SCUOLA E MERCATO NEL MONDO GLOBALIZZATO
Roberto Renzetti
2006
(PARTE PRIMA)
INTRODUZIONE
WTO E SCUOLA
Per ciò che interessa quanto sto scrivendo, la scuola, è da sottolineare che nelle mire del WTO vi è un boccone ambitissimo a livello mondiale: la scuola in tutte le sue vertenti educative (l'altro boccone forse più ambito è la sanità). Che vuol dire ?
Della vicenda scuola e di ogni altro servizio si occupa un settore del WTO, nato nel febbraio 2000 a Ginevra, da uno dei numerosi accordi tra Stati, il General Agreement on Trade in Services (il famigerato Gats). Vale la pena ricordare alcuni servizi dei 160 che ha classificato il Gats: gli acquedotti, i gasdotti, le reti elettriche, la posta, ogni trasporto pubblico, strade, banche, agenzie di viaggio, raccolta di rifiuti, sanità, telecomunicazioni, scuole di ogni grado e per ogni fine, ... L'accordo Gats è il più grande pericolo per la democrazia e per ogni conquista sociale. E' contro questo accordo principalmente (ma anche contro altri, come quello agricolo, sui diritti di proprietà intellettuale, ...) che si sono creati imponenti mobilitazioni (contro le quali la durezza del potere si è scatenata in tutta la sua potenza) a partire da quella di Seattle del 1999, passando (la paura di contestazioni ha costretto le riunioni in Paesi esotici e fari di democrazia) per quella di Doha 2001, di Cancun 2003 ed arrivando a quella di Hong Kong 2005, nella quale il Vaticano ha espresso pieno sostegno al libero commercio («La liberalizzazione del commercio non va considerato come un fine in se stesso, ma come un mezzo per raggiungere obiettivi ulteriori quali lo sviluppo integrale di ogni persona e la riduzione della povertà». Così la Santa Sede in un documento dal titolo «Riflessioni in occasione della sesta Conferenza ministeriale dell'Organizzazione mondiale del Commercio». Nel documento si evidenzia che il summit offre «un'occasione per cercare il bene comune dell'intera famiglia umana». Per «bene comune» si intende quanto «appartiene a tutti e a ogni persona, è e rimane comune perché non può essere diviso e perché solo insieme è possibile raggiungerlo, aumentarlo e mantenerlo effettivo, anche per il futuro»).

Seattle

Seattle

Seattle

Seattle

Seattle

Seattle

Doha

Cancun

Cancun

Hong Kong

Hong Kong

Hong Kong
IL GATS
5. EDUCATIONAL SERVICES
A. Primary education services 921
B. Secondary education services 922
C. Higher education services 923
D. Adult education 924
E. Other education services 929
Gli agit-prop del Gats
mandano in circolazioni documenti che dovrebbero tranquillizzare (ma
perché sentono questa necessità?) e in Facts e Fiction affermano
che:
“E’
perfettamente possibile che servizi governativi coesistano con
servizi privati. Nella sanità e nell’istruzione questo è un
fatto comune anzi quasi la norma … sembra chiaro che l’esistenza
di un settore privato nella sanità, per esempio, in parallelo ad un
servizio pubblico non può essere utilizzato per invalidare lo stato
governativo di quest’ultimo”
Il
che farebbe supporre che se un governo liberalizza il settore
sanitario, le regole del GATS valgono solo per i fornitori privati.
Peccato che non sono tutti analfabeti come i berlusconi mondiali
credono. In
“ … la coesistenza di ospedali statali e privati può sollevare la questione della concorrenza fra di essi e sull’applicazione del Gats: in particolare, può un ospedale pubblico ancora ricadere sotto l’articolo I:3?”
Ed in caso di controversia, tra governi nazionali ed organismo sovranazionale, chi decide ? Insindacabilmente i vertici Gats, come previsto dai regolamenti sottoscritti da tutti gli Stati, regolamenti che scavalcano ogni legge o regolamento nazionale. E ciò vuol dire che vale la seconda versione data: ogni servizio pubblico dovrà scomparire.
