I DUE CHIERICHETTI
Negli scritti che seguono tento il tratteggio di due fedeli cavalli di Troia all'interno dello schieramento che dovrebbe vincere le prossime elezioni. E' una esemplificazione di cosa significa convergere al centro. Si tratta di fare i chierichetti e di ubbidire sempre e comunque alle gerarchie ecclesiastiche. Chi conosce la storia di Amato si stupisce poco: il personaggio, sull'onda di Benito e con Bettino, è stato uno degli artefici del nuovo Concordato con la Chiesa (1985 http://www.amicus.it/leggi/Patti_Lateranensi/index.htm ). Rutelli (noto anche come il classico o come il signor Palombelli) si è invece convertito per ragion politica. Parte come laico radicale ma poi si converte, si sposa in Chiesa, manda i suoi figli in scuole cattoliche, da sindaco di Roma toglie i finanziamenti al Gay Pride, fa il papaboy con il cappelletto da scemo, ... insomma diventa ubbidiente anche perché l'amico di famiglia, Previti, lo rimprovera continuamente. Gli scritti che seguono descrivono le evoluzioni dei due personaggi (si noti che il primo cinguetta con il Foglio che è la voce dei teo-con-bushisti).
Roberto Renzetti
Il Foglio (11/11/2004)
Colloquio con il segretario della Margherita.
La strega cattolica, l’identità europea, la bioetica Rutelli esce dal pantano della politichetta romana
La forza del cristianesimo, il suo conflitto con la scienza, il superamento del partito cattolico
La laicità ha in ogni paese la sua specifica declinazione-Roma. Da qualche anno il Foglio, che affronta temi politici civili e culturali, si batte per il riconoscimento del posto delle idee, di tutte le idee pluralisticamente intese, da quelle di Ratzinger sul documento ecclesiologico veritativo “Dominus Jesus”, che abbiamo pubblicato quattro anni fa, quando Bush era ancora il governatore del Texas che si batteva per le presidenziali, fino a tempi recenti, in cui la questione del rapporto tra politica e valori, dei fondamenti della politica e dell’effettiva capacità di comprendere tutti i valori in una società laica, è riemersa come una questione importante, di cui molto si discute.
Che cosa pensa, Francesco Rutelli, della laicità? E’ esclusione dal dibattito di temi morali e di temi religiosi, e di temi che nascano dalla cultura religiosa, perché sono pericolosi e si prestano ad ambiguità ed equivoci? Oppure la laicità è inclusione anche di questi temi, con serenità, con procedure corrette e pluraliste?
Francesco Rutelli - La mia opinione è che la concezione della laicità sia
una concezione nazionale e non universale. E’ strano, tutto sommato, perché
il concetto di laicità è uno dei prodotti della cultura moderna, ma non
esiste una sua definizione e tanto meno una sua declinazione generale. E’
veramente singolare, ma nonostante i nostri dispositivi culturali tanto
sofisticati, oggi non ci mettiamo d’accordo su molte delle parole
fondamentali di cui discutiamo. Se definisci qualcuno “liberale”, in
Italia significa una cosa, in America una cosa diversa, in Francia una cosa
ancora opposta. Vale anche per la parola “federalismo”, che per noi ha un
certo significato ma che in Inghilterra viene intesa come “centralismo”,
“superstato”. E’ singolare, e vale come premessa di metodo, che nella
cultura occidentale tante delle grandi parole, tanti grandi concetti del tempo
non siano condivisi. Il concetto di laicità, in particolare, è intriso in
ciascun paese di cultura nazionale. La definizione di laicità francese è
quindi radicalmente diversa dalla concezione di laicità americana e da quella
prevalente in Italia. La laicità francese postula, più che la separazione, l’esclusione
della religiosità dalla vita pubblica. La vicenda del divieto del velo, del
crocefisso, della kippà ne è la necessaria conseguenza. In Italia, penso che
un approccio laico nella battaglia politica sia un patrimonio universale, nel
senso dell’universo politico-culturale italiano. Un’interpretazione
clericale è piuttosto minoritaria. Per questo reputo veramente sorprendente,
da parte di Ferrara, sponsorizzare l’unico politico, ancorché bravo e
preparato filosofo, che parla con un atteggiamento clericale, e cioè
Buttiglione.
Il Foglio - Non l’abbiamo
sponsorizzato. Su un episodio particolare abbiamo segnalato quella che ci
sembrava una discriminazione “politicamente corretta”.
Rutelli - Ma ci sono almeno due particolari che
stonano. A parte la conduzione politica dilettantesca della vicenda nel
Parlamento europeo da parte di Buttiglione, lui stesso ha operato una
sconfessione, ha scritto una lettera per scusarsi. E poi ha ipotizzato la
nascita di un soggetto politico cristiano per difendere certi valori. Una cosa
su cui anche i vescovi sono in dissenso. A mio avviso, l’atteggiamento di
Buttiglione è particolarmente confuso, e non aiuta a diradare le dense nebbie
in materia. Tornando alla domanda iniziale, in Italia siamo pressoché tutti
laici in politica, e consapevoli del dovere di evitare che la religione sia
“instrumentum regni”. Allo stesso tempo, discutiamo (e va a merito del
Foglio aver sollevato e sviluppato il tema) di come un’ispirazione religiosa
possa guidare le scelte politiche e abbia esplicita cittadinanza nelle vita
pubblica. Sono due cose diverse ma entrambe assai rispettabili. E’ verissimo
che l’Europa ha solide radici cristiane, e questo aspetto andrebbe
affrontato meglio di quanto non si sia fatto nel corso del dibattito sulla
Costituzione dell’Unione. Tuttavia c’è stata una discontinuità in questa
affermazione della cristianità in Europa. Quelle radici nascono, come
scriveva Braudel, dal fatto che il giovane cristianesimo raccoglie il
testimone del cadente universalismo romano. La vitalità del giovane
cristianesimo afferma un messaggio universale e assume il grande momento
unitario, dal punto di vista istituzionale, culturale, civile e militare della
storia e della cultura romane. Perché il cristianesimo diventa la vera
esperienza di facimento dell’Europa? Certe vicende molto interessanti, come
quella di Carlo Magno che chiese una dichiarazione di sudditanza anche agli
schiavi, riconoscendo loro il diritto di persone, ci dicono che il
cristianesimo ha affermato dei superiori valori morali capaci di costituire un
limite all’esercizio del potere. Questa è stata la forza del cristianesimo
nel rapporto con le istituzioni. Una forza che nasce da una sfida al morente
potere romano e alle sue forme religiose, ma afferma valori morali superiori
alle capacità dell’uomo. Morali, non soltanto di fede e di attesa
ultraterrena. La limitazione dei poteri è un fondamento dell’Europa. Poi la
situazione evolve, e nel processo verso la modernità lungo secoli si sviluppa
la rottura. Una rottura che fa la Chiesa, quando afferma che il progresso e la
scienza interrompono la tradizione cristiana.
