IL CELIBATO ECCLESIASTICO

Date 2/1/2009 13:37:52 | Topic: Chiesa

FONDAMENTO E MITO DEL CELIBATO ECCLESIASTICO NEI PRIMI SECOLI

Le religioni fondano il loro potere nel concentrare i nostri timori e le nostre aspirazioni nell'eternità.
Nel cristianesimo, l'idea religiosa divenuta dottrina viene esagerata dallo zelo dei suoi seguaci al punto di produrre uno sforzo ascetico fatto per soggiogare la natura umana. Se nel potere della Chiesa cristiana vi fu un fattore al quale i suoi membri si sono sott'opposti, almeno nei loro voti, senza riserva alcuna, questi si chiama celibato.

Papa Wojtyla ha ribadito che il celibato ecclesiastico non si tocca e va conservato e gelosamente custodito. Il suo successore, nell'esortazione post-sinodale Sacramentus caritatis, ha ulteriormente confermato l'indirizzo.
Da dove trae origine il celibato ecclesiastico?

Diamo la parola al grande erudito cattolico Gaetano Moroni, autore del monumentale Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni, edito nelle decadi centrali dell''800 a Venezia, in 103 poderosi e fitti volumi. Una miniera di accurate notizie, fonte autorevole, anche se di parte religiosa, il cui merito è di rado riconosciuto esplicitamente nei resoconti bibliografici stilati oggigiorno.

«CELIBATO ( Coelibatus ) è lo stato di chi non è congiunto in matrimonio, come è quello degli ecclesiastici. I teologi, e principalmente Bergier, dimostrano che il celibato propriamente è lo stato di quelli, che rinunziano al matrimonio per motivi religiosi. Il celibato è cosa grata a Dio, come si ha da diversi passi dell'antico testamento, ma non per questo ne consegue, che sia riprovato il matrimonio. La verginità fu considerata come sagra anche dai gentili, e perciò tanto la Chiesa orientale, quanto la occidentale imposero ai ministri del culto l'obbligo di un qualche celibato. Tut- tavolta, sebbene il celibato sia più perfetto del matrimonio, non è compreso nel diritto divino pegli ordini sagri, cioè non vi è legge divina, che vieti ordinare in preti persone aventi moglie, nè ai preti di ammogliarsi. Certo, che il celibato è consentaneo alla ragione ecclesiastica e politica, e lungi dall'essere dannevole alla società, torna anzi a grandissimo suo vantaggio (Dizionario, vol. XI, pp. 57-58) ».

Non v'è dogma o precetto scritturale che vieti di ordinare preti delle persone ammogliate, né ai preti di sposarsi. Lo dice il primo aiutante di camera dell'allora vigente papa Gregorio XVI, senza che l'erudito cattolico fosse colpito da fulmini di scomunica o anatema da parte del sacro soglio, o patisse l'occhiuta e cattolicissima censura austriaca, cioè in un'epoca assai più difficile dell'odierna per la libera manifestazione del pensiero, ma in cui l'onestà intellettuale, inferiamo, non era ancora scaduta a semplice posa.

Storicamente non fu sempre così benvisto il celibato. Licurgo si pronunziò contro i celibatari; Platone fu più mite, e li tollerò con alcune restrizioni, ed i romani onorando le vestali, multavano, e tenevano in dispregio i celibi (Costantino abrogò le leggi che gravavano il celibato). In particolare il celibato fu estraneo «alle tradizioni d'Israele, contrarie com'esse erano ad ogni restrizione imposta al completo sviluppo fisico dell'uomo [.] il sacerdozio ebraico, tanto nei primitivi leviti, quanto nei posteriori Tsadukim e Baithusin, era ereditario, e questo sta ad indicare, in ultima analisi, come anche i più ortodossi non ammettessero alcuna speciale santità alla continenza, e come l'astinenza temporanea dall'uso della donna, che era richiesta a coloro che dovevano maneggiare gli oggetti sacri destinati al servizio dell'altare (I° Sam. XXI, 4-5), non fosse fatta che per distinguere la casta sacerdotale dal laicato; imperocché, nelle minute istruzioni riguardanti la purificazione, non si fa alcun cenno dei rapporti sessuali, sebbene venisse prescritto non poter entrare nel Tabernacolo quel sacerdote che avesse bevuto vino, e quantunque costituisse un impedimento l'impurità contratta per il contatto con un cadavere (Levit. X, XXI, XXII) (Henry Charles Lea, St. del celibato ecclesiastico nella chiesa cristiana, Mendrisio, 1911, vol. I, pp. 13-14). Mosè fece una legge espressa per il matrimonio, ed in favore di esso, anzi proibendo la verginità e il celibato (Moroni, cit.).

