Riporto di seguito alcuni passi del mio libro Alcune questioni di Relatività: il problema dello spazio, del tempo e del moto da Aristotele a Newton (AIF, Roma 1980). In queste pagine vado a ricercare le successive definizioni, storicamente affermatesi, dei concetti di spazio e tempo in relazione al problema del moto.
LO SPAZIO, IL TEMPO ED IL MOTO
Roberto Renzetti
EVOLUZIONE DEI CONCETTI DI SPAZIO, TEMPO E MOTO
SAN TOMMASO (1225-1274)
BERNARDINO TELESIO (1509-1588) NOTE (1) Vedi Bibliografia n. 2 pag. 19.
(4) Vedi Bibliografia 4 pag. 268, 269.
(8) Ibidem, pag. 73 (10) Ibidem, pag. 74, 75. (12) Ibidem, pag. 268
(14) Ibidem, pag. 65.
(16) Ibidem, pag. 99.
(25) Ibidem, pag. 94. La dimostrazione alquanto complessa di questa ultima affermazione è da pag. 92 a pag. 94 del testo citato (essa è relativa al
problema della caduta dei corpi). Anche qui Aristotele afferma in negativo una delle grosse scoperte di Galileo.
(27) Vedi Bibliografia 7, pag. 320. (28) Ibidem, pag. 328, 329.
(30) Vedi Bibliografia 8, Vol. 2, pag. 253. (33) Vedi nota (4). (34) Vedi Bibliografia 5, pag. 56. (35) Vedi Summa Theologica, Parte III. Questioni XXVII-LIX. (41) Vedi Bibliografia 5, pag. 68. (43) Ibidem, pag. 100. (44) Ibidem, pag. 102. (57) Ibidem, pag. 196.
(69) Vedi Bibliografia 8, pag. 326..
FILOPONO (circa 575)
Secondo Filopono c'è innanzi tutto da rimettere in discussione la
teoria del movimento di Aristotele. Se si lancia un proiettile "è necessario che una certa potenza motrice incorporea sia ceduta al proiettile
dallo strumento che lo lancia; l'aria non contribuisce affatto a tal moto, e vi contrasta ben
poco..."(30). Questa formulazione (che precorre la "teoria
dell'impetus" poi sviluppata nel XIV secolo) fa a meno del mezzo per giustificare il movimento e considera una sorta di potenza
motrice che si trasferisce da ciò che provoca il moto al proiettile che lo subisce. La fine del moto avviene per consumazione progressiva
di questa potenza motrice a causa, tra l'altro, del fatto che l'aria oppone al moto una resistenza (questo almeno per quanto riguarda i moti
provocati, quelli che non hanno origine naturale). Ma poiché il moto è legato al luogo, è necessario considerare cos'è il luogo. E qui viene
fuori il punto più delicato della discussione: si tratta essenzialmente dello scoprire una profonda contraddizione nella definizione
aristotelica di luogo. Abbiamo già visto che per Aristotele "luogo è il
primo immobile limite del contenente" (31). Ebbene per quello che ora ci
serve occorre puntare l'attenzione su quell'immobile. Infatti la questione che, ad esempio, si pone è: qual'è il luogo di un sasso poggiato nel
letto di un ruscello? Il corpo contenente è l'acqua, per cui ad un certo istante uno potrebbe pensare che è la superficie
interna dell'acqua avvolgente il sasso che costituisce il luogo del sasso.
Ma l'istante successivo "quel luogo" si è spostato facendo posto ad
un "altro luogo". La pietra non si è mossa, essa è rimasta là ma il presupposto suo luogo cambia istante per istante. E' chiaro che bisogna
riferirsi allora a quell'immobile di qualche riga più su. Il luogo della pietra non è altro infatti che il letto del fiume su cui è poggiata. E fin
qui tutto torna. Ma se applichiamo la definizione aristotelica di luogo alle sfere celesti troviamo la contraddizione di cui si diceva.
Certamente il luogo del mondo sublunare è delimitato dalla superficie interna della sfera
della Luna ma essa ruota e quindi si muove e quindi non può delimitare un luogo.
Aristotele aveva però ben presente questa difficoltà tanto è vero
che per lui un moto rotatorio attorno ad un centro o ad un asse fisso, poiché la sfera occupa sempre lo stesso luogo, non è da
considerarsi moto locale (32). Filopono prende invece in esame una zona particolare di una sfera in rotazione ed osserva che questa zona occupa
successivamente luoghi diversi. E' facile concludere allora che l'intera sfera pur restando, per così dire, nello stesso luogo, occupa sempre
luoghi diversi (essendo dotata quindi di moto locale).
