FISICA/MENTE

 

Che succederebbe se l’OPEC passasse all’Euro?


di Paul Harris, da Soberania.info - Traduzione di Tito Pulcinelli
tratto da www.informationguerrilla.org

L'idea ossessiva di Bush su Bagdad si basa su molte ragioni. In altri articoli che ho scritto per YellowTimes.org, feci allusione non tanto alle ovvietà delle ragioni addotte contro l'Iraq, bensì alla guerra di Bush contro l'Europa. Io credo che questa sia la ragione principale della fissazione con l'Iarq.
Quando un paese va in guerra, si preparano piani su chi sarà vittorioso e su chi perderà; nessuno scatena una guerra sperando di essere sconfitto, però non sempre l'obiettivo manifesto dell'aggressione é l'obiettivo vero della guerra. A volte non si tratta di quel che speri di ottenere con la guerra, bensì di quello che gli altri perderanno; e non deve per forza essere un tuo nemico dichiarato quello che ti aspetti che soffrirà le conseguenze maggiori della guerra.
In questo caso, Bush spera che la vittima sia l'economia europea, che é robusta e probabilmente sarà ancor più forte in un futuro vicino. L'ingresso della Gran Bretagna nell'Unione Europea é inevitabile; la Scandinavia lo fará in tempi ravvicinati. A maggio del 2004, entreranno dieci nuovi paesi e questo fará aumentare il PIL dell'UE a circa 9,6 trilioni di dollari e 280 milioni di persone, di fronte ai 10,5 trilioni di dollari e 280 milioni di persone degli USA. Questo, per i nord-americani, é un formidabile blocco concorrente; ma la situazione é molto più complessa di quel che indicano queste cifre. E molto dipende dalla piega che prenderanno gli avvenimenti in Iraq.
Come tanti altri, ho scritto che questa guerra che é alle porte si combatterà per il petrolio. Sicuramente vi sono altre ragioni, però il petrolio é la causa scatenante. Ma non per le ragioni che comunemente si adducono.
Non é per le enormi riserve ancora vergini che si ritiene esistano in Iraq, che non sarebbero state sfruttate a causa delle sue antiquate tecnologie; non é per le brame del governo USA di mettere le zanne su questo petrolio. E' piuttosto per le zanne che i nord-americani vogliono mantenere lontano da lì.
La causa di tutto questo non é l'11 di settembre, né l'improvvisa illuminazione che Saddam continuava ad essere un tipo ripugnante, né il cambio di governo negli Stati Uniti. Quel che ha accelerato le cose é stata la decisione presa dall'Iraq il 6 di novembre del 2000: sostituire il dollaro con l'euro nel suo commercio petrolifero. Allora, questo cambio sembrò uno stupido capriccio, perché l'Iraq stava perdendo una gran quantità di utili a causa di una dichiarazione politica di principio.
Però prese questa decisione, e il deprezzamento continuo del dollaro nei confronti dell'euro, sta a significare che l'Iraq fece un buon affare cambiando riserve monetarie e divise per il commercio del proprio petrolio. Da quel momento, l'euro si é rivalutato del 17% sul dollaro, cosa che si deve applicare pure ai 10 bilioni di dollari del fondo di riserva dell'ONU "petrolio per cibo".
Sorge una domanda che, probabilmente, si é posto anche Bush: che succederebbe se l'OPEC passasse all'euro?
Alla fine della seconda guerra mondiale, nella conferenza di Bretton Woods venne firmato un accordo che fissava il valore dell'oro a 35 dollari l'oncia e con questo divenne lo standard internazionale con il quale si misuravano le monete. Però nel 1971, Nixon cancellò tutto questo, e il dollaro divenne lo strumento monetario principale, e solo gli USA possono produrlo. Il dollaro oggi é una moneta priva di copertura, sopravalutato, nonostante il record del deficit di bilancio e lo status di paese più indebitato del mondo. Il 4 di aprile del 2002, il debito era di 6021 trilioni di dollari a fronte di un PIL di 9 trilioni di dollari.
Il commercio internazionale é diventato un meccanismo grazie al quale gli USA producono dollari e il resto del mondo produce quel che i dollari possono comprare. Le nazioni non commerciano più per ottenere "vantaggi comparativi", ma solo per ramazzare dollari da destinare al pagamento del debito estero, che é fissato in dollari. E per accumulare dollari nelle riserve monetarie con la finalità di preservare il valore delle monete nazionali. Le banche centrali delle nazioni, per prevenire attacchi speculativi alle proprie monete, sono costrette a comprare o trattenere dollari, in una misura equivalente all'ammontare del proprio circolante.
Tutto ciò crea il meccanismo del dollaro forte che, a sua volta, obbliga le banche centrali ad immagazzinare dollari, cosa che rende ancor più forte il dollaro. Questo fenomeno é conosciuto come "egemonia del dollaro" e fa sì che le merci strategiche -soprattutto il petrolio- siano quotate in dollari. Tutti accettano i dollari perché con essi si può comprare il petrolio.
Dal 1945, la forza del dollaro consiste nell'essere la divisa internazionale per gli interscambi petroliferi globali (petro-dollari). Gli USA stampano centinaia di migliaia di miliardi di dollari senza nessun tipo di copertura: "petro-dollari" che sono usati dalle nazioni per pagare la fattura degli energetici agli esportatori dell'OPEC. Ad eccezione dell'Iraq e, parzialmente, del Venezuela.
Questi petro-dollari sono poi riciclati nuovamente dall'OPEC negli USA, sotto forma di lettere del tesoro o altri titoli con denominazione in dollari: azioni, beni immobiliari ecc. Il riciclaggio dei petro-dollari rappresenta il beneficio che, dal 1973, gli USA ricevono dai paesi produttori di petrolio per "tollerare" l'esistenza dell'OPEC.
Le riserve di dollari debbono essere investite nel mercato nord-americano, cosa che, a sua volta, produce utili per l'economia USA. L'anno scorso, nonostante un mercato in netto ribasso, l'ammontare delle riserve USA é cresciuto del 25%. L'eccedente nei conti dei capitali finanzia il deficit commerciale.
Dato che gli USA creano "petro-dollari", loro controllano il flusso del petrolio. Siccome il petrolio si paga in dollari e questa é l'unica moneta accettata in questi scambi, si arriva alla conclusione che gli USA possiedono il petrolio del mondo gratis.
Di nuovo: che succederebbe se l'OPEC decidesse di seguire l'esempio dell'Iraq e cominciasse a vendere il petrolio in euro? Una esplosione economica. Le nazioni importatrici di petrolio dovrebbe mettere in uscita i dollari dalle rispettive riserve delle banche centrali, e rimpiazzarli con gli euro. Il valore del dollaro precipiterebbe, e le conseguenze sarebbero quelle di un qualsiasi collasso di una moneta: inflazione alle stelle (vedi Argentina), i fondi stranieri in fuga dal mercato dei valori nord-americano e ritiro dei fondi dalle banche come nel 1930 ecc.
Tutto questo non avverrebbe solo negli USA. Il Giappone ne uscirebbe severamente castigato, data la sua totale dipendenza dal petrolio straniero e l'incredibile sudditanza al dollaro. Se crollasse l'economia giapponese, crollerebbero quelle di molti paesi -non escluso gli USA- in un effetto domino.
Questi sarebbero gli effetti potenziali di un "improvviso" passaggio all'euro. Un cambio più graduale sarebbe più gestibile, ma altererebbe ugualmente l'equilibrio finanziario e politico del mondo. Vista la vastità del mercato europeo, la sua popolazione e la sua necessità di petrolio (ne importa più degli USA), l'euro potrebbe rapidamente diventare -di fatto- la moneta standard per il mondo.
Esistono buone ragioni perché l'OPEC -come gruppo-segua l'esempio dell'Iraq e adotti l'euro. Non vi é dubbio (dopo tanti anni di umiliazioni subite dagli USA) che potrebbero approfittare delle circostanze per emettere una dichiarazione politica di principi. Ma esistono anche solide ragioni economiche.
Il poderoso dollaro ha regnato incontrastato dal 1945 e negli ultimi anni ha guadagnato ancor più terreno con il dominio economico USA. Alla fine degli anni ‘90, più dei quattro quinti delle transazioni monetarie e la metà delle esportazioni mondiali, sono avvenute in dollari. L'obiettivo della guerra di Bush contro l'Iraq, naturalmente, é assicurarsi il controllo di quei giacimenti e porli sotto il segno del dollaro; successivamente passerà ad incrementare esponenzialmente la produzione e forzare i prezzi al ribasso. Alla fin fine, l'obiettivo di Bush é scongiurare con minacce di ricorrere alle vie di fatto, che qualsiasi paese produttore passi all'euro.
A lungo termine, il vero obiettivo non é Saddam, é l'euro e l'Europa. Gli USA non se ne staranno con le mani in mano ad assistere allo spettacolo di questi "ultimi arrivati" degli europei che tengono in pugno le redini del loro destino. E men che mai, che assumano il controllo della finanza internazionale. Naturalmente, tutto dipende dal folle piano di Bush e, soprattutto, che non scateni la terza guerra mondiale.


www.disinformazione.it


Sull'imperialismo, l'uranio, la Nato, la Palestina e altro ancora 

di Fulvio Grimaldi

 

