
RICOMINCIARE LA PULIZIA
Date 10/9/2008 0:40:57 | Topic: Politica
| Dal revisionismo al rovescismo Iniziò Craxi plaudendo a De Felice. Poi arrivò Violante
Angelo d'Orsi
Difficile dare una data esatta, alla domanda: quando tutto questo ha avuto inizio? Ma arrischierei: tra dicembre 1987 e gennaio 1988, dunque prima del "crollo", dello sdoganamento dei missini, prima che la trasmutazione genetica del Pci fosse conclusa. Dunque a cavaliere del biennio in questione - l'87-88 Renzo De Felice rilasciava a un ex comunista come lui, della generazione seguente, Giuliano Ferrara, un'intervista sul Corriere della Sera . Il titolo recitava: «De Felice: perché deve cadere la retorica dell'antifascismo» (in prima pagina) e ripresa a pagina 2 col titolo «Le norme contro il fascismo? Sono grottesche, aboliamole». All'intervista seguì una pagina di commenti due giorni dopo, e quindi un dibattito su Raitre, sempre sotto la conduzione (come si può immaginare imparzialissima) di Ferrara: il suo titolo «Seppellire l'antifascismo?». Due squadre che difendevano, rispettivamente, come fondanti i valori dell'antifascismo (Scoppola, Spriano, Forcella, Pasquino) e, contro, gli abrogazionisti (De Felice, Galli della Loggia, Colletti, Mieli). La polemica da storiografica divenne ipso facto politica. Dopo e accanto agli ideologi, entrarono in campo, a gamba tesa, leader di partito, a cominciare da Craxi il quale si dichiarò d'accordo con De Felice; con lui il primo a complimentarsi per il coraggio dello storico fu un giovane politico destinato ad ascendere alla terza carica dello Stato, Gianfranco Fini, che addirittura proclamò, gongolante: «E' finito il dopoguerra». In un puntuale intervento a caldo su La Stampa , un giovane ottantenne, Sandro Galante Garrone, coglieva i nessi intricati, ma del tutto visibili a chi, come lui, avesse occhi per guardare, fra quel sommesso tramestio e il più rumoroso parlare che si faceva di "Grande Riforma", "Seconda Repubblica", "Nuova Costituzione"... Il «subdolo intento» - osservava il vecchio combattente - che emergeva dietro «certi artificiosi abbellimenti del passato, e reticenze, e inviti alla riconciliazione», era quello, in definitiva, di «sbarazzarsi di una Costituzione antifascista, nata dalla Resistenza». Da allora il gioco si è fatto via via più duro ed esplicito, con il progressivo venir meno di mediazioni. E gli stessi capi dello Stato, garanti della Carta costituzionale, hanno dovuto accontentarsi di giocare, con minore o maggiore convinzione, di rimessa (sotto questo riguardo il mio riconoscimento più pieno va a Scalfaro). Era cominciato un massiccio uso politico della Storia, da parte dei media - la cui "indipendenza" in Italia, come si sa, è nulla o quasi - e da parte del ceto politico: la storia, e in specie il ciclo fascismo/antifascismo/guerra mondiale/resistenze, divenne una prateria dove ciascuno poté compiere impunemente le proprie scorrerie, senza cautela alcuna, senza serietà, né onestà intellettuale. La storia diventava semplicemente una clava da usare per delegittimare gli avversari o autolegittimarsi politicamente, magari ricorrendo, come fece la Lega di Bossi fin dai suoi albori, a grotteschi, ma non del tutto inefficaci tentativi di inventare una ridicola "identità" padana, con tanto di invenzione di inesistenti tradizioni e caratteri endogeni. Sebbene esempi importanti fossero giunti da Francia (Furet e la sua critica sempre più feroce alla Grande Révolution) e Germania (Nolte e il dibattito con Habermas, sul «passato che non passa», che finiva per condurre a un drastico ridimensionamento