PRIVILEGIUM IMMUNITATIS
C. G. SALLUSTIO SALVEMINI
(relazione presentata al Sesto Meeting Anticlericale - Fano agosto 1989)
Questo onesto sacerdote
riteneva conveniente per la Chiesa la pubblicazione di un bilancio annuale
"sicché l'opinione dei fedeli di Dio potesse apporre una sanzione di
pubblica stima o di biasimo all'impiego di tali rendite... E solamente allora la
debolezza de' suoi ministri, sostenuta dal giudizio pubblico, si terrebbe
lontana dal cedere all'umana tentazione".
Per secoli la corte pontificia
venne finanziata dalla vendita "a tariffe" delle indulgenze.
Nel Cinquecento le lettere di
indulgenza avevano assunto la caratteristica di moneta vera e propria,
spendibile ovunque.
In Germania, Eck (emissario del
Papa nella crociata contro Lutero) aveva denunciato il fatto che alcuni esattori
pagavano il conto dell'albergo, e perfino le prostitute, servendosi di
"lettere di indulgenza".
Nel suo volume storico sui
pontefici il cattolico Pastor ammetteva che la vendita delle indulgenze
consisteva in una tipica operazione finanziaria: "non più l'acquisto di
grazie spirituali, ma il bisogno di denaro divenne il vero motivo per cui si
chiedevano e venivano concesse indulgenze".
La Divina Commedia venne
paradossalmente messa all'Indice dei libri proibiti perché Dante aveva
collocato Papa Nicolò III nella bolgia dei simoniaci.
E' uno strano destino che le
opere dei grandi geni siano incorse nelle ire del Sant'Uffizio, supremo custode
delle "verità" assolute.
Ancor oggi l'organizzazione
finanziaria della Chiesa è una realtà estremamente complessa e variamente
articolata.
Secondo il Pallemberg "il
più grosso feudo delle finanze Vaticane è l'Italia" (I segreti del
Vaticano, 1965)
Non è facile precisare la
consistenza dei patrimoni di tutti gli enti ecclesiastici, né il modo in cui
vengono effettuati gli investimenti di capitali.
Per certo si può dire che in
Vaticano c'è la sede di una delle maggiori potenze finanziarie del mondo, e
ciò anche in virtù della Convenzione Lateranense del '29, per effetto della
quale lo stato italiano pagò alla S.Sede un miliardo di lire (in titoli,
rendita 5%) e 750 milioni (dell'epoca!) in contanti.
Le vennero, inoltre, concessi
sostanziosi privilegi fiscali e tutte le merci dirette allo stato vaticano
(provenienti da paesi esteri) furono esentate dai dazi doganali.
Negli ultimi sessant'anni il
patrimonio ecclesiastico ha potuto moltiplicarsi per le seguenti 3 ragioni: 1) incrementi di valore delle aree
fabbricabili (di proprietà dell'Immobiliare e di altre società collegate con
il Vaticano) derivati dall'approvazione di ben congegnati Piani Regolatori; 2) operazioni gestite dalla Pontificia
Opera di Assistenza relative a merci dirottate nel territorio italiano eludendo
il dazio; 3) operazioni in valute straniere, che
diedero luogo al famoso processo giudiziario contro Mons. Cippico (in sostanza,
chi non riusciva ad ottenere valuta dall'Ufficio Italiano Cambi si rivolgeva al
Vaticano, il quale si faceva pagare in proporzione alla severità dei controlli
effettuati dallo Stato e provvedeva anche a far accreditare all'estero le somme
di cui riceveva il corrispettivo in lire italiane).
Non è facile conoscere con
esattezza l'entità delle partecipazioni del Vaticano nelle società industriali
e finanziarie con sede in Italia.
Una sola cosa è certa: che si
tratta di interessi economici colossali, che furono analizzati da Ernesto Rossi
con puntigliosa meticolosità (Pagine Anticlericali, Roma 1966).
In questo libro viene citato
uno scritto satirico di Olindo Guerrini, in apertura del capitolo su "La
Chiesa e la roba", che sintetizza un diffuso sentimento popolare in epoca
risorgimentale: <<Venite, la celebre, la santa Bottega, a prezzi di
fabbrica vi scioglie, vi lega, fa spaccio di meriti, cancella peccati... Venite!
I solvibili saranno beati!>> (In morte di un molto reverendo
strozzino, 1877).
L'argomento delle frodi pie
meriterebbe di essere sviluppato in un apposito volume.
Per il momento bisogna
limitarsi a illustrare qualche episodio significativo, che conferma la validità
di un'osservazione fatta da Marco Minghetti: "Farebbe curioso e
interessante libro colui che raccogliesse i bandi che i governi di ogni paese,
anche nei tempi più accesi di fervore religioso, non dubitarono di emanare
contro le mani morte e mostrasse con quali artifizi, con quanti sotterfugi, il
clero giunse a deluderli, e ad accrescere sempre il proprio patrimonio" (Lettere
al Comm. Carlo Boncompagni, Firenze 1862).
La legge 29 Dicembre 1962 n.
1745, com'è noto, istituì l'imposta cedolare sui dividendi delle azioni,
esentando la Santa Sede.
