FISICA/MENTE

 

TERRORISMO USA: QUALCHE ESEMPIO 

 

http://lists.peacelink.it/latina/msg07426.html 

L'Avana, 19 aprile 2006 

La storia reclama 

di JOSÉ PERTIERRA*

 Il 5 aprile scorso a Miami il complice di Luis Posada Carriles nel sabotaggio a un aereo cubano che esplose in volo provocando la morte di 73 persone innocenti che erano a bordo, ha conversato con Juan Manuel Cao di Canale 41 di Miami. L´intervistato Orlando Bosch ha fatto queste dichiarazioni: -Juan Manuel Cao: Lei ha fatto saltare l´aereo del 1976? -Orlando Bosch: Se ti rispondo che sono coinvolto mi sto accusando e se ti dico che non ho partecipato all´azione, tu dirai che sto mentendo. Per questo non dirò nè una cosa nè l´altra, ma ti dico di riferirti ai tribunali che mi hanno assolto in cinque opportunità. -Juan Manuel Cao: In quell´azione sono morte 73 persone. Non ha problemi di coscienza? -Orlando Bosch: No, in una guerra, "chico", come questa che facciamo noi cubani amanti della libertà, se devi abbattere un aereo, lo fai, se devi affondare una nave, l´affondi e si deve essere pronti ad attaccare quello che è a portata di mano. -Juan Manuel Cao: Ma per quelli che sono morti là... per le loro famiglie non senti un pochino di ... -Orlando Bosch: Quell´aereo proveniva dall´Angola. C´erano dentro quattro membri del Partito Comunista, cinque nord coreani, cinque guyanesi, quattro presidenti del Partito Comunista. Chi credi che fossero, amici nostri? Le risposte di Bush a queste domande ci permettono di leggere nella mente del tipo di terrorista che il governo degli Stati Uniti ospita e protegge a Miami, terroristi che negli ultimi 47 anni hanno sferrato una sanguinosa e spietata guerra contro il popolo cubano. Il sabotaggio era stato organizzato da Luis Posada Carrriles e Orlando Bosch ed eseguito da Hernán Ricardo e Freddy Lugo. I preparativi finali per l´azione terrorista cominciarono con l´arrivo di Bosch a Caracas l´8 settembre del 1976. Bosch è un terrorista di origine cubana leader noto della Coordinadora de Organizaciones Revolucionarias Unidas (CORU). Secondo il FBI, CORU era un gruppo che riuniva organizzazioni di esiliati cubani create appositamente per pianificare, finanziare ed eseguire azioni e attacchi terroristi contro Cuba. (Nota del FBI del 29 giugno del 1976) Quando Bush giunse a Caracas l´8 settembre del 1976, Posada Carriles era là per riceverlo e presentargli il suo braccio destro, il leale confidente Hernán Ricardo, che aveva ammesso sotto giuramento d´essere un operativo della CIA. Nel 1976 Ricardo era anche un dipendente di Posada Carriles in un´impresa privata di servizi segreti che Posada aveva fondato e dirigeva a Caracas e si chiamava Investigaciones Comerciales e Industriales (ICI). Ricardo ha ammesso che Posada gli presentò Orlando Bosh negli uffici della ICI a Caracas. Nove minuti dopo il decollo dall´aeroporto di Barbados le bombe scoppiarono e l´aereo s´incendiò: i passeggeri a bordo vissero i dieci minuti piè terribili della loro vita spezzata mentre l´aereo si trasformava in un feretro di fuoco. I brandelli dei corpi si recuperarono lentamente dal mare, ma la maggioranza dei cadaveri era troppo sfigurata perchè i familiari li potesse identificare. Non ci furono sopravvissuti. La storia del CU-455 reclama gridando che il popolo degli Stati Uniti l´ascolti. Se si sapesse la vera storia di come 73 persone sono state assassinate a sangue freddo da questi terroristi che il governo degli Stati Uniti preferisce proteggere invece di giudicare, il popolo non ne permetterebbe l´impunità. Poche persone in questo paese sanno che Orlando Bosch è stato liberato dalla custodia dell´immigrazione dal presidente George Bush padre nel 1990 e che attualmente è in prima fila quando il presidente Busch figlio pronuncia discorsi a Miami. L´avvocato di Bosch è un nipote del dittatore Fulgencio Batista, nominato quattro anni fa da Jeb Bush presidente del Tribunale Supremo della Florida. Per difendere i cubani dal terrorismo che ha ucciso quei 73 innocenti a bordo del CU-455, Cinque coraggiosi cubani sono andati a vivere nella capitale del terrorismo, con il proposito di scoprire le fonti di denaro che finanziano i sabotaggi contro Cuba. Invece d´arrestare i terroristi che i Cinque hanno smascherato, il governo degli Stati Uniti li ha messi in carcere, loro, che hanno combattuto il terrorismo. La sorte dei Cinque cubani adesso è nelle mani di 12 giudici, ma i giudici dovrebbero sentire il peso dell´opinione pubblica, ma nonostante i migliori sforzi gli statunitensi non sanno chi sono i Cinque o perchè stavano a Miami. È importante che si racconti la storia dei Cinque perchè si sappia la ragione per cui sono in prigione questi uomini coraggiosi e sacrificati. Che si sappia che gli Stati Uniti giudicano e condannano gli antiterroristi e che invece ospitano e proteggono i terroristi. Il governo degli USA dirige una guerra ipocrita contro il terrorismo, mentre ospita e ricompensa i suoi terroristi preferiti. Non possiamo starcene tranquilli mentre le autorità degli USA bloccano e invadono paesi che non li hanno mai attaccati, mentre torturano i prigionieri e prendono fotografie come se le vittime fossero curiosità e non esseri umani, mentre spia gli statunitensi senza ordini giudiziari e schiaccia i diritti civili dei suoi cittadini con una legge che gli autori hanno osato chiamare "patriottica". Le politiche interne ed esterne del governo di Bush hanno svegliato in tutto il continente un gigante che era sonnolento e silenzioso. Nel 30º anniversario dell´anno più sanguinoso dell´Operazione Condor possiamo vedere che i popoli dell´America Latina stanno riscattando i loro paesi dalle grinfie del terrore. Questo è un anno di elezioni e i popoli dell´America Latina stanno riprendendo le redini dei loro governi. È arrivata l´ora che il popolo degli Stati Uniti faccia lo stesso! * José Pertierra è uno degli avvocati difensori dei 5 antiterroristi cubani ingiustamente detenuti negli Stati Uniti http://www.granma.cu/italiano/2006/abril/mier19/pertierra.html

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Reiterata la complicità del Governo degli USA con i terroristi 

ROBERTO PÉREZ BETANCOURT (AIN) - 

La forte complicità del Governo degli Stati Uniti con i terroristi di origine cubana e la doppia morale che applicano in questo tema sono stati documentati nella tavola rotonda quotidiana della TV e della radio cubane. I giornalisti hanno ricordato l´anniversario dell´inizio dell´aggressione mercenaria a Playa Gíron - Baia dei Porci - organizzata, finanziata e armata da Washington che fu sconfitta in meno di 72 ore dalla Rivoluzione che aveva trionfato il primo gennaio del 1959. La TV cubana ha mostrato immagini storiche su quello scandalo internazionale che includeva l´Operazione Mangosta con la quale la Casa Bianca ufficializzò il nascente terrorismo contro Cuba e i suoi vincoli con elementi come Luis Posada Carriles e altri criminali che sono sempre liberi per le strade dell´impero. Lazáro Barredo, direttore del quotidiano Granma, ha parlato della Brigata mercenaria 2506 che invase Cuba con l´obiettivo di liquidare la Rivoluzione ed ha affermato che i governanti degli USA avevano preso quella decisione già dalla vittoria armata dei rivoluzionari dell´Isola. Inoltre ha ricordato la detta Operazione 40, organizzata dalla CIA che tra i suoi specialisti contava anche i terroristi Luis Posada Carriles e Orlando Bosh, per addestrarli, organizzare attentati e compiere molti altri crimini. Reynaldo Taladrid, giornalista, ha parlato del simbolo della protezione data alla figura del criminale Felix Rodríguez, che assassinò il Guerrigliero Eroico Ernesto Che Guevara in Bolivia. Rodríguez è stato nominato a Miami presidente dell´organizzazione derivata dalla Brigata mercenaria 2506. Inoltre è stata annunciata la prossima creazione di un museo sulla guerra fredda dove si rifletterà la missione della tristemente celebre brigata sconfitta a Playa Girón, ha commentato ancora, mentre Barbara Bentancourt, giornalista, ha apportato notizie sulla richiesta di Posada Carriles della cittadinanza statunitense ed ha citato le dichiarazioni di Soto, l´avvocato di Posada, che ha annunciato che il suo cliente verrà ufficialmente ascoltato il 20 aprile. "Questa è un´offesa al diritto, ha affermato, e anche alla stessa Legge Patriottica imposta dal presidente Bush". Anche se il criminale è sotto processo solamente per l´ingresso illegale negli USA, l´Agenzia d´Immigrazione e Dogana di questa nazione lo ha definito ufficialmente pericoloso per la sua carriera di delinquente. Nella Tavola Rotonda sono stati elencati i molti privilegi che l´amministrazione Bush concede a Posada Carriles, che lo protegge e che ignora la richiesta di estradizione del Venezuela e la disgustosa manipolazione del processo contro i 5 cubani che sono ingiustamente sequestrati in carcere speciale da più di sette anni mezzo perchè hanno combattuto il terrorismo. René González, Gerardo Hernández, Ramón Labañino, Fernando González e Antonio Guerrero, arrestati nel settembre del 1998 e processati nel 2001 son stati ingiustamente condannati dopo un processo politico a Miami, perchè si erano infiltrati nei gruppi estremisti nemici di Cuba, per impedire l´organizzazione d´azioni di terrorismo. Questi gruppi operano con la protezione di Washington nel sud della Florida. Il nove agosto del 2005 Tre Giudici della Corte d´Appello d´Atlanta del 11º Circuito hanno determinato all´unanimità la revoca delle condanne imposte ai Cinque Eroi cubani ed hanno ordinato un nuovo processo, ma la Procura, all´ultima ora ha richiesto un nuovo intervento del Plenum dei giudici per prolungare la sofferenza degli innocenti; la sentenza non è ancora stata resa nota. Le azioni di solidarietà con i Cinque sono sempre più numerose, come parte della gestione di personalità ed entità diverse che esigono la liberazione dei 5 cubani, è stato ricordato ed è stato aggiunto che il modo di procedere del governo di Bush contro i Cinque contrasta con il processo che si sta svolgendo contro altri due terroristi internazionali: Santiago Álvarez Magriñá e Osvaldo Mitat, noti mafiosi d´origine cubana, per possesso illegale d´armi, le cui carriere criminali includono sabotaggio, contrabbando di esseri umani e di stupefacenti. La TV cubana ha proiettato un reportage di Canale 23 di Miami, nel quale si cerca di evadere le responsabilità criminali di Álvarez Magriñá e Mitad e si apprezza come si esercitano pressioni sulla corte con interviste a familiari degli accusati e manifestazioni ben pagate, anche se il processo si dovrebbe effettuare a porte chiuse. I due hanno partecipato all´infiltrazione illegale di Posada nel territorio degli USA, come aveva denunciato Cuba, senza che le autorità degli Stati Uniti si fossero pronunciate, nonostante una forte copertura della stampa internazionale. A Miami il terroristi hanno il potere, ha affermato il mediatore abituale Randy Alonso, mentre Aixa Hevia, giornalista, ha precisato che questi criminali ottengono spazio a loro favore nei mezzi stampa mentre questa possibilità è assolutamente negata ai Cinque Eroi cubani. Durante il programma, Barredo ha spiegato la connivenza delle autorità nordamericane con la mafia che controlla il criminale traffico di emigranti illegali, direttamente da Cuba agli USA, usando il Messico come ponte ed ha precisato che si tenta di manipolare la propaganda su questi fatti per denigrare l´Isola. È un "affare" molto redditizio che costa 10 - 12 mila dollari per ogni persona che viene portata verso gli USA con motoscafi e yacht, da presunti pescatori, lo stesso sistema storicamente usato dalla CIA contro Cuba. Molti mezzi stampa del Messico hanno denunciato che questo territorio viene utilizzato per il contrabbando umano e che c´è necessità di mettere in moto un meccanismo che obblighi il governo del Messico ad agire contro la mafia, perchè ufficialmente sembra che questi fatti criminali non siano noti.

 http://www.granma.cu/italiano/2006/abril/mar18/mesa.html


Terrorismo made in Usa: il precedente cubano 

17-6-06

Potremmo dare inizio ad una campagna di terrorismo ('da far apparire come', ndr) comunista e cubano, nell'area di Miami od in altre città della Florida ed anche a Washington. La campagna di terrore sarebbe indirizzata a rifugiati cubani in cerca di asilo negli Stati Uniti. Potremmo affondare (veramente o per finta) una barca piena di cubani diretta in Florida. Potremmo promuovere attentati alla vita di rifugiati cubani negli Stati Uniti […] fare esplodere alcune bombe al plastico in luoghi attentamente studiati…

Queste proposte non sono frutto della mente malata di gruppi terroristi. Non sono state vergate in fretta, a mano, in un covo segreto, sotto la continua minaccia di essere scoperti dal governo americano e perseguiti per i propri disegni criminali. Sono battute a macchina su fogli protocollati del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d'America.

La data è il 13 marzo 1962. La firma sui documenti è dell'allora Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Lyman Louis Lemnitzer. L'obiettivo delle proposte? Accusare i comunisti cubani di terrorismo e convincere l'opinione pubblica americana della necessità impellente di un'invasione su vasta scala dell'isola caraibica.

Nella primavera del ‘62 a Washington bruciano ancora le ferite aperte dal disastroso tentativo di invadere Cuba che quasi un anno prima, nell'aprile del 1961, ha visto la Cia andare incontro al più clamoroso fallimento della propria storia: la Baia dei Porci. Come racconta James Bamford nel best seller “Body of Secrets” (Doubleday & Co., 2001) – tutt'ora l'opera più completa esistente sulla National Security Agency – il Generale Lemnitzer all'epoca dei preparativi per l'invasione sapeva che il progetto della Cia era senza speranze, ma tacque volontariamente e diede al Presidente John F. Kennedy una valutazione positiva sul piano. Come lo stesso Generale scrisse in un memorandum che conservò senza mai divulgarlo, sarebbe stato in grado di suggerire correttivi essenziali al piano della Cia per la Baia dei Porci, ma lasciò che si verificasse il disastro perché lui e i suoi generali volevano che il controllo delle operazioni nei Caraibi passasse dalla Cia al Dipartimento della Difesa e allo Stato Maggiore. Il suo cinico silenzio, che costò la vita a 114 esuli cubani impiegati nell'attacco, ottenne lo scopo: dopo la disfatta il direttore della Cia Allen Dulles fu costretto a rassegnare le dimissioni e il Presidente diede vita al Progetto Mangusta (conosciuto anche come “The Cuban Project”) in cui il controllo delle operazioni passava allo Stato Maggiore.

La citazione con cui si apre questo articolo proviene da documenti comunemente noti come i “Northwoods”. Nel marzo del ‘62 Lemnitzer, a nome di tutto lo Stato Maggiore, sottopone al Segretario alla Difesa Robert McNamara alcune proposte per generare “pretesti che forniscano giustificazioni all'intervento delle Forze Armate Usa a Cuba”. McNamara e i fratelli Kennedy rifiutarono di mettere in atto i piani Northwoods (clicca), e i suggerimenti in essi contenuti sono rimasti coperti dal segreto fino al 18 Novembre del 1997, quando sono stati declassificati dalla “John F. Kennedy Assassination Records Review Board”, un'agenzia governativa incaricata di presiedere alla divulgazione di documentazione ufficiale collegata all'omicidio del 35° Presidente degli Stati Uniti.

Oltre alla campagna di terrore sopra citata, i piani di Lemnitzer, nella parte denominata “Annex to Appendix to Enclosure A”, suggerivano di:

- Diffondere a Cuba voci false utilizzando radio clandestine;

- Dare vita a finti attacchi, sabotaggi e rivolte nella baia di Guantanamo, sede della base americana, accusando poi le forze cubane;

- Ispirarsi all'affondamento della nave USS Maine avvenuta a L'Avana nel 1898 (che diede il via alla guerra ispano-americana), affondando quindi una nave americana nella baia di Guantanamo e dando la colpa ai cubani;

- Bruciare con bombe incendiarie i raccolti di nazioni come Haiti, la Repubblica Dominicana o altre, fornendo poi prove della responsabilità cubana.

Particolare menzione merita la proposta di cui al punto 8 dell'Annex, che venne esplicitamente approvata da tutto lo Stato Maggiore:

È possibile creare un incidente che dimostrerebbe in modo convincente che un caccia cubano ha attaccato e abbattuto un volo civile charter che partito dagli Stati Uniti era diretto in Jamaica, Guatemala, Panama o Venezuela. La destinazione verrebbe scelta solo per fare in modo che il piano di volo preveda di passare sopra Cuba. I passeggeri potrebbero essere un gruppo di studenti del college in vacanza […] . Un aereo alla base di Eglin potrebbe essere dipinto e numerato come esatto duplicato di un aereo civile registrato come appartenente ad una organizzazione di cui è proprietaria la Cia nell'area di Miami. All'ora stabilita il duplicato verrebbe sostituito al vero aereo civile e riempito con i passeggeri, tutti imbarcati sotto nomi fittizi accuratamente selezionati. Il vero aereo registrato verrebbe trasformato in un drone [aereo telecomandato, ndr]. Le ore di decollo del drone e del vero aereo verrebbero programmate in modo da permettere un rendezvous a sud della Florida. Dal punto di rendezvous il volo contenente i passeggeri scenderebbe ad una altitudine minima e punterebbe dritto verso una pista ausiliaria presso la base di Eglin, dove sarebbero stati fatti in precedenza preparativi per l'evacuazione dei passeggeri e il ritorno dell'aereo allo stato originale. Nel frattempo il drone continuerebbe a volare secondo il piano di volo. Arrivato sopra Cuba il drone trasmetterebbe sulla frequenza internazionale un messaggio di “May Day” affermando di essere sotto attacco di un Mig cubano. La trasmissione verrebbe interrotta dalla distruzione dell'aereo che verrebbe provocata da un segnale radio ”.

L'Operazione Northwoods e i brillanti suggerimenti in essa contenuti sono parte di almeno una trentina di simili memorandum che nell'ambito del “Cuban Project” affollarono la scrivania del presidente Kennedy fino alla crisi nucleare dell'ottobre del '62. E opere come il recente “Il terrorismo degli Stati Uniti contro Cuba” (AA.VV. - Sperling & Kupfer, 2006) insegnano che Cuba ha continuato a subire per decenni le amorevoli cure del potente vicino, tutte cure molto simili a quelle previste nei Northwoods, portate avanti da esuli cubani coperti dall'Fbi.

Nei cinque anni successivi all'11 settembre del 2001, il mercato editoriale e la rete Internet hanno visto moltiplicarsi i libri e i siti Internet di singoli ricercatori, docenti universitari e intere associazioni che denunciano la possibile partecipazione del governo degli Stati Uniti all'orchestrazione degli attentati di New York e Washington. Il tema delle torbide origini del Grande Pretesto per la “guerra al terrore”, è come una pentola a pressione che giace da tempo sul fuoco: comincia ad essere instabile. Ormai gli sbuffi di vapore fanno capolino persino in televisione, come è accaduto in Italia con uno speciale Tg1 a cura di Roberto Olla, dal titolo “P come Pentagono, M come Mistero”, andato in onda a febbraio di quest'anno. Oppure come è accaduto a marzo negli Usa quando l'attore holliwoodiano Charlie Sheen ha dichiarato pubblicamente di ritenere che il governo stia coprendo la verità. Marchiati sdegnosamente dai media mainstream come folli “complottisti”, semplici cittadini come Sheen e diversi studiosi in tutto il mondo si difendono e contrattaccano puntando il dito proprio sui piani Northwoods: tutto quello che sospettiamo sia accaduto, in particolare l'utilizzo di aerei-droni – dicono – è stato proposto nel ‘62 al presidente degli Stati Uniti, è tutto nello “Annex to Appendix to Enclosure A”, al punto 8.

E non lo abbiamo scritto noi.


di Paolo Jormi Bianchi
da "Latinoamerica - Tutti i Sud del Mondo" di giugno 2006

 


http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=1179 

QUANDO LE GUARDIE SONO I LADRI
di John Kaminski

La messa in scena degli attentati diffonde il terrore, mentre i veri colpevoli continuano ad arricchirsi

Per quanto ancora permetteremo a questa perversa assurdità di continuare? Incidenti imbarazzanti in continuazione, la denuncia di abusi di potere, o la rivelazione di qualche inquietante copertura, e i poteri che inscenano un attacco terroristico (colpendo nel mucchio e sacrificando un numero casuale di vite innocenti) per poter dare la colpa a un nemico di fantasia, e avere il pretesto di appesantire l'immorale oppressione sulla gente comune.

E' notevole che i presunti colpevoli non vengano mai catturati (e spesso, come è successo per l'11 settembre, nemmeno identificati con certezza), oppure, se vengono presi, si rivelano uomini di paglia riprogrammati come John Hinckley o Thimothy Mc Veigh, tutti e due (come è sempre successo con lo stereotipo del sicario identificato, catturato e quindi eliminato, sin dai tempi dell'assassinio di JFK) manifestamente incapaci di portare a termine senza un valido aiuto i diabolici piani di cui erano magniloquentemente accusati.

Gli attentati di Londra mi ricordano quelli di Madrid, Istanbul e Bali. Nessun colpevole catturato. Si addossa la responsabilità ai soliti arabi assetati di sangue. E gli innocenti ne pagano le conseguenze. Quando ci decideremo a ricomporre il quadro e capire che la minaccia terroristica globale di cui straparla una stampa di regime totalmente corrotta, non è altro che un caos preordinato, progettato per rafforzare il potere rapace dei super-ricchi, che tutti questi assurdi omicidi sono soltanto un secondario sacrificio statistico nei piani finanziari dei titani capitalistici che controllano gran parte del mondo, e bramano quel che resta? Ci renderemo mai conto della vera natura di questo orribile gioco? Non ce n'è mancata l'occasione, nel corso di perlomeno mezzo secolo. Ma ogni volta l'abbiamo sprecata. Ogni volta siamo stati incapaci di ostacolare la diabolica ascesa del totalitarismo corporativo. E come risultato diretto, ogni mossa di calcolato terrore è stata peggiore della precedente.

Certo, sono in molti a vedere questo gioco insano per quello che è, ma non sono loro ad avere il potere. Il fatto che nemmeno un membro del governo rappresentativo degli Stati Uniti abbia avuto il coraggio almeno di riconoscere i gravi dubbi sulle stragi di stato dell'11 settembre a New York o del 19 aprile a Oklahoma City, resta un'eterna vergogna del popolo americano. E sì, certo, qualche liberal-chic ha saggiato col piedino la temperatura dell'acqua, lasciandosi sfuggire, in un bisbiglio udibile a malapena, che magari la guerra in Iraq (sicuramente la più crudele e irresponsabile iniziativa mai presa dal governo statunitense, in una pur lunga e disgraziata serie di azioni sconsiderate basate su evidenti menzogne) non è proprio il massimo dei massimi, ma anche questi timorosi aspiranti patrioti non hanno ricevuto il minimo sostegno da un'industria mediatica coi paraocchi. E allora la gente ha paura di esprimersi, per paura di perdere il lavoro, o adirittura la famiglia, o (in casi come quelli di Paul Wellstone[1] o Hunter S. Thompson [2]) la vita.

E' questo che vorrei sapere, per quanto ancora ci faremo piccoli dalla paura, per quanto continueremo a far finta che i grandi giornali e le grandi tv degli Stati Uniti dicano la verità, mentre dovrebbe essere chiaro (oh, ma è solo la mia umile opinione) che, come fanno Presidente e Congresso, mentono praticamente su tutto? Ormai dovrebbe essere chiaro che se continuiamo così, saremo tolti di mezzo uno dopo l'altro. Ma chi avrà il fegato di restare dritto e dire: ehi, un momento! E' il nostro stesso governo a farci tutto questo, agli ordini della gente influente che lo controlla. Come farebbe se no la Halliburton a ottenere contratti su contratti, coi giudici che guardano dall'altra parte se si solleva la questione? Come farebbero se no tutte quelle industrie farmaceutiche a ottenere dai senatori l'immunità dopo aver messo nei loro farmaci veleni che riducono in stato vegetativo milioni di bambini? Per quanto ancora tollereremo quest'impressionante livello di corruzione?

Di certo dobbiamo renderci conto che questi comportamenti hanno già distrutto tutto quello a cui tenevamo. Per capirci: non è che tutti segretamente nutrono il desiderio di trasformarsi in Kenneth Lay, frodare la collettività per centinaia di milioni di dolari e poi farla franca per via dei contributi versati al Comitato Nazionale Repubblicano? E' questo il nuovo Sogno Americano? E' a cose del genere che pensavo su un treno per New York, qualche giorno fa, mentre scrutavo il magnifico profilo di questa città, ovviamente mutilato per sempre di quelle due alte torri squadrate una volta simbolo della potenza del'America. Nella mia mente sono ancora lì, torri fantasma tra le ombre della memoria, che esalano orribili ricordi di fumo e polvere e minuscole figure che continuano eternamente a precipitare nello spietato abisso del tempo. E pensavo al perché non ci fossero più, quelle due torri slanciate, e ricordavo alcune delle cose che ho detto al riguardo nei tre anni passati, e forse pensavo a come continuare a parlarne, mentre il treno sferragliava sulle rotaie verso Secaucus.

Tra l'altro ho affermato che l'intero Congresso, insieme a migliaia di persone che lavorano per il governo federale, dovrebbero essere incriminati per complicità in strage e tradimento, per aver favorito tutte le cose orrende che il governo americano ha fatto al resto del mondo (per non menzionare la sua stessa popolazione) negli ultimi anni, e a questo pensavo. Sono stato uno di quelli che sostengono l'inutilità del voto, vista la corruzione raggiunta dal processo politico, e ho insistito sul fatto che per riparare i guasti dell'America e del mondo prima tutto questo sistema corrotto deve crollare. Mandate tutti gli eletti al Congresso a Guantanamo, e lasciate tornare tutti quegli arabi e afgani innocenti alle famiglie a cui appartengono!

Ma poi ho pensato a come davvero funziona il sistema, persone che si affidano al proprio governo per l'assegno di invalidità che li farà respirare e mangiare per un altro giorno ancora; milioni di impiegati pubblici di ogni livello che mantengono la famiglia col loro stipendio, preoccupati del conto del dottore, e che cercano di mandare i figli al college; e milioni di altri che sopravviverebbero solo pochi giorni a un collasso del sistema. Ed reccolo lì a fissarmi negli occhi, proprio dove sorgeva lo spettro delle due torri. Il sistema che ha reso l'esistenza di tanta gente (me compreso) così gradevole, godibile, vitale, era lo stesso sistema che ha fabbricato (con l'aiuto dei servizi israeliani, dei banchieri inglesi e dei Fratelli Musulmani) l'idea di al-Qaeda come organizzazione terroristica, e che con l'assistenza di Mossad, MI-5 e CIA, va piazzando bombe in tutto il mondo, dando la colpa ad arabi di fantasia, così che tristi mutilati prendano l'autobus nel Queens, e che agli unti angoli di Manhattan i giornalai possano vendere il venefico (e fomentatore di crimini razziali) New York Post, per mantenere così la famiglia e avere un po' di felicità nella loro piccola vita, in realtà non molto diversa dalla mia. E ho pensato, visto che ne avevo il tempo, a che razza di patto contorto sia questo. Dobbiamo per forza ucciderne così tanti, mentire così tanto, per ottenere in cambio tanto poco, anche se quel poco ci è così necessario?

Poi sono tornato con la mente al treno affollato dai miei simili, pensando a quanto fossi fortunato a ritrovarmi in questo tempo e spazio, in salute e felice (anche se un po' troppo critico e introspettivo). Più tardi avrei pensato che a questo mondo ognuno di noi è solo, e se non insistiamo a essere sinceri e a non uccidere quelli che non dovremmo uccidere, forse che cascherà il mondo per questo? In altre parole, tutte queste terribili uccisioni sono necessarie per permettere a noi americani di condurre la prospera esistenza cui siamo abituati? E se sono necessarie, se la visione del mondo di George W. Bush è giusta, è un mondo di cui vorrei far parte? Non credo.

Eppure, essendo talvolta un incosciente americano, anch'io prendo la mia fetta, riscuoto il dividendo del (relativo) benessere e divertimento che l'America mi permette, e che chiunque nel mondo continua a desiderare. In questo senso, perciò, ho la mia parte di responsabilità per le ferite che la macchina da guerra americana arreca al mondo. Se fossi costretto a farne una, quale sarebbe la mia scelta? Questa potenza continua far saltare in aria innocenti per rendere l'America un posto dolce e gradevole in cui vivere. Un posto del genere potrebbe esistere senza massacri? Senza menzogne? Il diletto che ci danno il Super Bowl e lo Xanax dipendono direttamente dall'assassinio di gente di colore che per caso si è ritrovata seduta sul petrolio che vogliamo? E' per questo che la maggior parte di noi non dice niente su quello che il nostro governo fa a civili innocenti, perché in fondo la nostra natura è la stessa di George W. Bush e Dick Cheney, e quindi possiamo distogliere lo sguardo quando bisogna eliminare qualcuno per rifornirci di beni materiali? Se siamo persone del genere non dovremmo preoccuparci dell'11 settembre, del fatto che il nostro governo abbia ucciso tremila nostri concittadini, né di un po' di gente fatta saltare a Londra, perché era necessario che fosse fatto, per permetterci di ascoltare in pace i nostri iPod.

Ma se non siamo questo tipo di persona, non è forse ora che ci rendiamo conto che il massacro dell'11 settembre (come gli attentati di Londra) è qualcosa che ci colpirà inevitabilmente, perché abbiamo tollerato la violenza in nome del profitto per più di 200 anni, un profitto che è stato in gran parte anche nostro. Credete davvero che la nostra vita passerà senza che dobbiamo pagare per quello che abbiamo fatto al resto del mondo?

Tu che in questo momento mi stai leggendo, fa finta, solo per amor di discussione, di essere un americano.

Quale ti sembrerebbe il giusto prezzo da pagare per quello che hai fatto al mondo? E visto che le guardie sono i ladri, a chi chiederai aiuto quando un bel giorno la bomba che l'elite al potere ha deciso di piazzare per convincere il pubblico che il nemico è alle porte, quando quella bomba ticchetterà sul TUO autobus?

