Sulla falsa riabilitazione di Galileo vedi: http://www.fisicamente.net/index-44.htm ed anche: http://www.fisicamente.net/index-553.htm.
Stupisce che studiosi seri ancora non si siano accorti del fatto anche se lo denuncio dal 1989.
la Repubblica 25/11/92
Dopo la riabilitazione di Galileo, i rapporti tra scienza e religione
sembrerebbero regolati dal riconoscimento di una reciproca libertà.
Ma c'è un impedimento che non si potrà facilmente rimuovere
Se Dio si arrende al caso
di EUGENIO SCALFARI
Taluni sostengono che quella compatibilità sia esclusa per definizione,
visto che la fede postula alcune verità rivelate che, per esser tali, sono
sottratte ad ogni verifica e credute, proprio perché rivelate e conosciute per
intuizione e non già per dimostrazione; altri pensano invece che la scienza, la
ricerca, la libertà di critica e di analisi non soffrano dalla fede alcun
limite poiché si svolgono su terreni diversi: la ricerca, essendo condizionata
dai limiti della mente e tali limiti essendo ormai divenuti epistemologicamente
consapevoli, non può infatti scontrarsi con le verità della fede, le quali
appunto rispondono a domande e fanno luce su problemi che la mente non può
conoscere per il modo della sua struttura e dei limiti che essa pone alla
conoscenza. In questa visione dunque la scienza e la fede si completerebbero e mai
potrebbero contraddirsi, poiché la seconda lascerebbe interamente il campo alla
prima per tutto ciò che può apprendersi per via di ragione, mentre la prima
dal canto suo ‑ avendo deposto da tempo il sogno che la ragione possa
spiegare il Tutto ‑ lascerebbe alla fede di illuminare ciò che la scienza
non ha né intenzione né possibilità di comprendere. La
cosmogonia delle Scritture Da questo punto di vista, la riabilitazione di Galileo solennemente
celebrata dal Papa in persona e la sconfessione della sentenza di condanna
emessa 370 anni fa dal Tribunale ecclesiastico, appaiono perfettamente coerenti
con il nucleo essenziale della dottrina cattolica in materia di scienza e fede
L'errore del Sant'Uffizio ‑ spiega oggi il Papa ‑ fu di aver voluto
applicare alla lettera la cosmogonia delle Scritture, senza comprendere invece
che il Libro sacro chiede d'essere interpretato. Di più: la struttura
astronomica dell'universo è una di quelle verità alle quali la mente, può e
anzi deve arrivare per via di ragione e sulla quale quindi nulla ha da sostenere
e da opporre la fede e la Chiesa che l'amministra. Galileo arrivò a dimostrare una verità astronomica; il Sant'Uffizio
ritenne che il risultato di quella dimostrazione violasse la credibilità della
Scrittura e fosse quindi un attentato al Sacro. Errore, annuncia oggi il Papa;
errore del Tribunale della Chiesa per aver preteso di sentenziare su materie che
non sono di sua competenza; errore dal quale quel Tribunale dovrà ben guardarsi
per l'avvenire, ritraendosi dal giudizio per tutto ciò che è di pertinenza
della scienza. Sembra, a prima vista, una tautologia, questa del Papa che
riconosce alla piena libertà della ricerca tutto ciò che scientifico si può
definire. Si tratta invece di un'acquisizione dottrinale estremamente
sofisticata da parte del pensiero cattolico: se le acquisizioni del sapere
sembreranno entrare in contrasto con la letteralità delle Scritture, toccherà
al pensiero cattolico di interpretarle in modo che esse risultino conformi al
nuovo sapere. Ma l'epistemologia del nuovo sapere stabilisce, in via autonoma e
non condizionata da nessuna autorità esterna, i limiti dell'apprendimento per
via di ragione. E' dunque la scienza che fissa i limiti a se stessa e non la
Fede che glieli impone. Quei limiti sono tali da lasciare alla fede tutto ciò
che la verità rivelata ha preteso e pretende per sé. Su queste basi di tolleranza e, si potrebbe dire, di reciproca competenza,
avviene dunque la riconciliazione tra scienza e fede, su di esse si fonda la
compatibilità e quasi la nuova alleanza tra conoscenza razionale e conoscenza
mistica. La riabilitazione di Galileo non è, da questo punto di vista il
