L'INCIDENTE NUCLEARE DI THREE MILE ISLAND:
RAPPORTO KEMENY
Roberto Renzetti
Dopo gli incidenti nucleari si costituiscono delle commissioni d'inchiesta per capire cosa è accaduto ed in linea di principio per risolvere eventuali problemi per il futuro. Sono venuto da poco in possesso di un documento di grande interesse che avevo cercato a suo tempo senza successo. Mi riferisco al rapporto sull'incidente nucleare di Three Mile Island che raccoglie le conclusioni della Commissione Kemeny appositamente costituita dal Presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter, per far luce su quel grave incidente avvenuto alle ore 4 del mattino del 28 marzo 1979(1) in un reattore entrato in funzione da soli tre mesi. E' curioso come io sia venuto in possesso di tale documento.
Premetto che ero in Spagna per lavoro ed avevo difficoltà di comunicazione con l'Italia (la Spagna è entrata nelle UE nel 1986). Solo da poco ho saputo che a suo tempo (non c'era ancora internet), nel 1980, tale rapporto era stato pubblicato in Italia dalla Etas Libri (Harrisburg, emergenza nucleare: il rapporto americano sull'incidente alla centrale di Three Mile Island). Andavo questa estate in cerca di qualche libro nel mercato all'aperto di Porta Portese di Roma e su una bancarella, a 5 euro, trovo questo libro. E' stato per me una sorpresa piacevole perché si sono risvegliate vecchie curiosità mai appagate e la possibilità di risolverle. Compro il libro ed ho subito una brutta sorpresa a margine del libro stesso. Nella prima pagina interna trovo che proviene dalla Biblioteca della Regione Lazio (Presidenza Giunta, Economato e Contabilità, presa in carico 304/40). Ci resto male a toccare con mano il disprezzo per tali documenti fondamentali per una biblioteca di una istituzione pubblica. Chissà chi se ne è sbarazzato, a che livello di responsabilità, con quale incoscienza.
Io ho già scritto sull'incidente di Harrisburg ma con questo documento, e con altri che nel frattempo sono stati prodotti, credo di avere l'opportunità di essere più preciso e di fare un lavoro analogo a quello fatto per Chernobyl. Per cui leggerò, trascriverò le cose d'interesse, integrerò con notizie acquisite successivamente e con informazioni tecnico scientifiche che riterrò necessarie. Anche qui non farò una cronaca del terrore ma mi terrò su di un piano eminentemente tecnico, anche se divulgativo.
IL MANDATO DELLA COMMISSIONE
Nelle prime pagine del rapporto si dice che l'incidente che dovrà essere indagato ha creato molto allarme sia a livello nazionale che internazionale, sulla sicurezza dell'energia nucleare. Si tratta perciò di rispondere a tali preoccupazioni. Per farlo occorre indagare sugli eventi, sugli apparati e sugli operatori per capire l'accaduto. Occorreva poi capire cosa era accaduto in termini di rilascio di materiale radioattivo confrontando ciò con i rischi in normale funzionamento del reattore sia degli operatori che delle popolazioni residenti nelle vicinanze della centrale.
La commissione ha poi indagato sia sull'azienda elettrica proprietaria della centrale, sia sui fornitori di materiali alla medesima, sia sui programmi di formazione degli operatori, sia sulle procedure di esercizio della centrale. Sono stati anche analizzati i piani di emergenza previsti sia locali che statali ed il modo di reazione all'incidente da parte di tali autorità e di tutti gli enti che si occupano di tali questioni.
Attenzione è stata riservata anche al modo con cui sono state date le informazioni da parte di tutti, giornali, TV, enti autorità locali e statali. Si è distinto tra notizie sbagliate per ignoranza, quelle sbagliate per voglia di sensazionalismo ma anche quelle che minimizzano per tranquillizzare.
Da ultimo, particolare attenzione è stata data all'organismo federale di controllo delle attività nucleari, l'NRC che ha fissato norme, comportamenti, criteri per la concessione delle autorizzazioni, per le ispezioni, per la formazione e per il tipo di informazione che ha fornito.
La commissione è molto chiara nei suoi intenti e dice anche ciò che non è stato fatto: non si è estesa l'indagine al nucleare in genere negli Usa e nel mondo, non si è studiata la filiera nucleare con gli eventuali problemi dell'arricchimento del combustibile, del trasporto, della gestione delle scorie, non si è studiata l'industria nucleare che realizza pezzi e componenti per una centrale (anche se, nel fare ciò che la commissione ha fatto, se n'è fatta un'idea). La commissione non ha neppure tentato di arrivare a conclusioni drastiche sull'abbandono del nucleare e non ha neppure tentato un confronto tra i rischi nucleari e quelli di altre fonti.
Risulta di vitale importanza che si tenga conto di quanto si è ricavato per migliorare la sicurezza ed il rapporto si è proposto proprio questo fine: i cambiamenti che si possono e si debbono introdurre alla luce di quanto è avvenuto.
A questo punto il rapporto passa alle conclusioni raggiunte ma io preferisco andare invece alle caratteristiche di quell'impianto nucleare ed alla sequenza che ha portato all'incidente. Credo che così si capisca meglio cosa conclude la commissione.
IL REATTORE NUCLEARE TMI-2
Diamo, prima di iniziare, le caratteristiche della centrale TMI-2:
SITUAZIONE GEOGRAFICA
Comune di Dauphin County, Stato di Pennsylvania (USA)
Aeroporto civile a 4 km
Città vicine:
Middletown - 5 km - 9.000 abitanti
Harrisburg - 16 km - 68.000 abitanti
Lancaster - 25 km - 580.000 abitanti.
In un raggio di 5 Km si hanno 9700 abitanti ed 1 milione di abitanti in un raggio di 50 Km.
CARATTERISTICHE GENERALI
Architetto industriale: B et R / Gilbert
Reattore: Babcock et Wilcox (B&W)
Gruppo Turbo-Alternatore: Westinghouse
Potenza termica: 2.772 MW
Potenza elettrica lorda 959 MWe
Potenza elettrica netta 905 MWe, con un rendimento del 32,7%
Raffreddamento atmosferico a tiraggio
naturale con due torri
CRONOLOGIA
Ordinativo reattore: 3 febbraio1967
Permesso di costruzione: 4 novembre 1968
Entrata in servizio industriale prevista all'inizio nell'ottobre 1976
Prima criticità: 28 marzo1978
Entrata reale in servizio industriale: 30 dicembre 1978
CARATTERISTICHE DEL REATTORE
Temperatura d'ingresso del nocciolo: 291°C
Temperature d'uscita del nocciolo: 320°C
Pressione: 150 bar
Massa lorda degli elementi di combustibile (UO2): 82 t.
Arricchimento iniziale: 2,57%
Natura della guaina: Zircaloy 4
Tipo di reticolo: 15 x 15.
Generatori di vapore (tipo Babock): 2 (Il sistema era a doppio circuito,
con ciascun circuito dotato di due pompe ed un generatore di vapore in linea con
una minima riserva d'acqua).
Turbine
velocità di rotazione 1800 giri/minuto
temperatura di vapore ad alta pressione: 296° C
pressione di vapore ad alta pressione: 62 bar
pressione al condensatore : 85 millibar.
Edificio di contenzione: cemento armato ed acciaio.
Ed ora passiamo allo schema che è allegato al medesimo rapporto della commissione.

Figura 1
La prima cosa da notare è l'esistenza dell'edificio di contenimento che non esiste nelle centrali del tipo in uso nell'Europa dell'Est. Si capisce dal nome che tale edificio in cemento armato (in genere è la cupola che si vede nelle centrali nucleari) serve a prevenire la fuoriuscita di materiali radioattivi dal reattore in caso di malfunzionamento. Tutto ciò che è all'interno di tale edificio è la parte nucleare della centrale. A sinistra vi è un edificio ausiliario dedicato principalmente al rifornimento d'acqua del reattore, allo sfogo dei gas ed alla raccolta provvisoria di residui radioattivi mentre a destra vi è l'edificio turbine per la generazione di corrente elettrica ed il sistema che avvia l'acqua che ha già prodotto vapore al raffreddamento delle torri esterne che svettano vicino alle centrali e che mandano fuori non fumi ma vapore d'acqua.

L'edificio di contenzione di TMI-2
Occupiamoci di ciò che c'è dentro l'edificio di contenimento. Al centro dello schema è mostrato il nocciolo, dove avvengono le reazioni nucleari che possono essere regolate dalle barre di controllo. Tali reazioni producono calore che in questo tipo di centrale (PWR) va a scaldare ed a portare ad alta pressione dell'acqua che a sua volta va dentro degli scambiatori di calore (i due cilindri che affiancano il nocciolo) che producono il vapore da inviare alle turbine. Nel disegno schematico semplificato riportato nella figura seguente, dentro l'edificio di contenzione a sinistra vi è il nocciolo ed a destra un solo scambiatore di calore o generatore di vapore. Dentro il nocciolo, in rosso, vi sono le barre di combustibile nucleare (uranio arricchito) e, in nero, le barre di controllo (spesso grafite). In color viola vi è l'acqua ad alte temperatura e pressione che circola in un circuito chiuso. Quando quest'acqua arriva al generatore di vapore cede parte del suo calore e torna, aiutata da una pompa, all'interno del nocciolo. Questa funzione è indispensabile oltre che per fornire energia anche per raffreddare il nocciolo che altrimenti diventerebbe fonte di gravissimi problemi. Il generatore di vapore è invece alimentato da acqua circolante in un circuito separato da primo. Torno per un istante alla prima figura per osservare che oltre a due generatori di vapore, vi è

anche un cilindro bianco tra il generatore di destra ed il nocciolo. Tale cilindro è il pressurizzatore che svolge un ruolo fondamentale: serve a mantenere l'acqua del circuito di raffreddamento del reattore (circuito primario) ad una pressione sempre elevata e tale da non mandarla in ebollizione. Nel pressurizzatore di TMI-2 vi erano circa 23 metri cubi di acqua con circa altrettanti metri cubi di vapore sovrastanti. La pressione del vapore viene regolata scaldando o raffreddando l'acqua del pressurizzatore che, a sua volta, viene utilizzata per regolare la pressione dell'acqua di raffreddamento del reattore.
L'acqua che si trova nel generatore di vapore (circuito secondario), scaldata da quella del primario, diventa vapore ad alta pressione che è inviato per muovere le turbine che vanno a generare energia elettrica. Vediamo cosa accade dopo con la figura seguente (che corrisponde all'edificio di destra della prima figura). Il vapore va alle turbine. La prima è quella che prende il vapore ad alta pressione. Il vapore che fuoriesce da questa turbina ha ancora dell'energia che
viene utilizzata per muovere la seconda turbina. Le turbine muovono degli
alternatori che generano la corrente elettrica. Ma questa parte non
interessa ora. Il vapore è ancora ad alta temperatura (zone rosse di figura) e
deve essere raffreddato prima di essere inviato di nuovo nel generatore di
vapore mediante delle pompe. Per raffreddare si usa il sistema chiamato
condensatore che serve proprio a riportare il vapore allo stato liquido
mediante altra acqua prelevata dall'ambiente esterno (fiume, lago, mare).
L'acqua esterna che entra nel condensatore esce a temperatura elevata e
necessita di essere raffreddata prima di essere rinviata da dove era stata
prelevata ed a questo servono le torri di raffreddamento.
Risulta evidente che la parte critica di un reattore nucleare di questo tipo è
il nocciolo ed il circuito primario d'acqua ad esso connesso direttamente con le
relative pompe. Normalmente l'acqua per il reattore della
TMI-2 attraversava il sistema chiuso di tubazioni del circuito primario. L'acqua
veniva forzata in circolazione nel reattore a mezzo di quattro pompe, ciascuna
comandata da un motore elettrico da 9.000 HP. Nel reattore l'acqua preleva
calore al passaggio attorno a ciascun elemento di combustibile, per attraversare
poi tubazioni in acciaio inox da circa un metro di diametro (36 pollici),
chiamate in gergo candy canes (bastoncini di zucchero), e finire nei
generatori di vapore. L'INCIDENTE
Nei generatori di vapore ha luogo lo scambio di calore:
l'acqua ad altissima temperatura proveniente dal sistema del fluido refrigerante
scende lungo i generatori di vapore, attraversando una serie di condotte
resistenti alla corrosione. Nel frattempo viene mandata nel generatore di vapore
acqua di pressione proveniente da un altro sistema chiuso, il circuito
secondario. L'acqua del primario, che ha perduto ormai parte del suo calore,
viene ripompata nel reattore per circolare tra gli elementi del combustibile,
prelevare altro calore e ricominciare il ciclo.
In condizioni normali di esercizio, né l'acqua che raffredda
i condennsatori, né i pennacchi vaporosi che escono dalle torri di
raffreddamento, né l'acqua che circola nell'impianto idraulico di alimentazione
risultano radioattivi, al contrario, come è ovvio, dell'acqua che circola nel
sistema refrigerante, la quale è stata appunto esposta al materiale radioattivo
presente nel nocciolo.
Ogni impianto elettronucleare prevede a progetto tutta una
serie di accorgimenti per la prevenzione delle avarie. Ciascuno dei suoi
principali sistemi è dotato di un sistema automatico di supporto che subentra a
quello regolare in caso di guasto. Per esempio, in caso di avaria per perdita di
refrigerante (LOCA o Loss of coolant accident),
cioè un incidente in cui si registra perdita di fluido di refrigerazione del
reattore, il massimo incidente possibile in un reattore nucleare, entra in
funzione automaticamente l'impianto d'emergenza di raffreddamento del nocciolo
(l'ECCS o Emergency Care Cooling System), utilizzando sempre
l'attrezzatura normale della centrale per assicurare la copertura del nocciolo
con acqua di raffreddamento.
In caso di LOCA, il tipo d'avaria verificatosi alla TMI-2, un
ruolo di primo piano viene assunto da una parte dell'ECCS, cioè dalle pompe a
iniezione a pressione (HPI o High Pressure Injection), le quali sono in
grado di riversare fino a circa 4000 litri/minuto (mille galloni/minuto) nel
nocciolo per compensare la perdita d'acqua di raffreddamento che si sia
determinata per l'inceppamento in apertura di una valvola, per la lacerazione di
una condotta o per qualsiasi altro tipo di perdita. Resta il fatto che l'ECCS
può riuscire efficace soltanto se gli addetti alla centrale lo mantengono in
funzionamento al regime previsto a progetto. A Three Mile Island ciò non è
accaduto.
Alle ore 4 e 36 secondi del mattino del 28 marzo 1979, mentre il reattore era al 97% della sua potenza, suonò il primo allarme. Si era arrestata improvvisamente una pompa che portava l'acqua al generatore di vapore (in gergo un arresto improvviso di un sistema meccanico si chiama trip). Ciò comportava la mancanza di scambio di calore con il primario e quindi una brusca elevazione di temperatura del nocciolo del reattore. La mancanza di alimentazione d'acqua al secondario comportava la mancanza di produzione di vapore che a sua volta comportava l'arresto automatico delle turbine e, di conseguenza, dell'alternatore. Siamo alle 4 ore e 38 secondi.
La temperatura dell'acqua del primario che si elevava bruscamente comportò un suo aumento di volume. Conseguenza di ciò fu che il livello dell'acqua nel pressurizzatore salì a scapito di quello del vapore che risultava compresso nella parte superiore del pressurizzatore medesimo e che la pressione lì dentro salì al valore di 2255 psi(2), oltre 100 psi sopra la norma. Questo eccesso di pressione, come previsto dal progetto, fece aprire automaticamente nel pressurizzatore la valvola comandata di sicurezza (PORV o Pilot-Operated Relief Valve, indicata con il n° 10 in Figura 1) per scaricare vapore ed acqua dal circuito primario che sarebbero poi andati nel pozzo di raccolta (n° 17 di Figura 1) e quindi, mediante pompe, nel deposito esterno (n° 6 di Figura 1) all'edificio di contenzione.
Ciò non bastò perché la pressione continuò a salire. Un altro sistema automatico entrò in funzione, lo scram, quello che fa cadere nel nocciolo del reattore le barre di controllo per arrestare la reazione nucleare. Siamo alle 4 ore e 44 secondi.
Qui il rapporto dice qualcosa di contraddittorio.
Era passato sì e no un secondo dallo scram, che il calore generato dalla fissione era sceso praticamente a zero. Ciò non toglie che, come in qualsiasi reattore nucleare, il materiale radioattivo in decadimento, residuo del processo di fissione, continuasse a riscaldare il fluido refrigerante. Questo calore non era che una parte minima (appena il 6 %) di quello prodottosi in fissione, ma era ancora troppo elevato: doveva essere quindi asportato per impedire il surriscaldamento del nocciolo.
La prima frase è inutile perché l'andare avanti comunque delle reazioni nucleari, pur se in forma ridotta, è un fattore ineliminabile. Resta però la conclusione che afferma che anche un 6% di calore residuo prodotto era troppo elevato e che doveva essere asportato per impedire la cosa più temuta in un reattore nucleare, il surriscaldamento del nocciolo. Ma vi è qui qualcosa che non è stato spiegato: la potenza residua del 6% dovrebbe diminuire rapidamente al 4% dopo 30 secondi ed all'1% dopo 2 ore, ma così non è sembrato a TMI-2.