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di DOMENICO D'AMICO

note del traduttore:

(1) Senatore Democratico, molto impegnato per l'ambiente e i diritti civili, si oppose a entrambe le guerre contro l'Iraq. E' morto in un incidente aereo nel 2002.

(2) E' il sardonico autore (tra gli altri) di "Paura e Delirio a Las Vegas", morto suicida il 20 febbraio di quest'anno.


8 Luglio 2005
Socialist Worker

Le bombe di Blair

John Pilger


http://www.zmag.org/Italy/pilger-lebombediblair.htm 

Nel classico di Lewis Carroll, Alice chiede al Gatto del Cheshire e al Cappellaio Matto di mostrarle la strada per uscire dal Paese delle Meraviglie. Loro lo fanno più volte, da questa parte, da quella parte, finché lei non perde la pazienza e il suo mondo dei sogni va in pezzi, svegliandola. Le persone uccise e mutilate in Iraq e la popolazione africana volutamente impoverita dai nostri governi e dalle nostre istituzioni, nel nostro nome, ci chiedono da tempo di svegliarci. Le bombe di Londra potrebbero averlo fatto.



Tre settimane fa un rapporto segreto della Cia avvertiva che l'invasione dell'Iraq ha trasformato il paese in un punto focale del terrorismo. Prima dell'invasione, nessuna agenzia di intelligence considerava l'Iraq in termini così critici. Al contrario, nel 2003 la Cia riferiva che l'Iraq «non ha esportato alcuna minaccia terroristica verso i suoi vicini», e che Saddam Hussein era «ostile ad Al-Qaeda». L'invasione anglo-americana ha cambiato tutto questo. Invadendo un paese indifeso al centro del mondo arabo, l'avventura di Blair ha ora portato in Gran Bretagna gli orrori quotidiani dell'Iraq. Per un anno Blair ha cercato di distogliere gli inglesi dall'Iraq, e questa settimana sembrava che i suoi «spin doctors» e la buona sorte stessero giocando a suo favore. Essere riuscito a fare aggiudicare a Londra le Olimpiadi del 2012 aveva contribuito a creare l'effimera illusione che tutto andasse bene, nonostante i continui atti di barbarie in corso in un paese lontano. Soprattutto, la riunione del G8 in Scozia e il circo di «Make Poverty History» che l'ha accompagnata sono serviti a coprire quello che è il maggiore scandalo politico dell'epoca moderna: un'invasione illegale e rapace giustificata da bugie dimostrabili. Nelle ultime due settimane, il contrasto tra l'informazione sul G8, le sue marce e i concerti pop, e un altro evento «globale» in Turchia, è stato indicativo. Il Tribunale Mondiale sull'Iraq a Istanbul praticamente non è stato riportato dai media, eppure le evidenze che ha prodotto, le più scottanti fino a oggi, sono state lo spettro del G8.

Il tribunale è una seria indagine pubblica internazionale sull'invasione e sull'occupazione, del tipo che i governi non osano tenere. Le sue testimonianze oculari, ha detto a Istanbul la scrittrice Arundathi Roy, «dimostrano che anche quelli di noi che hanno cercato di seguire la guerra da vicino conoscono solo una minima parte degli orrori avvenuti in Iraq».

La testimonianza più scioccante è stata resa da Dahr Jamail. A meno che non lo leggiate su Internet, non sapete chi sia. Non è un simpatico blogger di Baghdad. A mio parere, è il miglior reporter che lavori in Iraq. Al suo confronto, quelli che vanno al seguito delle truppe con i loro giubbotti antiproiettile e masticano gomme, conosciuti come «giornalisti embedded», scompaiono. Libanese con cittadinanza americana, Jamail è stato in quasi tutti i luoghi dell'Iraq dove i giornalisti embedded non sono stati.

A Istanbul, Jamail ha portato la sua testimonianza di reporter indipendente sulle migliaia di iracheni torturati ad Abu Ghraib e in altre prigioni americane. Il suo racconto di quello che è accaduto a un funzionario della pubblica amministrazione a Baghdad è stato emblematico. Quest'uomo, Ali Abbas, era andato in una base Usa a indagare su alcuni suoi vicini scomparsi. Alla sua terza visita è stato arrestato senza che gli fosse contesta alcuna accusa, denudato, incappucciato e costretto a simulare atti sessuali con altri prigionieri. Questa era la procedura standard. È stato colpito sui genitali, sottoposto a scariche elettriche anali, gli è stata negata l'acqua ed è stato obbligato a osservare mentre il suo cibo veniva gettato via. Gli è stato puntato alla testa un fucile carico per impedirgli di gridare dal dolore, mentre i suoi polsi venivano legati così stretti che gli sanguinavano le mani. È stato immerso nell'acqua fredda mentre un ventilatore veniva tenuto vicino al suo corpo.

«Hanno acceso un altoparlante - ha raccontato (Abbas) a Jamail - mi mettevano le casse vicino alle orecchie e dicevano: `stai zitto, fotti, fotti, fotti!'». Gli hanno impedito di dormire. Gli hanno strofinato addosso gli escrementi e gli hanno aizzato contro i cani. «A volte, di sera, quando leggeva il Corano - ha raccontato Jamail - (Abbas) doveva tenerlo in mano nel corridoio per avere un po' di luce. I soldati prendevano a calci il Corano, e a volte hanno cercato di urinarci sopra o di strofinarci gli escrementi». Una donna soldato gli ha detto: «il nostro obiettivo è spedirti all'inferno... Questi sono gli ordini dei nostri superiori, trasformare la vostra vita in un inferno».

Jamail ha raccontato come gli ospedali di Falluja siano stati soggetti a una tattica americana di punizione collettiva: i marines Usa aggredivano il personale e impedivano ai feriti di entrare, i cecchini americani sparavano alle porte e alle finestre impedendo che le medicine e il sangue per le trasfusioni arrivassero a destinazione. Ci sono stati casi di bambini uccisi davanti ai loro genitori, gli hanno sparato a freddo.

I due uomini responsabili di questo, Gorge Bush e Tony Blair, sono arrivati sorridenti alla riunione del G8 a Gleneagles. A differenza che per il Tribunale sull'Iraq l'informazione è stata tantissima, eppure nessuno del «mainstream» - dai giornalisti «embedded» agli organizzatori di «Make Poverty History», alle celebrità accreditate e accettabili - ha tracciato un ovvio collegamento con quello che Bush e Blair hanno fatto in Iraq. Nessuno si è alzato in piedi per dire che il fumo negli occhi della «cancellazione del debito» di Blair corrisponderebbe, nella migliore delle ipotesi, a meno del denaro che il governo spende in una settimana per brutalizzare l'Iraq. In questo paese, la violenza britannica e americana ha causato il raddoppio della povertà e della malnutrizione infantile da quando Saddam Hussein è stato defenestrato (fonte Unicef).

Il tema della settimana del G8 è stato il modo in cui il vero dissenso e la verità sono stati messi sotto silenzio, pacificati, cooptati. Le immagini nauseanti proiettate sugli schermi giganti dietro le pop star a Hyde Park ammiccavano a un'ignoranza deliberata e autocompiaciuta. Non c'era nessuna delle immagini che la televisione si rifiuta di mostrare: quelle dei medici iracheni uccisi, con il sangue che gli cola dalla testa, abbattuti dai cecchini di Bush. Sulla copertina del Guardian, si celebrava «l'Età dell'Ironia» mentre la vita reale è diventata più satirica di qualsiasi satira. C'era Bob Geldoff che riposava il suo viso sorridente sulla spalla di un Blair anch'egli sorridente, il criminale di guerra e il suo giullare che è stato fatto cavaliere. Altrove, un Bono eroicamente stagliato in controluce si complimentava con uomini come Jeffrey Sachs, ritenuto un salvatore dei poveri del mondo e allo stesso tempo elogiava la «compassionevole» guerra al terrore di George Bush come uno dei più grandi successi ottenuti dalla sua generazione. E c'era anche Brown, colui che ha imposto le ingiuste regole commerciali, il quale, incredibilmente, dichiarava che «regole commerciali ingiuste sono catene per i poveri»; e Paul Wolfowitz, che sorrideva raggiante accanto all'Arcivescovo di Canterbury: questo è l'uomo che, prima che gli fosse consegnato il controllo della Banca Mondiale, ha escogitato molta parte del cosiddetto golpe neo-con di Bush, la bugiarda giustificazione del bagno di sangue in Iraq, e la nozione di «guerra infinita».

E se vi siete persi tutto questo, c'è un kit PDF scaricabile da una e-mail «one Campaign» per «aiutarvi a organizzare il vostro party Live8». La cancellazione dei cantanti e dei gruppi africani, parcheggiati dove Geldoff ha decretato, in un parco a tema sull'ambiente in Cornovaglia lontano dal tanto decantato pubblico globale, è stato giustamente definito da Andy Kershaw un «apartheid musicale».

«Iraq» era una parola tabù. La morte di più di 100.000 civili è stata cancellata dal dibattito pubblico. C'è mai stata una censura così completa, insidiosa e ingegnosa come questa? Persino quando Stalin cancellava i compagni purgati dalla fotografia annuale in cima al mausoleo di Lenin, il popolo russo era in grado di colmare le lacune. Nell'era di Blair, il battage mediatico e culturale fornisce armi propagandistiche infinitamente più potenti. Per Diana, c'è stato il cordoglio attraverso i media. Per l'Iraq, c'è stata la guerra attraverso i media. Ora c'è la distrazione di massa attraverso i media, una normalizzazione dell'indicibile, secondo cui «lo stato ha perso la testa e sta punendo tanti innocenti», come scriveva il commediografo Arthur Miller, «e così l'evidenza deve essere negata internamente». Invece, Blair e il suo tesoriere Gordon Brown hanno proclamato «una grande crociata morale» per salvare i poveri del mondo.

Grazie alla benedizione di Bono, Madonna, Paul McCartney, e naturalmente di Geldoff - il cui Live Aid ventun'anni fa non portò a nulla per la popolazione dell'Africa - i predatori e i prestasoldi contemporanei di quel continente, piazzati con i loro uffici a Londra, Washington e Bruxelles, hanno messo a segno una truffa senza precedenti: l'antitesi del 15 febbraio 2003 quando due milioni di persone hanno portato il loro cuore e il loro cervello nelle strade di Londra.

«(La nostra) non è una marcia nel senso di una dimostrazione, ma è più una camminata» ha detto Bruce Whitehead di «Make Poverty History». «L'enfasi è sul fatto di divertirsi e prendere il sole. L'intenzione è di dare il benvenuto in Scozia ai leader del G8 e chiedere loro di attuare la giustizia commerciale, la cancellazione del debito e di fornire maggiori aiuti ai paesi in via di sviluppo».

Nel classico di Lewis Carroll, Alice chiede al Gatto del Cheshire e al Cappellaio Matto di mostrarle la strada per uscire dal Paese delle Meraviglie. Loro lo fanno più volte, da questa parte, da quella parte, finché lei non perde la pazienza e il suo mondo dei sogni va in pezzi, svegliandola. Le persone uccise e mutilate in Iraq e la popolazione africana volutamente impoverita dai nostri governi e dalle nostre istituzioni, nel nostro nome, ci chiedono da tempo di svegliarci. Le bombe di Londra potrebbero averlo fatto.


http://members.fortunecity.co.uk/freebie/faiit.htm 

Dall'Afghanistan al'Iraq:

trapiantare il terrorismo ordito dalla CIA

di Kurt Nimmo

14 gennaio 2005

 

Come un tecnico di laboratorio che compie esperimenti sui roditori ed in seguito scrive un rapporto sul risultato dell'esperimento, il National Intelligence Council (NIC) della CIA ha rilasciato un rapporto di 119 pagine sul terrorismo che ha speso miliardi per creare e scatenare per il mondo. L'Iraq fornisce ai terroristi "una base di addestramento, di reclutamento e l'opportunità di aumentare le capacità", dice a Dana Priest del Washington Post il funzionario dell'intelligence nazionale per le minacce internazionali David B. Low. "L'Iraq ha rimpiazzato l'Afghanistan come terreno di addestramento per la prossima generazione di terroristi 'professionalizzati'", ha riassunto Priest.

Notare l'omissione, o forse è un caso di amnesia, sebbene improbabile, di quanto la CIA sia responsabile dei terroristi 'professionalizzati' operanti in Afghanistan e successivamente in Iraq. Sia Robert Gates, ex direttore della CIA, che Zbigniew Brezinski, consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter lo ammettono. Brezinski qualche anno fa se ne è persino vantato con un quotidiano francese, il Nouvel Observateur. I mujaheddin afgani, e la cosiddetta al Qaeda di Osama bin Laden, sono stati creati dalla CIA, dall'ISI pakistano e dal MI6 britannico. Come Brzezinski disse alla CNN nel 1997, gli USA collaborarono "con i sauditi, gli egiziani, i britannici, i cinesi ed iniziammo a fornire armi ai mujaheddin", apparentemente per sbarazzarci dei sovietici in Afghanistan (notare che gli USA iniziarono ad addestrare e finanziare i mujaheddin e quella che il Washington Post ed altri quotidiani controllati in definitiva chiamano "al Qaeda" prima che i sovietici invadessero l'Afghanistan). "La storia completa della fruttifera (!) cooperazione USA-Cina, diretta contro l'Unione Sovietica (specialmente riguardo l'Afghanistan), cominciata sotto l'amministrazione Carter e proseguita sotto Reagan, deve ancora essere raccontata", ha scritto Brzezinski nel suo libro "La triade geostrategica". Siate certi che non verrà raccontata da giornali come il Washington Post.

Priest e Low non menzionano né questa "cooperazione" né il fatto che i mujaheddin e al Qaeda furono tenuti a disposizione per essere utilizzati altrove dopo che i sovietici fuggirono dall'Afghanistan. "La rete terrorista al Qaeda di Osama bin Laden è attiva nei Balcani da anni, più di recente nell'aiutare i ribelli del Kosovo a combattere per l'indipendenza dalla Serbia con il sostegno finanziario e militare degli Stati Uniti e della NATO", ha scritto Isabel Vincent sul National Post, un fatto a quanto pare confermato da un documento dell'FBI. "L'arrivo nei Balcani dei cosiddetti arabi afgani, provenienti da vari paesi del Medio Oriente e collegati ad al Qaeda, iniziò nel 1992 subito dopo la guerra in Bosnia".

Negli anni immediatamente precedenti il bombardamento NATO della Jugoslavia nel 1999, i militanti di al Qaeda si spostarono in Kosovo, la provincia meridionale della Serbia, per aiutare gli estremisti di etnia albanese del KLA a compiere la loro campagna terroristica contro obiettivi serbi nella regione ... Gli Stati Uniti, che a suo tempo avevano addestrato gli arabi afgani durante la guerra in Afghanistan, li sostennero in Bosnia e quindi in Kosovo. Quando le forze della NATO lanciarono la loro campagna militare contro la Jugoslavia [nel marzo del 1999] per spodestare [Slobodan] Milosevic, entrarono nel conflitto in Kosovo dalla parte del KLA [Esercito di liberazione del Kosovo], che aveva già ricevuto un "sostanzioso" sostegno militare e finanziario dalla rete di bin Laden, dicono gli analisti.

In altre parole, gli Stati Uniti sostenevano al Qaeda dopo gli attentati alle ambasciate in Kenya e Tanzania dell'agosto 1998, fatti addebitati ad al Qaeda e che perciò, ci venne detto, spinsero Clinton a bombardare "campi di addestramento" (costruiti in precedenza dalla CIA) in Afghanistan il 20 agosto dello stesso anno. Eccezionalmente, la relazione da compagni di letto tra Clinton, Osama bin Laden ed il KLA venne raccontata esplicitamente da Jerry Seper sul Washington Times:

Alcuni membri dell'Esercito di liberazione del Kosovo, che finanziava il proprio sforzo bellico con la vendita di eroina, vennero addestrati in campi terroristi condotti dal fuggitivo internazionale Osama bin Laden, ricercato per gli attentati del 1998 a due ambasciate USA in Africa nei quali morirono 224 persone, compresi dodici americani ... I membri del KLA, abbracciati dall'amministrazione Clinton nella campagna di bombardamento per portare al tavolo dei negoziati il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic, erano stati addestrati in campi segreti in Afghanistan… ed altrove, secondo rapporti di intelligence appena ottenuti. ... I rapporti dimostrano anche che il KLA ha arruolato terroristi islamici, mujaheddin, come soldati per il conflitto in corso contro la Serbia, e che molti già erano stati portati di nascosto in Kosovo per partecipare ai combattimenti, ... I rapporti dicevano che l'organizzazione di bin Laden, nota come al Qaeda, aveva sia addestrato che sostenuto finanziariamente il KLA.

Clinton ed il Bombarolo Pazzo della Jugoslavia, il generale Wesley Clark, che il "liberal" Michael Moore voleva fosse presidente, operarono mano nella mano con il KLA, e quindi con al Qaeda. "Il Washington Post pubblicò un lungo articolo sulle attività globali di bin Laden, notando la sua presenza in posti come la Bosnia ed il Kosovo occupati dalla NATO, e dall'ONU, ma mancò di far notare che ciò è accaduto sotto l'occhio vigile dell'amministrazione Clinton", hanno scritto Reed Irvine e Cliff Kincaid per Accuracy in Media. "Il Post preferibilmente non porterebbe alla luce questo argomento". Naturalmente no, ed esso "trascurò" pure di menzionare la ben documentata connessione tra il "terrorismo islamico" e la politica estera degli Stati Uniti nell'ultimo articolo che cita il rapporto del laboratorio CIA che dipinge l'Iraq come un'incubatrice per terroristi.

Se l'Iraq è un "magnete per l'attività terroristica internazionale", come ha raccontato al Post il presidente del NIC Robert L. Hutchings, non è molto fuori luogo concludere che è un magnete utile per gli obiettivi di politica estera degli Strausscon, cioè la pretenziosa "guerra al terrorismo" di Bush che durerà per generazioni, come promesso da Dick Cheney ed altri. Infatti, cosiderato il comportamento passato, suesposto in dettagli, non è molto fuori luogo concludere che ciò che sta avvenendo in Iraq, una affluenza di terroristi "professionalizzati", addestrati e sostenuti dalla CIA in Afghanistan e Bosnia, è esattamente ciò che la "comunità dell'intelligence", ora fermamente sotto il controllo dei Bushcon con Porter Goss che sbatte insieme le teste, vuole e per la quale si è sforzata a lungo. Dopo tutto, il terrorismo definisce la CIA, Bush e le intere istituzioni della politica estera. E' la loro ragion d'essere, la ragione della loro esistenza.   

La storia ufficiale, come sviluppata da Priest e dal Post, vorrebbe farci credere che Saddam fosse in combutta con Osama, sebbene ora persino il Washington Post aggiunga una correzione a questa oltraggiosa ed insensata affermazione, un'affermazione creduta, in contrasto con la realtà, da milioni, forse dalla maggior parte degli americani. "Prima dell'invasione USA, la CIA disse che Saddam Hussein aveva soltanto legami di secondaria importanza con diversi membri di al Qaeda", scrive Priest. “Osama bin Laden rigettò l'idea di formare un'alleanza con Hussein e lo vedeva come un nemico del movimento jihadista perché il leader iracheno rifiutava gli ideali islamici radicali e guidava un governo secolare". Notare qui che è stata l'intransigenza religiosa di Osama bin Laden che prevenì l'"alleanza", non il fatto che Osama e Saddam non avessero niente in comune, meno che mai attaccare gli Stati Uniti, sebbene entrambe lavorarono in vari periodi per la CIA. Mentre si preparava l'illegale ed immorale invasione di Bush, comunque ci venne detto che Osama and Saddam erano grandi amici, che si dividevano sigari cubani e complottavano per uccidere alunni delle scuole americane.

Bush e la CIA vogliono assolutamente essere certi che l'Iraq diventi e rimanga per il prevedibile futuro la culla del terrorismo. Ha confortevolmente rimpiazzato l'Afghanistan come epicentro del male islamico, assicurando così una lunga e proficua (per i mercanti di morte, cioè la Lockheed Martin e soci) "lotta" contro la "visione oscura" dei terroristi, un conflitto generazionale, come promesso dai nostri illustri e criminali capi. Come scarafaggi, secondo il rapporto del NIC, i terroristi islamici si diffonderanno minacciosamente dall'Iraq verso altre destinazioni nel Medio Oriente, le stesse destinazioni designate per la distruzione dalla vera "alleanza" terrorista, gli Strausscon di Washington ed i loro sorveglianti likuditi di Israele, e così perpetuare autobombe, decapitazioni ed altre forme di caos e strage all'infinito. L'Iraq, come prima l'Afghanistan, servirà da terreno di coltura, non importa che il suolo di questo terreno di coltura sia stato dagli Stati Uniti abbondantemente fertilizzato ed innaffiato in Afghanistan. Far notare queste realtà, sul Washington Post ed altrove nei media controllati, è eretico e deve perciò essere omesso.

La maggior parte degli americani è ignara di questa truffa, sebbene un numero sempre maggiore di loro stia cominciando a rendersi conto di quello che gli Strausscon ed i neolib hanno in mente. Gli americani sempre di più stanno cominciando a chiedere una "strategia di uscita" dall'Iraq mentre la parzialmente nascosta pila di soldati USA morti comincia ad accatastarsi e cresce la scelleratezza omicida della resistenza irachena. In risposta, comprendendo che la tolleranza del pubblico americano si sta logorando, gli Strausscon stanno accelerando la loro agenda, chiedendo attacchi contro la Siria, dove, ci viene detto, dei baathisti senza speranza aspettano e complottano morte e distruzione con il premuroso consenso del governo siriano, ed anche contro l'Iran, una nazione che, ci viene coerentemente detto, nutre il desiderio di costruire atomiche ed usarle contro di noi od in ogni caso contro Israele (per gli Strausscon vi è poca differenza tra l'America ed Israele). Per gli Strausscon il tempo è fondamentale, e così arriva questo assurdo rapporto del NIC che ritrae l'Iraq come terreno d'allevamento di scarafaggi terroristi. Non è che un altro pezzo di materiale combustibile gettato sul fuoco dilagante sul quale gli Strausscon ed i loro maestri likuditi progettano di soffiare nella folle speranza che esso accenda la "IV guerra mondiale", come loro la chiamano teneramente.


Addendum

In un articolo attinente al NIC, sepolto sotto fatti irrilevanti sul futuro dell'industria cinematografica indiana di Bollywood e sulle star del pop coreane, siamo venuti a conoscenza di questo: "[Robert Hutchings, presidente del NIC] ha detto che questo nuovo ordine [globalizzato o neolib] alzerà la posta in gioco per i paesi arabi, che potrebbero unirsi alle tendenze della globalizzazione o provare ulteriore alienazione ed umiliazione". In altre parole, arabi (ed iraniani) unitevi al programma o soffrirete di "alienazione ed umiliazione", nome in codice per altre invasioni, bombardamenti, uccisioni di medici, fame ed altrettanto organizzato caos.

"Mentre l'estremismo radicale continuerà a crescere, il rapporto [il Progetto 2020 del NIC] dice che c'è da aspettarsi che al Qaeda sarà soppiantata da gruppi decentralizzati analogamente ispirati". Altra conferma di quanto dissi l'altro giorno: ora al Qaeda è irrilevante, come divenne presto irrilevante Osama dopo l'11/9, come ha detto ripetutamente ฺีฺฺีBush. L'"estremismo radicale" islamico adesso è transnazionale, ciò lo rende piuttosto fastidioso da incrinare e perciò è un problema generazionale. E' stato progettato per essere così.

Come afferma il rapporto, è tempo di rimettersi in azione: "La nostra maggiore preoccupazione è che i terroristi possano acquisire agenti biologici o, meno probabile, un congegno nucleare, ognuno dei quali potrebbe provocare perdite di massa". In breve, buuh-buuh, abbiate paura, molta paura, persino se non vi è assolutamente nessuna prova che i terroristi abbiano ideato armi biologiche, a meno che stiano mescolando dei cocktail di prodotti chimici casalinghi sotto i loro lavandini in cucina.

Ora che Porter Goss, il ragazzo Venerdì di Bush, ha il controllo della CIA, possiamo aspettarci altri di questi "rapporti" e letture di foglie da tè. Sempre di più, la non minaccia del terrorismo contro l'americano medio, in altre parole, la resistenza contro la globalizzazione neocon-neolib, fluttuerà sulla superficie del pozzo dei rifiuti dei media controllati, abbondanti di vaghi allarmi di tenebre e morte che non avverranno mai perché i "terroristi" non attaccheranno gli Stati Uniti, almeno non attaccheranno direttamente il paese degli ex liberi e coraggiosi. Dovrebbe essere evidente a tutti quelli con più di due cellule cerebrali da strofinare assieme quello che sta accadendo: i Bushcon, i fanatici al Pentagono ed i loro servili esperti nei media controllati stanno mitizzando la "minaccia" dell'"estremismo radicale", in altre parole la resistenza alla globalizzazione e, in modo più pertinente al Medio Oriente, il piano in moto per il Grande Israele.

Aspettatevi più propaganda. Forse aspettatevi anche un altro "fatto di terrorismo" in America per raddrizzare la prua e riportare il popolo americano dove si trovava dopo l'11 settembre 2001. Ricordate, gli Strausscon hanno bisogno della vostra completa attenzione, per non parlare del vostro denaro e delle vite dei vostri figli e delle vostre figlie.

© Copyright Kurt Nimmo 2005

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www.resistenze.org - popoli resistenti - iraq - 07-07-05

http://www.resistenze.org/sito/te/po/ir/poir5g07.htm  

da: IraqSolidaridad ( www.nodo50.org/iraq ) - 28-06-2005

http://www.nodo50.org/iraq/2004-2005/docs/cronica_21-06-05.html  

 

Chi sono i terroristi internazionali

Hadiza: i cecchini statunitensi assassinano indiscriminatamente gli abitanti

 

“Distruggere case, distruggere l'unico ospedale della città e della zona, quello è terrorismo”

 

di Sabah Ali - Baghdad, 20 giugno 2005

 

 

“In nome di Dio misericordioso.


A nome del popolo di Hadiza, delle sue donne, bambini ed anziani


Chiediamo aiuto a tutto il popolo dell'Iraq, ai popoli del mondo


Le truppe statunitensi, accompagnate dagli effettivi della Guardia Nazionale irachena (GN), già da tre giorni stanno portando contro la nostra città l'attacco più feroce che si possa immaginare. Hanno violato il nostro sangue, il nostro onore, i nostri pacifici focolari domestici, nei quali non è stata trovata una sola arma, né combattenti, né uomini armati. Hanno assassinato anziani, donne e bambini; hanno bombardato le nostre case con aeroplani. Giuriamo, nel nome di Dio, che in esse non c'era nemmeno un’arma. Hanno ammazzato lo sceicco Ismael al-Zawi, iman della moschea di al-Seif, mentre stava andando a pregare all'imbrunire. Hanno tirato fuori le nostre famiglie dalle nostre case, occupandole ed utilizzandole come caserme. La GN ha rubato tutte le proprietà delle nostre case, compresi i vestiti delle donne e dei bambini. Hanno bloccato tutte le strade che vanno all'ospedale della città, lasciando i feriti senza possibilità di ricevere cure. Hanno ammazzato donne e bambini senza motivo; non c'erano combattenti tra di loro. Per favore, aiutate il popolo di Hadiza; anche se fosse solo con una parola. I nostri luoghi sacri, case, donne, sangue ed onore sono stati violati dalla GN che è venuta dal sud. Maledicono i compagni del Profeta, per le strade e dall’alto dei loro carri armati statunitensi. Maledicono l'Ahl al-Sunna [Comunità sunnita] ed esclamano: “Questo è il giorno della vendetta contro di voi, sunniti” [1].

 

P.S.: abbiamo compilato elenchi di vittime, di persone assassinate, di danni provocati alle case e di furti”.

 

 

Questo messaggio fu inviato da Hadiza due settimane prima che andassimo lì all’inizio di giugno. Hadiza, simile a quasi tutte le città del corso alto dell’Eufrate in Iraq, è famosa per la bellezza dei suoi paesaggi, per la sua isola di macchia verde, per la sua società conservatrice, tanto a livello religioso come di abitudini sociali, e per le amare sofferenze con le quali è stata ossequiata dalle truppe occupanti e dalla Guardia Nazionale irachena.

 

Hadiza, la bella, sembrava realmente molto ferita dall’occupazione; con la tempesta di sabbia che la seccava il giorno che arrivammo lì, con le case distrutte o abbandonate, le strade chiuse tra una zona e l’altra, specialmente il cosiddetto settore occidentale vicino alla diga, dove si sono posizionate le truppe USA. Il silenzio prudente e teso con il quale i suoi abitanti si proteggevano, sospettando di qualunque estraneo. Tutto questo spiegava, in parte, il precedente messaggio di richiesta soccorso.

 

 

Muhammad “Il Genio”, assassinato

 

Quel giorno, gli abitanti di Hadiza erano particolarmente arrabbiati perché Muhammad Arif, Il Genio, come tutti lo chiamavano, era stato assassinato dagli statunitensi. Muhammad Arif era un ragazzo molto intelligente che studiava nell'istituto. Lo scorso anno terminò la scuola conseguendo un livello di punteggio eccellente, un 92; ma questo punteggio non gli permetteva di entrare nella Facoltà di Medicina, secondo il sistema educativo superiore iracheno. Per questo motivo decise di ripetere il corso per conseguire il livello 95, necessario per accedere agli studi di Medicina. Muhammad stava andando di mattina a scuola, quando un cecchino gli sparò in testa, ammazzandolo sul colpo.

 

Muhammad Omar era amico di Muhammad Arif Il Genio e gli spararono all'interno di una casa. Erano nell’autorimessa per prendere l'autobus che li avrebbe portati all'istituto. Omar andava a ritirare i voti finali, era stato promosso all'ultimo corso dell'istituto. Ma Omar non poteva parlare; era ancora sotto anestesia quando arrivammo all'ospedale. Aveva ricevuto uno brutto sparo nel braccio sinistro ed un altro al petto. Il suo corpo era tempestato di mitragliate.

 

Nella stessa sala del pronto soccorso, Muhammad Ibrahim, di 43 anni, un lavoratore della diga, aveva ricevuto un proiettile nel petto. Il suo stato sembrava stabile, “[] ma ci preoccupano le possibili complicazioni”, spiegò il Dr.Iyad. Ancora usciva sangue dal tubo collocato nel torace. Ibrahim riusciva appena a parlare: “Non so cosa sia successo, stavo guidando col mio amico per andare al lavoro, quando ci spararono”. Il suo amico era ancora in sala operatoria.