riconoscimento d'una sconfitta da parte della Chiesa, bensì la chiara e
riaffermata certezza della perennità della sua dottrina, che nessuna scienza
potrà mai insidiare. La fede precede la scienza con passo veloce e le si
sottrae; più avanza la scienza e più scopre l'abisso di inconoscibilità che
le si para dinanzi ed è su quella inconoscibilità non esplorato e soprattutto
non esplorabile che la fede ha eretto le sue verità che risultano dunque
intangibili dalla mente e dalla ragione che ne è lo strumento. In
realtà, prima ancora della Chiesa del XX secolo, era stato proprio Galileo a
confermare la conciliabilità anzi l'alleanza tra scienza e fede. Le carte su
questo punto parlano chiaro: l'uomo di scienza era sinceramente convinto di non
aver affatto attentato alle verità della fede assumendo e dimostrando la
rivoluzione della terra intorno al sole. Questa sua posizione è stata poi
interpretata quasi unanimemente come «diplomatica», il tentativo cioè di
superare la rigidità del Tribunale ecclesiastico adottando un
atteggiamento di flessibilità, che si sarebbe infine concluso con
quell'abiura che fu strappata con la forza della coazione dal Sant'Uffizio al
vecchio scienziato ridotto in catene. Ma tutto lascia pensare che Galileo
fosse invece profondamente convinto della conciliabilità tra le sue
teorie astronomiche con le verità rivelate dalla religione. Un atteggiamento,
del resto, condiviso negli anni successivi da moltissimi scienziati e
ricercatori, perfino in quel secolo dei lumi che vide il trionfo della ragione,
mitizzata addirittura in una sorta di «deismo» capace di rischiarare
ogni oscurità, di rispondere ad ogni domanda, di risolvere ogni problema. La
compatibilità tra scienza e trascendenza è stata ed è tuttora largamente
compresente nella comunità scientifica, non trovando ostacoli in nessuna
delle ricerche, delle dimostrazioni e dei risultati ai quali di volta in volta
la scienza è pervenuta La Chiesa, semmai, ha continuato a recalcitrare di
fronte ad ogni nuovo avanzamento, cedendo il terreno palmo a palmo e con
evidente riluttanza L'ultima sua grande battaglia ideologica fu combattuta
contro il positivismo evoluzionistico e fu la testimonianza di un
desolante ritardo culturale, poiché lo stesso evoluzionismo ben avrebbe
potuto fin dall'inizio essere assorbito da una visione interpretativa qual
è quella ora proposta da papa Woityla. Possiamo dunque dedurre che il metodo woityliano della flessibilità abbia
definitivamente risolto il problema, lasciando ovviamente impregiudicata
la libertà dello scienziato di essere o di non esser credente, ma
rimuovendo ogni ostacolo di principio alla conciliabilità tra scienza e fede
per la riconosciuta diversità di competenza tra loro? Possiamo concludere
che libera religione e libera scienza costituiscano il «pendant»
dell'altra preziosa acquisizione di libera Chiesa e libero Stato che il
pensiero liberale ha fatto propria da oltre un secolo e la Chiesa, infine,
ha accettato nell'ultimo suo Concilio vaticano? ***
C'è un punto che impedisce di accettare questa conclusione. Uno solo, ma
capitale. Esso riguarda la teoria del caso contrapposta a quella della
provvidenza o ‑ se si vuole ‑del destino. Ho la sensazione che
il pensiero scientifico, che sta lavorando con sempre maggiore attenzione
e intensità intorno alla casualità dell'evoluzione, non sia ancora
interamente consapevole che questo è veramente il nocciolo del problema
conoscitivo e che su questo terreno vi sarà scontro frontale con ogni
religione, o se volete, con la religiosità come categoria dello spirito. Ed ho
la sensazione che la chiesa, dal canto suo, non abbia ancora compreso che
si sta profilando un modo d'intendere la conoscenza destinato a ricreare
una frattura insuperabile tra fede e scienza. Fino a quando infatti la scienza moderna si è basata su processi
determinati e la libera ricerca ha proceduto lungo le strade della
causalità, essa è rimasta perfettamente compatibile con la fede e la
