1 - UNO
SGUARDO SULL' OTTOCENTO: RAPPORTI FRA SCIENZA, TECNICA, VITA CULTURALE E CIVILE NELLA
PRIMA META' DEL SECOLO
Anche se non l' ho teorizzato, credo si sia capito, da quanto
precedentemente scritto, che non ritengo si possa cogliere nella sua interezza
il
I primi anni del secolo XIX
sono segnati, dal punto di vista politico-militare, dalle armate napoleoniche
che dilagano in tutta Europa con
In questa epoca la scienza francese, sorretta da massicci finanziamenti
al fine di servire le armate napoleonicbe, fece notevoli balzi in avanti. Le
scuole tecniche nate durante la Rivoluzione ebbero un notevole impulso. Una
generazione di scienziati si formò in esse ( Malus, Arago, Poncelet,
"
La scienza deve ora attestarsi su canoni metodologici che ne legittimino
La filosofia che comprenderà e teorizzerà questi Ideali sarà quella
del Positivismo che, prima dell' enunciazione di Comte (1798-1857), (130)
"si
E tutto ciò proprio nel momento in cui molti scienziati, come dicevamo,
sempre più si disinteressavano di filosofia,
ritenendo le discussioni
Ma ritorniamo a quanto tralasciato qualche riga più su. Abbiamo parlato
del grande impulso che napoleone dette alla
ricerca scientifica. In concomitanza con ciò, proprio agli inizi del secolo, in
Francia si ebbe una grande ripresa dell'attività pratica (tralasciata, come
abbiamo visto, per tutto
Certamente i problemi che si ponevano erano diversi da quelli teorici
affrontati durante il '700. Questa tendenza ebbe un maggior impulso durante il
periodo napoleonico ed in concomitanza con ciò anche l'evoluzione tecnica delle
industrie francesi fece notevoli balzi in avanti.
Il
periodo della Restaurazione vide in Francia un certo successo delle filosofie
idealistiche e romantiche che si diffondevano dalla Germania. Personaggi come
Chateaubriand, Lamartine, Madame de Staël potranno dar sfogo
In Gran Bretagna, parallelamente a quanto avveniva in Francia nel
In questo paese la Restaurazione non avrà che effetti marginali. Si
Abbiamo già detto della antiquata organizzazione della scienza nelle
istituzioni di questo periodo (alla quale aveva in parte contribuito
l'isolamento in cui si era chiusa la Gran Bretagna nel secolo precedente). Anche
le scuole pativano gli stessi mali. Se si eccettuano le relativamente
Dal punto di vista tecnologico ed in concomitanza con la relativa stasi
dell'industria non si conseguirono i risultati clamorosi della seconda metà del
'700 ma si lavorò al perfezionamento ed alla migliore ed articolata
In Germania, infine, tra la fine del '700 e la prima metà dell'
'800,
Dal punto di vista infine del progresso tecnologico legato a quello
2
- LA NASCITA DELL'ELETTROMAGNETISMO (SCHELLING ED OËRSTED) E TENTATIVI DI
RICONDURRE I NUOVI FENOMENI ALL'AZIONE A DISTANZA
Negli anni in cui Boscovich portava
avanti le sue speculazioni si inseriva nel dibattito sulla costituzione della
materia un filosofo che avrebbe avuto profonde influenze negli sviluppi del
pensiero filosofico e scientifico dalla fine del '700 agli inizi del nostro
secolo: Immanuel Kant (1724 - 1804). Egli, profondo conoscitore di Newton,
partendo (1755) (143) da una critica generale della conoscenza ed in particolare
dei principi del meccanicismo fece avanzare notevolmente il « sistema del mondo
» ideato da Newton escludendo il concetto di Dio dalla spiegazione dei fatti
naturali che appunto, secondo Kant, si possono spiegare mediante leggi generali
che la natura stessa suggerisce: il mondo non è stato creato da Dio così come
è, esso ha avuto origine dal moto vorticoso di una nebulosa (144). Il concetto
di vortice usato da Kant si lega però piuttosto a Newton che non a Cartesio in
quanto in questo vortice egli fa intervenire delle forze attrattive e repulsive
alla base, secondo lui, della costituzione della materia. Le speculazioni di
Kant sui problemi delle scienze della natura in questo periodo precritico (145)
furono sviluppate, modificate ed ampliate nel 1786 (146) quando egli aveva già
scritto il corpo principale dei suoi lavori filosofici (147). Kant criticò i
concetti di «forza d'inerzia », di « spazio assoluto », di « vuoto assoluto
» e di «impenetrabilità della materia ». Secondo Kant quindi non vi possono
essere atomi e non vi può essere vuoto: egli suppone che la materia sia
composta da corpuscoli, che non sono solidi, che risultano indefinitamente
divisibili e che si trovano immersi in una sostanza che riempie tutto lo spazio
e che ha una densità di gran lunga più piccola di qualunque materia esistente
(l'etere). Questa materia è soggetta all'azione di due forze (dinamismo):
quella attrattiva (di tipo newtoniano) e quella repulsiva che è molto più
intensa dell'altra. Queste due forze producono poi, sempre secondo Kant diverse
altre forze come ad esempio: « la forza calorica » che è alla base della
concezione del calore e di tutti i fenomeni che derivano dal fuoco; « la forza
luminosa » che è alla base della luce e di tutti i fenomeni dipendenti da
essa; «la forza elettrica» che è la causa di tutti i fenomeni elettrici; «la
forza magnetica che origina tutti i fenomeni magnetici (148)». Per Kant non esistono quindi né fluidi elettrici, né calorici, né di altro tipo,
ma forze di vario genere, intese tutte come modificazioni di quelle attrattive e
repulsive, che agendo tra le particelle di materia, originano i fenomeni (149).
La «critica generale della conoscenza » di Kant ebbe, nella seconda metà del
XVIII secolo, una notevole influenza sulla scienza, influenza che durò per
molti anni, almeno fino agli inizi del XX secolo. Così, a cavallo tra la fine
del XVIII e gli inizi del XIX secolo mentre in Francia l'influsso del pensiero
illuminista produce un ambiente scientifico tale da formare degli scienziati che
domineranno con le loro scoperte l'Europa intera, in Germania le speculazioni di
Kant daranno l'avvio al movimento della Naturphilosophie che, se da una parte
rappresenterà un freno all'affermarsi e all'evolversi della scienza, dall'altra
porrà i germi per i grandi sviluppi della scienza tedesca della seconda metà
del XIX secolo. Il più autorevole pensatore della Naturphilosophie fu
certamente Federico Guglielmo Schelling (1775 - 1854) le cui radici di pensiero
si possono ritrovare nei lavori di Leibniz (1646 - 1716) di Boscovich e,
appunto, di Kant.
Secondo Schelling il meccanicismo fisico non rende ragione dell'esistenza della
natura. La concezione meccanicista di materia come un qualcosa di inerte fino a
che su di essa non agiscono forze, entità diverse e separate dalla materia è,
secondo Schelling, l'ammissione di una discontinuità tra materia e spirito (tra
natura e uomo) che non corrisponde alla unità originaria di queste due entità,
per esempio, nell'organismo vivente. Schelling
sostiene (tra il 1797 ed il 1799) (150) che è lo spirito (le forze) che si
organizza in materia e pone quindi le forze, agenti tra punti inestesi, con i
loro "conflitti e trasformazioni" alla base dell'esistenza del mondo
(dinamismo fisico). Non c'è più materia allora ma c'è una particolare
modificazione di una determinata zona dello spazio dovuta appunto ai conflitti
ed alle trasformazioni delle forze (spirito) eterne e preesistenti. Questo
rifiuto netto del meccanicismo, e più in generale del metodo scientifico, non
nasce casualmente in questo periodo.
La paura dell'affermazione di nuove classi sociali portava al rifiuto delle idee
che avevano prodotto la Rivoluzione Francese, inoltre l'Illuminismo non era
stato introdotto in Europa da Voltaire (1694 - 1778), da Diderot (1713 - 1784) o
da altri pensatori ma dagli eserciti di Napoleone a cui spontaneamente si
opponevano i nazionalismi dei popoli che allora non potevano far altro che
riconoscersi per una ricerca di unità, nei loro regnanti. Così
mentre da una parte, nel «programma» di Laplace (1749 - 1827), si afferma
l'applicabilità illimitata delle leggi newtoniane della meccanica e si nega
l'ipotesi di Dio come non necessaria per il sistema del mondo; mentre si
consolida la teoria corpuscolare del calore ad opera di Laplace e di Poisson;
mentre si introduce la probabilità nella fisica che comporta l'incapacità
dell'uomo di essere determinista in mancanza di dati; mentre si riafferma la
esistenza dell'azione istantanea a distanza tra atomi nello spazio vuoto (Laplace)
ovvero in uno o più eteri (Brewster, Malus, Ampère, Biot, Mossotti e, per un
certo tempo Arago) (151); dall'altra parte si negava il metodo scientifico che
aveva portato a questi risultati; si affermava che tutto lo spazio fosse
riempito da forze in permanente conflitto e trasformazione; si credeva che
calore, luce, elettricità e magnetismo fossero particolari manifestazioni di
queste forze; si vedeva l'origine dei fenomeni sensibili dalla unità di natura
e spirito in un « assoluto » metafisico.
