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di Roberto Renzetti

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La rivista elettronica FISICAMENTE è nata per raccogliere la trascrizione degli oltre cento articoli da me scritti e pubblicati nell’ambito della mia attività di docente e ricercatore. A questi lavori ne aggiungerò via via degli altri che scriverò, quelli di vari collaboratori ed altri che riterrò di interesse.

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 Roberto Renzetti

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Andrea Frova, Mariapiera Marenzana - "Newton & Co, geni bastardi" (Carocci) 303 Aprile Le più viste
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“Newton & Co, geni bastardi” di Andrea Frova e Mariapiera Marenzana è un libro che si fa leggere con interesse crescente, soprattutto dopo aver letto e compreso fino in fondo la “Nota degli autori” ad inizio del lavoro.
Scrivono i due autori che nel periodo in oggetto, fine ‘600 ed inizi ‘700, vi era una giostra di scienziati che ruotavano attorno a Newton con alterne vicende e con scontri anche furibondi. In questa giostra mancavano o erano del tutto marginali scienziati italiani. E questo particolare non è di poco conto perché, fino a qualche anno prima, alla data della morte di Galileo, il 1643 (data di nascita di Newton), non vi era scienziato europeo che non venisse in pellegrinaggio in Italia per apprendere dai nostri scienziati ogni anche piccola scoperta ed elaborazione da riportare nel proprio Paese. Tutti coloro che avessero avuto una qualche ambizione scientifica venivano a studiare in Italia o venivano a copiare in Italia. Esempio clamoroso è Padre Mersenne che copiava da Torricelli quanto riportava a Descartes che poi arrivava a Pascal (con i francesi impossibilitati a fare esperienze perché i loro vetri non erano all’altezza di quelli di Murano). E mai una sola citazione. Ebbene, questa fonte inesauribile di sapere, la scienza italiana, era stata essiccata dalla criminale Inquisizione della Chiesa che aveva condannato Galileo e perseguitato in ogni modo chi tentasse di capire, di ragionare, di fare scienza. Il terrore si era diffuso presso le corti italiane, quelle che avrebbero permesso gli sviluppi di ogni ricerca. E questo terrore fermò ogni apertura, ogni finanziamento costringendo i nostri scienziati o al silenzio o all’esilio (o all’innocua matematica con l’altrettanto innocua classificazione di piante ed animali). A parte qualche caso isolato di scienziato che fece ricerche importanti (Volta che era cattolico fervente ed ubbidiente) per ben 300 anni la scienza italiana, quella più avanzata, scomparve (Melloni, ad esempio, dovette emigrare). Fino agli anni Venti del ‘900 con Fermi ed il suo gruppo tutto (o quasi) era stato tacitato. Dopo la condanna di Galileo, il baricentro della ricerca che precedentemente era fermamente localizzato in Italia si spostò verso il Nord Europa.
E’ quindi d’interesse andare a cogliere come si sviluppò la scienza in altri Paesi del continente come Francia, Olanda, Inghilterra, Prussia, … che non erano sotto la morsa dell’Inquisizione e capire i meccanismi che permisero il dispiegarsi di ricerche e scoperte che hanno aperto la strada ai grandi sviluppi dell’Ottocento fino ai giorni nostri. Affinché non si generino dubbi, anche la Riforma di Lutero bruciava con passione i liberi pensatori ma lasciò abbastanza indenni gli scienziati (Newton fu accusato di ateismo perché i suoi “Principia descrivevano un mondo in cui Dio non era necessario e Newton riparò all’”errore” aggiungendo lo “Scolio generale”).
Il lavoro di Frova e Marenzana si concentra, con molta ragione, sui fondatori della Royal Society, una organizzazione scientifica che raggruppava volontariamente scienziati che periodicamente si comunicavano i loro lavori ma solo quando erano certi che non sarebbero stati copiati da altri. Tra amici intimi si scrivevano con anagrammi e con linguaggio criptato. Comunicavano la scoperta mettendo lì un punto fermo ma non raccontando tutti i dettagli che sarebbero venuti nella pubblicazione che la rivista della Society avrebbe fatto.
