FISICA/MENTE

 

Il manifesto, 03 Giugno 2001

Corridoi di guerra

Petrolio e gas: L'approvvigionamento energetico dell'occidente è stato
alle origini delle guerre balcaniche. La regia è statunitense

MICHEL COLLON*

Sinistra ripetizione? Dopo che i separatisti dell'Uck hanno attaccato i villaggi della Valle di Presevo nella Serbia del sud, dai quali per concessione della Nato si sono ritirati - forse - e dopo che per due anni sono stati uccisi in Kosovo civili serbi, moderati albanesi, rome persone di altra etnia, le milizie albanesi dell'Uck, ecco che hanno  portato la guerra nella vicina Macedonia. E, nuovamente, ecco che ricompaiono litanie di profughi lungo le strade. Finisce o ricomincia nei
Balcani? Comunque sia sono avvenimenti che permettono di capire meglio quanto è successo nel 1999.
1. Macedonia regione strategica?
Sì, lo spieghiamo su Solidaire e nel nostro libro Monopoli citando il Generale Michael Jackson, allora comandante delle truppe della Nato a Pristina: "Noi resteremo qui, certamente, molto tempo al fine di garantire la sicurezza dei corridoi energetici che attraversano la Macedonia".
Corridoi energetici? Abbiamo presentato le carte geografiche che dimostrano i progetti dell'Europa (una rete completa di oleodotti e gasdotti che la uniscono, attraverso i Balcani, alle enormi fonti di petrolio e gas del Caucaso ex Sovietico) e quelli degli Stati Uniti (un oleodotto Bulgaria-Macedonia-Albania-Adriatico che assicurerebbe alle multinazionali petrolifere statunitensi il controllo di questa stessa via del petrolio e del gas). Progetti rivali, in effetti. Ecco perché tutte le grandi potenze cercano da dieci anni il controllo della Jugoslavia. La via del petrolio e del gas passa di là. Noi
sottolineiamo anche che, dal 1992, è in Macedonia - anche se molto lontano dalle zone di conflitto - e da nessuna altra parte che Washington aveva inviato un battaglione.
Siamo franchi: anche a sinistra, alcuni trovavano esagerato sospettare di Washington di disegni così neri... come il petrolio. Ma proprio recentemente, il rispettabilissimo quotidiano britannico Guardian ha confermato: "Un progetto chiamato "Trans-Balkan Pipeline" non è mai stato menzionato dalla stampa europea o americana. Questa linea partirà da Burgas (Mar Nero) per raggiungere l'Adriatico a Vlore (Valona), passando per la Bulgaria, la Macedonia e l'Albania. Per l'Occidente sarà probabilmente la principale via verso il petrolio ed il gas attualmente estratti in Asia centrale, 750.000 barili al giorno. Un progetto necessario, secondo l'Agenzia americana del Commercio e dello Sviluppo, perché "fornirà una fonte costante di greggio alle raffinerie americane, attribuirà un ruolo chiave alle compagnie americane nello sviluppo di questo corridoio vitale est-ovest e farà progredire nella regione la volontà di privatizzazione del governo americano. Chiaro, no?
Inoltre, il segretario americano all'energia Bill Richardson ha dichiarato nel 1998, quindi prima della guerra: "Si tratta della sicurezza energetica dell'America". Un discorso radicalmente copiato, indurito e approfondito dalla nuova amministrazione Bush. Quando gli Stati uniti parlano di "sicurezza energetica", bisogna sapere cosa vuol dire: preservare il dominio mondiale e i superprofitti delle loro multinazionali petrolifere. E Richardson prosegue: "Vorremmo vedere questi paesi nuovamente indipendenti appoggiarsi su interessi commerciali e politici dell'Ovest, piuttosto che rivolgersi in un'altra direzione. Noi abbiamo effettuato un'importante investimento politico nella regione del Caspio ed è importante per noi che sia il tracciato degli oleodotti che la politica siano corretti".
E il Guardian aggiunge questo, essenziale: "Il 9 dicembre '98 (prima della guerra, ndr) il presidente dell'Albania ha assistito ad una riunione su questo argomento a Sofia: "A mio parere personale, nessuna soluzione che si trovi in seno alle frontiere serbe porterà una pace durevole". Il messaggio poteva difficilmente essere più chiaro: se voi volete l'accordo con gli albanesi per l'oleodotto Trans-Balcanico, dovete togliere il Kosovo ai serbi.
2. L'offensiva dell'Uck è una sorpresa?
Gli Stati uniti si sono messi in combutta con il diavolo allora. Perché numerosi rapporti diplomatici americani attestavano: l'Uck separatista assassinava non soltanto i poliziotti e i civili serbi, ma anche albanesi sposati a serbe o semplicemente per aver accettato di vivere nello stato jugoslavo. E l'inviato speciale di Washington nei Balcani, Robert Gelbard, aveva lui stesso affermato in tre riprese alla stampa internazionale, all'inizio del '98: "Vi dico che questi dell'Uck sono terroristi". Ma tre mesi più tardi questi terroristi si erano trasformati miracolosamente in "combattenti per la libertà" e la Nato sarebbe ben presto diventata la loro forza aerea.

Oggi, gli Stati Uniti fingono sorpresa davanti alla "violenza  estremista" che attacca la Macedonia. Bella ipocrisia! Dal giugno '98, l'Uck diffondeva fra i suoi simpatizzanti europei una carta della "Grande Albania". In Monopoli (pag.69), riproduciamo questa carta con il commento: "Oltre al Kosovo questa Grande Albania toglierebbe vasti territori alla Macedonia, al Montenegro e alla Grecia. Le guerre sono quindi inevitabili se l'Uck riesce a realizzare i suoi piani".
Questa Albania implica non soltanto l'espansionismo, ma anche la puliziaetnica. Oggi, sotto gli occhi e con il tacito accordo della Nato, 350.000 non Albanesi sono già stati espulsi dal Kosovo: serbi, ma anche rom, goranci, turchi eccetera. Il Kosovo è quasi "puro".
Una sorpresa? Veramente no, poiché già il 12 luglio 1982 il New York Times intervistava un responsabile jugoslavo del Kosovo, d'origine albanese: "I nazionalisti albanesi hanno un programma di due punti: inizialmente creare una repubblica albanese etnicamente pura, e in seguito la fusione con l'Albania per formare una Grande Albania". D'altra parte, al tempo della insurrezione anti-jugoslava del 1981, i nazionalisti albanesi avevano già stabilito una stretta collaborazione fra le loro unità di Macedonia, Serbia e Montenegro.
Tutto questo non ha impedito all'influente senatore americano Joseph Lieberman di dichiarare nell'aprile '99: "Gli Stati uniti e l'Armata di Liberazione del Kosovo difendono gli stessi valori umani, gli stessi principi. Battersi per l'Uck, è battersi per i diritti umani e i valori americani". In breve: Usa-Uck, stesso combattimento. D'altra parte, chiunque viaggi in Kosovo può vedere un po' dappertutto, per esempio sopra le stazioni di benzina, le bandiere albanese e americane strettamente associate.
3. La versione della Nato sta in piedi?
Cosa ci diceva la Nato per giustificare i suoi bombardamenti mortali?
Che la sua guerra era umanitaria. Falso: era per il petrolio e per spezzare un'economia che resisteva alle multinazionali occidentali e al Fmi. Che aveva tentato tutto per trovare una soluzione negoziata. Ugualmente falso: sappiamo adesso che non c'è mai stato un negoziato a Rambouillet, soltanto una commedia per giustificare una guerra già decisa. Che era una guerra pulita. Falso ancora: 2000 civili jugoslavi uccisi, innumerevoli fabbriche e infrastrutture distrutte. Più l'uso di armi proibite e criminali come bombe a frammentazione (cluster bomb) o munizioni all'uranio. Con più vittime di quelle addebitate al perfido Milosevic.
Al momento, si sta sciogliendo anche il poco che rimane della versione ufficiale. Ci avevano detto: "I problemi del Kosovo provengono da Milosevic". Il Kosovo non funziona meglio con Kostunica.
Ci dicevano che bisognava intervenire per fermare un genocidio serbo e stabilire un Kosovo multietnico. Ma il generale tedesco Heinz Loquai ha dimostrato che il preteso documento "Piano ferro-di-cavallo", presentato dal ministro tedesco Scharping per giustificare l'intervento armato, era un falso, e che il genocidio era una menzogna mediatica. Ciò rende la guerra ingiustificata e rende la Nato colpevole di aver provocato due catastrofi umanitarie: un esodo massiccio di albanesi, poi un altro di serbi. E il generale Michael Rose, che comandava le forze Onu in Bosnia, rimprovera alla Nato "di aver introdotto una cultura di violenza". Infine, per tentare di scusare l'attuale pulizia etnica in Kosovo, i sostenitori della Nato e dell'Uck hanno preteso di descriverla come una sequenza di "vendette per ciò che hanno fatto i Serbi". E ora, nella Macedonia dove non è successo nulla, con quale pretesto giustificare l'aggressione dell'Uck? E' tempo di riconoscere la sola spiegazione possibile: l'Uck mira a creare uno stato etnicamente puro e non può realizzare questo programma che con l'escalation dell'odio e con il terrorismo.
4. Washington fa il doppio gioco?
Gli Stati uniti fanno finta d'indignarsi per le attuali violenze dell'Uck.
Ma bisogna far rimarcare diverse cose. Non hanno alzato un dito quando l'Uck è uscita dal Kosovo per attaccare la regione di Presevo in Serbia centrale. Peggio: l'infiltrazione si è prodotta a partire dalla zona di occupazione americana del Kosovo. Washington e la Nato pretendono oggi "di cercare di fermare il flusso d'armi e di combattenti verso la Serbia del Sud e verso la Macedonia". Ma chiunque si rechi in Kosovo può osservare barriere e controlli della Kfor ogni cinque chilometri. Soltanto, questa stessa Kfor lavora con interpreti e altro personale uscito dall'Uck. Che si è, d'altra parte, trasformato nel molto ufficiale "Corpo di Protezione del Kosovo". In breve, chi non cerca le armi dell'Uck, non le troverà. D'altra parte, il maggiore Jim Marshall, portavoce della Kfor americana, ha dichiarato il 6 marzo scorso: "Abbiamo identificato fra 75 e 150 ribelli a Tanusevci (Macedonia), li abbiamo fatti entrare e uscire dal Kosovo, e sbarazzarsi del loro equipaggiamento e delle loro armi prima di passare la frontiera". Una domandina stupida: cosa vi impediva di arrestarli? 45.000 soldati Nato occupano il Kosovo e non possono arrestare 150 terroristi? Ora quei pochi "fermati" stazionano nella grande base Usa di Bondsteel (Urosevac) costruita in dispregio degli accordi di Kumanovo (dove ora si combatte).
5. L'Uck scatenerà un'altra guerra?
Cosa succederà? Dopo aver giocato su diversi tavoli, gli Stati uniti possono trovarsi all'angolo. Da un lato, continuano a utilizzare l'Uck per ottenere maggiori concessioni in Serbia: la privatizzazione totale e l'eliminazione del principale partito di opposizione, il Sps (inviandone il presidente al tribunale dell'Aja). Ma, dall'altro lato, se lasciano che l'Uck vada troppo oltre, si metteranno contro alcuni alleati preziosi: il governo macedone e la Grecia, paesi ugualmente minacciati dalle rivendicazioni dell'Uck. E anche Kostunica, che non può presentare alla sua opinione pubblica alcun bilancio positivo sul Kosovo, anzi - tranne forse nella Valle di Presevo, nella Serbia del sud ora ricontrollata dalle truppe di Belgrado, ma settori dell'Uck(Ucpmb) non hanno intenzione di deporre le armi nemmeno lì. Ma se Washington mollasse l'Uck e rovesciasse le sue alleanze, potrebbe succedere che la sua alleata (in realtà rivale) Germania si metta nuovamente a sostenere clandestinamente l'Uck. La quale ha quindi interesse a spingere oltre le sue provocazioni.
Rovesciare le alleanze? Abbiamo già visto cose di questo tipo da parte degli Stati Uniti, per esempio fra Iran, Iraq e Siria. Ma lo scopo degli americani è di assicurarsi nei Balcani uno stato (o staterelli, o
stati-mafie) "portaerei". Per fare ciò, la scelta numero uno resta uno stato fantoccio albanese che dovrebbe tutto a Washington. Solo le potenze europee rifiutano una modifica delle frontiere nei
Balcani. Queste provocherebbero nuove guerre tra i piedi dell'Europa e destabilizzerebbero i progetti di "corridoi" descritti più sopra. Una cosa è sicura: l'intervento della Nato, per interessi nascosti, non ha portato e non porterà la pace.