Si tenga conto che elementi non immediatamente riconducibili al meccanicismo
fisico nascevano senz'altro dalla spiegazione dei processi biologici. Inoltre le
scoperte di quegli anni del galvanismo (1789) e della pila di Volta (1800) (152),
che il meccanicismo non aveva ancora spiegato esaurientemente, avevano aperto
campi di indagine e di polemica in cui si inserirono efficacemente le
speculazioni romantiche nella loro offensiva generale contro il meccanicismo. Certamente al culmine del meccanicismo,
quando l'azione istantanea a distanza lungo la congiungente gli « oggetti »
era alla base di tutte le teorie fisiche, nessuno avrebbe pensato di ottenere un
qualche risultato progettando esperienze che si ponevano a priori in contrasto
con le premesse di principio ed in particolare con quel tipo di azione. È
quindi proprio sotto l'influenza ideologica della Naturphilosophie che il fisico
danese Hans Chrstian Öersted (1777-1851) progettò ed effettuò una memorabile
esperienza che scosse profondamente l'edificio meccanicista.
L'azione che si
esercita tra un filo percorso da corrente ed un ago magnetico disposto
parallelamente al filo è normale alla congiungente filo-ago e non è più
riconducibile alle forze centrali. Sono proprio le forze secondo un moderno modo
di vedere, che riempiono tutto lo spazio e quindi che esistono sia lungo la
congiungente filo-ago sia lungo la normale a questa congiungente che rendono
possibile la deviazione dell'ago. Lo
stesso Öersted sostiene (153):
« ... Il conflitto elettrico non è
racchiuso nel conduttore ma, come abbiamo già detto, è al medesimo tempo
disperso nello spazio circostante, e ciò è ampiamente dimostrato da tutte le
osservazioni fin qui fatte... ».
Riferendosi poi all'effetto di simmetria
da lui riscontrato nel disporre l'ago magnetico al di sopra o al di sotto del
filo percorso da corrente dice:
« ... In maniera simile è possibile
dedurre da quanto abbiamo osservato che questo conflitto agisce circolarmente
perché questa sembra essere una condizione senza la quale è impossibile che la
medesima parte del filo di congiunzione, che quando sta sotto il polo magnetico
lo fa spostare ad est, lo fa spostare invece ad ovest quando è posta sopra di
esso. Perché è nella natura dei cerchi che moti in parti opposte abbiano
direzioni opposte... ».
La Naturphilosophie aveva la sua base sperimentale e l'esperienza di Öersted se
da una parte si opponeva alle teorie meccaniciste, dall'altra affermava
l'esigenza del metodo scientifico
(negata da Shelling): le forze o chi per esse preesistono nella « natura »
solo se, andandole a cercare, le troviamo. Comunque questa osservazione non fu
fatta all'epoca e l'esperienza di Oersted suscitò un interesse ed un fermento
di ricerca che tanti risultati avrebbero dato allo sviluppo della scienza.
AMPÈRE TENTA DI SPIEGARE
L'ESPERIENZA DI ÖERSTED MEDIANTE L'AZIONE A DISTANZA: AZIONI PONDEROMOTRICI TRA
CORRENTI
Tra i primi ad iniziare ricerche per trovare correlazioni tra fenomeni elettrici
e magnetici che in qualche modo rendessero meglio conto dell'esperienza di
Oersted per cercare di ricondurla nell'ambito delle forze centrali, furono i
meccanicisti (Biot, Arago, Ampère ed altri). La
memoria di Öersted fu comunicata all'Académie des Sciences di Parigi nel
settembre del 1820 da Arago. Subito, in settembre, partirono le prime ricerche
sperimentali degli scienziati francesi. In quello stesso mese ed in quelli
immediatamente successivi Ampère lesse all'Académie una serie di note (154) in
cui riuscì in un impresa da tutti ritenuta impossibile: quella di ricondurre le
forze del tipo di quelle osservate da Oersted al caso delle forze centrali.
Prima di passare ad un qualche approfondimento sull'opera di Ampére è bene
osservare che, fra le comunicazioni all'Académie ve ne furono due (155) di una
certa importanza fatte da Biot e Savart (1791 - 1841). Anche se non c'è una
precisa documentazione scritta, risalente all'epoca delle comunicazioni all'Académie,
sulle ipotesi e sugli esperimenti da cui mossero Biot e Savart, che permetta un
giudizio critico sul loro contributo alla spiegazione delle «forze di Oersted
», i due fisici riuscirono a fornire una determinazione molto accurata della
legge di forza tra corrente ed ago magnetico. Alla determinazione di questa
legge, nella sua forma integrale definitiva, contribuì anche Laplace come
ricorda Biot (156):
<<... Egli
(Laplace) ha dedotto
matematicamente dalle nostre osservazioni la legge della forza esercitata
singolarmente da ogni tratto di filo su ogni molecola magnetica ad esso esposta.
Questa forza è diretta, come l'azione
totale, perpendicolarmente al piano formato dall'elemento longitudinale di filo
e dalla più breve distanza tra questo elemento e la molecola magnetica
sollecitata. La sua intensità, come nelle altre azioni magnetiche è
inversamente proporzionale al quadrato di questa stessa distanza »
Come si vede, anche questa è una legge
che ha una grande analogia formale con quella di Coulomb e quella di Newton:
l'andamento con l'inverso del quadrato della distanza ed il riconoscimento
stesso di un'azione a distanza bastano per ora a far intravedere la presenza
rassicurante di Newton e ad allontanare lo spettro delle forze « disordinate »
ed « in permanente conflitto ».
Il contributo di Ampère, come è stato già detto, fu più preciso e
determinante. Egli nella sua prima nota del 18 settembre all'Académie annunciò
la scoperta delle azioni ponderomotrici tra correnti elettriche, nelle
immediatamente successive illustrò meglio il fenomeno con dovizia di
particolari, di sperimentazioni diverse, di interpretazioni teoriche. Seguiamo
con un poco di attenzione l'opera di Ampére. Egli studiando l'azione che si
esercita tra due correnti (157) scrive (158):
<<... I due conduttori si
trovano così paralleli e vicini l'un l'altro su di un piano orizzontale; uno di
essi può oscillare intorno alla linea orizzontale passante per le estremità
dei due punti di acciaio, e, in questo movimento, esso resta necessariamente
parallelo all'altro conduttore (che è) fisso...>>
Ampére inizia a studiare due conduttori
rettilinei disposti parallelamente ed in grado di muoversi parallelamente l'uno
rispetto all'altro. In questo caso si ha attrazione o repulsione (a seconda del
verso delle correnti nei due fili). Il problema che Ampére aveva bene in mente
era però quello della rotazione dell'ago magnetico di Öersted ed allora egli
monta l'esperienza in modo da avere un filo rettilineo fisso ed un altro in
grado di ruotare su di un piano parallelo al primo (158):
«... Se il conduttore mobile, invece
di essere costretto a muoversi parallelamente a quello fisso, è libero soltanto
di girare su di un piano parallelo a questo conduttore fisso, intorno ad una
perpendicolare comune passante per i loro centri, è chiaro che, secondo la
legge che abbiamo appena ammesso per le attrazioni e repulsioni delle correnti
elettriche, le due metà di ogni conduttore attireranno e respingeranno quelle
dell'altro, secondo che le correnti siano concordi o discordi; per conseguenza
il conduttore mobile girerà fino a quando esso arriva in una situazione in cui
si trovi parallelo a quello fisso, e in cui le correnti siano dirette nello
stesso senso: da cui segue che nell'azione mutua di due correnti elettriche
l'azione direttrice e l'azione attrattiva o repulsiva dipendono da uno stesso
principio e non sono che effetti differenti di una sola e medesima azione ».
Nel caso quindi in cui uno dei due
conduttori in esame è libero di ruotare esso tende a disporsi parallelamente al
primo. In definitiva, secondo Ampère, due correnti non parallele tendono a
disporsi parallelamente. Questo primo ragionamento, confortato dall'esperienza,
è il nocciolo su cui si impernia tutta l'ulteriore discussione che porterà
Ampère ad ammettere una sostanziale identità tra correnti e magneti. Egli dice:
(158)
« Non è più allora necessario
stabilire tra questi due effetti la distinzione che è così importante fare,
come vedremo fra poco, quando si tratta dell'azione mutua di una corrente
elettrica e di un magnete considerato come si fa ordinariamente in rapporto al
suo asse, perché, in questo tipo di azione, i due oggetti tendono a sistemarsi
in direzioni perpendicolari tra loro».
L'ipotesi riduzionista di Ampère non può
però prescindere da una « teoria » che vada ad interpretare il magnetismo
come, appunto, originato da particolari correnti. Ed allora un magnete, ed in
particolare un ago magnetico, viene concepito come circondato da correnti che si
avvolgono attorno al suo asse risultando perpendicolari a quest'ultimo.
Ampère passa quindi a sottoporre
all'esperienza questa ipotesi cominciando a studiare le azioni mutue tra
correnti e magneti e tra magneti e magneti (158):
« Esaminerò... l'azione mutua tra
una corrente elettrica ed il globo terrestre o un magnete e l'azione mutua di
due magneti l'uno sull'altro e mostrerò che esse rientrano l'una e l'altra
nella legge dell'azione mutua di due correnti elettriche che ho appena
annunciato, concependo sulla superficie e all'interno di un magnete tante
correnti elettriche, in piani perpendicolari all'asse di questo magnete, quante
si possono concepire linee formanti, senza intersecarsi mutuamente, delle curve
chiuse; in modo che non mi sembra molto possibile, dopo il semplice raffronto
dei fatti dubitare che non vi siano realmente queste correnti intorno all'asse
dei magneti, o piuttosto che la magnetizzazione non consiste che nella
operazione per la quale si fornisce alle particelle d'acciaio la proprietà di
produrre, nel senso delle correnti di cui abbiamo appena parlato, la stessa
azione elettromotrice che si trova nella pila voltaica... ».