La filosofia Sankhya era diffusa al di là dell'Indo e insegnava il nulla della vita terrena e faceva consistere il bene supremo nella completa vittoria riportata su tutti i bisogni e su tutti i desideri umani. Con l'introduzione della figura del Budda, questa filosofia fu ridotta a sistema religioso, i seguaci del quale dovevano conservarsi casti, regola dapprincipio disattesa ma che fu imposta come obbligatoria per i sacerdoti e i monaci non appena tale sistema pervenne a diffondersi e costituirsi in qualità di chiesa, « fornendo così il prototipo che più tardi doveva esser imitato dal cristianesimo romano (Lea, cit., p. 16) ». E il buddismo offrì probabilmente molti esempi al monachesimo mediorientale e segnatamente a quello occidentale: la tonsura, l'uso della corona per la preghiera, la confessione, la penitenza, l'assoluzione, il segno della croce, il culto delle reliquie, i miracoli operati dalle reliquie, l'acquisto del dono della salute per mezzo delle dispensazioni della chiesa, ecc. ecc.. E molte altre sono le affinità tra le credenze religiose del buddismo, mazdeismo, ecc. e il cristianesimo. Lo racconta nelle sue fondamentali opere uno dei più insigni e famosi studiosi della sua epoca, il già citato Henry Charles Lea, membro, tra l'altro, dell'Accademia dei Lincei, spesso utilizzato dagli scrittori di queste cose e, come già s'è detto del Moroni, raramente menzionato nelle bibliografie.

Non è una novità che i preti d'ogni appartenenza mirano ad innalzare l'anima astratta a spese dei doveri che hanno di fronte alla società. Così il dogma dell'immortalità spirituale ha funto e funge da esca all'ascetismo e quale conseguenza spontanea e necessaria di subordinazione della vita presente alla futura.

Il celibato nella Chiesa cristiana.

Scrive il Moroni: «Ma per quanto spetta all'uso ed alle leggi della Chiesa, non è mai stato permesso ai preti ed ai vescovi di ammogliarsi, quando avevano dichiarato, nel tempo della loro ordinazione, ch'essi volevano seguire lo stato celibe, cosa pure osservata in diverse chiese di occidente pei sottodiaconi. La differenza - prosegue Moroni -, che vi era tra la chiesa greca, e la latina rispetto al matrimonio dei preti, è che nella chiesa greca si sono ordinati a preti e vescovi persone ammogliate, purché fosse quella la loro prima moglie, e che non avessero sposate delle vedove, senza obbligarli alla divisione; mentre nella Chiesa latina non si sono mai ordinati né preti, né vescovi persone congiunte in matrimonio, a meno che ambedue di reciproco consenso non promettessero solennemente di vivere separati il resto dei loro giorni».

Come si evince, il Moroni è costretto a salvare capra e cavoli, ma non mente a chi voglia intendere. L'affermazione secondo cui "nella Chiesa latina non si sono mai ordinati né preti, né vescovi" ammogliati, cade ipso facto nel momento in cui ammette che i preti e i vescovi congiunti in matrimonio vivevano con le proprie mogli in perfetta astinenza. Quanta casta forza poi conservi l'impegno assunto da preti e vescovi a letto con le loro mogli non si vuole sapere, ma è un fatto che essi non erano in solitudine sotto le coltri.