Rimane allora il problema: qual'è il luogo del mondo sublunare?
Esso non è il cielo della luna ma non può certamente esserlo il cielo di Giove o Saturno o qualunque altro cielo perché si muovono. In
particolare neanche il cielo delle stelle fisse può delimitare un qualche luogo proprio perché anch'esso non è immobile. Inoltre se ci
ponessimo la domanda del qual è il luogo in cui si muove questo cielo, dovremmo
ammettere di non essere in grado di rispondere poiché non sappiamo in quale luogo esso sia non essendo noi in grado di
trovare alcun "primo immobile limite" di un qualche cosa che lo contenga. D'altra parte il fatto che l'ultima sfera sia dotata di moto locale
implica che anche la superficie esterna di essa occupi successivamente luoghi diversi che debbono però esservi per poter, appunto, essere
occupati. E' qui evidente che comincia a traballare l'affermazione aristotelica dell'inesistenza di qualsiasi cosa (ed in particolare di luogo,
tempo e vuoto), al di là del cielo delle stelle fisse (33) e si intravede la possibilità di estendere lo spazio oltre quell'ultima sfera.
In ogni caso sorge allora la necessità di distinguere luogo, o meglio
spazio, dalla materia che lo occupa o lo delimita. E Filopono nel definire lo spazio che
discende dalle precedenti osservazioni, fa proprio l'operazione di separarlo da ogni considerazione relativa al suo
contenuto: "Lo spazio non è la superficie limite del corpo avvolgente...
esso è un certo intervallo, misurabile in tre dimensioni, di sua natura incorporeo, diverso dal corpo in esso contenuto; e pura
dimensionalità priva di qualunque corporeità; invero, per quanto riguarda la
materia, spazio e vuoto sono identici" (34).
Per quanto riguarda il resto della teoria di Aristotele essa viene
sostanzialmente accettata, anche se qua e là occorre fare degli aggiustamenti. In particolare, per ciò che ci riguarda, Filopono non mette in
discussione l'esistenza di luoghi privilegiati nello spazio: il "su" ed il "giù" continuano ad avere il valore di luoghi assoluti.
Alcune cose
sostenute da San Tommaso, riguardo al tema in discussione, sono interessanti soprattutto perché rappresentano il culmine della tradizione aristotelica
anche se qua e là aggiustata e modificata. Ma non basta, dalla fine del 1200 a tutt'oggi le dottrine aristoteliche, sistemate ed integrate con
il Dio cristiano, sono per opera di San Tommaso le leggi della Chiesa [ribadite
ancora nel 1998 da Giovanni Paolo II nell'enciclica Fides et Ratio, ndr].
Per cercare di capire quanto radicato fosse l'aristotelismo
all'epoca di Tommaso e nello stesso basti citare alcune affermazioni di Tommaso che, rispetto alla sua fede, sembrano blasfeme.
Aristotele è più forte del racconto evangelico:
"Non sembra possibile che Cristo sia asceso al Cielo. Infatti il Filosofo (Aristotele) dice
(De Coelo, Libro II) che le cose che sono in uno stato di perfezione posseggono il loro bene senza movimento. Ma Cristo
era in uno stato di perfezione... quindi egli aveva il suo bene senza movimento. Ma l'ascendere è movimento. Pertanto non sembra
appropriato che Cristo sia asceso... Inoltre al di là dei cicli non c'è spazio,
come è provato nel De Coelo I. Ma ogni corpo deve occupare dello spazio. Quindi il corpo di Cristo non è asceso al di là di tutti i
cieli...
Inoltre due corpi non possono occupare il medesimo spazio. Ma dal momento che non è possibile passare da un posto ad un altro senza
attraversare lo spazio intermedio, non sembra che Cristo possa essere asceso oltre tutti i cieli a meno che le sfere cristalline dei cieli non si
siano aperte; il che è impossibile"(35).
D'altra parte la sistemazione aristotelica del mondo viene resa
funzionale ad una interpretazione in chiave di teologia cristiana. I cieli perfetti sono intesi tali poiché vicini al Paradiso (che sta "su") mentre
al di sotto dell'elemento meno nobile, la terra, c'è l'Inferno (che sta "giù") ed ancora la Terra sta al centro dell'universo per una sorta di
predilezione divina che si estrinsecherà del tutto con l'incarnazione di Cristo.
