logo

Rivista di fisica, didattica della fisica, storia della fisica, fisica e filosofia,
problemi della scuola, ambiente, fede e ragione, varia umanità

di Roberto Renzetti

 Login
Nome utente:

Password:


Hai perso la password?

Registrati ora! Attenzione: per inviare commenti agli articoli e notizie in SpazioAperto è necessario registrarsi
 8 per mille:
 Menù principale
Home

Archivio mensile editoriali

Rubriche SpazioAmici

Chi sono

Contattami

FAQs

 

La rivista elettronica FISICAMENTE è nata per raccogliere la trascrizione degli oltre cento articoli da me scritti e pubblicati nell’ambito della mia attività di docente e ricercatore. A questi lavori ne aggiungerò via via degli altri che scriverò, quelli di vari collaboratori ed altri che riterrò di interesse.

FISICAMENTE è aperta ad ogni collaborazione sui temi trattati. Chi vorrà potrà inviarmi i suoi lavori che saranno valutati per l’eventuale pubblicazione che avverrà comunque sotto la completa responsabilità degli autori senza che essa impegni in alcun modo la rivista. Una sola e semplice avvertenza: quanto qui riportato non è soggetto a diritti d’autore ma non è utilizzabile a fini commerciali. Si richiede a chi usi queste pagine la sola cortesia di citarne la fonte:

www.fisicamente.net

 Roberto Renzetti

PS. Non inviate quesiti e problemi di fisica da risolvere così come l’elaborazione di nuove ed importanti teorie non altrove comprese. Non sono in grado di risolvere problemi o giudicare teorie.

VAI ALLA POLICY


Israele/Palestina : ALCUNI EBREI PARLANO DEI CRIMINI DEI GOVERNI DI ISRAELE
Inviato da R il 30/8/2014 19:49:52 (747 letture)

Ebraismo, Sionismo, Antisemitismo, Antisionismo.
Israele ed i governi sionisti di destra spesso criminali


Purtroppo sembra quasi impossibile un giudizio disteso, o almeno una discussione pacata, sulla drammatica vicenda dei palestinesi che vengono ammazzati come mosche dai governi di Israele. Ogni volta che ci si prova si è immediatamente accusati di "antisemitismo" da parte di cellule che impiegano il loro tempo al controllo di ogni notizia venga scritta e diffusa sulla questione in oggetto. Qual è l’accusa ? Essere appunto antisemiti ! Ora questo termine è gravissimo se scagliato contro una persona qualunque. E’ ancora più grave se se lo sente dire uno come me che ha passato i suoi anni di gioventù (allora era il tempo per questo) in difesa del popolo ebraico a seguito della conoscenza del problema e soprattutto della Shoah che conquistai in tempi difficili con l'aiuto di un professore eccellente, Alberto Asor Rosa (paradossalmente anch’egli accusato di antisemitismo).

Insomma sto dicendo che questo tempo è finito. Oggi vi sono gli ebrei, una etnia come un’altra, e vi sono i sionisti quasi sempre dei banditi, personaggi di destra che hanno trasformato Israele in uno Stato confessionale che ha rinchiuso i palestinesi in un piccolissimo territorio con confini chiusi dovunque e con razionamenti d’acqua e d’energia. Comunque chi vuole informarsi può farlo cercando fonti che, ancora purtroppo, in Italia non abbondano essendo la stampa guardinga su questi temi e sui ricatti imposti da varie testate controllate opportunamente.
Vi è poi un altro aspetto che ci impedisce di essere informati: alcuni ebrei, anche non sionisti, persone che seguo da anni e che sui giornali raccontano sempre cose molto condivisibili, quando si deve parlare di Israele perdono il lume della ragione. Mi riferisco a persone che stimo come Augias e Colombo.
Per trovare ebrei (che fanno informazione) che dicono cose condivisibili sul genocidio del popolo palestinese occorre cercare molto. Io ho trovato, in Italia, Moni Ovadia e Gad Lerner. In Israele vi è un personaggio lucidissimo che io stimo ed apprezzo moltissimo: si tratta di Gideon Levy, editorialista di quel coraggiosissimo e prestigiosissimo quotidiano israeliano che è Haaretz.
Premesso ciò faccio parlare queste persone. L’accusa di antisemitismo, se qualcuno vuole rivolgermela, me la prendo. Se essere indicato come antisemita per cercare di dire due parole in difesa di un popolo massacrato e privato via via di ogni dignità e diritto, allora chi lo fa è una carogna che non merita alcuna attenzione essendo schierato (comunque si nasconda) dalla parte dei carnefici. Occorre ormai convincerci che i padri dell'antisemitismo dei tempi recenti sono i sionisti. Per quelo che mi riguarda credo di avere spalle molto larghe che sono cresciute con una storia che io so dimostrare, storia sempre protesa in difesa degli oppressi e mai da sciocco ed acritico bipede implume acefalo. Su Fisicamente, chi crede, può consultare la sezione Israele-Palestina dove troverà le notizie che ho messo insieme da vari anni.
Ebbene, alla fine di una rassegna che vede parlare le persone, gli ebrei, che ho citato troverete la notizia di un documento che a me ha fatto accapponare la pelle: molti ebrei superstiti dai campi di sterminio nazisti (insieme a loro familiari) hanno firmato un documento diretto al New York Times in cui esprimono una condanna totale dei massacri di Israele sui palestinesi. Costoro partono da una critica ad uno dei tanti pensatori e scrittori ebraici, in questo caso Elie Wiesel (anch’egli reduce da un campo di sterminio e Premio Nobel per la pace), che intervengono qua e là dicendo cose molto blande che, in definitiva, suonano sostegno ai governi di destra di Israele.

R
_______________-

http://www.pagina99.it/news/mondo/5860/L-occupazione--la-societa-israeliana.html

L'occupazione, la società israeliana e i media. Intervista con Gideon Levy

31 maggio @ 08.47

MARCO CESARIO

Intervista

"Il nodo del conflitto israelo-palestinese sono le colonie a cui i governi di Tel Aviv non vogliono rinunciare. Ma finché non lo faranno, non ci sarà pace in Medio Oriente".

Tel Aviv - La sede del quotidiano israeliano Haaretz si trova al termine di una lunga strada alberata e dagli appezzamenti di verde estremamente curati. Il verde dei giardini, di un colore così vivace stride con l'architettura circostante, fatta di palazzi fatiscenti, mostri di cemento sventrati e anneriti dallo smog, complessi edilizi semi-abbandonati della peggiore architettura degli anni '60 e '70. All’improvviso, in mezzo ad un nugolo di case costruite quasi senza senno, spunta un elegante edificio Bauhaus o una villetta curata di due o tre piani circondata da maestosi alberi, fiori e giardini. E' qui che incontro Gideon Levy.
“L'accordo Hamas-OLP sarebbe un'ottima notizia se funzionasse” dice a pagina99 Gideon Levy, Vincitore dell'Emil Grunzweig Human Rights Award nel 1996, del premio della Fondazione Anna Lindh (2008) per un articolo sull'uccisione di Palestinesi da parte dell'esercito israeliano e del Peace Through Media Award nel 2012, Levy tiene una rubrica su Haaretz dal titolo “Twilight Zone” in cui fa resoconti dettagliati sulle attività dell'esercito israeliano nei territori occupati. E' una delle voci critiche più autorevoli d'Israele.
Il 29 Aprile scorso è scaduto il termine dei 9 mesi decisi nello scorso luglio a Washington, sotto la spinta del presidente Obama e di John Kerry, per trovare un accordo di pace tra israeliani e palestinesi. Un nuovo fallimento?
In realtà non si tratta di 9 mesi ma di 45 anni. Il vero processo di pace è infatti iniziato agli inizi degli anni '70. Ogni volta si tratta sempre sullo stesso tema. E ogni volta non si riesce a trovare un accordo. Non credo si possa realmente giungere a un accordo tra le parti. E la ragione è semplice: fin quando Israele non deciderà di mettere fine all'occupazione non si potrà mai raggiungere alcun accordo. E' chiaro come il sole. Il problema è che Israele non ha intenzione di rinunciare ai territori occupati. E' questo è il nodo del problema, il centro della discordia. Tutto il resto è di minor entità. Non credo che il governo di Netanyahu voglia rinunciare ai territori e non credo che alcun altro governo dello stato d'Israele voglia, con sincerità ed onestà, assumersi questa responsabilità.