trascendenza Non a caso la tomistica fece interamente propria la logica
aristotelica e basò sul rapporto causa effetto la prova dell'esistenza di
Dio ottenuta per via deduttiva fino a quando il pensiero scientifico è
rimasto saldamente ancorato alla ricerca induttiva delle cause e alla
ricerca deduttiva degli effetti, le strade della scienza e quelle della fede
sono state parallele; in molti casi, non convergenti, soprattutto per il
ritardo ecclesiastico ad aggiornare l'interpretazione delle Scritture oggi
raccomandata dal Papa, ma non sostanzialmente divergenti. A ben guardare, lo stesso determinismo positivistico, che alla fine del
secolo scorso sembrò l'avversario più radicale delle dottrine della Chiesa,
con la sua concatenazione di cause che producono effetti che a loro volta
diventano cause di ulteriori effetti successivi, non contraddiceva la tesi
di San Tommaso sul primo motore. A suo modo, anche il determinismo postula un
destino o quanto meno una necessità. Il
concetto di necessità Il concetto di necessità è quanto di più congeniale vi sia rispetto
alla ricerca scientifica; ma esso è altrettanto congeniale alla
dimostrazione del «primo motore» formulata per via di logica dal pensiero
religioso. Il determinismo scientifico non affronta e dunque non risolve il
problema della «causa delle cause» lascia un vuoto, che la fede riempie
e risolve a suo modo. Ma ciò che voglio dire è che la trascendenza ben
può conciliarsi con la libera ricerca quando quest'ultima sia fondata sul
rapporto causa effetto. E del resto, non fu seguendo quella strada che Spinoza
eresse la sua foresta pietrificata di proposizioni corollari, scoli, che
costituiscono il monumento più gigantesco innalzato dalla mente alla
necessità di una trascendenza alla quale agganciare tutto ciò che
segue? Se la nascita e l'espansione dell'universo, la genesi delle specie, la
storia della specie nostra, vengono rilesse all'indietro e spiegate sulla
base di un rigoroso rapporto di causalità, ecco prender forma il concetto
di destino che è un modo laico di declinare il concetto di provvidenza. Per molti aspetti, destino e provvidenza sono sinonimi. Il destino non è
pensabile se non in un universo guidato da regole. Il destino è esso
stesso una regola o, se si vuole, la regola per eccellenza. Noi mortali
non conosciamo il nostro destino, ma potremmo conoscerlo se soltanto,
arrivati al termine del vivere, potessimo rileggere la storia
all'incontrario; se la storia fosse cioè reversibile. Il determinismo scientifico postula un processo reversibile, la
reversibilità conduce alla trascendenza. Ma la storia, non solo quella
dell'uomo ma della natura è reversibile? Questo, ridotto al suo nucleo essenziale, è il problema. *
* * La più moderna ricerca scientifica si sta orientando con crescente
attenzione verso il concetto di irreversibilità dei processi evolutivi. Faccia
attenzione il lettore profano di questi argomenti: irreversibilità
significa casualità. Un'evoluzione dominata dal caso non si può rileggere
all'indietro perché gli eventi accaduti potrebbero non riprodursi essendo
appunto accaduti per caso. Un'evoluzione dominata dal caso elimina le regole; o
quanto meno contempla soltanto regole di necessità, che restano in vigore per
quel tratto di tempo e fino a quando un altro caso non sopravvenga a
rivoluzionare i dati e ad instaurare una necessità di tipo totalmente nuovo,
dopo una radicale rottura di continuità. In una visione di questo genere,
l'universo e tutto ciò che vi accade non si può altrimenti descrivere che come
un intreccio di diverse necessita dominate dal caso. Ebbene, finora la
scienza è in una fase di ipotesi per quanto riguarda il dominio del caso, ma
molti segnali fanno pensare che l'ipotesi casuale stia prendendo il posto
dell'ipotesi causale. Quando questo mutamento di pensiero fosse avvenuto,
ecco che la frattura col pensiero religioso sarebbe totale poiché tutte le
ricerche, le nuove acquisizioni, le sperimentazioni più avanzate possono
