armi, inviate ai ribelli attraverso l' Etiopia e l' Uganda. L'Anya Nya  ha anche comprato armi dai ribelli congolesi. I funzionari di governo cedettero ai ribelli dopo il colpo di stato del 1969 e mettendo fine alla guerra con gli accordi di Addis Abeba del 1972, che hanno garantito l' autonomia della regione meridionale.

La guerra civile è ripresa nel 1983, quando il presidente Nimeiri ha imposto la Shari'a (la legge islamica). Da allora sono morti più di un milione e mezzo di sudanesi (dati del 1997). La fazione ribelle principale è lo SPLM (movimento di liberazione della gente del Sudan), un corpo creato dallo SPLA  (esercito di liberazione della gente del Sudan). Lo SPLA è nato nel 1983, quando il tenente-colonnello John Garang dello SPAF era stato inviato a Bor per sedare l'ammutinamento di 500 truppe del sud, che stavano disobbedendo a un ordine di trasferimento al nord. Invece di sedare la rivolta, Garang rinfoltì le schiere degli ammutinati, ed egli stesso si pose alla testa della rivolta contro il governo di Khartoum. Garang, un Dinka cresciuto in una famiglia cristiana, aveva studiato all' università di Grinnell, nell'Iowa e successivamente era tornato negli Stati Uniti per prendere parte ai corsi di Fort Benning, in Georgia e per completare gli studi di economia all' università dell' Iowa. Intorno al 1986 lo SPLA contava 12.500 aderenti, organizzati in dodici battaglioni, dotati di armi di piccolo calibro e alcuni mortai. Nel 1989 lo SPLA aveva raggiunto 20.000 - 30.000 guerriglieri; nel 1991 50.000 - 60.000.

Dal 1983, lo SPLA è diviso in 3 fazioni principali: la fazione Torit, guidata da John Garang; la fazione Bahr-al-Ghazal, guidata da Carabino Kuany Bol; ed il movimento del sud di indipendenza del Sudan di Rick Machar. Queste divisioni interne hanno intensificato i combattimenti nel sud, impedendo la pace. Lo SPLA rimane la forza militare principale della ribellione.

Nel mese di aprile del 1997 lo SSIM/A si è separato dallo SPLA e insieme a parecchie altre fazioni più piccole del sud del Sudan ha concluso un accordo di pace con il governo. Le fazioni rimaste fuori dall'accordo hanno costituito lo UDSF (fronte democratico unito di salvezza). Tuttavia, lo SPLM, e il suo braccio armato, lo SPLM/A e la maggior parte degli analisti indipendenti valutano l'accordo del 21 aprile come un tatticicismo del governo per portare i sudanesi del sud dalla propria parte. Lo SPLM/A e i suoi alleati del nord del NDA (alleanza democratica nazionale) hanno ottenuto successi militari nelle zone lungo i confini con l' Etiopia e l'Eritrea e in gran parte del sud. Né l'una né l'altra parte sembra avere la capacità di vincere la guerra con le armi.

Nel 1996 il governo degli Stati Uniti ha deciso di inviare quasi 20 milioni di dollari in apparecchiature militari attraverso l' Etiopia, l'Eritrea e l' Uganda per aiutare i movimenti di opposizione al regime di Khartoum. I funzionari degli Stati Uniti hanno negato di aver aiutato  lo SPLA e le forze alleate sudanesi (SAF). Il pentagono ed la CIA considerano però il Sudan secondo solo all'Iran come supporto logistico al terrorismo internazionale.

La cartina (fonte CIA)

Fonti e risorse

Home Page sul Sudan da Yasin Miheisi

sudan.net

Il Sudan Del sud on line: ReliefWeb

(traduzione e adattamento di Matthias Thaulero)

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ANALISI DIFESA

http://www.analisidifesa.it/numero24/ef-aqsudan.htm 

AL QAEDA RITORNA IN SUDAN?

Secondo la CIA Osama Bin Laden e i seguaci di Al Quaeda fuggiti dall’Afghanistan potrebbero cercare di ristabilire basi in Sudan, paese dal quale l’organizzazione estremista islamica operava già dal 1990 al 1996 e dove sono presenti ancora numerosi simpatizzanti e fiancheggiatori.
Gli Stati Uniti tengono sotto stretta sorveglianza il Sudan e hanno ristabilito relazioni politiche e di cooperazione nella sicurezza con il regime di Khartoum per stroncare ogni tentativo di Al Qaeda di penetrare nel paese.
La presenza di uomini di Al Qaeda fuggiti dall’Afghanistan è già stata confermata in Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Yemen, Striscia di Gaza, Libano e Siria ma l’intelligence occidentale teme penetrazioni in Africa Orientale.


 

 

GUERREDITTATURE E 

SEGRETI DI STATO.

Dal Cile all'Italia.La politica estera dei "difensori della democrazia".

