fede e/o modernità
La
fede cattolica è compatibile con i valori della modernità? Lo scontro tra
pluralismo morale e fede, evoluzionismo e Disegno intelligente, ‘certezze’
di scienza e ‘verità’ di religione è insanabile? Un dibattito senza
perifrasi tra il direttore di MicroMega e il rettore della Pontificia Università
Lateranense su scienza, morale, fede e democrazia, e sul filo che le lega.
paolo flores d’arcais
/ monsignor rino fisichella
La «natura
umana», insomma, è nata almeno tre volte, e in due rami (umani quanto il
nostro) si è poi estinta. In questi giorni se ne sono occupati anche i
quotidiani, poiché sono stati pubblicati i risultati su altri nove reperti di Homo
floresiensis. Del resto, sul recente almanacco di filosofia di MicroMega
dedicato alla «Natura umana» abbiamo riportato gli studi più aggiornati
sull’argomento.
Insomma,
quanto la scienza ha accertato in tema di evoluzione perlomeno riduce a nulla la
pretesa di una «natura umana» come eccezione rispetto alla «logica» – e al
caso – che presiede alla nascita di nuove specie e alla loro evoluzione.
Di fronte a
tutto ciò, naturalmente, si può replicare che per ragione si deve intendere
qualche cosa di diverso dalla scienza, di più ampio. Ma anche di opposto e in
conflitto con essa? Certo, si può intendere la ragione secondo una tradizione
metafisica, contro il sapere scientifico. È già stato fatto a suo tempo con
Galileo, oggi mi sembra che venga riproposto nei confronti del darwinismo. È
vero che nel farlo, la Chiesa cattolica e i suoi pensatori si trovano oggi in
buona compagnia, perché c’è gran parte della filosofia contemporanea, di
ascendenza heideggeriana, che svolge un’operazione analoga. Ma questo mi
sembra semmai ponga interrogativi rispetto anche a tali filosofie, e non
indebolisca affatto la necessità di riproporre l’interrogativo con cui ho
aperto questa discussione: la fede cattolica è compatibile con la scienza
moderna?
Monsignor Rino Fisichella:
Innanzitutto condivido l’idea che non si tratti di domande né retoriche, né
ovvie, bensì profondamente attuali, giacché toccano un rapporto che, per
quanto mi è noto, è stato contrassegnato fin dagli inizi come rapporto tra
fede, scienza e ragione. Vorrei però introdurre subito un altro termine, che
non è apparso nella sua presentazione: si tratta della tecnica, che apre a mio
avviso scenari ancora ulteriori.
Prima vorrei cercare di definire meglio il problema del rapporto tra la fede e
la scienza. Quasi mai si tiene conto del fatto che c’è stata un’evoluzione
nel concetto di scienza e che alla fede, in questi duemila anni di storia, si
sono fatti incontro nel tempo almeno tre diverse nozioni. La premessa di tutto
ciò è che anche la fede ha avuto bisogno di giustificare se stessa, in quanto
non costituisce qualcosa di irrazionale. Il concetto di fede cattolica non fa
premio sull’irrazionalità dei propri contenuti, come se, per dirla con Kant,
fosse parte di una realtà noumenica assolutamente distinta da quella fenomenica
e richiedesse quindi esclusivamente un approccio fideistico a principi
etico-morali che non avrebbero nulla a che vedere con la ragione.
La
concezione stessa di fede cristiana, e più specificamente di fede cattolica, è
quella di una profonda intelligibilità dei propri contenuti. C’è qui tutta
la lezione che proviene dai Padri della Chiesa. Penso in primo luogo a Giustino,
fino a giungere alla grandiosa sintesi di Agostino, il quale non fa altro che
esprimere il credo ut intelligam e
l’intelligo ut credam come rapporto
tra fede e ragione, e se vogliamo, ad un primo livello, tra fede e scienza.
Agostino è pervaso dal desiderio di mostrare l’intelligibilità e la non
irrazionalità non soltanto dei contenuti di fede, ma in primo luogo dell’atto
stesso con il quale l’uomo giunge a credere.
Evidentemente,
il concetto di scienza dell’epoca era ancora legato al concetto aristotelico,
ossia alla scienza come episteme.
Dinanzi ad un’episteme che dona
certezza, non può esistere la doxa,
cioè l’opinione. A questo livello, dunque, la contrapposizione essenziale è
sempre stata quella tra episteme e doxa.
Allorché i teologi si sono imbattuti nella problematica del rapporto tra fede e
ragione, si sono mossi sul filo conduttore di quello che almeno fino al X secolo
costituiva in senso aristotelico il concetto naturale, e cioè specifico, di
scienza: le cause di spiegazione dei fenomeni derivano da principî e via
dicendo. Se noi prescindessimo da questo concetto, compiremmo un passo falso
nella comprensione dello sviluppo epocale del rapporto tra fede e scienza.
L’epoca
moderna, evidentemente, non riflette più nei termini di una scienza cosiffatta.