In ogni caso dire servizi vuol dire parlare di tutto ciò che non è produzione di merci, l'altra metà del mondo.
Negli accordi vi sono anche subdoli imbrogli a danno di tutti, tra l'altro apertamente affermati. C'è bisogno di lavoro a basso costo, come fare per scavalcare l'opposizione dei sindacati nazionali ? Beh occorrono politiche populistiche del tipo: i progressisti non si rifiuteranno di dare lavoro a cittadini di Paesi poveri. Tali cittadini lavorerebbero a livello del salario medio del proprio Paese. E se qualcuno protesta è immediatamente contro ogni possibilità di emancipazione dei "poveri", anche se vi è una storia, ormai secolare, che ha fatto conquistare alcune cose a costo di lacrime e sangue. Il cerchio è stato quadrato, vediamo come, esemplificando con la scuola. Gli insegnanti in Italia ambirebbero migliorare la loro condizione economica. Qualcuno (esempio: COBAS) ha parlato di "stipendi europei". Altri (esempio: CGIL Scuola) fanno i pesci i barile: dicono dicono ma non fanno nulla, oltre ad ottenere privilegi per ogni dirigente sindacale. In realtà si potrebbero importare insegnanti, ad esempio, dall'Est europeo. Con una paga di 600 euro al mese, quella del loro Paese d'origine, sarebbero più che contenti ed i nostri esosi insegnanti italiani vadano ... a quel paese. E questo per ogni settore evitando il problema dei trasferimenti che, se sono possibili con industrie manufatturiere, non lo sono con l'intera popolazione che deve usufruire di servizi.
Occorre dire che coloro che spingono di più nel senso della liberalizzazione sono gli industriali americani che sperano di rompere i consolidati monopoli europei che discendono direttamente dalle lotte secolari per le conquiste sociali, lotte che non hanno riguardato gli USA, un Paese profondamente arretrato dal punto di vista sociale. Tale Paese ha trovato però un ottimo cantore nell'ex commissario socialista UE ed attuale Presidente WTO, Pascal Lamy che a New York di fronte all'Us Council for International Business (Uscb), ha sostenuto:
"[...] Se vogliamo migliorare il nostro accesso ai mercati stranieri, non possiamo certo mettere al riparo i nostri settori protetti. Se vogliamo arrivare a un accordo globale [big deal] dobbiamo essere pronti a negoziarli tutti. Per gli Stati Uniti, come per l'Ue, questo significa qualche rinuncia in alcuni settori, ma guadagni in molti altri, e credo che da una parte e dall'altra sarà necessario sostenere sacrifici(5) per ottenere ciò che vogliamo".
Ma perché preoccuparsi se l'articolo I: 3,b degli accordi afferma che ricadono sotto il Gats "tutti i servizi ad eccezione di quelli forniti nell'esercizio del potere governativo" ? Perché all'articolo suddetto segue l'articolo I: 3,c che afferma che il servizio per non essere preso in considerazione non deve essere fornito dal governo "né su base commerciale né in concorrenza con uno o più fornitori di servizi". E poiché, ad esempio, la scuola pubblica chiede una tassa, irrisoria ma la richiede, essa si pone su base commerciale. E poiché, ancora la scuola (quella pubblica!), si pone in concorrenza sleale (sic!) con quella privata (migliori servizi educativi a costi irrisori in confronto a qualcosa che in Italia fa veramente pena), ricade immediatamente tra i servizi del Gats.
UN RICORDO PERSONALE
Nel 1980, per ragioni di lavoro, ho smesso di insegnare in Italia. Il mio lavoro si è trasferito in Spagna dove ho continuato ad insegnare in scuole italiane con il privilegio di conoscere da molto vicino la scuola spagnola (e varie scuole europee) e di lavorare insieme a docenti spagnoli.