 

 

Innocenti catturati

 

“Questo è il problema”, spiegò il Dr.Walid Abdul Jaliq, il direttore dell'Ospedale Centrale di Hadiza [2]. “Gli innocenti si vedono presi tra i combattenti e le truppe statunitensi. Due giorni fa, ad al-Haqlaniya [situata a sette chilometri ad est di Hadiza], sbarrarono la strada e prepararono alcune trappole militari che la gente normale ignorava. Spararono ad un impiegato del municipio ed a suo figlio; e quando potemmo raggiungerli il figlio era già morto dissanguato. Spararono anche un impiegato di questo ospedale che si era trasferito in una clinica; lo portammo a Ramadi [la capitale della provincia di al-Anbar] e ci morì nel tragitto. Nell'area della diga oggi hanno ammazzato due persone e ferito altre tre. È vero che qui ci sono dei combattenti, come per tutto l'Iraq, ma stanno ammazzando civili che non hanno niente a che vedere con essi: studenti, bambini”.

 

“Abbiamo notato che quasi tutti gli spari sono alla testa e nel petto”, osserviamo. “Sfortunatamente è così”, aggiunge il Dr.Walid. “La situazione è molto tesa. Siamo arrivati al punto che quando lasciamo le nostre famiglie al mattino non sappiamo se le vedremo di nuovo al ritorno, perfino quando la situazione è calma. Non ci sono cartelli sulla strada, né megafoni che avvisino che questa o quella zona sono pericolose”.

 

Abu Ammar, un cittadino di Hadiza, ci racconta quello che sta succedendo:

 

"Hadiza era una città tranquilla quando gli statunitensi arrivarono ed occuparono l'area della diga. Incominciarono a venire in città. Molta gente non l'accettò, essendo molto irritata da quella situazione. Ci furono resistenze. Molte persone importanti di Hadiza andarono ad incontrare gli statunitensi e chiesero loro di rimanere nei loro accampamenti nell'area della diga. Le strade e la piazza del mercato di Hadiza sono molto strette, come potete vedere, ma vennero con i loro veicoli a ruote multiple Humvees e Hummer, e con i carri blindati. Schiacciarono le automobili, spararono alle motociclette, ad un ragazzo di 16 anni spararono sulle rive del fiume, ecc.

 

“Non risposero alle richieste della gente. Quello che accadde il mese scorso fu che circondarono l'area di Haqlaniya. Bombardarono distretti civili dai loro aeroplani, anche con mortai ed artiglieria, ed ammazzarono molte famiglie che non avevano niente a che vedere con la resistenza, civili, donne e bambini. Occuparono case ed edifici, come per esempio l’hotel Primo Maggio. Ammazzarono dieci persone in un autobus che arrivava da Aaluse ed era occupato per la maggior parte da famiglie. Per quattro giorni, stettero a sparare a chiunque uscisse di casa. Tagliarono l'acqua e l'elettricità. Quando entrarono in Hadiza, incominciarono ad assaltare le case, picchiando gli anziani, rompendo oggetti, distruggendo abitazioni e negozi e facendoli saltare in aria.

 

“Assaltarono la casa dello sceicco Subhi, dopo che li aveva criticati nel sermone della preghiera del venerdì. Insistettero che indossasse la sua tunica ufficiale islamica ed il turbante, e quando lo fece l'umiliarono davanti a tutto il popolo e lo picchiarono duramente. Periodicamente ritornano e feriscono altra gente. E’ un procedimento di routine. Dovevi sentire che cosa è successo oggi nell’area della diga”.

 

“Che cos’è l'area della diga?”, gli domandiamo.

 

“È la zona dove vivono le famiglie degli impiegati della diga e della centrale energetica, circa 1.000 famiglie, un complesso residenziale; la maggioranza provengono da altre parti dell'Iraq, non da Hadiza. È denominato al-Wasta [“La terra di mezzo”]. Lì hanno ammazzato molta gente, tutti civili. Le case sono occupate, rinchiudono le famiglie in una stanza ed i soldati occupano tutta la casa per collocare i cecchini. In tale situazione alcune famiglie abbandonano le loro case. Gli statunitensi stanno utilizzando quella zona per impedire che la gente si avvicini alla base militare che hanno installato alla diga, che è a tre chilometri verso ovest. Quella zona è rimasta sotto stato d’assedio per mesi. Quando sparano non fanno differenza tra civili e combattenti, donne e uomini, bambini ed anziani. E se cercano qualcuno, tutta la sua famiglia e la sua tribù si trasformano in sospetti”. [3]

 

 

La casa di Atala, fatta saltare in aria

 

Hach Atala [4], di 80 anni, è un pensionato guardiano di un progetto d’irrigazione. Ha cinque figli che vivono con lui nella sua stessa casa; quattro sono sposati ed ognuno ha tra i cinque ed i sei bambini. In totale circa 25 persone vivono in casa sua. I figli sono occupati in lavori insignificanti in cambio di qualche soldo, i giorni in cui lavorano. Il 28 maggio, circa 20 soldati statunitensi assaltarono la casa, la perquisirono, fecero molte domande e se ne andarono dicendo “grazie” dopo avere condiviso con Atala le loro gallette, ma non la loro acqua. Diedero perfino cinque dollari a Faruq, un figlio di Atala mentalmente disabile che rimase contento della visita. Lo fu ancor più quando i soldati gli dissero “[] se vengono altri soldati, di’ loro che questa casa è già stata perquisita”.

 

Mezz'ora dopo un altro gruppo di 30 soldati statunitensi ed iracheni assaltò nuovamente la casa. Questa volta non si mostrarono amichevoli. Ruppero i mobili, dissero parolacce alle donne. Atala cercò di spiegare qualcosa ad un soldato iracheno ma questi gli intimò di tacere. Non trovarono nulla nella casa. Chiesero di uno dei figli. Era al lavoro; arrestarono suo fratello, che continua a permanere nella base militare di al-Baghdadi. Minacciarono le donne dicendo che se il figlio non si fosse consegnato nel giro di tre giorni sarebbero tornati per portarsi via gli altri.

 

Ordinarono di abbandonare la casa, senza permettere loro di prendere alcunché: né documenti, né denaro, né cibo, né vestiti, niente, neanche il Corano. Pochi minuti dopo fecero saltare in aria la casa dandole fuoco. I soldati impedirono che qualcuno cercasse di spegnere l’incendio. Rimasero lì fino a che la casa fu un mucchio di cenere, allora se ne andarono via. Abbiamo sentito parlare di questo tipo di pratica molte volte e vedemmo molte case fatte saltare in quel modo.

 

“Voglio sapere perché l’hanno fatto”, diceva Hach Atala piangendo dolorosamente. “Siamo poveri ed innocenti. In questa casa ci sono quattro famiglie. La mia casa è bruciata, la mia famiglia dispersa, mio figlio in prigione, non abbiamo più niente e non hanno trovato nulla nella casa. Credi che se mi presentassi al governo iracheno o statunitense questi mi ascolterebbero? Dove credi che possa andare a lamentarmi? Qui non c'è nessuna autorità”, lamentò sinceramente Hach Atala.

 

La sua tessera di razionamento era bruciata, così come le carte della pensione ed i documenti della casa. Sorprendentemente su un documento si era conservata una frase che diceva “Atala l'iracheno”. Una delle sue nuore aveva nascosto 500.000 dinari iracheni (circa 325 dollari) in un sacco di farina per timore dei ladri ed era bruciato tutto. Testimoni oculari spiegano che l'esplosione fu tanto forte che il tetto della casa saltò in aria, e tutto prese fuoco in un secondo. I canali della televisione via satellite che coprirono il fatto dissero che la casa era stata bombardata dall'alto, non fatta saltare e bruciata, come condizione perché la notizia venisse passata in TV. La povera famiglia acconsentì e l'informazione fu trasmessa per pochi istanti, senza menzionare alcun dettaglio della storia di Atala.

 

 

Lo sceicco Ismael, assassinato da un cecchino

 

Lo sceicco Ismael al-Zawi, di 60 anni di età, era una delle personalità più conosciute di Hadiza. Era l’iman ed il muezzin della moschea Seif. Il 24 maggio, alle 4:20 dell'imbrunire, usciva della sua casa per andare alla moschea a chiamare alla preghiera. Era a circa due metri dalla porta di ingresso quando un cecchino gli sparò alla testa dalla casa di fronte. La pallottola entrò dalla parte destra del capo, uscì dal lato sinistro e fece un buco nella parete interna della casa. Lo sceicco Ismael non aveva niente a che vedere con la resistenza, non aveva armi, né una pallottola in casa sua.

 

Quando un vicino sentì il rumore e si avvicinò a vedere quello che era successo, lo stesso cecchino gli sparò, ma la ferita non fu mortale. Il buco della pallottola è ancora nella porta del giardino. Nelle stesse ore, due donne (Shakiba Mishan Molag, di 45 anni e Madiha Fallad Salim di 35), ed un bambino di otto anni, furono assassinati nella stessa strada, ovviamente dallo stesso cecchino.

 

Da parte sua, lo sceicco Abdul Yabar, un professore pensionato e direttore dell'Associazione degli Ulema Mussulmani (AUM) di Hadiza, si lamenta dei tanti problemi, furti, insulti, arresti e massacri di civili. Pensa che chiamare terrorista un musulmano è un insulto perché “un musulmano non può essere terrorista”.

 

“Distruggere case, distruggere l'unico ospedale della città e della zona, questo è terrorismo. Un ufficio dell'AUM fu assaltato tre volte e completamente distrutto. Niente rimase salvo. C'è una zona che è chiamata l'Area della morte”, ci spiega lo sceicco Abdul Yabar. “È localizzata tra la stazione di gasolio di al-Haqlaniya e la stazione ferroviaria di Hadiza. Qualunque automobile può trasformarsi in obiettivo, specialmente se si trattiene lì per qualche motivo, un'avaria od una gomma forata. Molte famiglie sono morte in quella zona. Una famiglia al completo, che arrivava da Rawa, fu assassinata; nella periferia di Hadiza, ad un'altra famiglia capitò che spararono in testa ad un bambino che era seduto tra suo padre e suo zio, in un luogo chiamato al-Jaffa. Quelle persone non erano terroristi e neanche combattenti: erano tutte dei civili, la cui esistenza si suppone sia legale [dal punto di vista del Diritto Internazionale]. Ma gli statunitensi non ascoltano. Ci siamo incontrati con loro, abbiamo chiesto loro di rimanere fuori dalla città, onde evitare problemi. Ma continuano a venire. Lo stato d’assedio è stato molto crudele, si volevano vendicare dell'attacco che subirono vicino all'ospedale, e nel corso di quasi una settimana non potemmo muovere neanche una tendina nelle case. Dopo l'assedio andarono via, ma gli aerei continuarono a sorvolare. I massacri continuarono, molte case furono distrutte fino alle fondamenta. Qui non c'è nessuna autorità. Tutti i nostri diritti sono stati violati. Dicemmo loro che era abbastanza, che grazie, avevano già compiuto sufficienti massacri e distruzioni, che se ne andassero. Abbiamo fatto appello alle Nazioni Unite ed alle organizzazioni dei diritti umani perché ci aiutino a denunciare le aggressioni e le ingiustizie, di cui non abbiamo alcuna responsabilità”.

 

 

La famiglia di Ibrahim Jalil

 

Ibrahim Jalil è un pover’uomo, un contadino. Com’è normale, ha una grande famiglia con cinque figli, tutti sposati, che hanno molti bambini e che vivono tutti nella stessa casa. Più di tre mesi fa, alle due del mattino, la sua casa fu presa d’assalto da truppe statunitensi ed irachene. Chiedevano di qualcuno chiamato Isam. Non c'era nessuno chiamato così nella casa.

 

La madre disse loro che potevano entrare e cercare, senza rompere porte e mobili. Non ascoltarono. Ruppero porte, finestre, tutto. Rubarono 450.000 dinari iracheni, un orologio da polso, una carabina da caccia che valeva 65.000 dinari. Arrestarono tutti i figli, perfino uno che è paralitico dalla nascita e che si muove in sedia a rotelle. Furono arrestati strappandoli dai loro letti. La moglie del paralitico era incinta di sei mesi e, completamente atterrita, cadde in stato di shock. Incominciò a sanguinare fino a che diede a luce al suo bebè. Ora non può camminare, le sue gambe non la sostengono più.

 

La madre decise di non interferire in quello che le truppe stavano facendo. Era preoccupata per i bambini, le figlie, le nuore e l'anziano che stava tremando.

 

I figli furono strappati dai loro letti e trascinati a terra, con le mani legate e gli occhi bendati. Furono portati alla base militare installata vicino alla diga, per trascorrere lì la notte ed trasferiti alla base di al-Baghdadi la mattina seguente. Se li portarono via vestiti solamente col pigiama. Faceva molto freddo.

 

I figli furono picchiati molto duramente in entrambe le prigioni. Chiesero loro notizie dei “terroristi” e specialmente di qualcuno chiamato Oqba, che loro non conoscevano. In al-Baghdadi furono torturati calpestando loro le dita con gli scarponi militari e chiudendo il petto con un cinturone, stretto fino a far scricchiolare le costole e pestandogli la schiena con gli scarponi. Uno dei figli fu incappucciato con tre sacchi  e gli occhi bendati due volte. Le manette di plastica alle mani erano tanto strette che si conficcarono nella carne. La cosa strana fu che un soldato statunitense disse ai soldati iracheni di togliere i sacchi e slegare le manette.

 

Tre settimane più tardi, tre dei figli furono liberati. Un altro rimane in prigione. Ora è ad Abu Ghraib. La madre è stata lì cinque volte per chiedere di lui e le diedero sempre numeri sbagliati. Dovette passare le notti all'aperto finché poté trovare il suo numero. Lo visitò due volte; ora sono quasi quattro mesi che è in arresto, senza un'accusa, solo come sospetto. “Ma perché lo trattengono, mentre i suoi fratelli sono stati liberati?”, chiediamo loro. “Ha tre dita tagliate”, risponde uno dei figli, che spiega:

 

- Dieci anni fa lavorava nell'industria militare e si ferì tagliandosi le dita. Gli statunitensi chiesero perché le sue dita erano tagliate e l'accusarono di terrorismo.

 

- Ma, questo non è logico!

 

- E che cosa c’è di logico?

 

 

Note di IraqSolidaridad:

 

1. Evidenzia il fatto che si tratterebbe di miliziani del gruppo paramilitare confessionale sciita al-Badr, del Congresso Supremo della Rivoluzione Islamica in Iraq, che insieme ai peshmerga curdi sono i principali componenti della Guardia Nazionale, il nuovo esercito iracheno.

 

2. Vedere la precedente cronaca sull'assalto all'ospedale di Hadiza in: Sabah Ali: 'Hadiza (I): La strategia statunitense di assalto ad ospedali: distruggere fino al punto che riparare sia impossibile.' Sulla donazione di materiale sanitario da parte della CEOSI a questo ospedale dopo l’attacco statunitense, si veda: La CEOSI consegna materiale sanitario per un valore di 5.000 dollari all’Ospedale di Hadiza.

 

3. L'occupazione di abitazioni è pratica abituale in Iraq, constatata dalla delegazione della CEOSI nell'area di Abu Ghraib. Si veda: Secondo messaggio della Delegazione della CEOSI in Iraq: Insorti e Controinsurrezione a sud di Baghdad. Abu Ghraib.

 

4. Hach, titolo di rispetto col quale si denominano tutti coloro che sono stati in pellegrinaggio a La Mecca.

 

 

Tradotto da Adelina Bottero e Luciano Salza

 


http://members.fortunecity.co.uk/freebie/tpsit.htm 

Lo Stato provocatore:

La CIA dietro gli "insorti" iracheni--ed il terrorismo globale?

di Frank Morales

WORLD WAR 4 REPORT, 10 maggio 2005

 

L'esigenza di un livello di violenza sociale in continua intensificazione per andare incontro alle necessità economiche e politiche dell'insaziabile "complesso antiterrorismo" è l'essenza del nuovo militarismo USA.

Quella che ora è apertamente pubblicizzata come "guerra permanente" in definitiva serve i fini geopolitici di controllo sociale negli interessi del dominio delle corporations degli USA, quasi come fece la crociata anticomunista della ormai esaurita Guerra Fredda.

Già nel 2002, successivamente al trauma dell'11/9, il Segretario alla Difesa Donald H. Rumsfeld predisse che vi sarebbero stati altri attacchi terroristici contro il popolo americano ed i paesi civili in generale. Come poteva esserne così certo? Forse perché questi attentati sarebbero stati istigati su ordine dell'Onorevole Mr. Rumsfeld. Secondo l'analista militare del Los Angeles Times William Arkin, che lo ha scritto il 27 ottobre 2002, Rumsfeld ha disposto la creazione di un esercito segreto, la rete di "un super Reparto di Supporto all'Intelligence" che "metterebbe assieme le operazioni segrete della CIA e dei militari, la guerra dell'informazione, l'intelligence, la copertura e l'inganno" per agitare la pentola della spirale della violenza globale.

Secondo un documento classificato preparato per Rumsfeld dal suo Defense Science Board, la nuova organizzazione, il "Gruppo operazioni attive e preventive (P2OG)", in realtà eseguirebbe missioni segrete intese a provocare i gruppi terroristici nel commettere azioni violente. Il P2OG, circa 100 membri, una organizzazione di cosiddetto "antiterrorismo" con bilancio annuale di 100 milioni di dollari, apparentemente dovrebbe prendere di mira "capi terroristi", ma, secondo i documenti del P2OG ottenuti da Arkin, di fatto eseguirebbe missioni destinate a "stimolare reazioni" tra i "gruppi terroristici", che, secondo la logica del Segretario alla Difesa, successivamente li esporrebbero a "contrattacchi" da parte dei bravi ragazzi. In altre parole, il piano è di compiere operazioni militari segrete (assassini, sabotaggio, "inganno") che risulterebbero intenzionalmente in attacchi terroristici contro persone innocente, compresi americani, essenzialmente, "combattere il terrorismo" provocandolo!

Pare che questo concetto venga attualmente applicato al problema della "insurrezione" irachena. Secondo un rapporto del 1° maggio 2005 di Peter Maass sul New York Times Magazine, due dei più importanti consiglieri USA dei commandos paramilitari iracheni che combattono gli insorti sono veterani delle operazioni di controinsurrezione degli USA in America Latina. Prestando fede a recenti speculazioni sui media sulla "salvadorizzazione" dell'Iraq, il rapporto nota che un consigliere attualmente in Iraq è James Steele, che guidò una squadra di 55 consiglieri delle Forze Speciali dell'Esercito USA in El Salvador durante gli anni '80. Maass scrive che questi consiglieri "addestrarono battaglioni di prima linea che sono stati accusati di significativi abusi dei diritti umani".

L'attuale maggiore consigliere USA al Ministero degli Interni iracheno, che, scrive Maass "ha il controllo operativo dei commandos", è l'ex alto ufficiale della Drug Enforcement Administration (DEA) USA Steve Casteel, che operò "a fianco delle forze locali" nella "Guerra alla droga" patrocinata dagli USA in Bolivia, Perù and Colombia, "dove è stato coinvolto nella caccia a Pablo Escobar, il capo del cartello della cocaina di Medellin".

La "guerra alla droga" degli USA in America Latina serve anche come copertura per la controinsurrezione in corso, impiegando metodi terroristici per raggiungere due scopi: uno, in realtà combattere l'insurrezione autentica; due, far ruotare la "strategia della tensione", accresciuta violenza sociale intesa ad indurre la paura tra i cittadini e la conseguente richiesta di una maggiore "sicurezza".

Questa era, per esempio, l'essenza dell'Operazione Gladio, una campagna segreta durata decenni di terrorismo e deviazione di stile provocatorio. L'apparente scopo di Gladio, ufficialmente lanciata come programma segreto della NATO nel 1952, era costituire una rete clandestina di squadre "dietro le linee" che avrebbero dovuto organizzare la resistenza armata ed il sabotaggio nel caso di un'invasione sovietica dell'Europa occidentale. Ma, in realtà, la rete assunse un ruolo molto più attivo. Diretta dai servizi segreti USA/NATO occidentali contro le loro popolazioni, l'Operazione Gladio forse portò alla morte o alla mutilazione di centinaia di persone innocenti in attentati "terroristici" dei quali vennero poi incolpati i "sovversivi di sinistra" o altri rivali politici. Il maggiormente noto di tali attentati fu quello del 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna, che provocò 85 morti. Inizialmente accusati radicali di sinistra, in seguito ad indagini si scoprì che l'esplosione era opera di una rete di estrema destra collegata alla squadra italiana di Gladio; alla fine vennero condannati per il crimine quattro neofascisti italiani.

Lo scopo era nuovamente duplice: demonizzare i nemici designati (i "comunisti") ed intimorire il pubblico per fargli appoggiare poteri sempre crescenti per lo stato di sicurezza nazionale. Pare che il Pentagono stia attuando operazioni stile Gladio da diverso tempo, e forse tra queste è compresa quella dell'11/9. Una esagerazione? Forse no.

Ne è testimonianza già nel 1962 la discussione dei Capi di S.M. riuniti dell'"Operazione Northwoods", un piano per fare saltare in aria "beni" USA, compresi cittadini USA, per giustificare l'invasione di Cuba. Più tardi, il Manuale di campo dell'Esercito USA 30-31B, intitolato "Informazioni operazioni di stabilità - Settori speciali", datato 18 marzo 1970 e firmato dal Gen. William C. Westmoreland, promuoveva attacchi terroristici (e l'impianto di false prove) in luoghi pubblici dei quali dovevano poi essere incolpati i "comunisti" ed i "socialisti". Esso evocava l'esecuzione di attentati terroristici in Europa occidentale, eseguiti da una rete di eserciti segreti USA/NATO, per convincere i governi europei della "minaccia comunista".

Quello che è impressionante è che durante questo periodo la sorgente primaria di informazioni del governo USA sulla "minaccia" russa proveniva dall'Organizzazione Gehlen, l'apparato di intelligence di Hitler sul fronte orientale, che immediatamente dopo la II Guerra Mondiale aveva stretto un accordo con Allen Dulles della CIA ed operava a Fort Hunt, appena fuori Washington DC, prima di essere trasferita a Monaco. Diretta dalla super spia nazista Generale Reinhard Gehlen, la perizia nelle "operazioni speciali" dell'organizzazione fu tenuta in conto, finanziata e ben protetta dai dollari dei contribuenti USA fino a buona parte degli anni '70. Che la Gehlen Org possa avere avuto influenza nella produzione del FM 30-31B?

Secondo l'FM 30-31B,

"vi possono essere tempi nei quali i governi dei paesi ospiti mostrano passività o indecisione di fronte alla sovversione comunista e, secondo l'interpretazione dei servizi segreti USA, non reagiscono con sufficiente efficacia. Più spesso simili situazioni capitano quando i rivoluzionari rinunciano temporaneamente all'uso della forza e così sperano di guadagnare un vantaggio, appena i leader del paese ospite erroneamente considerano la situazione tranquilla. L'intelligence dell'esercito USA deve avere i mezzi per lanciare operazioni speciali che convinceranno i governi dei paesi ospiti e l'opinione pubblica della realtà del pericolo insurrezionale".

Ora l'Esercito USA asserisce che il documento era un falso russo. Il giornalista della BBC Allan Francovich nel suo documentario su Gladio ed il terrorismo delle "operazioni speciali" USA/NATO, chiese a Ray Cline, vicedirettore della CIA dal 1962 al 1966, se egli pensava che l'FM 30-31B fosse vero, e questi replicò: "Bene, sospetto sia un documento autentico. Non ne dubito. Non lo ho mai visto ma è il tipo di operazioni militari delle forze speciali che sono descritte", da attuare a discrezione del presidente e del Dipartimento della Difesa nella "occasione appropriata".

Potrebbe essere che in Iraq, ed altrove in tutto il mondo, l'"occasione appropriata" sia arrivata. La guerra al terrorismo di Bush potrebbe essere la manifestazione suprema dello stato provocatore; l'esecuzione di "azioni esecutive" clandestine e di "operazioni speciali" dirette contro le popolazioni, compresa la nostra, che sono veramente ignare del vero "nemico" di fronte a quello fabbricato onnipresente, traumatizzate dal terrore strategico progettato per generare paura e remissività per favorire "misure di sicurezza", quindi arricchire i militari, le agenzie di polizia e le aziende di armamenti e del nucleare.

RISORSE

Peter Maass, "The Salvadorization of Iraq?," New York Times Magazine, May 1, 2005.

A.K. Gupta, "Unraveling Iraq's Secret Militias," Z Magazine, May 2005

Lila Rajiva, "The Pentagon's 'NATO Option'," CommonDreams, Feb. 10, 2005.

Statewatch Briefing on Operation Gladio

US Joint Chiefs of Staff, "Operation Northwoods", 1962

National Security Archives on Operation Northwoods


US Army, Field Manual 30-31B, 1970


FM 30-31B excerpts from Cryptome.org

WW4 REPORT #58 on P2OG

Frank Morales, "John Negroponte and the Death Squad Connection," WW4 REPORT #108

© Copyright wworld war belongs to the author 2005.


http://www.contropiano.org/Documenti/2005/Giugno2005/13-06-05Petrs_Oltre_ipocrisia.htm 

Oltre l’ipocrisia
Il senso profondo del caso Posada Carriles

James Petras

 

Il porto sicuro offerto dagli Stati Uniti ad un terrorista di siffatto calibro ha un significato che va ben oltre la questione dell’ipocrisia, ed anche ben oltre il personaggio Posada Carriles. Si tratta di qualcosa di molto più sostanziale: un sistema di potere fatto di reti del terrore, strategie geopolitiche e strutture profonde che informano e sostengono l’impero statunitense.

Gli Stati Uniti anno negato l’estradizione del terrorista reo confesso Luis Posada Carriles in Venezuela dove è accusato di aver fatto esplodere un aereo di linea cubano causando 73 vittime.

Molti osservatori e critici hanno già scritto dell’ipocrisia dell’amministrazione Bush che proclama una guerra planetaria contro i terroristi e chi li protegge e poi, contemporaneamente, offre asilo e protezione ad un terrorista a vita come Posada.

Tuttavia, il porto sicuro offerto dagli Stati Uniti ad un terrorista di siffatto calibro ha un significato che va ben oltre la questione dell’ipocrisia, ed anche ben oltre il personaggio Posada Carriles. Si tratta di qualcosa di molto più sostanziale: un sistema di potere fatto di reti del terrore, strategie geopolitiche e strutture profonde che informano e sostengono l’impero statunitense.

Posada è solo uno di una lunga lista di terroristi che erano, o sono, agenti al servizio delle campagne di destabilizzazione degli Stati Uniti. Miami pullula di ex Contras del Nicaragua, ex paramilitari capi degli squadroni della morte di Haiti, Colombia, Vietnam ed El Salvador. Proprio ora terroristi ceceni, responsabili dell’assassinio di 323 tra scolari ed insegnanti in Russia, vivono a Cambridge, Massachusetts, grazie a sussidi statunitensi. Questi terroristi sono parte integrante di un sistema di potere. Lavorano all’estero per numerosi apparati della polizia segreta nordamericana (CIA, DEA, DIA, NSC, SEAL ecc.) coinvolti in omicidi e sabotaggi per assecondare le mire imperiali degli Stati Uniti.

Il terrorista Posada rappresenta un simbolo del parastato internazionale degli Stati Uniti. Estradare Posada significherebbe che tutti gli altri terroristi attualmente sul libro paga USA perderebbero fiducia nel loro datore di lavoro. Davanti alla scelta tra rispettare il diritto internazionale ed il trattato di estradizione con il Venezuela o salvaguardare la “fiducia” e garantire la sicurezza delle sue reti di terroristi, Washington ha optato per la seconda soluzione. Avere dei terroristi al proprio servizio è un’arma a doppio taglio. Posada non può fare a meno della protezione di Washington e Washington non può fare a meno del silenzio di Posada sui suoi legami di vecchia data con la rete di terroristi al servizio degli interessi statunitensi. Conformarsi al diritto internazionale significa mettere in discussione le strutture più profonde del potere imperiale degli Stati Uniti, la faccia minacciosa dietro la maschera rassicurante della propaganda per la democrazia.

Il terrorista reo confesso Posada Carriles non è un “brutto ricordo”, bensì l’odierna testimonianza che i lager di Abu-Ghraib e Guantanamo e le decine di altre fabbriche di tortura disseminate per il mondo fanno parte della rete planetaria di terrore degli Stati Uniti. Questa rete opera con migliaia di agenti in Iraq, Afghanistan, Kosovo, Colombia, Cecenia che perseguono un obiettivo comune: distruggere i movimenti antimperialisti per spianare la strada al dominio globale degli Stati Uniti. La campagna per costringere Washington ad estradare Posada Carriles non è soltanto uno schiaffo ad un volgare assassino, ma anche un’accusa alla rete internazionale del terrore che negli ultimi 5 anni ha assunto dimensioni da incubo e di cui proprio Posada è stato un componente essenziale.