conciliarsi con un'interpretazione flessibile della verità rivelata, salvo una:
in un mondo dominato dal caso non c'è più posto per Dio; in un processo
irreversibile non c'è più posto per la trascendenza. Galileo può
rientrare più o meno trionfalmente nel seno di una madre Chiesa resa più
saggia e più avveduta dai tempi; ma una scienza casuale, nemmeno il Papa più
accomodante e post‑moderno potrebbe mai metabolizzare con il lievito della
fede. la
Repubblica, mercoledì 2 dicembre 1992 Dio
non fa proprio al caso nostro Carlo Bernardini Chiunque sia laico in senso stretto, non condizionato da sentimenti
religiosi sa benissimo che il problema della fede esiste almeno come problema
socio‑antropologico e non può pertanto ignorarlo quasi fosse un fenomeno
irrilevante. Tuttavia, accade spesso di constatare con rammarico che anche i
laici in senso stretto, nell'argomentare su questioni che riguardano la presenza
della religione nella società, finiscono con l'adottare un linguaggio che è
proprio delle ideologie religiose e non rispecchia come dovrebbe il punto di
vista laico che, in queste occasioni, sarebbe bene fosse strettamente
fenomenologico. Può addirittura capitare che un filosofo cattolico come Rocco
Buttiglione impartisca lezioni almeno in parte ineccepibili, proprio su questo
punto a un Paolo Flores d'Arcais (come ha fatto sulla Stampa del 28
novembre) E può capitare che problemi come quello del rapporto tra scienza e fede,
e persino quello della esistenza o non‑esistenza di Dio vengano discussi
da intellettuali laici in un contesto che presuppone la commensurabilità delle
ipotesi; contesto che nasconde in qualche misura le modalità proprie della
coscienza e della ragione laica e lascia molto spazio alle concezioni
mitologiche. Probabilmente, il fatto che le spiegazioni mitologiche siano
totalizzanti, immediate e assai meno faticose ha il suo peso e finisce con il
prendere anche la mano e la penna di insospettabili scrittori laici: su questo
hanno messo chiaramente in guardia, tra gli altri, scienziati come Francois
Jacob (Il gioco dei possibili) e John D. Barrow (Teorie del tutto, un
testo eccellente appena uscito in italiano dall'editore Adelphi). Il 25 novembre Eugenio Scalfari ha commentato la nuova posizione della
Chiesa cattolica sull'antico processo a Galileo Galilei, posizione che è
impropriamente chiamata, anche da molti laici, «riabilitazione». Ciò
che Scalfari ha scritto al riguardo con il suo abituale stile cartesiano ha
indubbiamente il potere di indirizzare i lettori verso una riflessione sulle
concezioni del mondo che ciascuno di noi possiede. Ma nelle sue argomentazioni
è ancora riconoscibile la lunga ombra che tiene a bada il punto di vista
strettamente laico a favore di problematiche proprie della sola Chiesa. Due
sono, sostanzialmente, i punti in cui questo è facilmente rilevabile: il primo
riguarda la «questione Galilei», il secondo la «casualità nella scienza
contemporanea» e le sue implicazioni per gli uomini di fede o, almeno, per la
gerarchia ecclesiastica. Dal punto di vista strettamente laico, la questione Galilei è di scarso
interesse intellettuale al di fuori della cerchia degli specialisti che si
occupano di dottrine religiose. Che i vertici di una struttura religiosa
accettino dopo secoli ciò che da secoli è accettato anche dal suoi adepti non
dà alcuna legittimazione in più alle idee della fisica contemporanea, e questo
è banale. Tuttavia, proprio il comportamento della Chiesa nella vicenda dà
nuove occasione di riflettere su ciò che la Chiesa è indipendentemente dalle
sue concezioni fondanti: una organizzazione che intende la religione anche come
«continuazione della politica con altri mezzi». Non dobbiamo dimenticare che
la fede è usata per affermare principi assoluti che poi interferiscono
concretamente nella discussione su questioni di rilevanza politica e sociale
limitandola e condizionandola con affermazioni dogmatiche. Scalfari scrive che
il Papa ha espresso «una acquisizione dottrinale estremamente sofisticata ...