Lasciavo in Italia una scuola che studiavo da ricercatore e che certamente avrebbe avuto bisogno di importanti revisioni, aggiornamenti, miglioramenti sia sul piano dei contenuti che su quello dei metodi. Ho scritto di questo una quantità di volte ed ho riportato molti dei lavori dell'epoca in questo sito. Allora mi scontravo con i conservatori della politica e del sindacato, come ora. Sotto questo aspetto è cambiato poco.
Cosa trovavo in Spagna ? La scuola italiana era mediamente come quella in territorio nazionale. Quella spagnola a me sembrava profondamente arretrata, poco formativa, diseducativa. Intanto, appena usciti dal franchismo, gli spagnoli disponevano di una scuola pubblica quantitativamente inferiore al 50% dell'intera disponibilità scolastica. La scuola privata (quasi tutta confessionale), anche lì, non ha mai brillato come esempio da seguire e gli standard dei due tipi di scuola erano assolutamente equivalenti al ribasso. La scuola era basata su pedagogie di importazione anglosassone; non vi era la parte del rapporto orale tra alunni e professori essendo quasi tutto basato su prove scritte nella forma di test, di quelli con crocette e basta.
Poiché gli studenti della scuola italiana dovevano poi confrontarsi con i test di ammissione all'università spagnola che erano dimensionati su quanto gli studenti spagnoli avevano fatto a scuola, noi insegnanti avevamo sempre grossi problemi. Si tratta di questo. Se uno è abituato, ad esempio, a problemi di matematica tipo liceo scientifico, ha una preparazione differente a quella che si richiede per rispondere ad un test del tipo si o no. Allo stesso modo chi studia un testo di italiano come lo facciamo noi ha delle difficoltà a leggerlo in modo strutturalista, come in Spagna. E nella scuola italiana dovevamo preparare ragazzi a superare i nostri esami (allora) di maturità contemporaneamente a preparare gli stessi ragazzi a superare gli esami di ammissione all'università spagnola. Due preparazioni differenti sulle quali osservavo che, mentre è sempre facile educare scimmiette a risolvere dei test, è difficile educare ragazzi a risolvere problemi complessi. Di fatto impiegavo un mese per esercitare i ragazzi al test spagnolo e mi chiedevo quanto uno studente spagnolo all'ultimo anno di scuola superiore avrebbe dovuto lavorare per superare un esame con i problemi di matematica di tipo liceo scientifico.
Sono tornato in Italia nel 2001. Ho trovato ciò che le circolari ministeriali mi raccontavano a partire dal 1997/1998 e che piano piano hanno fatto decadere quella bella scuola italiana in Spagna. Una scuola destrutturata, sempre più simile a quella spagnola che criticavo. La mania riformista, a prescindere, aveva portato ancora all'imitazione del mito scolastico anglosassone, quello che rappresenta il massimo degrado della scuola compatibile con Paesi definiti civili (e quello oggi più discusso negli stessi Paesi d'origine). E quali erano stati gli artefici della grande riforma ? Ma naturalmente gli ex comunisti ! nessun altro avrebbe avuto il coraggio di distruggere un così fondamentale bene. E da quali motivazioni partivano gli apprendisti stregoni ? Dall'argomentazione, buona per gli imbecilli con cui si crede di avere a che fare, che occorre aumentare i livelli di scolarizzazione mettendosi al livello della media europea (stesso discorso per l'università, con la tragedia del 3 + 2). E per aumentare la scolarizzazione si descolarizza la scuola rendendola un fastidioso impegno da dover assolvere per avere quel diploma che ci rende simili alla media europea. Naturalmente l'interesse è centrato esclusivamente sulla quantità dei diplomi, della qualità nessuno parla anche perché nessun neofita è in grado di essere giudice di qualità. Ma quest'ultimo aspetto è imputato, come no ?, agli insegnanti, è la loro ignoranza che produce studenti ignoranti. Conseguentemente, con la logica del mentitore, si fanno abilitazioni rapidissime e passaggi di cattedra in grado di sfidare la gravità. Ma poi, se si vuole un minimo aumento una tantum, occorre o fare un concorsone (con crocette) o prostrarsi ai voleri di una figura taumaturgica introdotta alla faccia della democrazia, il dirigente scolastico (sempre più coincidente con il dirigente sindacale. In ogni caso sempre di DS si tratta!). In contemporanea, si mettono in moto, con importanti gratifiche in denaro, posti universitari et similia, gli agit-prop della riforma, i pedagogisti che si pongono come i rappresentanti dell’unica scienza umana che sfugge ad ogni critica ed assume toni direttivi nella trasmissione e comunicazione del sapere e della cultura. Insistono su computer e su reti telematiche perché i loro orizzonti si fermano fin dove il mercato fa capire loro (hanno l’autonomia di giudizio che i loro livelli di preparazione gli permettono). E proprio per tutto questo sono i personaggi più funzionali all'operazione di privatizzazione della scuola. Forse neppure capiscono cosa fanno ma certamente lavorano per il Re di Prussia.