* Giornalista belga esperto di Balcani

Gli arsenali di Stranamore

L'ATOMICA INTELLIGENTE
Angelo Baracca  

1.La presenza in Iraq di armi di distruzione di massa e l'eventualità incombente che Saddam Hussein ne sviluppi quantità ed efficienza fino a costituire una minaccia irreparabile per la nazione e i valori americani – che sono per definizione gli stessi dell'Occidente: «libertà, democrazia, libera impresa» –, un ostacolo mortale per «la nuova era di sviluppo globale garantito dal libero mercato e dalla libertà dei commerci», è – come è noto – l'argomento principe, ossessivamente ripetuto, che l'Amministrazione Bush (e, con poche e parziali eccezioni, la corte numerosa di governi capeggiata dal laburista Blair) ha messo alla base del programma di aggressione contro l'Iraq e della vera e propria eversione del diritto internazionale e della stessa Carta dell'Onu, perfezionata nella sua forma più solenne nella recente National Security Strategy of U.S. presentata il 17 settembre al Congresso 1.
Del molto controvertibile fondamento di questa motivazione soprattutto dopo le devastazioni di Desert Storm, anni di ispezioni Onu e gli effetti dei continui raid aerei; della responsabilità degli Usa (e di molti dei loro principali alleati) nella fornitura all'Iraq di Saddam di materiali e know how per i suoi tentativi di programmi nucleari bellici negli anni precedenti la prima Guerra del Golfo 2 e per la costruzione di armi chimiche e biologiche; del progetto di egemonia mondiale e di controllo delle risorse energetiche planetarie 3 che motivano molto più verosimilmente il progettato intervento armato in Iraq, si scrive da parte di fonti numerose e non sospette e si discute apertamente anche in circoli molto ufficiali degli stessi Usa. In questo articolo mi sembra utile concentrare l'attenzione piuttosto su una serie di dati noti in ambienti ristretti (o accuratamente minimizzati o taciuti) e di considerazioni che – rovesciando il senso pressoché plebiscitario della lettura corrente dei fatti da parte della maggioranza dei media – portano a ristabilire un quadro attendibile delle dimensioni e delle fonti dei rischi che minacciano il mondo.
2. È purtroppo vero che il rischio di una guerra nucleare e di uso di armi di sterminio, chimiche e batteriologiche, è effettivamente oggi più concreto che in tutti i decenni della Guerra Fredda, ma esso non viene né da Saddam, né dai paesi dell'`asse del male' (i quali non si vede perché dovrebbero – qualora potessero – sferrare un attacco che certamente porterebbe alla loro cancellazione dalla carta geografica, destino che i progetti americani e dei loro alleati israeliani sembrano preparare all'Iraq). È invece proprio da Washington che viene il pericolo di una catastrofe planetaria innescata da un `attacco preventivo'. Lo prevede esplicitamente la Nuclear Posture Review trapelata a gennaio, e sono in corso di attuazione concrete misure militari per renderlo possibile.
Abbandonando il principio del `contenimento' e della `deterrenza', enunciato da Truman 50 anni fa, la `dottrina Bush', sancisce il diritto dell'unica superpotenza di intervenire militarmente a proprio insindacabile giudizio, ovunque, quando lo ritenga opportuno, e con qualunque mezzo. Il più tragico dei paradossi vedrebbe gli Stati Uniti sferrare un attacco nucleare per... prevenire l'improbabile eventualità che altri lancino armi di sterminio. D'altra parte, già nel 2000, Mosca ha varato una nuova Dottrina militare che, rovesciando la tradizionale opzione sovietica del no first use, consente una risposta nucleare anche a un attacco convenzionale che colga il paese in condizioni critiche4.
I progetti in corso, come vedremo, tendono tra l'altro a cancellare la distinzione tra guerra nucleare e guerra convenzionale, abbassando minacciosamente la soglia della prima. Il concetto stesso di `distruzioni di massa' nelle operazioni militari deve essere notevolmente esteso: infatti, la guerra nucleare (o almeno radioattiva) è già in corso con l'uso massiccio dei proiettili a uranio impoverito. Sembra chiaro che gli Stati Uniti hanno fatto uso di aggressivi chimici nella Guerra del Golfo 5 (dopo il Vietnam); infine i bombardamenti di impianti chimici civili, come è accaduto a Pancevo e Novi Sad in Serbia, producono effetti non molto diversi da quelli prodotti dall'uso massiccio di aggressivi chimici, colpendo indiscriminatamente la popolazione civile e le generazioni future.
3. Occorre in primo luogo fare chiarezza – contro una battente campagna mediatica minimizzatrice – sulla consistenza e le prospettive degli arsenali, e sui programmi nucleari.
È vero che i trattati Start stavano conducendo alla riduzione quantitativa degli arsenali strategici russo e americano a circa un decimo (5.000-6.000 testate per parte) delle decine di migliaia che, ai tempi della Guerra Fredda, sostenevano la strategia della deterrenza e della mutua distruzione assicurata. Lo Start-2 avrebbe condotto a una ulteriore riduzione a 3.000-3.500 testate per parte nel 2007, se Mosca non lo avesse disdetto in risposta alla denuncia unilaterale da parte di Washington del trattato Abm (Anti-Ballistic Missile). Nel giugno scorso venne dato con grande battage mediatico l'annuncio dell'accordo Bush-Putin sulla riduzione del numero delle testate strategiche a 1.700-2.200 per parte. Si evitava di dire che lo `storico accordo' non era un trattato e che non prevedeva la distruzione delle testate rimosse. Sicché gli Usa conserverebbero alla fine 4600 testate (installate o immagazzinate), senza contare un numero imprecisato – tra 4.000 e 10.000 – di testate tattiche, per le quali non vige attualmente nessun trattato. Nell'Amministrazione circolavano proposte per ridurre le testate strategiche a non più di 1500 (ma, ovviamente, anche pressioni opposte); mentre Mosca sa bene che in futuro non potrà mantenere più di 1.000-1.500 testate operative.
Ma il punto veramente decisivo è un altro: gli Usa stanno rinnovando radicalmente il proprio arsenale strategico con testate nucleari nuove, più efficaci e pericolose. Nel folle bilancio militare del Pentagono 6 di più di 400 miliardi di $ (mld $), la spesa per le armi nucleari ha superato abbondantemente la spesa annuale media dei decenni della Guerra Fredda (3,7 mld $).
Sono infatti in corso mega-progetti per simulare i test nucleari e progettare nuove testate. Un progetto del costo complessivo di almeno 67 mld $ in 15 anni (4,5 mld $ all'anno: quasi il triplo del `Progetto Manhattan' 7, o del `Progetto Apollo') prevede la realizzazione di fantascientifici super-computer per la simulazione dei test: che per un computer ordinario richiederebbe 6,6 milioni di ore di calcolo. Il pretesto ufficiale è la verifica dell'operatività e della sicurezza dell'arsenale attuale, ma per tale scopo non è necessaria questa dimensione di risorse. Lo scorso anno l'Ibm ha realizzato per il governo il super-computer ASCI White (Advanced Strategic Computation Initiative) – 1000 volte più potente del suo predecessore Deep Blue che nel 1997 sconfisse il campione mondiale di scacchi Gary Kasparov – che è composto di 8192 microprocessori, pesa come 17 grossi elefanti, assorbe per il raffreddamento acqua quanto ne servirebbe per 765 abitazioni, ed esegue 12,3 trilioni di operazioni al secondo: ma la simulazione di un'esplosione nucleare, prevista per il 2005, richiede l'esecuzione di 100 trilioni di operazioni al secondo.
Anche la Gran Bretagna sta lanciando un progetto analogo da 2 mld di sterline (= 3 mld $), per realizzare mini-testate tattiche da utilizzare preventivamente contro Stati non-nucleari o gruppi terroristici: un progetto che asseconda perfettamente la decisione di Bush del marzo scorso di realizzare nuove testate Low Yeld capaci di penetrare attraverso 300 metri di granito prima di esplodere e di distruggere bersagli nucleari profondi (precedentemente la legge proibiva ai laboratori nucleari militari di studiare testate di potenza inferiore ai 5 kilotoni).
Un altro progetto di Washington, la National Ignition Facility, sfonderà certamente il costo previsto di 1,2 mld $ per simulare nel 2003 (ma subirà ritardi) con 192 laser il calore generato da un'esplosione termonucleare. L'amministrazione ha poi avviato la progettazione di un impianto, che costerà da 2 a 4 mld $, per produrre detonatori al plutonio.
Andrebbe ricordato ai fautori nostrani di una ripresa del nucleare `civile' che esso si sostiene solo se si affianca a un sostanzioso programma militare: come mostrano la quasi bancarotta della società privata British Energy, che gestisce la metà delle centrali inglesi e i ripetuti scandali per l'incuria e per gli incidenti, regolarmente occultati del colosso elettrico giapponese.
4. In secondo luogo, aumentano le pressioni anche per la ripresa effettiva dei test nucleari sotterranei, ovviamente sempre a discrezione di Washington: che ormai – dopo la bocciatura del 1999, attribuita alla maggioranza repubblicana contro l'amministrazione Clinton – ha deciso di non ratificare mai il Comprehensive Test Ban Treaty (Ctbt). Del resto si tenga presente che i contestati test nucleari di Chirac del 1995 nel Pacifico furono condotti anche per conto degli Stati Uniti (con i quali era stato stipulato un accordo segreto per lo scambio di dati) per sperimentare una testata a potenza variabile: così come i test indiani e pakistani del 1998 sperimentarono testate per conto rispettivamente di Israele e dell'Iran 8. Test effettivi potrebbero essere necessari per realizzare le testate Low Yeld.
Intanto Washington, Mosca, Pechino e Parigi conducono test nucleari sotterranei sub-critici (in cui cioè non si innesca effettivamente la reazione a catena): gli Usa ne hanno eseguito a oggi 18 in Nevada, a Los Alamos e al Livermore Laboratory, mentre il programma segreto Appaloosa prevede simulazioni a scala naturale di esplosioni nucleari in superficie usando plutonio-242 come surrogato del plutonio militare.
Preoccupata dal progetto dello scudo anti-missili, la Cina sta sviluppando indubbiamente programmi nucleari militari e missilistici: dietro la cattura nell'aprile 2001 dell'aereo spia americano EP-3E vi era la sorveglianza da parte degli Usa dei preparativi di un test cinese sub-critico nel poligono di Lop Noor, che poi venne effettuato. Alcuni anni fa Pechino comprò da Mosca i dispositivi di contenimento che si utilizzano per mascherare gli effetti sismici di un test. In Russia molti scienziati sono frustrati dal rispetto da parte di Mosca del bando dei test nucleari, proprio mentre Washington decide di non ratificare il Ctbt e rinnova il proprio arsenale; la percentuale del budget destinato allo sviluppo delle forze nucleari strategiche passerà dal 18 al 23-25%. Nel giugno scorso il ministro della Difesa, pur negando di volere riprendere i test, ha informato della decisione di mantenere le condizioni operative e di sviluppare le infrastrutture del poligono nucleare di Novaya Zemlya (destinato peraltro anche a deposito di scorie nucleari). Israele ha appena dotato di nuovi missili Cruise con testata nucleare (com'era ampiamente previsto) tre sommergibili convenzionali della classe Dolphin acquistati dalla Germania, aumentando così notevolmente il proprio potenziale offensivo. C'è da chiedersi con quale faccia le potenze nucleari potranno presentarsi alla scadenza del rinnovo del Trattato di Non-Proliferazione nel 2005, di fronte ai paesi non nucleari che nel 2000 accettarono il rinnovo con la clausola dell'impegno alla progressiva eliminazioni delle armi e del rischio nucleari.
Un'ulteriore fonte di tensione e di pericolo è costituito dal fatto che Washington perpetua l'atteggiamento della Guerra Fredda mantenendo più di 2000 testate strategiche costantemente in stato di allerta, pronte a partire in caso di allarme (Launch on Warning) su bersagli strategici in Russia (quasi 500 puntate sulla sola area di Mosca). Questo atteggiamento costringe la Russia e la Cina a fare altrettanto, mantenendo una tensione permanente e aumentando il rischio di una ritorsione nucleare per errore. Non solo l'arsenale strategico di Mosca è decrepito, ma anche l'intero sistema di allarme, radar e satelliti: dei 43 satelliti militari alcuni non rispondono più, altri sono al termine della vita operativa, rendendo l'intero sistema `cieco' per una parte del giorno. I rischi che provengono dalla Russia originano più dalla sua debolezza che dalla sua forza.
5. In questo quadro le conseguenze della realizzazione dello scudo anti-missili saranno molto pesanti. Quando si parla (e non spesso) di questo scudo, i mezzi di `disinformazione' nostrani riportano i successi o gli insuccessi dei test della sola National Missile Defense (Nmd), composta di un sistema radar di allarme, basato largamente in Europa, e di missili basati a terra che devono intercettare le testate in arrivo, distinguerle dalle false testate e da altre esche, e distruggerle mediante killing Vehicles a impatto diretto. In realtà il sistema che gli Usa stanno sviluppando è enormemente più complesso e ambizioso (oltre che costoso): si tratta infatti di una difesa a più strati (Layered Missile Defense) composta di una molteplicità di sistemi anti-missile, per distruggere le testate attaccanti in più modi, i quali riprendono molti aspetti del progetto reaganiano delle `Guerre Stellari', e comportano una diretta militarizzazione dello spazio.
È forse opportuno ricordare brevemente che il volo di un missile balistico viene suddiviso in tre fasi: la fase di spinta (boost) – in cui i motori sono accesi –, la fase di volo inerziale fuori dagli strati densi dell'atmosfera, e la fase di rientro nell'atmosfera: durante la boost phase il missile sarebbe più facilmente intercettabile, ma i tempi sono brevissimi e occorrerebbe un sistema di allarme a ridosso del paese attaccante. Inoltre, i possibili attacchi non comprendono solo i missili intercontinentali, ma le testate destinate al campo di battaglia, i missili Cruise, ecc. Tutto questo non tiene, ovviamente, conto che lo scudo non serve a nulla per difendersi da attacchi terroristici, non meno micidiali, condotti in altri modi.
I militari americani lavorano su non meno di 20 programmi di difesa missilistica: la Nmd è solo uno di almeno otto programmi principali che si stanno sperimentando 9. L'occhio vitale del sistema è costituito dal System-Low-the Missile-Warning e dai satelliti a raggi infrarossi per inseguire la traiettoria. La Marina ha due progetti: il Navy Area Theater Ballistic Missile Defense, e il Navy Theater Wide. Anche l'Esercito ha due progetti: il Thaad (Theater High Altitude Area Defense: un sistema basato a terra, che dovrebbe proteggere le truppe dislocate oltremare da missili di teatro), e il sistema Patriot Pac-3. Vi sono poi due progetti di laser dell'Aviazione: l'Airborne Laser (portato da un Boeing 747-400, dovrebbe distruggere i missili durante la salita, a una distanza di non più di 400 km) e lo Space Based Laser (basato invece nello spazio). I costi complessivi (probabilmente sottostimati, in particolare per le spese durante il ciclo di vita dei sistemi, valutato in circa 20 anni) superano – come mostra la Tab. 1 – la cifra astronomica di 115 mld $.
La Ballistic Missile Defense Organization (Bmdo) prevede la ricerca simultanea nelle varie aree. L'Amministrazione spinge per accelerare i progetti, in modo che alcuni possano divenire operativi prima della fine del mandato di Bush (2004), chiedendo al Congresso finanziamenti addizionali. I progetti sono soggetti a continua evoluzione. Il programma di difesa tattica della Marina Navy Area ha incontrato difficoltà tecniche e se ne prevede lo spiegamento con forte ritardo rispetto alla data prevista del dicembre 2003. La Thaad è prevista per il 2007, ma potrebbe venire anticipata di un anno o due 10. L'Airborne Laser è previsto per il 2008, ma potrebbe essere anticipato (notizie recenti riportano però che dovrà essere riprogettato, perché risulta troppo pesante). 5 o 10 intercettori della Nmd potrebbero essere dispiegati nel 2004 (sebbene fonti del Dipartimento di Stato denuncino ritardi), alcuni sistemi basati in mare potrebbero essere operativi nel 2005. La sperimentazione dello Space Based Laser è prevista nel 2012 e dovrebbe costare 4 mld $.
I progetti non finiscono qui. Ve ne sono infatti altri dell'Esercito: il Tactical High Energy Laser, la protezione mobile per le truppe Medium Extended Air Defense; poi ancora due programmi sviluppati per Israele: il programma Arrow di difesa di teatro (testato nelle manovre militari congiunte Usa-Israele-Turchia del 17 giugno 2001), e il laser anti-razzo. Bisogna aggiungere inoltre il sistema di satelliti di allarme Sbirs-High (solo per ricerca e sviluppo si prevedono 8,2 mld $, più 2,4 mld $ di supporto), la rete della Marina di gestione del campo Cooperative Engagement Capability, e diversi altri progetti collaterali. Se questi sono i progetti di difesa dai missili balistici, i militari denunciano la mancanza di difese dai missili Cruise (che, dicono, in futuro incorporeranno capacità stealth): ma si stanno sperimentando sistemi a questo scopo.
Il progetto di difesa antimissili comporta molte gravi conseguenze. In primo luogo, oltre all'uscita di Mosca dallo Start-2 (che consentirebbe tra l'altro la scappatoia di reinstallare testate multiple sui missili balistici), questo progetto sta già inducendo una proliferazione nucleare e missilistica: poiché infatti nessuna difesa di questo tipo può dare la completa sicurezza di distruggere le testate attaccanti, la contromisura più efficace di altri paesi consiste nell'attrezzarsi per saturarla, aumentando il numero di missili e di testate di un attacco. Sia Mosca che Pechino, oltre a sviluppare varie contromisure (false testate, esche, ecc.), testano nuovi missili balistici che possano ingannare le difese antimissili (veicoli di rientro manovrabili, ecc.).
Molteplici inconvenienti vengono denunciati anche all'interno degli Stati Uniti. Lo scienziato del Mit Ted Postol critica lo scudo antimissili ed è in accesa contrapposizione con l'Amministrazione: in un'intervista al «manifesto» (11.9.2001) evocava il pericolo che le testate colpite nella fase di spinta potrebbero cadere in Europa, in Canada o nell'America Centrale. Sul prestigioso «Bulletin of the Atomic Scientist» di settembre 2002, Geoffrey Forden denuncia il rischio che l'intercettazione di una testata con un laser potrebbe essere non meno disastrosa, con la differenza che le vittime sarebbero diverse da quelle previste se il missile andasse a bersaglio.
6. Il rischio principale risiede nel pericolosissimo carattere offensivo che assumerà l'intero sistema. Una delle paranoie americane consiste nel timore che la supremazia nello spazio sia destinata a essere compromessa nel prossimo futuro e che questo metta a rischio la propria sicurezza. Le proposte strategiche per il futuro (Joint Vision 2010, SpaceCom 2020) vagheggiano di riconquistare l'egemonia nello spazio – che, secondo queste analisi, sarebbe compromessa – con un «dominio completo» del campo di battaglia, basato su un sistema digitale composto di satelliti di spionaggio, allarme e comando-controllo, difese missilistiche, piattaforme spaziali dotate di armi ad alta tecnologia e precisione, in modo da poter colpire qualsiasi punto del pianeta in pochi minuti (contro i 20-30 impiegati dai missili balistici). Nell'estate scorsa, nella Conferenza per il disarmo che si trascina stancamente a Ginevra, gli Stati Uniti hanno seccamente rifiutato la proposta avanzata dalla Russia e dalla Cina di discutere un nuovo trattato che limiti la militarizzazione dello spazio.
La `difesa' anti-missili sarà affiancata da tali sistemi d'arma offensivi, con una pericolosissima escalation nella militarizzazione dello spazio. Washington sta studiando un `bombardiere spaziale', cioè un `veicolo sub-orbitale' lanciato da un aereo, a velocità 15 volte superiore a quella degli attuali bombardieri, capace di distruggere da un'altezza di 60 miglia bersagli dall'altra parte del pianeta in 30 minuti: si tratterebbe di una ulteriore escalation, di un nuovo genere di guerra stratosferica! Nei prossimi conflitti è previsto l'uso massiccio di aerei e altri veicoli senza pilota (unmanned), sperimentati con successo nei Balcani.
Questa paranoia alimenta una spirale inarrestabile. Le nuove armi convenzionali compromettono qualsiasi stabilità strategica: la sola scelta che rimane agli altri paesi è cercare di riequilibrare la situazione puntando su armi di distruzione di massa a tecnologia meno avanzata, potenziando il deterrente nucleare, prevedendo la possibilità del ricorso a qualsiasi mezzo militare, dalle armi chimiche e batteriologiche, alla guerra ecologica, alla guerriglia e al terrorismo.
Si profilano però altri allarmanti scenari della guerra tecnologica. Gli Usa hanno allo studio addirittura metodi per modificare le condizioni atmosferiche per fini bellici. Mentre sono già stati collaudati nelle ultime guerre metodi di `cyber war', con i quali disturbare la rete di comando-controllo dell'esercito nemico, azzerare i computer della difesa aerea integrata, inserire messaggi ingannevoli (nella guerra dei Balcani, per indurre i comandi jugoslavi a comunicare mediante telefoni cellulari, che possono essere facilmente intercettati, è forse stata disturbata anche la rete telefonica). Secondo gli esperti si possono inserire dati falsi nei computer nemici, cancellarne la memoria, inserire virus, perfino modificare gli stessi sistemi d'arma del nemico (ad esempio, riprogrammare un missile Cruise nemico in modo che esso inverta la traiettoria e ritorni sulla nave, o l'aereo, che lo ha lanciato), o riprodurre la voce di un presidente o comandante comunicando comandi suicidi alle truppe. Si pensa che 23 paesi possiedano capacità in questo campo e sono stati riportati attacchi di hackers alle reti informatiche di vari paesi, anche se ovviamente non è facile distinguere attacchi isolati da quelli organizzati da paesi nemici.
Il Pentagono, che chiama questo settore Information Warfare, aveva creato un centro e un comando militari, SpaceCom (Air Force Space Command), per gestire le forze di cyber-war, un Battaglione Spaziale, un Mobile Technology Team, un Laboratorio di Difesa Spaziale, col compito di coordinare sia la difesa della rete informatica militare da minacce esterne, sia le azioni offensive. Ma recentemente è stata annunciata l'unificazione dei comandi SpaceCom e StartCom, responsabile delle forze nucleari strategiche, come passo inequivocabile per prepararsi a sferrare l'`attacco preventivo'.
7. La situazione non è certo migliore per quanto riguarda le altre armi di distruzione di massa, chimiche e batteriologiche. Queste ultime costituiscono probabilmente il pericolo maggiore: tecniche di ingegneria genetica ormai standardizzate, sviluppate in particolare dalle multinazionali dell'alimentazione per produrre organismi geneticamente modificati, consentono ormai anche a un gruppo terroristico in un laboratorio relativamente modesto di modificare il codice genetico di microrganismi normalmente ospiti innocui del corpo umano o di piante alimentari, in modo che essi producano tossine letali o nocive (gli Stati Uniti hanno condotto ripetuti attacchi a Cuba, danneggiando l'agricoltura e l'allevamento).
Il disarmo chimico e batteriologico è regolato da due distinte Convenzioni, la cui operatività attuale risulta però assai limitata. La responsabilità di questa situazione risale in larga misura agli Stati Uniti, i quali, mentre accusano i paesi dell'`asse del male' di sviluppare, detenere e progettare di utilizzare questi aggressivi, ostacolano o rifiutano in pratica le verifiche e le ispezioni, per proteggere i segreti industriali delle loro industrie chimiche e batteriologiche.
La Convenzione sulle armi chimiche, del 1997, è stata ratificata da 120 paesi, ma gli Stati Uniti si trovano in stato di violazione, poiché non hanno emanato la legislazione applicativa e il regolamento per le ispezioni; di conseguenza anche la Germania e il Giappone stanno ostacolando le verifiche. Difficilmente potrà essere rispettata la data del 2012 stabilita per l'eliminazione di questi aggressivi. Gli Stati Uniti dovrebbero aver distrutto circa un quarto (7000 tonnellate) del loro arsenale, mentre alla Russia mancano i fondi necessari per distruggere le 40.000 tonnellate del proprio arsenale (stoccato in 7 siti, cui gli esperti stranieri hanno accesso): recentemente Mosca ha addirittura minacciato di uscire dalla Convenzione sulle armi chimiche se non le verrà concessa una dilazione dei termini che questa prevede per l'eliminazione del proprio arsenale 11. Abbiamo ricordato che è molto probabile che Washington abbia fatto uso di aggressivi chimici nella Guerra del Golfo. Con l'arroganza imperiale che ormai li contraddistingue nei confronti di quasi tutti gli strumenti del diritto internazionale, poi, nell'aprile scorso hanno preteso il licenziamento del diplomatico brasiliano Bustani da direttore generale dell'Organizzazione per la proibizione della armi chimiche, a causa delle sue iniziative non concordate con Washington, tra le quali i suoi sforzi per persuadere l'Iraq ad aderire all'Organizzazione: il 26 luglio è avvenuta la nomina al suo posto del diplomatico argentino Pfirter, evidentemente più controllabile.
Ancora più grave è la situazione per la Convenzione sulle armi batteriologiche, che risale al 1972 e bandisce lo sviluppo, lo stoccaggio e la produzione di aggressivi batteriologici: sebbene sia stata ratificata da 144 paesi (comprese tutte le principali potenze militari), essa non contiene nessun meccanismo per le verifiche. Ma qui l'arroganza di Washington ha toccato uno dei punti più grotteschi. Mentre mostra i muscoli e inflessibilità per le verifiche in territorio iracheno, un anno fa ha seccamente rifiutato l'accordo faticosamente raggiunto a Ginevra dopo sette anni di trattative per arrivare a una bozza di Protocollo per le ispezioni, poiché «metterebbe a rischio la sicurezza nazionale e informazioni confidenziali», impegnandosi a ritornare al tavolo delle trattative con nuove proposte: l'appuntamento era fissato per novembre 2002, ma l'Amministrazione Bush ha comunicato ai suoi alleati che intende rinviare ulteriormente le discussioni fino alla prossima scadenza di revisione nel 2006 12. Recentemente è stata rivelata l'esistenza nel deserto del Nevada di un laboratorio segreto in cui, utilizzando le scoperte di ingegneria genetica, si producono agenti biologici letali: il pretesto è di effettuare simulazioni per ridurre la minaccia di questi agenti, ma è evidente che la loro produzione viola comunque la Convenzione del 1972. Del resto, anche la vicenda delle lettere all'antrace dopo l'11 settembre ha condotto ad una pista americana. L'arsenale russo di aggressivi batteriologici rimane invece l'area ancora più segreta: vi sono ancora tre centri di ricerca militari in cui gli osservatori stranieri non hanno mai messo piede; il governo sostiene di avere distrutto l'intero arsenale, ma i militari sospettano che esistano ancora consistenti colture.
La situazione è effettivamente gravissima e allarmante: la minaccia sembra addirittura superiore a quella che il mondo conobbe durante la crisi dei missili a Cuba, della quale cade ora l'anniversario. Ma la responsabilità del pericolo attuale ricade quasi interamente sulla iperpotenza imperiale che, a differenza del 1962, non trova una adeguata opposizione ai suoi piani egemonici: di fronte a questo rischio enorme, gravissima è la responsabilità degli altri governi, che rimangono subalterni o complici. Soprattutto colpisce la miopia dei governi dell'Unione europea, i quali non riescono neppure ad assumere una posizione chiara per arrestare la politica criminale di Sharon. Perfino Enrico Mattei aveva capito che verso i paesi arabi occorre una politica autonoma: per questo fu assassinato.