Non si serve più, cioè, di una scienza intesa in termini aristotelici. Galileo
e Newton utilizzano il concetto di una scienza sperimentale, il cui compito è
quello di verificare preventivamente i fenomeni e, sulla loro base, arrivare poi
alla formulazione di principi. Dal metodo deduttivo dell’antica scuola
aristotelica si passa ad un metodo induttivo che ha suscitato problemi
specifici, non potendosi evidentemente basare il concetto di fede sulla sola
forma della sperimentazione.
Quella che
Giovanni Paolo II, nella Fides et ratio,
chiamava la drammatica separazione tra fede e ragione e in qualche modo tra fede
e scienza, incomincia ad insinuarsi proprio a questo livello: la sperimentazione
come spiegazione di tutti i principî.
La teologia
e la riflessione che esprime in qualche modo l’intelligibilità della fede si
sono trovate in difficoltà. Il che, tuttavia, non ha escluso affatto che in
alcuni ambienti della Chiesa e anche della ricerca teologica si dessero grandi
sperimentatori. Copernico e Spallanzani, per non fare che due esempi, erano
uomini di Chiesa e di fede cattolica: erano preti, tanto per intenderci. Senza
ricevere nessuna condanna da parte della Chiesa, sono giungi poco alla volta a
verificare un autentico progresso nella ragione e nella scienza. E in qualche
modo furono pionieri anche nello stimolare la riflessione della fede su questi
contenuti.
Personalmente,
ho avuto la ventura di occupare per vent’anni, all’università Gregoriana di
Roma, la cattedra che fu del cardinal Bellarmino, che lei citava in precedenza.
Se posso consentirmi una battuta, fin dall’inizio mi sono sentito molto
coinvolto, in un modo o nell’altro, rispetto all’operato di questa grande
figura. Bellarmino giunge alla condanna di Galileo sulla base del contesto
dell’epoca, che scontava per così dire una non coerente conoscenza di quella
che è la natura stessa della Scrittura. È un grande problema che spesso non
viene neppure preso in esame. All’epoca si considerava la Scrittura al di
fuori di quella che era la sua competenza, come se si trattasse di un libro di
cosmologia o di biologia. Perciò la cultura ecclesiastica dell’epoca non era
ancora in grado, perché non ne aveva gli strumenti, di riconoscere che il
progresso della scienza non andava contro la Scrittura, ma anzi avrebbe favorito
molto di più la comprensione della Scrittura stessa.
Arrivando
ora più vicino a noi, dopo Aristotele e Galileo il terzo concetto di scienza,
quello davanti al quale ci troviamo oggi, è chiarito a mio avviso da Popper
nella sua Logica della ricerca,
pubblicata per la prima volta alla metà degli anni Trenta. Qui vengono
formulate le premesse dell’epistemologia in quanto tale. Il concetto
contemporaneo di scienza non coincide più con quello moderno. Non esiste più
un concetto di sperimentazione e di accertamento, giacché all’interno della
scienza stessa si insinua il tema del dubbio, che prima le era estraneo. Il
cosiddetto principio della falsificabilità è qualcosa da cui oggi non possiamo
più prescindere. A mio avviso si tratta anzi di un concetto primario, che
conduce ad una visione della verità fondata non più sulla certezza assoluta,
bensì su una base essenzialmente probabilistica.
Il problema
della teodicea è uno di quelli su cui il pensiero della fede (delle fedi) ha
esercitato tutti i suoi talenti, con risultati zero. Il problema, cioè la
radicale e insolubile antinomia, è ancora al punto della sua prima enunciazione
presso la filosofia greca: le due caratteristiche della divinità, l’infinita
potenza e l’infinita bontà, non possono coesistere, di fronte all’evidenza
del male nel mondo, dell’infelicità nel mondo, del dolore nel mondo,
dell’ingiustizia nel mondo, evidenza che ciascuno (cioè proprio tutti)
incontra nella propria esistenza. Il male (naturale o sociale, del terremoto o
della crudeltà dell’uomo sull’uomo) smentisce l’intelligibilità di un
Dio onnipotente e infinitamente buono (giusto). O
l’uno o l’altro.
Tutti i
tentativi che sono stati fatti per conciliare i due attributi, concludono
sempre, di fronte all’incalzare delle obiezioni, ad un’unica risposta: alla
parola mistero. Che costituisce,
ovviamente, l’opposto della intelligibilità, la rinuncia alla intelligibilità,
lo scacco di un’indagine critica e di una giustificazione razionale.
In questo
senso, per Popper la demarcazione fra scienza e pseudoscienze e la demarcazione
tra conoscenza vera (e mettiamo pure «vero» tra virgolette, poiché agli umani
non è data per principio una certezza assoluta) e non conoscenza (in quanto non
falsificabile). Le caratteristiche della conoscenza vera sono esattamente quelle
di dar luogo ad affermazioni sempre falsificabili ma fin qui mai falsificate, e
anzi corroborate da tutti gli esperimenti. Conoscenza «vera» della scienza e
suo carattere fallibilistico vanno dunque insieme, mentre nessuno di questi due
caratteri si dà per la metafisica, la religione, la teologia.