E questa azione elettromotrice non è
rilevabile perché, come osserva Ampère (158):
«... Solamente, poiché questa azione
elettromotrice si sviluppa nel caso del magnete tra le differenti particelle di
uno stesso corpo buon conduttore essa non può mai... produrre alcuna tensione
elettrica, ma solamente una corrente continua rassomigliante a quella che
avrebbe luogo in una pila voltaica rientrante su se stessa in modo da formare
una curva chiusa (159): è abbastanza evidente... che una tale pila non potrebbe
produrre in alcuno dei suoi punti né tensione né attrazioni o repulsioni
elettriche ordinarie...; ma la corrente che si stabilirebbe immediatamente in
questa pila agirebbe, per orientarla, attirarla o respingerla, sia su un'altra
corrente elettrica, sia su un magnete che viene allora considerato come un
insieme di correnti elettriche ».
E con queste ultime esperienze in
connessione con i termini teorici (le ipotesi aggiuntive) Ampère riesce a
portare a compimento un'operazione che soltanto un mese prima sarebbe sembrata
impossibile: la spiegazione in termini newtoniani dell'esperienza di Öersted.
Nel portare a compimento questo «programma » Ampère arriva anche ad una
importante conclusione che trascende gli scopi per cui aveva iniziato a lavorare
(158):
« E' cosi che si arriva a questo
risultato inatteso, che i fenomeni magnetici sono unicamente prodotti dalla
elettricità... ».(160)
Ecco allora su quali ipotesi Ampère
trova la legge di forza tra correnti: il magnete è pensato come un insieme di
correnti elettriche nei piani perpendicolari alla linea che unisce i poli.
Questa ipotesi è dunque necessaria ad Ampère, e non accessoria come sembra
dalla lettura di qualche testo od articolo, per ricavare l'azione ponderomotrice
tra correnti, per rendere conto dell'esperienza di Öersted e, infine, per
ricondurre le « forze in conflitto » all'ordine newtoniano.
L'introduzione di questa ipotesi spiega
bene il perché, contrariamente a due fili percorsi da corrente che tendono a
sistemarsi parallelamente, un ago magnetico tende a disporsi perpendicolarmente
ad un filo percorso da corrente. Quest'ultimo fenomeno è in realtà analogo a
quello dei due fili: sono le correnti che circolano perpendicolarmente al filo e
nel far questo portano l'asse del magnete ad essere perpendicolare al filo
stesso (vedi figura seguente).
Ampère si rende subito conto però che
non è possibile ricavare la legge di forza tra due correnti se non passando
attraverso elementi infinitesimi di circuito ed infatti egli trova che (160a):
« ... L'azione di quelle [correnti]
delle quali si possono misurare gli effetti, è la somma delle azioni
infinitamente piccole dei loro elementi, somma che si può ottenere con due
integrazioni successive, l'una da farsi su tutta la lunghezza di una delle
correnti relativamente ad uno stesso punto dell'altra, la seconda da eseguirsi
sul risultato della prima integrazione ... su tutta l'estensione della seconda
corrente... ». (160b)
Anche qui quindi l'espressione della
legge che regola l'azione che si esercita tra due correnti elettriche ha il
carattere di azione istantanea a distanza tipico della fisica newtoniana. È
questo un trionfo di Ampère. I
fluidi imponderabili stessi, che la Naturphilosophie con Öersted aveva
allontanato dall'indagine fisica rientrano ora di prepotenza sulla scena
impregnando di sé non solo la spiegazione dei fenomeni elettrici ma la
costituzione stessa della materia.
In verità la prima spiegazione che Ampère dà della costituzione elettrica dei
magneti, e che abbiamo appena visto, sarà rivista criticamente un paio di mesi
dopo (160c) dallo stesso Ampère (160d). Nella
seduta dell'Académie del 15 gennaio 1821 Ampère lesse una memoria (160c) in cui
compare per la prima volta, a fianco delle correnti macroscopiche che si muovono
perpendicolarmente su linee chiuse intorno all'asse del magnete, l'ipotesi delle
correnti particellari (160d). Ecco
quello che Ampère testualmente sostenne (160e);
« ... Si tratta di sapere se le curve
chiuse secondo le quali hanno luogo le correnti elettriche che forniscono
all'acciaio magnetizzato le proprietà che lo caratterizzano, sono situate
concentricamente intorno alla linea che unisce i due poli del magnete, o se
queste correnti sono ripartite in tutta la sua massa intorno a ciascuna delle
sue particelle, sempre nei piani perpendicolari a questa linea... ».
C'era dunque da decidere quale di queste
due ipotesi fosse quella esatta. Lo stesso Ampère disse che per fare ciò
occorreva attendere « finché dei nuovi calcoli e delle nuove esperienze
abbiano fornito tutti i dati necessari alla sua soluzione » (160e).
A questo punto interviene Fresnel con due
lettere private (160f) ad Ampère per suggerire la soluzione al problema. Fresnel
nella prima lettera confronta, su base sperimentale, le due ipotesi di correnti
intorno all'asse del magnete e di correnti intorno a ciascuna molecola ed arriva
alla conclusione che è più verosimile quest'ultima ipotesi. Nella seconda
lettera precisa ulteriormente questo concetto sostenendo (160f):
« ... è facile vedere che,
supponendo le correnti di uguale intensità intorno a tutte le particelle che si
trovano lungo una barra magnetizzata, l'azione dovrà emanare solo dalla
superficie che delimita la barra a ciascuna delle sue estremità, perché le
azioni laterali di tutte le particelle costituenti la barra si neutralizzeranno
dappertutto tranne che nei lati esterni delle particelle che si trovano alla
estremità... ».
Da questo punto in poi Ampère userà
sempre l'ipotesi di molecola circondata da una corrente elettrica. Questa
molecola elettrodinamica di Ampère è d'importanza fondamentale: è la prima
volta che si passa dalla concezione di correnti infinitesime, senza realtà
fisica, che servono solo per ricavare relazioni matematiche, a correnti reali,
anche se ipotetiche, che circondano le molecole costituenti il magnete. Questa
concezione riduzionista di Ampère è in linea con i tempi e risulterà di
estrema importanza per gli sviluppi futuri delle teorie sulla costituzione degli
atomi e dei magneti.
LA CRITICA DI FARADAY E LA
CRISI DEL MECCANICISMO
Ampère ritornerà spesso a difendere la sua teoria della molecola
elettrodinamica da contestazioni che gli venivano mosse da più parti. Ogni
volta discuteva risultati di nuove esperienze o ideate da lui stesso o da altri.
Nel settembre 1821 Michael Faraday (1791 - 1867) in una sua nota (160g), negò
l'esistenza delle correnti molecolari (160h) considerandole alla stregua delle
ipotesi « ad hoc »:
« ... M. Ampère non ha una opinione
definita sulla grandezza delle correnti elettriche che egli suppone esistere nei
magneti perpendicolarmente ai loro assi. In un passaggio della sua Memoria, egli
le considera, mi sembra, come aventi i loro centri sull'asse stesso del magnete;
ma ciò non può non aver luogo in un magnete cilindrico cavo, a meno che uno
non supponga due direzioni opposte (per le correnti), una sulla superficie
interna, l'altra sulla superficie esterna. Egli in altra parte avanza
(l'ipotesi), io credo, che queste correnti siano infinitamente piccole; sarebbe
probabilmente possibile spiegare il caso del più irregolare magnete dando a
ciascuna di queste piccole correnti la direzione richiesta dalla teoria...».
A queste obiezioni di Faraday Ampère
risponde indirettamente in una lettera al Sig. Van Beck (160i) riaffermando la sua
teoria della molecola elettrodinamica ed arricchendola di interessanti
considerazioni teoriche. In questa
lettera Ampère sostiene:
« ... Ho trovato... molte altre prove
della disposizione delle correnti elettriche intorno a tutte le particelle dei
magneti; diverse circostanze si spiegano meglio quando si considerino le cose in
questo modo e si ammetta che le correnti esistono nei metalli suscettibili di
magnetismo prima della magnetizzazione, e forse in tutti gli altri corpi, ma che
esse non possono esercitare azione, se non ricevono una direzione determinata
sia da un altro magnete, sia da una corrente voltaica...».
Nel febbraio del 1822 Faraday, in una
lettera ad Ampère (160l) scrive:
« ... Mi dispiace che la mia carenza
nella conoscenza matematica mi renda tardo nel comprendere queste argomentazioni
(160m). Sono per natura scettico in materia di teorie e quindi lei non deve essere
adirato con me perché io non ammetto quella che lei ha avanzato immediatamente
con la sua ingegnosità e le cui applicazioni sono stupefacenti ed esatte, ma
non riesco a comprendere come le correnti si producano e particolarmente se si
suppone che esse esistano intorno a ciascun atomo o particella ed attendo
ulteriori prove della loro esistenza prima di ammetterle definitivamente... ».
La corrispondenza Faraday-Ampère andrà avanti ancora per una decina di anni:
anni cruciali che vedranno nascere ed affermarsi, ad opera di Faraday, la teoria
di campo. Mentre i fisici erano
impegnati in controversie del tipo di quelle viste, la chimica aveva già
risolto il problema continuità-discontinuità della materia con la teoria
atomica proposta da Dalton (1766-1844) (160n) nel 1808 ed estesa da Berzelius
(1779-1848) (160o) negli anni successivi (160p).
Nel 1814, indipendentemente, A. Avogadro (1776-1856) (160q) e A.M. Ampère (160r)
ampliarono ulteriormente le concezioni precedenti introducendo l'idea di
molecola ( e non solo di molecola costituita da atomi diversi ma anche di
molecola costituita da atomi dello stesso elemento). La teoria atomica che prese
le mosse da Dalton riuscì subito a spiegare tutte le leggi conosciute della
combinazione chimica e questa circostanza le assicurò subito il successo.