Data questa situazione si può intuire, anche dall'esperienza
comune che oggi abbiamo e che ci dice quanto siano diventati popolari le
speculazioni di San Tommaso, l'enorme difficoltà che si incontrava ogni qualvolta si doveva mettere in discussione qualcosa che riguardasse
Aristotele.
Una cosa va comunque notata anche se, è meglio avvertirlo subito
non ha niente a che vedere con un qualche preteso relativismo [in senso
meccanico, n.d.r.] che è più volte respinto da Tommaso (egli nega tra l'altro l'esistenza
dell'infinito); riguardo alla sistemazione del mondo una volta San Tommaso ebbe a scrivere:
"Le teorie che gli astronomi hanno immaginato non sono necessariamente vere.
Benché esse sembrino salvare le apparenze non bisogna affermare che sono vere, giacché si potrebbero spiegare i moti
apparenti degli astri con qualche altro procedimento che gli uomini non hanno ancora
concepito". (36)
BURIDANO (1300-1358)
Si tratta essenzialmente di una critica molto serrata all'idea
aristotelica di movimento ma, si badi bene, tutta interna all'aristotelismo stesso. In realtà non si intaccano le basi profonde del filosofo greco ma si
cerca al contrario di aggiornarle, di renderle più adatte ad eventuali nuove confutazioni.
Dice Buridano:
"Si lanci un giavellotto che abbia all'estremità posteriore una punta acuta come quella dell'estremità anteriore. Esso si muove come un
giavellotto comune, avente una sola punta; eppure l'aria che lo segue non potrebbe certo spingerlo con forza, dato che la punta posteriore tende
anch'essa a tagliare l'aria"(38).
E continua:
"Una barca spinta rapidamente contro la corrente di un fiume, non si arresta di colpo, e continua a muoversi per un
bel tratto anche quando si cessa di spingerla. Eppure chi vi sta sopra, in piedi, non si sente
affatto spinto posteriormente dall'aria, anzi sente che l'aria fa resistenza al moto del suo
corpo"(38).
Come si vede le obiezioni ad Aristotele sono dense di contenuti e
saranno proprio queste argomentazioni, al di là delle intenzioni di chi le muoveva e delle prime spiegazioni, ad aprire la strada al principio
di inerzia che, per altri versi, risulterà importante per l'affermazione di una visione relativistica del moto ed in definitiva del mondo.
Un'altra questione che
Buridano prese in considerazione fu il problema del moto della Terra. Ma proprio perché non vi era alcuna
nozione di moti relativi la Terra fu lasciata immobile al centro dell'universo finito
(39).
Aristotele continuava a dominare dovunque e, come osserva
giustamente Dijksterhuis (40), era relativamente semplice per un astronomo mettere in discussione qualche questione di carattere particolare; se il
problema era solo una semplificazione dei conti, correzioni di Aristotele le si potevano pure accettare, ma per il filosofo, il filosofo
naturale, che doveva pensare di sostituire una immagine del mondo ad una
immagine del mondo, il problema si presentava più difficile. Occorreva molto di più. Prove o indizi si dovevano accumulare ancora per
secoli.
GUGLIELMO DI OCCAM (1295-1349)
Anche se, rispetto alla concezione di spazio o più in particolare di luo-
go, Guglielmo di Occam si muove nell'ambito della fisica di Aristotele, si può riconoscere in alcuni suoi scritti l'introduzione di alcuni
elementi nuovi e degni di nota.
L'adesione all'idea aristotelica di luogo è evidente dal brano
seguente che richiama immediatamente il discorso di Aristotele del sasso nell'acqua.
Dice Guglielmo di Occam parlando di una nave
all'ancora in un fiume:
"Benché nuove masse d'acqua salgano continuamente intorno alla nave e, quantunque la nave non occupi sempre la stessa posizione
rispetto alle parti del fiume, in quanto queste si muovono costantemente, tuttavia rispetto al fiume nel suo insieme, la nave finché è
ancorata giace nello stesso luogo"(41).
E continua:
"Se tu sei fermo, anche se tutta l'aria che ti circonda si muove, o anche se si muove un qualche corpo che ti sta intorno, tu occupi sempre
lo stesso luogo; infatti sei sempre alla medesima distanza dal centro e dai poli
dell'universo. Rispetto a questi punti, quindi, il luogo è detto immobile"(41).