La ripresa dei contatti di un emigrante per 21 anni ha via via portato a rotture con ogni organizzazione di sinistra tipo DS, CGIL Scuola, CIDI, ma anche con quelle che potevo immaginare vicine a ciò che pensavo e penso. I comunisti italiani sono pieni di buona volontà ma non conoscono i problemi della scuola e si affidano ai personaggi che hanno lavorato per Berlinguer, con il risultato di apparire più schizofrenici che mai. Con i rifondatori è impossibile alcun dialogo, lor signori pendono da Bertinotti e Bertinotti non ha ancora detto nulla sulla questione ... I Verdi sono legati all'industria collaterale, Legambiente che è collaterale a sua volta alla CGIL Scuola. Non c'è nulla da fare. Serve una organizzazione dal basso, come quella che si sta tentando da tempo a Torino a partire dal Manifesto dei 500, a Milano con Retescuole ed iniziative simili. Per esperienza ormai quarantennale so però che serve un grande scossone dall'esterno per modificare davvero il cammino che è tutto in discesa per il WTO, non c'è corpo duro nel burro in cui si sta infilando il coltello. La sinistra ed i suoi collaterali sono i più solerti sostenitori della svendita della scuola.
LIBERISMO ED EDUCAZIONE
Chiunque conosce la scuola, appena un poco, sa che è andata sfumando negli ultimi 20 anni la critica sociologica e politica alla sua funzione per essere sostituita da quella liberista. Si è passati dalla critica della scuola per la selezione sociale che operava, per essere di classe ed aliena dai bisogni degli emarginati, ad una critica della scuola per la sua inefficacia per far fronte all'innovazione, alla disoccupazione, alle esigenze dell'impresa.
Il mercato, che ormai è l'unico orizzonte possibile, ha messo nel dimenticatoio la vecchia idea illuminista della scuola motore di emancipazione civile e sociale. E la critica a quest'ultima concezione della scuola ha buon gioco e sembra abbia avuto argomenti forniti proprio dalla classe politica che si è succeduta negli ultimi 35 anni. Da una parte la gestione disastrosa della massificazione della scuola con la perdita progressiva del suo valore formativo e di affermazione sociale, dall'altra con alcuni avvenimenti epocali come: la scomparsa di molte professioni note che pure avevano una scuola per le quali preparava; il progressivo aumento della precarietà del lavoro a fronte di un apparente benessere avanzante; il venir meno del ruolo di socializzazione che la scuola garantiva a livello infantile ed adolescienziale, ruolo sempre più sostituito dai mezzi di comunicazione di massa; la continua messa in dubbio di molti valori dati per acquisiti e che oggi appaiono obsoleti; ...