Segue qui una sequenza molto rapida di eventi in stretta connessione tra loro. Quando andarono fuori uso le pompe che normalmente inviano acqua al generatore di vapore, erano entrate automaticamente in funzione tre pompe d'alimentazione d'emergenza. Ma quattordici secondi dopo l'inizio dell'avaria (siamo alle 4 ore e 50 secondi) un addetto alla sala controllo della centrale aveva notato che le pompe d'emergenza erano entrate in funzione. Un altro guasto era però intervenuto. Le due condotte di alimentazione di emergenza erano ostruite ciascuna da una valvola che si era chiusa non si sa bene come e perché e l'acqua non poteva comunque giungere ai generatori di vapore. L'operatore non si era però accorto delle due spie luminose che segnalavano l'ostruzione al passaggio dell'acqua: una spia risultava nascosta da un cartellino giallo di manutenzione, mentre nessuno ha saputo dire come mai fosse sfuggita l'altra spia.
Siamo nella situazione di reattore bloccato con le barre di controllo calate nel nocciolo (scram) e con ancora aperta la valvola PORV. In tale situazione, considerando che nel reattore veniva prodotto ancora calore, si continuava a perdere acqua nel circuito primario. Quanto accaduto, a parte il non vedere le spie rosse accese, era tutta una conseguenza degli automatismi progettati per la centrale. A questo punto però subentrò un ulteriore problema. Quando erano passati 13 secondi dall'inizio dell'incidente (alle 4 ore e 49 secondi), con la
pressione tornata a 2205 psi, si sarebbe dovuta richiudere automaticamente la
valvola PORV. Il quadro di controllo indicava che ciò era avvenuto mediante una
spia rossa che diceva che era avvenuto il blocco della corrente che aveva fatto
aprire tale valvola. Ma la valvola si era bloccata in posizione aperta ed in
tale posizione sarebbe rimasta per ben 2 ore e 22 minuti facendo fuoriuscire
l'acqua di refrigerazione del nocciolo (in una quantità pari ad oltre 120 mila
litri in 100 minuti, oltre un terzo dell'acqua del sistema di refrigerazione)
fino al punto da dare inizio alla fusione del nocciolo (LOCA). A questo punto la
commissione afferma: Se la valvola si fosse richiusa secondo le previsioni di progetto o se
gli addetti alla sala controllo si fossero resi conto del blocco in apertura
della PORV e avessero chiuso una valvola di riserva per arginare il deflusso
del prezioso refrigerante, o se anche si fossero limitati a lasciare in
funzione le pompe d'iniezione a pressione, l'incidente di Three Mile Island
non sarebbe andato al di là di una noiosa seccatura per la Met Ed
[ovvero la Metropolitan Edison Company, proprietaria della centrale].
Non c'è dubbio. Sembra evidente che si tratta ora di
capire perché sia avvenuto l'errore umano. E qui entriamo in una ricostruzione
che va presa per quello che è. E' inutile fare illazioni meglio leggere dal
rapporto come si sono comportati gli operatori: L'onere di gestire i primi stadi, le fasi cruciali, dell'incidente di
Three Mile Island ricadeva sulle spalle di quattro uomini, William Zewe,
capoturno sia alla TMI-l sia alla TMI-2, Fred Scheimann, capoturno alla
TMI-2, Edward Frederick e Craig Faust, entrambi operatori della sala di
controllo.

Ciascuno di loro era stato addestrato alla propria mansione dalla Met Ed e
dalla Babcock & Wilcox, la società che aveva fornito il reattore e
l'impianto vapore; ciascuno di loro aveva ottenuto il certificato di
idoneità dalla Nuclear Regulatory Commission; ciascuno di loro era il
prodotto dell'addestramento ricevuto, un addestramento che non li aveva
preparati a sufficienza ad affrontare l'incidente di TMI-2. Anzi, fu proprio
il tipo di formazione ricevuta da questi uomini a determinare almeno in
parte l'escalation di un'avaria di poco conto in un incidente potenzialmente
catastrofico.
Frederick e Faust si trovavano in sala controllo quando risuonò il primo
allarme, seguito subito da una tempesta di allarmi, almeno un centinaio in
pochi minuti. Gli operatori reagirono prontamente, come era stato loro
insegnato, per far fronte all'arresto della turbina e allo scram del
reattore. Così Faust avrebbe in seguito ricordato, a beneficio
dell'inquirente, la propria reazione a quel turbinio di allarmi: «Mi venne
voglia di spaccare il quadro luminoso: non ci forniva la minima informazione
utile.» Zewe, che stava lavorando in un box di vetro alle spalle degli
operatori, allertò la sala comandi della TMI-1 sullo scram alla TMI·2 e
richiamò il suo capoturno in centrale.
Scheimann stava sorvegliando la manutenzione del filtro 7 della centrale,
uno dei dispositivi destinati ad allontanare dall'impianto d'alimentazione
idraulica i minerali in soluzione. La sua squadra si stava servendo di una
miscela d'aria e acqua per sciogliere la resina che aveva intasato una
condotta. Una successiva indagine avrebbe rivelato che, a causa di una
valvola difettosa in uno dei filtri, c'era una perdita d'acqua continua in
direzione del sistema pneumatico che comanda la chiusura e l'apertura delle
valvole dei filtri: questa potrebbe essere la spiegazione dell'improvvisa
chiusura di queste valvole subito prima dell'incidente. Forse era stato
proprio questo inconveniente a dare il via al trip delle pompe che sta
all'origine dei fatti. Alla TMI-2 il problema delle perdite d'acqua nel
sistema di comando delle valvole dei filtri si era verificato in precedenza
almeno altre due volte. Se la Met Ed si fosse preoccupata di riparare
tempestivamente il guasto, è probabile che la successione dei fatti del 28
marzo non sarebbe neppure cominciata.
Bloccatasi in apertura la PORV e con il calore che veniva asportato dai
generatori di vapore, calarono di colpo la temperatura e la pressione
dell'impianto del refrigerante, mentre nel recipiente in pressione calava il
livello d'acqua. A tredici secondi dall'inizio dell'incidente, gli operatori
misero in funzione una pompa per alimentare d'acqua il sistema, in quanto
l'acqua già in circolazione andava perdendo volume per raffreddamento,
rendendo così necessario il rabbocco. Al quarantottesimo secondo, mentre la
pressione continuava a calare, il livello d'acqua nel pressurizzatore
riprese a salire: a questo punto, infatti, il sistema stava ricevendo dalle
pompe di riserva una quantità d'acqua superiore a quella che andava perduta
attraverso la PORV.
A un minuto e quarantacinque secondi dall'inizio dell'incidente i generatori
di vapore, essendo bloccate le condotte che li caricavano d'acqua, si
prosciugarono totalmente per ebollizione. A questo punto il refrigerante del
reattore riprese temperatura, tornando a dilatarsi e contribuendo
all'ulteriore innalzamento del livello d'acqua nel pressurizzatore.
Allo scadere del secondo minuto, con il livello del pressurizzatore in
continua risalita, si ebbe una precipitosa perdita di carico nel sistema del
refrigerante: automaticamente due grosse pompe cominciarono a riversare nel
sistema circa 4000 litri d'acqua al minuto. Queste pompe, dette di iniezione
a pressione (HPI), fanno parte del sistema d'emergenza di raffreddamento del
nocciolo. Il livello dell'acqua nel pressurizzatore continuava a salire e
gli operatori, condizionati a mantenere un dato livello nel serbatoio,
interpretarono il fatto come segno di un'abbondante riserva d'acqua in
circolazione. In realtà si trattava di un calo di pressione dell'acqua
refrigerante, mentre la sua temperatura andava assumendo un valore costante.
Circa due minuti e mezzo dopo l'entrata in funzione delle pompe HPI, il
Frederick ne escluse una, riducendo nel contempo nell'altra la portata a
meno di 400 litri/minuto. La perdita di carico, accompagnata da un andamento
costante della temperatura del refrigerante dopo l'entrata in funzione delle
pompe HPI, avrebbero dovuto far capire chiaramente agli addetti che la
centrale TMI-2 era entrata in avaria LOCA e che ogni buona norma di
sicurezza imponeva il mantenimento dell'iniezione a pressione. In seguito,
testimoniando davanti alla Commissione d'inchiesta, il Frederick ebbe a
dire: «Il rapido aumento di livello nel pressurizzatore all'inizio
dell'incidente mi portò a ritenere che fosse eccessiva l'iniezione a
pressione e che stavamo rischiando di andare in "sistema compatto".»
Quando si parla di «sistema compatto», si intende dire che l'intero
reattore, con il suo sistema di raffreddamento, pressurizzatore compreso, si
riempie totalmente d'acqua. Agli operatori era stato insegnato a evitare a
tutti i costi questo fenomeno patologico, a causa del quale sarebbe stato
infinitamente più difficile regolare la pressione nell'impianto del
refrigerante, con gravi danni per l'intero sistema. Gli operatori si
adeguarono appunto a questo discorso, dimenticandosi per oltre quattro ore
di una minaccia ben più grave: lo scoprimento del nocciolo a seguito di
un'eccessiva perdita di acqua.
Il punto di saturazione fu raggiunto al quinto minuto e mezzo
dell'incidente: nell'impianto del refrigerante cominciarono a formarsi bolle
di vapore, con conseguente dislocazione dell'acqua refrigerante nello stesso
reattore. L'acqua così spostata si trasferì nel pressurizzatore, facendone
ulteriormente aumentare il livello, circostanza che convinse sempre più i
tecnici che nel sistema la riserva d'acqua fosse più che sufficiente. Non si
erano resi conto, insomma, che in effetti, all'interno del reattore, l'acqua
era in continua evaporazione: essendo la quantità di fluido allontanata dal
sistema superiore a quella in entrata, il nocciolo cominciava a scoprirsi.
Gli operatori, invece, cominciarono a scaricare l'acqua di raffreddamento
attraverso il cosiddetto sistema 1et-down, cioè di allontanamento del
fluido.
All'ottavo minuto ci fu qualcuno (non è stato possibile accertare chi) che
si accorse che ai generatori di vapore non arrivava più acqua. L'operatore
Faust andò a controllare una per una le spie luminose che, sull'apposito
pannello, dicono se le valvole d'alimentazione d'emergenza sono aperte o
chiuse. Verificò prima di tutto una serie di valvole destinate ad aprirsi
non appena le pompe abbiano raggiunto il pieno regime: erano aperte. Poi
andò a guardare una seconda coppia di valvole dell'alimentazione idraulica
d'emergenza, le cosiddette «valvole dodici», normalmente aperte tranne il
caso di un particolare test che si effettua di tanto in tanto sulle pompe di
riserva. Le due «valvole dodici» erano chiuse. Faust ne azionò l'apertura e
l'acqua rifluì nei generatori di vapore.
Che le due «valvole dodici» fossero chiuse due giorni prima, il 26 marzo,
era cosa nota, giacché a quella data era stato effettuato il test di
manutenzione previsto. L'inchiesta della nostra commissione non è però
riuscita ad appurare perché mai all'ottavo minuto dell'incidente tali
valvole fossero di fatto chiuse. Ecco le spiegazioni più verosimili: finito
il collaudo del 26 marzo, non erano state riaperte oppure erano state
riaperte, ma i tecnici della sala di controllo le avevano richiuse per
errore al primo insorgere dell'avaria, oppure erano state chiuse, sempre per
errore, da punti di comando esterni alla sala controllo successivamente al
test del 26, ma prima dell'avaria del 28. La perdita dell'acqua d'emergenza
per la durata di otto minuti non poteva avere ripercussioni di rilievo
sull'esito dell'incidente, ma la cosa importante è che questo inconveniente
contribuì non poco alla confusione che tolse agli operatori la serenità
necessaria a interpretare correttamente la causa del problema primario.
Per almeno due ore dall'insorgere dell'avaria gli operatori ignorarono o non
compresero la portata di diverse circostanze che avrebbero dovuto avvertirli
come si fosse in presenza di una PORV bloccata in apertura e di un'avaria
per perdita di refrigerante. Un dato era quello delle temperature elevate
nella tubazione di scarico che, attraverso la PORV, versava nel serbatoio di
smaltimento del refrigerante. Una procedura d'emergenza stabilisce che una
temperatura di 200 gradi °F(3) (93 °C) in tubazione
denuncia una PORV aperta; un'altra prevede la chiusura della valvola di
blocco a valle della PORV non appena si registri una temperatura di 130
gradi °F (54 °C) sulla tubazione di scarico. I tecnici addetti hanno invece
dichiarato all'inquirente che già normalmente, a causa di lievi perdite alla
PORV o a qualche altra valvola, si registravano temperature di tubazione
piuttosto elevate. «Consultando i registri dopo l'incidente» ha dichiarato
Zewe alla Commissione d'inchiesta, «ho visto circa 198 gradi (92 °C), però
mi ricordo anche di casi precedenti ... , un po' più su di 200 gradi (93
°C).» È per questo che sia Zewe sia la sua nuova squadra trascurarono il
significato dei valori di temperatura, valori che, secondo quanto ricorda
Zewe, dovevano essere intorno ai 230 gradi °F (110 °C). I dati registrati
indicano una punta massima di 285 gradi °F (140 °C). Alla commissione Zewe
ha dichiarato di aver interpretato come calore residuo le alte temperature
nella condotta di scarico: « ... sapendo che la valvola di sicurezza si era
sollevata, prevedevo una forte temperatura allo scarico e sapevo che ci
sarebbe voluto un po' di tempo prima che la tubazione tornasse al valore
prestabilito di 200 gradi (93 °C).»
Alle ore 4 e 11 minuti del mattino, un avvisatore acustico segnalò acqua
alta nel pozzo di raccolta dell'edificio di contenimento, segno evidente di
perdita o di avaria nel sistema. L'acqua, mista a vapore, era fuoriuscita
dalla PORV rimasta aperta, precipitando prima nel serbatoio di scarico sul
pavimento dell'edificio di contenimento e poi colmando il serbatoio stesso e
finendo per affluire nel pozzo di raccolta. Alle 4 e 15, all'aumentare della
pressione nel serbatoio, saltò un disco a rottura prestabilita presente sul
serbatoio di scarico, fatto che accrebbe leggermente la quantità di acqua
radioattiva che si versava sul pavimento e nel pozzo di raccolta; di qui una
pompa prelevava il fluido per trasferirlo in un apposito serbatoio ubicato
nell'adiacente edificio ausiliario (vedi Figura 1).
Cinque minuti dopo, alle ore 4 e 20, gli strumenti che misurano i neutroni
all'interno del nocciolo denunciarono un conteggio superiore al normale,
altro segno (tuttavia ignorato dagli operatori) che nel nocciolo si andavano
formando bolle di vapore che espellevano l'acqua di raffreddamento dal
gruppo degli elementi di combustibile. Intanto, a causa del calore e del
vapore che sfuggivano attraverso la PORV e il collettore di scarico, la
temperatura e la pressione all'interno dell'edificio di contenimento erano
salite rapidamente. Allora i tecnici misero in funzione le apparecchiature
di raffreddamento e di aerazione all'interno dell'edificio stesso: il fatto
che non si fossero resi conto che la situazione in atto fosse dovuta a
un'avaria LOCA rivela una gravissima lacuna nel tipo di addestramento
tecnico ricevuto.
Più o meno in quei momenti Edward Frederick prese una chiamata dall'edificio
ausiliario: qualcuno lo avvertiva che nel collettore di scarico
dell'edificio di contenimento, secondo i dati della strumentazione, l'acqua
aveva superato i due metri. Frederick interrogò il computer della sala
comandi e ricevette la medesima risposta, fatto che l'indusse a consigliare
l'esclusione delle due pompe di smaltimento che prelevavano acqua dal pozzo
di scarico nell'edificio di contenimento: poiché non sapeva di dove venisse
quell'acqua, voleva evitare che acqua di origine ignota, magari radioattiva,
abbandonasse l'edificio di contenimento. Entrambe le pompe di smaltimento
furono arrestate alle 4 e 39, ma ormai nell'edificio ausiliario si erano già
riversati non meno di 30.000 litri di acqua lievemente radioattiva. Erano
passati soltanto 39 minuti dall'inizio dell'incidente.
George Kunder, sovraintendente al supporto tecnico della TMI-2, convocato
per telefono, si presentò in centrale verso le 4 e 45. Quel giorno era lui
il dirigente di servizio e a lui era stato detto che la TMI-2 aveva subito
un blocco per arresto della turbina e scram del reattore: arrivato però sul
posto, non trovò quel che si aspettava. Avrebbe dichiarato poi alla
Commissione "Secondo me ci trovavamo in presenza di una situazione insolita,
perché personalmente non avevo mai visto un innalzamento rapido del livello
del pressurizzatore e, contemporaneamente, la diminuzione della pressione.
C'era sempre stato buon accordo tra i due parametri.» L'opinione di Kunder
era condivisa dai tecnici della sala controllo, i quali avrebbero definito
in seguito l'episodio come una concomitanza di fatalità di cui mai avevano
avuto esperienza, sia nella manovra effettiva della centrale sia in
addestramento al simulatore.
Poco dopo le cinque del mattino, le quattro pompe del refrigerante del
reattore entrarono in paurosa vibrazione, semplicemente perché, insieme
all'acqua, stavano pompando vapore, ulteriore sintomo, se ce ne fosse stato
bisogno, del rapido passaggio a vapore per ebollizione dell'acqua del
reattore. Gli operatori temevano che lo scuotimento violento potesse
danneggiare o le pompe (che mandano l'acqua in circolazione forzata nel
nocciolo) o le condotte del refrigerante.
Zewe e i suoi tecnici si attennero alle manovre apprese in addestramento:
alle 5 e 14 due delle quattro pompe furono spente. Ventisette minuti dopo
gli operatori esclusero le altre due pompe, interrompendo così la
circolazione forzata nel nocciolo.