Per chi avesse sognato di vivere in un mondo inesorabilmente unito da quel fenomeno naturale , peraltro ciclico, della globalizzazione, in cui tutti erano d’accordo di fare tutto con tutti, di stare insieme armonicamente nella Nato, nel Fmi, nella Bm, nel G7, nell’Omc, l’inizio anno, secolo, millennio sono suonati come una brusca sveglia. Una sveglia suonata da due trombettieri: uno che urlava “uranio 238”, l’altro che ribatteva strepitando “terrorismo”. A corredo, parole antiche, quasi desuete: “fedeltà atlantica”, “schieramento occidentale” e, addirittura, “civiltà occidentale” e, perfino, “democrazia occidentale”. Tutte ripetute tanto più accanitamente, quando più la loro sostanza si assottigliava. Ci resta solo da attendere il fatidico “non possiamo non dirci filo-americani” del canuto padre della patria. Con buona pace di coloro che pensavano tutto fosse sopito, che i supremi regolatori del sistema pianeta, appunto i Fmi, le Bm, ecc., alti nell’empireo di una realtà misteriosa, opaca, inafferrabile, ma certo superiore avessero fatto del mondo un circolo della briscola. Con uno solo che da le carte, ma appunto briscola.. Che sviste! Tutt’a un tratto gli è esplosa in mano una roba di cui si erano scordati financo il nome: contraddizione interimperialistica. Gliela aveva nascosta l’anfibio militare che gli Usa sono soliti schiacciare in faccia a grandi e piccini, amici e avversari: “la buttiamo sul militare, sulla guerra e voi europei, con le vostre fisime, i vostri interessi, potete andare per nespole.” Eppure, tra un chiodo e l’altro dell’anfibio, non era difficile percepire gli assembramenti, i subbugli, le scazzottate, che so, sulla carne agli ormoni che, respinta dagli europei, avrebbe mandato in rovina gli allevatori americani; o sul transgenico che, senza mercato europeo, avrebbe visto le corporations agricole Usa buttarsi dal 50° piano di Wall Street. O la questione dell’esercito europeo agli ordini - tantissimo, così così, poco, pochissimo - della Nato, che è come dire il guinzaglio a stelle e strisce al collo dei botoli europei. Si era intravisto lo scazzo sulle tecnologie militari da acquistare, quello su Jugoslavia sì-Jugoslavia no e, poi, a chi cosa della Jugoslavia. Qualcuno si è ricordato che qualcuno aveva ucciso Enrico Mattei, qualcun altro aveva pensato al Moro detestato da Kissinger, altri, almeno fino allo scorticamento con i trucchi finanziari di George Soros delle tigri asiatiche, aveva teorizzato i tre grandi poli imperialistici in gara sulle corsie africane ed asiatiche dei mercati, delle risorse naturali, della forzalavoro rivestita di catene. Ora coloro che avevano parlato di imperialismo, cioè, se proprio si vuole, la globalizzazione a guida Usa, e, peggio, di contraddizioni interimperialistiche, quando hanno sentito singhiozzare l’Europa per le decimazioni all’uranio e, di conseguenza, per tutte le schifezze della schifezza guerra d’aggressione e gli Usa scatenarle contro il narcotico “terrorismo”, si sono aggiustati la cravatta, hanno tirato fuori il petto e stanno passeggiando per il corso lungo una serie di scappellate. Avevano previsto la falange, l’avevano vista arrivare, avevano spiegato come fermarla. Questa falange la guerra Usa-Europa l’ha portata al sole, come fanno i caterpillar. E se poi vi saranno secchiate d’acqua gettate dai padroni del mondo e dai loro maggiordomi su queste braci, la contraddizione interimperialistica avrà chi, tra gli uranizzati, i mandati al macello, i privati del diritto, i derubati per spendere sul militare, i flessibili di ogni specie, vorrà invece rinfocolarle perché divampino. E anche i palestinesi, con il loro “o patria o muerte”, avranno qualche zolfanello da contribuire. Loro che la falange ce l’hanno addosso.
La falange macedone è tornata di moda. Basta guardare la carta geografica per rendersi conto cosa si nasconde dietro al fenomeno della globalizzazione, quello smoking sotto al quale gli Usa e gli imperialismi minori europei e dell’Estremo Oriente indossano la divisa e le armi, magari all’uranio 238, dei loro assalti genocidi a popoli e risorse da riportare sotto lo stivale del colonialismo ottocentesco. Alessandro Magno non avrebbe saputo fare meglio: la punta della falange collocata in Turchia e proiettata verso il cuore dell’Asia, a conquistarne le risorse e ad assediare i potenziali rivali, Russia, Cina, India. Lo aveva detto chiaramente un libro bianco del Pentagono fin dal 1992: gli sforzi degli Stati Uniti per garantirsi l’egemonia mondiale (ecco la globalizzazione mascherata da “civile” mediante i terminali del complesso militare-industriale-politico statunitense: Fmi, Omc, Bm, G7) devono anzittutto impedire il riemergere di un rivale. I due fianchi della falange: la penetrazione verso Est attraverso i Balcani disintegrati e l’Europa, ridotta all’obbedienza facendo giocare la stellare superiorità militare Usa; il Medioriente assoggettato attraverso la rimozione dei punti di resistenza alla normalizzazione americana costituiti dall’Algeria (dunque sovversione anarco-integralista), dalla Palestina (soluzione finale per mano israeliana), dall’Iraq, potenza regionale e punto di riferimento per le mai sopite speranze di rivoluzione nazionale, mai morte tra le masse arabe (liquidazione totale attraverso guerra, embargo, uranio 238). In questa accelerazione offensiva impressa alla politica estera Usa da Bill Clinton si inseriscono tutte le iniziative destinate a sopprimere ogni punto di attrito all’interno dei paesi vassalli, governati da oligarchie politico-militar-mafiose, colluse in virtù di ricatti, garanzia di potere, minacce di destabilizzazione, prebende agli apparati finanziario-economici.
In primo luogo l’eliminazione nei termini più sanguinari di fattori di disturbo interni alla Turchia, come l’opposizione di sinistra che si è arrivati, con l’Europa che voltava la faccia dall’altra parte,a carbonizzare nelle carceri e, soprattutto, il popolo curdo e della sua rivoluzione armata, sospinta alla mercè dei tagliagole proconsolari del Puk di Talebani in Iraq, dopo la sconcertante resa unilaterale di un leader incarcerato e torturato, in tutta evidenza non padrone di sé. La persistente aggressività statunitense, per mano delle bande brigantesche e narcotrafficanti dell’ex-Uck e di formazioni simili in Montenegro ed Albania. Questa, col duplice obiettivo di tenere sotto pressione una Jugoslavia abitata da un popolo da sempre infido e nella quale la partita tra il Quisling Goran Djindjic e l’ondivago Vojislav Kostunica non è ancora risolta, e di costringere all’allineamento un’Europa terrorizzata dalle tensioni politico-sociali che potrebbero essere innescate da una nuova guerra balcanica. Infine, la militarizzazione, lungo linee strategiche dettate dagli Usa, dei paesi europei, con una formidabile accelerazione dei processi di criminalizzazione e repressione di ogni espressione di antagonismo sociale, antimperialista, pacifista, nonché di un capillare controllo sociale, di promozione a istituzione sopra le istituzioni di corpi militari (Carabinieri) e di professionalizzazione delle forze armate nell’ambito della nuova Nato d’attacco, anche nucleare, illegittima sul piano costituzionale e delle procedure parlamentari violate. 
In questo contesto, per iniziativa di giornalisti e parlamentari di Rifondazione Comunista, si è verificato l’imprevisto: la dirompente rivelazione che la “guerra umanitaria” non era né umanitaria, né “pulita”, ma che il massiccio uso di proiettili e missili all’uranio 238, oltre a innescare un genocidio strisciante, già collaudato in Somalia e più mostruosamente in Iraq, dei popoli renitenti, non faceva differenza tra queste popolazioni civili e i militari dei paesi mercenari. Si è trattato della più grossa contraddizione esplosa nell’arco di cinquant’anni di Alleanza Atlantica, tra europei, da un lato, e comando politico-militare statunitense e britannico della Nato e, più significativamente, tra popolazioni che si sono viste sacrificate agli appetiti dell’imperialismo e dei loro governanti, collusi con l’operazione di pulizia etnica e sociale più scellerata dai tempi del nazifascismo e di Hiroshima. La reazione di Washington e dei suoi sicofanti europei alla prospettiva, ora davvero credibile, di finire nei tribunali sia del diritto, sia dei popoli, sia della storia, ha avuto il noto svolgimento previsto per queste occasioni dai manuali Cia. La chiusura dell’ambasciata a Roma come schiaffo a un presidente del consiglio che aveva osato l’impensabile: chiedere lumi alla Nato sulle cause della strage di militari italiani contaminati dall’U238 (delle popolazioni avviate verso il destino iracheno di un milione e mezzo di morti, in gran parte da U238, non interessa dar conto: trattasi di quegli imbecilli di kosovari che si sono fatti scoprire fuggire dalle bombe Nato - a buona ragione come s’è visto - piuttosto che dalla poi svaporata “pulizia etnica” serba). Il parallelo lancio della campagna terroristica contro un terrorismo - capofila Osama Bin Laden, da sempre manutengolo Cia - che tutta la storia dell’imperialismo ci insegna essere nella quasi totalità un autoterrorismo finalizzato alla soppressione del dissenso. 
All’ossessivo allarme terrorismo si sono subito accompagnate le salmerie dei corifei mediatici, quali intellettualmente soft, quali con la grazie della mannaia. Si va da un Adriano Sofri, il falsificatore ad uso Nato delle stragi musulmane a Sarajevo e a Racak, che interviene sul mattatoio allestito in Palestina da Israele con un oceanico studio sull’innocenza ebraica e sulla colpevolezza romana nel processo a Gesù (storia già documentata da ben altri studiosi), a quei centri sociali del Nord Est, fraterni amici delle organizzazioni Cia in Jugoslavia (Otpor, Alleanza Civica), che rifiutano di partecipare alle manifestazioni in difesa del popolo palestinese massacrato perchè “non ci riconosciamo nella parola d’ordine Due Stati per Due Popoli, essendoci estranea (come all’imperialismo nei confronti degli stati da assoggettare, ndr) la nozione di Stato”. Oppure da certi democratici che insistono per il processo a Slobodan Milosevic per pulizie etniche (smentite da tutti gli investigatori) ed espulsioni (provocate da 78 giorni di bombardamenti Nato all’uranio), per poi adombrarsi della “violenza” nei territori occupati, tra bambini con pietre, senza patria, senza terra e spesso senza casa, e serial-killer con tiratori scelti, carri armati e Apache, forniti di munizioni all’U238 (fonti sulle consegne di proiettili all’uranio: Ufficio Ambiente delle FFaa Usa e Istituto di Ricerca olandese LAKA). Per finire con l’incongruenza dei moderati che, dopo aver alimentato il “partito del nè-ne”, né con la Nato, né con il dittatore Milosevic reo quantomeno di autoritarismo e corruzione, si schierano con Arafat, opportunamente nel contesto attuale, ma senza adottare la stessa equidistanza alla luce di fenomeni di corruzione ed autoritarismo dell’Anp (Autorità Nazionale Palestinese) rispetto ai quali il governo di Milosevic era un giardinetto di gigli.
Mirabilia di certo pacifismo.
Mi sono trovato a viaggiare con un legambientino pacifista per buona parte del campo di concentramento chiamato Territori Occupati. Per arrivare in qualsiasi villaggio o città sotto controllo palestinese, in quella allucinata fisionomia butterata dal vaiolo degli insediamenti che sono la Cisgiordania e Gaza, si impiega dieci volte il tempo che occorrerebbe se si potessero percorrere le ampie strade riservate ai coloni ed ai loro presidi armati. Il percorso è un gioco dell’oca, con in alto i moderni e lussuosi insediamenti colmi d’acqua potabile, per piscine e irrigazione di territori incessantemente confiscati ai palestinesi e, in basso, a portata di fucilate ad arbitrio degli umori coloniali, le case degli occupati, sistematicamente rinserrate da barriere ufficiali o allestite dai coloni. Lavoratori che non hanno reddito dal 24 settembre 2000, inizio della nuova Intifada di Al Aqsa, perchè non possono raggiungere i posti di lavoro, studenti impediti di andare a scuola, famiglie che non si possono rifornire di viveri e combustibili, trattenute di buste paga per 7 miliardi di dollari in tre mesi non restituite sotto forma di indennità di disoccupazione, assistenza sanitaria, pensioni, e quindi rubate da Israele. A Hebron sono entrato nella casa di un medico, nella città storica dei crociati ed ottomani, sui cui piani superiori si sono installati militari “a difesa” dei 400 coloni fascisti arrivati dagli Usa e insediatisi nel cuore del centro arabo. Dopo aver spaccato le tubature d’acqua e i cavi della luce del padrone di casa, oltre a riempirne dei loro rifiuti e delle loro feci il giardino e cortile, i soldati sparano quando gli gira contro le case arabe sottostanti. Nella giornata della nostra visita uccidevano una ragazza di 18 anni e ne ferirono l’amica all’interno di un appartamento. Più tardi, siamo capitati nella sparatoria contro un gruppo di civili palestinesi, alla disperata ricerca di viveri nel mercato sotto coprifuoco, e altri due palestinesi rimasero feriti. Questa volta però, i Tanzim (milizia palestinese), pareggiarono il conto, con altrettanti feriti da parte israeliana. In un’altra occasione, al posto di blocco di Belua, che blinda Ramallah verso Nord, nel solito scontro tra fucilatori israeliani dietro a blindati e tank e ragazzi palestinesi con le fionde di Davide, ci sono caduti a fianco in un’ora cinque feriti, dei quali una ragazza. Come fare, a questo punto, i grilli parlanti e rimproverare ai palestinesi di ricorrere, nell’ora del loro strangolamento e degli eccidi, alla lotta armata? Il mio amico non violento, brav’uomo, appariva disgustato dalla sfilata di uomini armati nell’anniversario della fondazione di Al Fatah, mi parlava della necessità imperativa per i palestinesi di dialogare con l’altra parte e si disperava di quanta strada dovessero percorrere per “arrivare ad amare i coloni”. 