Ora, dire
che la conoscenza scientifica non ci fornisce certezze assolute non vuol dire
affatto che diventa probabilistica come qualsiasi altro genere di ipotesi o
giudizi di tipo metafisico, teologico, artistico e così via. Significa, al
contrario, che proprio attraverso il fallibilismo, la scienza sperimentale
moderna fa da criterio rispetto a tutte le altre pretese di conoscenza. La
scienza è la forma di conoscenza che ha il grado massimo fin qui sperimentato
di accertabilità umana. Non utilizziamo la parola «certezza assoluta»,
allora, ma quella di «certezza umana» è assolutamente legittima, e dunque,
visto che umana è anche ogni lingua in cui pronunciamo tale parola, di certezza
tout court.
Ora, il
darwinismo non è una teoria fra le altre, per quanto riguarda l’origine
dell’uomo e l’evolvere del vivente. È l’unica
spiegazione(che oggi si articola in numerosi approfondimenti, che hanno aperto e
aprono sempre nuovi interrogativi, sui quali ci si scontra tra
darwinisti)straordinariamente e sistematicamente ipercorroborata. Sottoposta
a tutte le sfide della falsificabilità, le ha superate tutte, compresa la
conferma dell’ipotesi che non si aveva il coraggio di avanzare (neppure Darwin
osò, né la maggior parte degli evoluzionisti) che prevede l’esistenza di un
cespuglio (plurale) di specie umane, esattamente come per ogni altro animale.
E questo ci
porta al problema cruciale, quello della natura umana. Lei sostiene che la fede
e la scienza cercano ambedue la verità. Benissimo. Ma se e quando arrivano a
conclusioni opposte e incompatibili, come la mettiamo? Perché è proprio sulla
questione della natura umana (e non sulla fisica dei quanti o dei quark) che
oggi scienza e fede entrano in rotta di collisione.
Ora, la
scienza ci ha dato una risposta ormai accertata, quanto all’origine
dell’uomo, e sempre più precisa anche nei dettagli che riguardano i vari
momenti dell’evoluzione di cui è il prodotto. L’uomo è una scimmia
modificata. La specie umana (anzi: le specie umane, tema ormai ineludibile, su
cui dovremo insistere) è nata esattamente come tutte le altre specie animali.
Una serie di errori casuali di trascrizione del dna, fissate e accumulate per
selezione adattativa.
In questo
non c’è mistero alcuno. La specie umana è un cespuglio di specie, ormai ne
sono state identificate una decina, e almeno tre di esse hanno convissuto per
alcune decine di migliaia di anni. Siamo i soli sopravvissuti, le altre specie
umane si sono estinte, ma non siamo i soli portatori di una «natura umana».
Del resto, sta ormai conquistando l’intero mondo scientifico la proposta di
una nuova tassonomia (ne riferisce l’Almanacco
di filosofia di MicroMega 2005 in
un saggio di Gianfranco Biondi e Olga Rickards) che vede inserire nel genere Homo
anche due specie di scimpanzé, data la «sconvolgente» (per chi non vuole
accettare i più recenti accertamenti della scienza) affinità cromosomica tra
gli scimpanzé e le dieci specie umane.
Questa
spiegazione evoluzionistica non è affatto incompatibile con la considerazione
in termini di libertà e progettualità della condizione natural-esistenziale di
Homo sapiens (proprio a questo tema ho
dedicato il mio saggio nell’Almanacco di
filosofia già citato).
Le specie
umane (e Sapiens in particolare, poiché
ne possiamo seguire la storia intera) non possiedono più istinti dal carattere
cogente (che già nelle scimmie antropomorfe segnalano «aperture», per quanto
limitatissime) che ne regolino in modo vincolante il comportamento. Per
sopravvivere (per separare i «comportamenti-sì» dai «comportamenti-no»)
devono crearsi delle regole, delle norme (che avranno nome, nei millenni, «sacro»
e religione, morale e diritto…).
Quali norme?
Qualsiasi norma, purché funzioni, purché assicuri al gruppo (sempre più
complesso) capacità competitive per la sopravvivenza. Nessuna «norma naturale»
dunque, ma le regole etico-religiose (e non solo giuridico-politiche) più
diverse e incompatibili, tutte espressione della «natura umana».
Un grande
pensatore cristiano come Pascal, forse il più grande insieme ad Agostino,
scriveva in proposito: «Nulla si vede di giusto o di ingiusto che non muti di
qualità al mutare del clima… Bizzarra giustizia a cui un fiume segna il
confine! Verità al di qua dei Pirenei, errore al di là. Essi ammettono che la
giustizia non stia in questi costumi, ma che risiede nelle leggi naturali,
comuni in tutti i paesi. Certamente essi lo sosterrebbero ostinatamente, se la
temerarietà del caso, che ha seminato le leggi umane, ne avesse trovato almeno
una che fosse universale: ma il ridicolo è che il capriccio degli uomini si è
così ben diversificato che di universale non ve ne è nessuna». Per
concludere: « Il furto, l’incesto, l’uccisione dei figli e dei padri, tutto
ha trovato il proprio posto tra le azioni virtuose» (Pensieri,
Chevalier 230, Brunschvicg 294)
Insomma,
l’uomo è una scimmia modificata nel cui dna non sono più iscritti istinti
cogenti che ne determinino i comportamenti, bensì la necessità di darsi le
proprie norme. È di fronte a questa peculiarità di una natura umana che non
conosce norme naturali che sorgono i successivi interrogativi: la fede, è
compatibile con il pluralismo morale? E poiché il pluralismo morale è il cuore
di una società democratica, la Chiesa, è compatibile con la democrazia?