Intorno alle sei del mattino era ormai chiaro che almeno una parte delle
incamiciature degli elementi di combustibile si stava lacerando sotto la
spinta delle forti pressioni interne, consentendo così il versamento nel
fluido refrigerante di almeno una parte dei gas radioattivi che si andavano
accumulando all'interno degli elementi. Il primo allarme giunse dai
rivelatori di radioattività all'interno dell'edificio di contenimento. Con
l'incessante fuoriuscita di refrigerante dalla PORV bloccata in apertura, e
a causa della scarsezza d'alimentazione d'acqua, la parte superiore del
nocciolo cominciò a scoprirsi, raggiungendo la temperatura alla quale la
lega di zirconio del rivestimento degli elementi di combustibile comincia a
reagire con il vapore per dare idrogeno. Nella circostanza, parte di quest'idrogeno
sfogò nell'edificio di contenimento attraverso la PORV aperta e il serbatoio
di scarico e un'altra parte rimase all'interno del reattore. Fu questo
idrogeno (e forse altro idrogeno formatosi nel corso di quella giornata) a
provocare l'esplosione verificatasi nella struttura di contenimento il
pomeriggio di mercoledì e a creare la bolla gassosa che doveva destare tanta
preoccupazione alcuni giorni dopo.
Intanto la sala di controllo della TMI-2 si stava affollando di altri
dirigenti TMI, tra i quali Richard Dubiel, il fisico responsabile della
protezione e della chimica delle radiazioni, Joseph Logan, sovraintendente
della TMI-2 e Michael Ross, responsabile delle operazioni per la TMI-1.
Poco dopo le ore sei del mattino George Kunder partecipava a una conferenza
in simultanea telefonica con le seguenti persone: John Herbein, direttore
della centrale della Met Ed per la generazione di energia elettrica; Gary
Miller, dirigente di stazione per la TMI e massimo dirigente Met Ed presso
la centrale nucleare; Leland Rogers, rappresentante di cantiere della
Babcock and Wilcox presso la TMI. I quattro discussero della situazione alla
centrale. Nel corso della sua deposizione Rogers ha ricordato un importante
quesito da lui posto nel corso della conferenza telefonica: aveva domandato
se la valvola di blocco interposta tra il pressurizzatore e la PORV (una
valvola d'emergenza - vedi n° 11 in Figura 1 - che si poteva chiudere in
caso di mancata chiusura della PORV) fosse stata appunto chiusa.
Domanda: Quale fu la risposta?
Rogers: L'immediata risposta di George è stata «Non lo so» e siccome aveva
qualcuno in appoggio al capoturno in sala controllo, mandò a sentire se la
valvola di blocco era stata chiusa.
Domanda: Lei gli sentì impartire queste istruzioni?
Rogers: Sì, e poco dopo sentii la risposta data da un'altra persona a George,
che diceva: «Sì, la valvola di blocco è stata chiusa ... »
I tecnici avevano chiuso la valvola di blocco alle ore 6 e venti due minuti,
due ore e ventidue minuti dopo l'inceppamento della PORV in apertura.
Resta sempre, però, da vedere se fosse Rogers o qualcun altro responsabile
della chiusura della valvola. Edward Frederick ha testimoniato che la
valvola era stata chiusa dietro suggerimento di un capoturno della
successiva guardia entrante, ma lo stesso Frederick ha aggiunto che la
valvola venne chiusa perché né lui né i suoi colleghi erano riusciti ad
escogitare un altro modo per riportare sotto controllo il reattore.
Comunque sia, la perdita di refrigerante fu arrestata e la pressione
cominciò a salire, ma l'avaria perdurava. Adesso, a carte viste, sappiamo
che alle 6 e 15 l'acqua del reattore era discesa al di sotto del livello di
colmo del nocciolo. Eppure, per motivi inesplicabili, doveva passare quasi
un'altra ora prima che si desse il via all'iniezione ad alta pressione per
compensare l'acqua sfogata attraverso la PORV e l'impianto di
alleggerimento; e a questo punto Kunder, Dubiel e colleghi avrebbero dovuto
già capire di trovarsi alle prese con una gravissima emergenza che
coinvolgeva l'intera centrale.
Nel corso delle due ore successive all'arresto della turbina spie e
avvisatori avevano segnalato la presenza di radiazioni a basso livello
all'interno dell'edificio di contenimento comunque deserto. A partire dalle
ore 6 i valori di radioattività cominciarono a salire rapidamente. Verso le
6 e 30 un tecnico delle radiazioni, servendosi di un contatore portatile,
cominciò a ispezionare l'edificio ausiliario, operazione che richiese circa
venti minuti e al termine della quale fu denunciato un rapido aumento di
radioattività, anche di un rem/ora(4). Intanto sia i
monitor della schermatura sia quelli dell'edificio ausiliario segnalavano
radioattività in aumento. Alle 6 e 48 minuti diversi punti della centrale
erano già colpiti da forti livelli di radioattività, mentre a questo punto,
secondo le prove esaminate, erano allo scoperto non meno di due terzi del
settore superiore del nocciolo (rispetto a un'altezza complessiva di circa
quattro metri). Analisi e calcoli effettuati dopo l'incidente hanno rivelato
l'esistenza sul nocciolo, durante il tempo di massimo scoperto, di
temperature che andavano dai 3.500 ai 4.000 gradi °F (dai1900 ai 2100 °C).
Alle ore 6 e 54 i tecnici riaprirono una delle pompe del refrigerante del
reattore; ma furono costretti a escluderla nuovamente dopo diciannove minuti
a causa delle intense vibrazioni. Intanto aumentavano le segnalazioni
strumentali della radioattività. Poco prima delle sette del mattino, Kunder
e Zewe dichiararono l'emergenza parziale (localizzata), misura prevista dal
piano d'emergenza della TMI qualora un qualsiasi evento minacci
«la fuga incontrollata di materiale
radioattivo verso le immediate vicinanze» della centrale.
Gary Miller, dirigente di stazione di TMI, si portò in sala comandi della
TMI-2 qualche minuto dopo le sette, cioè quando in tutta la centrale i
livelli di radioattività erano in rapida ascesa. Miller aveva saputo quasi
subito dell'arresto improvviso della turbina e dello scram del reattore, ma
aveva dovuto sostenere diverse conversazioni telefoniche con il personale di
centrale, compresa la conferenza in simultanea delle ore 6. Una volta giunto
a Three Mile Island, Miller trovò la centrale già in emergenza parziale.
Assunse immediatamente il comando in qualità di direttore dell'emergenza,
costituendo una équipe di dirigenti tecnici che lo aiutassero a riportare
l'avaria sotto controllo e ad attuare il piano d'emergenza previsto per la
TMI-2.'9
Miller incaricò Michael Ross di dirigere l'attività dei tecnici in sala
comando; Richard Dubiel assunse la direzione delle attività antiradiazione,
compreso il monitoraggio dentro e fuori la centrale. ]oseph Logan fu
incaricato di assicurare il rispetto più rigoroso dell'insieme di procedure
e di piani in previsione d'emergenza. George Kunder si occupò del supporto
tecnico e delle comunicazioni. Daniel Shovlin, sovraintendente ai servizi
generali di TMI, si mise alla direzione della manutenzione d'emergenza.
Leland Rogers, funzionario della B&W, fu invitato a fornire consulenza
tecnica e ad assicurare i collegamenti con la sede della sua società. Miller
affidò inoltre a James Seelinger, sovraintendente della TMI-1, l'incarico di
dirigere il centro di comando d'emergenza costituito presso la sala
controllo, della centrale sorella. In base al piano di emergenza di TMI,
infatti, è previsto che la sala controllo dell'unità non coinvolta
nell'incidente divenga il posto di comando d'emergenza: il 28 marzo la TMI-1
aveva in corso le operazioni di rifornimento di combustibile, ma era pronta
a rientrare in funzione(5).
Il personale, intanto, stava già attuando il piano previsto, dopo aver
comunicato alle autorità statali la dichiarazione di emergenza parziale. La
Pennsylvania Emergency Management Agency (PEMA) fu invitata ad avvertire il
Bureau of Radiation Protection (BRP), facente parte del dicastero per le
risorse ambientali dello stato di Pennsylvania. Il Bureau telefonò a sua
volta a Kevin Molloy, responsabile dell'Ufficio per la protezione civile
della contea di Dauphin, il territorio amministrativo comprendente le
municipalità di Harrisburg e di Three Mile Island, mentre venivano avvisate
anche le contee confinanti e la polizia di stato.

La vista delle centrali dalla cittadina di Harrisburg
Dal canto suo la Met Ed allertò, presso il Laboratorio nazionale di
Brookhaven, l'ufficio per i piani di assistenza antiradiazioni del
Dipartimento federale dell'energia. Ci volle invece più tempo per comunicare
con King of Prussia, Pennsylvania, sede della Regione I della
Commissione per la normativa nucleare (NRC): la prima telefonata fu ricevuta
da una segreteria telefonica, attraverso la quale si tentò di raggiungere
nei rispettivi domicili il dirigente di servizio della NRC e il vice
direttore regionale i quali erano però già in viaggio per recarsi al lavoro.
Quando finalmente la NRC venne a sapere dell'incidente (cioè alle 7 e 45,
orario di apertura della sede regionale), Miller aveva già disposto
l'escalation dell'emergenza parziale in emergenza generale. Poco dopo le ore
7 e 15 del mattino il personale d'emergenza dovette evacuare l'edificio
ausiliario della TMI-2. William Dornsife, ingegnere nucleare del BRP, era in
quel momento al telefono con la sala di controllo della centrale nucleare.
Attraverso il ricevitore udì gli altoparlanti impartire l'ordine di
evacuazione. Durante la deposizione Dornsife ha ricordato: «Mi dissi:
"Adesso sì, che ci siamo.»"
Alle ore 7 e 20 un allarme segnalò che il monitor di cupola alla sommità
dell'edificio di contenimento indicava 8 rem all'ora di emissioni
radioattive. Il monitor è protetto da una schermatura in piombo destinata a
ridurre di cento volte la radioattività che raggiunge il monitor stesso: fu
così che coloro che si trovavano in sala controllo interpretarono il segnale
monitor nel senso che in quel momento la radioattività esistente
nell'edificio di contenimento aveva raggiunto gli 800 rem/ora. Quasi
contemporaneamente i tecnici si erano finalmente decisi a mettere in azione
le pompe di iniezione ad alta pressione, tornando ad alimentare d'acqua il
reattore, ma questo intenso afflusso fu mantenuto soltanto per diciotto
minuti. Intanto risuonarono in sala controllo altri avvisatori di
radiazioni. Ecco perché alle 7 e 24 Gary Miller aveva dichiarato l'emergenza
generale. A Three Mile Island l'emergenza generale è per definizione «un
incidente che presenta l'eventualità di gravi conseguenze radiologiche a
carico dell'incolumità e della sicurezza della popolazione».
Le centrali TMI ed i centri abitati interessati alla sicurezza
A norma del piano d'emergenza di TMI, le autorità dello stato dovettero
essere nuovamente avvertite, mentre su tutta l'isola e sulla battigia
venivano inviate le squadre di rilevazione della radioattività. La prima
squadra, designata Alfa e composta di due tecnici, fu spedita sul versante
occidentale dell'isola, in quel momento sottovento. Una squadra di altri due
uomini, la squadra Charlie, puntò su Goldsboro, un comune di circa seicento
abitanti sulla sponda occidentale del Susquehanna, cioè al di là del fiume
rispetto a Three Mile Island. Nel frattempo la squadra inviata nell'edificio
ausiliario riferiva aumenti di livello radioattivo e parziale allagamento
degli scantinati. Alle ore 7 e 48 la squadra Alfa comunicò che i livelli di
radioattività rilevati lungo la riva occidentale dell'isola risultavano
inferiori a un millirem l'ora. Qualche minuto dopo un'altra squadra di
rilevazione riferì valori analoghi sia al capo settentrionale dell'isola sia
lungo la statale 441, che corre parallela alla sponda orientale del
Susqueehanna.
A circa quattro ore di distanza dall'inizio dell'avaria l'edificio di
contenimento andò automaticamente in isolamento a tenuta. L'isolamento è
destinato a impedire la diffusione nell'ambiente esterno di materiale
radioattivo eventualmente liberato a seguito di incidente. Quando però si
parla di isolamento a tenuta, non si intende l'esclusione totale
dell'edificio: tra l'edificio di contenimento e l'edificio ausiliario
corrono le tubazioni che trasportano il refrigerante, tubazioni che si
chiudono automaticamente all'atto dell'isolamento, ma che possono essere
riaperte dagli operatori. Ciò si è verificato appunto alla TMI-2,
consentendo il moto di acqua radioattiva nelle condotte anche in regime di
isolamento. Per lievi perdite lungo le condotte, parte del materiale
radioattivo finì nell'edificio ausiliario e, di qui, nell'atmosfera esterna.
Nel settembre 1975 la NRC aveva istituito il suo Piano di revisione standard
che comprendeva anche nuovi criteri di isolamento. Erano previste tre
condizioni (aumento di pressione, livelli crescenti di radioattività e
attivazione dell'impianto di raffreddamento d'emergenza): al verificarsi
contemporaneo di almeno due delle tre condizioni, era previsto l'isolamento
dell'edificio di contenimento. La norma non andava però applicata alle
centrali elettronucleari che già avessero ottenuto la licenza di
costruzione. Nel caso della TMI-2, che pure era in attesa di ricevere
l'autorizzazione all'esercizio, valeva ovviamente l'esenzione, poiché i
lavori di montaggio erano da tempo ultimati.
Secondo le previsioni a progetto l'isolamento per la TMI-2 doveva scattare
soltanto allorquando la pressione all'interno dell'edificio di contenimento
avesse raggiunto un certo valore, nominalmente fissato in 4 psi, mentre
l'emissione radioattiva di per sé, indipendentemente dall'intensità, non
sarebbe stata motivo né di entrata in isolamento né di attivazione del
sistema di raffreddamento d'emergenza. Come abbiamo visto, benché fin dai
primi momenti dell'avaria forti quantitativi di vapore fossero entrati
nell'edificio di contenimento attraverso la PORV bloccata in apertura, gli
operatori erano riusciti a mantenere basso il carico, ricorrendo
all'impianto di raffreddamento e di aerazione. Comunque anche il mancato
isolamento tempestivo non ebbe molta importanza nel corso dell'incidente:
anche dopo l'isolamento si verificò sempre una certa fuga di materiale
radioattivo verso l'atmosfera a causa delle perdite delle condotte di
alleggerimento che continuavano a inviare acqua radioattiva dall'edificio di
contenimento a quello ausiliario.
Alle ore 8 e 26 gli addetti tornarono a mettere in funzione le pompe di
iniezione a pressione dell'ECCS, conservando una portata relativamente alta.
In quel momento il nucleo era ancora scoperto: a quanto risulta dalle
testimonianze raccolte, si doveva attendere fino alle 10 e 30 prima che
l'intervento delle pompe HPI consentisse il ricoprimento del nocciolo.
Alle 7 e 50 i funzionari della Prima Regione NRC erano riusciti a stabilire
il contatto telefonico diretto con la sala comandi della centrale. Dieci
minuti dopo la Regione I attivò il proprio Centro antinfortunio di King of
Prussia, allacciò una linea telefonica diretta con il centro comando
d'emergenza nella sala controllo della TMI -1 e avvertì la sede tecnica
della NRC a Bethesda, Maryland. I dirigenti di regione raccolsero quanti più
dati fosse possibile ottenere e li trasmisero alla sede della NRC, la quale
mise in azione il proprio Centro antinfortunio. La Regione I inviò poi due
squadre di ispettori a Three Mile Island: la prima si mosse circa alle nove
meno un quarto, la seconda alcuni minuti dopo.
Verso le ore otto Gary Miller aveva perfettamente capito che il reattore
della TMI-2 aveva subito un danno agli elementi di combustibile: glielo
dicevano i livelli di radioattività. Eppure egli avrebbe dichiarato agli
inquirenti: « ... non penso che in quel momento fossi intimamente sicuro che
il nocciolo fosse rimasto totalmente o parzialmente scoperto.»·
Nella zona circostante la centrale i valori di radioattività rilevati si
mantenevano bassi: la squadra di rilevamento Charlie riferiva addirittura
mancanza di valori rilevabili in località Goldsboro. Il dato era
incoraggiante: verso le 8 e 30 Miller e diversi suoi collaboratori giunsero
alla conclusione che il piano d'emergenza veniva attuato a dovere.
Con il notiziario delle ore 8 e 25 la WKBO, un'emittente locale di musica
«Top 40», lanciò la notizia-bomba. Il redattore che si interessa alla
viabilità, soprannominato Captain Dave, si serve per il suo lavoro di
un'autovettura dotata di ricetrasmittente CB. Quel giorno verso le otto
intercettò i messaggi di mobilitazione della polizia e dei vigili del fuoco
della zona di Middletown e ne riferì alla propria stazione radio. Mike
Pintek, redattore dei notiziari WKBO, telefonò a Three Mile Island e chiese
di parlare con un dirigente delle pubbliche relazioni. Gli passarono invece
la sala controllo e una voce gli disse: «In questo momento non posso dirle
niente, abbiamo un problema.» La persona in questione smentì «che vi fossero
autopompe dei vigili del fuoco» e consigliò a Pintek di telefonare alla sede
della Met Ed a Reading in Pennsylvania.
Pintek seguì il consiglio e alla fine raggiunse Blaine Fabian, responsabile
dei servizi di comunicazione della Met Ed. Così Pintek riferì, in un
colloquio con il personale tecnico della commissione inquirente, quello che
avvenne in quella circostanza:
«Viene Fabian al telefono e mi dice che c'è uno stato d'emergenza generale.
E che diavolo sarebbe? Dice che un'emergenza generale è un provvedimento
amministrativo che la NRC richiede qualora si verifichino certe circostanze.