Il Foglio - Ci sono tante
rotture benedette: lo scisma d’Oriente, l’anglicanesimo, Lutero e poi la
Rivoluzione francese…
Rutelli - Certo, ma la rottura di quella
identificazione avviene perché la Chiesa ha paura della scienza. E la sfida
diventa dirompente con i Lumi. I progressisti si trovano a sfidare la Chiesa
non solo come fattore politicamente reazionario, ma come fattore retrogrado
dal punto di vista di quelli che è legittimo definire gli stessi fondamenti
del pensiero cristiano, ovvero l’uguaglianza delle persone, ovvero il
messaggio evangelico, ovvero il discorso della montagna. C’è una rottura
prolungata tra la visione del cristianesimo liberatore e la Chiesa garante dei
poteri esistenti, di fronte all'emancipazione legata al progresso e,
successivamente, alle conquiste sociali.
Il ruolo del popolarismo in Italia
Il Foglio - Il cristianesimo è quindi stato un lievito
di valori come la libertà e l'uguaglianza, incentrati sul suo concetto di
persona, ma dal Settecento a oggi, nel tempo moderno, avrebbe o ha, quando
viene riproposto come cristianità, una funzione intellettualmente retrograda
e politicamente reazionaria.
Rutelli - In Italia, dall'inizio del Ventesimo secolo, il popolarismo ha
rappresentato un fenomeno coraggioso, minoritario ma importante, tutto sommato
sconfitto a più riprese, prima di tutto dal fascismo, perché ha riconosciuto
il valore dell'ispirazione cristiana dentro un cammino di progresso e di
emancipazione sociale. A pieno titolo, il popolarismo in Italia e altre
correnti cristiane europee concorrono attraverso questa presa di coscienza, in
molti casi conflittuale con la gerarchia, ad affermare l'esperienza
democratica del Ventesimo secolo. Che ha tre grandi pilastri: quello
socialista, basato sui diritti sociali; quello cristiano, basato sui diritti
della persona; quello liberale, basato sui diritti civili e di libertà
economica. La fine dei grandi partiti del Novecento, socialisti, liberali e
democristiani, è connessa all'assunzione, da parte dell'intero spettro delle
forze democratiche, della validità di tutti e tre i filoni, che si sono
contrapposti per un secolo, ma infine sostanzialmente integrati.
Il Foglio - E il suo
partito, la Margherita, dovrebbe essere, per la sua composizione, per la sua
storia, per come è nato e per il personale politico che esprime, quello più
sensibile a questa assunzione dei tre filoni?
Rutelli - Per vicenda politica probabilmente sì, anche se certo non da solo.
In Italia, non c'è più un partito cattolico, perché le concezioni che
avevano separato le culture democratiche si uniscono o si confrontano su piani
diversi, rispetto a quelli su cui si sono confrontate nel Ventesimo secolo.
Alla fine si può essere assolutamente laici, come prodotto della separazione
prima riassunta, ma essendo ormai in grado di tenere nella propria
elaborazione politica molti dei fondamenti propri della cultura socialista, di
quella liberaldemocratica e di quella cristiana. La differenza nella relazione
con la religiosità e la fede, invece, è assolutamente personale. Ti fai
guidare e ispirare dalla tua fede e dalla tue convinzioni religiose nei tuoi
atti pubblici? Qui entriamo, secondo me, in una zona di esclusione totale:
questo non entra nel dibattito pubblico. E' qualcosa che rimane affidato alla
libertà di coscienza della persona. Contesto che si debbano raggruppare
coloro che dicono "stiamo insieme perché siamo ispirati dalla stessa
fede".
Il Foglio - Lei nega che possa avere un valore politico pubblico, ma naturalmente non negherà che il modello liberaldemocratico (particolarmente riuscito nel caso americano e invece condizionato in Europa dalle logiche concordatarie, e da antiche fobie che derivano dalla storia europea e dalle sue guerre di religione) preveda la possibilità per gruppi cristiani, pluralistici, perché i cristiani sono tra loro molto diversi, di esprimersi in quanto tali nella società, di fare le loro battaglie di valore.