Il negoziatore capo palestinese Saeb Erekat ha addossato la colpa del fallimento al premier Netanyahu mentre per quest'ultimo la trattativa è finita anche di fronte al fatto che l'Anp non voglia riconoscere Israele come "Stato ebraico". Ora s'aggiunge l'accordo di unità nazionale tra OLP e Hamas, quest'ultima definita da Israele, Usa e Ue un'organizzazione terroristica.
In primo luogo non sono sicuro che quest'accordo funzionerà perché già in passato ne sono stati siglati diversi, poi saltati. Credo che questo essere divisi sia il principale problema ed il più grande errore dei palestinesi. Dividendosi fanno il gioco del governo israeliano che cerca in ogni modo di dividerli. I palestinesi del '48 da quelli del '67, gli abitanti di Gerusalemme da quelli della Cisgiordania, di dividere i cittadini della Cisgiordania da quelli di Gaza, di dividere i palestinesi della diaspora da quelli residenti in Palestina ed infine di dividere Hamas dall'OLP. Ovviamente tutto ciò non è solo responsabilità degli israeliani. Io spero che questa volta l'accordo non fallisca e che i palestinesi trovino davvero un'unità. Ma resto molto scettico. Se funzionasse questa sarebbe un'ottima notizia per chiunque voglia la pace perché infine si avrebbe un solo interlocutore palestinese. Mi sembra chiaro che se Hamas s'allea con l'OLP vuol dire che accetta, direttamente o indirettamente, di trattare con Israele.

L'ANP ha annunciato l'adesione a 15 trattati internazionali e ha manifestato l'intenzione di aderire ad altri 60.
L'adesione a questi trattati è perfettamente legittima, l'autorità palestinese ha pieno diritto. Israele costruisce colonie senza sosta e ciò non costituisce un problema. E quando l'ANP s'appella alla comunità internazionale – il che che costituisce non solo un suo diritto ma anche un suo dovere - Israele dice che si tratta di una “decisione unilaterale”. Per me questo è totalmente inaccettabile. L'ANP ha pieno diritto ad aderire ai trattati internazionali.

Come vede il ruolo d'Israele nel Mediterraneo?
Israele risiede in una zona geografica in cui la maggior parte dei paesi non ne accetta l'esistenza. Ma non bisogna dimenticare che Israele fa di tutto per non essere accettato. Israele ha infatti un'unica ispirazione: quella di essere un paese europeo, americano, occidentale, un paese che nonostante la sua posizione geografica, volta completamente le spalle al mondo arabo-musulmano. Israele non solo intrattiene pessimi rapporti con i propri vicini ma cerca di evitare qualunque contatto con la cultura e la lingua araba, la sua musica, la sua storia. La cultura araba è praticamente un tabù in Israele. Mentre io credo sinceramente che invece di voltare le spalle al mondo arabo, Israele dovrebbe rivolgere il suo sguardo verso di esso perché ciò avrebbe anche conseguenze politiche importanti. Un esempio è la Turchia. L'unico paese nel Medio Oriente che accetta l'esistenza d'Israele (e con il quale i rapporti commerciali e turistici sono più che floridi), un rapporto rovinato in seguito alla questione della Freedom Flotilla. Mi chiedo: era davvero necessario che il governo israeliano agisse in quella maniera?

In quanto giornalista critico del governo lei è molto esposto. Come vede il ruolo dei media critici nella società israeliana?
I media in Israele hanno molta influenza. La maggior parte dei media collaborano attivamente alla filosofia dell'occupazione territoriale. Molte volte penso che senza i media israeliani l'occupazione non sarebbe durata tanto. I media collaborano attivamente con questo stato di cose negando l'occupazione, nascondendola, disumanizzando e demonizzando i palestinesi. Io rappresento un'esigua minoranza come commentatore all'interno dell'opinione pubblica israeliana. Devo dire che il mio giornale, Haaretz, rappresenta una specie di isola in Israele in quanto a libertà ed indipendenza dell'informazione. Ma non so quantificare l'impatto dell'informazione che io ed il giornale su cui scrivo abbiamo sull'opinione pubblica. Posso solo dire con certezza che Israele senza Haaretz sarebbe un posto molto peggiore in cui vivere.

@marco_cesario

- See more at: http://www.pagina99.it/news/mondo/5860/L-occupazione--la-societa-israeliana.html#sthash.SCYTz2Zn.dpuf

_______________________________________-


Gideon Levy:“Israele non vuole la pace”
09 lug 2014

by Redazione http://nena-news.it/gideon-levy-israele-non-vuole-la-pace/

L’atteggiamento di rifiuto è intrinseco alle convinzioni più radicate di Israele. Qui risiede, a livello più profondo, il concetto che questa terra è destinata solo agli ebrei. Il dato di fatto più evidente è il progetto di colonizzazione. Fin dalle sue origini, non c’è mai stato una più attendibile o più evidente prova inconfutabile delle reali intenzioni di Israele.