Come si vede da questi brani, mentre si afferma una completa
adesione alle concezioni di Aristotele, si sviluppano degli argomenti che cominciano ad introdurre alla comprensione della relatività del
moto; tra l'altro è interessante il fatto che viene usata la distanza rispetto al
riferimento assoluto (Terra - Ultima sfera) come elemento che permette l'individuazione del luogo.
In altra parte della sua opera Guglielmo di Occam mostrerà di
rinunciare a credere che alcune determinazioni spaziali (come alto basso, centro...) abbiano un valore assoluto traendone che una possibile
conseguenza di ciò potrebbe essere l'infinità del mondo (un oggetto senza un "centro" non può che essere infinito).
Infine va sottolineato il fatto che con il nostro per la prima volta
fu messa in discussione la teoria che voleva il cielo sublunare fatto di una sostanza diversa rispetto a tutti gli altri cieli.
NICCOLO' CUSANO (1401-1464)
Niccolò Cusano è il personaggio che più ha fatto discutere sotto il
profilo delle paternità. E' stato lui. Non è stato lui. Chi lo sa?
E' tutto ciò poco importante. Spesso i discorsi sulle paternità sono
poco costruttivi. I discorsi sulle idee sono più creativi. Ebbene con Cusano abbiamo per la prima volta (ma dire per la prima volta non è
significativo) una immagine complessiva del mondo che sembra affrancarsi dall'aristotelismo. Dico sembra, perché, in realtà, c'è una messa
in discussione su basi teologiche e non fisiche di Aristotele.
Riguardo all'universo egli ne sostiene una specie di infinità. Infatti,
poiché "infinito" è una qualità del solo Dio, l'universo, creato da Dio, non può essere altrettanto infinito. Esso può essere, al più,
"interminato" nel senso di illimitato e non racchiuso da alcun involucro esterno
e anche nel senso di non ultimato, di un qualcosa in continua evoluzione.
E' certamente un grande passo avanti ma, ripeto, su una sfera
teologica. Tanto è vero che quando si tratta di andare a cercare il centro del mondo, Cusano lo
individuerà in Dio. Ciò gli permetterà, sì, di affermare il moto della Terra, ma solo perché è più importante che al
centro dell'universo ci sia Dio.
Egli dice.
"...considerati vari moti degli orbi è impossibile che la macchina del mondo abbia per centro fisso ed immobile o questa terra sensibile, o
l'aria o qualunque altra cosa"(42).
E continua:
"...benché il mondo non sia infinito, non può tuttavia essere concepito
come finito, poiché manca di confini fra i quali venir chiuso"(43).
Poiché il mondo è illimitato (l'infinito è, appunto, caratteristica di
Dio), allora è impossibile avere un punto privilegiato a cui riferire i moti:
"E poiché noi non possiamo osservare il movimento se non in comparazione ad alcunché di fisso, ai poli od ai centri, lo presupponiamo
nelle misurazioni dei moti: donde ci avvediamo di sbagliare in tutte le cose procedendo per congetture e ci stupiamo allorché la posizione delle
stelle non si accorda con le regole degli antichi..."(44).
Quindi, in definitiva, in assenza di alcunché di fisso o di luoghi
privilegiati, da cui descrivere il mondo, quest'ultimo avrà una rappresentazione di un certo tipo a seconda da che luogo lo si andrà a
descrivere. Queste descrizioni del mondo, evidentemente almeno molteplici, avranno la caratteristica, ciascuna, di non essere quella "vera"
poiché, semplicemente, non ha senso parlare di vera immagine del mondo ma solo di relativa immagine del mondo.
Anche per ciò che riguarda i moti,
conseguentemente, si ha a che fare con la relatività:
"Ed a noi è ormai manifesto che in verità questa terra si muove, benché non ci appaia. Infatti noi non apprendiamo il moto se non per
comparazione ad alcunché di fisso. Poiché se qualcuno, stando su una nave in mezzo ad una corrente, ignorasse che l'acqua scorre e non
vedesse le rive, come potrebbe sapere che la nave si muove?"(45).
Manca evidentemente il principio d'inerzia, mancano i concetti di
moto rettilineo uniforme e di accelerazione, ma si stanno facendo dei passi in avanti.
La conclusione a cui arriva Cusano è quindi molto avanzata:
"...la macchina del mondo avrà, per così dire, il proprio centro in ogni
luogo, e in nessun luogo la circonferenza, poiché il suo centro e circonferenza è Dio, il quale è ovunque ed in nessun
luogo"(46).
