Il quinto postulato di Euclide, nella forma datagli da Proclo (5°
secolo d. C), così recita:
"Per un punto non giacente su una retta passa, nel loro piano,
una sola parallela ad essa".
Per secoli ci si era impegnati a trovare una qualche dimostrazione di
questo postulato finché, agli inizi dell' 800, si riuscì a provare
l'impossibilità di dimostrarlo.
Coloro che dettero il più rilevante contributo a questa impresa
furono il matematico ungherese Janos Bolyai (1802 - 1860) ed il matematico russo
Nikolaj I. Lobacevskij (1793-1853) negli anni che vanno dal
1823 al 1855 [il primo che provò a trarre le conseguenze della negazione del 5°
postulato fu il matematico italiano G. Saccheri (1677 - 1733) nel 1733. Si noti
inoltre che già Gauss (1777 - 1855) aveva elaborato studi molto avanzati nella
costruzione di geometrie che partissero dalla negazione del 5° postulato, ma
non li pubblicò].
Alla geometria da loro indipendentemente costruita si dà il nome
di geometria iperbolica. Questa geometria è una delle possibili
geometrie non-euclidee, nel senso che viene costruita a partire dalla
sostituzione del quinto postulato di Euclide con quest'altro:
"Tutte
le linee rette poste in un piano ed irradiantesi da un
punto possono, in rapporto ad ogni altra retta del piano, essere divise in due
classi: quelle che intersecano e quelle che
non intersecano l'altra retta considerata. La linea che separa le due classi
dicesi parallela alla retta, data."
La figura 1 può servire ad illustrare il postulato. Secondo
la geometria euclidea, r' (perpendicolare alla perpendicolare tracciata per P
alla retta r) è l'unica parallela alla retta r. Secondo la geometria iperbolica
tra le rette del

Figura 1
fascio
per P ve ne sono due, h e k, che
separano le rette che vanno a secare r da quelle che non vanno a secare r.
Queste due sono rette
parallele alla retta r passanti per il punto P. Si
noti che queste rette hanno ciascuna un suo verso di parallelismo: k ha
verso destro mentre h ha verso sinistro. Si noti inoltre che anche tutte
le rette comprese nell'angolo a
(e sempre passanti per P) non sono secanti la retta r.
E' evidente che il parallelismo (nel verso destro) di k con r, come il
parallelismo (nel verso sinistro) di h con r, è asintotico. Gli
angoli b di figura, sono chiamati angoli di
parallelismo.
Ora, caratteristica della geometria iperbolica, è che l'angolo a
è acuto (in quella
euclidea era retto). Si vengono quindi a modificare
quelle conclusioni della geometria euclidea che discendevano dal postulato delle
parallele. In particolare risulta ora che la somma degli angoli interni di un
dato triangolo non è più uguale a due angoli retti
ma è minore di questa quantità (vedremo tra breve - figura 3 - dei
disegni illustrativi di un tal triangolo e degli altri possibili).
Per concludere su questa geometria occorre dire che tanto per
Bolyai che per Lobacevskij la geometria euclidea si ottiene come caso
limite della geometria iperbolica quando ci si riferisca al ristretto
spazio nel quale sulla Terra si svolgono le nostre esperienze.
Su strade diverse, ma sempre non-euclidee, si mosse qualche anno
più tardi il matematico tedesco Bernhard Riemann (1826 - 1866). Nello
sviluppare una geometria differenziale egli ebbe modo di introdurre un
nuovo tipo di geometria non-euclidea (il lavoro è del 1854 ma fu pubblicato
postumo nel 1868).
I postulati fondamentali introdotti da Riemann, in luogo del quinto
di Euclide, sono due:
1) La retta è una linea finita chiusa.
2) Per un punto non passa alcuna parallela ad una retta data.
A partire da queste due affermazioni Riemann sviluppò la sua geometria
che prende il nome di geometria ellittica. Nell'elaborare la sua grande
impresa, Riemann dovette attaccare anche un altro dei postulati
di Euclide, quello che afferma che per
due punti si può condurre una
sola retta.
Per capire quanto qui sostenuto occorre dire che la geometria di
Riemann è relativa a superfici con curvatura costante (vedi più avanti).
Una di queste superfici è certamente la sfera alla quale ci riferiremo.
Pensiamo una circonferenza tracciata su una sfera di raggio infinito:
abbiamo una retta in senso euclideo. Riducendo il raggio di questa sfera
ci troviamo nelle condizioni di Riemann ed una circonferenza su di una
sfera di raggio finito è una retta nel senso di Riemann.
Su una sfera, quindi, per due punti si può far passare una retta
ed una sola (una circonferenza nell'accezione Euclidea). Ma se questi
punti si trovano agli estremi di un diametro della sfera per essi possono
passare infinite rette. Una conseguenza della geometria ellittica
è che, sempre
riferendoci al nostro esempio della sfera, la somma degli angoli interni di un
triangolo è maggiore di due angoli retti. Per
capire quest'ultima affermazione, anche per confronto con la geometria
euclidea e quella iperbolica, riferiamoci alla figura 2. Nella
figura 2 a è rappresentato un piano euclideo che

