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di Roberto Renzetti

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La rivista elettronica FISICAMENTE è nata per raccogliere la trascrizione degli oltre cento articoli da me scritti e pubblicati nell’ambito della mia attività di docente e ricercatore. A questi lavori ne aggiungerò via via degli altri che scriverò, quelli di vari collaboratori ed altri che riterrò di interesse.

FISICAMENTE è aperta ad ogni collaborazione sui temi trattati. Chi vorrà potrà inviarmi i suoi lavori che saranno valutati per l’eventuale pubblicazione che avverrà comunque sotto la completa responsabilità degli autori senza che essa impegni in alcun modo la rivista. Una sola e semplice avvertenza: quanto qui riportato non è soggetto a diritti d’autore ma non è utilizzabile a fini commerciali. Si richiede a chi usi queste pagine la sola cortesia di citarne la fonte:

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 Roberto Renzetti

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Impresentabili : LA LEGA FA PAURA
Inviato da R il 10/6/2018 20:39:42 (305 letture)

LE PERSECUZIONI GIUDIZIARIE DELLA LEGA

Un caro amico e compagno mi ha inviato un resoconto ragionato della vicenda politico-giudiziaria che lo ha visto coinvolto come imputato in un processo per diffamazione a mezzo stampa che una militante leghista ha intentato nei suoi confronti nel 2006. Il caro Eros ha ottenuto la piena assoluzione sia nel processo di primo grado (14 maggio 2014) che in quello di secondo grado (2 novembre 2017)*. Sono convinto, con Eros, che il tema e il problema non abbiano un valore meramente individuale ed interessino, tanto dal punto di vista giudiziario quanto da quello politico-sociale, un certo numero di compagni e di sinceri democratici che si sono scontrati con quello che nel testo qui allegato definisce “il dispotismo oscurantista della Lega Nord”, particolarmente oppressivo e repressivo nei territori in cui la Lega Nord (oggi denominatosi Lega) è egemone (quindi Lombardia e Veneto). Ritengo che la pubblicazione è certamente utile anche come momento di controinformazione e di sostegno alle vittime della repressione giudiziaria leghista.



* http://www.varesenews.it/lettera/lettera-al-direttore-accanimento-giudiziario-isolamento-e-vittoria/

Segue il testo del resoconto di Eros Barone.



Sconfitto il dispotismo oscurantista della Lega Nord:
riconosciuta la legittimità della critica proletaria



Due sono gli antefatti della vicenda politico-giudiziaria che mi ha visto coinvolto come imputato. Uno risale al 2005, l’altro al 2006. Nel giugno del 2005 la provincia di Varese vede compiersi, a seguito dell’uccisione di un giovane autoctono da parte di un immigrato albanese, prima un tentativo di linciaggio degli immigrati albanesi messo in opera, con modalità assai simili a quelle che contraddistinguono movimenti razzisti come il Ku Klux Klan, da gruppi organizzati della destra nazifascista, e successivamente una manifestazione eversiva inscenata da questi ultimi a Varese: tutto ciò avviene con la copertura e con l’appoggio di militanti ed esponenti della Lega Nord. Nel novembre 2006 un vigile urbano uccide a Binago, nel Comasco, uno zingaro sorpreso a rubare in un’abitazione e la Lega Nord organizza una manifestazione per solidarizzare con il vigile.