Quali circostanze? "C'è stato un inconveniente a una pompa d'acqua. La
centrale è chiusa. Ci stiamo lavorando. Nessun pericolo all'esterno. Nessun
pericolo per la popolazione." Così andò in onda il servizio alle 8,25. Io ho
cercato di minimizzare la notizia per non allarmare gli ascoltatori.»
Alle 9 e sei secondi l'Associated Press passò il suo primo servizio sui
fatti, un breve comunicato per telescrivente alle redazioni dei giornali e
delle reti radiotelevisive di tutti gli Stati Uniti. Nell'articolo si citava
la polizia dello stato di Pennsylvania, secondo cui era stata dichiarata
l'emergenza generale, «non esistevano fughe radioattive» e la direzione
della Met Ed aveva chiesto un elicottero della polizia di stato «per
trasportare una squadra di rilevazione». Il «pezzo» si limitava a sei frasi
in quattro paragrafi, ma era sufficiente a destare interesse nei giornalisti
per quella che sarebbe stata una delle più grosse «bombe» del 1979.
Molti pubblici funzionari appresero dell'incidente, non dalle autorità dello
stato, non dal personale della difesa civile, bensì dagli organi
radiotelevisivi e di stampa. Fu il caso, per esempio, di Paul Doutrich,
sindaco di Harrisburg, al quale la cosa bruciava ancora sette settimane più
tardi, in occasione della deposizione da lui resa in Commissione. Era venuto
a sapere del fatto da una telefonata che gli era arrivata verso le 9 e 15 da
una stazione radio di Baston. «Mi chiesero che cosa stessimo facendo per
l'allarme nucleare» ha ricordato Doutrich. «La mia risposta fu: "Che allarme
nucleare?" Mi dissero: "Ma come, a Three Mile Island!". Io risposi: "Non ne
so niente: in quella località abbiamo una centrale nucleare, ma io non so di
nessun problema." Così ho dovuto saperlo da altri, da una radio di Boston.»
Alle nove e un quarto la NRC annunciò i fatti di Three Mile Island alla Casa
Bianca. Sette minuti dopo furono accertati livelli minimi di iodio-131,
isotopo radioattivo, in un campione d'aria prelevato a Goldsboro. Questo
dato in particolare doveva rilevarsi erroneo, poiché una successiva analisi
dello stesso campione, eseguita a sensibilità maggiore, non mostrò traccia
di iodio-131. Alle 9 e 30 John Herbein, direttore centrale della Met Ed per
la produzione di elettricità ricevette dal direttore generale della società,
Walter Creitz, l'ordine di recarsi da Filadelfia, a Three Mile Island. Alle
dieci e cinque giunse a Three Mile Island il primo contingente di dirigenti
regionali della NRC (Prima Regione).
Nei giorni che seguirono sarebbe stata la NRC a determinare l'atteggiamento
dell'opinione pubblica nei confronti del caso di Three Mile Island, ma quel
primo giorno l'équipe della NRC era composta di soli cinque ispettori della
Regione I guidati da Charles Gallina. La situazione della centrale TMI-2
venne loro riepilogata brevemente in sala comandi TMI-1, dopo di che Gallina
distaccò due ispettori alla sala comandi TMI-2, inviandone altri due a
compiere ri1evazioni di radioattività all'esterno, mentre lui restava nella
sala comandi della TMI-1 per coordinare le notizie e trasmetterle via via
sia alla sede regionale sia a quella centrale della NRC.
Mentre l'équipe della NRC veniva relazionata sui fatti, i monitor avevano
preso a segnalare che i livelli di radioattività in sala controllo della
TMI-2 superavano i livelli considerati accettabili dalle norme NRC. Gli
addetti dovettero indossare maschere dotate di filtri di protezione contro
le particelle radioattive in sospensione aerea, circostanza che rese ancor
più difficili le comunicazioni tra coloro che gestivano l'incidente.
Alle undici precise tutto il personale non indispensabile ricevette l'ordine
di abbandonare l'isola. Alla medesima ora sia il BRP della Pennsylvania, sia
la NRC chiesero al Dipartimento dell'energia di inviare una squadra del
laboratorio nazionale di Brookhaven per coadiuvare gli sforzi di rilevazione
della radioattività nell'ambiente esterno.
Sempre intorno a quell'ora il sindaco di Middletown, Robert Reid, nel corso
di una telefonata da lui fatta alla sede di Reading della Met Ed, ricevette
l'assicurazione, riferita poi in sede d'inchiesta, che non vi erano fughe di
materiale radioattivo e che nessuno aveva ricevuto lesioni di sorta.
«Mi sentii rilassato e tranquillo e mi dissi: "Non c'è problema". Venti
secondi dopo uscivo dall'ufficio, salivo in macchina e accendevo la radio.
Per radio seppi dalla voce dell'annunciatore che si era verificata
un'emissione di particelle radioattive. Allora mi dissi: "Ma insomma, che
cosa sta succedendo?" Alle ore sedici di quello stesso giorno lo stesso
portavoce della Met Ed mi telefonò a casa per dirmi:
"Sindaco Reid, mi consenta di aggiornare la conversazione che abbiamo 'avuta
stamattina alle undici." Gli dissi: "Non mi dirà mica che c'è stata una fuga
di particelle [radioattive]?" "Sì." E io: "L'ho saputo venti secondi dopo
aver parlato con lei al telefono.»
Per gran parte della mattinata il vice governatore della Pennsylvania,
William Scranton III concentrò tutta la propria attenzione sul caso di Three
Mile Island: tra le altre sue incombenze c'è anche la disciplina delle
funzioni di difesa civile dello stato. Per quella mattina aveva in agenda
una conferenza stampa sulla conservazione dell'energia, ma quando si trovò a
Harrisburg davanti ai giornalisti, l'argomento della conferenza era
diventato l'incidente alla TMI-2. Nel breve comunicato d'apertura egli si
espresse così:
«La Metropolitan Edison ci ha informati di un incidente all'Unità 2 di Three
Mile Island. La situazione è sotto controllo. Non c'è e non c'è mai stato
pericolo alcuno per l'incolumità pubblica ... Si è avuta una trascurabile
emissione di radiazioni nell'ambiente. Tutte le apparecchiature di sicurezza
hanno funzionato a dovere. La Metropolitan Edison sta costantemente
analizzando l'atmosfera in prossimità della centrale fin dai primi segni
d'avaria. Non risulta alcun aumento dei normali livelli di radioattività ...
»
Durante lo scambio di domande e risposte con i giornalisti William Dornsife
del BRP statale, il quale era presente su invito di Scranton, ebbe invece a
dichiarare che il personale della Met Ed aveva «individuato una lieve
quantità di iodio radioattivo ... » Dornsife aveva saputo del valore di
iodio (che poi doveva rivelarsi errato) pochi attimi prima della conferenza
stampa e non aveva quindi avuto il tempo di avvertire Scranton. Dornsife
escluse qualsiasi minaccia sanitaria in relazione con la fuoriuscita di
iodio radioattivo di cui si aveva avuta notizia da Goldsboro.
La conferenza stampa era finita da poco quando un giornalista comunicò a
Scranton che da Reading la Met Ed aveva smentito qualsiasi irraggiamento
all'esterno della centrale. Infatti, mentre alcuni dirigenti della società
ammettevano rilevazioni di radioattività a distanza dall'isola, i funzionari
delle pubbliche relazioni a basso livello presso la sede della Met Ed
continuarono fino a mezzogiorno a smentire qualsiasi fuga esterna di
materiale radioattivo: era un vizio di comunicazione all'interno della Met
Ed, uno dei tanti errori che avrebbero compromesso la credibilità dell'ente
di gestione nei confronti delle autorità e della stampa. Nella sua
deposizione davanti alla Commissione d'inchiesta Scranton ebbe a dire: «Era
la prima notizia contraddittoria che ricevevamo e che sollevava le prime
perplessità. »'
Intanto a Three Mile Island la sala controllo era affollata di tecnici e
dirigenti che cercavano di ridurre sotto controllo la centrale nucleare, non
essendo riusciti a ristabilire il raffreddamento a circolazione naturale.
Ciò significa in pratica che non erano riusciti ad avviare un flusso d'acqua
senza alcun ausilio meccanico, cioè riscaldandola nel nocciolo e
raffreddandola negli scambiatori di calore. Il tentativo era fallito perché,
già essendo scarsa l'acqua nell'impianto del refrigerante, al colmo del
reattore si era andata formando una bolla gassosa che ostacolava la
circolazione dell'acqua stessa. Alle 11 e 38 i tecnici cominciarono a
deprimere il carico nel sistema, aprendo la valvola di blocco del
pressurizzatore e arrestando bruscamente l'iniezione ad alta pressione,
determinando però in tal modo una nuova perdita di refrigerante e
l'ulteriore scoprimento del nocciolo. Il tentativo di alleggerimento della
pressione si concluse alle 15 e otto minuti. Resterebbero ancora da
accertare sia l'entità sia la durata dello scoprimento del nocciolo.
Verso mezzogiorno tre addetti, portatisi nell'edificio ausiliario,
accertarono livelli di radioattività in un intervallo da 50 millirem a 1.000
rem (un milione di millirem) all'ora.
Durante la breve sosta nell'edificio ausiliario ciascuno dei tre ricevette
una dose di 800 millirem. Alle 12 e 45 la polizia dello stato di
Pennsylvania, su richiesta del Bureau of Radiation Protection statale,
chiuse al traffico la statale 441 in località Three Mile Island.
La statale 441 presso TMI Un'ora più tardi
la squadra del Dipartimento federale dell'energia iniziò il primo giro in
elicottero per accertare i livelli della radioattività atmosferica. Alle ore
13 e cinquanta minuti echeggiò nella sala dei comandi della TMI-2 uno strano
rumore, «un tonfo», come ebbe a definirlo in seguito Gary Miller.
Il «tonfo» era l'eco di un'esplosione di idrogeno all'interno dell'edificio
di contenimento, chiaramente udibile in sala controllo, dove la pressione di
28 psi restò registrata su un tabulato meccanografico che Michael Ross della
Met Ed si affrettò ad
La registrazione del tabulato meccanografico delle pressioni

La registrazione del tabulato meccanografico delle pressioni. Si può osservare l'impennata della pressione al pressurizzatore.
esaminare entro uno o due minuti. Eppure né Ross né altri si resero conto
della portata del fatto: soltanto nella serata di martedì si riuscì a capire
che quell'aumento brusco e brevissimo di pressione corrispondeva alla
deflagrazione di gas idrogeno fuoriuscito dal reattore. Sul momento, come
dichiarò in sede d'inchiesta Leland Rogers della B&W, il rumore fu spiegato
come lo sbattimento di una saracinesca dell'impianto di aerazione; quanto
alla punta improvvisa comparsa sul grafico computerizzato, Ross ha
dichiarato alla Commissione: «Diciamo che ne prendiamo atto ... , ma solo
come banale disfunzione struumenta1e ... »
Miller, Herbein e Kunder partirono per Harrisburg subito dopo per un
incontro previsto per le 14 e 30 con il vice governatore Scranton, al quale
dovevano riferire sulla situazione di Three Mile Island. Alle 14 e 27 i
valori di radioattività di Middletown oscillavano tra 1 e 2 millirem l'ora.
La diffusione delle notizie all'esterno della zona di Harrisburg per il
tramite degli organi d'informazione prese l'avvio nel pomeriggio: i
comunicati via filo dell'Associated Press e dell'United Press International
avevano messo in allarme le redazioni locali e interstatali. Più tardi, con
il crescere dell'apprensione per i fatti di Three Mile Island, sarebbe
giunta l'onda di piena degli inviati di quotidiani e settimanali, di
corrispondenti radio e televisivi, di fotografi e di cinegiornali, ma alle
16 e 30, ora del secondo incontro stampa di Scranton, il vice governatore
intravide già, tra il solito gruppetto di inviati presso il campidoglio
della Pennsylvania, alcuni visi nuovi.

Una troupe televisiva davanti a TMI
Scranton aveva già discusso con i suoi collaboratori della situazione di TMI,
avendo anche ascoltato i dirigenti della Met Ed: «Non direi che [quelli
della Met Ed] fossero molto solleciti, ma non erano neppure reticenti,» ebbe
a dire poi in sede d'inchiesta. «Penso che fossero sulla difensiva.» A
Scranton dette fastidio, tra le altre cose, quello che aveva detto Herbein,
durante la riunione delle 14 e 30, per giustificarsi di non aver detto nulla
in una precedente conferenza stampa della Met Ed a proposito delle emissioni
radioattive: «Nessuno ne ha parlato.» Ecco perché Scranton cominciava a
essere perplesso sulla situazione quando rilasciava nel pomeriggio il
seguente comunicato alla stampa:
«La situazione è più complessa di quanto in un primo tempo non ci avesse
indotto a credere l'ente di gestione. Stiamo effettuando altri esami. E per
ora riteniamo che non vi sia pericolo per l'incolumità pubblica. La Metropolitan Edison ha fornito a voi e a noi notizie contraddittorie.
Usciamo proprio ora da un incontro con i dirigenti dell'azienda e speriamo
che il presente comunicato chiarisca almeno in parte le vostre perplessità.
C'è stata emissione di radioattività nell'ambiente esterno: la sua entità è
ancora da accertare, ma per ora nulla prova che si sia verificata a livelli
pericolosi. La società di gestione ci ha informati che dalle ore undici di
questa mattina fino a circa le ore 13 e 30 la centrale ha scaricato
nell'atmosfera vapore d'acqua contenente quantità misurabili di materiale
radioattivo ... » Poco opportunamente la dichiarazione di Scranton attirava
la pubblica attenzione sulle emissioni di vapore quali fonti di radiazioni:
ciò non era affatto vero, in quanto l'acqua in circolazione nelle torri,
trovandosi in circuito chiuso, non potrebbe mai mescolarsi, a meno di una
falla nell'impianto, con quella contenente materia radioattiva.

William Scranton
Scranton passò poi a commentare i possibili effetti nocivi delle radiazioni:
«I livelli accertati sono risultati molto al di sotto di quelli esistenti o
già previsti per eventuali interventi di emergenza, ma siamo preoccupati
perché un qualsiasi aumento di esposizione comporta ovviamente maggiori
rischi sanitari. Nel corso delle analisi che si vanno compiendo sui campioni
atmosferici, si sta valutando anche con estrema precisione l'eventuale
impatto sulla salute della popolazione. Ci preoccupa soprattutto lo iodio
radioattivo, che attraverso la respirazione o l'assunzione di latte rischia
di accumularsi nella tiroide. Per fortuna il rischio non è da ritenersi
grave, in quanto, in questa stagione, la maggior parte del bestiame da latte
riceve come alimento il foraggio conservato, con quello fresco».
Molti americani vennero a conoscenza dell'incidente di Three Mile Island
attraverso i notiziari serali delle reti televisive. Erano a milioni, per
esempio, a guardare Walter Cronkite quando questi diede inizio al
telegiornale CBS della sera con queste parole:
«È stato il primo passo verso un incubo nucleare: per quanto ne sappiamo per
ora non c'è nulla di peggio. Resta il fatto che un portavoce governativo ha
dichiarato che l'avaria capitata oggi in una centrale elettronucleare della
Pennsylvania potrebbe essere la più grave sciagura nucleare che si sia
registrata finora ... »
Alle 19 e 30 Ken Myers, sindaco di Goldsboro, riunì il consiglio comunale,
ponendo all'ordine del giorno l'incidente e il piano di evacuazione
municipale. Avanzò quindi la proposta di recarsi personalmente, invitando
gli altri consiglieri a imitarlo, di porta in porta a parlare con gli
abitanti del piccolo comune.
«Tutti ascoltarono ciò che avevamo da dire. Sostanzialmente dicemmo quel che
avevamo sentito alla radio, in tv e persino tramite il nostro ufficio
pubbliche relazioni e comunicazioni che ha sede al piano interrato del
tribunale della contea di York. .. Abbiamo parlato anche dei nostri piani di
evacuazione nell'eventualità che fossimo costretti a sgomberare quando il
governatore avesse dichiarato lo stato di emergenza. Naturalmente fummo
subissati da domande: "E allora, che si fa? Crede che sia bene restare o che
sia meglio andarsene?" A quelli con i quali avevo parlato personalmente
dissi: "Ragionateci su per conto vostro. Noi non osiamo imporvi di lasciare
le vostre case."»
GIOVEDI' 29 MARZO
Il giorno successivo sembra tutto calmo. Vi era ancora un livello elevato di radioattività all'interno dell'edificio di contenimento ma i dati esterni sembravano tranquillizzanti. A metà mattinata si avevano da 5 a 10 millirem/ora nella centrale e da 1 a 3 millirem /ora al di là del fiume in direzione ovest. In atmosfera non sembrava vi fosse il temuto iodio radioattivo. Per controllare la contaminazione su prodotti agricoli, acqua e latte si mise al lavoro la Food and Drug Administration.
Durante la giornata vi furono innumerevoli incontri ed ispezioni. Nella centrale TMI-2 si entrava con la precauzione di tuta antiradiazioni e maschera per la respirazione. Arrivarono in visita parlamentari vari, sia repubblicani che democratici. Si discuteva animatamente in varie commissioni di studio. Nel pomeriggio si ebbe una conversazione telefonica tra Gordon MacLeod, segretario alla sanità della Pennsylvania e Anthony Robbins, direttore dell'Istituto nazionale di medicina del lavoro e di prevenzione degli infortuni. Tale conversazione lascia in sospeso un dubbio:. MacLeod afferma di ricordare che Robbins lo sollecitò a raccomandare lo sgombero della popolazione residente intorno alla centrale ma Robbins smentisce. Della cosa MacLeod parlò con varie autorità che, tutte, si opposero allo sgombero. MacLeod chiese che almeno le donne ed i bambini .... Pure questa ipotesi fu bocciata.