A Betlemme incontriamo Kamal Nasser che è dirigente sia della formazione di elite di Fatah, Forza 17, sia del Partito del Popolo (erede del partito comunista palestinese): “Il piano di pace di Clinton è uguale al diktat di Rambouillet e soddisfa esclusivamente gli interessi colonialistici israeliani, negandoci unità nazionale, capitale, frontiere, continuità territoriale, ritorno almeno di parte dei cinque milioni di profughi e punta soltanto a farci fare la figura di chi rifiuta ogni soluzione. Soltanto da Betlemme sono dovuti andarsene 250.000 betlemiti. Qui il 30% della popolazione vive di turismo, ma gli alberghi, ristoranti e negozi sono vuoti. L’esercito israeliano impedisce l’entrata e l’uscita. L’anno scorso a Natale abbiamo avuto 14.000 pellegrini, quest’anno 400. Per l’anno santo erano attesi un milione e mezzo, ne sono arrivati meno della metà e prima dell’Intifada. Eppure erano stati spesi, per l’accoglienza, 110 milioni di dollari pubblici e 130 privati. Oltre il 55% della forza lavoro è disoccupata. L’università ha perso l’80% degli studenti a causa del blocco. Sul piano sanitario rasentiamo la catastrofe. Le nostre ambulanze vengono trattenute per notti intere ai check-point e spesso i malati ci muoiono. Noi che eravamo al centro di scambi culturali con tutto il mondo (trenta gemellaggi con altre città), siamo ridotti a un deserto delle comunicazioni. A questo punto non abbiamo più nulla da perdere e la posta è esclusivamente il ritorno ai confini del 1967, come da risoluzioni Onu. Le elezioni del 6 febbraio saranno un esame di coscienza per il popolo israeliano. Se vince Sharon, il macellaio di Sabra e Chatila, vuol dire che non vogliono la pace. Toccherebbe all’Europa intervenire, i suoi interessi sono antagonistici rispetto a quelli americani ed israeliani. Purtroppo continua a funzionare il ricatto della Shoah, che non fu il nostro crimine. Ho letto che in Italia ci sono autorevoli commentatori, legati ad Israele, che tentano di far passare l’equazione: antisionismo uguale ad antisemitismo, ovviamente tesa a imbavagliare quei pochi che ci sostengono.”
Un’equazione che non fa la sinistra israeliana della coalizione Meretz. La forza di questa formazione, ambigua e piena di contraddizioni, sta scemando, come si è dissolto il movimento per la pace “Peace Now”, oggi sostituito da un gruppo assai minuscolo, ma molto combattivo e meno “equidistante” dei suoi predecessori sostenitori di Rabin, Gush Shalom, che in effetti fa ogni sforzo per sostenere la causa palestinese, però con l’obiettivo che un tempo apparteneva al Fronte Popolare palestinese: un unico stato laico, oggi certamente non all’ordine del giorno. I nostri interlocutori di Meretz cincischiano sullo smantellamento di tutti gli insediamenti e, soprattutto, sul ritorno dei profughi, per i quali “non ci sarebbe spazio” (c’è però spazio per 150.000 lavoratori stranieri, tra legali e illegali, forza lavoro sottopagata e alla mercè di qualsiasi arbitrio, come per tutti gli ebrei del mondo; ne sono arrivati, in parte falsi ebrei, più di un milione dalla Russia). Le elezioni sono vicine e anche Meretz sente l’aria razzista e fascistoide che tira nel paese. Si teme addirittura, e questa è una preoccupazione fondata sulla conquista delle posizioni più elevate nella gerarchia militare e delle forze di sicurezza da parte degli ufficiali integralisti più bellicosi, che Israele si avvii a una dittatura militare, appena mascherata da quanto il benevolo Occidente continuerà a considerare una democrazia. Già ora l’esercito è il massimo centro di potere dello Stato, i politici avanzano nella misura in cui sono stati comandanti nelle guerre del ‘67, ‘73 e nella carneficina nel Libano, le massime autorità giudiziarie si esprimono all’unisono con questi fautori della Grande Israele e l’esercito dispone anche della forza d’urto fascista dei coloni: 200.000 in armi e ormai liberi di compiere qualsiasi arbitrio ai danni dei civili palestinesi.
Jamal Zakuti, a Gaza, è uno dei massimi dirigenti dell’altro partito comunista palestinese, il Fida (Unione Democratica di Palestina), nato da una scissione del Fronte Democratico di Najef Hawatmeh. È stato a capo della prima Intifada, 1987-1993, nella quale ha avuto un figlio ucciso e la moglie incarcerata. Ha fatto parte del famoso gruppo di resistenti palestinesi che Israele espulse in Libano e che si arroccarono, in un lungo digiuno della fame, lungo il confine. Oggi è nel Politburo del Fida e segretario del Comitato Politico del parlamento (Consiglio Nazionale Palestinese), è stato tra i negoziatori della prima fase e ora è al governo della più disperata striscia di terra del mondo: 130.000 abitanti, la più alta densità demografica in assoluto, di cui 700.000 profughi rinserrati nei campi dai quali parte la più vivace risposta armata agli attacchi israeliani; 500 coloni installati in sei insediamenti che insistono sulle terre fertili e sulle acque non salinizzate dal prelievo israeliano. 
Jamal ci parla dell’Intifada e del suo futuro. “C’è bisogno di un maggiore grado di organizzazione, coinvolgimento a lungo termine, comunicazione esterna. L’intifada deve avere un crescente carattere popolare, a fianco di una più efficiente risposta in termini militari. Contro gli abusi che stiamo subendo c’è poco da cincischiare: abbiamo il diritto, sancito dall’Onu, di difenderci con tutti i mezzi; come fa qualsiasi specie minacciata di eliminazione. Siamo in un momento critico, poiché sette anni di chiacchiere ed inganni, di promesse non mantenute, hanno provocato da un lato depressione, dall’altro una polarizzazione estrema tra le due parti. L’indebolimento ha anche riguardato il rapporto di partiti ed associazioni con il governo. Con l’escalation dell’aggressione, Barak ha tentato di approfittare di questa situazione, ma, nonostante tutto, i quattro mesi trascorsi hanno dimostrato che, anche se presi alla sprovvista dalla provocazione dello stragista Sharon sulla Spianata delle moschee, i palestinesi hanno una capacità di resistenza che nessun violenza riesce a piegare e sentono di essere più vicini che mai alla fine del dominio coloniale, nonostante il terrorismo di Stato esercitato da Israele e protetto dagli Usa e dai suoi accoliti. La nostra resistenza è un incoraggiamento a tutti coloro che vedono in Israele un avamposto dell’imperialismo neocolonialista , è la cartina di tornasole per ribadire che imperialismo e indipendenza sono la questione centrale nel mondo oggi. Vorrei che tutti coloro che protestano contro le organizzazioni internazionali della finanza, dell’economia, del commercio, vedessero il vero nocciolo del problema: l’egemonismo americano che in Medio Oriente e Asia si combina con il colonialismo sionista e che ha i suoi centri a Washington, a Bruxelles, a Tel Aviv. Si pensa a noi come a delle vittime, e lo siamo, ma siamo anche vincitori strategici. La nostra lotta ha conseguito successo dopo successo: ha imposto Madrid e poi Oslo, per quanto poi svuotati, ha fatto risvegliare le masse arabe dal Marocco all’Oceano Indiano, ha messo in crisi i regimi vassalli degli Usa e li ha costretti ad appoggiare l’Intifada; ha permesso all’Iraq di uscire dall’ostracismo arabo e mondiale (dall’Iraq ci sono venuti gli unici aiuti cospicui: beni per 1 miliardo di Euro bloccati dagli israeliani al confine giordano; 130.000 dollari alle famiglie degli arabi israeliani uccisi da Tsahal in Galilea, dopo che queste avevano respinto le scuse di Barak); ha dato nuovo impulso alle rivendicazioni di quei cittadini di terza classe che sono i palestinesi d’Israele, spodestati, discriminati, repressi non meno di noi nei territori occupati; ha costretto gli americani a misure di panico, come il lancio planetario dell’allarme terrorismo, un terrorismo attuato soprattutto da Usa e Israele nel nome del “contrasto al terrorismo”; i vertici arabi e islamici hanno formulato condanne senza precedenti di Israele, il suo isolamento economico attraverso la sospensione degli scambi commerciali e turistici”. 
Chiediamo al compagno Jamal di parlarci del futuro della Resistenza.
“L’Intifada deve organizzarsi meglio a livello di base e di quadri. Dobbiamo creare un’economia della Resistenza con forme di cooperazione tra tutti i settori della società, un anticipo di come vorremmo la nostra futura società socialista. Dobbiamo costringere le autorità politiche ad adeguarsi all’Intifada. Ora che i negoziati sono evaporati nel nulla da cui erano sorti, il governo non ha più alibi. La base sociale del popolo ha dimostrato di sapersi far carico della Resistenza, a costo di sacrifici inenarrabili. Contadini, lavoratori, studenti, donne devono avere più voce in capitolo e si deve formare un governo nuovo, unitario, dove si facciano sentire le forze vive del nostro popolo, quelle che hanno pagato il vero, enorme tributo di sangue. Il suo programma economico e sociale deve essere indirizzato a costruire un’economia di resistenza solidale e di lunga durata. Non è più possibile che si sacrifichino solo i poveri, mentre alcuni ceti agiati non sono coinvolti. Sul piano militare le organizzazioni di sicurezza dell’Anp devono essere guidate dai patrioti palestinesi e specializzarsi nel contrasto agli squadroni della morte israeliani che hanno assassinato molti dei nostri migliori dirigenti. E qui una grande responsabilità pesa sulle forze della sinistra. Spetta a queste sostenere la lotta contro il nemico e contro le degenerazioni antidemocratiche interne. Spetta alle forze di sinistra coinvolgere tutte le classi e superare la spaccatura tra Anp e formazioni islamiche con strutture democratiche che sappiano controllare l’Anp. È l’unico modo per contenere l’espansione islamica. Quanto ai negoziati, noi vorremmo che procedessero di pari passo con le varie forme di lotta. 
Quando abbiamo abbassato la guardia, hanno fatto spezzatino dei nostri diritti. Ma i negoziati non possono essere condotti da un arbitro che gioca per una delle due squadre. Devono guadagnare una nuova base internazionale, con il coinvolgimento di Europa, Russia e di tutti i paesi dell’area. L’obiettivo è l’attuazione delle risoluzioni Onu, l’unica questione da discutere è il calendario”.
Obietto a Jamal che tutto questo oggi, agli occhi di chi sta fuori, pare abbastanza utopico.
“Meno di quanto credi. Questa guerra fa molto male agli Usa e al loro controllo sul mondo arabo e islamico. E fa molto male a Israele.
Psicologicamente, la società ebraica è in piena nevrosi da paranoia.
Economicamente i danni sono enormi: si pensi che il blocco dei territori occupati e della nostra forza lavoro ha anche bloccato i 3,9 miliardi di dollari che noi importiamo da Israele contro i 600 milioni che esportiamo. L’industria e l’edilizia israeliane, pilastri dell’economia dello stato, sono ferme senza gli operai palestinesi. I generali-killer che si vanno facendo largo nella società e nelle FFaa d’Israele sono pericolosi per la stessa Israele. Voglio vedere per quanto potrà star ferma la cosiddetta comunità internazionale quando in Israele si sarà verificato un putsch, o, comunque, quando al potere ci sarà un criminale come Sharon. Ci saranno sicuramente nuove elezioni tra sei mesi e un anno. E anche Israele dovrà decidere se vuole essere un paese normale o in eterno un ghetto”.
Per accertarsi che non c’è utopia nelle previsioni che sorreggono tutti i palestinesi, basta fare un giro d’orizzonte nell’area. Israele, oltre a subire una pesante crisi di produzione e commerciale, si trova ad affrontare la bruciante questione dei lavoratori immigrati, circa 150.000, in rapporto alla popolazione la presenza più elevata del mondo. Filippini, nigeriani, latinoamericani, bangladeshi, pakistani, coreani, tutti adibiti ai lavori più umili e sottopagati, privi di ogni garanzia sindacale e sanitaria, oggetto di uno sfruttamento spietato che prevede 15 ore di lavoro al giorno e alloggi in stamberghe fatiscenti e superaffollate. Fanno bene ai profitti degli speculatori edili e di ogni genere che dovrebbero affrontare un costo del lavoro decuplicato impiegando manodopera israeliana. Ma provocano lacerazioni razziste nella società che ha, in grande maggioranza, un atteggiamento tipo Lega padana. I lavoratori palestinesi sono stati espulsi, nessuno li vuole più perché sa che domani saranno una quinta colonna dell’Intifada. Ma nessuno vuole gli immigrati. Una bella grana per un governo sostenuto dagli istinti più belluini del suo elettorato. 
Guardando oltre il Golan, congelato nella presa israeliana, uno sviluppo storico di enorme rilevanza è la normalizzazione dei rapporti tra Siria ed Iraq, con la riapertura delle frontiere, i voli alla faccia del divieto Onu, gli scambi ripresi in pieno a dispetto dell’embargo, le visite ad alto livello, la riapertura delle ambasciate. Il tutto, dopo che ai vertici arabo ed islamico l’Iraq è rientrato alla grande nel consesso arabo-islamico, come quel paese che può dire a tutti: “avevamo ragione noi”, sia quando organizzammo l’alleanza anti-Camp David del 1977, sia quando resistemmo all’espansionismo di Khomeini, sia quando fummo l’ultimo trincea contro l’imperialismo. E anche l’Iran si è avvicinato allo schieramento arabo con la sua minaccia, di grandissimo peso dopo la sconfitta subita da Israele ad opera degli Hezbollah in Libano, di appoggiare fattivamente Siria e Libano in caso di aggressione israeliana. Il messaggio poi ha assunto maggiore concretezza, quando gli Hezbollah hanno ripreso le azioni armate contro il Nord d’Israele, in dichiarato appoggio all’Intifada. 
Si tratta di successi dell’Intifada, ai quali se ne potrebbero aggiungere molti altri, anche sul piano psicologico. Ma più importante di tutto appare l’incipiente destabilizzazione del più importante paese arabo, l’Egitto del vecchio tiranno Mubarak, stretto tra aiuti statunitensi, indispensabili alla sua disastrata economia liberista e corrotta, e l’infiammarsi della protesta popolare, laica ed islamica, per la democrazia e a fianco dei palestinesi. Pressioni a tutti i livelli per interrompere i rapporti commerciali con Israele hanno portato al ritorno in patria dell’ambasciatore in Israele, alla chiusura degli uffici commerciali, all’interruzione del remunerativo flusso turistico. 
Mentre campagne di boicottaggio ben organizzate e rilanciate da continue mobilitazioni di massa hanno provocato la rovina di alcune delle maggiori compagnie angloamericane che avevano investito in Egitto e che ora si ritirano.
Significativo il caso della Sainsbury Egypt, filiale della più grande catena di supermercati del mondo. Un membro della camera di commercio egiziana ha dichiarato: “Sainsbury, Coca Cola e Pepsi, ma anche moltissime grandi società di costruzione sono le prime vittime dell’Intifada, ma non saranno certamente le ultime. Il regime lo sa e sa che è troppo tardi per riaddomesticare i palestinesi e le proprie masse con un ulteriore umiliazione travestita da accordo di pace. Forse sta rinascendo un sentimento di unità araba, forse hanno tirato troppo la corda”.
Jamal, il compagno di Gaza, aveva parlato di una nuova fase della lotta di liberazione e di una rivoluzione nazionale che avrebbe dovuto unire proletari e borghesi. Fu così che il mondo arabo si liberò dal dominio coloniale britannico e francese. Ora deve toccare a statunitensi e israeliani.  