L'insieme di questi eventi, e di vari altri che si danno in momenti diversi ed in luoghi e circostanze diverse, rende facile il dire che è necessaria una Riforma. Questa parola è una espressione che, dal punto di vista epistemologico, è onnicomprensiva di significati. E' in sé una parola accattivante e di per sé, se non si specifica successivamente, è una parola vuota. Si parla di Riforma senza altro aggiungere ogni volta che si vuole eliminare dalla circolazione la possibilità, faticosa, di ragionare, di capire e quindi, solo dopo, intervenire. Le Riforme a priori sono populiste e servono solo a creare consenso tra chi capisce poco dell'oggetto da riformare. Parlare di Riforma certamente si può. Si possono pensare anche Riforme radicali, sconvolgenti lo stato presente delle cose. Ma, parlando di riforma della scuola, agli addetti ai lavori vengono subito in mente alcune domande ineludibili: che tipo di scuola si vuole costruire in luogo di quella esistente ? per che tipo di società è pensata ? a cosa deve preparare ? come deve farlo ? con quali risorse (in più o in meno) ? A queste domande occorre rispondere subito altrimenti l'operazione annunciata di Riforma è una scatola vuota buona, appunto, per operazioni di bassa politica.
Mentre, come già accennato e come vedremo, tutti i documenti di tutte le organizzazioni ed istituzioni mondiali, bilaterali, europee, ... parlano della necessità di una scuola liberista (che definirò tra poco), in Italia si sorvola e si mettono in campo espressioni fanciullesche buone per campagne pubblicitarie ma non per soddisfare le esigenze degli operatori del settore e dei fruitori del servizio. Non si può sostenere che la Riforma della scuola iniziata da Berlinguer e Bassanini nasce dall'esigenza di rendere più flessibile il sapere e più aderente la scuola alle esigenze degli alunni. Neppure che la scuola aveva bisogno di maggiore libertà perché tutti gli studenti avessero modo di esprimersi al meglio. E non vale neanche il richiamo alla Costituzione che vuole una scuola autonoma (altra parola bella ma epistemologicamente priva di significato senza ulteriori specificazioni). Non vale nulla di cose consimili che suonano come la storia a fumetti.
Occorre rispondere a delle domande precise per avvicinare i cittadini alla comprensione di cosa si vuole riformare e come. Iniziamo dalla fondamentale: si vuole una scuola pubblica o privata ? Se si afferma di volere la prima occorre mettere in campo politiche che lo dimostrino. Se, ad esempio, si afferma di volere la scuola pubblica non è possibile toglierle risorse per finanziare la scuola privata. Qualcuno ci prenderebbe in giro. E sembra che le cose siano andate in questo modo. Si è cioè avviato un processo che è in progressiva crescita nel senso di potenziare la scuola privata, con scelte ora certamente contrarie alla Costituzione, potenziamento a cui corrisponde una netta sottrazione di risorse e di personale alla scuola pubblica. Citano sempre cifre utilizzando una matematica da baraccone (nella cosa è esperta la ministra Brichetto Moratti) per mostrare che ciò non sarebbe vero. Naturalmente anche qui il populismo dei valori assoluti la fa da padrone. Faccio un esempio. Se si dice, con numeri a caso, che la spesa nel pubblico è aumentata di 100 milioni di euro e che nel privato di solo 1 milione si dice il vero. Sarebbe di maggior interesse sapere che quei 100 sono solo l'1% di aumento che non copre neppure l'inflazione, mentre quel solo milione è il 100% in più e che vola rispetto all'inflazione. Comunque la tecnica dell'informazione su queste cose è scandalosa perché procede con la tecnica ora vista e con quella dello spezzatino. La quale consiste in questo: ogni fatto considerato separatamente senza presentare mai una situazione globale. Questa è una tecnica ben nota all'informazione TV. E così Berlusconi passa per colui che è indagato per avere, ad esempio, evaso tasse. Non si dice, in una volta, che è (meglio: era) indagato per aver: evaso le tasse, corrotto la guardia di finanza, esportato illegalmente capitali, falso in bilancio, traffico di droga, corruzione di giudici, falsa testimonianza, ed un lunghissimo eccetera. Allo stesso modo di Andreotti che, udite udite, è innocente in quanto è stato mafioso solo dal 1946 fino al 1980. Non vado fuori tema, faccio solo presente che le tecniche informative, alla KGB, sono ben note ed utilizzate nel nostro Paese e lo sono anche nelle informazioni riguardanti la scuola. Un esempio dell'ultima ora: oltre la metà degli edifici scolastici italiani è fatiscente ed a rischio. Questo problema non è distinto dai finanziamenti alla scuola. E non è un pezzetto di carne separato dal vassoio che serve in tavola. Fa parte del vassoio che è miserevole e porta la firma di Berlusconi e Brichetto Moratti (insieme a tante responsabilità pregresse, non ultima la corruzione negli appalti pubblici).