Un episodio che avrebbe dovuto preoccupare
accadde alle 14 e 10. Un elicottero che sorvolava la centrale rivelò, a 5
metri sulla verticale del camino di sfogo della centrale (n° 1 di Figura 1)
un salto di radioattività misurato di 3000 millirem/ora. La cosa fu
comunicata alla NRC che però non diede importanza al fatto. Altro picco di
radioattività misurato vicino alla centrale preoccupò, anche se sotto i
limiti imposti dalla NRC. Già dal giorno prima non si scaricava più nessun
tipo di acqua proveniente dalla centrale nel fiume. Ma molta acqua
leggermente radioattiva si era accumulata nella centrale, oltre 1 milione e
mezzo di litri, ed i serbatoi di raccolta erano pieni. Fu quindi chiesto di
scaricare la parte eccedente nel fiume e la NRC (nelle persone di due suoi
dirigenti, Charles Gallina e George Smith) non pose obiezioni se non si
superavano i limiti regolamentari. Senza informare i centri abitati del
luogo e la stampa, la Met Ed iniziò a scaricare liquidi radioattivi nel
fiume.
Quando il Presidente della NRC, Hendrie, fu informato della cosa ordinò l'immediata sospensione degli scarichi per evitare di allarmare le popolazioni qualora si fosse saputo. Verso le ore 18, quando si sospese lo scarico già erano stati scaricati circa 150 mila litri di acque radioattive. Poco dopo la mezzanotte si continuarono a scaricare acque, nonostante che nel tardo pomeriggio vi fosse stata una conferenza stampa di Gallina che annunciava il cessato pericolo per le popolazioni residenti vicino alla centrale. Alle 18 e 30 Gallina e l'ispettore tecnico della NBC, Higgins, ricevettero i risultati delle analisi dell'acqua del refrigerante il reattore: da tali analisi risultava che il danno al nocciolo era molto più grande di quanto immaginassero. Alle 22 Higgins comunica questi dati al governatore preannunciando possibili emissioni radioattive. Intanto nella centrale tutto retava immutato a parte la consapevolezza di maggiore gravità dell'incidente di quanto fino ad allora previsto.
VENERDI' 30 MARZO
Le emissioni di radioattività
improvvise e sporadiche del giorno prima avevano fatto mettere sotto
indagine l'intero sistema dei tubi. L'attenzione si concentrò sul serbatoio
esterno detto di compensazione o reintegro (n° 3 di Figura 1)
che è collegato ad un sistema detto di allontanamento o
spillamento (n° 12 di Figura 1) mediante tubature che attraversano
l'edificio di contenzione ed alla fine immettono al camino di sfogo, dal
quale l'elicottero aveva misurato un picco di radioattività. Inoltre il
livello del serbatoio di compensazione preoccupava molto insieme ai due
serbatoi di decadimento dei gas residui (ne è mostrato solo uno in n° 2
di Figura 1). L'acqua radioattiva proveniente dal sistema di alleggerimento
che è nell'edificio di contenzione va nel serbatoio di compensazione dove vi
è una minore pressione rispetto a quella dell'acqua di raffreddamento ad
alta pressione. In tale situazione di minor pressione l'acqua libera i gas
che vi sono disciolti (dice il rapporto: come quando, aprendo una
bottiglietta di bibita gassata, compaiono in superficie delle bollicine)
che vanno, compressi, nei serbatoi di decadimento dei gas residui. La
preoccupazione crescente era che si fossero riempiti tali serbatoi e che
potessero aprirsi le valvole di sfiato emettendo nell'ambiente esterno
una quantità inarrestabile di radiazioni. La preoccupazione divenne
angosciosa e fu causa di molta confusione, di molte raccomandazioni poi
negate di evacuazione e di molti ordini e contrordini per tutta la mattina.
Un'osservazione va qui fatta sulla cattiva progettazione della centrale: è
inutile prevedere l'edificio di contenzione e tre barriere alla
radioattività se poi si permette ad acque connesse con il primario di
fuoriuscire dalle parti protette della centrale. Tornando agli eventi, ad un
certo punto arrivò l'ordine di evacuazione del governatore Richard Thornburgh.
Ma seguiamo gli avvenimenti dal rapporto a partire dalla mattina del
venerdì. Verso la metà del suo turno da mezzanotte alle dodici di venerdì, James
Floyd, responsabile operativo della TMI-2, decise di trasferire i gas
radioattivi dal serbatoio di compensazione a uno dei serbatoi di
decadimento dei gas residui: sapeva che ciò avrebbe liberato materiale
radioattivo a causa delle falle nel sistema, ma riteneva indispensabile
l'intervento. Nel serbatoio di compensazione la pressione era talmente alta
che l'acqua normalmente idonea ad affluirvi per essere poi trasferita nel
sistema del refrigerante non riusciva a entrarvi. Floyd, senza consultarsi
con altri dirigenti della TMI e della Met Ed, ordinò che il trasferimento
avesse inizio alle ore 7 e 10 per alleggerire la pressione nel serbatoio in
pericolo. Si trattava di un'emissione controllata, che scaricava materiale
radioattivo nell'edificio ausiliario e successivamente nell'atmosfera.
Trentaquattro minuti dopo Floyd chiese l'invio di un elicottero perché
fossero effettuate misure della radioattività atmosferica. Il mezzo registrò
valori di 1.000 millirem l'ora alle 7 e 56 e 1.200 millirem l'ora alle 8 e
01, a quota 39 metri sulla verticale del camino della centrale TMI-2. Poco dopo le ore 16 Jack Watson, aiutante del presidente Carter per gli
affari interstatali, chiamò al telefono Jay Waldrnan, assistente esecutivo
del governatore Thornburgh. I due non concordano sulla sostanza di quella
telefonata: in un colloquio con il personale tecnico della Commissione
d'inchiesta, Waldrnan ha affermato che Watson desiderava che il governatore
non chiedesse al presidente Carter di dichiarare né lo stato di emergenza
né quello di calamità grave: SABATO 31 MARZO Con il week end arrivò il grande timore di una potenziale esplosione di
idrogeno all'interno del reattore di TMI-2. L'idea che si trattasse di una
paura infondata, di un disgraziato malinteso, non si è mai fatta strada
nell'opinione pubblica neppure in seguito, in gran parte perché la NRC non
ha fatto il minimo sforzo per informare la popolazione che si trattava di
una cantonata. Nel reattore si era formato dell'idrogeno in seguito ad una reazione ad
elevata temperatura avvenuta tra il vapore a fortissima temperatura e
l'incamiciatura in zirconio degli elementi di combustibile. Affinché questo
idrogeno esplodesse o si incendiasse - eventualità meno pericolosa della
prima - sarebbe dovuto penetrare nell'impianto dell'ossigeno in quantità
sufficiente a formare una miscela deflagrante. Sussisteva il timore che ciò
si potesse verificare in conseguenza di radiolisi. In quest'ultimo processo,
infatti, la radiazione divide le molecole dell'acqua, le quali contengono
idrogeno e ossigeno.
Presso la sede della NRC, Lake Barrett, un caposervizio dell'ufficio di
valutazione ambientale, si preoccupava del livello del serbatoio di decadimento dei gas residui. La sera prima aveva collaborato al calcolo di «una
velocità ipotetica di emissione» delle radiazioni che si sarebbero liberate
in caso di apertura delle valvole di sfiato del serbatoio. Poco dopo le nove
del mattino Barrett venne a sapere, da un rapporto giunto da Three Mile
Island, del riempimento totale del recipiente in questione. Ricevette l'invito
a riferire sul significato della cosa ai propri superiori riuniti in
conferenza. Si trattava di Lee Gossick, responsabile esecutivo delle
operazioni, di John Davis, a quel tempo facente funzioni di direttore
dell'ufficio ispezioni e disciplina, di Harold Denton, direttore della
normativa sui reattori nucleari, di Victor Stello Jr., allora capo
dell'Ufficio reattori in esercizio, e di Harold Collins, vice direttore per
le misure d'emergenza presso l'ufficio programmazione dello stato. Nel corso
della relazione di aggiornamento, fu chiesto a Barrett di spiegare il
significato del tasso di emissione rilevato in termini di dose
fuori-impianto. Da un rapido calcolo Barrett ricavò una cifra: 1.200
millirem/ora a livello del suolo. Quasi contemporaneamente qualcuno dei
presenti annunciava che a Three Mile Island si era registrato proprio un
valore di 1.200 millirem/ ora. Per pura coincidenza il valore comunicato
dalla centrale era identico al dato calcolato da Barrett: «Si trattava
esattamente dello stesso numero, ed erano passati sì e no dieci o quindici
secondi dalla mia prima previsione di 1.200 millirem», avrebbe dichiarato Barrett agli inquirenti.
Ovvio l'immediato allarme tra i funzionari della NRC: «un'atmosfera di
grande apprensione», come l'ebbe a definire Collins nel corso della sua
deposizione. Le comunicazioni tra la sede della NRC e Three Mile Island
erano state meno che soddisfacenti fin dal principio. Collins in seguito
testimoniò: «A mio avviso il centro operativo era quanto mai incerto sugli
eventi: molti erano perplessi sulla capacità della gente della centrale di
fare le cose giuste al momento giusto qualora se ne fosse presentata la necesssità». Gli alti funzionari della NRC, infatti, andarono avanti per la
loro strada, senza attendere conferma del valore comunicato e senza sapere
se i 1.200 millirem/ora fossero stati registrati in centrale o fuori, a
livello del suolo o da un elicottero in volo, a quale quota e in che modo: avrebbero appreso in seguito che la fuoriuscita di materiale radioattivo
non proveniva dai serbatoi di decadimento e che l'informazione sul
riempimento totale dei serbatoi stessi era semplicemente errata.
Dopo una breve discussione, Harold Denton incaricò Collins di
annunciare alle autorità della Pennsylvania che i massimi dirigenti della
NRC raccomandavano al governatore di ordinare l'evacuazione. Collins
telefonò dunque a Oran Henderson, direttore della PEMA e (evidentemente
scegliendo una distanza che stava bene a lui) raccomandò che fosse evacuata
la popolazione residente fino a dieci miglia sottovento da Three Mile Island.
Henderson telefonò a sua volta al vice governatore Scranton, il quale
promise di avvertire il governatore. Intanto un collaboratore di Henderson
annunciava il parere di evacuazione a Thomas Gerusky, direttore dell'Ufficio
antiradioattività, il quale aveva già saputo della rilevazione dei 1.200
millirem/ora. Gli bastò però una telefonata a un funzionario NRC presente sul
posto a confermargli il dubbio che l'evacuazione non fosse necessaria.
Tentò allora di mettersi in contatto con il governatore e, trovata occupata
la linea telefonica, si recò personalmente al palazzo del governatore per
opporsi all'idea dell'evacuazione.
Kevin Molloy, responsabile dell'apprestamento delle misure d'emergenza per
la contea di Dauphin, aveva intanto saputo della fuga radioattiva da una
telefonata giuntagli alle ore 8 e 34 da James Floyd della Met Ed. Venti
minuti dopo la Pennsylvania Emergency Management Agency annunciava a Molloy
un'emergenza parziale e un aumento di radioattività, ma escludeva la
necessità dell'evacuazione. Poi, alle 9 e 25, fu la volta di Henderson, il
quale comunicò a Molloy di aspettarsi entro cinque minuti l'ordine
ufficiale di evacuazione, mentre telefonate del medesimo tenore mettevano
in allarme gli uffici della difesa civile delle contee di York e di Lancaster. Molloy mise quindi mano ai preparativi, avvertendo tutti i
comandi dei vigili del fuoco in un raggio di dieci miglia dalla centrale
disastrata e preannunciando alla radio sulla rete WHP l'eventualità di un
ordine di evacuazione.
L'annuncio radio di Molloy era stato appena diffuso, quando, a Three Mile
Island, Charles Gallina della NRC venne affrontato da un dipendente della
Met Ed visibilmente infuriato. «Per quanto posso ricordare,» avrebbe detto
Gallina alla Commissione d'inchiesta, «quel signore urlò: "Ma che diavolo
credete di fare? Mia moglie ha appena sentito che la NRC raccomanda
l'evacuazione".» Lo stesso Gallina verificò i valori di radioattività dentro
e fuori la centrale e, parlando con un ispettore di reattore della NRC, si
sentì dire che «le cose andavano meglio». Si precipitò quindi al telefono e
chiamò i dirigenti regionali della NRC nella sede di Bethesda
nel tentativo di «revocare l'ordinanza di evacuazione».
Erano passate da poco le dieci quando il governatore Thornburgh ebbe una
conversazione telefonica con Joseph Hendrie. Il presidente della NRC
assicurò il governatore che non c'era alcun bisogno dell'evacuazione. Aveva
però un suggerimento da fare e cioè che Thornburgh invitasse perentoriamente
tutti i residenti entro dieci miglia dalla centrale di restarsene al
chiuso per la prossima mezz'ora. Il governatore, aderendo al consiglio,
emanò quella mattina stessa l'ordinanza che invitava tutte le persone che si
trovassero a meno di dieci miglia dalla centrale nucleare a rimanere al
coperto. Nel corso della telefonata Thornburgh aveva chiesto a Hendrie
l'invio a Three Mile Island di un unico specialista sul quale il governatore
potesse contare per ricevere informazioni e opinioni tecniche.
Circa un'ora dopo Thornburgh ricevette una chiamata telefonica dal
presidente Carter, il quale aveva appena finito di parlare con Hendrie, il
quale gli aveva comunicato il desiderio del governatore di avere accanto a
sé uno specialista. Carter, dopo aver comunicato il nome dell'esperto,
Harold Denton, promise anche l'installazione di una rete di comunicazioni
apposita per tenere tra loro in contatto Three Mile Island, l'ufficio del
governatore, la Casa Bianca e la NRC.
Thornburgh convocò una riunione dei suoi più vicini collaboratori
per discutere della situazione di Three Mile Island. Nel corso della
riunione, verso le 11 e 40, Hendrie telefonò ancora al governatore. Secondo
la ricostruzione di Gerusky, il presidente della NRC, di cui si udiva la
voce attraverso l'apposito amplificatore telefonico utilizzato dal
governatore, fece le sue scuse per l'errore compiuto dallo staff della NRC
nel raccomandare l'evacuazione. Subito prima di quella chiamata, Emmett
Welch, assistente di Gordon MacLeod, aveva rinnovato l'invito del segretario
alla Sanità all'evacuazione delle gestanti e dei bambini al di sotto dei due
anni. Thornburgh ne parlò con Hendrie il quale, secondo la testimonianza di
Gerusky, avrebbe risposto: «Se mia moglie fosse incinta e avessi figli
piccoli nella zona, mi preoccuperei di farli allontanare, giacché non
sappiamo che cosa potrebbe capitare.» Al termine della telefonata Thornburgh prese la decisione di raccomandare che le gestanti e i bambini
in età prescolare abbandonassero le località entro un raggio di cinque
miglia dalla zona di Three Mile Island e che fossero chiusi gli istituti
scolastici entro il medesimo raggio. L'ordinanza fu emanata poco dopo le 12
e 30.
Nel corso dell'intera vicenda Thornburgh tenne sempre presente, e la cosa
gli pesava, l'eventuale necessità di un'evacuazione totale. Così doveva in
seguito ricordare le proprie preoccupazioni nel corso della testimonianza
resa alla Commissione:
«Mi dicono che in ogni evacuazione esistono rischi noti. Lo spostamento di
persone anziane, di ricoverati in sale di rianimazione, di neonati in
incubatrice, e anche i grossi problemi di viabilità derivanti da
un'evacuazione sia pure tranquilla e ordinata, non mancano di esigere un
prezzo elevato in morti e feriti. E poi mai prima di allora si era avuta
un'evacuazione di questo genere su tutta la faccia della terra,
un'evacuazione radicalmente diversa, per tipo e qualità, da quella a cui si
ricorre in occasione di inondazioni o di tifoni ... Quando si tratta di far
sgomberare la popolazione residente entro cinque miglia dalla sede di un
reattore nucleare, bisogna tener conto, come ci siamo sentiti ripetere per
l'occasione, di conseguenze su distanze di dieci, venti, cento miglia. In
altre parole si tratta di una calamità che la gente non avverte alla vista,
all'udito, al tatto, all'odorato ... ».
Nel giro di pochissimi giorni i rapporti tra giornalisti e dirigenti della
Met Ed avevano preso una pessima piega: parecchi inviati sospettavano
l'azienda di fornire, nella migliore delle ipotesi, informazioni errate, se
non addirittura di mentire spudoratamente. La situazione precipitò allorché,
alle undici del mattino di venerdì, giunse sul posto John Herbein per
incontrarsi con i giornalisti nella sede dell' American Legion di
Middletown: i rappresentanti della stampa sapevano già quel che Herbein
ignorava, cioè che la radioattività emessa fino a quel momento si aggirava
sui 1.200 millirem all'ora. Il funzionario, nei commenti introduttivi,
dichiarò che ad opera di un aeromobile in perlustrazione nel cielo
dell'isola erano stati registrati valori tra i 300 e i 350 millirem/ora. Lo
scambio di battute che ne seguì s'incentrò interamente sulla faccenda dei
valori di radioattività («Mai sentito parlare dei 1.200,» protestò Herbein
davanti ai giornalisti), se le emissioni erano controllate o non
controllate, se e come era stata riversata nel fiume acqua di scarico
radioattiva. A un certo punto Herbein esclamò: «Non capisco perché dovremmo
... dirvi per filo e per segno tutto quello che facciamo ... ».