L’asilo concesso dal Dipartimento di Stato a Posada Carriles equivarrebbe all’impunità. Si tratterebbe di un chiaro messaggio indirizzato ai suoi collaboratori del terrore: attentatori di Baghdad, assassini curdi o signori della guerra e della droga afgani che uccidete al servizio dell’impero, state tranquilli, perché tanto se un giorno verrete sconfitti da qualche movimento di liberazione nazionale, come è avvenuto a Cuba, potrete sempre emigrare negli Stati Uniti, dove vi saranno dati un rifugio sicuro, l’impunità ed una generosa pensione.


http://www.centroitalicum.it/giornale_2005/2005_1112_porrini.php 

DRESDA, HIROSHIMA, NAGASAKI, FALLUJAH: VITTIME DEL TERRORISMO USA

Mario Porrini

Come era purtroppo prevedibile, nel giro di pochi giorni la tragedia di Fallujah è stata dimenticata. Dopo l'ottimo servizio trasmesso da RaiNews-24, nel quale sono state documentate le atrocità commesse dagli americani nella città assediata, soltanto alcuni organi di informazione hanno ripreso la notizia senza peraltro approfondirla più di tanto; tutti gli altri, viceversa, la hanno semplicemente ignorata con il risultato che, per una piccola parte della popolazione, il fatto non è stato rappresentato in tutta la sua gravità, mentre per gli altri non è mai accaduto.
Il servizio, firmato da Sigfrido Ranucci, è molto ben fatto e documentato; infatti assieme alle sequenze, in cui si vedono corpi con ustioni tali da apparire fusi, vengono proposti i risultati dell'inchiesta che da quelle immagini è partita. Innanzitutto, per essere sicuri che quei morti fossero proprio di Fallujah si sono mostrate le fotografie dei corpi con cartelli riportanti i numeri di matricola tratti dai registri cimiteriali, redatti dalle autorità americane, per identificarli; si sono poi cercate delle testimonianze dirette di gente presente duranti i terribili bombardamenti per poi intervistare addirittura dei militari americani che erano allora a Fallujah.
Le immagini raccapriccianti dei cadaveri, con la pelle “mangiata” fino alle ossa, sono tremendamente simili alle foto delle vittime del bombardamento di Dresda del 1945, pubblicate sul sito di RaiNews-24 ed in entrambi i casi si fa fatica ad immaginare che possa trattarsi di resti umani. Nel terrificante bombardamento di Fallujah è stato impiegato in gran quantità il fosforo bianco, un agente chimico utilizzato negli ordigni incendiari che brucia quando viene a contatto con l'ossigeno distruggendo le molecole di acqua contenute nel corpo umano. Nuova versione del napalm, che oltre Dresda è stato largamente utilizzato in Vietnam, l'MK77 si presenta come una gelatina catramosa, altamente corrosiva che raggiunge temperature altissime, che si attacca al corpo e si stacca soltanto quando ha consumato tutto fino all'ultima fibra.
In un comunicato il Dipartimento di Stato USA ha ammesso l'uso del fosforo bianco ma soltanto allo scopo di illuminare il campo di battaglia e di non averlo utilizzato contro combattenti nemici. Questo comunicato del Dipartimento di Stato è però smentito proprio da pubblicazioni ufficiali americane: nel racconto di prima mano, sotto forma di memorandum, pubblicato dall'esercito statunitense nell'edizione di marzo-aprile2005 della rivista “Field artillery magazine”gli autori, un capitano, un primo tenente ed un sergente, scrivono che “il fosforo bianco ha dimostrato di essere una munizione efficiente e versatile...rappresenta una potente arma psicologica contro gli insorti nelle trincee e nei cunicoli”. Scrivono di aver lanciato contro gli insorti attacchi “Shake and bake (scuoti e cuoci) usando il fosforo bianco per stanarli ed alti esplosivi per neutralizzarli.
Nel servizio di RaiNews-24 viene poi riportata la testimonianza di un marine, Jeff Engleart, presente a Fallujah nel novembre 2004, che dichiara di aver ricevuto l'ordine dai suoi superiori di utilizzare il Willie Pit – nome in codice del fosforo bianco - e di aver visto corpi bruciati di donne e bambini. Il suo racconto e la sua descrizione dell'esplosione di questa arma chimica che sale verso il cielo a forma di nuvola conferma quanto dichiarato da alcuni sopravvissuti nella città bombardata.
Questa devastante arma chimica era già stata utilizzata fin dai primi giorni dell'invasione dell'Iraq, nel sud a Safwan Hill e qualche settimana dopo nel Kurdistan, a Irbil, contro un battaglione della Guardia repubblicana e sempre a Fallujah ad aprile del 2004, come riportato dal North County Times che riprende le dichiarazioni del caporale Bogert che afferma di aver sparato, assieme ai suoi commilitoni, colpi su colpi di alti esplosivi e cariche al fosforo bianco. Nei sette mesi successivi, la città, roccaforte della guerriglia sunnita, aveva creato un'infinità di problemi per la tenacia dei suoi difensori e l'Amministrazione Bush ha aspettato solo il momento favorevole per saldare il conto a tutti i costi e con qualsiasi mezzo. I vertici militari avevano ricevuto l'ordine di rimanere tranquilli fino all'esito delle elezioni presidenziali americane ed infatti prima del 7 novembre 2004 le truppe statunitensi si sono limitate a preparare la trappola, sigillando la città. Con altoparlanti e volantini hanno avvisato la popolazione che tutti gli uomini al di sotto dei 45 anni che avessero provato ad uscire dalla città sarebbero stati arrestati. Naturalmente la maggior parte delle donne e dei bambini per non lasciare i rispettivi mariti e padri, sono rimasti con il risultato che civili indifesi sono stati massacrati ed uccisi patendo sofferenze inimmaginabili. Nel corso dell'attacco, successivo ai tremendi bombardamenti, continuati per giorni, i militari americani si sono comportati con la consueta ferocia già dimostrata nel corso della Seconda Guerra Mondiale, in Vietnam ed in tutti i conflitti cui hanno partecipato, facendo irruzione negli ospedali con la scusa di ricercare terroristi, allontanando tutto il personale medico, impedendo di fatto ai feriti di essere in qualche modo curati. All'esterno della città poi, gli elicotteri hanno cominciato a mitragliare tutti coloro che per salvarsi dal fosforo bianco si gettavano nell'Eufrate, mentre i cecchini sparavano sui soccorritori. Sono stati visti carri armati che calpestavano e facevano manovre sui feriti mentre i marines, particolarmente nervosi ed impauriti, sparavano sugli iracheni che non obbedivano agli ordini: non considerando che quei disgraziati gli ordini impartiti in inglese semplicemente non li capivano.
Nelle settimane successive le ruspe dell'esercito USA hanno sbancato tonnellate di terreno, arrivando a rimuovere fino a 200 metri quadri di terra da ogni sito di esplosione, trasportandola altrove mentre i marines hanno gettato decine di cadaveri martoriati nell'Eufrate al fine evidente di rimuovere le prove dell'uso di questa terrificante arma chimica. Fonti del Pentagono riferiscono di 1.600 combattenti nemici uccisi, secondo stime approssimative di organizzazioni non governative le vittime dovrebbero essere circa 3.000 gran parte delle quali civili. In questa maledetta guerra le vittime non combattenti sono un'enormità: secondo l'Iraq Body Count – un gruppo indipendente di monitoraggio – tra il 20 marzo 2004 ed il 19 marzo 2005 sono stati uccisi 24.865 civili, 11.264 solo a Baghdad.
Che l'esercito americano abbia usato granate al fosforo bianco non ci sono dubbi ed i tantissimi giornalisti al seguito delle truppe lo sapevano benissimo; secondo la testimonianza di uno di loro, il fotografo del Los Angeles Times, Luis Sinco, addirittura prima della battaglia finale si tenne un briefing su come difendersi da quell'arma: coprire la zona colpita in modo da togliere l'ossigeno che alimenta il fosforo. Il fatto che ci sia stata una tale omertà – i giornalisti al seguito delle truppe a Fallujah, cosiddetti embedded, erano circa un centinaio - la dice lunga sulla tanto sbandierata libertà d'informazione.
L'utilizzo di armi chimiche è stato espressamente vietato dalla Convenzione di Ginevra del 1980 e dall'ONU nel 1997 e proprio la presenza – peraltro mai provata – di armi chimiche negli arsenali iracheni ha rappresentato il “casus belli” grazie al quale gli Stati Uniti hanno scatenato una guerra di aggressione nei confronti di uno stato sovrano senza il consenso dell'ONU e contro la volontà della comunità internazionale. Una delle accuse ricorrenti che Washington rivolgeva a Saddam riguardava l'impiego di fosforo bianco contro i curdi; oggi che la stessa accusa si ritorce contro di loro, gli americani – a differenza di altre nazioni – sostengono di considerare il fosforo bianco un'arma incendiaria e non chimica di conseguenza non ritengono di aver violato alcuna convenzione internazionale.
Il vero problema è costituito dalla visione messianica della politica di cui è intriso il popolo americano; tutte le guerre intraprese dagli Stati Uniti non sono mai state considerate da loro come dei conflitti tra stati di pari dignità. Il nemico di turno è sempre stato criminalizzato, considerato come qualcosa di non umano, quasi bestiale con la conseguenza che contro di lui non bisognava avere remore di tipo morale nell'utilizzare qualsiasi arma, anche la più terribile, per far trionfare il “Bene”. Ecco perché, per sconfiggere il “Male Assoluto”, rappresentato, di volta in volta, dai Tedeschi, dai Giapponesi, dai Vietnamiti non si è esitato ad impiegare bombe al fosforo, atomiche, al napalm, godendo sempre del convinto appoggio della popolazione americana, almeno nella stragrande maggioranza.
Il risultato di un recente sondaggio condotto negli USA dall'istituto “Rew Research” dimostra come la maggior parte dei cittadini statunitensi sia convinta che la tortura rappresenti un metodo accettabile se serve a far parlare i terroristi. Solo il 32% la respinge assolutamente mentre il 68%, con varie sfumature, lo ritiene lecito. Questo risultato fa rabbrividire ma dimostra come i casi di Abu Ghraib e Guantanamo non rappresentino delle eccezioni ma siano espressione dello spirito di un popolo convinto che il proprio modello di vita sia il migliore in assoluto e che vada esportato ed imposto in tutto il mondo, anche in modo violento, se occorre. Il protestantesimo calvinista di cui è pregna la mentalità americana, rafforza la loro convinzione di essere il “popolo eletto”. Se la ricchezza rappresenta un dono di Dio, gli Stati Uniti non possono che essere il paese prediletto dal Signore. Nell'epoca dei fondamentalismi di ogni tipo, quello americano, di natura etico-religiosa, è certamente il più fanatico e brutale: anche in questo sono i primi del mondo.


http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/35/35A20030114.html 

la rivista del manifesto numero  35  gennaio 2003

 

Note per una discussione

TERRORISMO, TERRORISMI
Rossana Rossanda  

Confusa è la definizione del terrorismo, che con l'attentato di al Qaeda alle Due Torri a New York si è riaffacciato clamorosamente sulla scena politica. Colpendo gli Stati Uniti, sola superpotenza rimasta, al Qaeda non si prefiggeva di vincerli ma di cacciarli dall'Arabia, vulnerandoli nell'immagine di sé, e destabilizzando la propria monarchia che agli Usa resta vincolata. A sua volta, dichiarando che il mondo è minacciato da un 'terrorismo internazionale (islamico)', l'Amministrazione Bush ha enfatizzato il nemico, e se ne serve per legittimare la presenza militare e strategica degli Usa nel Medio Oriente e un ampliamento indefinito dell'azione militare in tutto il mondo. E ha ottenuto un'alleanza senza precedenti.
Ma che cosa si intende per 'terrorismo internazionale (islamico)'? L'impatto simbolico è proporzionale alla fluidità del profilo, che oscilla dall'indicare il Male in sé, principio nichilista che infesta il mondo dopo la caduta del Male precedente, il comunismo sovietico, al designare una precisa organizzazione, appunto al Qaeda, detentrice di ricchezza e tecnologie tali da richiedere, per essere estirpata, una guerra illimitata e con mezzi illimitati. Il ventaglio semantico è tale che ogni paese può identificarvi i suoi terrorismi, e darsi il diritto di procedere contro di essi con strumenti tanto eccezionali da essere stati finora iscritti, non senza scandalo, soltanto nella giurisdizione degli Stati Uniti; anche in Europa ha portato a un inconfessato stato di emergenza, con allentamenti e irrigidimenti che ogni esecutivo applica a sua discrezione. Al Qaeda è una sigla terrorista occulta e limitata, lo stato di emergenza che se ne fa conseguire è esplicito e illimitato.
1. Come metodo di lotta politica il terrorismo è recente. Differentemente dall'aggressione mortale al potente, che sta in tutta la storia, il terrorismo è stato predicato in Russia nella seconda metà dell'ottocento da G. Nec?aev, un seguace di Bakunin. Il quale però se ne separa. I terroristi russi colpiscono gente comune, folla, in modo inatteso e cruento, allo scopo di terrorizzare il popolo e volgerne la protesta contro lo zar, incapace di difenderlo. Vuole anche essere una minacciosa sveglia all'inerzia degli oppressi, alzando la violenza oltre la soglia di una morale che può condannare ma intendere la vendetta, mentre non può ammettere che la vita di gente qualsiasi, sconosciuta, sia ridotta a strumento di un fine che non conosce. Il terrorista porta in sé una carica di nichilismo, il cui fascino torbido è testimoniato nella letteratura russa, prova estrema della scristianizzazione del paese (Dostoevskij) ma si riflette anche in Europa (nelle saghe londinesi di Robert L. Stevenson e di J._Conrad).
Esso sarà praticato da piccoli gruppi di tendenza anarchica e nel Novecento dall'Ira, braccio armato del movimento indipendentista irlandese Sinn Fein (e soltanto recentemente dall'Eta e dai ceceni) 1. Resterà una variante minoritaria dell'anarchismo nel XIX e XX secolo. Sono 'anarchici individualisti' gli italiani che nel 1921 mettono la bomba al teatro Diana di Milano 2. L'anarchia se ne dissocia ma ne rimarrà sempre sospettabile (all'anarchico Pinelli si è tentato di addossare le bombe fasciste a Piazza Fontana). Tutto l'uso che ne fanno i fascisti in Italia negli anni '60 e '70 mira - non rivendicando mai gli attentati - a colpevolizzare veri o presunti anarchici 3.
Tale è la difficoltà di giustificare il terrorismo che ne prendono distanza le organizzazioni minoritarie armate europee di sinistra degli anni anni '70 e '80: esse praticano l'attentato mortale, e lo rivendicano, ma di individui singoli, esponenti dello Stato e dei suoi apparati. Rifacendosi al modello latino-americano, vogliono colpire il potere facendosi amare dal popolo, non spaventarlo. A Cuba il movimento "26 Luglio", che ha compiuto diversi attentati a L'Havana, si vanta di non aver fatto morti fra la gente. L'attentato politico appartiene alla storia e non solo moderna, e a tutte le civiltà - di un attentato dei "Fratelli musulmani" è rimasto vittima Anwar Al Sadat nel 1981.
Al Qaeda invece è esplicitamente terrorista. Nel passare da attacchi a militari o sedi diplomatiche, alle molte migliaia di persone presenti nelle Twin Towers, ha mirato a uccidere il massimo di persone qualsiasi e al massimo dell'impatto simbolico sulla illusione di inviolabilità che avevano gli Stati Uniti. Il terrorismo politico, che pareva in diminuzione, torna a salire a fine secolo e all'inizio del nuovo millennio.
2. C'è stato negli anni uno spostamento di senso, per cui il terrorismo non è più definito dal suo obiettivo - massacrare gente comune per terrorizzare - né dai suoi mezzi - cospirazione e agguato - ma dal soggetto che lo compie. Così da un lato, negli anni '70 è stato chiamato terrorista qualsiasi attentato, dall'altro si esita a chiamare terrorista uno Stato che reca morte a masse indiscriminate e incolpevoli. Forse per un residuo di sacralità del sovrano, forse perché allo Stato appartiene il monopolio della violenza, è come se l'istituzione massima non ricorresse mai ad atti terroristici, e quando vi ricorre non sarebbe terrorismo. Per essere terrorismo deve compierlo, sembra, un soggetto illegale e occulto.
La questione si è posta al pensiero giuridico con buone intenzioni e nodi irrisolti 4. Se terrorizzare il nemico è stato sempre proprio dei conflitti fra Stati, fino alle due guerre mondiali una nazione seminava terrore nell'altra con i combattimenti e con i saccheggi dei civili, illegalmente ma regolarmente praticati, che seguivano ogni conquista territoriale. Erano militari le vittime maggiori d'una guerra. Con le due guerre mondiali i civili uccisi, che le regole dichiaravano protetti, superano di gran lunga i militari. Il conflitto prende visibilmente aspetti propri del terrorismo. In particolare la guerra aerea colpisce fuori dalle trincee, e sarebbe oggettivamente 'terroristica' (Schmitt). Non andrebbe proibita, come si tentò a Ginevra nel 1907? Il dubbio doveva serpeggiare se nell'insediare il tribunale per il processo di Norimberga dopo il 1945 un procuratore americano, Telford Taylor, si affrettava a dichiarare che i bombardamenti indiscriminati sulle città, sia tedeschi sia alleati, non potevano essere considerati crimini, essendo ormai diventati propri della guerra moderna, dunque "diritto consuetudinario". Era evidente l'intenzione di legalizzare così anche Hiroshima e Nagasaki e le future guerre nucleari 5. Un residuo di imbarazzo si esprime ancora oggi nella ricerca di 'bombe intelligenti' e nello scusarsi per i loro 'effetti collaterali'.
In verità la guerra aerea, come l'uso dell'atomica, sono una ragione di più per considerare la guerra inumana, non regolabile, e perciò da interdire - come nella Carta dell'Onu. Ma questa norma non è stata realmente assimilata neanche in Occidente, salvo dalle minoranze pacifiste, ed è stata praticata esclusivamente fra le nazioni europee. L'Europa farà azione di guerra fuori del continente, nel Golfo, in una sua regione equivoca, i Balcani, e recentemente in Afghanistan - coprendo tuttavia questi interventi con una urgenza 'morale' che demolisce il diritto e restaura l'uso della forza 6. Mentre si continua a dubitare della natura terroristica di un'azione compiuta da uno Stato, come si osserva a proposito del conflitto fra Israele e Palestina. Le vittime civili palestinesi sono più volte superiori a quelle di Israele, ma si definiscono terroristi i palestinesi, che compiono attentati su civili facendo arma di se stessi, mentre non si definiscono terroristi Sharon o Tsahal, che colpiscono i civili con inconfrontabile potenza di fuoco. Oltre al giustificato imbarazzo europeo di fronte a Israele, è il primato del simbolico - in questo caso la maledizione del suicida che si fa arma - a giocare strani tiri.
Anche Noam Chomsky, nell'accusare di terrorismo gli Stati Uniti e Israele 7, evita di limitarsi alle stragi indiscriminate e insiste sul fatto che gli Usa sono ricorsi più volte all'azione di gruppi occulti esistenti nei territori che il Dipartimento di stato considerava ostile ma che non intendeva direttamente attaccare, armandoli e foraggiandoli, come nel caso dei Talebani in Afghanistan contro l'occupazione sovietica, e in diverse occasioni nel Medio Oriente, dove la Cia aveva contatti con lo stesso bin Laden.
Senonché, dopo l'11 settembre la definizione di terrorismo si capovolge, allarga e si involve nelle contraddizioni. L'amministrazione Bush dichiara terrorista non solo al Qaeda, ma anche persone, organizzazioni e Stati che le diano asilo o aiuto. Pochi giorni dopo estende l'accusa a Stati che, senza essere complici né favoreggiatori di al Qaeda, produrrebbero armi di sterminio di massa, nucleari o biologiche: terroristi, fuori legge, canaglie, 'rogue' sarebbero l'Iraq, l'Iran, la Corea del Nord e anche, o alternativamente, la Siria o la Libia. Di terrorismo è sospetto qualsiasi Stato che, rifiutando l'egemonia americana ma non potendo colpire gli Usa sul terreno militare classico nel quale è inattaccabile, potrebbero colpirlo attraverso l'uso anche parziale di armi proibite di sterminio.
È un salto di qualità che Bush collega alla possibilità attuale di ricorso a tecnologie di distruzione in passato non esistenti. Tuttavia qui esitano a seguirlo tutti gli alleati. Dare del terrorista a uno o più Stati anche 'pericolosi', come premessa a una guerra contro di essi, fa problema. L'Europa si dibatte. Saddam terrorista? Piuttosto fascista. Come Milosevic. Se mai va attaccato preventivamente perché sarebbe stato meglio attaccare preventivamente Hitler (tesi avanzata nella stampa italiana, tedesca e francese). L'oscillazione è grande. Il fronte antiterrorista, compattissimo, non è lo stesso di quello antiracheno. Anche a prescindere dal disagio creato dall'essere stato l'Iraq di Saddam alimentato dagli Usa finché è servito ad attaccare l'Iran. Tale e quale i Talebani.
E poi, concludono specie i giuristi, sgomenti per le lacerazioni che stanno avvenendo nel diritto internazionale, se il terrorismo è un crimine non va trattato come tale? Non si può ricorrere alla guerra, che fra l'altro lo eleva da criminale a nemico, ma soltanto a una limitata operazione di polizia internazionale. A questo punto altro capovolgimento: è la guerra che prende questo nome, e verrà fatta sempre più sciogliendosi dalle sue antiche sia pur limitate regole.
3. La dilatazione dell'attentato di New York a terrorismo 'internazionale' legittima gli Usa a condurre sul piano mondiale azioni di guerra, dovunque i loro interessi sarebbero minacciati, con la copertura di una 'autodifesa' imprudentemente votata nell'ottobre del 2001 anche dalle Nazioni Unite. Tanto più che, difficile da digerire per il Pentagono, dalla guerra in Afghanistan non sembra che al Qaeda sia stata colpita. I suoi leader sarebbero vivi, non si sa dove nascosti, più probabilmente nel Pakistan che gli Usa non mettono fra gli Stati canaglia perché Enduring Freedom esige 'alleanze variabili'. E coloro che qua e là nel mondo sono catturati come presunti membri di al Qaeda, o non lo sono o poco sanno e fanno sapere della stessa: gli Stati Uniti non concedono ai detenuti sotto questa imputazione un'assistenza legale, né di guerra né di pace. Sono di al Qaeda gli attentati di Bali e di Mombasa? Al Qaeda non s'è mai spesa per i palestinesi, che in questi giorni ne hanno rifiutato un non richiesto appoggio. Oppure al Qaeda è una sigla di riferimento per organizzazioni diverse, determinate a usare il terrore?
Ma che cosa si intende allora per 'internazionale'? Il senso è fluido. Più che suggerire che la rete di al Qaeda è composta da gente di diversi paesi, sembra dire che essa trova protezione in diversi paesi, o si dà per obiettivo diversi paesi, in quanto alleati degli Stati Uniti. Ma soprattutto estende l'accusa di terrorismo, come si è detto, ai paesi 'canaglia' sia in quanto in essi al Qaeda troverebbe protezione, sia in quanto sarebbero terroristi in proprio, detenendo armi di sterminio 8. In conclusione, il 'terrorismo internazionale' è evocato dal governo americano in modi non univoci. A volte sembra avere un centro a volte no; nel primo caso il centro sarebbe al Qaeda, che però non comprende tutti i paesi 'canaglia', nel secondo si ipotizza una opposizione terrorista diversificata e mondiale.
Non meno grave la definizione di 'islamico', aggiunta a volte a 'terrorismo internazionale'. Per al Qaeda non c'è dubbio; lo stesso bin Laden ha dato, nelle sue apparizioni in video o alla Cnn o attraverso la Tv del Qatar, Al Jazeera 9, un fondamento religioso alle sue minacce: sceicco saudita che si oppone all'attuale monarchia che considera vassalla degli Stati Uniti, è sicuramente un potentato nazionalista sorto nell'alta borghesia degli affari, ma quel che lo muove ad agire terroristicamente sarebbe la presenza americana nella terra dei luoghi santi. Una violazione insopportabile. Il suo è un Jihad, guerra santa. Sino al 2001 le sue esternazioni sono anche una offerta agli Stati Uniti di cavarsela sgomberando le poche basi che stanno nell'Arabia Saudita. E probabilmente le polemiche americane sulla inefficienza della Cia dopo l'11 settembre celano l'accusa di avere sottovalutato una minaccia più che annunciata.
4. Se al Qaeda si presenta come organizzazione islamista e terrorista, che ha trovato accordo nei Talebani, e nella quale sembra riconoscersi cautamente parte dell'Islam, quanto lo rappresenta? In altre parole, la ripresa del terrorismo politico è un fenomeno specificamente islamico, deriva da una innegabile lettura corretta del Corano, specialmente dalla tradizione sunnita, ha un humus comune nei wahabiti, delinea nell'Islam un insormontabile rifiuto dell'altro? In questo caso si tratterebbe di un implacabile scontro di civiltà come tratteggiato anni fa da Samuel Huntington e diventato dall'11 settembre assai di moda. Insomma il Male, dopo essere stato il comunismo, oggi è l'Islam?
La tentazione dell'Amministrazione Bush di andare in questa direzione continuamente appare e continuamente è corretta. La corregge la stessa inclusione nel Male di alcuni Stati laici, l'Iraq e la meno nominata Siria, nonché la non musulmana Corea del Nord. E tuttavia in Occidente è proprio l'evocazione dello scontro tra civiltà che mobilita la destra, americana e europea, fascistizzante o no: l'Italia ha in Bossi o in Baget Bozzo due esempi temibili. Ma è impossibile non riconoscere il crescere d'una pregiudiziale antislamica anche in settori democratici: pesa in essa l'annoso rifiuto dei paesi arabi a riconoscere Israele, pesano gli attentati di Hamas o di al Aqsa, pesa soprattutto il disperato che in nome di Allah si imbottisce di tritolo per ammazzare civili israeliani - non solo crudele ma lontano da ogni tradizione razionale. E poco importa che risponda a un'occupazione illecita, alimentando il terrorismo di Tsahal e dei suoi servizi - spirale tremenda.
Ogni scontro di civiltà o identitario scivola dovunque in forme in diversa misura fondamentaliste da ambedue le parti. In Europa cresce una pregiudiziale antimusulmana che va dal rifiuto dei colti per ogni genere di teocrazia alle bassezze populiste contro le migrazioni e contro qualsiasi multietnicità. È qualcosa di paradossalmente simile all'antisemitismo europeo, nel migliore dei casi cieco e 'per bene', diffuso tra la fine del XIX e la prima parte del XX secolo (e oggi ripescato da letture revisioniste). E può coesistere con esso.
La reazione dei musulmani non manca. Ma non ha gran senso ribattere a colpi di Corano, esercizio dal quale si può trarre soltanto la convinzione che, come dal Libro, si possono dedurre da questo o quel passaggio comandi divini di assoluta mitezza e di battaglie in nome di Dio. La verifica va cercata non nel Libro ma in chi lo legge in questo o quel modo, e perché. Perché ora, dalla fine del Novecento a questi primissimi esordi del terzo millennio, le guerre giuste o sante sono tornate ad avere voce in capitolo? Perché la fede è tornata a uccidere?
5. È una domanda bifronte. In Occidente denuncia la tendenza a sovrapporre alle faticose conquiste del diritto internazionale una 'morale' che lo sovrasterebbe. E cui il diritto sarebbe cieco. Ma ci fa arretrare ai presupposti medievali della guerra giusta, con relativa buona coscienza. Nel mondo islamico rimanda alle vicissitudini del laicismo perdente, di cui in questa rivista parla il saggio di Samir Amin 10, e che ha avuto la conseguenza più terribile in Algeria 11.
Il processo è di lunga distanza, tocca il fallimento della modernizzazione, l'utilizzo spietato occidentale delle ricchezze del Medio Oriente, la natura raramente democratica e progressista delle loro dirigenze, la diffidenza opposta ai loro migranti in Europa, stretti fra marginalità e assimilazione. Nella tradizione religiosa l'identità araba finisce col trovare il solo senso, e nel fondamentalismo la sola vendetta. Assai di rado dopo la seconda guerra mondiale - la prima aveva tracciato arbitrariamente nazioni e confini - l'Occidente s'è chiesto dove poteva portare la perdita di identità d'un ex grande impero e d'una civiltà millenaria.
Con la fine, nel 1989, d'una alternativa terrestre al dominio di un Occidente sempre più forte, economicamente e militarmente, e la delegittimazione di qualsiasi dialettica fra progetti alternativi di società, senso e valore, l'Islam s'è trovato di fronte a un modello di modernità tutto mercificato che apparentemente più nessuno discute, povero e ostile alla sua tradizione. Sul piano economico, ha risposto fin che ha potuto con il suo solo strumento contrattuale, l'Opec. Sul piano culturale e politico, non ha avuto argomenti. Forse va cercata anzitutto qui la crescita del fondamentalismo, che non è solo né sempre terrorista, ma le cui espressioni politiche - se i paesi mediorientali concedessero ai sudditi il diritto di voto - vincerebbero di gran lunga quasi dovunque le elezioni, come nel 1992 in Algeria.
Se dopo il crollo dell'Urss, gli Stati Uniti avessero ammesso la responsabilità che loro deriva dall'essere almeno per un tempo la sola superpotenza, e ne avessero usato per la 'casa comune' che l'Onu prefigurava, moderando i loro istinti predatori o confidando in un'estensione soft del sistema economico vincente, è probabile che i fondamentalismi avrebbero avuto respiro corto. Non era impossibile se avesse prevalso la tradizione della Nuova Frontiera sull'integralismo jacksoniano. E il conflitto fra Stati sarebbe rimasto entro certi limiti 'civilizzato'. Ma anche chi pensa che si possa fare la storia con i 'se' deve riconoscere che questo è un esile 'se' - la natura crudelmente gerarchica della globalizzazione economica, la militarizzazione crescente della sola superpotenza rimasta, la crisi d'una sinistra le cui sorti sembrano paradossalmente legate all'esistenza dell'Urss, più di quanto non vi fosse ormai vincolata l'ideologia, sembrano ridurre a zero i margini di possibilità esistenti nell'ultimo decennio del Novecento.
È funesto constatare che il principio di regolazione e coesistenza implicito nella creazione delle Nazioni Unite era garantito da un sistema di più Stati in grado di difendersi o attaccarsi l'un l'altro. E che l'esistenza di due superpotenze dotate del deterrente atomico ha ridotto lo scontro e gli scontri nei campi di loro egemonia. Con la caduta di una di esse e lo smarrimento di qualsiasi ipotesi alternativa, alla regressione occidentale verso l''esportazione' del suo proprio modello politico ed economico, reclamata senza pudore, reagiscono dall'altra parte i fondamentalismi identitari. E nel caso del terrorismo usano principi e armi che hanno trovato nel nostro proprio bagaglio.


note:
1  L'Eta ha ucciso fin dagli anni '70, non senza molteplici divisioni interne, personaggi perlopiù minori, ma ha fatto ricorso alla strage terroristica soltanto nell'ultimo anno, facendo esplodere una bomba a Santa Pola (Andalusia) e in una cafeteria di Madrid. Analogamente i ceceni sono passati al terrorismo su grande scala con il sequestro al teatro Dubrovka di Mosca.
2  Un rapido disegno della divisione fra violenza e terrorismo negli anarchici italiani si trova nel recentissimo Dizionario del fascismo, a cura di Victoria de Grazia e Sergio Luzzatto (Einaudi, 2002).
3  La Fai (Federazione anarchica italiana) nulla ha a che fare col sedicente gruppo anarchico-insurrezionalista, che sta operando minacce di attentati ed è nel mirino dell'antiterrorismo per i più recenti.
4  Sulla 'retta' conduzione della guerra cfr. Claudio De Fiores, L'Italia ripudia la guerra?, Cap. IV, 7, (Ediesse, 2002).
5  Cfr. Isidoro D. Mortellaro, Guerre da globalizzazione, in corso di pubblicazione per manifestolibri.
6  Cfr. C._De Fiores, cit.
7  Noam Chomsky, Terrore infinito, Dedalo, 2002
8  I siti più interessanti, americani e non, che ne riportano le espressioni sono www.terrorism.com e www.middleeastonline.com. Un'intervista di bin Laden è apparsa, nel maggio 1997, sulla Cnn (riportata dall'autore Peter L. Bergen, Holy War Inc, trad. it. Mondadori 2001). L'intervista più ampia di bin Laden è stata rilasciata alla Cnn il 10 giugno 1999 (cfr. "la rivista del manifesto", dicembre 2001).
9  Il solo elemento acquisito è che nell'Afghanistan dei Talebani sono stati addestrati sauditi, algerini del Gia e dell'Ais, e anche ceceni. 'Afghano' è chiamato in Algeria e in Cecenia chi avrebbe avuto tale addestramento. Ma lo si sa da fonti di questi paesi più che da ammissioni dei detenuti, segretate o assai parzialmente diffuse e impossibili da controllare.
10  Cfr. Samir Amin, Radiografia del mondo arabo, "la rivista del manifesto", n._22, novembre 2000.
11  Nel 1992, il governo ha interdetto il secondo turno delle elezioni perché nel primo il Fis (Fronte islamico di salvezza) aveva riportato una grande maggioranza. Pur fra grandi divisioni, ne sono nate le derivazioni armate, il Gia e l'Ais, che hanno massacrato interi villaggi e molte personalità considerate 'infedeli'. Gli uccisi (comprese le vittime fatte dall'esercito) sono calcolati da 100.000 a 150.000, ma non hanno turbato l'Occidente che con l'Algeria commercia vantaggiosamente in energia. Eppure è il caso più tremendo d'un Jihad, originato dal riconoscimento da parte di Houari Boumedienne dell'Islam come dottrina ufficiale, mentre il Fln si stava trasformando da forza rivoluzionaria anticolonialista laica e progressista in potere oppressivo. Appena sedato ma insoluto, il caso algerino, che non ha avuto proiezioni esterne, è quello che andrebbe esaminato con maggior attenzione per la parabola dell'islamismo.


http://www.disinformazione.it/statiuniticanaglia.htm 

«Stati uniti, Stato canaglia»


Di Maurizio Matteuzzi 

«Il Manifesto» 15 settembre 2003

Da «L'altro terrorismo», il documentatissimo servizio di Report andato in onda martedì sera, viene fuori un quadro agghiacciante (e inoppugnabile) del ruolo avuto dagli Usa, dall'Inghilterra, dall'Occidente e dalla Russia negli ultimi 40 anni. America latina e centrale, Indonesia, Cecenia, Timor, Turchia e altro ancora. Una interminabile sequela di nefandezze.