Chi conosce un poco di storia della scienza sa che alcune scoperte sono simultanee, sa cioè che quando i tempi delle ricerche sottostanti (e fondamentali) sono maturi, due o più scienziati possono arrivare al medesimo risultato (pur per vie differenti). Ed una scoperta, una qualunque, può diventare la ragione di una vita e renderti “bastardo” o famoso. Spesso si spiavano le azioni di un collega, spesso si copiava qualunque cosa venisse a conoscersi, altre volte si arrivava alle medesime conclusioni per vie diverse. Tutto questo costruisce un ambiente intellettualmente molto vivo, quello del Trinity College nel quale Newton iniziò ad imporsi come la mente più fervida ed evoluta. Ma intorno a lui operavano altri scienziati molto valenti come gli inglesi Hooke, Halley, Flamsteed, Wren, Boyle, Barrow, …, che solo un Newton riusciva ad offuscare e come gli “stranieri” Huygens e Leibniz.
Questo libro racconta con moltissimi dettagli di storia interna (cosa avviene all’interno degli ambienti scientifici in senso stretto) e storia esterna (le condizioni politiche ed economiche che sono alla base di ogni impresa culturale), racconta appunto quell’ambiente che faceva capo ai fondatori della Royal Society, ai loro rapporti, alle loro scoperte, alle loro rivalità con importanti riferimenti alle migliori menti operanti ad esempio in Olanda e Prussia.
Più in dettaglio si trovano nel pregevole lavoro in oggetto le dispute tra Newton ed Hooke, la successiva evoluzione della concezione o concezioni di Newton sulla luce a partire dall’affermazione che la luce consiste di raggi differentemente rifratti e la rifrangibilità è la misura del colore fino alle concezioni particellari ma anche alla teoria ondulatoria, le discussioni relative alla sistemazione della meccanica, le ipotesi relative alla luce ed ai colori, la realizzazione di vari strumenti di osservazione, le ardite ipotesi che dalla Seconda Legge di Kepler lo portarono ad introdurre la gravitazione universale, … D’interesse è lo scontro che si ebbe tra Newton e Leibniz a proposito della nascita del “calcolo sublime” (Newton anticipò di circa 1° anni i lavori di Leibniz ma credeva che il calcolo fosse troppo complicato per proporlo nei “Principia” dove ricorse a metodi geometrici - delle “flussioni” -, e Leibniz pubblicò per primo i metodi dell’analisi). I due si scrissero (in latino) per un certo periodo (1676 - 1677) attraverso il segretario della Royal Society, Oldenburg. E ciascuno comunicava all'altro a che punto era, con Newton che però parlava in modo criptico (addirittura usava dei complicatissimi anagrammi), proprio per la paura che le sue scoperte venissero utilizzate da altri, con Leibniz che invece tentava di decifrarlo parlando chiaro.
Non meno interessante è la doppia o forse tripla personalità del grande scienziato inglese. A lato dei suoi lavori scientifici di enorme rilevanza (si pensi che per tutto il Settecento scienziati rinunciarono a fare ricerche perché credevano che ormai Newton aveva fatto tutto), tra i quali personalmente io apprezzo l’Optiks che mi ha mostrato un Newton che sa essere teorico molto acuto, Newton fu anche un teologo ed un alchimista. Mescolò quindi fisica e metafisica riuscendo bene solo come fisico. La teologia impegnò Newton nello studio dell’Apocalisse ma anche nel tentare di ricostruire la pianta del Tempio di Salomone. Le sue ricerche alchemiche furono invece più disordinate e, probabilmente, oggi meno conosciute.
Tutte queste cose e molte di più sono trattate con grande abilità e maestria dai due autori, Andrea Frova e Mariapiera Marenzana, che, con ingegno e maestria, sono stati capaci di rendere comprensibili ed addirittura avvincenti temi tanto importanti quanto complessi. Non vi sono molti libri del genere di autori italiani, anche perché le nostre case editrici preferiscono tradurre anche se il valore dei nostri storici è almeno paragonabile ad ogni altro, ed il punto di vista di uno storico italiano, anzi due, su queste vicende è di estremo interesse.


“Newton & Co, geni bastardi” di Andrea Frova e Mariapiera Marenzana è edito da Carocci (pagg. 303, € 22).


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