 

GUERRE, DITTATURE E SEGRETI DI STATO

 

Nell'agosto 1998, in pieno "Sexgate", Bill Clinton fece bombardare il Sudan con decine di missili da crociera Tomahawk, mossa di dubbia legittimità costituzionale. Il principale bersaglio era un impianto farmaceutico. Secondo gli USA era di proprietà di Osama Bin Laden, e in realtà produceva armi chimiche. Secondo altre versioni, era proprio un impianto farmaceutico, e conteneva una buona metà delle scorte di medicinali dello stato africano. Si contarono decine di morti e feriti. Tutti civili. Molti governi protestarono. L'ONU avviò un'inchiesta, che gli Stati Uniti riuscirono a bloccare. Questa singola atrocità ha distrutto metà delle scorte farmaceutiche di un povera nazione Africana e le sue attrezzature per rifornirle, con un costo umano enorme. Un anno dopo l'attacco, "senza i farmaci salva-vita prodotti [dai macchinari ora distrutti], il numero dei morti dovuti al bombardamento del Sudan continua, silenziosamente, a crescere...

 

 

 Cosi, decine di migliaia di persone -- molti di loro bambini -- soffrono e muoiono di malaria, tubercolosi, ed altre malattie curabili... [La fabbrica] forniva medicinali a basso costo per gli esseri umani e tutti i medicinali veterinari localmente disponibili in Sudan. Produceva il 90 per cento dei principali prodotti farmaceutici del Sudan. Le sanzioni contro il Sudan rendono impossibile l'importazione di una adeguata quantità di medicinali necessaria a coprire il grave vuoto lasciato dalla distruzione della fabbrica..... [L]'azione intrapresa da Washington il 20 agosto 1998, continua a privare il popolo del Sudandei farmaci necessari. Milioni si staranno chiedendo come la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja celebrera' questo anniversario" (Jonathan Belke, Boston Globe, 22 agosto 1999). Il bombardamendo da parte degli Stati Uniti "sembra aver sconvolto il lento evolversi del movimento verso un compromesso tra le opposte fazioni del Sudan", e aver messo fine ai promettenti passi verso un'accordo di pace per porre fine alla guerra civile che dal 1981 ha seminato 1,5 milioni di morti, e che avrebbe anche potuto portare la "pace in Unganda e all'intero bacino del Nilo." L'attacco ha apparentemente "sconvolto... quei benefici che c'era da aspettarsi da uno spostamento politico del cuore del governo Islamico in Sudan" verso "un'impegno pragmatico con il mondo esterno", e dagli sforzi attuati nei confronti delle crisi interne al Sudan, "per porre fine all'appoggio del terrorismo, e per ridurre l'influenza dei radicali Islamici" (Mark Huband, Financial Times, 8 settembre, 1998).

http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/imperoguerra.html

http://www.namaste-ostiglia.it/lasthelp/show.asp?ID=195

 

http://www.google.it/search?q=cache:B563vf2-NIQC:www.anzwers.org/free/usacrimes/

sudan.htm+%22Sudan%22&hl=it&lr=lang_it&ie=UTF-8

 

Traduzione di Andrea Vigliotti
15 MARZO 2003


 

Una lista delle risoluzioni cui gli USA hanno opposto il veto, 1972-2002.

(anonimo via email)


Questa lista è arrivata attraverso una e-mail, e nonostante non siamo certi su chi abbia raccolto le informazioni, ad un veloce controllo sembra accurata - Znet (La Russia ha usato il diritto di veto DUE volte)