Rutelli - Non dico che non abbiano il diritto di farlo, ma che per me non è
un fatto positivo che questo avvenga. La responsabilità pubblica impone la
sintesi tra le posizioni personali e la rappresentanza generale (è la
politica: ho le mie convinzioni ma debbo essere disponibile, anzi, sono
chiamato al compromesso, perché sono il rappresentante eletto da cittadini
che esprimono una pluralità di convinzioni). Voler pretendere di
rappresentare il tutto attraverso un'interpretazione parziale è giusto se si
propone un progetto politico. Molto più discutibile, se è qualcosa che
afferma di richiamarsi a motivazioni superiori. Ci fu il caso celebre del re
del Belgio, Baldovino, che per non firmare la legge sull'aborto abdicò per un
giorno. Quella scelta non mi convince. Era il re cristiano, ma anche qualcuno
che rappresentava tutto il suo popolo, perché quella legge era espressione
della maggioranza della volontà popolare. Se avesse abdicato definitivamente,
allora sarebbe stato coerente, indicando la prevalenza delle sue convinzioni
di cristiano su quelle di uomo dell'Istituzione. Ma era uomo dell'Istituzione,
e suo dovere era di registrare la volontà del Parlamento.
II Foglio - Oggi nel
panorama italiano si profila un terreno di confronto e di scontro sulla
questione della procreazione medicalmente assistita. Non si tratta di una
qualsiasi norma regolativa, ma di una legge che s'interseca con un grande
problema del nostro tempo. Prima di ragionare in modo libero su questa
questione, una domanda precisa. Nel suo dibattito con Ernesto Galli della
Loggia al Centro di orientamento politico (pubblicato sul Foglio del 27 e del
28 ottobre), il cardinale Ratzinger ha detto una cosa che testimonia di una
comprensione razionale di fatti e non di una dogmatica ex cathedra. E' quello
che, più o meno, ha detto anche Habermas e su cui in tanti riflettono, non da
posizioni ecclesiastiche. Ratzinger ha detto che è aumentato il potere
dell'uomo, fino al punto di costruire in laboratorio la vita, ma non è
aumentato di pari passo il suo potere morale, la sua capacità morale di
capire cosa questo significhi. E' d'accordo con questa affermazione?
Rutelli - Sono d'accordo. Da un punto di vista
laico, Habermas sottolinea il rischio di una eugenetica liberale, ed è un
rischio sottovalutato proprio dalla cultura laica. Dal punto di vista
cristiano, il tema l'ha affrontato Ratzinger e non sta a me aggiungere altro.
Ma sono d'accordo sulla sproporzione che lui segnala. Penso che il Ventunesimo
secolo sarà marcato dalla contraddizione politica-scienza-etica. Questi tre
vertici apriranno nel secolo appena cominciato le più grandi contraddizioni e
i più grandi problemi. Noi siamo poco attrezzati. Ce ne occupiamo ancora con
gli strumenti di quando la forza della scienza era ancora quasi più simbolica
che praticamente sconvolgente.
Il Foglio - Un vecchio
interdetto fa sì che in Italia, nelle università pubbliche, non sia
possibile insegnare e studiare la teologia. Ci sono ovviamente cattedre di
Storia delle religioni, ma non di teologia. Probabilmente è una scelta dovuta
a uno dei tanti compromessi concordatari nati dalla volontà di emancipare
l'insegnamento laico nella scuola pubblica, di "de-dottrinalizzarlo".
Abbiamo pubblicato sei puntate di un lungo saggio di Alain Besançon e un
saggio di Jacques Ellul, chiamandole "lezioni di teologia". Per
affrontare i temi del contemporaneo (guerra, pace, confronto-scontro tra
civiltà) e impossibile muoversi senza una minima strumentazione anche in
campo teologico, non solo di storia delle religioni, cioè senza la
definizione teorica di ciò che è il concetto di Dio, nelle diverse accezioni
che esso ha preso nei secoli. Non sarebbe il caso, in una logica perfettamente
laica e razionale, né concordataria né neoconcordataria, di riappropriarsi
di questa libertà di studiare la teologia nelle scuole pubbliche?
Rutelli - Sono onestamente sorpreso di questa
cosa che ignoravo. Non vedo perché uno studente di filosofia non debba avere
la facoltà di studiare e di avere nel suo curriculum lo studio della
teologia.
Il Foglio-Arriviamo al tema
della legge sulla procreazione medicalmente assistita. La campagna
referendaria è probabilmente partita con un grado eccessivo di enfasi, tra
reciproche accuse di fanatismo. 1 referendari, in particolare, hanno usato
espressioni come clericalismo, oscurantismo, ferocia, crudeltà, medioevo.
L'importante ora è il futuro, che cosa succederà su temi molto importanti e
impegnativi, come il limite alla produzione di embrioni, come la diagnosi
preimpianto e il rischio di deriva eugenetica, su temi come il diritto al
controllo sulla propria storia biologica, legato alla fecondazione eterologa
nella forma anonima in cui è prevalsa nelle legislazioni permissive, su temi
come i gravami che ci sono sul corpo e sull'identità femminile, chiamati a
sfide molto pesanti nella società contemporanea. Su tutti questi temi,
escluso naturalmente l'obbligo d'impianto (che è un equivoco normativo da
abolire il più rapidamente possibile, perché è inconcepibile e scandaloso
da un punto di vista laico), quali sono le condizioni per avere un dibattito
sereno, sia che questo dibattito si risolva, anche se pensiamo che sia
impossibile, in una riscrittura parlamentare della legge, sia che lo sbocco
sia il referendum? Cosa ne pensa il leader politico di un partito che su
questi temi si è diviso laicamente, nel segno della libertà di coscienza, e
una parte del quale ha consentito l'approvazione della legge 40? Quali sono i
modi giusti di combattere questa "guerra culturale", possibilmente
senza spargimento di sangue e di cretinate?