delle responsabilità del nazismo), fu proprio il Bel Paese il luogo ideale per il revisionismo politico. Con una forte accelerazione post-1989. E una nuova, ulteriore, post-"discesa in campo" del Cavaliere, che finì, anche su questo piano, per raccogliere le premesse poste dal suo grande padrino politico Bettino Craxi. In mezzo, all'inizio degli anni 90, toccò a un libro - frutto di un'approfondita ricerca di Claudio Pavone, storico e partigiano essere preda di caccia del nuovo revisionismo. Un furbesco espediente editoriale trasformando il sottotitolo in titolo, consentì una "rilettura" (come si cominciò a dire) del biennio '43-45 in chiave revisionistica: «Una guerra civile», fu il titolo editoriale; che in realtà era il sottotitolo originale dato dall'autore, mentre il titolo suonava: «Saggio sulla moralità della Resistenza». Trattandosi di un volume di oltre 800 pagine, pochi ebbero interesse a leggerlo, e si fermarono, non a caso, a quel titolo: «L'avevamo sempre detto», fu il commento delle vecchie destre, cui si aggiunsero le nuove, anche di diversa origine. Intanto c'era stata la Bolognina, e poi le varie catastrofi che portarono, dopo l'incompiuta "rivoluzione" di Mani Pulite, al berlusconismo. E a Luciano Violante che da presidente della Camera rese omaggio ai "ragazzi di Salò". Di là fu una china precipitosa, con o senza Berlusconi al governo: una gara a relativizzare il fascismo, a "problematizzare" la Resistenza, a insistere su Foibe (dando numeri davvero ridicoli, moltiplicando per fattore 100 o addirittura 1000 i morti, e dimenticando genesi e contesto di quei fatti; e fu sotto il centrosinistra che si arrivò al "Giorno del Ricordo" per gli esuli italiani...), triangoli della morte, giù giù fino ai casi penosi di "rovescismo", termine che mi onoro di aver coniato per definire la fase suprema del revisionismo, e che ha trovato in un giornalista, con velleità da storico (mancato) e da scrittore (fallito), il suo Zorro vindice dei poveri fascisti di Salò. Mentre il solito Galli della Loggia teorizzava l'8 settembre come giornata infausta: addirittura «morte della patria», riprendendo un'espressione di un dimenticato Sebastiano Satta, e volgendola ai propri scopi nient'affatto conoscitivi, ma ideologici. Sulla scena pubblica, intanto, amministratori locali si davan da fare con la toponomastica per ricuperare alle glorie patrie vecchi arnesi del Fascio, o aprivano circoli, facevano manifestazioni; memorabile quella recentissima nel cimitero Trespiano (Fi), per commemorare "i franchi tiratori" di Firenze, i cecchini fascisti che sparavano sulla folla, sui partigiani e sugli Alleati che entravano in città nel '44: in quel cimitero sono sepolti i Rosselli, Salvemini, Ernesto Rossi: quasi tutto il meglio dell'antifascismo italiano. O, infine, direttamente avviavano spedizioni punitive contro "comunisti", anarchici, extracomunitari (meglio se Rom), come s'è visto negli ultimi tempi a Roma, Milano e altrove, magari confortati da ammonimenti e benedizioni di Berlusconi, tra un rabbuffo e una barzelletta; mentre lui stesso, sul piano nazionale, tra riforma piduistica, norme legislative ad personam, e scudo spaziale contro la Legge in generale, mostrava in estrema sintesi, e con grande chiarezza, quale fosse l'esito, tutto politico, del revisionismo. Alemanno e La Russa, in un coretto di mezze figure tra accademia e parlamento (menzione speciale per Gaetano Quagliariello, fusione perfetta di accigliata mediocrità e trombonesca autoconsiderazione), ne sono soltanto gli ultimi, per ora, squallidissimi, quanto miserandi portavoce.