Nonostante ciò gli stessi chimici ritenevano l'ipotesi dell'atomo come molto
utile e proficua ma non si sentivano per questo obbligati ad ammetterne la
effettiva esistenza. La teoria atomica, infatti, poiché è funzionale alla
spiegazione delle leggi chimiche può non tener conto della dimensione effettiva
degli atomi: possiamo rimpicciolire col pensiero questi ultimi fino a ridurli a
meri punti matematici, le leggi chimiche non cambiano ma, nel contempo, il
discontinuo si avvicina vieppiù al continuo e l'atomo, pur mantenendo la sua
esistenza per la sua funzionalità, in pratica non esiste più.
In quegli stessi anni c'erano altri lavori di ricerca, altri risultati che
ponevano ulteriormente in crisi il meccanicismo newtoniano. Negli
anni tra il 1801 ed il 1803 il fisico inglese Thomas Young (1773 - 1829) scopre,
in ottica, il fenomeno dell'interferenza (160s). Malgrado
gli sforzi di Biot e Poisson (1781 - 1840) non si riesce a ricondurre questo
fenomeno alla teoria corpuscolare della luce di Newton. La
spiegazione dell'interferenza risulta però spontaneamente assumendo la teoria
ondulatoria della luce introdotta da Huygens (che a sua volta l'aveva, in
qualche modo, derivata da Cartesio) nel 1690 (160t) e così farà Young appunto
nel 1802.
Non varrà a riportare in auge la teoria corpuscolare neanche la scoperta, e la
conseguente spiegazione in termini corpuscolari dei fenomeni di polarizzazione
fatta tra il 1808 ed il 1815 dai fisici francesi Malus, Biot e Arago. Infatti
tra il 1815 ed il 1823 (160u), Augustine Fresnel (1788 - 1827) darà nuovo impulso
alla teoria ondulatoria con la spiegazione completa, sia analitica che
sperimentale, di tutti i fenomeni di ottica allora conosciuti tra cui quelli
della diffrazione, della polarizzazione e dell'interferenza ammettendo inoltre
la propagazione della luce per onde trasversali (l'ammettere questo fatto
suonava come una eresia) nell'etere e conciliando la teoria ondulatoria con la
propagazione rettilinea della luce stessa. La
spiegazione della luce in termini ondulatori oltre a soppiantare, almeno per
qualche tempo, il corpuscolarismo newtoniano, risolveva alcuni problemi che non
avevano trovato soluzione nell'ambito di detta teoria: il Sole ha inviato sulla
Terra per molte migliaia di anni sia luce che calore senza una sensibile
diminuzione in grandezza e peso; così la luce ed il calore che penetrano i
corpi non debbono farli aumentare di peso; di conseguenza, insieme alla materia
ponderabile che costituisce gli oggetti che sono intorno a noi, vi deve essere
una materia di qualità diversa, più leggera e sottile di qualsiasi altra entità
leggera e sottile (l'etere) (161).
L'edificio della fisica newtoniana presentava, così, varie brecce e nelle varie
incrinature si era lasciato spazio ad una quantità di ricerche teoriche e
sperimentali che avrebbero trovato in Michael Faraday il più fecondo
interprete.
3 - LE TEORIE ELETTROTONICHE NELLA GERMANIA DELLA PRIMA METÀ
DELL'OTTOCENTO: WILHELM WEBER (1804 - 1890)
Le teorie elettrodinamiche, matematizzate da Laplace, Poisson ed Ampère,
suscitarono un grande interesse negli scienziati tedeschi. A partire dal 1840 si
iniziarono a proporre, in Germania,
varie teorie elettriche che sostituivano ai fluidi cariche di elettricità
di segno opposto,
Molte obiezioni e di varia natura furono mosse alla teoria di Weber,
" 1. Un graduale abbandono del quadro esplicativo di Newton ed Ampère
non
2. Una certa qual macchinosità delle formule di Weber nel loro
adattamento alla spiegazione di quel tipo di
fenomeni elettromagnetici che,
3. La fecondità dimostrata allora dalla teoria di Faraday -Maxwell nel
Resta
il fatto che la teoria di Weber, pur muovendosi come sviluppo del programma
amperiano, introdusse degli elementi non solo non riconducibili ma
In chiusura del paragrafo resta solo da ricordare, per quanto vedremo
4 - CRITICA DELL'AZIONE A DISTANZA E FORMULAZIONE
DELL'AZIONE A CONTATTO: L'OPERA DI FARADAY In
questo contesto di pensiero M. Faraday (1791 - 1867) iniziò a
lavorare (1813) come sciacquaprovette nel laboratorio di Davy
(180), in un ambiente, quello britannico, dove ben diversa da quella
avuta in Francia, fu l'accoglienza che l'esperienza di Oersted ebbe.
Nel 1821 Richard Phillips, direttore degli Annals of Philosophy,
chiese al giovane assistente di Davy e suo amico, Michael Faraday,
di fare, per la rivista, una rassegna storica di tutti gli
esperimenti e teorie dell'elettromagnetismo che erano apparsi dopo
Oersted (è opportuno a questo punto ricordare che in accordo con il
riduzionismo di Ampère - magnetismo prodotto da elettricità, anche a
livello di struttura 'molecolare' della materia - nel continente
entra in uso il termine 'elettrodinamica'; anche per sottolineare un
approccio diverso al problema, in Gran Bretagna, gli stessi fenomeni
sono designati con il termine 'elettromagnetismo').
Ma Faraday, nel
realizzare il suo lavoro, ebbe modo di ripetere molte delle
esperienze che trovava descritte nella letteratura e la cui
redazione non lo soddisfaceva; ebbe modo di valutare i pregi e le
idee oscure di ogni singola teoria proposta; in particolare non lo
convinceva la spiegazione teorica che Ampère dava dell'esperienza di
Oersted. Egli, in nessun modo, riusciva a convincersi che le azioni
tra filo conduttore e magnete potessero essere rettilinee,
istantanee ed a distanza. L'aspetto che più lo colpiva
nell'esperienza di Oersted erano gli effetti di simmetria che
balzavano immediatamente agli occhi: se l'ago era disposto sotto il
filo la rotazione dell'ago avveniva in un senso; sopra il filo la
rotazione si realizzava in verso opposto. Su ciò concentrò il suo
lavoro fino a realizzare una esperienza in cui, se possibile, le
azioni circolari erano portate ad una evidenza ancora maggiore. Con
l'apparato sperimentale di fig. 2, riuscì a realizzare il moto
circolare di un magnete intorno ad una corrente e, simultaneamente,
di un filo percorso da corrente intorno ad un magnete. L'apparato è
costituito da due coppe di vetro; all'interno delle coppe vi è del
mercurio che permette la chiusura del circuito mediante un contatto
strisciante (il conduttore rigido si muove mantenendo il contatto
elettrico con il mercurio); i conduttori che escono da sotto le
coppe sono collegati ad una batteria; quando passa corrente il
magnete della coppa di sinistra ed il conduttore della coppa di
destra cominciano a ruotare vorticosamente intorno, rispettivamente,
al conduttore fisso ed al magnete fisso. Sarebbe stato a questo
punto più difficile mettere in discussione le azioni circolari.
Figura 2
- L'apparato è
costituito da due coppe di vetro; all'interno delle coppe vi è del
mercurio che permette la chiusura del circuito mediante un contatto
strisciante (il conduttore rigido si muove mantenendo il contatto
elettrico con il mercurio); i conduttori che escono da sotto le
coppe sono collegati ad una batteria; quando passa corrente il
magnete della coppa di sinistra ed il conduttore della coppa di
destra cominciano a ruotare vorticosamente intorno, rispettivamente,
al conduttore fisso ed al magnete fisso. Questo successo
però quasi obbligò Faraday ad una pausa di riflessione. La sua
preparazione in fisica, in fondo, non era pari a quella in chimica
ed alla sua fantasia. Questa pausa durò 10 anni nei quali egli si
occupò essenzialmente di questioni di chimica. Ma non smise mai di
pensare ad un problema che continuava a girargli per la testa: se
una corrente produce un effetto magnetico, anche un magnete deve
produrre una corrente. Tentò svariati esperimenti, tutti con esito
negativo. Finalmente, nel 1831, scoprì l'induzione elettromagnetica:
un magnete mosso in prossimità di un circuito non alimentato provoca
in esso il passaggio di corrente. Non si trattava di un fenomeno
semplice da evidenziare: chissà quante volte Faraday aveva mosso un
magnete vicino ad un circuito! Il fatto è che il fenomeno è evidente
solo durante il moto relativo di magnete e circuito elettrico. Solo
quando c'è una variazione di una qualche grandezza nella fase
transitoria. E di questo Faraday si rese ben conto fino a progettare
l'esperienza di fig. 3: all'apertura o chiusura del circuito B,
mediante il tasto T, il galvanometro G segna passaggio di corrente
(se in un dato verso all'apertura, in verso opposto alla chiusura).
E' la prima evidenza chiara di un nesso tra corrente elettrica,
magnetismo e movimento (o variazione di una data situazione).
Questo successo è
consistente con il programma di Faraday. Egli lo sa ma sa anche che
deve aggiungere altre 'prove', dimostrazioni, evidenze sperimentali.
E' molto difficile dalla sua posizione di chimico convincere i
fisici; tanto più che ogni corporazione è felice di annoverare
Faraday nel suo seno ogni volta che questi scopre qualcosa di
importante ma è immediatamente imbarazzata quando 'l'incolto'
Faraday prova a 'teorizzare', a trarre delle conclusioni. I fisici
gli rinfacciano di essere un chimico. I chimici di essere un fisico.
Ambedue sono comunque d'accordo che non è da prendere sul serio chi,
come Faraday. non conosce la matematica.
