ALCUNE COSE CHE SO DI LORO ...
Roberto Renzetti
IOR,
ISTITUTO PER LE OPERE DI RELIGIONE Lo
IOR è la banca centrale del Vaticano ed è allo stesso tempo riconosciuto
come un istituto di credito ordinario. E' stato creato nel 1941 da PIO XII con
la funzione di amministrare i capitali degli ordini religiosi, degli istituti
religiosi maschili e femminili, delle diocesi, delle parrocchie e degli
organismi vaticani di tutto il mondo. E' una banca molto particolare, infatti
non ha sportelli, in compenso ha molti clienti. Lo IOR è stato e continua ad
essere molto ambito per chi possiede capitali che vuol far passare
"inosservati". I suoi bilanci sono noti solo al Papa e a tre
cardinali. Lo IOR è il centro di una organizzazione mondiale di banche
controllate dal Vaticano. Molto semplice è, attraverso lo IOR, qualsiasi
trasferimento di denaro senza limiti ne' di quantità né di distanza, con la
garanzia della assoluta riservatezza. Per molto tempo a capo dell'Istituto e'
stato Paul Marcinkus, cardinale coinvolto in numerosi scandali. www.disinformazione.it La
Banca Vaticana Molti credono
che la Banca Vaticana sia una leggenda; dopo tutto la Città del Vaticano –
luogo di palazzi, musei e cattedrali – cosa se ne fa di una banca? Ma la
Banca del Vaticano esiste nel cuore della Città del Vaticano (vicino a Porta
Sant’Anna), in una torre chiusa agli estranei. Ufficialmente la Banca
Vaticana è nota come l’istituto per le Opere di Religione o IOR. In ogni
caso la religione ha ben poco a che fare con la Banca, a meno che ci si
riferisca ai cambiavalute che si sono nella chiesa. «E Gesù
entrò nel Tempio di Dio, e scacciò tutti coloro che compravano e vendevano
nel tempio, rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie di coloro che
vendevano le colombe» [ Matteo 21:12, versione di Re Giacomo ] Mentre i
cambiavalute stavano semplicemente fornendo un servizio, in modo che le tasse
del tempio potessero essere pagate, la Banca Vaticana è stata coinvolta in
evasione fiscale, imbrogli finanziari e riciclaggio di oro nazista. Il Papa,
come unico azionista della Banca Vaticana, è uno degli uomini più ricchi al
mondo e, per associazione, uno dei meno etici. Maggiori
informazioni riguardo lo IOR possono essere raccolte dalle cause civili e
penali. Il Papa fondò il precursore dello IOR nel 1887, che si chiamava
Commissione per le Opere Pie. Nel 1941 la Commissione fu trasformata nell’Istituto
per le Opere Religione «a scopo di lucro» attraverso l’emissione di
statuti promulgati con l’approvazione di Pio XII. Il nucleo centrale su cui
lo IOR era fondato consisteva nei capitali della Santa Sede. L’eccedenza dei
profitti, se ci fosse stata, sarebbe stata affidata alla Santa Sede;
recentemente lo IOR è diventato sia una risorsa per i fondi operativi del
Vaticano sia una passività corrente, come nel caso «Alperin contro la
Banca Vaticana». La Banca
Vaticana non è responsabile né verso la Banca Centrale del Vaticano né
verso il Ministero dell’Economia; infatti funziona in modo indipendente con
tre consigli d’amministrazione: uno costituito da cardinali di alto livello,
un altro costituito da banchieri internazionali che collaborano con impiegati
della Banca Vaticana e per ultimo un consiglio d’amministrazione che si
occupa degli affari giornalieri. Tali strutture organizzative così chiuse
sono la norma nella Santa Sede e sono utili per mascherare le operazioni della
Banca. La Banca
Vaticana afferma di non aver nessun documento relativo al periodo della
Seconda Guerra Mondiale; infatti secondo il procuratore della Banca Vaticana,
Franzo Grande Stevens, lo IOR distrugge tutta la documentazione ogni dieci
anni, un’affermazione alla quale nessun banchiere responsabile crederebbe.
Ciononostante, altre documentazioni esistono in Germania e presso gli archivi
americani, che dimostrano i trasferimenti nazisti di fondi allo IOR dalla
Reichsbank, e altri dallo IOR alle banche svizzere controllate dai nazisti. Un
famoso procuratore specializzato nelle restituzioni dell’Olocausto ha
documentato i trasferimenti di denaro dai conti delle SS a una innominata
banca romana nel settembre 1943, proprio quando gli Alleati si stavano
avvicinando alla città. (…) Non appena le
macchinazioni vennero a galla a causa di un errore di calcolo attribuito a
Calvi, le teste cominciarono letteralmente a rotolare. L’impero bancario
Ambrosiano fu destabilizzato da uno scontro ai vertici del potere interno, che
coinvolgeva la Banca Vaticana, la Mafia e il braccio finanziario dell’oscuro
ordine cattolico dell’Opus Dei. La proposta era davvero invitante:
nelle austere e vellutate stanze del Vaticano si nascondeva la possibilità di
un investimento finanziario a tassi astronomici. Interessi fino al tredici per
cento senza alcun rischio per il capitale. Percentuali del diciotto per cento
in occasione del Giubileo. Insomma, un vero affare. Del resto, chi non
affiderebbe i propri risparmi nientemeno che a San Pietro, allo Ior, il
celebre e talvolta famigerato istituto per le opere religiose che agisce sui
mercati internazionali come vera e propria struttura di credito? DA CARBONI A PISANU Monsignor
mistero. La vera storia delle morti in Vaticano Vaticano
in fibrillazione. Santa Sede sotto i riflettori. Torna alla ribalta la
misteriosa - e mai chiarita - morte di papa Luciani dopo appena 33 giorni di
pontificato. Ne parla Giovanni Minoli nella nuova serie di Mixer. Riaffiorano
dubbi, incongruenze, versioni contrastanti, una verità ufficiale poco,
pochissimo credibile. Un'autopsia mai fatta, rapide perizie nel segreto delle
stanze vaticane, un cuore normale che improvvisamente cede; l'incredibile
storia delle gocce di cardiotonico ingurgitate in eccesso dal papa, l'altra -
invece - a base di una digitalina che non lascia traccia. Morto in piedi,
oppure a letto? Mentre leggeva sacre scritture o abbozzava il nuovo
organigramma dei vertici pontifici? Oppure cominciava a mettere nero su bianco
le nuove regole da impartire a uno Ior recalcitrante davanti a ogni ipotesi di
trasparenza, col 'nemico' Marcinkus sempre alacremente all'opera? E poi il
sogno di una suora, ricordato in uno scritto da monsignor Balthazar: due ombre
si introducono furtive nella camera da letto di Luciani e nel suo bicchiere
fanno scorrere il liquido di una misteriosa pozione. Dall'Inghilterra,
intanto, lo scrittore-giornalista David Yallop - autore per Tullio Pironti di
una celebre ricostruzione di quella 'morte' - continua con pervicacia a
sostenere la sua tesi: il papa venne 'suicidato'. Così
come venne 'suicidato', sotto il ponte dei frati neri lungo il Tamigi a
Londra, il patròn del Banco Ambrosiano, Roberto Calvi. L'inchiesta è
riaperta, la famiglia dopo tanti anni vuole finalmente giustizia. A
fine settembre scorso, poi, due botti. A Londra la polizia decide di riaprire
le indagini su quella morte, a Roma l'inchiesta portata avanti dai pm Luca
Tescaroli (che ha già indagato sulla strage di Capaci) e Maria Monteleone
(casi Mitrokin e "spectre" all'italiana) si arricchisce di una
verbalizzazione esplosiva: un pentito di mafia, Vincenzo Calcara, per
l'omicidio Calvi tira in ballo Giulio Andreotti, elementi deviati dello Stato
e dei Servizi, massoneria e ambienti vaticani. STANLEY
& PROMAN CASO
SIANI A SENSO UNICO Francesco Marino Mannoia non è un pentito qualsiasi e non fu nemmeno un
mafioso qualsiasi. La sua collaborazione con la giustizia avvenne in epoche
non sospette. Era il 1984 quando questo boss intimo di Stefano Bontate, morto
da tre anni per mano di sicari di Riina, decise di rompere il muro
dell'omertà per confessare a Giovanni Falcone ciò che sapeva di Cosa Nostra.
La sua testimonianza fu preziosa nel primo maxi processo. Grazie a Mannoia -
le cui dichiarazioni furono oggetto di dettagliatissimi riscontri del pool di
Caponnetto - alcuni padrini vennero condannati all'ergastolo, moltissimi
mafiosi a pesanti pene detentive. Ebbene, due giorni fa a Palermo proprio
Mannoia, interrogato in video-conferenza dagli Stati Uniti ove di trova sotto
protezione federale, nell'ambito del processo a Marcello Dell'Utri, ha
dichiarato: «Licio Gelli investiva il denaro dei Corleonesi di Totò Riina
nella banca del Vaticano (lo Ior -ndr)». Poi ha aggiunto che questa notizia
la apprese dal suo capo di allora, Bontate, che gli raccontò come Pippo Calò
e i Madonia fossero in affari con Gelli che riciclava i loro capitali usando
lo Ior. Mannoia, infine, ha concluso la deposizione dicendo: «Come Bontate e
Inzerillo avevano Sindona, gli altri avevano Gelli». Questa tremenda
ricostruzione fatta dall'ex braccio destro del capo dei capi della mafia
siciliana offre una spiegazione - fra l'altro - alle auto-bomba fatte
esplodere dalla mafia a Roma davanti a due chiese nell'estate del 1993. Papa
Wojtyla, ricorderete, aveva da poco pronunciato in Sicilia un vibrante atto
d'accusa contro Cosa Nostra scagliando la scomunica sui mafiosi. Ma come, si
saranno detti i boss. Prima incassate i nostri soldi, poi ci bollate in
eterno? No! Vendetta! Quando si osserva, in ultimo, che una delle esplosioni
devastò la basilica del cardinale Ugo Poletti, tutti i tasselli vanno al loro
posto. www.disinformazione.it Ambrosiano Nella
mattina del 18 giugno 1982 viene scoperto il corpo dei banchiere milanese
Roberto Calvi, a capo dei Banco Ambrosiano, impiccato a una impalcatura sotto
il Ponte dei Frati Neri a Londra. Le tasche del suo elegante vestito sono
riempite di pietre e di denaro d'ogni sorta di valuta. Durante gli anni, la
tesi dei suicidio sarà difesa con ostinazione, malgrado il parere contrario
della maggioranza degli investigatori della prima ora. Il
Banco Ambrosiano, la cui creazione risale al 27 agosto 1896, era tra le
numerose banche private italiane legate al Vaticano. Raccomandata alla
protezione di Sant'Ambrogio, la banca non si era mai particolarmente distinta
per i suoi affari. Quando la Santa Sede aveva cercato di eludere la
legislazione bancaria italiana - e in particolare le restrizioni che
riguardavano le operazioni di cambio sul mercato delle valute - i molto
venerabili finanzieri del Vaticano avevano utilizzato le filiere mafiose di
Sindona per istradare grosse somme fuori dal Paese, sotto il naso di tutti gli
organismi di controllo. Il
Vaticano si è evoluto: da gestore di anime ed elemosine, essendo stato
espropriato e avendo visto il proprio patrimonio ridotto alla più semplice
espressione dopo le confische di cui fu vittima nel corso del Risorgimento, a
partire dal 1870 la Santa Sede è diventata una potenza finanziaria che
gestisce fortune tanto colossali quanto discrete nell'economia mondiale. “Immaginare
il Papa come una specie di presidente del consiglio di sorveglianza può
scioccare qualcuno, ma non dobbiamo dimenticare che il Vaticano è
un'istituzione vecchia di tanti secoli che, per quanto riguarda il denaro, ha
sempre saputo essere all'altezza dei tempi”. Il
deus ex machina delle finanze vaticane, Bernardino Nogara, salvò la
Banca di Roma dal fallimento. La manna celeste che permise ai finanzieri del
Vaticano di risorgere a miglior fortuna arriverà tra le righe dei Patti
Lateranensi, conclusi nel 1929 con Mussolini. Nel quadro di questi accordi, la
Chiesa ricevette un'indennità di 90 milioni di dollari a riparazione per i
beni immobiliari confiscati dallo Stato dal 1870 e per la perdita dei suo
potere secolare. Lo
strano caso della morte di Albino Luciani Il
26 Agosto del 1978 Albino Luciani divenne ufficialmente Vescovo di Roma (cioè
fu eletto Papa) e successore di Paolo VI. In Vaticano, parecchie persone non
erano contente dell’elezione di Luciani al soglio pontificio ma, forse, il
più scontento di tutti era monsignor Marcinkus che fino all’ultimo istante
aveva sperato nell’elezione del candidato Giuseppe Siri. Marcinkus
diceva ai suoi colleghi: «Questo Papa non è come quello di prima, vedrete
che le cose cambieranno»[2]. Di
Albino Luciani cominciò a circolare per la curia l’immagine di uomo poco
adatto all’incarico, troppo «puro di cuore», troppo semplice per la
complessità dell’apparato che doveva governare. Dapprima,
l’ora della morte fu fissata verso le 23 e, quindi, posticipata alle 4 del
mattino. Secondo le prime informazioni, il corpo senza vita era stato trovato
da uno dei segretari personali del Papa, dopo circolò la voce che a scoprirlo
fosse stata una delle suore che lo assistevano. C’erano veramente motivi per
credere che qualcosa non andasse per il verso giusto. Qualcuno
insinuò che forse sarebbe stato il caso di eseguire un’autopsia e questa
voce, dapprima sussurrata, arrivò ad essere gridata dalla stampa italiana e
da una parte del clero. Naturalmente l’autopsia non venne mai eseguita ed i
dubbi permangono ancora oggi. Di
questo argomento si occuperà approfonditamente l’inglese David Yallop,