note:
1  Leggine ora la traduzione italiana integrale in «Liberazione», 13 ottobre 2002.
2  Che dietro il progetto nucleare di Saddam – bloccato nell'81 dal bombardamento israeliano di Tamouz e poi definitvamente disintegrato durante la prima Guerra del golfo – vi fosse, insieme a quello fondamentale della Francia, il ruolo degli Stati Uniti è confermato dal fatto che, appena dieci mesi prima dello scatenamento di Desert Storm, all'aeroporto di Londra furono intercettati 41 detonatori nucleari di costruzione statunitense destinati a Saddam. Ma sul ruolo di Washington nella proliferazione nucleare è d'obbligo rinviare a un saggio di eccezionale interesse di Dominique Lorentz, Affaires Nucléaires (Paris, Les Arènes, 2001), che riscrive la storia dell'ultimo mezzo secolo in tema di proliferazione nucleare (cfr. anche due recensioni sul fascicolo di ottobre 2002 di «Guerre e Pace», e sul fascicolo di maggio-agosto di «Giano»). Documenti ufficiali dell'Onu e il Comprehensive Test Ban Treaty riconoscono esplicitamente che ben 44 paesi «dispongono delle capacità tecniche per sviluppare un armamento atomico» («Le Monde», 15.10.99; almeno i 35 paesi riportati in corsivo hanno avuto la tecnologia, direttamente o indirettamente, da Washington: Algeria, Argentina, Australia, Austria, Bangladesh, Belgio, Brasile, Bulgaria, Canada, Cile, Cina, Colombia, Corea del Nord, Corea del Sud, Egitto, Finlandia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Giappone, India, Indonesia, Iran, Israele, Italia, Messico, Norvegia, Olanda, Pakistan, Peru, Polonia, Repubblica del Congo, Romania, Russia, Slovacchia, Spagna, Sud Africa, Svezia, Svizzera, Turchia, Ucraina, Ungheria, Vietnam).
3  Dopo che per decenni ci è stato detto che le risorse petrolifere saranno sufficienti per decenni o secoli, risulta invece ormai chiaro che nel giro di pochi anni si raggiungerà il picco nel ritmo di estrazione del petrolio e del gas naturale, cui seguirà una progressiva e inarrestabile contrazione (ciò è dovuto al fatto che ben prima che un pozzo si esaurisca si raggiunge un limite al quale per estrarre il petrolio occorre più energia di quanta non ne contenga); mentre la domanda di petrolio continua a lievitare. V. ad es. A. Di Fazio, in Aa. Vv., Contro le Nuove Guerre (a cura di M. Zucchetti), Odradek, 2000; e Ritt Goldstein, «il manifesto», 10.10.2002.
4  Vale la pena di ricordare che Washington non ha mai rinunciato all'opzione del first use dell'arma nucleare: qualche anno fa ridicolizzò la timida proposta del ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fischer, di rivederla («International Herald Tribune», 24.11.1998).
5  Lo ha sostenuto Wouter Basson, l'eminenza grigia che stava dietro il programma di guerra chimica del governo dell'apartheid sudafricano, in una testimonianza all'Alta Corte di Pretoria sulla distruzione di questo arsenale, sostenendo che i filmati sulla resa delle truppe irachene mostravano chiaramente nell'espressione dei soldati gli effetti di tali aggressivi («India Times», 28.7.2001: ). Altri indizi dell'uso di aggressivi chimici vennero portati già subito dopo la fine della guerra.
6  Cfr. M.T. Klare, Supemazia militare permanente, «la rivista del manifesto», settembre 2002, p. 49-52.
7  È il progetto che si concluse con la costruzione delle bombe atomiche sganciate il 6 agosto 1945 su Hiroshima e il 9 su Nagasaki.
8  Si veda il saggio citato in nota 2.
9  John M. Donnely, «Defence Week», 2.4.2001.
10  M. Selinger, «Aerospace Daily», 14.6.2001.
11  «Moscow Times», 8.10.200202, p.4.
12  Peter Slevin, U.S. abandons Germ Warfare Accord, «Washington Post», 19.9.2002. Angelo Baracca (baracca@fi.infn.it) insegna al Dipartimento di Fisica dell'Università di Firenze.Questo articolo rielabora e aggiorna uno scritto dello stesso autore apparso, con il titolo Torna l'incubo nucleare,nel fascicolo di ottobre di «Guerre e Pace» (http://www.mercatiesplosivi.com/guerrepace/default.htm).