Insomma sembra che la scuola privata avanzi a scapito della pubblica. L'educazione è sempre più considerata come bene privato che ha un valore principalmente economico. Il cambiamento fondamentale di impostazione è che non è più compito della società garantire a tutti un minimo di formazione e cultura, è ora compito dell'individuo capitalizzare in educazione con i propri mezzi usando scuole, che sempre più forniscono servizi individuali e quindi che sempre più dovranno caratterizzarsi come private, per poi dare il loro contributo alla società, all'impresa, a tutto ciò che abbia carattere produttivo. In questo modo la scuola acquista caratteristiche in completa sintonia con il liberismo dominante. Da un lato la scuola è considerata come utilitarista nel senso che quel sapere che fornisce è strumento di benessere individuale, come se la scuola esistesse solo per fornire materiale umano alle imprese. Per altri versi la scuola diventa liberista in quanto impresa che offre servizi che si deve mettere in concorrenza con altre imprese (scuole) che offrono servizi simili. La scuola è quindi anche essa stessa un mercato. In definitiva, se l'educazione fornisce benessere economico individuale, le relazioni educative non possono essere pensate altrimenti che in modo mercantile. In estrema sintesi stiamo assistendo a questo cambio concettuale profondo, spacciato per quelle sciocchezze di cui più su: maggiore libertà di espressione, autonomia del centro scolastico per sperimentare insegnamenti fantastici, maggiore aderenza alle aspettative degli alunni, scuola che non deve annoiare, che non deve sapere di scuola, in cui si operi con i videogiochi (Maragliano, consulente pedagogista di Berlinguer).
Ma è proprio l'arretratezza culturale della nostra classe politica e sindacale (non voglio pensare alla malafede) che ci fa sembrare il cammino della Riforma come se scaturisse da esigenze nazionali e contingenti. Il processo riguarda tutto il mondo avanzato, e particolarmente l'Europa. E' scopo del Paese guida dell'Occidente, gli USA, creare dei minimi comuni denominatori al ribasso con l'Europa. Occorre azzerare ogni rimasuglio di Stato sociale e quindi di scuola pubblica, per dare campo libero al mercato. E queste cose non sono, appunto, delle novità; sono, ad esempio, annunciate come piano da estendere a tutto l'Occidente in pubblicazioni dell'Unesco(6) che espressamente parlano di decentralizzazione delle scuole, della standardizzazione dei metodi e dei contenuti, della gestione aziendalistica delle scuole, della professionalizzazione dei docenti, della competitività (competitivity-centred).
E' certo comunque che la scuola è soggetta ad una grande contraddizione: da una parte essa dovrebbe esaudire le aspirazioni egualitarie dei cittadini, dall'altra non lo può fare proprio perché la società è divisa in classi. La tendenza liberista di riduzione dell'imposizione fiscale va immediatamente in contrasto con la necessità di aumentare tale imposizione se si vuole fare fronte all'educazione sempre più specialistica di grandi masse. Quanto detto pone un problema squisitamente politico: occorrono scelte coraggiose e comunicate agli elettori perché non è possibile portare avanti simultaneamente una scuola all'altezza delle sfide culturali e scientifiche dei nostri tempi, con le politiche egoiste del neoliberismo. Si deve quindi dire che quanto hanno iniziato Berlinguer e Bassanini è la costruzione di una scuola che risponde alle esigenze neoliberiste in quanto non aumenta ma ne diminuisce le disponibilità rispetto alle sue accresciute e crescenti necessità (peraltro con forti arretrati da dover colmare).