L'«altro» terrorismo? Stando a quello che si è visto martedì sera nel programma di Report su Raitre, l'altro terrorismo è quello degli Osama e dei kamikaze. Roba da dilettanti. Quello buono, quello vero, quello storico, quello doc, è il «nostro». Quello dell'Occidente democratico e campione dei diritti umani. Quello degli americani e dell'America che, come ci ha confermato domenica il presidente Bush ancora, «è una nazione buona, autenticamente buona». Quello degli inglesi di Tony Blair, il modello della nostra sinistra «riformista», le cui parole chiudevano (in)degnamente il programma: «a sconfiggere quel male», il terrorismo, «alla fine non saranno i nostri fucili ma i nostri valori». Quello della Russia di Putin - occidente in fieri - che, dopo avere aderito alla crociata anti-terrorista post-settembre 2001, si è visto abbonare gli orrori commessi dai russi in Cecenia. Il programma di Milena Gabanelli e i servizi di Paolo Barnard e Giorgio Fornoni sono un grande momento di giornalismo investigativo e un esempio di cosa potrebbe e dovrebbe essere la televisione.
Ne viene fuori un quadro agghiacciante ed esauriente. Come mai l'America così «autenticamente buona», tutrice e garante dei diritti umani - non solo quella dei Bush padre e figlio, o della mefitica accoppiata Nixon-Kissinger, o del criminale Reagan, ma anche quella veltroniana di Kennedy o del rimpianto Clinton - ha potuto fare, e può continuare a fare, quelle nefandezze? E l'Inghilterra culla della democrazia e del liberalismo - non solo quella dei reazionari Churchill e Thatcher, ma anche quella del laburista Tony Blair?
Barnard è andato a Miami e a New York a cercare Orlando Bosch, un terrorista cubano «indifferente alle leggi e alla decenza umana» (parole che si leggono su un documento dell'Fbi), e Emmanuel Constant, un killer e torturatore haitiano, entrambi sul libro paga della Cia. Dopo l'11 settembre 2001 l'amministrazione Bush chiese all'Afghanistan dei taleban la consegna di Osama bin Laden. Non la ebbe e, per questo sgarro e in nome della libertà, seppellì di bombe l'Afghanistan. Stesso mese, stesso anno - come mostra un ritaglio del New York Times - il presidente di Haiti Aristide chiese per via diplomatica l'estradizione di Constant.
Per quanto colpito come Bosh da un ordine di espulsione, entrambi continuano a vivere tranquilli, uno a Miami, l'altro a New York. Un documento di Amnesty international s'intitola: «United States, a safe haven for torturers»,. Rifugio sicuro per torturatori, purché i torturatori abbiano ammazzato e torturato dalla parte giusta.
I governi americani sono mai stati terroristi, hanno mai sostenuto il terrorismo? Risponde David Mac Michael, ex agente della Cia distaccato negli anni `80 in Centramerica: «Sì lo sono stati, lo hanno fatto». Non solo: «Secondo la definizione che ne dà la presente amministrazione americana, penso che sì, gli Stati uniti possano essere definiti uno Stato canaglia».
Gli esempi - alcuni dei quali presentati e documentati nel programma di Report - sono infiniti. Noam Chomsky ne ricorda alcuni. La guerra sporca lanciata da Reagan contro il governo sandinista del Nicaragua nell'81 per mano di «squadre della morte chiamate contras». Il golpe del `65 contro Sukarno in Indonesia con il massacro di «uno o due milioni» di comunisti del Pki. La Corte internazionale dell'Aja nell'86 condannò l'America di Reagan per «terrorismo».
Che come risposta intensificò la guerra sporca fino alla caduta dei sandinisti. Alcuni degli gentlemen di allora sono ancora in prima linea. John Negroponte, che coordinava le atrocità dei contras dal suo posto di ambasciatore in Honduras, è il rappresentante all'Onu; Elliot Abrams che era il responsabile per l'America latina, è oggi responsabile per i diritti umani di Bush.
In Indonesia i massacri di militanti e gente del Pki non suscitarono lo scalpore e l'indignazione di quelli che avrebbero poi condannato all'abominia il regime comunista di Pol Pot in Cambogia. Anzi, dice Chomski, «gli americani sapevano e applaudirono. Il New York Times scrisse di Suharto "è un raggio di luce in Asia"». E gli fa eco lo storico inglese Mark Curtis: «L'Inghilterra appoggiò con entusiasmo il massacro in Indonesia».
Ma è nel cortile di casa degli Stati uniti che il terrorismo di stato dell'America così «autenticamente buona» diede il meglio di sé. Brasile, Cile, Argentina, Uruguay (qualcuno ricorda il nome di Don Mitrione?), Bolivia, Paraguay (e ora il Venezuela di Chavez...), Cuba, Nicaragua, El Salvador, Guatemala, Haiti, Santo Domingo, Grenada, il Panama dell'ex amico (come Osama e Saddam) Noriega.
Immagini, documenti, episodi. Il documento «top se cret» del `62 con cui i servizi indicano allo stato maggiore dell'esercito Usa le opzioni strategiche contro Cuba («Potremmo fare esplodere una nave americana a Guantanamo e incolpare Cuba. Si potrebbe organizzare una falsa campagna terroristica comunista a Miami o persino a Washington che deve colpire i rifugiati cubani. Potremmo affondare una barca piena di rifugiati cubani, oppure incoraggiare i tentativi di omicidio contro i rifugiati cubani negli Stati uniti»). Le liste di persone da far sparire fornite dall'ambasciata Usa in Guatemala. L'assassinio di monsignor Romero a San Salvaror nel marzo `80, per mano del maggiore D'Aubuisson, le 4 suore americane assassinate in Salvador nel dicembre `80, la strage dei 1200 abitanti (tutti civili, fra cui 400 bambini) del villaggio salvadoregno di El Mozote nell'81 ad opera del battaglione d'élite Atlacatl, addestrato dagli americani e con la partecipazione diretta di «consiglieri» americani; l'assassinio dei sei padri gesuiti dell'Università centramericana del Salvador nell'89. Il tutto inoppugnabilmente sostenuto da documenti (non più) riservati e da testimonianze dei protagonisti di allora, nonché dalla forza delle immagini. Poi i manuali e le pratiche di tortura a Fort Benning, in Georgia, la famosa «School of the Americas» per dove sono passati tutti i killer e torturatori della «parte giusta»: «A school of assassins and terrorists», dice Roy Bourgeois, un ex veterano del Vietnam fattosi prete. Poi i massacri della fine anni `90 contro la popolazione kurda. Non per mano di Saddam ma del governo e dei militari turchi armati dagli Stati uniti del liberal Clinton, dall'Inghilterra del laburista Blair, dalla Germania del socialdemocratico Schroeder. Poi le stragi a Timor est, non solo i 200 mila morti del `75 per mano delle truppe indonesiane di Suharto, che aveva chiesto - e ottenuto - il permesso all'accoppiata Ford-Kissinger, ma anche i 4 mila morti del `99 con Clinton-Albright al timone, quelli dell'«interventismo umanitario». Poi la Cecenia di Putin, «2879 decessi avvenuti al di fuori di ogni scontro armato o bombardamento nel solo anno 2002» e «con il plauso di gran parte dell'occidente democratico» .
Meravigliarsi? Indignarsi? E perché mai: «Noi scegliamo la libertà e la dignità della vita». Parola di Bush.


http://italy.peacelink.org/latina/articles/art_15844.html 

Argentina: 30 anni dopo il golpe, ma Kissinger è libero

Il ruolo dell'ex segretario di stato Usa nella mattanza di Videla era noto. Ma nuovi documenti non lasciano più dubbi

Emanuele Giordana (Lettera22)

Fonte: Il Manifesto

4 aprile 2006

 

Sulla guerra sucia argentina (1976-1983), iniziata il 24 marzo di 30 anni fa dalla giunta golpista responsabile di 30mila desaparecidos, ormai molto si sa ma molto si continua a scoprire. Mentre il presidente Kirchner a Buenos Aires annunciava l'apertura degli archivi militari e la desecretazione dei documenti che inchiodano Videla e compagni, nuove testimonianze sulle relazioni internazionali dei golpisti arrivano dagli Stati uniti. Ma anche dagli agenti cileni, gli «amici» della famigerata Operazione Condor.
Come già in passato anche questa volta sono stati i National Security Archives, organismo della George Washington University, a rendere pubblici per la prima volta documenti inediti desecretati che raccontano la brutta storia delle relazioni sotterranee tra Usa e golpisti argentini e il triangolo mortale delle diverse dittature del Cono sud.
Un documento importante riguarda le trascrizioni segrete al Dipartimento di stato nel gabinetto dell'allora segretario Henry Kissinger. Il 26 marzo, due giorni dopo il golpe, Kissinger viene informato del desiderio dei golpisti di coinvolgere pesantemente gli Usa sul piano finanziario: «È nei nostri interessi», risponde il segretario di Stato. L'assistente per le Americhe William Rogers suggerisce che la posizione degli americani è «delicata»: la necessità di appoggiare i golpisti si scontrerebbe infatti con la sensibilità della opinione pubblica anche perché - spiega - «c'è da aspettarsi una forte repressione e probabilmente molto sangue...non solo coi terroristi ma anche contro dissidenti e sindacalisti...(da parte di un) regime che, da qui a sei mesi, sarà considerevolmente meno popolare...». Kissinger insiste: «Non voglio che (la giunta) senta gli Stati uniti come ostili». Entrambi concordano nel riconoscimento del governo e in un appoggio «discreto ma sostanziale» degli Usa. «L'entusiasmo con cui il governo di Washington accolse il golpe e la sua disposizione a sostenere l'immagine di moderazione che la giunta cercava di offrire - scrivono gli analisti americani che hanno lavorato sui documenti - si comprende bene quando Rogers avverte Kissinger (dell'imminente bagno di sangue) e raccomanda che "non dovremmo affrettarci troppo a dare supporto al nuovo regime". Kissinger, ciononostante, ordina l'appoggio al nuovo governo», scrivono ancora gli studiosi citando le sue parole: «Se hanno questa opportunità (di farcela) necessitano di un piccolo aiuto da parte nostra». Gli americani, comunque, si fidavano: otto giorni prima del golpe, l'ambasciatore Hill riferì a Washington del suo colloquio con uno degli aspiranti golpisti, il capo della marina Emilio Eduardo Massera che rassicurò il diplomatico sul fatto che l'Argentina «...non seguirà le orme di Pinochet in Cile...». Infatti fece di peggio, come spiegano i documenti sull'aiuto «internazionalista» di altre dittature dell'area, la cilena in primo luogo.
La Dina, la polizia segreta di Pinochet, aiutò quella argentina con scambio di informazioni e con azioni che dovevano appoggiare a vicenda il mutuo sostegno delle dittature latinoamericane nel liberarsi dei dissidenti. C'è una informativa illuminante del luglio del 1978 inviata alla Dina, e ottenuta dalla magistratura argentina prima ancora che Buenos Aires annunciasse l'apertura degli archivi. E' l'unico documento in cui si rendono noti i calcoli della polizia segreta della giunta rispetto al numero delle persone uccise durante gli anni bui. Fu inviata dal funzionario dell'intelligence cilena Enrique Arancibia Clavel, che usava lo pseudonimo di Luís Felipe Alemparte Díaz, ed era basato sui calcoli fatti al quartier generale del Batallón de Inteligencia Militar 601. Clavel rappresentava in Argentina la rete dell' Operazione Condor, creata nel 1975 dagli 007 di Cile, Argentina, Uruguay, Brasile, Bolivia e Paraguay. Il documento è particolarmente rilevante perché, nel fare un bilancio di 22 mila desaparecidos, oltrepassa di gran lunga il numero di 9.089 contenuto nel documento redatto dalla Comisión Nacional de los Desaparecidos (Conadep) negli anni Ottanta. Il sanguinoso registro del Battaglione 601 aveva cominciato le sue annotazioni già nel 1975, ben prima del golpe del marzo '76.

http://www.paolodorigo.it/PortellaGinestra.htm 

LA REPUBBLICA
10 febbraio 2003

Le carte segrete sulla strage
L'ombra Usa a Portella della Ginestra

di ATTILIO BOLZONI e TANO GULLO

Gli agenti speciali hanno lasciato le loro impronte a Portella della Ginestra. L'ombra della strage che non ha avuto mai mandanti si allunga fino all'Office of Strategic Services, il servizio segreto americano che in quegli anni era comandato in Italia dal capitano James Jesus Angleton.

Una pattuglia di quegli uomini che lui aveva reclutato tra le file della Decima Mas e nella sbirraglia fascista, sbarca a Palermo in anticipo su quel Primo Maggio. La missione siciliana e le altre incursioni contro i "rossi" in varie città d'Italia erano state programmate da quattordici mesi. Lo testimonia un cablogramma datato 12 febbraio 1946, indirizzato al War Department e firmato da Angleton in persona: "Ho bisogno immediatamente di almeno dieci agenti per aprire basi a Napoli, in Sicilia, a Bari e a Trieste. Devono essere sottoposti ad un addestramento intensivo... Servono per operazioni militari".

C'è aria di festa quella mattina di primavera del 1947 sulle colline intorno a Piana degli Albanesi, all'improvviso partono le sventagliate di mitraglia e il fuoco lascia per terra undici contadini. Ma non è solo Salvatore Giuliano a sparare. E non sono soltanto le armi dei suoi disgraziati banditi a far fuoco dalle rocce della montagna. Negli schedari degli Archivi Nazionali degli Stati Uniti d'America, gli atti desecretati dalla CIA svelano fatti e personaggi che raccontano le vicende di Portella prima e dopo il bagno di sangue.

Ecco cosa è custodito nel labirinto di carte sepolte per oltre mezzo secolo alla Central Intelligence Agency. Ci sono indizi che portano ancora alle "squadre" del principe Junio Valerio Borghese addestrate dall'OSS e spedite in Sicilia. Ci sono banditi che incontrano spie travestite da giornalisti. Ci sono monaci ed ex funzionari dell'OVRA che trattano con il "re" di Montelepre. Ci sono mafiosi del calibro di Lucky Luciano che a sorpresa tornano nell'isola. E, a Palermo, c'è anche un covo antibolscevico collegato con le milizie di tutta Italia.

Ogni foglio del servizio Usa emana odore di intrigo. Ma lì dentro c'è soprattutto la storia di certe armi di cui nessuno si era mai curato.

La prima traccia di Portella che conduce agli agenti di Angleton è ancora oggi conficcata nei corpi dei sopravvissuti: schegge di metallo di ignota provenienza. Non sono frammenti di proiettili, non sono bombe a mano andate in frantumi. Non sono niente, ufficialmente: solo "qualcosa" che il Primo Maggio ha colpito decine di contadini, donne e bambini.

Quasi tutti i testimoni avevano allora raccontato "di aver sentito, prima degli spari, un sibilo e il tipico rumore dei mortaretti". Alcuni avevano addirittura pensato ai giochi di fuoco allestiti per il giorno di festa. Nei documenti di College Park si trova quel "qualcosa" che fa un sibilo. Quel "qualcosa" è dentro il manuale di "Armi speciali, congegni ed equipaggiamenti" redatto dall'OSS nel febbraio del 1945. Nell'opuscolo c'è la foto della Special Weapon, bomba aerea simulata in dotazione solo agli uomini del servizio segreto. Un testo ne spiega le caratteristiche tecniche e l'uso: "Obiettivo: simulare il fischio e l'esplosione di una bomba. Descrizione: è un congegno pirotecnico che produce un fischio dopo di che esplode come un grosso petardo...".

In molti, a Portella, vengono raggiunti da quei frammenti. In quasi tutti i primi referti se ne parla, poi le schegge scompaiono per sempre dai rapporti medico-legali. E le uniche armi che risultano agli atti sono quelle imbracciate dai banditi di Giuliano. Eppure, già all'alba di quella mattina del Primo Maggio, i contadini che si incamminano verso il pianoro di Portella sentono le voci e le paure che si rincorrono per i paesi vicini.

Tra le pieghe del processo per la strage c'è una testimonianza. Quella di Maria Baio che riferisce cosa le sussurra la vicina di casa Antonia Partelli: "Mi disse: "I contadini vanno a Portella ma lo sanno che lì ci stanno gli americani che devono buttare le caramelle?"".

Questo avviene poche ore prima della sparatoria. Ma vediamo - attraverso la documentazione dell'OSS - cosa è accaduto nei mesi precedenti. In un dossier "secret" del 20 febbraio 1946 si legge: "Molti elementi neofascisti provenienti dal Nord Italia sono stati inviati in Sicilia". Un altro dossier, stavolta a firma Angleton, informa: "L'ex federale di Firenze Polvani ha promosso un incontro tra i principali gruppi neofascisti italiani... Polvani è arrivato per l'occasione dal Centro Nazionale neo fascista di Palermo...".

Questo Polvani ricorre spesso negli archivi dell'OSS. Il capitano Angleton non ne riporta mai il nome di battesimo, ma negli schedari di College Park si trova il fascicolo (scritto in italiano) di un agente del Servizio Informazioni Difesa della Repubblica di Salò che si chiama proprio Massimo Polvani.

A Palermo, come abbiamo visto, è attivo il Fronte Antibolscevico. Lo sponsorizza in un'"informativa" all'OSS anche Nino Buttazzoni, ex capitano della Decima Mas, un luogotenente del principe Borghese, che comincia a collaborare con i servizi USA. Il Fronte Antibloscevico di Palermo ha sede nel centro storico, in via dell'Orologio. Proprio qui, dopo la strage di Portella e dopo gli assalti del 22 giugno del 1947 alle Camere del Lavoro di mezza Sicilia, vengono ritrovati gli stessi volantini lanciati dai commando che, con bombe e mitra, avevano seminato morte e terrore.

Ma non ci sono solo i fascisti che fanno scorribande in Sicilia. A Palermo, soggiorna un boss che tutti davano ormai residente negli Stati Uniti. E' Lucky Luciano. Si aggira per i paesi di mafia intorno a Portella a bordo di una Dodge rossa carrozzata Torpedo. Sul boss circolano tante leggende. Una - sempre smentita dagli storici - lo voleva a Gela durante lo sbarco alleato. Ma questa volta la "prova" della sua presenza sull'isola la forniscono gli stessi americani, catalogando nei loro archivi un "promemoria" che ricevono da Napoli il 27 agosto 1947: "Lucky Luciano giunse in Palermo proveniente da Genova il 2 gennaio ultimo scorso... dal 15 gennaio prese alloggio all'Excelsior e il 30 maggio passò alle Palme. Il 22 giugno lasciò Palermo per Capri. Durante la sua dimora in Palermo non risulta abbia svolto attività di sorta".

L'appunto poliziesco è vero solo in parte. Nei mesi trascorsi a Palermo il mafioso non sta proprio con le mani in mano. Lo avvistano a Carini con una ciurma "di otto eleganti giovanotti" due ore prima dell'attacco alla Camera del Lavoro. Lo avvistano a San Giuseppe Jato quando da una Dodge rossa sparano contro la sezione comunista. Per conto di chi agisce Lucky Luciano? Perché torna in Sicilia libero mentre dovrebbe trovarsi in un penitenziario americano per scontare una pena per traffico di droga?

E' lo stesso boss che confiderà in seguito allo scrittore Tom Mangold: "Spero che non accada mai niente a James Angleton perché verrebbero sicuramente a cercare me".

E' sempre in quel periodo che in Sicilia vengono paracadutate altre pedine fondamentali della "rete" di Angleton. Uno è il monaco benedettino scomunicato Giuseppe Cornelio Biondi, catturato dall'OSS (rapporto 4 aprile 1945) come "agente nemico" e poi internato in un campo di concentramento. All'improvviso viene misteriosamente liberato, qualche mese dopo ce lo troviamo in Sicilia. E' a Monreale insieme a Gaspare Pisciotta, il braccio destro di Giuliano.

Poi c'è Ciro Verdiani, ex agente dell'OVRA che diventerà Ispettore Capo della polizia nell'isola. Anche lui è catturato come "agente nemico" (rapporto OSS 9 luglio 1945), anche lui scende a Sud, da super poliziotto al servizio di Angleton, per banchettare con il "re" di Montelepre. E infine c'è il giornalista Mike Stern che fa scoop a ripetizione, intervistando il bandito. Più che giornalista, Stern è una spia, ha il grado di capitano dell'Office Strategic Services. Manda le sue corrispondenze alle riviste Life e True fino agli ultimi assalti alle Camere del Lavoro del palermitano. Poi sparisce per sempre dall'isola.

Nell'orbita dell'esercito di Angleton intanto entrano altri personaggi. Già siamo nel 1951 quando l'OSS è ormai CIA. Il documento ha la data del 30 novembre: "Dovrebbe aver luogo la nascita di un Fronte nazionale che raggruppa neofascisti come Valerio Borghese e i fondatori del Fronte nazionale monarchico, deputati Giovanni Francesco Alliata di Montereale e Tommaso Leone Marchesano". Quei due saranno accusati di essere tra i mandanti del massacro. A fare i loro nomi è Gaspare Pisciotta, prima di bere quel famoso caffè all'Ucciardone.

Questa è la storia di Portella della Ginestra "riletta" con i documenti del servizio segreto americano. Questa è la storia di una strage che volevano in tanti.


 



http://www.archivio900.it/it/articoli/art.aspx?id=7467 

Da Corriere della Sera del 24/06/2006

Nell'86 per prevenire un attentato contro il presidente fu autorizzato l'intervento. 

Ma l'Irangate bloccò tutto

Reagan e la guerra a Gheddafi 

Quasi un Iraq vent'anni prima

di Ennio Caretto


WASHINGTON — Questo mese, l'America e la Libia hanno annunciato la riapertura delle relazioni diplomatiche rotte il 31 dicembre del '79, una svolta cruciale in Medio Oriente. Ma documenti della Casa Bianca e della Cia desecretati di recente dimostrano che vent'anni fa l'America sfiorò la guerra con la Libia.
Organizzò non un bombardamento, come avvenne il 15 aprile dell'86, ma più bombardamenti in serie. Lo fece, oltre che per stroncare il terrorismo libico, anche nell'intento di eliminare Gheddafi, o di rovesciarne il regime, dopo avere appreso che il colonnello aveva preparato un attentato contro il presidente Ronald Reagan. Il piano rientrò all'inizio dell'87, dopo lo scandalo Irangate, da cui emerse che l'amministrazione Usa aveva segretamente fornito missili all'Iran in cambio del rilascio di ostaggi americani in Libano, e ne aveva usato i proventi per armare i contras, i ribelli antisandinisti in Nicaragua. Uno scandalo che paralizzò il presidente e costò il posto a John Poindexter, il consigliere della sicurezza, e al vice di lui, il marine Oliver North.
Un memorandum della Casa Bianca del 21 marzo dell'86, a firma di James Stark, un alto funzionario, segnala la decisione del presidente di ricorrere alla forza contro Gheddafi. «Il Dipartimento di Stato — riferisce Stark — ha diramato un allarme in seguito al nostro ingresso nel Golfo della Sirte. Il colonnello ha minacciato di attaccarci, si prevedono atti terroristici». Quattro giorni dopo è battaglia tra le forze aeree navali americane e quelle libiche, e il 25 Stark ne trae le conseguenze, adombrando anche un complotto contro Reagan. «Negli ultimi tre mesi abbiamo raccolto prove che la Libia ha accelerato i suoi progetti di attentati. Dopo la sua batosta nella Sirte, ciò ci obbliga ad assumere una posizione ferma. Abbiamo numerosi piani nel caso che si dia al terrorismo. La domanda è: siamo pronti a usarli?».
La risposta, sì, arriva una settimana più tardi: il 2 aprile, quattro passeggeri muoiono allo scoppio di una bomba su un aereo Twa in volo da Roma ad Atene, e il 5 un'altra bomba fa due vittime al La Belle club, una discoteca di Berlino.
La Cia accerta che la matrice delle stragi è libica, e l'8 aprile Reagan ordina nascostamente di attaccare la Libia entro pochi giorni.
Il 12 il presidente manda in Europa, Italia compresa, il generale Vernon Walters, uno dei liberatori di Roma nel giugno del '44, per informarne gli alleati. Ma un altro memorandum di Stark rivela che gli alleati ne sono già al corrente. Datato 27 marzo, il memorandum sottolinea che «il Dipartimento di Stato ha inviato telegrammi all'Inghilterra, la Francia e l'Italia sulla minaccia libica e la nostra risposta. Ha anche precisato che potremmo chiedere che ci mettano a disposizione il loro spazio aereo». Stark anticipa bombardamenti a tappeto, fa il nome del piano: «Prairie fire», incendi della prateria. Domanda se «dobbiamo tenere davanti alla Libia le portaerei Saratoga e Coral sea, oppure sostituirle». Ricorda che c'è un lungo elenco di bersagli ma lamenta che «il Pentagono sia contrario a colpire più di quattro obiettivi militari». E sollecita un'immediata scelta del Consiglio di sicurezza in merito.
Dai documenti, è chiaro che l'amministrazione è divisa. Poindexter non si capacita delle esitazioni del Pentagono, e preme per il più massiccio attacco possibile, ma evitando «perdite collaterali», ossia stragi di civili. Fa eccezione Gheddafi: «Dobbiamo stargli dietro». Poindexter è anche ansioso di risparmiare «quei militari libici che simpatizzano con noi»: secondo la Cia ce ne sono, potrebbero tentare di rovesciare il regime. Il Dipartimento di Stato avanza invece delle riserve: «Teme che il colonnello chiuda gli aeroporti e ci impedisca di portare in salvo cittadini americani in caso di necessità» rileva Stark. Ma il funzionario resta dell'opinione che «occorra distruggere tutti gli impianti bellici libici». «Se subiremo delle perdite — dice — e potrebbe accadere, non dovranno essere vane». Saranno ulteriori congiure della Libia a fare pendere la bilancia dalla parte di Stark e di Poindexter. Tra di esse, una contro l'ambasciata Usa a Beirut, segnalata dal Dipartimento di Stato a Reginald Bartholomew, più tardi ambasciatore a Roma.
L'operazione «Prairie fire» scatta nelle prime ore del 15 aprile. I 18 F11 partiti dall'Inghilterra colpiscono il porto, l'aeroporto e le basi di Tripoli, e gli A6 e A7 delle portaerei America e Coral sea le basi di Bengasi. Gheddafi, di cui la Cia ha seguito i movimenti passo a passo, sopravvive per miracolo, e perde una figlia adottiva nell'attacco. Il colonnello scompare per 24 ore, si diffonde la voce che il 16 un reparto libico ribelle ne abbia assalito il quartier generale, e che stia maturando un golpe. Il 21, Reagan ammonisce gli americani che le ostilità potrebbero riprendere. Per tre settimane, l'amministrazione sogna la caduta di Gheddafi. Ma è un sogno irrealizzabile, a poco a poco Gheddafi sta riprendendo il controllo della situazione.
Il 5 maggio, Peter Rodman, un altro funzionario della Casa Bianca, constata che «in assenza di qualcosa di spettacolare da parte della Libia, le probabilità che la attacchiamo di nuovo sono poche». Rodman suggerisce tuttavia che «il Pentagono compili subito un'altra lista di bersagli». Se li dovessimo bombardare oggi, protesta, non saremmo preparati. Il Pentagono si lascia scappare la notizia, Poindexter si infuria: «A chi chiede informazioni, rispondete non discutiamo dei piani di emergenza». Ma la Casa Bianca ha troppa carne al fuoco, i contras e l'Iran innanzitutto, e l'operazione «Prairie fire due» viene accantonata, sebbene la Cia proclami che la Libia sponsorizza sempre il terrorismo. L'America cambia strategia, puntando sulle sanzioni. A novembre, l'Irangate segnerà la crisi più grave dell'amministrazione Reagan: si scoprirà persino che il presidente ha mandato a Teheran i suoi uomini con una bibbia e una torta per gli ayatollah. Nel Natale dell'88, gli Usa non reagiranno neppure alla strage del volo 103 della Pan Am a Lockerbie, in Scozia.
Un documento della Cia del marzo '87 ammette il fiasco del disegno reaganiano di isolare Gheddafi economicamente e politicamente. Oltre 200 imprese americane, nota la Cia, «trafficano con la Libia tramite affiliate straniere, e le esportazioni libiche di petrolio rimangono immutate. Se l'Europa non ci spalleggerà più vigorosamente, e noi ne dubitiamo, le sanzioni non sortiranno grossi effetti». Il rapporto se la prende con l'Italia, «che nell'86 ha aumentato l'importazione di greggio dalla Libia di 300 mila barili al giorno, e che lo lavora in impianti speciali in Sicilia e Sardegna». Con la Spagna «che raffina il petrolio libico per esportare benzina». E con il Belgio, «che ha sostituito la Francia come cliente della Libia nel settore». La Cia sconsiglia tuttavia al presidente di alleviare le sanzioni: «Gheddafi griderebbe alla vittoria, sembrerebbe che siamo incapaci di punirlo». E il rovesciamento del regime? A giudizio della Cia, il colonnello ha dato una stretta di vite alla nazione con la scusa della guerra del Ciad, è praticamente inamovibile.
Nel decennio successivo, Bush padre e Bill Clinton aumentano le pressioni su Gheddafi. Nel '92, al loro cambio della guardia, la Cia evidenzia che «la Libia gestisce ancora almeno cinque campi di addestramento per terroristi: Sette aprile, Al Qalah, Sidi Bilal, Bin Gashir, Rajal Hilal». E ammonisce che il colonnello sta cercando di procurarsi armi di sterminio. Il braccio di ferro si intensifica pericolosamente. Soltanto nel 2003, dopo che Bush figlio ordinerà l'invasione dell'Iraq, Gheddafi darà i primi, palesi segni di un ripensamento.
 