convinto della morte violenta di Giovanni Paolo I. Il
libro dello scrittore inglese passa in rassegna tutti gli elementi di quel
fatidico 1978 fino a sospettare sei persone dell’omicidio di Albino Luciani:
il Segretario di Stato Jean Villot, il cardinale di Chicago John Cody, il
presidente dello I.O.R. Marcinkus, il banchiere Michele Sindona, il banchiere
Roberto Calvi e Licio Gelli maestro venerabile della Loggia P2.[10] Tuttavia
il lavoro investigativo di Yallop è comunque buono e non si può non tener
conto del lavoro dell’inglese soprattutto considerando il fatto che troppi
sono i dubbi inerenti le ultime ore di vita del Papa. Perché
e soprattutto chi ha fatto sparire dalla camera del Papa i suoi oggetti
personali? Dalla stanza di Luciani scompariranno gli occhiali, le pantofole,
degli appunti ed il flacone del medicinale Efortil. La prima autorità di
rango ad entrare nella stanza del defunto fu proprio Villot, accompagnato da
suor Vincenza (la stessa che ogni mattina portava una tazzina di caffè al
Papa) che verosimilmente fu l’autrice materiale di quella sottrazione. Perché
la donna si sarebbe adoperata con tanta solerzia per far sparire gli oggetti
personali di Luciani? Perché quegli oggetti dovevano sparire? Domande
destinate a restare senza risposta anche in considerazione del fatto che la
diretta interessata è passata a miglior vita. Da "Il manifesto" del 18 Febbraio 2000:
Il
coinvolgimento dello IOR nella tentata
rapina telematica di
Jessica Pezzetta E
parliamo ancora di mafia telematica, questa volta basandoci sull’ordinanza
di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale di Palermo lo scorso 6
ottobre. Il
Giudice per le indagini preliminari, dott.ssa Vincenzina Massa, ha esaminato
la richiesta del Pubblico Ministero per l’applicazione della misura di
custodia cautelare in carcere emessa in data 4 ottobre 2000 nei confronti
di: Gaspare Affatigato, Giovanni Costantino, Salvatore Costantino, Salvatore
Costantino (omonimo del succitato Salvatore Costantino), Ferdinando
Cusimano, Pietro Gemellaro, Alfredo Leonardi, Matteo Lucchese, Vincenzo
Marino, Mario Muratore, Antonio Orlando detto Gianni, Mario Orlando, Massimo
Pandolfo, Gianfranco Puccio, Rosario Zappulla e Aldo Zarcone. Quando si crea
un’associazione per delinquere con partecipanti in numero superiore a tre,
essa viene considerata un’associazione di stampo mafioso. Bisogna
evidenziare come l’indiziario esaminato dal pm si sia ulteriormente
arricchito nei confronti dell’indagato Orlando in esito alle chiamate dei
complici e, rispettivamente, alle dichiarazioni accusatorie rilasciate
durante gli interrogatori dai coindagati Alfredo Leonardi, Pietro Gemellaro,
Mario Lucchese e Aldo Zarcone; nei confronti degli indagati Leonardi e
Gemellaro in relazione alle chiamate effettuate reciprocamente da costoro e
delle dichiarazioni accusatorie fatte dal Lucchese nei loro confronti. Anche
la posizione di Affatigato si è arricchita di nuovi elementi indiziari
emersi dalle dichiarazioni accusatorie del Lucchese, del Leonardi e del
Gemellaro: Alfredo Leonardi inoltre si è messo in contatto con Giovanni
Costantino e Matteo Lucchese. L’iniziale quadro indiziario è stato
ulteriormente confermato dagli elementi emersi nel corso degli interrogatori
degli indagati Massimo Pandolfo, Aldo Zarcone, Mario Orlando, Pietro
Gemellaro, Alfredo Leonardi e Matteo Lucchese: in particolare, Gemellaro e
Leonardi, tecnici della Telecom impegnati nel trasferimento illecito della
linea TD del Banco di Sicilia, hanno reso una confessione parziale
includendone un tardivo quanto poco credibile pentimento. Non sussistono
invece gravi indizi di colpevolezza nei confronti di Mario Orlando, poiché
egli è da ritenersi ignaro compartecipe in un solo episodio, coinvolto a
tradimento da suo fratello Antonio: quest’ultimo infatti, con la scusa di
voler provare un sistema informatico, aveva chiesto a Mario l’accesso nel
suo esercizio commerciale. Si
è ritenuto che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte soltanto
con la custodia in carcere ed è stata ordinata agli ufficiali ed agli
agenti di polizia giudiziaria di procedere alla cattura di Gaspare
Affatigato, Giovanni Costantino, Salvatore Costantino, Salvatore Costantino,
Ferdinando Cusimano, Pietro Gemellaro, Alfredo Leonardi, Matteo Lucchese,
Vincenzo Marino, Mario Muratore, Antonio Orlando, Massimo Pandolfo,
Gianfranco Puccio, Rosario Zappulla e Aldo Zarcone. Gli
indagati si avvalevano della forza di intimidazione del vincolo associativo
e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne derivava
per commettere delitti destinati a sottrarre ingentissimi fondi al
Banco di Sicilia di Palermo e di altre sedi siciliane, attraverso operazioni
illecite sui fondi bancari. Tali operazioni erano possibili grazie a
funzionari della banca stessa che fornivano le conoscenze e gli strumenti
bancari ed informatici necessari ad annientare le protezioni predisposte
dall’istituto bancario sottraendo i fondi alla banca senza che la stessa
se ne avvedesse. Tali operazioni erano mirate a trasferire le somme di
denaro all’estero e su conti di soggetti non identificabili come
concorrenti alla sottrazione, in modo da impedire l’identificazione della
provenienza delittuosa dei fondi sottratti ed il loro recupero da parte del
legittimo proprietario. Gli associati sono inoltre risultati armati di
materiale esplosivo finalizzato al raggiungimento degli obiettivi. Ma
vediamo di capire come il denaro sarebbe dovuto arrivare nelle casse dello
IOR, l’Istituto di Opere Religiose della Città del Vaticano. Costantino,
Affatigato, Cusimano e Zappulla, insieme con altre persone non ancora
identificate, compivano atti idonei diretti in modo non equivoco ad
impossessarsi di 1.700 miliardi di lire in contanti, appartenenti a fondi pubblici
provenienti dalla Comunità Europea e depositati su conti aperti presso il
Banco di Sicilia di Palermo, Cassa Regionale esercente la tesoreria della
Regione Sicilia. Inizialmente è stata trasferita abusivamente la somma di
264 miliardi su un conto corrente del Banco di Sicilia aperto presso la sede
centrale della Banca di Roma e da questo ad un altro conto corrente
intestato a Vincenzo Polizzi, aperto presso l’agenzia della Banca di Roma
di Cadriano di Granarolo Emilia. Hanno poi trasferito altri 400 miliardi su
un conto corrente da aprirsi presso la Banca Popolare di San Felice sul
Panaro e da questa a un conto corrente della stessa banca aperto presso un
istituto di credito estero. Un altro trasferimento di denaro per la
considerevole somma di 1.000 miliardi è avvenuto su un conto corrente del
Banco di Sicilia aperto presso un Istituto di Credito Italiano; da quest’ultimo
il denaro sarebbe dovuto giungere alle casse dello IOR, grazie alla
disponibilità di un monsignore compiacente. Questo fatto sarebbe risultato
ancora più grave degli altri reati, poiché avrebbe tolto per sempre ai
proprietari del denaro la possibilità di recuperarlo: infatti, essendo la
Città del Vaticano uno stato a sé, la Costituzione italiana non vi può
imporre le proprie leggi. Nel tentato trasferimento del denaro nelle casse
dello IOR sono implicati Antonio Orlando, Vincenzo Marino, Francesco D’Alessandro
e Domenico Nelvi i quali avevano preso contatti con alcuni funzionari non
ancora identificati. Ma, in particolare, grazie all’intercettazione della
telefonata del 29 settembre 2000, si è scoperto che Vincenzo Marino e
Domenico Nelvi parlavano dei primi accordi che il secondo avrebbe preso con
il sopracitato monsignore, tale Boldini, definito il “numero due” dello
IOR; questi si sarebbe dimostrato disponibile a compiere l’operazione del
trasferimento del denaro, consegnando immediatamente dal 20 al 30% della
somma in contanti, ma pretendendo che tutto avvenisse martedì 3 ottobre
2000 con un incontro per concordare i termini finali dell’operazione a
mezzogiorno, ed alle 18,30 dello stesso giorno con il trasferimento del
denaro vero e proprio. http://www.abanet.it/papini/peccato/p6pierino.html CHIESA
E TANGENTOPOLI. L'arresto del
fratello del Cardinal Sodano e del presidente della fondazione pontificia
"Centesimus Annus" coinvolge direttamente il Vaticano. La chiesa
cattolica è, storicamente, sempre stata coinvolta in fatti di 'tangente'.
Basti pensare alla simonia, cioè alla compravendita di cariche ecclesiastiche
e perfino della stessa carica pontificale, pratica diffusissima fin dai primi
secoli dopo Cristo per cessare solo con la controriforma: per ogni parrocchia,
abbazia, canonicato, vescovato, cappello cardinalizio c'era una tangente da
versare. Anche la salvezza
eterna era soggetta a tangenti, infatti, approfittando dell'ingenuità
popolare, la chiesa vendeva le indulgenze: la tariffa variava a seconda della
gravità del peccato e della ricchezza del fedele. L'ultima colossale
"tangente" fu quella carpita dalla Chiesa allo Stato italiano nel
1929 con il Concordato: l'equivalente di 700 miliardi di oggi fu il prezzo
(più mille altri privilegi) da pagare affinché la chiesa rinunciasse per
sempre a rivendicare i territori del defunto stato pontificio. Nel dopoguerra
la chiesa si invischia nel corrotto governo democristiano ma di questo
coinvolgimento non emerge quasi nulla per colpa della commissione inquirente
della Camera (che insabbia centinaia di procedimenti) e di settori della
magistratura collusi con mafia e con poteri più o meno occulti. Prima di
tangentopoli solo in due casi emerge un coinvolgimento della chiesa: -la
raccomandazione del cardinal Poletti ad Andreotti affinché nominasse il
generale Lo Giudice, quello che poi sarà regista dello scandalo dei petroli,
alla carica di comandante della Guardia di Finanza, - il caso IOR/Banco
Ambrosiano, il cui processo è ancora in corso, ma sul quale sono già stati
pubblicati vari libri (es: D.Yallop - In nome di Dio, Pironti 1992) che
documentano l'attività criminosa del Vaticano. Non dimentichiamo
che comunque una sentenza del '93 ha condannato a tre anni di carcere
monsignor Pavel Hnilica, funzionario del Vaticano e confessore di Madre Teresa
di Calcutta, per ricettazione della borsa di Calvi. Ma veniamo allo
scandalo di tangentopoli. Innanzitutto il 7/2/94 è stato arrestato Alessandro
Sodano, fratello del cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato del
Vaticano, con l'accusa di corruzione, abuso e falso per la lottizzazione di
un'area industriale vicino ad Asti. Si tenga presente che la famiglia Sodano
è a tal punto intima del Vaticano che perfino lo stesso papa ha visitato la
loro fattoria nel corso di una visita ad Asti effettuata lo scorso settembre
'93. Ancora più
clamoroso è l'arresto del presidente della CARIPLO Roberto Mazzotta, ex
altissimo esponente democristiano, presidente della fondazione
"Centesimus Annus" incaricata di raccogliere i fondi per la
beneficenza pontificia. Di minore
importanza, ma sempre molto significativo, è l'arresto dell'ex segretario
nazionale dell'UNITALSI (Unione Nazionale Trasporto Ammalati a Lourdes e Altri
Santuari Italiani) e di suo fratello, consultore della Prefettura degli affari
ecclesiastici della santa sede, coinvolti in tangentopoli e sospettati di aver
riciclato denaro sporco in Vaticano. La verità è che
negli anni di tangentopoli mai le gerarchie ecclesiastiche levarono la voce
contro i farabutti che ci governavano ma, al contrario, parteciparono con
buona lena alla divisione della torta (caso IOR-Enimont). Il bello è che la
chiesa, lungi dal fare autocritica, continua ad ergersi a giudice morale dei
corrotti, ma prima di assumere posizioni sulla moralità altrui farebbe bene a
verificare la propria. Pierino Marazzani LO IOR, PAPA LUCIANI
E MONS. NARCOTRAFFICO (Di Gambone Adamo) Il 26 Agosto del 1978 Albino Luciani divenne ufficialmente Papa e
successore di Paolo VI. In Vaticano, parecchie persone non erano contente dell’elezione
di Luciani al soglio pontificio ma, forse, il più scontento di tutti era
monsignor Marcinkus (Monsignor narcotraffico) che fino all’ultimo istante
aveva sperato nell’elezione del candidato Giuseppe Siri. Ma chi era questo
Marcinkus? Era una delle pedine fondamentali di quella partita a scacchi che
da anni si giocava fra Vaticano e grandi banche e che metteva in palio la
possibilità di vedere il proprio capitale aumentare sempre di più. Marcinkus
era il più alto in grado all’interno dello I.O.R., l’Istituto per le
Opere Religiose. Egli intuì immediatamente i pericoli dell’elezione di
questo pontefice che, sin dai suoi primi discorsi, aveva lasciato chiaramente
intendere di voler far tornare la chiesa cattolica a quegli ideali di carità
cristiana propri del primo cattolicesimo, rinunciando alle ricchezze superflue
che troppo avevano distolto gli uomini di chiesa dai propri sacri compiti.