di Gideon Levy – Haaretz

Gerusalemme, 9 luglio 2014, Nena News – Israele non vuole la pace. Non c’è niente di quello che ho scritto finora di cui sarei più contento di essere smentito. Ma le prove si sono accumulate a dismisura. In effetti, si può dire che Israele non ha mai voluto la pace – una pace giusta, cioè basata su un compromesso equo per entrambe le parti.
È vero che l’abituale saluto in ebraico è “Shalom” (“Pace”) – quando uno se ne va e quando arriva. E, di primo acchitto, praticamente ogni israeliano direbbe di volere la pace, è ovvio. Ma non farebbe riferimento al tipo di pace che porterebbe anche alla giustizia, senza la quale non c’è pace, e non ci potrà essere. Gli israeliani vogliono la pace, non la giustizia, certamente non basata su principi universali. Quindi, “Pace, pace, quando pace non c‘è.” Non soltanto non c’è pace: negli anni recenti, Israele si è allontanato persino dall’aspirare a fare la pace. Ha perso totalmente lil desiderio di farla. La pace è scomparsa dalla prospettiva di Israele, e il suo posto è stato preso da un’ansietà collettiva che si è sistematicamente impiantata, e da questioni personali, private che ora hanno la prevalenza su tutto il resto.
Verosimilmente il desiderio di pace di Israele è morto circa dieci anni fa, dopo il fallimento del summit di Camp David nel 2000, la diffusione della menzogna secondo cui non ci sono partner palestinesi per fare la pace, e, ovviamente, l’orribile periodo intriso di sangue della Seconda Intifada. Ma la verità è che, persino prima di tutto questo, Israele non ha mai veramente voluto la pace. Israele non ha mai, neppure per un minuto, trattato i palestinesi come esseri umani con pari diritti. Non ha mai visto la loro sofferenza come una comprensibile sofferenza umana e nazionale. Anche il campo pacifista israeliano- se pure è mai esistito qualcosa del genere – è morto anche lui di una lunga agonia tra le sconvolgenti scene della Seconda Intifada e la menzogna della mancanza di una controparte [palestinese]. Tutto ciò che è rimasto è stato un pugno di organizzazioni tanto determinate e impegnate quanto inefficaci nel contrastare le campagne di delegittimazione costruite contro di loro. Perciò Israele è rimasto con il suo atteggiamento di rifiuto.
Il dato di fatto più evidente del rifiuto della pace da parte di Israele è, ovviamente, il progetto di colonizzazione. Fin dalle sue origini, non c’è mai stato una più attendibile o più evidente prova inconfutabile delle reali intenzioni [di Israele] di questa particolare iniziativa. In poche parole: chi costruisce gli insediamenti vuole consolidare l’occupazione, e chi vuole consolidare l’occupazione non vuole la pace. Questa in sintesi è la questione. Ammettendo che le decisioni di Israele siano razionali, è impossibile accettare che la costruzione delle colonie e l’aspirazione alla pace siano vicendevolmente. Ogni attività per la costruzione degli insediamenti dei coloni, ogni roulotte e ogni balcone trasmette rifiuto. Se Israele avesse voluto raggiungere la pace attraverso gli Accordi di Oslo, avrebbe almeno bloccato la costruzione di colonie di sua spontanea iniziativa. Il fatto che non sia avvenuto prova che gli accordi di Oslo sono stati un inganno, o nella migliore delle ipotesi la cronaca di un fallimento annunciato. Se Israele avesse voluto ottenere la pace a Taba, a Camp David, a Sharm el-Sheikh, a Washington o a Gerusalemme, la sua prima mossa avrebbe dovuto essere la fine di qualunque tipo di edificazione nei Territori [occupati]. Senza porre condizioni. Senza contropartita. Che Israele non lo abbia fatto è la prova che non vuole una pace giusta.
Ma le colonie sono state solo la pietra di paragone delle intenzioni di Israele. Il suo atteggiamento di rifiuto è molto più profondamente radicato nel suo DNA, nelle sue vene, nella sua ragione d’essere, nelle sue originarie convinzioni. Lì, a livello più profondo, risiede il concetto che questa terra è destinata solo agli Ebrei. Lì, a livello più profondo, è fondata la valenza di “am sgula” – “il prezioso popolo” di Dio – e “siamo gli eletti da Dio”. In pratica, ciò viene inteso con il significato che, in questo territorio, gli ebrei possono fare quello che agli altri è vietato. Questo è il punto di partenza, e non c’è modo di passare da questo concetto ad una pace giusta. Non c’è modo di arrivare ad una pace giusta quando il gioco consiste nella de-umanizzazione dei palestinesi. Non c’è modo di arrivare ad una giusta pace quando la demonizzazione dei palestinesi è inculcata quotidianamente nelle menti della gente.
Quelli che sono convinti che ogni palestinese è una persona sospetta e che ogni palestinese vuole “gettare a mare gli ebrei”, non faranno mai la pace con i palestinesi. La maggioranza degli Israeliani è convinta della verità di queste affermazioni. Nell’ultimo decennio, i due popoli sono stati separati gli uni dagli altri. Il giovane israeliano medio non incontrerà mai un suo coetaneo palestinese, se non durante il servizio militare (e solo se farà il servizio militare nei Territori [occupati]). Neanche il giovane palestinese medio incontra mai un suo coetaneo israeliano, se non il soldato che brontola e sbuffa ai checkpoint, o irrompe a casa sua nel bel mezzo della notte, o il colono che usurpa la sua terra o che incendia i suoi alberi.
Di conseguenza, l’unico incontro tra i due popoli avviene tra gli occupanti, che sono armati e violenti, e gli occupati, che sono disperati e anche loro tendenzialmente violenti. Sono passati i tempi in cui i palestinesi lavoravano in Israele e gli israeliani facevano la spesa in Palestina. E’ passato il tempo delle relazioni quasi normali e quasi paritarie che sono esistite per pochi decenni tra i due popoli che condividono lo stesso territorio. E’ molto facile, in questa situazione, incitare e infiammare i due popoli uno contro l’altro, spargere paure e instillare nuovo odio oltre a quello che già c’è. Anche questa è una sicura ricetta contro la pace.
Così è sorto un nuovo desiderio di Israele, quello della separazione: “Loro se ne staranno là e noi qua (e anche là).” Proprio quando la maggioranza dei palestinesi – una constatazione che mi permetto di fare dopo decenni di corrispondenze dai Territori occupati – ancora desidera la coesistenza, anche se sempre meno, la maggioranza degli israeliani vuole il disimpegno e la separazione, ma senza pagarne il prezzo. La visione dei due Stati ha guadagnato una diffusa adesione, ma senza la minor intenzione di metterla in pratica. La maggioranza degli israeliani è favorevole, ma non ora e forse neppure qui. Sono stati abituati a credere che non ci sono partner per la pace – ossia una controparte palestinese – ma che ce n’è una israeliana.
Sfortunatamente, la verità è l’esatto contrario. I non partner palestinesi non hanno più la minima possibilità di dimostrare di essere delle controparti; i non partner israeliani sono convinti di esserlo. Così è iniziato un processo nel quale condizioni, ostacoli e difficoltà [posti] da Israele, sono andati aumentando, un’altra pietra miliare dell’atteggiamento di rifiuto israeliano. Prima viene la richiesta di cessare gli attacchi terroristici; poi quella di un cambiamento dei dirigenti (Yasser Arafat come un ostacolo [alla pace]); e poi lo scoglio diventa Hamas. Ora è il rifiuto da parte dei palestinesi di riconoscere Israele come Stato ebraico. Israele considera ogni suo passo – a partire dagli arresti di massa degli oppositori politici nei Territori [occupati] – come legittimi, mentre ogni mossa palestinese è “unilaterale”.
L’unico paese al mondo che non ha confini [definiti] non è assolutamente intenzionato a definire quale compromesso sui [propri] confini che è pronto ad accettare. Israele non ha interiorizzato il fatto che per i palestinesi i confini del 1967 sono la base di ogni compromesso, la linea rossa della giustizia (o di una giustizia relativa). Per gli israeliani, sono “confini suicidi”. Questa è la ragione per cui la salvaguardia dello status quo è diventato il vero obbiettivo di Israele, il principale scopo della sua politica, praticamente fondamentale e unico. Il problema è che l’attuale situazione non può durare per sempre. Storicamente, poche nazioni hanno accettato di vivere per sempre sotto occupazione senza resistere. E pure la comunità internazionale sarà un giorno disposta ad esprimere una ferma condanna di questo stato di cose, accompagnata da misure punitive. Ne consegue che l’obiettivo di Israele è irrealistico.
Slegata dalla realtà, la maggioranza degli israeliani continua nel proprio modo di vita quotidiano. Nella loro visione della situazione, il mondo è sempre contro di loro, e le zone occupate nel giardino di casa sono lontane dal loro campo di interesse. Chiunque osi criticare la politica di occupazione è etichettato come antisemita, ogni atto di resistenza è interpretato come una sfida esiziale. Ogni opposizione internazionale all’occupazione è letto come una “delegittimazione” di Israele e come una minaccia all’esistenza stessa del paese. I sette miliardi di abitanti del pianeta – la maggior parte dei quali sono contrari all’occupazione – sbagliano, e i sei milioni di ebrei israeliani – la maggior parte favorevole all’occupazione – sono nel giusto. Questa è la realtà dal punto di vista dell’israeliano medio.
Si aggiunga a questo la repressione, l’occultamento e l’offuscamento [della realtà], ed ecco un’altra spiegazione dell’atteggiamento di rifiuto: perché ci si dovrebbe impegnare per la pace finché la vita in Israele è buona, la tranquillità prevale e la realtà è nascosta? L’unico modo che la Striscia di Gaza assediata ha per ricordare alla gente della sua esistenza è di sparare razzi, e la Cisgiordania torna a fare notizia nei giorni in cui vi scorre il sangue. Allo stesso modo, il punto di vista della comunità internazionale è presa in considerazione solo quando cerca di imporre il boicottaggio e le sanzioni, che a loro volta generano immediatamente una campagna di autocommiserazione costellata di ottuse – e a volte anche fuori luogo – accuse che fanno riferimento alla storia.
Questa è dunque la cupa immagine [della situazione]. Non ci si trova neanche un raggio di speranza. Il cambiamento non avverrà dall’interno, dalla società israeliana, finché questa società continuerà a comportarsi in questo modo. I palestinesi hanno fatto più di un errore, ma i loro errori sono marginali. Fondamentalmente la giustizia è dalla loro parte, e un fondamentale atteggiamento di rifiuto è appannaggio degli israeliani. Gli israeliani vogliono l’occupazione, non la pace. Spero solo di sbagliarmi.