Quando Nixon voleva l'Arabia saudita

Nel 1973, in piena crisi petrolifera, gli Usa preparavano una guerra contro Riad per occuparne i pozzi. Lo rivelano alcuni documenti governativi britannici desecretati dopo trent'anni

Giancarlo Lannutti



Chi credeva davvero che la guerra contro l'Iraq non fosse una guerra per il petrolio è servito a dovere: documenti di Downing street, desecretati ieri dopo il termine rituale di trent'anni, rivelano che nel novembre 1973 l'Amministrazione Nixon si preparava a invadere l'Arabia Saudita per mettere fine all'embargo petrolifero decretato nel corso della guerra arabo-israeliana di ottobre. Il vizio evidentemente è di vecchia data, ben precedente agli eventi del 1991 e di questo ultimo anno. Ma allora il mondo era ancora diviso in blocchi, il contesto imponeva cautele oggi superate; Londra in particolare, dove era al governo il conservatore Ted Heath, sudò freddo e mise in guardia l'alleato d'Oltreoceano sui rischi di un'azione di forza che avrebbe quasi certamente provocato una ripresa delle ostilità fra arabi e israeliani, cessate per ordine dell'Onu il 25 ottobre, e un ulteriore inasprimento dell'embargo petrolifero. Oltretutto il governo britannico era già furioso per il fatto che gli Stati Uniti avevano decretato il 25 ottobre precedente - a guerra ancora in corso - l'allerta nucleare di terzo grado per tutte le forze americane nel mondo senza preavvertire gli alleati, lo stesso Heath ne aveva avuto notizia dai flash di agenzia mentre si trovava alla Camera dei Comuni. Ne consegue che oggi la diffusione di queste notizie dà sicuramente fastidio all'Amministrazione Usa ma piacerà certamente ancor meno al premier britannico Tony Blair, che con la sua subordinazione alle scelte di Bush si mostra molto meno indipendente del suo predecessore di allora. Ma ricordiamo più in dettaglio il corso degli eventi.

Erano i tempi, per intenderci, della crisi energetica e delle domeniche a piedi (tutte le domeniche, non una ogni tanto come adesso). Il 6 ottobre Egitto e Siria avevano attaccato di sorpresa le forze israeliane nel giorno del kippur, gli egiziani erano riusciti in quattro giorni ad attraversare di slancio il Canale e a espugnare la munitissima linea israeliana Bar Lev. Ma nella notte fra il 15 e il 16 ottobre unità scelte al comando del generale Sharon (guarda chi si rivede) erano riuscite a infiltrarsi nelle linee egiziane e a varcare il Canale nella zona dei Laghi Amari marciando in direzione del Cairo, mentre sul Golan i siriani erano stati respinti fino a 35 km. da Damasco. A questo punto il 17 ottobre l'Opec, controllata dai Paesi arabi, decretava l'embargo petrolifero contro i Paesi che sostenevano Israele, a cominciare dagli Usa, e il Consiglio di sicurezza dell'Onu ordinava la cessazione delle ostilità a partire dal 21. Scaduto il termine tuttavia gli israeliani non si fermavano, ignorando anche una seconda risoluzione e arrivando il 24 al km. 101 della strada per ilCairo. A questo punto Sadat chiedeva l'intervento di truppe americane e sovietiche; Washington rispondeva con un rifiuto e di fronte alla dichiarazione di Mosca, che annunciava invece di essere pronta a intervenire, decretava il 25 l'allarme nucleare. Lo stesso pomeriggio fortunatamente le ostilità finalmente cessavano.

Ma l'embargo petrolifero continuava, per ottenere il ritiro di Israele dai territori occupati. E allora, come apprendiamo oggi, Nixon si preparava a un rischiosissimo intervento unilaterale. I documenti parlano di un aspro scontro tra il segretario di Stato alla difesa Schlesinger e l'ambasciatore britannico in Usa lord Cromer, il quale si sentiva dire che «non è affatto scontato che il nostro governo non possa usare la forza»; a metà novembre il segretario di Stato Kissinger avvertiva che se l'embargo non fosse terminato gli Usa avrebbero «deciso quali contromisure si rendessero necessarie». Più che allarmato, Heath chiese allora alla sua intelligence un dettagliato rapporto; il documento di 22 pagine ricevuto qualche giorno dopo indicava la possibilità di «una rapida operazione americana in territorio saudita per occupare i campi petroliferi». Londra era al massimo della te nsione. Ma intanto le cose camminavano, veniva convocata per fine dicembre la conferenza di pace di Ginevra, Egitto e Israele avevano firmato gli accordi di disimpegno. Prima che gli Usa passassero all'azione diretta il clima si era allentato, l'embargo sarebbe stato alla fine revocato nel marzo successivo. Ma la guerra evitata allora è venuta comunque nel 1991 e di nuovo in questi ultimi anni. Come dice il proverbio, il lupo perde il pelo ma non il vizio.

Liberazione 2 gennaio 2004
http://www.liberazione.it


http://www.triburibelli.org/sito/modules/MyAnnonces/annonces-p-f.php?op=ImprAnn&lid=14617 

Internazionali

John Dimitri Negroponte: autobiografia non autorizzata


"E' semplicemente falso affermare che squadre della morte hanno fatto la loro comparsa in Honduras" . Parola di John Negroponte. Prima metà degli anni '80. La Guerra Fredda si combatte sulla pelle dei disgraziati popoli dell'America Latina. Nel 1979 la rivoluzione sandinista, sostenuta dall'Unione Sovietica e da Cuba, si impadronisce del potere in Nicaragua. Subito i nostalgici della dinastia Somoza - che aveva governato il paese dal 1934 con il forte sostegno degli Stati Uniti - si organizzano in gruppi controrivoluzionari, i "Contras", sanguinarie squadre della morte, apertamente sostenute dagli Usa di Reagan. L'Honduras, confinante con il Nicaragua, ha un governo filo-statunitense. Ottima base per l'appoggio ai Contras.

Nel novembre 1981 l'ambasciatore in Honduras nominato da Carter, Jack Binns, che aveva da tempo segnalato gravi violazioni dei diritti umani da parte del governo honduregno, viene rimosso e sostituito da un più fedele esecutore della politica di Ronald Reagan: John Dimitri Negroponte, lo stesso uomo che George W. Bush ha nominato lo scorso 17 febbraio direttore della "National Intelligence" ovvero super-coordinatore delle quindici diverse agenzie di spionaggio e controspionaggio attive in negli Stati Uniti, Cia compresa. Negroponte, secondo le parole dello stesso presidente Bush "avrà la responsabilità di determinare i budget annuali di tutte le agenzie di intelligence", la cui quota complessiva ammonta a circa 40 miliardi di dollari , "e di decidere come questi fondi verranno spesi. Vincolare tutto ciò ad una singola persona che risponda direttamente a me renderà i nostri servizi di intelligence meglio coordinati, più efficienti e più efficaci" .

Negroponte rimarrà in Honduras fino al 1985. Quattro anni in cui almeno 184 honduregni spariscono nel nulla sotto gli occhi di una ambasciata americana che fa finta di non vedere. Una unità speciale dell'esercito dell'Honduras, il battaglione 3-16, era operativa nel paese proprio in quegli anni con compiti di "intelligence". Stando alla testimonianza di Florencio Caballero, ex membro del battaglione 3-16, si trattava di una unità "segreta" nota come lo "squadrone della morte" il cui obbiettivo era "combattere la sovversione e il traffico d'armi" . Era composta esclusivamente da honduregni ma era addestrata da "istruttori nord-americani". Secondo Caballero, il battaglione 3-16 era già pienamente operativo quando egli, tra la fine del 1979 e gli inizi del 1980, è "stato selezionato per frequentare un corso in tecniche di interrogatorio negli Stati Uniti".

Nella audizione alla Commissione Relazioni Internazionali del Senato tenuta quasi 20 anni dopo questi fatti per la sua nomina ad ambasciatore alle Nazioni Unite, Negroponte afferma: "la prima volta che sono venuto a conoscenza dell'esistenza di un battaglione con quel nome (...) è stato quando James LeMoyne del New York Times scrisse una storia di diritti umani in Honduras nel 1988 (...) ho chiesto alla Cia informazioni riguardo al battaglione 3-16 e mi è stato fornito un memorandum elaborato dall'Agenzia in quel periodo [1988, ndr] che mi informava che il battaglione era stato creato agli inizi del 1984, tra la fine del 1983 e gli inizi del 1984, (...) e che per quanto fosse a conoscenza dell'Agenzia in quel momento non c'erano prove di alcuna sistematica violazione dei diritti umani portata avanti da questa unità" . Dopo qualche anno però la Cia cambia idea. In alcune informazioni fornite dai Servizi Segreti americani alla stessa Commissione Relazioni Internazionali del Senato in vista dell'audizione di Negroponte del 2001 si legge: "Alcune unità militari honduregne ricevettero assistenza dal Governo degli Stati Uniti. Informazioni a disposizione del Governo degli Stati Uniti indicavano che alcuni membri di queste unità, e di altre, erano collegate ad attività di "squadre della morte" quali assassinii, sparizioni e altre violazioni di diritti umani. Come risultato della politica di contrasto alle insurrezioni nell'America Centrale sostenute dai comunisti cubani e nicaraguensi, la raccolta di informazioni e le richieste di rapporti sulle violazioni dei diritti umani erano subordinate a più alte priorità" .

Nonostante articoli come quello del New York Times del 1988, lo scandalo del battaglione 3-16 rimase sostanzialmente nell'ombra fino a quando il Baltimore Sun pubblicò nel giugno 1995 una serie di articoli frutto di 14 mesi di lavoro dei giornalisti Gary Cohn e Ginger Thompson. L'inchiesta del Baltimore Sun afferma senza mezzi termini, riferendosi a documenti della Cia desecretati e a decine di testimonianze, non solo che il battaglione 3-16 era pienamente operativo nei primi anni '80, che portava avanti sequestri, torture ed esecuzioni extragiudiziarie", ma soprattutto che "la Cia e l'ambasciata statunitense erano a conoscenza di numerosi crimini, inclusi omicidi e torture, commessi dal battaglione 3-16" .
Negroponte non ha accettato di rilasciare una intervista al Baltimore Sun ma in una nota scritta inviata al giornale affermava: "sotto la mia guida, l'ambasciata ha lavorato per promuovere il ristabilimento e il consolidamento della democrazia in Honduras, inclusa la promozione dei diritti umani. In nessun momento della mia permanenza in Honduras l'ambasciata ha giustificato o nascosto violazioni dei diritti umani. Al contrario, l'ambasciata e il Dipartimento di Stato cooperarono con il governo dell'Honduras per aiutarlo a rimediare alle evidenti deficienze dell'amministrazione della giustizia" .

Durante l'amministrazione Reagan il sostegno finanziario e di intelligence degli Stati Uniti all'Honduras aumentò notevolmente. L'Honduras era il cuore della politica anticomunista statunitense nell'America Centrale. Da questo paese passavano gran parte degli aiuti ai Contras e, non ultimi, i soldi provenienti dalla vendita illegale di armi all'Iran dell'odiato Khomeini. Nel biennio '84-85 il Congresso americano - con un provvedimento noto come "Emendamento Boland" - vietò il sostegno, diretto o indiretto, ai Contras nicaraguensi. John Poindexter, Consigliere per la Sicurezza Nazionale fino al 25 novembre 1986 (giorno della scoperta della scandalo Iran-Contras) e il suo fidato collaboratore, Oliver North, si ingegnarono a trovare altre forme di finanziamento. Una di queste prevedeva di utilizzare i fondi ricavati dalla vendita illegale di armi - attraverso Israele - all'Iran.
Il rapporto del Commissario per la Protezione dei Diritti umani in Honduras - figura creata nel 1992 dal Presidente honduregno Callejas proprio per far luce su quello che accadde nel paese nei primi anni '80 - citando documenti della Cia desecretati, afferma che, per contrastare il governo sandinista del Nicaragua evitando scontri diretti, "l'amministrazione Reagan mise a punto un piano segreto che utilizzava come "intermediari" paesi terzi (...) Il 9 marzo 1981 - continua il rapporto - Reagan emise una direttiva presidenziale che autorizzava la Cia a portare avanti "azioni segrete" dirette contro il Nicaragua. Più di 19 milioni di dollari sono stati autorizzati per finanziare tali operazioni" . Rientrava probabilmente tra queste "azioni segrete" l'addestramento del battaglione 3-16. Secondo le testimonianze di ex membri di questa unità speciale, il battaglione 3-16 aveva sostanzialmente il compito di individuare sospetti "sovversivi", pedinarli, rapirli, interrogarli e - nella maggior parte dei casi - ucciderli: "Il lavoro [del battaglione 3-16, ndr] consisteva nell'eliminazione di quegli individui che causavano problemi alle forze armate dell'Honduras e che erano incorreggibilmente comunisti", così dichiara Josè Barriera Martinez, un altro ex membro del battaglione 3-16 . Martinez, che come Caballero ha disertato l'esercito, conferma che i membri del battaglione erano addestrati in "vari corsi di controinsurrezione" da "istruttori americani", oltre che argentini, e aggiunge che "il pagamento del personale, il mantenimento di prigioni clandestine, e, in generale, la concreta esistenza del 3-16, era dovuto al finanziamento e alla partecipazione della Central Intelligence Agency americana (Cia)" e che la stessa Cia "si coordinava con lo Stato Maggiore delle Forze Armate e con il battaglione 3-16 tramite l'americano Raymond, il cui soprannome era "Papi"".

Negroponte di tutto questo dice di non sapere niente. Eppure il Baltimore Sun riferisce che un rapporto segreto preparato dallo staff dell'ambasciata informò Negroponte che "le forze di sicurezza del Governo dell'Honduras hanno iniziato a far ricorso a tattiche extragiudiziarie - sparizioni e, apparentemente, eliminazioni fisiche - per controllare una percepita minaccia sovversiva" . Difficile che l'ambasciatore non sapesse. La stampa honduregna era piena di storie di inspiegabili sparizioni. Rick Chidester, allora giovane funzionario politico all'ambasciata americana in Honduras, riferisce al Baltimore Sun "che egli compilò sostanziali prove di abusi da parte dell'esercito honduregno nel 1982, ma gli fu ordinato di cancellarne la maggior parte dal rapporto annuale sui diritti umani preparato per il Dipartimento di Stato da presentare al Congresso" . Il 1982 è l'anno del rapimento di Oscar Reyes, un giornalista che aveva scritto articoli critici verso l'esercito honduregno. L'8 luglio di quell'anno - racconta Reyes al Baltimore Sun - una dozzina di soldati sono piombati in casa sua e hanno preso lui e la moglie, con l'accusa di essere dei terroristi. Entrambi riferiscono di essere stati torturati mentre erano nelle mani del battaglione 3-16. Gloria Reyes afferma che i suoi torturatori le attaccarono dei fili elettrici ai seni e alla vagina e le dettero scariche elettriche più volte. "La prima volta - racconta - la scossa è stata così forte che volevo semplicemente morire (...) ma dopo era molto strano, il mio corpo divenne insensibile. E quando mi davano le scosse, sentivo il mio corpo scuotersi, ma non provavo molto dolore".

Reyes era un giornalista conosciuto e la sua sparizione suscitò un tale scalpore che le autorità honduregne furono state costrette a liberarlo. Processato con la moglie davanti ad una corte pubblica, sono stati entrambi condannati per sovversione a sei mesi di carcere e rilasciati dopo 5. Nel rapporto sui diritti umani in Honduras del 1982 preparato dall'ambasciata americana non una menzione è fatta al caso Reyes. Il senatore Feingold, nell'audizione di Negroponte al Senato nel 2001, riferisce che quell'anno il rapporto affermava che "nessun caso di interferenze ufficiali con i media sono riferite da diversi anni. I media criticano sia i programmi di governo che i leader civili e militari frequentemente e liberamente" e chiede a Negroponte di spiegare l'incongruenza tra ciò che afferma il rapporto e i fatti. L'ambasciatore si limita a rispondere: "Non so perché quel particolare caso [quello del giornalista Oscar Reyes, ndr] non sia stato menzionato [nel rapporto, ndr]" .

L'Honduras era un fedele alleato degli Stati Uniti e aveva un ruolo strategico per il controllo di quell'area. Reagan non poteva permettersi che il Congresso americano conoscesse la realtà di quel paese. Così i rapporti sui diritti umani, pur riferendo vagamente di denunce di organizzazioni non governative su sparizioni di persone, non riportavano mai casi specifici e tendevano a comunicare l'immagine di un paese sulla via della democrazia. Lo conferma anche la Cia. Nelle informazioni fornite dalla Agenzia di intelligence americana alla Commissione Relazioni Internazionali del Senato per l'audizione di Negroponte del 2001 si legge: "Dalla fine del 1980 al 1983 circa, il Governo degli Stati Uniti ha mantenuto contatti con la struttura di comando [dell'esercito dell'Honduras, ndr] con l'obbiettivo di assisterlo nella creazione di un effettivo meccanismo che contrastasse il crescere della minaccia da parte di movimenti sovversivi interni e organizzazioni regionali che operavano in Honduras con legami con i Sandinisti e con Cuba". In particolare sui diritti umani la Cia scrive: "la documentazione della Cia nel riferire sulle violazioni dei diritti umani era inconsistente. In alcuni casi, la documentazione era tempestiva e completa. In altri casi [testo tagliato] l'informazione non era riportata del tutto [testo tagliato] o era menzionata solo in canali interni della Cia e non diffusa ad altre agenzie; i rapporti della Cia al Congresso nei primi anni '80 sottovalutavano il coinvolgimento de [testo tagliato] honduregno negli abusi".

Il caso che forse più di ogni altro ha attirato l'attenzione dell'opinione pubblica è stata la sparizione di James Francis Carney, un frate gesuita di nazionalità americana da vent'anni in Honduras. Conosciuto come "padre Guadalupe", Carney venne espulso dall'Honduras nel 1979 perché "considerato alquanto controverso dal Governo dell'Honduras a causa dei suoi forti sentimenti di giustizia sociale e per il suo lavoro con i campesinos" . Frate Carney fu trasferito in Nicaragua. Nel luglio 1983, "padre Guadalupe" entrò clandestinamente in Honduras al seguito di un gruppo di guerriglieri del Partito Rivoluzionario dei Lavoratori del Centroamerica (PRTC) guidato da Josè Maria Reyes Rata. Il gruppo venne individuato dall'esercito honduregno che a settembre dichiarò di averne ucciso il leader, oltre ad altri membri. Di nessuno è stato mai fornito il corpo. Nulla venne detto della sorte di Carney. "L'operazione militare honduregna - afferma la Cia nelle informazioni fornite alla Commissioni Relazioni Estere del Senato nel 2001- è stata seguita da vicino dall'ambasciata Usa (...) Nell'ottobre 1983, l'intelligence americana preparò un rapporto sulle informazioni che essa aveva raccolto riguardo la cattura e l'esecuzione di non meno di nove guerriglieri del Partito Rivoluzionario dei Lavoratori del Centroamerica. La divulgazione di queste informazioni fu limitata perché l'ambasciatore Negroponte era preoccupato per fughe di notizie" . Negroponte dunque sapeva. Cosa accadde a padre Carney però non si è mai saputo. La famiglia del sacerdote ha condotto indagini privatamente e in una lettera del 23 febbraio 1984 indirizzata al deputato William S. Broomfield afferma di avere le prove che frate Carney "sia stato catturato in una battaglia il 3 settembre [1983, presumibilmente la stessa in cui è stato ucciso Josè Maria Reyes Rata, ndr], sia stato "interrogato" (torturato) e morì, o fu giustiziato, ad El Aguacate [una base militare nella provincia di Olancho, al confine con il Nicaragua, costruita dagli americani proprio negli anni in cui era ambasciatore Negroponte e utilizzata per l'addestramento dei Contras, ndr]. Ciò che appare ancora più inquietante - si legge sempre nella lettera - è che al suo "interrogatorio" era presente personale dell'esercito statunitense e della Cia così come anche il generale Alvarez stesso [capo delle forze armate honduregne, ndr]". Nella stessa lettera i familiari di Carney denunciano di non essere mai riusciti ad incontrare Negroponte, contraddicendo quanto lo stesso ambasciatore ha affermato nel 2001 quando davanti alla Commissione Relazioni Internazionali ha dichiarato di aver incontrato i familiari di Carney "per un'ora il 4 ottobre 1983" .


Ulteriori testimonianze contro Negroponte sarebbero potute venire da ex membri del battaglione 3-16, se questi non fossero stati allontanati proprio nel periodo in cui si preparava l'audizione di Negroponte in vista della sua conferma ad ambasciatore presso le Nazioni Unite. Secondo un'inchiesta apparsa il 25 marzo 2001 sul Los Angeles Times subito dopo l'indicazione di Negroponte da parte di Bush sono stati espulsi dagli Stati Uniti diversi ex membri dello "squadrone della morte". Fra questi, il generale Luis Alonso Discuta Elvir, indicato dal Los Angeles Times come uno dei fondatori del battaglione 3-16. Il presidente dell'Honduras Carlos Roberto Reina lo aveva inviato nel 1996 negli Stati Uniti come rappresentante del suo paese presso le Nazioni Unite. In questo modo avrebbe goduto dell'immunità diplomatica, nonostante - sempre secondo il quotidiano americano - fin dall'inizio la sua missione si fosse rivelata molto più legata al business dell'import-export di Miami che alle audizioni al Palazzo di Vetro di New York. Le organizzazioni per i diritti umani avevano protestato vigorosamente contro questo incarico, ma solo poche settimane dopo la nomina di Negroponte e la conseguente necessità di far sparire ogni ombra sul suo torbido passato in Centro America, il Dipartimento di Stato ha revocato il visto a Discuta. Il Los Angeles Times riporta anche la dichiarazione di un funzionario del Dipartimento di Stato secondo il quale "è inspiegabile come la procedura [di espulsione di Discuta, ndr] possa essere stata così veloce. Se uno fosse incline alle teorie 'complottistiche', certo questa pratica solleverebbe molti interrogativi". Soprattutto se si considera il contemporaneo allontanamento dagli Stati Uniti di Juan Hernandez Lara e Josè Barrera, altri due ex membri del battaglione 3-16, che avevano cominciato a fornire deposizioni dettagliate sulla loro attività di quegli anni chiedendo in cambio asilo politico. Due giorni dopo essere rientrato in Honduras Discuta rilascia - come riferisce sempre il Los Angeles Times - un'intervista al quotidiano di Tegucigalpa La Presna in cui ammette di essere stato inviato negli Stati Uniti nel 1983 per organizzare il famigerato battaglione 3-16.
A causa di tutte queste polemiche la nomina di Negroponte alle Nazioni Unite era rimasta bloccata al Senato per circa sei mesi prima che ogni controversia venisse spazzata via dall'11 settembre e dal clima di generale commozione e patriottismo bipartisan che ne seguì.


Carriera di un diplomatico

L'esperienza di Negroponte in Honduras, il suo coinvolgimento nello scandalo Iran-Contras, la copertura delle violazioni dei diritti umani da parte del battaglione 3-16 addestrato dagli americani sono certamente le macchie più pesanti sul passato dell'attuale capo dell'intelligence americana. Ma la sua intera vita merita un'attenta analisi. Per capire da dove viene, e soprattutto dove lo ha portato l'aver dimostrato di sapere scrupolosamente coprire le più atroci violazioni dei diritti umani in nome di un anticomunismo a qualunque costo.
John Dimitri Negroponte nasce a Londra nel 1939. E' figlio di un ricco armatore greco trasferitosi a New York durante la seconda guerra mondiale. Nel 1960, dopo la laurea a Yale, comincia la carriera diplomatica e, tra il 1964 e il 1968, all'apice della guerra, è funzionario all'ambasciata americana in Vietnam. Dal 1969 al 1971 entra a far parte della squadra di Henry Kissinger ai negoziati di Parigi con il governo nord-vietnamita, ma si dimette contestando le eccessive concessioni degli statunitensi alla controparte. Dopo i quattro anni di servizio come ambasciatore in Honduras, è nominato prima Consigliere del segretario di Stato per gli Oceani, lo Sviluppo Internazionale e gli Affari Scientifici, poi Consigliere per la Sicurezza Nazionale. Tra il 1989 e il 1993, gli anni dell'approvazione del North America Free Trade Agreement (Nafta), è ambasciatore in Messico, per poi ricoprire lo stesso ruolo nelle Filippine durante i primi anni della presidenza Clinton, in un periodo in cui questo paese stava attraversando una difficile transizione democratica e si stava rinegoziando la forma della presenza militare statunitense sul suo territorio.
Nel 1997 Negroponte passa al settore privato diventando vice-presidente esecutivo per i mercati globali delle "McGraw-Hill Companies". Il suo ritorno ad incarichi diplomatici coincide con il richiamo in servizio da parte del neo-eletto Gorge W. Bush di alcuni dei personaggi chiave dell'era Reagan, tra cui, Otto Reich, Elliott Abrams e Roger Noriega, tutti coinvolti nei finanziamenti illegali ai Contras nicaraguensi .


Come rappresentante degli Usa presso le Nazioni Unite negli anni 2001-2004, Negroponte esercita forti pressioni verso Cile e Messico per la revoca del mandato ai loro rispettivi ambasciatori presso il Palazzo di Vetro, Juan Gabriel Valdes e Adolfo Abullar Zinnser, i quali si erano dichiarati contrari all'intervento americano in Iraq . La scelta di Bush per un'azione unilaterale ha però sottratto i due paesi - che in quel periodo sedevano nel Consiglio di Sicurezza come "membri temporanei"- all'imbarazzo di un voto fortemente discriminante: da una parte le esigenze di fedeltà ad una nazione che non è solo la più grande potenza militare del mondo, ma anche un partner commerciale di vitale importanza per entrambi; dall'altra la necessità di fare i conti con un'opinione pubblica interna in massima parte contraria alla guerra . Il 30 gennaio 2003, due giorni dopo l'audizione degli ispettori Hans Blix e Mohamed El Baradei alle Nazioni Unite, Negroponte presenta un rapporto alla Commissione Esteri del Senato americano . Il documento contiene già tutti i capi d'accusa su cui si fonderà l'ormai celebre intervento di Colin Powell all'Onu il 5 febbraio successivo, quando l'allora Segretario di Stato parlò per più di un'ora elencando tutte le violazioni compiute dal governo iracheno verso la risoluzione 1441 delle Nazioni Unite e presentò le "prove" della pericolosità dell'apparato militare in mano a Saddam Hussein. Le immagini di Powell che brandisce una minuscola fialetta di liquido bianco in grado "di far fuori l'intero Senato degli Stati Uniti" hanno fatto il giro del mondo, ed hanno avuto allora un peso fondamentale nell'orientare l'opinione pubblica americana: secondo un sondaggio Gallup, nove americani su dieci attendevano quella dichiarazione per decidere se appoggiare o no la linea dura del presidente Bush . I riferimenti all'antrace sono presenti anche nel rapporto di Negroponte, che parlava di 8.500 litri di antrace prodotti dall'Iraq sui quali il governo iracheno non aveva dato risposte soddisfacenti.

Per quanto riguarda il famoso piano nucleare sviluppato da Saddam, secondo l'ispettore El Baradei "non si sono trovate prove evidenti che l'Iraq abbia riavviato la costruzione di armi nucleari dopo l'interruzione del programma negli anni '90". Per Negroponte, però, queste dichiarazioni non tengono correttamente conto dei "tubi di alluminio" acquistati, ufficialmente, per la riconversione civile delle testate missilistiche. El Baradei escludeva che tali tubi potessero essere usati per programmi nucleari. Negroponte invece nel suo rapporto dichiara che proprio quello lo scopo era lo scopo per cui erano stati acquistati. Pochi giorni dopo l'allora Segretario di Stato Colin Powell sembra sposare la tesi di Negroponte sull'uso dei tubi, affermando davanti ai delegati delle Nazioni Unite che "Saddam Hussein vuole l'atomica ed è così determinato a realizzarla che ha clandestinamente acquistato sofisticati tubi di alluminio da 11 nazioni anche dopo la ripresa delle ispezioni" . Dopo aver fatto riferimento ai laboratori mobili per la ricerca batteriologica, alle centinaia di tonnellate di agenti chimici in possesso dell'esercito iracheno, ai programmi di sviluppo di missili a lunga gittata in grado di colpire Russia, Egitto e Arabia Saudita (tutti elementi già presenti nell'audizione di Negroponte presso la Commissione Esteri), Powell conclude con un'espressione d'effetto direttamente tratta dal rapporto di Negroponte "Avevamo scritto la risoluzione 1441 per dare all'Iraq un'ultima chanche. Saddam non l'ha colta".

Venti giorni dopo gli Stati Uniti cominceranno i bombardamenti contro l'Iraq. Ad aprile, nel corso di un'intervista alla Bbc, Hans Blix dichiarerà: "E' stato sconcertante vedere che una parte tanto importante delle informazioni su cui si sono basate Londra e Washington per costruire la loro documentazione fosse così vacillante" . Il 19 aprile 2004 Bush nomina Negroponte ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq. Lo scorso 11 febbraio 2005, con un articolo sul giornale britannico The Guardian, Negroponte ed il comandante della forza multinazionale in Iraq George Casey salutano le elezioni appena svoltesi come l'inizio di una nuova era di democrazia e affermano di non essere rimasti sorpresi dall'eroismo del popolo iracheno: "dal momento del passaggio di sovranità al governo provvisorio sette mesi fa - dichiarano - abbiamo potuto vedere manifestazioni quotidiane del coraggio e della determinazione di questa gente. Una volta ancora, come in Sud Africa, El Salvador ed Ucraina, la democrazia si dimostra più forte della paura". Pochi giorni dopo, però, a seguito di un incontro con Kofi Annan a New York, tanto per confermare la sua fiducia verso il nuovo stato "sovrano", Negroponte esclude qualsiasi possibilità di ritiro delle truppe americane nel breve-medio periodo: "per il futuro dell'Iraq - dichiara - sarebbe estremamente importante se altri membri dell'Onu si unissero alla coalizione" .