se le acquisizioni del sapere sembreranno entrare in contrasto con la lettera
delle Scritture, toccherà al pensiero cattolico interpretarle in modo che esse
risultino conformi al nuovo sapere». Non riesco a vedere in che cosa l'assai
tardivo ripensamento della Chiesa sia sofisticato, tanto più che, nei fatti,
sembra espresso caso per caso, quando i problemi hanno perso ogni importanza
«politica»; esso appare, perciò, poco più di un gioco accademico. Forse il
Papa è disposto a dare subito un seguito alle sue affermazioni a proposito
della didattica creazionista praticata ancora oggi in non poche scuole
americane? Comunque, là dove l'impatto politico‑sociale delle idee religiose
può essere grande, la Chiesa cattolica è più pervasiva che mai e non sembra
affatto remissiva come Galilei ingenuamente sperava nella sua lettera a Cristina
di Lorena («...come si potrà adesso affermare, che il tener di esse questa
parte, e non quella, sia tanto necessario che l'una sia de Fide e l'altra
erronea?»). Mi riferisco ai problemi della bioetica, della contraccezione e
della sovrappopolazione, della sessualità degli handicappati, della
inseminazione artificiale, dell'eutanasia, della discriminazione delle donne, e
via discorrendo; e non perché si tratti di problemi scientifici in qualche
senso preciso ma per il modo di trattarli a colpi di dogmi e di anatemi, che
sottrae molti individui ad una discussione coscientemente «altruista». Sia chiaro: se la Chiesa emana catechismi illustra il paradiso, paventa il
demonio beatifica e santifica chi l'ha difesa, un laico non avrà nulla da dire
al riguardo. Ma se fa politica ‑ come la fa giorno dopo giorno ‑ i
laici devono ritrovare il loro linguaggio naturale per trattarla, con il dovuto
rigore, come una delle parti politiche in campo e non come una organizzazione al
di sopra delle parti. E riconosciamo perciò subito l'opportunismo che stava
sotto la condanna di Galilei non si trattava di ingenuità nella difesa delle
Scritture, ma di mantenimento dell'ordine tramandato per tutto il Medioevo, che
voleva che l'uomo fosse al centro dell'universo. La Chiesa difendeva il sistema
antropocentrico assai più che il geocentrico, secondo l'ipotesi mitologica
gratificante che chi sta al centro è oggetto delle attenzioni della divinità.
A ben guardare, questo antropocentrismo è ancora quello che regola il pensiero
cattolico e mette spesso in difficoltà i laici nel loro tentativo di
comprendere l'etica e la politica e il potere di ottimizzazione dei rapporti
sociali che sta nei comportamenti altruisti capaci di superare la «legge del
più forte». Sul secondo punto toccato da Scalfari sarò più breve. Il caso, in
fisica, ha fatto la sua comparse da almeno settant'anni, con la meccanica
quantistica e il principio di indeterminazione di Heisenberg. Sappiamo solo
valutare probabilità. Sin dall'inizio si disse che questo si adattava come un
guanto al libero arbitrio, che forse è ancora il
pilastro del pensiero religioso. Che poi alcuni modelli classici (non
quantistici) della realtà mostrino che la cosiddetta «sensibilità alle
condizioni iniziali» renda vana anche ogni previsione classica a lungo termine
toglie spazio al determinismo estremista e desueto di Pierre Simon de Laplace ma
niente di più. E perché mai questo «caso», comunque passibile di «compressibilità
algoritmica» (vedi Barrow), cioè di riduzione a modelli formali, metta in
difficoltà la Chiesa, addirittura sul problema dell'esistenza di Dio,
francamente non lo capisco. Le prove della non esistenza sono altrettanto
paradossali di quelle dell'esistenza: vedere in un modello dei fatti la prova
della non esistenza ha tutta l'aria del paradosso di Hempel, secondo il quale
constatare che ciò che non è nero non è un corvo non vale l'affermazione
falsificabile che i corvi sono neri. Le scienze sperimentali sono induttive, e non cercano mai la verità, ma
solo una rappresentazione sempre più credibile. Tutto ciò fu ben detto da
Richard von Mises, più di quarant'anni fa, nel suo Manuale di critica
scientifica e filosofica (fuori commercio da un pezzo): sarebbe bene che
qualcuno lo ripubblicasse, anche se è dubbio che ci rifarebbe le spese.
La nuova posizione dei cattolici sull'antico processo a Galilei
L'obiettivo era conservare l'ordine consolidato nel Medioevo