Rutelli - Spostiamo il terreno della discussione
da questa contrapposizione perniciosa. E' evidente che l'iniziativa del
referendum porta con sé una semplificazione, ma non c'è tema per il quale
una semplificazione brutale sia tanto impropria e ingiusta come questo. Do
volentieri atto al Foglio di aver fornito una grande mole di materiali
analitici, utili e interessanti. La cosa più utile sarebbe spogliare questa
discussione dal suo aspetto esiziale, come fosse un giudizio finale. Che non
c'è, perché dobbiamo stabilire un metodo di confronto tra posizioni, dubbi e
problemi che ci dovrà accompagnare a lungo, in tempi come i nostri, che ci
propongono settimanalmente formidabili cambiamenti scientifici. Ho contestato
la scelta del governo di pronunciarsi in quanto tale, come governo, su questa
materia. E mi sono indignato di fronte a due eccessi. Il manifesto dei diesse,
con due mani di donna e di uomo ammanettate; e quando alcuni dirigenti
politici hanno teorizzato che quella in corso sulla fecondazione assistita
sarebbe una battaglia sul "diritto alla maternità e alla paternità".
Viene voglia di far suonare una sirena e di far fermare le polemiche. Premesso
ciò, su queste materie non c'è disciplina di coalizione, né di partito,
tanto che ho potuto votare in perfetta tranquillità insieme alla maggioranza,
e certo non rimprovererei mai uno dei miei compagni di partito che voti
diversamente. Nessuna disciplina di pronunciamento, quindi. Ma si deve
costruire una disciplina del dialogo, una disciplina del confronto, una
definizione del terreno in gioco. E' la cosa più urgente. Nella passata
legislatura, al Parlamento europeo ho fatto varie esperienze di votazioni in
materia di bioetica: in nessuna è stata conseguita una maggioranza, si sono
solo definite minoranze. Tutto questo ha un senso, se pensiamo che in tema di
fecondazione assistita in Europa abbiamo venticinque legislazioni diverse.
Sono elaborazioni culturali, politiche, normative nazionali, e ci
ricolleghiamo qui a quanto detto all'inizio. II tipo di discussione, i limiti
e gli orizzonti sono diversi da paese a paese, e un terreno comune europeo su
questo non c'è. Penso che in Italia possiamo migliorare alcune parti della
legge, che è uscita da una scommessa, approvata dopo strettoie e voti
talvolta casuali, e da rotture trasversali, che tagliano gli schieramenti.
Sappiamo che il magistero della Chiesa non approva quella legge e la definisce
un male minore. Rimetterci mano in sede legislativa rischia di essere
veramente un altro azzardo. Con il tipo di emotività che si può creare e con
il tipo di schieramenti che si possono produrre occasionalmente, non sappiamo
che cosa potrebbe venirne fuori. Secondo me, è comunque ragionevole
ipotizzare il miglioramento di alcune parti. Il numero di embrioni da produrre
e impiantare, per esempio, che va affidato alla decisione del medico. Mi
faccia richiamare un altro tema bioetico, quello della fune della vita. Un
buon testo è stato approvato dalla Commissione nazionale di bioetica, sulla
"dichiarazione anticipata" (il cosiddetto testamento biologico),
nella quale una persona indica cosa intende si faccia di sé quando non sarà
più in grado di decidere. Ma in realtà, lo sappiamo, quella materia è già
amministrata dai medici, possibilmente d'intesa con il malato e con i
familiari. Anche nel caso del numero di embrioni da produrre per la singola
donna nella fecondazione omologa, il medico deve poter decidere che cosa sia
meglio, fermo restando che credo si debba produrre il numero di embrioni che
saranno poi impiantati. Naturalmente, su questo tema come su tutti gli altri
sono pronto a discutere. Penso anche a una migliore definizione della diagnosi
preimpianto, che non dia adito a nessun rischio eugenetico, (non dimentichiamo
che oggi la legge 194 consente a una donna di abortire di fronte a rischi
gravi per la salute), e penso anche a un riconoscimento delle pratiche di
fecondazione nel servizio sanitario nazionale.
Il Foglio - Una
puntualizzazione. Nel caso dell'aborto, rispetto alla diagnosi preimpianto c'è
una differenza profonda. C'è una simbiosi biologica, due tensioni umane
profonde in conflitto e non si può non rispettare una scelta, anche
all'interno di un orientamento antiabortista, di depenalizzazione e di scelta
delle strutture pubbliche per effettuare l'aborto, secondo regole chiare. Nel
caso dell'embrione, si produce in laboratorio qualcosa che poi si potrà
distruggere, e che non ha alcuna relazione attuale con il corpo della donna.
Rutelli - E' sicuramente un ambito complesso, ma
il fatto che sia in causa un diritto della donna secondo me è indubbio. Tra
le sproporzioni del dibattito in campo c'è una sottovalutazione delle
implicazioni di queste scelte nelle condizioni di vita della donna. Stiamo
provocando cambiamenti antropologici colossali e stiamo concorrendo a
trasformare la condizione femminile in qualcosa di molto più difficile. C'è
più coscienza di questo, paradossalmente, non nella nostra cultura cattolica
italiana ma in paesi laici, se non aconfessionali, come la Svezia. La Svezia
ha una legislazione in difesa della condizione femminile straordinariamente
avanzata, e l'ha integrata con una discussione sulla crisi del suo generoso
welfare. Da dieci anni, in Svezia si discute del fatto che il crollo delle
nascite è una minaccia per il paese, per la sua economia, per il suo futuro.