Traduzione di Amedeo Rossi

See more at: http://nena-news.it/gideon-levy-israele-non-vuole-la-pace/#sthash.F9Fckrjr.dpuf
___________________________________________-

http://www.gadlerner.it/2014/07/13/una-amara-riflessione-di-gideon-levy-sulla-guerra-in-corso

Una amara riflessione di Gideon Levy sulla guerra in corso (di Gad Lerner)

DOMENICA, 13 LUGLIO 2014

Sull’ultimo numero di “Internazionale”, grazie alla traduzione di Marina Astrologo, compare questa amara riflessione di Gideon Levy (nella foto), scritta per il quotidiano israeliano “Haaretz”.
In seguito al rapimento e all’uccisione di tre ragazzi israeliani nei Territori occupati, Israele ha arrestato in maniera indiscriminata circa cinquecento palestinesi, tra cui alcuni parlamentari e decine di ex detenuti già scarcerati che non avevano alcun legame con il sequestro. L’esercito israeliano ha seminato il terrore in tutta la Cisgiordania con retate e arresti di massa allo scopo dichiarato di “schiacciare Hamas”.
Su internet ha imperversato una campagna razzista in seguito alla quale un adolescente palestinese è stato bruciato vivo. Tutto questo dopo che Israele aveva intrapreso un’offensiva contro il tentativo di creare un governo di unità palestinese che il mondo era pronto a riconoscere, aveva violato l’impegno a scarcerare dei detenuti, aveva congelato la via diplomatica e aveva rifiutato di proporre un piano alternativo per continuare il dialogo.
Pensavamo davvero che i palestinesi avrebbero accettato tutto questo in modo remissivo, obbediente e calmo, e che nelle città israeliane avrebbero continuato a regnare la pace e la tranquillità?
Cosa credevamo, noi israeliani? Che Gaza sarebbe vissuta per sempre all’ombra dell’arbitrio di Israele (e dell’Egitto), alternando momenti di lieve allentamento delle restrizioni imposte ai suoi abitanti a momenti di penoso inasprimento? Che il carcere più vasto del mondo sarebbe continuato a essere un carcere? Che centinaia di migliaia di residenti a Gaza sarebbero rimasti tagliati fuori per sempre? Che sarebbero state bloccate le esportazioni e decretate limitazioni alla pesca? Ma di cosa deve vivere un milione e mezzo di persone? Qualcuno sa spiegare perché prosegue il blocco, benché parziale, di Gaza? Qualcuno sa spiegare perché del suo futuro non si discute mai? Credevamo davvero che tutto sarebbe andato avanti come prima e che Gaza l’avrebbe accettato passivamente? Chiunque lo abbia creduto è stato vittima di un pericoloso delirio, e adesso il prezzo lo stiamo pagando tutti.
Però, per favore, non mostratevi stupiti. Non ricominciate a gridare che i palestinesi fanno piovere missili sulle città israeliane senza motivo: certi lussi non sono più ammissibili. Il terrore che provano adesso i cittadini israeliani non è più grande del terrore che hanno provato le centinaia di migliaia di palestinesi vissuti per settimane nell’attesa che nel bel mezzo della notte i soldati gli sfondassero le porte e gli invadessero le case per perquisire, smantellare, distruggere, umiliare e poi magari portarsi via un membro della famiglia.
La paura che stiamo vivendo noi israeliani non è più grande di quella vissuta dai bambini e dagli adolescenti palestinesi, alcuni dei quali sono stati uccisi inutilmente in queste ultime settimane dall’esercito d’Israele. La trepidazione che provano gli israeliani è sicuramente minore di quella che provano gli abitanti di Gaza, che non hanno allarmi rossi né rifugi né un sistema antimissile come Iron dome che li salvi, ma soltanto centinaia di terrificanti incursioni dell’aviazione militare israeliana che si concludono con la devastazione e la morte di innocenti, compresi anziani, donne e bambini: ne sono già stati uccisi durante l’operazione in corso, come durante tutte quelle che l’hanno preceduta.
Quest’operazione ha già un nome puerile, Protective edge, Margine di protezione. Ma l’operazione Protective edge è cominciata e si concluderà come tutte le precedenti, cioè senza assicurarci né la protezione né il margine. I mezzi d’informazione e l’opinione pubblica israeliani esigono il sangue dei palestinesi e la loro distruzione, e il centrosinistra è d’accordo, naturalmente, così come è sempre d’accordo all’inizio. Il seguito, però, è già scritto da un pezzo nelle cronache di tutte le operazioni insensate e sanguinarie condotte a Gaza in ogni epoca. Stupisce, semmai, che da un’operazione militare all’altra sembra che nessuno impari niente. L’unica cosa che cambia sono le armi impiegate.
È vero che inizialmente il primo ministro Benjamin Netanyahu ha reagito con moderazione, e per questo è stato debitamente elogiato, ma certo neanche lui poteva starsene fermo davanti ai missili sparati da Gaza. Comunque tutti sanno che Netanyahu non aveva alcun interesse a questo scontro.
Ma le cose stanno proprio così? Se davvero lo scontro non gli interessava, avrebbe dovuto perseguire seriamente delle trattative diplomatiche. Invece non l’ha fatto, quindi è chiaro che in realtà gli interessava eccome. Il suo quotidiano, Israel Hayom (“Israele oggi”), è uscito con titoli strillati: “Vai fino in fondo”. Ma Israele non raggiungerà mai il pazzesco “fondo” auspicato da Israel Hayom, e comunque non certo con la forza.
“Non c’è modo di sfuggire al castigo per ciò che sta succedendo qui da quasi cinquant’anni”, ha dichiarato lo scrittore David Grossman in occasione della Conferenza israeliana sulla pace, che si è aperta a Tel Aviv l’8 luglio. Queste parole sono state pronunciate solo poche ore prima che l’ultimo castigo nella lunga catena di delitti e castighi si abbattesse sui civili israeliani, così innocenti e senza colpa.
(Traduzione di Marina Astrologo)
__________________________________-


C'è anche un Israele che dice no. Un editoriale di Gideon Levy su Haaretz

VENERDÌ 18 LUGLIO 2014 15:05

Il vero scopo di Israele nell’operazione a Gaza? Uccidere gli Arabi

di Gideon Levy (Haaretz)