Figuratevi il capo della banca vaticana come avrebbe mai potuto vedere un tipo
del genere sul più alto gradino del proprio stato… La Banca Vaticana non è responsabile né verso la Banca Centrale del
Vaticano né verso il Ministero dell’Economia; infatti funziona in modo
indipendente con tre consigli d’amministrazione: uno costituito da cardinali
di alto livello, un altro costituito da banchieri internazionali che
collaborano con impiegati della Banca Vaticana e per ultimo un consiglio d’amministrazione
che si occupa degli affari giornalieri. Tali strutture organizzative così
chiuse sono la norma nella Santa Sede e sono utili per mascherare le
operazioni della Banca: figuriamoci se Marcinkus avesse mai voluto un papa che
lo “disturbasse” Lo IOR funziona come banchiere privato della Chiesa, dal momento che
si adatta perfettamente alle esigenze di una Banca diretta dal Papa.
Nonostante sia di proprietà del Papa, la Banca, sin dal proprio inizio, è
stata più volte coinvolta nei peggiori scandali, corruzione e intrighi. Sotto
felice auspicio, l’apertura della banca nel 1941 per ordine di Pio XII,
altresì chiamato il Papa di Hitler, ha fornito convenienti sbocchi bancari ai
fascisti italiani, all’aristocrazia e alla mafia. (…) La Banca Vaticana afferma di non aver nessun documento relativo al
periodo della Seconda Guerra Mondiale; infatti secondo il procuratore della
Banca Vaticana, Franzo Grande Stevens, lo IOR distrugge tutta la
documentazione ogni dieci anni, un’affermazione alla quale nessun banchiere
responsabile crederebbe. Ciononostante, altre documentazioni esistono in
Germania e presso gli archivi americani, che dimostrano i trasferimenti
nazisti di fondi allo IOR dalla Reichsbank, e altri dallo IOR alle banche
svizzere controllate dai nazisti. Un famoso procuratore specializzato nelle
restituzioni dell’Olocausto ha documentato i trasferimenti di denaro dai
conti delle SS a una innominata banca romana nel settembre 1943, proprio
quando gli Alleati si stavano avvicinando alla città. (…) Dalla fine degli anni Settanta, lo IOR era divenuto uno dei maggiori
esponenti dei mercati finanziari mondiali. Quando Albino Luciani decise di posare i suoi occhi indiscreti sulle
vicende e l’attendibilità di Paul Marcinkus, responsabile della banca
vaticana, alias IOR, Istituto Opere di Religione, il neo-eletto papa aprì una
controversia che - secondo la documentata e mai smentita inchiesta di David
Yallop [In Italia il libro di Yallop fu coraggiosamente pubblicato dalla
Tullio Pironti di Napoli (Yallop D., In God’s name, Ed.Pironti, Napoli,
1992)] - gli sarebbe costata la vita. In coincidenza con l’elezione di
Lucani infatti venne pubblicato un elenco di 131 ecclesiastici iscritti alla
massoneria, buona parte dei quali, erano del Vaticano; fra questi vi era Paul
Marcinkus (43/649, 21/8/67, nome in codice: Marpa).La lista era stata diffusa
da un piccolo periodico «O.P. Osservatore Politico» di quel Mino Pecorelli
destinato a scomparire un anno dopo l’elezione di Albino Luciani in
circostanze mai chiarite. Secondo molti, O.P. era una sorta di «strumento di
comunicazione» adoperato dai servizi segreti italiani per far arrivare
messaggi all’ambiente politico. Pecorelli, tra l’altro, era legato a filo
doppio con Gelli come lo erano Sindona e Calvi. L’intreccio che lega Marcinkus, la banca vaticana, il banchiere
Sindona, il banchiere Calvi, il segretario di Stato del Vaticano Villot,
Gelli, il cardinale Cody di Chicago e la Continental Illinois Bank di Chicago,
con la quale venivano e vengono controllati gli investimenti vaticani negli
Stati Uniti, è strettissimo. Luciani era convinto che un’indagine approfondita su connessioni e
collusioni avrebbe potuto stabilire i provvedimenti da prendere, e le
contromisure da mettere in atto per arginare l’invadente e potentissimo
cardinale. Luciani conosceva molto bene il direttore della Banca Vaticana; nel 1972
Marcinkus aveva venduto a Roberto Calvi la partecipazione di controllo nella
banca cattolica del Veneto senza minimamente metterne a conoscenza l’allora
patriarca di Venezia. La morte subitanea, dopo trentatre giorni di pontificato, suscitò
incredulità e stupore, sentimenti accresciuti dalle titubanze del Vaticano
nello spiegare il come, il quando ed il perché dell’evento. In questo modo,
l’incredulità diventò prima dubbio e poi sospetto. Era morto o l’avevano
ucciso? Fu detto all’inizio che Luciani era stato trovato morto con in mano il
libro «l’imitazione di Cristo», successivamente il libro si trasformò in
fogli di appunti, quindi in un discorso da tenere ai gesuiti ed infine,
qualche versione ufficiosa volle che tra le sue mani ci fosse l’elenco delle
nomine che il Papa intendeva rendere pubbliche il giorno dopo. Dapprima, l’ora della morte fu fissata verso le 23 e, quindi,
posticipata alle 4 del mattino. Secondo le prime informazioni, il corpo senza
vita era stato trovato da uno dei segretari personali del Papa, dopo circolò
la voce che a scoprirlo fosse stata una delle suore che lo assistevano. C’erano
veramente motivi per credere che qualcosa non andasse per il verso giusto. Qualcuno insinuò che forse sarebbe stato il caso di eseguire un’autopsia
e questa voce, dapprima sussurrata, arrivò ad essere gridata dalla stampa
italiana e da una parte del clero. Naturalmente l’autopsia non venne mai
eseguita ed i dubbi permangono ancora oggi. Di questo argomento si occuperà approfonditamente l’inglese David
Yallop, convinto della morte violenta di Giovanni Paolo I. Il libro dello scrittore inglese passa in rassegna tutti gli elementi
di quel fatidico 1978 fino a sospettare sei persone dell’omicidio di Albino
Luciani: il Segretario di Stato Jean Villot, il cardinale di Chicago John
Cody, il presidente dello I.O.R. Marcinkus, il banchiere Michele Sindona, il
banchiere Roberto Calvi e Licio Gelli maestro venerabile della Loggia P2. Secondo Yallop, Gelli decise l’assassinio, Sindona e Calvi avevano
buone ragioni per desiderare la morte del Papa ed avevano le capacità ed i
mezzi per organizzarlo, Marcinkus sarebbe stato il catalizzatore dell’operazione
mentre Cody (strettamente legato a Marcinkus) era assenziente in quanto
Luciani era intenzionato ad esonerarlo dalla sede di Chicago perché per
motivi finanziari si era attirato le attenzioni non solo della sua chiesa ma
addirittura della giustizia cittadina e della corte federale. Villot, infine,
avrebbe facilitato materialmente l’operazione. La ricostruzione fatta da Yallop degli affari di Sindona, di Calvi,
di Gelli e dello I.O.R., conduce inevitabilmente all’eliminazione del Papa. Perché e soprattutto chi ha fatto sparire dalla camera del Papa i
suoi oggetti personali? Dalla stanza di Luciani scompariranno gli occhiali, le
pantofole, degli appunti ed il flacone del medicinale Efortil. La prima
autorità di rango ad entrare nella stanza del defunto fu proprio Villot,
accompagnato da suor Vincenza (la stessa che ogni mattina portava una tazzina
di caffè al Papa) che verosimilmente fu l’autrice materiale di quella
sottrazione. Perché la donna si sarebbe adoperata con tanta solerzia per far
sparire gli oggetti personali di Luciani? Perché quegli oggetti dovevano
sparire? Domande destinate a restare senza risposta anche in considerazione
del fatto che la diretta interessata è passata a miglior vita. Una curiosità per chiudere l’argomento: sulla scrivania di Luciani
fu trovata una copia del settimanale «Il mondo» aperta su di un’inchiesta
che il periodico stava conducendo dal titolo: «Santità...è giusto?» che
trattava, sotto forma di lettera aperta al pontefice, il tema delle
esportazioni e delle operazioni finanziarie della banca Vaticana. «E’
giusto...» recita l’articolo «...che il Vaticano operi sui mercati di
tutto il mondo come un normale speculatore? E’ giusto che abbia una banca
con la quale favorisce di fatto l’esportazione di capitali e l’evasione
fiscale di italiani?». Gli spostamenti sull’asse internazionale di denaro, favori,
compiacenze, e destini di intere legislature non potevano essere resi incerti
nemmeno da un Papa perché proprio in quel biennio ‘78-‘79 si sarebbe
proceduto ad accordi destinati a riscrivere il contesto del capitale
finanziario europeo ed extra-europeo. L’Italia, una volta di più, dimostrava la sua particolare e delicata
funzione di volano per iniziative che avrebbero segnato le fortune, o i
tracolli, di numerosi gruppi di potere. La tensione che si innervava nella politica nazionale e di cui la
drammatica restaurazione in Fiat del 1980 rappresentò uno dei principali
strumenti di riassorbimento dell’urto determinato dal malcontento della
classe operaia, databile in origine al 1969, restituisce i contorni di un
paese nel quale il ceto dirigente doveva storicamente risposte senza
ambiguità ai dominatori d’oltre Atlantico, incarnati dalla torbida figura
di Sindona, palesemente sostenuto con ogni riguardo da Andreotti e dalla Dc, i
cui programmi a lunga scadenza sembravano interrotti dalla crisi di
governabilità culminata nel ‘77 con gli scontri in piazza e pochi mesi più
tardi col rapimento Moro. Luciani voleva riformare le finanze vaticane e, sicuramente, voleva
anche cambiare alcuni amministratori. Due articoli apripista che cercavano di elencare “I beni del Vaticano”
(e questo era anche il titolo di copertina) apparvero nel gennaio del 1977 sul
settimanale “L’Europeo”, allora di proprietà della Rizzoli. Il
giornalista Paolo Ojetti scrisse un primo lungo articolo (da pagina 32 a
pagina 37 e con un appendice documentaria di sette pagine) in cui sosteneva
che “un quarto di Roma, forse il migliore, è nelle mani del Vaticano”.
Forse per la prima volta Paolo Ojetti (per caso, come specifica) ha pubblicato
la ragione sociale di cinque società immobiliari che avevano sede a Roma, ma
che erano di proprietà della “Santa” Sede. Gli articoli di Ojetti
provocarono un gran rumore (soprattutto perché il Parlamento si apprestava ad
affrontare il dibattito riguardante la bozza di un nuovo Concordato), ed alla
fine Gianluigi Melega, neo-direttore del settimanale, venne licenziato (in
proposito vedi: http://www.fisicamente.net/index-120.htm
n.d.r.). Le principali società immobiliari e/o finanziarie di proprietà del
Vaticano che a Roma gestiscono il “potere temporale” - punta di un iceberg
ben più grande - sono immobiliari costituite nell’immediato dopo guerra. Di alcune il socio di riferimento è la banca vaticana, o Ior, che per
anni è stata amministrata dal chiacchieratissimo monsignore Paul Casmir
Marcinkus, dai chiacchierati Luigi Mennini (uomo d’affari del Vaticano) e
Pellegrino de Strobel. Un’altra buona parte di società immobiliari fanno
capo alla “Fondazione Apostolicam Actuositatem” che controlla due
finanziarie (Aufin e Società di Coordinamento), le quali a loro volta
controllano una decina di società. Il terzo gruppo di società è generalmente riconducibile alla Chiesa di
Roma soprattutto perché all’interno dei consigli d’amministrazione
siedono personaggi del Vaticano. Il cambio Lucani- Wojtyla giovò non poco a Marcinkus… Che Papa
Wojtyla volesse far cadere il regime comunista nella sua cattolicissima
Polonia lo sapevano in molti, soprattutto i servizi segreti sovietici.Con il
denaro dello ior il Vaticano finanziò "Solidarnosc" di Walesa che
alla lunga riuscì a porre fine al regime comunista in Polonia. Dopo la
democratizzazione di questo Paese seguì a catena la caduta dei regimi degli
altri Paesi satelliti dell'Urss. Naturalmente tutto questo era avvenuto senza che Cosa Nostra ne
sapesse niente: aveva affidato i suoi "risparmi" a Calvi perché li
facesse fruttare, non perché li desse a Marcinkus e da lì a
"Solidarnosc". E fu così che anche Calvi fece la fine di Sindona e
venne trovato penzolante da una corda sotto il ponte dei "Frati
neri" sul Tamigi. A distanza di venti anni s'è capito che quello non era
suicidio, bensì un delitto di mafia, forse affidato da Cosa Nostra siciliana
alla camorra, e in particolare a quel Vincenzo Casillo che poi saltò in aria
con la sua auto a Roma. Meglio togliere di mezzo testimoni pericolosi. Al di sopra di questo sordido traffico sotterraneo di miliardi della
mafia c'era però il più alto contesto politico, la Storia che cambiava. E fu
allora che il Kgb decise di uccidere Wojtyla . Per non agire direttamente
chiese l'intervento dei servizi segreti bulgari, i quali fecero pressione sui
colleghi turchi affinché si trovasse un killer disposto a sparare al Papa.
Era Alì Agca, condannato a morte, un mistico fanatico dalla mira infallibile.