Poiché so con chi ho a che fare, in gran maggioranza con personaggi che tendono a liquidare chi argomenta contro in modo sbrigativo utilizzando il dispregiativo: sei un conservatore !, vorrei affermare che la dicotomia tra progressisti e conservatori non si applica ad una questione così importante come la scuola. La questione del voler conservare non è di per sé negativa, tanto è vero che, di fronte agli scempi costituzionali di questa destra arraffona e cialtrona, tutti siamo conservatori. Eppure qualche riforma sarebbe interessante (e non mi riferisco a quelle pasticciate che fece il centrosinistra a fine legislatura). Con la scuola vale esattamente lo stesso. Vi sarebbero state varie cose da cambiare ma nel senso di preparare meglio gli studenti e di dare maggior vigore e credibilità alla scuola di massa. Ho molte volte sostenuto che il numero dei diplomati è falso problema che non si risolve facilitando gli studi. Basterebbe una seria politica di corsi opzionali per avere, a fianco a quella scuola seria e professionalizzante di cui prima, un tal numero di diplomati da far impallidire Brichetto Moratti.
Ed
allora iniziamo a ragionare e chiediamoci se siamo di fronte a tante
belle parole che nascondono una crescente e voluta descolarizzazione
ammantata di giustificazioni pedagogiche(7). Quanto dico
ha un qualche sostegno nel lifelong learning, nell'imparare
nel corso di tutta la vita, che viene sempre portata a sostegno di
buone intenzioni. Il Consiglio
Europeo di Lisbona del 2000(7bis) ha confermato il ruolo chiave del
Allo stesso modo, anche i documenti relativi alle politiche
Alla descolarizzazione strisciante si accompagnano: la progressiva perdita di importanza dell'istituzione scuola che sempre più acquisterà carattere flessibile; la progressiva perdita del valore di promozione sociale ed emancipazione politica della scuola (una bandiera della sinistra da sempre fin quando l'ha fatta cadere), valore sostituito dall'efficacia produttiva e dalla capacità di inserimento nel mondo del lavoro (tutti i valori diventano economici); la progressiva disintegrazione della scuola medesima attraverso la sua scelta individuale secondo una concezione consumistica attraverso la promozione della scelta delle famiglie (tanto cara ai cattolici reazionari), intese come corpo sociale.
Per ora ci troviamo in una fase ibrida di transizione. Da una parte l'esplosione della concorrenza, delle iniziative individuali, spesso estemporanee, seguendo la logica dell'impresa; dall'altro vi è ancora un centralizzatissimo Ministero che tutto decide e dirige.
ENTRIAMO IN QUALCHE DETTAGLIO
Adaptability, employability and the management of change will be the
primary
Ebbene
queste cose sono sostenute dai profeti della scuola liberista, come
ad esempio dall'economista e sociologo Usa Martin Carnoy, tanto preso
sul serio che nel sito INVALSI è spesso citato, insieme ad altri
autori Usa. E Carnoy queste cose le dice da anni(12) come
anche il suo collega Kjell
Rubenson(13)
E' comunque questo il piatto scolastico globalizzato che ci viene offerto, ancora non completamente preparato con la ricetta Bolkestein. Questo piatto si accompagna al cambio del modo di produzione della società. Così come a partire dalla metà dell'Ottocento si passò via via dalla manifattura artigianale al fordismo, da qualche anno stiamo passando dal fordismo, con tutto ciò che comportava in termini di professioni e di impiego, a qualcosa di ancora non definito nel quale comunque i capitali finanziari stanno prendendo il sopravvento. Questa gigantesca destrutturazione mondiale, questa vera e propria mutazione del capitalismo che si accompagna a trasferimenti produttivi a livello mondiale, alla mondializzazione dei commerci, a gigantesche privatizzazioni di beni e servizi precedentemente dello Stato, alla precarizzazione del lavoro ed al suo controllo attraverso la parcellizzazione e la