La Svezia ha fatto un investimento imponente sulla condizione femminile. Le
donne scandinave che arrivano ai piani alti della politica sono la causa, non
solo l'effetto di una condivisa, innovativa protezione sociale. Coloro che
vorrebbero liberalizzare al massimo la fecondazione artificiale caricano
l'esperienza della donna, il suo ciclo di vita, di responsabilità inaudite. E
noi che tipo di legislazione proponiamo? Il dibattito sulla libertà di scelta
non può essere totalmente dissociato dalla riflessione economica e sociale
sulla riorganizzazione del welfare, che deve avere una forte connotazione
familiare e generazionale. Alcuni considerano come una nuova frontiera di
libertà il concedere prerogative di cui si trascurano tuttavia le
implicazioni enormi, anche dal punto psicologico. Tornando alla vicenda
legislativa, è discutibile che queste norme possano essere migliorate senza
entrare in una specie di girone infernale, il cui esito ci è sconosciuto.
Credo che la responsabilità del legislatore dovrebbe consigliare di
verificare se c'è una maggioranza per migliorare la legge in un senso
condiviso. Se ci fosse questa disponibilità, bene, altrimenti si andrà ai
referendum. Sono convinto che se si discuterà delle questioni nel merito,
spogliandole del carico apocalittico che è stato loro attribuito, potremo
fare un dibattito utile per il paese, che tenga conto anche di mutamenti
costanti. Per inciso, se scoprissimo domattina che le staminali totipotenti
possono veramente fare il loro lavoro, guarire malattie finora inguaribili,
non pochi problemi sarebbero risolti. Ho chiesto alla Margherita di elaborare
una proposta di legge che sostenga la ricerca sulle staminali da cordone
ombelicale, che in tanti ospedali italiani ancora vengono gettati via.
Il Foglio - L'ultima
incarnazione di una certa faziosità è la deformazione che è stata fatta
della posizione dell'arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra, sulle unioni
civili. La Chiesa, come è noto, è contraria alle unioni civili, e a Caffarra
è stato attribuito di averle definite "letale metastasi", mentre
quell'espressione era stata da lui usata per l'identificazione tra diritto e
desiderio. I cattolici osservanti sono contrari, ma noi siamo favorevoli alle
unioni civili. Naturalmente devono comportare uno specifico diritto di
famiglia, ricalcato senza discriminazioni sul diritto di famiglia
tradizionale, con iii più tutti gli elementi riguardanti i figli, le
prospettive di adozione, la generazione con metodi che non siano naturali e
così via. Lei è d'accordo con il campanello d'allarme che noi abbiamo
suonato, e che riguarda una grande nazione civile come la Spagna? Là il
potere socialista, che ha legittimamente vinto le elezioni di un anno fa, sta
spingendo per una linea molto più radicale di quella sulla quale, per
esempio, si sono impegnati in Italia i diesse, con la loro proposta sulle
unioni civili, e cioè la linea del matrimonio omosessuale. Linea giustificata
dalla teoria illustrata dal premier spagnolo Zapatero, secondo la quale il
mondo oggi non ha bisogno di leadership, ma di buoni democratici. E i buoni
democratici si rassegnano all'idea che se la maggioranza dei cittadini la
pensa in un certo modo, quella è la verità. Ma non è, questo, un
atteggiamento poco laico e molto esposto al rischio di una deriva populista?
Non esiste un ruolo delle élite, che è importante nel discorso pubblico e
nel bilanciamento dei poteri? E' possibile che sia genericamente consegnato
alla maggioranza dei sondaggi, o anche alle maggioranze elettorali, il
fardello di esprimere la verità delle cose? Il matrimonio omosessuale ha
questo difetto: senza alcuna volontà di discriminazione, esiste il tema della
tutela della differenza e di un'istituzione tradizionale come il matrimonio,
fondata sull'unione di un uomo e di una donna, che va protetta. La riforma di
Zapatero è assolutista e molto radicale. E' l'abolizione, per evitare la
discriminazione, delle parole marito e moglie, che vengono sostituite dal
neutro "coniuge", ed è la completa "equiparación", così
è scritto nel progetto di legge, nell'ambito di una completa "igualdad",
dei due tipi di matrimonio.
Rutelli - Se la maggioranza dei cittadini la
pensa in un certo modo, quella è la legge. Non è necessariamente la verità,
ma è la legge. Prevalgono, torno ancora al punto iniziale, le diverse culture
nazionali e la vicenda spagnola è l'espressione di un processo storico
nazionale. E' la conferma che l'eredità del franchismo non è conclusa, che
un'identificazione tra il potere franchista e la visione tradizionale della
Chiesa ha partorito purtroppo un antagonismo che continua. Il ministro della
giustizia spagnolo, Lopez Aguilar, che ho incontrato poche settimane fa, mi ha
confermato che la maggioranza dei cattolici è d'accordo con le decisioni di
Zapatero. Nel momento in cui la presenza cattolica, formalmente dominante, si
rivela in realtà di gran lunga minoritaria dal punto di vista identitario,
quella frattura (attraverso la gestione sbagliata di Aznar) oggi determina un
effetto "liberatorio", dalle implicazioni assai grandi.
Il Foglio - Ci sono però
posizioni forti, nel mondo cattolico spagnolo, che accusano Aznar del
contrario, di aver preparato questa deriva con una forte laicizzazione.
Rutelli - Ma è rimasto un insanabile antagonismo
politico. La Spagna ha avuto una civilissima transizione democratica ma ha
mantenuto una profonda spaccatura del paese. Ecco che le differenze nazionali
tornano a contare. In Italia, il sentimento è diverso. Quella è la legge che
oggi gli spagnoli vogliono, è quindi la legge. Personalmente non la condivido
e credo che in Italia non sarebbe condivisa. Penso che la maggioranza degli
italiani, e io mi colloco su questa posizione, siano favorevoli a un
riconoscimento pieno dei diritti di cittadinanza e anche di una serie di
implicazioni amministrative della convivenza tra persone omosessuali. Ma
confido che ci sia una maggioranza che considera che non si può scrivere
"parents" o coniuge in un certificato o in una biografia, ma si
debba scrivere padre o madre. Questo appartiene non solo a un sentimento
prevalente, ma alle scelte della vita. Tra le quali ci può essere quella di
vivere con una persona dello stesso sesso. Possiamo discutere di tutto, e
comunque combattere ogni discriminazione verso le persone omosessuali, ma
senza nemmeno pensare di poter uscire da alcune decine di migliaia di anni di
storia dell'uomo. Anche perché su questo punto la Costituzione italiana dà
una definizione rigorosa e limpida.