Fu sostanzialmente questa osservazione a dissipare definitivamente quel poco
di credibilità che Herbein e la Met Ed potevano ancora avere
presso la stampa.
Il giorno successivo un alto funzionario della Casa Bianca, Jack Watson, avrebbe telefonato a Herman Dieckamp, massimo dirigente della capofila
del gruppo al quale appartiene la Met Ed, per esprimergli la preoccupazione
che tutta la serie di dichiarazioni contraddittorie riportate dagli organi
d'informazione potesse accrescere l'allarme nella popolazione. Watson
avrebbe poi consigliato a Dieckamp, che acconsentì, che sugli aspetti
tecnici del disastro fosse il solo Denton a comunicare con gli
inviati.
La fuoriuscita di radiazioni, l'annuncio di Molloy di una probabile
evacuazione e, infine, l'ordinanza del governatore diffusero tra i cittadini
costernazione e persino terrore. Molti erano già partiti, provvedendo senza
chiasso a un'evacuazione in proprio, altri si misero in movimento adesso.
Così ha testimoniato V. T. Smith davanti agli inquirenti: «Il 29 marzo di
quest'anno mia moglie ed io ci portammo a casa tutti contenti dalla clinica
la nostra seconda figlia: aveva appena sei giorni. La mattina del 30 scoppiò
l'inferno e noi partimmo per il Delaware per andare a stare da certi
parenti.» Secondo una stima di un consigliere municipale di Goldsboro, da
quella località si era già allontanato il 90% della popolazione.
In seguito all'ordinanza del governatore, le scuole furono chiuse. Nel
campus di Middletown la Pennsylvania State University annunciò la
sospensione delle lezioni per una settimana. Il pomeriggio di venerdì
«...
ancora senza aver ricevuto notizia di Three Mile Island,» il sindaco di
Harrisburg, Paul Doutrich si portò in auto, in compagnia del vice assessore
ai lavori pubblici del comune, al Centro d'osservazione di TMI che sovrasta
l'impianto nucleare. Qui si intrattennero a colloquio per un'ora con i due
massimi dirigenti della Met Ed, Creitz e Herbein.
«Sarà strano, ma una delle
cose che mi colpirono maggiormente, che mi dettero maggior fiducia nel buon
andamento delle cose, fu il fatto che tutti, dipendenti, direttore generale,
eccetera, circolavano per l'edificio tranquillamente, in maniche di camicia,
senza niente in testa,» dichiarò Doutrich alla Commissione. «Non notai il
minimo segno di protezione antinucleare.»
Venerdì, sabato e domenica furono giornate frenetiche negli uffici della
difesa civile delle contee più vicine alla centrale nucleare. I funzionari
lavorarono freneticamente per preparare prima i piani di evacuazione sulle
dieci miglia e poi quelli sulle venti miglia di distanza dalla centrale. L'Emergency
Management Agency della Pennsylvania raccomandò il venerdì mattina che si
approntassero i piani per le dieci miglia. Le tre contee più prossime
all'impianto disponevano già di piani d'evacuazione locale, che
interessavano complessivamente circa 25.000 persone residenti a meno di
cinque miglia dall'isola, non essendo mai stata contemplata l'eventualità di
uno sgombero sulle dieci miglia. Per Kevin Molloy della contea di Dauphin
l'allargamento della fascia d'evacuazione significava il coinvolgimento di
alcuni centri ospedalieri, circostanza alla quale non si era mai sognato di
pensare: non c'erano ospedali nel raggio di cinque miglia, ma nella tarda
serata del venerdì la PEMA prescrisse alle autorità di contea di elaborare
piani sulla distanza di ben venti miglia. Fu così che, di punto in bianco,
le amministrazioni di ben sei contee dovettero gettarsi a corpo morto
nell'elaborazione di piani di evacuazione che coinvolgevano 650.000 persone,
13 ospedali e un carcere.
Quel venerdì segna la data in cui l'intero settore nucleare venne coinvolto
nell'incidente in profondità: a seguito della fuga radioattiva della
mattinata, il direttore generale della GPU, Dieckamp, si adoperò per
mettere insieme un'équipe di settore con funzioni consultive nella gestione
del caso, intrattenendosi con esponenti dell'industria nucleare di tutta la
nazione (coadiuvato da un collaboratore) e cercando di precisare i contorni
delle specializzazioni e delle competenze da mettere in campo nel caso
specifico. Nel tardo pomeriggio del sabato, si presentarono a Dieckamp i
primi componenti del Gruppo consultivo settoriale, i quali isolarono subito
gli interventi di prima necessità e si ripartirono i relativi compiti.
Harold Denton giunse alla centrale verso le 14 del venerdì, portando con sé
una schiera di una dozzina di specialisti della sede NRC: in mattinata la
NRC aveva appreso della combustione rapida o esplosione di idrogeno che era
divampata il mercoledì pomeriggio nel contenitore del reattore. Il personale
tecnico dell'ente già sapeva che nel sistema esisteva un certo
gorgogliamento di gas, ma adesso si poteva dire con certezza che la bolla,
una trentina di metri cubici di gas, conteneva appunto idrogeno. E, come
ebbe poi a dichiarare Denton in sede d'inchiesta, si poneva l'interrogativo
di una deflagrazione da accumulo di idrogeno. Per tutta la giornata di
venerdì Denton lavorò sulle stime che gli erano state fornite
prima della partenza da Bethesda, secondo cui sarebbe stata impossibile per
almeno 5 fino a 8 giorni l'autoaccensione del gas. Denton trasferì
immediatamente tutta l'attenzione sui possibili mezzi per eliminare la
bolla.
Verso le 20 e 30 di venerdì Denton si trovò per la prima volta a riferire
personalmente al governatore Thornburgh: il danno al combustibile era
esteso, la bolla creava un problema di raffreddamento nel nocciolo, ma
l'evacuazione immediata non era indispensabile. Subito dopo i due tennero la
prima conferenza stampa congiunta, nel corso della quale il governatore
ribadì la non necessità dell'evacuazione, dichiarando sospesa l'ordinanza
che prevedeva il ricovero al coperto dei residenti entro dieci miglia da
Three Mile Island, ma insistendo sulla raccomandazione che le donne in stato
interessante e i bambini in età prescolare si tenessero a più di cinque
miglia di distanza dalla centrale nucleare.
«Si disse convinto che la cosa avrebbe diffuso un inutile panico, che la
sola notizia di una dichiarazione di zona in emergenza o disastrata avrebbe
ingenerato un panico irrefrenabile; mi assicurò che avremmo comunque
ricevuto l'assistenza federale a qualsiasi livello e d'ogni genere, come se
di fatto ci fosse stata la dichiarazione. Gli dissi che su questo l'avrei
preso in parola e che, dietro un'assicurazione piena e formale, sarei andato
dal governatore a invitarlo a non avanzare richiesta formale di
dichiarazione d'emergenza.»
Watson e il suo assistente Eugen Eidenberg dichiararono entrambi in
occasione dell'inchiesta che la Casa Bianca non si era mai sognata di
invitare il governatore Thornburgh a non avanzare la richiesta di una
proclamazione di stato d'emergenza. Qualunque fosse il tenore della
conversazione di quel venerdì, sta di fatto che la richiesta da parte del
governatore non ci fu. In seguito i funzionari dello stato avrebbero
espresso la loro soddisfazione per l'assistenza fornita sia durante sia dopo
l'incidente dal governo federale. Un po' meno soddisfatti si dichiararono in
agosto del mediocre livello di aiuti e di collaborazione assicurato dagli
enti federali.
Presso il Dipartimento federale della sanità, istruzione e previdenza (HEW)
qualcuno cominciava a preoccuparsi dell'eventualità che la centrale di Three
Mile Island iniziasse a liberare iodio radioattivo: quel venerdì i
funzionari del dicastero intrapresero l'incetta di ioduro di potassio, il
farmaco capace di inibire l'assorbimento dello iodio radioattivo nella
tiroide, ghiandola che assorbe lo ioduro di potassio fino a totale
saturazione, impedendo così l'accesso all'isotopo radioattivo. Pertanto, se
il soggetto si espone allo iodio radioattivo dopo aver ingerito una dose
sufficiente di ioduro, la tiroide, ormai satura, respinge ogni ulteriore
dose di iodio carico di radioattività potenzialmente nociva. Tuttavia,
all'epoca dell'incidente al TMI-2, non c'era una sola casa farmaceutica o
chimica che disponesse commercialmente delle quantità necessarie di ioduro
di potassio per uso
medico.
Sabato mattina, poco dopo le ore tre, la Mallinckrodt Chemical Company
acconsentì a fornire alla HEW circa un quarto di milione di flaconi da
un'oncia. A questo punto la sede di St. Louis della Mallinckrodt, in
collaborazione con la Parke-Davis di Detroit, e una casa produttrice di
riempitori di flaconi del New Jersey, si gettarono con tutto il loro peso
nell'iniziativa: la prima partita di ioduro di potassio giunse a Harrisburg
verso l'una e trenta del mattino di domenica e già mercoledì 4 aprile, data
dell'ultima consegna, la riserva era salita a 237.013 flaconi.
Verso le 21 e 30 di venerdì il presidente della NRC invitò Roger
Mattson a stabilire a che ritmo si generasse ossigeno all'interno del
reattore
TMI-2 e quale fosse il rischio di un'esplosione di idrogeno. «Disse di aver
fatto dei calcoli,» ha dichiarato Mattson nella sua deposizione. «Era
preoccupato dei risultati che aveva ottenuto.» Mattson è direttore della
Division of Systems Safety (Divisione sicurezza degli impianti) nell'ambito
della Nuclear Reactor Regulation (Normativa per i reattori nucleari),
diretta a sua volta da Denton, e aveva passato parte del giovedì e il
venerdì a darsi da fare per trovare un modo per togliere dal reattore una
bolla di gas. In seguito alla partenza di Denton per TMI, Mattson in varie
occasioni ha svolto le funzioni di rappresentante o di vice rappresentante
della NRR presso l'Incident Response Center.
Al problema lavorarono tutto il week end due team della NRC, ricorrendo
entrambi all'aiuto di laboratori e scienziati esterni. Un gruppo si dedicò
al ritmo di generazione di ossigeno provocato da radiolisi in TMI-2. Il
secondo team analizzò il potenziale necessario a provocare la combustione
dell'idrogeno. Robert Budnitz della NRC si rivolse anche ad esperti per
individuare eventuali elementi chimici in grado di rimuovere l'idrogeno.
A mezzogiorno Hendrie ebbe un colloquio telefonico con Denton, al quale
espresse il timore che nel reattore si stesse accumulando ossigeno liberato
dalla radiolisi. In precedenza, Hendrie aveva detto la stessa cosa anche a
Victor Stello jr., braccio destro di Denton a TMI. Il presidente della NRC
disse a Denton che si doveva rendere edotto il governatore Thornburgh del
potenziale pericolo e Denton promise di parlargliene.
Poco dopo le 13 Mattson ottenne alcune risposte preliminari circa la
possibilità di una esplosione dell'idrogeno. Un'ora dopo gli pervennero
ulteriori risposte. «Da quattro fonti diverse e indipendenti tra loro, tutte
con ottime credenziali nel campo, mi giunse la valutazione di massima che si
stava generando ossigeno,» ha deposto Mattson in udienza. «Diversa era
la valutazione circa la quantità di ossigeno che si stava formando, ma tutti
erano d'accordo nel ritenere che ci fosse ancora davanti un tempo
considerevole, questione di più di un giorno, prima che si formasse
nell'impianto di refrigerazione del reattore una potenziale miscela
combustibile.»
In una successiva seduta della Commissione Mattson ammise, in risposta a
domande postegli dal commissario Pigford, che, sulla base delle informazioni
disponibili al momento, la NRC avrebbe potuto decidere che non si stesse
generando ossigeno in eccesso e che non ci fosse reale pericolo di
deflagrazione. Ma quando Mattson si incontrò con i componenti della
NRC alle 15 e 27 del sabato, «la linea di fondo che percorse tutto il
colloquio ... fu che ci voleva più di un giorno per raggiungere il limite di
infiammabilità, sebbene si stesse effettivamente generando ossigeno,» come
Mattson ha ricordato nella sua deposizione. «E io espressi la convinzione
che non stavamo sottovalutando la eventualità di un'esplosione
nell'impianto di refrigerazione del reattore; insomma la stima secondo la
quale prima di raggiungere il punto di infiammabilità occorrevano ancora due
o tre giorni era molto prudente.» Ma la sera di sabato i consulenti di
Mattson gli riferirono che i loro calcoli indicavano che la percentuale di
ossigeno della bolla era giunta alla soglia del limite di infiammabilità.
Verso le 1.8 e 45 Mattson ebbe un colloquio con Vincent Noonan, l'uomo che
nell'ambito della NRC ne sapeva di più sulle possibili conseguenze di una
deflagrazione all'interno del reattore. Un consulente della NRC aveva
predetto che uno scoppio di idrogeno avrebbe provocato all'interno del
reattore pressioni dell'entità di 20.000 psi. La B&W, la società che ha
progettato il reattore, aveva però tenuto conto anche degli effetti di
assorbimento esercitati dal vapore acqueo nei confronti di un'esplosione e
quelli di un ambiente a idrogeno arricchito e aveva quindi calcolato una
pressione tra i 3.000 e i 4.000 psi. La cosa era incoraggiante. Analisi
compiute in precedenza indicavano infatti che l'impianto di refrigerazione
del reattore TMI-2 era in grado di sopportare pressioni di questa
entità.
Nella tarda serata del sabato, James Taylor della B&W ribadì le
conclusioni già riferite la prima volta alla NRC il giovedì sera da un altro
ingegnere della B&W, secondo le quali non si sarebbe affatto generato
ossigeno in eccesso. L'informazione, secondo quanto ebbe a deporre lo stesso
direttore di TMI-2, non arrivò mai a Mattson.
Sabato alle 14 e 45, Hendrie parlò a Bethesda con i giornalisti, ai quali
dichiarò che, se i tecnici avessero tentato di spingere la bolla fuori dal
reattore, si sarebbe potuta rendere necessaria un'evacuazione precauzionale
in un raggio di 10 o 20 miglia, La NRC era giunta alla conclusione che un
tentativo simile - aggiunse però Hendrie - avrebbe potuto causare altri
danni al nocciolo e provocare l'esplosione della bolla.
Stan Benjamin, inviato della redazione di Washington dell'Associated Press,
volle approfondire la questione, dopo la conferenza stampa di Hendrie,
intervistando due funzionari della NRC: Edson Case, vice di Denton
all'Office of Nuclear Regulation, e Frank Ingram, portavoce ufficiale di
quella commissione. Da costoro, e da un'altra fonte interna alla NRC che
però volle restare anonima, Benjarnin venne a sapere dell'esistenza,
nell'ambito dell'Incident Response Center, del timore che entro pochi
giorni, anche solo due, la bolla potesse diventare una miscela
potenzialmente esplosiva. Benjamin, prima di mandare il proprio articolo,
volle anche controllarne il contenuto con Case e Ingram, rileggendone gran
parte con loro parola per parola. Case e Ingram confermarono che era esatto.
Il pezzo - trasmesso come nota editoriale alle 20 e 23 dall'agenzia -
costituì la prima notizia data all'opinione pubblica circa il timore nutrito
da alcuni funzionari della NRC che la bolla potesse eventualmente esplodere
spontaneamente.
Denton aveva ricevuto per tutto il sabato pomeriggio e il sabato sera le
comunicazioni di Hendrie e dei funzionari della NRC che si trovavano a
Bethesda a proposito delle stime compiute sulla formazione di ossigeno e
delle probabilità di combustione o incendio. Ma venne a sapere dell'articolo
diramato dall' AP solo un po' prima di unirsi al governatore Thornburgh e al
vice governatore Scranton per rilasciare, a tarda sera, una conferenza
stampa a Harrisburg. Il governatore assicurò ai giornalisti che «negli
impianti di Three Mile Island non è prevedibile alcun evento catastrofico
imminente». Denton a sua volta dichiarò: «Non c'è miscela combustibile né
nell'edificio di contenimento né nel recipiente del reattore. E a breve
termine non esiste affatto pericolo.» Denton cercò anche di sgonfiare
l'impressione, subito manifestata da più di un giornalista, che esistessero
delle contraddizioni tra le sue parole e quelle dei suoi colleghi del
quartier generale della NRC: «No, non c'è nessuna discordanza. Sono convinto
che si tratti del modo in cui vengono presentate le cose,» affermò.
Ma la discordanza c'era, e Denton volle scioglierla. Il presidente Carter
aveva annunciato poco prima, quella sera stessa, che si sarebbe recato a TMI
l'indomani. Denton disse a Stello di affrontare ancora la questione
ossigeno-idrogeno con l'ausilio di esperti esterni. Stello si rendeva conto
della preoccupazione di Washington. Aveva infatti ricevuto poco dopo le 21
una telefonata di Eugene Eidenberg, un assistente del Presidente, che
voleva essere ragguagliato sulla storia diramata dall'AP. Stello aveva
risposto alla Casa Bianca che personalmente non condivideva i timori nutriti
al quartier generale della NRC.
Il sabato, mentre la NRC si affannava a fronteggiare l'incidente e il temuto
pericolo della bolla di idrogeno, funzionari del Dipartimento della Sanità,
Istruzione e Assistenza avevano il loro da fare nel proprio settore. Quella
mattina, i funzionari superiori dello HEW si riunirono per proseguire la
discussione iniziata il giorno precedente a proposito della possibilità di
un'evacuazione; per la prima volta affrontarono la questione delle
dimensioni della zona da evacuare. Ma alla fine le discussioni si conclusero
con una raccomandazione a prendere in considerazione un'immediata
evacuazione nel caso che la NRC non fosse stata in grado di fornire
assicurazioni che il reattore si stesse raffreddando in regime di sicurezza.