Nel 1832 il nostro
intraprende una nuova serie di ricerche sperimentali con le quali si
propone di dimostrare l'identità di tutti i tipi di elettricità. Qui
si deve scontrare con l'elettrolisi, sulla quale lavora molto.
Questo fenomeno era stato spiegato brillantemente con la teoria
dell'azione a distanza, essendo i poli della cella voltaica i centri
delle forze attrattive e repulsive che agiscono su 'pezzi' di
molecole. Egli si sbarazzò
dapprima dei poli facendo avvenire la dissociazione elettrolitica
senza l'uso dei due poli che si ritenevano indispensabili. Provocò
questa dissociazione con vari apparati sperimentali che si servivano
di un solo polo, mostrando nel contempo l'identità dei vari tipi dei
corrente, quella voltaica, quella elettrostatica, …. Nella fig. 4
(a) è rappresentato un generatore elettrostatico ad un solo polo che
si scarica su strisce di carta imbevute di una soluzione salina (si
provoca la decomposizione della soluzione e simultaneamente si ha
flusso di corrente); nella fig. 4 (b) viene suggerito l'uso di un
solo polo di una batteria voltaica per far avvenire la
decomposizione in a di una soluzione salina di cui è imbevuta la
striscia di carta (indicata con b) il circuito non è infatti chiuso
sul polo positivo ma è interrotto nel punto e per cui Faraday fa
circolare corrente riscaldando l'aria nel tratto in cui il circuito
è interrotto. In ambedue questi casi non vi sono due terminali, o
poli, che provocano la dissociazione della soluzione: viene così
meno l'indispensabilità dei poli medesimi. Ed eliminati i poli sono
eliminati i supposti centri di forza. Rimaneva il problema dei
radicali liberi nelle soluzioni elettrolitiche ma Faraday riuscì a
sbarazzarsene con una serie di complicate esperienze (che si possono
vedere in bibl. 54 bis dal paragrafo 523 al 563 e dal 661 all'874).
Alla fine di questi
lunghi e complicati lavori Faraday arrivò a sostenere che la forza
elettrica si trasmette da molecola a molecola (azione a contatto)
attraverso (non ancora ben precisate) linee di tensione del mezzo,
che, si badi bene, interessano tutto il mezzo, il quale partecipa
attivamente al fenomeno. Si tratta quindi di una azione a contatto
da una molecola di Boscovich (che è stata discussa nel precedente
lavoro a cui mi sono riferito all'inizio di questo) ad un'altra
(181) . LA TEORIA DI CAMPO DI
FARADAY Negli anni
seguenti, fino al 1837, studia essenzialmente fenomeni
elettrolitici. E proprio nel '37 inizia una serie di ricerche
finalizzate ad evidenziare l'azione a contatto anche in
elettrostatica ('l'induzione di particelle contigue' come
dice Faraday). L'idea che lo guidava e sulla quale voleva indagare
era la seguente: se la trasmissione della forza elettrostatica
dovesse dipendere dalle particelle del mezzo attraverso cui passa la
forza, allora queste particelle dovrebbero esse stesse avere un
qualche effetto sulla forza medesima (ad esempio: sulla capacità,
sulla constante della legge di Coulomb, …) Così, con l'apparato di
fig. 5 (bibl. 54 bis, tavola IX e paragrafi dal 1194), si mise ad
indagare quali effetti provocava l'introduzione di dielettrici
differenti (dapprima gas, quindi liquidi e solidi) nella parte
compresa tra le due sfere di figura. La prima importante scoperta
che ne conseguì fu che quando nello spazio tra le due sfere (i due
elettrodi) si disponeva un dielettrico e la differenza di potenziale
si manteneva constante, della carica elettrica affluiva sul
dielettrico originandone la polarizzazione. Nel far questo Faraday
definì la constante dielettrica relativa e fornì, quindi, un metodo
per distinguere isolanti da conduttori in base alla proprietà delle
relative molecole di rimanere polarizzate o meno. Egli può quindi
concludere che, come nel caso elettrochimico, l'energia coinvolta
nel processo la si ritrova nel mezzo esistente tra le cariche
elettrostatiche "ed è un'azione di particelle contigue del
dielettrico, messe in uno stato di polarità e tensione ed in mutua
relazione mediante le loro forze in tutte le direzioni" inoltre,
prosegue, "l'intera azione … non si esercita meramente lungo
linee qualunque che possono essere concepite attraverso il
dielettrico tra la superficie inducente e quella indotta" (bibl.
54 bis, paragrafi 1223 e 1231). Anche qui, quindi, Faraday si
sbarazza dei supposti poli ed a questo punto introduce il concetto
di linee di forza ("un temporaneo modo convenzionale di esprimere
la direzione lungo cui agisce la forza nei casi di induzione"),
dando una immagine mediante esse di quanto trovato, afferma che
queste ultime si fanno più fitte nel dielettrico quando lo
sottoponiamo all'azione di una forza elettrica. Ed aggiunge che le
stesse forze elettriche sono originate da uno stato di tensione
delle linee di forza ('lo stato elettrotonico') (182) ribadendo
quindi con maggior forza che i fenomeni elettrostatici risiedono nel
mezzo interposto piuttosto che nei supposti poli.
Altre prove che in
quell'anno e nel successivo Faraday portò a sostegno dell'azione a
contatto furono: 1) nei fenomeni
elettrolitici gli elettrodi si ricoprono interamente delle sostanze
decomposte; questo fatto non può essere in alcun modo spiegato con
l'azione a distanza; in quest'ultimo caso, infatti si dovrebbero
ricoprire solo quelle parti degli elettrodi che risultano affacciate
tra loro; 2) la stessa cosa vale per
i fenomeni elettrostatici: quando infatti avviciniamo un bacchetta
ad una sfera per caricarla mediante induzione, se poniamo un
elettrometro nella zona d'ombra della sfera (cioè: dietro la sfera,
dalla parte opposta della bacchetta), questo segna la presenza di
carica indotta anche in quella parte di spazio che, secondo la
teoria dell'azione a distanza, non sarebbe in alcun modo
raggiungibile. Le conclusioni che
Faraday ne trasse sono che le azioni si propagano per linee curve
originate dallo stato elettrotonico dello spazio in tensione che
sottopone a sforzo le molecole interposte. E' quindi un effetto di
volume sulle molecole che ne provoca la disposizione su linee curve
lungo, appunto, le linee di forza. A questo punto
Faraday dovette sospendere le sue ricerche per ben 7 anni. Gli
sforzi continui ai quali si era sottoposto gli procurarono un
collasso. Gli anni di riposo gli permisero di meditare ed egli, nel
1844, riprese l'attività con il lavoro A Speculation Touching
Electric Conduction and the Nature of Matter (bibl. 54 bis,
pagg. 850/855), nel quale espose con una certa completezza ed una
buona dose di coraggio la sua teoria di campo. Dopo aver criticato,
con argomentazioni di carattere sperimentale, la teoria atomica di
Dalton (che andava per la maggiore), egli passò ad esporre il suo
punto di vista, a partire dalla sua adesione ai punti atomi di
Boscovich. Questi atomi vengono pensati da Faraday come punti
inestesi circondati da una atmosfera di forza (sull'evolvere delle
concezioni di atomo, molecola, corpuscolo, ... in Faraday, si può
vedere bibl. 38).
Egli giustificò ciò affermando che "noi conosciamo e studiamo le
forze in ogni fenomeno del creato, mentre l'astratta materia in
nessuno; per quale ragione dunque dovremmo assumere l'esistenza di
ciò che non conosciamo, che non possiamo concepire e di cui non vi è
nessuna necessità filosofica?". Passò quindi a descrivere la
differenza tra la concezione atomistica classica e la sua: con atomi
classici "una massa di materia è costituita da atomi e da spazio
interposto", con atomi di Boscovich "la materia è presente
ovunque e non vi è nessuno spazio interposto non occupato da essa".
E così continuò a fornire la sua concezione di materia e spazio: "Senza
dubbio i centri di forza variano nella loro distanza reciproca, ma
quella che è la vera e propria materia di un atomo tocca la materia
dei suoi vicini. Quindi la materia sarà continua ovunque, e quando
consideriamo una massa di essa non dobbiamo pensare alcuna
distinzione tra i suoi atomi e gli spazi interposti. Le forze
intorno ai centri danno loro le proprietà di atomi di materia; e
sempre queste forze, quando molti centri sono raggruppati in una
massa dalle loro forze attrattive, danno ad ogni parte di quella
massa la proprietà di materia".