Agca venne fatto evadere da un carcere di massima sicurezza, venne aiutato dai
"lupi grigi" di Oral Celik, nelle sue peregrinazioni passò anche da
una locanda di Palermo e il 13 maggio 1981, festa della Madonna di Fatima, si
presentò con la pistola in pugno davanti al Papa. Il killer turco stavolta
sbagliò mira (la Madonna di Fatima volle salvare Wojtyla?Il terzo segreto di
Fatima?No… semplicemente l’ennesimo “miracolo” di Marcinkus!). In questo grandioso scenario politico, accorgersi che la mafia fu
gabbata e che i soldi del diavolo finirono non in crusca, ma forse servirono
per operazioni contro i nemici della Cristianità fa un certo effetto a
volerci pensare. In fondo i mafiosi senza saperlo sono stati anche in questo
caso anticomunisti come volevano essere. In definitiva: morti Lucani, Calvi, Sindona, Pecorelli…e il nostro
buon Marcinkus?Beh, con sentenza della corte suprema dell’87 non fu
processato…per l’extraterritorrialità del Vaticano… http://web.tiscali.it/almanacco/p2gennaio2003.htm IL DENARO DELLA
MAFIA
CONTRO L' URSS ?
Estratto
dal libro: «Tutto quello che sai è falso», Nuovi Mondi Media
Di Jonathan Levy
La Banca Vaticana ha la particolarità di essere una delle istituzioni
finanziarie più riservate al mondo. In realtà si sa molto poco di essa se
non quelle poche informazioni che il Vaticano rilascia. (…)
I possedimenti della Banca Vaticana sono un assunto spinoso e apparentemente
un grande mistero, sempre che si creda al Vaticano. Una delle autorità più
affidabili era Padre Thomas J. Reese, SJ, autore, di parecchi libri
riguardanti la Chiesa Cattolica, inclusi i bestsellers «Inside the Vatican»
e «Archbishop».
Basandosi sulle sue interviste ai membri del Vaticano, Reese dedica un intero
capitolo di «Inside the Vatican» alle finanze papali. Reese era abbastanza
sicuro riguardo al fatto di chi possedesse la Banca Vaticana: «lo IOR è in
un certo senso la Banca del Papa, che è il solo e unico azionista. Lo
possiede, lo controlla» (…)
La posizione pubblica della banca è quella di esser sempre stata fedele al
suo statuto ed esiste per servire la Chiesa, come previsto dalle norme della
banca, chiamate chirografi. La Santa Sede è il governo ufficiale sia della
Chiesa Cattolica di Roma sia della Città del Vaticano, un micro-stato
completamente indipendente situato a ridosso del fiume Tevere, a Roma. La
Città del Vaticano è sede di tre istituzioni finanziarie: l’Amministrazione
del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA), che funziona da Banca Centrale
del Vaticano, il Ministero dell’Economia e la suddetta Banca Vaticana (IOR).
La Città Stato del Vaticano – con una popolazione di soli 800 abitanti e un
territorio di 441.000 mq – è la nazione più piccola del mondo e forse tre
istituti finanziari così importanti potrebbero sembrare non sembrare
necessari, ma la Santa Sede è anche il governo temporaneo di un miliardo di
Cattolici in tutto il mondo e in quanto tale ha esigenze e obiettivi che non
possono essere soddisfatti mediante istituti bancari convenzionali.
Lo IOR funziona come banchiere privato della Chiesa, dal momento che si adatta
perfettamente alle esigenze di una Banca diretta dal Papa. Nonostante sia di
proprietà del Papa, la Banca, sin dal proprio inizio, è stata più volte
coinvolta nei peggiori scandali, corruzione e intrighi. Sotto felice auspicio,
l’apertura della banca nel 1941 per ordine di Pio XII, altresì chiamato il
Papa di Hitler, ha fornito convenienti sbocchi bancari ai fascisti italiani,
all’aristocrazia e alla mafia. (…)
Dalla fine degli anni Settanta, lo IOR era divenuto uno dei maggiori esponenti
dei mercati finanziari mondiali. Sotto la tutela del vescovo americano (uno
spilungone di 191 cm) Paul Marcinkus, il vescovo Paolo Hnilica, Licio Gelli,
Roberto Calvi e Michele Sindona, la Banca Vaticana divenne parte integrante
dei numerosi programmi papali e mafiosi per il riciclaggio del denaro, in cui
era difficile determinare dove finiva l’opera del Vaticano e dove cominciava
quella della mafia. Il Banco Ambrosiano dei Calvi e numerose società fantasma
dirette dallo IOR di Panama e del Lussemburgo presero il controllo degli
affari bancari italiani e funsero da canale sotterraneo per il flusso di fondi
verso l’Europa dell’Est, in appoggio all’Unione nazionale anticomunista.
Marcinkus, capo dello IOR, fu Direttore del Banco Ambrosiano (a Nassau e alle
Bahamas), ed esisteva una stretta relazione personale e bancaria fra Calvi e
Marcinkus. Sfortunatamente, molti di quelli coinvolti non erano solo collegati
alla mafia, ma erano anche membri della famigerata loggia massonica P2, con il
risultato finale della spartizione del denaro di altre persone, inclusa una
singola transazione di 95 milioni di dollari (documentata dalla Corte Suprema
irlandese).
L’Opus
Dei, in ogni caso, decise di non garantire per il Banco Ambrosiano e Calvi fu
trovato «suicidato», impiccato sotto il ponte di Blackfriars a Londra, con
alcuni sassi nascosti nelle tasche, una scena ricca di simbolismo massonico.
IL CASO IOR
di Andrea
Cinquegrani - tratto da www.lavocedellacampania.it
L'investimento, però, aveva bisogno di qualcuno interno al Vaticano: nello
Ior, infatti, possono movimentare capitali solo appartenenti al clero o laici
interni al piccolo stato cattolico. Una persona c'era, in effetti, e le
credenziali erano di tutto rispetto. Tanto da indurre un agente immobiliare
salernitano, benestante, figlio di un prefetto a riposo, a vendere alcuni
appartamenti e a investire tutto il patrimonio nell'operazione.
Giovanni Rossi, 50 anni, celibe, di Salerno, non ci ha pensato due volte: ha
preso il gruzzolo (circa un miliardo e mezzo di vecchie lire) e lo ha affidato
(così dichiara in una denuncia presentata alla magistratura) a un dipendente
del Vaticano, tale Domenico Stefano Licciardi, 65 anni, nativo di Ficarazzi
(Palermo) e residente a Roma da molti anni. Sposato, tre figli, Licciardi
lavora come ragioniere all'autoparco del Vaticano. E' prossimo alla pensione
ma quando è entrato in contatto con Rossi era ben inserito nell'ambiente
ecclesiale: parente di alcuni sacerdoti, amico personale di volontari
cattolici e persone importanti della gerarchia vaticana.
Secondo Giovanni Rossi, l'incontro con Licciardi ha rappresentato la sua
rovina. In un voluminoso e documentato dossier l'agente immobiliare traccia la
cronistoria di questo tormentato rapporto: ne è scaturita una denuncia per
truffa presentata sia a Nicola Picardi (Promotore di Giustizia del tribunale
vaticano) sia alla Procura della Repubblica di Roma. Dalla denuncia (di cui al
momento non esistono ancora riscontri d'inchiesta, eccetto i documenti
prodotti dallo stesso Rossi) emerge un quadro inquietante, che ricostruiamo
attraverso la cronistoria messa nero su bianco dall'immobiliarista
salernitano.
ASSEGNI & INTERESSI
"La formula - dice Rossi - era semplice: io fornivo a Licciardi i miei
risparmi in decine di assegni circolari di piccolo taglio. Lui diceva di
investirli allo Ior: come garanzia mi dava alcuni assegni bancari firmati da
lui, senza data, con la cifra del capitale più gli interessi (tredici per
cento). Restava inteso che non avrei incassato gli assegni senza prima
avvertirlo. Se avessi voluto continuare l'investimento, lui avrebbe ritirato
il vecchio assegno e me ne avrebbe dato uno nuovo; altrimenti, a suo dire, mi
avrebbe restituito i soldi".
Continua la minuziosa descrizione. "Licciardi utilizzava questo
meccanismo già con mio padre, Pierino Rossi, prefetto in pensione, e con le
sue sorelle, Orsola e Carmen, oltre che con mio zio Filippo De Iulianis,
questore in pensione. Quando è morto mio padre, io e mia sorella Patrizia
abbiamo ereditato circa 700 milioni, che erano in mano a Licciardi. Mia
sorella si fece dare la sua parte, io decisi di lasciarla a Licciardi per
proseguire l'investimento. La persona mi sembrava molto affidabile: mi
riceveva a casa sua con tutti gli onori, era conosciuta nell'ambiente
ecclesiale come uomo buono, generoso, disponibile; faceva catechesi: diceva di
essere amico di monsignor Crescenzo Sepe, organizzatore del Giubileo, di
monsignor Guerino Di Tora, direttore della Caritas di Roma e di altri prelati.
Era impossibile non fidarsi di lui".
"In prossimità del Giubileo - continua Rossi - nel periodo '96 -'98
Licciardi mi prospettò la possibilità di un nuovo investimento per l'anno
Santo, con interessi al diciotto per cento. Mi convinse così a vendere due
appartamenti, uno a Napoli (Santa Lucia) e uno a Como. Gli consegnai circa 900
milioni delle vecchie lire, che avrei potuto ritirare con gli interessi solo
dopo il Giubileo".
"Questi soldi - continua Rossi - Licciardi li volle in assegni circolari
di piccolo taglio, intestati anche a una lista di amici suoi. Tra questi mi
fece intestare alcuni assegni a monsignor Di Tora e a Chiara Amirante,
considerata una delle giovani più importanti e attive nel volontariato
romano. Lui diceva che questi nomi erano la garanzia per me che si trattava di
una cosa seria. Io, del resto, non ho mai avuto dubbi. Mio padre si fidava
ciecamente di Licciardi e così le mie zie. Gli ho affidato i miei risparmi a
occhi chiusi".
Ma ecco che iniziano a sorgere i primi sospetti. Così continua la denuncia:
"Ho cominciato a capire che c'era qualcosa di strano quando nel 1999 gli
chiesi di chiudere l'investimento dei soldi di mio padre e di restituirmi i
circa 300 milioni di lire. Ero convinto che non avrei trovato problemi a
incassare gli assegni che avevo in mano, ma lui cominciò a chiedere rinvii, a
trovare scuse. Mi convinse addirittura a fare un viaggio in Svizzera per
prelevare i soldi da una banca, ma nulla. Erano viaggi a vuoto. Alle mie
sollecitazioni, Licciardi prendeva tempo: firmava delle impegnative,
riconoscendo il debito e dichiarandosi pronto a pagarlo a scadenze precise. Ma
ad ogni scadenza, nulla. Quando ho cominciato a muovere seriamente delle
rimostranze e a prospettare azioni legali ha cambiato atteggiamento nei miei
confronti, ha cominciato addirittura a minacciarmi di morte, vantando amicizie
nella malavita siciliana e romana. Queste minacce mi sono state mosse davanti
a un testimone (di cui si fa il nome nel dossier-denuncia, ndr) e mi hanno
ridotto a uno stato di grave prostrazione psico-fisica".
Prosegue l'inquietante racconto di Rossi: "Quando, nel dicembre del 2001,
stufo dei rinvii, ho deciso di rientrare in possesso di tutto il mio capitale,
ho portato in banca gli assegni che mi erano stati dati in garanzia da
Licciardi. Erano quattro assegni bancari: tre della Banca Nazionale
dell'Agricoltura (agenzia 1, via Appia Nuova, Roma) e uno della Banca di Roma.
L'importo complessivo era di più di due miliardi di vecchie lire, il capitale
più gli interessi. Ho depositato gli assegni il 27 dicembre. Il 4 gennaio i
notai Giuseppe Tarquini e Fabrizio Polidori di Roma hanno comunicato alla mia
banca che gli assegni non erano incassabili: il conto della Banca Nazionale
dell'Agricoltura (numero 954 t) era stato estinto alcuni anni prima, mentre
sul conto del Banco di Roma non c'era sufficiente disponibilità rispetto agli
importi".
In pratica, "Licciardi risultava così protestato. E per me - denuncia
ancora Rossi - svaniva la possibilità di rientrare in possesso dei miei
soldi. Quell'investimento si è rivelato un raggiro che mi ha ridotto sul
lastrico. Così mi sono deciso a sporgere denuncia". Prima ha inviato una
lettera a carabinieri, polizia e magistratura; poi un dossier al tribunale
vaticano e alla procura di Roma. "Lo stesso hanno fatto le mie zie -
aggiunge - vittime anche loro del tranello. Io in tutto ci ho rimesso un
miliardo e mezzo, che sarebbero dovuti diventare, con gli interessi promessi,
due miliardi e mezzo: speriamo di avere giustizia e di tornare in possesso dei
nostri capitali".
PROTAGONISTI IN CAMPO
Originario di Palermo, Domenico Stefano Licciardi è emigrato a Roma circa
trenta anni fa: pare che un suo parente fosse dentro la gerarchia ecclesiale.
Entrò in Vaticano, nell'autoparco, come ragioniere e divenne un attivista
cattolico. E' stato per molti anni uno dei fedeli più attivi della parrocchia
di San Policarpo a Roma, nel quartiere di Cinecittà. "Noi lo conosciamo
- racconta un sacerdote che sostituisce monsignor Antonio Antonelli, attuale
parroco - ma è un po' che manca dalle attività parrocchiali. So che nel
passato ha fatto catechesi e che lavora in Vaticano". "Mi sembra che
un suo parente - aggiunge Giuseppe, un altro parrocchiano - sia stato parroco
a Monreale, mentre un lontano cugino, che porta il nome di uno dei figli, era
poliziotto, ma avrebbe avuto problemi con la giustizia".