Petrolio e guerra dietro il crack della Enron

di Stefano Mannucci

(Il Tempo del 29/01/2002)

Un filo rosso lega la guerra in Afghanistan alla bancarotta della Enron. Le lobby economico-produttive che hanno contribuito all’insediamento di Bush e Cheney alla Casa Bianca potrebbero aver esercitato un ruolo nelle vicende post-11 settembre, e persino nella scelta del neopremier ad interim di Kabul. Da anni, infatti, Hamid Karzai è uno dei consulenti chiave della Unocal, la compagnia petrolifera californiana che aveva tentato di venire a patti con il regime taleban per la realizzazione di un oleodotto-gasdotto che, partendo dal Turkmenistan, e attraversando il territorio afghano, sfociasse in Pakistan, dopo 1300 km di un percorso quantomeno insidioso. Per capire gli intrecci dell’"affaire", è necessario partire dagli eventi delle ultime ore: dal contrasto tra il Congresso americano e il vicepresidente Dick Cheney, accusato di non voler rivelare i dettagli degli incontri con i top manager dell’industria americana per la messa a punto del piano nazionale dell’energia. Il sospetto è che Cheney, in questo modo, ostacoli l’inchiesta per il fallimento Enron.
Attenzione: proprio alla "corporation" protagonista del più grave crack della storia statunitense era stato affidato, a suo tempo, lo studio di fattibilità sull’impianto petrolifero in Asia Centrale progettato dalla Unocal. Ai meeting riservati dei primi mesi dello scorso anno, Cheney aveva ammesso anche il presidente della Enron Kenneth Lay. Intanto, molti azionisti di punta dell’azienda erano già entrati nell’amministrazione Bush: tra questi, il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld e il Rappresentante per il Commercio Robert Zoellick. Non bastasse, uno degli ex vicepresidenti della Enron, Thomas White, è ora Segretario dell’Esercito. E prima di diventare numero due della Casa Bianca, lo stesso Cheney era alla guida della Halliburton, la multinazionale candidata alla realizzazione delle infrastrutture del gasdotto afghano.
A Wall Street, tuttavia, temono che la prossima bancarotta riguardi proprio la Halliburton, il cui titolo in borsa ha avuto nelle ultime settimane un calo del 40 per cento. Per il momento, dunque, la triangolazione Unocal-Enron-Halliburton rischia di rivelarsi un fallimento istituzionale, potenzialmente in grado di travolgere l’amministrazione Bush, i suoi "grandi elettori", e il progetto di un nuovo ordine mondiale.
E non troppo solida potrebbe rivelarsi anche la posizione dell’"uomo nuovo" di Kabul, quell’Hamid Karzai ora volato a Washington per consultazioni con il presidente. Negli Stati Uniti Karzai non è un turista per caso: assieme ad alcuni fratelli possiede una catena di ristoranti a Chicago, San Francisco, Baltimora e Boston. Alla Cia lo considerano di casa: il direttore dell’Agenzia, Bill Casey, andava a trovarlo in Pakistan, dove Karzai aveva stabilito la sua residenza negli anni in cui gli Stati Uniti finanziavano la guerriglia dei mujaheddin contro i sovietici. In quel periodo, dall’America affluivano soldi di ogni tipo agli afghani: dietro gli 007, le consorterie del petrolio tentavano di ingraziarsi tribù ed etnie in attesa di tempi migliori per il gasdotto. È allora che Karzai, confermano fonti del governo turco e iraniano, diventa consulente Unocal.
Dalla metà degli anni novanta, la compagnia petrolifera californiana ospita a più riprese, nel suo quartier generale di Sugarland, Texas, alcuni emissari taleban. Nel ’97 la CentGas, il consorzio internazionale alla cui testa è la Unocal, deve guardarsi dalla concorrenza degli argentini della Bridas Group, anch’essi interessati a sfruttare i giacimenti di gas naturale e petrolio in Asia Centrale. Dietro le quinte, al fianco di Karzai lavora per la lobby americana Zalmay Khalilzad, figlio di un esponente dell’ex governo afghano ai tempi di re Zahir Shah. E qui ogni tassello sembra andare al posto giusto: Khalilzad, che analizza il fattore di rischio per il progetto CentGas, è in quel momento uno dei più stretti collaboratori del Consigliere per la Sicurezza Nazionale Condoleeza Rice, la stessa che, per la sua esperienza in materia, ha avuto l’onore di veder battezzata con il suo nome una superpetroliera Chevron. Khalilzad, proprio come Karzai, ricompare al centro delle questioni afghane quando, dopo i raid di questi ultimi mesi, Bush lo spedisce a Kabul come Inviato Speciale Usa.
Dal 1998, ufficialmente, la Unocal ha rinunciato all’idea dell’oleodotto in Afghanistan. Una posizione riconfermata all’indomani dell’11 settembre 2001, quando la compagnia ha affermato di non aver più rapporti con gli esponenti taleban. Peccato che, in modo molto discreto, negli ultimi tre anni i rappresentanti degli "studenti" coranici abbiano mantenuto rapporti più che cordiali con i maggiorenti Usa. Una loro emissaria negli States è stata Laili Helms, nipote di un altro ex direttore Cia. E nella primavera scorsa Ramatullah Hashami, un "diplomatico" spedito a Washington dal mullah Omar, si è presentato alla Casa Bianca con in dono un prezioso tappeto afghano per Bush. La guerra ha mandato all’aria le trattative, ma il sogno dei petrolieri è rimasto in piedi. Serviva un governo affidabile a Kabul, e Karzai è subito parso l’uomo adatto. L’unico ostacolo al suo insediamento poteva essere il rivale Abdul Haq, il leader dell’Alleanza del Nord considerato dalla Cia troppo vicino agli interessi di Mosca e Teheran. Haq è stato ucciso dai taleban appena entrato in Afghanistan per perorare la causa dell’ex re Zahir Shah: secondo alcune fonti la "soffiata" sarebbe partita dai servizi segreti pakistani dell’Isi, legati a doppio filo con quelli Usa.
Le bombe hanno dunque riaperto la via del petrolio: l’ambasciatore americano a Islamabad, Wendy Chamberlain, ha già avuto colloqui con il ministro pakistano Usman Aminuddin per il via libera al terminale del gasdotto davanti a Karachi.