Quindi niente più
materia ma forze che, dove hanno una 'densità' maggiore forniscono
la sensazione di materia. Di conseguenza niente più atomi e vuoto,
ma continuità ovunque. Sarà poi la disposizione peculiare
dell'atmosfera di forza intorno ai centri che permetterà al punto
atomo di avere particolari comportamenti fisico - chimici (lo
renderà cioè o polare, o magnetico, o come si vuole). L'articolo
così prosegue: "Gli atomi possono essere concepiti, anziché
completamente duri ed inalterabili, come estremamente elastici … Ed
in questo modo … la materia e gli atomi di materia saranno
mutuamente compenetrabili", e, in accordo con quanto qui
sostenuto, Faraday rese conto del legame chimico pensando ad una
mutua compenetrazione delle atmosfere di forza di due o più punti
atomi. La conclusione dell'articolo è ancora più interessante perché
contiene tutti gli elementi per gli ulteriori sviluppi modellistici
della teoria di campo: "Questa concezione della costituzione
della materia sembrerebbe condurre necessariamente alla conclusione
che la materia riempie tutto lo spazio o, almeno, tutto lo spazio a
cui si estende la gravitazione (includendo il Sole ed il sistema
solare); poiché la gravitazione è una proprietà della materia
dipendente da una certa forza, ed è questa forza che costituisce la
materia.In questa concezione la materia non è solo mutuamente
compenetrabile, ma ciascun atomo si estende, per così dire,
attraverso l'intero sistema solare, pur conservando il proprio
centro di forza". Si può ben
intendere come tutto ciò non abbia nulla a che vedere con tutti gli
sviluppi della fisica newtoniana nelle scuole continentali. E'
veramente una rivoluzione di pensiero di enorme portata. Ma non
ancora completa. Proprio le ultime parole dell'articolo in
discussione riportano le questioni che ancora rimanevano in sospeso:
"quali relazioni questa ipotesi avrebbe con la teoria della luce
e del supposto etere". Anche se Faraday diceva che non aveva
alcuna intenzione di investigare ciò, certamente la cosa gli premeva
ma, come suo costume, gli occorreva una base sperimentale per poter
avanzare una qualunque ipotesi o modello esplicativo. Di questi
argomenti fino ad allora non si era occupato mai. Ma proprio nel
1845 egli dette il via ad un'altra grande serie di ricerche
sperimentali dal titolo significativo, anche se molto oscuro On the
Magnetization of Light and the Illumination of Magnetic Lines of
Force (bibl. 54 bis, pagg. 595/632). Per la verità uno stimolo
importante gli era venuto dal giovane fisico William Thomson, futuro
Lord Kelvin (1824 - 1907). Quest'ultimo aveva intravisto la
possibilità di formalizzare sia le linee di forza che lo 'stato
elettrotonico', pertanto invitava Faraday, con una lettera, ad
evidenziare questo stato con ulteriori esperimenti. Per paradossale
che possa apparire, come osserva Percy Williams, Thomson era portato
a pensare che proprio dal punto di vista sperimentale le idee di
Faraday fossero un poco carenti. Così Faraday intraprese questo
nuovo sforzo che ben presto lo portò a nuovi, clamorosi risultati.
Il primo tra questi è quello che va sotto il nome di polarizzazione
rotatoria magnetica (o Effetto Faraday) e consiste nella rotazione
del piano di polarizzazione della luce quando quest'ultima
attraversa certe sostanze (nell'esperienza originale: vetro al
borato di piombo) immerse in un campo magnetico. Ecco dunque un
fenomeno che connette magnetismo con fenomeni luminosi!
Questo grosso
risultato rese più ferme le convinzioni di Faraday sulla
costituzione di spazio e materia in base a linee di forza, non come
modello, ma con una precisa realtà fisica. E nel 1846 pubblicò un
altro lavoro (Thoughts on Ray-vibrations - bibl. 71 bis) di
carattere speculativo nel quale completò. perfezionò e rafforzò il
precedente del 1844. In esso si ribadiva quanto sostenuto nel primo
ma si aggiungevano importanti considerazioni sulle linee di forza
come sede delle azioni che si propagano nello spazio con la velocità
della luce: fatto, quest'ultimo, che farebbe cadere definitivamente
la necessità di supporre l'esistenza dell'etere. Scriveva Faraday:
" Il considerare
la materia [come fatto nel precedente articolo] mi indusse
gradualmente a guardare le linee di forza come probabile sede delle
vibrazioni dei fenomeni radianti. Un'altra considerazione, che porta
ugualmente all'ipotetica idea di coesistenza di materia e
radiazione, nasce dal confronto delle velocità con cui l'azione
radiante e certe forze della materia vengono trasmesse … Si è
mostrato mediante gli esperimenti di Wheatstone, che la velocità
dell'elettricità è grande come quella della luce, se non più grande".
E qui egli riesce
ad intravedere che un modo per mettere in evidenza l'eventuale
identità tra luce e fenomeni elettromagnetici è il confrontarne le
relative velocità. Ma come si propagherebbe la radiazione? " La
mia concezione … considera la radiazione come una importante specie
di vibrazione nelle linee di forza che uniscono tra loro particelle
ed anche masse di materia. La mia concezione fa a meno dell'etere ma
non delle vibrazioni" che da vari risultati sperimentali devono
essere vibrazioni laterali e cioè trasversali.
Poste queste
premesse Faraday passa subito ad attaccare l'azione istantanea a
distanza: " La propagazione della luce e quindi probabilmente di
tutte le azioni radianti, occupa tempo; e, affinché una vibrazione
della linea di forza possa spiegare i fenomeni radianti, è
necessario anche che una tale vibrazione occupi tempo".(183) Ed
in questo modo di considerare i fenomeni radianti, per Faraday,
svaniva ogni necessità di far ricorso all'etere; in luogo di esso ci
sono ora " le forze dei centri atomici che permeano e
costituiscono tutti i corpi, oltre a penetrare tutto lo spazio"
ed in definitiva solo linee di forza permeanti tutto lo spazio.
Certo che il
problema dell'etere non era così semplice da essere trattato e
soprattutto risultava strabiliante un suo accantonamento
apparentemente così banale quando generazioni di fisico - matematici
si erano accanite ad interpretarlo e matematizzarlo. Egli era
comunque cosciente che occorreva indagare ancora soprattutto per
fornire prove più decisive sulla realtà fisica delle linee di forza.
Nei lavori che seguirono egli scoprì e teorizzò le sostanze
ferromagnetiche, paramagnetiche e diamagnetiche; su questa strada
ebbe modo di chiarirsi meglio le idee sulle linee di forza magnetica
fino ad arrivare alla convinzione che: " le linee di forza
magnetica possono rassomigliare ai raggi di luce, al calore, ecc., e
possono trovare difficoltà nel passare attraverso i corpi ed essere
influenzate da essi allo stesso modo della luce". Questa indagine
sulle linee magnetiche di forza proseguì con una serie di lavori
sperimentali del 1851 e 1852. Intanto, mediante un semplice circuito
esploratore (un filo conduttore connesso con un galvanometro mosso
vicino ad un magnete), era riuscito a rilevarne l'esistenza: si
tratta di linee curve, continue e chiuse, senza poli né centri di
azione; esse esistono sia nello spazio circostante il magnete che
nel magnete stesso. E così Faraday scriveva: " dentro il magnete
vi sono linee di forza esattamente uguali in forza e quantità a
quelle fuori di esso, ma con direzione opposta …Ed in effetti
ciascuna linea di forza è una curva chiusa, che in qualche parte del
proprio percorso passa attraverso il magnete cui essa appartiene
" ed aggiungeva " io propendo a considerare il mezzo esterno al
magnete come altrettanto essenziale per il magnete: è esso infatti
che collega l'una all'altra le polarità esterne per mezzo di linee
di forza curve e fa si che esse non possano essere altro che curve".
Per rendere conto di ciò Faraday paragona un magnete ad una cella
voltaica immersa in un qualunque elettrolita. Tolto l'elettrolita la
cella voltaica diventa un contenitore inerte. Solo quando il mezzo
esterno permette il passaggio dell'elettricità, la cella diventa un
centro di forze elettriche. Così è per il magnete in cui lo spazio
esterno mette in relazione l'un l'altra le polarità esterne con
linee di forza curve. In definitiva, ancora una volta Faraday
ribadisce la sua convinzione di forza che non può esistere senza un
mezzo e proprio in questo deve essere ricercata (e non nel corpo da
cui suppostamente è originata). Questo mezzo è costituito da linee
di forza ed ha solo la capacità di trasmetterle: quindi niente
etere, che in questa visione diventa puramente accessorio, ma spazio
identificato con materia. Uno degli ultimi
lavori di Faraday (On Some Points of Magnetic Philosophy,
bibl. 54 bis, pagg. 830/847), nel quale, ancora con un accanimento
ed una passione di tutto rispetto, tentò di convincere i suoi
contemporanei dell'erroneità della teoria dell'azione a distanza, è
del 1855. Questo lavoro affronta il tema del campo in termini di
conservazione dell'energia (che in quegli anni si era affermata con
diversi e vari contributi e particolarmente con il lavoro di
Helmholtz del 1847, Über die Erhaltung der Kraft , Sulla
conservazione della forza) ed in esso si sostiene la necessità del
campo perché altrimenti si arriverebbe all'assurdo di creazione o
annichilamento di energia. Secondo la teoria di Newton, egli
argomentava, due corpi che si attraggono (Sole e Terra, ad esempio)
devono essere considerati separatamente come inerti, cioè a ciascun
corpo non deve essere associata alcuna forza. Se ora facciamo
interagire i due corpi essi si attraggono a seguito del fatto che si
sarebbe creata nello spazio tra i due quella forza che li tiene
uniti (si ricordi che l'azione alla Newton è istantanea e a
distanza). Se invece tolgo uno dei due corpi che stanno interagendo
annichilo una forza che precedentemente li teneva uniti. Questi
fatti paiono assurdi e l'unico modo per spiegarli è ammettere
l'ipotesi che ciascuno dei due corpi abbia una preesistente forza
(oggi diremmo energia) che lo circonda e questa forza si diparte da
questo corpo pervadendo l'intero spazio. Due corpi che si attraggono
sono allora due corpi che fanno interagire le loro preesistenti
linee di forza (i loro campi). Su questi argomenti ed in particolare
sulla gravitazione, tema per lui di sommo interesse ma sul quale non
era in grado di sperimentare, Faraday tornò ancora nel 1857
sostenendo che "se la forza agisce nel tempo ed attraverso lo
spazio, essa deve allora agire mediante linee fisiche di forza"
e che la gravità "non risiede semplicemente nelle particelle
della materia … ma in tutto lo spazio… essendo solo la parte residua
delle altre forze della natura". L'ultimo lavoro sperimentale di
Faraday è del 1862, appena 5 anni prima della sua morte. Egli tentò,
senza riuscirvi, di scoprire l'effetto di un campo magnetico sulle
proprietà della luce. La strumentazione di cui disponeva non era
all'altezza dello scopo che Faraday si prefiggeva; 35 anni più
tardi, con strumenti molto più sofisticati, il fenomeno ricercato da
Faraday sarà trovato da Zeeman (1865 - 1943) ed oggi va sotto il
nome di 'effetto Zeeman'.