Joseph Califano, segretario dello HEW, fece una sintesi delle conclusioni
del gruppo in una memoria indirizzata a Jack Watson, dello staff
presidenziale.
Più tardi, quello stesso giorno, i funzionari sanitari dello HEW
parteciparono ad una riunione tra più enti tenuta alla Casa Bianca su
convocazione di Watson, durante la quale ribadirono la raccomandazione del
loro Dipartimento a prendere in considerazione l'evacuazione. Richard
Cotton, braccio destro di Califano, avanzò anche un'altra raccomandazione
del suo ministro, secondo la quale i funzionari della NRC avrebbero dovuto
consultarsi con gli esperti dello HEW e dell'Environmental Protection
Agency sulla questione dei potenziali effetti sanitari degli sforzi compiuti
per tenere sotto controllo il reattore di TMI-2. Cotton continuò ad
insistere anche dopo la riunione, e la domenica e il martedì successivi i
funzionari dello HEW vennero aggiornati sulla situazione dalla NRC. Si
trattò però sempre di rapporti informativi; non ci fu nessuno sforzo da
parte della NRC di avvalersi dei consigli dello HEW.
Per tutta la notte tra sabato e domenica e nelle prime ore del mattino, gli
uffici e i servizi di pronto intervento della contea furono sommersi di
telefonate di cittadini preoccupati per le notizie contrastanti a proposito
della bolla di idrogeno. Ma dopo l'arrivo di Denton il flusso di
informazioni dal livello dello stato a quello locale si era praticamente
interrotto. L'ufficio del governatore concentrava ormai la propria
attenzione sull'attività federale: di Denton, cioè, e degli altri
funzionari dei vari enti d'emergenza federali. Oran Henderson, direttore
della Pennsylvania Emergency Management Agency, non venne più invitato alle
relazioni e alle conferenze stampa del governatore, alle quali non
assistette più a partire dal venerdì sera. In tal modo la PEMA - sebbene
continuasse a ricevere i rapporti sulla situazione emanati dal Bureau of
Radiation Protection - venne tagliata fuori dalle informazioni necessarie a
livello locale.
Nella contea di Dauphin la frustrazione galoppava. Poco prima della
mezzanotte di sabato, il senatore dello stato della Pennsylvania George
Gekas telefonò al governatore nel tentativo di ottenere informazioni più
precise. Gli venne risposto che il governatore era troppo occupato per
parlare al telefono. Allora Gekas chiamò Scranton, ottenendo la stessa
risposta. A questo punto il senatore disse al portavoce di Scranton che, se
non si fosse provveduto ad una maggiore cooperazione e ad una migliore
informazione, la contea di Dauphin avrebbe ordinato l'evacuazione alle 9
della mattina dopo, domenica. Alle due di notte Scranton telefonò al centro
d'emergenza della contea e concordò con i funzionari un incontro sul posto
per il mattino successivo. Il vice governatore arrivò alle 10, preceduto da
Henderson, il quale si lamentava di non riuscire ad ottenere informazioni.
Scranton stette a sentire Molloy e i suoi colleghi. «Credo,» ha dichiarato
Molloy nella sua deposizione, «che sia rimasto davvero sconvolto da quanto
traspariva al nostro livello, dalla mole di lavoro che stavamo facendo,
dalle complicazioni. che affrontavamo.»
La domenica, Mattson ed altri dipendenti della NRC tennero una riunione con
i commissari Hendrie, Victor Gilinsky e Richard Kennedy. Lo scopo era di
arrivare ad una sentenza definitiva, sulla base delle stime e delle
informazioni a disposizione, circa la fondatezza reale del pericolo di
un'esplosione di idrogeno nel reattore. Secondo la deposizione di Mattson,
il gruppo giunse a concordare su queste conclusioni:
Il 5 per cento di ossigeno costituiva un limite di infiammabilità realistico
e 1'11 per cento un limite realistico di detonazione; sotto i 900 °F (482
°C) non
poteva verificarsi combustione spontanea; il ritmo di formazione
dell'ossigeno era da stimarsi approssimativamente sull'1 per cento al giorno
e quindi la concentrazione d'ossigeno presente in quel momento nella bolla
era del 5 per cento.
Il nocciolo di TMI-2 prima dell'incidente

Il nocciolo di TMI-2 dopo l'incidente. Si può vedere una parziale fusione all'interno.
La foto dell'interno del nocciolo
Dopo la riunione Hendrie e Mattson si recarono in auto a TMI per incontrarsi
con Denton.
La domenica mattina Stello parlò con Denton e gli espose i propri argomenti
a confutazione dell'esistenza di un qualsiasi pericolo di esplosione di
idrogeno nel reattore. I reattori raffreddati ad acqua in pressione, il tipo
adottato a TMI-2, funzionano normalmente con un po' di idrogeno libero nel
refrigerante del reattore. Questo idrogeno si combina con l'ossigeno
liberato da radiolisi formando altre molecole d'acqua in quantità tale da
non permettere che si verifichi un'esplosione. Stello disse a Denton che in
quel momento il processo in corso era lo stesso e che non c'era quindi alcun
pericolo di esplosione.
Hendrie e Mattson s'incontrarono con Denton e Stello in un hangar
dell'aeroporto internazionale di Harrisburg pochi minuti prima dell'arrivo
del Presidente alle 13. Era dal venerdì mattina che Mattson e Stello non si
parlavano. Mattson espose brevemente le conclusioni a cui si era arrivati al
quartier generale della NRC a proposito della bolla e il ragionamento che
era stato seguito per arrivarci. In un colloquio avuto con lo staff di
questa Commissione, Mattson ha descritto quello che avvenne a questo punto:
«E Stello mi dice che sono pazzo, che lui non ci crede, che pensa che
abbiamo fatto un errore nel calcolare il tasso (di formazione dell'
idrogeno) ... Stello dice che siamo matti, mentre il povero Harold è lì che
deve vedersela tra cinque minuti col Presidente per dirgli come stanno le
cose. Ed eccolo lì: i suoi due esperti non sono d'accordo tra loro. Uno
arriva armato fino ai denti di gente che lavora in tutti 'sti laboratori
nazionali e nei reattori della Marina o che ha in mano i migliori titoli
accademici di tutto il paese, e gli dice che le cose stanno così e che
questo è il meglio che si possa ricavare. E l'altro suo direttore (della
divisione reattori in esercizio) a dirgli: "Non ci credo.
Non posso dimostrarlo, ma non ci credo. Penso che sia uno sbaglio."»
All'arrivo del Presidente, Denton lo informò della situazione alla centrale
e dell'incertezza riguardo alla famigerata bolla.
Il Presidente fu portato in automobile a TMI, si mise le soprascarpe di
plastica gialla di protezione e visitò lo stabilimento insieme con la
moglie, il governatore Thornburgh e Denton. Stello, Hendrie e Mattson si
recarono invece negli uffici provvisori della NRC Durante il pomeriggio
furono passati al setaccio per telefono gli esperti, compresi quelli della
Westinghouse e della GeneraI Electric. «Per le tre,» ha dichiarato Mattson
nel colloquio, «avevamo la certezza di avercela fatta: il botto non ci
sarebbe stato.»
Alla fine anche gli scienziati della NRC che si trovavano a Bethesda
giunsero alla stessa conclusione, quello stesso giorno ma più tardi. Poco
prima delle 16 si riunirono i commissari NRC Richard Kennedy, Peter Bradford
e John Ahearne. Espressero la propria preoccupazione per le differenze di
valutazione esistenti nello staff della NRC e decisero che ci sarebbe potuto
essere bisogno di prendere in considerazione l'evacuazione. Kennedy telefonò
a Hendrie che si trovava a TMI per dirgli che tre dei commissari NRC
ritenevano che il governatore Thornburgh avrebbe dovuto ordinare
un'evacuazione precauzionale nel raggio di due miglia intorno alla centrale,
a meno che gli esperti che si trovavano in loco non avessero informazioni
tecniche migliori di quelle disponibili a Bethesda. Hendrie assicurò a
Kennedy che l'idrogeno libero esistente all'interno del reattore avrebbe
catturato ogni atomo di ossigeno man mano che si generava e che non
esistevano problemi.
A metà pomeriggio, l'effettuazione di nuove misurazioni dimostrò che la
grande bolla all'interno del reattore stava decrescendo. I gas persistevano
ancora, ma erano distribuiti in tutto l'impianto sotto forma di bolle più
piccole che rendevano più facile l'eliminazione della miscela a prevalenza
di idrogeno. Come ciò fosse avvenuto, nessuno lo sa. Ma quel che è certo è
che non fu dovuto a nessun intervento intenzionale dei tecnici della Met Ed
o della NRC
Nel tardo pomeriggio della domenica, la NRC - che era responsabile di aver
suscitato il timore che la bolla potesse esplodere - era a conoscenza del
fatto che non vi era pericolo di scoppio e che era evidente
che la bolla stava decrescendo. Era una buona notizia, ma una buona notizia
di cui l'opinione pubblica restò all'oscuro. Per tutta la domenica, la NRC
non fece alcun annuncio per comunicare di aver sbagliato i propri calcoli e
che non esisteva minaccia alcuna di esplosione. Neppure il governatore
Thornburgh venne informato degli errori di calcolo della NRC Né la NRC rivelò
che la bolla stava scomparendo quello stesso giorno, in parte perché gli
stessi esperti della commissione non ne erano assolutamente certi.
Il lunedì mattina Denton e Mattson tennero una conferenza stampa.
George Troffer, funzionario della Met Ed, aveva già detto a un giornalista
che in pratica la bolla se n'era andata. Denton riconobbe che si assisteva a
una «riduzione drastica delle dimensioni della bolla,» ma avvertì che «per
essere sicuri che le equazioni utilizzate per calcolare l'entità della bolla
tenessero esattamente conto di tutti gli effetti» erano necessarie analisi
più sofisticate. Per quanto riguardava la possibilità che la bolla
esplodesse, Denton disse ai giornalisti che «il ritmo di formazione
dell'ossigeno che presumevo vi fosse ieri quando ho riferito sulla
possibilità di una detonazione all'interno del contenitore a quanto pare
era frutto di stime troppo pessimiste». Per tutto il corso della conferenza
stampa, Denton continuò a definire troppo caute le stime della NRC ma non
affermò mai chiaramente che da parte di quella commissione vi era stato un
errore nel concludere che la bolla era vicina al punto critico di rischio.
Secondo Mattson, il tono della conferenza stampa, la sua vaghezza e la sua
imprecisione, vennero stabiliti durante una riunione di funzionari della NRC
svoltasi il lunedì mattina.
«Volevamo andarci piano a dire che c'erano buone notizie. Volevamo sì dire
che si trattava di una buona notizia, di non farsi prendere dal panico, che
ritenevamo di tenere la faccenda sotto controllo, che le cose sembravano
andar meglio, ma non volevamo concludere nettamente e definitivamente che
non c'erano problemi. Dovevamo mantenerci un po' di margine di sicurezza
per poter conservare credibilità. Ecco che cosa avevamo deciso.»
EPILOGO
L'incidente di Three Mile Island non si è concluso con l'assorbimento della
bolla, né è scomparsa d'improvviso la minaccia pendente sulla salute e la
sicurezza dei lavoratori e della comunità locale. Restava una piccola bolla,
dentro l'acqua dell'impianto di refrigerazione di TMI-2 persisteva la
presenza di gas e lo stesso reattore era gravemente danneggiato. Continuava
la fuoriuscita periodica di piccole quantità di radiazioni, e c'era chi
temeva che si potesse verificare una più consistente liberazione di
iodio-131 radioattivo. Le scuole restarono chiuse. Restava in vigore la raccomandazione del governatore di tenere donne incinte e bambini in età
prescolare a più di cinque miglia di distanza dalla centrale.
Sabato 31 marzo il Dipartimento della Sanità, Istruzione e Assistenza aveva
predisposto la fabbricazione immediata di circa un quarto di milione di
flaconi di ioduro di potassio. Quello stesso giorno il Bureau of Radiation Protection della Pennsylvania - il quale in precedenza aveva
accolto l'offerta della HEW di procurare il medicinale - trasferì al
Dipartimento della Sanità dello stato della Pennsylvania la responsabilità
di occuparsi dell'inibitore dello iodio radioattivo. Appena cominciarono ad
arrivare, la domenica, Gordon MacLeod, che dirigeva questo Dipartimento,
fece immagazzinare in un deposito gli invii di medicinali. Durante il week
end, Thomas Gerusky, direttore del Bureau of Radiation Protection, richiese
che lo ioduro di potassio venisse distribuito al suo personale che si
trovava a TMI; egli voleva che in caso di radiazione da iodio gli uomini
del BRP avessero a disposizione l'agente per il blocco della tiroide.
MacLeod si rifiutò, sostenendo che se la popolazione fosse venuta a sapere
che vi era stata la distribuzione di un qualsiasi medicinale, ne sarebbe
scaturita la richiesta di una distribuzione in massa.
MacLeod aveva l'appoggio dell'ufficio del governatore e di Harold Denton,
nella sua decisione di non distribuire a nessuno lo ioduro di potassio.
Questa decisione però non incontrò il gradimento di Washington. Il lunedì
Jack Watson invitò lo HEW a predisporre le istruzioni per la distribuzione e
l'uso del medicinale. A queste istruzioni lavorò un gruppo diretto da
Donald Frederickson, direttore dei National Institutes of Health (Istituti
Nazionali della Sanità). Le raccomandazioni prevedevano: la somministrazione
immediata dello ioduro di potassio a tutti i lavoratori
che si trovavano sull'isola; la distribuzione del medicinale a tutti coloro
che avessero avuto un preavviso inferiore ai 30 minuti in caso di emissione
di iodio radioattivo (in pratica tutti coloro che si trovavano in un raggio
di 10 miglia dalla centrale) e che le autorità locali valutassero tali
raccomandazioni alla luce della loro conoscenza diretta della situazione.
Il governatore ricevette le istruzioni il martedì con una lettera della Casa
Bianca, sebbene alcuni funzionari della Pennsylvania ne fossero a conoscenza
già dal lunedì. MacLeod si oppose energicamente alla distribuzione della
medicina fra la popolazione. Tra i motivi da lui addotti vi erano i
seguenti: i livelli di iodio radioattivo erano ben al disotto di quelli
indicati per dar corso ad un'azione protettiva, mentre la probabilità di
un'emissione di livelli superiori da TMI-2 era decrescente; la distribuzione
della medicina avrebbe accresciuto l'ansia della popolazione, che avrebbe
anche potuto somministrarsela senza che gliene fosse data istruzione; e
l'eventualità di effetti collaterali nocivi rappresentava di per sé un
potenziale problema sanitario pubblico. MacLeod scelse di non dar corso
alle raccomandazioni federali. Lo ioduro di potassio restò in magazzino
sotto custodia armata per tutto il periodo di emergenza. In estate la FDA
trasferì
medicinali a Little Rock, in Arkansas, per l'immagazzinamento.
Martedì 3 aprile la General Public Utilities, casa madre della Met Ed,
istituì la propria organizzazione di ripristino di TMI-2 per sovraintendere
e dirigere i lunghi lavori di decontaminazione. A capo dell'operazione di
ripristino venne nominato Robert Arnold, vice presidente di un'altra
consociata, la GPU Service Corporation.
Mercoledì 4 aprile si riaprirono le scuole che si trovano al di fuori di un
raggio di 5 miglia da TMI, mentre quelle all'interno di questa zona rimasero
chiuse e restò in vigore l'ordinanza del governatore che riguardava le donne
incinte e i bambini in età prescolare.
Nella zona di TMI stava tornando gradualmente una certa aria di normalità.
Il governatore Thornburgh chiese più volte a Denton se si poteva ritirare
l'ordinanza, per permettere alle donne in stato interessante e ai bambini
piccoli di tornare a casa. Ma la NRC voleva qualche fatto preciso a
simboleggiare la fine della crisi, per poterla annunciare. In un primo
momento la NRC puntava sul raggiungimento del «cold shutdown» (chiusura
fredda), ossia il punto in cui la temperatura del refrigerante del
reattore di TMI-2 sarebbe caduta al di sotto del punto di ebollizione
dell'acqua. Quando divenne chiaro che per arrivarci ci sarebbero voluti
ancora giorni e giorni, tra il Bureau of Radiation Protection della
Pennsyllvania e la NRC fu raggiunto l'accordo di porre fine all'ordinanza.
Sabato 7 aprile, Kelvin Molloy, su richiesta dell'ufficio del governatore,
lesse un comunicato stampa che annunciava la chiusura del ricovero per
evacuazione della Hershey Park Arena. Ci vollero altri due giorni, però,
perché il governatore Thornburgh ritirasse ufficialmente l'ordinanza.
Ma l'incidente a TMI non è finito neppure con il «cold shutdown» e ci vorrà
ancora del tempo perché si possa considerare finito. Dentro l'edificio di
contenimento o immagazzinati nei serbatoi dell'edificio ausiliario, restano
ancora più di quattro milioni di litri di acqua radioattiva. L'edificio di
contenimento, a sua volta, ritiene gas radioattivi e il nocciolo del reattore, gravemente danneggiato e fortemente radioattivo. Elementi
radioattivi contaminano i muri, i pavimenti e le attrezzature di più di un
edificio. Abbiamo davanti un lavoro di decontaminazione che non ha
precedenti nella storia dell'industria nucleare della nazione, una
decontaminazione il cui costo totale viene valutato da 80 a 200 milioni di
dollari e che richiederà, per essere completata, anche due o tre anni.
