Roberto Renzetti PS. Dimenticavo: Scoppola sarebbe uno storico
cattolico (?). Risulta pure che è un margherito. Ratzinger
rivendica la differenza sessuale. A
difesa del maschio Gesù
I commenti si sono concentrati per la gran parte sulle
critiche portate da Ratzinger contro le recenti teorie femministe, in
particolare contro la teoria del "genere", che a suo giudizio cancella
le differenze corporee tra i sessi ed esalta invece le diversità strettamente
culturali, modellabili a piacimento.
Ma oltre alle conseguenze antropologiche di tale teoria, vi sono anche le
conseguenze teologiche, che intaccano non la periferia del dogma, ma i suoi
elementi fondanti.
Uno di questi è la maschilità di Cristo. C'è un libro famoso di Leo Steinberg,
storico e critico dell'arte, uscito nel 1983 col titolo "The
Sexuality of Christ in Renaissance Art and in Modern Oblivion", che in
italiano è purtroppo esaurito. Andrebbe riletto.
In questa nota
a commento della "Lettera" ratzingeriana, Pietro De Marco, docente
alla Facoltà teologica dell'Italia Centrale, ripropone con forza la lezione di
Steinberg e la centralità irrinunciabile del Cristo maschio - in tutta la sua
corporeità e sessualità - nella Rivelazione cristiana.
il manifesto 27 agosto 2004 LE
DONNE DI RATZINGER
La Chiesa e la donna che entra nella storia
di PIETRO SCOPPOLA
Prima di
tutto mi sembra vada sottolineata una novità di metodo nel documento che è
anche novità profonda di sostanza. Il documento non si sviluppa sulla base
di un richiamo al diritto naturale di cui la Chiesa rivendichi la corretta
interpretazione, ma è tutto e solo fondato su una acuta lettura ed
interpretazione della Bibbia.
Vi è in
questo una profonda innovazione rispetto ad una lunga, secolare tradizione,
che neppure il Concilio Vaticano II aveva del tutto innovato. La Chiesa
cattolica in sostanza, sui problemi sociali ed etici, si è posta per secoli
come interprete e garante di un ordine naturale voluto da Dio; un ordine che
la ragione umana era in grado di leggere purché non sviata dalle passioni e
dagli interessi del secolo e tutelata in qualche modo dalla Chiesa stessa.
Questo dava al suo insegnamento un carattere e una pretesa di universalità
destinata a risolversi in una sorta di astoricità.
La
formula con la quale si apre il documento di Ratzinger - la Chiesa esperta
in umanità - è quella usata per la prima volta da Paolo VI in un suo
discorso all'Onu che segnò il primo superamento della tradizione di cui si
diceva. Il superamento è ora pieno e consapevole nel documento di Ratzinger.
Questioni
da specialisti prive di interesse per il grande pubblico? Non direi se
appena si sia consapevoli di quello che la Bibbia ha rappresentato nella
cultura europea.
Ma al
di là di ogni questione di linguaggio proprio quei problemi sui quali il
documento è apparso ed è - in parte almeno - elusivo si pongono su basi
nuove e in una luce nuova quando si passa da una prospettiva di
razionalità naturale e di diritto canonico ad una prospettiva biblica.
Penso ai discussi temi del sacerdozio femminile, dei sacramenti ai
divorziati, delle convivenze prematrimoniali, e della stessa
omosessualità. Non ci sono novità clamorose su questi temi ma mi sembra
lecito prevedere che l'innovazione dell'apparato concettuale non potrà
non incidere sui singoli giudizi di contenuto, come del resto è già
avvenuto nelle chiese riformate che hanno fatto della Bibbia il cardine
della loro identità.
E
infine un ultimo aspetto di rilevanza storica mi sembra vada sottolineato:
non c'è dubbio che il confronto con l'Islam sia nel nostro futuro. Certe
previsioni che si leggevano negli anni Settanta dello scorso secolo sulla
inevitabile erosione e scomparsa del fattore religioso dalla storia umana
a seguito dei processi di modernizzazione sono state clamorosamente
smentite dalla realtà.
Il
fattore religioso è tornato a porsi nel bene e nel male come elemento
decisivo nella storia umana: nel bene quando è fattore di pace e di
convivenza; nel male quando assume le forme dei vari fondamentalismi che
generano intolleranza e violenza.
Ebbene
il confronto con l'Islam ha proprio nella idea che si ha della donna, del
suo ruolo, della sua dignità, uno dei suoi momenti critici.
L'impostazione biblica del documento appare, a mio avviso, la più idonea
a suscitare un confronto, ad aprire un dibattito. La riaffermazione da
parte degli Stati come il nostro, che sono campo di immigrazione da paesi
islamici, dei fondamentali principi costituzionali di uguaglianza e di
pari dignità a prescindere da differenze di sesso e di religione, è
fondamentale e irrinunciabile, ma è altrettanto importante e forse più
importante ai fini della convivenza favorire un confronto che investa le
radici stesse delle diverse culture.
Non credo con queste mie poche osservazioni di aver dato la misura della
importanza del documento e dei problemi che esso implica, ma vorrei avere,
quanto meno, espresso l'esigenza che la laicità cui Repubblica si
ispira è legittima preoccupazione di pluralismo e di distinzione di
ruoli, ma non è disinteresse e tanto meno irrisione del fattore
religioso.