Licciardi è sposato con Ivana Ceccarelli, casalinga e ha tre figli: Settimio,
macchinista delle ferrovie, Antonino, impiegato anch'egli in Vaticano, Franca,
vigile urbano. La casa in cui i Licciardi abitano, a Cinecittà, è intestata
a quest'ultima. La moglie di Licciardi, contattata telefonicamente dalla Voce,
ha rifiutato ogni commento, ha negato ripetutamente la presenza del marito in
casa. Modi decisamente più bruschi da parte dei figli Franca e Antonino, che
alla richiesta di un colloquio per sentire la loro versione, hanno reagito
duramente, interrompendo la comunicazione e rifiutando ogni contatto
successivo.
Tra le amicizie vantate da Licciardi c'è quella con monsignor Guerino Di
Tora. In effetti, Di Tora è stato per anni parroco di San Policarpo, prima di
passare a reggere la Basilica di Santa Cecilia a Trastevere, una delle più
importanti di Roma. Di Tora è personaggio di primo piano della chiesa
capitolina. Attualmente è direttore della Caritas romana, subentrato a don
Luigi Di Liegro.
E Di Tora è anche presidente di un fondo antiusura: si chiama "Salus
Populi Romani", ha sede nella capitale, a piazza San Giovanni in
Laterano, ed è nato nel 1996. Dichiara di aver esaminato quasi 1400 casi e di
aver concesso crediti personali per un importo di quattro miliardi e mezzo,
con l'aiuto e le garanzie di due istituti di credito convenzionati. "La
fondazione è un istituto a carattere regionale per prevenire il fenomeno
dell'usura - spiega un operatore - concediamo prestiti alle persone che non
potendo accedere al sistema bancario finirebbero facilmente nelle mani degli
strozzini. Per coloro che già si trovano sotto usura aiutiamo a trovare il
percorso per uscirne". A Roma sono in funzione tre centri d'ascolto: uno
di questi è proprio nella parrocchia di San Policarpo, quella dove svolgeva
catechesi Licciardi.
A Di Tora risulta intestato uno degli assegni circolari con cui Rossi
trasferiva il capitale a Licciardi. Sarebbe stato proprio quest'ultimo a fare
il nome del monsignore e a chiedere all'agente immobiliare salernitano di
intestargli un assegno. Il titolo è stato rilasciato il 22 ottobre 1996 dal
Monte dei Paschi di Siena, agenzia 1 di Salerno, ed è stato girato per
l'incasso dallo stesso Di Tora il 24 ottobre del '96 presso il Credito
Italiano, agenzia 2008 (nel dossier inviato alla Procura ci sono copie
dell'assegno con la girata autografa di Di Tora).
Altri assegni risultano intestati e girati per incasso alla Elemosineria
apostolica, a Mario Giamboni, a Chiara Amirante (fondatrice di alcune
associazioni di volontariato e molto nota a Roma per la sua attività di
recupero a favore di barboni e tossicodipendenti), Francesco Vigliarolo, Mario
Napoleoni.
A dare il via all'investimento è stato il padre di Giovanni, Pierino Rossi,
deceduto nel '91, una carriera nella burocrazia, una lunga attività anche
alle prefetture di Napoli e Como (da qui l'acquisto di case in queste città).
La moglie, un'anziana signora, è in vita e risiede a Roma con la figlia
Patrizia, che ha sposato un imprenditore romano, Lucio Tambescia. Il prefetto
Rossi avrebbe cominciato nel 1986 a dare soldi a Licciardi, sperando in un
buon rendimento. Licciardi gli era stato presentato dalle sorelle, che
risiedevano a Roma e dal cognato, Filippo De Iulianis, questore in pensione,
altro vicino di casa di Licciardi. Anche le sorelle Rossi avrebbero tentato
l'investimento, senza fortuna.
Attualmente il dossier è nella mani del Tribunale vaticano, dove la pubblica
accusa è retta dal cosiddetto Promotore di Giustizia, incarico ricoperto
dall'avvocato marchigiano Nicola Picardi, docente universitario a Roma. Rossi
si è appellato anche al cardinale Cerri, tesoriere dello Ior e alla
commissione cardinalizia che ha accesso ai conti dell'Istituto. Il dossier
denuncia è stato presentato anche alla Procura della repubblica di Roma, che
è competente per territorio visto che Licciardi è cittadino italiano e
risiede nella capitale. Spetterà a questi organismi fare luce nelle prossime
settimane sull' ennesimo intrigo targato Ior, che potrebbe anche estendersi e
configurare un giro d'affari più ampio, gettando nuove ombre sul rapporto tra
finanza e Vaticano.
MAI DIRE IOR
Dici Ior e pensi alle trame torbide della finanza degli anni Settanta e
Ottanta. Monsignor Paul Marcinkus, Michele Sindona, Roberto Calvi: questi sono
solo alcuni dei nomi che nella storia finanziaria italiana hanno incrociato
destini e scandali con l'istituto per le opere religiose del Vaticano. Ma lo
Ior emerge anche in altre inchieste giudiziarie, come quella, più recente,
della Procura di Torre Annunziata su un traffico internazionale d'armi che
vide coinvolti il leader nazionalista russo Vladimir Zhirinovski e
l'arcivescovo di Barcellona Ricard Maria Charles.
Creato nel 1941 da papa Pio XII, lo Ior è una banca senza sportelli ma con
mille ramificazioni. L'unica sede è nel Vaticano: vi si accede dalla Porta di
sant'Anna, una delle quattro del colonnato di Bernini. Al Cortile di san
Damaso si aprono quattro ingressi, uno di questi (il cortile del Maresciallo)
conduce allo Ior. I locali interni sono sobri e silenziosi, animati da giovani
seminaristi che raccolgono i sussidi per studiare o da suore che depositano i
risparmi per i conventi. Come in tutte le banche che si rispettino i clienti
di peso vengono ricevuti all'interno, nelle stanze della direzione.
L'Istituto è un organismo finanziario vaticano - secondo una definizione data
dal cardinale Agostino Casaroli - ma non è una banca nel senso comune del
termine. Lo Ior utilizza i servizi bancari, però l'utile non va, come nelle
banche normali, agli azionisti (che nel caso dello Ior non ci sono) ma risulta
a favore delle "opere di religione".
A ogni cliente viene fornita una tessera di credito con un numero codificato:
né nome né foto. Con questa si viene identificati: alle operazioni non si
rilasciano ricevute, nessun documento contabile. Non ci sono libretti di
assegni intestati allo Ior: chi li vuole dovrà appoggiarsi alla Banca di
Roma, convenzionata con l'istituto vaticano. I clienti dello Ior possono
essere solo esponenti del mondo ecclesiastico: ordini religiosi, diocesi,
parrocchie, istituzioni e organismi cattolici, cardinali, vescovi e
monsignori, laici con cittadinanza vaticana, diplomatici accreditati alla
Santa Sede. A questi si aggiungono i dipendenti del Vaticano e pochissime
eccezioni, selezionate con criteri non conosciuti.
Il conto può essere aperto in euro o in valuta straniera: circostanza,
questa, inedita rispetto alle altre banche. Aperto il conto, il cliente può
ricevere o trasferire i soldi in qualsiasi momento da e verso qualsiasi banca
estera. Senza alcun controllo. Per questo, negli ambienti finanziari, si dice
che lo Ior è l'ideale per chi ha capitali che vuole far passare inosservati.
I suoi bilanci sono noti a una cerchia ristrettissima di cardinali, qualsiasi
passaggio di denaro avviene nella massima riservatezza, senza vincoli né
limiti. Si racconta, tra leggenda e realtà, che quando Giovanni Paolo II,
dopo lo scandalo Calvi, chiese l'elenco di tutti i correntisti dello Ior, si
sentì rispondere: "spiacenti, santità, ma la riservatezza dei clienti
è sacra".
Lo Ior, che ha una personalità giuridica propria, è retto da un
"Consiglio di soprintendenza" controllato da una Commissione di
cinque cardinali: si tratta del nucleo di vigilanza. I porporati, però, non
hanno generalmente alcuna competenza finanziaria. Il loro dovrebbe essere un
controllo morale. Un ruolo più tecnico è svolto dal "Consiglio di
amministrazione" composto di cinque laici ed un direttore generale.
L'Istituto intrattiene rapporti valutari e creditizi con clienti e banche
italiane, opera attivamente sul mercato finanziario internazionale, gioca in
borsa, investe, raccoglie capitali; tuttavia, come istituto estero, non è
sottoposto ad alcun controllo da parte delle autorità di vigilanza italiane.
Nella storia dello Ior entrano tutte le facce dell'Italia degli intrighi:
oltre ai banchieri, anche faccendieri del calibro di Francesco Pazienza e
Flavio Carboni. Quest'ultimo, piccolo imprenditore sardo all'epoca legato ad
ambienti politici della sinistra Dc, amico di Armando Corona, repubblicano e
Gran Maestro della Massoneria, socio del Gruppo editoriale l'Espresso, era
bene introdotto in alcuni uffici vaticani e rappresentò il ponte tra Roberto
Calvi, Vaticano e politica.
Carboni conobbe Calvi in Sardegna nel 1981 e riuscì presto a conquistare la
fiducia del banchiere, mettendogli a disposizione le sue preziose conoscenze
al governo, con in testa un sottosegretario, democristiano e anche lui sardo,
Giuseppe Pisanu, che oggi ritroviamo, con abito nuovo, sotto le insegne di
Forza Italia, a reggere il ministero dell'Interno.
In quel periodo, Calvi finì in carcere, tentò il suicidio, fu condannato a
quattro anni ma tornò in sella al Banco Ambrosiano fino alla misteriosa
morte: fu trovato impiccato sotto il ponte dei frati neri a Londra. Caso
archiviato come suicidio, ma sempre avvolto nel mistero. Fino alle clamorose
dichiarazioni rilasciate un paio di mesi dai familiari del banchiere, che
escludono categoricamente il suicidio e con ogni probabilità porteranno a una
riapertura del caso.
Così come misteriosa è la morte dell'altro "banchiere di Dio",
Michele Sindona, ucciso da una tazzina di caffè avvelenato nella sua cella
del carcere di Palermo. Anche Sindona, negli anni Settanta e Ottanta, ha avuto
strettissimi rapporti con lo Ior e il Vaticano. Il banchiere avrebbe
conosciuto Paolo VI fin da quando questi era arcivescovo di Milano e sarebbe
entrato nelle sue grazie fino a ricoprire un ruolo (ovviamente occulto) di
primo piano allo Ior: il suo compito sarebbe stato quello di mettere a frutto
tutte le sue conoscenze del mondo della finanza internazionale per trasformare
lo Ior in un istituto capace di muoversi agevolmente nelle speculazioni
borsistiche. Pare che Sindona abbia adempiuto a tale compito senza andare
troppo per il sottile: e così sarebbero entrati nelle casse vaticane soldi
senza colore e senza odore, provenienti da tutte le parti del mondo.
GLI AFFARI DI TOTO'
"Licio Gelli investiva il denaro dei Corleonesi di Totò Riina nella
banca del Vaticano". A dirlo non è una persona qualsiasi. È Francesco
Marino Mannoia, pentito di mafia in tempi non sospetti. Ruppe gli indugi nel
1984, uno tra i primi con Masino Buscetta. Mannoia era uomo di fiducia di
Stefano Bontate, ucciso per mano di sicari di Riina. Dopo l'omicidio di
Bontate, Mannoia cercò il giudice Giovanni Falcone e cominciò a raccontare
Cosa Nostra. La sua testimonianza fu preziosa nel primo maxi processo. Grazie
a Mannoia alcuni boss vennero condannati all'ergastolo.
Quando Mannoia è stato chiamato, alcuni mesi fa, a deporre in
video-conferenza dagli Stati Uniti, nell'ambito del processo a Marcello
Dell'Utri, ha rivelato che "i soldi della mafia sono finiti per anni
nelle casse dello Ior, che garantiva investimenti e discrezione".
Ovviamente era necessario un tramite, che per Mannoia era diverso a seconda
dei rami della mafia siciliana. Secondo il pentito, i Madonìa erano in affari
con Sindona, Riina con Gelli: uguale la destinazione dei capitali.
Mannoia, nella sua ricostruzione va oltre e dice: "Quando il Papa venne
in Sicilia e pronunciò un discorso duro contro la mafia, scomunicando i
mafiosi, i boss si risentirono soprattutto perché portavano i loro soldi in
Vaticano. Da qui nacque la decisione di far esplodere due autobombe davanti a
due chiese a Roma". Vera o fantasiosa che sia l'ultima parte della
dichiarazione (non esistono riscontri giudiziari), resta il fatto che ancora
una volta lo Ior fa la sua comparsa sulla cronaca accoppiato a una trama
oscura.
Di Andrea Cinquegrani - "La Voce
della Campania" - pubblicato su Nuovi
Mondi Media
"Il rituale dell'esecuzione - scrive l'avvocato investigativo
californiano Jonathan Levy nel volume Tutto quello che sai è falso edito in
Italia da Nuovi Mondi Media - è tipicamente massonico, con delle grosse
pietre nelle tasche". E la matrice? Levy punta dritto in una direzione:
quella dei poteri forti della Chiesa, rappresentati secondo lui dall'Opus Dei,
che - scrive - "ha desiderato ardentemente la Banca Vaticana e i cui
quartieri generali si trovano casualmente a Londra".
La spiegazione, ricavata dalle conversazioni con un grosso banchiere
internazionale, viene così sintetizzata: "Mi spiegò che la banca di
Calvi era sull'orlo del collasso a causa della sparizione di centinaia di
milioni di dollari passati attraverso i flussi finanziari dello Ior che erano
collegati al riciclaggio di danaro della mafia. Preso dalla disperazione Calvi
si trasferì a Londra per ottenere un pacchetto finanziario di salvataggio
proveniente da un rappresentante anziano dell'Opus Dei". L'operazione
però, secondo la ricostruzione di Levy, non andò in porto e il corpo di
Calvi fu trovato 'appeso' sotto il ponte dei Blackfriars.