Fisichella: Andrei per ordine. Innanzitutto, una battuta sul tema
della intelligibilità dei contenuti di fede. Per abitudine e per onestà
professionale bisogna sempre dichiarare la propria identità epistemica: io non
sono un filosofo, bensì un teologo e quindi, inevitabilmente, sono portato a
distinguere teodicea e teologia. I principî della teodicea sono principi
tipicamente razionali e quindi filosofici. I principî della teologia sono altri
e sono appunto i principî che fanno della intelligibilità dei propri contenuti
la costituzione stessa della scienza. Lungi da me, e mi auguro anche da lei, il
dover pensare che la scienza comprenda soltanto determinate branche e che per
esempio la teologia non sia scienza, perché se così fosse, allora verrebbe
meno la possibilità stessa di un’oggettività dei contenuti dei quali
parliamo.
Flores d’Arcais: Io per scienza preferisco sempre intendere esclusivamente
la scienza sperimentale moderna. Non penso che la filosofia, e neppure la
ricerca storica, neppure la sociologia, e meno che mai la politologia, siano
scienze. Neppure la teologia, dunque.
Flores d’Arcais: Accertata…
Flores d’Arcais: Io non le farei questa obiezione. Io semplicemente direi
che i casi di recessione spontanea dei tumori sono anch’essi un dato
accertato, hanno una loro frequenza statistica e, per esempio, è una frequenza
statistica superiore alla frequenza statistica dei miracoli di Lourdes secondo
la Chiesa…
Fisichella: In questo senso, allora, la statistica è già diventata
inavvertitamente una scienza? Mi rendo conto che la discussione dialettica su
questi termini rischia forse di paralizzare il discorso. Il problema che lei
poneva è il seguente: cosa accade quando gli esiti della fede e i risultati
della ragione non appaiono compatibili? Se c’è veramente incompatibilità tra
un dato della fede e un dato della scienza, allora uno dei due deve
inevitabilmente fare un passo indietro. E a mio avviso lo deve fare la scienza,
non la fede.
Aggiungo che
la forma di conoscenza che l’uomo possiede non è soltanto quella della
scienza. Ci sono infatti diverse forme di conoscenza nell’uomo. Io non conosco
i colori perché me lo dice la scienza, io li conosco attraverso i sensi. Ognuno
di noi fa esperienza di una conoscenza che va al di là della scienza, a cui
ascrive molta più certezza di quello che potrebbe essere la stessa certezza che
gli proviene da una conoscenza cosiddetta scientifica. Pertanto non bisogna
rinchiudere la conoscenza personale all’interno della conoscenza scientifica.
E non direi nemmeno che la conoscenza scientifica sia l’unica conoscenza che
dona certezze.
Come
persona, io sperimento diverse forme di conoscenza che mi danno certezza e
affidamento, molto più di quello che dice la conoscenza scientifica. Se la
scienza mi dice che, poiché la temperatura misura ventidue gradi, io debbo
sentire necessariamente caldo (o freddo), i miei sensi, che conoscono
ugualmente, possono dirmi benissimo una cosa diversa. Ridurre tutto alla
certezza della conoscenza scientifica mi sembra, da questo punto di vista, una
forma limitativa della conoscenza e di tutte le potenzialità che l’uomo
dispiega all’interno del fenomeno cognitivo.
Inoltre,
ogniqualvolta parliamo di natura umana, non siamo di fronte ad un concetto
scientifico, offertomi ad esempio dalla biologia o dall’evoluzione. «Natura
umana» è un concetto squisitamente filosofico, il che ha conseguenze anche sul
piano della discussione. Tralascio di impegnarmi in un disamina delle sue
affermazioni sull’uomo come «scimmia modificata». Mi limito a rilevare che,
se questo fosse vero, dovremmo chiederci anche perché le scimmie, adesso, non
diventano più uomini.
Ma al di là
di tutto questo, a me interessa ciò che l’uomo è oggi. Che cosa è, ad
esempio, la cellula embrionale? È o non è la cellula di un uomo? Ha o non ha
natura umana? Quand’anche fosse condivisa al 99,5 per cento con le scimmia, la
natura dell’uomo resterebbe sempre quello 0,5 per cento che la distingue
all’interno del creato o dell’universo o della natura che dir si voglia. E
come natura umana distinta da quella animale, essa richiede, nella sua
differenza, un trattamento diverso. Perché qui si sta parlando di me, non di un
uomo in astratto. E nel momento che si parla di me, ritengo che la fede abbia
qualche cosa da dire. Il che porta con sé il problema del pluralismo.