Come già accennato comunque, le nuove idee che Faraday avanzava
erano spesso giudicate con scetticismo, se non con aperta ostilità,
da parte di molti suoi contemporanei. Ma egli le portò avanti fin
dove il contesto teorico e gli apparati sperimentali glielo
permisero. Indubbiamente si erano trovati numerosissimi fenomeni che
era impossibile ricondurre allo schema interpretativo del
meccanicismo e, al di là degli sforzi che comunque si facevano per
farlo, emergeva evidente una insufficienza della fisica newtoniana.
La resistenza al superamento delle vecchie concezioni si rafforzava
anche perché i nuovi fatti sperimentali e l'interpretazione teorica
complessiva che Faraday ne aveva dato, non avevano trovato una
rappresentazione modellistica chiara ed una formalizzazione
corrispondente che fornisse loro quella 'dignità scientifica' che le
stesse vecchie concezioni avevano. Faraday non era in grado di fare
ciò. 5 - L'AFFERMAZIONE DELL'AZIONE A CONTATTO: MAXWELL,
LA FORMALIZZAZIONE DELL'ELETTROMAGNETISMO E LA NASCITA DELLA TEORIA
ELETTROMAGNETICA DELLA LUCE
Nel 1855 il giovane fisico
scozzese James Clerk Maxwell (1831 - 1879) iniziò ad occuparsi di
elettromagnetismo. Egli disponeva dell'elaborazione matematica del
metodo delle 'analogie' sviluppato da W. Thomson (182); conosceva
bene i contributi di Weber all'elettrodinamica; conosceva la
matematica di Green e Stokes; aveva studiato Helmholtz e la sua
cinematica dei fluidi ed aveva, naturalmente, ben presente l'opera
di Faraday. L'iter lungo cui si sviluppa il complesso della teoria
del campo elettromagnetico di Maxwell è segnato da 3 memorie
fondamentali e dal famoso Treatise on Electricity and Magnetism
(bibl. 76 quinquies) del 1873. La prima delle
memorie di Maxwell, On Faraday's Lines of Force (bibl.76
bis), è un riconoscimento di difficoltà che un ricercatore incontra
nel voler formalizzare la scienza elettrica. Questo ricercatore ha a
disposizione, da una parte, la gran mole di risultati sperimentali
che vengono continuamente sfornati e, dall'altra, la necessità di
familiarizzarsi con una gran quantità di matematica molto complessa
" la cui sola memorizzazione già di per sé interferisce
materialmente con altre ricerche". È quindi necessario, secondo
Maxwell, trovare nuovi metodi di lavoro. Uno di questi è proprio
quello delle analogie che Thomson aveva introdotto (questo metodo
permette di ottenere idee fisiche senza adottare teorie fisiche). Il
fatto che colpiva Maxwell era, da una parte, la completa diversità
di due fenomeni come il moto uniforme del calore in un mezzo
omogeneo (dove sembra esservi un'azione a contatto da particella a
particella) e l'azione a distanza e, dall'altra, l'identità formale
delle leggi matematiche che descrivevano i due fenomeni: basta solo
sostituire sorgente di calore con centro di attrazione, temperatura
con potenziale, ... Con questo apparato concettuale egli mostrò che
alle concezioni di Faraday era possibile applicare gli stessi metodi
matematici con i quali erano state trattate la teoria
dell'elasticità e l'idrodinamica. (le equazioni differenziali alle
derivate parziali). Ma ciò che fa un poco pensare è il fatto che una
matematica nata per la descrizione di fenomeni punto per punto
riesca a descrivere una azione a distanza (sembra che anche la
matematica dia una mano al superamento delle differenze tra azioni a
distanza ed a contatto). La seconda memoria
di Maxwell, On Physical Lines of Force (bibl. 76 ter),
presenta un insieme di analogie e modelli meccanici a sostegno delle
idee di Faraday che, quasi certamente, lo stesso Faraday avrebbe
respinto. Le linee di forza non sono più una mera rappresentazione
di come le forze del campo sono distribuite; esse assumono ora un
carattere fisico. Si tratta di linee immerse in un fluido elastico,
l'etere) sottoposto ad uno stress, ad uno stato di sforzo proprio
per il fatto di trovarsi situato tra due polarità. La linea di forza
viene allora pensata come una corda tesa, cioè in tensione, su cui
si esercitano delle pressioni laterali, perpendicolari e di uguale
intensità. In accordo con Thomson, è come il moto vorticoso di un
fluido che nel suo realizzarsi espande il fluido nella zona
equatoriale, mentre lo contrae ai poli (si pensi alla forma
fusiforme di una tromba d'aria) per effetto delle forze centrifughe.
In definitiva (fig. 6) si tratta di vortici che si avvitano intorno
alle linee di forza, che nascono con un
piccolo diametro da un
determinato polo e, dopo essersi dilatati lungo il cammino, muoiono
sull'altro polo con lo stesso piccolo diametro di partenza. Questo
modo di vedere le cose permette intanto di dare una spiegazione del
carattere dipolare delle linee di forza: il verso di rotazione di un
vortice è opposto se osservato dalle due estremità del suo asse. Ciò
comportava però la rotazione nello stesso verso per vortici relativi
ad una determinata espansione polare (fig. 7, in cui sono
rappresentati in sezione più vortici consecutivi; i punti centrali
sono le sezioni relative delle linee di forza). Era una difficoltà.
Infatti parti di vortici contigui devono annullare il loro moto nei
punti di contatto perché in questi punti il moto si realizza in
direzioni opposte.
Ma se questa è da
una parte una difficoltà, dall'altra, sembra costruita ad arte
perché il suo superamento permette a Maxwell, con una ulteriore
elaborazione del modello meccanico, di rispondere alle domande che
egli stesso si poneva: "Cos'è una corrente elettrica?" o, che
è lo stesso, " Come può una concezione a vortici implicare
una corrente?". È così che egli introduce le 'ruote inattive',
uno strato di 'particelle' mobili in modo tale da trasferire il moto
da vortice a vortice senza interferire con il moto stesso (fig. 8).
In condizioni
normali queste particelle sono effettivamente inattive, rotolando
senza attrito con i vortici, quando invece vi è uno sforzo prodotto
sul campo esse si trasferiscono da una parte all'altra, cominciando
ad esercitare attrito con i vortici con la conseguente nascita dei
fenomeni della resistenza elettrica e della produzione di calore. E
tutto ciò in accordo con la conservazione dell'energia. In
definitiva le ruote inattive esercitano un triplice ruolo: da una
parte trasmettono il moto da vortice a vortice; dall'altra il loro
moto di traslazione costituisce la corrente elettrica; da ultimo le
pressioni tangenziali così messe in gioco rappresentano la forza
elettromotrice. E così tutti i fenomeni elettromagnetici noti
trovano una spiegazione mediante questo modello meccanico
(riportato, come da Maxwell stesso disegnato, in fig. 9 a. Si noti
che un tale modello aveva caratteristiche meccaniche talmente spinte
che O. Lodge, su suggerimento di Maxwell, lo esemplificò in un suo
lavoro come in fig. 9 b). Nella fig. 9 (a) i
vortici di etere sono schematizzati come esagoni (il segno +
all'interno di un dato vortice indica la sua rotazione antioraria
mentre il segno - la sua rotazione oraria; si noti che nel disegno
il verso di qualche freccia è errato). La corrente era costituita da
quello strato di particelle esistente tra vortice e vortice e, nel
disegno, essa fluiva da A a B. Nella fig. 9 (b) è rappresentato un
modello in cui i vortici di etere sono sostituiti da ruote dentate
che, a seconda del loro verso di rotazione, determinano il verso di
spostamento dell'asta dentata (la corrente!).
Di modelli
meccanici di questo tipo ne vennero ideati molti ad opera di Maxwell,
Boltzmann e W. Thomson (già Lord Kelvin). Ad esempio, le correnti
indotte scoperte da Faraday sono così spiegate nel modello di
Maxwell: l'effetto che la corrente ha sul mezzo che la circonda è
far sì che i vortici in contatto con le correnti ruotino in modo che
le parti vicine ad essa si spostino nella sua stessa direzione
mentre le parti più lontane ad essa lo facciano in senso contrario.