Lo scopo dell’Operazione Protective Edge è di ripristinare la calma; il che significa: uccidere civili. Lo slogan della Mafia è diventato la politica ufficiale di Israele. Israele crede sinceramente che se uccide centinaia di Palestinesi nella Striscia di Gaza, la calma regnerà. È inutile distruggere i depositi di armi di Hamas, che si è già dimostrata capace di riarmarsi.
Abbattere il governo di Hamas è un obiettivo non realistico (e illegittimo), che Israele non vuole: è consapevole che l’alternativa potrebbe essere molto peggiore. Questo lascia solo un possibile scopo per l’operazione militare: morte agli Arabi, accompagnata dal sostegno delle masse.
Le Israel Defense Forces hanno già una “mappa del dolore”, una diabolica invenzione che ha rimpiazzato la non meno diabolica “banca dei bersagli”, e questa mappa si sta allargando a un ritmo inquietante. Guardate Al Jazeera English, un canale televisivo obiettivo e professionale (diversamente dalla sua emittente sorella in arabo), e guardate le dimensioni del suo successo. Non vedrete niente di questo negli studi di trasmissione “aperti” di Israele, che come al solito sono aperti solo alle vittime israeliane, ma su Al Jazeera vedrete tutta la verità, e forse ne rimarrete anche scioccati.
I corpi a Gaza si accumulano, la disperata statistica, sempre in aggiornamento, degli omicidi di massa di cui Israele si vanta, conta già decine di civili, compresi 24 bambini, fino a mezzogiorno di domenica; centinaia di persone ferite, che si aggiungono all’orrore e alla distruzione. Una scuola e un ospedale sono già stati bombardati. L’obiettivo è colpire le case, e nessuna giustificazione può servire: è un crimine di guerra, anche se le IDF li chiamano “centri di comando-e-controllo” o “conference rooms.” Certo, ci sono attacchi molto più brutali di quelli di Israele, ma in questa guerra, che non è altro che un reciproco attacco ai civili -l’elefante contro la mosca- non ci sono neanche profughi. Al contrario che in Siria e in Iraq, nella Striscia di Gaza gli abitanti non possono concedersi il lusso di abbandonare le proprie case. In una gabbia non c’è un posto dove fuggire.
Fin dalla prima guerra del Libano, più di 30 anni fa, l’uccisione di Arabi è diventata lo strumento strategico primario per Israele. Le IDF non muovono guerra agli eserciti, e il loro bersaglio principale è la popolazione civile. Gli Arabi sono nati solo per uccidere ed essere uccisi, come tutti sanno. Non hanno altro scopo nella vita, e Israele li uccide.
Ci si deve, naturalmente, sentire oltraggiati dal modus operandi di Hamas: non solo punta i suoi missili sui centri abitati da civili in Israele, non solo si posiziona all’interno di centri abitati da civili -potrebbe non esserci alternativa, data la densità demografica nella Striscia- ma lascia anche la popolazione civile di Gaza vulnerabile ai brutali attacchi di Israele, senza che ci sia una sola sirena, rifugio o spazio protetto. Questo è criminale. Ma i bombardamenti dell’Israel Air Force non sono meno criminali, sia in termini di intenzioni che di risultato: non c’è un solo edificio residenziale nella Striscia di Gaza che non sia la casa di decine di donne e bambini; le IDF non possono, quindi, proclamare che non hanno intenzione di far del male a civili innocenti. Se la recente demolizione della casa di un terrorista nella West Bank aveva suscitato una debole protesta, ora decine di case vengono distrutte insieme ai loro occupanti.
Generali in pensione e commentatori in servizio attivo fanno a gara nel proporre le cose più mostruose: “Se ammazziamo le loro famiglie questo li spaventerà” spiegava il Magg. Gen. (res.) Oren Shachor, senza batter ciglio. “Dobbiamo creare una situazione per cui quando usciranno dalle tane non riconosceranno più Gaza”, dicono altri. Senza vergogna, senza domande -fino alla prossima indagine Goldstone.
Una guerra senza scopo è tra le guerre più deprecabili; prendere deliberatamente a bersaglio i civili costituisce uno dei mezzi più atroci. Il terrore ora regna anche in Israele, ma è improbabile che ci sia anche un solo israeliano che possa immaginare che cosa stia vivendo il milione e 800mila abitanti di Gaza, le cui già miserabili vite sono ormai assolutamente terrificanti. La Striscia di Gaza non è un “nido di vespe”, è una provincia di umana disperazione. Hamas non è un esercito, è ben lontano da questo, nonostante tutte le tattiche della paura: se davvero avesse costruito là una così sofisticata rete di gallerie, come proclama, allora perché non si è ancora costruita la metropolitana leggera di Tel Aviv?
I tetti delle 1.000 incursioni e delle 1.000 tonnellate di esplosivi sono già stati raggiunti, e Israele sta aspettando la “foto della vittoria” che è già stata conquistata: Morte agli Arabi.

Fonte: http://www.haaretz.com/opinion/.premium-1.604653
Traduzione per Senzasoste Andrea Grillo, 18 luglio 2014
______________________________--


ALBERTO MUCCI 24 LUGLIO 2014

http://www.europaquotidiano.it/2014/07/24/gideon-levy-gaza/

Gaza, parla Gideon Levy: «Due popoli che non si conoscono più. E Israele scivola a destra»

L'editorialista di "Haaretz": «A Gaza è in corso un'intifada. Netanyahu vuole tornare allo status quo, lasciando Hamas isolata»

Editorialista del quotidiano israeliano Haaretz e tra i più noti commentatori del conflitto palestinese, Gideon Levy è una figura controversa in Israele come all’estero. Il giornalista non ha mai fatto mancare le critiche al suo governo, motivo per cui è stato spesso bersaglio di aspre polemiche, oltre a essere stato più volte accusato di essere un sostenitore di Hamas, il gruppo radicale islamista che controlla la Striscia di Gaza.
Alcuni critici del primo ministro israeliano hanno avuto l’impressione che Benjamin Netanyahu abbia colto al volo l’occasione di un conflitto aperto con Hamas. È così?
Non esattamente, o meglio: la questione è più complessa. Netanyahu non voleva il conflitto, ma non ha fatto nulla per evitarlo. Mi spiego: le perquisizione sistematiche sulla popolazione palestinese dopo l’uccisione dei tre adolescenti israeliani, l’accusa diretta ad Hamas nonostante il gruppo abbia negato fin dall’inizio, l’arresto di 500 attivisti in Cisgiordania senza alcuna apparente ragione, il blocco degli stipendi di 40 mila dipendenti pubblici della Striscia (pagati dal Qatar, ndr), la politica degli insediamenti portata avanti senza interruzione alcuna.
Come poteva non immaginare di causare una reazione?
Arroganza, arroganza e ancora arroganza. Il solito atteggiamento dei governi israeliani e in particolare di Netanyahu: il credere di poter fare tutto senza doverne rispondere.
Cosa vuole Netanyahu?
Ritornare allo status quo precedente l’inizio dei bombardamenti. In altre parole: una relativa calma nei territori; Abu Mazen, il presidente dell’Autorità palestinese, che fa quasi tutto quello che gli viene detto; il relativo isolamento politico di Hamas e di Gaza; la continuazione indisturbata della politica degli insediamenti.
Netanyahu vuole la pace?
No, assolutamente no. Pace significa dover rimpatriare gli oltre cinquecentomila coloni che oggi abitano in territorio palestinese oltre i confini del ‘67. Sarebbe un suicidio politico e Netanyahu se ne tiene ben alla larga.
In un’intervista ad Haaretz del 2004, Dov Weissglass, “eminenza grigia” di Ariel Sharon, descriveva il ritiro di Israele dalla Striscia come una strategia volta a bloccare il processo di pace. È d’accordo?
Non proprio, perché reputo Gaza un territorio ancora occupato. Detto meglio: ci sono due metodi di mantenere il controllo su un territorio. Il primo è l’occupazione diretta, il secondo l’occupazione indiretta. Al momento su Gaza vige la seconda. C’è il blocco dei confini, dello spazio navale, dell’entrata delle merci, la dipendenza finanziaria e via così, l’elenco potrebbe continuare.
Ogni anno i sondaggi mostrano come gli israeliani si stanno spostando sempre più verso destra. La politica del primo ministro è un riflesso di questi sviluppi?
Non c’è dubbio. Sono circa quindici anni che il paese si sposta a destra. Un processo cominciato durante la seconda intifada (2000-2005). Basta pensare che se prima Israele perseguiva una politica, benché forzata, di integrazione tra palestinesi e israeliani, dopo l’intifada ha optato per una completa separazione tra i due popoli. Il risultato? Oggi ci sono israeliani che non hanno mai conosciuto o parlato con palestinesi e viceversa.
C’è il rischio di una nuova intifada?
Nel senso classico del termine forse no, ma quella in atto nella Striscia di Gaza è a suo modo un’intifada. Nulla di più, nulla di meno.
L’accordo di governo tra Fatah e Hamas reggerà dopo il conflitto?
Non posso darti una risposta precisa. L’unica cosa che posso dire al momento è che Hamas esce rafforzata dalla guerra in atto grazie all’immagine di movimento resistente, mentre Fatah appare sempre più come un partito succube della volontà di Israele.
“Margine protettivo” sarà l’ultima operazione militare?
No, perché alla fine del conflitto nulla sarà risolto e tutto sarà come prima. Non a caso le guerre con Hamas sono da anni cicliche: nel 2009 “Piombo fuso”, nel 2012 “Pilastro di difesa” e adesso “Margine protettivo”. Per la prossima bisognerà soltanto aspettare qualche anno.