Davanti alla
domanda se la fede sia compatibile con un pluralismo morale, io rispondo di no.
La fede non è compatibile con alcun pluralismo morale. La fede è compatibile
con una pluralità di visioni differenti. Ma tra pluralismo e pluralità c’è
una differenza che io ritengo fondamentale. Ci può evidentemente essere una
pluralità di posizioni all’interno delle quali posso confrontarmi. Posso
cercare di comprendere quelle che mi sono più vicine o più lontane, quelle che
portano ad una risposta più o meno adeguata. Davanti a un pluralismo ritengo
che invece non ci sia possibilità, perché il pluralismo, come tale, si
richiama a principî che a volte sono appunto opposti a quelli della fede
stessa. E quindi il pluralismo morale non è compatibile con la fede cattolica.
Evidentemente, qui sorge un grande problema.
Flores d’Arcais: Sì, lei ha toccato appunto il cuore di tutti questi
problemi che del resto fa vedere come la questione della scienza, la questione
della morale e la questione della democrazia abbiano un filo che li lega. Perché
è ovvio che quello 0,5 per cento di differenza nel genoma fra uomo e scimpanzé
ha dato luogo a differenze strabilianti, in forza delle quali noi ci poniamo
questi problemi e uno scimpanzé no. Nessuno, ovviamente, nega questa
circostanza. Quando ricordo che la scienza ha ormai accertato che siamo evoluti
a partire da una scimmia, da alcuni errori di duplicazione del dna, non
significa che io voglia minimizzare l’enorme differenza a cui ciò ha dato
luogo. Dico solo che questo toglie ogni mistero alle origini dell’uomo.
Sappiamo da dove veniamo – una delle grandi domande metafisiche. Non sappiamo
dove andiamo, ma sappiamo da dove veniamo.
Lei sa
perfettamente che il pluralismo etico è un fatto. Già lei ed io siamo
portatori di valori etici in certi casi incompatibili, che si escludono
reciprocamente. È inutile che faccia gli innumerevoli esempi, ma se noi
parlassimo di eutanasia, di aborto, ci troveremmo ad avere due visioni che non
possono trovare una sintesi o un compromesso. E questo vale per tante altre
questioni.
La realtà
del nostro mondo è quella di un pluralismo etico. Oggi esistono più morali. E
il problema, anzi lo scopo, della democrazia è di far convivere più persone,
cioè più morali, in un orizzonte in cui la legge se la danno queste persone
stesse. Perché senza l’autos nomos,
cioè il dare la norma a se stessi, senza questa radicale autonomia della norma,
la democrazia non ci sarebbe, esisterebbero le forme politiche del passato,
eteronome, dove si governa in nome della volontà divina.
Questo autos
nomos è deciso da uomini che hanno visioni etiche differenti. Nasce la
questione: come possiamo conciliare il principio democratico, cioè il diritto
di tutte queste persone, con le loro morali diverse, a convivere, con l’altro
principio democratico secondo cui la legge – e relative sanzioni penali – le
decide una maggioranza?
Le
democrazia moderna è una democrazia liberale
proprio perché non fa del principio di maggioranza il suo criterio supremo.
Liberale è una democrazia solo se rispetta innanzitutto i diritti delle
minoranze. Fino a quella minoranza estrema che è il singolo individuo, il
singolo «eretico», il singolo dissidente.
Dunque, per
l’aspetto che qui più ci riguarda, se le diverse fedi religiose rinunciano
– tutte – ad imporre per legge la
propria morale, anche nel caso si trovassero ad essere maggioranza. Se, insomma,
ciascuna autorità religiosa si rivolge al proprio fedele pressappoco così: tu
non devi divorziare, abortire, masturbarti, usare contraccettivi, programmare il
suicidio assistito, fare delle trasfusioni di sangue, mangiare carne di maiale,
bere alcolici, perché è contro la volontà di Dio, ma non puoi poi imporre –
attraverso il braccio secolare della sanzione penale – le medesime proibizioni
a chi non condivide la nostra fede.
Fisichella: E quindi diventa razionale e legislativo solo quello che
chi non crede vuole far diventare tale?
Flores d’Arcais: Niente affatto. Anche una morale «miscredente» non può
essere imposta per legge. Ma se accettassimo il principio che una fede può
imporre per legge, quindi erga omnes, un proprio contenuto etico, come potremmo
impedire domani, se i testimoni di Geova fossero in maggioranza, che le
trasfusioni di sangue diventino reato penale? E se domani diventassero
maggioranza, certe tendenze di sincretismo fra animismo e fondamentalismi
islamici, che considerano doverose le
mutilazioni sessuali delle bambine? Se noi cominciamo ad accettare il principio
che i contenuti etici legati a una fede particolare, il giorno che è
maggioranza, possono essere imposti con sanzione penale anche a chi non li
condivide…
Fisichella: Su questo aspetto debbo contraddirla. I cattolici non
fanno questo, ossia non impongono la propria visione di fede all’interno di
una democrazia. Anch’io sono molto pascaliano. E mi piace quel pensiero di
Pascal che richiama la profonda ignoranza di tutto ciò che riguarda ciò che
sono, da dove vengo e dove vado. La scoperta del genoma è molto interessante,
è quello che scrive il direttore del National Center for Research di
Washington, quando dice: «We are at the end of the beginning». È
un’espressione a mio avviso molto importante. Parlando di scienza e di uomo,
iniziamo a capire qualcosa soltanto adesso e ci troviamo appunto alla fine di un
inizio.