Figura 2
ha
una
curvatura nulla e di conseguenza la somma degli angoli interni di un
triangolo è uguale a due angoli retti (geometria euclidea). Nella figura 2 b è
rappresentata una. sfera, superficie a curvatura costante positiva, sulla quale
la somma degli angoli interni di un triangolo è maggiore
di due angoli retti (geometria ellittica). Nella figura 2 c è rappresentata una
superficie a sella, superficie che non ha curvatura costante e
che, anzi, ha una curvatura negativa, sulla quale la somma degli angoli
interni di un triangolo è minore di due angoli retti (geometria iperbolica; si
noti a margine che la rappresentatività di questa geometria fu dimostrata per
la prima volta dal matematico italiano E. Beltrami - 1835/1900 - nel 1868).
Già che abbiamo iniziato a confrontare con disegni le tre geometrie
in oggetto, facciamo ancora dei confronti. Pensiamo ad esempio ai triangoli
simili della geometria euclidea. Sempre aiutandoci con la figura 2, si
può vedere che, nel caso euclideo (a) si può parlare di triangoli simili;
nel caso ellittico (b) la somma degli angoli interni di un triangolo risulta
più grande quanto più grande è il triangolo; nel caso iperbolico (e) la
somma degli angoli interni di un triangolo diventa sempre più piccola
quanto più il triangolo ingrandisce.
Riguardo alla questione che più direttamente riguarda il quinto
postulato con quelli che lo hanno sostituito, si può vedere figura 3.

Figura 3
Nel caso euclideo (a) vi e' una sola retta, parallela alla data,
passante per un punto P esterno ad essa; nel caso ellittico (b), se si
vuo trovare la parallela all'arco di circonferenza passante per i punti A e B e
passante per i punti C e B (ambedue equidistanti dall'arco di
circonferenaa passante per A e B) si deve tener conto che per C e D non
può passare una retta nel senso euclideo ma solo un arco di
circonferenza o geodetica) che necessariamente andrà ad intersecare il nostro
arco passante per A e B (si noti che la linea tratteggiata sta sulla faccia
della sfera a noi offerta); nel caso iperbolico (c) si vede subito che di
rette parallele alla retta r data ve ne sono certamente due (h e k) e poi
tutte quelle comprese nell'angolo formato dai prolungamenti delle due rette.
C'è poi da aggiungere che nel caso euclideo (a), una data distanza
(segmento ordinario) si conserva, qualunque spostamento facciamo fare ai due
punti che delimitano questa distanza; nel caso ellittico (b) vale la stessa
proprietà, con l'avvertenza che ora la distanza è rappresentata da una
geodetica; nel caso iperbolico (c) questa proprietà non si mantiene più e
si dovranno considerare, via via che ci spostiamo sulla sella, delle
distanze diverse.
Per capire meglio ciò si può pensare di ritagliare su un pezzo
di carta un triangolo
euclideo: se
lo facciamo scorrere
su di un piano
non incontriamo alcun problema; facciamo la stessa operazione con un
triangolo di buccia d'arancia su di un'altra arancia: dovunque spostiamo il
triangolo, esso trova esatta sistemazione sull'arancia; prendiamo ora un triangolo
di sella: se lo spostiamo lungo la sella non si
adatta se non alla posizione da cui l'abbiamo prelevato.
Per.portare a compimento queste brevi note non resta che definire
ciò che abbiamo introdotto senza alcuna spiegazione: la curvatura di
una superficie.
Supponiamo di avere una curva piana rappresentata a tratto continuo nella
figura 4 a. Se si vuol conoscere la sua curvatura per un
arco (infinitesimo) compreso tra i punti A e B non si deve far altro che
considerare la circonferenza