L'altra
pista porta direttamente alla mafia, che si sarebbe vendicata dell'affronto
subito da Calvi, il quale non avrebbe restituito un'ingente somma di danaro da
'ripulire' (utilizzato invece per riossigenare le casse dell'Ambrosiano). Sul
fronte dell'esecuzione, comunque, fa ancora capolino la pista di camorra:
"nei giorni in cui Roberto Calvi era a Londra - ricordano a Scotland Yard
- vennero segnalate diverse presenze interessanti: quella di Flavio Carboni e
di alcuni camorristi, fra cui Vincenzo Casillo". Luogotenente di Raffaele
Cutolo, soprannominato 'o nirone, in contatto con i servizi deviati e in
particolare col faccendiere Francesco Pazienza, Casillo due anni dopo saltò
per aria a Roma in un'auto imbottita di tritolo.
E sotto il Cupolone ci porta anche un'altra esistenza - e un'altra fine -
avvolta nel mistero: quella di Giorgio Rubolino, morto in piena calura
ferragostana, immediata la diagnosi d'infarto che non perdona, niente
autopsia, funerali in pompa magna in Vaticano, poi il silenzio. Fino alla
decisione dei magistrati romani, dopo neanche un mese, di vederci più chiaro,
chiedendo la riesumazione del cadavere per poter effettuare una normale
autopsia. Ma chi era Rubolino?
UNA
VITA VORTICOSA
Il suo nome balza alle cronache nazionali per l'omicidio di Giancarlo Siani,
il giornalista ucciso il 23 settembre 1985. Due anni dopo il procuratore
generale del tribunale di Napoli, Aldo Vessia, avoca a sé l'inchiesta
bollente, fino a quel momento capace solo di racimolare una serie di flop.
Vessia vola negli Usa, e interroga Josephine Castelli, un'avvenente bionda al
centro di strani giri. Dopo un paio di mesi scattano le manette per il
capoclan di Forcella Ciro Giuliano, per un 'gregario', Giuseppe Calcavecchia,
e per un insospettabile, il ventiseienne Giorgio Rubolino, intimo di
Josephine, una stirpe di magistrati nel pedigree (il padre è stato pretore a
Torre Annunziata), già inserito negli ambienti che contano (fra le alte
prelature soprattutto) e nella Napoli bene.
Per lui inizia il calvario, quattordici mesi nel carcere di Carinola, fino a
quando una delle tante toghe che si sono alternate al capezzale di
un'inchiesta che non riesce a decifrare colpevoli (esecutori e, soprattutto,
mandanti), Guglielmo Palmeri - sorrentino d'origine e in ottimi rapporti con
la famiglia Rubolino - lo rimette in libertà (due mesi prima erano stati
rilasciati anche Giuliano e Calcavecchia). Cade il teorema Vessia, non regge
l'ipotesi di un omicidio eseguito dai Giuliano su ordine dei Gionta di Torre
Annunziata. E, soprattutto, sparisce la pista di via Palizzi. La pista che
portava alla casa d'appuntamenti, frequentata da giovanissime squillo (tra cui
Josephine e la sorella Pandora), e da vip della Napoli che conta: in primis,
magistrati e politici.
Fra le toghe, spicca il nome di Arcibaldo Miller, per anni pm di punta alla
procura di Napoli (sua la maxi istruttoria per il dopo terremoto finita in
prescrizione per tutti) e oggi 007 di punta del guardasigilli Castelli. Lo
stesso Miller - viene precisato in un documento al vetriolo elaborato dalla
camera degli avvocati penali di Napoli nel 1998 - ha subìto un procedimento
per "trasferimento d'ufficio" a causa di una serie di fatti, fra cui
"l'aver frequentato una casa di appuntamenti gestita da pregiudicati
affiliati alla camorra negli anni 1984-1985 in via Palizzi". Lo stesso
Miller seguirà il caso Siani: collaborerà proprio con Palmeri per cercare di
sbrogliare quel pasticciaccio brutto. Sempre più brutto. E, soprattutto,
sempre senza colpevoli.
DA
ROMA A LONDRA
Torniamo a Rubolino. Riacquistata la libertà, non riesce però a ritrovare
ancora la serenità. Vessia, infatti, ricorre contro la scarcerazione dei tre.
Trascorre un anno e, a dicembre 1989, la Cassazione respinge il ricorso,
confermando l'impostazione assolutoria di Palmeri. Il quale, però, non riesce
ancora a dare un volto, e tanto meno un nome, ai colpevoli. Né agli
esecutori, figurarsi ai mandanti.
Ma
come era saltato fuori il nome di Rubolino per il caso Siani? Non solo dal
filone di via Palazzi, ma anche in seguito alle primissime indagini sulle
cooperative di ex detenuti che, proprio a partire dal 1985, a Napoli stavano
aggregandosi e iniziando a bussare con forza ai portoni di palazzo San
Giacomo.
Il Comune - allora retto dal socialista Carlo D'Amato - nell'autunno '85 diede
disco verde per l'ingresso fra i ranghi di ben 700 detenuti raggruppati in sei
liste ("La carica dei settecento", titolò la Voce in una cover
story del dicembre 1985): nei mesi seguenti un putiferio, una fortissima
polemica a sinistra, con una Lega delle cooperative alla deriva. "E' in
quel contesto che veniva fuori anche il nome di Rubolino - ricordano a palazzo
di giustizia - una storia intricata, tra minacce, camorra, affari e promesse.
Insomma, una vera giungla". Rubolino, riuscì a cavarsela. "Ma non
la smetteva di ficcarsi sempre in storie pericolose, sbagliate, comunque tra
soldi, salotti e personaggi poco raccomandabili".
Esce con la ossa rotte e il morale a terra, Rubolino, da queste vicende. Si
trasferisce a Roma. "Ha cercato di buttarsi tutto alle spalle e
ricominciare da capo. Ce l'ha messa tutta. Ha fatto anche un sacco di opere di
bene, volontariato, assistenza", racconta un amico. "Non c'è
riuscito a rompere col passato - aggiunge un operatore finanziario capitolino
- aveva perso il pelo ma non il vizio, continuava a frequentare ambienti dai
miliardi facili e spesso inesistenti". Due versioni contrastanti.
Un perverso destino, comunque, sembra perseguitarlo. Nel 1999 ri-finisce nelle
galere, questa volta londinesi, per una presunta truffa da 100 milioni di
sterline ai danni di una vera e propria istituzione britannica, la Cattedrale
di San Paolo. Il classico 'pacco' organizzato secondo il miglior copione di
Totò formato fontana di Trevi: siamo venuti qui (i Magi sono cinque, due
italiani, un finlandese, un canadese e un americano) per donarvi la bellezza
di 50 milioni di sterline. Unica piccola, microscopica condizione, quella che
voi depositiate per dieci giorni, appena dieci giorni, il doppio, ovvero 100
milioni, su un conto svizzero. Nessuno li toccherà quei soldi, assicurano.
La truffa non riesce, i cinque finiscono in gattabuia, lui, Rubolino, viene
messo in libertà e prosciolto da ogni accusa. Anche la procura di Napoli, che
si era accodata con un suo filone investigativo, lo scagiona. E lui avvia un
procedimento per ottenere un indennizzo per quella ingiusta detenzione.
"Ne aveva raccolti, comunque, di soldi per le denunce fatte contro alcuni
giornalisti che lo avevano accusato per Siani - ricorda un amico - soldi che
donò in beneficenza".
Un anno fa la svolta sembra dietro l'angolo. Decide di cominciare a far sul
serio l'avvocato e, quindi, di iscriversi al consiglio dell'ordine di Roma.
Raccoglie la documentazione, presenta la domanda, altra delusione: c'è ancora
una pendenza con la giustizia, per via di un procedimento non ancora chiuso,
millantato credito. "Non è cosa - raccontano ancora nel suo entourage -
non è cosa, ha pensato. Ed è ripiombato nei suoi problemi, nella sua
tristezza di prima, quando subiva accuse e attacchi". La voglia di
business, comunque, non lo abbandona: per lui è una seconda pelle, una droga,
non può farne a meno.
Ed eccolo entrare nei santuari della finanza, acquisire partecipazioni
azionarie, frequentare il mercato ristretto e la City.
Un bel giorno, diventa il padrone di una misteriosa sigla, Proman. A quel
punto, le voci cominciano a rimbalzare. Perché lui risulta "intestatario
fiduciario". Di chi, di cosa?
Ma vediamo cosa è Proman. A quanto pare si tratta di una società a
responsabilità limitata. Nel suo portafoglio spicca una partecipazione di
lusso, il 25 per cento delle azioni Stayer, una grossa sigla nel settore
elettrico, avamposti a Ferrara e Rovigo, interessi in mezzo mondo. Un'altra
consistente fetta di Stayer - pari al 29 per cento del pacchetto azionario -
fa capo a Efi, ovvero European Financial Investments, a sua volta controllata
da un'altra sigla, Danter.
Efi, dal canto suo, naviga in acque agitate, trovandosi in amministrazione
controllata, per i problemi finanziari che stanno passando i fratelli
Bergamaschi, suoi soci di riferimento, e un pignoramento azionario effettuato
da un creditore, la Euroforex. E' per questo motivo che l'assemblea
straordinaria di Stayer convocata lo scorso 27 agosto per deliberare l'aumento
di capitale a 10 milioni di euro, è saltata. Ma non solo per questo. Ecco
cosa scrive, proprio quel giorno, un dispaccio dell'agenzia Reuter: "Il
26 agosto scorso Stayer ha ricevuto una comunicazione dall'intermediario
presso cui sono depositati i titoli che informava del decesso di Rubolino e
affermava che i diritti sulla partecipazione spettano ai suoi eredi.
Stayer - viene aggiunto nel comunicato - non sa se e come Proman intende
resistere contro questa posizione dell'intermediario".
Resta il mistero Proman. Nei cervelloni Cerved, collegati con tutte le camere
di commercio italiane, non v'è traccia di Proman spa. Né si segnala alcuna
Proman nel cui carniere figuri una qualsiasi partecipazione azionaria di
Stayer. Un bel rebus. Val la pena, comunque, di scorrere la lista dei soci
targati Stayer. A parte due medi azionisti (Gianfranco Fagnani e Roberto
Scabbia), fanno capolino quattro sigle. A parte un'italiana (BSPEG SGR spa,
una società di gestione del risparmio privato, con 140 mila azioni), le altre
tre sono estere. Le quote minori fanno capo a Electra Investiment Trust Plc
(26 mila azioni) e a Power Tools International (30 mila azioni). A far la
parte del leone c'è Ipef Parters Limited (664 mila azioni), sigla londinese.
Osserva un operatore finanziario milanese: "Potrebbe esserci la presenza
di Ipef nell'azionariato di Proman. Il mistero comunque è fitto". E
resta un mistero, per ora, la destinazione finale delle azioni Proman:
rimarranno nelle mani delle due sorelle di Rubolino, o che fine faranno? E
cosa c'è dietro il reticolo di sigle, incroci azionari, spesso e volentieri
giocati oltremanica? Un gioco forse pericoloso?
Il 28 luglio scorso, poi, l'infarto. Una vita stroncata a 42 anni, dopo
un'inutile corsa all'Aurelia Hospital, "dove però è giunto privo di
vita", commenta in un dettagliato reportage il Mattino. L'autopsia -
scrive il solerte cronista, Dario Del Porto - "ha chiarito immediatamente
la natura del malore". E a scanso di equivoci aggiunge: "Del caso
pertanto non è stata neppure interessata la procura di Roma". E ancora,
ad abundantiam: "sulle ultime ore dell'uomo non sembrano esserci misteri.
Rubolino è stato colpito da un arresto cardiocircolatorio manifestatosi
durante la notte nell'abitazione della capitale dove si era trasferito ormai
da anni".
Altri commenti nel racconto della cerimonia funebre - che si è svolta nella
chiesa di Sant'Anna dei Palafrenieri, l'unica parrocchia dello Stato Vaticano
- per la penna di un vaticanista doc, Alceste Santini. "Si può, quindi,
dire che Giorgio Rubolino ha avuto il privilegio di avere avuto la
celebrazione delle esequie, non solo in una chiesa ambita da molti nei momenti
di gioia o di dolore come nel suo caso, ma in un luogo, qual è lo Stato
Città del Vaticano, in cui la penitenza si intreccia con il perdono come
sofferente superamento dei peccati e degli atti illeciti commessi nella
vita".
Equilibrismi logici e sintattici a parte, Santini riesce comunque a porsi
qualche interrogativo. Per celebrare in Sant'Anna ci vuole la chiave giusta:
"occorre una particolare autorizzazione - scrive Santini - ciò rivela
che chi ne ha fatto richiesta aveva ed ha entrature nel mondo vaticano. I
parenti? Gli amici? Non è dato saperlo". Avvolti nel dubbio amletico,
riusciamo però a sapere che fra le personalità presenti alla cerimonia
c'erano "i parenti e gli amici di Giorgio, fra cui il senatore a vita
Emilio Colombo e altri esponenti della borghesia napoletana".
A officiare la messa funebre il cappellano delle guardie svizzere, Alois
Jehle.
Caso Siani. Chiuso per sentenza. La Cassazione ha ormai inchiodato i colpevoli
dei clan torresi che - secondo la ricostruzione del pm Armando D'Alterio -
decisero ed eseguirono quell'omicidio. Una volta tanto, la parola fine. Tutto
chiaro, allora? Molti dubbi restano in piedi. Vediamo quali.
Il
movente. Debole. Debolissimo. Un articolo scritto mesi prima. "Per punire
lo sgarro", hanno spiegato gli inquirenti. "In quell'articolo Siani
faceva capire che i Nuvoletta avrebbero tradito i Gionta. Per mettere le cose
a posto e recuperare l'onore, la cosa andava lavata col sangue".