Solo adesso
comincia il vero inizio, perché adesso bisogna essere capaci di comprendere,
molto più di prima, che la scienza non è un assoluto. La scienza deve
soprattutto rispettare la dignità di ogni persona. Il problema, in fin dei
conti, è duplice, perché concerne sia la libertà che la dignità. Oggi siamo
in una situazione in cui il legislatore si trova davanti ad una società con
visioni della vita diverse. Sbaglierebbe in ogni caso se prendesse posizioni a
favore dell’una o dell’altra. Il legislatore deve cercare di guardare al
bene di tutti, non al bene di una porzione più o meno determinata dalla fede.
Il legislatore è chiamato a rispettare il bene di tutti ed è chiamato a
rispettare il bene di tutto l’uomo. Lo Stato è chiamato per sua stessa natura
a difendere non il potente, bensì il più debole, perché nel momento in cui la
legge difendesse il più forte e non il più debole, quella legge sarebbe
violenta e non meriterebbe neppure di essere osservata.
Personalmente
ritengo davvero scorretto affermare che la Chiesa cattolica imponga a
chicchessia il proprio modo di vivere, dicendo poi: chi non crede faccia quel
che vuole. Noi non proponiamo questo, noi proponiamo che il legislatore guardi
al bene della persona e al bene di tutti. Una singola legge non sarà mai
perfetta, ma il legislatore dovrà usare tutti gli strumenti per renderla meno
imperfetta. Noi continuiamo a ribadire che l’aborto è sbagliato, ma nessuno
ha condotto rappresaglie contro il legislatore che ha votato a favore della
legge 194. Noi continuiamo a dire che l’aborto è un male, però siamo anche
rispettosi della legge, perché siamo cittadini di questo mondo. Continueremo a
dire che quella legge è imperfetta, che non è conforme al bene della persona.
E lo diremo anche per l’eutanasia, per il divorzio, per la pillola del giorno
dopo, per lo sfruttamento del lavoro minorile, per la tratta e lo sfruttamento
degli immigrati che non vengono pagati il giusto, per tutte le forme di mancanza
di dignità nei confronti delle persone. Lo diremo anche quando l’ammalato o
l’anziano non sarà preso in seria considerazione dallo Stato, e così per la
famiglia e per la valutazione della dignità della persona.
Mi permetto
di essere un po’ malevolo. Conosco abbastanza la storia dei secoli passati. La
cosa che mi ha sempre colpito è che tra XVII e XIX secolo ci siamo trovati
sempre di fronte a una diatriba formidabile. Il pensiero cosiddetto laico, che
all’epoca era il pensiero razionalista e illuminista, ha rivoltato per così
dire il cattolicesimo come una calza. Lo ha analizzato sotto tutti gli aspetti,
distruggendo il più possibile, tramite l’analisi, i contenuti della stessa
Scrittura. La mia domanda è: come mai il pensiero laico, oggi, non fa lo stesso
lavoro con l’islam? Come mai continua ad indirizzarsi contro il cattolicesimo
dopo duemila anni di esperienze di cristianesimo e di lealtà alle istituzioni?
Tutto ci si può rimproverare, infatti, tranne di non essere leali nei confronti
dell’autorità costituita. Come mai si addita sempre e soltanto l’azione dei
cattolici e non si fanno i conti ad esempio con l’islam, con l’ebraismo?
Questa sarebbe una vera sfida, mi pare, per il pensiero laico e per il pensiero
razionale. C’è una esclusiva attenzione critica verso il mondo cattolico. Ma
non c’è il coraggio di affrontare realmente, con la stessa acribia, i
contenuti della religione islamica e della religione ebraica.
Flores d’Arcais: Francamente, questa acquiescenza, nel pensiero laico, non
la vedo da nessuna parte. Anzi, mi pare sia dato per scontato che l’islam a
tutt’oggi sia in totale incompatibilità con la democrazia.
Fisichella: Ma non è sufficiente questo. Bisogna analizzare i
contenuti della religione, e questo non si fa.
Flores d’Arcais: Diciamo che l’islam è oggetto di interesse vero, e non
più di curiosità da «vacanzieri», folcloristica, solo da pochissimo. Quindi
io immagino che sarà fatto eccome. Per quanto mi riguarda, con una religione
che possa dire: il Corano è la nostra Costituzione, non c’è neanche
possibilità, non dico di dialogo, ma neanche di confronto, c’è solo la
possibilità di uno scontro. Ma l’islam, per fortuna, non è solo questo.