Enron-petrolio, il binomio che fa tremare la Casa Bianca

di Giuseppe De Bellis
31/01/2002

C’è un linea che collega la guerra in Afghanistan e lo scandalo Enron. Non è sottile e neppure rossa. E’ lunga 1040 miglia (1664 chilometri) e larga più di un metro. Il suo colore è il nero. Come il petrolio. Questa linea è l’oleodotto che dovrebbe attraversare l’Asia, passando dall’Afghanistan, per portare l’oro nero proveniente dal mar Caspio fino alle coste meridionali del Pakistan. E di lì dritto sulle petroliere Usa.

Affari, politica, assetto internazionale, accordi commerciali: ecco il quadro che unisce il fallimento della corporation finanziatrice della campagna elettorale di George W. Bush e il conflitto afghano. Una storia che ha tutto l’aspetto di un intrigo. E che affonda le sue radici nel 1994. 
Il progetto. La Unocal corporation, una delle tre più importanti compagnie al mondo nel campo dello sfruttamento delle risorse energetiche, comincia a lavorare all’idea di costruire un oleodotto che attraversi l’Asia centrale. Vengono individuate tre possibili soluzioni. La prima è quella di dirigersi verso est, direzione Cina. Significherebbe costruire un serpente d’acciaio lungo quasi 5.000 chilometri. Un impresa impossibile, anche per la difficoltà Usa di giungere a un accordo con Pechino. Un'altra strada è quella che va a sud: parte dal Caspio e giunge nell’Oceano Indiano. L’inghippo di questa opzione è il passaggio dall’Iran, paese decisamente precluso alle compagnie americane. L’unica via praticabile, allora, è quella che passa attraverso l’Afghanistan. Il paese è da poco uscito dalla guerra civile che ha portato al potere i Talebani. 
I rapporti Usa-Talebani. Per costruire la via del petrolio è necessario scendere a patti con i nuovi padroni dell’Afghanistan. Dirlo oggi sembra assurdo. E invece, in quel periodo i rapporti tra gli Usa e il regime di Kabul erano tutt’altro che critici. Anzi: nel 1995 gli Stati Uniti si dichiara pronti a raggiungere l’accordo. L’intesa arriva due anni dopo. A ottobre 1997 si costituisce il consorzio Cent-Gas. Ne fanno parte, oltre alla Unocal, altri sei giganti del petrolio, tra cui la saudita Delta oil. Il progetto prevede il canale sotterraneo di 1040 miglia, capace di trasportare un milione di barili di greggio al giorno. Il costo è stimato intorno ai 2,5 miliardi di dollari. Tra Usa e talebani fila tutto liscio: la Unocal apre un ufficio a Kandahar, quartier generale del regime integralista islamico.
A modificare la situazione è l’ospitalità che, nel frattempo, Kabul offre a Osama Bin Laden, il terrorista acerrimo nemico degli Stati Uniti. Da quel momento il governo americano taglia i ponti con il potere afghano. Contemporaneamente, nel paese asiatico non cessano i conflitti interni.
Il 12 febbraio 1998 John Maresca, vice presidente della Unocal corporation si presenta al congresso degli Stati Uniti. «Finché a Kabul non ci sarà un governo che gode del riconoscimento americano, della fiducia degli investitori e della nostra compagnia, l’oleodotto non si può fare», dichiara. «Dovete garantire la pace nella regione, la vostra assistenza è fondamentale per la riuscita dell’affare».

Ma la crisi tra Stati-Uniti e Talebani diventa rottura: la Unocal esce dal consorzio Cent-Gas. Così l’America sembra tagliata fuori dal progetto. Almeno fino al 2000. Ovvero fino alle elezioni presidenziale di Bush junior. Arrivato alla Casa Bianca, l’ex governatore del Texas promuove la nascita del “Gruppo 6+2”, formato dai paesi confinanti con l’Afghanistan più la Russia e gli Usa. A marzo 2001, il consigliere personale del Mullah Omar, Sayed Rahmatullah Pascimi vola negli Stati Uniti per tentare di normalizzare i rapporti con l’amministrazione americana e per riparlare dell’oleodotto. Seguono altri incontri, altre trattative.

 E gli Usa fanno la voce grossa. L’ex ministro degli esteri del Pakistan Naif Naik, in un’intervista televisiva trasmessa in Francia, racconta i particolari della riunione del "Gruppo" a Berlino, tra il 17 e il 20 luglio scorso. In quest’occasione l’ambasciatore statunitense Thomas Simons avrebbe detto, riferendosi all’Afghanistan, che il governo di Kabul deve aprire ad altre forze politiche. E’ la condizione per arrivare al riconoscimento della comunità internazionale, agli aiuti e alla ripresa del progetto dell’oleodotto. 
L’ultimo incontro tra emissari Usa e Talebani avviene il 2 agosto. Cristina Rocca, direttrice degli affari asiatici del Dipartimento di Stato incontra, a Islamabad, l’ambasciatore Talebano in Pakistan. Kabul respinge definitivamente la proposta americana. 
Poco più di un mese dopo (39 giorni), l’attacco alle torri gemelle. Il sospettato numero uno è Bin Laden. Con lui, nel mirino degli Usa, il governo che lo ospita: i Talebani.
Il ruolo della Enron. Lo scandalo Enron sembra totalmente estraneo alla questione petrolio-Afghanistan. E invece non è così. Gli uomini della corporation fallita sono stati i primi a lavorare attivamente al progetto della via del greggio: nella fase di preparazione del piano, alla Enron è stata affidato il compito di realizzare lo studio di fattibilità del progetto.
Non solo. Il presunto coinvolgimento della Casa Bianca nella bancarotta della corporation richiama inevitabilmente il petrolio. Non è un mistero che il presidente George W. Bush, il vice Dick Cheney, il segretario per la sicurezza Condoleeza Rice hanno tutti a che fare con l’oro nero. Prima di diventare governatore del Texas Bush aveva fatto affari con gli impianti di estrazione, seguendo la strada del padre George. Cheney è stato per diversi anni il presidente e azionista della società energetica Oil Suppli Company. La Rice, prima di entrare nello staff presidenziale, era dirigente della Chevron, una delle maggiori compagnie petrolifere mondiali. Il rischio per l’amministrazione americana è che il crack della Enron porti a scavare sempre più a fondo negli interessi dei vertici di Washington. E quando si va in profondità non si sa cosa si può trovare. A volte anche il petrolio.


MR. Wolfowitz, I suppose…

 

DI GEORG hUYGENS

 

I “falchi” dell’Amministrazione americana, ovvero le menti e le personalità che incarnano il partito della guerra negli Stati Uniti.

“Wolfowitz, uno studioso, è il teorico che predica la fede nella superiorità etica e nel destino imperiale dell’America, da lui considerata l’erede dell’antica Roma; Libby, un abile avvocato, è lo stratega che programma le battaglie al Congresso e per la conquista dell’opinione pubblica…Libby fu lo studente preferito di Wolfowitz, allora professore di scienze politiche all’università di Yale, che nel 1980 lo portò con sé al Dipartimento di Stato sotto il presidente Ronald Reagan”

Ennio Caretto, I 4 falchi della Casa Bianca, in Sette, settimanale del Corriere della Sera, 10 ottobre 2002, pp.112-115

 

1. Chi è Paul Wolfowitz?  57 anni[1][1], di origini ebraiche,  Vice Segretario di Stato alla difesa,  laureato in matematica nel 1965 alla Cornell University, ha conseguito il dottorato in scienze politiche all’Università di Chicago nel 1972.
Negli ultimi sette anni, Rettore e Professore di Relazioni Internazionali alla Scuola Paul H. Nitze di Studi Internazionali avanzati (acronimo inglese: SAIS). La scuola è considerata una delle migliori del mondo, con 750 studenti e sedi a Washington, Nachino e Bologna[2][2]


Durante il suo rettorato, la Scuola ha raccolto fondi per 75 milioni di dollari, raddoppiato la sua dimensione, ed è stata modernizzata e condotta su una linea di studio della politica internazionale che va oltre la prospettiva della Guerra Fredda per spingersi decisamente verso quella della globalizzazione.Dal 1989 al 1993, Wolfowitz ha ricoperto l’incarico di Vice Segretario di Stato alla Difesa, a capo di un gruppo di 770 persone, responsabile di tematiche strategiche, di pianificazione e di indirizzo politico[3][3]. In quel periodo, Wolfowitz e il suo gruppo sono stati i principali artefici della revisione della strategia e del nuovo schieramento  delle forze armate  statunitensi in  conseguenza della fine della Guerra Fredda. Sempre sotto la sua guida, quel gruppo ebbe un ruolo fondamentale per la messa a punto dei piani per la Guerra del Golfo, per la raccolta di 50 milioni di dollari di aiuti finanziari da parte degli Alleati e per evitare l’apertura di un secondo fronte fra Iraq e Israele. Impegnato nel campo degli accordi per il disarmo nucleare USA-URSS, ha sviluppato politiche che hanno condotto alla realizzazione del concetto di Strategia di Difesa Regionale e di Forza di Base. In precedenza, durante la presidenza Reagan, Wolfowitz è stato per un triennio ambasciatore in Indonesia, quarto paese del mondo per popolazione, ed il più popoloso dell’area islamica. Prima  ancora di tale incarico, è stato per tre anni assistente Segretario di Stato per l’Asia Orientale e il Pacifico – da cui alcune delle sue opere pubblicate – ed ha fornito un contributo sostanziale allo sviluppo delle relazioni fra USA, Giappone e Cina. Ha avuto un ruolo centrale nella transizione “pacifica”  dalla dittatura di Marcos alla successiva “democratizzazione” delle Filippine.
Gli incarichi anteriori di Wolfowitz sono stati:

-         due anni come capo dello Staff di Pianificazione politica del Dipartimento di Stato (1981-1982)

-         tre anni ( 1977-1980) come Vicesegretario di Stato aggiunto alla Difesa, con competenza sui Programmi regionali, incarico durante il quale ha contribuito a creare quello che successivamente è divenuto il Comando generale delle Forze Armate. Avviò anche il sistema logistico navale di pre-schieramento, che si è trasformato successivamente nella spina dorsale dello spiegamento iniziale delle forze Usa per l’operazione Desert Shield

-         nel 1975, è uno degli amministratori del gruppo di pressione CPD (Committee on the Present Danger), una creazione della CIA, diretta all’epoca da Bush senior, e porta avanti una campagna contro il pericolo sovietico. Il capo del CPD è il generale Lyman L.Lemnitzer, già capo dello stato maggiore interforze ai tempi della crisi di Cuba, e ideatore dell’operazione di provocazione Northwoods (Boschi del Nord) contro i cubani, includente anche l’abbattimento da parte di un “aereo cubano” di un volo charter civile statunitense[4][4]

-         quattro anni (1973-77) nell’Agenzia per il Controllo degli Armamenti e per il Disarmo, occupandosi di molti argomenti relativi alla non proliferazione nucleare

-         nel 1966-67 ha lavorato come dirigente al Bureau of Budget.