Questa catena di eventi non solo definisce i contorni inquietanti di un clima che richiama, anche se con altri bersagli e altre vittime, quello dei ‘pogrom’ antiebraici di un passato che purtroppo sembra ‘non passare’, ma trova anche un puntuale riflesso negli interventi ospitati dalla rubrica “Lettere al direttore” del quotidiano telematico “Varese News”. Al centro degli interventi di chi scrive, così come di altri osservatori della realtà del territorio varesino e lombardo, balza agli occhi, con crescente nettezza di riscontri sia socio-politici che ideologico-culturali, il tema, fortemente dibattuto su “Varese News” e su altri organi di stampa, della natura, dell’identità e del ‘modus operandi’ della Lega Nord. Emergono, in buona sostanza, a giudizio dello scrivente - giudizio confortato e supportato, ad esempio, da A. Bihr, autorevole studioso dei movimenti politici europei di estrema destra, xenofobi e razzisti, nella monumentale ricerca comparativa L’avvenire di un passato -, le coordinate di una formazione politica, la Lega Nord, la natura, l’identità e il ‘modus operandi’ della quale sono riconducibili “ad alcuni caratteri fondamentali della ‘Weltanschauung’ nazifascista”, come lo scrivente afferma ed esemplifica in una lettera del 12 dicembre 2006 in cui analizza e smaschera i presupposti e le conseguenze della concezione politica e ideologica sottesa alle posizioni formulate da una militante leghista nella sua lettera dell’11 dicembre 2006: lettera che ha suscitato, non, come sarebbe stato corretto e opportuno, una risposta argomentata espressa magari in una forma critico-polemica vivace, ma una reazione giudiziaria che si è tradotta in una denuncia per diffamazione a mezzo stampa, denuncia sicuramente ispirata e sostenuta dal gruppo dirigente varesino della Lega Nord.

La tesi che esposi nel mio intervento sulla Lega Nord era il frutto di un lavoro di inchiesta, di analisi e di riflessione iniziato, in coincidenza con il sorgere e il manifestarsi del movimento politico delle Leghe, a partire dagli anni Novanta del secolo scorso e confluito in articoli e saggi apparsi su varie riviste (senza che mai, nonostante l’identità dei contenuti e del lessico, si fosse manifestata una reazione come quella posta in essere dalla leghista che mi ha denunciato per diffamazione a mezzo stampa). Va detto che l’analisi del fenomeno leghista era articolata e coglieva in esso la compresenza, rilevabile anche in altri fenomeni storici similari (dal nazismo al fascismo, dal qualunquismo al poujadismo), di ‘valori’ eterogenei (ad esempio, di derivazione comunitarista, micronazionalista e razzista), laddove è da osservare che la composita ideologia populista su cui si fonda il movimento della Lega Nord è costituita essenzialmente da un amalgama di ‘valori’ liberali e di ‘valori’ fascisti.

I fatti che seguirono (come, ad esempio, la proposta della Lega di istituire la segregazione razziale nei mezzi di trasporto) confermarono ampiamente la tesi che ebbi ad enunciare ispirandomi in primo luogo all’articolo 3 della Costituzione, oltre che praticando correttamente l’articolo 21 della medesima, circa il carattere nazifascista (anche se non solo nazifascista) dell’ideologia e della pratica leghiste. In particolare, ho sottolineato che la concezione stessa che postula l’esistenza, la differenza e l’identità irriducibili di un mitico ‘popolo padano’, dotato di una «cultura millenaria, magari proprio barbara e celtica» e non assimilabile al resto della nazione italiana, è intrinsecamente fascista e si ritrova pari pari negli assunti sostenuti dalla militante leghista che mi ha denunciato. Per converso, la negazione dell’altro, il considerare lo straniero come un potenziale nemico è il ‘Leitmotiv’ che percorre l’intervento della suddetta signora e ne costituisce l’aspetto più inquietante: si vedano, a tale proposito, i passi della lettera, questi, sì, meritevoli di incriminazione, in cui ella inveisce contro extracomunitari, albanesi, marocchini, islamici, rom «ed ogni altro»; esalta la frase sciagurata e ripugnante con cui il segretario varesino della Lega Nord difese l’operato del vigile di Binago: «Uno zingaro in meno»; rivendica con orgoglio degno di miglior causa la qualifica di «razzista»; ribadisce e reclama, in nome dell’‘identità padana’, non una politica democratica e progressiva di inclusione sociale, ma una politica antidemocratica e discriminatoria di esclusione sociale, protesa a colpire le componenti più deboli ed emarginate presenti nel tessuto civile del nostro paese.

In realtà, su un simile atteggiamento, ad un tempo psicologico e ideologico, frutto certamente del campo di tensioni connesso alla globalizzazione capitalistica, ma anche di una ignobile speculazione politica sui sentimenti di insicurezza, paura e disorientamento della popolazione, Primo Levi aveva già pronunciato, nella Prefazione al suo libro Se questo è un uomo, parole che non possono essere dimenticate da chiunque abbia a cuore i destini dell’uomo in una società democratica, solidale ed egualitaria: «A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano» .