A questo
proposito però, cattiveria per cattiveria, secondo me la pretesa di dire: il
Corano è la nostra Costituzione, da un punto di vista logico non è molto
diverso dalla pretesa di dire che esiste una natura umana oggettiva, e quindi
oggettive leggi dell’etica, che poi devono essere realizzate nella
legislazione positiva. Cioè l’idea di legge naturale, o l’idea: il Corano
è la nostra Costituzione, sono tutte in fondo…
Fisichella: No, perché legge naturale, vede…
Flores d’Arcais: …ciascuno chiamerà legge naturale i contenuti della
propria fede o della propria ideologia. Il marxismo pretendeva che ci fosse una
legge oggettiva dell’evoluzione storica… Tutti coloro che parlano di leggi
oggettive della realtà umana, secondo me semplicemente stanno proponendo dei
surrogati di Dio.
Comunque. Io
sono d’accordissimo con lei, la legge deve garantire libertà e dignità
uguali a tutti e ciascuno. E però assumiamo, e anche lei l’ha assunto, il
dato di fatto di un pluralismo di punti di vista morali differenti e talvolta
incompatibili. Lei però mi obietta: il mio punto di vista cattolico deve valere
come il suo di ateo, perché la legge dovrebbe dar retta al suo e non al mio di
cattolico…?
Fisichella: Non dico questo. Davanti al legislatore io e lei
siamo pari. Siamo tutti e due cittadini di questo Stato, di questo paese.
Cittadini che chiedono una legislazione coerente, che sia per il bene di tutti e
che sia rispettosa della dignità della persona. Prescindendo dalle fedi di
tutti, il legislatore deve cercare un minimo comune denominatore, che si giovi
della razionalità comune a tutti. Non la fede, bensì la razionalità deve
essere capace di puntare a questo. Siamo tutti d’accordo sul fatto che la
dimensione razionale costituisca l’elemento comune e universale. Soltanto i
principî fondamentali ci consentono di sviluppare una convivenza civile e
pacifica.
Flores d’Arcais: Allora, visto che la razionalità deve essere
posta al servizio di valori che qui abbiamo riconosciuto condivisi – la libertà
e la dignità di ogni individuo anche nelle sue differenze – la differenza tra
noi consiste in ciò: prendiamo il tema del suicidio assistito, io penso che il
suicidio assistito non possa essere un reato penale perché riguarda un
individuo che decide della propria vita. Chi altro può decidere della propria
vita se non chi la vive? Se un qualcun altro che non la vive, la mia vita non
appartiene più a me, appartiene a un altro e a questo punto siamo già nella
logica della schiavitù… Di conseguenza, penso che non dovrebbe neanche
esserci discussione, non può esserci sanzione penale per il suicidio assistito
(oggi in Italia si arriva a una pena di 15 anni di reclusione).
Nessuno impone il divorzio a chi non lo vuole o l’aborto
a chi non lo vuole, o il suicidio assistito a chi non lo vuole. Ma da parte
cattolica si è proibito il divorzio anche a chi lo chiedeva, l’aborto anche a
chi drammaticamente lo sceglieva, il suicidio assistito a chi
vive ormai la sua vita solo come tortura… il tutto sanzionato sempre
penalmente.
Non è lecito, allora, mettere queste cose sullo stesso
piano del lavoro minorile, cioè di forme di sfruttamento e oppressione di
qualcuno su qualcun altro.
Io sono ateo, ma ho sempre considerato orrendo l’ateismo
di Stato dell’Unione Sovietica. Perché appunto voleva essere ateismo di
Stato, imposto attraverso sanzioni penali. Ci deve essere la tolleranza nei
confronti dei comportamenti più diversi, quando questi comportamenti non sono
di oppressione di una persona sull’altra.
Fisichella:
Mi pare che alla fin fine si diano due diverse concezioni antropologiche e di
conseguenza un diverso modo di porsi dinanzi allo Stato. Mi pare che la sua
visione sia esclusivamente quella dell’individuo. Noi invece partiamo sempre
dal presupposto che la persona è in relazione con altri. La vita è mia, ma io
vivo all’interno di una societas.
Flores d’Arcais: Certamente.
Fisichella:
Ma questo è fondamentale.
Flores d’Arcais: Ma nei momenti in cui si impongono delle decisioni cruciali, chi ha diritto
di prenderle? Se io non ho diritto su di me per certe decisioni cruciali, e le
possono prendere altri, non importa se uno o una maggioranza, si apre un
baratro, perché se sulla mia vita può decidere la maggioranza, allora potrà
decidere anche sulle mie opinioni, sul mio lavoro, sulla mia libertà religiosa,
sul mio matrimonio, su tutti i contenuti della mia vita…
Fisichella:
Quando il soggetto o l’individuo si trova a vivere in una società, deve
essere capace di rinunciare a propri diritti ed immettersi nell’alveo di una
relazionalità in cui i propri diritti sono legiferati dal legislatore, a cui
viene dato il diritto di farlo. Chi fa le leggi gode di una legittimazione. Noi
ci siamo dati un sistema democratico che consente alla rappresentanza
parlamentare di decidere per tutti. Se non ci fossimo dati questo sistema,
saremmo o in una tirannide o in una monarchia o addirittura in un totalitarismo,
e via dicendo.