Anno Risoluzione posta al veto dagli USA
1972 Condanna ad Israele per aver ucciso centinaia di persone nei raid aerei in Siria e Libano
1973 Affermazione dei diritti dei Palestinesi e richiesta ad Israele per il ritiro dai territori occupati
1976 Condanna ad Israele per l'attacco di civili Libanesi
1976 Condanna ad Israele per aver costruito insediamenti nei territori occupati
1976 Richiesta di autodeterminazione per i Palestinesi
1976 Affermazione dei diritti dei Palestinesi
1978 Appello ai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (USA, USSR, GB, Francia, Cina) per il rispetto delle decisioni delle Nazioni Unite in fatto di mantenimento della pace e della sicurezza internazionale
1978 Critica alle condizioni di vita dei Palestinesi
1978 Condanna dei comportamenti Israeliani contro i diritti umani nei territori occupati
1978 Richiesta ai paesi industrializzati di aumentare la quantità e la qualità degli aiuti per lo sviluppo per i paesi sottosviluppati
1979 Richiesta di cessazione di tutte le collaborazioni militari e nucleari con il Sud Africa dell'apartheid
1979 Rafforzamento dell'embargo alle armi contro il sud Africa
1979 Riguardo le negoziazioni sul disarmo e la cessazione della corsa agli armamenti nucleari
1979 Richiesta di rimpatrio per tutti i cittadini espulsi da Israele
1979 Richiesta che Israele cessi le violazioni dei diritti umani
1979 Richiesta di una relazione sulle condizioni di vita dei Palestinesi nei paesi Arabi occupati
1979 Offerta di assistenza al popolo palestinese
1979 Discute la sovranità delle risorse nazionali nei territori Arabi occupati
1979 Richiesta di istituzione di protezioni per le esportazioni dei paesi in via di sviluppo
1979 Si richiede di un approccio alternativo all'interno del sistema delle Nazioni Unite per il migliorare il godimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali.
1979 Si oppone all'intervento negli affari interni ed esteri degli stati
1979 Per una conferenza delle Nazioni Unite sulle Donne
1979 Per l'inclusione delle donne Palestinesi nella Conferenza delle Nazioni Unite sulle Donne
1979 Per la salvaguardia dei diritti dei paesi in via di sviluppo nelle negoziazioni di scambio internazionale
1980 Richiesta ad Israele per il ritorno dei profughi
1980 Condanna della politica di Israele per le condizioni di vita del popolo palestinese
1980 Condanna per la non applicazione dei diritti umani nei territori occupati, 3 risoluzioni
1980 Affermazione del diritto di autodeterminazione per i Palestinesi
1980 Offerta di assistenza alle popolazioni oppresse del Sud Africa ed al loro movimento di liberazione nazionale
1980 Esperimento per l'instaurazione di un nuovo Ordine Economico Internazionale per la promozione della crescita dei paesi sottosviluppati e la cooperazione economica internazionale
1980 Sottoscrizione del programma di azioni per la Seconda Parte del Decennio Delle Nazioni Unite Per Le Donne
1980 Dichiarazione di non uso di armi nucleari contro paesi non nuclearizzati
1980 Affermazione che lo sviluppo delle nazioni e degli individui è un diritto del genere umano
1980 Richiesta di cessazione dei test nucleari
1980 Richiesta di attuazione della Dichiarazione sull'Assicurazione dell'Indipendenza dei Paesi e dei Popoli Coloniali
1981 Promozione di movimenti cooperativi nei paesi in via di sviluppo
1981 Affermazione del diritto di ogni stato di scelta del proprio sistema economico e sociale in rispetto della volontà del proprio popolo, in assenza di interferenze esterne di qualsiasi forma
1981 Condanna delle attività economiche di interesse straniero nei territori coloniali
1981 Richiesta per la cessazione di tutti i test esplosivi di armi atomiche
1981 Richiesta di azioni in sostegno di misure per la prevenzione della guerra nucleare, del controllo della corsa agli armamenti e la promozione del disarmo.
1981 Invito alla preparazione di negoziati per il bando di armi chimiche e biologiche.
1981 Affermazione che l'istruzione, il lavoro, la sanità, una nutrizione opportuna, lo sviluppo nazionale ecc, sono diritti umani
1981 Condanna degli attacchi del Sud Africa contro stati vicini, condanna dell'apartheid e iniziative per il rafforzamento delle sanzioni. 7 risoluzioni
1981 Condanna di una tentativo di invasione delle Seychelles da parte del Sud Africa
1981 Condanna del trattamento dei Palestinesi da parte di Israele, delle politiche sui diritti umani, e del bombardamento dell'Iraq. 18 risoluzioni
1982 Condanna dell'invasione del Libano da parte di Israele. 6 risoluzioni (1982 - 1983)
1982 Condanna per l'uccisione di 11 musulmani in un luogo santo in Gerusalemme da parte di un soldato israeliano
1982 Richiesta ad Israele di ritiro dall'altopiano del Golan, occupato nel 1967