Wolfowitz ha insegnato a Yale fra il 1970 e il 1973, e alla Johns Hopkins nel 1981. Nel 1993 è stato George Kennan Professor di Strategia della Sicurezza Nazionale al National War College. Numerosi i suoi scritti sulle prestigiose riviste Foreign Affairs e National Interest.

E’membro del Rockefeller Council on Foreign Relations (CFR), del Gruppo Strategico dell’Aspen Institute, ha partecipato al Bilderberg meeting 2000 in Belgio, e nello stesso anno era membro della Commissione Trilaterale Rockefeller.

Su www.amazon.com sono reperibili le seguenti opere di Wolfowitz:

1)        Asian Democracy and American Intrests (sic), scaricabile a pagamento, 1995

2)        Trilateral Forum on North Pacific Security, June 1-3, 1995

3)        Managing the International System over the Next Ten Years, 1995, Trilateral Commission (60 pg).

 

2. Risulta inoltre che[5][5]  :

 << Paul Wolfowitz ha fatto parte del gruppo di lavoro del  Project for the New American Century (PNAC) , uno dei numerosi think-tank della destra statunitense. Il documento, intitolato Rebuilding America's Defences: Strategies, Forces And Resources for a New Century, è  stato scritto nel settembre del 2000 - quando Bush non era ancora presidente. Il testo fu redatto per un gruppo specifico di persone, che oggi ricoprono incarichi non indifferenti: Dick Cheney, attuale vicepresidente degli Stati Uniti; Donald Rumsfeld, attuale segretario alla difesa; Paul Wolfowitz, attuale vicesegretario alla difesa; Jeb Bush, fratello del presidente; e Lewis Libby, capo dello staff di Cheney.

Già alla fine degli anni Cinquanta, un vecchio conservatore, il presidente Eisenhower, metteva in guardia contro la struttura mostruosa che cominciava a dominare il suo paese: una coalizione sempre più stretta tra immense imprese legate alle commesse militari, uno Stato che aveva come funzione principale la conduzione della guerra e una sterminata catena di laboratori dove scienziati, sociologi, tecnici di ogni sorta lavoravano anno dopo anno per affinare gli strumenti del dominio, a prescindere completamente dalla pur vivace società civile del paese. Il testo, circa 90 pagine[6][6], è un esempio, nemmeno tanto insolito, di ciò che si produce in questi laboratori. Questa simbiosi, in nome della "guerra duratura", tra alcune gigantesche corporations, lo Stato e la ricerca sembra una riedizione di un aspetto fondamentale del nazionalsocialismo dell'epoca dei Krupp e di Peenemünde. Il parallelo è ovviamente tecnico e non demonizzante: è inutile elencare le profonde differenze tra il sistema statunitense e quello della Germania degli anni Trenta[7][7]. Ma è inevitabile che una struttura di questo tipo porti non solo a uno stato di Enduring War, ma anche - come è successo con il Patriot Act - all'abolizione di alcuni elementi fondamentali di democrazia.

La sede del "progetto per un nuovo secolo americano"  coincide con quella di un giornale di proprietà del miliardario dei media, Murdoch, cosa che può indurre a utili riflessioni sulla libertà di stampa. Il direttore del PNAC, William Kristol, è il figlio di Irving Kristol, il principale ideologo della nuova destra americana, che è riuscito a prendere in mano le redini di alcune ricchissime fondazioni americane, tra cui spicca la Olin Foundation, creata dalla principale impresa di armi da fuoco degli Stati Uniti. Queste fondazioni hanno versato milioni di dollari per trasformare anche la produzione di idee in un annesso dell'industria bellica. Grazie a Irving Kristol, ad esempio, Samuel Huntington ha potuto incassare finora ben cinque milioni di dollari da varie fondazioni come premio per aver creato la famosa nozione di "scontro di civiltà". Che prima ancora di essere un libro è uno slogan, ormai noto anche ai meno colti.  Il progetto, finalizzato al dominio globale statunitense, rivela che il Presidente Bush e il suo governo avevano pianificato un attacco premeditato contro l'Iraq per imporvi un "cambio di regime" addirittura prima del suo ingresso alla presidenza nel gennaio del 2001. Il progetto - scoperto dallo scozzese Sunday Herald, e reso noto il 15 settembre 2002 dal giornalista Neil Mackay - per la creazione di una "Pax Americana globale" è stato redatto per Dick Cheney (attualmente vicepresidente), Donald Rumsfeld (segretario alla difesa), Paul Wolfowitz (il vice di Rumsfeld), il fratello minore di George W. Bush, Jeb, e per Lewis Libby (il capo dello staff di Cheney). Il documento, dal titolo "Rebuilding America's Defences: Strategies, Forces And Resources For A New Century" ("ricostruire le difese dell'America: strategie, forze e risorse per un nuovo secolo") ha vari contenuti di assoluta attualità. Il piano mostra che il governo Bush intendeva assumere il controllo militare del Golfo a prescindere dal fatto che Saddam Hussein fosse o no al potere. Il testo dice: 'gli Stati Uniti hanno cercato da decenni di svolgere un ruolo più stabile nella sicurezza regionale del Golfo. Mentre il conflitto irrisolto con l'Iraq fornisce una giustificazione immediata, l'esigenza di avere una sostanziosa presenza delle forze americane nel Golfo va oltre la questione del regime di Saddam Hussein.'
Il documento del PNAC presenta 'un progetto per conservare la preminenza globale degli Stati Uniti, impedendo il sorgere di ogni grande potenza rivale, e modellando l'ordine della sicurezza internazionale in modo da allinearlo ai principi e agli interessi americani'.
Questa 'grande strategia americana' deve essere indirizzata 'il più lontano possibile verso il futuro', dice il rapporto. Che invita poi gli Stati Uniti a 'combattere e vincere in maniera decisiva in teatri di guerra molteplici e contemporanei', come una 'missione cruciale' [core mission].
Il rapporto descrive le forze armate statunitensi all'estero come la 'cavalleria lungo la nuova frontiera americana'. Il progetto del PNAC dichiara inoltre il proprio sostegno a un documento scritto in precedenza da Wolfowitz e Libby, in cui si affermava che gli Stati Uniti dovrebbero 'dissuadere le nazioni industriali avanzate dallo sfidare la nostra egemonia (leadership) o anche dall'aspirare a svolgere un ruolo regionale o globale maggiore'[8][8].
Il rapporto del PNAC inoltre: 

-         descrive gli alleati chiave, tra cui il Regno Unito, come 'il mezzo più efficace per esercitare un'egemonia globale americana';

-         afferma che le missioni militari per garantire la pace 'richiedono un'egemonia politica americana e non quella delle Nazioni Unite';

-         rivela l'esistenza di preoccupazioni nell'amministrazione americana a proposito della possibilità che l'Europa possa diventare un rivale degli USA;

-         dice che 'anche se Saddam dovesse uscire di scena', le basi nell'Arabia Saudita e nel Kuwait dovranno restare in maniera permanente - nonostante l'opposizione locale tra i regimi dei paesi del Golfo alla presenza di soldati americani - perché 'anche l'Iran potrà dimostrarsi una minaccia pari all'Iraq agli interessi statunitensi';

-         mette la Cina sotto i riflettori per un 'cambio di regime', dicendo che 'è arrivata l'ora di aumentare la presenza delle forze armate americane nell'Asia sudorientale'. Ciò potrebbe portare a una situazione in cui 'le forze americane e alleate forniscano la spinta al processo di democratizzazione in Cina';

-         invita a creare le 'US Space Forces' ("forze spaziali statunitensi") per dominare lo spazio, e ad assumere il controllo totale del ciberspazio in modo da impedire che i 'nemici' usino internet contro gli Stati Uniti;

-         anche se gli Stati Uniti minacciano la guerra contro l'Iraq per aver sviluppato armi di distruzione di massa, gli USA potrebbero prendere in considerazione, nei prossimi decenni, lo sviluppo di armi biologiche - che pure sono state messe al bando. Il testo dice: 'nuovi metodi di attacco - elettronici, 'non letali', biologici - diventeranno sempre più possibili. .. il combattimento si svolgerà in nuove dimensioni, nello spazio, nel ciberspazio, forse nel mondo dei microbi... forme avanzate di guerra biologica in grado di prendere di mira genotipi specifici potranno trasformare la guerra biologica dal mondo del terrorismo in un'arma politicamente utile';

-         il testo prende di mira la Corea del Nord, la Libia, la Siria e l'Iran come regimi pericolosi, e sostiene che la loro esistenza giustifica la creazione di un 'sistema mondiale di comando e di controllo'.

Tom Dalyell, deputato laburista britannico e una delle principali voci di ribellione contro la guerra all'Iraq, ha dichiarato: 'si tratta di immondizia proveniente da think tank di destra pieni di falchi-coniglio - gente che non ha mai visto gli orrori della guerra, ma è innamorata dell'idea della guerra. Gente come Cheney, che è riuscita a sfuggire al servizio militare ai tempi della guerra del Vietnam. Si tratta di un progetto per il dominio mondiale statunitense - un nuovo ordine mondiale creato da loro. Questi sono i processi mentali di americani fantasticanti, che desiderano controllare il mondo. Sono sconvolto dal fatto che un primo ministro laburista inglese vada a letto con una banda di gente di una tale bassezza morale.'>>

Al di là delle deprecazioni moralistiche di questo genere, peraltro molto anglosassoni, resta il fatto che l’ispirazione alla strategia imperiale romana, ricostruita ad usum delphini, è una vecchia tradizione prima britannica e quindi statunitense. Sul punto va ricordata  almeno la notevole opera di Edward Luttwak The Grand Strategy of Roman Empire, The Johns Hopkins University Press, 1976, (trad. it. La Grande strategia dell’Impero Romano, Rizzoli, Milano 1981). Opera sicuramente ben nota a Wolfowitz, nella quale già si postulavano varie possibili fasi di evoluzione di un dominio imperiale neo-romano. Il problema è che Luttwak predilige il sistema degli Stati-clienti (i famosi proxies), con una dislocazione regionale di grossi nuclei di forze americane, pronte ad intervenire nel caso le forze dei clienti non fossero all’altezza della minaccia esterna, o i clienti stessi avessero problemi di ordine interno o di conflitti fra loro. Wolfowitz sta  invece passando alla fase due del modello strategico delineato da Luttwak, quella dell’occupazione militare diretta e degli Stati-fantoccio. Immaginiamo che sia Luttwak che Wolfowitz stiano facendo, fra l’altro, gli scongiuri, visto che, secondo lo schema dello stesso Luttwak, la terza fase – che dovrebbe logicamente seguire – è già ampiamente il principio della decomposizione dell’impero.