Alcuni giornali denunciarono
"la più grossa frode fiscale perpetuata in Italia nel dopoguerra"
(circa quaranta miliardi).
"Il Vaticano, che detiene
circa un quinto dei titoli azionari circolanti in Italia - scrisse Lino Jannuzzi
(prima della sua svendita, n.d.r.) - non vuole pagare la cedolare secca su tali
titoli; di fatto, da due anni e mezzo, non la paga" (L'Espresso, 14
febbraio 1966).
L'allora ministro delle
Finanze, on. Martinelli, democristiano, indirizzò alle banche e alle società
una circolare secondo la quale ai titoli della Santa sede non dovevano essere
applicate le ritenute d'acconto e d'imposta.
Senonché, dopo la caduta del
governo monocolore presieduto dall'on. Leone, il governo di centro sinistra
presieduto dall'on. Moro riaprì il problema su richiesta del Partito
Socialista, secondo cui solo una apposita legge avrebbe potuto concedere alla
Santa Sede il privilegio dell'esenzione fiscale.
Il governo avrebbe concesso
tale esenzione a patto che il Vaticano si impegnasse a comunicare ogni anno per
via diplomatica l'elenco completo dei titoli posseduti.
Il cardinal Cicognani respinse
questa proposta, minacciando di far vendere tutti i titoli italiani posseduti
dalla Santa Sede e di reinvestirli in titoli stranieri.
Il "Time" del 6
febbraio 1966 scriveva che "le migliori congetture dei banchieri sulla
ricchezza del Vaticano la portano a 10-15 miliardi di dollari (6.300-9.400
miliardi di lire); i titoli di società italiane corrisponderebbero a 1,6
miliardi di dollari (1.000 miliardi di lire), equivalenti al 15% del valore
delle azioni quotate nelle borse italiane".
Alla richiesta dell'elenco dei
titoli di proprietà della Santa Sede il card. Cicognani "ha freddamente
risposto che un governo sovrano non fa confidenza a un altro governo sullo stato
delle sue finanze".
<<Per cercare di legalizzare il rifiuto del Vaticano a pagare l'imposta -
si legge nella citata rivista americana - i democristiani al governo hanno
presentato il disegno di legge n. 1773 che esenterebbe i dividendi pagati al
Vaticano, e l'hanno fatto sdrucciolare in Parlamento durante la crisi
presidenziale seguita alle dimissioni del presidente Segni; ma prima che il
disegno di legge fosse approvato, i socialisti lo hanno letto e lo hanno
bloccato. Ciò ha reso furioso il Vaticano>>.
Nella relazione ministeriale al
predetto D.D.L. non venne fornita alcuna informazione in merito all'entità dei
dividendi di pertinenza della Santa Sede che sarebbero stati sottratti al
pagamento della cedolare, né vennero elencati gli Uffici centrali da
comprendere nella denominazione "Santa Sede".
Il problema delle frodi pie
mantiene intatta la sua attualità e va inquadrato nel tema scabroso dei
privilegi fiscali che furono concessi al Vaticano dalla Conciliazione del '29 (1).
Questi privilegi avevano fatto tabula
rasa dell'ordinamento giuridico attuato dalle leggi del Risorgimento.
Un esempio valga per tutti.
L'art. 29 del Concordato
lateranense stabilì che "il fine di culto o di religione era equiparato, a
tutti gli effetti tributari, ai fini di beneficenza e di istruzione".
Tutte le donazioni ed eredità
"a fine di culto", pertanto, furono esentate dalle imposte di
successione, di registro, di ipoteca e sulle concessioni governative.
E così il problema della
manomorta ecclesiastica va anch'esso inquadrato nel tema dei privilegi fiscali.
L'imposta di manomorta era in
vigore in alcuni Stati italiani prima dell'unificazione nazionale ed aveva lo
scopo di impedire l'eccessiva concentrazione delle ricchezze a favore degli enti
ecclesiastici.
Fino al 1929 questa imposta si
applicava con un'aliquota del 7,20% sulle rendite degli enti ecclesiastici, e
con un'aliquota dello 0,90% sulle rendite degli istituti di carità, di
beneficenza e di istruzione.
Per effetto della
"equiparazione" concordataria, anche sulle rendite degli enti
ecclesiastici venne applicata l'aliquota dello 0,90% .
<<Con lettera del 15
marzo 1930 - scrisse Gabriele Conti nell'articolo "Non più tributi a
Cesare", sul Mondo del 25 Giugno 1957 - il marchese Francesco Pacelli,
consultore dello Stato Vaticano, chiese che anche le Case generalizie e le
procure delle associazioni religiose estere beneficiassero del trattamento di
favore. Il ministro delle finanze aderì sollecitamente alla richiesta e in tal
senso furono emanate istruzioni con circolare del 10 aprile 1930. Peraltro,
anche la irrisoria aliquota dello 0,90% dava fastidio, e ciò che non aveva
concesso il fascismo concedeva il regime democratico abolendo l'imposta di
manomorta con la legge 21 luglio 1954, n. 608>>.
Ma v'è di più.