Ma procediamo con ordine. Bisogna anzitutto distinguere un punto fondamentale che può ingenerare equivoci, ovvero tra continenza (astinenza dal sesso) e celibato. Sono concetti, sia dal punto di vista pratico, dottrinale e giuridico, di significato completamente diverso, anche se gli eunuchi per il regno dei cieli non si rasserenano ai fatti e s'industriano in sofismi che hanno esaurito il loro fosforo cerebrale, cercando di dimostrare come il celibato dei preti cattolici, pur non assolutamente prescritto, è per lo meno praticato fin dai tempi più antichi e insistono sulla sua origine apostolica.

Essi citano san Paolo, un personaggio inesistente sotto ogni profilo storico, le epistole del quale furono redatte al più presto nel II secolo dell'e.v.. Ad ogni buon conto, posta per vera ogni cosa, che c'è scritto nella Prima lettera a Timoteo?

« È degno di fede quanto vi dico: se uno aspira all'episcopato, desidera un nobile lavoro. Ma bisogna che il vescovo sia irreprensibile, non sposato che una sola volta, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia dirigere bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi con ogni dignità, perché se uno non sa dirigere la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio? Inoltre non sia un neofita, perché non gli accada di montare in superbia e di cadere nella stessa condanna del diavolo. È necessario che egli goda buona reputazione presso quelli di fuori, per non cadere in discredito e in qualche laccio del diavolo (su questo tema cfr. anche Ewa Wipszycka, Storia della Chiesa nella tarda antichità, 2000) ».

Evidentemente nel II sec. preti e presbiteri a volte non solo erano sposati, ma risultavano ammogliati più di una volta. A ciò vale con ogni evidenza il richiamo e la puntualizzazione paolina, anche in considerazione della grande facilità con la quale all'epoca si concedeva il divorzio e la diffusa pratica poligamica in uso tra gli ebrei.

Quindi, riferendoci ad un'altra lettera, la Prima ai Corinzi, si osserva che, nel bollore tra Roma e Costantinopoli, al mezzo dell'XI sec., Roma stessa non ebbe alcuna difficoltà ad ammettere come il famoso testo significa come gli Apostoli fossero ammogliati (Lea, cit., p.21).

Anche Tommaso d'Acquino (Summae II, ii Quast. 186 art. 4 ad I), riconosce che, propriamente parlando, Cristo non impose agli uomini di abbandonare le loro mogli, e che non lo impose nemmeno a Pietro (vds. Lea, cit, p. 22).

Veniamo ora alle decisioni sinodali dei primi secoli per quanto riguarda le seconde nozze, ovvero per i preti che si risposavano. Il sinodo di Elvira, del 305, considera incompatibile con le seconde nozze l'amministrazione dei sacramenti e la celebrazione dei sacri riti. Quello di Neocesarea, nel 314, proibiva ai sacerdoti di onorare di loro presenza le feste se fossero passati a seconde nozze, ma il sinodo di Laodicea, tenuto nel 352, ritenne però di far uso di maggiore indulgenza. Nel 484, papa Gelasio si sentì in obbligo di rammentare ai fedeli come tali seconde nozze non fossero proibite per i laici. Con tutto ciò, però, questa restrizione non venne imposta al clero senza resistenza (per le fonti antiche: Lea, cit. pp. 31-33).