Credibile? Possibile che una camorra allora più che mai rampante avesse
deciso di tirarsi addosso riflettori, inquirenti, forze dell'ordine?
Un
articolo non (ancora) scritto è molto più pericoloso di uno già scritto.
Non ci vuole la maga per intuirlo, solo un minino di fiuto e buon senso.
Quello che non sembra aver smarrito Amato Lamberti, presidente della Provincia
di Napoli e a quel tempo (siamo nel 1985) responsabile dell'Osservatorio sulla
camorra, avamposto, in quegli anni, per scrutare, capire e radiografare i
movimenti, le mutazioni e le infiltrazioni della Camorra spa. Lamberti fu
l'ultima persona a sentire Giancarlo, avevano appuntamento per la mattina
dopo, ma "lontani dal Mattino", come raccomandava Giancarlo. Un
appuntamento andato a vuoto, perché la sera prima l'abusivo e ormai prossimo
praticante giornalista veniva freddato a bordo della sua Mehari in piazza San
Leonardo al Vomero, a un passo da casa. "Non era particolarmente
preoccupato - ricorda Lamberti - però doveva dirmi una cosa che gli premeva.
Ed era urgente. Stava lavorando ad un'inchiesta per la rivista
dell'Osservatorio sugli intrecci politica-affari-camorra nell'area torrese.
Uno dei grossi affari, allora, era rappresentato da un'area, il quadrilatero
delle carceri. E lui stava mettendo il naso in quei rapporti, sia sui
referenti locali, che su quelli più in su, di imprese e camorristi".
A corroborare la tesi di Lamberti, un docente universitario, Alfonso Di Maio,
padre di uno dei pm più in vista, oggi, alla procura di Salerno. La Voce lo
intervistò dieci anni fa. "Avevo incontrato diverse volte Giancarlo in
quegli ultimi mesi - affermava Di Maio - stava lavorando, mi raccontava, a una
grossa inchiesta sugli appalti nell'area stabiese. In particolare, voleva
capire se dietro al paravento di un'impresa ci fosse lo zampino di qualche
politico eccellente e operazioni di riciclaggio della camorra". Il nome
dell'impresa era Imec (del gruppo Apreda, poi acquirente addirittura della
Buontempo Costruzioni Generali), quello del politico Francesco Patriarca, ras
gavianeo della zona, ex sottosegretario alla marina mercantile. Di Maio cercò
di raccontare quei fatti alla magistratura. Senza riuscirci. "Mi
presentai in procura. Parlai col dottor Arcibaldo Miller. Mi disse che ne
avrebbe riferito al dottor Guglielmo Palmeri che seguiva di persona
l'indagine. Sono andato due volte in procura, dietro appuntamento, ma non sono
stato mai ricevuto. Allora non mi fu data la possibilità di verbalizzare quel
che sapevo sulle ultime settimane di Siani". Parole dure come pietre.
Mentre decine e decine di testi hanno fatto passerella davanti alla mezza
dozzina e passa di toghe che si sono alternate al capezzale di un processo
quasi impossibile.
Del resto, é lo stesso fratello del cronista, Paolo, pediatra, a rivelare
qualche ombra nell'inchiesta, un 'buco nero' rimane ancora oggi lì a lasciare
spazio ai dubbi. "Giancarlo lascia la redazione di Castellammare -
ricorda - va in cronaca di Napoli, scrive sempre meno di Torre ma si interessa
sempre più della ricostruzione post terremoto e dei rapporti camorra-appalti.
Stava preparando un libro e i materiali, dopo la sua morte, sono
spariti". Una ricostruzione che lega perfettamente con quelle di Lamberti
e Di Maio.
Altri, però, ancora oggi in procura storcono il naso. "C'era un'altra
pista, battuta soltanto in fase iniziale. E solo parzialmente. E' la pista di
via Palizzi, la casa di appuntamenti, i suoi segreti forse inconfessabili.
Tanti anni fa ne parlò esplicitamente Corrado Augias nel suo Telefono GialloŠ
poi il silenzio più totale".
Chissà
se il regista Marco Risi, arrivato un paio di volte a settembre a Napoli per
completare il copione del film su Giancarlo (ispirato in parte a
"L'abusivo", il libro di Antonio Franchini, sceneggiatura
dell'esperto di misteri Andrea Purgatori, ex Corsera), riuscirà a vedere
oltre i muri di gomma che ancora circondano quella tragica morte. "Emerge
- dice Risi alla Voce - un delitto tuttora carico di misteri e interrogativi
rimasti senza risposta, nonostante i processi e le sentenze. Questa sarà la
chiave del mio film su Giancarlo".
GUARDIE
E KILLER
Primavera vaticana '98. Tre morti avvolte nel mistero. Sono le nove di sera e
una suora - sulla cui identità verrà sempre mantenuto il più stretto
riserbo - entra nell'alloggio di servizio del neo comandante delle Guardie
Svizzere, Alois Estermann. Davanti ai suoi occhi una scena raccapricciante:
tre corpi, in un mare di sangue, massacrati da revolverate. Quello di
Estermann, di sua moglie Gladys Meza Romero e del vice caporale Cedric Tornay.
Ecco come ricostruisce i primi momenti dopo la scoperta Sandro Provvisionato,
scrittore e giornalista, nel suo sito Misteri d'Italia. "Tra i primi ad
arrivare sul luogo sono il portavoce del papa, Joaquin Navarro Valls, laico di
origine spagnola, membro numerario dell'Opus Dei; monsignor Giovanni Battista
Re, sostituto delle segreteria vaticana; e monsignor Pedro Lopez Quintana,
assessore per gli Affari generali della Segreteria di Stato vaticana. La scena
del delitto non viene sigillata, anzi già alla 21 e 30 sono decine le persone
che si aggirano tra i cadaveri. Elementi di prova importanti vengono rimossi o
spostati.
A differenza di altri episodi avvenuti all'interno del perimetro vaticano,
come l'attentato al Papa, nessuna richiesta di collaborazione viene inoltrata
alle autorità italiane. Delle indagini si occupa il Corpo di Vigilanza
Vaticana. Prima ancora dell'arrivo del magistrato, il Giudice Unico Gianluigi
Marrone che arriva sul posto un'ora dopo, mani ignote hanno già provveduto a
perquisire non solo l'ufficio, ma anche l'appartamento di Estermann e
l'alloggio di Tornay. Quando i corpi verranno rimossi, non sarà adottata
alcuna precauzione utile alle indagini. Anche l'autopsia sui tre cadaveri si
svolgerà all'interno delle mura vaticane".
Detto
fatto, non passano nemmeno tre ore - siamo a mezzanotte - e l'infaticabile
Navarro Valls può sentenziare: "I dati finora emersi permettono di
ipotizzare un raptus di follia del vice-caporale Tornay. E' tutto molto
chiaro, non c'è spazio per altre ipotesi". Caso dunque chiuso in 180
minuti, per Valls. Uno 007 perfetto, capace anche di estrarre dal magico
cilindro la prova delle prove: una lettera, nientemeno che una lettera
d'addio, affidata qualche ora prima (le 19 e 30, precisa Navarro) a un
commilitone dal folle vice-caporale con una lacrima e queste parole: "Se
mi succede qualcosa, consegnala ai miei genitori".
Spiega il portavoce-detective nella rapidissima conferenza stampa, che risolve
a tempi di Guinness una matassa altrimenti destinata a intrecciarsi negli
anni: la missiva - precisa - è stata consegnata al Giudice Marrone, il quale
la darà ai parenti di Tornay in arrivo a Roma. "Spetterà ai familiari
del vice caporale - aggiunge Valls - decidere se rendere noto il contenuto
della lettera oppure no". Commenta Provvisionato: "Nella fretta
l'astuto portavoce della Santa Sede non si rende conto di aver commesso un
errore macroscopico. Come si può conciliare un raptus di follia con una
lettera scritta almeno un'ora e mezza prima dello stesso raptus? Spesso la
fretta è cattiva consigliera".
Intanto circola già qualche indiscrezione sull'imminente uscita del nuovo
libro-choc di Ferdinando Imposimato (autore, con Provvisionato, del volume
d'inchiesta sullo scandalo Tav). Al centro, rivelazioni sulla scomparsa di
Emanuela Orlandi, figlia di una guardia vaticana. Che secondo l'ex magistrato,
sarebbe ancora viva.
Lo Ior - dichiara Marino Mannoia - incassò i miliardi di Cosa Nostra
Tratto da “Soldi:
il libro nero della finanza internazionale”
Nato nel 1920, Roberto Calvi era entrato in servizio all'Ambrosiano nel 1946.
Alla fine degli anni '60 aveva conosciuto il "banchiere della mafia"
Michele Sindona, e le relazioni d'affari tra i due erano divenute fiorenti.
Nel 1975 Calvi viene eletto presidente del consiglio d'amministrazione
dell'Ambrosiano. Lo stesso anno diventa membro della loggia P2, che era stata
creata da Licio Gelli e di cui faceva parte pure Michele Sindona.
Nel Lussemburgo ritroviamo Calvi non solamente nelle holding dei gruppo
Ambrosiano, ma anche come membro dei consiglio d'amministrazione della
Kreclietbank Luxembourg (che occupa, in Cedel, un posto di primo piano).
D'altra parte, la principale loggia massonica lussemburghese lo accetta tra le
sue fila, mentre rifiuta l'ammissione a Michele Sindona sapendo che questi era
stato condannato in Italia nel 1976 e che era stato arrestato negli Stati
Uniti.
All'interno dei Vaticano, è l'Istituto per le Opere di Religione (IOR) spesso
chiamato la “Banca del Vaticano", che organizza questo traffico. Alla
testa dello IOR, l'arcivescovo Marcinkus aveva, in un primo tempo, utilizzato
le filiere offerte da Sindona. Poi, quando quest'ultimo era diventato meno
frequentabile, a seguito dei suoi debiti con la giustizia, si era servito di
Roberto Calvi e della sua banca. All'inizio degli anni '70, Marcinkus prese
una decisione le cui ripercussioni e successive conseguenze avrebbero potuto,
da sole, suffragare la tesi che voleva che Papa Giovanni Paolo I, il “Papa
del sorriso", fosse stato assassinato. Marcinkus aveva in effetti
ordinato l'arresto delle attività della Banca Cattolica del Veneto e la sua
integrazione all'interno dell'Ambrosiano, senza né consultare né informare
il consiglio d'amministrazione della banca così assorbita. Ora, la Banca
Cattolica del Veneto era la banca privata al servizio del patriarca di Venezia
e il suo presidente non era nientemeno che Albino Luciani, futuro Papa
Giovanni Paolo I.
Non si tratta che di giustizia se, durante la grande crisi economica e
finanziaria degli anni '20, il Vaticano rischiò il fallimento. Dopotutto,
quelli erano i tempi! Già nel 1880, l'aristocrazia e l'alta borghesia romane,
che avevano tradizionalmente degli stretti legami con la Chiesa, avevano
creato il Banco di Roma a unico vantaggio dei Vaticano. Il suo scopo:
riacquistare, con un plusvalore sostanziale, i terreni e gli immobili da cui
il Vaticano doveva separarsi per mantenere liquidità. Inoltre questa banca
doveva acquisire delle partecipazioni maggioritarie, in vista della successiva
cessione al Vaticano, nelle società di servizi urbani (acqua, gas,
elettricità, trasporti pubblici ... ). Inutile dire che, dopo diciotto anni
di favoritismo nei confronti dei Vaticano, la banca si trovò rovinata nel
1898.
Questo denaro venne affidato a un genio della finanza, Bernardino Nogara, ex
vicepresidente della Banca Commerciale Italiana. Nel 1968, dieci anni dopo la
morte di Nogara e quaranta anni dopo i Patti Lateranensi, le varie
partecipazioni del Vaticano nell'industria, nella finanza e nei servizi
venivano stimate in otto miliardi di dollari. La massima di Nogara era
semplice ed efficace: “Il programma d'investimenti del Vaticano non dovrà
essere ostacolato da considerazioni religiose". I suoi "eredi"
l'hanno, dalla sua morte, applicata alla lettera - ma con più o meno
scrupoli.
Dopo Nogara, il Vaticano ricorse ai servizi di Sindona e poi, quando questo
divenne non più frequentabile, a quelli di Roberto Calvi. Bisognerà
attendere il fallimento dell’Ambrosiano, che seguirà la morte di Calvi, per
scoprire l'implicazione colossale del Vaticano negli affari illeciti operati
da Sindona e Calvi. Sindona morirà assassinato nella sua cella nella prigione
di Voghera il 22 marzo 1986, dopo aver bevuto una tazza di caffè avvelenato
con il cianuro. Sindona e Calvi non sono che due dei cadaveri eccellenti di
questa vicenda.
A
cura di Giuseppe Ardagna
Ma
chi era questo Marcinkus? Era una delle pedine fondamentali di quella partita
a scacchi che da anni si giocava fra Vaticano e grandi banche e che metteva in
palio la possibilità di vedere il proprio capitale aumentare sempre di più[1].
Marcinkus era il più alto in grado all’interno dello I.O.R., l’Istituto
per le Opere Religiose. Egli intuì immediatamente i pericoli dell’elezione
di questo pontefice che, sin dai suoi primi discorsi, aveva lasciato
chiaramente intendere di voler far tornare la chiesa cattolica a quegli ideali
di carità cristiana propri del primo cattolicesimo, rinunciando alle
ricchezze superflue che troppo avevano distolto gli uomini di chiesa dai
propri sacri compiti. Figuratevi il capo della banca vaticana come avrebbe mai
potuto vedere un tipo del genere sul più alto gradino del proprio stato…
Su due punti Luciani sembrava irremovibile: l’iscrizione degli ecclesiastici
alla massoneria, e l’uso del denaro della chiesa alla stregua di una banca
qualunque[3].