Rutelli a Repubblica 06/11/04
"Penso che dovremmo stare molto attenti ad accettare atteggiamenti rozzi e giudizi semplicistici quando si affrontano tematiche che toccano l'etica ed anche sensibilità religiose. L'idea che il referendum che vuole legalizzare la clonazione e affermare il non diritto di conoscere il proprio padre naturale sia una frontiera di libertà contro una presunta concezione oscurantista è un grave errore. Si tratta di temi che esigono grande attenzione, profondità di analisi e ricerca di soluzioni legislative all'altezza. La legge sulla fecondazione si potrà migliorare ma non liquidare"
ItalianiEuropei di novembre 2004
Fecondazione
assistita: una breve premessa
di Giuliano Amato
La mia è solo
una breve premessa ai due contributi che «Italianieuropei» ha ricevuto sulla
fecondazione assistita. La scrivo al solo scopo di sottolineare ciò che li
accomuna, pur nella diversità delle ispirazioni e delle premesse culturali
dei loro autori, Natale D’Amico e Livia Turco. E quello che li accomuna è
ciò di cui più abbiamo bisogno in una vicenda che non possiamo lasciare al
rifiuto di capire le ragioni dell’altro, e quindi all’intolleranza
praticata in nome ora di verità, ora di libertà intolleranti.
La responsabilità di evitare che una società sia penetrata da fratture
incomponibili di questa natura è della politica, ed è qui la prima
sottolineatura che voglio fare. La legge di cui ora si discute – osservano
entrambi i nostri autori – pecca proprio su questo cruciale e pregiudiziale
terreno e manifesta palesemente l’assenza di ciò che mai era così
vistosamente mancato nei decenni in cui la nostra Repubblica era stata
governata dal partito allora unico dei cattolici: la mediazione fra le istanze
legittimamente avanzate dalle autorità spirituali della Chiesa su un tema di
grande rilievo etico e le complessive ragioni presenti nella società italiana
sul medesimo tema. Il che non significa, né ha mai significato in passato,
disconoscere le istanze della Chiesa. Ma che in più circostanze quello che
chiamiamo «il senso dello Stato» impone che si cerchi di comporle con altre,
per non mettere a repentaglio i legami di fondo che tengono unita la nostra
società. La DC questo senso dello Stato col tempo lo acquistò. È amaro
constatare che di esso non c’è stata traccia nell’impostazione e nella
gestione di una legge il cui esserci è stato fatto caparbiamente coincidere
con il suo specchiare, senza mediazioni, posizioni unilaterali, che forse
attendevano esse stesse l’occasione per essere mediate, e talora arricchite,
dal concorso di altre. Di qui un peccato originale di cui ora scontiamo le
conseguenze, con il crescere di contrapposizioni che la reciproca intolleranza
rischia di rendere incomponibili. Anche se incomponibili non sono le questioni
con cui le si alimenta.
Dagospia
"Materialmente è all'opera nella scrittura del testo il leader dei
cattolici dei Ds, il senatore Giorgio Tonini. Avrebbe quasi trovato la
quadratura del cerchio, ma Piero Fassino (che l'ha incoraggiato) si assumerà
la responsabilità di schierare tutta la Quercia su una posizione
anti-referendaria ormai impopolare tra la maggioranza dei suoi stessi
dirigenti?"
COMUNICATO STAMPA del Ministero delle Pari Opportunità
Prestigiacomo: Fecondazione, fa bene Amato ad insistere su una modifica parlamentare
“Fa bene Giuliano Amato ad insistere su una modifica parlamentare della normativa sulla fecondazione assistita.
“Non comprendo invece l’atteggiamento di chi, a sinistra, continua a dirsi disponibile ad un tentativo legislativo, salvo poi a demonizzare chi avanza delle proposte concrete ed
“Ed è assurda l’aggressione continua dei referendari nei confronti di chi sostiene la modifica legislativa, perfettamente legittima costituzionalmente, tanto quanto il referendum”.
Stefania Prestigiacomo
Roma, 6 ottobre 2004
13-11-2004 la Repubblica
Fecondazione assistita
Fecondazione
assistita ecco il testo di una legge equa
Giuliano Amato
Le prime innovazioni riguardano appunto le condizioni di accesso:
a) non più solo la sterilità o la infertilità, ma anche la presenza di
malattie infettive gravi (l´Aids ad esempio) o di malattie genetiche che
possano comportare "rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro".