1982 Condanna dell'Apartheid e richiesta di cessazione degli aiuti economici al Sud Africa. 4 risoluzioni
1982 Richiesta per la preparazione di un accordo globale per la protezione dell'ecosistema
1982 Organizzazione di una conferenza delle Nazioni Unite sulla successione degli stati nel rispetto delle proprietà, degli archivi e dei debiti statali
1982 Il bando ai negoziati sui test nucleari e sulla nuclearizzazione dello spazio esterno
1982 Proposta per un nuovo ordine mondiale per l'informazione e le comunicazioni
1982 Proibizione di armi chimiche e batteriologiche
1982 Sviluppo del diritto internazionale
1982 Difesa dai prodotti pericolosi per la salute e l'ambiente
1982 Dichiarazione che l'istruzione, il lavoro, la sanità, una adeguata alimentazione e lo sviluppo nazionale sono diritti umani
1982 Sviluppo di fonti di energie nei paesi in via di sviluppo
1983 Risoluzioni sull'apartheid, le armi nucleari, l'economia ed il diritto internazionali, 15 risoluzioni
1984 Condanna del Sud Africa per la sua politica nei confronti della Namibia ed di altre questioni
1984 Azioni internazionali per la cessazione dell'apartheid
1984 Condanna di Israele per l'attacco e l'occupazione del Libano del Sud
1984 Risoluzioni sull'apartheid, le armi nucleari, l'economia ed il diritto internazionali, 18 risoluzioni
1985 Condanna di Israele per l'attacco e l'occupazione del Libano del Sud
1985 Condanna ad Israele per un uso eccessivo della forza nei territori occupati
1985 Risoluzioni sulla cooperazione, i diritti umani, il commercio e lo sviluppo, 3 risoluzioni
1985 Misure da intraprendere contro le attività Naziste, Fasciste e neo-Fasciste
1986 Richiamo a tutti i governi (inclusi gli Stati Uniti) per l'osservanza delle leggi internazionali
1986 Imposizione di sanzioni economiche e militari contro il Sud Africa
1986 Condanna di Israele per le sue azioni contro i civili libanesi
1986 Richiamo ad Israele per il rispetto dei luoghi sacri musulmani
1986 Condanna di Israele per il dirottamento di un aero di linea Libanese
1986 Risoluzione sulla cooperazione, la sicurezza, i diritti umani, il commercio, il controllo dei media, 8 risoluzioni
1987 Richiamo di Israele al rispetto della Convenzioni di Ginevra nel trattamento dei Palestinesi
1987 Richiamo di Israele per la cessazione delle deportazioni dei Palestinesi
1987 Condanna di Israele per le sue azioni in Libano, e risoluzioni
1987 Richiamo di Israele per il ritiro delle forze dal Libano
1987 Richiamo di Israele per il ritiro delle forze dal Libano, 2 risoluzioni
1987 Richiamo di Israele per il ritiro delle forze dal Libano
1987 Cooperazione tra le nazioni unite e la Lega degli Stati Arabi
1987 Richiamo al rispetto della Corte Internazionale di Giustizia per quanto riguarda le attività militari e paramilitari in Nicaragua ed appello per la cessazione dell'embargo nei confronti del Nicaragua
1987 Misure per la prevenzione del terrorismo internazionale, studio delle fondamentali cause politiche ed economiche del terrorismo, organizzazione di una conferenza per la definizione di "terrorismo" al fine di distinguerlo dalle lotte dei popoli per la liberazione nazionale
1987 Risoluzioni riguardo il giornalismo, il debito ed il commercio internazionale. 3 risoluzioni
1987 Opposizione all'allestimento di armamenti nello spazio esterno
1987 Opposizione allo sviluppo di nuove armi di distruzione di massa
1987 Opposizione ai test nucleari, 2 risoluzioni
1987 Proposta per la costituzione di una "Zona della Pace" nel Sud Atlantico
1988 Condanna delle pratiche Israeliane contro i Palestinesi nei territori occupati. 5 risoluzioni (1988 e 1989)
1989 Condanna dell'invasione americana di Panama
1989 Condanna della perquisizione da parte di truppe statunitensi della residenza dell'ambasciatore del Nicaragua in Panama.
1989 Condanna del supporto statunitense all'esercito dei Contra in Nicaragua
1989 Condanna dell'embargo illegale degli Stati Uniti sul Nicaragua
1989 Opposizione all'acquisizione dei territori con la forza
1989 Richiamo per una risoluzione del conflitto Arabo-Israeliano basato su una precedente risoluzione delle Nazioni Unite
1990 Invio di tre osservatori del Consiglio di Sicurezza dell'ONU nei territori occupati
1990 Affermazione che i territori ad Est di Gerusalemme annessi da Israele sono territori occupati
1997 Richiamo ad Israele per l'interruzione della costruzione di insediamenti ad Est di Gerusalemme ed in altri territori occupati
1999 Richiamo agli Stati Uniti per la cessazione del loro embargo su Cuba, 8 risoluzioni (1992-1999)
2001 Invio di osservatori non armati nei West Bank e nella striscia di Gaza
2001 Istituzione del Tribunale Internazionale Militare
2002 Rinnovo delle missioni di pace in Bosnia