Se il mezzo è conduttore, con la conseguenza di 'particelle' che si
possano muovere in qualunque direzione, quelle che sono in contatto
con la periferia di questi vortici si muoveranno in senso contrario
alla corrente, di modo che esisterà una corrente indotta in senso
opposto alla prima. Inoltre, quando una corrente elettrica o un
magnete si muove in presenza di un conduttore si altera la velocità
di rotazione dei vortici di modo che essi cambiano di posizione e di
forma originando una forza; questa forza costituisce la forza
elettromotrice del conduttore in moto relativo. In questo modo di
vedere, c'è la scoperta di Faraday che le correnti sono originate da
variazioni del campo magnetico. Questo modello rendeva poi conto di
come potesse avvenire il fenomeno inverso: se le ruote inattive (la
corrente) cominciavano a spostarsi attraverso il sistema, si
modificavano le forme dei vortici e ciò vuol dire che ad una
corrente elettrica si accompagna una variazione dei vortici e quindi
del campo magnetico. Qui incontriamo una delle principali scoperte
di Maxwell che verrà in seguito convenientemente elaborata:
variazioni nel campo elettrico devono originare un campo magnetico e
viceversa. Unendo questo risultato con le evidenti considerazioni
che Maxwell fa sull'esistenza di un qualche mezzo materiale nel
quale la meccanica dei vortici possa aver luogo si comincia a
delineare l'ulteriore passo che Maxwell fa nell'elaborazione della
teoria elettromagnetica, l'esistenza di onde elettromagnetiche. Ma
andiamo con ordine. Il campo, esistente ad esempio intorno ad un
magnete, deve prevedere intorno a sé vortici e ruote inattive. Dove
si costruiscono vortici se c'è il vuoto? Un qualche mezzo, sia esso
di materia ordinaria o di un qualche etere con particolari proprietà
dovrà riempire lo spazio in cui si sviluppa il campo. Le
caratteristiche di questo supposto etere dovranno essere tali da
rendere conto dei fatti sperimentali: da una parte esso dovrà essere
estremamente sottile (non lo percepiamo immediatamente) e
dall'altra, per spiegare la velocità con cui si propagano le
perturbazioni del campo elettromagnetico, denso come l'acciaio (è di
interesse notare che queste azioni, nel modello di Maxwell non
possono che essere a distanza). Ebbene, se si crea una perturbazione
in un dato punto dello spazio muovendo, ad esempio, un magnete
vicino ad una corrente, questa perturbazione nei vortici e nelle
ruote inattive non c'è motivo che resti localizzata tra magnete e
corrente, essa dovrà via via propagarsi attraverso l'etere in tutto
lo spazio (teoricamente all'infinito) circondante il sistema magnete
- corrente. Che si tratti di
una teoria azzardata è evidente, tanto più se si pensa che nessuna
teoria dell'elettricità e del magnetismo fino ad allora sviluppate
prevedeva una tal cosa, l'esistenza di perturbazioni (onde)
propagantesi nello spazio. Nell'ultima parte
di questa sua memoria Maxwell torna all'analogia di Thomson tra
mezzo in cui si costruiscono vortici (e ruote inattive) e sostanze
elastiche. Il mezzo nel quale si propagano le perturbazioni deve
essere dotato di elasticità allo stesso modo che lo è un ordinario
corpo solido solo che di valore differente. L'elasticità del mezzo è
poi di estrema utilità per la spiegazione dei fenomeni
elettrostatici. Questa supposta elasticità del mezzo faceva
introdurre a Maxwell un concetto che avrà enorme importanza negli
sviluppi successivi, quello di spostamento elettrico. Qui Maxwell si
riallacciava direttamente a Faraday ed in particolare alle sue
ricerche sui dielettrici ed alla scoperta della loro polarizzazione.
Dice Maxwell: "Possiamo pensare che
l'elettricità che risiede in ogni molecola sia spostata in modo tale
che una estremità di essa divenga positiva e l'altra negativa.
L'effetto di questa azione sull'intera massa del dielettrico è
quello di produrre uno spostamento generale dell'elettricità in una
data direzione. Questo spostamento non giunge al livello di una
corrente perché quando ha raggiunto un certo valore rimane
constante, tuttavia è l'inizio di una corrente e le sue variazioni
costituiscono correnti di direzione positiva o negativa, a seconda
che lo spostamento aumenti o diminuisca".
Questa elasticità
del mezzo, che forniva a Maxwell l'analogia per i suoi sviluppi
matematici, è anche estesa al mezzo esterno, allo spazio, all'etere
elettromagnetico. Ed in definitiva le azioni elettromagnetiche hanno
sede in un mezzo elastico ma, con che velocità si propagano? La
risposta a questa domanda da parte di Maxwell rappresenta la prima
formulazione della teoria elettromagnetica della luce. Facendo i
conti sulla velocità di propagazione di una perturbazione (oggi
diremmo: onda) elettromagnetica nel mezzo elastico etere,
considerando la relazione esistente tra la corrente di spostamento e
la forza che la produce e deducendo da questa la relazione esistente
tra misure statiche e dinamiche dell'elettricità, egli trovò che:
"la velocità delle
ondulazioni trasversali nel nostro mezzo ipotetico, calcolata a
partire dagli esperimenti elettromagnetici di Kohlrausch e Weber
(184) , si accorda in modo tanto esatto con la velocità della luce
calcolata a partire dagli esperimenti di Fizeau, che noi non
possiamo quasi fare a meno di concludere che la luce consiste nelle
ondulazioni trasversali del medesimo mezzo che è causa dei fenomeni
elettrici e magnetici". Ecco quindi che con
poche parole si avanza una ipotesi rivoluzionaria: l'ottica sparisce
per diventare un capitolo dell'elettromagnetismo. E tutto ciò a
partire da una successione di azzardate ipotesi concatenate nel modo
visto. Se si confronta il continuo impegno di Faraday nel cercare di
eliminare dalla fisica enti inutili, con le innumerevoli ipotesi 'ad
hoc' di Maxwell e con il suo dotare l'etere, già rifiutato da
Faraday, di innumerevoli proprietà meccaniche e di meccanismi tanto
utili al calcolo quanto artificiosi, ci si rende conto della
profonda differenza esistente, non tanto tra i due, quanto tra due
diverse generazioni di ricercatori, tra due epoche diverse per
sollecitazioni esterne, tra l'essere filosofo naturale e scienziato
di professione. LE EQUAZIONI DI MAXWELL
Arriviamo così alla
terza memoria di Maxwell della fine del 1864. Si tratta della
ponderosa A Dynamical Theory of the Electromagnetic Field
(bibl. 76 quater). Mentre nella precedente memoria Maxwell aveva
elaborato il modello meccanico che abbiamo descritto e che gli era
servito per chiarirsi le idee e per mettere a punto il calcolo con
l'ausilio delle analogie cui abbiamo accennato, ora egli abbandona
il modello meccanico, si serve solo dell'etere e si occupa
esclusivamente dei fenomeni elettromagnetici in quanto tali per
sottoporli al calcolo. Questo lavoro contiene tutti i principali
risultati che egli aveva precedentemente ottenuto e può essere
considerato come la prima formulazione completa, dal punto di vista
analitico, della teoria del campo elettromagnetico e della teoria
elettromagnetica della luce. Le proprietà di questo campo sono
descritte da 20 equazioni generali. Lo stesso Maxwell, all'inizio
della memoria, annunciava che la sua era una teoria dinamica nel
senso che si serve di materia in moto nello spazio per rendere conto
dei fenomeni elettrici e magnetici. Essa riguarda essenzialmente lo
spazio circostante i corpi elettrizzati o magnetizzati che3 dovrà
essere riempito di un mezzo (permeante anche i corpi) in grado di
essere posto in moto e di trasmettere quel moto da una parte
all'altra con grande ma non infinita velocità. Questo etere ha una
natura elettromagnetica ma poiché ha le stesse proprietà
(elasticità, densità, …) di un etere ottico, può essere identificato
con esso (è interessante notare che le proprietà dell'etere
elettromagnetico Maxwell le assegnava a priori in modo che esso
avesse poi avuto le caratteristiche che si richiedevano, ad esempio,
per trasportare vibrazioni trasversali ad una data velocità). Vi
sono infine le questioni energetiche. Per Maxwell l'energia è
localizzata in tutto lo spazio ed è tutta di natura meccanica: egli
considera un etere costituito da una enorme quantità di piccolissime
cellule che, all'interno di un campo magnetico, ruotano tutte nello
stesso verso attorno ad assi paralleli alle linee di forza. Così
Maxwell può affermare che "l'energia cinetica di questo movimento
vorticoso non differisce dall'energia magnetica …[e], in ogni punto
del dielettrico sottoposto ad un campo, si accumula una energia che,
nel modello, è elastica, ma che in realtà non è altro che energia
cinetica" (bibl. 19, pag. 219). Egli considera quindi l'energia
elettrica come energia potenziale meccanica e l'energia magnetica
come energia cinetica di natura meccanica (bibl. 75, pag. 184). E,
come già detto, questa energia meccanica - elettromagnetica risie

A cavallo fra la fine del '700 e gli inizi dell'800 erano penetrate
in Gran Bretagna le speculazioni del movimento della
Naturphilosophie(179) importate, con particolare foga, dal poeta
inglese S. T. Coleridge (1772 - 1834) reduce da un lungo viaggio in
Germania. Davy (1778 - 1829), insigne chimico inglese (al quale, tra
l'altro, si deve l'invenzione della lampada di sicurezza per
minatori), era amico di Coleridge e rimase molto influenzato dalle
idee della Naturphilosophie che quest'ultimo, in lunghe
conversazioni, gli aveva fatto conoscere. Davy lavorava in un
contesto in cui si erano già affermate le teorie atomiche di Dalton
(1766 - 1844). Egli era. insoddisfatto di quell'atomismo che, tra
l'altro, non gli spiegava. il perché alcune sostanze reagiscono tra
di loro ed altre no, infatti, "se la sola forza associata agli atomi
fosse stata quella gravitazionale - come ammetteva il meccanicismo
di Dalton -, tutte le sostanze avrebbero dovuto reagire tra di
loro"(l79bis). Per altri versi però anche Naturphilosophie
presentava una sua contraddizione: se alla base del mondo c'è il
conflitto e la trasmutazione delle forze, come mai non si riscontra
un conflitto ed una trasmutazione delle sostanze?
Davy risolse questo problema integrando la Naturphilosophie con le
teorie di Boscovich: ogni sostanza è caratterizzata da una curva di
forza; il non adattarsi di certe curve di forza ad altre non
permette certe reazioni; inoltre, ammettendo Boscovich ed
"ammettendo che l'elettricità, con il suo passaggio, provochi una
distorsione delle curve di forza, si riescono a ben spiegare i
fenomeni dell'elettrochimica". Anche in questo ambito, quindi,
Naturphilosophie rispondeva abbastanza.