Il manifesto

Ataque a Sudan

(En la fabrica sudanesa solo habia medicinas)

 

Nella fabbrica sudanese "c'erano solo medicine"

In Sudan una fabbrica di medicinali, tanto collusa con il terrorismo
islamico da ricevere commesse persino dalle Nazioni
unite. In Afghanistan strutture per l'addestramento militare costruite
con soldi americani durante la guerra contro
l'occupazione sovietica e una casa dove un tempo abitava la "primula
rossa" Osama bin Laden, il saudita che in queste ore
sta rubando a Saddam Hussein la palma di uomo più cattivo della terra.
Una ventina i feriti nell'attacco contro l'impianto alla
periferia di Khartoum, la capitale sudanese, mentre i missili cruise
esplosi in Afghanistan nella regione di Khost e di
Islamabad avrebbero fatto 26 morti, tra cui cinque pachistani e 53 feriti. Questo è il
bilancio - per quanto riguarda la perdita di vite umane non
certo definitivo - delle operazioni chirurgiche via missile che gli Usa
hanno condotto a partire dalle loro navi da guerra che
incrociavano nel Mar Rosso e nel Mar Arabico.

"Abbiamo inflitto danni considerevoli ai campi dei terroristi", ha
commentato il consigliere Usa per la sicurezza nazionale
Sandy Berger, ma il "loro" uomo, bin Laden è ancora vivo e vegeto e
minaccerebbe azioni di rappresaglia contro obiettivo
americani, sostiene il direttore del giornale arabo con sede a Londra
al-Quds al-Arabi, che dice di avere raggiunto per
telefono in Afghanistan un portavoce della "primula rossa". Ancora ieri
bin Laden ha ribadito a un giornale pachistano di
essere
"totalmente estraneo" agli attentati di due settimane fa che hanno
ucciso 257 persone nelle ambasciate americane di Kenya
e Tanzania. Eppure i talebani erano pronti a consegnare bin Laden agli
Stati uniti se questi "avessero dimostrato i suoi
legami con il terrorismo", ha detto alla Cnn il rappresentante dei
talebani a New York, Noorulla Zadran. Con le incursioni
di giovedì "hanno dato un terribile esempio al resto del mondo". Alcuni
giornalisti che sono riusciti a raggiungere la zona
dell'Afghanistan colpita dai missili hanno visto crateri di circa dieci
metri di diametro. I cruise avrebbero distrutto, tra gli
altri, il campo di Hakrat-ul-Mujaheddin, dove si addestravano
guerriglieri musulmani del Kashmir. I talebani, intanto hanno
scatenato la protesta dei lorosostenitori. Hanno dichiarato uno sciopero
generale nella loro roccaforte, la città di Kanfahar,
dove la folla ha invaso le strade cantando slogan antiamericani. Alcune
migliaia di persone hanno saccheggiato a Jalalabad
la sede dell'Onu, il cui personale era già stato evacuato.

Le reazioni

Dimostrazioni anche nella città pachistana di confine di Peshawar, dove
la polizia ha sparato per disperdere tremila profughi
afghani che manifestavano contro i raid. A Kabul, ieri mattina, è stato
ferito, ma non in modo grave, il tenente colonnello
italiano Carmine Calò, impegnato nella missione dell'Onu in Afghanistan,
colpito da un proiettile mentre attraversava la città
su un auto delle Nazioni unite. L'episodio ha convinto tutte le agenzie
dell'Onu e le Ong a evacuare il proprio personale del
paese.
Nella regione soltanto il governo anti-talebano dell'Afghanistam
capeggiato da Rabbani e tuttora riconosciuto dall'Onu ha
espresso il suo appoggio alla prova di forza Usa e alla "nobile
battaglia" contro il terrorismo. Anche il Pakistan, alleato
regionale dell'America, ha preso le distanze dai raid. Il primo ministro
Nawaz Sharif ha espresso la sua indignazione per
telefono a Clinton, tanto più che per arrivare a bersaglio, i missili
avrebbero sorvolato lo spazio aereo pachistano. E
manifestazioni antiamericane hanno attraversato tutto il paese da
Islamabad a Karachi. Il governo aveva prima annunciato e
poi smentito la notizia che uno dei missili fosse caduto sul suo
territorio.

Reazioni feroci ai raid arrivano anche dal Sudan, dove la precisione
balistica americana ha raggiunto un risultato a dir poso
imbarazzante. Ad essere colpita è stata infatti la fabbrica Al Shifa,
specializzata nella produzione di medicinali. L'impianto
aveva un contratto con l'Onu per produrre medicine destinate all'Iraq,
nell'ambito del piano "petrolio contro cibo" realizzato
(parzialmente) dalle Nazioni unite per alleviare le terribili
conseguenze per la popolazione irachena dell'embargo
internazionale.
L'Onu ha confermato ieri che farmaci di quell'impianto - antimalarici e
farmaci per bambini - per un valore di 200.000
dollari sono stati consegnati nel gennaio scorso all'Iraq con tanto di
timbro Onu. Il governo sudanese - che accusa
l'America di avere sferrato l'attacco non da navi al largo del Mar
Rosso, bensì da cinque cacciabombardieri penetrati in
Sudan - ha deciso ieri di ritirare la propria delegazione diplomatica
dagli Usa e di presentare un ricorso al Consiglio di
sicurezza per chiedere che una commissione d'inchiesta internazionale compi un sopralluogo a Khartoum e
accerti la reale natura della fabbrica colpita.

Per il momento, tuttavia, il COnsiglio di sicurezza tace. Nessuno ha
sollevato la questione dei raid nella riunione a porte
chiuse che si è svolta ieri, ha detto il presidente di turno del
Consiglio, lo sloveno Danilo Turk. E il Segretario generale
Annan ha rinnovato soltanto la sua "preoccupazione" per i fatti di Sudan
e Afghanista, esprimendo la condanna per il
terrorismo in tutte le sue forme. Non tacciano invece i paesi arabi.
"Profonda inquietudine per attacchi che minacciano la
sicurezza e la stabilità del Medio oriente" è stata espressa da Mohamed
Ismail, il responsabile per gli affari internazionali
della Lega "Gli attacchi tipo Rambo non risolveranno mai il problema del terrorismo internazionale -
ha dichiarato - e non sradicheranno mai le cause
della violenza.". A Tripoli, in Libia, il colonnello Gheddafi ha
personalmente diretto una manifestazione di protesta.

Come combattere il terrorismo (islamico?) ricorrendo al terrorismo

L incursione militare americana sul Sudan e l'Afghanistan - che non è
stata la prima e, come ci dicono, "non sarà l'ultima" -
suggerisce un paio di considerazioni.

1 - Gli Stati uniti d'America, in quanto potenza leader del mondo, ed
espressione massima della democrazia, hanno il
diritto, oltre alla forza, di intervenire ovunque siano "minacciati i
loro interessi", ovvero - più prosaicamente - per
"rappresaglia" o per "vendetta"?

Se hanno questo diritto, hanno fatto benissimo a bombardare il Sudan e
l'Afghanistan l'altro ieri e domani chissà chi (i
bersagli non mancano). Come ha detto Clinton alla nazione e poi
specificato il ministro della difesa Cohen, "il messaggio è
chiaro: non c'è santuario per loro" (i terroristi) e "non c'è limite
alla nostra determinazione a difendere i nostri interessi, le
nostre idee contro
questi attacchi vigliacchi".
Il punto è che essendo gli Usa l'ormai unica e incontrastata
super-potenza planetaria i loro "interessi" e la loro "sicurezza
nazionale" tendono sempre più a coincidere con i quattro angoli del
mondo (persino la derelitta Africa, e gli effetti si
vedono).

Se si riconosce all'America il diritto alla "rappresaglia" e alla
"vendetta" - sia pure in chiave contro-terrorista (all'israeliana,
per intendersi) - allora i bombardamenti sul Sudan e l'Afghanistan - e
gli altri che verranno - sono più che legittimi, doverosi.
(Ma allora perché l'ambasciatore Usa all'Onu, Richardson, ricorre al
pietoso espediente di scrivere al Consiglio di sicurezza
per dire che la rete terrorista del temibile Osama bin Laden "non ci ha
lasciato un'alternativa all'uso della forza" e si appella
all'articolo
51 della carta delle Nazioni unite che sancisce il diritto
all'autodifesa?.) E avrebbe anche ragione il sottosegretario agli esteri

italiano Fassino che giudica la risposta americana "prevedibile e
inevitabile" anziché protestare - o almeno notare - per la
reiterata e teorizzata pratica terrorista nella lotta al terrorismo
della prima potenza democratica del mondo.

Se al contrario non si riconosce agli Usa questo diritto, bombardamenti
come quelli su Sudan e Afghanistan - stati discutibili
e discussi ma pur sempre, in teoria, sovrani - non possono essere
definiti alttrimenti che terrorismo. Del tutto simile, se non
dal punto di vista tecnologico, a quello praticato dai terroristi,
islamici o cristiani o ebrei, che hanno piazzato le bombe a
Nairobi e
Dar es Salaam, e di cui dovrebbe occuparsi - come ha detto il vecchio
Tony Benn alla Bbc richiamandosi alla "politica delle
cannoniere" d'antan - il neonato (e forse già morto) Tribunale penale
internazionale.

2 - Si discute molto, adesso, se il "Go!" dato da Clinton ai suoi Rambo
sia solo un tentativo di distogliere l'attenzione e la
pressione dallo stucchevole affaire fra lui e Monica, o se invece sia
indipendente dal sexgate. Probabilmente le due cose
vanno insieme e per quanto riguarda gli effetti la differenza non è
molta. In un caso saremmo di fronte a un uso
spudoratamente cinico del potere, sulla base di quello che in America
chiamano "around the flag rally effect", l'effetto del
richiamo della bandiera che dimostra anche in questo caso di funzionare
se è vero che i sondaggi dicono che l'80% degli
americani è d'accordo con i
bombardamenti. Nell'altro caso saremmo di fronte a un uso politicamente
brutale, e ben noto, del potere. Che, in entrambi i
casi, non servirà a smantellare il terrorismo e anzi, di certo, renderà
gli "interessi" americani nel mondo sempre più appetibili.


 

Lettera del vescovo della Florida al presidente Bush

Domenica, 29 dicembre2002

Signor Presidente,

Noi americani siamo bersaglio del terrorismo perché sosteniamo tutte le dittature. Racconti la verità al popolo, signor Presidente, sul terrorismo.
Se le illusioni riguardo al terrorismo non saranno disfatte, la minaccia continuerà fino a distruggerci completamente.
La verità è che nessuna delle nostre migliaia di armi nucleari può proteggerci da queste minacce. Nessun sistema di Guerre Stellari (non importa quanto siano tecnologicamente avanzate né quanti miliardi di dollari vengano buttati via con esse) potrà proteggerci da un'arma nucleare portata qui su una barca, un aereo, la valigia o un'auto affittata.
Nessuna arma del nostro vasto arsenale, nemmeno un centesimo dei 270 miliardi di dollari spesi ogni anno nel cosiddetto "sistema di difesa" può evitare una bomba terrorista. Questo è un fatto militare.

Signor Presidente,

lei non ha raccontato al popolo americano la verità sul perché siamo bersaglio del terrorismo quando ha spiegato perché avremmo bombardato l'Afganistan e il Sudan. Lei ha detto che siamo bersaglio del terrorismo perché difendiamo la democrazia, la libertà e i diritti umani nel mondo. Che assurdità, Signor Presidente! Noi siamo bersaglio dei terroristi
perché, nella maggior parte del mondo, il nostro governo difende la dittatura, la schiavitù e lo sfruttamento umano. Siamo bersaglio dei terroristi perché siamo odiati. E siamo odiati perché il nostro governo ha fatto cose odiose.
In quanti paesi agenti del nostro governo hanno deposto dirigenti eletti dal popolo, sostituendoli con militari-dittatori, marionette desiderose di vendere il loro popolo a corporazioni americane multinazionali? Abbiamo fatto questo in Iran quando i marines e la Cia deposero Mussadegh perché aveva intenzione di nazionalizzare il petrolio. Lo sostituimmo con lo scià Reza Pahlevi e armammo, allenammo e pagammo la sua odiata guardia nazionale Savak, che schiavizzò e brutalizzò il popolo iraniano per proteggere l'interesse finanziario delle nostre compagnie di petrolio. Dopo questo
sarà difficile immaginare che in Iran ci siano persone che ci odiano?