In definitiva ogni descrizione del mondo da un luogo o da un altro
è equivalente. Ogni determinazione di alto o basso o concetti collegati è quindi relativa a chi (ed al luogo da cui si) fa la descrizione.
Ed in ultima analisi il mondo non ha confini e non ha centro (la
Terra di conseguenza non ha ruoli particolari di alcun genere).
Sono certamente idee avanzate, ma, ripeto, in chiave ancora tutta
teologica. Bisognerà ancora aspettare, almeno l'opera di Giordano Bruno, perché queste cose divengano dirompenti.
NICOLO' COPERNICO (1473-1543)
Era ormai chiaro che si trattava di sanare una grossa incongruenza
che ancora ci si portava dietro a proposito della definizione aristotelica di luogo in connessione col moto dell'ottava sfera.
Poiché Copernico si muoveva come astronomo al quale
sembravano non interessare problemi di carattere più generale, come il conciliare certe sistemazioni astronomiche con una data fisica, egli andò a
modificare le posizioni degli astri nell'universo senza preoccuparsi di conciliare ciò con tutti gli altri problemi che si aprivano con la nuova
organizzazione.
Ciò non per sminuire la portata del lavoro di Copernico, che
rimane comunque eccezionale, ma per far rendere conto di quanti problemi si dovevano ancora risolvere per dare credibilità alla "rivoluzione".
Anche qui non fa parte degli scopi di questo lavoro l'andare a
studiare l'intera opera di Copernico (47), ma solo alcuni tratti che ci servono alla risoluzione di alcune problematiche che ci siamo proposte.
La prima osservazione che va fatta è sul come è impostato il
De Revolutionibus Orbium Caelestium, opera principale di Copernico pubblicata nel 1543.
In questo libro si ha una prima parte in cui si racconta in modo
molto semplificato ciò che poi costituisce il nucleo centrale: un'opera matematica che presentava enorme difficoltà di lettura e che solo gli
addetti ai lavori sarebbero stati in grado di comprendere (48). Lo scopo di Copernico era quello di costruire un'opera che avesse una pari
dignità dell'Almagesto di Tolomeo (49) e per questo più volte dichiara
che le obiezioni alle cose da lui sostenute nel De Revolutionibus avranno senso solo se si baseranno sulla matematica così come le sue cose
sono significative perché sono discusse con i metodi della matematica traendone da essi fondamento.
"Se per avventura vi saranno dei perdigiorno, i quali, sebbene ignoranti completamente in matematica, si arrogheranno il diritto di
giudicare la mia opera e... oseranno criticare e schernire questo mio progetto, io non mi curerò di loro: che anzi disprezzerò il loro giudizio in
quanto temerario"(50).
C'è poi da osservare che per l'impianto del "progetto"
copernicano egli ha a disposizione una mole di dati sulle posizioni relative dei
pianeti molto maggiore (sono passati 13 secoli) di quella a disposizione di Tolomeo.
La motivazione che sembra all'origine della "rivoluzione" è la
semplificazione nei calcoli che si avrebbe qualora la Terra fosse considerata al centro dell'universo; ma ciò, evidentemente, non è disgiunto da
una concezione astronomica (oltreché fìlosofìca) (51) più complessiva poiché altrimenti un obiettivo apparentemente così poco
significativo (il calcolo delle orbite dei pianeti) non renderebbe ragione del
radicale mutamento (cambiamento di ruoli tra Terra e Sole) introdotto da
Copernico.
Ed infatti egli trova, con ragionamenti tipicamente aristotelici e
scolastici, una serie di ragioni, più generali di quelle più immediatamente astronomiche, per cui la Terra non debba più essere considerata
immobile al centro dell'universo.
Queste ragioni e la discussione sulla loro fondatezza sono ciò che
ci interessa.
La prima argomentazione che Copernico porta a sostegno delle sue
idee parte dalla considerazione dell'esistenza dei moti relativi e delle loro conseguenti descrizioni uguali o diverse a seconda del sistema di
riferimento. Egli dice:
"Ogni apparente variazione di posto è causata o dal movimento dell'oggetto osservato o dal movimento dell'osservatore oppure ancora da
movimenti ineguali di entrambi. Infatti, se i movimenti fossero uguali e paralleli, non si avvertirebbe alcun moto fra oggetto e
osservatore" (52). Inoltre: "se trasferiamo il moto del Sole alla Terra, ritenendo
il Sole in posizione di riposo, allora il sorgere ed il tramontare mattutino e serale delle stelle risulteranno naturali, mentre i punti
stazionari, le retrocessioni e le progressioni dei pianeti non sono dovute al
loro proprio moto, ma a quello della Terra, che viene riflesso da ciò che in essi
appare" (53).