L'antico medicamento di una nuova ferita
Chiesa cattolica Una ferma risposta al «pericolo» del
mutamento femminile
LEA MELANDRI
Al di là
della maggiore vicinanza o distanza da questa o quella corrente di pensiero
femminista, ciò che inquieta, e che ritorna insistentemente nel testo, è
il fatto che, per un'imprevista «presa di coscienza», oggi le donne
vengano legittimando la possibilità di «esistere per se stesse», fosse
anche solo per dare «liberamente» un segno positivo a quelle stesse
condizioni per cui sono state inferiorizzate. Di questa «libertà», che io
non considero tale e che chiamerei piuttosto un'«alienazione attiva», non
vedo nella Lettera alcuna traccia. Così come non direi che vengano
messe a tema l'arroganza della «ragione», che qui anzi si impone nella sua
forma più assoluta, come «verità rivelata», e la rottura tra biologia e
storia, dal momento che la differenza sessuale vi è affermata sulla base
dell'ordine voluto dal Creatore. Come è detto chiaramente
nell'Introduzione, la «risposta» a che cosa si debba intendere oggi per
collaborazione tra i sessi, ha i suoi «presupposti», le sue «finalità
genuine», nelle Sacre Scritture.
Dal racconto della Genesi
emergono «disposizioni originarie» riguardo all'uomo e alla donna che non
possono essere «annullate», perché parte del disegno divino. Tra queste
c'è la «complementarità», in cui è chiaro che la «prospettiva
sponsale», valevole per entrambi gli sposi, attiene specificamente alla
donna, in quanto «esistere per l'altro» sta nel suo «essere più profondo
e originario». Nei paragrafi che seguono, l'alleanza tra l'uomo e la donna,
compromessa dal peccato originale, va poi a collocarsi nella «promessa del
Salvatore», cioè nei molti modi in cui , nel corso della storia, «Dio si
rivela al suo popolo». E' qui che il «vocabolario nuziale» prende la sua
massima estensione, fino a quell'apogeo che è Maria, «eletta figlia di
Sion», vergine e sposa perfetta. Ma è proprio su questo «simbolismo»,
considerato «indispensabile» per quanto «audace» nell'unire sacro e
profano, che si avverte quasi una excusatio non petita, a cui segue
immediatamente la precisazione che riporta al centro ancora una volta la
gerarchia nota: prima Dio e poi gli uomini. I termini «sposo», «sposa»
sono «molto più di semplici metafore», e i loro referenti reali, gli
«sposi cristiani», sono soltanto «segni viventi» dell'amore di Cristo e
della Chiesa.
Analoga
«disumanizzazione» è quella che Rossana Rossanda (il manifesto 22-8)
ha rilevato a proposito di Maria, attraverso i dogmi dell'«immacolata
concezione» e dell'«Assunta». Le differenze tra i sessi, così innestate
nel disegno di Dio e poi nel «mistero pasquale», sono destinate a durare
«oltre il tempo presente». E' su questi «presupposti» astorici che si
fondano anche le «nuove prospettive» riguardanti i «valori femminili»
nella vita della società e della Chiesa. Non dovrebbe meravigliare perciò
se la constatazione di un dato di fatto, la presenza oggi delle donne nella
famiglia e nel lavoro, si accompagna alla preoccupazione che le donne,
sviate dal desiderio di «vivere per se stesse», abbandonino quel ruolo,
così indispensabile alla sopravvivenza della specie e all'«identità
mistica» della Chiesa, che è la loro capacità di «essere per l'altro»,
estensione sul piano esistenziale, psicologico e spirituale della loro
capacità biologica di dare la vita. «Nonostante il fatto che un certo
discorso femminista rivendichi le esigenze 'per se stessa', la donna
conserva l'intuizione profonda che il meglio della sua vita è fatto di
attività orientate al risveglio dell'altro, alla sua crescita, alla sua
protezione...Questa intuizione è collegata alla sua capacità fisica di
dare la vita. Vissuta o potenziale, tale capacità è una realtà che
struttura la personalità femminile in profondità». Non so come si sia
potuto leggere in queste pagine uno svincolamento dal ruolo materno, una
più libera concezione della sessualità, quando anche la rinuncia alla
maternità biologica è posta sotto l'egida di una «verginità»
sostanziata di sentimenti e pensieri materni, preferibile, in quanto non
c'è di mezzo la «ferita» del peccato originale: la concupiscenza.
Mi chiedo
se a lusingare il femminismo che si richiama al «pensiero della
differenza» non sia stata la funzione particolare che la Chiesa, da sempre
del resto, riserva alla donna, e che qui è ripresa con toni alti e, dal
punto di vista linguistico, «moderni». Le donne, la loro vita, i loro modi
di essere, costituiscono una «ricchezza» e un «modello» per
l'«umanizzazione» di una civiltà che sembra votata alla morte. Ma a patto
che si lascino convertire «all'amore per l'altro». Il prezzo dunque di
questo primato e di questa investitura salvifica, che il maschio è chiamato
a riconoscere, ha come contropartita l'indifferenza ai cambiamenti della
storia e delle coscienze, la sordità rispetto a quella «soggettività
femminile» che oggi chiede, in modi liberi o meno liberi, di decidere della
propria sorte.
Non è
casuale che la Lettera si chiuda con l'immagine di Maria, una
femminilità fatta di «ubbidienza umile e amante», capace di «fedeltà»
e resistenza al dolore, quelle stesse doti che il Pontefice invoca in una
«nuova preghiera» scritta da lui: «vergine della speranza», «dimora
santa del Verbo»,«umile serva del Signore», «donna del dolore», «Madre
dei viventi»(Corsera, 15 agosto 2004). Dopo il peccato originale,
sembra che sia il risveglio imprevisto della coscienza femminile la nuova
«ferita» da guarire. E questa Lettera, con il suo medicamento
antico, appare in questo senso effettivamente «aggiornata».