Le società anonime, costituite
per l'amministrazione degli immobili appartenenti ad associazioni di culto non
legalmente riconosciute, vennero esentate nel 1938 dall'imposta straordinaria
sul capitale delle società commerciali stabilita con decreto 19 ottobre 1937,
n. 1729.
Ed ancora, il decreto 9 gennaio
1940, n. 2 esentò dall'I.G.E. le oblazioni fatte a favore di istituti
religiosi.
Considerata la pratica
impossibilità in cui si trovava la pubblica amministrazione di esercitare
qualsiasi controllo nel settore delle frodi fiscali, Ernesto Rossi osservava che
le zone di privilegio concesse alla Chiesa consentivano spesso ai privati,
affaristi e plutocrati, di trarne profitto pagando una tangente sugli affari
conclusi o sulle somme sottratte agli accertamenti fiscali, dietro il paravento
delle organizzazioni ecclesiastiche.
Il settimanale "Oggi"
del 16 ottobre 1952 pubblicò un servizio ("Il tesoro del Vaticano è il
secondo del mondo. La sola riserva aurea vaticana di 7.000 miliardi di lire,
vale il triplo di quella inglese") che provocò una rabbiosa reazione
dell'Osservatore Romano (23 e 25 ottobre 1952).
Nel servizio del settimanale
l'Istituto delle Opere di Religione veniva descritto come una "vera banca
del Vaticano nel Vaticano, fondata da Pio XII nel giugno 1942, con lo scopo
precipuo di favorire gli Ordini Religiosi (alcuni dei quali, con Gesuiti e
Domenicani alla testa, dispongono di mezzi rilevantissimi) sia corrispondendo ai
depositanti un interesse maggiore del normale, sia consentendo l'accensione di
conti in qualsiasi valuta, anche più d'uno per la stessa persona o ente, in
quanto le lire depositate alle Opere vengono considerate lire italiana
all'estero".
Venivano così illustrate in
dettaglio le ragioni che avevano consentito allo I.O.R. di svilupparsi in modo
straordinario, ricorrendo a volte a illecite operazioni che avevano procurato
indebiti profitti, come ad esempio nel "caso Cippico".
Quando venne concessa
l'esenzione dall'I.G.E. a favore degli istituti religiosi, la Federazione fra le
Associazioni del Clero (F.A.C.I.) esultò per aver ottenuto "il massimo di
esenzione da questa imposta che appariva ed era per il Clero gravissima, anche
dal punto di vista morale" (L'amico del Clero, agosto 1940).
Il Clero, dunque, considerava
immorale pagare le imposte.
Questo modo di pensare ha
origini remote e risale all'epoca in cui la Chiesa, autoproclamatasi
"società perfetta", rivendicava il diritto al "privilegium
immunitatis".
Bonifacio VIII, nella
costituzione "Clericis Laicos" del 1296, attribuì un carattere
sacro alle esenzioni tributarie irrogando la scomunica a chiunque avesse osato
imporre tributi ai beni posseduti dagli ecclesiastici.
Per effetto di questa
disposizione pontificia il Clero e la Nobiltà fecero accettare dai sovrani il
cosiddetto "principio di perequazione", in virtù del quale i
sacerdoti si impegnavano a collaborare con le preghiere, i nobili con le spade
ed i popolani con il denaro. Era inevitabile che, con l'andare dei secoli, la
Chiesa accumulasse un patrimonio di manomorta che - come osservò Ernesto rossi
- è incomparabilmente "maggiore, ed assai più pericoloso per la vita
delle nostre istituzioni democratiche, di quello che aveva perduto in
conseguenza delle leggi eversive emanate durante il Risorgimento".
E spiegò le ragioni di questo
paradossale fenomeno sintetizzandole in due punti di riferimento: a) la dittatura fascista, che ebbe
bisogno dell'appoggio della Chiesa per consolidare il proprio potere. b) la miopia dei politici della
sinistra laica che, per meschine, contingenti ragioni di tattica parlamentare,
hanno evitato sempre di portare in pubblico le questioni sgradite in Vaticano e
non sono mai stati capaci di fare una seria opposizione alla politica
ecclesiastica dei democristiani, naturali eredi del "regime".
Il problema dei rapporti tra
Stato e Chiesa resta al centro dei maggiori problemi economici italiani. "Finché continueremo ad essere
governati da uomini della D.C., che è il braccio secolare del Vaticano in
Italia, quel problema non potrà essere nemmeno affrontato nel senso che noi
desideriamo; una percentuale sempre più alta del reddito nazionale affluirà
nelle casse della Chiesa, accrescendo il suo potere politico"
(L'Astrolabio, 13 marzo 1965). (1) cfr.
DEL GIUDICE V., Manuale di diritto ecclesiastico, Giuffrè 1955.
ZINGALI G., I rapporti finanziari fra Stato e Chiesa, Vallardi 1943.
MORELLO V., Il conflitto dopo la Conciliazione, Bompiani 1932.
CONTI G., Preti e frati non pagano tasse, "Il Mondo",
14/5/1957.
GRILLI G. Le finanze vaticane in Italia, Editori Riuniti 1961.