Il testo del discorso del presidente Usa
in occasione dell'attacco all'Iraq

WASHINGTON

- Questo è il testo del discorso rivolto stanotte in tv alla nazione dal presidente degli Stati Uniti, George Bush:

"Miei concittadini, a quest'ora le forze americane e della coalizione sono impegnate nelle prime fasi dell'operazione militare intesa a disarmare l'Iraq, a liberare il suo popolo ed a difendere il mondo da un grave pericolo.
Su mio ordine, le forze della coalizione hanno cominciato a colpire bersagli selezionati di rilevanza militare, per menomare la capacità di Saddam Hussein di muovere guerra. Queste sono le fasi iniziali di quella che sarà una campagna ampia e concertata.

Oltre 35 paesi stanno dando un sostegno cruciale, dall'utilizzo delle basi navali ed aeree alla collaborazione con i loro servizi informazione e logistici, al dispiegamento di reparti di combattimento. Ciascun paese in questa coalizione ha scelto di sostenere l'onere e di condividere l'onore del servizio della nostra difesa comune.

A tutti gli uomini e donne delle forze armate degli Stati Uniti attualmente in Medio Oriente: la pace di un mondo tormentato e le speranze di un popolo oppresso adesso dipendono da voi. Questa fiducia è ben riposta.
I nemici che affrontate dovranno conoscere la vostra bravura ed il vostro coraggio. Il popolo che voi liberate riconoscerà lo spirito di onore e decoro delle forze militari americane.
In questo conflitto, l'America affronta un nemico che non ha rispetto per le convenzioni di guerra o le norme morali. Saddam Hussein ha posizionato le truppe irachene e le loro attrezzature in zone civili, nel tentativo di servirsi di uomini, donne e bambini innocenti come scudi per le sue forze militari: un'ultima atrocità contro il suo popolo.
Voglio che gli americani e tutto il mondo sappiano che le forze della coalizione compiranno ogni sforzo per evitare di fare del male ai civili innocenti. E sarà necessario il nostro impegno convinto per aiutare gli iracheni a realizzare un paese unito, stabile e libero.

Siamo arrivati in Iraq con rispetto per i suoi cittadini, per la loro grande civiltà e per la fede religiosa da loro praticata. Noi non abbiamo alcuna ambizione in Iraq, tranne eliminare un pericolo e restituire il controllo di quel paese al suo popolo.
"So che le famiglie dei nostri militari pregano perchè tutti coloro che prestano servizio tornino sani e salvi e presto. Milioni di americani pregano con voi, per l'incolumità dei vostri cari e per la protezione degli innocenti.
"Per il vostro sacrificio, avete la gratitudine ed il rispetto del popolo americano, e potete stare certi che le nostre forze torneranno a casa non appena il loro lavoro sarà compiuto.
"Il nostro paese entra controvoglia in questo conflitto, tuttavia il nostro scopo è sicuro. Il popolo degli Stati Uniti ed i nostri amici ed alleati non resteranno alla mercè di un regime fuorilegge, che minaccia la pace con armi di sterminio.

Noi affronteremo ora quella minaccia con il nostro Esercito, con l'Aeronautica Militare, con la Marina, con la Guardia Costiera ed i Marines, per non doverla affrontare più tardi con i vigili del fuoco e la polizia ed i medici nelle strade delle nostre città.
Adesso che questa guerra è arrivata, l'unico modo per limitarne la durata è usare la forza con decisione. E io vi assicuro, questa non sarà una campagna di mezze misure, non accetteremo altra conclusione che non sia la vittoria.
Miei concittadini, i pericoli che incombono sul nostro paese e sul mondo saranno superati. Noi supereremo questo momento di pericolo, e porteremo avanti il lavoro della pace. Difenderemo la nostra libertà. Porteremo la libertà ad altri.
E vinceremo. Che dio benedica il nostro paese e tutti coloro che lo difendono"

(20 marzo 2003)


 

Intervista a un protagonista della Storia contemporanea
http://www.alice.it/news/primo/vidal_gore.htm 


Un'intervista che ci è stata rilasciata da Gore Vidal pochi giorni prima dell'attacco terroristico alle Twin Towers. Abbiamo ritenuto opportuno rimandarne per un certo periodo la pubblicazione proprio per il contenuto fortemente critico nei confronti degli Stati Uniti. Oggi, alla luce dell'uscita di un nuovo libro dello scrittore americano, pensiamo possa essere interessante leggere alcune sue riflessioni immediatamente precedenti i tragici eventi dell'11 settembre.

Lei è stato un protagonista della seconda metà del XX secolo.
Grazie alla posizione strategica del luogo in cui sono nato e alla particolare famiglia a cui appartengo posso dire che la Storia è stata per me un'esperienza personale. La formazione dell'impero anglo-americano e la caduta della Germania sono stati gli avvenimenti fondamentali degli anni Quaranta. Sono cresciuto a Washington in ambiente politico e ho iniziato a scrivere in un periodo molto importante per la storia mondiale.