Una volta saldamente e chiaramente stabilito questo principio che proibiva le seconde nozze al clero, era naturale che tra il clero e il laicato si imponesse una distinzione ancor più recisa per ciò che riguarda i vincoli matrimoniali, giacché il celibato attribuiva al clero una parvenza di maggiore santità e gli spianava la strada alla venerazione da parte del popolo. Quindi è ben facile comprendere come, in breve, si tornasse a rivivere l'antica regola levitica, per la quale il prete non poteva unirsi altro che ad una vergine; ed infatti non più tardi del 414, Innocenzo I si duole fortemente che gli uomini maritati ad una vedova siano innalzati agli onori dell'episcopato, e Leone I dedicò parecchie sue epistole ad inculcare questa norma. In brevissimo tempo da questa regola si trasse un corollario secondo il quale il prete che avesse in moglie una donna macchiata di adulterio era obbligato a cacciarla; questo corollario, poi, secondo quanto autori posteriori misero bene in luce, offriva ragioni valide a coloro che sostenevano la necessità assoluta del celibato del clero.

Lo stato della disciplina ecclesiastica sulla fine del III secolo, quale si trova esposto dalle costituzioni apostoliche e dai canoni, era il seguente: i vescovi ed i sacerdoti potevano conservare le mogli che avessero avuto anteriormente alla loro ordinazione sacerdotale, ma una volta entrati negli ordini sacri, non potevano più ammogliarsi. Pertanto ogni pretesa di riportare il celibato alle origini apostoliche, è destituito di ogni fondamento sia dal lato documentale, sia dal lato dei comportamenti effettivi e storicamente probanti.

Il più antico tentativo della chiesa, di cui si abbia ricordo, fatto allo scopo di introdurre delle restrizioni in materia di celibato, venne dal già citato sinodo di Elvira (Spagna) del 305, il quale ebbe a dichiarare (can. 33) nel modo più positivo che tutti coloro i quali ambiscono al ministero dell'altare devono vivere estranei ad ogni commercio con le loro mogli (cosa che non implica l'essere scapoli). Esso fece, inoltre, tutto il possibile per por fine agli scandali delle agapetæ, ossia le concubine del clero; scandali che questo canone - ci dice H.C. Lea - parve fatto a posta per aumentare. Il sinodo di Ancira (314), capitale della Galazia, nel can. 10 stabilisce la sospensione di quei diaconi che al momento dell'ordinazione hanno assunto l'obbligo del celibato, si decidono successivamente in favore delle nozze; quello di Arles (nel 314) nel can. 29 ripropone l'obbligo della continenza assoluta per il clero sposato. Il sinodo di Neocesarea in Ponto (314-19), stabilì la deposizione del prete il quale si sposasse dopo essere entrato negli ordini. Ma con questo non si volle mettere alcun limite ai rapporti tra quelli che si erano ammogliati quando si trovavano ancora nei gradi più bassi del clero e le loro mogli. Il sinodo di Cartagine (349) nei cann. 3 e 4 parla della continenza e dell'astinenza dalle donne dei diversi ordini di chierici. Il sinodo di Laodicea (tra il 341-381), in Frigia, nei cann. 24, 33 e 53 proibisce ai chierici di frequentare osterie, di recarsi ai bagni contemporaneamente alle donne (questa proibizione è rivolta anche ai laici), e in occasione delle nozze o dei banchetti di abbandonare il proprio posto all'inizio dei giochi.

Nell'anno 325 venne convocato e tenuto il primo concilio ecumenico a Nicea. Si è sempre creduto che i canoni di un concilio generale fossero opera diretta dello spirito santo, motivo per cui si è sempre nutrito a loro riguardo un rispetto indiscutibile. Gli atti, poi, del concilio niceno hanno sempre goduto una speciale autorità, tanto da soffocare qualunque discussione ogni qualvolta si fosse trattato di argomenti ai quali si potesse applicarli. Coloro che hanno voluto vedere risolta ogni controversia sulla regola che disciplina il celibato ecclesiastico per chi vuole essere ammesso agli ordini sacri, si appellano al terzo canone.