L'ANTIFASCISMO NON È UN VALORE A fine anni 80 Craxi si schierò a favore della rilettura del fascismo dello storico De Felice e considerò chiusa l'era dell'antifascismo come valore fondante della carta costituzionale. FASCISMO NON È MALE ASSOLUTO Così il sindaco Gianni Alemanno domenica scorsa. Ha aggiunto:«Male assoluto sono le leggi razziali volute dal fascismo e che ne determinarono la fine politica e culturale». L'EX COMUNISTA E I RAGAZZI DI SALÒ Nel '96, da presidente della camera, fece un appello a «capire, senza revisionismi falsificanti», i motivi dei ragazzi che «quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò e non dei diritti e delle libertà».
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/09-Settembre-2008/art30.html _____________________
PERCHÉ STUPIRSI?
Marco Revelli
C'è una qualche ragione di stupore nel fatto che alla celebrazione della difesa di Roma l'8 settembre - l'8 settembre!, nel giorno in cui quelli come lui, i nostalgici della Patria Littoria e, insieme, i ministri della difesa, dovrebbero, per decenza, chiudersi in silenziosa meditazione -, il ministro La Russa non abbia trovato di meglio che tessere l'elogio dei combattenti di Salò? Ignazio La Russa è un fascista (può sembrate anacronistico, ma è così). Era fascista trent'anni fa, quando bazzicava piazza San Babila. Ha continuato a essere fascista per tutto il tempo in cui ha ricoperto alte cariche in un partito, il Msi, che aveva nel proprio simbolo il sacello del duce e che ostentava come un onore la discendenza dalla Repubblica sociale. E' rimasto fascista nonostante la riverniciatura di Fiuggi. E' fascista culturalmente. Politicamente. Anche antropologicamente, lasciatemelo dire, tanto da sembrare una caricatura del fascista. Lo è allo stesso modo di Alemanno, di Gasparri, di Storace... Quello che ha detto a Porta San Paolo lo aveva già detto, in forma certamente più cruda, prima del '94, nelle sezioni del suo partito dove troneggiava di solito il testone di Mussolini e pendevano ai muri i gagliardetti della «decima mas». E lo avrà ripetuto chissà quante volte ai raduni reducistici della Divisione Littorio o della «Ettore Muti» (quelli, per intenderci, che rastrellavano con i tedeschi le nostre valli e bruciavano le borgate ribelli). Quello che colpisce e indigna, nei fatti di ieri, è che ora lo dica non più da «uomo di partito», ma da ministro - e non un ministro qualunque -: da Ministro della Difesa, uno che rappresenta il braccio armato della nostra nazione, e che decide della vita e della morte sia dei nostri soldati che di quelli che se li trovano davanti. Quella «lettura» della storia italiana viene dal cuore del potere governativo, dal suo nucleo più duro, e inquietante, perché preposto «all'esercizio della forza». Ma anche questo è un segno dei tempi. Della profonda trasformazione - e degenerazione - del nostro sistema politico. Del mutamento strutturale - di «regime», potremmo dire - dell'assetto istituzionale italiano. Se il fascista La Russa può permettersi di usare, da quel podio, «istituzionalmente», un linguaggio che negli ultimi anni aveva dovuto moderare e mascherare, se può dire quello che pensava e che pensa, è perché avverte che se lo può permettere. Che si sono abbassate le difese immunitarie del paese rispetto a quella retorica e a quelle argomentazioni. Che nel senso comune prevalente, la memoria di quegli eventi è ferita, neutralizzata, in ampia misura azzerata. Sembra che, interpellato, il ministro abbia risposto di aver «detto cose molto meno impegnative di quelle che disse Violante sui ragazzi di Salò, o di quello che ha detto lo stesso Veltroni». E purtroppo colpisce un punto dolente, perché lo strappo di Porta San Paolo avviene su un terreno già preparato da tempo. Si insinua in un vuoto di consapevolezza e di coscienza storica lasciato da chi, per rincorrere mode mediatiche e troppo facili riconoscimenti dall'avversario politico, ha bruciato troppi ponti. Cancellato troppe linee identitarie. Giocato troppo spregiudicatamente con la propria e l'altrui storia. I «regimi» nascono, e soprattutto si manifestano, anche così: non solo con i fatti, ma con le parole. E se dei fatti (e misfatti) di questo governo le vittime sono gli «ultimi», quelli su cui è facile maramaldeggiare (i migranti, i rom, i precari, i senza voce...), delle parole vittima sono i «primi»: i fondatori di questa Repubblica che si appanna e svanisce. Quelli che l'8 settembre, in solitudine, nel naufragio della patria, scelsero. Un'Altra Italia, da allora non certo maggioritaria, ma autorevole, capace di voce e di memoria. Ostacolo e limite a ogni tentativo di ritorno. E' quella la vittima sacrificale di Porta San Paolo. Il segno che, sessantacinque anni dopo, Roma è caduta. Lo misureremo nei prossimi giorni, dall'intensità della risposta, quanto profonda sia la caduta. Ma se quelle parole dovessero «passare». Se venissero archiviate come cronaca nel gossip dominante. Se la pur dignitosa e autorevole replica del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano dovesse restare la sola, e non si materializzasse - di contro - una ferma, diffusa, condivisa e forte risposta, allora dovremmo concludere che il cerchio si chiude. E l'autobiografia della nazione si ripropone, nel suo eterno ritornare.