Nel primo caso si vuole evitare che la coppia che intende avere un figlio sia
indotta a rapporti sessuali a rischio di contagio per il coniuge e di
trasmissione della malattia al nascituro; nel secondo caso si consente una
selezione preventiva degli embrioni evitando la nascita di bambini affetti da
gravi patologie ed in sostanza prevenendo un aborto terapeutico;
b) non più solo interventi a favore della coppia che possa fornire il proprio
materiale genetico, ma anche a favore di quella in cui uno dei componenti sia
affetto da sterilità o infertilità congenite o per malattia (ovviamente non
per invecchiamento). Sappiamo che l´apertura alla fecondazione eterologa è
controversa. Al di la delle convinzioni personali (sono in molti a non ravvisare
alcunché d´immorale o di contrario alla dignità umana nel desiderio di avere
un figlio anche ricorrendo al seme o all´ovocita altrui, quando un figlio, come
insegna la legge sull´adozione, è soprattutto quello che si vuole e si
cresce), non si può dimenticare che in particolare il ricorso al seme altrui è
una pratica in uso da decenni, che ha dato gioia a tanti genitori e vita a tanti
bambini, come non si può dimenticare che la sterilità o l´infertilità
maschile e femminile sono in aumento, mentre diminuisce la natalità, e che la
loro causa risale spesso a malattie e a conseguenti cure che frustrano un
desiderio di maternità e di paternità non ancora realizzato. Il testo limita
il ricorso alla fecondazione eterologa alle coppie di coniugi o di stabili
conviventi, che siano entrambi viventi e in età fertile. Ma consentendolo
appunto alle coppie, sottolinea come prioritari la tutela e il rafforzamento
della famiglia, il cui valore come prezioso tessuto connettivo del corpo sociale
non può essere predicato in astratto e contrastato in concreto.
Né il ricorso agli strumenti indicati è o può essere visto come una scorciatoia: non lo è per chi vi si deve sottoporre, che affronta scelte anche drammatiche e vicende quasi sempre dolorose e spesso umilianti; non può esserlo secondo la nostra proposta, perché questa prevede una gradualità degli interventi, dal più semplice e naturale al più invasivo, ed affida la definizione delle condizioni nelle quali a tali strumenti si può fare ricorso a protocolli specifici, elaborati dal Ministero della Sanità e da esso rivisitati periodicamente (le linee guida). E non c´è solo questo, c´è anche la missione affidata allo stesso Ministero di favorire gli interventi necessari per rimuovere le cause della sterilità e della ipofertilità, in modo da offrire alle coppie la prospettiva del ritorno alla fecondazione naturale (art.2).
Quanto alle tecniche abbiamo cercato in particolare di lavorare sulla fecondazione in vitro, poiché il tema più delicato sollevato dalla legge n.40 del 2004 è notoriamente quello che riguarda gli embrioni. Qui ci siamo avvalsi delle ormai acquisite indicazioni medico-scientifiche circa i due stadi che attraversa l´ovocita fecondato: lo stadio di ootide, in cui vi è solo un accostamento dei pronuclei maschile e femminile, che tuttavia conservano ciascuno i propri patrimoni genetici; e quello di zigote e quindi di embrione, in cui prima si congiungono gli assetti cromosomici paterni e materni e poi, a seguito della segmentazione, compare l´entità bicellulare che è la prima di quel genoma unico ed irripetibile destinato a svilupparsi come persona. È una distinzione cruciale quella fra questi due stadi e definire "un espediente" il fatto di ricorrervi e trarne conseguenze è tale una negazione del meraviglioso processo che porta alla nascita da apparire francamente blasfemo. È vero, l´ootide diverrà in poche ore un embrione, ma solo a quel punto sarà intervenuta quella trasformazione a cui i documenti stessi della Chiesa (che la definiscono fusio duorum gametum) riconducono l´esservi della creatura umana. Così sono i processi della vita e della morte. E, per chi ha fede, è in quei pochissimi momenti, non prima e non dopo, che l´anima entra nel corpo o lo abbandona.
Sulla premessa che gli stessi risultati ottenibili con la crioconservazione degli embrioni si possono ottenere con la crioconservazione degli ootidi (la letteratura al riguardo è ampia e probante e testimonia di un uso ormai affermato e convalidato di tale procedura in altri paesi europei, oltre che nel nostro), si è previsto in primo luogo che il medico espianti ovociti nel numero che ritiene necessario ad assicurare non meno di due impianti, tenendo conto della concreta situazione della singola coppia (salute, età della donna, etc.) e della esigenza di non sottoporre la donna a ripetute stimolazioni ovariche; e quindi che gli ovociti fecondati e non utilizzati per il primo impianto siano crioconservati (sempre e solo a scopo procreativo) non allo stadio di embrioni, ma a quello anteriore di ootidi. In questo modo, lo sviluppo allo stadio embrionale avrà naturalmente e necessariamente luogo per i soli embrioni di volta in volta destinati all´impianto (salvo quelli richiesti dall´eventuale diagnosi preimpianto). Si riduce così, drasticamente ma senza rigide quanto astratte limitazioni e senza danni per la donna, il numero degli embrioni che si producono e che possono restare inutilizzati.
Pur tuttavia, la possibilità che permangano embrioni non utilizzati a fini procreativi inesorabilmente sussiste, in primo luogo a seguito della diagnosi e della conseguente selezione preimpianto (non si dimentichi che tale esame può richiedere anche più di cinque embrioni, mentre poi l´impianto in una donna giovane di più di due embrioni rende altamente probabile una gravidanza trigemina) e poi per i casi di rifiuto o di impossibilità di procedere allo stesso impianto. Altri perciò ne saranno prodotti, oltre a quelli risalenti alla fase anteriore alla legge n.40 e tuttora conservati in frigorifero. Poiché la dignità umana che è in loro viene offesa, non solo dalla distruzione in quel frigorifero, ma, secondo una diffusa sensibilità etica e religiosa, anche dalla loro messa a disposizione della scienza come se si trattasse di puri agglomerati di cellule, la nostra proposta definisce un percorso che tiene conto di entrambe le ragioni. In primo luogo essa prevede che nel momento stesso in cui si avvia la procedura di produzione degli ootidi sia chiesto alla coppia di fornire il consenso a che, nel caso ne scaturiscano poi embrioni non utilizzati a fini procreativi, li si possa destinare a finalità terapeutiche (consenso che si prevede debba essere rinnovato, al momento in cui tale diversa destinazione diviene attuale). In secondo luogo si prevede che le linee guida, così come dovranno definire il limite temporale entro il quale ootidi e poi embrioni devono essere utilizzati a fini procreativi, indichino anche il lasso di tempo prima del quale non è consentito l´uso di embrioni a fini di ricerca. Sarà in tal modo possibile consentire quell´uso, quando diviene certo il loro abbandono al perimento. Con questa procedura e con queste cautele non c´è sostanziale differenza fra la donazione degli organi del figlio pre-morto da parte dei genitori, e la donazione a vite altrui delle cellule dell´embrione che si era voluto per avere un figlio. Non si fermano a questi aspetti le disposizioni della nostra proposta, che regola altresì la raccolta e la donazione dei gameti, lo stato giuridico del nato, la tutela della riservatezza, le strutture per l´effettuazione degli interventi e quelle, distinte, per la raccolta e la crioconservazione del liquido seminale. Ma le disposizioni che proponiamo su tali temi sono autoesplicative. In questa sede era soprattutto importante affrontare le questioni legate a visioni e a principi fortemente sentiti e fra loro potenzialmente confliggenti. Ci auguriamo che le nostre proposte valgano a dimostrare che soluzioni condivise sono possibili; senza rinunciare ai principi, ma facendoli valere al di fuori di intolleranti dogmatismi e cercando, ciascuno di noi, di capire le ragioni dell´altro.