La decontaminazione iniziale è cominciata in aprile. Ricorrendo ad un
impianto chiamato EPICOR-I, la Met Ed ha iniziato la decontaminazione
dell'acqua immagazzinata nell'edificio ausiliario prima dell'incidente, la
quale contiene bassi livelli di radioattività (meno di un microcurie per
millilitro). In aprile la Met Ed ha cominciato anche a decontaminare
l'edificio che ospita il generatore Diesel di TMI-2, mentre il lavoro sugli
edifici ausiliari e del trattamento combustibile ha avuto inizio in maggio.
È un lavoro che implica soprattutto la sterilizzazione a secco e con
liquidi, la pulitura e asciugatura delle zone radioattive per togliere la
contaminazione: un compito che impone l'uso di abiti speciali e di
respiratori per proteggere i lavoratori.
L'incidente e la successiva decontaminazione hanno già provocato un certo
numero di concreti anche se piccoli danni da radioattività ad abiti, stoffe,
resine ionizzate, e filtri dell'aria contaminati. Finora a Richland, nello
Washington, sono stati inviati 12 camion pieni di questa roba rovinata per
essere sepolta nello smaltitore commerciale.
Ma gli aspetti più difficili della decontaminazione - sia dal punto di
vista tecnico che da quello politico - devono ancora arrivare. La Met Ed ha
chiesto alla NRC l'autorizzazione a liberare nell'atmosfera, in emissioni
controllate, il krypton 85 presente nell'aria dell'edificio di contenimento.
Le emissioni dovranno durare due mesi per assicurare che le radiazioni fuori
dell'impianto non superino i limiti fissati dalla NRC per la gestione
operativa normale di una centrale elettronucleare.
Gran parte dell'acqua contaminata residuo dell'incidente
- circa 2 milioni e 400 mila litri ancora presenti nell'edificio di contenimento e intorno ai
350 mila litri presenti nell'impianto di refrigerazione del reattore - contiene
alti livelli di radioattività (oltre i 100 microcurie per millilitro). La
Met Ed ha immagazzinato 1 milione e mezzo di litri di acqua contenente livelli
intermedi di radioattività (da 1 a 100 microcurie per millilitro) in varie
cisterne dell'edificio ausiliario di TMI-2. Durante l'estate la GPU ha
installato, per il trattamento di quest'acqua, un impianto chiamato
EPICOR-II. La NRC ne ha approvato l'uso purché le resine usate per rimuovere
il materiale radioattivo dall'acqua venissero solidificate prima del loro
invio dall'isola allo smaltimento. La Met Ed ha cominciato la
decontaminazione di quest'acqua a livelli intermedi di radioattività a metà
ottobre.
Finché non saranno rimossi i gas radioattivi dall'edificio di contenimento,
non può essere autorizzato l'ingresso di nessun essere umano nella struttura
sigillata. Nel frattempo si stanno mettendo a punto piani dettagliati per
entrare a valutare le condizioni esistenti all'interno dell'edificio. Poiché
nessuno conosce le condizioni esatte in cui si trovano il recipiente del
reattore e il suo nocciolo, non sono stati fatti piani di sorta per il
trattamento e la rimozione del nocciolo danneggiato.
E così a Three Mile Island l'incidente continua, e continua in un senso
molto concreto: esso continuerà finché non sarà completato l'annoso lavoro
di decontaminazione di TMI-2. Finché questo processo non sarà completato i
lavoratori continueranno a ricevere altre dosi di radiazioni; a fine agosto,
per esempio, cinque lavoratori sono stati esposti sulla pelle o alle
estremità degli arti a dosi eccedenti quelle previste trimestralmente dalla
NRC. E tuttora resta il rischio per la popolazione che dall'isola sfugga
ancora qualche radiazione.
ALCUNE VALUTAZIONI DELLA COMMISSIONE
Nella sezione Conclusioni Generali, la Commissione dice alcune cose di grande interesse.
«Per prevenire incidenti nucleari della gravità di quello verificatosi a Three Mile Island, sarà indispensabile introdurre trasformazioni radicali nell'organizzazione, nella procedura, nella prassi e soprattutto negli atteggiamenti della Commissione per la normativa nucleare e, per quanto si possano considerare rappresentative le organizzazioni oggetto di indagine, dell'intero settore nucleare.»
Ma ciò non basta perché subito dopo si aggiunge un'altra considerazione d'interesse.
Noi non intendiamo sostenere che le raccomandazioni da noi avanzate siano sufficienti a garantire la sicurezza dell'energia nucleare. [...] La soluzione definitiva del problema comporta certe considerazioni di carattere economico, ambientale, e di politica estera che sono suscettibili di valutazione esclusivamente nel contesto politico.
Per i limiti che la commissione
si è imposti (vedi il primo paragrafo), si può dire che vi sono certamente
problemi di affidabilità delle macchine e dei sistemi ma soprattutto delle
persone in senso lato, in senso di sistema che gestisce il nucleare. Qui vi sono
vere patologie di struttura, carenze nei processi e mancanza di comunicazione
tra entità chiave. Inoltre negli ambienti che gestiscono e presiedono le
centrali nucleari vi era una mentalità diffusa: la fede nella loro
sufficiente sicurezza alla quale il personale addetto poteva solo essere di
sussidio.
La Commissione è convinta della necessità di cambiare un simile
atteggiamento, affinché prevalga quell'altro, che cioè l'energia nucleare è
per sua stessa natura potenzialmente pericolosa e che, pertanto, si debba
incessantemente contestare l'asserita adeguatezza delle tutele già in atto
per prevenire qualsiasi incidente di una certa gravità. Si richiede,
insomma, un sistema globale nel cui ambito si attribuisca pari importanza
tanto agli esseri umani quanto alle attrezzature. Secondo la Commissione le norme non bastano Anzi, quando i regolamenti abbiano assunto le proporzioni e la
complessità che abbiamo riscontrato nel caso in esame, essi non possono che
esercitare un effetto negativo. Le norme sono talmente complesse che, per
assicurarne l'osservanza, si richiederebbero sforzi immensi sia all'ente di
gestione, sia ai fornitori diretti, sia alla NRC. È un errore
stabilire, come si è fatto, l'equazione tra rispetto delle norme e garanzia
di sicurezza. Il parere di questa Commissione è che l'assidua preoccupazione
per la sicurezza, piuttosto che l'osservanza di norme rigide e complesse, è
il solo mezzo per essere sicuri. A giudizio della Commissione si sono fatti errori nelle
normative esistenti e nella progettazione delle centrali con gli annessi studi
di rischio. Ci si è preoccupati di far fronte all'incidente più grave pensando
erroneamente che con questo si sarebbe poi stati in grado di intervenire in
qualunque altro problema né la NCR né il settore industriale hanno mostrato di capire che un
importante sistema di sicurezza è costituito proprio dagli esseri umani che
dirigono e che fanno funzionare le centrali.
Il personale non era preparato in modo adeguato. Se poteva gestire gli impianti
in normale funzionamento, non sapeva cosa fare in caso di un qualche allarme
serio. Ma anche i tecnici a livello superiore sono risultati non in grado di
capire i problemi nella loro complessità all'interno della centrale nel suo
insieme. Le procedure d'intervento sono poi così confuse ed equivoche che hanno
spesso messo in difficoltà chi intendeva seguirle. Inoltre i piccoli incidenti
accaduti prima avrebbero dovuto insegnare molto ed invece non sono mai stati
tradotti in una pratica operativa da insegnare agli operatori. Manca la
conclusività nelle indagini: si studia molto, si indaga, si approfondisce ma
non si arriva mai a conclusione e soluzione definitiva. In tal modo non vi sono
mai acquisizioni da poter trasferire a chi opera nelle centrali.
Ma anche la sala comandi di TMI-2 è mal progettata. E'
enorme e piena di spie luminose ed indicatori di ogni tipo ma con ciò che è di
vitale importanza dislocato lontano dal campo visivo degli operatori. Durante un
normale funzionamento non vi sono problemi ma quando accade qualcosa come
l'incidente che analizziamo allora anche da lì vengono i problemi: ad un certo
punto oltre cento segnali di allarme erano attivi e altrettante spie erano
accese o lampeggiavano, e ciò avveniva poiché mancava totalmente un sistema
che consentisse l'esclusione automatica dei segnali trascurabili per attirare
l'attenzione degli operatori esclusivamente sugli indicatori significativi.
Un operatore dichiarò: avrei voluto mandare al diavolo il pannello degli
allarmi, non ci dava alcuna informazione utile. Vi è un esempio clamoroso che mostra o l'impreparazione del personale o la
cattiva progettazione degli strumenti: vi sono strumenti che indicano la
pressione e la temperatura dell'impianto refrigerante ma nessuno strumento che
dica a quale combinazione di queste due grandezze si è in presenza di vapore. In
definitiva: carenze addestrative, mancanza di chiarezza delle procedure,
incapacità dei corpi istituzionali a far tesoro di esperienze precedenti,
deficienze progettuali della sala controllo. Tali difetti sono da
attribuirsi all'ente di gestione, alle ditte fornitrici di apparecchiature e
alla commissione federale incaricata della normativa sull'energia nucleare.
Siamo convinti pertanto che, indipendentemente dalla verifica dell'ipotesi
«errore umano» per spiegare il caso specifico, un incidente quale quello di
Three Mile Island fosse in ultima analisi inevitabile, date tutte le carenze
sopra descritte. QUALCHE MIA CONCLUSIONE
Le cose che ho detto nell'ultimo paragrafo riassumono circa 100 pagine del
rapporto della Commissione. Si entra in dettagli sul come coordinare i vari
enti, sul come avviare alla formazione del personale, sul come semplificare le
procedure, su quali enti eliminare eccetera. Non credo sia d'interesse,
comunque, in nota 1 vi è l'intero rapporto in lingua inglese che può essere
consultato. Per parte mia una semplice chiosa che vuole
essere una realistica osservazione su una qualche gestione dello stesso tipo in
Italia. Premesso che quando si parla di nucleare, si sa che
la centrale è la parte più sicura, più studiata e meno soggetta ad incidenti (e
dico questo nonostante TMI e Chernobyl), vediamo quali problemi, tra i maggiori, si porrebbero in
Italia. 1) Attualmente (novembre 2007) abbiamo gravi difficoltà costituzionali
a seguito della modifica del Titolo V della Costituzione. In particolare non è
stata riservata allo Stato la possibilità di intervento centralizzato su
questioni strategiche come l'energia. Oggi occorrerebbero iter defatiganti per
riuscire a trovare l'accordo di municipi, comuni, aree metropolitane, province,
regioni. E se non si comincia con tale accordo risulterebbe impossibile
dialogare con le popolazioni. 2) Attualmente vi sono legislazioni riguardanti
gli appalti che non garantiscono assolutamente nulla in termini di qualità di
esecuzione dei lavori. La legge permette subappalti a ripetizione e nessuna
certezza di costi e di tempi di esecuzione. Quando si stava costruendo la
Centrale di Montalto di Castro si era al diciottesimo subappalto. Credo si
capisca che su un'opera che richiede il massimo di attenzione e qualità, un così
allegro trasferimento di denaro pubblico a chi solo nominalmente prende un
appalto è intollerabile perché va necessariamente a finire in caduta di qualità.
Inoltre la legge dovrebbe prevedere tempi certi e costi certi con l'introduzione
di penali che dovrebbero evidentemente seguire a garanzie di solidezza economica
dell'impresa che apparterà i lavori. Sappiamo per l'esperienza di molti anni che
le gigantesche opere pubbliche, da noi, costano 4 volte il prezzo medio nel
resto d'Europa ed un'impresa come quella nucleare non può permettersi un tale
aumento di costi perché già in partenza è costosissima. Riguardo ai tempi di
consegna di un lavoro credo sia esperienza di ciascuno di noi l'attesa infinita
per ogni opera che riguardi minimamente il pubblico. Il nucleare se non
raggiunge determinate dimensione in determinati tempi è un'impresa a perdita di
energia e denaro.
3) Crea preoccupazione anche la gestione clientelare da parte della politica
delle varie commissioni che si metterebbero su. Non vi sono a tutt'oggi,
garanzie sulla professionalità ed il merito di chi si occuperebbe di questo
settore estremamente delicato. Ricordo solo che in Italia si licenzia Rubbia per
mantenere all'ENEA dei burocrati di partito (Lega!) e che si mettono ai vertici del CNR
ed altri istituti scientifici personaggi con qualificazione inesistente. 4) Se
si rilegge l'interscambio di telefonate, chiamate, incontri, interventi di tutti
con tutti (enti, autorità, ...) ... relativi all'incidente di TMI-2 e lo si
trasferisce da noi in Italia ci si rende conto che i problemi sarebbero
moltiplicati e non gestibili. La supposta bassa densità abitativa dalle parti
nostre praticamente non esiste ed eventuali piani di evacuazione su strade come
le nostre sarebbero problematici. 5) Da ultimo vi è il problema della
preparazione dei tecnici a tutti i livelli e qui, pur con tutta la fiducia
residua nel nostro sistema, incombono una scuola ed una università in via di
rapida dequalificazione. 6) Proprio per i limiti che si era imposta la
commissione resto anch'io a tali limiti ma almeno i titoli dei problemi aperti
relativi alla centrale li fornisco:
- Noi non abbiamo la tecnologia, quindi da chi ci riforniremo di uranio
arricchito ?
- Sarà una dipendenza da un solo Paese con maggiori rischi in caso di crisi
politiche ?
- Si inizia da ora a fare indagini epidemiologiche in zone d'Italia candidate a
ricevere centrali o siti di stoccaggio residui ?
- Che succede con le scorie e la dismissione che attende dal 1987 del nucleare
abbandonato ?
- .............. Quando quindi si parla di nucleare, di
filo e di anti, resto piuttosto perplesso perché il nucleare non può essere a
sola gestione tecnica: un impianto tecnicamente perfetto che va da solo.
Nessuno dimentichi tutto il resto e la necessità di dare piena e completa
informazione alle popolazioni fin da ora proprio per evitare quel rifiuto
irrazionale che vi sarà sempre con una classe politica non credibile.
In definitiva: si faccia pure il nucleare di quarta generazione ma, attenzione!, se non si risponde ai
problemi che ho posto si mette in piedi un'azienda pericolosa, in grado di
arricchire molte caste e mafie ma non di risolvere un qualche problema del
Paese. Anzi ! Roberto Renzetti NOTE (1) Il
rapporto, in inglese, è reperibile in:
http://www.pddoc.com/tmi2/kemeny/index.html
Analisi dettagliate sull'incidente si trovano in:
http://www.inl.gov/threemileisland/inl.shtml L'elenco di tutti
gli articoli sull'incidente pubblicati negli anni 1979-1980, si trovano in:
http://content.cdlib.org/view?docId=tf4000034s&chunk.id=c01-1.7.6.6&brand=oac
Per accedere a moltissime informazioni sull'utilizzo
dell'energia nucleare della NRC (Nuclear Regulatory Commission) degli Stati
Uniti si può andare al sito:
http://www.nrc.gov/reading-rm/doc-collections/fact-sheets/
Avevo già scritto in passato su questo incidente nucleare. Si può vedere:
http://www.fisicamente.net/DIDATTICA/index-514.htm
(2)
PSI = Pound per Square
Inch (lb/in2), : libbra (lb) per
pollice (in) quadrato, è una unità di
pressione anglo-sassone. 1 psi = 6 894 N/m2 = 6 894 Pa =
0,068 94 bar. (3) La conversione da gradi
farenheit (°F) a gradi centigradi (°C) si realizza mediante la formuletta:
°C = (°F - 32) x 5/9
(4) Per informazioni sui sistemi di unità in radioprotezione si può vedere il
mio Grandezze e misure in
radioprotezione: una selva selvaggia. (5) Sull'isola di Three Mile Island
vi erano due centrali TMI-1 e TMI-2. Quando
Al centro della foto si possono notare i due edifici di contenzione delle due
centrali di Three Mile Islands accadeva l'incidente
a TMI-2, la TMI-1 stava ricaricando il combustibile nucleare.
La ricarica di TMI-1. Il grande cilindro che si vede è il nocciolo del
reattore.
Poiché i guasti di grande entità impongono una reazione immediata, è
necessario che l'impianto stesso sia dimensionato in modo da effettuare
automaticamente l'intervento, mentre gli incidenti di minor conto possono
svilupparsi con notevole lentezza e il loro controllo dipendere da un
adeguato intervento umano. Questa è stata appunto la tragedia di Three Mile
Island, in cui i guasti meccanici associati all'incidente erano notevolmente
inferiori per gravità a quelli minuziosamente previsti a progetto, mentre a
mandare in confusione totale coloro che hanno gestito l'evento sono state le
conseguenze del fatto meccanico. Un inconveniente potenzialmente
inignificante si è trasformato così nell'incidente di TMI, con gravissimi
danni al reattore. E poiché tale associazione di piccoli guasti d'impianto è
suscettibile di verificarsi con frequenza notevolmente maggiore rispetto
agli incidenti macroscopici, nasce la necessità di uno studio attento e
approfondito proprio sulle cause minime. Si richiede inoltre la presenza di
personale operativo e direttivo che conosca alla perfezione la meccanica
d'esercizio della centrale e che sia in grado di reagire prontamente a
qualsiasi associazione accidentale di piccoli guasti d'impianto.
Ci si è preoccupati della sicurezza delle attrezzature ma
Vi sono altre inchieste che parlano di incidente provocato
dai guasti alle attrezzature ma noi ci sentiamo di affermare che qui si tratta
anche di errore di operatore, anche se, con ciò, non si dice tutto.