E io ritengo che questi non siano gli strumenti che
possono consentire il progresso del vivere civile tra gli uomini.
Flores d’Arcais: Lei però conosce meglio di me che il rischio totalitario è insito nelle
democrazie, se la possibilità di una maggioranza di decidere non viene limitata
da norme costituzionali che garantiscano i diritti individuali contro ogni
maggioranza, anche la più schiacciante.
Fisichella:
Le norme costituzionali debbono salvaguardare il vivere di tutti. Però il
vivere di tutti è in relazione con gli altri. Non riesco a seguire fino in
fondo il fatto per cui io ho un mio diritto sul quale non transigo. Io vorrei
andare a 250 all’ora in autostrada…
Flores d’Arcais: Questo non c’entra nulla…
Fisichella:
No, questo c’entra, perché questo è un mio diritto. Ma perché lo Stato deve
impedirmi di andare a 250 all’ora?
Flores d’Arcais: Per un motivo molto semplice, perché…
Fisichella:
Perché io divento un pericolo per gli altri, non solo, perché lo Stato dice,
io mi debbo curare anche di te, perché tu sei necessario a me. E allora vede…
Flores d’Arcais: Vede, perfino nei paesi dove c’è la pena di
morte è proibito far precedere l’esecuzione dalla tortura, il che invece,
come lei sa, era cosa normale fino a poco più di un secolo fa, erano grandi
feste le esecuzioni capitali, si torturava lungo la strada…
Fisichella:
La coscienza umana…
Flores d’Arcais: E oggi neanche dove c’è la pena di morte per chi ha commesso dei crimini
orrendi è ammessa, almeno per legge, la tortura. E invece, una persona che non
ha commesso nessun delitto, che è condannata a morte da una malattia e ormai
vive solo le ore che passano come indicibile tortura (e che sia tortura
insopportabile può deciderlo solo chi la vive, perché lei stesso ha detto che
la certezza più autentica e la sensazione immediata…
Fisichella:
Ma lui non vive, quella persona non vive sola…
Flores d’Arcais: Però vive nella tortura…
Fisichella:
Nessuno di noi decide per se stesso. Questo è il grande problema. Decideremmo
per noi stessi soltanto se vivessimo nelle quattro mura di casa. Ma non è così.
Questa è una visione utopica del vivere civile. Noi viviamo all’interno di
una continua relazionalità con le persone, viviamo all’interno di una
famiglia che non è solo la nostra, piccola e personale – cioè quella che ci
siamo costituiti – bensì è quella più grande, quella di una società
all’interno della quale ognuno di noi si trova. E per la quale, ritengo,
ognuno di noi esercita un ruolo particolare. Ecco perché non condivido questa
posizione. Quello che posso condividere è che non ci può essere a tutti i
costi un accanimento nel far vivere una persona, il che sarebbe peraltro anche
immorale, non etico. L’accanimento nel far vivere una persona contro qualsiasi
forma iscritta nella natura non è più neanche conforme alla natura. Ma questo
noi l’abbiamo sempre ribadito con forza. Il principio in base al quale una
persona può decidere della propria vita quando e come vuole, tuttavia, non è
corretto, soprattutto rispetto al vivere relazionale proprio di una società.
Questo porta inevitabilmente a un profondo senso di egoismo, che racchiude
ancora di più la persona in una condizione di solitudine. Il che amareggia se
possibile ancora di più, perché già oggi, se consideriamo la generazione dai
venti ai trentacinque anni, lo stato di solitudine profonda che viene vissuta in
questa realtà è già troppo forte per doverla appesantire ancora di più con
altre espressioni. Tuttavia, se posso dire una battuta conclusiva…
Flores d’Arcais: Sì, sì, è lei che conclude…
Fisichella:
La legge crea cultura. Di questo sono profondamente convinto. Una volta fatta
una legge, si crea una cultura consequenziale. Per questo sono dell’idea che
non dobbiamo contrapporci, ma essere capaci di trovare le forme possibili,
attraverso le quali, nel dibattito e nel permanere delle nostre differenze,
possiamo trovare forme di autentico progresso della società, un progresso non
determinato da visioni particolari, bensì tendente realmente a fare di questa
società e dell’uomo che in essa vive dei soggetti sempre più capaci di
essere se stessi: una società che percorra sempre più un cammino coerente
rispetto all’umanità a cui tutti noi tendiamo. E per questo motivo, temo che
attraverso alcune leggi, purtroppo già sperimentate, ci si sia incamminati
verso un tipo di cultura che non favorisce un vero progresso, bensì, ancora una
volta, un rinchiudersi delle persone in se stesse, con la conseguenza di una
profonda solitudine.
(a cura di Adriano Ardovino)