E l’irritazione del Papa peggiorava al solo sentire nominare personaggi come
Calvi e Sindona dei quali aveva saputo qualcosa facendo discrete indagini[4].
In coincidenza con l’elezione di Luciani venne pubblicato un elenco di 131
ecclesiastici iscritti alla massoneria, buona parte dei quali, erano del
Vaticano. La lista era stata diffusa da un piccolo periodico «O.P.
Osservatore Politico» di quel Mino Pecorelli destinato a scomparire un anno
dopo l’elezione di Albino Luciani in circostanze mai chiarite.[5]
Secondo molti, O.P. era una sorta di «strumento di comunicazione» adoperato
dai servizi segreti italiani per far arrivare messaggi all’ambiente
politico. Pecorelli, tra l’altro, era legato a filo doppio con Gelli come lo
erano Sindona e Calvi[6].
Ma, tornando alla lista ecclesiastico-massonica,
questa comprendeva, fra gli altri, i nomi di: Jean Villot (Segretario di
Stato, matr. 041/3, iniziato a Zurigo il 6/8/66, nome in codice Jeanni),
Agostino Casaroli (capo del ministero degli Affari Esteri del Vaticano, matr.
41/076, 28/9/57, Casa), Paul Marcinkus (43/649, 21/8/67, Marpa), il
vicedirettore de «L’osservatore Romano» don Virgilio Levi (241/3, 4/7/58,
Vile), Roberto Tucci (direttore di Radio Vaticana, 42/58, 21/6/57, Turo).[7]
La
morte subitanea, dopo trentatre giorni di pontificato, suscitò incredulità e
stupore, sentimenti accresciuti dalle titubanze del Vaticano nello spiegare il
come, il quando ed il perché dell’evento. In questo modo, l’incredulità
diventò prima dubbio e poi sospetto. Era morto o l’avevano ucciso?[8]
Fu detto all’inizio che Luciani era stato trovato morto con in mano il libro
«l’imitazione di Cristo», successivamente il libro si trasformò in fogli
di appunti, quindi in un discorso da tenere ai gesuiti ed infine, qualche
versione ufficiosa volle che tra le sue mani ci fosse l’elenco delle nomine
che il Papa intendeva rendere pubbliche il giorno dopo.[9]
Secondo Yallop, Gelli decise l’assassinio, Sindona e Calvi avevano buone
ragioni per desiderare la morte del Papa ed avevano le capacità ed i mezzi
per organizzarlo, Marcinkus sarebbe stato il catalizzatore dell’operazione
mentre Cody (strettamente legato a Marcinkus) era assenziente in quanto
Luciani era intenzionato ad esonerarlo dalla sede di Chicago perché per
motivi finanziari si era attirato le attenzioni non solo della sua chiesa ma
addirittura della giustizia cittadina e della corte federale. Villot, infine,
avrebbe facilitato materialmente l’operazione[11].
La ricostruzione fatta da Yallop degli affari di
Sindona, di Calvi, di Gelli e dello I.O.R., conduce inevitabilmente all’eliminazione
del Papa.
Tuttavia la ricostruzione dello scrittore inglese pone alcuni problemi, primo
fra tutti la netta sensazione che, in alcuni passi della ricostruzione, gli
episodi, le date e le circostanze, tendano ad «esser fatte coincidere»
troppo forzatamente.
Una
curiosità per chiudere l’argomento: sulla scrivania di Luciani fu trovata
una copia del settimanale «Il mondo» aperta su di un’inchiesta che il
periodico stava conducendo dal titolo: «Santità...è giusto?» che trattava,
sotto forma di lettera aperta al pontefice, il tema delle esportazioni e delle
operazioni finanziarie della banca Vaticana. «E’ giusto...» recita l’articolo
«...che il Vaticano operi sui mercati di tutto il mondo come un normale
speculatore? E’ giusto che abbia una banca con la quale favorisce di fatto l’esportazione
di capitali e l’evasione fiscale di italiani?»[12].
VATICANO
A SAN PIETRO L'ORO DI PAVELIC
Duemila sopravvissuti al genocidio del regime ustascia fanno causa allo
Ior: rivendicano il tesoro depositato, o donato per grazia ricevuta, da
Pavelic al Vaticano
- MARCO AURELIO RIVELLI -
decenni. Zivkovich, che, ragazzo, era scampato al genocidio serbo perpetrato
dagli ustascia croati negli anni 1941-1945, rivendica il tesoro che l'ex
dittatore Ante Pavelic aveva lasciato in custodia, o donato per grazia
ricevuta, al Vaticano nel '45. Lo affiancano nell'azione giudiziaria circa
2.000 compatrioti.
Il regime ustascia, portato al governo in Croazia in quegli anni, grazie
all'invasione delle forze dell'Asse, fu il più feroce espresso dai
nazifascisti. Più feroce ancora di quello hitleriano, ed è tutto dire: in
quello stato che contava poco più di sei milioni di abitanti, un terzo dei
quali serbi di religione ortodossa, gli ustascia massacrarono un milione di
questi unitamente a 50 mila ebrei e 30 mila zingari, cioè il 20 per cento
della popolazione. All'eccidio parteciparono numerosi sacerdoti e frati
cattolici con la complicità di vescovi, con la connivenza del Primate,
arcivescovo Stepinac, recentemente beatificato, il tutto con l'implicito
beneplacito di Pio XII.
Crollato il suo regno, Pavelic scappò insieme ai suoi gerarchi e a 500
religiosi cattolici fra i più compromessi nell'eccidio, trovando rifugio a
Roma dove visse per tre anni nascosto nel Collegio di San Girolamo degli
Illirici, in Via Tomacelli, edificio protetto dalla extraterritorialità
vaticana. Non giunse a mani vuote, ma, come tutti gli ospiti che si
rispettino, portò un dono: l'oro, i gioielli e i titoli rapinati alle
vittime. Anche a Stepinac aveva lasciato un presente, trentasei casse d'oro,
che l'arcivescovo si fece incautamente scoprire un anno dopo dal governo di
Tito. Il Vaticano ricambiò il munifico omaggio facendo fuggire questo
criminale in Argentina nel 1949, vestito in abiti talari e munito di
adeguato passaporto. Con le stesse modalità la Santa Sede aiutò a fuggire
duecento ustascia e cinquemila delinquenti nazisti, l'aristocrazia del
crimine, fra i quali il Dottor Mengele, Walter Rauff, Adolf Eichmann, Erick
Priebke, Franz Stangl. A capo dell'Organizzazione di soccorso vaticana, che
attivò quella che gli alleati denominarono rat line, la via dei
topi, vi erano Draganovic, monsignore ed ex colonnello ustascia, e il
vescovo Alois Hudal, titolare in Roma della chiesa di Santa Maria
dell'Anima, uomo di
fiducia di Papa Pacelli. Le memorie di Hudal pubblicate in tedesco dopo la
sua morte, rappresentano la più dettagliata documentazione della via dei
topi: "compito svolto per incarico del Vaticano", come egli
afferma.
Dell'oro croato nascosto in Vaticano correvano voci fin dall'immediato
dopoguerra nell'ambiente dei servizi segreti. Gli ustascia emigrati in
Argentina si confidarono con le autorità di quel paese, attivando la stessa
Evita Peron, subito partita per l'Italia allo scopo di convincere Pio XII a
rispettare gli impegni presi con Pavelic di restituirgli una parte del
bottino. Evita tornò a Buenos Aires a mani vuote perché l'oro non era
stato restituito, ma affidato in gestione al vescovo Alberto di Jorio,
presidente dello Ior, e al suo alter ego Bernardino Nogara.
La regia vaticana nella via dei topi viene documentata per la prima volta da
un rapporto - top secret - inviato il 15 maggio 1947 dall'addetto militare
Usa a Roma Vincent LaVista, al Segretario di Stato americano George
Marshall, che dettaglia le responsabilità vaticane e la partecipazione di
numerosi sacerdoti all'attività illegale e clandestina.
LaVista informa che grossi quantitativi di oro, trafugato alle vittime,
sarebbero stati occultati nei Palazzi Apostolici. Questo documento segue di
poco quello dell'agente speciale del Tesoro Usa Emerson Bigelow, che
documenta come nelle casse vaticane sia finito un quantitativo d'oro per un
valore di 200 milioni di franchi svizzeri, depredato dagli ustascia. Analoga
affermazione viene dalle memorie di James V. Milano, comandante del
430 distaccamento del controspionaggio dell'Us Army's Counter Intelligence
Corps, il quale aggiunge altri particolari a quelli già noti.
Il 22 luglio 1997 il quotidiano francese Nice Matin, pubblica un articolo
intitolato "Oro croato al Vaticano?" L'amministrazione americana
indaga su un trasferimento di ottocento milioni di franchi francesi",
nel quale è scritto: "Bill Clinton ha annunciato ieri che il
Dipartimento del Tesoro sta studiando il documento d'archivio che rivela che
la Santa Sede ha conservato dell'oro dell'antico regime fascista di Croazia.
Secondo il
documento, diffuso da una rete televisiva americana, una parte rilevante
delle riserve d'oro del regime fascista croato, del valore di circa
ottocento milioni di franchi, sotto forma di lingotti d'oro, sarebbe stato
immagazzinato presso il Vaticano, verso la fine della Seconda guerra
mondiale, per evitare che venisse sequestrato dagli alleati... Secondo voci
insistenti queste riserve, essenzialmente costituite da lingotti d'oro, in
seguito sarebbero state dirottate, a cura del Vaticano, verso la Spagna e
l'Argentina. L'estensore del documento afferma comunque di ritenere che
queste voci siano state diffuse dal Vaticano per nascondere la verità:
secondo lui queste riserve non hanno mai lasciato la città
pontificia". La Santa Sede, attraverso il portavoce del Papa, Joaquin
Navarro Valls,
smentisce tutto, definendo le notizie riportate dal quotidiano francese
"informazioni senza alcun fondamento".
La certezza che il tesoro ustascia si trovi ancora in Vaticano riceve il
crisma dell'ufficialità il 2 giugno 1998 dal Rapporto Usa stilato dal
sottosegretario di Stato Usa Stuart Eizenstat, che afferma, fra l'altro, che
gli archivi ustascia furono portati in Vaticano, così come oro e gioielli.
Aggiunge che "anche se non ci sono prove dell'implicazione diretta del
Papa e dei suoi consiglieri, sembra inverosimile che essi abbiano del tutto
ignorato ciò che stava accadendo. Le autorità vaticane hanno affermato di
non avere trovato alcun documento suscettibile di fare luce sulla questione
dell'oro ustascia". La reazione ufficiale di parte vaticana, espressa
dal portavoce pontificio Joaquin Navarro Valls è: "il segretario
dell'Istituto San Girolamo, che era all'epoca Krunoslav Draganovic, ha forse
utilizzato quest'oro unicamente a proprio titolo, senza l'autorizzazione
dell'Istituto e senza che il Vaticano lo sapesse".
L'avvocata americana Keelyn Friesen, che coordina l'azione giudiziaria
contro lo Ior e gli altri accusati di complicità nell'imboscamento del
tesoro ustascia promossa da Zivkovic e dai suoi compagni, promette battaglia
dura ed esige giustizia. Una giustizia, che se deve suonare condanna per
l'indegno agire di uomini della Chiesa, chiama anche in causa
tutti i successori di Pio XII.
http://www.antimafiaduemila.com/
"La Sicilia" - 7 gennaio 2003 -
L'oro della mafia contro Mosca?
Sindona e Calvi, due banchieri (poi uccisi dai boss), diedero soldi allo Ior
che finanziava la rivolta in Polonia
Tony Zermo
Diciamo che la storia comincia all'incirca negli anni '70 quando Cosa Nostra
prende a trafficare droga, a mettere su le raffinerie (molte in via Messina
Marine a Palermo) e a far soldi a palate. Questa montagna di denaro
dev'essere investita, una parte va nelle banche svizzere, un'altra ancora in
Borsa e agli insediamenti turistici fuori dalla Sicilia, un'altra parte
viene affidata al banchiere di Patti Michele Sindona. Quando fa bancarotta
nonostante il tentativo di salvataggio di Andreotti, Sindona viene arrestato
e poi ucciso nel supercarcere di Voghera con un caffè all'arsenico: come
anni addietro all'Ucciardone era capitato a Gaspare Pisciotta, l'uccisore di
Salvatore Giuliano.
Sparito dalla scena Sindona, Cosa Nostra era alla ricerca di un banchiere
importante e più affidabile di Sindona che potesse investire bene il suo
denaro, ed ecco spuntare Roberto Calvi che da semplice "ragiunatt"
era diventato presidente del potente Banco Ambrosiano.
Calvi, il "banchiere dagli occhi di ghiaccio", sembrava l'uomo
giusto e i fiumi di denaro della droga finirono all'Ambrosiano. Del resto
"pecunia non olet" e nessuno potrà mai provare con certezza che
quel denaro affluito al vecchio Ambrosiano era di Cosa Nostra.
Ma Calvi era un ambizioso irrefrenabile, pensava che legandosi al Vaticano,
ed esattamente allo Ior, l'istituto bancario della Santa Sede gestito da
mons. Marcinkus, avrebbe avuto porte aperte in tutto il mondo e ottenere
protezione dai partiti politici italiani. Fu così che centinaia e centinaia
di miliardi passarono dall'Ambrosiano allo Ior: e in mezzo a questo denaro
c'era anche quello sporco. Con questo denaro il Vaticano finanziò
"Solidarnosc" di Walesa