Ha fatto delle dichiarazioni sconvolgenti relative all'entrata in guerra degli Usa nella Seconda guerra mondiale.
L'ottanta per cento degli americani era contrario all'entrata in guerra, ma so che Roosevelt, la cui vedova Eleanor era una mia cara amica, ha voluto la guerra anche per salvare la Gran Bretagna da una possibile invasione.
Ma allora è vero che il presidente Roosevelt sapeva che il Giappone avrebbe attaccato e l'ha tenuto nascosto proprio perché voleva l'entrata in guerra?
Roosevelt è stato il nostro Augusto, il nostro imperatore. Era molto acuto, straordinariamente intelligente, era il nostro Machiavelli. Sapeva che bisognava andare in guerra perché Hitler aveva instaurato una situazione insopportabile in Europa e ovviamente non voleva che l'Europa "morisse". Considerava Hitler una specie di virus, una malattia grave per l'umanità, doveva però convincere gli americani che era necessario entrare in guerra, trovare un pretesto credibile. Negli anni Quaranta, quando ero ragazzo, vivevo a Washington in un ambiente immerso nella politica: mio nonno infatti era Presidente del Senato americano e odiava Roosevelt, mentre mio padre lo ammirava.
Che cosa avvenne allora?
Ci convinsero che i giapponesi erano dei "subumani", quasi degli animali che ci odiavano perché eravamo belli, ricchi e grassi. Roosevelt cercava in tutti i modi di provocare il Giappone perché attaccasse per primo. I giapponesi avevano fatto un accordo con tedeschi e italiani, il famoso patto tripartito, e quindi il presidente pensava che se il Giappone avesse attaccato saremmo entrati in guerra. Ma erano loro a dover fare la prima mossa, dovevano fare un errore. A questo scopo furono provocati per un intero anno: nel novembre del '41 due ambasciatori giapponesi vennero a Washington e Roosevelt fece alcuni gesti per aizzarli contro di noi. Per prima cosa chiese che i nipponici lasciassero la Cina e poi che rinunciassero al patto tripartito con Germania e Italia. I giapponesi chiesero di raggiungere un compromesso, ma Roosevelt rifiutò, dichiarando che se non avessero rispettato quei patti avrebbe tagliato i fondi, avrebbe tolto al Giappone petrolio, risorse naturali, materie prime. Quindi non gli restò che aspettare. Gli Stati Uniti infransero tutti i codici militari e mentre noi sapevamo tutto sulle mosse del nemico, loro erano all'oscuro dei nostri piani. Dovevano attaccare per primi e lo fecero, come tutti sanno, a Pearl Harbour. Io entrai nell'esercito a 17 anni nel 1943 e ci restai fino al 1946.
Perché non si è mai parlato di questi episodi?
Tutto quello ho scritto è risaputo però non lo si può dire perché va contro a troppi miti patriottici. Noi siamo andati nel Pacifico a combattere una guerra contro quelli che, stupidamente, giudicavamo esseri subumani, il diavolo in persona: non potevano dirci la verità, né ci era lasciata alcuna possibilità di scelta. Effettivamente noi stavamo costruendo una marina potentissima e negli anni successivi, con le nostre azioni, siamo riusciti a edificare un impero globale: solo una mente machiavellica poteva programmare tutto questo. Fino a poco tempo fa però questi fatti erano sconosciuti a causa del sentimentalismo degli storici. Non si poteva mettere in dubbio la moralità degli Usa. Io, con le mie parole, ho provocato una vera e propria tempesta perché tutti sapevano, esistevano le prove di tutto quello che ho detto, ma era stato tutto secretato fino al 1995. In un sistema controllato come quello degli Stati Uniti è molto forte la censura, che già inizia dalla scuola primaria quando ai bambini vengono raccontate le favole. Questo indottrinamento insomma inizia molto presto e insegna a tutti gli americani che c'è un solo punto di vista, il nostro, non ne esistono altri. Pensi che si indicano agli scrittori anche gli argomenti su cui devono scrivere! Sicuramente molti intellettuali non sanno queste cose perché non entrano nei meccanismi della politica, ma nei giornali c'è solo grande propaganda e l'informazione che arriva dall'esterno non viene assolutamente tenuta in considerazione. Negli anni Cinquanta Truman ha tenuto in stato di guerra gli Stati Uniti, ma agli americani non è stato detto assolutamente nulla. Solo il Congresso poteva decidere se andare in guerra o meno. Dopo Pearl Harbour ci sono state 50 guerre (dalla Corea al Kossovo), ma nessuna di queste è stata dichiarata, nessuna di queste era legale. Non se ne può quindi avere una memoria collettiva. È il Presidente a decidere tutto: se decide di andare in guerra si va in guerra.
Esistono però molti movimenti di contestazione e di critica, di difesa dei diritti civili.
Ma i vari movimenti non producono mai vera cultura, rimangono sempre in qualche modo schiacciati dal potere o dopo un po' diventano essi stessi potere. Di diritti se ne è parlato molto, è un argomento dibattuto, ma le farei questo esempio: quando un mago mette in una tasca un coniglio, e con l'altra mano fa vedere un'altra cosa e si guarda la mano sbagliata, può essere che stia rubando dei soldi dalle tasche o... stia facendo guerra al Vietnam. È solo un meccanismo diversivo, una delle tante cose che servono come lavaggio del cervello.
Mi meraviglio come gli Europei credano a tutte le bugie che diciamo: controlliamo la tv, i film e anche nelle tragedie l'America offre sempre un'immagine felice. Le statistiche dicono che il 20% della popolazione è benestante, ma è benestante perché lavora per quell'1% che governa l'America. Nelle ultime elezioni mi è stato detto che le campagne elettorali di Gore e Bush sono costate 3 miliardi di dollari, per un'elezione che alla fine è stata rubata dalla Corte Suprema, e in un paese dove c'erano due forze molto simili, entrambe conservatrici...
Che cosa ne pensa del movimento dei no-global?
Stiamo assistendo alla scomparsa dello stato-nazione, che è nato con il trattato di Westfalia e ricreato da Lincoln e Bismarck per opera dei quali è sorto lo stato moderno. Io credo che Blair sia interessante per le sue scelte di devoluzione: ha lasciato andare gli Scozzesi e in qualche modo anche i Gallesi e penso che questa sarà la direzione che prenderà la Spagna con i Paesi Baschi. Per ora non dirò nulla riguardo a Bossi... Comunque credo che oggi esista un movimento sia centrifugo che centripeto: basti pensare all'Unione Europea e all'Euro. Credo anche che il movimento dei no-global alla fine sia salutare, che favorisca un certo scambio di idee e che magari ci possa anche salvare.
E il problema del cosiddetto "melting pot"?
I bianchi sono una minoranza nella parte sud della California, però come non definire bianchi anche gli ispanici? Certo è che questo è un segno della forza centripeta del movimento. Il più grande disastro degli Usa, la guerra del Vietnam, ci ha portato molti asiatici che ora risiedono nel Golfo del Messico, e hanno introdotto anche una novità molto particolare: il Confucianesimo. Confucio crede nell'educazione, nella morale: se si porta più morale negli Stati Uniti si può contrastare il fondamentalismo protestante che li domina.
Secondo lei oggi l'America è cambiata e in che cosa?
È un impero che però deve sempre mascherare di generosità i propri interventi all'estero, anche quelli bellici.
Gli Stati Uniti sono il soggetto dei miei libri, ma in pratica parlo sempre di me, è un affare di famiglia, è come se io vi chiedessi che cosa pensate di vostro nonno. Gli Usa seguono in fondo le leggi della fisica, tutto si distrugge e quindi anche noi iniziamo a perdere energia. I grandi imperi sono durati per secoli, noi saremo fortunati se il nostro durerà ancora 10 anni.