E dopo questa bellissima illustrazione di che cos'è un moto relativo,
Copernico passa a trarne le conseguenze che a lui interessano.
Noi dalla Terra osserviamo la rotazione della sfera delle stelle
fisse. E da questo punto di osservazione non possiamo far altro che affermare l'esistenza di questa rotazione. Ma noi ci troveremmo a
dover considerare questa rotazione sia che la Terra fosse effettivamente ferma al centro dell'Universo, sia che fosse invece la Terra a
muoversi all'interno della sfera, ferma, delle stelle fisse.
La descrizione quindi del fenomeno sarebbe la stessa salvo dei
preventivi accorgimenti per accordarci sul come certe posizioni debbano esser
mutate nel passaggio dalla descrizione di un sistema alla descrizione di un altro da diversi punti di osservazione. Ma c'è un modo per
decidere come stanno "in realtà" le cose e questo modo ci riporta a ragionamenti aristotelico-scolastici e comunque al di fuori
dell'esperienza fenomenologica. Dice infatti Copernico:
"E poiché il cielo è la dimora comune di tutti, in quanto contiene e nasconde ogni cosa, non si vede perché non si debba attribuire il
moto più al contenuto che al contenente, più al dimorante che alla dimora"(54).
In definitiva il nostro non capiva perché fosse il cielo delle stelle
fisse che tutto conteneva, a doversi muovere, piuttosto che la Terra contenuta, appunto, in questo cielo. Oltretutto, argomentando proprio
in modo aristotelico, c'è un'altra ragione per cui bisogna attribuire il moto alla Terra e non al
cielo ?
Innanzitutto va respinta l'idea di Tolomeo secondo cui se la Terra si
muovesse di un qualche moto rotatorio la "forza centrifuga" dovrebbe distruggerla in breve
tempo. Questa obiezione non regge perché a maggiore ragione, dovrebbe distruggersi, a causa del suo moto, la
sfera delle stelle fisse. Allo stesso modo non regge l'altra obiezione tolomaica secondo cui occorrerebbe un motore enorme per muovere la
pesante Terra: un motore ben più grande sarebbe necessario per muovere l'enorme sfera delle stelle fisse.
Inoltre, l'altra obiezione secondo cui, nel caso di rotazione della
Terra su se stessa:
"gli oggetti cadenti (non) precipiterebbero direttamente nel luogo voluto e in
direzione verticale, poiché nel frattempo questo luogo verrebbe spostato con grande velocità"(55)
non regge in quanto tutte le cose legate alla Terra si muovono con il moto della Terra. E la giustificazione di ciò non è certamente il
principio d inerzia ma un argomento aristotelico, infatti ciò avviene
"sia perché l'aria vicina alla Terra, impregnata di terra ed acqua segue le stesse leggi naturali della Terra, sia perché l'aria acquisisce il
moto della perpetua rivoluzione della Terra per la vicinanza e l'assenza di
resistenza"(56).
Il fatto dunque che l'aria sia legata alla Terra, essendo una parte
essa stessa della Terra, le conferisce il suo moto; il fatto poi che al di là dell'aria non vi sia nulla che opponga resistenza all'aria stessa
impedisce che quest'ultima sia frenata rimanendo indietro rispetto alla Terra ed avendo in definitiva un moto diverso da quello della Terra
Ma, secondo Copernico, il motivo fondamentale per cui il moto è
della Terra, risiede nel fatto che nella stessa filosofia aristotelica:
"la condizione di immobilità è considerata più nobile e divina della
condizione di cambiamento e instabilità, la quale quindi è più appropriata alla Terra che
all'universo"(57).
Ed ecco rovesciata una argomentazione aristotelica a sostegno
della teoria copernicana.
Che dire poi delle dimensioni di questo universo?
Secondo Aristotele il mondo è certamente finito dentro la sfera
delle stelle fisse. E il suo diametro poteva essere valutato intorno ai 120 milioni di chilometri.
(58)
Anche il mondo copernicano è però finito, anche se circa 2.000
volte più grande di quello tolemaico (59).
In ogni caso per Copernico il mondo:
"I cui confini sono ignoti e inconoscibili"(59) è immenso (nel senso di non misurabile).