Figura 4
che
abbia nell'arco come suo arco e quindi
fare l'inverso del raggio di questa circonferenza.
Cosicché la curvatura k dell'arco AB sarà k = 1/r.
Nel caso più generale di una superficie le cose si complicano,
anche se Euler ha dimostrato un teorema che facilita di molto le cose.
Riferiamoci ad un ellissoide (la sfera è un caso particolare di ellissoide),
quello riprodotto in figura 2 b. Se vogliamo calcolare la curvatura della
superficie in un suo punto P bisognerà trovare tutte le sezioni perpendicolari
all'ellissoide passanti
per P: ciascuna di queste sezioni rappresenterà una linea con propria
curvatura (nel nostro caso è evidente che la curvatura della sezione
passante per DBE è inferiore a quella della sezione per ABC). Ebbene,
tra queste sezioni, ve ne sarà una con curvatura massima ed una con
curvatura minima; Euler ha dimostrato che le curvature massima e minima
corrispondono a sezioni tra loro perpendicolari. Con ciò, se r e'
il raggio della circonferenza che meglio approssima la curvatura minima (in P)
ed R il raggio della circonferenza che meglio approssima la
curvatura massima, (in P), per la curvatura in P vale la relazione: k = 1/Rr.
Si vede subito che al tendere
ad infinito di una sola delle quantità
a denominatore, k risulta nulla.
La geometria euclidea, approssimazione di una geometria su una
sfera di raggio infinito, presenta k = 0 .
La geometria ellittica avrà k > 0.
Per quel che riguarda la geometria iperbolica, osservando che i
centri di curvatura delle sezioni minima e massima si trovano da parti
opposte rispetto alla superficie (figura 5) e che quindi i raggi
r ed R vanno presi con segno opposto, si vede subito che si avrà k < 0.

Figura
5
Quanto
ora detto ci permette di
arrivare ad altre conclusioni. Un cono od
un cilindro, ad esempio, presentano
k = 0, poiché mentre r è
uguale ad un numero qualunque, R è
certamente infinito (infatti se si
fa una sezione, passante per un punto
P sulla superficie e parallela alla base di un cono o di un cilindro all'altezza
che si vuole, si troverà una data
curvatura legata al
raggio r della circonferenze, ottenuta, come sezione; ma se si fa la sezione
perpendicolare a questa prima., sempre per P, si trova un rettangolo od un
triangolo (ordinari) a seconda che si abbia il cilindro od
il cono; per P passerà ora una retta, con curvatura nulla, che e' quindi
assimilabile ad una circonferenza di raggio R che vale infinito). Allora per
cilindro e cono si ha k = 0, come nel caso delle superfici euclidee piane.
Ebbene si dimostra facilmente che superfici che abbiano uguale curvatura sono
applicabili l'una all'altra, di modo che se ritagliamo un
cono od un cilindro di carta possiamo farlo aderire perfettamente ad
un piano; e questa operazione non ci è possibile realizzarla né con
una sella né con una sfera perché il k del piano vale zero mentre
il k di queste ultime figure geometriche è diverso da zero (per il
caso della sfera si può pensare all'impossibilità di riprodurre con
esattezza la Terra su di una. carta geografica).
Ho solo dato qualche cenno che però mi pare sufficiente per poter
concludere che letteralmente si aprono nuovi mondi.
Questi mondi troveranno sviluppi e rappresentazioni nei lavori
di F.Klein (1894-1925), di H.Minkowskij (1864-1909) e di D.Hilbert
(1862-1943).
Non a caso
le cosmologie,
prima fra tutte quella di
Eistein,
prendono le mosse da queste geometrie (in particolare Einstein elaborerà la sua
relatività generale utilizzando la geometria ellittica
di Riemann.
Torna alla pagina principale