Nel delineare questa mia vicenda e nell’inserirla in un quadro più ampio, che è poi quello dell’offensiva reazionaria che si è sviluppata durante gli ultimi dieci anni nel territorio lombardo (così come a livello nazionale), provo pertanto a rammentare alcuni dei più recenti episodi, da quelli meno gravi a quelli più gravi: in occasione dei campionati del mondo di ciclismo, l’installazione nella rotonda di Buguggiate, comune del Varesotto, di alcune sagome di ciclisti le cui effigie riproducono i volti dei leader della Lega Nord (Bossi, Maroni, Leoni ecc.), l’imbrattamento con vernice verde di queste sagome compiuto da un giovane avvocato di Milano (successivamente rintracciato e denunciato dalla Digos); l’uccisione di un operaio arabo immigrato a Gerenzano da parte dell’imprenditore (una ‘riedizione’, che purtroppo non ha suscitato la stessa ondata di sdegno che suscitò a suo tempo il caso di Jon Cazaku, operaio rumeno bruciato dal suo ‘datore di lavoro’ a Gallarate negli anni ’90); la provocazione telematica della Lega Nord di Tradate (VA) con il fotomontaggio, apparso sul sito web di tale organizzazione, che associa il simbolo delle Br al simbolo della Cgil; infine, la denuncia contro Michele Serra, scrittore e giornalista de “L’Espresso”, per la sua “Satira preventiva” sul Comune di Varese e su Malpensa: una denuncia che è stata promossa su mandato della Lega e per opera dello stesso avvocato che ha patrocinato contro di me la causa della persona che mi ha denunciato. Si tratta di un quadro che, pur essendo limitato al territorio lombardo, conferma quell’azione sistematica di ‘incitamento all’odio razziale’ (per usare l’espressione del procuratore della repubblica di Verona, dott. Papalia) che la Lega Nord, in quanto partito razzista di massa, svolge operando al fine di alimentare la islamofobia e la rumenofobia, nonché diffondere atteggiamenti e comportamenti razzisti, xenofobi e mixofobi.

A quanto finora esposto è da aggiungere, anche se risale a qualche anno fa, la denuncia di Previti nei confronti dello scrittore Franco Cordelli per il suo romanzo Il duca di Mantova, incentrato su Berlusconi e sul suo ‘entourage’. Come stanno a dimostrare gli attacchi giudiziari contro gli scrittori Franco Cordelli e Antonio Tabucchi (anche lui, a suo tempo fortemente impegnato nel denunciare la corruzione e la violenza, non solo simbolica, della forma più putrescente del regime capitalistico, rappresentata dal blocco berlusconiano e leghista), la legge, che dovrebbe servire a proteggere i deboli dalla oppressione e dalle sopraffazioni del potere, viene oggi usata, grazie al mutamento dei rapporti di forza tra le classi che si è verificato, come strumento di intimidazione e sopraffazione verso i deboli: in altri termini, è diventata la veste giuridica del potere proprietario, della sua affermazione autoritaria, della sua coazione di classe e della sua repressione economica. Sennonché la magistratura, pur assolvendo in ultima analisi una funzione di classe in difesa della società borghese-capitalistica, vede ancora una presenza significativa di giudici attenti alla Costituzione e alle garanzie che essa pone. Così, il 14 maggio u.s. il giudice Anna Azzena del tribunale di Varese ha riconosciuto la piena legittimità del diritto di critica da me esercitato (art. 21 della Costituzione e art. 595 del codice penale) e mi ha assolto con formula piena nel processo per diffamazione a mezzo stampa che la Lega Nord aveva intentato nei miei confronti. I compagni possono immaginare la mia soddisfazione dopo otto anni (tanti ne sono passati a partire da quel mio scritto) trascorsi con la spada di Damocle di questo processo sospesa sulla testa. La mia controparte chiedeva ben 50.000 euro di indennizzo per danni morali; alla fine, per saldare la parcella del mio avvocato ne spenderò, comunque, circa 6.000. Tra l’altro, sono stato recentemente ricoverato per una decina di giorni all’ospedale a causa di un’aritmia cardiaca, effetto “secondario” di un periodo di tensione nervosa e sovraffaticamento fisico in cui il processo ha sicuramente giocato la sua parte. Tuttavia, se questo è il prezzo della libertà di critica e di espressione (gli antichi greci parlavano di ‘parrhesía’ a questo proposito), ebbene sono fiero di pagarlo. Il conflitto politico-ideologico, lo so bene, ha i suoi costi, soprattutto quando non si è più giovani. Comunque sia, il dispotismo leghista è stato sconfitto all’interno della sua roccaforte, là dove io l’ho sfidato equiparando in modo del tutto legittimo la sua ideologia e la sua pratica al nazifascismo.