Secondo Damiano Spataru, nel suo recentissimo Sacerdoti e diaconesse. La gerarchia ecclesiastica secondo i Padri cappadoci, il concilio I di Nicea, nel can. 3 proibisce assolutamente a vescovi, ai preti ed ai diaconi, di tenere con sé una donna, a meno che non si tratti della madre, della sorella, della zia o di una persona assolutamente superiore a qualunque sospetto (p. 101). Ciò è vero solo nella misura in cui il concilio ha rigorosamente ed espressamente vietato ai vescovi, ai preti ed ai diaconi di tenere presso di sé una "subintroductam mulierem". Il termine di "subintroductam mulierem" viene invariabilmente usato nel senso equivalente a "fremine extranea", rasentando il termine di "focaia" e di "concubina", nonché quelli più antichi di "agapeta" e di "dilecta". Quindi non vi è alcun esplicito riferimento che vieti la residenza di eventuali mogli presso gli ecclesiastici.

« Se, nel 397, il potere imperiale sentì la necessità di intervenire con una legge dell'imperatore Valentiniano, che comminava severi castighi a coloro fra gli ecclesiastici che frequentassero le case delle vedove e delle vergini, ciò vuol dire che l'immoralità doveva aver raggiunto uno stadio assai alto (Lea, cit., p. 65) ».

Tale situazione ed un insieme di circostanze indussero verso il 385 i papi ad ordinare, per la prima volta, la regola del celibato per tutti i ministri dell'altare, non senza incontrare ampia opposizione e resistenza che perdurarono per numerosissimi secoli e ben oltre l'anno Mille. Solo con il concilio tridentino il celibato divenne "aurea legge" vincolante. Anche se poi nella pratica del celibato si continuò a comportarsi così come ci si comportava in assenza di una legge sul divorzio, ovvero all'italiana.

Ricapitolando: nei primi tempi della Chiesa si ordinavano ovunque le persone ammogliate senza alcuna obbligazione. Nel IV secolo si cominciò, in via di consiglio, ad esortare i vescovi, preti e diaconi che avevano moglie a conservarsi continenti; dal consiglio si passò al precetto e per meglio accertarne l'esecuzione si ordinò che i vescovi, preti e diaconi ammogliati dovessero o lasciare il ministero o separarsi dalle loro mogli, come si vede nella decretale di papa Silicio ad Imerio, Tescovo di Tarragona, scritta nel 385. Ma questa specie di divorzio induceva, come detto, molti contrasti e resistenze, e trovava ovviamente e ovunque l'opposizione da parte dei coniugi; si venne pertanto alla determinazione, nel VI secolo, di non ordinare al diaconato od al presbiterato chi avesse moglie. Così nella Chiesa latina; ma nella Chiesa greca si ritenne sempre che un uomo ammogliato o laico o solamente negli ordini minori, potesse essere promosso al diaconato ed al presbiterato e tenersi la moglie, uso sancito definitivamente dal concilio di Trullo nel 692.

« L'obbligo del celibato fu così spesso ricordato dai concili e dai papi del V e VII sec. che questa insistenza lascia immaginare numerose infedeltà al principio (Odon Vallet, Piccolo lessico delle idee false sulle religioni, ed. Paoline, p. 38) ».

Scrive il prof. Fulvio De Giorgi dell'Università cattolica di Milano nel suo Il brutto anatroccolo. Il laicato cattolico italiano (2008): « Il celibato ecclesiastico, com'è noto, non è un obbligo essenziale teologico ma una scelta di opportunità pastorale. Tra le note fondamentali e teologicamente imprescindibili del sacramento dell'ordine non vi è il celibato, ma la secolare tradizione della Chiesa occidentale che lo ritiene pastoralmente opportuno [...].

Siamo alla bancarotta [....]. In riferimento a tali sconcertanti avvenimenti [pedofilia, risarcimenti, ecc.] e al discredito profondo ricaduto sulla Chiesa cattolica, illustri esponenti della Chiesa stessa, intellettuali, vescovi, teologi, hanno affermato che può essere opportuno adottare il rimedio della fine del celibato obbligatorio per i sacerdoti. In fondo lo stesso san Paolo consigliava il celibato, ma affermava che è meglio sposarsi che ardere. Una stabilità affettiva e una vita sessuale matrimoniale potrebbe evitare a molti membri del clero tentazioni sessuali più forti di quanto la loro personalità morale e spirituale sia in grado di fronteggiare (pp. 118-19) .»