Abbiamo fatto questo in Cile. Abbiamo fatto questo in Vietnam. Più recentemente, abbiamo tentato di farlo in Iraq. E, è chiaro, quante volte abbiamo fatto questo in Nicaragua e nelle altre Repubbliche dell'America Latina? Una volta dopo l'altra, abbiamo destituito dirigenti popolari che volevano che le ricchezze della loro terra fossero divise tra il popolo che le ha prodotte. Noi li abbiamo sostituiti con tiranni assassini che avrebbero venduto il proprio popolo per ingrassare i loro conti correnti privati attraverso il pagamento di abbondanti tangenti affinché la ricchezza della loro terra potesse essere presa da imprese come la Sugar, United Fruits Company, Folgers e via dicendo.
Di Paese in Paese, il nostro governo ha ostruito la democrazia, soffocato la libertà e calpestato i diritti umani. È per questo che siamo odiati in tutto il mondo. Ed è per questo che siamo bersaglio dei terroristi.

Il popolo canadese gode di democrazia, di libertà e di diritti umani, così come quello della Norvegia e Svezia. Lei ha sentito mai dire che un'ambasciata canadese, svedese o norvegese siano state bombardate?
Noi non siamo odiati perché pratichiamo la democrazia, la libertà e i diritti umani.
Noi siamo odiati perché il nostro governo nega queste cose ai popoli dei paesi del terzo mondo, le cui risorse fanno gola alle nostre corporazioni multinazionali.
Quest'odio che abbiamo seminato si ritorce contro di noi per spaventarci sotto forma di terrorismo e, in futuro, terrorismo nucleare.
Una volta detta la verità sul perché dell'esistenza della minaccia e della sua comprensione, la soluzione diventa ovvia.
Noi dobbiamo cambiare le nostre pratiche. Liberarci delle nostre armi (unilateralmente, se necessario) migliorerà la nostra sicurezza.
Cambiare in modo drastico la nostra politica estera la renderà sicura.
Invece di mandare i nostri figli e figlie in giro per il mondo per uccidere arabi in modo che possiamo avere il petrolio che esiste sotto la loro sabbia, dovremmo mandarli a ricostruire le loro infrastrutture, fornire acqua pulita e alimentare bambini affamati. Invece di continuare a uccidere migliaia di bambini iracheni tutti i giorni con le nostre sanzioni economiche, dovremmo aiutare gli iracheni a ricostruire le loro centrali elettriche, le stazioni di trattamento delle acque, i loro ospedali e tutte le altre cose che abbiamo distrutto e abbiamo impedito di ricostruire con le sanzioni economiche.
Invece di allenare terroristi e squadroni della morte, dovremmo chiudere la nostra Scuola delle Americhe. Invece di sostenere la ribellione e la destabilizzazione, l'assassinio e il terrore in giro per il mondo, dovremmo abolire la Cia e dare il denaro speso da essa ad agenzie di assistenza.
Riassumendo, dovremmo essere buoni invece che cattivi.

Chi tenterebbe di trattenerci? Che ci odierebbe? Chi vorrebbe bombardarci?
Questa è la verità, signor Presidente. È questo che il popolo americano ha bisogno di ascoltare.

mons. Bowman, vescovo della Florida



NON NEL NOSTRO NOME

Appello degli intellettuali e degli artisti nordamericani contro la guerra




Che non si dica che negli Stati Uniti la gente non abbia fatto niente quando il suo Governo ha dichiarato una guerra senza limiti e ha instaurato nuovi mezzi di repressione. I firmatari di questo appello invitano  la popolazione nordamericana a reagire alle politiche e alle restrizioni generali che sono emerse  dopo l¹11 settembre, mettendo in pericolo le popolazioni del mondo.

Noi crediamo che le persone e le nazioni hanno diritto  alla determinazione del proprio destino, liberi da qualsiasi coercizione militare delle grandi potenze. Crediamo che tutte le persone detenute o perseguite dal governo degli Stati uniti debbano avere gli stessi diritti. Crediamo che fare domande, criticare e dissentire sono attitudini che devono essere valorizzate e protette.

Noi crediamo che le persone di coscienza debbano assumere la responsabilità delle azioni dei loro governi  e, soprattutto, dobbiamo opporci alle ingiustizie commesse  in nostro nome. Invitiamo tutti i nord americani ad opporsi alla guerra e alla repressione che è stata lanciata al mondo dall'amministrazione Bush. E¹ ingiusta, immorale e illegittima. Decidiamo di essere parte in causa con i popoli del mondo.

Anche noi abbiamo osservato con angoscia i terribili fatti dell'11 settembre del 2001. Anche noi abbiamo pianto le migliaia di vittime innocenti e ci siamo terrorizzati di fronte alla orribile carneficina che ci ha portato alla memoria scene simili  avvenute in Bagdad, Panama o, una generazione fa, in Viet-Nam. Anche noi ci siamo domandati, come milioni di statunitensi, com'è stato possibile che sia successo tutto questo.

Però, mentre il dolore era appena cominciato, i pregiudizi più vecchi hanno scatenato il loro spirito di vendetta coniando un ordine semplicistico: ³buoni contro cattivi² che è stato subito adottato da tutti i mezzi di comunicazione, sottomessi e impauriti. Ci hanno detto che il solo fatto di formulare domande su questi terribili fatti sfiorava il tradimento. Non ci doveva essere nessun dibattito, né  spazio per i dubbi etici o politici. L¹unica risposta possibile era la guerra fuori e la repressione dentro casa.

In nostro nome l¹amministrazione Bush, con la quasi unanimità del Congresso, ha attaccato l¹Afghanistan e si è arrogata, insieme ai suoi alleati, il diritto di distruggere forze militari in qualunque luogo e momento. Le brutali ripercussioni si sono fatte sentire dalle Filippine alla Palestina, dove i carriarmati e i bulldozer israeliani hanno tracciato un terribile sentiero di distruzione e morte. E il governo si sta attrezzando per intraprendere una guerra totale in Iraq, un paese che non ha nessuna relazione con i tragici attentati dell'11 settembre. Che razza di mondo sarà questo se si permette al Governo degli Stati Uniti di lanciare comandi, assassini e bombe dove gli fa più comodo?

In nostro nome, il Governo ha creato negli Stati Uniti due classi di cittadini: quelli a cui, almeno a loro, hanno promesso i diritti elementari del sistema legislativo e quelli che, ora, pare non abbiano nessun diritto. Il Governo ha arrestato più di mille immigrati e li ha segretamente incarcerati, senza limite di tempo. Centinaia di persone sono state deportate e centinaia sono ancora in prigione. Per la prima volta negli ultimi dieci anni, le regole per l¹immigrazione sono stati applicate in modo diseguale.

In nostro nome, il Governo ha scatenato un¹ondata di repressione nella società. Il portavoce del presidente ha intimidito la gente dicendo: ³Attenzione a quello che dite² e la visione degli accadimenti espressa dagli artisti, dagli intellettuali e dai professori è stata distorta, attaccata o eliminata. Il cosiddetto ³Atto Patriottico², insieme ad una miriade di strumenti simili in tutto il paese, dà alla polizia nuovi e più ampli poteri di investigazione e sequestro, sotto la copertura dei procedimenti segreti.

In nostro nome l¹esecutivo usurpa gli atti e le funzioni degli altri rami del Governo. Un ordine esecutivo ha messo in funzione i tribunali militari. E¹ sufficiente una firma del presidente per definire ³terrorista² un determinato gruppo di persone. Dobbiamo prendere molto seriamente i governatori quando parlano di una guerra che durerà una generazione e quando parlano di un nuovo ordine. Stiamo di fronte a una nuova politica imperiale verso il mondo e a una politica interna che genera e manipola la paura per limitare i diritti fondamentali.

C¹è una strategia mortale negli accadimenti di questo ultimo mese che deve essere vista così com'è e contro la quale dobbiamo resistere.

Molte volte, nella storia, la gente ha indugiato a resistere fino a quando era troppo tardi. Il presidente Bush ha dichiarato: ³O con noi, o contro di noi². Questa è la nostra risposta: noi neghiamo che egli possa parlare a nome di tutti i nordamericani. Noi non consegniamo le nostre coscienze in cambio di una vana promessa di sicurezza.

Diciamo NO in NOSTRO nome.

Noi ci neghiamo di far parte di questa guerra e rinneghiamo tutte le azioni fatte in nostro nome o per il nostro bene. Tendiamo invece  la mano a chi nel mondo soffre per la conseguenza di queste decisioni.

Mostreremo la nostra solidarietà con le parole e con le azioni. I firmatari di questo appello invitano tutti i nordamericani a unirsi a questa sfida.

Applaudiamo e appoggiamo tutte le proposte che si faranno, ogni volta che riconosceremo l¹esigenza di fare molto per porre fine a questa pazzia.

Noi siamo stati ispirati dalla decisione dei riservisti israeliani che, assumendone i rischi  in prima persona, hanno dichiarato che c¹è un limite e si sono negati di prestare il loro servizio a Gaza e nei territori occupati.

Noi siamo stati ispirati dai numerosi esempi di resistenza e di coscienza che ci offre la storia degli Stati Uniti: da chi ha combattuto la schiavitù a chi ha posto fine alla guerra in Viet-Nam non obbedendo agli ordini, o negandosi a ingrossare le fila o appoggiando chi opponeva resistenza.

Non permettiamo che il mondo, che oggi ci contempla, si disperi per il nostro silenzio e per la nostra incapacità di azione. Facciamo in modo che tutti possano sentire il nostro impegno.

Resisteremo di fronte alla macchina da guerra e alla repressione e faremo tutto il possibile per frenarla.

Firmano: Michael Albert; Laurie Anderson; Edward Asner, attore; Rosalyn Baxandall,storica; Russell Banks, scrittore; Jessica Blank, attrice e drammaturga; Medea Benjamin, Global Exchange; William Blum, scrittore; Theresa Bonpane; Fr. Bob Bossie, SCJ; Leslie Cagan; Henry Chalfant,produttore cinematografico; Bell Chevigny, scrittore; Paul Chevigny, professore di Legge; Noam Chomsky, politologo y linguista; Robbie Conal, pittore; Stephanie Coontz, storica; Kimberly Crenshaw, professoressa di Legge; Kia Corthron, drammaturga; Kevin Danaher, Global Exchange; Ossie Davis, attore; Mos Def, musicista; Carol Downer, direttrice del Centro Femminista di Salute per le Donne; Eve Ensler, drammaturga; Leo Estrada, professore dell¹UCLA; John Gillis, scrittore; Rutgers Jeremy Matthew Glick, editore di ³Another World Is Possible²; Suheir Hammad, scrittore; Rakaa Iriscience, interprete di hip hop; David Harvey, antropologo; Erik Jensen, attore e drammaturgo; Casey Kasem Robin D.G. Kelly; Martin Luther King III; Barbara Kingsolver; C. Clark Kissinger, ³Refuse and Resist!²; Jodie Kliman, psicologa; Yuri Kochiyama; Annisette & Thomas Koppel, cantanti e compositori; Dave Korten, compositore; Tony Kushner, drammaturgo; James Lafferty, direttore esecutivo della ³National Lawyers Guild² in Los Angeles; Rabbi Michael Lerner, editore del ³TIKKUN Magazine²; Barbara Lubin; Anuradha Mittal, codirettore dell¹Istitut for Food and Development Policy/Food First; Malaquias Montoya, scultore; Robert Nichols, scrittore; Rev. E. Randall Osburn, vicepresidente della Southern Christian Leadership Conference; Grace Paley; Jeremy Pikser, sceneggiatore; Juan Gómez Quiñones, storico; Michael Ratner, presidente del Center for Constitutional Rights; Adrienne Rich, poetessa; Boots Riley, artista de hip hop; David Riker,produttore cinematografico; Edward Said; Starhawk Michael Steven Smith, della National Lawyers Guild; Bob Stein, pubblicitario; Gloria Steinem; Alice Walker; Naomi Wallace, drammaturga; Rev. George Webber, presidente emerito del NY Theological Seminary; Leonard Weinglass, avvocato; John Edgar Wideman; Saul Williams y Howard Zinn, storici.

 

Risposte alla sinistra dei Cruise


Attraverso la polemica nei confronti della sinistra moderata statunitense, l'autore propone una serie di argomentazioni utili nella mobilitazione contro la guerra che si prepara. Di Edward Herman. Da Znet-Italia. Traduzione di Sergio De Simone. Gennaio 2003.

 

È piuttosto deprimente vedere quanto spesso i liberali ed alcuni progressisti siano stati incapaci di mantenere una opposizione di principio alle politiche USA verso l'Iraq, che, dopo oltre dieci anni di "sanzioni di distruzione di massa", stanno prendendo la rincorsa verso una guerra di aggressione bella e buona.

Esiste un'opposizione significativa, che si manifesta nel crescente numero di marce di protesta ed incontri di auto-informazione in cui persone di vario credo politico hanno espresso la loro opposizione alla guerra che si preannuncia. Ma questo dissenso ampio e sempre più profondo ha avuto un impatto solo modesto sui mass media, che stanno ancora funzionando principalmente come condotti e agenzie stampa del partito della guerra, ed i liberali ed i "progressisti" che vi fanno la loro comparsa accettano i presupposti del partito della guerra e ne fanno il gioco, che è chiaramente la ragione per cui riescono a comparirvi.

Molti dei liberali e dei progressisti che si sono uniti al partito della guerra, o lo criticano solo sul piano della tattica, sono stati sommersi dalla piena di propaganda governativa o filo-governativa, e trovano difficoltà a sottrarvisi. Alcuni, però, sono coloro che Eric Alterman definisce con approvazione la "sinistra patriottica", che non sono progressisti ma liberali che non possono sopportare di vedere il loro paese accusato di comportamento criminale ed insistono sull'"equilibrio", sul "pragmatismo" (cioè sull'accettazione dei presupposti della politica di stato), e sul sostegno dell'interventismo moderato e ragionevole.