@AlbertoMucci1
___________________________-

Israele: minacciato e scortato giornalista anti-guerra. Gideon Levy, opinionista di Haaretz: "Sono l'uomo più odiato del Paese ma non cambio idea".

di Aldo Baquis/ANSA

TEL AVIV, 28 AGOSTO 2014. ''E' stato il periodo piu' difficile della mia vita professionale. Ho soppesato se uscire di casa, oppure no. Mi son chiesto se camminare con lo sguardo rivolto verso il basso, per non essere riconosciuto. Ho dovuto prendere una scorta (e non voglio aggiungere altro...) No, non credevo che saremmo arrivati a tanto. E' stato il mese peggiore della mia vita professionale''. Con la fine del conflitto a Gaza l'opinionista di Haaretz Gideon Levy, inviso alla destra e alla maggioranza dell'opinione pubblica israeliana, ha descritto in tv le ripercussioni sulla sua vita privata di una serie di articoli molti critici nei confronti delle forze armate israeliane da lui pubblicati in queste settimane su Haaretz. "Ora sono l'uomo piu' odiato di Israele - sostiene. - Secondo forse solo a Khaled Meshal'', il leader politico di Hamas. Ma dopo "30 anni di copertura continua dell'occupazione israeliana" non intende cambiare la propria impostazione. I suoi critici, i suoi detrattori, quanti lo minacciano, non avranno da lui questa soddisfazione promette ai lettori di Haaretz, in un nuovo polemico intervento. Nelle settimane passate ha denunciato con parole sferzanti il comportamento dei piloti israeliani a Gaza, attaccando cosi' frontalmente il "fiore all'occhiello" delle forze armate israeliane. Ha anche denunciato l'uccisione dei congiunti di leader di Hamas: "un vero crimine di guerra". Ha condannato le estese distruzioni provocate alla citta' di Rafah (a sud di Gaza) dopo il rapimento di un ufficiale israeliano. E ha allora avvertito a pieno l'ondata di odio che cresceva nei suoi confronti. In serata, ospite della televisione commerciale Canale 10, Levy ha detto che l'accresciuta ostilita' nei suoi confronti rappresenta un'involuzione della societa' israeliana. Anche anni fa, durante l'operazione 'Piombo fuso' contro Hamas a Gaza, aveva espresso critiche analoghe. Ma allora le reazioni erano state piu' contenute. Adesso nei suoi confronti, e anche nei confronti del suo giornale, sta montando un vero e proprio sentimento di odio. Che a prima a vista e' strano - nota il giornalista - visto che Haaretz non ha una diffusione molto vasta ed i suoi articoli non sono numerosi, ne' rispettano sempre la linea del giornale. Allora come si spiega una reazione cosi' spropositata? Levy ipotizza che ''qualcosa sta bollendo sotto i piedi'' dei suoi detrattori. "Forse anche loro sentono che c'e' qualcosa di profondamente sbagliato" nel comportamento di Israele a Gaza. "In passato mi hanno sputato addosso per strada, sono stato picchiato. No - aggiunge Levy, rispondendo ad una osservazione dell'intervistatore - non provo nessun 'piacere' di fronte a questa situazione. Ma sono soddisfatto: per essere rimasto fedele nonostante tutto alle mie convinzioni". (ANSA).

_________________________-


Gaza, Moni Ovadia: “Io, ebreo, sostengo i diritti palestinesi. Ecco perché”

"Oltre alle ragioni che lo definiscono, il conflitto israelo-palestinese è importante perché evoca ripetutamente, nella dimensione fantasmatica, lo spettro dell’antisemitismo, quello del suo esito catastrofico, la Shoah, ma anche quello del suo doppio negativo, la vittima che diventa carnefice. I processi di permanente vittimizzazione che si sinergizzano con i complessi di colpa occidentali, legittimano un’'industria dell’Olocausto'. Questa, a mio parere, è una delle derive più allarmanti e ciniche della memoria"
di Redazione Il Fatto Quotidiano | 29 agosto 2014