La nomina di Negroponte a capo dell'intelligence americana ha ricevuto ampia diffusione sui media statunitensi. In pochissimi però hanno fatto un critico ed approfondito riferimento alle vicende del suo passato in Honduras. Nella trasmissione "Good morning America" della Abc, Robin Roberts ha dichiarato che la vita di Negroponte "è stata una lezione di tranquilla e misurata diplomazia" e che la controversia sull'America Centrale si è generata solo molto dopo la sua presenza in Honduras, anche se egli aveva già negato di essere a conoscenza della violazione di diritti umani in quelle zone. Secondo Kitty Pilgrim, della Cnn, Negroponte "durante i suoi quattro anni in carica come ambasciatore Usa in Honduras ha avuto un difficile ruolo di equilibrio nella lotta contro il comunismo nel confinante governo sandinista del Nicaragua". Le "credenziali" di Negroponte hanno rappresentato per molti commentatori di destra addirittura delle note di merito. Per Carl Cameron, della Fox News, Negroponte in Honduras negli anni '80 "giocò un ruolo chiave nella segreta sconfitta del comunismo in Nicaragua ad opera dell'amministrazione Reagan". Charles Krauthammer, sempre della Fox News, ha spiegato che "Negroponte era ambasciatore in Honduras durante la guerra dei Contras. Quindi è chiaro che sa bene come gestire operazioni clandestine. Quella lo è stata per diversi anni e non è finito in carcere, il che è un buon punto a suo favore". Sulla Cnbc Tony Blankley ha così definito il nuovo direttore della "National Intelligence": "Negroponte non è un ambasciatore qualunque. A partire dall'Honduras, 1981, è stato l'ambasciatore che sovrintendeva quando gli argentini hanno fatto saltare l'operazione segreta contro il Nicaragua. Si è preso quella responsabilità. L'ha gestita operativamente. La Cia era molto soddisfatta del modo in cui l'ha gestita". Infine, ancora sulla Fox, Fred Barnes è stato assolutamente esplicito: "A proposito del centro America vorrei dire che riconosco a Negroponte il merito, insieme a persone come Elliott Abrams e il presidente Reagan, per aver creato la democrazia in tutti quei paesi centroamericani; in Nicaragua, El Salvador e in Honduras, dove i marxisti stavano per prendere il potere, loro li hanno combattuti" .

Emilio Carnevali
Cinzia Sciuto

http://www.provincia.venezia.it/medea/pm4/tortura/cvtort.htm   

La documentazione
di
Corrado Veneziano
illustrazioni: Paola Rosati


La dimensione "didattica" - elemento di formalizzazione e trasmissione della conoscenza - costituisce un importante passo in avanti per ogni forma di apprendimento. Quest'ultimo, spesso, avviene per apprendistato spontaneo e non mediato, ed è realizzato per assimilazione, pratica, imitazione. Al contrario, un "metodo" di insegnamento costituisce una teorizzazione schematizzante e ripetibile: codificabile e decodificabile. I metodi, in altre parole, danno rigore alle acquisizioni culturali; e consentono alle conoscenze, in altri territori e in altri tempi, di essere riprese e riutilizzate: diventando simbolo, modello, prospettiva.

Le torture del carcere iracheno di Abu Grahib - così tanto documentate nei filmati e nelle foto - si àncorano a una tradizione precisa. E questa, normativizzata in una didattica e un insegnamento, obbedisce, rispetta e rafforza protocolli medici e biologici, prescrizioni fisiologiche e tecnologiche, sollecitazioni psicologiche e antropologiche.

Gli statunitensi hanno avviato alla fine degli anni Cinquanta questi programmi formativi, rendendoli, nel 1963, modello strutturato. E' in quell'anno infatti che la Cia chiama a raccolta alcuni suoi agenti, li assembla in edifici appropriati, e organizza stage sull'insegnamento della tortura. Il suo metodo viene chiamato "Kubark": che forse può essere la contrazione di "ku" (di triste assonanza razzista) e "bark", che vuol dire abbaiare, latrare, parlare rabbiosamente.

Dal 1963 in poi le attività militari e paramilitari degli Stati Uniti e della Cia si moltiplicano, toccando la Cambogia, il Nicaragua, l'Honduras. Unitamente alle lezioni - sapientemente scandite: "primo giorno, nozioni di…; secondo giorno: esercitazioni di…") -, la Cia stampa e divulga anche un volumetto. E in esso, accanto alla ripetizione dei codici, vengono anche offerte molte schede grafiche e iconiche, per rendere più chiare le "tecniche di coercizione": alcuni disegni di posizioni e situazioni (più produttivi nell'atto della tortura), ma anche numerose foto, ovviamente prese "dal vivo".

Per merito di associazioni, consorzi di giornalisti indipendenti, stampa - per quella statunitense, vale la pena citare "The Baltimora Sun"; per quella inglese, "The Guardian" -, ma anche grazie ad ex addestratori ed ex militari (non tutti pentiti: molti erano anzi compiaciuti di poter raccontare le proprie esperienze), dalla fine degli anni '80 sono cominciate a trapelare notizie sulle pratiche di torture, sulle loro forme di insegnamento, sulla pubblicazione di coerenti codici e prescrizioni. E a questo punto, sempre - costante e stereotipato -, ogni governo ha ammesso, si è indignato, ha riconosciuto la pratica in momenti e territori sempre molto circoscritti, e ha garantito la pubblicazione integrale dei manuali (con, ovviamente, la loro messa al bando). Lo ha fatto anche Clinton nel 1998, promettendo di "girare ai ricercatori dei diritti dell'uomo tutte le documentazioni" in suo possesso.

In realtà, nessuno ha mai consegnato alcunché, e le notizie attualmente a disposizione (straordinariamente concordanti tra di loro) sono il frutto progressivo di indagini, ricerche, testimonianze incrociate: un mosaico nitido e terribile che mostra il sistema delle torture nelle sue componenti più concettuali e materiali. I manuali consigliano così l'attenzione verso le componenti esistenziali del prigioniero (dell'"interrogato", del "nemico", dell'"oggetto"); la valutazione dei suoi pensieri, desideri, paure; la conoscenza della sua fisiologia (a partire dall'apparato nervoso); lo sfruttamento delle sue debolezze più psicoanalitiche (il carceriere deve diventare "suo padre": un padre "severo ma liberatore").

ill. di Paola Rosati

Il manuale (e le scuole di tortura), ancora, insistono sull'abbattimento delle caratteristiche identitarie del prigioniero (denudandolo, rasandogli i capelli, tenendolo in un luogo asfittico e insonorizzato), sulla importanza delle sue frustrazioni intellettuali, fisiche, sessuali.

"Previa autorizzazione" (un inciso sempre presente nei manuali, quasi una beffarda deresponsabilizzazione delle autorità), il manuale ammette l'"addestramento al ricatto, alla rapina, allo spionaggio degli avversari politici". Altresì, "è possibile che gli allievi siano educati a infiltrarsi nei partiti di opposizione, nei sindacati, nei gruppi religiosi, nelle organizzazioni civili della società". Ovviamente, se necessario, potranno uccidere e occultare cadaveri.

I documenti (e le fonti) che parlano dei protocolli di addestramento alla tortura sono, su internet, molteplici. E tutti fanno sostanzialmente riferimento ai due manuali "ufficiali": il primo del 1963, l'altro del 1983 (formalmente desecretato, quest'ultimo, quindici anni dopo).

Prima che lo "scandalo" iracheno scoppiasse, a occuparsi di questo raccapricciante tema sono stati Micromega (nel numero di gennaio del 2004) e il ricercatore Manlio Dinucci. Una vera e propria monografia ha pubblicato invece Amnesty International, con un libro recentemente stampato dalla casa editrice Ega.

Io, come già detto, ho ripreso (e tradotto, con asciuttezza) siti di importanti quotidiani, consorzi di giornalisti indipendenti e, soprattutto, i siti ufficiali (governativi e di opposizione parlamentare), che riportano documenti desecretati, spesso integrati dai commenti di personaggi pubblici.

Tra essi, consiglio la lettura e consultazione di:
www.geocities.com
www.hartford-hwp.com/archives/40/055.html
www.guardian.co.uk/usa/story/0,12271,1007813,00.html
www.guardian.co.uk/humanrights/story/0,7369,965561,00.html
www.sojo.net/index.cfm?action=magazine.zrticleissue=soj9611&article=961142c
www.house.gov/josephkennedy/soarpt.htm
www.consortiumnews.com/archive/lost.html
www.parascope.com/articles/0397/kubark06.htm

In quest'ultimo, è possibile leggere un comma che ricorda chiaramente le immagini televisive del carcere di Abu Grahib: "fondamentale è organizzare la punizione in modo tale che sia lo stesso prigioniero a procurarsi del male. Se, per esempio esso è posto su una piccola sedia, in piedi, e per terra ci sono fili elettrici, allora sarà la sua forza di resistenza a impedirgli di provocarsi la scossa. Quando sarà esausto e non potrà rimanere nella iniziale posizione eretta, il prigioniero proverà una doppia frustrazione, psicologica e fisica, derivante dalla sua incapacità…".

Nel sito www.apfn.org/thewinds/archive/war/a102896e.html è possibile invece leggere le testimonianze di John Stockwell (un ex colonnello della Cia, adesso a capo di un'associazione di ex agenti "pentiti") che, senza perifrasi, racconta la calendarizzazione degli incontri didattici: "primo giorno: tortura mentale, privazione del sonno…; secondo giorno: uso di sostanze stupefacenti, pentotal…; terzo giorno: lavoro con le scosse elettriche, scosse coi prigionieri sulle sbarre, in una vasca da bagno…; quarto giorno: uso degli acidi, acido negli occhi…; quinto giorno: imparare a tagliare membra, dita…; quinto giorno: debilitazioni sessuali…, attività esterne di alta specializzazione: entrare nei villaggi, trasportare fuori dalle abitazioni le famiglie, castrare il padre facendo in modo che i figli possano guardare, sbucciare la pelle fuori dalla faccia, mettere una granata nella bocca e tirare il perno".

ill. di Paola Rosati

Quando ho letto i testi, presso la libreria Odradek di Roma, era il 3 giugno 2004. Il giorno successivo, il presidente Bush sarebbe arrivato in Italia a celebrare l'anniversario dello sbarco in Normandia. Il gioco delle date pone coincidenze sempre possibili. Nel 1764 (240 anni fa) veniva stampato, a Milano, "Dei delitti e delle pene"; e in questo libretto, un illuminato lombardo - Cesare Beccaria - si scagliava contro l'istituzione della tortura: una "barbarie che il 18° secolo non può più tollerare". E 240 anni dopo - cioè ancora in questo 2004 - un altro lombardo, meno illuminato, ha fatto approvare un emendamento dal Parlamento italiano affinché il reato di tortura scatti solo quando ci sia "reiterazione" della violenza ed esclusivamente quando siano inflitte "gravi" sofferenze.

Sono, questi, segni di un'involuzione profonda, di cui l'isola (fuori da ogni giurisdizione) di Guantanamo, l'aggressione all'Irak, la subalternità dell'Onu alle decisioni della Nato, e purtroppo molto altro, mostrano la pericolosa deriva verso cui stiamo precipitando. E che reclamano una rinnovata, illuminata, civile e ferma protesta.



Voglio e non voglio di Paola Musarra



http://www.triburibelli.org/sito/modules/MyAnnonces/annonces-p-f.php?op=ImprAnn&lid=151 

Guerre Globali 

Gli affari inglesi di Saddam - Nuovi documenti mostrano gli oscuri legami tra Londra e l'ex rais

 

Prima degli Usa La Gran Bretagna ha cominciato a tessere rapporti con Saddam fin dal 1969, dieci anni prima dell'emergenza iraniana



«Un presentabile giovane», dal «sorriso accattivante», uno «con cui è possibile fare affari». Così veniva definito Saddam Hussein a fine 1969 nei telegrammi che l'ambasciata britannica a Baghdad inviava al Foreign Office a Londra. Mesi fondamentali per la carriera del giovane leader iracheno, che in novembre di quell'anno fu nominato vice presidente del Consiglio del comando rivoluzionario, diventando così, scrive sempre l'ambasciata, «l'erede apparente del presidente Bakr». Questi documenti desecretati e inediti, parte del nuovo Saddam Hussein Sourcebook pubblicato dalla George Washington University dopo la cattura dell'ex rais, gettano nuova luce sul tipo di rapporti esistenti tra Londra e Baghdad dalla fine degli anni `60. Che il leader iracheno avesse rapporti con l'amministrazione di Washington, divenuti molto più stretti dopo la rivoluzione iraniana di Khomeini, non è una novità. Come non è una novità che nel dicembre 1983 l'attuale Segretario alla difesa Usa, Donald Rumsfeld, ebbe un incontro personale con Saddam.

Dai documenti raccolti nel libro, però, emerge che, anche per la Gran Bretagna, la presenza di Saddam a Baghdad poteva portare a positivi sviluppi nelle relazioni tra i due paesi. E questo fin dalla sua ascesa al potere nel 1969, dieci anni prima dell'emergenza iraniana. Quando, interrogato sul ruolo del regime iracheno nella contrapposizione Est/Ovest, Saddam disse, senza giri di parole, che «era la questione palestinese» a determinare la collocazione internazionale dell'Iraq.

Saddam «vedrebbe di buon grado la ripresa di buone e significative relazioni con la Gran Bretagna - relaziona l'ambasciatore inglese ai suoi superiori a Londra - se solo noi potessimo dimostrare un po' di determinazione in più sulla Palestina». Secondo il nuovo uomo forte di Baghdad, infatti, il movimento Ba'ath non aveva nulla a che vedere con il comunismo, tanto che il suo governo aveva ripetutamente detto a Mosca di non aver intenzione, nonostante i buoni rapporti con i sovietici, di volgere le spalle all'Occidente.

Il giudizio dell'ambasciatore britannico dopo l'incontro con Saddam è inequivocabile: «lo riterrei, giovane com'è, un formidabile, determinato e cocciuto membro della gerarchia Ba'ath», ma anche l'uomo con cui «sarebbe possibile fare affari».

Gli affari, quelli veri, li fecero poi altri, come dimostrano altri documenti contenuti nel libro. Quelli della Bechtel, ad esempio, gigante statunitense del settore delle grandi opere, attiva anche in Iraq, dove alla fine degli anni `80 aveva un progetto da due miliardi di dollari. Progetto tenuto in vita anche dopo l'embargo Usa nei confronti di Baghdad, deciso in risposta all'utilizzo di armi chimiche nel massacro di Halabja (marzo 1988) e nelle successive campagne contro i kurdi. Lo dimostra un cablogramma per Washington, in cui l'ambasciatore americano a Baghdad riporta e commenta le reazioni risentite del governo iracheno al «Genocide Bill» del Senato americano. En passant, il diplomatico riferisce anche della decisione della Bechtel di non fermarsi di fronte al nuovo atto del Senato Usa. Come? Rivolgendosi «a fornitori di tecnologia non statunitensi» per «continuare a fare affari in Iraq». Cosa che non ha mai smesso di fare fino a quando, nell'aprile 2003, ha vinto un appalto da 680 milioni di dollari per la ricostruzione dell'Iraq. Il più ricco bandito finora dall'Usaid, l'Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale.


IRENE PANOZZO - Lettera22

http://www.ilmanifesto.it/g8/dopogenova/3bc991ea916d2.html 

da "il manifesto" del 14 Ottobre 2001


Ora l'Afghanistan, dopo l'Iraq e la Jugoslavia

 

La guerra nega il diritto a acqua, cibo, lavoro. Ecco perché non si può votare la guerra e marciare per la pace
MARINELLA CORREGGIA

"Cibo, acqua e lavoro per tutti": le parole d'ordine della marcia per la pace di quest'anno. La parola "pace" viene ormai stiracchiata e piegata a ossimori bellici, ma il principio del diritto a "cibo, acqua e lavoro per tutti" dovrebbe esserlo un po' meno: il suo fine ultimo è garantire la vita. Una vita dignitosa.
Le guerre condotte direttamente dagli Stati uniti negli ultimi dieci anni, con l'approvazione dell'Italia, hanno avuto un impatto terribile sulla situazione alimentare, idrica e occupazionale della popolazione civile, vittima dei bombardamenti. E non solo perché c'è - e sono molti - chi muore di bombe.
Il protocollo di Ginevra del 1979 per la protezione dei civili in tempo di guerra recita chiaramente: "E' proibito attaccare, distruggere, rendere inutilizzabili oggetti indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile come alimenti, colture, installazioni idriche...". Tutto ciò è configurabile come crimine di guerra, ma è avvenuto e continua ad avvenire in Iraq, Jugoslavia e Afghanistan.
La guerra all'Afghanistan è stata approvata, con qualche defezione, dall'Ulivo d'opposizione, ora in marcia verso Assisi. Diritto al cibo: sei milioni di persone sono a rischio di morte per fame, perché milioni di afghani dipendevano dagli aiuti alimentari dell'Onu; adesso è quasi impossibile far entrare e distribuire quegli aiuti, e dunque la guerra (bombe e successive azioni di terra) interrompe le forniture alimentari, e l'Afghanistan rischia un genocidio. Non solo: anche molti contadini si sono spostati all'estero o in zone ritenute più sicure, cosa che mette a repentaglio le colture.
Diritto all'acqua: solo l'11 per cento degli afghani nelle zone rurali ha accesso all'acqua potabile; ma con le bombe che cadono manca obiettivamente la serenità per andare a cercare lontano l'acqua e la legna.
Diritto alla salute: se l'acqua non viene fatta bollire, quanti bambini moriranno di diarrea da guerra? Diritto al lavoro: la guerra provoca disoccupazione diretta per migliaia di sminatori, impedisce anche le attività agricole e poi sicuramente, come avviene nelle emergenze, i taleban avranno sospeso le paghe ai pochi che ancora lavoravano per lo "stato" (dieci dollari al mese per un medico, cinque per un insegnante). Anche le vedove panificatrici di Kabul sono adesso senza mezzi, e così i sarti e gli artigiani di un paese svuotato.
La guerra contro la Jugoslavia, nel marzo-giugno 1999 (approvata senza defezioni dall'Ulivo di governo), fece mille e cinquecento morti di bombe in 78 giorni; distrusse fabbriche chimiche provocando un massiccio inquinamento di terra, acqua, aria; usò armi vietate, aumentando l'incidenza di malattie tumorali e malformazioni: in violazione del diritto alla salute. Migliaia di lavoratori nella sola fabbrica Zastava persero il diritto al lavoro. Tuttora la situazione sociale in Serbia è penosissima. L'insicurezza alimentare non provocò migliaia di morti per fame solo grazie al contatto con alcuni paesi e grazie a una certa autosufficienza alimentare.
La guerra contro l'Iraq, nel gennaio-febbraio 1991, fece un numero imprecisato di morti civili (oltre a cento mila militari iracheni) sotto le bombe. Il resto morì di stenti negli anni successivi, per un embargo contro cui l'Ulivo si è sempre impegnato pochissimo, e non si è impegnato affatto sui reiterati bombardamenti giornalieri (da sindaco, Rutelli fu l'unico a non firmare mai mozioni per la fine delle sanzioni...). Diritto al cibo: l'Iraq traeva dall'import alimentare il 70 per cento del fabbisogno; con la guerra e l'embargo successivo, l'insicurezza alimentare colpì la maggioranza della popolazione. Diritto all'acqua: secondo documenti degli Stati uniti desecretati, le bombe "alleate" colpirono intenzionalmente infrastrutture idrauliche per la conduttura e la depurazione, "e ciò porterà a un aumento delle malattie, forse delle epidemie" (documento Cia del 22 gennaio 1991, riportato dal quindicinale indiano Frontline); l'embargo ha poi impedito di ricostruire e fare manutenzione agli impianti e le morti si susseguono tuttora. Diritto al lavoro: la guerra, che intendeva portare l'Iraq "all'età della pietra" (Bush padre) rese disoccupati milioni di lavoratori. La ricostruzione ha permesso di riattivare molte attività, ma poiché l'embargo priva il paese di risorse collettive, tutti i lavoratori pubblici (dagli operai ai medici, dagli insegnanti agli ingegneri, dai bidelli ai funzionari) ricevono salari al di sotto della sopravvivenza; per questa stessa ragione i servizi sociali sono ridotti al minimo; le sperequazioni sociali sono enormi.
Per fame, mancato accesso all'acqua pulita, mancanza di potere d'acquisto in Iraq sono ormai morti un milione e mezzo di civili.
Si aspettano i nuovi dati per l'Afghanistan.

web.genie.it/utenti/g/gaypride2000/ 2000/rassegna_stampa_del_27_giugno_2000.htm 

da Repubblica del 27/06/2000

"Gli ebrei romani
potevano salvarsi"

Storici Usa: "Londra e Washington sapevano dei lager"

NEW YORK - Nel 1943 i servizi segreti inglesi e americani erano in possesso di informazioni che avrebbero potuto salvare parecchi ebrei romani dalla deportazione nel lager di Auschwitz. Lo sostengono storici Usa dopo l'abolizione del segreto su oltre 400 mila pagine di documenti riservati dell'Oss, l'agenzia di spionaggio da cui nel dopoguerra è nata la Cia.
I governi occidentali avrebbero potuto avvertire gli ebrei italiani che stavano per essere arrestati e deportati dai nazisti, spiegano i ricercatori del "Nazi War Criminal Interagency Working Group". "La questione per noi è ancora una volta la stessa: cosa sapevano le potenze alleate sull'Olocausto e cosa avrebbero potuto fare con le informazioni in loro possesso", ha detto Richard Breitman presentando uno studio sui documenti realizzato per conto del governo americano.
I documenti dell'Oss contengono cablogrammi riservati del servizio di sicurezza delle Ss inviati alla fine del 1943 tra Roma e Berlino. Queste comunicazioni furono intercettate dai servizi segreti britannici e passate per conoscenza ai colleghi dell'Oss.
I messaggi mostrano che le forze di sicurezze naziste stavano per fare rastrellamenti a Roma. Un collega di Breitman, Timothy Naftali, ha affermato che il primo ministro britannico Winston Churchill o il presidente americano Franklin Roosevelt avrebbero potuto fare una dichiarazione di avvertimento agli ebrei. "È chiaro che, se fosse stata fatta una dichiarazione alla radio sul fatto che le forze alleate erano preoccupate per la sorte dei romani e in particolare per gli ebrei di Roma, questo avrebbe avuto un effetto sulla decisione di qualcuno di cercare di mettersi in salvo", ha detto Naftali.
Ma lo storico ha anche invitato a "non trarre conclusioni affrettate" e ha aggiunto che non è chiaro se un'iniziativa del genere avrebbe potuto compromettere la rete di informatori dei servizi segreti di Londra.


dal Resto del Carlino del 27/06/2000

Olocausto, gli ebrei romani potevano essere salvati
Desecretati dalla Cia migliaia di documenti riservati. Due storici americani accusano: "Gli alleati sapevano ma non intervennero"



NEW YORK, 27 GIUGNO - Nel 1943 i servizi segreti inglesi e americani erano in possesso di informazioni che avrebbero potuto salvare parecchi ebrei romani dalla deportazione nel campo della morte di Auschwitz.

È quanto sostenuto da storici Usa dopo la declassificazione di oltre 400 mila pagine di documenti riservati dell'Oss, l'agenzia di spionaggio da cui nel dopoguerra nacque la Cia. I governi occidentali avrebbero potuto avvertire gli ebrei italiani che stavano per essere arrestati e deportati dai nazisti, hanno sostenuto gli storici del Nazi War Criminal Interagency Working Group nel corso di una conferenza stampa ai National Archives di Washington.

"La questione per noi è ancora una volta la stessa: cosa sapevano le potenze alleate sull'Olocausto e cosa avrebbero potuto fare con le informazioni in loro possesso", ha detto Richard Breitman presentando uno studio sui documenti realizzato per conto del governo americano. I documenti dell'Oss contengono cablogrammi riservati del servizio di sicurezza delle Ss inviati alla fine del 1943 tra Roma e Berlino. Queste comunicazioni furono intercettate dai servizi segreti britannici e passate per conoscenza ai colleghi dell'Oss. I messaggi mostrano che le forze di sicurezze naziste stavano per fare rastrellamenti a Roma.

Un collega di Breitman, Timothy Naftali, ha affermato che il primo ministro britannico Winston Churchill o il presidente americano Franklin Roosevelt avrebbero potuto fare una dichiarazione di avvertimento agli ebrei. "È chiaro che, se fosse stata fatta una dichiarazioine alla radio sul fatto che le forze alleate erano preoccupate per la sorte dei romani e in particolare per gli ebrei di Roma, questo avrebbe avuto un effetto sulla decisione di qualcuno di cercare di mettersi in salvo", ha detto Naftali.

Ma lo storico ha anche invitato a "non fare conclusioni affrettate" e ha aggiunto che non è chiaro se un'iniziativa del genere avrebbe potuto compromettere la rete di informatori dei servizi segreti di Londra.


http://www.adistaonline.it/index.php?op=articolo&id=4504&PHPSESSID=2b7659dc624497dd86e5476784afee75

UNA DOMANDA LUNGA 30 ANNI


 di MIGUEL URBANO RODRIGUES

 

TRASFORMARE UNA SOCIETÀ SERVENDOSI DEGLI STESSI STRUMENTI EREDITATI DAI REGIMI BORGHESI? LA LEZIONE DEL CILE PER IL FUTURO DELL’AMERICA LATINA.

QUESTO ARTICOLO FIRMATO DA MIGUEL URBANO RODRIGUES È STATO PUBBLICATO SULLA RIVISTA PORTOGHESE "O MILITANTE" (SETTEMBRE 2003). TITOLO ORIGINALE: "A TRINTA ANOS DO 11 DE SETEMBRO CHILENO"

Trascorsi 30 anni dal golpe dell’11 settembre 1973, non è senza emozione e dolore che rievoco gli avvenimenti del Cile. Ho accompagnato quasi giorno per giorno il processo rivoluzionario cileno.
Ero a Santiago quando Salvador Allende salì al potere. Partecipai alla grande festa della vittoria.
Tornai in Cile un anno dopo, nel dicembre del ‘71. I primi giorni passai di sorpresa in sorpresa. Apparentemente il progetto di cambiamento sociale filava come un treno. Nei negozi c’era abbondanza di quasi tutto. Per rispondere alla crescita della domanda l’industria stabiliva record di produzione. Il boom delle vendite impressionava.
Alle elezioni municipali di aprile la Unidad Popular era passato dalla minoranza alla maggioranza. Il Partito socialista aveva ottenuto il 22,3% dei voti; il Partito comunista il 16,9%. Alla Conferenza di El Arrayan la Up presentò un bilancio ottimista: il governo popolare aveva compiuto gran parte della piattaforma che aveva portato Allende al Palazzo della Moneda. La disoccupazione era caduta dall’8,3% al 4,8; la produzione industriale era aumentata dell’11%. Il sistema bancario era stato quasi totalmente statalizzato (90%) e 70 grandi imprese erano state nazionalizzate, espropriate o si trovavano sotto l’intervento statale. Il rame, il salnitro, il ferro, l’acciaio, tutta l’industria pesante stavano passando all’area della proprietà sociale. Il numero di case costruite dalla "Corvi" statale (Corporación de la Vivienda, un ente statale per la costruzione di alloggi popolari, ndt) eccedeva di venti volte quello del 1970. Nelle campagne la Riforma agraria aveva espropriato in 14 mesi 1.315 proprietà con un’area di 2,4 milioni di ettari. La distribuzione del reddito nazionale presentava un panorama nuovo: nel 1971 i salariati avevano aumentato le loro entrate dal 50 al 59%. Il Pil, che durante il mandato di Frei cresceva in media del 2,7%, era aumentato del 7%.
Nel frattempo, il grande aumento di consumi aveva generato una crisi di rifornimenti. Il Paese non era preparato per rispondere alla "furia" di compere, frutto della crescita del potere d’acquisto dei lavoratori.
La carne bovina era quasi scomparsa. I polli erano diventati una rarità, sebbene la produzione avicola fosse aumentata del 16%. Solo più tardi il popolo venne a conoscenza del fatto che molti latifondisti, toccati dalla riforma agraria, avevano abbattuto migliaia di mucche e di pecore in mattanze di significato politico.
La prosperità del prima anno di Up era illusoria. Nel settore privato gli investimenti erano quasi paralizzati. Il governo tentava di tranquillizzare gli imprenditori, spiegando che nel Paese c’erano 35mila industrie e che intendeva statalizzarne meno di 150. Ma le garanzie ufficiali non impedirono che molti imprenditori sabotassero le loro stesse imprese. Il dollaro era quotato al cambio nero il quadruplo del suo valore ufficiale.
Nel suo messaggio al Parlamento, nel marzo del ‘71, Allende difese con enfasi la politica delle alleanze. "Dobbiamo aiutare i piccoli e medi industriali – affermò allora – i commercianti e gli agricoltori che sono stati per molti anni sfruttati dai grandi monopoli. La nostra politica economica garantisce loro un trattamento equo (…). Le industrie piccole e medie avranno un ruolo attivo nella costruzione della nuova economia".
Intanto, gli sforzi per conquistare questi settori sociali fallivano.
Le difficoltà della Up aumentavano perché il discorso ufficiale di stretto rispetto della legalità istituzionale era mal recepito dai settori più combattivi della classe operaia. Molti dei valori e degli obiettivi che il governo si vedeva costretto a preservare per difendere la costituzionalità del regime erano rifiutati da questi settori impegnati ad accelerare la transizione verso una società socialista. La contraddizione non fu mai risolta. Il Mir (Movimento di Izquierda Revoluzionaria), che non faceva parte di Unidad Popular, aggravò la tensione con il suo comportamento radicale.
Cosa sarebbe successo se il presidente Allende, dopo le elezioni municipali di aprile ‘71, avesse convocato un plebiscito perché il popolo si pronunciasse su proposte che implicavano lo scioglimento del Parlamento? Il Parlamento ostruiva la realizzazione del programma della Up. Se la risposta fosse stata favorevole e la sinistra avesse ottenuto la maggioranza alle elezioni straordinarie, il cammino per la transizione verso il socialismo sarebbe rimasto percorribile. Ma nel quadro della Costituzione vigente, con la Camera e il Senato controllati dalla destra, la via pacifica era irta di ostacoli insuperabili.