Senza soffermarmi qui ad analizzare l'operato della sinistra patriottica (si veda il mio "La sinistra dei cruise" su Z Magazine del Novembre 2002), passerò dapprima in rassegna alcuni degli elementi paralizzanti del fuoco di fila mediatico, per poi far cadere l'attenzione su alcuni aspetti minimizzati o omessi dalla sinistra patriottica e altri apologeti della guerra.

ELEMENTI PARALIZZANTI

1. Saddam Hussein è malvagio, perciò la sua rimozione è giustificabile È certamente vero che Saddam Hussein sia un dittatore brutale, ma questa non è una giustificazione ragionevole per la sua rimozione attraverso un'invasione straniera. Ciò è espressamente proibito dalla Carta delle Nazioni Unite, eccetto laddove il governo preso di mira non minacci un attacco, ciò che, contrariamente agli Stati Uniti, l'Iraq non ha fatto.

Un attacco dell'Iraq implicherebbe perciò il crollo del diritto internazionale e costituirebbe un ritorno alla legge della giungla. Per di più, l'invasione sarebbe estremamente costosa per la popolazione irachena, che ha già subito sanzioni genocide sancite dall'ONU a copertura delle politiche USA e britanniche. Questo argomento è rafforzato dal fatto che gli Stati Uniti usano regolarmente pratiche di guerra che producono un numero elevato di morti tra i civili del paese con l'obiettivo per minimizzare le proprie perdite.

La rimozione di un cattivo governo è il compito principale della popolazione vittima; qualsiasi aiuto esterno non può avere niente a che vedere con il mantenimento della popolazione in ostaggio del cambio di regime (l'attuale politica di sanzioni) o con un intervento militare.

Occorre anche osservare come le caratteristiche di Saddam Hussein in quanto leader ben difficilmente possono essere la vera ragione della guerra minacciata, dato che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna lo hanno sostenuto energicamente negli anni 80 quando combatteva l'Iran; ed hanno sostenuto altri dittatori dello stesso suo rango per brutalità (per esempio, Suharto, Trujillo, Mobutu, Pinochet ed i generali argentini nel periodo dal 1976 al 1983).

Dati i trascorsi di USA e Gran Bretagna, il loro scopo (si veda "il programma segreto", sotto) è il caos e l'odio che un'invasione produrrebbe - dopo 12 anni di sanzioni genocide. Non c'è alcuna ragione di credere che vogliano che il loro intervento possa produrre la fine della dittatura.

2. L'acquisizione di "armi di distruzione di massa" (ADM) minaccerebbe la sicurezza statunitense e mondiale.

Questo è un non-senso insostenibile, primo perché gli Stati Uniti sono perfettamente capaci di difendersi e possiedono una schiacciante capacità di risposta, e finanche Israele potrebbe minacciare un livello tale di rappresaglia da precludere a Saddam l'uso di quelle armi in maniera offensiva anche se le avesse.

Ancor di più, non ha nessun mezzo per raggiungere obiettivi statunitensi. Ha fatto uso di ADM in passato, ma solo quando gli USA gliele hanno fornite e ne hanno protetto l'uso (contro l'Iran, loro nemico), fino al punto in cui hanno impedito la condanna dei metodi di Saddam da parte del Consiglio di Sicurezza dell'ONU (per i dettagli si veda il "contro dossier" del Partito Laburista del 21 settembre 2002).

Saddam non ha fatto uso di ADM durante la guerra del Golfo, perché sapeva che se lo avesse fatto la reazione USA sarebbe stata durissima. George Tenet, capo della CIA, ha dichiarato agli inizi di ottobre di fronte ad un comitato del Senato che la probabilità che Saddam usi ADM nel "futuro prevedibile" è "bassa", se non come mossa disperata in caso di attacco. In breve, anche se Saddam possedesse ADM, potrebbe usarle soltanto come mezzo di difesa, a meno di non dirigerle contro un obiettivo approvato dagli USA, come negli anni 80.

3. Il comportamento ostruzionista di Saddam verso le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza ed il regime delle ispezioni è intollerante.

Quest'accusa presuppone che il regime delle ispezioni sia giustificato e non uno strumento del programma di vendetta USA. Di fatto, benché il sistema delle ispezioni sia stato ideato per eliminare in principio le ADM dell'Iraq, durante gli anni di Clinton è stato più volte chiarito che il sistema delle ispezioni resterà in funzione fino a che Saddam non sarà rimosso.

Ciò elimina qualunque incentivo affinché Saddam voglia cooperare con le ispezioni, e mostra anche come il sistema delle ispezioni sia stato la copertura di un piano quasi-segreto degli USA. È stato anche ammesso sia da parte americana che da parte di alti funzionari di UNSCOM, che gli USA si sono serviti di UNSCOM per spiare l'Iraq in preparazione di un attacco militare, ciò che facilitò la definizione degli obiettivi nella campagna di bombardamenti del 1998, chiamata "Volpe del deserto", realizzata da USA e Gran Bretagna. Quella campagna di bombardamenti, i numerosi bombardamenti successivi, e le "no-fly zones" non sono mai state autorizzate dalle risoluzioni o decisioni del Consiglio di Sicurezza, e sono perciò illegali, atti di aggressione unilaterale.

Il regime delle ispezioni è anche screditato dal fatto che i suoi soli propositori, Stati Uniti e Gran Bretagna, si sono rifiutati regolarmente di permettere l'applicazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza quando ciò rientrasse nei loro interessi politici. La risoluzione 687, che imponeva sanzioni ed ispezioni, invocava altresì la creazione di una zona nel Medio Oriente in cui le ADM fossero messe al bando. Essa non è stata messa in pratica, perché avrebbe costretto gli USA ad ammettere l'esistenza di un vasto arsenale israeliano di AMD ed imporne la distruzione.

Nel caso dell'Iraq, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna si sono anche serviti del presunto mancato rispetto della 687 da parte irachena per continuare le "sanzioni di distruzione di massa" che hanno prodotto più di un milione di morti civili. Joy Gordon ha mostrato in "Sanzioni economiche di distruzione di massa" (Harpers, Nov. 2002) che gli USA e la Gran Bretagna hanno ripetutamente interpretato le sanzioni allo scopo di impedire l'aiuto umanitario ai civili (ponendo il veto ad ambulanze, vaccini, pompe idriche, attrezzature per lo spegnimento degli incendi), azioni da parte di funzionari USA e britannici che costituiscono crimini di guerra. Nonostante il piano nascosto e le illegalità del sistema delle ispezioni, e nonostante le resistenze e gli inganni iracheni, il sistema è riuscito a distruggere circa il 90-95% degli arsenali di ADM dell'Iraq, secondo Scott Ritter ed Hans von Sponeck, che presero parte attiva al processo di ispezione. Ma ciò non ha soddisfatto gli USA e la Gran Bretagna, e non poteva, dato il loro obiettivo illecito di un cambio di regime.

4. Bene, che proponi?

Di fronte all'aggressione in programma - il più serio di tutti i crimini internazionali - la sola risposta decente e razionale consiste nel dire di non farlo. Gli apologeti non possono ammettere che il loro stato stia per imbarcarsi in un'aggressione, e perciò non riescono ad ammettere questa cosa elementare. Non possono riconoscere che la "minaccia" posta dall'Iraq sia un'invenzione, e che il vero problema sia quello di contenere una superpotenza "canaglia" che costruisce ad arte ragioni per scendere in guerra.

La mia prima e primaria "proposta" perciò è che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna siano messe sotto pressione affinché interrompano i loro piani di aggressione e che la "comunità internazionale" smetta di sostenere le sanzioni di distruzione di massa e l'aggressione progettata dalla superpotenza canaglia e la costringano a desistere, minacciandola di sanzioni economiche globali se non lo facesse.

La seconda grande minaccia sono le politiche di Ariel Sharon e di Israele, politiche di occupazione, pulizia etnica ed espansione degli insediamenti e di ulteriore terrorismo all'ingrosso e "trasferimenti". Propongo che l'ONU condanni queste politiche, ma anche il sostegno USA di questa massiccia e crescente pulizia etnica e minacci sanzioni e l'espulsione dalla comunità ONU e dei paesi civili se queste politiche terroristiche e di pulizia etnica fossero proseguite oltre un certo limite.

Per quanto concerne l'Iraq, dato che le politiche di ispezione e controllo degli armamenti sono state giustificate sulla base di una qualche mitica e spaventosa minaccia, costruita per dare ragionevolezza ad un piano segreto e alla vendicatività da parte di USA e Gran Bretagna, e che queste politiche hanno avuto conseguenze genocide, dovrebbero essere ritirate da qui in poi.

Al contrario, le relazioni con l'Iraq dovrebbero essere normalizzate e bisognerebbe incentivare il corretto comportamento istituendo relazioni commerciali e "impegni costruttivi", ciò che gli Stati Uniti fanno regolarmente con le nazioni repressive che fungono ai suoi interessi. La "minaccia" dell'Iraq sarà controllata da questa ragnatela di interessi, dalla sua accettazione della sorveglianza da parte dell'Agenzia Internazionale per l'energia atomica e dall'equilibrio di potere esistente in cui l'atteggiamento di offesa e l'uso di ADM da parte sua sarebbe estremamente costoso (vedi il punto 2 poco sopra).

Ciò non produrrà automaticamente la democrazia in Iraq, perché quella è una cosa che dovrebbe venire dall'interno, ed è probabile che si realizzerà prima con un "impegno costruttivo" e con condizioni di assedio alleggerite che non continuando con un'ostilità intensa o con il cambio di regime progettato dagli USA.

ASPETTI MINIMIZZATI O OMESSI

Gli apologeti della politica USA e della guerra imminente ignorano regolarmente e non riescono a vedere il significato delle loro caratteristiche che le rendono illegali, immorali e criminali. Tra le altre, le seguenti:

1. Mani sporche

Saddam non è stato solo sostenuto, egli fu protetto, nel far ricorso alla guerra chimica negli anni 80, dai due paesi che sono maggiormente preoccupati dal suo uso di ADM oggi. L'ipocrisia qui è degna di nota, ma questa considerazione suggerisce anche la fraudolenza della pretesa di una minaccia.

La morte di oltre un milione di civili iracheni come risultato della politica di sanzioni costituisce un caso rilevante di crimine di guerra, in violazione del codice di Norimberga. Gli ingegneri di questa politica genocida non solo non hanno le mani pulite nel prendere di mira ulteriormente l'Iraq, in un mondo giusto sarebbero tutti sotto processo in un tribunale. Gli apologeti della politica USA e della guerra prossima ventura sembrano del tutto inconsapevoli di questo contesto enormemente compromettente in cui avvengono le discussioni politiche d'oggi.

2. L'illegalità della guerra preventiva

Questi apologeti sono del tutto indifferenti al fatto che portare guerra ad un paese che non ti ha attaccato e non porta minacce credibili d'attacco viola il diritto internazionale elementare e costituisce una chiara aggressione. Questa mancanza di attenzione nei confronti della legalità si accompagna al processo di demonizzazione avanzata e all'amplificazone della minaccia. Manca di considerare anche il fatto che secondo i principi della "prevenzione", schiere intere di stati sarebbero giustificati se attaccassero il territorio USA.

3. Due pesi, due misure

Si accompagna anche alla politica di lungo corso del "due pesi, due misure" in cui il diritto internazionale e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza si applicano solo agli altri, non a noi e ai nostri amici. Così, gli apologeti non vedono problema nel fatto che Ariel Sharon ed Israele non solo possono ignorare il diritto internazionanle (e la quarta convenzione di Ginevra) e innumerevoli pronunciamenti del Consiglio di Sicurezza, ma anche ricevere il sostegno attivo da parte degli USA in queste violazioni. Se il loro stato dice che è importante mettere in pratica la legge in maniera selettiva, si uniscono alla messa in pratica selettiva con grande fervore morale.

4. Il piano segreto

Il loro fervore morale non è sminuito dalla ovvietà di un piano nascosto sotto il clangore delle minacce alla sicurezza nazionale USA proveniente dalla disponibilità nelle mani sbagliate di ADM. Il desiderio di controllare le risorse petrolifere, di aiutare Sharon, di aiutare i produttori di armi, di rimodellare il Medio Oriente e di tenere una guerra in corso per nascondere il piano reazionario di Bush passano inosservati o sfuggono alla vista. Questo è un grande aiuto per il programma della squadra di Bush.

5. La corruzione dell'ONU

Gli apologeti ignorano anche la misura in cui la politica statunitense ha reso l'ONU una farsa ed una tragedia. Il team di Bush è apertamente irrispettoso nei confronti dell'ONU (e del diritto internazionale) nel suo perseguire gli obiettivi dell'amministrazione. Essi, come già i collaboratori di Clinton, si serviranno dell'ONU quando potranno e lo ignoreranno quando esso non sarà a loro disposizione. Nella rincorsa all'attacco all'Iraq, la squadra di Bush ha ottenuto che l'ONU accettasse un regime di ispezioni che garantirà un casus belli e farà sì che possano commettere un'aggressione con la sua approvazione. Invece di opporsi all'aggressione, l'ONU è collusa con la sua realizzazione. Ciò rappresenta la morte morale dell'istituzione.

6. I costi della guerra

Gli apologeti sottostimano il costo della guerra. Vi saranno modeste perdite americane, ma enormi dalla parte irachena, fintanto che gli USA porteranno avanti la loro politica usuale di bombardamenti intensi prima dell'occupazione o invasione. I costi saranno immensi per la distruzione dell'Iraq e molto alti per la condotta della guerra. "Danno collaterale: i costi sanitari ed ambientali della guerra all'Iraq", pubblicato dalla Associazione dei Medici per la Prevenzione della Guerra nel novembre del 2002, stima mezzo milione di morti nell'ipotesi di sola guerra convenzionale, costi per più di 200 milioni di dollari e effetti secondari incommensurabili sulla salute e sul benessere.