Il conflitto israelo-palestinese è uno dei problemi centrali del nostro tempo sul piano reale ma ancor di più sul piano della percezione simbolica, anche se tutto sommato riguarda un numero limitato di persone rispetto alle moltitudini dei grandi scacchieri incandescenti. Perché è tanto importante? A mio parere perché, oltre alle ragioni fattuali che lo definiscono, evoca ripetutamente nella dimensione fantasmatica, lo spettro dell’antisemitismo, quello del suo esito catastrofico, la Shoah, ma anche quello del suo doppio negativo, la vittima che diventa carnefice. La Shoah non solo ha espresso in sé il male assoluto, ma ha cambiato definitivamente la nostra visione antropologica del mondo e ha sconvolto le categorie del pensiero e del linguaggio. Oggi, la memoria della Shoah entra nel conflitto sul piano dell’immaginario producendo rebound psicopatologici che mettono in scacco non solo il dialogo fra posizioni diverse, ma la possibilità stessa di elaborare un approccio critico senza provocare reazioni isteriche o furiose.
Pubblicità
Molti ebrei in Israele e nella diaspora, reagiscono psicologicamente a ogni riflessione severa come se, invece di vivere a Tel Aviv o a Parigi nel 2014, vivessero a Berlino nel 1935. Ora, essendo ebreo anch’io, per dovere di onestà intellettuale è giusto che dichiari la mia posizione perché essa è tutt’altro che neutrale. Sostengo con piena adesione i diritti del popolo Palestinese, non contro Israele, ma perché il loro riconoscimento è, a mio parere, precondizione per ogni trattativa che porti alla pace. Ritengo che la responsabilità principale (non unica) dell’attuale disastro, abbia origine nella cinquantennale occupazione da parte dell’esercito e dell’Autorità israeliana e la relativa illegittima colonizzazione delle terre che appartengono ai palestinesi secondo i decreti della legalità internazionale. Su Gaza, l’“occupazione” è esercitata sempre da parte dell’autorità civile e militare di Israele con un ininterrotto assedio e comporta il totale controllo dell’entrata e uscita delle merci e delle persone, dello spazio aereo, marittimo, delle risorse idriche, energetiche e persino dell’anagrafe. I tunnel, in qualche misura, sono una risposta a questo stato di cose. I missili lanciati contro la popolazione civile di Israele sono atto di guerra illegale secondo le convenzioni internazionali, ma non si può far finta di dimenticare che un assedio è esso stesso atto di guerra.
È stata pratica sistematica degli ultimi governi israeliani il mantenimento dello status quo attraverso la politica dei fatti compiuti e il mantenimento dello status quo impedisce, de facto, ogni altro sbocco come quello della trattativa. Lo dimostra il reiterato nulla di fatto con Abu Mazen che, in cambio della sua super disponibilità a trattare, ha ricevuto solo umiliazioni anche dal finto mediatore statunitense. Ora, la politica dello status quo significa contestualmente il suo peggioramento e l’ineludibile scoppio dei ciclici conflitti con Hamas che terminano con la devastazione di Gaza, una micidiale conta di vittime civili palestinesi e, fortunatamente sul piano umanitario, un esiguo numero di vittime israeliane, soprattutto militari. Ciò non significa che non siano vittime e che la loro morte non sia un lutto.
Gli zeloti pro israeliani quando ascoltano o leggono queste mie opinioni critiche, reagiscono immancabilmente con insulti, maledizioni e invettive. Il genere è: “Sei un rinnegato, nemico del popolo ebraico, ebreo antisemita o ebreo che odia se stesso”. La critica da parte di un ebreo della diaspora alla politica di governi israeliani può essere considerata tradimento, antisemitismo od odio verso se stessi solo se collocata nel quadro di un’identificazione nazionalista di ebreo, israeliano, popolo ebraico, popolo d’Israele, Stato d’Israele, suo governo e “terra promessa”. Ma se qualcuno osa fare notare, da posizioni critiche, tale pericolosa identificazione, ecco arrivare addosso all’incauto le accuse infamanti di antisemita o antisionista, che, per molti “amici di Israele” – anche persone di indiscutibile livello culturale –, sono la stessa cosa. Il carattere fantasmatico della percezione della critica come minaccia innesca irrazionali reazioni furiose che producono alluvioni di tweet, di email rivolte agli organi di stampa e di esternazioni su Facebook dove il diritto all’incontinenza mentale è garantita dell’indipendenza della Rete.
L’ossessione della nuova Shoah dietro la porta scatena processi di permanente vittimizzazione che si sinergizzano con i complessi di colpa occidentali, legittimando un’“industria dell’Olocausto” che fa un uso strumentale e ricattatorio della memoria dell’immane catastrofe per fini di propaganda, come bene spiega un saggio fondamentale di Norman Finkielstein, uno scrittore ebreo statunitense. Questa, a mio parere, è una delle derive più allarmanti e ciniche della memoria stessa a cui si prestano non pochi politici europei reazionari o ex-post fascisti, magari facendosi intervistare all’uscita da una visita al memoriale di un lager nazista per dichiarare: “Mi sento israeliano!”. Questo è un modo per trarre “profitto” dall’orrore a vantaggio degli eredi delle classi politiche europee che non si opposero allora al nazismo e all’antisemitismo e oggi lasciano sguazzare indisturbati, nell’Europa comunitaria, neonazisti di ogni risma. L’infame Europa del mainstream delle sue classi dirigenti conservatrici allora stette a guardare lo sporco lavoro dei nazisti collaborando o, nel migliore dei casi, rimanendo indifferenti. Dopo la guerra questi signori hanno progressivamente trattato “il problema ebraico” “esportandolo” con piglio colonialista in medioriente. Oggi cercano credibilità e verginità israelianizzando tout court l’ebreo con una mortificante omologazione.
A questa operazione si prestano purtroppo le dirigenze della gran parte delle istituzioni ebraiche, come ha dimostrato il caso della cantante Noa. L’artista israeliana doveva tenere un concerto aMilano organizzato dall’Adei Wizo, un’organizzazione femminile ebraica. Ma Noa, per il solo fatto di avere espresso l’opinione che la colpa dell’ultimo conflitto di Gaza era degli estremisti delle due parti, si è vista cancellare il concerto. Questo episodio dimostra che neppure una dichiarazione equilibrata, neanche se fatta da una cittadina israeliana, sia accettabile per chi vuole omologare l’ebreo all’israeliano, salvo poi infuriarsi indignato con chi smaschera l’intento. Dall’altra parte, ultras “filopalestinesi” si esercitano nella gratificante impresa di fare di Auschwitz, del nazismo e della svastica, oggetti contundenti da scagliare contro l’ebreo in Israele e spesso contro l’ebreo tout court, ma soprattutto contro il vagheggiato ebreo onnipotente della mitica lobby ebraica. L’intento è quello di dimostrare che Israele è come la Germania di Hitler e che ebrei si comportano come SS. Sotto sotto c’è la vocazione impossibile e sconcia di pareggiare i conti per neutralizzare il deterrente della Memoria. Ma questa sottocultura pseudopolitica, prima di scandalizzare, colpisce per la sua deprimente rozzezza. Sarebbe facile dimostrare l’assurdità di simili farneticazioni, inoltre finisce sempre per rivelarsi una sorta di boomerang che danneggia la causa palestinese. Tutto ciò poco interessa a chi deve placare il proprio narcisismo militante, inoltre, questo tipo di militanza che si esprime con slogan di “estrema sinistra” e di roghi di bandiere ha inquietanti punti di contatto con quella dei neonazisti che, pur di soddisfare la loro inestinguibile sete di antisemitismo, si iscrivono fra gli ultras filopalestinesi. Per denunciare l’oppressione del popolo palestinese ci sono un linguaggio puntuale e concetti giuridici elaborati dal diritto internazionale. È dissennato proiettare l’immaginario della memoria della Shoah in paragoni inaccettabili. Anche i proclami di antisionismo sono poco sensati, poco centrati e non tengono conto delle articolazioni del fenomeno.
A mio parere, il sionismo in quanto tale si è estinto da un pezzo. Anche di esso sono rimaste proiezioni fantasmatiche mentre nella realtà l’ideologia della destra reazionaria dominante in Israele è un ultranazionalismo del “grande Israele” compromesso con il fanatismo religioso. Del sionismo è rimasto lo spirito dell’equivoco slogan delle origini: “Un popolo senza terra per una terra senza popolo”. Ancora oggi, a distanza di più di un secolo, la destra reazionaria di Netanyahu ha re-imbracciato quella miopia militante che vorrebbe cancellare nei palestinesi lo status di nazione e di popolo. Ma in questi ultimi giorni perfino il falco Bibi, mettendo la mordacchia ai più falchi di lui nel suo governo, ha intuito che nella sanguinosa polveriera mediorientale una tregua “duratura e permanente” con Hamas è più auspicabile che far scempio di civili innocenti. Secondo me, ciò di cui c’è vitale bisogno in Israele è che la sua classe dirigente si armi di coscienza critica e di lungimirante pragmatismo per dismettere vittimizzazione e propaganda e ascoltare anche le critiche più dure come un contributo e non come un pericolo. Certo, una tregua non fa primavera né la fa una manifestazione della fragile opposizione che in giorni recenti è coraggiosamente tornata a mostrarsi in piazza Rabin per fare ascoltare una lingua diversa da quella dello sciovinismo militare. Ma sono barlumi di una possibile alternativa all’asfissia della guerra.

di Moni Ovadia

Da Il Fatto Quotidiano del 29 Agosto 2014
____________________________________-

I sopravvissuti della Shoah contro Israele: massacri a Gaza

ALBERTO FLORES D'ARCAIS da Repubblica 24 agosto 2014


GERUSALEMME . «Nella mia vita ho visto bambini ebrei gettati nel fuoco. E adesso vedo bambini usati come scudi umani, da fedeli al culto della morte non dissimili da coloro che veneravano Moloch. Questa non è una battaglia di ebrei contro arabi o di Israele contro i palestinesi. È una battaglia tra coloro che celebrano la vita contro i campioni della morte. È la civiltà contro la barbarie». Così scriveva Elie Wiesel, premio Nobel per la pace e sopravvissuto ad Auschwitz, in una inserzione a pagamento pubblicata a inizio agosto su New York Times e Washington Post e poi ripubblicata (tra le polemiche, perché il concorrente Times si era rifiutato) dal Guardian di Londra.
Adesso a Wiesel rispondono quaranta sopravvissuti all'Olocausto (tra cui Henri Wajnblum, Edith Bell e Moshe Langer) che — insieme ai loro figli e nipoti (altre 287 firme) — denunciano «il massacro dei palestinesi a Gaza» e si dichiarano «disgustati dall'abuso della storia» che il premio Nobel avrebbe operato, tentando di «giustificare ciò che non è giustificabile: la distruzione di Gaza fatta da Israele e l'assassinio di oltre duemila palestinesi tra cui centinaia di bambini». La maggioranza dei firmatari risiede (come Wiesel) negli Stati Uniti, diversi in Europa (nessun italiano), solo uno, Rami Heled figlio di sopravvissuti e con tutti i nonni morti a Treblinka, vive oggi in Israele. Ed è stato pubblicato sul sito dell'International Jewish Anti-Zionist Network (organizzazione che dichiara apertamente come proprio
obiettivo quello del "ritorno dei rifugiati palestinesi" e la "fine della colonizzazione israeliana"). [… ]
_______________________-


Solo per curiosità leggete anche questa notizia. La riporto perché è di un giornalista molto serio, Franco Fracassi, giornalista del prestigioso Avvenimenti (ora chiuso).