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/09-Settembre-2008/art1.html ____________________-
Il senatore Ciarrapico: era meglio Hitler così ci hanno guadagnato solo gli Usa
«La Rsi non mandò nessuno nei campi di concentramento; furono i tedeschi a farlo». Fantasiose revisioni storiche in salsa ciociara e momenti di gloria, ieri, per il senatore Pdl Giuseppe Ciarrapico, già andreottiano ma di rito missino ai tempi di Almirante, oggi critico con Fini, vicino alla destra nerissima e comunque perdutamente nostalgico di Salò. Ha accettato la candidatura con Berlusconi a patto di continuare a dichiararsi «fascista». Interrogato dai giornalisti sui repubblichini suoi camerati, si è lanciato in una spericolata revisione dei fatti di Porta San Paolo, a Roma. Approdando verso il «pieno appoggio» al ministro Ignazio La Russa: «Ha detto la verità. Anche Craxi - ha ricordato - ha sempre onorato chi aveva scelto di stare dalla parte della Repubblica sociale italiana, cioè dalla parte di chi a ragione non voleva tradire l'alleanza con i tedeschi per favorire lo sbarco straniero in Patria degli angloamericani». Ma oggi il mondo non è migliore, rispetto a quello che sarebbe stato se avessero vinto Hitler e Mussolini?, gli ha chiesto il giornalista. «Migliore? Forse, ma per gli Usa e per gli interessi americani».
[chissà cosa avrà da dire la compagna di partito di Ciarrapico, tal Fiamma Nirenstein, ndr] __________________________________
Lezioni di storia
Alberto Piccinini
«Dovreste ringraziare Fini per aver definito il fascismo il male assoluto, perché adesso siamo liberi di dire a alta voce tutte le altre cose buone che è stato il fascismo» (Ignazio La Russa, novembre 2003); «Se guardiamo a Somalia, Etiopia e Libia, a come sono ridotte adesso e a com erano prima con l Italia, credo che questa pagina della storia sarà riscritta e ci sarà una rivalutazione del ruolo dell Italia» (Gianfranco Fini, ottobre 2006); «Il fascismo non è la parentesi oscura della storia, come disse Croce sbagliando» (Maurizio Gasparri, 2002); «L Italia fascista non ebbe mai responsabilità sullo sterminio degli ebrei» (Domenico Gramazio, 2005); «Nessuna coalizione ci potrà mai chiedere di andare in un agenzia di viaggi, fare un biglietto per Gerusalemme per andare a maledire il fascismo». (Francesco Storace, novembre 2007); «Ora non è che per far contenti Rutelli e D Alema ci metteremo pure a riallagare le paludi pontine e a portare la malaria a Latina, a mandare al rogo l enciclopedia italiana» (Maurizio Gasparri, novembre 2003); «Meglio fascisti che froci» (Alessandra Mussolini a Vladimir Luxuria, 2006);
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