L’insurrezione borghese del ‘72

Ritornai in Cile solo un anno dopo, negli ultimi giorni di gennaio del 1973. L’atmosfera a Santiago – non uscii allora dalla capitale – era di grande tensione. La lotta fra le classi si era esacerbata al punto da lasciare la sensazione di una società coinvolta in una guerra civile atipica, senza spari.
L’abbondanza dell’anno precedente aveva ceduto il posto a una scarsità dolorosa. Mancavano nei negozi tanto il superfluo quanto quasi tutti i prodotti di prima necessità.
Percepii che la piccola borghesia si era spostata massicciamente a destra. Le conversazioni avute nei negozi, nei ristoranti, sui mezzi di trasporto pubblici erano stati per me illuminanti sul fatto che gli sforzi che la Up aveva compiuto per conquistare l’appoggio degli strati sociali medi erano falliti. Più grave ancora, una parte considerevole della piccola borghesia manifestava apertamente un atteggiamento aggressivo verso il governo, sposando le critiche del Partito Nazionale e della Democrazia Cristiana che avevano radicalizzato la lotta contro Unidad Popular.
Mancavano quasi totalmente prodotti quali carta igienica, fiammiferi, detersivi, dentifrici, saponette, grassi animali e vegetali, zucchero, latte, riso, carne.
Quello che sentii e lessi durante questa visita a Santiago rafforzò la mia convinzione che l’insurrezione padronale dell’ottobre ‘72 era stata fondamentalmente sconfitta dal proletariato urbano in una lotta epica. L’obiettivo della grande borghesia di tentare di paralizzare il Paese con il blocco delle imprese di camionisti e il tentativo di chiusura delle fabbriche era la creazione di una situazione caotica che avrebbe portato le Forze Armate ad intervenire. Ma il golpe non ci fu. La resistenza del proletariato cileno fu determinante. Il governo, tramite la requisizione dei camion, ottenne che i trasporti funzionassero, anche se in modo precario. E gli imprenditori avevano verificato, allarmati, che ogni giorno perdevano fabbriche e che queste, dirette dai lavoratori, continuavano a funzionare.
Alla fine di ottobre, il grande padronato comprese che il movimento non avrebbe raggiunto l’obiettivo e che diventava sempre più impopolare. Cercò di giungere ad un accordo con il governo che gli consentisse di recuperare la maggior parte delle fabbriche che erano sotto il controllo degli operai.
L’insurrezione borghese era stata sconfitta. Le forze armate, in quel momento ancora rispettose della "dottrina Schneider", della fedeltà alla Costituzione, giurata dal generale Carlos Pratts, non intervennero nella crisi. Solo molti mesi dopo, la correlazione di forze alterate a beneficio della destra favorì l’avanzata della cospirazione verso il colpo di Stato.
La sconfitta del tentativo di paralisi del Paese rafforzò momentaneamente la posizione del governo. Il Parlamento e il Potere giudiziario si erano tolti la maschera appoggiando manifestamente un movimento padronale di carattere golpista che mirava alla caduta dell’Esecutivo con mezzi incostituzionali.
Ma all’interno della Up ancora una volta non si raggiunse l’accordo. La tendenza che difendeva di nuovo il plebiscito non si impose. Secondo i suoi difensori la sconfitta della destra offriva un’opportunità unica per chiamare il popolo a pronunciarsi sullo scioglimento del Parlamento, sulla creazione di un regime unicamerale, sulla democratizzazione del Tribunale Supremo e sulla strutturazione dell’area della Proprietà Sociale, sistematicamente sabotata sia dal potere legislativo che da quello giudiziario.

Una rivoluzione disarmata

I mille giorni di Unidad Popular, tre decenni dopo, continuano ad essere tema di polemiche. Qualsiasi sia la prospettiva, costituiscono per i comunisti un’eredità di grande valore. Per gli epigoni del neoliberismo, l’aver condotto al fallimento l’esperienza di Up è stata la conferma dell’irrimediabile superamento del marxismo come ideologia ispiratrice di trasformazioni sociali di tipo rivoluzionario. Diffusa a livello planetario da un sistema mediatico perverso ed egemonico, questa tesi e la sua conclusione categorica partono da una grossolana deformazione della storia. Mancano di fondamento scientifico.
La storia del Cile durante il governo di Salvador Allende è stata, come ha scritto Gabriel Smirnov, "la storia di una lotta di classe portata a un nuovo livello in cui si mette in discussione non solo l’appropriazione da parte dei capitalisti del plusvalore prodotto dal proletariato, ma anche – che è molto più importante e costituisce una tappa qualitativamente differente – il posto che occupano le classi sociali e il diritto della borghesia a dirigere l’insieme delle relazioni economiche e politiche" (La rivoluzione disarmata. Cile, 1970-73, Messico, 1977).
È uno sproposito evocare il golpe cileno del-l’11 settembre come prova del fallimento del socialismo. Quello che esso è venuto a riattualizzare in campo teorico è il tema della cosiddetta via pacifica al socialismo in America Latina.
Disconoscono o deturpano il pensiero di Marx coloro che gli attribuiscono affermazioni che non fanno parte della sua opera. Al contrario di quanto suggeriscono i suoi avversari, egli richiama l’attenzione sul fatto che il controllo della struttura dello Stato da parte di un governo progressista non è sufficiente a concretizzare obiettivi incompatibili con il funzionamento e la logica del capitalismo.
Il disastro occorso nei Paesi cosiddetti socialisti dell’Europa dell’Est è venuto a ricordare che la statalizzazione dei mezzi di produzione non basta, per sé sola, a sradicare le radici del capitalismo, perché le sovrastrutture culturali resistono per molto tempo a questo processo di transizione, permettendo la sopravvivenza dell’ideologia dell’antico sistema.
Nel caso del Cile, non solamente il potere economico rimase fino alla fine in maggioranza nelle mani della borghesia, ma sfuggirono anche al controllo del governo settori dello Stato che svolsero un ruolo importantissimo nella creazione delle condizioni materiali e psicologiche per la preparazione del golpe, in particolare il Parlamento e il potere giudiziario.
Il generale Carlos Pratts, in un libro postumo, pubblicato per iniziativa della figlia dopo che la Cia lo assassinò a Buenos Aires, analizza con lucidità il processo di indebolimento della resistenza di militari formati nelle accademie della borghesia all’insidiosa propaganda che presentava loro il golpe come l’unica via per la salvezza della patria.
Le tesi difese dal Mir, secondo cui il popolo organizzato avrebbe avuto le condizioni per resistere ad un’insurrezione delle forze armate, erano inconsistenti.
È stato dimenticato l’insegnamento di Lenin secondo il quale "è impossibile lottare vittoriosamente contro un esercito moderno" a meno che questo non "diventi rivoluzionario". Contrariamente a quanto avvenuto a Pietroburgo nel febbraio e nell’ottobre del 1917, la colonna vertebrale della disciplina non si ruppe mai nell’esercito cileno. Come affermò Pratts, contro le armi pesanti non c’è resistenza popolare che possa imporsi. Si può argomentare che il Vietnam sconfisse gli Usa e la Fln, in Algeria, obbligò la Francia a riconoscere l’indipendenza del Paese. Ma in entrambi i casi, nel quadro di guerre di liberazione, insurrezioni di livello nazionale hanno permesso la formazione di autentici eserciti capaci di affrontare le forze militari della potenza imperialista.
In Cile l’intervento dell’imperialismo nella preparazione e nel finanziamento del golpe ha svolto un ruolo importantissimo. Talmente evidente che Kissinger nelle sue Memorie e in articoli ed interviste riconosce che la Cia, compiendo le istruzioni dell’amministrazione Nixon, svolse un’intensa attività nel Paese, appoggiando le forze che cospiravano contro il governo di Allende. Successivamente, documenti segreti desecretati dal Dipartimento di Stato, hanno confermato la profondità del coinvolgimento statunitense nell’allestimento del golpe dell’11 settembre.
Il processo cileno giustifica la definizione di rivoluzione disarmata.
Il suo esito tragico non ha portato una risposta definitiva a questioni che continuano ad essere oggetto di affascinanti dibattiti.
La finora vittoriosa difesa della rivoluzione bolivariana in Venezuela (appoggiata dalle forze armate) e l’elezione di Lula in Brasile con un programma progressista (dal quale peraltro si va allontanando) conferiscono attualità a una domanda fondamentale: può un governo con un forte appoggio popolare, impegnato in un programma avanzato di trasformazione della società, portare avanti con successo questo progetto usando come strumento di cambiamento le stesse istituzioni create dalla borghesia per servire i propri obiettivi di classe?
La risposta che la storia darà alla questione è tanto più importante in quanto i tentativi in corso in America Latina coincidono con lo sviluppo della strategia planetaria di un sistema di potere imperiale che punta alla militarizzazione della Terra e costituisce una minaccia alla stessa sopravvivenza dell’umanità.

E' d'interesse vedere anche le cose in termini di filosofia del diritto:

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI FERRARA

FACOLTÀ DI GIURISPRUDENZA

TESI DI LAUREA IN FILOSOFIA DEL DIRITTO

SANZIONI ECONOMICHE ALL’IRAQ: UNA QUESTIONE DI ETICA PUBBLICA

(PDF)

Relatrice:

Prof. Letizia Gianformaggio

Laureanda:

Francesca Battista (PDF)


http://www.oikos.org/Politica/indonesia.htm

Indonesia, il caso e' chiuso

di Noam Chomsky

 

Alcuni fatti nuovi negli anni 1990-1991 suscitarono un insolito interesse  per le atrocità indonesiane sostenute dagli USA. Nel maggio 1990, lo State News Service rese note le conclusioni di una ricerca condotta da Kathy  Kadane a Washington:

"Secondo ex-diplomatici americani il governo USA giocò un ruolo importante (nel massacro NdC) fornendo i nomi di migliaia di dirigenti del Partito Comunista all’esercito indonesiano, che li ricercò e li uccise… furono dati ai militari almeno 5.000 nominativi e più tardi gli americani, secondo funzionari Usa, controllarono i nomi di coloro che erano stati uccisi o catturati... Gli elenchi – dichiaro [il funzionario del Ministero degli Esteri Robert] Martens – erano veri e propri organigrammi della leadership del partito di tre milioni di iscritti. Quelle liste comprendevano i nomi dei membri di comitati provinciali, cittadini e locali del Pki, e dei leader delle "organizzazioni di massa", quali la federazione nazionale dei lavoratori del Pki, le associazioni delle donne e quelle giovanili".

Gli elenchi venivano trasmessi ai militari che li usavano come una "lista dei condannati a morte", sostiene Joseph Lazarsky, all'epoca vice capo della Cia a Giakarta, secondo il quale alcuni erano trattenuti per essere interrogati o per mettere su dei "processi-farsa" solamente perché gli indonesiani "non avevano abbastanza squadre della morte per eliminarli tutti". Kathy Kadane scrive poi che alti funzionari dell'ambasciata Usa avevano ammesso, nel corso di alcune interviste, di aver approvato la consegna delle liste. William Colby (capo della Cia) paragono l'operazione indonesiana al programma "Phoenix" in Vietnam, nel tentativo di giustificare quest'ultima campagna di assassini politici (quale era, nonostante le sue smentite, l'operazione "Phoenix").

"A nessuno importava che fossero macellati, fintanto che si trattava di comunisti", disse Howard Federspiel, allora esperto sull'Indonesia per i servizi del Dipartimento di Stato. "Nessuno se la prese poi molto". "In tal modo demmo un grosso aiuto all'esercito", aggiunse Martens. "Probabilmente hanno ucciso molta gente, e mi sono macchiato di molto sangue, ma non è tutto così negativo". "A volte bisogna colpire duro al momento giusto".

La notizia fu ripresa da alcuni giornali, ma nessuno ebbe molto da dire: era la solita storia. Dopotutto, l'ambasciata Usa dieci anni prima aveva agito nello stesso modo in Guatemala, dove ebbe luogo un'altra "utile" strage. Pur causando qualche breve irritazione, il documento fu presto dimenticato. Il giornale delle verità ufficiali, il New York Times, aspetto quasi due mesi prima di occuparsene, il tempo sufficiente per raccogliere le smentite necessarie. Il giornalista Michael Wines riporto tutti gli usuali luoghi comuni sull'accaduto della propaganda governativa, per quanto poco credibili fossero, come dati di fatto incontestabili. L'ambasciatore Green respinse il rapporto Kadane definendolo "immondizia". Secondo lui ed altri, gli Usa non ebbero nulla a che fare con le liste dei nomi, che comunque non erano importanti. A questo proposito Wines cita una lettera di Martens al Washington Post secondo la quale quei nomi si potevano ottenere facilmente dalla stampa indonesiana, tralasciando pero la sottolineatura dell'autore sull'importanza della consegna delle liste; Martens sostenne infatti di "non veder niente di male nel dare una mano" agli indonesiani, e così pensa ancora, perché "il terrore pro-comunista che porto al golpe... contro i capi militari anticomunisti... aveva impedito la raccolta sistematica di dati sui membri del Pki"; una storia fantasiosa, ma poco importa. Wines non dice nulla a proposito della celebrazione del massacro fatta dal Times, né dell'orgoglio dei suoi principali commentatori politici sul ruolo americano che l'aveva favorito.

Stephen Rosenfeld, del Washington Post, fu uno dei pochi nella stampa nazionale a turbarsi per le rivelazioni di Kadane. Anche la sua reazione e molto istruttiva. In seguito alle rivelazioni di Kadane, il Post pubblico una lettera di Carmel Budiardjo, 1 attivista indonesiano per i diritti umani, secondo il quale la complicità diretta Usa nella strage era già emersa dai cablogrammi, pubblicati da Gabriel Kolko, tra l'ambasciata Usa a Giakarta ed il Dipartimento di Stato, ed in particolare dal carteggio Green-Rusk del quale abbiamo già parlato. Un mese più tardi, Rosenfeld manifesto una certa preoccupazione per il fatto che "nell'unico resoconto che ho letto" – cioè, quello di Kolko – vengono sollevati dei dubbi sul coinvolgimento dei comunisti nel presunto tentativo di golpe servito come pretesto per i massacri. Notevole l'aggiramento della questione principale, un colpo da maestro. Ma, continua Rosenfeld, "il tipico punto di vista revisionista dai-la-colpa-all'America [di Kolko] mi fa diffidare delle sue conclusioni". Rosenfeld sperava che "qualcuno dalle idee politiche più centriste setacci il materiale e dia un resoconto obiettivo". La sua invocazione di aiuto appari sotto il titolo, "Indonesia 1965: un anno vissuto cinicamente".  Per sua fortuna, i soccorsi stavano già arrivando. Una settimana dopo, con il titolo "Indonesia 1965: l'anno dell'estraneità Usa", Rosenfeld scrisse di aver ricevuto per posta "il resoconto indipendente" di uno storico "senza pregiudizi politici" – cioè, in altre parole, qualcuno capace di rassicurarlo che lo stato da lui amato non aveva fatto niente di male. Questo rimedio era "pieno di delizie e sorprese", e concludeva che gli Usa non erano responsabili delle morti o del rovesciamento di Sukarno. "Il documento scagiona gli americani dal sospetto dannoso e persistente di essere responsabili del golpe e dei massacri indonesiani" e, conclude felice Rosenfeld: "Per me, il caso del ruolo americano in Indonesia e chiuso".

Com'è facile la vita dei credenti.  L'articolo che chiuse il caso, con immenso sollievo di Rosenfeld, fu la ricerca di Brands di cui abbiamo parlato prima. Del resto sul fatto che Brands sia un commentatore "indipendente" "senza pregiudizi politici" non vi sono dubbi: per lui la guerra Usa in Vietnam fu un tentativo "di salvare il Vietnam del Sud"; l'informazione arrivata a Washington secondo la quale "l'esercito ha praticamente distrutto il Pki" con un enorme massacro era una "buona notizia"; "il difetto più serio della guerra sporca" e "la sua inevitabile tendenza ad avvelenare il pozzo dell'opinione pubblica", cioè, di coprire gli Usa di "false accuse", etc. Molto più importanti sono le "delizie e sorprese" che mettono a tacere qualche residuo dubbio. Visto che quella ricerca ha chiuso per sempre la vicenda, possiamo adesso dormire sonni tranquilli sapendo che Washington ha fatto tutto il possibile per favorire il più grande massacro dai giorni di Hitler e Stalin, ha salutato le conseguenze di quell'evento con entusiasmo e, immediatamente, si e adoperata per sostenere il "nuovo ordine" di Suharto, a ragione definito tale. Per fortuna, non c'è nulla che possa turbare la coscienza dei liberal.  Una "non-reazione" interessante al rapporto di Kadane e stata quella del senatore Daniel Patrick Moynihan, in un articolo di apertura del New York Review of Books. In esso egli sostiene di temere che, cancellando gli aspetti spiacevoli del nostro passato, "stiamo corrompendo la memoria storica del paese". Il senatore fa rilevare il contrasto tra queste mancanze e "la straordinaria situazione" dell'Unione Sovietica "nella quale vengono riesumati i peggiori delitti della sua spaventosa storia". Naturalmente, "gli Stati Uniti non hanno una storia simile. Al contrario". La nostra e immacolata; non esistono delitti da "riesumare" compiuti contro la popolazione indigena o contro gli africani nei 70 anni seguiti alla nostra rivoluzione, o contro filippini, centroamericani, indocinesi ed altri più recentemente. Tuttavia persino noi non siamo perfetti: "Non tutto quel che abbiamo fatto in questo paese e stato fatto alla luce del sole", scrive Moynihan, per quanto "non tutto poteva esserlo. 0 avrebbe dovuto esserlo". Ma abbiamo nascosto troppe cose, ed e questo il solo grave delitto della nostra storia. E' difficile credere che mentre scriveva queste parole, il senatore non avesse in mente le recenti rivelazioni sull'Indonesia. Dopotutto, egli era stato coinvolto direttamente in quella vicenda. Moynihan era ambasciatore all'0nu quando vi fu l'invasione indonesiana di Timor-Est, ed è sempre stato fiero, come sostiene nelle sue memorie, di aver ostacolato qualsiasi reazione internazionale all'aggressione ed alla strage. "Gli Usa desideravano che le cose andassero come sono poi andate", egli scrive, "e si impegnarono per raggiungere questo risultato. Il Dipartimento di Stato desiderava che le Nazioni Unite si rivelassero, qualunque misura avessero deciso di prendere, completamente impotenti. Mi fu affidato questo compito, ed io lo portai avanti con notevole successo". Moynihan allora era perfettamente consapevole di come erano andate le cose e sapeva che in poche settimane erano state uccise 60.000 persone, "il 10% della popolazione, quasi la stessa percentuale di vittime che ebbe l'Unione Sovietica durante la II guerra mondiale". Così egli si assunse il merito per delle azioni che egli stesso paragonava a quelle dei nazisti. E sicuramente Moynihan era anche a conoscenza del ruolo avuto successivamente dal governo Usa nella prosecuzione del massacro, e del contributo dei media e della classe politica nel tenerlo nascosto.

Ma i rapporti recentemente pubblicati sul ruolo di Washington in quel massacro non hanno risvegliato la sua memoria storica, né gli hanno suggerito qualche riflessione sui nostri metodi, ad eccezione del nostro unico difetto: l'insufficiente sincerità.  I successi di Moynihan all'Onu sono entrati nella storia nel modo convenzionale. Le misure prese contro l'Iraq e la Libia "mostrano nuovamente come il collasso del comunismo abbia dato al Consiglio di Sicurezza quella coesione necessaria per far rispettare i suoi ordini", spiega il corrispondente all'Onu del New York Times, Paul Lewis, in un articolo di prima pagina. "Questo era stato impossibile in casi precedenti come... l'annessione di Timor-Est da parte dell'Indonesia". Un momentaneo turbamento a proposito dell'Indonesia si ebbe nell'agosto del 1990, all'indomani dell'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq. Era difficile non notare la somiglianza di quegli eventi con l'aggressione indonesiana (di gran lunga più sanguinosa) e l'annessione di Timor-Est. Dieci anni prima, quando era cominciato ad emergere qualche frammento di verità su quanto era successo, alcuni avevano paragonato le imprese di Suharto a Timor-Est con le contemporanee stragi di Pol Pot. Ma nel 1990, gli Usa ed i loro alleati furono accusati, al massimo, di aver "ignorato" le atrocità commesse dagli indonesiani. La verità e stata sempre taciuta durante tutti questi anni: l'Indonesia aveva ricevuto un decisivo sostegno militare e diplomatico per i suoi mostruosi crimini di guerra; e certamente, a differenza del caso di Pol Pot e di Saddam, si sarebbe potuto porre fine rapidamente a questi crimini con il semplice ritiro dell’assistenza occidentale e con la rottura del silenzio.

Intensi sforzi sono stati compiuti per giustificare reazioni così radicalmente diverse nei confronti di Suharto, da una parte, e Pol Pot e Saddam Hussein dall'altra, e per evitare che ciò venga spiegato con la diversità degli interessi americani in quelle situazioni, motivazione valida in molti altri casi. William Shawcross dette una "seria spiegazione di ordine strutturale" sostenendo che nel caso di Timor-Est vi era stata "una relativa mancanza di fonti" e di accesso ai profughi, forse perché Lisbona e l'Australia sono assai più inaccessibili della frontiera tra la Tailandia e la Cambogia. Gérard Chaliand, da parte sua, liquido l'attivo sostegno francese al massacro perpetrato dall'Indonesia nel mezzo di uno dei suoi show di angoscia per quanto fatto da Pol Pot, con la scusa che i timoresi sono "geograficamente e storicamente marginali". La differenza tra il Kuwait e Timor-Est, secondo Fred Halliday, sta nel fatto che il Kuwait "è esistito ed ha funzionato come stato indipendente fin dal 1961"; ma, per valutare questo punto, e bene ricordare come gli Usa abbiano impedito alle Nazioni Unite di interferire con l’invasione del Libano da parte di Israele, o di trarre le dovute conseguenze dalla loro condanna dell'annessione israeliana delle alture del Golan siriano e che, a differenza di Suharto nel caso di Timor-Est, Saddam aveva comunque proposto di ritirarsi dal Kuwait; anche se non sappiamo quanto seriamente, visto che gli Usa immediatamente rifiutarono l'offerta nel timore che "potesse disinnescare la crisi". Un punto di vista assai diffuso e quello secondo cui "l'influenza americana sulla [decisione indonesiana di invadere Timor- Est] e stata probabilmente esagerata", anche se non vi e dubbio che gli Usa "si voltarono dall'altra parte" ed "avrebbero potuto fare molto di più per prendere le distanze dalla carneficina" games Fallows). La colpa, quindi, starebbe nel non aver agito, e non nell'aver contribuito in modo determinante alla strage ancora in corso intensificando i rifornimenti di armi e rendendo l'Onu "completamente impotente" perché "gli Stati Uniti desideravano che le cose andassero come sono poi andate" (l'ambasciatore Moynihan), mentre la comunità intellettuale preferiva denunciare solo i delitti dei "nemici ufficiali". Altri sono ricorsi a diversi espedienti per non rispondere a quelle domande, aggiungendo altre note a pie di pagina all'ingloriosa storia.   

Il governo australiano a proposito di Timor-Est fu più sincero. "Non vi e alcun obbligo legale vincolante che vieti il riconoscimento dell'acquisizione di territori con la forza", spiego il ministro degli Esteri Gareth Evans, aggiungendo che "il mondo e molto iniquo; pieno di esempi di acquisizioni tramite la forza... " (nello stesso tempo, seguendo l'esempio di Usa e Gran Bretagna, Evans vietò i contatti ufficiali con l'Olp, doverosamente indignato per il fatto che essa "continuava a difendere e a non dissociarsi dall'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq"). Il primo ministro Hawke, da parte sua, sostenne che "i grandi paesi non possono invadere i loro vicini più piccoli e farla franca" (con riferimento all'Iraq ed al Kuwait) e proclamo che nel Nuovo Ordine stabilito dai virtuosi anglo-americani, "gli aggressori potenziali ci penseranno due volte prima di invadere i loro vicini più piccoli". I deboli "si sentiranno più sicuri perché sanno che in caso di pericolo non saranno soli" e, infine, "tutte le nazioni devono comprendere che nelle relazioni internazionali il primato del diritto deve prevalere sulla forza bruta".  L'Australia ha un rapporto speciale con Timor-Est; basti ricordare che decine di migliaia di timoresi furono uccisi durante la II' guerra mondiale per proteggere alcuni guerriglieri australiani che combattevano sull'isola per impedire un'imminente invasione giapponese dell'Australia. Eppure questo paese e stato il più attivo difensore dell'invasione indonesiana di Timor-Est.  Una delle ragioni, da tempo nota, e costituita dalle ricche riserve di gas naturale e di petrolio che si trovano nella fossa di Timor, "una dura, fredda e triste realtà che dobbiamo riconoscere", spiego sinceramente il ministro degli Esteri Bill Hayden nell'aprile del 1984. Nel dicembre del 1989, Evans firmo un trattato con i conquistatori indonesiani spartendosi le ricchezze di Timor e, nel corso del 1990, l'Australia ricavo 31 milioni di dollari (australiani) dalle vendite alle compagnie petrolifere dei permessi di esplorazione in quell'area. I commenti di Evans, che abbiamo riportato, vennero formulati per giustificare la posizione australiana in seguito alla presentazione da parte del Portogallo, considerato come l'autorità responsabile per Timor, di una nota di protesta contro il trattato presso la Corte Internazionale. Mentre intellettuali e politici inglesi disquisivano con la dovuta serietà sui valori della loro cultura tradizionale, che adesso finalmente potevano essere imposti nuovamente dai difensori del Nuovo Ordine Mondiale (riferendosi alla Crisi del Golfo), la British Aerospace concordava con l'Indonesia la vendita di aerei da combattimento e 1'inizio di una coproduzione nel settore aeronautico e bellico, "che potrebbe costituire una delle maggiori vendite di armi da parte di una singola azienda ad un paese asiatico", come scrisse il Far Eastern Economic Review. La Gran Bretagna era del resto di ventata, afferma lo storico di Oxford Peter Carey, "uno dei principali fornitori di armi dell'Indonesia, alla quale vendette materiali per 290 milioni di sterline nel solo periodo 1986-1990".  L'opinione pubblica è stata tenuta all'oscuro di questi fatti così sgradevoli, come anche dell'offensiva militare indonesiana a Timor-Est dell'autunno del 1990, sotto la copertura della Crisi del Golfo e delle operazioni indonesiane, appoggiate dall'Occidente, nella West-Papua. Operazioni che potrebbero spazzare via da quella regione un milione di indigeni e che avrebbero già provocato, come sostengono attivisti per i diritti umani ed alcuni osservatori, un numero imprecisato di vittime, migliaia delle quali uccise con armi chimiche. I solenni discorsi sul diritto internazionale, il crimine dell'aggressione ed il nostro forse troppo fervente idealismo possono continuare a riecheggiare indisturbati. L'attenzione dell'Occidente civilizzato deve concentrarsi, come un laser, sui delitti dei nemici ufficiali, non su quelli per i quali potrebbe fare qualcosa o persino porvi fine.

L'imbarazzo suscitato dalla possibilità che qualcuno paragonasse i due casi, di Timor-Est e del Kuwait, svanì ben presto; ed e comprensibile visto che si tratta di uno dei tanti esempi che provano il totale cinismo delle posizioni ufficiali assunte durante la guerra del Golfo. Ma qualche difficoltà emerse di nuovo, nel novembre del 1991, quando l'Indonesia commise lo sciocco errore di perpetrare un massacro nella capitale di Timor, Dili, sotto gli occhi delle telecamere e di picchiare duramente due giornalisti Usa, Alan Nairn e Amy Goodman. Fu uno sbaglio al quale Giakarta rimedio, come sempre in questi casi: un'inchiesta  per occultare le atrocità, una bacchettata sulle dita delle autorita, una punizione minima ai subalterni ed applausi scroscianti dal "club dei ricchi" di fronte a queste impressionanti prove che l'Indonesia, il nostro cliente "moderato", sta compiendo ulteriori progressi verso la democrazia. Il copione, consueto fino alla noia, venne eseguito alla lettera. Intanto i timoresi vennero condannati a pene durissime e l'atmosfera di terrore si fece ancora più cupa.  Gli affari con l'Indonesia continuarono come sempre. Alcune settimane dopo la strage di Dili, l'autorità congiunta indonesiana-australiana firmo sei contratti di esplorazione petrolifera nella Fossa di Timor, e poi altri quattro a gennaio. Alla meta del 1992 venne annunciata la firma di undici contratti con 55 compagnie, australiane, inglesi, giapponesi, olandesi ed americane. Qualche ingenuo potrebbe chiedere quale sarebbe stata la reazione se 55 compagnie occidentali si fossero unite all'Iraq nello sfruttamento del petrolio kuwaitiano, anche se l'analogia e imprecisa, visto che le atrocità di Suharto a Timor-Est sono state cento volte peggiori di quelle commesse in Kuwait. Quello stesso anno la Gran Bretagna aumento le sue vendite di armi all'Indonesia e nel mese di gennaio annuncio il suo proposito di vendere a Giakarta una nave da guerra. Mentre le corti indonesiane condannavano a pene di quindici anni i "sovversivi" timoresi, accusati di "aver provocato" il massacro di Dili, la British Aerospace e la Rolls-Royce negoziavano un affare per milioni di sterline relativo alla vendita di 40 caccia da addestramento Hawk, che si andranno ad aggiungere ai quindici già in servizio, alcuni dei quali già impiegati nella repressione a Timor-Est. Contemporaneamente, l'Indonesia divenne oggetto dell'interessamento di molte compagnie britanniche in quanto offriva interessanti prospettive per le industrie aerospaziali. Mentre il lieve imbarazzo scompariva, altri seguirono l'esempio della Gran Bretagna.

Il "raggio di luce sull'Asia" del 1965-1966, con lo scintillio che ha lasciato fino ad oggi, ha ben svelato la realtà degli atteggiamenti ufficiali in materia di diritti umani e democrazia, i motivi che vi si celano dietro e l’importante ruolo giocato in queste vicende dagli intellettuali. Quegli atteggiamenti hanno mostrato in maniera altrettanto chiara quanto sia pragmatico il criterio usato in materia di diritti umani e di democrazia ad un punto tale da cancellare qualsiasi valore umano dalla cultura ufficiale.

tratto da Noam Chomsky - Anno 501 la conquista continua - Gamberetti editrice



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