"è certamente strano che un qualcosa possa essere contenuto da un
nulla"(60)
"la prima e la più alta di tutte è la sfera delle stelle fisse, che
contiene se stessa ed ogni altra cosa..."(61).
C'è però un germe nelle considerazioni copernicane che farà
sviluppare il mondo oltre ogni limite. Per Aristotele l'infinito non può spostarsi e poiché l'ottava sfera si spostava, il mondo gli risultava finito.
Per Copernico il mondo, abbiamo già visto, è finito e non
misurabile, ma il cielo delle stelle fisse è immobile. Con questa semplice considerazione ed usando ancora di argomenti aristotelici ciò che è
immobile può essere infinito.
Il mondo quindi si amplia
(62) ma ciò è poco significativo poiché il finito può essere grande quanto si vuole ma rimane "inesistente"
rispetto all'infinito.
Con una bellissima immagine, dice Koyré che:
"la bolla del mondo deve gonfiarsi prima di scoppiare" (63).
Fin qui le cose di Copernico che ci interessano; vediamone ora le
evidenti incongruenze.
Dice Copernico che è più logico vedere disintegrarsi il cielo a
causa della sua rotazione che non la Terra per lo stesso motivo. Ma Copernico fa finta di non sapere che queste cose erano ben presenti in
Aristotele quando divideva il mondo in due zone: quella sublunare (dotata di pesantezza, ecc.) e quella che si trovava sopra al cielo della
Luna costituita da sostanze "eteree" (prive di ogni proprietà materiale).
E' quindi evidente che in conseguenza della fisica aristotelica è
proprio la Terra che a causa della forza centrifuga si disintegrerebbe.
Ancora. Se si pensa che il movimento è per Aristotele trasferito da
Dio dapprima alla sfera delle stelle fisse e quindi a tutte le altre sfere, il motore immobile della concezione aristotelica che avesse dovuto
muovere la pesante terra avrebbe dovuto avere una potenza inconcepibile e comunque di gran lunga più grande di quella occorrente per
muovere gli "eterei" cieli.
Insomma, come avevo annunciato qualche riga più su, le ragioni
astronomiche non sono sufficienti a soppiantare la gigantesca impalcatura aristotelica che aveva una ferrea logica interna.
Ed in fondo, per Copernico, come osserva Kuhn:
"la Terra in movimento rappresenta un'anomalia in un classico universo
aristotelico" (64).
Ed in verità si ha ancora un mondo finito con sfere cristalline
concentriche su ciascuna delle quali è incastonato il pianeta in oggetto.
Nonostante ciò, si mette in discussione l'esistenza dei due mondi,
separati dal cielo della Luna; si distrugge l'organizzazione aristotelica del mondo fondata sui quattro elementi organizzati secondo i gradi di una
intrinseca nobiltà; si abbandona la teoria dei luoghi naturali sostenendo che
"la gravità non è altro che una certa appetenza naturale, conferita alle parti dalla divina provvidenza dell'artefice del mondo, perché si
riuniscano nella loro unità e totalità sotto forma di globo"(65);
si amplia il mondo aprendogli la strada, in modo non metafisico, al suo essere infinito; e, naturalmente, si mette la Terra a ruotare come
un pianeta qualsiasi intorno al Sole immobile al centro dell'universo.
Come si vede c'è ampia materia sulla quale potranno lavorare
abbondantemente i successori di Copernico per portare a compimento la liberazione dal passato ed iniziare su nuove basi la costruzione della
conoscenza.
THOMAS DIGGES (1543-1575)
Nella sua opera del 1576
"Perfit Description of thè Caelestiall Orbes", Digges si fa propagandatore delle teorie di Copernico
divulgandole, oltretutto, in una lingua ben più nota "volgarmente" del latino.
Nel fare questa operazione Digges ci mette del suo, in particolare
quando si tratta di descrivere l'ultima sfera, quella delle stelle fisse.
Digges non fa un disegno come quelli che ormai si usavano per
rappresentare l'universo copernicano con le stelle situate tutte, appunto, sull'ultima sfera; egli le dispone su uno spazio molto più vasto e
praticamente infinito (vedi figura 1 dove in a è

(a)
(b)
(c)
fig. 1
Nel far questo, evidentemente, Digges
dà una giustificazione che
assume però carattere piuttosto teologico che non astronomico. Egli dice:
"La sfera delle stesse fisse infinitamente eccelsa si estende sfericamente in altezza ed è quindi l'immobile edificio della felicità, ornata di
innumerevoli maestose luci, esternamente risplendenti, di gran lunga superiori al nostro sole in quantità e qualità, la vera corte degli
angeli celesti, priva di dolore e colma di assoluta ed eterna gioia; dimora
degli eletti" (66)
Il mondo appare dunque infinito con "centro" nel Sole.