UNA STORIA PENOSA:
sulla candidatura italiana alla Presidenza della Convenzione
ai gruppi parlamentari italiani
alla EHF/FHE European Humanist Federation
alle organizzazioni laiciste europee
Il Congresso dell’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti,
Firenze, 18 novembre 2001
La decisione di tenere a Roma nel 2000 il World Gay Pride
mise le autorità nazionali e romane in grande difficoltà per le pesanti
pressioni esercitate dalla Chiesa cattolica, dal Vaticano e dalla Santa Sede.
Invece di appellarsi al rispetto dei diritti civili e delle libertà
fondamentali, Giuliano Amato, il 24 maggio 2000, sostenne che il World Gay
Pride era «una manifestazione inopportuna nell’anno del Giubileo»,
anche se non poteva essere vietata perché «“purtroppo”, la Costituzione
impone vincoli e costituisce diritti».
Scuolanews n°5 del 30 settembre 2000
convieni certamente con noi che l'esperienza dei primi cinquant'anni di storia repubblicana si è fondata su un equilibrato rapporto tra le ragioni dei laici e quelle dei cattolici. Il quadro unificante della costituzione repubblicana ha permesso di superare sia antiche tensioni sia momenti divisivi più recenti quali le leggi introduttive del divorzio e dell'aborto con i referendum popolari in materia. Tutto ciò è stato di sicuro beneficio per il Paese e appare rischioso non avere cura attenta per l'equilibrio raggiunto, che ha rappresentato un fondamentale elemento per il funzionamento del sistema politico e un fattore stabilizzante delle dinamiche della società.
E' un fatto, tuttavia, che un tentativo di alterazione si
è manifestato in questi ultimi tempi, assumendo via via forme diverse. Il
rifiuto, in
nome di certezze assolute, di conclusioni della ricerca scientifica che
rappresentano un sicuro progresso per l'umanità; la ripresa, in singolare
contrasto con l'evoluzione del costume, di una pressione sui temi della
famiglia, del matrimonio e della sessualità; la contestazione della visione
della scuola come ambiente formativo necessariamente aconfessionale e laico; il
riemergere nella Curia e nell' Episcopato italiano di tendenze che contraddicono
l'apertura ecumenica al mondo moderno; come testimonia da ultimo l'episodio
della beatificazione del papa Pio IX.
Lo Stato democratico non può essere "Stato etico"; ma lo Stato ha sempre bisogno di princìpi e valori per il governo della società. Ed essi possono nascere solo da quel confronto di fedi, di culture e di ideali che consenta un'intesa vera sugli elementi fondanti della convivenza della comunità. Il riconoscimento dell'importanza di tutte le posizioni morali e ideali non può dunque portare nella vita dello Stato ad assumere posizioni che si identifichino con uno solo dei termini del confronto; se non, appunto, a patto di ferire il principio di equilibrio e di tolleranza che è alla base stessa dello Stato moderno.
La coalizione di governo che ti candidi a dirigere non può non farsi carico di questo problema di fondo, che sembrava risolto e torna invece a manifestarsi con pericolose conseguenze. Le posizioni recenti del leader dell'opposizione testimoniano una grave sordità ad esso: e ciò accresce la Tua responsabilità.
Tutto bisogna fare perché non sorga neppure il timore che la coalizione di centro-sinistra possa finire per sottovalutare l'esigenza di una chiara posizione sulla distinzione tra sfera politica e religiosa. Essa è costitutiva del tipo stesso di civiltà europea alla quale l'Italia deve appartenere ed è impossibile disconoscerne l'attualità. Pare perciò a noi che il governo della modernità - la sigla stessa del centro-sinistra - richieda oggi di riaffermare con vigore il principio di quella distinzione, che forze laiche e forze cattolico-democratiche avevano ugualmente contribuito a radicare nella vita italiana.
Saremo lieti di avere confermato da Te che questa è anche l'impostazione che intendi difendere nella guida del centro-sinistra e che certo consentirà ad esso il consenso più largo.
Giuseppe Ayala, Giorgio Benvenuto, Giorgio Bogi, Furio Colombo, Stelio De Carolis, Franco Debenedetti,
Tana De Zulueta, Antonio Duva, Andrea Manzella, Giovanni Marongiu, Gianantonio Mazzocchin,
Federico Orlando, Stefano Passigli,
Luigi Petrini, Luciana Sbarbati, Demetrio Volcic.