paura della disoccupazione, alla ricerca di sempre maggiori profitti, ha ingenerato ingolfamenti nazionali, crisi a volte profonde alle quali la burocrazia (e qui l'Italia emerge) non poteva certo rispondere. Il nuovo liberalismo non sopporta vincoli di sorta, la sua parola d'ordine è flessibilità, anche mentale. La sinistra si adegua per il complesso dell'ex comunista ed è quella più spedita sulla strada di ogni riforma in tal senso, sia essa della scuola che del mercato del lavoro (vedi: pacchetto Treu). Anche la scuola aveva le sue difficoltà (che erano anche più antiche vista la gestione cinquantennale di essa da parte di una materna DC), passava attraverso una crisi che era il riflesso di quanto accadeva su grande scala, non si capiva più bene cosa dovesse fare e se dovesse essere finalizzata a qualcosa. A questo periodo di crisi, che è crisi soprattutto di gestione e di incapacità propositiva delle classi dirigenti, si è accompagnata la sempre maggiore pressione da parte dei neoliberisti al richiamo di maggiore efficacia ed efficienza dell'apparato scolastico al fine di un maggiore sviluppo democratico del Paese (proprio queste erano le cose sostenute, basta rileggersi i documenti, ad esempio, di Confindustria(14) ed il fantomatico "Scuola libera! Appunti per la nascita di un movimento” elaborato tra l'altro dalla Brichetto Moratti (15)). E questa efficacia ed efficienza si sarebbero raggiunte solo utilizzando i metodi dell'impresa nella scuola. La cosa di per sé è opinione degna quanto un'altra. Ciò che crea molti problemi è avere la sinistra che per prima abbraccia questi argomenti, te li propone o meglio impone, ti considera un conservatore se hai da obiettare, ti lascia solo a ricreare un fronte di resistenza ad un sistema che significa la fine della scuola pubblica e gratuita.
Economia
al centro della vita quotidiana di ognuno. E' quello che si sta
verificando da anni in tutti i settori della vita civile. A questo
fatto non poteva sfuggire il settore educativo. Ciò che sarebbe stato
invece possibile era il non cedere così facilmente al mercato
selvaggio diventandone addirittura cantori. Dice Susan George: “E’
scritto, fatale, ineluttabile che la politica della UE si ispiri
esclusivamente alla dottrina neoliberista? Che la sua strategia
economica si limiti a promuovere la competitività mondiale, la
deregolamentazione, il libero scambio, il tuttomercato ? Che
l’ambito sociale e l’ambiente siano disprezzati e trascurati,
relegati allo stretto necessario? No, tutto ciò non è né scritto
né fatale, né ineluttabile: bensì pensato, organizzato e
finanziato dalle società transnazionali più potenti d’Europa”(16).
FLESSIBILE ED ILLEGALE
Da ciò consegue che il sistema di educativo deve
adattarsi a queste esigenze di formazione. La scuola deve acquisire
una organizzazione flessibile, che si rinnova continuamente facendo
fronte in tempo reale alle necessità delle imprese e degli individui.
Questo concetto è detto così nel linguaggio evoluto di Maragliano,
con Vertecchi uno dei pedagogisti di Berlinguer: Occorre
passare dalla scuola delle
conoscenze a quella delle competenze,
DALLA CONOSCENZA ALLA COMPETENZA
Tutti i documenti disponibili, OCSE, ERT, UNESCO, Commissione della UE, danno particolare enfasi al necessario passaggio da una scuola della conoscenza ad una della competenza. Cito, per capirci, un documento dell'OCSE, in cui la logica e la gestione aziendalistica sono associate in modo estremamente chiaro(21):
IL CONVEGNO DI FRASCATI: MARZO 1999
Oltre a vari dirigenti del Ministero, vi sono i
pedagogisti di cui sopra. La pubblicazione che riporta i
lavori del convegno ha una premessa di Giuseppe Cosentino, Direttore
generale per l’Istruzione
Dopo
l'apertura già raccontata (non sappiamo che fare
ma che dobbiamo farlo), prosegue
Maragliano affermando che: Altri
strumenti, che diano corpo a pratiche nuove, coerenti con lo
scenario