R

C’è Netanyahu dietro il rapimento dei 3 studenti
11 luglio 2014 14 commenti
Il Mossad sapeva del sequestro una settimana prima. Il governo sapeva che i tre erano morti due settimane prima dell’annuncio. Un ex Mossad: «C’è la mano dei miei ex colleghi»

di Franco Fracassi

E se il rapimento dei tre ragazzi israeliani fosse stato una messa in scena? «Gli ultimi sulla terra a volere una pacificazione tra Israele e Palestina sono i vertici dell’Idf (le forze armate israeliane), quelli del Mossad e dello Shin Bet (i servizi segreti israeliani) e il governo Netanyahu. State pur certi che faranno di tutto per impedire che la pace si intraveda anche solo in lontananza. Di tutto. Senza limiti, né vergogna». Victor Ostrovsky dal Mossad se n’è andato disgustato. È stato per anni un agente del servizio segreto. «Poi ho capito che non stavo proteggendo Israele e gli israeliani. Bensì i veri nemici del mio Paese. Benjamin Netanyahu è in cima alla lista dei cattivi». Ostrovsky ha detto a Popoff: «Dico una cosa che forse vi scioccherà. Dietro il rapimento dei tre ragazzi c’è la mano dei miei ex colleghi».

Il primo luglio il governo israeliano ha rimosso l’ordine che prevedeva la riservatezza su tutte le informazioni sul rapimento. In Israele in tanti non hanno creduto alla versione ufficiale. E così molti giornali hanno iniziato a indagare. Ecco che cosa è emerso.

Scrive il quotidiano israeliano “Ha’aretz”: «Il 5 giugno ha avuto luogo una riunione straordinaria nell’ufficio del ministro dell’Interno. Il capo del Mossad Tamir Pardo ha detto ai presenti: “Non dovete assolutamente approvare la legge che dà al governo la possibilità di scambiare terroristi condannati per omicidio. Questa legge avrà come conseguenza la riduzione del campo d’azione del governo in caso di rapimenti”. Pardo si è poi rivolto al ministro dell’Economia Naftali Bennet: “Immagini uno scenario che preveda il rapimento di tre adolescenti israeliani. Che cosa farebbe lei se tre quattordicenni venissero rapite da un insediamento tra una settimana? Che cosa ci farete con quella legge?».

L’8 giugno la legge è stata approvata. Il 12 Gilad Shaar (sedici anni) della colonia di Talmon, Naftali Frenkel (sedici) del villaggio di Nof Ayalon sulla “linea verde” ed Elad Yifrach (diciannove) di Elad, nei pressi di Petah Tikva scompaiono nel nulla. È passata esattamente una settimana dal discorso di Pardo.

Lo stesso giorno, il 12 giugno, il primo ministro Netanyahu accusa Hamas del sequestro. Nel corso della conferenza stampa non esibisce alcuna prova a dimostrazione della sua tesi. È sufficiente per scatenare l’odio anti arabo tra l’opinione pubblica israeliana (le cronache di quei giorni riferiscono che per un arabo era altamente pericoloso anche solo camminare per le strade delle principali città). Anche se sono in tanti a nutrire dei dubbi. In più, Hamas nega ogni coinvolgimento.

“Der Spiegel”: «Non c’è alcuna prova concreta che si tratti di Hamas». “Taz”: «Gli eventi sembrano essere fatti apposta per favorire il primo ministro israeliano». “Zürcher Tagesanzeiger”: «I rapimenti giovano a Netanyahu. Mentre non portano nessun vantaggio ad Hamas». “Israeli Today”: «Funzionari delle Nazioni Unite in Israele affermano che il rapimento potrebbe tranquillamente essere stato opera dello stesso Israele. La storia che sia stata Hamas non regge». Il canale tv tedesco “Deutschlandfunk” ha chiesto all’ambasciatore israeliano a Berlino: «Non esistono prove che coinvolgano Hamas nel rapimento. Non le pare un azzardo dire che sia stata Hamas?». L’attivista pacifista israeliano Gilad Atzmon ha dichiarato a “The Guardian”: «Non esistono prove sul fatto che i tre ragazzi siano stati rapiti. Più tempo passa e più appare chiaro che dietro c’è la mano dei nostri servizi segreti. Il motto del Mossad è: “Fai la guerra inducendo all’errore il nemico”. Questo sequestro è la migliore occasione che possa capitare a Netanyahu per bastonare brutalmente i dirigenti e i civili palestinesi».

Ma c’è dell’altro. “Ha’aretz” ha rivelato: «Il 15 giugno il governo israeliano aveva già informato la stampa di essere a conoscenza che gli studenti erano stati uccisi, ma aveva imposto la segretezza su questa informazione». Quindi, il governo doveva già sapere dove si trovavano i corpi, nonostante le ricerche siano continuate fino al 30 giugno, giorno del loro ritrovamento ufficiale. A che cosa sono serviti i quindici giorni di silenzio sulla morte dei tre studenti? Durante il sequestro la Knesset ha approvato una legge che blocca il ritorno di Gerusalemme Est ai palestinesi.
Il 12 giugno, lo stesso giorno del sequestro, sono spariti dalla circolazione i due palestinesi di Hebron accusati del rapimento. Quindi, non saranno mai in grado di confermare né di smentire la versione ufficiale.

I giornali israeliani hanno pubblicato le registrazioni di una telefonata che uno dei tre studenti aveva fatto al numero verde della polizia, subito dopo aver accettato un passaggio in autostop. «Mi hanno rapito», ha urlato il ragazzo al telefono. Poi si odono spari e gemiti. Infine, il silenzio. Quarantanove secondi in tutto. La polizia ha ignorato questa chiamata.

La legge impone alla polizia di aprire un’indagine e di contattare la famiglia del rapito. Invece, le ricerche sono partite solo dopo che il padre del ragazzo ha chiamato a sua volta la polizia (sei ore dopo) per denunciarne la scomparsa, e dopo uno scambio di cinquantaquattro telefonate tra polizia, esercito, Mossad e Shin Bet.

«Due sono le possibilità. O bisogna accusare la polizia di aver violato la legge ignorando la telefonata. Oppure la chiamata è falsa. In questo caso va ricercato il colpevole e processarlo. La legge impone punizioni severe per chiunque sopra i dodici anni faccia false chiamate ai servizi di sicurezza. Oppure…», ha scritto “The Jewish Daily.

Printer Friendly Page Send this Story to a Friend
I commenti sono proprietà dei rispettivi autori. Non siamo in alcun modo responsabili del loro contenuto.
Autore Albero
Cocco
Inviato: 31/8/2014 22:33  Aggiornato: 1/9/2014 9:19
esperto
Iscritto: 30/1/2008
Da:
Inviati: 61
 Re: ALCUNI EBREI PARLANO DEI CRIMINI DEI GOVERNI DI ISRAELE
Ma guarda un po' cosa bisogna fare!
Come se fossimo noi i colpevoli che devono difendersi!
Grazie per le testimonianze che hai pubblicato.
Ad ogni modo, per quanto riguarda il tuo pensiero in merito, era tutto chiaro già da prima.
Ciao Roberto
Cocco

Grazie, carissima amica
R



I contenuti del sito sono rilasciati sotto Licenza Licenza Creative Commons Attribuzione 2.5
FISICAMENTE.net non è un periodico e quindi non soggetto alla legge sull'editoria 62/2001. Per informazioni e contatti inviare una email al seguente indirizzo di posta elettronica: fisicamente[togli questo]@fisicamente.net