Nel 2014, come ho detto, si è giunti alla sentenza di primo grado, con la quale sono stato riconosciuto non colpevole di quanto attribuitomi dai miei avversari politici (per fortuna in Italia c’è ancora una qualche forma di “diritto di critica”), ma l’accanimento giudiziario nei miei confronti non si è esaurito, poiché la controparte decideva di ricorrere in appello. Nel frattempo, constatavo con non poca amarezza un certo isolamento dovuto al comportamento di chi avrebbe dovuto essermi più vicino politicamente, ma mi scansava per il mio radicalismo. Il riferimento è, naturalmente, alle organizzazioni della “sinistra”, Rifondazione e l’allora Partito dei Comunisti Italiani, che, eccettuate circoscritte espressioni di solidarietà individuale espresse privatamente o a titolo personale, non hanno preso posizione pubblicamente a favore del “professore rosso”, mentre la stessa Cgil, della quale ero un dirigente nell’àmbito della Federazione Lavoratori della Conoscenza, si è limitata ad un timido sostegno. L’epilogo (almeno sino ad ora) della vicenda in parola si è avuto lo scorso 2 novembre presso la Vª Sezione penale della Corte d’Appello del Tribunale di Milano presieduta dal dott. Antonio Novi, dove si è tenuta l’udienza di secondo grado del processo che mi ha visto coinvolto come imputato per il reato di “diffamazione a mezzo stampa”: assoluzione dal reato ascrittomi e pagamento delle spese processuali a carico della controparte.

Orbene, che cosa insegna la vicenda politico-giudiziaria che ho sinteticamente ricapitolato? La prima lezione che si può ricavare è quanto pesi sul proletariato e sui militanti comunisti la mancanza di un partito che trasformi casi giudiziari come questo in iniziativa politica, sostenendo sul piano politico, morale e legale i compagni colpiti dalla repressione e dalla intimidazione poste in essere dall’avversario di classe. È dunque necessaria e urgente, a mio avviso, per contrastare questo tipo di offensiva reazionaria, la costituzione di un Comitato contro la repressione che preveda sia la creazione di un gruppo di avvocati democratici per la difesa legale di militanti comunisti e sinceri progressisti colpiti da denunce per diffamazione il cui scopo è quello di intimidire scientemente oppositori e critici del blocco di potere governativo e padronale, sia un osservatorio nazionale sui casi che si verificano nelle varie regioni, sia, più in generale, l’indizione di una campagna nazionale, da articolare a livello regionale e territoriale, per la difesa delle libertà democratiche e costituzionali, nonché contro l’attacco alla libertà di pensiero, di espressione e di critica. Una cosa è certa (cito da un messaggio di solidarietà che ho ricevuto da un compagno): “Quando il gioco si fa duro alla fine sono i duri a vincere”. Laddove la durezza a cui ci si riferisce è unicamente quella che va messa in campo quando occorre difendere una concezione democratica, egualitaria e progressiva della società. .E questo è forse, sotto il profilo etico-politico e nella prospettiva della costruzione del partito comunista, l’insegnamento più prezioso che si trae dalle vittorie che ho riportato in questa piccola ma significativa vicenda politico-giudiziaria.



Eros Barone



Genova, 16 novembre 2017.







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Autore Albero



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