Infine è opportuno ricordare che la Chiesa fece scendere in controversia i suoi massimi campioni, i quali, nella "confutatio pontificia" del 1530, condensarono in 404 articoli le ragioni del primato del celibato e della dignità conventuale. Solo recentemente il magistero cattolico ha riconosciuto dignità allo stato coniugale. Giov. Paolo II nel corso dell'udienza generale di mercoledì 14 aprile 1989 ha dichiarato: «le parole di Cristo riportate in Matteo 19, 11-12 (come anche le parole di Paolo nella prima lettera ai Corinzi, cap. 7) non forniscono motivo per sostenere né l'inferiorità del matrimonio, né la superiorità della verginità o del celibato (Cosimo Quarta, Tommaso Moro, 1991, p. 122) ».

Altro luminoso esempio, questo, dell'illimitata serie storica della pontificia infallibilità.

La crisi della vocazione acetica, dell'istituto del celibato e nubilato ecclesiastico ("fulgida gemma"), è il termometro esatto della crisi storica ed irreversibile del cattolicesimo nelle sue forme attuali, dell'insostenibile obbedienza alla potestà dottrinale vaticana, della sua miope controriforma e delle sue pretese, il segno evidente che la Chiesa romana è sempre meno universale e apostolica, e sempre più museo e archivio di vecchie cose. Amen.

di anonimo
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Dalla lettera enciclica Sacerdotalis Caelibatus del 24 giugno 1967.

[.] Guardiamo onestamente le principali obiezioni alla legge del celibato ecclesiastico abbinato al sacerdozio. La prima, sembra provenire dalla fonte più autorevole: il Nuovo Testamento, nel quale è conservata la dottrina di Cristo e degli Apostoli, non esige il celibato dei ministri sacri, ma lo propone piuttosto come libera obbedienza ad una speciale vocazione o ad uno speciale carisma [.].
L'intimo rapporto che i Padri della Chiesa e gli scrittori ecclesiastici hanno stabilito nel corso dei secoli tra la vocazione al sacerdozio ministeriale e la sacra verginità trova la sua origine in mentalità e situazioni storiche diverse dalle nostre. Spesso nei testi patristici si raccomanda al clero, più che il celibato, l'astinenza dall'uso del matrimonio, e le ragioni addotte per la castità perfetta dei sacri ministri sembrano talvolta ispirate a eccessivo pessimismo per la condizione umana nella carne, o a una particolare concezione della purezza necessaria per il contatto con le cose sacre. Gli argomenti antichi, inoltre, non risulterebbero più consoni a tutti gli ambienti socio-culturali, in cui oggi la Chiesa è chiamata a operare mediante i suoi sacerdoti.
[.] Non mancano poi quelli, i quali sono convinti che un sacerdozio uxorato non soltanto toglierebbe l'occasione a infedeltà, disordini e dolorose defezioni, che feriscono e addolorano tutta la Chiesa [.].
La scelta del celibato non comporta l'ignoranza e il disprezzo dell'istinto sessuale e dell'affettività, il che nuocerebbe all'equilibrio fisico e psicologico del sacerdote, ma esige lucida comprensione, attento dominio di sé e sapiente sublimazione della propria psiche su un piano superiore. In tal modo, il celibato, elevando integralmente l'uomo, contribuisce effettivamente alla sua perfezione [.].
È vero: il sacerdote, per il suo celibato, è un uomo solo; ma la sua solitudine non è il vuoto, perché è riempita da Dio e dall'esuberante ricchezza del suo regno. [.]A volte la solitudine peserà dolorosamente sul sacerdote, ma non per questo egli si pentirà di averla generosamente scelta.
Eccetera.

di anonimo



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