Ci sarà probabilmente anche un'intensificazione delle risposte terroristiche. Questo e gli effetti a catena della guerra sulla società USA spingeranno quest'ultima ancora ulteriormente nella direzione di uno stato autoritario. Ciò è un vantaggio per l'amministrazione Bush poiché l'aiuterà, come già l'11 settembre e la guerra al terrore in generale, a camuffare meglio i suoi piani che vanno contro l'interesse pubblico.
Da www.sisde.it  

Il "futuro prevedibile"     

«L'uomo del futuro sarà colui
che avrà la memoria più lunga »
F. Nietzsche


Tracciare uno scenario sul futuro di un fenomeno assai complesso come la globalizzazione a un orizzonte temporale di più anni implica la tacita accettazione dell'idea che i fattori che lo hanno determinato abbiano carattere duraturo, e che il fenomeno stesso sia destinato a continuare in avvenire più o meno con le stesse caratteristiche che esso presenta attualmente, ed a plasmare domani la realtà internazionale se non proprio in maniera analoga a come ciò avviene oggi, almeno in maniera altrettanto determinante. Uno scenario sul futuro della globalizzazione sconta perciò l'assunto di base che i grandi flussi che determinano questo fenomeno possano essere considerati come elementi stabili del periodo di tempo per il quale è possibile fare previsioni.
Tale periodo - il "futuro prevedibile" - varia, naturalmente, a seconda dei fenomeni esaminati. Esso è, per esempio, di vari decenni per i fenomeni demografici, ma solo di qualche anno per quelli economici, e dell'ordine dei mesi per quelli politici. Nel caso della globalizzazione, fenomeno a carattere prevalentemente socio-economico - e che consiste in un violento accrescimento delle reciproche interferenze tra ciò che accade in società ed attività diverse - l'estensione del "futuro prevedibile" non va oltre gli 8-13 anni.
Guardando all'indietro è facile peraltro vedere che l'epoca della globalizzazione ha già coperto un arco temporale più o meno della stessa lunghezza. Essa si è estesa sull'ultimo quindicennio del ventesimo secolo, ed ha coinciso con gli anni del post-comunismo, in cui si sono spontaneamente e potentemente sviluppati alcuni flussi che erano in precedenza impediti o fortemente condizionati da esigenze politiche legate alla Guerra Fredda. Si tratta soprattutto di flussi trans-frontiera, dalla cui evoluzione dipendono gli scenari della globalizzazione, e che possiamo raccogliere in quattro categorie:
- flussi informativi (trasferimento di tecnologie o diffusione di media come Internet, in precedenza coperto dal segreto militare),
- flussi di investimento (cioè della libera localizzazione di attività produttive, e soprattutto manifatturiere, in paesi a basso costo del lavoro, dove in precedenza l'impresa estera era sempre esposta al rischio della nazionalizzazione),
- flussi accresciuti di merci (essendo alcuni paesi del terzo mondo diventati grandi esportatori di prodotti manifatturati),
- flussi di persone (ma solo in misura nettamente inferiore agli altri flussi per la crescente resistenza delle società più ricche ad accogliere immigrati provenienti da altri continenti e da altre culture).
Questo stretto collegamento tra il fenomeno della globalizzazione e le condizioni del post Guerra Fredda fa sì che l'assunto di stabilità futura relativo ai flussi che determinano la cosiddetta globalizzazione non sia indiscutibile. Le condizioni che hanno reso possibile i flussi in questione sono state strettamente legate ad una fase storica, oggi terminata, che inizia con la crisi del blocco dell'Est, e che deriva dai modi in cui il comunismo è giunto al collasso. Dopo l'implosione dell'URSS, e fino all'undici settembre, le società civili ed economiche di tutto il mondo hanno infatti goduto di un clima euforico, in cui coloro che non facevano della guerra e della politica la loro attività principale hanno pensato di potersi godere il windfall of peace, i benefici del rilasciamento della tensione. E tale sentimento può essere capito, e il beneficio misurato facilmente, se si pensa al senso contrario di smarrimento che aveva attanagliato, ad esempio, gli ambienti Nato, postisi subito alla ricerca di un nuovo teatro di conflitto per non andare, come essi stessi dicevano "out of business". La speranza suscitata dal superamento dei "blocchi" può essere cioè misurata dal timore per il futuro di ciascuno dei singoli "addetti ai lavori" della guerra fredda, moltiplicato per l'intera umanità.
Il quadro di questa che potremmo definire "l'ora della ricreazione" del post-comunismo ha subito, a partire dall'undici settembre, modifiche profonde, e non tornerà probabilmente mai più alla stessa coralità, alla stessa spontaneità, alla stessa "innocenza". Anche se l'economista Paul Krugman ha tracciato - in un suo personale esercizio previsionale - un plausibile scenario secondo il quale tra pochi anni nessuno si ricorderà più delle Torri Gemelle, ma tutti subiranno ancora le conseguenze del caso Enron, è un fatto difficilmente contestabile che il corso degli avvenimenti è stato radicalmente mutato dalla reazione americana agli attacchi subiti sul proprio territorio nell'autunno del 2001. Tali attacchi hanno portato la Casa Bianca a proiettare la propria potenza e i propri interessi sul mondo intero, nell'intento di non lasciare nulla, negli eventi e nelle trasformazioni mondiali, né al caso né all'iniziativa di altri attori.

L'era post-globale
Il nuovo clima politico creatosi con il diffondersi della paura per il terrorismo condiziona negativamente infatti tutti e quattro questi tipi di flusso.
Per quel che riguarda i flussi informativi si ricorderanno in primo luogo le misure di oscuramento e di censura assunte per il timore che certi servizi giornalistici contenessero comunicazioni in codice per i terroristi, e via via tutte le altre iniziative e proposte in questo senso, sino alle ventilate misure di controllo sul prestito dei libri da parte delle biblioteche e di schedatura dei lettori sulla base degli interessi culturali. Ma, a parte questi casi che hanno dato visibilità al fenomeno, i flussi informativi sono stati soprattutto ridotti dallo sgonfiarsi della "bolla" che si era creata attorno alle cosiddette dot-coms, cioè alle aziende operanti nei "settori della convergenza" (telecomunicazione - elettronica - media). La "società dell'informazione" non va, naturalmente, considerata archiviata, perché le innovazioni introdotte da Internet non vengono meno, ma essa risulta sostanzialmente rallentata dagli aspetti di caduta della privacy e di possibilità di controllo inerenti alla stessa tecnologia e che si svilupperanno nei prossimi anni ad un ritmo e con un'ampiezza verosimilmente assai maggiore di quella della "rivoluzione dell'informazione", le cui prospettive per una svolta epocale vanno quanto meno riviste e rinviate ad un orizzonte temporale più lontano.
Anche se in maniera diversa, anche i flussi di investimento attraverso le frontiere hanno subito - e continueranno a subire per tutto il breve periodo del "futuro prevedibile" in campo finanziario - le conseguenze della fine di quella che abbiamo chiamato la "età dell'innocenza" coincidente con la globalizzazione. Non solo la caccia ai depositi bancari e ai finanziatori del terrorismo ha un po' spaventato gli investitori internazionali, spingendo - ad esempio - i capitali dei paesi arabi ed islamici ad abbandonare i piazzamenti americani, ma soprattutto si è rotto all'interno stesso del mondo occidentale il clima di fiducia tra investitori ed intermediari finanziari. Già la crisi delle "tigri asiatiche", nel 1997-1998, aveva dimostrato la minaccia che la globalizzazione finanziaria (con le connesse instabilità) faceva pesare sull'insieme del fenomeno della globalizzazione. In particolare la crisi dell'Indonesia, che era entrata nel circuito mondiale dei liberi flussi finanziari senza che la struttura produttiva del paese risultasse solidamente integrata nel sistema mondiale, aveva fatto singolare contrasto con la solidità della Cina, la cui tenuta - in assenza di convertibilità della moneta e in un clima di prudenza nei confronti della globalizzazione finanziaria - aveva di fatto posto termine alla serie di crisi a catena in Asia, dimostrando che il fenomeno determinante della globalizzazione restava l'integrazione produttiva. Della crisi e del rallentamento dei flussi finanziari hanno per altro approfittato le istituzioni statuali di alcuni importanti paesi per segnare alcuni non trascurabili punti nei confronti dei soggetti economici internazionali, scatenando una lotta contro i paradisi fiscali. Si è verificato così un vero capovolgimento. Da un lato si è avuto un riequilibrio tra Stati e imprese a favore dei primi, andando contro una delle principali caratteristiche della globalizzazione, mentre la costituzione di un organismo di azione finanziaria internazionale dai poteri sempre crescenti poneva un potente freno alla capacità delle diverse nazioni di concorrere tra loro per attrarre investimenti esteri, con uno sviluppo che era veramente l'ultimo che ci si sarebbe attesi dopo la fine del comunismo e dello statalismo in economia.
Per quanto riguarda i flussi di merci, è facile constatare che le instabilità e il declino della globalizzazione finanziaria hanno finito per consolidare la divisione internazionale del lavoro, quale essa si è configurata da quando le politiche di industrializzazione export led di quattro paesi (o meglio spezzoni di paese: Taiwan, Hong Kong e Singapore, piccoli frammenti della immensa Cina, e la Corea del Sud, a sua volta frammento di un paese diviso) erano diventate il modello applicato per uscire dal sottosviluppo da gran parte dei paesi dell'Asia orientale più qualche timida imitazione latino-americana, mentre da questa parziale "globalizzazione produttiva" restavano interamente escluse l'Africa e il mondo islamico. In altri termini, il fenomeno dell'inclusione del Terzo Mondo nel sistema mondiale del lavoro industriale era rimasto limitato alla sola regione sino-mongolica, cioè ad un quadro non globale, ma sub-globale. Di conseguenza, i nuovi flussi mondiali di merci hanno mostrato una tendenza a cristallizzarsi solo sugli assi tra Asia orientale e Costa occidentale degli Stati Uniti e in minor misura tra Asia orientale ed Europa. Questi due assi, aggiunti al tradizionale asse commerciale nord Atlantico, finivano per mostrare un sistema commerciale mondiale ridotto a una sola parte del Pianeta - relativamente piccola - senza nessuna vera tendenza a diventare globale. A ciò si aggiunge che, contrariamente a tutte le dichiarazioni di principio, il governo della principale potenza economica del mondo ha mostrato tendenze chiaramente autarchiche, aggiungendo nuove sovvenzioni alla propria agricoltura protetta e imponendo dazi doganali assai alti sull'acciaio. Sul piano operativo, poi, il commercio mondiale non può che essere influenzato che in senso antiglobale, dopo l'undici settembre, dal progetto americano di controllare eventuali infiltrazioni terroristiche negli Stati Uniti riducendo a una decina i porti di imbarco per le merci dirette negli Stati Uniti. Da una assai incompleta globalizzazione si è così passati a uno scenario per i prossimi decenni che evoca addirittura le vie commerciali monopolizzate del Medioevo.
Per quel che riguarda infine i flussi migratori da un paese all'altro e da un continente all'altro, essi - come già abbiamo detto - sono sempre stati quelli che hanno incontrato le maggiori resistenze, e che anche nel periodo post-comunista sono rimasti larghissimamente inferiori ai trasferimenti di popolazione verificatisi nel XIX secolo e nei primissimi anni del XX. Qualsiasi scenario in questo campo, che esso si riferisca all'Europa o agli Stati Uniti (cioè a quelli che sono stati paesi di destinazione di tali flussi) deve tener conto di sviluppi politici interni che fanno intravedere una netta chiusura ed un clima di paura e di sospetto verso la diversità. Ciò fa apparire il capitolo demografico-culturale come quello più chiaramente significativo della fine della globalizzazione e della multiculturalità che essa sembrava promettere per la maggior parte delle società del mondo.