 

3. Fanno riflettere queste  altre  interessanti informazioni su Paul Wolfowitz.[9][9] 

Il nostro sarebbe vicino a Kissinger e Brzezinski e ad altre personalità conservatrici.

Wolfowitz è inoltre attivo nelle alte sfere dell'American Enterprise Institute, della New Atlantic Initiative, della Rand Corporation, dell'American-Israel Public Affairs Committee e del Washington Institute for Near East Policy. All’interno di quest’ultimo, è il principale responsabile di un rapporto sul Medio Oriente, redatto per l’attuale Amministrazione, il cui argomento centrale è la fine del processo di pace di Oslo e l’assunzione di un attitudine di confronto verso l’Iraq e la Siria.

Durante la guerra del Golfo del 1991, Wolfowitz si trovava in Israele. E’ il mentore di Richard Perle dell’American Entreprise Institute, vecchio funzionario del pentagono dell’epoca Reagan-Bush senior, sempre favorevole alla politica di confronto. Negli ultimi anni, Wolfowitz ha diretto  la House Policy Committee (HPC),  gruppo di studio dei parlamentari repubblicani al Congresso, che ha steso il rapporto del « Cox Committee »[10][10] sulla minaccia cinese.

Wolfowitz  è assurto a notorietà all’inizio degli anni 90  quando, già Vice Segretario alla Difesa, coordinò uno studio strategico del Pentagono, rimasto segreto fin quando il New York Times  lo ha pubblicato l’8 marzo 1992. Alcuni particolari sono stati ripresi nello Strategic Alert  del 12 e 19 marzo 1992. Secondo lo studio, a seguito della decomposizione dell’Unione Sovietica e della riunificazione tedesca, gli USA “debbono mantenere il meccanismo che permetta loro di dissuadere i concorrenti potenziali ad aspirare a un ruolo strategico regionale o globale più esteso. (...) La missione politica e militare dell’america per il dopo-Guerra Fredda consisterà nel fare in modo che nessuna superpotenza rivale possa emergere in Europa Occidentale, in Asia o nei territori dell’ex-Unione Sovietica « .

Notava all’epoca lo Strategic Alert  : « La dottrina Wolfowitz è la componente militare-strategica di una trilogia politica comprendente la dottrina  Thornburgh[11][11]  nell’àmbito del diritto internazionale e la dottrina Webster[12][12] per quanto concerne le operazioni di intelligence. La prima afferma che la legge americana si pone al di sopra del diritto internazionale quando gli interessi vitali, o pretesi tali, degli USA sono in gioco. La seconda considera gli alleati politico-militari degli USA come concorrenti economici, e autorizza operazioni di intelligence contro il Giappone, la Germania e altri paesi industrializzati.»

4. Poiché un uomo si riconosce anche dai suoi amici, parlando di Wolfowitz non si può trascurare il suo discepolo prediletto a Yale, I. Lewis Libby[13][13], anch’egli di origini ebraiche, capo dello staff del vicepresidente, Dick Cheney.
<< Durante il suo webcast dell’ 11 settembre scorso, Lyndon LaRouche[14][14]  ha utilizzato l’immagine di un guanto israeliano indossato dalla mano d’acciaio della corrente imperialista della classe dirigente americana. A detta di LaRouche,  questa simbiosi fra utopisti angloamericani nella tradizione di Bertrand Russell e discepoli idelogici di Vladimir Jabotinsky in Israele, rappresentati da Ariel Sharon o Benjamin Netanyahou – spinge per uno scontro di civiltà permanente che dovrebbe cominciare in Medio Oriente. 

La corrente in questione è una rete che ha infiltrato profondamente la burocrazia civile americana nell’entourage del ministro della Difesa Donald Rumsfeld, del vicepresidente Dick Cheney e del Dipartimento di Stato. Fra i mebri più influenti di questo circolo[15][15], si contano  Paul Wolfowitz, Richard Perle, David Wurmser, Doug Feith et John Bolton.  Gli stessi Rumsfeld  Cheney incarnano personalmente questa idea imperialista.

Segnaliamo anche il ruolo di un certo Lewis Libby, capo di gabinetto  di Cheney, nell’ufficio del quale ha messo in piedi una specie di  “consiglio nazionale di sicurezza-ombra”. Diventato un protetto di Paul Wolfowitz nel 1973 all’università di Yale, Libby ha occupato successivamente diversi posti di assistente di Wolfowitz al Dipartimento di Stato e al Pentagono durante le amministrazioni Reagan e Bush senior. Ha anche strette relazioni con gli ambienti vicini a Sharon in Israele, compresa la rete di spionaggio di Pollard[16][16].

Nel periodo dal 1985 al 2000, mentre non era ancora al governo, Libby è stato l’avvocato personale di Marc Rich, un imbroglione latitante perché accusato nel 1983 dal ministero della Giustizia americano per evasione fiscale e attività commerciali con il nemico. Rich era scappato dagli USA e si era trasferito in un lussuoso rifugio a Zug, in Svizzera. Secondo fonti isaeliane, Rich sarebbe attualmente indagato per versamenti illeciti di contributi a favore di Sharon durante l’ultima campagna elettorale in Israele. E’ stato inoltre coinvolto in operazioni equivoche in Russia, in Europa dell’Est e in Africa.

Per impedire a Sharon di scatenare una terza guerra mondiale in Medio-Oriente, è urgente aprire un’inchiesta sull’insieme di questo apparato clandestino che ha legami con Pollard, « di denunciarlo e di cacciarlo dal governo, e subito !”, dice LaRouche.>>

Francamente, LaRouche avrebbe fatto bene a precisare che l’apparato non è affatto clandestino, ma al massimo semi-ufficiale. In secondo luogo, non è il circolo imperialista ad avere legami con Pollard. Semmai è Pollard ad essere uno dei tanti, ben introdotti e sguscianti faccendieri ad essere opportunamente utilizzato dal circolo di cui sopra.

Può essere interessante notare che Libby, ufficiale di collegamento e uomo di struttura della cerchia in esame, è anche autore di un thriller: The Apprentice (L’apprendista), Graywolf, 1996. La storia è  ambientata nel 1903 in Giappone, e ne emerge una straordinaria conoscenza di quel paese.

5. Per completezza, riportiamo di seguito l’elenco dei partecipanti allo PNAC, così come appare nell’ultima pagina dello studio citato REBUILDING AMERICA’S DEFENSES - Strategy, Forces and Resources For a New Century, A Report of The Project for The New American Century, September 2000:

 

<<PROJECT PARTICIPANTS

Roger Barnett

U.S. Naval War College

Alvin Bernstein

National Defense University

Stephen Cambone

National Defense University

Eliot Cohen

Nitze School of Advanced International

Studies, Johns Hopkins University

Devon Gaffney Cross

Donors' Forum for International Affairs

Thomas Donnelly

Project for the New American Century

David Epstein

Office of Secretary of Defense,

Net Assessment

David Fautua

Lt. Col., U.S. Army

Dan Goure

Center for Strategic and International Studies

Donald Kagan

Yale University

Fred Kagan

U. S. Military Academy at West Point

Robert Kagan

Carnegie Endowment for International Peace

Robert Killebrew

Col., USA (Ret.)

William Kristol

The Weekly Standard

Mark Lagon

Senate Foreign Relations Committee

James Lasswell

GAMA Corporation

I. Lewis Libby

Dechert Price & Rhoads

Robert Martinage

Center for Strategic and Budgetary

Assessment

Phil Meilinger

U.S. Naval War College

Mackubin Owens

U.S. Naval War College

Steve Rosen

Harvard University

Gary Schmitt

Project for the New American Century

Abram Shulsky

The RAND Corporation

Michael Vickers

Center for Strategic and Budgetary

Assessment

Barry Watts

Northrop Grumman Corporation

Paul Wolfowitz

Nitze School of Advanced International

Studies, Johns Hopkins University

Dov Zakheim

System Planning Corporation

 

The above list of individuals participated in at least one project meeting or contributed a paper for

discussion. The report is a product solely of the Project for the New American Century and does not necessarily represent the views of the project participants or their affiliated institutions[17][17].>>


[1][1] Fonte: www.defenselink.mil (sito del Governo americano)

[2][2] Dal giugno 2002, per l’editoriale Olimpia, esce il mensile DOSSIER INTELLIGENCE. In esso si trova regolarmente la pubblicità della sede bolognese della SAIS. Direttore responsabile è Vittorio di Cesare. Del Comitato scientifico fa parte la SAIS di Bologna. Nel n.4, settembre 2002, si nota la pressoché totale scomparsa dei collaboratori angloamericani che costituivano l’ossatura dei primi 3 numeri, a favore di esperti italiani più giovani. Si tratta comunque di una pubblicazione discretamente seria e di tono moderato.

[3][3] Nel testo inglese: policy. Indica una sequenza, un corso d’azione, non un’ideologia.

[4][4] Fonte: Thierry Meissan, L’incredibile menzogna, Fandango libri, Roma 2002, pp. 100-101 (ed. originale francese L’incroyable imposture, Aucun Avion ne s’est écrasé sur le Pentagone!, Editions Carnet 2002)

[5][5] Fonte:www.kelebekler.com. Da questo punto, e fino alla fine delle virgolette, riproduciamo il testo con alcune piccole variazioni redazionali, per soli motivi di leggibilità. La riproduzione è autorizzata dai curatori del sito, a condizione che se ne citi la fonte, come ben volentieri facciamo

[6][6] scaricabile in formato PDF dal sito dello PNAC

[7][7] anche perché analoghe osservazioni reative allo stesso periodo si possono fare, carte alla mano, per i rapporti fra industria bellica e classi politiche delle democrazie occidentali, nessuna esclusa

[8][8] Vedi sotto 

[9][9] Fonte www.solidariteetprogres.online.fr, 21 gennaio 2002.