 

A cura di Grazia Casagrande


Così l'America ha perso la libertà
http://www.repubblica.it/online/speciale/sedicinovembredue/

sedicinovembredue/sedicinovembredue.html 

di GORE VIDAL

Mentre i bushiti si preparavano entusiasticamente alla terz'ultima guerra (missili provenienti dalla Corea del Nord, chiaramente identificabili grazie alle apposite bandierine, pioverebbero su Portland, nell'Oregon, se non fosse per il nostro bel palloncino, lo scudo spaziale), il volpone Osama bin Laden sapeva che per la sua guerra santa contro l'infedele non c'era bisogno che di un manipolo di aviatori pronti a morire insieme a quei passeggeri che casualmente si fossero trovati sugli aerei ...

Come molti di quelli che sono nati ricchi, Osama non è uno che butta via i soldi. A quanto pare, i biglietti aerei dei diciannove dirottatori identificati sono stati pagati con carta di credito. Sospetto che la United e l'American Airlines non verranno mai rimborsate dall'American Express, i cui uffici di New York sono stati - inconsapevolmente? - distrutti da Osama. Dall'aereo che si è schiantato in Pennsylvania, un passeggero ha telefonato per dire che lui e più o meno una decina di altri uomini, tra cui diversi atleti, avrebbero attaccato i dirottatori. "Muoviamoci!" , ha urlato. Si è sentito il rumore di una colluttazione. Quindi un urlo. Poi silenzio. L'aereo, che presumibilmente mirava alla Casa Bianca, è precipitato in un campo nei pressi di Pittsburgh.

Abbiamo sempre avuto dei civili saggi e coraggiosi. Sono i militari, i politici e i media che ci preoccupano. In fondo, non avevamo più a che fare con attentatori suicidi dai tempi dei kamikaze, come li chiamavamo nel Pacifico. E'lì che ho pigramente fatto il soldato durante la seconda guerra mondiale. A quei tempi il nemico era il Giappone. Ora, Bin Laden... i musulmani... i pakistani... Uno dopo l'altro.

Squilla il telefono. D'estate vivo in Italia, a sud di Napoli. I giornali italiani, la Tv, la radio vogliono commenti. E anch'io. Recentemente ho scritto di Pearl Harbor. Da allora mi fanno sempre la stessa domanda: "Non è proprio come quella domenica mattina del 7 dicembre 1941?". No, non lo è, dico io. Per quanto ne sappiamo ora, non avevamo ricevuto nessun preavviso dell'attacco di martedì 11. Naturalmente, il nostro governo ha molti, molti segreti di cui i nostri nemici a quanto pare vengono a conoscenza sempre con grande anticipo, mentre il nostro popolo ne viene informato - se mai ne viene informato - solo molti anni dopo. Il presidente Roosevelt provocò i giapponesi perché ci attaccassero a Pearl Harbor. Ho descritto le varie mosse di Roosevelt in un libro, "L'età dell'oro". Oggi sappiamo che cosa aveva in mente: venire in aiuto dell'Inghilterra contro l'alleato del Giappone, Hitler. Un piano virtuoso che è finito in un trionfo per la razza umana.

Ma che cosa aveva e che cosa ha in mente Bin Laden? Per diversi decenni il mondo islamico è stato inesorabilmente demonizzato dai media americani. Visto che sono un leale cittadino americano, non dovrei dirvi perché è accaduto tutto ciò: del resto non è nostra abitudine indagare sul perché qualcosa - qualsiasi cosa - accada. Preferiamo accusare gli altri di malvagità immotivata. "Noi siamo il bene", ha dichiarato un profondo pensatore alla Tv americana, "loro sono il male": e il pacchetto è pronto. A metterci, per così dire, il fiocco è stato poi Bush in persona con il suo discorso davanti alle Camere riunite, occasione in cui il presidente ha elargito ai parlamentari - e in qualche modo a tutti noi della cerchia - la sua profonda conoscenza delle astuzie e delle usanze dell'Islam: "Odiano ciò che vedono qui in quest'aula".