Gli scenari dell'ordine mondiale
È possibile insomma sostenere - alla luce dei fatti e dell'evoluzione dei flussi sopra descritti - che la globalizzazione è già terminata, e che ogni esercizio previsionale all'orizzonte di 8-13 anni deve prendere in considerazione, come tendenze prevalenti e determinanti, non più - o non solo - i flussi spontanei divenuti così impetuosi a partire dalla metà degli anni ottanta, quando si manifestarono i primi vacillamenti del sistema sovietico, ma soprattutto quello che potremmo definire e chiamare il globalismo unilaterale americano. Questa azione unilaterale non avviene però in un mondo privo di altri soggetti collettivi con capacità autonome di reazione e di iniziativa. Vanno perciò anche tenuti presenti i conseguenti tentativi da parte degli altri attori mondiali di dar vita a una sorta di globalismo multilaterale.
Nel comportamento dell'attore internazionale destinato a restare comunque determinante nel futuro prevedibile - gli Stati Uniti -, ad un atteggiamento di principio nel complesso favorevole al proseguimento della globalizzazione (apertura dei mercati, deregolamentazione, riconoscimento del primato delle imprese sui poteri statuali) fa riscontro una prassi non sempre coerente. Per il prossimo decennio, perciò, è prevedibile il passaggio da un ordine mondiale tendenzialmente determinato dall'adesione spontanea di tutti o quasi gli attori ad un insieme di regole, o semplicemente di prassi, ad un sistema obbligato a gravitare verso la potenza egemone, anche per una evidente tendenza di tutti i poteri consolidati ad emarginare e a trattare con sospetto come pericolosi, non solo i propri nemici, ma anche ogni forza non politically correct.
Un "ordine" a decisioni altamente decentrate quale è stato quello dell'era della globalizzazione, sarà probabilmente sostituito da un "sistema" gerarchizzato, anche se organizzato a "geometria variabile" attorno alla potenza centrale. Al momento, tale sistema non ha ancora assunto rigidità. Non è cioè ancora chiaro - ad esempio - se la Russia sarà una potenza marginale del sistema americanocentrico oppure un elemento "revisionista" - e quindi parzialmente antagonista - che rivendicherà parte degli spazi e margini di influenza precipitosamente ceduti nel decennio successivo al disfacimento dell'URSS, e in tutto il periodo post-comunista. Sull'arco del futuro prevedibile, è comunque probabile che gli elementi di autonomia e di rivalità si accentueranno, in Russia, rispetto a quelli di subordinazione sistemica agli USA.
Analogamente, pur non essendo chiara - probabilmente non è stata ancora neanche decisa a Pechino - la linea della Cina, è possibile tracciare un quadro delle tendenze alla scadenza temporale del prossimo decennio. Quel che è chiaro è che l'economia cinese avrebbe bisogno di un minimo di altri dieci anni (e forse più) di sviluppo comparabile a quello successivo al 1978 per potersi permettere un comportamento da potenza in grado di limitare la preponderanza degli Stati Uniti. Ciò è vero - naturalmente - solo a condizione che non si presentino forti elementi di discontinuità in un senso o in un altro, ad esempio, una crisi del modello economico americano, oppure un breakthrough scientifico-tecnico che ne consolidi la supremazia in maniera non capovolgibile per un lunghissimo periodo. In tal caso, i tempi di una forte "autonomizzazione" politico-militare della Cina rispetto agli USA, oggi predibile all'orizzonte temporale del 2012-15, potrebbero invece essere accelerati da un esaurimento dei mercati di esportazione dei prodotti cinesi e da una conseguente riconversione del sistema produttivo della Cina verso i consumi da potenza (cioè verso l'infrastrutturazione militare del Paese).
L'emergere degli USA come potenza egemone del nuovo ordine mondiale è stata facilitata, nell'ultimo decennio, dal fatto che l'America godeva di una leadership riconosciuta da tutto l'Occidente in funzione anticomunista e dalla Cina in funzione antisovietica. A ciò si è aggiunto il bisogno dell'ex superpotenza rivale di essere "recuperata", dopo la rinuncia alla funzione imperiale e i successivi dissolvimento dell'URSS e saccheggio della Russia condotto dall'esterno. Tutto ciò ha consentito agli Stati Uniti di utilizzare le strutture di comando concepite nel quadro della riconosciuta funzione di leadership del passato, nel periodo dell'equilibrio tra blocchi, per tentare di imporre un dominio globale che non si giustifica più nei rapporti di forza economica tra i vari Paesi (e gruppi di Paesi) del mondo. Nel giro di 8-13 anni è prevedibile quindi una profonda ristrutturazione degli organismi e delle alleanze nella logica del nuovo equilibrio mondiale.
La riorganizzazione delle alleanze in maniera ancor più radicale di quella che ha portato alla creazione del Consiglio Russia-Nato è un evento che caratterizzerà il quadro del prossimo decennio, naturalmente in maniera consona ai rapporti di forza, militari ed economici, tra i vari soggetti del sistema mondiale. E questi rapporti di forza sono caratterizzati dal fatto che la fine della Guerra Fredda ha coinciso con un rilasciamento dello sforzo militare di tutti i Paesi tranne l'America. Ciò, nel breve termine, ha dato agli Stati Uniti una superiorità militare prima mai conosciuta. E in prospettiva, è possibile che questa superiorità sia destinata ad accentuarsi, in quanto in America tutta la ricerca tecnologica, e persino scientifica, è finanziata e orientata a fini militari, mentre nel resto del mondo ha altre priorità. In particolare in Giappone è orientata alla comprensione dei fenomeni climatici. Per questi fenomeni invece l'America, almeno nei primi mesi dell'amministrazione Bush, ha dimostrato scarsa sensibilità.
Un elemento di forte incertezza sullo scenario della realtà internazionale, all'orizzonte 2010-2015, è se sia o meno possibile estrapolare questa situazione attuale ed ipotizzare che la divergenza tra l'impegno militare degli Stati Uniti e degli altri Paesi duri ancora in futuro. In questo arco temporale appare in realtà improbabile che gli Americani saranno disposti a pagare per uno sforzo in campo militare analogo, se non maggiore, a quello del periodo della guerra fredda, mentre verosimilmente il resto del mondo sarà impegnato in obiettivi più orientati al benessere.
Tutto lascia pensare che ciò non avvenga, perché - al di là delle tensioni nel terrorismo - la realtà dei fatti è che non esiste una potenza rivale dell'America in grado di minacciare la sicurezza del Paese e di giustificare agli occhi del contribuente americano un tale sacrificio per molti anni. La teoria dello "scontro delle civiltà" che era destinata proprio a "inventare il nemico" per tenere mobilitata l'America e, possibilmente, il resto dell'occidente dietro di essa, è infatti troppo fragile. Non solo non si è realizzata l'alleanza islamico-confuciana (sicché il mondo islamico - anche quando fosse convertito in un nemico totale - non può da solo costituire una minaccia credibile), ma la stessa America rischia addirittura di conoscere un'altra fase di assenza di focus esterno come quella descritta dallo stesso Huntington alla fine del '97.
Uno scenario non impossibile è infatti quello in cui - come reazione ad un accentuato protagonismo americano - una crescente chiusura dell'Europa su se stessa coincida con un riemergere della Russia come potenza regionale nel quadro di un ordine mondiale gerarchico con al vertice gli Stati Uniti. La Russia è infatti uno degli esportatori di petrolio su cui gli Stati Uniti puntano nella loro strategia di ridurre il peso dei Paesi Opec nella politica mondiale.
L'accettazione di tale posizione di leadership ha cominciato però a erodersi rapidamente, non molto dopo l'undici settembre, sicché è verosimile che all'ordine globale unilateralista a dominante americana venga rapidamente contrapposta la visione di un ordine globale multilaterale. Con tutti i limiti del trattato sul Tribunale Penale Internazionale, il contrasto su questo argomento tra Europa e Stati Uniti ne costituisce già un primo segno, ma altri e forse più importanti possono essere relativi al campo economico come ad esempio i contrasti in sede Gatt dalle cui disposizioni Washington pensa di essere sciolta unilateralmente. Anche la crisi del dollaro è in questo senso significativa. In passato, soprattutto nel decennio post-comunista, il deficit costante della bilancia commerciale americana era accettato dagli altri Paesi che accumulavano nelle loro casse - e nelle tasche dei loro cittadini - pezzi di carta verde forniti dagli americani in cambio di beni reali. Che lo scambio fosse ineguale era solo apparente, l'America infatti esportava un bene chiamato "fiducia". Ed era per questo che il resto del mondo accettava lo squilibrio commerciale. Al momento attuale ciò non è più vero, come conseguenza dell'evoluzione interna agli Stati Uniti. Ed un forte attivismo unilaterale americano potrebbe aggravare la situazione interna.
Per quanto riguarda tale attivismo politico-militare, nel periodo medio-breve è probabile un uso intensivo di strumenti militari in guerre contro "Stati canaglia", scelti secondo i criteri più vari, e in "Stati falliti" in cui possono trovare terreno fertile movimenti a-statuali e globalizzanti di opposizione all'ordine unilaterale post-globalizzazione. Ma in un periodo più lungo, le prospettive della potenza militare appaiono meno ottimistiche.
Ogni previsione oggi possibile del sistema internazionale, mostra che - indipendentemente dall'uso sistematico della forza da parte della potenza egemone del sistema e dei suoi alleati, più o meno occasionali - la divaricazione nelle condizioni sociali ed economiche dei popoli andranno accentuandosi. Di conseguenza andrà crescendo per frequenza e intensità il fenomeno del fallimento degli Stati, obbligando la potenza centrale del sistema ad interventi sempre più frequenti. Oltre questo scenario, che potrebbe comunque esaurirsi anche prima dell'orizzonte decennale, ogni previsione deve tener conto delle due ipotesi alternative della "non tenuta" socio-politica del "centro" del sistema, oppure di una svolta scientifico-tecnologica tale da cambiare completamente la natura delle società, con conseguenze imprevedibili nel sistema internazionale.

Il futuro dell'Europa

Uno scenario a 8-13 anni della collocazione e del ruolo dell'Europa nel sistema internazionale deve tener conto dell'ambiguità del processo di unificazione europeo rispetto a quello che va sotto il nome di globalizzazione, che - va ricordato - è intervenuto in un momento successivo a quello in cui furono avviati i Trattati di Roma, ed in un clima politico generale radicalmente diverso.
Nel periodo post-comunista, l'Europa poteva essere considerata come un building block se non della globalizzazione (che allora non esisteva, o almeno non veniva percepita come tale) di una liberalizzazione a livello mondiale, nel senso che l'abbattimento delle frontiere tra i propri membri - e poi il rapido allargamento a molti altri Stati - veniva visto più come il risultato di un programma di eliminazione degli ostacoli agli scambi tra europei, che dell'idea di costruire un nuovo potente soggetto politico sopranazionale. Nello scorso decennio, con la conversione di massa del conformismo prevalente al liberoscambismo, era stato quasi dimenticato che originariamente il processo di integrazione dell'economia del Vecchio Continente aveva come finalità anche quella di garantire alcune autosufficienze collettive - in campo alimentare ed energetico ad esempio -, aveva cioè carattere assai diverso da quello che avrà in seguito alla globalizzazione, i cui flussi tendevano a creare una interdipendenza generalizzata a livello mondiale. All'orizzonte del prossimo decennio, però, successivamente alla fine della globalizzazione spontanea, è prevedibile un riemergere delle vocazioni all'autosufficienza e alla chiusura semi-autarchica (a livello continentale, e non più nazionale, naturalmente), sicché l'Europa potrebbe progressivamente configurarsi come un vero e proprio stumbling block sulla strada di un mondo globale.
Questo scenario non appare immediatamente evidente agli osservatori italiani, in quanto l'Italia, a differenza di Francia e Germania, ha vissuto l'avventura europea essenzialmente in funzione anti-provinciale ed anti-autarchica. Ha cioè sempre visto l'Europa come un building block di un mondo aperto agli scambi, ai flussi innovativi, alla diffusione di nuove idee.
Ciò non significa però che - a dieci o quindici anni da oggi - sia certo che l'Europa si presenterà come una entità isolata e chiusa in se stessa. Ciò è in primo luogo reso improbabile dai problemi di approvvigionamento energetico, che avranno un ruolo fondamentale nella politica estera di tutto il prossimo decennio. Ed in secondo luogo c'è da tenere presente che, nello scenario determinato dall'unilateralismo globale degli Stati Uniti, anche un'Europa costruita sulla base del vecchio principio dell'autosufficienza dovrà prendere atto delle nuove circostanze e delle nuove condizioni geo-strategiche determinate dal ruolo "imperiale" degli USA.
È evidente, infatti, che sta prendendo corpo un progetto tendente a sostituire un pericolo "verde" al vecchio pericolo "rosso" presentando agli Occidentali l'intero Islam come complice obiettivo di Al Qaeda. E per di più trasformando questa solo parziale verità in una realtà indiscutibile, attraverso comportamenti che tendono a gettare effettivamente l'intero Islam su quella posizione estrema.
Il quadro geo-strategico che rischia di risultare da tale condotta è caratterizzato soprattutto dal progetto di una guerra per trasformare politicamente l'Iraq più o meno com'è stato trasformato l'Afghanistan, con la sostituzione di Saddam con un equivalente di Karzai. Ciò implica anche una profonda trasformazione del ruolo della Giordania, che si trova nella scomoda posizione di confinare con Israele da un lato e con l'Iraq dall'altro. Ed implica poi, una democratizzazione "violenta" dell'Iraq le cui risorse petrolifere diventerebbero a questo punto sfruttabili intensivamente e liberamente esportabili, determinando una forte riduzione del ruolo dell'Arabia Saudita nel mercato petrolifero.
Se si tiene conto dei difficili rapporti che nonostante un qualche recente miglioramento permangono tra Libia e Stati Uniti è facile capire come il Mediterraneo finirebbe per diventare più il fronte di uno scontro di civiltà alla Huntington, ed anche di infiltrazioni terroristiche e di puro e semplice contenimento dei rifugiati, che una possibile area di cooperazione tra le due sponde. L'alternativa tante volte ventilata tra collaborazione euro-mediterranea e collaborazione tra le due Europe, dell'Est e dell'Ovest, risulterebbe seriamente condizionata da una ovvia preferibilità della seconda.
L'accessione di nuovi membri alla Comunità - da completare, almeno secondo gli impegni ufficiali, ben prima dell'orizzonte temporale preso in considerazione in questa sede - mostra peraltro già un chiaro indirizzo in tal senso, nonostante tutte le perplessità della Francia di fronte all'ipotesi della nascita di una sorta di Commonwealth germanico in Europa centrale e orientale. L'espansione del Mediterraneo del Nord, il mar Baltico, risulterebbe cioè preferibile e immediatamente attuabile. In che misura questa sorta di Lega Anseatica possa estendersi verso oriente e in che misura avrà una struttura aperta, sarà cioè un building block di un mondo in cui possano continuare a dispiegarsi i flussi caratteristici della globalizzazione, sarà determinato dall'evoluzione della Russia e soprattutto dal suo rapporto bilaterale con gli Stati Uniti.

Conclusioni
Nel secondo decennio del XXI secolo il quadro globale dovrebbe dunque essere caratterizzato - a meno di sconvolgimenti traumatici determinati da una crisi ambientale generalizzata o dal collasso del sistema economico e sociale dell'Occidente - da un ordine mondiale gravitante sul nord America, che potrebbe risultare grandemente rafforzato da una nuova ondata di innovazioni tecnologiche, e contrapposto a forze e movimenti principalmente a carattere a-statuale tendenti a contestare e a rivedere profondamente non solo l'ordine mondiale ma gli stessi principi di base su cui esso è fondato. A seconda delle scelte politiche più o meno unilateraliste che saranno attuate nell'immediato futuro dall'autorità politica americana altri due centri minori di potere, la Russia e la Cina, potranno alternativamente essere schierate a difesa dello status quo globale politico ed economico pur restando sostanzialmente diverse per quel che riguarda i principi fondamentali della società (democrazia, diritti umani) dalla cultura dell'Occidente. In alternativa, queste due potenze minori potranno assumere un ruolo "revisionista" dell'ordine mondiale in qualche modo dando vita a un equilibrio instabile con soggetti multipli e di natura diversa. La vera incognita in uno scenario al 2010-2015 resta l'Europa, che potrebbe, procedendo in ordine sparso, autocondannarsi alla totale irrilevanza o diventare addirittura un elemento grave di instabilità del sistema mondiale, oppure - in un quadro di unità - essere uno degli elementi di stabilità di un ordine mondiale caratterizzato da elementi di multipolarità.

 

Segue...

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