[10][10] Cox Committee: istituito mel giugno 1997, presieduto dal senatore Cox, ha analizzato i rischi per la sicurezza nazionale degli USA legati al trasferimento di tecnologie in Cina eventualmente utilizzabili dalla PLA (Popular Liberation Army, Esercito Popolare di Liberazione, insomma l’esercito cinese)

[11][11] Thornborough, Richard: due volte governatore della Pennsylvania, procuratore generale degli Usa dal 1988 al 1991: ha più volte proposto, fra le alter cose, una politica di intervento e controllo su Internet

[12][12] Webster, Daniel: “Nel 1837, in seguito al sostegno dato da alcuni americani ad una ribellione in Canada, le forze britanniche attraversarono il confine e diedero fuoco alla nave Usa "Caroline", spingendo il segretario di Stato Daniel Webster a formulare quella dottrina che doveva diventare il fondamento del diritto internazionale moderno: "Il rispetto per il carattere inviolabile del territorio degli stati indipendenti è la base essenziale della civiltà"; la forza può essere usata solo per l'autodifesa, quando la necessità "è immediata, schiacciante e non lascia né la possibilità di usare altri mezzi, né il tempo per riflettere". Durante il processo di Norimberga ci si riferì proprio a quel principio per respingere la giustificazione dei comandanti nazisti che l'invasione della Norvegia era stata necessaria per prevenire un attacco degli Alleati alla Germania. Non c'è bisogno di spendere molte parole per sottolineare quanto gli Stati Uniti abbiano rispettato quella dottrina dal 1837 ai nostri giorni”.(Noam Chomsky)

[13][13] Fonte: www.solidariteetprogres.online.fr, 24 settembre 2002.

[14][14] Lyndon LaRouche, ex-marxista statunitense, personaggio controverso, pubblica un interessante Electronic Intelligence Weekly, reperibile al sito www.larouchepub.com

[15][15] Nel testo francese originale: cabale, dall’ebraico Kabbala

[16][16] Ex-analista civile dei servizi segreti della marina, Jonathan Pollard a metà degli anni ottanta si rese conto (dice lui) che certe informazioni non venivano passate ad Israele, contrariamente agli accordi vigenti fra quello sato e gli USA. Di lì sono cominciati i suoi guai. Nel 1985 viene arrestato in USA come spia di Israele. Per la versione dell’interessato, www.jonathanpollard.org. Per altri è un agente sovietico. Vicenda interessante: tocca una mezza dozzina di governi.

[17][17]Le persone sopra elencate hanno partecipato ad almeno una riunione del progetto o hanno contribuito a un documento di discussione. Lo studio è esclusivamente il risultato del Progetto per il Nuovo Secolo Americano e non rappresenta necessariamente l’opinione dei partecipanti o delle istituzioni cui essi  appartengono.


 

L'esercito dell'Europa non può vincere senza gli Usa
di Zbigniew Brzezinski

Anche se la nuova forza militare europea diventasse una realtà operativa
nel 2003 non potrà certo agire da sola se non votandosi alla sconfitta

Oggi l'Europa - nonostante il suo potere economico, la sua significativa integrazione economica e finanziaria, e il perdurare di una autentica amicizia transatlantica - è di fatto un protettorato militare degli Stati Uniti. Questa situazione genera necessariamente tensioni e risentimenti, soprattutto da quando la minaccia diretta verso l'Europa, che rese questa dipendenza alquanto sopportabile, si è notevolmente affievolita. Tuttavia non solo è una realtà che l'alleanza tra America e Europa sia disequilibrata ma è anche vero che l'attuale asimmetria di potere probabilmente aumenterà ancor più a favore dell'America. Questa asimmetria è dovuta sia alla forza senza precedenti dell'espansione economica dell'America che all'innovazione tecnologica di cui l'America è leader in campi diversi e complessi come la biotecnologia e l'informatica. Inoltre la rivoluzione tecnologica condotta dagli americani nel campo militare, non solo aumenta il raggio di influenza degli Stati Uniti, ma trasforma anche la natura e gli usi dello stesso potere militare. A prescindere da qualsiasi azione collettiva da parte degli Stati europei, è assai improbabile che nel prossimo futuro l'Europa riesca a colmare il divario militare che la separa dall'America.
Di conseguenza gli Stati Uniti rimarranno probabilmente l'unico vero potere globale per almeno un'altra generazione. E questo comporta che l'America sarà anche il membro dominante dell'alleanza transatlantica almeno per i primi venticinque anni del Ventunesimo secolo. Quindi il dibattito transatlantico non riguarderà tanto i cambiamenti fondamentali sulla natura del patto quanto piuttosto le tendenze previste, le relative implicazioni e le conseguenti ma più marginali modifiche. Detto questo non sarà necessario aggiungere che anche degli adattamenti progressivi potrebbero far nascere conflitti che sarebbe meglio evitare se si vuole che i rapporti tra Stati Uniti ed Europa rimangano costruttivi e con un reale spirito di cooperazione.... Chi in America decide la politica da seguire nei rapporti con l'Europa, dovrebbe tenere a mente una semplice regola: «non rendere l'ideale nemico del buono». L'ideale, per Washington, sarebbe un'Europa politicamente unita e membro fedele della Nato. Un'Europa che spenda quanto gli Stati Uniti per la difesa ma destinando queste spese quasi esclusivamente ad ampliare le capacità della Nato. Un'Europa disposta a far agire la Nato «fuori zona», per togliere il peso dei problemi globali dalle spalle degli Usa, e complice delle preferenze geopolitiche dell'America specialmente per quanto riguarda la Russia e il Medio Oriente. Infine, un'Europa compiacente su questioni che riguardano i mercati internazionali e la finanza. Il «buono» è un'Europa che si presenta come rivale economica, che amplia gradualmente la sua interdipendenza a scapito della vera indipendenza politica e militare, che riconosce i propri interessi nel tenere l'America coinvolta nelle sue periferie orientali; nonostante il fatto che sia comunque seccata della sua relativa dipendenza e che cerchi un'emancipazione graduale senza esserne completamente convinta.

Coloro che, negli Stati Uniti, decidono la politica da seguire devono riconoscere che in realtà «il buono» sta al servizio di importanti interessi americani. Dovrebbero tenere presente che iniziative come l'Esdi (European security and defence identity) riflettono la domanda europea di autostima, e che le lamentose ingiunzioni (una serie di «non si può» emanati dai dipartimenti di Stato e difesa) non fanno altro che intensificare i risentimenti europei e hanno la potenzialità di spingere Germania e Gran Bretagna nelle braccia della Francia. In aggiunta, l'opposizione alle iniziative europee da parte dell'America può solo convincere certi europei - ingiustamente - che la Nato è più importante per la sicurezza degli Stati Uniti che per la sicurezza dell'Europa. Infine, ma non meno importante, vista la realtà della scena europea, quelli posti dall'Esdi alla Nato non sono problemi di principio ma di metodo, e i problemi che riguardano il metodo non si risolvono in modo costruttivo trasformandoli in questioni di principio. Quindi, drammatici annunci di rottura sono controproducenti, hanno un che di teologico, e come tali minacciano di trasformare differenze superabili in dibattiti dottrinali. Si rifanno a dissensi passati all'interno della Nato che non hanno portato a nulla di buono, come l'iniziativa morta sul nascere della Forza nucleare multilaterale, nei primi anni Sessanta, che accelerò il programma nucleare francese. O, più di recente, nel 1999, gli sforzi americani per rinvigorire la Nato facendola diventare una sorta di alleanza globale, «fuori zona», iniziativa che cadde in pezzi con l'avvento della guerra in Kosovo. Dispute come queste distraggono da una realtà fondamentale: la Nato ha avuto un notevole successo, e il fatto che sia tutt'altro che perfetta non impone una revisione drammatica.
A questo punto bisognerebbe chiedersi: anche se la nuova forza europea diventasse una realtà nel 2003, dove e come potrà agire da sola? In quale contesto credibile si può immaginare un'Europa che agisca con decisione senza garanzie di sostegno da parte della Nato e senza una certa dipendenza sulle sue finanze? Immaginiamo un conflitto in Estonia, con il Cremlino che incita la minoranza russa e poi minaccia di intervenire, l'Europa non alzerebbe un dito senza il coinvolgimento diretto della Nato. Supponiamo che il Montenegro voglia l'indipendenza e che la Serbia lo invada, senza la partecipazione degli Stati Uniti è probabile che le forze europee verrebbero sconfitte. Mentre le tensioni sociali in piccole province europee - per esempio la Transilvania o persino la Corsica! - richiederebbero l'invio di forze di pace europee (come già è successo in Bosnia). Un intervento del genere non sarebbe certo l'esempio di una Europa diventata «un attore indipendente sullo scenario internazionale», per citare il ministro della Difesa francese Alain Richard... Gli Stati Uniti dovrebbero confermare il loro sostegno alla ricerca europea di una maggiore integrazione, anche se quel sostegno sarà essenzialmente retorico. Gli Stati Uniti hanno saggiamente evitato di identificarsi con l'opposizione conservatrice britannica all'unione politica e monetaria europea, e, ugualmente, dovrebbero anche evitare la tentazione saltuaria di mostrare una schadenfreude, un piacere perverso, quando l'Europa inciampa. L'America non deve temere l'emergere di una rivale proprio perché l'integrazione europea sarà lenta e perché il sistema governativo europeo non sarà come quello americano. Il rapporto fra le due sponde dell'Atlantico appare più come un matrimonio che riunisce differenze e convergenze rispettate dalle due parti - compresa una certa divisione del lavoro - ed entrambe di fatto servono e consolidare il rapporto. Questa è stata la situazione negli ultimi cinquant'anni e rimarrà tale per diverso tempo. Di fatto il carattere in evoluzione del sistema internazionale dovrebbe rafforzare i legami transatlantici. L'Europa e gli Stati Uniti insieme rappresentano quasi il quindici per cento della popolazione mondiale, e sono entrambi visti come isole di prosperità e di privilegio in un contesto globale irrequieto e in subbuglio. In quest'era di comunicazioni istantanee, una percezione di ineguaglianza si può tradurre rapidamente in ostilità politica verso coloro che sono invidiati. Quindi, sia i propri interessi che un senso di potenziale vulnerabilità dovrebbero continuare a fornire le basi per una duratura alleanza tra Stati Uniti ed Europa. La comunità europea, situata sulla sponda occidentale dell'Asia e in prossimità dell'Africa, è più esposta al crescente tumulto globale e ai rischi che ciò comporta di quanto lo sia l'America, più isolata geograficamente, più unita politicamente e con una maggiore potenza militare. L'Europa sarà più a rischio se uno sciovinismo politico motiverà di nuovo la politica estera della Russia, o anche nel caso che l'Africa o l'Asia sud-centrale vedessero un aggravarsi dei propri fallimenti sociali. Anche la proliferazione di armi nucleari di distruzione minaccia più l'Europa per la sua limitata capacità militare e per la prossimità geografica con Stati potenzialmente nemici. Per quanto si possa vedere, l'Europa avrà ancora bisogno dell'America per sentirsi realmente sicura. Allo stesso tempo, un rapporto più stretto con l'Europa legittima filosoficamente e definisce il ruolo globale dell'America. Crea una comunità di Stati democratici senza la quale gli Stati Uniti rimarrebbero solitari nel mondo. Mantenere, migliorare e specialmente ampliare questa comunità deve rimanere il compito più storicamente vitale dell'America, per poter «assicurarsi la benedizione della libertà per noi e per la nostra posterità».
© Fl - The National Interest (traduzione dall'inglese di Flavia Marcello)

Zbigniew Brzezinski




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