Un milione di americani hanno annuito davanti al televisore. "I loro leader si sono autonominati. Odiano le nostre libertà, la nostra libertà di culto, la nostra libertà di parola, la nostra libertà di votare e di riunirci in assemblea e di dissentire gli uni dagli altri". In quel momento toccante, c'è stato un cittadino americano che non abbia levato le fauci come un alligatore della Florida alla vista dell'esca? Ammesso che il quarantaquattrenne saudita Bin Laden sia davvero il primo responsabile, sappiamo incredibilmente poco di lui. Possiamo presumere che appoggi i palestinesi nella loro insurrezione contro gli israeliani nati in Europa e negli Stati Uniti, molti dei quali sono intenti a stabilire uno stato teocratico in quella che doveva essere una terra santa comune per ebrei, musulmani e cristiani. Ma se Osama ha mai versato lacrime per Arafat, queste hanno lasciato ben poca traccia. Allora perché lui e milioni di altri musulmani ci odiano?

Cominciamo allora a occuparci di Osama. E'un tipo alto un metro e novantasei, che fa il proprio ingresso nella storia nel 1979. Allora era un guerrigliero e lavorava insieme alla Cia per difendere l'Afghanistan dall'invasore sovietico. E'un anticomunista? No. La domanda è irrilevante. In realtà, è contro la presenza degli infedeli nella terra del Profeta. E questo vale anche per noi. Ritenuto immensamente ricco, Osama in realtà vale "solo" pochi milioni di dollari, secondo un suo parente...

Da dove vengono, oggi, i soldi di Osama? E'un superbo raccoglitore di fondi per Allah, ma solo all'interno del mondo arabo; contrariamente a quanto vuole la leggenda, non ha preso soldi dalla Cia. Si è anche distinto come un superbo organizzatore in Afghanistan. Nel 1988 avvertì il re saudita che Saddam Hussein stava per invadere il Kuwait. Osama credeva che, grazie alle sue vittorie personali nella guerriglia contro i russi, i sauditi si sarebbero serviti di lui e della sua organizzazione per fermare gli iracheni. Con grande orrore di Osama, re Fahd chiamò gli americani; così gli infedeli si stabilirono sulle sabbie sacre a Maometto. "Quello", ha detto Bin Laden, "fu il momento più terribile della mia vita". Essere un "infedele", nella sua accezione, non ha il significato, di modesta importanza morale, di tradire sessualmente il partner; piuttosto indica assenza di fede in Allah, l'unico Dio, e in Maometto, il suo profeta. Osama riuscì a convincere quattromila sauditi a recarsi in Afghanistan per ricevere un addestramento militare dal suo gruppo. Nel 1991 si trasferì in Sudan. Nel 1994, quando i sauditi gli ritirarono la cittadinanza, Osama era già una figura leggendaria nel mondo islamico e così, come il Coriolano di Shakespeare, poté dire alla famiglia reale saudita: "Vi bandisco. C'è un mondo altrove". Sfortunatamente, quel mondo siamo noi....

Agli occhi di molti musulmani l'Occidente cristiano, al momento alleato dei sionisti, cerca da un migliaio di anni di impadronirsi delle terre dell'Ummah, le terre dei veri credenti. E' per questo che Osama, agli occhi di tanta gente comune, è il vero erede del Saladino, il grande re guerriero che sconfisse Riccardo d'Inghilterra e i crociati d'Occidente. Chi era il Saladino? Visse dal 1138 al 1193. Era un curdo armeno. Nel secolo precedente alla sua nascita, i cristiani d'Occidente avevano creato un loro regno a Gerusalemme, con grande orrore dei fedeli musulmani. Un po'come gli Stati Uniti si sono serviti della guerra del Golfo come pretesto per la loro attuale occupazione dell'Arabia Saudita, così il Saladino riunì un esercito per scacciare i crociati. Conquistò l'Egitto, si annetté la Siria e infine abbatté il regno di Gerusalemme in una guerra santa che vide i musulmani schierati contro i cristiani. Unificò e "purificò" il mondo islamico e Riccardo Cuor di Leone, nonostante fosse un generale migliore di lui, alla fine lasciò perdere e se ne tornò a casa. Come spiega uno storico, il Saladino "personifica il totale sacrificio di sé, predicato da Maometto, a una causa santa". Ma dietro di sé non lasciò né un governo né un sistema politico perché, come lui stesso diceva: "Quando cavalco alla testa delle mie truppe dietro di loro non cresce più l'erba". Ora il suo spirito è tornato per vendicarsi.

(16 novembre 2001)


 

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