Ebbene proprio questa è una
incongruenza del resto già presente ai predecessori medioevali, in quanto ciò che è infinito non ha centri o
luoghi privilegiati. A buona ragione ogni punto dell'infinito è suo centro allo stesso modo che nessun punto gode di questa
caratteristica (68).
Telesio parte da
una considerazione, che assume però carattere eminentemente speculativo: nulla si crea e nulla si distrugge.
Conseguenza di ciò è per Telesio il fatto che non vi sono motori di
sorta per le sfere dei vari cieli, infatti, secondo lui, il moto circolare è nella natura delle sfere celesti.
Queste ultime, poi, sono tutte della stessa natura (nessuna
distinzione quindi tra mondo sublunare e non), in quanto costituite da una entità che egli definisce massa materiale.
Questa entità sostituisce la vecchia "materia" aristotelica; essa
occupa delle zone di spazio senza essere essa stessa spazio. Si osservi che secondo Telesio, tra l'altro, è possibile l'esistenza del vuoto più
completo, fatto, questo, in assoluto contrasto con la fisica di Aristotele.
Lo spazio di Telesio è "omogeneo ed isotropo", nel senso che ogni
suo punto è identico ad ogni suo altro punto, ed inoltre esso ha una caratteristica di assolutezza che lo contraddistingue nettamente da
ogni altra concezione precedente. Questa dello spazio è una evidente negazione della teoria aristotelica dei luoghi naturali: non ci sono
luoghi privilegiati, ogni luogo è uguale ad ogni altro luogo.
Secondo Telesio:
"il luogo... rimane perpetuamente il medesimo, ed è in grado di accogliere senza il minimo indugio tutti gli oggetti che vanno ad
occuparlo" (69).
Se si assiste ad un moto in uno spazio vuoto esso deve essere stato
causato da forze.
In definitiva, secondo il nostro, si comincia a delineare una
concezione di spazio incorporeo; assolutamente "omogeneo ed isotropo" (in modo che qualunque teoria che voglia luoghi privilegiati è assurda);
assolutamente immobile.
Sembra qui adombrata la teoria dello spazio assoluto che sarà poi
di Newton.
Sulla stessa strada di Telesio si mossero anche Patrizi (1529-1597)
e Campanella (1568-1639).
Campanella, in particolare, sulle orme di quanto già fatto da
Patrizi, afferma l'esistenza dello spazio come entità immobile ed indipendente da ogni altra cosa in esso contenuta.
Anche secondo Campanella lo spazio è "omogeneo" ed "isotropo",
e questa sua caratteristica fa sì che i luoghi naturali non hanno più senso ed insieme ad essi spariscono luoghi privilegiati con
caratteristiche assolute del tipo "su" e "giù" (queste ultime sono dei corpi e non
dello spazio).
(2) Vedi Bibliografìa n. 3 pag. 53.
(6) Vedi Bibliografia 4 pag. 83.
(7) Ibidem pag. 73.
(9) Ibidem, pag 74
(15) Ibidem, pagg. 73,74.
(17) Ibidem, pag. 101.
(18) Ibidem, pag. 102.
(19) Ibidem, pag. 103.
(20) Ibidem, pag. 114.
(21) Ibidem, pag. 106.
(22) Ibidem, pag. 91.
(32) Vedi nota (12).
(36) Vedi Bibliografia 8, Vol. II, pag. 220.
(40) Vedi Bibliografia 9, pag. 290.
(45) Ibidem, Cap. XII, pag. 103.
(46) Ibidem.
(49) Tolomeo (138-180 d.C.) fu un astronomo e matematico greco (vissuto in Egitto) che matematizzò, nel suo
Almagesto in 13 libri, l'universo aristotelico.
(52) Ibidem, pag. 190.
(53) Ibidem, pag. 197.
(55) Ibidem, pag. 194.
(56) Ibidem, pag. 195.
(59) Vedi Bibliografia 6, pag. 195.
(60) Ibidem.
(61) Ibidem, pag. 229.
(63) Vedi Bibliografia 10, pag. 34.
(66) Vedi Bibliografia 6, pag. 299.
(67) Vedi Bibliografia 10, pagg. 36, 37.